CELEX: 62005CJ0060
Language: it
Date: 2006-06-08
Title: Sentenza della Corte (Seconda Sezione) dell'8 giugno 2006. # WWF Italia e a. contro Regione Lombardia. # Domanda di pronuncia pregiudiziale: Tribunale amministrativo regionale per la Lombardia - Italia. # Conservazione degli uccelli selvatici - Direttiva 79/409/CEE - Deroghe al regime di protezione. # Causa C-60/05.

Causa C‑60/05
      WWF Italia e altri
      contro
      Regione Lombardia
      (domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale amministrativo regionale per la Lombardia)
      «Conservazione degli uccelli selvatici — Direttiva 79/409/CEE — Deroghe al regime di protezione»
      Massime della sentenza
      1.        Ambiente — Conservazione degli uccelli selvatici — Direttiva 79/409 — Esecuzione da parte degli Stati membri 
      [Direttiva del Consiglio 79/409, art. 9, n. 1, lett. c)]
      2.        Ambiente — Conservazione degli uccelli selvatici — Direttiva 79/409 — Esecuzione da parte degli Stati membri 
      [Direttiva del Consiglio 79/409, art. 9, n. 1, lett. c)]
      1.        L’art. 9, n. 1, lett. c), della direttiva 79/409, concernente la conservazione degli uccelli selvatici, impone agli Stati
         membri, indipendentemente dalla ripartizione interna delle competenze determinata dall’ordinamento giuridico nazionale, di
         garantire, nell’adottare le misure di trasposizione di tale disposizione, che, in tutti i casi di applicazione della deroga
         ivi prevista e per tutte le specie protette, i prelievi venatori autorizzati non superino un tetto – da determinarsi in base
         a dati scientifici rigorosi – conforme alla limitazione, imposta da tale disposizione, dei detti prelievi a piccole quantità.
      
      Infatti, indipendentemente dalla ripartizione interna delle competenze determinata dall’ordinamento giuridico nazionale, gli
         Stati membri sono tenuti a prevedere un quadro legislativo e regolamentare atto a garantire che i prelievi di uccelli siano
         effettuati unicamente nel rispetto della condizione relativa alle «piccole quantità», di cui all’art. 9, n. 1, lett. c), della
         direttiva, e ciò in base ad informazioni scientifiche rigorose, qualunque sia la specie interessata.
      
      (v. punti 28‑29, dispositivo1)
      2.        Al fine di consentire alle autorità competenti di ricorrere alle deroghe previste all’art. 9 della direttiva 79/409, concernente
         la conservazione degli uccelli selvatici, solo in modo conforme al diritto comunitario, il quadro legislativo e regolamentare
         nazionale deve essere concepito in modo tale che l’attuazione delle disposizioni in deroga ivi enunciate risponda al principio
         di certezza del diritto.
      
      In particolare, queste disposizioni nazionali di recepimento relative alla nozione di «piccole quantità» enunciata all’art. 9,
         n. 1, lett. c), della detta direttiva devono consentire alle autorità incaricate di autorizzare prelievi in deroga di uccelli
         di una determinata specie di fondarsi su indici sufficientemente precisi quanto ai quantitativi massimi da rispettare.
      
      Inoltre, mediante le norme di trasposizione del detto art. 9, n. 1, lett. c), gli Stati membri sono tenuti a garantire che,
         indipendentemente dal numero e dall’identità delle autorità incaricate, nel loro ambito, di dare attuazione a tale disposizione,
         il totale dei prelievi venatori autorizzati, per ciascuna specie protetta, da ciascuna delle dette autorità non superi il
         tetto di «piccole quantità» fissato per la detta specie per tutto il territorio nazionale. Così, qualora l’attuazione di tale
         disposizione della direttiva sia delegata ad enti infrastatali, il quadro legislativo e regolamentare applicabile deve garantire
         che il totale dei prelievi di uccelli che possono essere autorizzati dalle dette autorità resti, per tutto il territorio nazionale,
         entro il limite delle «piccole quantità» imposto da tale disposizione.
      
      Infine, il detto obbligo incombente agli Stati membri di garantire che i prelievi di uccelli siano effettuati solo in «piccole
         quantità», a norma del citato art. 9, n. 1, lett. c), esige che i procedimenti amministrativi previsti siano organizzati in
         modo tale che tanto le decisioni delle autorità competenti di autorizzazione dei prelievi in deroga, quanto le modalità di
         applicazione di tali decisioni siano assoggettate ad un controllo efficace effettuato tempestivamente. Il quadro procedurale
         nazionale deve garantire anche che siano rispettate le condizioni che accompagnano tali decisioni. Un meccanismo di controllo
         nell’ambito del quale l’annullamento di una decisione di autorizzazione di un prelievo in deroga, adottata in violazione dell’art. 9
         della direttiva, o la constatazione di una violazione delle condizioni che accompagnano una decisione di autorizzazione del
         detto prelievo si abbiano solo alla scadenza del periodo previsto per l’effettuazione di tale prelievo priverebbe d’effetto
         utile il sistema di protezione istituito dalla direttiva.
      
