CELEX: 62017CJ0487
Language: it
Date: 2019-03-28 00:00:00
Title: Sentenza della Corte (Decima Sezione) del 28 marzo 2019.#Procuratore della Repubblica del Tribunale di Roma contro Alfonso Verlezza e a.#Rinvio pregiudiziale – Ambiente – Direttiva 2008/98/CE e decisione 2000/532/CE – Rifiuti – Classificazione come rifiuti pericolosi – Rifiuti ai quali possono essere assegnati codici corrispondenti a rifiuti pericolosi e a rifiuti non pericolosi.#Cause riunite C-487/17 e C-488/17.

SENTENZA DELLA CORTE (Decima Sezione)
28 marzo 2019 (*)
«Rinvio pregiudiziale – Ambiente – Direttiva 2008/98/CE e decisione 2000/532/CE – Rifiuti – Classificazione come rifiuti pericolosi – Rifiuti ai quali possono essere assegnati codici corrispondenti a rifiuti pericolosi e a rifiuti non pericolosi»
Nelle cause riunite da C‑487/17 a C‑489/17,
aventi ad oggetto le domande di pronuncia pregiudiziale proposte alla Corte, ai sensi dell’articolo  267 TFUE, dalla Corte suprema di cassazione (Italia), con ordinanze  del 21  luglio 2017, pervenute in cancelleria il 10  agosto 2017, nei procedimenti penali a carico di

Alfonso Verlezza,

Riccardo Traversa,

Irene Cocco,

Francesco Rando,

Carmelina Scaglione,

Francesco Rizzi,

Antonio Giuliano,

Enrico Giuliano,

Refecta Srl,

E. Giovi Srl,

Vetreco Srl,

SE.IN Srl (C‑487/17),

Carmelina Scaglione (C‑488/17),

MAD  Srl (C‑489/17),
con l’intervento di:

Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma,

Procuratore generale della Repubblica presso la Corte suprema di cassazione,

LA CORTE (Decima Sezione),
composta da K. Lenaerts, presidente della Corte, facente funzione di presidente della Decima Sezione, F. Biltgen (relatore) e E. Levits, giudici,
avvocato generale:  M. Campos Sánchez-Bordona
cancelliere: R. Schiano, amministratore
vista la fase scritta del procedimento e in seguito all’udienza del 6  settembre 2018,
considerate le osservazioni presentate:
–        per A. Verlezza, da V. Spigarelli, avvocato,
–        per F. Rando, da F. Giampietro, avvocato,
–        per E. e A. Giuliano, da L. Imperato, avvocato,
–        per la E. Giovi Srl, da F. Pugliese e L. Giampietro, avvocati,
–        per la Vetreco Srl, da G. Sciacchitano, avvocato,
–        per la MAD  Srl, da R. Mastroianni, F. Lettera e M. Pizzutelli, avvocati,
–        per il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma, da G. Pignatone e A. Galanti, in qualità di agenti,
–        per il governo italiano, da G. Palmieri, in qualità di agente, assistita da G. Palatiello, avvocato dello Stato,
–        per la Commissione europea, da G. Gattinara,  F. Thiran e  E. Sanfrutos Cano, in qualità di agenti,
sentite le conclusioni dell’avvocato generale, presentate all’udienza del 15 novembre 2018,
ha pronunciato la seguente

Sentenza

1        Le domande di pronuncia pregiudiziale  vertono sull’interpretazione  dell’articolo 4, paragrafo 2, e dell’allegato III della direttiva 2008/98/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 19 novembre 2008, relativa ai rifiuti e che abroga alcune direttive (GU 2008, L 312,  pag. 3), come modificata dal regolamento (UE) n. 1357/2014 della Commissione, del  18 dicembre 2014 (GU 2014, L 365,  pag. 89, e rettifica in GU 2017, L 42,  pag. 43) (in prosieguo: la «direttiva 2008/98»), nonché  dell’allegato, rubrica intitolata  «Valutazione e classificazione», punto 2, della decisione  2000/532/CE della Commissione, del 3 maggio 2000, che sostituisce la decisione 94/3/CE che istituisce un elenco di rifiuti conformemente all’articolo 1, lettera a), della direttiva 75/442/CEE del Consiglio relativa ai rifiuti e la decisione 94/904/CE del Consiglio che istituisce un elenco di rifiuti pericolosi ai sensi dell’articolo 1, paragrafo  4, della direttiva 91/689/CEE del Consiglio relativa ai rifiuti pericolosi (GU 2000, L 226,  pag. 3), come modificata dalla decisione 2014/955/UE della Commissione, del 18 dicembre 2014 (GU 2014, L 370,  pag. 44)  (in prosieguo: la «decisione 2000/532»).

