CELEX: 62007CC0569
Language: it
Date: 2009-03-18 00:00:00
Title: Conclusioni dell'avvocato generale Mengozzi del 18 marzo 2009. # HSBC Holdings plc e Vidacos Nominees Ltd contro The Commissioners of Her Majesty's Revenue & Customs. # Domanda di pronuncia pregiudiziale: Special Commissioners of Income Tax, London - Regno Unito. # Imposte indirette - Raccolta di capitali - Imposizione di una tassa dell’1,5% sul trasferimento o sull’emissione delle azioni nel contesto di un servizio di compensazione delle transazioni ("clearance service"). # Causa C-569/07.

CONCLUSIONI DELL’AVVOCATO GENERALE
      PAOLO Mengozzi
      presentate il 18 marzo 2009 (1)
      
      Causa C‑569/07
      HSBC Holdings plc
      Vidacos Nominees Ltd
      contro
      The Commissioners of Her Majesty’s Revenue & Customs
      (domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dagli Special Commissioners, Londra)
      «Imposte indirette – Raccolta di capitali – Imposta dell’1,5% sul trasferimento di azioni verso un servizio di compensazione (“clearance service”)»1.        I servizi di compensazione («clearance services») svolgono una funzione che può essere definita di custodia di titoli azionari.
         In particolare, tali servizi annotano in appositi registri la proprietà e i trasferimenti delle azioni, le quali, materialmente,
         restano tuttavia sempre nelle mani dei servizi stessi. In altri termini, i servizi di compensazione permettono di rendere
         più semplici, rapidi e sicuri gli acquisti e le vendite di titoli azionari.
      
      2.        I servizi di compensazione sono molto diffusi nell’Europa continentale, ma non nel Regno Unito, in cui le modalità per il
         trasferimento di azioni sono tradizionalmente diverse. Di conseguenza, tale Stato membro applica, per talune operazioni che
         avvengono attraverso servizi di compensazione, un regime tributario diverso da quello che caratterizza gli scambi azionari
         realizzati nelle modalità di norma utilizzate nel suo territorio. Il presente procedimento, che trova origine in una questione
         pregiudiziale proposta alla Corte dagli Special Commissioners di Londra, fornisce l’occasione per valutare la compatibilità
         con il diritto comunitario delle citate modalità di tassazione.
      
      3.        Più specificamente, la normativa del Regno Unito dovrà essere esaminata sia alla luce della direttiva 69/335, concernente
         le imposte indirette sulla raccolta di capitali, sia alla luce delle disposizioni del Trattato relative alle libertà fondamentali.
      
      I –    Contesto normativo
      A –    Diritto comunitario
      4.        La direttiva 69/335 (2) (in prosieguo anche: la «direttiva»), che costituisce il principale testo di diritto derivato rilevante nella causa in esame,
         è stata modificata in modo significativo nel corso del tempo.
      
      5.        Gli obiettivi perseguiti dalla direttiva sono messi bene in evidenza dai ‘considerando’ della stessa, in particolare dal primo
         e dal secondo, il cui tenore è il seguente:
      
      «considerando che il trattato ha per obiettivo di creare un’unione economica con caratteristiche analoghe a quelle di un mercato
         interno e che una delle condizioni essenziali per raggiungere tale obiettivo è quella di promuovere la libera circolazione
         dei capitali;
      
      considerando che le imposte indirette sulla raccolta di capitali, attualmente in vigore negli Stati membri, e cioè l’imposta
         sui conferimenti di capitali in società e l’imposta di bollo sui titoli, danno luogo a discriminazioni, a doppie imposizioni
         e a disparità che ostacolano la libera circolazione dei capitali e che devono pertanto essere eliminate mediante un’opportuna
         armonizzazione».
      
      6.        Nella relazione che, in data 14 dicembre 1964, accompagnava la proposta della Commissione al Consiglio destinata a divenire
         la direttiva 69/335 (3), la Commissione osservava che l’abolizione integrale sia dell’imposta sui conferimenti sia delle imposte di bollo sarebbe
         stata la soluzione migliore per realizzare un libero mercato dei capitali. Tuttavia, di fronte alla probabile opposizione
         degli Stati membri nei confronti di una misura così drastica, la scelta della Commissione è stata quella di sopprimere le
         imposte di bollo e di lasciar sussistere un’imposta sui conferimenti, armonizzata però a livello comunitario.
      
      7.        Nel corso del tempo, peraltro, una serie di modifiche apportate alla direttiva hanno eliminato l’obbligo originariamente previsto
         di tassare i conferimenti sulla base di un’aliquota armonizzata: l’attuale art. 7 della direttiva, in particolare, prevede
         che gli Stati membri possano applicare un’aliquota massima dell’1% oppure, semplicemente, non applicare più l’imposta sui
         conferimenti. In particolare, il Regno Unito ha abolito l’imposta sui conferimenti nel 1988.
      
      8.        La direttiva individua le operazioni tassabili con l’imposta sui conferimenti all’art. 4, che indica, tra l’altro, «c) l’aumento
         del capitale sociale di una società di capitali mediante conferimento di beni di qualsiasi natura».
      
      9.        Oltre a contenere le previsioni relative alle modalità di calcolo e riscossione dell’imposta sui conferimenti, la direttiva
         contiene anche una serie di divieti, finalizzati ad evitare sia una doppia imposizione dei conferimenti, sia l’applicazione
         di imposte di bollo. In particolare, gli artt. 10 e 11 prevedono quanto segue:
      
      «Articolo 10
      Oltre all’imposta sui conferimenti, gli Stati membri non applicano, per quanto concerne le società, associazioni o persone
         giuridiche che perseguono scopi di lucro, nessuna altra imposizione, sotto qualsiasi forma:
      
      a) per le operazioni previste all’articolo 4;
      b) per i conferimenti, prestiti o prestazioni, effettuati nel quadro delle operazioni previste all’articolo 4;
      (…)
      Articolo 11
      Gli Stati membri non sottopongono ad alcuna imposizione, sotto qualsiasi forma:
      a) la creazione, l’emissione, l’ammissione in borsa, la messa in circolazione o la negoziazione di azioni, di quote sociali
         o titoli della stessa natura, nonché di certificati di tali titoli, quale che sia il loro emittente;
      
      (…)».
      10.      Nonostante i divieti appena ricordati, l’art. 12 consente agli Stati membri di riscuotere talune specifiche imposte, prevedendo
         quanto segue:
      
      «Articolo 12
      1. Gli Stati membri possono applicare, in deroga alle disposizioni degli articoli 10 e 11:
      a) imposte sui trasferimenti di valori mobiliari, riscosse forfettariamente o no;
      (…)».
      B –    Diritto nazionale
      11.      La disciplina fiscale del Regno Unito che deve essere presa in considerazione qui è contenuta nel Finance Act 1986. Ai sensi
         della sua sezione 87, i trasferimenti di azioni sono soggetti ad una «Stamp Duty Reserve Tax» (SDRT) dello 0,5%, che è dovuta
         in occasione di ciascuna cessione.
      
