CELEX: 62004TJ0340
Language: it
Date: 2007-03-08
Title: Sentenza del Tribunale di primo grado (Quarta Sezione) dell'8 marzo 2007. # France Télécom SA contro Commissione delle Comunità europee. # Concorrenza - Decisione che ordina un accertamento - Leale cooperazione con i giudici nazionali - Leale cooperazione con le autorità nazionali garanti della concorrenza - Art. 20, n. 4, del regolamento (CE) n. 1/2003 - Motivazione - Proporzionalità - Motivo nuovo - Irricevibilità. # Causa T-340/04.

Causa T-340/04
      France Télécom SA
      contro
      Commissione delle Comunità europee
      «Concorrenza — Decisione che ordina un accertamento — Leale cooperazione con i giudici nazionali — Leale cooperazione con le autorità nazionali garanti della concorrenza — Art. 20, n. 4, del regolamento (CE) n. 1/2003 — Motivazione — Proporzionalità — Motivo nuovo — Irricevibilità»
      Sentenza del Tribunale (Quarta Sezione) 8 marzo 2007 
      Massime della sentenza
      1.     Concorrenza — Procedimento amministrativo — Potere ispettivo della Commissione —Decisione che ordina un accertamento — Obbligo
            di motivazione — Portata
       (Regolamento del Consiglio n. 1/2003, art. 20, n. 4)
      2.     Concorrenza — Procedimento amministrativo — Decisione che ordina un accertamento — Richiesta di assistenza rivolta alle autorità
            nazionali
      (Regolamento del Consiglio n. 1/2003, art. 20, nn. 7 e 8)
      3.     Concorrenza — Procedimento amministrativo — Potere ispettivo della Commissione — Obbligo di leale cooperazione con le autorità
            nazionali — Decisione che ordina un accertamento — Sindacato giurisdizionale — Portata
      (Artt. 10 CE, 81 CE e 82 CE; regolamento del Consiglio n. 1/2003, art. 20, nn. 4, 7 e 8)
      4.     Concorrenza — Ripartizione delle competenze tra la Commissione e le autorità nazionali garanti della concorrenza — Diritto
            della Commissione di decidere di procedere ad accertamenti in un caso che è già in corso d’esame dinanzi ad un’autorità nazionale
            garante della concorrenza — Obbligo di leale cooperazione con le autorità nazionali — Portata
      (Regolamento del Consiglio n. 1/2003, artt. 11, nn. 1 e 6, e 13, n. 1)
      5.     Concorrenza — Procedimento amministrativo — Potere ispettivo della Commissione — Ricorso ad una decisione di procedere ad
            accertamenti — Potere discrezionale della Commissione — Limiti
      (Regolamento del Consiglio n. 1/2003, art. 20)
      6.     Procedura — Deduzione di motivi nuovi in corso di causa — Presupposti
      [Regolamento di procedura del Tribunale, artt. 44, n. 1, lett. c), e 48, n. 2]
      1.     La decisione con la quale la Commissione, nell’esercizio dei poteri conferitile dal regolamento n. 1/2003 per garantire il
         rispetto delle regole comunitarie di concorrenza da parte delle imprese e fondandosi sull’art. 20 di tale regolamento, ordina
         un accertamento deve, a norma del n. 4 di tale articolo e della giurisprudenza, essere accompagnata da una motivazione che
         contenga un certo numero di elementi essenziali, tali da evidenziare le giustificazioni alla base dell’intervento previsto
         all’interno delle imprese interessate e da consentire alle medesime di comprendere la portata del loro dovere di collaborazione
         pur facendo salvi al contempo i loro diritti di difesa. È per questo che essa deve precisare l’oggetto e lo scopo dell’accertamento,
         evidenziando le caratteristiche essenziali dell’infrazione sospettata, indicando il mercato che si presume interessato, la
         natura delle infrazioni sospettate, delle spiegazioni quanto al modo in cui l’impresa interessata dall’accertamento è presumibilmente
         implicata nell’infrazione, l’oggetto della ricerca e gli elementi su cui deve vertere l’accertamento, i poteri conferiti agli
         inquirenti comunitari, la data di inizio dell’accertamento, le sanzioni previste agli artt. 23 e 24 del regolamento n. 1/2003
         e la possibilità di impugnare tale decisione dinanzi al Tribunale. La Commissione è tenuta anche a evidenziare in maniera
         circostanziata che dispone di elementi e di indizi sostanziali gravi che la inducono a sospettare l’infrazione a carico dell’impresa
         interessata dall’accertamento.
      
      La valutazione del carattere sufficiente della motivazione di una decisione siffatta deve essere effettuata alla luce del
         contesto nel quale essa è stata adottata.
      
      (v. punti 49-53, 58)
      2.     Ai sensi dell’art. 20, n. 8, del regolamento n. 1/2003, concernente l’applicazione delle regole di concorrenza di cui agli
         articoli 81 [CE] e 82 [CE], spetta all’autorità giudiziaria nazionale, adita nell’ambito dell’art. 20, n. 7, del medesimo
         regolamento, controllare l’autenticità della decisione della Commissione che ordina un accertamento e verificare che le misure
         coercitive previste per l’esecuzione dell’accertamento non siano né arbitrarie né sproporzionate rispetto all’oggetto di questo
         accertamento e la Commissione è a tal fine tenuta a fornirle talune informazioni.
      
      Risulta, tuttavia, dall’art. 20, n. 8, del regolamento n. 1/2003 e dalla giurisprudenza che tali elementi possono figurare
         anche in altri atti oltre che nella decisione che ordina l’accertamento, o possono essere trasmessi dalla Commissione alla
         detta autorità mediante un atto diverso dalla decisione di cui trattasi.
      
      (v. punto 110)
      3.     Per quanto riguarda gli accertamenti ai quali la Commissione può procedere per garantire il rispetto delle regole comunitarie
         di concorrenza da parte delle imprese, il regolamento n. 1/2003 al suo art. 20 distingue nettamente tra le decisioni adottate
         dalla Commissione in base al n. 4 di questo articolo, da un lato, e la richiesta di assistenza presentata all’autorità giudiziaria
         nazionale ai sensi del n. 7 della medesima disposizione, dall’altro.
      
      Anche se è vero che i giudici comunitari hanno competenza esclusiva nel sindacato di legittimità di una decisione adottata
         dalla Commissione a norma dell’art. 20, n. 4, del regolamento, spetta invece unicamente al giudice nazionale cui l’autorizzazione
         a ricorrere a misure coercitive viene richiesta ai sensi dell’art. 20, n. 7, del regolamento – assistito, se del caso, dalla
         Corte di giustizia nell’ambito di un rinvio pregiudiziale, e fermo restando l’esperimento di eventuali mezzi di ricorso nazionali
         – stabilire se le informazioni trasmesse dalla Commissione nell’ambito di questa richiesta gli consentano di esercitare il
         controllo conferitogli dall’art. 20, n. 8, del regolamento e, pertanto, di pronunciarsi utilmente sulla domanda che gli è
         stata presentata.
      
      L’autorità giudiziaria nazionale adita nell’ambito dell’art. 20, n. 7, del regolamento può chiedere, a norma del n. 8 di questo
         articolo e secondo la giurisprudenza, precisazioni alla Commissione, in particolare sui motivi per i quali essa sospetta un’infrazione
         agli artt. 81 CE e 82 CE, sulla gravità della presunta infrazione e sulla natura del coinvolgimento dell’impresa interessata.
         Un controllo del Tribunale che, eventualmente, si concludesse con la constatazione dell’insufficienza delle informazioni trasmesse
         dalla Commissione a questa autorità comporterebbe un riesame da parte del Tribunale della valutazione, già effettuata dalla
         detta autorità, circa il carattere sufficiente delle informazioni. Orbene, tale controllo è inammissibile, poiché la valutazione
         effettuata dall’autorità giudiziaria nazionale è soggetta unicamente ai controlli conseguenti all’esperimento dei mezzi di
         ricorso offerti dal diritto interno avverso le decisioni di tale autorità.
      
      Per tale ragione devono essere respinti in quanto ininfluenti gli argomenti, a sostegno di un ricorso diretto contro la decisione
         della Commissione che ordina l’accertamento, che l’impresa interessata vuole trarre dal fatto che, in violazione dell’obbligo
         di leale cooperazione con le autorità nazionali che l’art. 10 CE pone a carico della Commissione, la detta decisione non avrebbe
         contenuto informazioni sufficienti per consentire al giudice nazionale, cui è rivolta una domanda di autorizzazione di provvedimenti
         coercitivi, di pronunciarsi con piena conoscenza di causa.
      
      (v. punti 119, 122-125)
      4.     Pur se l’art. 11, n. 1, del regolamento n. 1/2003 enuncia una regola generale secondo cui la Commissione e le autorità nazionali
         sono tenute a operare in stretta collaborazione, esso non impone alla Commissione di astenersi dall’effettuare accertamenti
         su un caso che un’autorità nazionale garante della concorrenza sia chiamata a risolvere in parallelo.
      
      Da questa disposizione non si può neanche dedurre che, dal momento in cui un’autorità nazionale garante della concorrenza
         ha avviato un’indagine su fatti specifici, sia immediatamente impedito alla Commissione di esaminare il caso o di interessarvisi
         in limine. Al contrario, dall’esigenza di collaborazione enunciata da questa disposizione deriva che le due autorità in questione
         possono, perlomeno nelle fasi preliminari quali le indagini, lavorare in parallelo. In tal senso, dall’art. 11, n. 6, del
         regolamento n. 1/2003 risulta che il principio di collaborazione implica che la Commissione e le autorità nazionali garanti
         della concorrenza possono, perlomeno nelle fasi preliminari dei casi che trattano, lavorare in parallelo. Questa disposizione
         prevede, infatti, con riserva di una semplice consultazione dell’autorità nazionale interessata, che la Commissione conservi
         la possibilità di avviare un procedimento per l’adozione di una decisione anche qualora un’autorità nazionale stia già trattando
         il caso. Pertanto, la Commissione deve a fortiori poter procedere a un accertamento. Infatti una decisione che ordina un accertamento
         costituisce solo un atto preparatorio alla trattazione nel merito di un caso, che non comporta l’avvio formale del procedimento
         ai sensi dell’art. 11, n. 6, del regolamento n. 1/2003, in quanto una siffatta decisione che ordina un accertamento non manifesta
         di per sé la volontà della Commissione di adottare una decisione nel merito del caso.
      
      Del pari l’art. 13, n. 1, del regolamento n. 1/2003 comporta unicamente per un’altra autorità interessata la semplice facoltà
         di sospendere il procedimento o di respingere una denuncia per il fatto che un’altra autorità garante della concorrenza sta
         esaminando la stessa pratica. Il mancato ricorso alla detta facoltà non può dunque costituire un inadempimento da parte della
         Commissione del dovere di leale cooperazione con le autorità garanti della concorrenza degli Stati membri.
      
      (v. punti 128-130)
      5.     Il rispetto del principio di proporzionalità presuppone che, quando la Commissione decide, fondandosi sull’art. 20 del regolamento
         n. 1/2003, concernente l’applicazione delle regole di concorrenza di cui agli articoli 81 [CE] e 82 [CE], di procedere a un
         accertamento, i provvedimenti previsti non generino inconvenienti eccessivi e intollerabili rispetto agli scopi perseguiti
         dall’accertamento in questione. Ciò nonostante, la scelta che la Commissione deve compiere fra l’accertamento mediante semplice
         mandato e quello ordinato mediante decisione non dipende da circostanze quali la particolare gravità della situazione, l’urgenza
         estrema o la necessità di una discrezione assoluta, bensì dalle necessità di un’istruzione adeguata, tenuto conto delle particolarità
         della fattispecie. Pertanto, qualora una decisione di accertamento sia unicamente diretta a consentire alla Commissione di
         raccogliere gli elementi necessari per valutare l’eventuale sussistenza di una violazione del Trattato, tale decisione non
         lede il principio di proporzionalità.
      
      In linea di principio spetta alla Commissione valutare se un’informazione sia necessaria per poter scoprire un’infrazione
         alle regole di concorrenza e, anche se dispone già di indizi, o addirittura di elementi di prova circa l’esistenza di un’infrazione,
         essa può a buon diritto ritenere necessario ordinare accertamenti ulteriori che le permettano di meglio valutare la trasgressione
         o la sua durata.
      
      (v. punti 147-148)
      6.     Dal combinato disposto degli artt. 44, n. 1, lett. c), e 48, n. 2, del regolamento di procedura emerge che il ricorso deve
         contenere l’oggetto della controversia e l’esposizione sommaria dei motivi dedotti e che è vietata la deduzione di motivi
         nuovi in corso di causa, a meno che essi si basino su elementi di diritto e di fatto emersi durante il procedimento. Ora,
         il fatto che il ricorrente abbia avuto conoscenza di un dato di fatto durante il procedimento dinanzi al Tribunale non implica
         che tale dato di fatto costituisca un elemento di fatto emerso durante il procedimento. È inoltre necessario che detto ricorrente
         non sia stato in grado di avere conoscenza di tale dato anteriormente.
      
      (v. punto 164)
SENTENZA DEL TRIBUNALE (Quarta Sezione)
      8 marzo 2007 (*)
      
      «Concorrenza – Decisione che ordina un accertamento – Leale cooperazione con i giudici nazionali – Leale cooperazione con le autorità nazionali garanti della concorrenza – Art. 20, n. 4, del regolamento (CE) n. 1/2003 – Motivazione – Proporzionalità – Motivo nuovo – Irricevibilità»
      Nella causa T-340/04,
      France Télécom SA, con sede in Parigi (Francia), rappresentata dagli avv.ti C. Clarenc e J. Ruiz Calzado,
      
      ricorrente,
      contro
      Commissione delle Comunità europee, rappresentata dal sig. É. Gippini Fournier e dalla sig.ra O. Beynet, in qualità di agenti,
      
      convenuta,
      avente a oggetto l’annullamento della decisione della Commissione 18 maggio 2004, C(2004) 1929, nel caso COMP/C-1/38.916,
         con cui si ordina alla France Télécom SA nonché a tutte le sue controllate dirette o indirette, comprese la Wanadoo SA e tutte
         le imprese controllate direttamente o indirettamente dalla Wanadoo SA, di sottoporsi a un accertamento in forza dell’art. 20,
         n. 4, del regolamento (CE) del Consiglio 16 dicembre 2002, n. 1/2003, concernente l’applicazione delle regole di concorrenza
         di cui agli articoli 81 [CE] e 82 [CE] (GU 2003, L 1, pag. 1),
      
      IL TRIBUNALE DI PRIMO GRADO
      DELLE COMUNITÀ EUROPEE (Quarta Sezione),
      composto dal sig. H. Legal, presidente, dalla sig.ra I. Wiszniewska-Białecka e dal sig. E. Moavero Milanesi, giudici,
      cancelliere: sig.ra K. Pocheć, amministratore
      vista la fase scritta del procedimento e in seguito alla trattazione orale dell’8 giugno 2006,
      ha pronunciato la seguente
      Sentenza
       Contesto normativo
      1       L’art. 11 (intitolato «Cooperazione fra la Commissione e le autorità garanti della concorrenza degli Stati membri»), nn. 1
         e 6, del regolamento (CE) del Consiglio 16 dicembre 2002, n. 1/2003, concernente l’applicazione delle regole di concorrenza
         di cui agli articoli 81 [CE] e 82 [CE] (GU 2003, L 1, pag. 1), così recita:
      
      «La Commissione e le autorità garanti della concorrenza degli Stati membri applicano le regole di concorrenza comunitarie
         in stretta collaborazione.
      
      (…)
      L’avvio di un procedimento da parte della Commissione per l’adozione di una decisione ai sensi del capitolo III priva le autorità
         garanti della concorrenza degli Stati membri della competenza ad applicare gli articoli 81 [CE] e 82 [CE] (…). Qualora un’autorità
         garante della concorrenza di uno Stato membro stia già svolgendo un procedimento, la Commissione avvia il procedimento unicamente
         previa consultazione di quest’ultima».
      
      2       Ai sensi dell’art. 13 (intitolato «Sospensione o chiusura del procedimento») del regolamento n. 1/2003:
      «1. Quando le autorità garanti della concorrenza di due o più Stati membri hanno ricevuto una denuncia o agiscono d’ufficio
         ai sensi dell’articolo 81 [CE] o dell’articolo 82 [CE] (…) riguardo al medesimo accordo, alla medesima decisione di un’associazione
         o alla medesima pratica, il fatto che un’autorità garante della concorrenza stia esaminando il caso costituisce, per le altre
         autorità, un motivo sufficiente per sospendere il procedimento o per respingere la denuncia. La Commissione può analogamente
         respingere una denuncia qualora questa sia all’esame dell’autorità garante della concorrenza di uno Stato membro.
      
      2. Qualora un’autorità garante della concorrenza di uno Stato membro o la Commissione abbiano ricevuto una denuncia contro
         un accordo, una decisione di un’associazione o una pratica già trattata da un’altra autorità garante della concorrenza, tale
         denuncia può essere respinta».
      
      3       In virtù dell’art. 20 (intitolato «Poteri della Commissione in materia di accertamenti») del regolamento n. 1/2003:
      «1. Per l’assolvimento dei compiti affidatile dal presente regolamento, la Commissione può procedere a tutti gli accertamenti
         necessari presso le imprese e associazioni di imprese.
      