      (v. punti 33, 36, 40‑41, 44‑45, 47, dispositivo 2‑4)
SENTENZA DELLA CORTE (Seconda Sezione)
      8 giugno 2006 (*)
      
      «Conservazione degli uccelli selvatici – Direttiva 79/409/CEE – Deroghe al regime di protezione»
      Nel procedimento C‑60/05,
      avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’art. 234 CE, dal Tribunale amministrativo
         regionale per la Lombardia, con decisione 14 dicembre 2004, pervenuta in cancelleria il 10 febbraio 2005, nella causa tra
      
      WWF Italia e altri
      e
      Regione Lombardia,
      in presenza di:
      Associazione migratoristi italiani (ANUU),
      LA CORTE (Seconda Sezione),
      composta dal sig. C.W.A. Timmermans, presidente di sezione, dal sig. J. Makarczyk, dalla sig.ra R. Silva de Lapuerta (relatore),
         dai sigg. P. Kūris e J. Klučka, giudici,
      
      avvocato generale: sig. L.A. Geelhoed,
      cancelliere: sig.ra K. Sztranc, amministratore,
      vista la fase scritta del procedimento e in seguito alla trattazione orale del 15 dicembre 2005,
      considerate le osservazioni presentate:
      –        per la WWF Italia e la Lega per l’abolizione della caccia (LAC), dall’avv. C. Linzola;
      –        per la Regione Lombardia, dagli avv.ti P.D. Vivone e S. Gallonetto;
      –        per l’Associazione migratoristi italiani (ANUU), dagli avv.ti I. Gorlani e S.A. Pappas;
      –        per il governo italiano, dal sig. I.M. Braguglia, in qualità di agente, assistito dal sig. A. Cingolo, avvocato dello Stato;
      –        per la Commissione delle Comunità europee, dal sig. M. van Beek e dalla sig.ra D. Recchia, in qualità di agenti,
      sentite le conclusioni dell’avvocato generale, presentate all’udienza del 16 febbraio 2006,
      ha pronunciato la seguente
      Sentenza
      1        La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione dell’art. 9 della direttiva del Consiglio 2 aprile 1979,
         79/409/CEE, concernente la conservazione degli uccelli selvatici (GU L 103, pag. 1; in prosieguo: la «direttiva»).
      
      2        Tale domanda è stata proposta nell’ambito di una controversia che oppone l’associazione WWF Italia e tre altre associazioni
         alla Regione Lombardia riguardo al prelievo venatorio delle specie fringuello (Fringilla coelebs) e peppola (Fringilla montifringilla)
         per la stagione venatoria 2003/2004.
      
       Contesto normativo
       Il diritto comunitario
      3        In conformità del suo art. 1, la direttiva si prefigge la protezione, la gestione e la regolazione di tutte le specie di uccelli
         viventi naturalmente allo stato selvatico e mira a disciplinarne lo sfruttamento.
      
      4        A tale scopo la direttiva impone agli Stati membri di instaurare un regime generale di protezione che includa, in particolare,
         il divieto di uccidere, catturare o perturbare gli uccelli di cui all’art. 1 e di distruggerne i nidi.
      
      5        L’art. 9 della direttiva autorizza tuttavia talune deroghe nei termini seguenti:
      
      «1.      Sempre che non vi siano altre soluzioni soddisfacenti, gli Stati membri possono derogare agli articoli 5, 6, 7 e 8 per le
         seguenti ragioni;
      
      a)      –       nell’interesse della salute e della sicurezza pubblica,
      –        nell’interesse della sicurezza aerea,
      –        per prevenire gravi danni alle colture, al bestiame, ai boschi, alla pesca e alle acque,
      –        per la protezione della flora e della fauna;
      b)      ai fini della ricerca e dell’insegnamento, del ripopolamento e della reintroduzione nonché per l’allevamento connesso a tali
         operazioni;
      
      c)      per consentire in condizioni rigidamente controllate e in modo selettivo la cattura, la detenzione o altri impieghi misurati
         di determinati uccelli in piccole quantità.
      