      12.      Ai sensi della sezione 96 della medesima legge, tuttavia, l’immissione di azioni in un servizio di compensazione comporta
         il pagamento di una SDRT con un’aliquota dell’1,5%. Per contro, i successivi trasferimenti di azioni, fino a quando gli stessi
         avvengono nell’ambito del medesimo servizio di compensazione, non sono tassati in alcun modo.
      
      13.      La sezione 97A del Finance Act 1986, infine, prevede che un servizio di compensazione possa esercitare una «opzione» («election»),
         concludendo un accordo con l’amministrazione fiscale del Regno Unito. L’esercizio dell’opzione comporta in particolare il
         passaggio dal pagamento una tantum di una SDRT all’1,5% al pagamento di una SDRT secondo l’aliquota normale dello 0,5%. Naturalmente,
         in tal caso l’imposta è dovuta per ciascun singolo atto di cessione delle azioni. Al fine di poter esercitare l’opzione, un
         servizio di compensazione è tenuto a disporre di una filiale o di un’agenzia nel Regno Unito o, in alternativa, a nominare
         un proprio «rappresentante fiscale» nel Regno Unito. Il servizio di compensazione deve inoltre conformarsi ad una serie di
         prescrizioni tecniche relative alle modalità per il calcolo, la riscossione e la contabilizzazione della SDRT.
      
      II – Fatti, procedimento principale e questione pregiudiziale
      14.      La banca HSBC è una società per azioni con sede a Londra. Nel giugno 2000 HSBC ha presentato un’offerta pubblica di acquisto
         per tutte le azioni della banca francese Crédit Commercial de France (in prosieguo: «CCF»), le cui azioni erano quotate alla
         Borsa di Parigi. Nella propria offerta HSBC proponeva agli azionisti di CCF, in cambio delle loro azioni, un pagamento in
         contanti o, in alternativa, un pagamento in azioni HSBC. Al fine di rendere più attraente questa seconda possibilità per azionisti
         attivi sul mercato francese, HSBC ha deciso di rendere le proprie azioni negoziabili alla Borsa di Parigi.
      
      15.      All’epoca dei fatti della causa principale, al fine di poter essere quotata alla Borsa di Parigi una società era tenuta ad
         utilizzare SICOVAM, un servizio di compensazione. Di conseguenza, gli azionisti di CCF intenzionati ad accettare l’offerta
         pubblica di acquisto di HSBC potevano scegliere di ricevere azioni di quest’ultima società direttamente attraverso SICOVAM:
         in tal modo, tali azioni avrebbero quindi potuto essere poi vendute alla Borsa di Parigi.
      
      16.      In concreto, le azioni di HSBC cedute attraverso SICOVAM in cambio delle azioni CCF sono state affidate non direttamente a
         SICOVAM, ma alla sua mandataria per il Regno Unito, Vidacos. Tale società è in effetti anche membro del sistema CREST (4): tuttavia, dal momento che nella fattispecie essa ha agito quale mandataria di SICOVAM, le azioni HSBC cedute per mezzo di
         Vidacos (e SICOVAM) sono state tassate, ai sensi della sezione 96 del Finance Act 1986, con l’aliquota dell’1,5%.
      
      17.      Al fine di rendere la sua offerta pubblica di acquisto più appetibile per gli azionisti di CCF, HSBC si era impegnata ad effettuare
         il pagamento dell’imposta (SDRT) dell’1,5% per gli azionisti di CCF i quali avessero optato per ricevere azioni di HSBC attraverso
         SICOVAM. Ciò corrisponde ad una prassi universalmente diffusa, sebbene, sulla base della disciplina nazionale, l’obbligo di
         pagamento dell’imposta ricada tecnicamente sul servizio di compensazione.
      
      18.      Di conseguenza, HSBC ha versato alle autorità fiscali inglesi, nel luglio 2000, oltre GBP 27 milioni, a titolo di pagamento
         della SDRT sulla base dell’aliquota dell’1,5%.
      
      19.      Successivamente, la SDRT all’1,5% è stata altresì pagata per le azioni HSBC ottenute dagli azionisti detentori di azioni tramite
         SICOVAM i quali hanno deciso di ricevere i propri dividendi in azioni.
      
      20.      Con lettera del 18 ottobre 2002, tuttavia, HSBC ha chiesto all’amministrazione fiscale del Regno Unito la restituzione dell’imposta
         pagata. La decisione negativa delle autorità fiscali è stata quindi impugnata di fronte al giudice del rinvio, il quale, dubitando
         della compatibilità della disciplina in materia di SDRT con il diritto comunitario, ha sottoposto alla Corte la seguente questione
         pregiudiziale:
      
      «Se gli artt. 10 o 11 della direttiva del Consiglio 69/335/CEE, come modificata dalla direttiva del Consiglio [85/303/CEE],
         oppure gli artt. 43 CE, 49 CE o 56 CE o qualsivoglia altra disposizione di diritto comunitario ostino alla riscossione, da
         parte di uno Stato membro (in prosieguo: il “primo Stato membro”), di un’imposta dell’1,5% sul trasferimento o sull’emissione
         di azioni in un servizio di compensazione, qualora:
      
      i)      una società (in prosieguo: la “società A”), con sede nel primo Stato membro, lanci un’offerta di acquisto delle azioni quotate
         in borsa di un’altra società (in prosieguo: la “società B”), con sede in un altro Stato membro (in prosieguo: il “secondo
         Stato membro”), offerta in cui la contropartita sia costituita da azioni della società A da emettere sulla borsa del secondo
         Stato membro;
      
      ii)      gli azionisti della società B possano optare per ricevere le nuove azioni della società A:
      a)      in forma cartacea;
      b)      in forma non cartacea tramite un sistema per il trasferimento di azioni (“settlement system”) nel primo Stato membro;
      c)      in forma non cartacea tramite un servizio di compensazione (“clearance service”) nel secondo Stato membro;
      iii)      la normativa del primo Stato membro disponga, sostanzialmente, che:
      a)      in caso di emissione di azioni in forma cartacea (o in forma non cartacea in un apposito sistema per il trasferimento di azioni
         nel primo Stato membro), l’emissione delle azioni non sia soggetta ad alcuna imposta, essendo però ogni successiva cessione
         delle azioni soggetta ad un’imposizione con l’aliquota dello 0,5% del prezzo della cessione;
      
