CELEX: 62005CJ0101
Language: it
Date: 2007-12-18 00:00:00
Title: Sentenza della Corte (grande sezione) del 18 dicembre 2007.#Skatteverket contro A.#Domanda di pronuncia pregiudiziale: Regeringsrätten - Svezia.#Libera circolazione dei capitali - Restrizione ai movimenti di capitali tra gli Stati membri e i paesi terzi - Imposta sui redditi da capitale - Dividendi percepiti da una società stabilita in uno Stato membro del SEE - Esenzione - Dividendi percepiti da una società stabilita in un paese terzo - Esenzione subordinata all’esistenza di una convenzione fiscale che preveda uno scambio di informazioni - Efficacia dei controlli fiscali.#Causa C-101/05.

Causa C‑101/05
      Skatteverket
      contro
      A
      (domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Regeringsrätten)
      «Libera circolazione dei capitali — Restrizione ai movimenti di capitali tra gli Stati membri e i paesi terzi — Imposta sui redditi da capitale — Dividendi percepiti da una società stabilita in uno Stato membro del SEE — Esenzione — Dividendi percepiti da una società stabilita in un paese terzo — Esenzione subordinata all’esistenza di una convenzione fiscale che preveda uno scambio di informazioni — Efficacia dei controlli fiscali»
      Conclusioni dell’avvocato generale Y. Bot, presentate l’11 settembre 2007 
      Sentenza della Corte (Grande Sezione) 18 dicembre 2007 
      Massime della sentenza
      1.     Libera circolazione dei capitali — Disposizioni del Trattato 
      (Artt. 56, n. 1, CE, 57, n. 1, CE e 58 CE)
      2.     Libera circolazione dei capitali — Restrizioni 
      (Art. 56, n. 1, CE)
      3.     Libera circolazione dei capitali — Restrizioni ai movimenti di capitali diretti a paesi terzi o in provenienza da essi 
      (Art. 57, n. 1, CE)
      4.     Libera circolazione dei capitali — Restrizioni — Normativa tributaria — Imposte sul reddito 
      (Artt. 56 CE e 58 CE)
      1.     Per quanto riguarda i movimenti di capitali tra gli Stati membri e i paesi terzi, l’art. 56, n. 1, CE, in combinato disposto
         con gli artt. 57 CE e 58 CE, può essere invocato dinanzi al giudice nazionale e comportare l’inapplicabilità delle norme nazionali
         con esso contrastanti, indipendentemente dalla categoria di movimenti di capitali controversi. Infatti, l’art. 56, n. 1, CE
         ha effetto diretto, senza che si debba operare una distinzione tra le categorie di movimenti di capitali che rientrano nell’ambito
         di applicazione dell’art. 57, n. 1, CE e quelle che non vi rientrano, dal momento che l’eccezione prevista da quest’ultima
         disposizione non osta a che l’art. 56, n. 1, CE attribuisca ai singoli diritti che essi possono far valere in giudizio.
      
      (v. punti 26-27)
      2.     La nozione di restrizione ai movimenti di capitali deve essere interpretata allo stesso modo nei rapporti tra gli Stati membri
         e i paesi terzi e in quelli tra Stati membri. Infatti, anche se la liberalizzazione dei movimenti di capitali con i paesi
         terzi può certamente perseguire obiettivi diversi da quello di realizzare il mercato interno, come in particolare quelli di
         garantire la credibilità della moneta unica comunitaria sui mercati finanziari mondiali e di conservare, negli Stati membri,
         centri finanziari di dimensione mondiale, è giocoforza constatare che, quando il principio della libera circolazione dei capitali
         è stato esteso, dall’art. 56, n. 1, CE, ai movimenti di capitali tra i paesi terzi e gli Stati membri, questi ultimi hanno
         scelto di sancire tale principio nello stesso articolo e negli stessi termini per i movimenti di capitali che hanno luogo
         all’interno della Comunità e per quelli che riguardano rapporti con paesi terzi. Inoltre, dall’insieme delle disposizioni
         introdotte nel Trattato al capo relativo ai capitali e ai pagamenti risulta che, per tener conto del fatto che l’obiettivo
         e il contesto giuridico della liberalizzazione dei movimenti di capitali sono diversi a seconda che si tratti dei rapporti
         tra Stati membri e paesi terzi o della libera circolazione dei capitali tra gli Stati membri, questi ultimi hanno ritenuto
         necessario prevedere clausole di salvaguardia e deroghe che si applicano specificamente ai movimenti di capitali provenienti
         da paesi terzi o ad essi diretti.
      
      (v. punti 31-32, 38)
      3.     La nozione di restrizione in vigore alla data del 31 dicembre 1993, quale contemplata all’art. 57, n. 1, CE, presuppone che
         l’ambito giuridico in cui s’inserisce la restrizione di cui trattasi abbia fatto ininterrottamente parte dell’ordinamento
         giuridico dello Stato membro interessato a partire da quella data. A questo proposito, una misura nazionale adottata posteriormente
         a tale data non è, per questo solo fatto, automaticamente esclusa dal regime derogatorio previsto al detto paragrafo, dal
         momento che tale possibilità va intesa come comprendente le disposizioni sostanzialmente identiche ad una legislazione anteriore
         o che si limitino a ridurre o ad eliminare ostacoli all’esercizio dei diritti e delle libertà comunitarie che esistevano nella
         legislazione precedente. Per contro, sono escluse dal detto regime derogatorio le disposizioni che si basino su una logica
         diversa da quella del diritto precedente e che istituiscano nuove procedure. In tal senso, non sono contemplate le disposizioni
         che, pur essendo sostanzialmente identiche ad una legislazione in vigore alla data del 31 dicembre 1993, hanno reintrodotto
         un ostacolo alla libera circolazione dei capitali che, in seguito all’abrogazione della legislazione precedente, non esisteva
         più.
      
      (v. punti 48-49)
      4.     Gli artt. 56 CE e 58 CE devono essere interpretati nel senso che non ostano alla normativa di uno Stato membro in forza della
         quale l’esenzione dall’imposta sul reddito di dividendi, distribuiti in forma di azioni di una società controllata, può essere
         concessa soltanto se la società che effettua la distribuzione è stabilita in uno Stato membro dello Spazio economico europeo
         (SEE) o in uno Stato con il quale lo Stato membro dell’imposizione abbia concluso una convenzione fiscale che preveda lo scambio
         di informazioni, qualora tale esenzione sia soggetta a condizioni la cui osservanza può essere verificata da parte delle autorità
         competenti di detto Stato membro soltanto ottenendo informazioni dallo Stato di stabilimento della società che effettua la
         distribuzione.
      