      2.      Le deroghe dovranno menzionare:
      –        le specie che formano oggetto delle medesime,
      –        i mezzi, gli impianti e i metodi di cattura o di uccisione autorizzati,
      –        le condizioni di rischio e le circostanze di tempo e di luogo in cui esse possono esser fatte,
      –        l’autorità abilitata a dichiarare che le condizioni stabilite sono realizzate e a decidere quali mezzi, impianti e metodi
         possano essere utilizzati, entro quali limiti, da quali persone,
      
      –        i controlli che saranno effettuati.
      (…)».
       Il diritto nazionale
      6        L’art. 9 della direttiva è stato recepito nell’ordinamento giuridico italiano dall’art. 19 bis della legge 11 febbraio 1992,
         n. 157, norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio (Supplemento ordinario alla GURI  n. 46 del 25 febbraio 1992), come modificata dalla legge 3 ottobre 2002, n. 221 (GURI n. 239 dell’11 ottobre 2002; in prosieguo:
         la «legge n. 157/92»), che così dispone:
      
      «1.      Le regioni disciplinano l’esercizio delle deroghe previste dalla direttiva (...), conformandosi alle prescrizioni dell’articolo
         9, ai principi e alle finalità degli articoli 1 e 2 della stessa direttiva ed alle disposizioni della presente legge. 
      
      2.      Le deroghe, in assenza di altre soluzioni soddisfacenti, possono essere disposte solo per le finalità indicate dall’articolo
         9, paragrafo 1, della direttiva (...) e devono menzionare le specie che ne formano oggetto, i mezzi, gli impianti e i metodi
         di prelievo autorizzati, le condizioni di rischio, le circostanze di tempo e di luogo del prelievo, il numero dei capi giornalmente
         e complessivamente prelevabili nel periodo, i controlli e le forme di vigilanza cui il prelievo è soggetto e gli organi incaricati
         della stessa, fermo restando quanto previsto dall’articolo 27, comma 2. I soggetti abilitati al prelievo in deroga vengono
         individuati dalle regioni, d’intesa con gli ambiti territoriali di caccia (...) ed i comprensori alpini.
      
      3.      Le deroghe di cui al comma 1 sono applicate per periodi determinati, sentito l’Istituto nazionale per la fauna selvatica (INFS),
         o gli istituti riconosciuti a livello regionale, e non possono avere comunque ad oggetto specie la cui consistenza numerica
         sia in grave diminuzione.
      
      4.      Il Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro per gli affari regionali, di concerto con il Ministro dell’ambiente
         e della tutela del territorio, previa delibera del Consiglio dei Ministri, può annullare, dopo aver diffidato la regione interessata,
         i provvedimenti di deroga da questa posti in essere in violazione delle disposizioni della presente legge e della direttiva
         (...).
      
      5.      Entro il 30 giugno di ogni anno, ciascuna regione trasmette al Presidente del Consiglio dei Ministri, ovvero al Ministro per
         gli affari regionali ove nominato, al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio, al Ministro delle politiche agricole
         e forestali, al Ministro per le politiche comunitarie, nonché all’[INFS], una relazione sull’attuazione delle deroghe di cui
         al presente articolo; detta relazione è altresì trasmessa alle competenti Commissioni parlamentari. Il Ministro dell’ambiente
         e della tutela del territorio trasmette annualmente alla Commissione europea la relazione di cui all’articolo 9, paragrafo
         3, della direttiva (...)».
      
      7        La Regione Lombardia ha adottato la legge regionale 2 agosto 2002, n. 18 (in prosieguo: la «legge regionale n. 18/02»), in
         base all’art. 19 bis della legge n. 157/92. L’art. 2, n. 2, della detta legge regionale autorizza il prelievo venatorio delle
         specie fringuello e peppola.
      
      8        L’art. 4 di tale legge prevede che il presidente della Giunta regionale della Lombardia, sentito l’INFS, adotta provvedimenti
         di limitazione o sospensione dei prelievi autorizzati dalla stessa legge, in relazione all’insorgere di variazioni negative
         dello stato delle popolazioni oggetto del prelievo in deroga di cui all’art. 2 supra menzionato.
      
       La causa principale e le questioni pregiudiziali
      9        Con il loro ricorso dinanzi al giudice del rinvio le parti ricorrenti nella causa principale mirano ad ottenere l’annullamento,
         previa sospensione dell’efficacia, della deliberazione n. 14250 della Giunta regionale della Lombardia, del 15 settembre 2003,
         riguardante il prelievo venatorio in deroga di talune quantità di uccelli selvatici appartenenti alle specie fringuello e
         peppola per la stagione venatoria 2003/2004. Tale deliberazione è stata adottata in base all’art. 2, n. 2, della predetta
         legge regionale n. 18/02.
      
      10      Con note del 14 maggio 2003 e del 24 giugno 2003, L’INFS ha calcolato il contingente numerico massimo cacciabile per tutto
         il territorio italiano nella stagione venatoria 2003/2004 in 1 500 000 esemplari della specie fringuello e in 52 000 esemplari
         della specie peppola.
      
      11      Alcune regioni italiane si sono poi ripartite tra loro i contingenti delle specie cacciabili. Così, sulla base degli intervenuti
         accordi, alla Regione Lombardia è stata riservata una quota di 360 000 fringuelli e di 32 000 peppole cacciabili.
      