      b)      tuttavia, all’atto della cessione o dell’emissione di azioni in forma non cartacea nei confronti dell’operatore di un servizio
         di compensazione l’imposta venga applicata con l’aliquota dell’1,5% del prezzo di emissione (in caso di emissione di azioni)
         oppure all’aliquota dell’1,5% del prezzo della cessione (in caso di trasferimento delle azioni a titolo oneroso) o, ancora,
         con l’aliquota dell’1,5% del valore delle azioni (in tutti gli altri casi), ma nessuna imposta venga successivamente applicata
         in caso di trasferimento delle azioni (o di diritti sulle azioni medesime) effettuato nell’ambito del servizio di compensazione;
      
      c)      l’operatore di un servizio di compensazione possa optare, previa autorizzazione della competente amministrazione finanziaria,
         per l’applicazione di un sistema in base al quale nessuna imposta viene applicata sul trasferimento o sull’emissione delle
         azioni verso il suo servizio di compensazione, mentre ogni successiva cessione nell’ambito del sistema di compensazione viene
         assoggettata ad imposta con l’aliquota dello 0,5% del prezzo della cessione. L’amministrazione finanziaria competente può
         subordinare (e attualmente subordina) la propria approvazione alla condizione che l’operatore del servizio di compensazione
         che intende esercitare la predetta opzione istituisca e mantenga procedure (idonee secondo l’amministrazione finanziaria)
         ai fini della riscossione dell’imposta nell’ambito del servizio di compensazione e ai fini dell’osservanza, o a garanzia dell’osservanza,
         della normativa applicabile;
      
      iv)      la vigente normativa per la borsa valori del secondo Stato membro esiga che tutte le azioni emesse sul territorio del medesimo
         siano detenute, in forma non cartacea, tramite un unico servizio di compensazione con sede sul territorio dello Stato stesso,
         il cui operatore non abbia esercitato l’opzione precedentemente menzionata».
      
      III – Sulla questione pregiudiziale
      A –    Premessa
      21.      La compatibilità con il diritto comunitario della SDRT all’1,5% deve essere valutata, come del resto indica lo stesso giudice
         del rinvio nella sua questione, sotto un profilo duplice. Da un lato, infatti, è necessario verificare se tale tributo sia
         consentito alla luce della direttiva 69/335, e in particolare dei suoi artt. 10 e 11. Dall’altro, si deve anche verificare
         se l’imposta in questione sia conciliabile con le libertà fondamentali previste dal Trattato in materia di stabilimento, prestazione
         di servizi e circolazione dei capitali. Per ragioni di chiarezza, procederò ad esaminare separatamente i due versanti del
         problema.
      
      22.      Un elemento che mi sembra tuttavia necessario sottolineare, a titolo di premessa, è che tutte le parti concordano sul fatto
         che l’imposta in esame non è un’imposta sui conferimenti ai sensi dell’art. 4 della direttiva 69/335. L’imposta sui conferimenti,
         come si è visto, è stata abolita dal Regno Unito nel 1988.
      
      23.      Inoltre, come è stato anche confermato all’udienza, va tenuto presente che le azioni di HSBC che sono state introdotte in
         SICOVAM per essere cedute quale prezzo delle azioni di CCF costituivano azioni nuove, corrispondenti ad un aumento di capitale.
      
      B –    Sulla compatibilità con la direttiva 69/335
      24.      Gli articoli della direttiva 69/335 che possono porre problemi per l’imposta in esame sono l’art. 10 e l’art. 11. Tali disposizioni,
         che sono rimaste immutate rispetto alla prima versione della direttiva, sono state elaborate principalmente al fine di evitare
         che gli Stati membri potessero introdurre imposte di bollo in aggiunta all’imposta sui conferimenti, o colpire i conferimenti
         con una doppia imposizione.
      
      25.      In particolare, l’art. 10 prevede che soltanto l’imposta sui conferimenti, con esclusione pertanto di ogni altra imposizione,
         possa gravare le operazioni elencate all’art. 4 della direttiva, tra le quali rientra, come si è visto, «l’aumento del capitale
         sociale di una società di capitali mediante conferimento di beni di qualsiasi natura».
      
      26.      Inoltre, ai sensi dell’art. 11 della direttiva, nessuna imposizione (neppure l’imposta sui conferimenti, quindi) può essere
         effettuata su alcune operazioni, tra le quali rientrano, in particolare, «la creazione, l’emissione, l’ammissione in borsa,
         la messa in circolazione o la negoziazione di azioni».
      
      27.      Così, ad esempio, nel caso dell’emissione di azioni nuove, l’emissione in quanto tale non può essere gravata da imposta ai
         sensi dell’art. 11, mentre le somme versate quale corrispettivo delle azioni, ovvero i conferimenti, possono essere tassate
         con l’imposta sui conferimenti, se prevista dallo Stato membro interessato (art. 4), ma non con altre imposizioni (art. 10).
      
      28.      D’altra parte, però, l’art. 12 stabilisce che, «in deroga alle disposizioni degli artt. 10 e 11», gli Stati membri possono
         applicare, tra l’altro, «imposte sui trasferimenti di valori mobiliari» (5).
      
      29.      Nel presente caso, il giudice del rinvio individua un possibile contrasto della normativa del Regno Unito sia con l’art. 10
         che con l’art. 11 della direttiva. Mi sembra tuttavia che, sebbene effettivamente entrambe le disposizioni possano essere
         qui pertinenti, sia più corretto fare riferimento all’art. 11, dal momento che, per il modo in cui è concepita, la SDRT è
         connessa non ad un’operazione di conferimento ma, più in generale, ad operazioni appartenenti al gruppo individuato alla lett. a)
         dell’art. 11 (in questo caso, come si vedrà, in particolare l’emissione di azioni). Del resto, la SDRT si applica indipendentemente
         dal fatto che le azioni che la stessa colpisce siano di nuova emissione oppure no.
      
      30.      Il governo del Regno Unito, che su tale specifico aspetto ottiene altresì l’appoggio della Commissione, considera che la SDRT
         all’1,5% possa essere giustificata quale imposta che colpisce, appunto, i trasferimenti delle azioni, ai sensi dell’art. 12
         della direttiva: sarebbe dunque ammissibile sulla base della stessa norma che autorizza la SDRT allo 0,5% sui trasferimenti
         che avvengono senza passare per un servizio di compensazione.
      
      31.      Le differenze tra la SDRT all’1,5% e quella allo 0,5% sono però considerevoli. Più ancora che la diversa aliquota, ciò che
         le differenzia è il fatto che, mentre la SDRT allo 0,5% è riscossa su ogni singolo trasferimento dei titoli, quella all’1,5%
         è dovuta nel momento in cui il titolo viene immesso nel servizio di compensazione, mentre i successivi trasferimenti di proprietà
         delle azioni, fino a quando le stesse restano all’interno del servizio di compensazione, sono esenti da imposte.
      