      2. Gli agenti e le altre persone che li accompagnano autorizzati dalla Commissione a procedere agli accertamenti dispongono
         dei seguenti poteri:
      
      a)      accedere a tutti i locali, terreni e mezzi di trasporto di imprese e associazioni di imprese;
      b)      controllare i libri e qualsiasi altro documento connesso all’azienda, su qualsiasi forma di supporto;
      c)      fare o ottenere sotto qualsiasi forma copie o estratti dei suddetti libri o documenti;
      d)      apporre sigilli a tutti i locali e libri o documenti aziendali per la durata degli accertamenti e nella misura necessaria
         al loro espletamento;
      
      e)      chiedere a qualsiasi rappresentante o membro del personale dell’impresa o dell’associazione di imprese spiegazioni su fatti
         o documenti relativi all’oggetto e allo scopo degli accertamenti e verbalizzarne le risposte.
      
      3. Gli agenti e le altre persone che li accompagnano autorizzati dalla Commissione a procedere agli accertamenti esercitano
         i loro poteri su presentazione di un mandato scritto che precisa l’oggetto e lo scopo degli accertamenti, nonché la sanzione
         prevista dall’articolo 23 per il caso in cui i libri e gli altri documenti connessi all’azienda richiesti siano presentati
         in modo incompleto e per il caso in cui le risposte fornite alle domande poste in applicazione del paragrafo 2 del presente
         articolo siano inesatte o fuorvianti. Prima degli accertamenti, la Commissione avvisa in tempo utile l’autorità garante della
         concorrenza dello Stato membro nel cui territorio essi devono essere compiuti.
      
      4. Le imprese e le associazioni di imprese sono obbligate a sottoporsi agli accertamenti ordinati dalla Commissione mediante
         decisione. La decisione precisa l’oggetto e lo scopo degli accertamenti, ne fissa la data di inizio ed indica le sanzioni
         previste dagli articoli 23 e 24, nonché il diritto di presentare ricorso dinanzi alla Corte di giustizia avverso la decisione.
         La Commissione adotta tali decisioni dopo aver sentito l’autorità garante della concorrenza dello Stato membro nel cui territorio
         devono essere effettuati gli accertamenti.
      
      5. Gli agenti dell’autorità garante della concorrenza dello Stato membro nel cui territorio devono essere effettuati gli accertamenti
         o le persone da essa autorizzate o incaricate, su domanda di tale autorità o della Commissione, prestano attivamente assistenza
         agli agenti e alle altre persone che li accompagnano autorizzati dalla Commissione. Essi dispongono a tal fine dei poteri
         definiti al paragrafo 2.
      
      6. Qualora gli agenti e le altre persone che li accompagnano autorizzati dalla Commissione constatino che un’impresa si oppone
         ad un accertamento ordinato a norma del presente articolo, lo Stato membro interessato presta loro l’assistenza necessaria
         per l’esecuzione degli accertamenti, ricorrendo se del caso alla forza pubblica o a un’autorità equivalente incaricata dell’applicazione
         della legge.
      
      7. Se l’assistenza di cui al paragrafo 6 richiede l’autorizzazione di un’autorità giudiziaria ai sensi della legislazione
         nazionale, tale autorizzazione viene richiesta. Essa può anche essere richiesta in via preventiva.
      
      8. Qualora sia richiesta l’autorizzazione di cui al paragrafo 7, l’autorità giudiziaria nazionale controlla l’autenticità
         della decisione della Commissione e verifica che le misure coercitive previste non siano né arbitrarie né sproporzionate rispetto
         all’oggetto degli accertamenti. Nel verificare la proporzionalità delle misure coercitive, l’autorità giudiziaria nazionale
         può chiedere alla Commissione, direttamente o attraverso l’autorità garante della concorrenza dello Stato membro, una spiegazione
         dettagliata, in particolare, dei motivi per i quali la Commissione sospetta un’infrazione agli articoli 81 [CE] e 82 [CE]
         (…) nonché della gravità della presunta infrazione e della natura del coinvolgimento dell’impresa interessata. Tuttavia [l’]autorità
         giudiziaria nazionale non può né mettere in discussione la necessità degli accertamenti né chiedere che siano fornite informazioni
         contenute nel fascicolo della Commissione. Il controllo della legittimità della decisione della Commissione è riservato alla
         Corte di giustizia».
      
       I fatti all’origine della controversia
      4       Con decisione 16 luglio 2003, relativa a un procedimento di applicazione dell’articolo 82 [CE] (caso COMP/38.233 – Wanadoo
         Interactive) (in prosieguo: la «decisione 16 luglio 2003»), la Commissione constatava che nel periodo compreso tra marzo 2001
         e ottobre 2002 la Wanadoo Interactive, all’epoca controllata al 99,9% della Wanadoo SA, a sua volta una controllata della
         ricorrente, la cui partecipazione nel capitale oscillava tra il 70% e il 72,2% durante il periodo interessato da questa decisione,
         aveva commesso un abuso di posizione dominante sul mercato dei servizi d’accesso a Internet ad alta velocità a destinazione
         della clientela residenziale, praticando prezzi predatori per i suoi servizi eXtense e Wanadoo ADSL, e le infliggeva un’ammenda
         di EUR 10,35 milioni. 
      
      5       Con gli artt. 2 e 3 della detta decisione la Commissione ingiungeva altresì alla Wanadoo Interactive di:
      –       astenersi, nell’ambito dei suoi servizi eXtense e Wanadoo ADSL, da qualsiasi comportamento di possibile oggetto o effetto
         identico o analogo a quello dell’infrazione;
      
      –       trasmettere alla Commissione, al termine di ogni esercizio, fino all’esercizio 2006 incluso, i rendiconti d’esercizio dei
         diversi servizi ADSL forniti (Asymmetric Digital Subscriber Line, linea digitale asimmetrica per l’abbonato), evidenziando
         i ricavi contabili, le spese d’esercizio e i costi d’acquisizione della clientela. 
      
      6       L’11 dicembre 2003, a seguito di un parere favorevole dell’Autorité française de régulation des télécommunications (Autorità
         francese di regolamentazione delle telecomunicazioni) (in prosieguo: l’«ART»), il Ministro francese dell’Economia, delle Finanze
         e dell’Industria ha omologato una riduzione delle tariffe all’ingrosso praticate dalla France Télécom per l’accesso e la raccolta
         IP/ADSL, definite altresì «opzione 5». Molti fornitori di accesso a Internet, tra cui la Wanadoo, hanno deciso di ripercuotere
         tale riduzione delle tariffe all’ingrosso sulle loro offerte al dettaglio.
      
      7       Il 12 dicembre 2003 la Wanadoo ha annunciato una prima riduzione delle tariffe flat praticate al dettaglio, applicabile sia
         ai vecchi abbonati sia ai nuovi, per i servizi ad alta velocità (offerte «eXtense 512k» illimitata, «eXtense 512k Fidélité»
         illimitata, «eXtense 1024k» illimitata ed «eXtense 1024k Fidélité» illimitata), a partire dal 6 gennaio 2004. La tariffa dell’offerta
         «eXtense 128k» illimitata è rimasta invariata.
      
      8       Il 9 gennaio 2004 la Commissione ha inviato una lettera alla Wanadoo, richiamando il disposto dell’art. 2 della decisione
         16 luglio 2003 e chiedendole di comunicare se avesse applicato, successivamente alla decisione di cui trattasi, riduzioni
         dei prezzi praticati al dettaglio per i servizi interessati dalla decisione ovvero se intendesse agire in tal senso. La Commissione
         precisava che, in caso di risposta affermativa, la Wanadoo avrebbe ricevuto una richiesta formale di informazioni sui dettagli
         di queste riduzioni di prezzo. Essa chiedeva inoltre quale fosse la data di chiusura dell’esercizio sociale della Wanadoo
         e quando le sarebbero state trasmesse le informazioni di cui all’art. 3 della decisione 16 luglio 2003.
      
      9       Il 12 gennaio 2004 la AOL France SNC e la AOL Europe Services SARL (in prosieguo, congiuntamente: la «AOL») hanno presentato
         al Conseil de la concurrence français (Consiglio francese della concorrenza) (in prosieguo: il «Conseil de la concurrence»)
         una denuncia vertente sulla pratica di prezzi predatori da parte della Wanadoo per quanto riguarda quattro nuove offerte da
         essa annunciate il 12 dicembre 2003, sulla base dell’art. 82 CE e dell’art. L 420-2 del codice commerciale francese. La denuncia
         era corredata di una domanda di misure cautelari diretta ad ottenere, in particolare, la sospensione della commercializzazione
         di queste offerte ai sensi dell’art. L 464-1 del codice commerciale francese.
      
      10     Con decisione 19 gennaio 2004, n. 263012, il Conseil d’État francese (in prosieguo: il «Conseil d’État»), dinanzi al quale
         la società T-Online France aveva proposto domanda di sospensione della decisione del Ministro dell’Economia, delle Finanze
         e dell’Industria francese che omologa la riduzione delle tariffe dell’opzione 5, ha respinto questa domanda, precisando in
         particolare che l’ART aveva «rilevato, a sostegno del suo parere favorevole all’offerta tariffaria della France Télécom, dopo
         un’analisi dettagliata, l’assenza di effetti anticoncorrenziali tali da ostacolarla».
      
      11     Il 29 gennaio 2004 la Wanadoo ha annunciato l’introduzione, a decorrere dal 3 febbraio 2004, di un’offerta «eXtense 128k Fidélité»
         illimitata e di quattro tariffe flat (cosiddette «personalizzate»), vale a dire «eXtense 128k/20h», «eXtense 128k/20h Fidélité»,
         «eXtense 512k/5Go» ed «eXtense 512k/5Go Fidélité».
      
      12     Con lettera 30 gennaio 2004 la Wanadoo ha risposto alla lettera inviata dalla Commissione il 9 gennaio 2004 comunicandole
         il lancio di nuove offerte d’abbonamento ADSL nel mese di gennaio, a tariffe più convenienti, e il futuro lancio di nuove
         offerte in febbraio.
      
      13     Il 24 febbraio 2004 la AOL ha integrato la denuncia presentata al Conseil de la concurrence aggiungendovi le offerte lanciate
         dalla Wanadoo il 3 febbraio 2004 e corredandola altresì di una domanda di misure cautelari, il cui scopo era, in particolare,
         quello di sospendere la commercializzazione delle dette offerte.
      
      14     La Commissione si è incontrata peraltro con taluni concorrenti della Wanadoo, i quali hanno richiamato la sua attenzione sul
         fatto che, a loro avviso, il nuovo prezzo di chiamata stabilito dalla Wanadoo per l’accesso a 128 kbit/s originava una compressione
         delle tariffe per il mercato al dettaglio. 
      
      15     All’inizio del mese di marzo 2004 il Conseil de la concurrence ha informato la Commissione della denuncia presentata dalla
         AOL. 
      
      16     Il 15 marzo 2004, in applicazione dell’art. 3 della decisione 16 luglio 2003, la Wanadoo ha trasmesso alla Commissione i rendiconti
         d’esercizio relativi all’anno di esercizio 2003. 
      
      17     Il 22 marzo 2004, durante una riunione dei servizi della direzione generale (DG) «Concorrenza» della Commissione con il relatore
         incaricato del caso presso il Conseil de la concurrence (in prosieguo: il «relatore»), è emerso che, da un esame sintetico
         fondato sul metodo di calcolo applicato dalla Commissione nella sua decisione 16 luglio 2003 e sul modello economico previsionale
         elaborato dalla Wanadoo, rettificato, ove necessario, in base alle stime del relatore, talune delle nuove tariffe della Wanadoo
         apparivano predatorie, in special modo in presenza di un disegno volto all’eliminazione dei concorrenti. Alla luce di questi
         elementi, il relatore ha proposto al Conseil de la concurrence di adottare misure cautelari, ingiungendo alla Wanadoo di ritirare
         le offerte in questione. 
      
      18     Il 2 aprile 2004 c’è stato un incontro tra funzionari della DG «Concorrenza» e la AOL. 
      19     Nello stesso periodo la Commissione ha avuto numerosi contatti telefonici con il relatore e, il 21 aprile 2004, si è riunita
         una seconda volta con quest’ultimo.
      
      20     L’11 maggio 2004 il Conseil de la concurrence ha reso la decisione n. 04-D-17 relativa alla domanda di misure cautelari presentata
         dalla AOL, con cui ha respinto la domanda stessa rimettendo la causa in istruttoria (in prosieguo: la «decisione del Conseil
         de la concurrence»). 
      
      21     Il 18 maggio 2004 la Commissione ha adottato la decisione C(2004) 1929, nel caso COMP/C-1/38.916, con cui si ordina alla ricorrente
         nonché a tutte le sue controllate dirette o indirette, comprese la Wanadoo e tutte le imprese controllate direttamente o indirettamente
         dalla Wanadoo, di sottoporsi a un accertamento in forza dell’art. 20, n. 4, del regolamento n. 1/2003 (in prosieguo: la «decisione
         impugnata»). 
      
      22     I punti 1 e 3-13 di tale decisione così recitano:
      «La Commissione (…) ha ricevuto informazioni secondo cui la Wanadoo pratica tariffe per l’accesso a Internet con linea ADSL
         rivolte al grande pubblico francese di cui alcune non coprono i costi variabili e altre sono inferiori ai costi totali. Stando
         ai dati disponibili, le tariffe rientrano in un disegno volto all’eliminazione dei concorrenti. Inoltre, dalle informazioni
         ottenute emerge che il margine economico ridotto tra le tariffe al dettaglio interessate e (…) [l’opzione 5] della France
         Télécom origina una compressione dei prezzi a scapito [d]egli operatori concorrenti che intendono proporre l’accesso a Internet
         ad alta velocità per la clientela residenziale in base all’opzione 5 della France Télécom.
      
      (…)
      La Wanadoo ha annunciato una prima riduzione delle tariffe per l’accesso a Internet con linea ADSL rivolte al grande pubblico
         applicabili dal 5 gennaio 2004. Questa riduzione si è realizzata mediante l’introduzione delle offerte «eXtense» illimitate
         (vale a dire due offerte a 128 kbit/s, la prima per 24 mesi a EUR 24,90/mese e la seconda per 12 mesi a EUR 29,90/mese; due
         offerte a 512 kbit/s, una per 24 mesi a EUR 29,90/mese e l’altra per 12 mesi a EUR 34,90; due offerte a 1024 kbit/s, la prima
         per 24 mesi a EUR 39,90/mese e la seconda per 12 mesi a EUR 44,90).
      
      Il 28 gennaio 2004 la Wanadoo ha inoltre introdotto quattro offerte cosiddette “personalizzate” (vale a dire due offerte a
         128 kbit/s limitate a 20 h/mese, la prima per 24 mesi a EUR 14,90/mese e la seconda per 12 mesi a EUR 19,90 e due offerte
         a 512 kbit/s limitate a 5 Gb/mese, una per 24 mesi a EUR 24,90/mese e l’altra per 12 mesi a EUR 29,90). La presente ispezione
         verte nello specifico su queste dieci nuove offerte.
      
      Secondo le informazioni in possesso della Commissione, da un’analisi condotta sulla base di previsioni si evince che almeno
         tre delle offerte summenzionate (ossia le due offerte “personalizzate” a 128 kbit/s e l’offerta “personalizzata” a 512 kbit/s/24
         mesi) non coprono i loro costi variabili. Perlomeno altre due offerte a 512 kbit/s (l’offerta “personalizzata” 12 mesi e l’offerta
         illimitata 24 mesi) non coprono i loro costi totali.
      
      Alla Commissione sono pervenute altresì informazioni secondo cui le offerte interessate rientrerebbero in una strategia per
         bloccare ed eliminare i concorrenti.
      
      A ciò si aggiunga che, in base alle informazioni in possesso della Commissione, nonostante la riduzione delle tariffe relative
         all’opzione 5 avvenuta nel gennaio 2004, il margine economico tra le nuove tariffe al dettaglio praticate dalla Wanadoo e
         l’opzione 5 è insufficiente e impedisce agli operatori concorrenti che basano la loro offerta sull’opzione 5 di competere
         con la Wanadoo a condizioni eque.
      
      Nella decisione (…) 16 luglio 2003 la Commissione ha concluso che la Wanadoo occupava una posizione dominante sul mercato
         francese dell’accesso a Internet ad alta velocità per la clientela residenziale. Le informazioni ricevute dalla Commissione
         indicano che questa conclusione è valida ancora oggi.
      
      È molto probabile che le offerte inferiori ai costi praticate dalla Wanadoo e il margine ridotto esistente tra queste offerte
         e le tariffe relative all’opzione 5 abbiano limitato l’accesso sul mercato dei concorrenti – francesi o con sede in altri
         Stati membri – e messo a repentaglio i concorrenti già presenti sul mercato. Stando alle informazioni a disposizione, la maggior
         parte dei concorrenti della Wanadoo ha dovuto allinearsi alle nuove offerte e l’intero mercato dell’ADSL in Francia registra
         attualmente un margine negativo.
      
      Il tipo di pratiche descritte in precedenza si traduce nell’imposizione di prezzi di vendita non equi. Qualora ne venisse
         provata l’esistenza, siffatte pratiche costituirebbero un abuso di posizione dominante e, pertanto, una violazione dell’art. 82 [CE].
      
      Per poter valutare tutti i fatti pertinenti relativi alle pratiche presunte e l’ambito dell’abuso presunto, la Commissione
         deve effettuare accertamenti a norma dell’art. 20, n. 4, del regolamento n. 1/2003.
      
      Secondo le informazioni in possesso della Commissione, è molto probabile che tutti i dati inerenti alle pratiche summenzionate,
         in particolare le informazioni che consentono di stabilire il livello di copertura dei costi e quelle pertinenti alla strategia
         per bloccare ed eliminare i concorrenti, siano stat[i] res[i] not[i] solo ad alcuni membri del personale della France Télécom
         e/o della Wanadoo. La documentazione esistente in merito alle pratiche presunte si limita, con ogni probabilità, allo stretto
         necessario ed è custodita in luoghi e sotto forme tali da renderla facilmente dissimulabile, occultabile o eliminabile in
         caso di indagine.
      