      Sebbene una normativa del genere comporti una restrizione ai movimenti di capitali tra gli Stati membri e i paesi terzi, in
         quanto ha l’effetto di dissuadere i contribuenti residenti nello Stato membro interessato dall’investire i loro capitali in
         società aventi sede fuori del SEE, essa può nondimeno essere giustificata dalla necessità di garantire l’efficacia dei controlli
         fiscali, fatto salvo il rispetto del principio di proporzionalità, nel senso che dev’essere idonea a garantire la realizzazione
         dell’obiettivo che essa persegue e non deve andare oltre quanto è necessario per conseguirlo. Invero, uno Stato membro non
         può invocare l’impossibilità di richiedere la collaborazione di un altro Stato membro per effettuare ricerche o raccogliere
         informazioni al fine di giustificare il rifiuto di un’agevolazione fiscale. Tuttavia, tale principio, che verte su restrizioni
         all’esercizio delle libertà di circolazione in seno alla Comunità, non può essere integralmente trasposto ai movimenti di
         capitali tra gli Stati membri e i paesi terzi, in quanto tali movimenti si collocano in un contesto giuridico diverso da quello
         dei movimenti di capitali tra Stati membri. Di conseguenza, quando la normativa di uno Stato membro fa dipendere il beneficio
         della concessione di un vantaggio fiscale dall’adempimento di condizioni la cui osservanza può essere verificata soltanto
         ottenendo informazioni dalle autorità competenti di un paese terzo, è, in linea di principio, legittimo per tale Stato membro
         rifiutare la concessione di detto vantaggio se, in particolare per l’assenza di un obbligo convenzionale da parte di tale
         paese terzo di fornire informazioni, risulti impossibile ottenere le informazioni stesse dal detto paese.
      
      (v. punti 42-43, 55-56, 58, 60, 63, 67 e dispositivo)
SENTENZA DELLA CORTE (Grande Sezione)
      18 dicembre 2007 (*)
      
      «Libera circolazione dei capitali – Restrizione ai movimenti di capitali tra gli Stati membri e i paesi terzi – Imposta sui redditi da capitale – Dividendi percepiti da una società stabilita in uno Stato membro del SEE – Esenzione – Dividendi percepiti da una società stabilita in un paese terzo – Esenzione subordinata all’esistenza di una convenzione fiscale che preveda uno scambio di informazioni – Efficacia dei controlli fiscali»
      Nel procedimento C‑101/05,
      avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’art. 234 CE, dal Regeringsrätten
         (Svezia), con decisione 15 ottobre 2004, pervenuta in cancelleria il 28 febbraio 2005, nel procedimento tra
      
      Skatteverket
      e
      A,
      
      LA CORTE (Grande Sezione),
      composta dal sig. V. Skouris, presidente, dai sigg. P. Jann, C.W.A. Timmermans, A. Rosas, K. Lenaerts (relatore) e A. Tizzano,
         presidenti di sezione, dai sigg. R. Schintgen, J. N. Cunha Rodrigues, dalla sig.ra R. Silva de Lapuerta, dai sigg. J. Malenovský,
         T. von Danwitz, A. Arabadjiev e dalla sig.ra C. Toader, giudici,
      
      avvocato generale: sig. Y. Bot
      cancelliere: sig.ra C. Strömholm, amministratore
      vista la fase scritta del procedimento e in seguito alla trattazione orale del 12 giugno 2007,
      considerate le osservazioni presentate:
      –       per lo Skatteverket, dal sig. K. Rask, in qualità di agente;
      –       per A, dagli avv.ti S. Andersson e P. Nortoft, advokater;
      –       per il governo svedese, dalle sig.re K. Wistrand e A. Falk, in qualità di agenti;
      –       per il governo danese, dalla sig.ra B. Weis Fogh, in qualità di agente;
      –       per il governo tedesco, dai sigg. M. Lumma, U. Forsthoff e C. Blaschke, in qualità di agenti;
      –       per il governo spagnolo, dalla sig.ra N. Díaz Abad e dal sig. M. Muñoz Pérez, in qualità di agenti;
      –       per il governo francese, dai sigg. G. de Bergues e J.C. Gracia nonché dalla sig.ra C. Jurgensen, in qualità di agenti;
      –       per il governo italiano, dal sig. I.M. Braguglia, in qualità di agente, assistito dal sig. P. Gentili, avvocato dello Stato;
      –       per il governo dei Paesi Bassi, dalle sig.re H.G. Sevenster e C. ten Dam nonché dal sig. M. de Grave, in qualità di agenti;
      –       per il governo del Regno Unito, dalle sig.re C. Jackson e T. Harris, in qualità di agenti, assistite dal sig. T. Ward, barrister;
      –       per la Commissione delle Comunità europee, dai sigg. R. Lyal e K. Simonsson, in qualità di agenti,
      sentite le conclusioni dell’avvocato generale, presentate all’udienza dell’11 settembre 2007,
      ha pronunciato la seguente
      Sentenza
      1       La domanda di pronuncia pregiudiziale in esame riguarda l’interpretazione degli artt. 56 CE ‑ 58 CE.
      2       Tale domanda è stata presentata nel contesto di una controversia che vede contrapposti lo Skatteverket (amministrazione fiscale
         svedese) e A, persona fisica residente in Svezia, a seguito del rifiuto di concedere a quest’ultima un’esenzione d’imposta
         sui dividendi distribuiti, sotto forma di azioni di una società controllata, da una società stabilita in un paese terzo.
      
       La normativa nazionale
      3       In forza della legge svedese del 1999 relativa all’imposta sul reddito (inkomstskattelagen, SFS 1999, n. 1229; in prosieguo:
         la «legge»), i dividendi versati ad una persona fisica residente in Svezia da una società per azioni vengono normalmente assoggettati
         all’imposta sul reddito in tale Stato membro.
      
      4       Ai sensi dell’art. 16 del capo 42 della legge:
      «I dividendi distribuiti da una società per azioni svedese (società controllante) sotto forma di azioni di una società controllata
         non sono inclusi nel reddito imponibile qualora sussistano le seguenti condizioni:
      
      1)      la distribuzione sia effettuata in proporzione al numero di azioni detenute nella società controllante;
      2)      le azioni della società controllante siano quotate in Borsa;
      3)      tutte le quote sociali della società controllante nella società controllata siano distribuite;
      4)      dopo la distribuzione, le quote sociali nella società controllata non siano detenute da una società che appartiene allo stesso
         gruppo della società controllante;
      
      5)      la società controllata sia una società per azioni svedese o straniera, e 
      6)      l’attività principale della controllata sia a carattere industriale o commerciale ovvero consista, direttamente o indirettamente,
         nel detenere quote di società la cui attività è essenzialmente a carattere industriale o commerciale e in cui la società controllata,
         direttamente o indirettamente, detiene quote sociali che rappresentano un numero di diritti di voto superiore alla metà dei
         diritti di voto di tutte le quote sociali della società».
      
      5       Nel 1992, quando tale esenzione è stata introdotta nell’ordinamento svedese, le disposizioni ad essa relative si applicavano
         esclusivamente agli utili distribuiti da società per azioni svedesi. Tali disposizioni, dopo essere state abrogate a partire
         dal 1994, sono state reintrodotte in tale ordinamento a partire dal 1995.
      