      32.      Al fine di ricondurre la SDRT all’1,5% al modello di «imposta sui trasferimenti» ai sensi dell’art. 12 della direttiva, il
         Regno Unito sostiene che la SDRT all’1,5% sarebbe un’imposta sui trasferimenti in forma di «biglietto stagionale» («season
         ticket»). Poiché seguire i trasferimenti dei titoli una volta che questi sono stati inseriti in un servizio di compensazione
         sarebbe problematico per le autorità fiscali inglesi, un’imposizione forfettaria all’1,5%, calcolata sulla base del numero
         presuntivo di tre cessioni dei titoli all’interno del servizio di compensazione, rappresenterebbe un compromesso adeguato.
         In altri termini, la SDRT all’1,5% sarebbe semplicemente un tributo riscosso in anticipo sui futuri trasferimenti delle azioni.
         D’altra parte, il Regno Unito osserva che i servizi di compensazione hanno pur sempre la possibilità di esercitare l’opzione
         prevista ai sensi della sezione 97A del Finance Act, che rende applicabile il meccanismo «normale» della SDRT allo 0,5% dovuta
         su ciascuna transazione.
      
      33.      La posizione sostenuta dal Regno Unito non mi sembra accettabile, per le ragioni che seguono.
      
      34.      In primo luogo, la SDRT all’1,5% deve essere pagata da un unico soggetto, il quale, nella prassi, è quello che emette e/o
         cede le azioni, sebbene tecnicamente il soggetto passivo dell’imposta sia il servizio di compensazione stesso. Nel caso in
         esame, dunque, l’imposta è stata pagata integralmente da HSBC. Per contro, nel sistema «normale» della SDRT, l’imposta viene
         pagata, in occasione di ciascuna cessione dei titoli, da parte di un soggetto diverso, cioè da colui che di volta in volta
         vende le azioni. In altri termini, nel caso di immissione di azioni in un servizio di compensazione un solo soggetto sarebbe
         tenuto a pagare (all’1,5%) un’imposta che, nel sistema «normale», è invece suddivisa tra vari soggetti, ciascuno dei quali
         paga lo 0,5%.
      
      35.      In secondo luogo, la SDRT «speciale» all’1,5% dovuta al momento dell’introduzione dei titoli nel servizio di compensazione
         viene calcolata e quindi pagata sulla base del valore che i titoli stessi hanno al momento in cui sono introdotti nel sistema.
         Ciò anche qualora, in ipotesi, gli stessi siano successivamente ceduti, rimanendo all’interno del servizio di compensazione,
         sulla base di un valore maggiore o minore. È evidente che invece, nel caso di SDRT riscossa su ciascuna singola operazione,
         l’imposta viene calcolata sulla base del valore che il titolo possiede nel momento in cui è ceduto.
      
      36.      In terzo luogo, non è chiaro per quale ragione l’aliquota della SDRT dovuta al momento dell’introduzione delle azioni in un
         servizio di compensazione debba essere pari all’1,5%, ovvero al triplo dell’aliquota dovuta, nel sistema «normale», in occasione
         di ciascun trasferimento dei titoli. Il Regno Unito sostiene che l’aliquota è stata determinata ipotizzando una media di tre
         trasferimenti dei titoli che si realizzerebbero una volta che le azioni sono state introdotte all’interno di un servizio di
         compensazione. Non viene tuttavia indicato sulla base di quali elementi sia stato effettuato il calcolo, e per quale ragione
         dunque un’aliquota dell’1,5% sia apparsa più adeguata, ad esempio, di una all’1% o al 2%. Ciò tanto più che, stando alla decisione
         di rinvio, oltre il 40% delle azioni di HSBC immesse in SICOVAM sono state ritirate da tale servizio di compensazione entro
         due settimane, al fine di essere vendute alla Borsa di Londra, con conseguente successiva applicazione della SDRT allo 0,5%
         su ciascuna transazione. In altri termini, la determinazione della SDRT all’1,5% appare in una qualche misura arbitraria (6).
      
      37.      Infine, va anche osservato che, qualora le cessioni dei titoli successive alla prima dovessero avvenire all’esterno del Regno
         Unito, il che è verosimile, considerando che i titoli stessi sono stati introdotti in un servizio di compensazione probabilmente
         per facilitarne la circolazione all’estero, la SDRT all’1,5% costituirebbe l’anticipo di imposte su trasferimenti rispetto
         ai quali la competenza impositiva del Regno Unito non sarebbe affatto certa.
      
      38.      Già queste osservazioni, mi sembra, sono sufficienti per escludere la ricostruzione della SDRT all’1,5% quale «anticipo» di
         imposta sui futuri trasferimenti dei titoli. Infatti, anche a prescindere dalla questione dell’aliquota dell’imposta, rimane
         il fatto che non è possibile considerare quale pagamento anticipato di un tributo il pagamento di una somma calcolata su una
         diversa base imponibile e, soprattutto, dovuta da un diverso soggetto passivo. Ed è ben noto che, secondo una costante giurisprudenza della Corte, la qualificazione di un tributo ai sensi del diritto
         comunitario deve essere compiuta sulla base delle caratteristiche oggettive del tributo stesso, indipendentemente dal modo
         in cui esso è qualificato nell’ordinamento nazionale (7).
      
      39.      In ogni caso, qualora l’introduzione di azioni all’interno di un servizio di compensazione costituisca la prima operazione
         compiuta sulle azioni stesse dopo che queste sono state emesse, come qui, si deve osservare che, per applicare un’imposta
         giustificabile ai sensi dell’art. 12 della direttiva, evitando il divieto di cui all’art. 11 della stessa, è necessario ritenere
         separate, da un punto di vista giuridico, l’emissione dei titoli (non tassabile, ai sensi dell’art. 11 della direttiva) e
         la prima cessione degli stessi. Tale prima cessione, che sarebbe qui l’introduzione nel servizio di compensazione, potrebbe
         dunque essere tassabile sulla base dell’art. 12 della direttiva.
      
      40.      Ebbene, per quanto tale separazione dell’emissione dalla prima cessione delle azioni sia concettualmente possibile, la Corte
         ha esplicitamente negato tale possibilità nella sentenza che ha pronunciato il 15 luglio 2004 nella causa Commissione/Belgio (8). In particolare, al punto 33 di tale decisione è stato affermato che «l’effetto utile dell’art. 11, lett. a), della direttiva
         69/335 implica quindi che l’“emissione”, ai sensi di detta disposizione, debba includere il primo acquisto di titoli effettuato
         nel quadro dell’emissione degli stessi». Infatti, come osservato dall’avvocato generale Tizzano nelle sue conclusioni (9) e ribadito dalla Corte al punto 32 della sentenza, «autorizzare la riscossione di un’imposta o di una tassa sul primo acquisto
         di un titolo di nuova emissione equivarrebbe in realtà ad una tassazione dell’emissione stessa di tale titolo, in quanto essa
         costituisce parte integrante di un’operazione globale relativa alla raccolta di capitali. Infatti, un’emissione di titoli
         non è fine a se stessa ma acquisisce senso solo dal momento in cui tali titoli trovano acquirenti».
      