      Al fine di garantire l’efficacia del presente accertamento, è quindi fondamentale effettuare l’ispezione senza darne previa
         comunicazione alle imprese destinatarie della presente [d]ecisione. Pertanto, occorre adottare una [d]ecisione a norma dell’art. 20,
         n. 4, del regolamento n. 1/2003, con cui si ordina alle imprese di sottoporsi a un accertamento».
      
      23     L’art. 1 della decisione impugnata dispone quanto segue:
      «La France Télécom (…) e la Wanadoo (…)
      sono tenute a sottoporsi a un accertamento relativo a una presunta imposizione di prezzi di vendita non equi nel settore dell’accesso
         a Internet ad alta velocità per la clientela residenziale, in contrasto con l’art. 82 [CE], nell’intento di bloccare ed eliminare
         i concorrenti. L’accertamento può essere effettuato in tutti gli uffici delle imprese (…).
      
      La France Télécom (…) e la Wanadoo (…) permetteranno agli agenti e alle altre persone che li accompagnano incaricati dalla
         Commissione di effettuare l’accertamento e agli agenti dell’autorità competente dello Stato membro interessato nonché agli
         agenti da essa incaricati o designati che li coadiuvano l’accesso a tutti i loro uffici, terreni e mezzi di trasporto nel
         consueto orario di apertura. Le dette imprese metteranno a disposizione i libri contabili e altri documenti operativi, su
         qualunque tipo di supporto, chiesti dagli agenti e dalle altre persone di cui sopra e consentiranno loro di controllare in
         loco i libri contabili e gli altri documenti aziendali in questione nonché di trattenerne o ottenerne, sotto qualunque forma,
         una copia o un estratto. Esse provvederanno a fornire senza indugio, in loco, tutti i chiarimenti orali necessari ai predetti
         agenti e alle altre persone in relazione a fatti o documenti inerenti all’oggetto e allo scopo dell’accertamento, facendo
         in modo che qualsiasi rappresentante o membro del personale fornisca le delucidazioni richieste. Esse permetteranno ai [predetti]
         agenti e alle altre persone di registrare tali precisazioni, sotto qualunque forma».
      
      24     La decisione impugnata indica infine agli artt. 2 e 3, rispettivamente, la data di avvio dell’accertamento e il fatto che
         la ricorrente e la Wanadoo ne sono destinatarie. In fine riporta le circostanze in presenza delle quali la Commissione può
         infliggere alle imprese destinatarie della decisione ammende e penalità di mora in conformità degli artt. 23 e 24 del regolamento
         n. 1/2003 e indica che, qualora un’impresa destinataria si opponga all’accertamento ordinato, lo Stato membro interessato
         presta agli agenti e alle altre persone che li accompagnano autorizzati dalla Commissione l’assistenza necessaria per l’esecuzione
         degli accertamenti ai sensi dell’art. 20, n. 6, del regolamento n. 1/2003. La decisione inoltre fa riferimento alla possibilità
         di proporre ricorso avverso la medesima dinanzi al Tribunale e riporta in allegato alcuni brani del regolamento n. 1/2003.
      
      25     In virtù di tale decisione, la Commissione ha chiesto assistenza alle autorità francesi in applicazione dell’art. 20, n. 5,
         del regolamento n. 1/2003. Con domanda di avvio di un’indagine presentata il 25 maggio 2004 il Ministro francese dell’Economia,
         delle Finanze e dell’Industria ha ordinato al direttore della direzione nazionale delle indagini in materia di concorrenza,
         consumo e lotta contro le frodi di adottare tutte le misure necessarie alla realizzazione dell’indagine indicata dalla Commissione
         nella decisione impugnata. A tal fine quest’ultimo ha adito il giudice delle libertà e della detenzione presso la corte d’appello
         di Parigi (in prosieguo: il «giudice delle libertà») per ottenere l’autorizzazione a procedere o a far procedere ad un accertamento
         nella sede della ricorrente e della Wanadoo e di fornire assistenza alla Commissione. Tale domanda era corredata della decisione
         impugnata. 
      
      26     Con ordinanza 28 maggio 2004 il giudice delle libertà ha concesso l’autorizzazione richiesta, consentendo in particolare agli
         inquirenti francesi designati di esercitare i poteri spettanti loro in virtù degli artt. L 450‑4 e L 470‑6 del codice commerciale
         francese. 
      
      27     L’accertamento ha avuto inizio il 2 giugno 2004 negli uffici della ricorrente, protraendosi fino al 3 giugno 2004. La ricorrente
         vi ha collaborato, pur sollevando riserve sul suo fondamento. La Wanadoo è stata sottoposta ad accertamenti dal 2 al 4 giugno
         2004.
      
       Procedimento e conclusioni delle parti
      28     Con atto depositato l’11 agosto 2004 presso la cancelleria del Tribunale la ricorrente ha proposto al Tribunale il presente
         ricorso.
      
      29     Su relazione del giudice relatore, il Tribunale (Quarta Sezione) ha deciso di aprire la fase orale e, nell’ambito delle misure
         di organizzazione del procedimento previste dall’art. 64 del regolamento di procedura del Tribunale, ha posto un quesito scritto
         alla ricorrente, che vi ha risposto entro il termine stabilito.
      
      30     Le parti hanno svolto le proprie difese orali e presentato le proprie risposte ai quesiti orali del Tribunale all’udienza
         dell’8 giugno 2006.
      
      31     La ricorrente chiede che il Tribunale voglia:
      –       annullare la decisione impugnata;
      –       condannare la Commissione alle spese. 
      32     La Commissione chiede che il Tribunale voglia:
      –       respingere il ricorso;
      –       condannare la ricorrente alle spese. 
       In diritto
      33     La ricorrente deduce quattro motivi a sostegno del suo ricorso, relativi, rispettivamente, alla violazione dell’obbligo di
         motivazione, alla violazione dell’obbligo di leale cooperazione con le autorità nazionali, alla violazione del principio di
         proporzionalità e alla violazione, anteriore all’adozione della decisione impugnata, del regolamento n. 1/2003, della comunicazione
         della Commissione sulla cooperazione nell’ambito della rete delle autorità garanti della concorrenza (GU 2004, C 101, pag. 43;
         in prosieguo: la «comunicazione»), e del principio di corretta amministrazione della giustizia, motivo, quest’ultimo, formulato
         per la prima volta nella replica.
      
       Sul primo motivo relativo alla violazione dell’obbligo di motivazione
      34     La ricorrente sostiene che in quattro occasioni la Commissione ha violato l’obbligo di motivazione ad essa incombente in forza
         dell’art. 253 CE, del regolamento n. 1/2003 e della giurisprudenza. In primo luogo, la decisione impugnata non le avrebbe
         consentito di conoscere le ragioni per cui era stata sottoposta ad accertamenti; in secondo luogo, la decisione impugnata
         non sarebbe motivata riguardo a taluni elementi attinenti al suo contesto; in terzo luogo, la decisione impugnata non si fonderebbe
         sui dubbi sollevati nella decisione impugnata inerenti alle tariffe dell’opzione 5; in quarto luogo, la decisione impugnata
         non avrebbe permesso al giudice delle libertà di esercitare il sindacato conferitogli.
      
       Sulla prima censura relativa all’impossibilità per la ricorrente di conoscere le ragioni per cui era destinataria della decisione
         impugnata e sottoposta ad accertamenti
      
      –       Argomenti delle parti
      35     In termini generali la ricorrente fa valere che dall’art. 253 CE, dal regolamento n. 1/2003 e dalla giurisprudenza risulta
         che la portata dell’obbligo di motivazione dipende dalla natura dell’atto in questione e dal contesto nel quale è stato adottato.
         Così, la Commissione dovrebbe indicare in modo chiaro e preciso l’oggetto e lo scopo dell’accertamento che decide di ordinare
         e le presunzioni che intende verificare. Orbene, nella fattispecie la decisione impugnata, non avendo consentito alla ricorrente
         di valutare l’oggetto preciso, la portata e la giustificazione dell’ispezione ordinata, sarebbe inficiata da un vizio di motivazione.
         Per questo fatto, la ricorrente non avrebbe avuto la possibilità di comprendere la portata dell’obbligo di collaborazione
         che le incombe e i diritti della difesa non sarebbero stati salvaguardati. Infatti essa non sarebbe stata in grado di conoscere
         chiaramente le presunzioni su cui si è fondata la Commissione né la portata dell’implicazione che le sarebbe stata attribuita
         nel presunto abuso di posizione dominante. 
      
      36     La decisione impugnata imputerebbe alla Wanadoo le pratiche asserite su cui vertono gli accertamenti, in conformità dell’impostazione
         adottata nella decisione 16 luglio 2003, in cui la Commissione avrebbe riconosciuto l’autonomia della Wanadoo rispetto alla
         ricorrente nell’ambito della politica di determinazione dei prezzi sul mercato francese dei servizi di accesso a Internet
         ad alta velocità per la clientela residenziale. La decisione impugnata, quindi, avrebbe a oggetto la verifica delle pratiche
         imputate a una controllata indipendente della ricorrente, attiva su un mercato in cui quest’ultima non è presente. Stando
         così le cose, per adempiere il suo obbligo di motivazione la Commissione avrebbe dovuto esporre le ragioni per cui la ricorrente
         era interessata personalmente da accertamenti volti a verificare le presunzioni relative all’infrazione di cui all’art. 1
         della decisione impugnata.
      
      37     La decisione impugnata non consentirebbe alla ricorrente di sapere se la Commissione la presuma implicata – o meno – individualmente
         nell’attuazione delle pratiche citate nella decisione impugnata e se sia sospettata, così, di aver individualmente violato
         l’art. 82 CE, il che contravverrebbe a quanto postulato nella sentenza della Corte 22 ottobre 2002, causa C‑94/00, Roquette
         Frères (Racc. pag. I‑9011), secondo cui la Commissione deve fornire spiegazioni quanto al modo in cui l’impresa interessata
         dai provvedimenti coercitivi si presuma implicata nell’infrazione. 
      
      38     Il fatto che nel 2004 la ricorrente abbia acquisito l’intero capitale della Wanadoo non giustificherebbe l’impostazione adottata
         dalla Commissione nella decisione impugnata. La ricorrente precisa che i prezzi interessati da tale decisione sono quelli
         delle offerte lanciate nel gennaio 2004, epoca in cui essa deteneva soltanto il 70% circa del capitale della Wanadoo, giacché
         l’acquisizione dell’intero capitale di quest’ultima impresa è avvenuta solo dopo l’adozione della decisione impugnata. Inoltre,
         la presunzione secondo cui una controllata sarebbe assoggettata in misura determinante alla società capogruppo sarebbe capovolta
         qualora detta filiale stabilisca autonomamente la sua politica. Nel caso di specie l’autonomia della Wanadoo sarebbe stata
         dimostrata nella decisione 16 luglio 2003. La Commissione non sarebbe potuta tornare su questa constatazione per il solo motivo
         implicito di un aumento della quota posseduta dalla ricorrente del capitale della Wanadoo successivo alla determinazione dei
         prezzi interessati dalla decisione impugnata. 
      
      39     La posizione della Commissione sarebbe, per di più, contraddittoria. Infatti, l’atteggiamento della Commissione fino all’adozione
         della decisione impugnata e l’art. 1 di questa decisione confermerebbero che le offerte e i prezzi praticati dalla Wanadoo
         erano considerati oggetto della politica dell’impresa in questione e non di una politica di gruppo. 
      
      40     La Commissione ribatte esponendo, innanzitutto, i requisiti che le sono imposti dalla giurisprudenza in materia di motivazione
         delle decisioni di accertamento. L’art. 20, n. 4, del regolamento n. 1/2003 definirebbe gli elementi essenziali che devono
         figurare nella motivazione di una decisione che ordina gli accertamenti, prevedendo che essa precisi l’oggetto e lo scopo
         degli accertamenti. Inoltre, la giurisprudenza avrebbe indicato, per quanto riguarda l’art. 14, n. 3, del regolamento del
         Consiglio 6 febbraio 1962, n. 17, primo regolamento d’applicazione degli articoli [81 CE] e [82 CE] (GU 1962, n. 13, pag. 204),
         la cui formulazione coincide in sostanza con quella dell’art. 20, n. 4, del regolamento n. 1/2003, che la Commissione non
         è tenuta a comunicare al destinatario di una decisione di accertamento tutte le informazioni di cui è in possesso quanto a
         presunte infrazioni, né a procedere a una rigorosa qualificazione giuridica delle infrazioni stesse, ma deve indicare chiaramente
         gli indizi che intende verificare. La decisione impugnata risponderebbe a tali requisiti. 
      
      41     Per quanto attiene alla prima censura sollevata dalla ricorrente, la Commissione sottolinea, in primo luogo, che la ricorrente
         è la società capogruppo del gruppo Wanadoo, di cui avrebbe detenuto il 95,94% del capitale prima dell’adozione della decisione
         impugnata. Il fatto che la ricorrente sia una persona giuridica diversa dalla Wanadoo non significa che si tratti di un’altra
         impresa nel senso del diritto comunitario in materia di concorrenza. Dal momento che un’impresa detiene l’intero capitale
         di un’altra impresa, esisterebbe una presunzione secondo cui la prima esercita un controllo sulla seconda e, di conseguenza,
         una presunzione relativa alla sua implicazione in caso d’infrazione commessa dalla seconda. La Commissione non sarebbe tenuta
         a spiegare questi elementi nella sua decisione, in quanto l’obbligo di motivazione non imporrebbe che tutti gli elementi di
         fatto e di diritto pertinenti siano specificati. Per di più, i riferimenti della ricorrente alla decisione 16 luglio 2003
         non sarebbero pertinenti, visto che, dopo questa data, la ricorrente avrebbe aumentato la sua partecipazione nel capitale
         della Wanadoo. 
      
      42     Inoltre, nonostante la partecipazione della ricorrente nel capitale della Wanadoo non fosse ancora effettiva al momento del
         lancio delle nuove offerte nel gennaio 2004, i mercati si sarebbero aspettati una reintegrazione della Wanadoo nel gruppo
         France Télécom. La Commissione avrebbe potuto legittimamente supporre che il processo d’integrazione della Wanadoo si trovasse,
         al momento del lancio delle nuove offerte, già perlomeno in fase preparatoria, e che, a questo punto, la ricorrente nutrisse
         interesse a verificare più da vicino le decisioni prese dalla sua controllata in materia di tariffazione. Sarebbe probabile
         altresì che, in seguito a una decisione che dichiara l’illegittimità della politica dei prezzi di una filiale, la società
         capogruppo ne partecipi più strettamente alla determinazione dei prezzi. 
      
      43     In secondo luogo, per procedere ad accertamenti la Commissione non dovrebbe necessariamente avere la certezza che l’impresa
         sottoposta a ispezione sia direttamente implicata nella presunta infrazione o essere in grado di indicare il ruolo preciso
         svolto da ogni impresa sottoposta a ispezione nell’ambito della stessa infrazione. Poiché la ricorrente è la società capogruppo
         della Wanadoo e le infrazioni sospettate a carico di quest’ultima sono chiaramente espresse, la ragione per cui la ricorrente
         è interessata sarebbe manifesta. Così, sarebbe logico pensare che taluni elementi ricercati avrebbero potuto essere reperiti
         anche negli uffici della ricorrente. 
      
      44     Il fatto che, per quanto riguarda le infrazioni constatate nella decisione 16 luglio 2003, non sia emerso da alcun elemento
         che la Wanadoo avesse agito su istruzioni della società capogruppo non sarebbe pertinente, visto che questa constatazione
         non può applicarsi a situazioni future. 
      
      45     In terzo luogo, la decisione impugnata preciserebbe in termini chiari come la ricorrente venga ritenuta implicata nell’infrazione
         sospettata. Le pratiche tariffarie descritte, qualora fossero dimostrate, equivarrebbero all’imposizione di prezzi di vendita
         non equi a norma dell’art. 82 CE, qualificabile, nel caso si tratti di un gruppo d’imprese come quello della fattispecie,
         come pratica predatoria o compressione tariffaria. Non sarebbe necessaria una qualificazione giuridica precisa delle infrazioni
         presunte o l’indicazione del periodo in cui le dette infrazioni sarebbero state commesse. Inoltre, la questione relativa all’imputazione
         dell’infrazione perpetrata da una controllata alla società capogruppo non sarebbe pertinente nella fattispecie. 
      
      46     Da ultimo, e in ogni caso, la Commissione potrebbe ordinare accertamenti, laddove possa legittimamente supporre che elementi
         pertinenti ai fini della sua indagine siano reperibili presso gli uffici di un’impresa, anche ove dovesse successivamente
         risultare che l’impresa in discussione non è implicata in modo diretto nell’infrazione sospettata. 
      
      –       Giudizio del Tribunale 
      47     In limine, è d’uopo richiamare i principi che disciplinano l’obbligo di motivazione incombente alla Commissione quando adotta
         una decisione che ordina accertamenti in forza dell’art. 20, n. 4, del regolamento n. 1/2003.
      