      6       In forza dell’art. 16 a del capo 42 della legge, introdotto nel 2001 nell’ordinamento svedese, l’esenzione prevista all’art. 16
         dello stesso capo si applica anche qualora la distribuzione di azioni sia stata effettuata da una società straniera avente
         uno status analogo a quello di una società per azioni svedese e stabilita in uno Stato dello Spazio economico europeo (in
         prosieguo: il «SEE») o in uno Stato con il quale il Regno di Svezia abbia concluso una convenzione fiscale contenente una
         disposizione che preveda lo scambio di informazioni.
      
      7       Il 7 maggio 1965, tra la Confederazione elvetica e il Regno di Svezia è stata conclusa una convenzione intesa ad evitare la
         doppia imposizione in materia di imposte sul reddito e sul patrimonio (in prosieguo: la «convenzione»). Gli artt. 10 e 11
         di tale convenzione trattano rispettivamente del regime fiscale dei dividendi e degli interessi.
      
      8       L’art. 27 della convenzione prevede una procedura amichevole tra le autorità competenti degli Stati contraenti al fine di
         evitare un’imposizione non conforme alle disposizioni di tale convenzione, nonché per risolvere le difficoltà o dissipare
         i dubbi che possono sorgere dall’interpretazione e dall’applicazione della stessa.
      
      9       Dal punto 5 del protocollo di negoziato e di firma redatto al momento della conclusione della convenzione (in prosieguo: il
         «protocollo») risulta che la delegazione svizzera ha ritenuto che le sole informazioni che possono costituire oggetto di scambio
         siano quelle necessarie ad una corretta applicazione della convenzione e quelle che consentono di evitare di applicare quest’ultima
         abusivamente. Dal medesimo punto 5 emerge che il Regno di Svezia ha preso atto di tale dichiarazione e ha rinunciato ad una
         disposizione convenzionale esplicita vertente sullo scambio di informazioni.
      
      10     Il 17 agosto 1993 è stato concluso tra la Confederazione elvetica e il Regno di Svezia un accordo relativo all’esecuzione
         degli artt. 10 e 11 della convenzione (in prosieguo: l’«accordo»). Tale accordo precisa la procedura che deve seguire chi
         intenda ottenere uno sgravio d’imposta in conformità alle condizioni di imposizione previste da tali articoli, nonché il trattamento
         che tali domande devono ricevere da parte delle autorità fiscali degli Stati contraenti.
      
       La controversia nella causa principale e la questione pregiudiziale
      11     A è un azionista della società X, che ha la sua sede sociale in Svizzera e che intende distribuire le azioni da essa detenute
         in una delle sue controllate. Egli ha chiesto allo Skatterättsnämnden (commissione tributaria svedese) un parere preventivo
         sulla questione se tale distribuzione sia esentata dall’imposta sul reddito. Secondo A, la società X ha uno status analogo
         a quello di una società per azioni svedese e ricorrono le condizioni di esenzione richieste dalla legge, fatta eccezione per
         quella relativa all’ubicazione della sede di tale società.
      
      12     Nel suo parere preventivo, notificato il 19 febbraio 2003, lo Skatterättsnämnden ha risposto che la distribuzione di azioni
         progettata dalla società X doveva essere esentata dall’imposta sul reddito in applicazione delle disposizioni del Trattato CE
         in materia di libera circolazione dei capitali.
      
      13     Secondo lo Skatterättsnämnden, tale diritto all’esenzione non deriva dalla legge, in quanto la convenzione non contiene alcun
         obbligo per la Confederazione elvetica di fornire le informazioni necessarie all’amministrazione fiscale svedese. Si dovrebbe
         però ritenere che l’art. 16 a del capo 42 della legge costituisca una restrizione ai movimenti di capitali ai sensi dell’art. 56 CE.
         Tale restrizione sarebbe certamente motivata dall’obiettivo di agevolare i controlli fiscali in un contesto in cui non è applicabile
         la direttiva del Consiglio 19 dicembre 1977, 77/799/CEE, relativa alla reciproca assistenza fra le autorità competenti degli
         Stati membri nel settore delle imposte dirette e indirette (GU L 336, pag. 15), come modificata dalla direttiva del Consiglio
         25 febbraio 1992, 92/12/CEE (GU L 76, pag. 1; in prosieguo: la «direttiva 77/799»). Tuttavia, detta restrizione sarebbe sproporzionata
         rispetto all’obiettivo menzionato. L’accordo sembrerebbe infatti offrire, in una certa misura, all’amministrazione fiscale
         svedese la possibilità di ottenere le informazioni necessarie all’applicazione della normativa fiscale interna. Inoltre, al
         contribuente potrebbe essere data la possibilità di dimostrare egli stesso che ricorrono tutte le condizioni richieste dalla
         legge.
      
      14     Lo Skatteverket ha impugnato tale parere preventivo dello Skatterättsnämnden dinanzi al Regeringsrätten (Corte suprema amministrativa
         svedese).
      
      15     Nel suo ricorso, lo Skatteverket sottolinea che le disposizioni relative alla libertà di circolazione dei capitali non sono
         chiare per quanto riguarda i movimenti di capitali tra gli Stati membri e i paesi terzi, in particolare con quelli tra questi
         ultimi che si oppongono allo scambio di informazioni a fini di controllo fiscale. Quando la possibilità di ottenere informazioni
         è limitata, una restrizione come quella introdotta dal detto art. 16 a potrebbe essere giustificata dallo scopo di garantire
         l’efficacia dei controlli fiscali.
      
      16     A sostiene, per contro, che le disposizioni contenute nel protocollo e nell’accordo possono essere assimilate a una disposizione
         relativa allo scambio di informazioni che sarebbe contenuta nella convenzione stessa. L’art. 16 a del capo 42 della legge
         costituirebbe, in ogni caso, una restrizione ingiustificata alla libera circolazione dei capitali. Infatti, non vi sarebbe
         alcun bisogno di chiedere informazioni alle autorità svizzere, poiché al contribuente potrebbe essere ingiunto di dimostrare
         che egli soddisfa tutte le condizioni per beneficiare dell’esenzione prevista dalla legge.
      
      17     In tale contesto, il Regeringsrätten ha deciso di sospendere il giudizio e di sottoporre alla Corte la seguente questione
         pregiudiziale:
      
      «Se le disposizioni sulla libera circolazione dei capitali tra Stati membri e paesi terzi ostino a che, in una situazione
         come quella [di cui alla causa principale], A sia tassato per i dividendi distribuiti da X in quanto X non ha la propria sede
         in uno Stato membro del SEE o in uno Stato con cui [il Regno di] Svezia ha concluso una convenzione fiscale contenente una
         clausola che preveda lo scambio di informazioni».
      
       Sulla questione pregiudiziale
      18     Con la sua questione, il giudice del rinvio chiede sostanzialmente se le disposizioni del Trattato relative alla libera circolazione
         dei capitali debbano essere interpretate nel senso che ostano alla normativa di uno Stato membro in forza della quale l’esenzione
         dall’imposta sul reddito di dividendi, distribuiti sotto forma di azioni di una società controllata, possa essere concessa
         soltanto qualora la società che effettua tale distribuzione sia stabilita in uno Stato membro del SEE o in uno Stato con il
         quale lo Stato membro dell’imposizione abbia concluso una convenzione fiscale che preveda lo scambio di informazioni.
      