      41.      Tra l’altro, la Corte ha anche chiaramente affermato la necessità di interpretare l’art. 12 della direttiva, in quanto norma
         di eccezione, in modo restrittivo (10), nonché la natura esaustiva delle eccezioni che tale articolo prevede (11).
      
      42.      Ritengo di conseguenza che la SDRT all’1,5% non possa essere considerata, quando colpisce la prima operazione di trasferimento
         di azioni di nuova emissione, un’imposta sui trasferimenti ai sensi dell’art. 12 della direttiva, e che pertanto la stessa
         rappresenti un’imposta sull’emissione di azioni, vietata ai sensi dell’art. 11 della direttiva.
      
      43.      Non considero nemmeno necessario, nel presente contesto, occuparsi della natura dell’art. 12 della direttiva quale norma di
         deroga o, invece, di limitazione rispetto alle fattispecie previste dagli artt. 10 e 11 della stessa: tale profilo, per quanto
         interessante e forse ancora bisognoso di chiarimenti, non è infatti rilevante qui (12).
      
      44.      Non può essere neppure accolto l’argomento, che il Regno Unito sembra presentare in subordine per il caso in cui la Corte
         dovesse ritenere applicabile al presente caso la ricordata giurisprudenza Commissione/Belgio, secondo il quale si dovrebbe
         allora interpretare la SDRT all’1,5% come un anticipo dell’imposta sui trasferimenti futuri, successivi al primo ingresso
         delle azioni nel servizio di compensazione. Da un lato, infatti, tale ricostruzione appare del tutto artificiale, dal momento
         che l’imposta è chiaramente riscossa in connessione con l’introduzione delle azioni nel servizio di compensazione. Dall’altro
         lato, inoltre, una situazione di questo tipo metterebbe ancora più in evidenza i problemi che ho indicato più sopra e, in
         particolare, finirebbe quindi per far pagare un’imposta calcolata sulla base di tre presuntive transazioni ad un soggetto
         che, a questo punto, non sarebbe più parte nemmeno della prima di queste tre.
      
      45.      Peraltro, anche qualora le azioni introdotte nel servizio di compensazione non fossero di nuova emissione, la giustificazione
         della SDRT all’1,5% sulla base dell’art. 12 della direttiva difficilmente potrebbe, mi sembra, essere accettata. Infatti,
         del tutto indipendentemente dal divieto di tassare la prima cessione delle azioni successiva alla loro emissione, divieto
         che non sarebbe in tal caso applicabile, rimarrebbero tuttavia valide le obiezioni che ho formulato più sopra relativamente
         alla difficoltà di accettare l’approccio del «biglietto stagionale». Anche in tal caso, infatti, un unico soggetto sarebbe
         chiamato a pagare un’imposta la quale sarebbe, in linea di principio (vale a dire nel sistema «normale»), a carico di altri
         soggetti, sui quali il primo non ha la possibilità di rivalersi. Inoltre, anche in tal caso l’imposta sarebbe calcolata sulla
         base di un valore delle azioni che potrebbe essere molto diverso da quello effettivo posseduto dalle stesse più tardi, nel
         momento in cui normalmente l’imposta sarebbe dovuta. In altri termini, anche qui mi pare impossibile accettare la ricostruzione
         dell’imposta quale anticipo, calcolato forfettariamente, del tributo che dovrebbe essere pagato sui futuri trasferimenti.
      
      46.      L’unica differenza rispetto al caso delle azioni di nuova emissione consisterebbe nel fatto che, nel caso di azioni già esistenti,
         nel sistema della SDRT «normale» sarebbe dovuta un’imposta dello 0,5%. Come si è visto, invece, nel caso di prima emissione
         di azioni la SDRT «normale» non è dovuta: di conseguenza, nel caso di azioni già esistenti l’aggravio di imposta sarebbe,
         in concreto, dell’1% e non dell’1,5%.
      
      47.      Rispetto alla cessione di azioni già esistenti, il solo interrogativo che ci si potrebbe porre riguarderebbe l’applicabilità
         a tale operazione, in linea di principio, del divieto di tassazione di cui all’art. 11 della direttiva, nella parte in cui
         esso stabilisce che è vietato tassare «la creazione, l’emissione, l’ammissione in borsa, la messa in circolazione o la negoziazione
         di azioni». Tuttavia, mi sembra che nella giurisprudenza della Corte si possa trovare una chiara indicazione in tal senso (13).
      
      48.      Ritengo dunque, concludendo questa parte della mia analisi, che il meccanismo della SDRT all’1,5% non possa essere considerato
         compatibile con la direttiva 69/335. Ciò vale in modo particolare per il caso in cui l’introduzione delle azioni nel servizio
         di compensazione avvenga immediatamente dopo la loro emissione, come si è verificato nella presente vicenda; tuttavia, come
         si è visto, considero il ragionamento di fondo applicabile anche al caso di cessione di azioni già esistenti. Infatti, in
         nessun modo è possibile considerare la SDRT all’1,5% quale anticipo dell’imposta sui trasferimenti futuri ai sensi dell’art. 12
         della direttiva.
      
      49.      Le considerazioni fin qui svolte sono sufficienti per rispondere agli interrogativi sollevati dal giudice del rinvio. Tuttavia,
         a scopo di completezza, in particolare per il caso in cui la Corte non dovesse condividere la mia interpretazione della direttiva,
         svolgerò ora un breve esame della questione alla luce del diritto primario.
      
      C –    Sulla compatibilità con le libertà fondamentali
      50.      Si deve dunque ora verificare se un’imposta sui trasferimenti di titoli azionari, ammessa in principio dall’art. 12 della
         direttiva, possa legittimamente essere riscossa in modi diversi, come avviene nel caso della SDRT, a seconda che il trasferimento
         avvenga verso un servizio di compensazione oppure no (14). In particolare, è necessario chiedersi se la differenza oggettiva che caratterizza una transazione «ordinaria» e una transazione
         verso un servizio di compensazione sia tale da giustificare le differenze previste dal sistema del Regno Unito, quali il pagamento
         «una tantum» di un’aliquota superiore e l’imposizione dell’intero tributo a carico di un unico soggetto. Si dovrà infine verificare
         se, in ogni caso, la possibilità riconosciuta ai servizi di compensazione di esercitare l’opzione ai sensi della sezione 97A
         del Finance Act 1986 sia comunque sufficiente a dissipare eventuali dubbi di compatibilità con la normativa comunitaria.
      
      1.      Sulla compatibilità con le norme del Trattato
      51.      Nell’ambito della presente causa, le parti hanno considerato possibili problemi di compatibilità della normativa nazionale
         in esame con tre diverse disposizioni del diritto primario: si tratta, specificamente, dell’art. 43 CE, che consacra la libertà
         di stabilimento, dell’art. 49 CE, relativo alla libera prestazione di servizi, e, infine, dell’art. 56 CE, sulla libera circolazione
         dei capitali.
      