      48     L’obbligo di motivare una decisione individuale, risultante in maniera generale dall’art. 253 CE, ha lo scopo di consentire
         al giudice comunitario di esercitare il suo sindacato di legittimità sulla decisione e di fornire all’interessato indicazioni
         sufficienti per giudicare se la decisione sia fondata oppure se sia eventualmente inficiata da un vizio che consente di contestarne
         la validità, visto che la portata di quest’obbligo dipende dalla natura dell’atto in questione e dal contesto nel quale è
         stato adottato (sentenze della Corte 25 ottobre 1984, causa 185/83, Instituut Electronenmicroscopie, Racc. pag. 3623, punto 38,
         e del Tribunale 15 giugno 2005, causa T‑349/03, Corsica Ferries France/Commissione, Racc. pag. II‑2197, punti 62 e 63).
      
      49     Per quanto attiene alle decisioni della Commissione che ordinano un accertamento, l’art. 20, n. 4, del regolamento n. 1/2003
         definisce gli elementi essenziali che devono figurare in siffatte decisioni e prescrive alla Commissione di motivarle, precisando
         l’oggetto e lo scopo degli accertamenti, la relativa data di inizio, le sanzioni previste agli artt. 23 e 24 del detto regolamento
         e il diritto di presentare ricorso avverso tali decisioni dinanzi al giudice comunitario.
      
      50     Così, la motivazione delle decisioni con cui si ordina un accertamento ha come oggetto non solo di evidenziare la giustificazione
         dell’azione prevista all’interno delle imprese interessate, ma anche di consentire a esse di comprendere la portata del loro
         dovere di collaborazione pur facendo salvi al contempo i loro diritti di difesa (v., a proposito del regolamento n. 17, sentenze
         della Corte 21 settembre 1989, cause riunite 46/87 e 227/88, Hoechst/Commissione, Racc. pag. I‑2859, punto 29, e Roquette
         Frères, cit. supra al punto 37, punto 47).
      
      51     L’obbligo incombente alla Commissione di indicare l’oggetto e lo scopo di un accertamento rappresenta infatti una garanzia
         fondamentale per i diritti della difesa delle imprese interessate e, di conseguenza, la portata dell’obbligo di motivazione
         delle decisioni che dispongono accertamenti non può essere limitata in base a considerazioni relative all’efficacia dell’indagine.
         In proposito, la Commissione, anche se non è tenuta a comunicare al destinatario di una decisione che dispone un accertamento
         tutte le informazioni di cui è in possesso quanto a presunte infrazioni, né a delimitare precisamente il mercato di cui trattasi,
         né a procedere a una rigorosa qualificazione giuridica delle infrazioni stesse, né a indicare il periodo durante il quale
         le infrazioni sarebbero state commesse, deve però indicare, in maniera il più possibile precisa, gli indizi che intende verificare,
         vale a dire ciò che si ricerca e gli elementi che devono essere oggetto dell’accertamento (v., a proposito del regolamento
         n. 17, sentenze della Corte 17 ottobre 1989, causa 85/87, Dow Benelux/Commissione, Racc. pag. I-3137, punto 10; Hoechst/Commissione,
         cit. supra al punto 50, punto 41, e Roquette Frères, cit. supra al punto 37, punto 48).
      
      52     A tal fine la Commissione è altresì tenuta a evidenziare, in una decisione con cui ordina un accertamento, la descrizione
         delle caratteristiche essenziali dell’infrazione sospettata, indicando il mercato che si presume interessato e la natura delle
         sospettate infrazioni alla concorrenza, fornendo spiegazioni quanto al modo in cui l’impresa interessata dall’accertamento
         è presumibilmente implicata nell’infrazione, specificando ciò che si ricerca e gli elementi che devono essere oggetto dell’accertamento,
         nonché i poteri conferiti agli inquirenti comunitari (v., a proposito del regolamento n. 17, sentenze della Corte 26 giugno
         1980, causa 136/79, National Panasonic/Commissione, Racc. pag. 2033, punto 26, e Roquette Frères, cit. supra al punto 37,
         punti 81, 83 e 99).
      
      53     Per giustificare l’accertamento la Commissione è tenuta ad esporre in maniera circostanziata, nella decisione con cui ordina
         un accertamento, che dispone di elementi e di indizi sostanziali gravi che la inducono a sospettare l’infrazione a carico
         dell’impresa interessata dall’accertamento stesso (v., a proposito del regolamento n. 17, sentenza Roquette Frères, cit. supra
         al punto 37, punti 55, 61 e 99).
      
      54     Nella fattispecie, se è vero che la decisione impugnata è formulata in termini generali, tuttavia essa contiene gli elementi
         essenziali prescritti dall’art. 20, n. 4, del regolamento n. 1/2003 e dalla giurisprudenza.
      
      55     Così, dalla formulazione essenziale della decisione impugnata, riportata supra ai punti 22-24, emerge che essa precisa l’oggetto
         e lo scopo dell’accertamento, esponendo le caratteristiche essenziali dell’infrazione sospettata, indicando il mercato che
         si presume interessato – l’accesso a Internet ad alta velocità per la clientela residenziale in Francia –, la natura delle
         sospettate infrazioni alla concorrenza – pratiche tariffarie presumibilmente contrarie all’art. 82 CE, precisando l’importanza
         delle tariffe dell’opzione 5 della ricorrente nell’ambito della determinazione dell’esistenza delle stesse infrazioni –, fornendo
         spiegazioni quanto al modo in cui la ricorrente si presume implicata nell’infrazione e al ruolo che la ricorrente avrebbe
         potuto svolgervi – nel senso che essa avrebbe potuto essere informata o potrebbe disporre di elementi che consentano di dimostrare
         l’infrazione sospettata –, indicando ciò che si ricercava e gli elementi che dovevano essere oggetto dell’accertamento – informazioni
         inerenti a tali pratiche, in particolare elementi che permettano di determinare il livello di copertura dei costi della Wanadoo
         e relativi a una strategia per bloccare ed eliminare i concorrenti, che potrebbero essere stati comunicati solo ad alcuni
         membri del personale della ricorrente o della Wanadoo, reperibili negli uffici, nei libri contabili e in altri documenti aziendali
         della Wanadoo o della ricorrente e, eventualmente, oralmente –, i poteri conferiti agli inquirenti comunitari, la data di
         inizio dell’accertamento – il 2 giugno 2004 –, le sanzioni previste agli artt. 23 e 24 del regolamento n. 1/2003 e il diritto
         di presentare ricorso dinanzi al Tribunale avverso la decisione. D’altro canto, all’epoca in Francia era noto che la ricorrente
         era la società capogruppo della Wanadoo.
      
      56     Quanto alla giustificazione dell’accertamento, la decisione impugnata espone in maniera circostanziata che la Commissione
         disponeva, nel proprio fascicolo, di elementi e di indizi seri che legittimavano il sospetto di violazioni delle norme della
         concorrenza da parte della Wanadoo, controllata della ricorrente, potendo legittimamente sospettare che taluni elementi, in
         particolare quelli relativi a una strategia per bloccare e reprimere i concorrenti, potessero essere stati comunicati ad alcuni
         membri del personale della ricorrente.
      
      57     La decisione impugnata sembra dunque sufficientemente motivata rispetto ai requisiti dell’art. 20, n. 4, del regolamento n. 1/2003
         e della giurisprudenza. Peraltro, alla luce del contesto in cui essa è stata adottata, gli elementi menzionati dalla ricorrente
         nell’ambito della presente censura non sono tali da invalidare questa conclusione.
      
      58     In primo luogo, vero è che la decisione impugnata prevede specificamente che l’oggetto degli accertamenti sono le dieci offerte
         della Wanadoo che vi sono riportate. Stando così le cose, e come emerge dal precedente punto 55, sono esposti altresì la ragione
         della designazione della ricorrente quale destinataria della decisione impugnata e il motivo della sua implicazione personale
         nell’ispezione ordinata, vale a dire, in sostanza, il fatto che la Commissione sospettasse che taluni elementi probatori potessero
         reperirsi negli uffici o che essa potesse essere stata messa al corrente della strategia seguita dalla sua controllata. Tenuto
         conto del contesto in cui la decisione impugnata è stata adottata, che la ricorrente stessa riconosce quale elemento pertinente
         per stabilire la portata dell’obbligo di motivazione incombente alla Commissione, questa precisione era sufficiente a soddisfare
         l’obbligo di motivazione quanto all’indicazione dell’oggetto e dello scopo degli accertamenti in questione.
      
      59     Da un lato, è pacifico che la ricorrente era, all’epoca dei fatti, la società capogruppo della Wanadoo e che essa non poteva
         ignorare che la sua controllata fosse stata condannata con decisione 16 luglio 2003 per violazione dell’art. 82 CE. La Commissione
         era quindi legittimata a sospettare che taluni elementi probatori potessero essere occultati negli uffici della ricorrente.
      
      60     Dall’altro lato, la decisione 16 luglio 2003 dimostra che già nell’ambito di tale procedimento la ricorrente era stata oggetto
         di richieste di informazioni. Inoltre, questa decisione poggia, in particolare ai fini dell’analisi ivi effettuata della strategia
         di appropriazione prioritaria del mercato relativo ai servizi d’accesso a Internet ad alta velocità da parte della Wanadoo,
         su elementi contestuali che provano l’esistenza di una strategia per bloccare ed eliminare i concorrenti nonché la posizione
         dominante della Wanadoo, alcuni dei quali provenienti dalla ricorrente e altri forniti dalla Wanadoo nella detta decisione.
         La Commissione rileva inoltre elementi che illustrano la politica d’insieme del gruppo France Télécom nei confronti della
         concorrenza nel mercato interessato ed evidenzia a ragione che la strategia perseguita da una controllata non è del tutto
         dissociabile dagli obiettivi della società capogruppo. 
      
      61     Così, dato in particolare il ruolo già svolto da taluni documenti della ricorrente e dalla strategia di gruppo adottata dalla
         ricorrente ai fini dell’accertamento di un’infrazione da parte della sua controllata, quantunque l’indipendenza di quest’ultima
         nella determinazione dei relativi prezzi al dettaglio non fosse in discussione, il difetto di motivazione della decisione
         impugnata quanto alla designazione della ricorrente quale destinataria della decisione impugnata e alla sua implicazione personale
         negli accertamenti effettuati nella fattispecie non è dimostrato.
      
      62     Il grado esatto di partecipazione della ricorrente nel capitale della Wanadoo non è pertinente al riguardo, in quanto, nel
         caso di specie, esso è comunque sufficiente per constatare che, all’epoca dei fatti in questione, la ricorrente era senza
         dubbio la società capogruppo della Wanadoo. Ad abundantiam, il Tribunale rileva inoltre che dalla risposta fornita dalla ricorrente
         al quesito scritto posto dal Tribunale si evince che, in data 28 aprile 2004, ossia prima dell’adozione della decisione impugnata,
         la ricorrente deteneva, in forma diretta o indiretta, il 95,25% del capitale della sua controllata Wanadoo.
      
      63     Nemmeno l’eventuale impossibilità d’imputare alla ricorrente la condotta anticoncorrenziale della Wanadoo, una volta che risulti
         accertata, può considerarsi pertinente. Questa può di fatto derivare da un esame nel merito di una causa, ma non legittima
         il divieto di accertamenti negli uffici della società capogruppo, dato che questi accertamenti hanno proprio per oggetto di
         stabilire il ruolo preciso svolto dalle imprese interessate nell’infrazione in questione. La giurisprudenza non richiede infatti
         soltanto che, nella decisione che ordina un accertamento, si proceda all’esatta qualificazione giuridica delle asserite infrazioni
         (v., a proposito del regolamento n. 17, sentenza Dow Benelux/Commissione, cit. supra al punto 51, punto 10). Per giunta, si
         è già constatato che nel caso di specie la decisione impugnata era sufficientemente motivata in diritto, per il fatto che
         la Commissione poteva legittimamente sospettare che taluni elementi probatori pertinenti si trovassero negli uffici della
         ricorrente. Inoltre, dalla decisione impugnata non emerge che l’autonomia di comportamento della Wanadoo sul mercato interessato
         dagli accertamenti, che sarebbe stata riconosciuta nella decisione 16 luglio 2003, sia stata rimessa in discussione dalla
         Commissione.
      
      64     In secondo luogo, per quanto riguarda l’argomento secondo cui la presunta insufficienza della motivazione non avrebbe consentito
         alla ricorrente di valutare se dovesse considerarsi individualmente implicata nell’infrazione, basta osservare che, come si
         è rilevato in precedenza, sia il contenuto della decisione impugnata sia il contesto in cui essa è sorta indicano chiaramente
         la presunzione che la ricorrente fosse implicata nell’infrazione.
      
      65     Dalle considerazioni che precedono risulta parimenti che la decisione impugnata non è viziata da alcuna contraddizione rispetto
         alla posizione anteriore della Commissione, che avrebbe richiesto una motivazione particolare. Pertanto, la presente censura
         non può essere accolta.
      
       Sulla seconda censura relativa all’assenza di motivazione della decisione impugnata rispetto a taluni elementi contestuali
      –       Argomenti delle parti
      66     La ricorrente fa valere che la Commissione non avrebbe motivato la sua decisione di procedere agli accertamenti in questione
         alla luce della decisione 16 luglio 2003, del procedimento dinanzi al Conseil de la concurrence e della decisione del Conseil
         de la concurrence. 
      
      67     Da un lato, la necessità e la proporzionalità degli accertamenti, come il riferimento al rischio di occultamento o di distruzione
         di elementi, avrebbero dovuto essere motivati in relazione all’esistenza delle ingiunzioni contenute nella decisione 16 luglio
         2003. 
      
      68     Dall’altro lato, la Commissione, ritenendo gli accertamenti necessari malgrado il procedimento pendente dinanzi al Conseil
         de la concurrence e il rigetto da parte di quest’ultimo della domanda di misure cautelari presentata dalla AOL, era tenuta
         a chiarirli e motivarli, a fortiori per quanto attiene agli accertamenti ordinati presso gli uffici della ricorrente. 
      
      69     L’inadempimento da parte della Commissione dell’obbligo di motivazione incombentele sarebbe inoltre dimostrato dal fatto che
         la Commissione avrebbe fatto riferimento, tra gli elementi contestuali presentati nel suo controricorso, alla decisione 16
         luglio 2003, al fatto che la decisione impugnata ne costituirebbe il seguito, al procedimento pendente dinanzi al Conseil
         de la concurrence e alla sua decisione di esaminare la causa nel merito. 
      
      70     In ogni caso, le spiegazioni fornite a posteriori nel controricorso non potrebbero ovviare al difetto di motivazione che inficia
         la decisione impugnata. L’obbligo di motivazione avrebbe imposto alla Commissione di precisare nella decisione impugnata che
         la presunzione di infrazione ivi formulata derivava dagli scambi avvenuti con l’autorità francese garante della concorrenza
         nell’ambito della fase istruttoria inerente alla domanda della AOL e che la decisione impugnata risultava dalla sua decisione
         anteriore di esaminare nel merito tale domanda. L’inadempimento sarebbe tanto più grave nella specie tenuto conto che, secondo
         il punto 34 della comunicazione, la Commissione avrebbe dovuto informare la ricorrente della sua decisione di esaminare la
         causa nel merito. 
      
      71     La Commissione ribatte innanzitutto, riguardo alla decisione 16 luglio 2003 e alle misure di controllo da essa imposte, che
         nella decisione impugnata si fa menzione del fatto che essa ha ricevuto informazioni secondo cui le offerte interessate rientrerebbero
         in una strategia per bloccare ed eliminare i concorrenti. Il conseguimento di tali elementi sarebbe impossibile mediante una
         semplice richiesta di informazioni sui costi e i prezzi. Dalla decisione impugnata emergerebbe inoltre che la Commissione
         sospettava, sulla base di informazioni pervenutele, l’esistenza di una nuova infrazione all’art. 82 CE, malgrado il controllo
         disposto con la decisione 16 luglio 2003, il che comporterebbe la sussistenza del grave rischio che gli elementi comunicati
         dalla Wanadoo nell’ambito di questo sindacato fossero lacunosi o imprecisi. 
      
      72     Inoltre, la mancanza di riferimenti alla decisione del Conseil de la concurrence e al procedimento avviato dinanzi a quest’ultimo
         non può costituire un vero e proprio vizio di motivazione, in quanto il fatto che questi elementi non siano stati menzionati
         non avrebbe potuto ledere la ricorrente. La Commissione, in una decisione che ordina un accertamento, non sarebbe neppure
         tenuta a indicare le sue fonti. In subordine, la Commissione aggiunge che il Conseil de la concurrence non ha respinto la
         domanda di misure cautelari per ragioni inerenti al merito dell’infrazione presunta, bensì per motivi riguardanti le condizioni
         relative alla concessione di provvedimenti provvisori. In ogni caso la ricorrente non dimostrerebbe sotto quale profilo il
         fatto che la Commissione non abbia fatto riferimento al procedimento pendente dinanzi al Conseil de la concurrence le avrebbe
         impedito di conoscere lo scopo e l’oggetto degli accertamenti ordinati. 
      
      73     Infine, l’argomento relativo all’indicazione, nel controricorso, di informazioni che non sarebbero state precisate nella decisione
         impugnata non sarebbe pertinente. In particolare, il fatto di ignorare che la Commissione avesse deciso l’esame della pratica
         nel merito sarebbe superfluo per conoscere l’oggetto e lo scopo degli accertamenti o la portata di ciò che si ricercava. Del
         resto, il punto 34 della comunicazione non imporrebbe alla Commissione di informare l’impresa interessata mediante decisione.
         
      
      –       Giudizio del Tribunale 
      74     Dall’analisi effettuata ai precedenti punti 47-57 risulta che la decisione impugnata soddisfa l’obbligo generale di motivazione
         incombente alla Commissione a norma dell’art. 20, n. 4, del regolamento n. 1/2003 e della giurisprudenza. È quindi d’uopo
         stabilire se, nella fattispecie, la Commissione, per adempiere a questo obbligo, dovesse tuttavia motivare la decisione impugnata
         anche alla luce degli elementi di cui la ricorrente fa menzione nell’ambito della presente censura.
      