      12      Dinanzi al giudice del rinvio le ricorrenti hanno sostenuto che l’autorizzazione al prelievo in deroga concessa dalla regione
         Lombardia è illegittima, giustificando la loro affermazione con le considerazioni seguenti:
      
      –        la detta autorizzazione prevede la possibilità di utilizzare gli esemplari delle specie considerate come richiami vivi, benché
         entrambe le specie siano protette;
      
      –        essa è il risultato di una ripartizione fra cinque sole regioni della quota massima stabilita dall’INFS a livello nazionale;
      –        non sono stati previsti i controlli prescritti dall’art. 9 della direttiva al fine di garantire il rispetto delle quote massime
         prelevabili.
      
      13      Le ricorrenti nella causa principale hanno anche asserito che l’art. 19 bis della legge n. 157/92 è in contrasto con la direttiva,
         in quanto attribuisce alle Regioni il potere di stabilire regole per disporre le deroghe previste dalla direttiva sugli uccelli
         selvatici, senza determinare come debba essere individuato e rispettato il contingente massimo di esemplari che possono essere
         prelevati nell’intero territorio nazionale.
      
      14      La convenuta nella causa principale fa valere che l’art. 19 bis della legge n. 157/92 rimette alle Regioni l’onere di disciplinare
         i prelievi venatori in deroga al regime protettivo stabilito dalla direttiva, previa l’obbligatoria acquisizione del parere,
         non vincolante, dell’INFS o di altri istituti riconosciuti a livello regionale.
      
      15      Il Tribunale amministrativo regionale per la Lombardia dubita che l’art. 19 bis della legge n. 157/92 garantisca un’efficace
         applicazione dell’art. 9, n. 1, lett. c), della direttiva. Esso osserva, infatti, che tale disposizione subordina la determinazione
         del numero massimo di esemplari prelevabili al parere non vincolante, pur se obbligatorio, dell’INFS o di altri istituti regionali
         riconosciuti, senza che sia previsto un sistema idoneo a determinare, in modo vincolante, il detto contingente per l’intero
         territorio nazionale, né alcun meccanismo in base al quale possa essere ripartito tra le Regioni il contingente nazionale
         di uccelli cacciabili. Il giudice del rinvio ritiene infine che il sistema di controllo della conformità delle disposizioni
         regionali con le normative nazionale e comunitaria, in ragione della lunga durata del procedimento, non risponda all’esigenza
         di celerità connessa alla necessità di prevenire i prelievi illegali nel corso del breve periodo (circa 40 giorni) durante
         il quale è in vigore la deroga.
      
      16      In tali circostanze, il Tribunale amministrativo regionale per la Lombardia ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre
         alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:
      
      «1)      Se la direttiva (...) debba essere intesa nel senso che gli Stati membri, a prescindere dal riparto interno di competenze
         stabilito dagli ordinamenti nazionali tra Stato e Regioni, devono predisporre una normativa di recepimento che si faccia carico
         di tutte le situazioni che dalla stessa vengono ritenute meritevoli di tutela, in particolare per quanto riguarda la garanzia
         che il prelievo venatorio in deroga non superi le piccole quantità di cui all’art. 9, comma 1, lett. c).
      
      2)      Se, per quanto concerne più specificamente le quantità del prelievo in deroga, la direttiva (...) debba essere intesa nel
         senso che la norma statale di recepimento debba fare riferimento a un parametro determinato o determinabile, anche affidato
         a qualificati organismi tecnici, in modo che l’esercizio del prelievo venatorio in deroga avvenga sulla base di indicatori
         che ne stabiliscano oggettivamente un livello quantitativo invalicabile a livello nazionale od anche regionale, avuto riguardo
         alle possibili diverse condizioni ambientali esistenti.
      
      3)      Se la norma statale data dall’art. 19 bis della legge n. 157/92, nel demandare ad un parere obbligatorio ma non vincolante
         dell’I.N.F.S. la determinazione di tale parametro senza prevedere, però, un procedimento d’intesa fra le regioni che stabilisca
         in modo vincolante la ripartizione per ogni specie del limite numerico di prelievo in deroga individuato a livello nazionale
         come piccola quantità, costituisca corretta applicazione dell’art. 9 della direttiva (...).
      
      4)      Se il procedimento di controllo sulla conformità alla normativa comunitaria dei prelievi venatori in deroga autorizzati dalle
         regioni italiane, di cui all’art. 19 bis della legge n. 157/92, precedut[o] da una fase diffidatoria e soggetto quindi a tempi
         tecnici, anche necessari all’adozione e pubblicazione del provvedimento, durante il decorso dei quali scorre già il calendario
         del breve periodo in cui sono consentiti i prelievi stessi, sia idoneo a garantire l’effettiva applicazione della direttiva
         (...)».
      