      52.      Per quanto concerne la libertà di stabilimento, HSBC sostiene che l’offerta pubblica di acquisto per le azioni CCF ha rappresentato
         la concretizzazione, da parte di HSBC, della volontà di creare una sede stabile in Francia: di conseguenza, l’applicazione
         della SDRT all’1,5% costituirebbe una limitazione a tale diritto fondamentale.
      
      53.      Relativamente alla libera prestazione dei servizi, invece, ad essere ingiustificatamente limitato dalla normativa tributaria
         britannica sarebbe il diritto di SICOVAM di fornire i suoi servizi sul territorio del Regno Unito.
      
      54.      Quanto infine alla libera circolazione dei capitali, HSBC sostiene che le relative disposizioni del Trattato sarebbero violate
         dalle norme tributarie britanniche in quanto queste ultime costituirebbero una restrizione dell’accesso alla Borsa di Parigi,
         ai fini del quale era necessario passare attraverso SICOVAM.
      
      55.      Osservo innanzitutto che, a mio avviso, le disposizioni sulla libera prestazione dei servizi non sono qui pertinenti. Va infatti
         tenuto conto del fatto che, come si è osservato più sopra, in concreto la SDRT all’1,5% è pagata non dal servizio di compensazione,
         che pure sarebbe tecnicamente il soggetto passivo dell’imposta, ma da chi introduce le azioni nel servizio stesso (in questo
         caso HSBC). Di conseguenza, in pratica il tributo in esame tocca solo in modo del tutto indiretto gli interessi dei prestatori
         di servizi, vale a dire i servizi di compensazione. Inoltre, il fatto che SICOVAM disponesse di uno stabile punto di riferimento
         nel territorio del Regno Unito, cioè Vidacos, sembra riconnettere la situazione su cui deve pronunciarsi il giudice nazionale,
         più che alla libera prestazione di servizi, alla libertà di stabilimento (15). Si può peraltro anche rilevare, a margine, che lo stesso primo ‘considerando’ della direttiva 69/335 richiama esplicitamente,
         delle libertà fondamentali, soltanto la libera circolazione dei capitali.
      
      56.      Ritengo di conseguenza che l’esame della SDRT alla luce del diritto primario debba essere svolto facendo riferimento soltanto
         alla libertà di stabilimento e alla libera circolazione dei capitali. La Corte ha già avuto modo di esaminare in modo congiunto
         la compatibilità di disposizioni nazionali con entrambe le predette libertà (16).
      
      57.      È vero che, secondo la giurisprudenza, l’acquisizione di quote di una società avente la propria sede sociale in un altro Stato
         membro, con la conseguenza di garantire agli acquirenti una sicura influenza sulle decisioni e sulla gestione della società,
         può rientrare nell’ambito applicativo delle disposizioni del Trattato relative alla libertà di stabilimento (17). Nel presente caso, tuttavia, l’eventuale restrizione alla libertà di stabilimento sarebbe una conseguenza diretta di ostacoli
         opposti alla libera circolazione dei capitali. Di conseguenza va innanzitutto esaminato il profilo della restrizione alla
         libera circolazione dei capitali: nel caso in cui sia accertata l’esistenza di un’incompatibilità con quest’ultima libertà
         fondamentale non sarà neppure necessario considerare il profilo relativo alla libertà di stabilimento (18).
      
      58.      Non vi sono dubbi sul fatto che le operazioni finanziarie oggetto della causa principale rientrino, in via generale, nell’ambito
         applicativo della libera circolazione dei capitali. Come è noto, il Trattato non definisce i movimenti di capitale, ma la
         Corte ha spesso utilizzato, a titolo indicativo, la nomenclatura allegata alla direttiva 88/361 (19), nella quale indiscutibilmente rientrano le attività legate alla compravendita di azioni.
      
      59.      Appare innegabile che la disciplina britannica in esame, e specificamente l’applicazione di una SDRT all’1,5% in occasione
         dell’introduzione di titoli azionari in un servizio di compensazione, costituisce una restrizione alla libera circolazione
         dei capitali che ricade, in linea di principio, nel divieto di cui all’art. 56 CE.
      
      60.      In primo luogo, infatti, la Corte ha precisato che una normativa nazionale si pone in contrasto con l’art. 56 CE, senza bisogno
         di verificare se la stessa abbia natura discriminatoria, per il solo fatto di dissuadere gli investimenti provenienti da altri
         Stati membri (20). Inoltre, è stato altresì chiaramente stabilito che costituiscono restrizioni vietate non solo quelle che sono idonee a dissuadere
         i non residenti dal fare investimenti in uno Stato membro, ma anche quelle che possono dissuadere i residenti del detto Stato
         membro dal farne in altri Stati (21).
      
      61.      Poiché, come chiaramente indicato nell’ordinanza di rinvio, i servizi di compensazione sono pressoché sconosciuti nel Regno
         Unito, ma assai diffusi nell’Europa continentale, e ivi in taluni casi detentori di un vero e proprio monopolio relativamente
         agli scambi di borsa, non vi sono dubbi sul fatto che la disciplina britannica in esame può scoraggiare la libera circolazione
         dei capitali.
      
      2.      Sulla possibilità di giustificare la restrizione
      62.      Appurato che le disposizioni nazionali in esame ricadono nel divieto di ostacolare la libera circolazione dei capitali ai
         sensi dell’art. 56 CE, è necessario verificare se le stesse possano tuttavia essere giustificate, in particolare alla luce
         dell’art. 58 CE. Va in proposito tenuto presente il costante insegnamento della Corte secondo il quale, per poter essere giustificata,
         una normativa nazionale deve essere idonea a garantire il conseguimento dello scopo perseguito e non andare al di là di quanto
         necessario per il raggiungimento di quest’ultimo, nel rispetto del principio di proporzionalità (22).
      
      63.      L’esistenza di possibili giustificazioni alla base delle restrizioni imposte dalla normativa britannica è stata tuttavia oggetto,
         nella presente causa, di una discussione estremamente limitata. Infatti, se si esclude l’affermazione del Regno Unito secondo
         il quale la SDRT all’1,5% sarebbe giustificata dalla necessità di garantire un’effettiva vigilanza nel settore tributario,
         per il resto le parti si sono concentrate essenzialmente sulle caratteristiche dell’opzione che un servizio di compensazione
         può esercitare ai sensi della sezione 97A del Finance Act 1986.
      
      64.      Si deve però osservare che, di per sé, l’esistenza dell’opzione non ha nulla a che vedere con la possibilità di giustificare
         la restrizione alla libera circolazione dei capitali. Da un punto di vista logico, infatti, ciò che ci si deve chiedere, relativamente
         all’opzione, è se la sua esistenza possa, qualora il regime dell’opzione sia conforme al diritto comunitario, neutralizzare
         l’eventuale illegittimità della normativa nazionale ai sensi dell’art. 56 CE: in ogni caso, tuttavia, la questione va tenuta
         separata da quella delle possibili giustificazioni della restrizione alla libera circolazione dei capitali. Mi occuperò dell’opzione
         prevista dalla sezione 97A nell’ultima parte delle presenti conclusioni.
      