      75     In proposito, occorre rilevare, in primo luogo, che non è contestato che i diversi elementi contestuali invocati dalla ricorrente
         fossero noti a quest’ultima alla data in cui le è stata notificata la decisione impugnata e gli accertamenti hanno avuto luogo.
         Il fatto che non siano stati menzionati nella decisione impugnata non può quindi aver leso i diritti della difesa della ricorrente.
      
      76     In secondo luogo, per quanto riguarda le ingiunzioni contenute nella decisione 16 luglio 2003, dalla decisione impugnata emerge
         che, nonostante le ingiunzioni, la Commissione era in possesso di informazioni che la legittimavano a sospettare un’infrazione
         all’art. 82 CE a opera della Wanadoo. In altre parole, la Commissione disponeva, nel suo fascicolo, di elementi secondo cui
         la Wanadoo non si conformava a queste ingiunzioni. Inoltre, l’ispezione mirava altresì a ottenere elementi che rivelassero
         l’intento di eliminare i concorrenti, elementi in relazione ai quali è difficile immaginare che, anche ipotizzando che fossero
         ricompresi dalle ingiunzioni in questione, sarebbero stati comunicati spontaneamente alla Commissione dalla ricorrente o dalla
         Wanadoo nell’ambito delle ingiunzioni di cui trattasi. Così, l’esistenza delle ingiunzioni contenute nella decisione 16 luglio
         2003 era ininfluente sull’opportunità di procedere agli accertamenti ordinati dalla decisione impugnata. Pertanto, la Commissione
         non era tenuta a motivarla in maniera specifica rispetto alle ingiunzioni.
      
      77     In terzo luogo, quanto al riferimento al rischio di occultamento o di distruzione di elementi, esso non è atto a dimostrare
         un inadempimento da parte della Commissione dell’obbligo di motivazione ad essa incombente. Infatti, è pacifico che, tra gli
         elementi ricercati, in particolare quelli rivelatori di una strategia diretta a bloccare o a eliminare i concorrenti, figurino
         elementi in genere occultati o esposti a un rischio di distruzione in caso d’indagine. Inoltre, come si è constatato in precedenza,
         era altresì ragionevole per la Commissione considerare che tali elementi non le sarebbero comunque stati comunicati spontaneamente
         nell’ambito delle ingiunzioni contenute nella decisione 16 luglio 2003.
      
      78     In quarto luogo, per quanto attiene al procedimento pendente dinanzi al Conseil de la concurrence e al rigetto della domanda
         di misure cautelari presentate dalla AOL, il diritto comunitario non impone, in linea di principio, alla Commissione di motivare
         una decisione di procedere ad accertamenti rispetto a procedure nazionali parallele eventualmente esistenti. Per di più, la
         decisione del Conseil de la concurrence corrobora in realtà la misura d’indagine ordinata dalla Commissione. Infatti, in questa
         decisione il Conseil de la concurrence, pur affermando che «sembra che né il settore né le imprese che ne fanno parte abbiano
         subito un danno grave e immediato a seguito delle pratiche tariffarie della Wanadoo», considera tuttavia che «non si può escludere
         che talune pratiche tariffarie attuate dalla Wanadoo rientrino nell’ambito di applicazione (…) dell’art. 82 [CE], visto che
         riguarderebbero una parte sostanziale del territorio nazionale». Esso giustifica così il diniego delle misure cautelari richieste
         con la mancanza di danno grave e immediato per il settore o le imprese del settore e con l’assenza di danno immediato per
         il consumatore, in altre parole con la mancanza di urgenza, e non perché la denuncia dinanzi ad esso presentata sia manifestamente
         infondata. Inoltre, questa decisione non si pronuncia sulla posizione che sarebbe stata o meno adottata dalla ricorrente rispetto
         all’infrazione di cui la sua controllata è sospettata. Essa non consente quindi di concludere che gli accertamenti ordinati
         con la decisione impugnata non fossero pertinenti e, pertanto, la Commissione non era tenuta a osservare un obbligo di motivazione
         specifico riguardo alla decisione impugnata per quanto attiene al procedimento pendente dinanzi al Conseil de la concurrence
         o alla decisione di quest’ultimo.
      
      79     Tanto meno pertinente è, in quinto luogo, il fatto che questi elementi siano stati citati nel controricorso presentato dalla
         Commissione al Tribunale. Il contenuto di un controricorso mira, in particolare, ad illustrare al Tribunale il contesto di
         fatto e di diritto della causa sottoposta al suo esame, nel cui ambito rientra la decisione controversa e di cui il Tribunale,
         a differenza delle parti in causa, è all’oscuro. Pertanto, la mancanza, in una decisione oggetto di un ricorso d’annullamento,
         di elementi contestuali in seguito forniti al Tribunale all’atto della deduzione, a opera di una parte, delle circostanze
         in cui la controversia su cui deve pronunciarsi si è sviluppata non può, di per sé, provare un inadempimento dell’obbligo
         di motivazione della decisione controversa.
      
      80     In sesto luogo, dalla decisione impugnata si evince che la Commissione, prima di procedere agli accertamenti, ha consultato
         l’autorità garante della concorrenza competente. Inoltre, come si è constatato in precedenza, la Commissione non è tenuta
         a precisare, in una decisione che ordina un accertamento, tutti gli elementi in suo possesso in relazione alla presunta infrazione.
         Infine, il punto 34 della comunicazione indica che «[q]ualora un caso venga riattribuito nell’ambito della rete [delle autorità
         garanti della concorrenza], le imprese interessate (...) ne vengono informat[e] il più rapidamente possibile». Ciò nonostante,
         il punto 5 della medesima comunicazione recita espressamente che «ogni membro della rete continua a poter decidere in piena
         libertà se effettuare o meno indagini su un caso» e i suoi punti 4 e 31 precisano, rispettivamente, che «[l]e consultazioni
         e gli scambi che avvengono nell’ambito della rete riguardano solo le autorità pubbliche» e che «l’attribuzione dei casi non
         implica che le imprese partecipanti a[ll’]infrazione (...) acquisiscano il diritto a che il loro caso venga trattato da una
         particolare autorità». La Commissione restava quindi legittimata a procedere agli accertamenti ordinati e, a prescindere dal
         contenuto del suo controricorso, l’inadempimento dell’obbligo di motivazione addotto dalla ricorrente quanto al punto 34 della
         comunicazione non è dimostrato.
      
      81     Ne consegue che la seconda censura non può essere accolta.
       Sulla terza censura relativa all’impossibilità per la ricorrente di conoscere i dubbi sollevati dalla Commissione in merito
         alle tariffe dell’opzione 5
      
      –       Argomenti delle parti
      82     La ricorrente sostiene che la decisione impugnata, annoverando nella sua motivazione l’opzione 5 e attribuendole un effetto
         di compressione delle tariffe senza menzionare la stessa opzione o la riduzione dei prezzi di questa opzione nel dispositivo,
         viola l’obbligo di motivazione e i diritti della difesa. Pertanto, non si potrebbe ritenere che gli accertamenti siano stati
         ordinati per accertare una presunzione di infrazione a carico della ricorrente e la Commissione avrebbe omesso di enunciare
         in maniera chiara e regolare i sospetti inerenti alle nuove tariffe dell’opzione 5 della ricorrente. 
      
      83     Per quanto riguarda, in particolare, il sospetto relativo alla compressione delle tariffe, esso sarebbe in contraddizione
         sia con la lettera dell’art. 1 della decisione impugnata sia con la formulazione del punto 4 della medesima. La Commissione
         avrebbe sospettato e verificato l’esistenza di una pratica tariffaria, le tariffe dell’opzione 5 della ricorrente, che non
         sarebbe ritenuta sospetta nell’art. 1 della decisione impugnata e che sarebbe esclusa dall’ambito dell’accertamento dal punto
         4 della decisione impugnata. 
      
      84     Inoltre, sussisterebbe una differenza fondamentale tra, da un lato, il fatto di tener conto delle tariffe dell’opzione 5 come
         elemento di analisi ai fini dell’accertamento, quanto al costo di tali tariffe, dell’assenza di natura predatoria nei prezzi
         delle offerte al dettaglio della Wanadoo e, dall’altro lato, il fatto di esaminare le tariffe di cui trattasi come parimenti
         sospette, come avverrebbe nella decisione impugnata. 
      
      85     Per di più, alla luce della decisione 16 luglio 2003 risulterebbe impossibile presumere che la ricorrente abbia realizzato
         una compressione delle tariffe sulla base del prezzo all’ingrosso della sua opzione 5 rispetto ai prezzi al dettaglio applicati
         dalla Wanadoo, visto che questi prezzi sono praticati da imprese distinte e autonome, attive su mercati diversi. Non si può
         neppure sospettare della legittimità delle tariffe dell’opzione 5 e assumerle, nel contempo, come base giuridica per sospettare
         l’esistenza di un prezzo predatorio da parte della Wanadoo. Inoltre, la liceità dell’opzione 5 non potrebbe essere subordinata
         al livello dei prezzi al dettaglio praticati dai fornitori di servizi d’accesso a Internet, compresi quelli della Wanadoo.
         Stando così le cose, la decisione nulla direbbe in merito a questo punto fondamentale, evidenziando in tal modo una violazione
         dell’obbligo di motivazione. 
      
      86     Infine, la Commissione lascerebbe intendere che le tariffe dell’opzione 5 sono troppo elevate, sollevando tuttavia, allo stesso
         tempo, un dubbio sulla loro riduzione, avvenuta nel gennaio 2004. 
      
      87     I dubbi manifestati dalla Commissione nella decisione impugnata inerenti alla riduzione delle tariffe dell’opzione 5 non sarebbero
         peraltro motivati in misura sufficiente. La Commissione sarebbe stata al corrente, prima di adottare la decisione impugnata,
         del fatto che la ricorrente non aveva facoltà di modificare le tariffe dell’opzione 5 e che questa riduzione delle tariffe
         era stata approvata dalle autorità francesi competenti. 
      
      88     Quindi, i dubbi espressi nella decisione impugnata riguardo alle tariffe dell’opzione 5 avrebbero dovuto essere chiariti e
         motivati in maniera specifica. La ricorrente rileva, in particolare, che le tre autorità francesi consultate in fase di approvazione
         delle nuove tariffe avrebbero escluso un loro effetto di compressione dei prezzi. Nonostante le tariffe dell’opzione 5 siano
         parimenti state denunciate dalla AOL come aventi un effetto di compressione dei prezzi, il Conseil de la concurrence non avrebbe
         considerato questa censura come probante prima facie. 
      
      89     La Commissione replica, innanzitutto, che la decisione impugnata non riguarda isolatamente le tariffe dell’opzione 5, bensì
         concerne le nuove tariffe relative all’accesso a Internet con linea ADSL a destinazione del grande pubblico in Francia e,
         di conseguenza, le tariffe al dettaglio stabilite dalla Wanadoo e/o dalla France Télécom. Se è pur vero che la proporzione
         tra questi prezzi e le tariffe dell’opzione 5 rappresenta un elemento imprescindibile d’analisi, la natura predatoria o l’effetto
         di compressione non potrebbero essere esclusi semplicemente perché le tariffe dell’opzione 5 sono state approvate da un’autorità
         pubblica. Pertanto, gli argomenti della ricorrente dovrebbero essere respinti. In particolare, il fatto che l’ART abbia convalidato
         le riduzioni delle tariffe relative all’opzione 5 non escluderebbe che la France Télécom, in qualità di gruppo, possa violare
         l’art. 82 CE con un effetto di compressione delle tariffe, dato che il prezzo di vendita al dettaglio non è soggetto a regolamentazione.
         
      
      90     La ricorrente confonderebbe le pratiche anticoncorrenziali, contro le quali si rivolgono i sospetti della Commissione, chiaramente
         enunciate all’art. 1 della decisione impugnata e che definiscono l’ambito di applicazione della decisione impugnata, con le
         tariffe e gli altri elementi di fatto che la Commissione intende accertare nel corso dell’ispezione. Nella categoria giuridica
         dei prezzi non equi la decisione impugnata indicherebbe che la Commissione voleva stabilire, in primo luogo, l’esistenza di
         un’eventuale condotta predatoria e, in secondo luogo, la sussistenza di una compressione delle tariffe, accertamento per cui
         le tariffe all’ingrosso costituirebbero un elemento d’analisi indispensabile. I sospetti della Commissione non riguarderebbero
         quindi le tariffe dell’opzione 5 in quanto tali, bensì la riduzione del margine economico tra l’opzione 5 e le tariffe al
         dettaglio mediante la diminuzione di queste ultime. Pertanto, i punti della decisione impugnata e l’art. 1 della medesima
         non sarebbero in contraddizione. 
      
      91     Inoltre, nell’ambito di una decisione d’accertamento, non occorrerebbe dimostrare la sussistenza di un’infrazione, ma soltanto
         di sospetti d’infrazione. Orbene, la ricorrente non avrebbe provato né che la Commissione non potesse ragionevolmente sospettare
         l’esistenza di un’infrazione, né sotto quale profilo la menzione delle successive approvazioni delle tariffe dell’opzione
         5 a livello nazionale sarebbe stata necessaria affinché la decisione impugnata fosse sufficientemente motivata in diritto.
         
      
      92     Inoltre, il riferimento alla decisione 16 luglio 2003 non sarebbe pertinente. La Commissione avrebbe legittimamente potuto
         ritenere che, nella fase d’integrazione della Wanadoo da parte della ricorrente e, pertanto, nel periodo di validità delle
         offerte interessate, fosse venuto meno il potere della Wanadoo di stabilire le proprie tariffe al dettaglio in modo autonomo
         rispetto alla ricorrente. 
      
      93     Infine, atteso che i requisiti inerenti alla motivazione della decisione impugnata sono soddisfatti, la Commissione non sarebbe
         tenuta a procedere all’esposizione esaustiva di tutti gli elementi di cui è a conoscenza, in particolare, l’esistenza di approvazioni
         nazionali delle tariffe dell’opzione 5. Inoltre, questi elementi sarebbero stati noti alla ricorrente e il fatto che non siano
         stati menzionati non avrebbe potuto ledere i diritti della difesa. 
      
      –       Giudizio del Tribunale 
      94     La ricorrente contesta in sostanza alla Commissione di aver considerato sospette le tariffe dell’opzione 5 nella decisione
         impugnata senza tuttavia esprimere in forma chiara i dubbi che essa nutriva in merito, né motivare la posizione adottata in
         relazione alla sua decisione 16 luglio 2003 e a varie decisioni nazionali.
      
      95     Orbene, come emerge dai termini essenziali della decisione impugnata riportata ai precedenti punti 22 e 23, essa afferma,
         quanto all’opzione 5, che il margine economico ridotto tra le tariffe al dettaglio della Wanadoo e quelle relative all’opzione
         5 della ricorrente originerebbe una compressione dei prezzi a scapito dei concorrenti della Wanadoo che fondano la loro offerta
         sull’opzione 5, nonostante la riduzione delle tariffe dell’opzione 5 avvenuta nel gennaio 2004. Essa aggiunge che questo margine
         ridotto avrebbe limitato l’accesso sul mercato dei concorrenti della Wanadoo e messo a repentaglio i concorrenti già presenti.
         Inoltre, la decisione impugnata precisa che la Wanadoo praticherebbe offerte inferiori ai suoi costi e conclude che tali pratiche
         tariffarie equivarrebbero all’imposizione di prezzi di vendita non equi.
      
      96     È dunque giocoforza constatare che la decisione impugnata è chiaramente motivata e non viene ivi formulato alcun sospetto,
         a carico della ricorrente, sulla violazione dell’art. 82 CE, in relazione alle tariffe dell’opzione 5 da essa proposta. Inoltre,
         le tariffe dell’opzione 5 della ricorrente sono giustamente menzionate nella motivazione della decisione impugnata, pur non
         figurando tra gli elementi oggetto di accertamento a norma dell’art. 1 della decisione. Infatti, la decisione impugnata si
         limita a rinviare agli elementi in questione quale punto di riferimento per stabilire, da un lato, l’eventuale natura predatoria
         dei prezzi al dettaglio della Wanadoo, dovendo tener conto delle tariffe dell’opzione 5 ai fini del calcolo dei costi sopportati
         dalla Wanadoo, e, dall’altro lato, l’esistenza di una possibile compressione delle tariffe che deriverebbe dai prezzi al dettaglio
         troppo bassi praticati dalla Wanadoo stessa. Come rilevato in precedenza, la giurisprudenza riconosce del resto che, in fase
         di accertamento, unica fase su cui verte il caso di specie, la Commissione non è tenuta a procedere a una rigorosa qualificazione
         giuridica delle infrazioni sospettate (v., a proposito del regolamento n. 17, sentenza della Corte 17 ottobre 1989, cause
         riunite da 97/87 a 99/87, Dow Chemical Ibérica e a./Commissione, Racc. pag. 3165, punto 45).
      