      19     Occorre ricordare preliminarmente che, in forza di una giurisprudenza costante, anche se la fiscalità diretta rientra nella
         competenza degli Stati membri, questi ultimi devono tuttavia esercitarla nel rispetto del diritto comunitario (sentenze 6 giugno
         2000, causa C‑35/98, Verkooijen, Racc. pag. I‑4071, punto 32; 7 settembre 2004, causa C‑319/02, Manninen, Racc. pag. I‑7477,
         punto 19, nonché 6 marzo 2007, causa C‑292/04, Meilicke e a., Racc. pag. I‑1835, punto 19).
      
      20     Al riguardo, l’art. 56, n. 1, CE, entrato in vigore il 1° gennaio 1994, ha attuato la liberalizzazione dei movimenti di capitali
         tra gli Stati membri nonché tra gli Stati membri e i paesi terzi. A tal fine, esso stabilisce che, nell’ambito del capo del
         Trattato intitolato «Capitali e pagamenti», sono vietate tutte le restrizioni ai movimenti di capitali tra Stati membri, nonché
         tra Stati membri e paesi terzi (sentenze 14 dicembre 1995, cause riunite C‑163/94, C‑165/94 e C‑250/94, Sanz de Lera e a.,
         Racc. pag. I‑4821, punto 19, nonché 23 febbraio 2006, causa C‑513/03, van Hilten-van der Heijden, Racc. pag. I‑1957, punto 37).
      
       Sull’effetto diretto dell’art. 56, n. 1, CE nei rapporti tra gli Stati membri e i paesi terzi 
      21     Occorre, anzitutto, ricordare che l’art. 56, n. 1, CE enuncia un divieto chiaro e incondizionato che non necessita di provvedimenti
         d’attuazione e che conferisce ai singoli diritti che essi possono far valere in giudizio (v., in tal senso, sentenza Sanz
         de Lera e a., citata, punti 41 e 47).
      
      22     Tuttavia, il governo tedesco fa valere che, nei rapporti tra gli Stati membri e i paesi terzi, tale disposizione avrebbe effetto
         diretto soltanto nei confronti di restrizioni relative alle categorie di movimenti di capitali non considerate all’art. 57,
         n. 1, CE. Infatti, per quanto riguarda le categorie dei movimenti di capitali considerate nel detto n. 1, il n. 2 dello stesso
         articolo attribuirebbe al Consiglio dell’Unione europea il potere di adottare misure di liberalizzazione se ed in quanto queste
         ultime consentano di promuovere il funzionamento dell’Unione economica e monetaria. Anche se la Corte, al punto 46 della citata
         sentenza Sanz de Lera e a., ha certamente riconosciuto che l’adozione di misure da parte del Consiglio non costituisce un
         necessario presupposto per l’attuazione del divieto sancito all’art. 56, n. 1, CE, essa avrebbe tuttavia circoscritto tale
         interpretazione alle restrizioni che non rientrano nell’ambito di applicazione dell’art. 57, n. 1, CE.
      
      23     Al riguardo occorre ricordare che, ai sensi dell’art. 57, n. 1, CE, le disposizioni di cui all’art. 56 CE lasciano impregiudicata
         l’applicazione ai paesi terzi di qualunque restrizione in vigore alla data del 31 dicembre 1993 in virtù delle legislazioni
         nazionali o della legislazione comunitaria per quanto concerne i movimenti di capitali provenienti da paesi terzi o ad essi
         diretti, che implichino investimenti diretti, inclusi gli investimenti in proprietà immobiliari, lo stabilimento, la prestazione
         di servizi finanziari o l’ammissione di valori mobiliari nei mercati finanziari.
      
      24     In forza dell’art. 57, n. 2, prima frase, CE, nell’ambito degli sforzi volti a conseguire, nella maggior misura possibile
         e senza pregiudicare gli altri capi del Trattato, l’obiettivo della libera circolazione dei capitali tra gli Stati membri
         e i paesi terzi, il Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata su proposta della Commissione delle Comunità europee,
         può adottare misure concernenti i movimenti di capitali provenienti da paesi terzi o ad essi diretti, in relazione a investimenti
         diretti, inclusi gli investimenti in proprietà immobiliari, lo stabilimento, la prestazione di servizi finanziari o l’ammissione
         di valori mobiliari nei mercati finanziari. La seconda frase di tale n. 2 prevede che sia richiesta l’unanimità per le misure
         adottate che comportino un regresso della legislazione comunitaria per quanto riguarda la liberalizzazione dei movimenti di
         capitali provenienti da paesi terzi o ad essi diretti.
      
      25     Al punto 48 della citata sentenza Sanz de Lera e a., la Corte ha dichiarato che il combinato disposto degli artt. 73 B, n. 1,
         del Trattato CE (divenuto art. 56, n. 1, CE), 73 C e 73 D, n. 1, lett. b), del Trattato CE [divenuti, rispettivamente, artt. 57 CE
         e 58, n. 1, lett. b), CE], può essere invocato dinanzi al giudice nazionale e determinare l’inapplicabilità delle norme nazionali
         in contrasto con esso.
      
      26     Pertanto, la Corte ha riconosciuto l’effetto diretto dell’art. 56, n. 1, CE, senza operare una distinzione tra le categorie
         di movimenti di capitali che rientrano nell’ambito di applicazione dell’art. 57, n. 1, CE e quelle che non vi rientrano. Infatti,
         la Corte ha dichiarato che l’eccezione prevista dall’art. 57, n. 1, CE non osta a che l’art. 56, n. 1, CE attribuisca ai singoli
         diritti che essi possono far valere in giudizio (citata sentenza Sanz de Lera e a., punto 47).
      
      27     Ne consegue che, quanto ai movimenti di capitali tra gli Stati membri e i paesi terzi, l’art. 56, n. 1, CE, in combinato disposto
         con gli artt. 57 CE e 58 CE, può essere invocato dinanzi al giudice nazionale e comportare l’inapplicabilità delle norme nazionali
         con esso contrastanti, indipendentemente dalla categoria di movimenti di capitali controversi.
      
       Sulla nozione di restrizioni ai movimenti di capitali tra gli Stati membri e i paesi terzi
      28     Occorre, in primo luogo, rispondere agli argomenti addotti dallo Skatteverket, nonché dai governi svedese, tedesco, francese
         e olandese, secondo i quali la nozione di restrizione ai movimenti di capitali di cui all’art. 56, n. 1, CE non può essere
         interpretata nei rapporti tra gli Stati membri e i paesi terzi allo stesso modo che nei rapporti tra gli Stati membri.
      