      65.      Il Regno Unito sostiene dunque che il regime fiscale differenziato previsto per il caso in cui talune azioni siano introdotte
         in un servizio di compensazione sarebbe giustificato dalla necessità di garantire un’effettiva vigilanza nel settore fiscale.
      
      66.      Tale giustificazione non può, a mio avviso, essere accolta. Da un lato, infatti, il Regno Unito non indica per quali ragioni
         una misura così drastica sarebbe l’unica in grado di assicurare l’effettivo pagamento delle imposte dovute, e per quali motivi
         nessun altro meccanismo meno oneroso potrebbe realizzare i medesimi obiettivi.
      
      67.      D’altro lato tuttavia, indipendentemente dalla disponibilità o meno di sistemi meno restrittivi per garantire il pagamento
         delle imposte, mi sembra che possano essere riproposte qui le medesime osservazioni che ho svolto più sopra, nell’ambito dell’analisi
         della compatibilità con la direttiva 69/335, relativamente al fatto che la SDRT all’1,5% non può, per la sua stessa natura,
         essere considerata un’anticipazione dell’imposta dovuta sui futuri trasferimenti di proprietà dei titoli. Ciò, in particolare,
         poiché si tratta di un tributo che deve essere pagato da un soggetto diverso rispetto a coloro che sono tenuti al pagamento
         della «normale» imposta sui trasferimenti: ma anche gli altri profili problematici rilevati in precedenza si ripropongono
         qui (23). In altri termini, l’esigenza di garantire la vigilanza fiscale non giustifica il fatto di far pagare il tributo ad un soggetto
         diverso da quello che normalmente deve pagarlo.
      
      68.      Ritengo, di conseguenza, che la SDRT all’1,5% contrasti altresì con l’art. 56 CE.
      
      3.      Il diritto di opzione esclude l’esistenza di una discriminazione?
      69.      L’ultima questione che ci si deve porre, a questo punto, consiste nel determinare se l’esistenza della possibilità di opzione,
         ai sensi della sezione 97A del Finance Act, consenta di «neutralizzare» la contrarietà alla direttiva 69/335 e al Trattato
         del meccanismo della SDRT all’1,5%. In altri termini, e più in generale, ci si deve chiedere se, in presenza di una normativa
         contrastante con il diritto comunitario, la possibilità di esercitare un’opzione che rende applicabile una diversa normativa,
         che si presuppone conforme al diritto comunitario, esclude in generale l’esistenza di una illegittimità.
      
      70.      Le parti hanno dedicato alla discussione della possibilità di opzione una parte considerevole delle proprie osservazioni,
         tanto scritte che orali. In particolare, sia HSBC che la Commissione ritengono che le condizioni richieste dalla normativa
         britannica per l’esercizio dell’opzione siano eccessivamente e inutilmente onerose, e di conseguenza sproporzionate. Da parte
         sua, invece, il Regno Unito afferma che tali condizioni corrispondono a quelle richieste ai soggetti che normalmente si occupano
         di trasferire azioni nel mercato britannico, e che sono indispensabili al fine di garantire una corretta riscossione della
         SDRT allo 0,5% su ciascun trasferimento dei titoli.
      
      71.      Ritengo tuttavia che l’esame dettagliato dei requisiti imposti per l’esercizio dell’opzione e della loro proporzionalità non
         sia in realtà in questa sede necessario. Si deve infatti osservare che il meccanismo dell’opzione, vale a dire quello ipoteticamente
         più rispettoso del diritto comunitario, costituisce, appunto, una «opzione». In altri termini, l’applicazione dello stesso
         richiede un intervento attivo e, in mancanza di questo, viene applicata una disciplina contrastante con il diritto comunitario.
         Soprattutto, come ho già osservato più sopra, il diritto di esercitare l’opzione è riconosciuto non al soggetto che potrebbe
         avere maggior interesse a farlo, cioè a colui che cede titoli azionari, ma ai servizi di compensazione, i quali, nella prassi,
         non pagano comunque la SDRT. Tra l’altro, vi sono casi, come il presente, in cui un servizio di compensazione gode, nel proprio
         paese di origine, di una situazione di monopolio legale: cosicché, in ultima analisi, tale servizio non ha davvero alcun incentivo
         per esercitare l’opzione.
      
      72.      La situazione sarebbe diversa se il meccanismo che consente il pagamento della SDRT allo 0,5% anche nel caso di azioni introdotte
         in servizi di compensazione fosse, anziché l’oggetto di un’opzione, il sistema normalmente applicato. In tal caso, infatti,
         sarebbe necessario semplicemente interrogarsi sulla sufficienza e sulla proporzionalità dei requisiti imposti dal punto di
         vista tecnico al servizio di compensazione stesso: qualora tali requisiti non fossero sproporzionati, il sistema risulterebbe
         compatibile con il diritto comunitario.
      
      73.      Nel presente caso tuttavia, in considerazione delle circostanze concrete della vicenda, un esame dettagliato dei requisiti
         per l’esercizio dell’opzione appare superfluo.
      
      IV – Conclusioni
      74.      Alla luce delle considerazioni svolte, propongo alla Corte di risolvere la questione pregiudiziale proposta dagli Special
         Commissioners nei termini seguenti:
      
      L’art. 11 della direttiva del Consiglio 17 luglio 1969, 69/335/CEE, concernente le imposte indirette sulla raccolta di capitali,
         osta ad una disciplina fiscale, come quella in esame nella presente causa, in cui l’emissione di azioni in un servizio di
         compensazione dà luogo, in sostituzione dell’imposta sui trasferimenti dello 0,5% normalmente applicata nell’ordinamento nazionale,
         ad un’imposta una tantum dell’1,5%.
      
      1 –	Lingua originale: l'italiano.
      
      2 –	Direttiva del Consiglio 17 luglio 1969, 69/335/CEE, concernente le imposte indirette sulla raccolta di capitali (GU L 249,
         pag. 25).
      
      3 –	IV/COM(64) 526 def.
      
      4 –	CREST, come risulta dalla decisione di rinvio, è il servizio che gestisce gli scambi azionari nel Regno Unito. Non si tratta
         di un servizio di compensazione («clearance service»), ma di un sistema per il trasferimento di azioni («settlement system»),
         in cui la titolarità delle azioni è visibile anche all’esterno, in particolare in quanto è annotata nei registri della società.
         Nei servizi di compensazione, per contro, la titolarità delle azioni risulta soltanto dai registri interni del servizio.
      