       Sulla ricevibilità delle questioni pregiudiziali
      17      La Regione Lombardia e l’Associazione Migratoristi Italiani (ANUU) contestano la ricevibilità delle questioni pregiudiziali
         in quanto il giudice nazionale chiederebbe, tra l’altro, alla Corte di pronunciarsi sull’opportunità e la legittimità della
         ripartizione delle competenze all’interno della Repubblica italiana. Le questioni sollevate dal detto giudice verterebbero,
         inoltre, sulla conformità delle disposizioni interne con l’art. 9 della direttiva.
      
      18      Va in proposito ricordato che, secondo giurisprudenza costante, se è ben vero che, nell’ambito di un rinvio pregiudiziale,
         la Corte non può pronunciarsi né su questioni attinenti al diritto interno degli Stati membri né sulla conformità delle disposizioni
         nazionali con il diritto comunitario, essa può nondimeno fornire elementi interpretativi del diritto comunitario atti a consentire
         al giudice nazionale di dirimere la controversia di cui è investito (v., in particolare, sentenze 23 novembre 1989, causa
         C‑150/88, Parfümerie-Fabrik 4711, Racc. pag. I‑3891, punto 12, e 21 settembre 2000, causa C‑124/99, Borawitz, Racc. pag. I‑7293,
         punto 17).
      
      19      Altro sarebbe naturalmente qualora fosse manifesto che la disposizione di diritto comunitario sottoposta all’interpretazione
         della Corte non può essere applicata (v., in particolare, sentenza 18 ottobre 1990, cause riunite C‑297/88 e C‑197/89, Dzodzi,
         Racc. pag. I‑3763, punto 40). Tale non è il caso della fattispecie.
      
      20      Risulta dalla formulazione delle questioni pregiudiziali nonché dalla motivazione della decisione di rinvio che il giudice
         nazionale mira ad ottenere l’interpretazione dell’art. 9, n. 1, lett. c), della direttiva per quanto riguarda le condizioni
         d’esercizio, da parte degli Stati membri, delle deroghe previste da tale disposizione. Il detto giudice desidera, in particolare,
         chiarimenti sulla portata della disposizione di cui trattasi con riguardo alla sua applicazione nell’ambito di una struttura
         statale decentrata.
      
      21      Risulta del pari dalla decisione di rinvio che tale interpretazione dell’art. 9, n. 1, lett. c), della direttiva può fornire
         al giudice nazionale gli elementi necessari per consentirgli di pronunciarsi sulla causa principale.
      
      22      Alla luce di tutto ciò il rinvio pregiudiziale va considerato ricevibile.
      
       Sulle questioni pregiudiziali
       Sulla prima questione
      23      Con la prima questione il giudice del rinvio desidera sostanzialmente sapere se le disposizioni nazionali di recepimento della
         direttiva devono disciplinare il complesso delle situazioni assoggettate al regime di protezione previsto da tale direttiva,
         in particolare la condizione risultante dall’art. 9, n. 1, lett. c), di quest’ultima, secondo cui gli eventuali prelievi venatori
         in deroga devono essere limitati a «piccole quantità» di uccelli.
      
      24      In proposito, va anzitutto ricordato che la Corte ha statuito che i criteri in base ai quali gli Stati membri possono derogare
         ai divieti previsti nella direttiva devono essere contenuti in disposizioni nazionali sufficientemente chiare e precise, dato
         che l’esattezza della trasposizione assume un’importanza particolare in una materia in cui la gestione del patrimonio comune
         è affidata, per territorio rispettivo, a ciascuno degli Stati membri (v., in questo senso, in particolare sentenze 8 luglio
         1987, causa 247/85, Commissione/Belgio, Racc. pag. 3029, punto 9, e 27 aprile 1988, causa 252/85, Commissione/Francia, Racc.
         pag. 2243, punto 5).
      
      25      È del pari importante osservare che, nell’esercizio dei loro poteri in merito alla concessione delle deroghe, ai sensi dell’art. 9
         della direttiva, le autorità degli Stati membri devono tener conto di numerosi elementi di valutazione che riguardano dati
         di natura geografica, climatica, ambientale e biologica nonché, in particolare, la situazione delle specie per quanto riguarda
         il tasso di riproduzione e la mortalità annuale complessiva dovuta a cause naturali.
      