      29     I governi tedesco, francese e olandese sottolineano che, contrariamente alla liberalizzazione dei movimenti di capitali tra
         gli Stati membri, che ha lo scopo di realizzare il mercato interno, l’estensione del principio di libera circolazione dei
         capitali ai rapporti tra gli Stati membri e i paesi terzi è legata all’instaurazione dell’Unione economica e monetaria. Tutti
         questi governi sottolineano che, nei rapporti con i paesi terzi, il rispetto del divieto sancito all’art. 56, n. 1, CE condurrebbe
         a una liberalizzazione unilaterale da parte della Comunità europea, senza che quest’ultima ottenga la garanzia che i paesi
         terzi interessati procedano a una liberalizzazione equivalente e senza che esistano, nei rapporti con questi ultimi, misure
         di armonizzazione delle disposizioni nazionali, in particolare in materia di fiscalità diretta.
      
      30     I governi tedesco e olandese fanno anche valere che, se il principio della libera circolazione dei capitali venisse interpretato
         in modo identico nei rapporti con i paesi terzi e all’interno della Comunità, quest’ultima sarebbe privata degli strumenti
         per negoziare una liberalizzazione con tali paesi, dato che tale liberalizzazione avrebbe già aperto, automaticamente e unilateralmente,
         il mercato comunitario a questi ultimi. Essi sottolineano, al riguardo, che le clausole relative alla libera circolazione
         dei capitali contenute negli accordi di associazione conclusi con i paesi terzi hanno spesso una portata più ristretta rispetto
         a quella dell’art. 56 CE, il che non avrebbe senso se tale disposizione fosse applicabile in modo altrettanto rigoroso nei
         rapporti con i paesi terzi e nei rapporti intracomunitari.
      
      31     Come ha osservato l’avvocato generale ai paragrafi 74‑77 delle sue conclusioni, anche se la liberalizzazione dei movimenti
         di capitali con i paesi terzi può certamente perseguire obiettivi diversi da quello di realizzare il mercato interno, come
         in particolare quelli di garantire la credibilità della moneta unica comunitaria sui mercati finanziari mondiali e di conservare,
         negli Stati membri, centri finanziari di dimensione mondiale, è giocoforza constatare che, quando il principio della libera
         circolazione dei capitali è stato esteso, dall’art. 56, n. 1, CE, ai movimenti di capitali tra i paesi terzi e gli Stati membri,
         questi ultimi hanno scelto di sancire tale principio nello stesso articolo e negli stessi termini per i movimenti di capitali
         che hanno luogo all’interno della Comunità e per quelli che riguardano rapporti con paesi terzi.
      
      32     Inoltre, come ha anche osservato l’avvocato generale ai paragrafi 78‑83 delle sue conclusioni, dall’insieme delle disposizioni
         introdotte nel Trattato al capo relativo ai capitali e ai pagamenti risulta che, per tener conto del fatto che l’obiettivo
         e il contesto giuridico della liberalizzazione dei movimenti di capitali sono diversi a seconda che si tratti dei rapporti
         tra Stati membri e paesi terzi o della libera circolazione dei capitali tra gli Stati membri, questi ultimi hanno ritenuto
         necessario prevedere clausole di salvaguardia e deroghe che si applicano specificamente ai movimenti di capitali provenienti
         da paesi terzi o ad essi diretti.
      
      33     Infatti, oltre all’eccezione prevista all’art. 57, n. 1, CE per talune restrizioni ai movimenti di capitali provenienti da
         paesi terzi o ad essi diretti in vigore alla data del 31 dicembre 1993 in virtù delle legislazioni nazionali o della legislazione
         comunitaria, l’art. 59 CE riconosce al Consiglio, in circostanze eccezionali in cui i detti movimenti di capitali causino
         o minaccino di causare difficoltà gravi per il funzionamento dell’Unione economica e monetaria, il potere di adottare misure
         di salvaguardia. L’art. 60, n. 1, CE autorizza inoltre il Consiglio ad adottare nei confronti dei paesi terzi le misure urgenti
         necessarie qualora, nei casi previsti all’art. 301 CE, sia ritenuta necessaria un’azione della Comunità. Infine, l’art. 60,
         n. 2, CE prevede che uno Stato membro, per gravi ragioni politiche e per motivi di urgenza, fintantoché il Consiglio non abbia
         esercitato il potere conferitogli dal n. 1 dello stesso articolo, possa adottare misure unilaterali nei confronti di un paese
         terzo per quanto concerne in particolare i movimenti di capitali.
      
      34     Al riguardo, occorre ricordare che, contrariamente a quanto sostenuto dal governo tedesco, dalle condizioni cui è soggetto
         il potere riconosciuto al Consiglio dall’art. 57, n. 2, CE, di adottare misure relative alle categorie di movimenti di capitali
         provenienti da paesi terzi ad essi diretti ivi elencate, non può dedursi che tali categorie sfuggano all’ambito di applicazione
         del divieto sancito all’art. 56, n. 1, CE. Infatti, il n. 2 dell’art. 57 CE deve essere letto in combinato disposto con il
         n. 1 dello stesso articolo e si limita a consentire al Consiglio di adottare misure relative alle dette categorie di movimenti
         di capitali, senza che possano essergli opposte le restrizioni nazionali o comunitarie il cui mantenimento è esplicitamente
         previsto da tale n. 1.
      
      35     Come ha osservato l’avvocato generale al paragrafo 86 delle sue conclusioni, le restrizioni che gli Stati membri e la Comunità
         possono applicare, in forza dell’art. 57, n. 1, CE, ai movimenti di capitali provenienti da paesi terzi o ad essi diretti,
         in forza dell’art. 57, n. 1, CE, si aggiungono non soltanto a quelle previste dagli artt. 59 CE e 60 CE, ma anche a quelle
         derivanti dalle misure adottate dagli Stati membri in conformità all’art. 58, n. 1, lett. a) e b), CE, o che sono altrimenti
         giustificate da motivi imperativi di interesse generale.
      
      36     Risulta inoltre dalla giurisprudenza della Corte che, per determinare i limiti in cui gli Stati membri sono così autorizzati
         ad applicare talune misure restrittive relative ai movimenti di capitali, occorre necessariamente tenere conto della circostanza,
         sottolineata da diversi governi che hanno presentato osservazioni alla Corte, secondo cui i movimenti di capitali provenienti
         da paesi terzi o ad essi diretti si svolgono in un contesto giuridico diverso da quelli che hanno luogo in seno alla Comunità.
      
      37     Così, in ragione del grado di integrazione giuridica esistente tra gli Stati membri dell’Unione europea, in particolare dell’esistenza
         di atti legislativi comunitari in favore della cooperazione tra autorità fiscali nazionali, quali la direttiva 77/799, l’assoggettamento
         ad imposta da parte di uno Stato membro di attività economiche con aspetti transfrontalieri situate in seno alla Comunità
         non è sempre paragonabile a quello di attività economiche relative a relazioni tra gli Stati membri e i paesi terzi (sentenza
         12 dicembre 2006, causa C‑446/04, Test Claimants in the FII Group Litigation, Racc. pag. I‑11753, punto 170). Secondo la Corte,
         non si può neppure escludere che uno Stato membro possa dimostrare che una limitazione dei movimenti di capitali a destinazione
         di paesi terzi o in provenienza da essi sia giustificata da un determinato motivo in circostanze in cui tale motivo non potrebbe
         costituire una giustificazione valida per una restrizione ai movimenti di capitali tra Stati membri (sentenza Test Claimants
         in the FII Group Litigation, citata, punto 171).
      