      5 –	È noto che, in alcune versioni linguistiche della direttiva, in particolare quella tedesca e quella danese, l’art. 12 limita
         l’eccezione alle sole operazioni di borsa, e non in generale a tutte le operazioni di trasferimento di titoli. La Corte ha
         tuttavia affermato la necessità di un’interpretazione uniforme dell’art. 12, conformemente alla maggioranza delle versioni
         linguistiche, riconoscendo pertanto l'applicabilità dell'eccezione a tutte le imposte che riguardano il trasferimento di valori
         mobiliari. V. sentenza 17 dicembre 1998, causa C‑236/97, Codan (Racc. pag. I‑8679, punti 22-30). La nuova direttiva del Consiglio
         12 febbraio 2008, 2008/7/CE, concernente le imposte indirette sulla raccolta di capitali (GU L 46, pag. 11), la quale ha sostituito
         la direttiva 69/335 a partire dal 1° gennaio 2009, sembra ora aver definitivamente appianato la questione (cfr. art. 6 della
         stessa).
      
      6 –	Va da sé che il fatto che in taluni casi tale tassazione possa essere più favorevole per i contribuenti potenzialmente
         interessati è del tutto irrilevante: cfr., ad esempio, sentenze 14 dicembre 2000, causa C‑141/99, AMID (Racc. pag. I‑11619,
         punto 27), e 22 marzo 2007, causa C‑383/05, Talotta (Racc. pag. I‑2555, punto 31).
      
      7 –	V., ad esempio, sentenze 19 marzo 2002, causa C‑426/98, Commissione/Grecia (Racc. pag. I‑2793, punto 23 e giurisprudenza
         ivi citata), e 30 marzo 2006, causa C‑46/04, Aro Tubi Trafilerie (Racc. pag. I‑3009, punto 26).
      
      8 –	Causa C‑415/02 (Racc. pag. I‑7215).
      
      9 –	Presentate il 15 gennaio 2004 (v., in particolare, i paragrafi 39‑41).
      
      10 –	Sentenza Commissione/Belgio (cit. alla nota 8), punto 37.
      
      11 –	Sentenze 2 febbraio 1988, causa 36/86, Dansk Sparinvest (Racc. pag. 409, punto 9), e 20 aprile 1993, cause riunite C‑71/91
         e C‑178/91, Ponente Carni e Cispadana Costruzioni (Racc. pag. I‑1915, punto 24).
      
      12 –	Su tale aspetto ha insistito in modo particolare HSBC, i cui argomenti non mi sembrano tuttavia determinanti. V., per una
         discussione della questione, le conclusioni presentate dagli avvocati generali Geelhoed il 16 giugno 2005 (paragrafi 26‑30)
         e Trstenjak l’8 marzo 2007 (paragrafi 54‑58) nella causa C‑466/03, Albert Reiss Beteiligungsgesellschaft (decisa con sentenza
         28 giugno 2007, Racc. pag. I‑5357). Il punto 58 dell’appena citata sentenza potrebbe essere in effetti utilizzato quale argomento
         per un'interpretazione dell’art. 12 quale limitazione, e non quale deroga. Tale interpretazione potrebbe essere altresì rafforzata
         osservando che, nell’art. 6 della nuova direttiva 2008/7, in molte versioni linguistiche, anche se non in quella italiana,
         è scomparsa l'esplicita affermazione di una «deroga». È vero però che, ad esempio, nella sentenza 7 settembre 2006, causa
         C‑193/04, Organon Portuguesa (Racc. pag. I‑7271, punto 20), la Corte ha chiaramente fatto propria l’idea dell’art. 12 della
         direttiva 69/335 quale deroga agli artt. 10 e 11.
      
      13 –	V. sentenza Organon Portuguesa, cit. alla nota 12. Cfr., in particolare, i punti 18‑20 della decisione, in cui la Corte
         ritiene coperti dal divieto di cui all’art. 11, in linea di principio, gli emolumenti notarili previsti per il caso di cessione
         di azioni (non di nuova emissione). Specificamente, il punto 19 si regge sull'idea che qualunque cessione di azioni, in generale,
         ricade nell’art. 11. V. anche, per analogia, sentenza 27 ottobre 1998, cause riunite C‑31/97 e C‑32/97, Fuerzas Eléctricas
         de Catalunya (Racc. pag. I‑6491, punti 17‑18), in cui la Corte ha considerato vietata dall’art. 11, lett. b), della direttiva
         la tassazione del rimborso di un prestito.
      
      14 –	Come ho indicato più sopra, la presente analisi della compatibilità della disciplina britannica con il diritto comunitario
         primario è fondata sulla premessa della sua compatibilità con la direttiva 69/335: ciò sebbene, come indicato, io non condivida
         tale punto di partenza.
      
      15 –	Né va dimenticato che l’art. 50 CE, nel definire i servizi, limita la categoria alle attività che non siano già «regolate
         dalle disposizioni relative alla libera circolazione delle merci, dei capitali e delle persone».
      
      16 –	Sentenza 1° giugno 1999, causa C‑302/97, Konle (Racc. pag. I‑3099, punto 22).
      
      17 –	Sentenza 6 dicembre 2007, causa C‑298/05, Columbus Container Services (Racc. pag. I‑10451, punti 29‑30).
      
      18 –	Cfr. sentenze 4 giugno 2002, causa C‑367/98, Commissione/Portogallo (Racc. pag. I‑4731, punto 56), e Konle (cit. alla nota 16),
         punto 55.
      
      19 –	Direttiva del Consiglio 24 giugno 1988, 88/361/CEE, per l'attuazione dell’art. 67 del Trattato (GU L 178, pag. 5). Per
         quanto riguarda l'uso di tale direttiva da parte della Corte al fine di definire l'ambito di applicazione della libera circolazione
         dei capitali, v., ad esempio, sentenze 16 marzo 1999, causa C‑222/97, Trummer e Mayer (Racc. pag. I‑1661, punto 21), e Commissione/Portogallo
         (cit. alla nota 18), punto 37.
      
      20 –	Sentenza Commissione/Portogallo (cit. alla nota 18), punto 45 e giurisprudenza ivi citata.
      
      21 –	Sentenza 23 febbraio 2006, causa C‑513/03, van Hilten-van der Heijden (Racc. pag. I‑1957, punto 44 e giurisprudenza ivi
         citata).
      
      22 –	Sentenze 14 dicembre 1995, cause riunite C‑163/94, C‑165/94 e C‑250/94, Sanz de Lera e a. (Racc. pag. I‑4821, punto 23);
         14 marzo 2000, causa C‑54/99, Église de scientologie (Racc. pag. I‑1335, punto 18), e Commissione/Portogallo (cit. alla nota 18),
         punto 49. V. anche, più in generale, sentenza 30 novembre 1995, causa C‑55/94, Gebhard (Racc. pag. I‑4165, punto 37).
      
      23 –	Cfr. supra, paragrafi 32‑41.