      97     Il fatto che la Commissione non possa eventualmente, in una fase successiva del procedimento, essere in grado di accertare
         l’esistenza di una compressione delle tariffe non è pertinente. Da un lato, tale questione riguarda un’analisi nel merito
         che verrebbe effettuata alla luce degli elementi raccolti nel corso degli accertamenti in discussione e, quindi, non dev’essere
         esaminata nell’ambito del controllo del rispetto, da parte della Commissione, dell’obbligo di motivazione incombentele. Dall’altro
         lato, la Commissione non è comunque vincolata, nell’ambito della sua analisi nel merito degli elementi raccolti, alla qualificazione
         giuridica che essa avrebbe potuto attribuire a talune infrazioni in una decisione ordinante un accertamento, giacché il suo
         unico obbligo al riguardo è che la probabilità che le infrazioni sospettate siano esistite sembri sufficiente, tenuto conto
         degli elementi indicati nella decisione che ordina l’accertamento, a motivare il ricorso all’ispezione. Orbene, dall’analisi
         condotta in particolare ai precedenti punti 55-63 risulta che ciò è avvenuto nella specie.
      
      98     Gli argomenti della ricorrente secondo cui la Commissione avrebbe violato l’obbligo di motivazione incombentele, impedendo
         alla ricorrente di conoscere le ragioni dei dubbi manifestati dalla Commissione sulla legittimità delle tariffe dell’opzione
         5, non sono quindi fondati, poiché nessun elemento della decisione impugnata consente di concludere che la Commissione vi
         abbia espresso dubbi di tal genere. Ne consegue altresì che l’omologazione delle tariffe dell’opzione 5 da parte delle autorità
         francesi non incide sull’obbligo di motivazione della Commissione.
      
      99     Alla luce degli elementi che precedono, la terza censura dev’essere respinta.
       Sulla quarta censura relativa all’impossibilità per il giudice delle libertà di esercitare il sindacato conferitogli prima
         di autorizzare gli accertamenti
      
      –       Argomenti delle parti
      100   La ricorrente fa valere che il giudice nazionale competente deve esercitare il suo sindacato sulla proporzionalità della decisione
         impugnata alla luce del principio della tutela contro gli interventi arbitrari o sproporzionati delle pubbliche autorità nella
         sfera d’attività privata di una persona giuridica, che costituisce un principio generale sancito dal diritto comunitario in
         forza del quale spetterebbe all’autorità nazionale competente esaminare se gli atti coercitivi previsti non siano arbitrari
         o sproporzionati rispetto allo scopo dell’accertamento e se sussistano indizi sufficientemente seri da legittimare il sospetto
         di un’infrazione alle norme sulla concorrenza da parte dell’impresa interessata. Il giudice nazionale dovrebbe disporre di
         tutti gli elementi necessari a consentirgli tale controllo, cosa che non sarebbe invece accaduta nella fattispecie. 
      
      101   Da un lato, gli elementi forniti sarebbero insufficienti e non attesterebbero né sospetti ben precisi né l’esistenza oggettiva
         d’indizi a carico della ricorrente. Dall’altro lato, la decisione impugnata non menzionerebbe né gli artt. 2 e 3 della decisione
         del 16 luglio 2003, né la procedura avviata dinanzi al Conseil de la concurrence, né il fatto che la riduzione delle tariffe
         dell’opzione 5 abbia ottenuto parere favorevole dell’ART e sia stata omologata e poi confermata dal Conseil d’État. Orbene,
         si tratterebbe di elementi pertinenti ed essenziali per consentire al giudice delle libertà di esercitare il suo controllo
         i quali, se gli fossero stati indicati, avrebbero potuto indurlo a ritenere gli accertamenti ordinati arbitrari e sproporzionati
         o, in ogni caso, a chiedere spiegazioni alla Commissione in conformità dell’art. 20, n. 8, del regolamento n. 1/2003. 
      
      102   La mancata attuazione della decisione del giudice delle libertà sarebbe ininfluente nel caso di specie, in quanto l’obbligo
         di motivazione e di leale cooperazione della Commissione con il giudice nazionale avrebbe natura oggettiva e incomberebbe
         alla Commissione all’atto dell’adozione della decisione d’accertamento. La Commissione non potrebbe liberarsi, a posteriori,
         da un difetto di motivazione e di leale cooperazione con il giudice nazionale perché la sua autorizzazione non ha avuto applicazione
         pratica. Inoltre, l’autorizzazione opposta alla ricorrente sarebbe stata un fattore determinante del suo modus operandi nell’ambito
         dell’ispezione. 
      
      103   Peraltro, il fatto che la ricorrente non contesti la legittimità dell’ordinanza del giudice delle libertà dinanzi ai giudici
         francesi non può incidere sulla portata dell’argomento da essa sostenuto nel caso di specie. Il difetto di motivazione contestato
         alla Commissione avrebbe in realtà privato la ricorrente della facoltà di contestare utilmente la legittimità dell’autorizzazione
         del giudice delle libertà. Non si potrebbe infatti obiettare a quest’ultimo di aver proceduto a una valutazione irregolare
         sulla base di informazioni di cui non disponeva. La ricorrente afferma inoltre di aver proposto, e poi ritirato, un ricorso
         avverso l’ordinanza del giudice delle libertà. 
      
      104   La Commissione replica anzitutto che la presente censura è inefficace. Se l’ordinanza del giudice delle libertà avesse leso
         i diritti della ricorrente, questa avrebbe dovuto contestarla dinanzi al giudice nazionale competente. La proposizione di
         un ricorso da parte della ricorrente avverso l’ordinanza in questione non sarebbe pertinente. Inoltre, anche se il giudice
         nazionale si fosse ritenuto informato in misura insufficiente per poter esercitare il suo sindacato, ciò non potrebbe incidere
         sulla legittimità della decisione impugnata, il cui controllo sarebbe di competenza esclusiva del giudice comunitario. 
      
      105   Neanche il fatto che l’ordinanza del giudice nazionale abbia potuto essere un fattore determinante della cooperazione della
         ricorrente sarebbe concludente, poiché gli accertamenti decisi dalla Commissione sarebbero restrittivi a prescindere da qualsiasi
         ordinanza nazionale e il rifiuto di sottoporvisi sarebbe passibile di ammende consistenti, in conformità dell’art. 23, n. 1,
         lett. b), del regolamento n. 1/2003. 
      
      106   La Commissione aggiunge che all’ordinanza de qua non è stata data attuazione e che, di conseguenza, le deduzioni della ricorrente
         in merito al presente capo non sono pertinenti, dal momento che la ricorrente ha accettato di sottoporsi alla decisione di
         accertamento e che quest’ultimo si è svolto esclusivamente in forza del diritto comunitario. 
      
      107   In ogni caso, in una fattispecie come quella in esame, al giudice nazionale non spetterebbe autorizzare l’accertamento ordinato
         a norma dell’art. 20 del regolamento n. 1/2003, bensì soltanto autorizzare l’autorità nazionale ad attuare i provvedimenti
         restrittivi qualora l’impresa interessata rifiutasse di sottoporsi ad esso. 
      
      108   In subordine la Commissione fa valere che la decisione impugnata è comunque sufficientemente motivata per consentire al giudice
         delle libertà di esercitare il proprio sindacato sulla proporzionalità. 
      
      –       Giudizio del Tribunale
      109   In limine, occorre constatare che, nonostante il ricorso presenti in alcuni punti una formulazione imprecisa, ne emerge tuttavia
         che la ricorrente non mette in discussione la legittimità dell’ordinanza del giudice delle libertà, né sostiene che quest’ultimo
         non avrebbe disposto degli elementi necessari per valutare la legittimità della decisione impugnata, ma contesta, in sostanza,
         alla Commissione di aver motivato in misura insufficiente la decisione impugnata, di modo che il giudice delle libertà non
         è stato in grado di esercitare il controllo attribuitogli dall’art. 20, n. 8, del regolamento n. 1/2003.
      
      110   Orbene, se è vero che, ai sensi dell’art. 20, n. 8, del regolamento n. 1/2003, spetta all’autorità giudiziaria nazionale,
         adita nell’ambito dell’art. 20, n. 7, del medesimo regolamento, controllare l’autenticità della decisione della Commissione
         che ordina un accertamento e verificare che le misure coercitive previste per l’esecuzione dell’ispezione non siano né arbitrarie
         né sproporzionate rispetto all’oggetto di questi accertamenti e che la Commissione è a tal fine tenuta a fornirle talune informazioni,
         è altrettanto vero, come risulta dall’art. 20, n. 8, del regolamento n. 1/2003 e dalla giurisprudenza (v., a proposito del
         regolamento n. 17, sentenza Roquette Frères, cit. supra al punto 37), che tali elementi possono figurare altrove, e non solo
         nella decisione che ordina l’accertamento, o possono esserle trasmessi dalla Commissione mediante un atto diverso dalla decisione
         di cui trattasi.
      
      111   La quarta censura sollevata dalla ricorrente è quindi inefficace, in quanto l’obiettivo cui mira l’obbligo di motivazione
         incombente alla Commissione non è di garantire l’informazione del giudice nazionale di cui si chiede l’autorizzazione nell’ambito
         dell’art. 20, n. 7, del regolamento n. 1/2003, bensì di porre l’impresa interessata dagli accertamenti in grado di conoscere
         la portata del suo dovere di collaborazione pur salvaguardando i diritti della difesa.
      
      112   Alla luce delle considerazioni che precedono, è d’uopo constatare che l’asserito inadempimento della Commissione dell’obbligo
         di motivazione incombentele non è dimostrato e che, pertanto, il primo motivo dev’essere integralmente respinto.
      
       Sul secondo motivo, relativo alla violazione del dovere di leale cooperazione con le autorità nazionali
       Argomenti delle parti
      113   Secondo la ricorrente, la Commissione è responsabile di una duplice violazione dell’obbligo di leale cooperazione con le autorità
         francesi ad essa incombente e queste violazioni dovrebbero comportare l’annullamento della decisione impugnata. 
      
      114   In primo luogo, essa avrebbe violato il suo dovere di leale cooperazione con il giudice delle libertà adito ai fini dell’autorizzazione
         dell’accertamento ordinato presso la France Télécom, obbligo che si fonderebbe sull’art. 10 CE, come interpretato dalla Corte,
         e che dovrebbe disciplinare e sarebbe necessario per l’attuazione del regolamento n. 1/2003. Il requisito imposto dalla Corte
         secondo cui la Commissione deve fornire al giudice nazionale indicazioni che gli consentano di esercitare il controllo spettantegli
         costituirebbe un obbligo sostanziale non soltanto in relazione ai requisiti inerenti alla motivazione, ma anche riguardo al
         dovere di leale cooperazione con il giudice competente. Il fatto che la Commissione non abbia rinviato al disposto degli artt. 2
         e 3 della sua decisione 16 luglio 2003, al procedimento pendente dinanzi al Conseil de la concurrence e alla decisione del
         Conseil d’État 19 gennaio 2004 costituirebbe una violazione grave del dovere di leale cooperazione con il giudice delle libertà
         ad essa incombente. 
      
      115   In secondo luogo, la Commissione, adottando la decisione impugnata quando il Conseil de la concurrence, adito del caso, aveva
         negato le misure cautelari richieste, avrebbe violato il suo dovere di leale cooperazione con il Conseil de la concurrence,
         stabilito dall’art. 11, n. 1, del regolamento n. 1/2003 e disciplinato dall’art. 11, n. 6, dall’art. 13, n. 1, nonché dal
         diciottesimo ‘considerando’ del medesimo regolamento. Nella fattispecie la Commissione avrebbe omesso di consultare il Conseil
         de la concurrence. Inoltre, dalle disposizioni del regolamento n. 1/2003, richiamate in precedenza, risulterebbe che, quando
         un’autorità nazionale garante della concorrenza sta già esaminando un caso, la Commissione può avviare un procedimento solo
         dopo aver consultato l’autorità medesima. Infine, spetta all’autorità garante della concorrenza, che si trova nella posizione
         migliore per agire, esaminare la denuncia; per quanto riguarda le tre condizioni cumulative elencate nell’ottavo ‘considerando’
         del regolamento n. 1/2003, il Conseil de la concurrence si troverebbe in una posizione migliore della Commissione per valutare
         le presunzioni di infrazione. 
      
      116   La Commissione replica innanzitutto che tale motivo, laddove è relativo all’asserito difetto di cooperazione con il giudice
         delle libertà, riprende in realtà, sotto un’altra forma, l’argomento inerente al vizio di motivazione dedotto, cui essa ha
         già risposto. Laddove invece il motivo in questione riguarda l’asserito difetto di cooperazione con il Conseil de la concurrence,
         esso evidenzierebbe un’erronea comprensione del regolamento n. 1/2003. Nel sistema del Trattato CE e del regolamento n. 1/2003,
         le competenze d’applicazione sarebbero parallele e il regolamento n. 1/2003 non implicherebbe alcun criterio di ripartizione
         delle controversie o delle competenze. Le autorità nazionali conserverebbero la competenza ad applicare gli artt. 81 CE e
         82 CE fintantoché la Commissione non avvii il procedimento di cui all’art. 11, n. 6, del regolamento n. 1/2003, e resterebbe
         salva la competenza della Commissione a intervenire in qualunque momento avverso qualsiasi infrazione agli artt. 81 CE e 82 CE.
         
      
      117   Taluni elementi avrebbero poi deposto a favore del fatto che fosse la Commissione ad occuparsi del caso. 
      118   Per concludere, la decisione della Commissione di procedere ad accertamenti e di esaminare la questione nel merito sarebbe
         stata oggetto di una stretta concertazione con le autorità francesi, nello spirito dell’art. 11, n. 1, del regolamento n. 1/2003.
         
      
       Giudizio del Tribunale 
      119   Per quanto riguarda, in primo luogo, il dovere di leale cooperazione con le autorità giudiziarie nazionali, il Tribunale osserva
         che le modalità di attuazione dell’obbligo di leale cooperazione discendente dall’art. 10 CE e cui la Commissione è tenuta
         nell’ambito delle sue relazioni con gli Stati membri (sentenza della Corte 10 febbraio 1983, causa 230/81, Lussemburgo/Parlamento,
         Racc. pag. 255, punto 37, e ordinanza della Corte 13 luglio 1990, causa C‑2/88 IMM, Zwartveld e a., Racc. pag. I-3365, punto 17)
         sono state definite, per quanto riguarda le relazioni sorte nell’ambito degli accertamenti effettuati dalla Commissione per
         scoprire infrazioni agli artt. 81 CE e 82 CE, dall’art. 20 del regolamento n. 1/2003, in cui sono enunciate le modalità secondo
         cui la Commissione, le autorità nazionali garanti della concorrenza e i giudici nazionali devono cooperare qualora la Commissione
         abbia deciso di procedere a un accertamento nel quadro di questo regolamento.
      
      120   Così, l’art. 20 del regolamento n. 1/2003 autorizza la Commissione a procedere ad accertamenti su presentazione di un mandato
         scritto in conformità del n. 3 del detto art. 20 o mediante decisione che obbliga le imprese a sottoporvisi ai sensi del n. 4
         del medesimo articolo. Se la Commissione procede ad accertamenti a norma dell’art. 20, n. 3, è tenuta, in conformità di questa
         disposizione, ad avvisare in tempo utile l’autorità garante della concorrenza dello Stato membro nel cui territorio essi devono
         essere compiuti. Se la Commissione effettua gli accertamenti in forza del n. 4, è tenuta, ai sensi di quest’ultimo, prima
         di adottare la decisione che ordina gli accertamenti, a sentire l’autorità garante della concorrenza dello Stato membro nel
         cui territorio devono essere effettuati gli accertamenti.
      
      121   In virtù dell’art. 20, n. 6, del regolamento n. 1/2003, l’assistenza delle autorità nazionali è necessaria per l’esecuzione
         degli accertamenti qualora l’impresa da essi interessata vi si opponga e, se tale assistenza presuppone l’autorizzazione di
         un’autorità giudiziaria, essa dev’essere richiesta in conformità del n. 7. A norma del n. 8, l’autorità giudiziaria nazionale
         è dunque incaricata di controllare l’autenticità della decisione della Commissione che ordina gli accertamenti e di verificare
         che le misure coercitive previste ai fini dell’esecuzione degli accertamenti non siano né arbitrarie né sproporzionate rispetto
         all’oggetto degli accertamenti di cui trattasi; il controllo della legittimità della decisione della Commissione, tuttavia,
         è riservato ai giudici comunitari.
      
      122   Ne consegue che l’art. 20 del regolamento n. 1/2003 distingue nettamente tra, in particolare, le decisioni adottate dalla
         Commissione in base al n. 4 del detto articolo, da un lato, e la richiesta di assistenza presentata all’autorità giudiziaria
         nazionale ai sensi del n. 7 del medesimo, dall’altro lato.
      
      123   Se è vero che i giudici comunitari hanno la competenza esclusiva del controllo della legittimità di una decisione adottata
         dalla Commissione a norma dell’art. 20, n. 4, del regolamento n. 1/2003, come emerge in special modo dal n. 8, in fine, del
         detto articolo, spetta invece unicamente al giudice nazionale, cui venga richiesta l’autorizzazione a ricorrere a misure coercitive
         ai sensi dell’art. 20, n. 7, del regolamento n. 1/2003, assistito, se del caso, dalla Corte di giustizia nell’ambito di un
         rinvio pregiudiziale, fermo e restando l’esperimento di eventuali mezzi di ricorso nazionali, stabilire se le informazioni
         trasmesse dalla Commissione nell’ambito di questa richiesta gli consentano di esercitare il controllo conferitogli dall’art. 20,
         n. 8, del regolamento n. 1/2003 e, pertanto, di pronunciarsi utilmente sulla domanda che gli è stata presentata (v., in tal
         senso, a proposito del regolamento n. 17, sentenza Roquette Frères, cit. supra al punto 37, punti 39, 67 e 68).
      