      26      Quanto agli elementi di valutazione, nelle sentenze 9 dicembre 2004, causa C‑79/03, Commissione/Spagna (Racc. pag. I‑11619,
         punto 36), e 15 dicembre 2005, causa C‑344/03, Commissione/Finlandia (Racc. pag. I-11033, punto 53), la Corte, ha rilevato
         che, secondo il documento intitolato «Seconda relazione [della Commissione] sull’esecuzione della direttiva 79/409/CEE concernente
         la conservazione degli uccelli selvatici» [COM(93) 572 def.], del 24 novembre 1993, costituisce una piccola quantità qualsiasi
         prelievo inferiore all’1% della mortalità annuale totale della popolazione interessata (valore medio) per le specie che non
         possono essere cacciate e dell’ordine dell’1% per le specie che possono essere oggetto di azioni di caccia. La Corte ha in
         proposito sottolineato che tali elementi quantitativi si basano sui lavori del comitato ORNIS per l’adattamento al progresso
         tecnico e scientifico della direttiva, istituito in conformità dell’art. 16 di quest’ultima e composto da rappresentanti degli
         Stati membri.
      
      27      Risulta del pari dalle citate sentenze Commissione/Spagna, punto 41, e Commissione/Finlandia, punto 54, che, pur se le percentuali
         menzionate non hanno carattere giuridicamente vincolante, esse possono tuttavia costituire, in ragione dell’autorità scientifica
         di cui godono i lavori del comitato ORNIS e dell’assenza di produzione di qualsiasi elemento di prova scientifica contraria,
         una base di riferimento per valutare se una deroga concessa in forza dell’art. 9, n. 1, lett. c), della direttiva sia conforme
         alla detta disposizione (v., per analogia, con riferimento alla pertinenza dei dati scientifici in ambito ornitologico, sentenze
         19 maggio 1998, causa C‑3/96, Commissione/Paesi Bassi, Racc. pag. I‑3031, punti 69 e 70, nonché 7 dicembre 2000, causa C‑374/98,
         Commissione/Francia, Racc. pag. I‑10799, punto 25).
      
      28      Ne consegue che, indipendentemente dalla ripartizione interna delle competenze determinata dall’ordinamento giuridico nazionale,
         gli Stati membri sono tenuti a prevedere un quadro legislativo e regolamentare atto a garantire che i prelievi di uccelli
         siano effettuati unicamente nel rispetto della condizione relativa alle «piccole quantità», di cui all’art. 9, n. 1, lett. c),
         della direttiva, e ciò in base ad informazioni scientifiche rigorose, qualunque sia la specie interessata.
      
      29      La prima questione va pertanto risolta dichiarando che l’art. 9, n. 1, lett. c), della direttiva impone agli Stati membri,
         indipendentemente dalla ripartizione interna delle competenze determinata dall’ordinamento giuridico nazionale, di garantire,
         nell’adottare le misure di trasposizione di tale disposizione, che, in tutti i casi di applicazione della deroga ivi prevista
         e per tutte le specie protette, i prelievi venatori autorizzati non superino un tetto – da determinarsi in base a dati scientifici
         rigorosi – conforme alla limitazione, imposta da tale disposizione, dei detti prelievi a piccole quantità.
      
       Sulla seconda questione
      30      Con tale questione il giudice nazionale si interroga sostanzialmente sul grado di precisione che deve caratterizzare le disposizioni
         nazionali di recepimento per quanto riguarda i parametri tecnici in base ai quali può essere fissato un contingente corrispondente
         a «piccole quantità» di uccelli, ai sensi dell’art. 9, n. 1, lett. c), della direttiva. 
      
      31      Si deve osservare che l’undicesimo ‘considerando’ della direttiva mostra che la condizione attinente alle «piccole quantità»
         cui devono essere limitati i prelievi autorizzati in deroga non può essere determinata facendo riferimento ad un criterio
         assoluto, ma deve essere messa in relazione con il livello della popolazione della specie considerata, dei suoi tassi di riproduzione
         e di mortalità annuali.
      
      32      In proposito la Corte ha precisato che possono essere concesse deroghe ai sensi dell’art. 9 della direttiva unicamente se
         sussista la garanzia che la popolazione delle specie interessate è mantenuta ad un livello soddisfacente. In caso contrario
         i prelievi di uccelli non possono in ogni caso essere considerati misurati e, pertanto, ammissibili ai sensi dell’undicesimo
         ‘considerando’ della direttiva (v., in questo senso, sentenza 16 ottobre 2003, causa C‑182/02, Ligue pour la protection des
         oiseaux e a., Racc. pag. I‑12105, punto 17).
      
      33      Per tali motivi, e al fine di consentire alle autorità competenti di ricorrere alle deroghe previste all’art. 9 della direttiva
         solo in modo conforme al diritto comunitario, il quadro legislativo e regolamentare nazionale deve essere concepito in modo
         tale che l’attuazione delle disposizioni in deroga ivi enunciate risponda al principio di certezza del diritto.
      