      38     Per questi motivi, non può ritenersi determinante l’argomento sollevato dai governi tedesco e olandese, secondo cui, qualora
         la nozione di restrizione ai movimenti di capitali venisse interpretata allo stesso modo nei rapporti tra gli Stati membri
         e i paesi terzi e in quelli tra Stati membri, la Comunità aprirebbe il mercato comunitario in modo unilaterale ai paesi terzi
         senza conservare i mezzi di trattativa necessari per ottenere tale liberalizzazione da parte di questi ultimi.
      
      39     Chiarita così la nozione di restrizioni ai movimenti di capitali tra gli Stati membri e i paesi terzi, occorre in secondo
         luogo esaminare se una normativa come quella controversa nella causa principale debba essere considerata come una restrizione
         del genere e, eventualmente, se essa possa essere obiettivamente giustificata in base alle disposizioni del Trattato o da
         motivi imperativi di interesse generale.
      
       Sull’esistenza di una restrizione ai movimenti di capitali
      40     Al riguardo occorre ricordare che le misure vietate dall’art. 56, n. 1, CE, in quanto restrizioni ai movimenti di capitali,
         comprendono quelle che sono idonee a dissuadere i non residenti dal fare investimenti in uno Stato membro o a dissuadere i
         residenti di detto Stato membro dall’investire in altri Stati (v. sentenze van Hilten-van der Heijden, cit., punto 44, e 25
         gennaio 2007, causa C‑370/05, Festersen, Racc. pag. I‑1129, punto 24).
      
      41     Nella fattispecie, l’art. 16 a del capo 42 della legge concede ai contribuenti residenti in Svezia un’esenzione d’imposta
         per i dividendi distribuiti, sotto forma di azioni di una società controllata, da una società per azioni stabilita in Svezia
         o in un altro Stato membro del SEE, ma rifiuta di concedere loro il beneficio di tale esenzione quando tale distribuzione
         proviene da una società stabilita in un paese terzo non membro del SEE, salvo che quest’ultimo abbia concluso con il Regno
         di Svezia una convenzione che preveda lo scambio di informazioni.
      
      42     Tale normativa ha l’effetto di dissuadere i contribuenti residenti in Svezia dall’investire i loro capitali in società aventi
         sede fuori del SEE. Infatti, qualora i dividendi che esse versano ai residenti svedesi vengano trattati sul piano tributario
         in maniera meno favorevole di quelli distribuiti da una società avente sede in uno Stato membro del SEE, le azioni di tali
         società sono meno attraenti per gli investitori residenti in Svezia rispetto a quelle di società aventi sede in uno Stato
         del genere (v., in tal senso, citate sentenze Verkooijen, punti 34 e 35, e Manninen, punti 22 e 23, nonché, con riferimento
         ai movimenti di capitali tra gli Stati membri e i paesi terzi, sentenza Test Claimants in the FII Group Litigation, cit.,
         punto 166).
      
      43     Una disciplina come quella controversa nella causa principale comporta pertanto una restrizione ai movimenti di capitali tra
         gli Stati membri e i paesi terzi che è, in linea di principio, vietata dall’art. 56, n. 1, CE.
      
      44     Prima di valutare se, come sostengono lo Skatteverket e i governi che hanno presentato osservazioni alla Corte, tale restrizione
         possa essere giustificata da un motivo imperativo di interesse generale, occorre rispondere all’argomento sollevato dal governo
         italiano secondo cui tale restrizione rientra nell’eccezione prevista all’art. 57, n. 1, CE.
      
       Sull’applicazione dell’eccezione prevista all’art. 57, n. 1, CE
      45     Come si è ricordato al punto 23 della presente sentenza, ai sensi dell’art. 57, n. 1, CE, le disposizioni di cui all’art. 56 CE
         lasciano impregiudicata l’applicazione ai paesi terzi di qualunque restrizione in vigore alla data del 31 dicembre 1993 in
         virtù delle legislazioni nazionali o della legislazione comunitaria per quanto concerne i movimenti di capitali provenienti
         da paesi terzi o ad essi diretti, che implichino investimenti diretti, inclusi gli investimenti in proprietà immobiliari,
         lo stabilimento, la prestazione di servizi finanziari o l’ammissione di valori mobiliari nei mercati finanziari.
      
      46     Una restrizione ai movimenti di capitali consistente nel trattamento fiscale meno vantaggioso di dividendi di origine estera
         rientra nella nozione di «investimenti diretti» ai sensi dell’art. 57, n. 1, CE in quanto si riferisca agli investimenti di
         qualsiasi tipo, effettuati dalle persone fisiche o giuridiche, aventi lo scopo di stabilire o mantenere legami durevoli e
         diretti tra il finanziatore e l’impresa cui tali fondi sono destinati per l’esercizio di un’attività economica (v., in tal
         senso, sentenze Test Claimants in the FII Group Litigation, cit., punti 179‑181; 24 maggio 2007, causa C‑157/05, Holböck,
         Racc. pag. I‑4051, punti 33 e 34, nonché 23 ottobre 2007, causa C‑112/05, Commissione/Germania, Racc. pag. I‑8995, punto 18).
      
      47     Poiché la decisione di rinvio non esclude che i dividendi che la società X progetta di distribuire ad A si riferiscano a siffatti
         investimenti, occorre esaminare se una disciplina come quella controversa nella causa principale possa rientrare nell’ambito
         di applicazione dell’eccezione prevista all’art. 57, n. 1, CE in quanto restrizione esistente al 31 dicembre 1993.
      
      48     Come ha osservato l’avvocato generale ai paragrafi 110‑112 delle sue conclusioni, la nozione di restrizione in vigore alla
         data del 31 dicembre 1993 presuppone che l’ambito giuridico in cui s’inserisce la restrizione di cui trattasi abbia fatto
         ininterrottamente parte dell’ordinamento giuridico dello Stato membro interessato a partire da quella data. Infatti, se così
         non fosse, uno Stato membro potrebbe in qualsiasi momento reintrodurre restrizioni ai movimenti di capitali provenienti da
         paesi terzi o ad essi diretti che erano in vigore nell’ordinamento giuridico nazionale alla data del 31 dicembre 1993, ma
         che non sono state mantenute.
      