      124   L’autorità giudiziaria nazionale adita nell’ambito dell’art. 20, n. 7, del regolamento n. 1/2003 può, a norma del n. 8 di
         questo articolo e secondo la giurisprudenza (v., a proposito del regolamento n. 17, sentenza Roquette Frères, cit. supra al
         punto 37), chiedere alla Commissione precisazioni, in particolare, sui motivi per i quali essa sospetta un’infrazione agli
         artt. 81 CE e 82 CE, sulla gravità della presunta infrazione e sulla natura del coinvolgimento dell’impresa interessata. Un
         controllo da parte del Tribunale che, eventualmente, si concludesse con la constatazione dell’insufficienza delle informazioni
         trasmesse dalla Commissione a questa autorità comporterebbe un riesame da parte del Tribunale della valutazione, già effettuata
         dalla detta autorità, circa il carattere sufficiente delle informazioni. Orbene, tale controllo è inammissibile, poiché la
         valutazione effettuata dall’autorità giudiziaria nazionale è soggette unicamente ai controlli conseguenti all’esperimento
         dei mezzi di ricorso offerti dal diritto interno avverso le decisioni di tale autorità.
      
      125   Pertanto gli argomenti dedotti dalla ricorrente a sostegno del suo primo motivo di ricorso devono essere integralmente dichiarati
         ininfluenti, in quanto essi, contestando il contenuto della decisione impugnata a fronte dell’obbligo di leale cooperazione
         incombente alla Commissione, comportano una rimessa in discussione, da parte del Tribunale, della valutazione resa dal giudice
         delle libertà nell’ambito dell’art. 20, n. 8, del regolamento n. 1/2003 circa il carattere sufficiente delle informazioni
         che la Commissione gli ha fornito al fine di ottenere l’autorizzazione richiesta a norma dell’art. 20, n. 7, del regolamento.
         Infatti, il Tribunale non è competente a verificare come il giudice nazionale adito nel quadro di questa disposizione abbia
         adempiuto il compito affidatogli dall’art. 20, n. 8.
      
      126   Si deve peraltro rammentare che la legittimità di un atto dev’essere valutata in base alla situazione di diritto e di fatto
         esistente al momento in cui l’atto è stato adottato (sentenze della Corte 7 febbraio 1979, cause riunite 15/76 e 16/76, Francia/Commissione,
         Racc. pag. 321, punto 7, e del Tribunale 15 luglio 2004, causa T‑384/02, Valenzuela Marzo/Commissione, Racc. PI pag. I‑A‑235
         e pag. II‑1035, punto 98). Pertanto, l’uso che sia stato fatto di una decisione che ordina un accertamento o la valutazione
         degli elementi in essa contenuti da parte dell’autorità giudiziaria nazionale nell’ambito di una domanda presentata dalla
         Commissione a norma dell’art. 20, n. 7, del regolamento n. 1/2003 non incide sulla legittimità della decisione che ordina
         l’accertamento.
      
      127   Nel quadro del presente motivo, è quindi alla luce dei soli elementi richiesti dall’art. 20, n. 4, del regolamento n. 1/2003,
         come interpretati dalla giurisprudenza, che si deve valutare la fondatezza degli argomenti con cui la ricorrente denuncia
         un inadempimento da parte della Commissione del suo obbligo di leale cooperazione con le autorità giudiziarie nazionali. Orbene,
         dall’analisi del primo motivo risulta che, a carico della Commissione, non è stato dimostrato alcun inadempimento dell’art. 20,
         n. 4, del regolamento n. 1/2003. Quindi, la prima parte dell’argomento sviluppato dalla ricorrente a sostegno del secondo
         motivo di ricorso da essa addotto dev’essere respinta.
      
      128   Per quanto concerne, in secondo luogo, l’obbligo di leale cooperazione con le autorità nazionali garanti della concorrenza,
         come risulterebbe dalle diverse disposizioni invocate dalla ricorrente, occorre rilevare innanzitutto che, certo, l’art. 11,
         n. 1, del regolamento n. 1/2003 enuncia una regola generale secondo cui la Commissione e le autorità nazionali sono tenute
         a operare in stretta collaborazione, ma non impone alla Commissione di astenersi dall’effettuare accertamenti su un caso che
         un’autorità nazionale garante della concorrenza sia chiamata a risolvere in parallelo.
      
      129   Da questa disposizione non si può neanche dedurre che, dal momento in cui un’autorità nazionale garante della concorrenza
         ha avviato un’indagine su fatti specifici, sia immediatamente impedito alla Commissione di esaminare il caso o di interessarvisi
         in limine. Al contrario, dall’esigenza di collaborazione enunciata da questa disposizione deriva che le due autorità in questione
         possono, perlomeno nelle fasi preliminari quali le indagini, lavorare in parallelo. In tal senso, dall’art. 11, n. 6, del
         regolamento n. 1/2003, invocato dalla ricorrente, risulta che il principio di collaborazione implica che la Commissione e
         le autorità nazionali garanti della concorrenza possono, perlomeno nelle fasi preliminari dei casi che trattano, lavorare
         in parallelo. Questa disposizione prevede infatti, con riserva di una semplice consultazione dell’autorità nazionale interessata,
         che la Commissione conservi la possibilità di avviare un procedimento per l’adozione di una decisione anche qualora un’autorità
         nazionale stia già trattando il caso. Pertanto, la Commissione deve a fortiori poter procedere agli accertamenti ordinati
         nel caso di specie. Infatti una decisione che ordina un’ispezione costituisce solo un atto preparatorio alla trattazione nel
         merito di un caso, che non comporta l’avvio formale del procedimento ai sensi dell’art. 11, n. 6, del regolamento n. 1/2003,
         in quanto una siffatta decisione d’ispezione non manifesta di per sé la volontà della Commissione di adottare una decisione
         nel merito del caso (v., in tal senso, a proposito del regolamento n. 17, sentenza della Corte 6 febbraio 1973, causa 48/72,
         Brasserie de Haecht, Racc. pag. 77, punto 16). Il ventiquattresimo ‘considerando’ del regolamento n. 1/2003 precisa d’altronde
         che la Commissione dovrebbe disporre del potere di svolgere gli accertamenti necessari per individuare le infrazioni all’art. 82 CE
         e l’art. 20, n. 1, dello stesso regolamento dispone espressamente che, per l’assolvimento dei compiti affidatile dal regolamento
         in questione, la Commissione può procedere a tutti gli accertamenti necessari.
      
      130   In secondo luogo, si evince dall’art. 13, n. 1, del regolamento n. 1/2003 nonché dal diciottesimo ‘considerando’ del medesimo
         regolamento – che introduce il detto articolo – che il fatto che un’autorità garante della concorrenza stia esaminando un
         caso comporta per un’altra autorità interessata la semplice facoltà di sospendere il procedimento o di respingere la denuncia.
         Si tratta dunque di un semplice motivo che consente a un’altra autorità di sospendere il procedimento da essa avviato o di
         respingere la denuncia presentata dinanzi a essa. Il fatto che un’altra autorità stia già esaminando la stessa pratica non
         implica un obbligo per la Commissione di astenersi dall’indagare. Non si può neppure ritenere che tali disposizioni stabiliscano
         un criterio di attribuzione o di ripartizione dei casi o delle competenze tra la Commissione e l’autorità nazionale o le autorità
         nazionali eventualmente interessate dal caso in discussione. Il mancato ricorso alla semplice facoltà prevista da questo articolo
         non può dunque, in ogni caso, costituire un inadempimento della Commissione del dovere di leale cooperazione ad essa incombente
         nell’ambito delle sue relazioni con le autorità garanti della concorrenza degli Stati membri.
      
      131   In terzo luogo, per quanto attiene all’affermazione della ricorrente secondo cui non risulterebbe che la Commissione abbia
         consultato il Conseil de la concurrence, il Tribunale constata al contrario che la decisione impugnata riferisce, nella parte
         introduttiva, che l’autorità competente dello Stato membro interessato è stata sentita in conformità dell’art. 20, n. 4, del
         regolamento n. 1/2003. Orbene, tenuto conto della presunzione di legittimità di cui godono gli atti delle istituzioni comunitarie
         (sentenza della Corte 15 giugno 1994, causa C‑137/92 P, Commissione/BASF e a., Racc. pag. I‑2555, punto 48), per la quale
         spetta a colui che sostiene l’illegittimità di un tale atto fornirne la prova, e considerato che la ricorrente non produce
         elementi che dimostrino che l’autorità francese garante della concorrenza di fatto non sia stata consultata, questo argomento
         non può essere accolto.
      
      132   In quarto luogo, è giocoforza constatare che l’ottavo ‘considerando’ del regolamento n. 1/2003 non consente di sostenere che
         il Conseil de la concurrence è, nella fattispecie, in una posizione migliore della Commissione per esaminare le presunzioni
         di cui trattasi. Questo ‘considerando’ si limita infatti a esporre i principi che devono disciplinare le applicazioni concorrenti
         delle legislazioni nazionali e della normativa comunitaria in materia di concorrenza, senza esaminare la questione inerente
         all’individuazione di un’autorità garante della concorrenza che si trovi in una posizione migliore rispetto a un’altra per
         trattare la causa. Esso è quindi privo di pertinenza per il caso di specie.
      
      133   Alla luce di quanto precede, con l’adozione della decisione impugnata la Commissione non ha violato alcuna delle disposizioni
         invocate dalla ricorrente dalle quali deriverebbe il suo dovere di leale cooperazione con le autorità nazionali garanti della
         concorrenza. Ne consegue che nessuno degli argomenti presentati dalla ricorrente a sostegno del secondo motivo di ricorso
         da essa dedotto può essere accolto e che, pertanto, il motivo dev’essere respinto in quanto infondato.
      
       Sul terzo motivo relativo alla violazione del principio di proporzionalità
       Argomenti delle parti 
      134   La ricorrente fa valere che, secondo la giurisprudenza, in virtù del principio di proporzionalità, gli atti delle istituzioni
         comunitarie devono essere proporzionati e necessari all’obiettivo perseguito, fermo restando che, qualora sia possibile una
         scelta tra più misure appropriate, si deve ricorrere alla meno restrittiva. 
      
      135   In linea generale, la ricorrente sostiene che il difetto di motivazione dedotto nell’ambito del primo motivo rende impossibile
         il controllo della proporzionalità. In ogni caso, gli accertamenti in questione non costituirebbero uno strumento adeguato
         e ragionevole per consentire alla Commissione di verificare le sue presunzioni, il che dovrebbe comportare l’annullamento
         della decisione impugnata. 
      
      136   In primo luogo, essi sarebbero manifestamente sproporzionati rispetto al contesto di specie. Innanzitutto, dalla decisione
         impugnata risulterebbe che i dubbi espressi dalla Commissione sulla riduzione delle tariffe dell’opzione 5 avvenuta nel gennaio
         2004 non giustificavano un’ispezione a carico della ricorrente allo scopo di ottenere informazioni su tale riduzione delle
         tariffe. Poi, la Commissione avrebbe ottenuto molte informazioni da parte della ricorrente nell’ambito del procedimento che
         ha portato alla decisione 16 luglio 2003 senza aver dovuto procedere ad accertamenti presso gli uffici della stessa. L’art. 3
         di questa decisione le avrebbe altresì permesso di accertare i prezzi praticati dalla Wanadoo. L’ispezione non sarebbe stata
         quindi una misura assolutamente necessaria per raccogliere informazioni su asserite pratiche di prezzi di vendita non equi.
         Infine, il procedimento dinanzi al Conseil de la concurrence e la decisione del Conseil de la concurrence avrebbero imposto
         alla Commissione di non procedere a un accertamento e di ricorrere, se del caso, a misure meno restrittive. 
      
      137   In secondo luogo, gli accertamenti sarebbero manifestamente sproporzionati in relazione alla mancanza di elementi atti a dimostrare
         l’esistenza di un rischio effettivo di distruzione o di occultamento di prove. D’altronde, in passato la ricorrente avrebbe
         collaborato lealmente con la Commissione. Il documento sequestrato dalla Commissione, che confermerebbe la pertinenza dei
         suoi sospetti sull’occultamento, non sarebbe concludente. Per giunta, le informazioni inerenti ai prezzi figurerebbero in
         documenti che una società quotata e controllata non potrebbe far sparire senza commettere gravi irregolarità contabili e societarie.
         
      
      138   In terzo luogo, il ricorso a una procedura di accertamento, con richiesta di assistenza della forza pubblica in via preventiva
         sarebbe ancor più sproporzionato, per il fatto che l’art. 20, n. 6, del regolamento n. 1/2003 prevedrebbe l’assistenza degli
         Stati membri agli agenti autorizzati dalla Commissione solo qualora un’impresa si opponesse all’accertamento. Nonostante il
         n. 7 di detto articolo autorizzi che l’assistenza venga richiesta in via preventiva, la Corte avrebbe precisato che tale assistenza
         può essere richiesta solamente quando sussistano ragioni di temere un’opposizione all’accertamento e che la Commissione deve
         fornire spiegazioni al riguardo al giudice nazionale adito. Ciò non sarebbe accaduto nel caso di specie. 
      
      139   La Commissione fa valere che il presente motivo non è fondato. In primo luogo, poiché il Conseil de la concurrence ha raccolto
         informazioni sulla base di previsioni stimate, in parte, poco realistiche dal Conseil stesso, non si potrebbe contestare alla
         Commissione di aver ritenuto di poter essere certa di ottenere informazioni precise solo ricorrendo a un’ispezione. La decisione
         del Conseil de la concurrence non allontanerebbe neanche i sospetti relativi all’infrazione né indicherebbe sotto quale profilo
         gli accertamenti sarebbero sproporzionati. Inoltre, il Conseil de la concurrence, a differenza della Commissione, non avrebbe
         disposto di elementi riguardanti un’eventuale intenzione di eliminazione dei concorrenti o di pratiche predatorie, e sarebbe
         illusorio esigere che un’impresa comunichi detti elementi sua sponte. 
      
      140   Inoltre, il fatto di aver chiesto o ottenuto delucidazioni mediante una richiesta di informazioni a norma dell’art. 11 del
         regolamento n. 17 nel corso di un procedimento aperto nel 2001 non può ridurre i poteri d’indagine della Commissione ai sensi
         dell’art. 20 del regolamento n. 1/2003 nel 2004. 
      
      141   Infine, dato che i sospetti della Commissione non vertono sulle tariffe dell’opzione 5 della ricorrente, non sarebbe stato
         necessario provare il carattere sproporzionato dell’ispezione al riguardo. 
      
      142   In secondo luogo, la Commissione sottolinea che il punto 12 della decisione impugnata precisa i motivi per cui essa riteneva
         che esistesse il rischio di distruzione di elementi utili. 
      
      143   Inoltre, un’impresa potrebbe cooperare quando si tratti di rispondere a richieste di informazioni senza che ciò ne escluda
         l’intenzione di occultare elementi utili ai fini dell’indagine condotta dalla Commissione. Secondo l’esperienza maturata dalla
         Commissione, i rischi obiettivi esistenti sarebbero considerevoli in un caso come quello di specie, come emergerebbe dagli
         elementi rinvenuti nel corso degli accertamenti. Il fatto che taluni documenti contabili possano difficilmente essere distrutti
         non sarebbe pertinente, in quanto tale tipo di documenti non è il solo ricercato nella specie. 
      
      144   Dalle circostanze e dalla natura degli elementi ricercati risulterebbe che l’ispezione costituiva lo strumento d’indagine
         che offriva il maggior numero di possibilità di ottenere elementi atti a provare un’intenzione di eliminare i concorrenti.
         
      
      145   In terzo luogo, l’asserita mancanza di motivi sufficienti per chiedere al giudice delle libertà di poter attuare misure coercitive
         sarebbe priva di pertinenza ai fini della valutazione della legittimità della decisione impugnata. 
      
       Giudizio del Tribunale 
      146   In limine, occorre respingere l’argomento generale formulato dalla ricorrente secondo cui il difetto di motivazione della
         decisione impugnata renderebbe impossibile il controllo della proporzionalità della decisione impugnata. Infatti, si è constatato
         in precedenza che la Commissione non è venuta meno all’obbligo di motivazione ad essa incombente. Per quanto attiene al principio
         di proporzionalità, che rientra tra i principi generali del diritto comunitario, esso richiede che gli atti delle istituzioni
         comunitarie non superino i limiti di ciò che è idoneo e necessario per il conseguimento degli scopi perseguiti, fermo restando
         che, qualora sia possibile una scelta tra più misure appropriate, si deve ricorrere alla meno restrittiva e che gli inconvenienti
         causati non devono essere sproporzionati rispetto agli scopi perseguiti (sentenze della Corte 13 novembre 1990, causa C‑331/88,
         Fedesa e a., Racc. pag. I‑4023, punto 13, e 14 luglio 2005, causa C‑180/00, Paesi Bassi/Commissione, Racc. pag. I‑6603, punto 103).
      
      147   Nel settore interessato nella fattispecie, il rispetto del principio di proporzionalità presuppone che gli accertamenti previsti
         non generino inconvenienti eccessivi e intollerabili rispetto agli scopi perseguiti dagli accertamenti medesimi (v., a proposito
         del regolamento n. 17, sentenza Roquette Frères, cit. supra al punto 37, punto 76). Ciò nonostante, la scelta che la Commissione
         doveva operare fra gli accertamenti mediante semplice mandato e quelli ordinati mediante decisione non dipende da circostanze
         quali la particolare gravità della situazione, l’urgenza estrema o la necessità di una discrezione assoluta, bensì dalle necessità
         di un’istruzione adeguata, tenuto conto delle particolarità della fattispecie. Pertanto, qualora una decisione che dispone
         accertamenti tenda unicamente a consentire alla Commissione di raccogliere gli elementi necessari per valutare l’eventuale
         sussistenza di una violazione del Trattato, tale decisione non lede il principio di proporzionalità (v., a proposito del regolamento
         n. 17, sentenze National Panasonic/Commissione, cit. supra al punto 52, punti 28‑30, e Roquette Frères, cit. supra al punto 37,
         punto 77).
      