      34      Come risulta, infatti, dalla sentenza della Corte 7 marzo 1996, causa C‑118/94, Associazione italiana per il WWF e a. (Racc. pag. I‑1223,
         punti 23, 25 e 26), la normativa nazionale applicabile in tale materia deve enunciare i criteri di deroga in modo chiaro e
         preciso ed imporre alle autorità responsabili della loro applicazione di tenerne conto. Trattandosi di un regime eccezionale,
         che deve essere di stretta interpretazione e far gravare l’onere di provare la sussistenza dei requisiti prescritti, per ciascuna
         deroga, sull’autorità che ne prende la decisione, gli Stati membri sono tenuti a garantire che qualsiasi intervento riguardante
         le specie protette sia autorizzato solo in base a decisioni contenenti una motivazione precisa e adeguata riferentesi ai motivi,
         alle condizioni e alle prescrizioni di cui all’art. 9, nn. 1 e 2, della direttiva.
      
      35      Risulta, inoltre, dalla decisione di rinvio che sussistono importanti variazioni quantitative tra le diverse popolazioni di
         uccelli, cosicché qualsiasi decisione in deroga al regime di protezione prescritto dalla direttiva deve tener conto della
         situazione della specie di cui trattasi.
      
      36      La seconda questione va quindi risolta dichiarando che le disposizioni nazionali di recepimento relative alla nozione di «piccole
         quantità» enunciata all’art. 9, n. 1, lett. c), della direttiva devono consentire alle autorità incaricate di autorizzare
         prelievi in deroga di uccelli di una determinata specie di fondarsi su indici sufficientemente precisi quanto ai quantitativi
         massimi da rispettare.
      
       Sulla terza questione
      37      Con tale questione il giudice nazionale desidera ottenere un’interpretazione dell’art. 9, n. 1, lett. c), della direttiva
         per sapere in che modo le autorità competenti degli Stati membri debbano garantire che, nell’attuare tale disposizione, non
         sia superato in tutto il territorio nazionale il numero massimo di uccelli di una data specie che possono essere prelevati.
         In particolare, il giudice del rinvio vuol sapere se la disposizione di cui trattasi debba essere interpretata in senso tale
         che da essa discenda un obbligo di instaurare una concertazione tra gli enti infrastatali incaricati di concedere le autorizzazioni
         di prelievo in deroga, affinché possa essere fissata in modo vincolante la ripartizione dei quantitativi di uccelli che possono
         essere prelevati per tutti i detti enti.
      
      38      Va in proposito ricordato che la Corte ha statuito che, in materia di conservazione degli uccelli selvatici, i criteri in
         base ai quali gli Stati membri possono derogare ai divieti sanciti dalla direttiva devono essere riprodotti in disposizioni
         nazionali precise (v., in particolare, sentenza 15 marzo 1990, causa C‑339/87, Commissione/Paesi Bassi, Racc. pag. I‑851,
         punto 28).
      
      39      Inoltre, dalla sentenza 17 gennaio 1991, causa C‑157/89, Commissione/Italia (Racc. pag. I‑57, punti 16 e 17), consegue che
         sarebbe contraria al principio di certezza del diritto una situazione nella quale le disposizioni nazionali di recepimento
         della direttiva non garantiscano che le autorità infrastatali incaricate dell’attuazione di quest’ultima siano obbligate a
         tener conto dei detti criteri.
      
      40      Di conseguenza, qualora l’attuazione dell’art. 9, n. 1, lett. c), della direttiva sia delegata ad enti infrastatali, il quadro
         legislativo e regolamentare applicabile deve garantire che il totale dei prelievi di uccelli che possono essere autorizzati
         dalle dette autorità resti, per tutto il territorio nazionale, entro il limite delle «piccole quantità» imposto da tale disposizione.
      
      41      Alla luce delle considerazioni che precedono, la terza questione va risolta dichiarando che, nel recepire l’art. 9, n. 1,
         lett. c), della direttiva, gli Stati membri sono tenuti a garantire che, indipendentemente dal numero e dall’identità delle
         autorità incaricate, nel loro ambito, di dare attuazione a tale disposizione, il totale dei prelievi venatori autorizzati,
         per ciascuna specie protetta, da ciascuna delle dette autorità non superi il tetto, conforme alla limitazione di tali prelievi
         a «piccole quantità», fissato per la detta specie per tutto il territorio nazionale.
      
       Sulla quarta questione
      42      Con tale questione il giudice del rinvio si interroga sull’eventuale esigenza di termini massimi entro i quali debbano intervenire
         le decisioni amministrative connesse al controllo delle autorizzazioni di prelievo e dell’osservanza delle loro condizioni.
         Più in particolare, tale giudice vuol sapere se l’art. 9, n. 1, lett. c), della direttiva debba essere interpretato nel senso
         che esso osta ad un procedimento di controllo delle autorizzazioni di prelievi di uccelli in deroga che comporta una fase
         diffidatoria previa e che è assoggettato a tempi tecnici durante i quali è trascorso il breve periodo nel corso del quale
         sono autorizzati tali prelievi.
      