      49     Nello stesso senso si è espressa la Corte quando è stata invitata a pronunciarsi sull’applicabilità dell’eccezione prevista
         all’art. 57, n. 1, CE a restrizioni ai movimenti di capitali in vigore nell’ordinamento giuridico di uno Stato membro alla
         data del 31 dicembre 1993. Infatti, se la Corte ha ammesso che una misura nazionale adottata posteriormente a tale data non
         è, per questo solo fatto, automaticamente esclusa dal regime derogatorio previsto al detto n. 1, essa ha inteso tale possibilità
         come comprendente disposizioni sostanzialmente identiche ad una legislazione anteriore o che si limitino a ridurre o ad eliminare
         ostacoli all’esercizio dei diritti e delle libertà comunitarie che esistevano nella legislazione precedente, escludendo disposizioni
         che si basino su una logica diversa da quella del diritto precedente e che istituiscano nuove procedure (v., in tal senso,
         citate sentenze Test Claimants in the FII Group Litigation, punto 192, e Holböck, punto 41). In questo modo, la Corte non
         intendeva prendere in considerazione disposizioni che, pur essendo sostanzialmente identiche ad una legislazione in vigore
         alla data del 31 dicembre 1993, hanno reintrodotto un ostacolo alla libera circolazione dei capitali che, in seguito all’abrogazione
         della legislazione precedente, non esisteva più.
      
      50     Nella fattispecie, va constatato che, alla data della sua entrata in vigore nel 1992, l’art. 16 del capo 42 della legge escludeva
         già dal beneficio dell’esenzione prevista per i dividendi distribuiti sotto forma di azioni di una società controllata quelli
         versati da società stabilite in paesi terzi che non avevano concluso con il Regno di Svezia una convenzione che prevedesse
         lo scambio di informazioni. Infatti, risulta dalla decisione di rinvio che detta esenzione si applicava, a tale data, soltanto
         ai dividendi versati da società stabilite in Svezia.
      
      51     È vero che le disposizioni relative all’esenzione sono state abrogate a partire dal 1994, poi reintrodotte a partire dal 1995
         ed estese nel 2001 ai dividendi versati da società stabilite in uno Stato membro del SEE o in un altro Stato con il quale
         il Regno di Svezia ha concluso una convenzione che preveda lo scambio di informazioni. Tuttavia, è innegabile che, come sostenuto
         dal governo italiano, il beneficio di tale esenzione è stato escluso ininterrottamente, quantomeno a partire dal 1992, per
         i dividendi versati da società stabilite in un paese terzo, non membro del SEE, che non abbia concluso una siffatta convenzione
         con il Regno di Svezia.
      
      52     Di conseguenza, l’esclusione, a partire dal 1992, dal beneficio dell’esenzione prevista dalla legge di dividendi versati da
         una società stabilita in un paese terzo, non membro del SEE, che non abbia concluso con il Regno di Svezia una convenzione
         che preveda lo scambio di informazioni, dev’essere considerata come una restrizione in vigore alla data del 31 dicembre 1993
         ai sensi dell’art. 57, n. 1, CE, quantomeno quando tali dividendi si riferiscono a investimenti diretti nella società che
         effettua la distribuzione, cosa che spetta al giudice del rinvio verificare.
      
      53     Nei limiti in cui non risulta dalla decisione di rinvio che i dividendi controversi nella causa principale si riferiscono
         a investimenti diretti, occorre esaminare se una normativa nazionale come quella di cui alla causa principale possa essere
         giustificata da un motivo imperativo di interesse generale.
      
       Sulla giustificazione vertente sulla necessità di garantire l’efficacia dei controlli fiscali
      54     Secondo lo Skatteverket nonché secondo i governi svedese, danese, tedesco, spagnolo, francese, italiano, olandese e del Regno
         Unito, il rifiuto di concedere l’esenzione prevista all’art. 16 del capo 42 della legge, quando i dividendi vengono versati
         da una società stabilita in un paese terzo con il quale il Regno di Svezia non abbia concluso una convenzione fiscale che
         preveda uno scambio di informazioni, è giustificato dalla necessità di garantire l’efficacia dei controlli fiscali. Infatti,
         nei confronti di un paese terzo, l’amministrazione fiscale svedese non potrebbe fare ricorso all’assistenza reciproca tra
         le autorità competenti prevista dalla direttiva 77/799. Inoltre, né la convenzione né il protocollo conterrebbero una disposizione
         che preveda uno scambio di informazioni paragonabile a quello previsto dall’art. 26 del modello di convenzione elaborato nell’ambito
         dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici (OCSE). Orbene, anche se il contribuente dispone delle informazioni
         necessarie per dimostrare che le condizioni richieste dal detto art. 16 sono soddisfatte, l’amministrazione fiscale sarebbe
         ancora tenuta a verificare il valore delle prove fornite, il che sarebbe impossibile qualora essa non disponesse del potere
         di ottenere la collaborazione delle autorità competenti dello Stato di stabilimento della società che effettua la distribuzione.
      
      55     Ai sensi dell’art. 58, n. 1, lett. b), CE, le disposizioni dell’art. 56 CE non pregiudicano il diritto degli Stati membri
         di prendere tutte le misure necessarie per impedire le violazioni della legislazione e delle regolamentazioni nazionali, in
         particolare nel settore fiscale. Così, la Corte ha riconosciuto che la necessità di garantire l’efficacia dei controlli fiscali
         costituisce un motivo imperativo di interesse generale idoneo a giustificare una restrizione dell’esercizio delle libertà
         di circolazione garantite dal Trattato (sentenze 15 maggio 1997, causa C‑250/95, Futura Participations e Singer, Racc. pag. I‑2471,
         punto 31; 15 luglio 2004, causa C‑315/02, Lenz, Racc. pag. I‑7063, punti 27 e 45, nonché 14 settembre 2006, causa C‑386/04,
         Centro di Musicologia Walter Stauffer, Racc. pag. I‑8203, punto 47).
      
      56     Affinché una misura restrittiva sia giustificata, essa deve rispettare il principio di proporzionalità, nel senso che dev’essere
         idonea a garantire la realizzazione dell’obiettivo che essa persegue e che non deve andare oltre quanto è necessario per conseguirlo
         (v., in particolare, sentenza 4 marzo 2004, causa C‑334/02, Commissione/Francia, Racc. pag. I‑2229, punto 28).
      
      57     Secondo A e la Commissione, la normativa controversa nella causa principale è sproporzionata rispetto all’obiettivo perseguito
         in quanto le autorità fiscali svedesi possono esigere dal contribuente che egli fornisca la prova che ricorrono le condizioni
         richieste per beneficiare dell’esenzione prevista da tale normativa. Qualora tale esenzione riguardi i dividendi versati da
         una società quotata in Borsa, talune informazioni potrebbero anche essere ottenute consultando i dati che una siffatta società
         è legalmente tenuta a rendere pubblici.
      
      58     Come osservano A e la Commissione, con riferimento ad una normativa nazionale che limita l’esercizio di una delle libertà
         di circolazione garantite dal Trattato, la Corte ha dichiarato che uno Stato membro non può invocare l’impossibilità di richiedere
         la collaborazione di un altro Stato membro per effettuare ricerche o raccogliere informazioni al fine di giustificare il rifiuto
         di un’agevolazione fiscale. Infatti, anche se la verifica delle informazioni fornite dal contribuente risulta difficile, in
         particolare a causa dei limiti dello scambio delle informazioni previste all’art. 8 della direttiva 77/799, nulla impedisce
         alle autorità fiscali interessate di esigere dal contribuente le prove che esse reputino necessarie per la corretta determinazione
         delle imposte e delle tasse di cui trattasi e, se del caso, di negare l’esenzione richiesta qualora tali prove non vengono
         fornite (v., in questo senso, sentenze 28 gennaio 1992, causa C‑204/90, Bachmann, Racc. pag. I‑249, punto 20; 30 gennaio 2007,
         causa C‑150/04, Commissione/Danimarca, Racc. pag. I‑1163, punto 54, nonché 11 ottobre 2007, causa C‑451/05, ELISA, Racc. pag. I‑8251,
         punti 94 e 95).
      