      148   In linea di principio spetta alla Commissione valutare se un’informazione sia necessaria per poter scoprire un’infrazione
         alle regole di concorrenza e, anche se già dispone di indizi o addirittura di elementi di prova circa l’esistenza di un’infrazione,
         essa può a buon diritto ritenere necessario ordinare accertamenti ulteriori che le permettano di meglio valutare la trasgressione
         o la sua durata (v., a proposito del regolamento n. 17, sentenze della Corte 18 ottobre 1989, causa 374/87, Orkem/Commissione,
         Racc. pag. 3283, punto 15, e Roquette Frères, cit. supra al punto 37, punto 78).
      
      149   Inoltre, gli artt. 18 e 20 del regolamento n. 1/2003, relativi, rispettivamente, alla richiesta di informazioni e ai poteri
         della Commissione in materia di accertamenti, istituiscono due procedimenti distinti e autonomi, e il fatto che sia già stato
         compiuto un accertamento ai sensi di uno dei detti articoli non può ridurre i poteri d’indagine di cui la Commissione dispone
         in forza dell’altro articolo (v., a proposito degli artt. 11 e 14 del regolamento n. 17, sentenza Orkem/Commissione, cit.
         supra al punto 148, punto 14).
      
      150   Anzitutto, nel caso di specie la decisione impugnata mirava a raccogliere informazioni sulle pratiche di prezzi che sarebbero
         state attuate dalla Wanadoo onde valutare l’eventuale esistenza di una violazione del Trattato CE e, a tale titolo, sottoponeva
         la ricorrente agli accertamenti ordinati, considerato, in particolare, che la Commissione sospettava che taluni elementi pertinenti
         per dimostrare tali pratiche potessero trovarsi negli uffici della ricorrente. Certo, nella decisione impugnata si precisa
         che la Commissione disponeva già di talune informazioni al riguardo. Ciò nonostante, secondo la giurisprudenza, essa aveva
         facoltà di raccogliere ulteriori informazioni per provare la sussistenza dell’infrazione sospettata. Inoltre, gli elementi
         ricercati nella fattispecie includevano del pari informazioni inerenti a una strategia per bloccare e reprimere i concorrenti
         che avrebbero potuto essere state comunicate alla ricorrente, società capogruppo dell’impresa sospettata dell’infrazione di
         cui trattasi, e di cui difficilmente si può immaginare che avrebbero potuto venire eventualmente in possesso della Commissione
         con modalità diverse da un’ispezione. In secondo luogo, tenuto conto del fatto che le informazioni ricercate comprendevano
         elementi volti a rivelare un’eventuale intenzione di eliminare i concorrenti e a stabilire se la ricorrente avesse potuto
         esserne a conoscenza, deve ritenersi appropriato, ai fini di un’istruzione adeguata, ordinare gli accertamenti mediante decisione
         per garantirne l’efficacia. In terzo luogo, l’ispezione ordinata dalla decisione impugnata è stata circoscritta agli uffici
         dell’impresa, mentre il regolamento n. 1/2003 consente ormai, a determinate condizioni, di ispezionare altri locali, incluso
         il domicilio di taluni membri del personale dell’impresa interessata. Alla luce di questi elementi, non sembra che, nella
         specie, la Commissione abbia agito in modo sproporzionato rispetto allo scopo perseguito e abbia pertanto leso il principio
         di proporzionalità, dato che il ricorso agli accertamenti ordinati mediante decisione è adeguato rispetto alle peculiarità
         della specie.
      
      151   Gli argomenti formulati dalla ricorrente non invalidano questa conclusione.
      152   In primo luogo, l’accertamento ordinato non sembra sproporzionato rispetto al suo contesto. Innanzitutto, poiché la Commissione
         non ha espresso dubbi sulla legittimità delle tariffe dell’opzione 5 nella decisione impugnata, e poiché quest’ultima non
         è stata adottata per verificare la legittimità delle tariffe, la decisione impugnata non può essere sproporzionata su questo
         punto.
      
      153   In secondo luogo, non è pertinente neppure il fatto che la Commissione abbia ottenuto, nel corso della procedura conclusasi
         con la decisione 16 luglio 2003, informazioni da parte della ricorrente con mezzi diversi da un’ispezione, dato che, come
         risulta dall’analisi effettuata in precedenza, la scelta di ricorrere agli accertamenti non era sproporzionata. Per di più,
         la Commissione non può essere considerata vincolata a un metodo di raccolta delle prove adottato nei confronti di una determinata
         impresa in un procedimento anteriore. A ciò si aggiunga che, perlomeno taluni elementi ricercati, per esempio quelli inerenti
         a una strategia per bloccare e reprimere i concorrenti, potenzialmente atti a rivelare un’intenzione di commettere un’infrazione
         e che si sarebbero potuti trovare negli uffici della ricorrente, non sarebbero di certo stati comunicati alla Commissione
         volontariamente.
      
      154   In terzo luogo, nemmeno le ingiunzioni contenute nella decisione 16 luglio 2003 consentirebbero poi di raccogliere tutte le
         informazioni ricercate dalla Commissione durante l’ispezione.
      
      155   In quarto luogo, la decisione del Conseil de la concurrence precisa che taluni elementi relativi ai costi comunicati dalla
         Wanadoo nell’ambito della denuncia ad esso pervenuta sembravano poco affidabili e non si esprime sul ruolo che la ricorrente
         avrebbe eventualmente occupato nell’infrazione di cui la sua controllata è stata sospettata.
      
      156   Non se ne può quindi dedurre che la decisione di ricorrere ad accertamenti fosse sproporzionata. A questo proposito, il Tribunale
         rammenta altresì che, già nell’ambito della pratica sfociata nella decisione 16 luglio 2003, la strategia di gruppo della
         ricorrente era stata presa in esame e considerata come un elemento contestuale pertinente alla dimostrazione dell’infrazione
         commessa dalla sua controllata Wanadoo e che questa decisione fa riferimento, nell’ambito dell’esame condotto, a vari documenti
         provenienti dalla ricorrente o a essa presentati. Pertanto, dev’essere respinto anche l’argomento formulato dalla ricorrente
         secondo cui il procedimento pendente dinanzi al Conseil de la concurrence avrebbe imposto alla Commissione di non ricorrere
         a un’ispezione.
      
      157   In secondo luogo, l’argomento relativo alla mancanza di elementi atti a dimostrare l’esistenza di un rischio effettivo di
         distruzione o di occultamento di prove, in particolare per il fatto che in passato la ricorrente avrebbe collaborato in modo
         leale con la Commissione, è privo di forza conclusiva. Da un lato, non si tratta dell’unico motivo alla base della decisione
         della Commissione di procedere all’accertamento, visto che il motivo essenziale era la ricerca di elementi che, in particolare,
         potessero rivelare una strategia diretta a bloccare e reprimere i concorrenti, elementi che avrebbero potuto essere a disposizione
         sia della ricorrente sia della sua controllata e che, come si è già messo in evidenza, sono, in linea generale, occultabili
         o esposti al rischio di distruzione in caso d’indagine. Dall’altro lato, il fatto che la ricorrente sia una società quotata
         in borsa e subordinata a rigorose norme contabili e finanziarie non è pertinente. Anche supponendo che siano stati ricercati
         gli elementi riguardanti i prezzi dei diversi servizi di cui si parla nella decisione impugnata, ivi compresi quelli della
         ricorrente, ciò non toglie che, ai sensi dell’art. 1 della decisione impugnata, siano stati ricercati anche gli elementi atti
         a risolvere l’intenzione di eliminare i concorrenti. Orbene, tali elementi non figurano tra quelli da conservare a fini contabili
         e finanziari.
      
      158   Infine, il fatto che il ricorso alla forza pubblica sia stato chiesto in via preventiva è anch’esso ininfluente sulla proporzionalità
         della decisione impugnata, perlomeno poiché, come si è già detto al punto 126, la legittimità di una decisione può essere
         valutata solo in funzione degli elementi di diritto e di fatto esistenti alla data in cui l’atto in questione è stato adottato
         ed è pacifico che l’autorizzazione a ricorrere alla forza pubblica è stata richiesta soltanto dopo l’adozione della decisione
         impugnata.
      
      159   Da quanto precede risulta che la pretesa violazione del principio di proporzionalità non è dimostrata e che, pertanto, il
         terzo motivo dev’essere respinto.
      
       Sul quarto motivo relativo all’illegittimità della decisione impugnata in quanto derivante da una decisione anteriore che
            violerebbe il regolamento n. 1/2003, la comunicazione e il principio di corretta amministrazione della giustizia
      160   Poiché questo motivo è stato sollevato per la prima volta nella replica, occorre anzitutto esaminarne la ricevibilità.
       Argomenti delle parti
      161   La ricorrente fa valere che, nel suo controricorso, la Commissione avrebbe rivelato un elemento nuovo. Così, in occasione
         dei contatti tra la Commissione e i funzionari del Conseil de la concurrence, gli accertamenti sarebbero risultati necessari.
         Questi contatti avrebbero indotto a ritenere opportuno che la Commissione esaminasse la pratica nel merito. La decisione impugnata
         discenderebbe quindi direttamente da tali scambi con le autorità francesi garanti della concorrenza. Infatti, se tali scambi
         non fossero avvenuti, l’ispezione non sarebbe stata ordinata.
      
      162   Nonostante la ricorrente fosse al corrente del procedimento pendente dinanzi al Conseil de la concurrence, essa avrebbe ignorato
         che l’ispezione scaturiva dalla decisione della Commissione di procedere all’esame della pratica nel merito. Ciò costituirebbe
         un elemento di diritto e di fatto emerso durante il procedimento ai sensi dell’art. 48, n. 2, del regolamento di procedura
         e, pertanto, atto a giustificare la deduzione di un motivo nuovo in corso di causa. 
      
      163   La Commissione ribatte che questo motivo è irricevibile in quanto il controricorso non ha rivelato alla concorrente alcun
         elemento di diritto o di fatto. Innanzitutto, alla luce, da un lato, della presenza nel corso degli accertamenti di rappresentanti
         dell’autorità francese garante della concorrenza e, dall’altro, della lettera degli artt. 20, n. 4, e 11 del regolamento n. 1/2003,
         sarebbe difficile ritenere che proprio in corso di causa la ricorrente sia venuta a conoscenza dei contatti esistenti tra
         le autorità francesi garanti della concorrenza e la Commissione prima dell’ispezione. Inoltre, l’organizzazione di un accertamento
         non significherebbe che la Commissione abbia di fatto intenzione di esaminare la pratica nel merito. In ogni caso, l’esistenza
         di un’indagine della Commissione nel merito della causa non potrebbe costituire un fatto nuovo. Infatti, nella specie la Commissione
         avrebbe solamente deciso di adottare un provvedimento d’indagine. Per concludere, l’interpretazione della ricorrente secondo
         cui la decisione impugnata deriverebbe dagli scambi tra la Commissione e le autorità francesi garanti della concorrenza, senza
         i quali l’ispezione non avrebbe avuto luogo, sarebbe contestabile in quanto il controricorso non conterrebbe un’affermazione
         in tal senso. 
      
       Giudizio del Tribunale 
      164   Dal combinato disposto degli artt. 44, n. 1, lett. c), e 48, n. 2, del regolamento di procedura emerge che il ricorso deve
         contenere l’oggetto della controversia e l’esposizione sommaria dei motivi dedotti e che è vietata la deduzione di motivi
         nuovi in corso di causa, a meno che essi si basino su elementi di diritto e di fatto emersi durante il procedimento. Ora,
         il fatto che il ricorrente abbia avuto conoscenza di un dato di fatto durante il procedimento dinanzi al Tribunale non implica
         che tale dato di fatto costituisca un elemento di fatto emerso durante il procedimento. È inoltre necessario che il ricorrente
         non sia stato in grado di avere conoscenza di tale dato anteriormente (sentenza del Tribunale 6 luglio 2000, causa T‑139/99,
         AICS/Parlamento, Racc. pag. II‑2849, punti 59 e 62).
      
      165   Nella fattispecie la ricorrente fa valere, in sostanza, che l’elemento da cui ha avuto origine la decisione impugnata sarebbe
         costituito da una precedente decisione della Commissione di esaminare la pratica nel merito, della quale la ricorrente ha
         avuto conoscenza nel controricorso della Commissione. Tale asserita decisione anteriore costituirebbe così un elemento di
         fatto e di diritto nuovo, emerso durante il procedimento, che giustificherebbe la deduzione del presente motivo per la prima
         volta in fase di replica, motivo secondo cui la decisione impugnata sarebbe illegittima in quanto derivante da una decisione
         anteriore della Commissione a sua volta illegittima, dato che sarebbe stata adottata in violazione del regolamento n. 1/2003,
         della comunicazione e del principio di corretta amministrazione della giustizia.
      
      166   A questo proposito, è d’uopo rilevare che, certo, nel suo controricorso la Commissione indica espressamente che «la decisione
         della Commissione di procedere a un accertamento e a un esame della causa nel merito in prima persona è, a differenza di quanto
         asserisce la ricorrente […], stata oggetto di una stretta concertazione con le autorità francesi, nello spirito dell’art. 11,
         n. [1], del regolamento n. 1/2003». Ciò nonostante, la Commissione afferma anche, sempre nel suo controricorso, che proprio
         durante i contatti telefonici e nel corso di una riunione tra la Commissione e il relatore del Conseil de la concurrence è
         risultato necessario procedere ad un’ispezione per raccogliere, in particolare, eventuali prove atte a dimostrare la condotta
         predatoria e che i contatti tra i funzionari del Conseil de la concurrence e i funzionari della Commissione hanno portato
         a ritenere opportuno che il Conseil de la concurrence si pronunciasse sulle misure cautelari e che la Commissione esaminasse
         nel merito la pratica, tenuto conto, in special modo, della decisione 16 luglio 2003. Orbene, analizzata nel suo contesto,
         l’affermazione della Commissione che la ricorrente considera come rivelatoria di un fatto nuovo dipende piuttosto da considerazioni
         generali inerenti all’adeguatezza di procedere ad accertamenti e, poi, com’è logico pensare, d’indagare in base agli elementi
         raccolti nel corso di detti accertamenti. Così, la decisione impugnata rivela in sé la decisione che aveva adottato la Commissione
         di esaminare la causa nel merito, giacché una misura d’indagine come l’ispezione in questione rappresenterebbe proprio il
         punto di partenza di un siffatto «esame della pratica nel merito».
      
      167   Il termine «decisione» utilizzato nel controricorso è indubbiamente fuori luogo; ciò tuttavia di per sé non autorizza a ritenere
         che esso sia stato effettivamente rivelatore di un nuovo elemento di fatto e di diritto di cui la ricorrente non fosse a conoscenza
         anteriormente. Orbene, la ricorrente non fornisce altri elementi. Inoltre, pur ipotizzando che sia effettivamente esistita
         una decisione della Commissione in tal senso, la decisione impugnata ne era in ogni caso la traduzione, in quanto una misura
         d’indagine è per definizione una fase preliminare ma necessaria a un esame nel merito. Non si può dunque ritenere che la ricorrente
         non fosse in grado di venirne a conoscenza prima del controricorso della Commissione, tanto più che, alla luce della lettera
         dell’art. 20, n. 4, del regolamento n. 1/2003, essa non poteva ignorare l’esistenza di contatti tra la Commissione e le autorità
         francesi garanti della concorrenza precedentemente all’adozione della decisione impugnata. Ciò vale, a maggior ragione, al
         momento della presentazione del ricorso, visto che la decisione impugnata indica espressamente che la Commissione ha consultato
         l’autorità competente dello Stato membro interessato in conformità dell’art. 20, n. 4, del regolamento n. 1/2003 e che un
         allegato della domanda dimostra che la ricorrente era già al corrente, all’epoca degli accertamenti, del procedimento dinanzi
         al Conseil de la concurrence. 
      
      168   La presunta decisione invocata dalla ricorrente, emersa, a suo dire, dal controricorso della Commissione, viene confusa dunque,
         in realtà, con la decisione impugnata. Ne consegue che tale controricorso non le ha rivelato nuovi elementi di diritto e di
         fatto. Del resto, la ricorrente era comunque in grado di invocare, nell’atto di ricorso, le violazioni sollevate nell’ambito
         del presente motivo.
      
      169   Alla luce di questi elementi, risulta che il presente motivo dev’essere dichiarato irricevibile, senza che occorra pronunciarsi
         sulla sua fondatezza e, tenuto conto di tutte le considerazioni che precedono, occorre respingere integralmente il ricorso.
      
       Sulle spese
      170   Ai sensi dell’art. 87, n. 2, del regolamento di procedura, la parte soccombente è condannata alle spese se ne è stata fatta
         domanda. La ricorrente, rimasta soccombente, dev’essere condannata alle spese, conformemente alla domanda della Commissione.
      
      Per questi motivi,
      IL TRIBUNALE (Quarta Sezione)
      dichiara e statuisce:
      1)      Il ricorso è respinto.
      2)      La ricorrente è condannata alle spese.
      
               Legal 
            
            
                Wiszniewska-Białecka 
            
            
                Moavero Milanesi
            
         Così deciso e pronunciato a Lussemburgo l’8 marzo 2007.
      
               Il cancelliere 
            
             
            
                      Il presidente
            
         
               E. Coulon 
            
             
            
                      H. Legal
            
         * Lingua processuale: il francese.