      43      In proposito va ricordato che la Corte ha statuito, al punto 28 della citata sentenza 27 aprile 1988, Commissione/Francia,
         che la normativa nazionale di recepimento deve garantire che i prelievi di uccelli siano effettuati in modo strettamente controllato
         e selettivo. Ciò comporta che deve essere esercitato un controllo effettivo durante i periodi considerati dalle decisioni
         in deroga al regime di protezione previsto dalla direttiva.
      
      44      Ne consegue che il quadro procedurale nazionale applicabile in materia deve garantire non solo che possa essere verificata
         tempestivamente la legittimità delle decisioni che concedono autorizzazioni in deroga al regime di protezione previsto dalla
         direttiva, ma anche che siano rispettate le condizioni che accompagnano tali decisioni.
      
      45      Orbene, un meccanismo di controllo nell’ambito del quale l’annullamento di una decisione di autorizzazione di un prelievo
         in deroga, adottata in violazione dell’art. 9 della direttiva, o la constatazione di una violazione delle condizioni che accompagnano
         una decisione di autorizzazione del detto prelievo si abbiano solo alla scadenza del periodo previsto per l’effettuazione
         di tale prelievo priverebbe d’effetto utile il sistema di protezione istituito dalla direttiva.
      
      46      Infatti, come ha giustamente osservato l’avvocato generale nel paragrafo 62 delle sue conclusioni, il potere di agire tempestivamente
         e adeguatamente in situazioni in cui le delibere delle competenti autorità portino o minaccino di portare ad un risultato
         contrario alle prescrizioni protettive della direttiva rientra nella garanzia relativa all’osservanza dei quantitativi massimi
         di prelievi di uccelli derivante dal regime di deroga istituito con l’art. 9, n. 1, lett. c), della direttiva.
      
      47      La quarta questione va pertanto risolta dichiarando che l’obbligo incombente agli Stati membri di garantire che i prelievi
         di uccelli siano effettuati solo in «piccole quantità», a norma dell’art. 9, n. 1, lett. c), della direttiva, esige che i
         procedimenti amministrativi previsti siano organizzati in modo tale che tanto le decisioni delle autorità competenti di autorizzazione
         dei prelievi in deroga, quanto le modalità di applicazione di tali decisioni siano assoggettate ad un controllo efficace effettuato
         tempestivamente.
      
       Sulle spese
      48      Nei confronti delle parti della causa principale il presente procedimento costituisce un incidente sollevato dinanzi al giudice
         nazionale, cui spetta quindi statuire sulle spese. Le spese sostenute da altri soggetti per presentare osservazioni alla Corte
         non possono dar luogo a rifusione.
      
      Per questi motivi, la Corte (Seconda Sezione) dichiara:
      1)      L’art. 9, n. 1, lett. c), della direttiva del Consiglio 2 aprile 1979, 79/409/CEE, concernente la conservazione degli uccelli
            selvatici, impone agli Stati membri, indipendentemente dalla ripartizione interna delle competenze determinata dall’ordinamento
            giuridico nazionale, di garantire, nell’adottare le misure di trasposizione di tale disposizione, che, in tutti i casi di
            applicazione della deroga ivi prevista e per tutte le specie protette, i prelievi venatori autorizzati non superino un tetto
            – da determinarsi in base a dati scientifici rigorosi – conforme alla limitazione, imposta da tale disposizione, dei detti
            prelievi a piccole quantità.
      2)      Le disposizioni nazionali di recepimento relative alla nozione di «piccole quantità» enunciata all’art. 9, n. 1, lett. c),
            della direttiva 79/409 devono consentire alle autorità incaricate di autorizzare prelievi in deroga di uccelli di una determinata
            specie di fondarsi su indici sufficientemente precisi quanto ai quantitativi massimi da rispettare.
      3)      Nel recepire l’art. 9, n. 1, lett. c), della direttiva 79/409, gli Stati membri sono tenuti a garantire che, indipendentemente
            dal numero e dall’identità delle autorità incaricate, nel loro ambito, di dare attuazione a tale disposizione, il totale dei
            prelievi venatori autorizzati, per ciascuna specie protetta, da ciascuna delle dette autorità non superi il tetto, conforme
            alla limitazione di tali prelievi a «piccole quantità», fissato per la detta specie per tutto il territorio nazionale.
      4)      L’obbligo incombente agli Stati membri di garantire che i prelievi di uccelli siano effettuati solo in «piccole quantità»,
            a norma dell’art. 9, n. 1, lett. c), della direttiva 79/409, esige che i procedimenti amministrativi previsti siano organizzati
            in modo tale che tanto le decisioni delle autorità competenti di autorizzazione dei prelievi in deroga, quanto le modalità
            di applicazione di tali decisioni siano assoggettate ad un controllo efficace effettuato tempestivamente.
      Firme
      * Lingua processuale: l'italiano.