      59     In tale contesto, la Corte ha considerato che non può escludersi a priori che il contribuente sia in grado di produrre i pertinenti
         documenti probatori che consentano alle autorità tributarie dello Stato membro d’imposizione di verificare, in modo chiaro
         e preciso, che egli non tenta di evitare o eludere il pagamento di imposte (v., in tal senso, sentenze 8 luglio 1999, causa
         C‑254/97, Baxter e a., Racc. pag. I‑4809, punti 19 e 20; 10 marzo 2005, causa C‑39/04, Laboratoires Fournier, Racc. pag. I‑2057,
         punto 25, nonché ELISA, cit., punto 96).
      
      60     Tuttavia, tale giurisprudenza, che verte su restrizioni all’esercizio delle libertà di circolazione in seno alla Comunità,
         non può essere integralmente trasposta ai movimenti di capitali tra gli Stati membri e i paesi terzi, in quanto tali movimenti
         si collocano in un contesto giuridico diverso da quello delle cause che hanno dato luogo alle sentenze menzionate ai due punti
         precedenti.
      
      61     Infatti, in primo luogo, i rapporti tra gli Stati membri si svolgono in un contesto normativo comune, caratterizzato dall’esistenza
         di una normativa comunitaria, come la direttiva 77/799, che ha stabilito obblighi reciproci di mutua assistenza. Anche se,
         nei settori che rientrano nell’ambito di applicazione di tale direttiva, l’obbligo di assistenza non è privo di limiti, permane
         nondimeno il fatto che la detta direttiva fissa un ambito di cooperazione tra le autorità competenti degli Stati membri che
         non sussiste tra queste e le autorità competenti di un paese terzo qualora quest’ultimo non abbia preso alcun impegno di reciproca
         assistenza.
      
      62     In secondo luogo, come ha osservato l’avvocato generale ai paragrafi 141‑143 delle sue conclusioni, per quanto riguarda i
         documenti giustificativi che il contribuente può fornire per permettere alle autorità fiscali di verificare se le condizioni
         previste dalla normativa nazionale siano soddisfatte, le misure comunitarie di armonizzazione che si applicano negli Stati
         membri in materia di contabilità delle società offrono al contribuente la possibilità di produrre dati affidabili e verificabili
         relativi alla struttura o alle attività di una società stabilita in un altro Stato membro, mentre siffatta possibilità non
         è garantita al contribuente quando si tratti di una società stabilita in un paese terzo che non è tenuto ad applicare dette
         misure comunitarie.
      
      63     Ne consegue che, quando la normativa di uno Stato membro fa dipendere il beneficio della concessione di un vantaggio fiscale
         dall’adempimento di condizioni la cui osservanza può essere verificata soltanto ottenendo informazioni dalle autorità competenti
         di un paese terzo, è, in linea di principio, legittimo per tale Stato membro rifiutare la concessione di detto vantaggio se,
         in particolare per l’assenza di un obbligo convenzionale da parte di tale paese terzo di fornire informazioni, risulti impossibile
         ottenere le informazioni stesse dal detto paese.
      
      64     Nella causa principale, lo Skatteverket nonché il governo svedese sostengono che l’amministrazione fiscale svedese non è in
         grado di verificare il rispetto delle condizioni prima, terza, quarta e sesta enunciate all’art. 16 del capo 42 della legge,
         cioè quelle secondo cui la distribuzione deve essere effettuata proporzionalmente al numero di azioni detenute nella società
         controllante, tutte le quote sociali di quest’ultima nella società controllata devono essere distribuite e, dopo la distribuzione,
         le quote sociali nella controllata non devono essere detenute da una società che appartenga allo stesso gruppo della società
         controllante e l’attività principale della controllata, o delle società controllate da quest’ultima, deve avere carattere
         industriale o commerciale.
      
      65     Tale questione rientra in una valutazione che spetta al giudice del rinvio.
      66     Lo stesso vale per quanto riguarda la questione se il protocollo o l’accordo permettano all’amministrazione fiscale svedese
         di ottenere le informazioni delle quali essa ha bisogno per applicare detto art. 16. Infatti, se lo Skatterättsnämnden ha
         ritenuto che l’accordo possa consentire di ottenere le informazioni necessarie, dai documenti e dalle spiegazioni fornite
         dal governo svedese su richiesta della Corte risulta che le uniche informazioni che possono essere ottenute dalle autorità
         elvetiche sono quelle necessarie a una corretta applicazione della convenzione.
      
      67     Alla luce di quanto precede, occorre risolvere la questione proposta dichiarando che gli artt. 56 CE e 58 CE devono essere
         interpretati nel senso che non ostano alla normativa di uno Stato membro in forza della quale l’esenzione dall’imposta sul
         reddito di dividendi, distribuiti in forma di azioni di una società controllata, può essere concessa soltanto se la società
         che effettua la distribuzione è stabilita in uno Stato membro del SEE o in uno Stato con il quale lo Stato membro dell’imposizione
         abbia concluso una convenzione fiscale che preveda lo scambio di informazioni, qualora tale esenzione sia soggetta a condizioni
         la cui osservanza può essere verificata da parte delle autorità competenti di detto Stato membro soltanto ottenendo informazioni
         dallo Stato di stabilimento della società che effettua la distribuzione.
      
       Sulle spese
      68     Nei confronti delle parti nella causa principale il presente procedimento costituisce un incidente sollevato dinanzi al giudice
         nazionale, cui spetta quindi statuire sulle spese. Le spese sostenute da altri soggetti per presentare osservazioni alla Corte
         non possono dar luogo a rifusione.
      
      Per questi motivi, la Corte (Grande Sezione) dichiara:
      Gli artt. 56 CE e 58 CE devono essere interpretati nel senso che non ostano alla normativa di uno Stato membro in forza della
            quale l’esenzione dall’imposta sul reddito di dividendi, distribuiti in forma di azioni di una società controllata, può essere
            concessa soltanto se la società che effettua la distribuzione è stabilita in uno Stato membro dello Spazio economico europeo
            o in uno Stato con il quale lo Stato membro dell’imposizione abbia concluso una convenzione fiscale che preveda lo scambio
            di informazioni, qualora tale esenzione sia soggetta a condizioni la cui osservanza può essere verificata da parte delle autorità
            competenti di detto Stato membro soltanto ottenendo informazioni dallo Stato di stabilimento della società che effettua la
            distribuzione.
      Firme
      * Lingua processuale: lo svedese.