2        Tali domande sono state proposte nell’ambito dei  procedimenti penali pendenti a carico di Alfonso Verlezza, Riccardo Traversa,  Irene Cocco,  Francesco Rando,  Carmelina Scaglione,  Francesco Rizzi, Antonio Giuliano, Enrico Giuliano,  della Refecta Srl,  della E. Giovi Srl,  della Vetreco Srl,  della SE.IN Srl (causa C‑487/17),  di  Carmelina Scaglione (causa C‑488/17) e della  MAD  Srl (causa C‑489/17) per reati riguardanti, in particolare,  un traffico illecito di rifiuti.
 Contesto normativo

 Diritto dell’Unione

3        La direttiva 2008/98 prevede, al suo considerando 14, quanto segue:  
«La classificazione dei rifiuti come pericolosi dovrebbe essere basata, tra l’altro, sulla normativa comunitaria relativa alle sostanze chimiche, in particolare per quanto concerne la classificazione dei preparati come pericolosi, inclusi i valori limite di concentrazione usati a tal fine. I rifiuti pericolosi dovrebbero essere regolamentati con specifiche rigorose, al fine di impedire o limitare, per quanto possibile, le potenziali conseguenze negative sull’ambiente e sulla salute umana di una gestione inadeguata. È inoltre necessario mantenere il sistema con cui i rifiuti e i rifiuti pericolosi sono stati classificati in conformità dell’elenco di tipi di rifiuti stabilito da ultimo dalla decisione 2000/532 (...) al fine di favorire una classificazione armonizzata dei rifiuti e di garantire una determinazione armonizzata dei rifiuti pericolosi all’interno della Comunità».

4        L’articolo 3 della direttiva 2008/98  fornisce, in particolare, le seguenti definizioni:
«1)      “rifiuto” qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l’intenzione o l’obbligo di disfarsi;
2)      “rifiuto pericoloso”  rifiuto che presenta una o più caratteristiche pericolose di cui all’allegato III;
(...)
6)      “detentore di rifiuti” il produttore dei rifiuti o la persona fisica o giuridica che ne è in possesso;
7)      “commerciante”  qualsiasi impresa che agisce in qualità di committente al fine di acquistare e successivamente vendere rifiuti, compresi i commercianti che non prendono materialmente possesso dei rifiuti;
8)      “intermediario” qualsiasi impresa che dispone il recupero o lo smaltimento dei rifiuti per conto di altri, compresi gli intermediari che non prendono materialmente possesso dei rifiuti;
9)      “gestione dei rifiuti” la raccolta, il trasporto, il recupero e lo smaltimento dei rifiuti, compresi la supervisione di tali operazioni e gli interventi successivi alla chiusura dei siti di smaltimento nonché le operazioni effettuate in qualità di commercianti o intermediari;
10)      “raccolta” il prelievo dei rifiuti, compresi la cernita preliminare e il deposito preliminare, ai fini del loro trasporto in un impianto di trattamento;
(...)».

5        L’articolo 4, paragrafo 2, terzo comma, di tale direttiva  così dispone:
«Conformemente agli articoli 1 e 13, gli Stati membri tengono conto dei principi generali in materia di protezione dell’ambiente [,] di precauzione e sostenibilità, della fattibilità tecnica e praticabilità economica, della protezione delle risorse nonché degli impatti complessivi sociali, economici, sanitari e ambientali».

6        L’articolo 7 della citata direttiva, intitolato «Elenco dei rifiuti», prevede quanto segue:
«1.      Le misure intese a modificare elementi non essenziali della presente direttiva, relative all’aggiornamento dell’elenco dei rifiuti istituito dalla decisione 2000/532/CE, sono adottate secondo la procedura di regolamentazione con controllo di cui all’articolo 39, paragrafo 2. L’elenco dei rifiuti include i rifiuti pericolosi e tiene conto dell’origine e della composizione dei rifiuti e, ove necessario, dei valori limite di concentrazione delle sostanze pericolose. Esso è vincolante per quanto concerne la determinazione dei rifiuti da considerare pericolosi. L’inclusione di una sostanza o di un oggetto nell’elenco non significa che esso sia un rifiuto in tutti i casi. Una sostanza o un oggetto è considerato un rifiuto solo se rientra nella definizione di cui all’articolo 3, punto 1.
2.      Uno Stato membro può considerare come pericolosi i rifiuti che, pur non figurando come tali nell’elenco dei rifiuti, presentano una o più caratteristiche fra quelle elencate nell’allegato III. Lo Stato membro notifica senza indugio tali casi alla Commissione. Esso li iscrive nella relazione di cui all’articolo 37, paragrafo 1, fornendole tutte le informazioni pertinenti. Alla luce delle notifiche ricevute, l’elenco è riesaminato per deciderne l’eventuale adeguamento.
3.      Uno Stato membro può considerare come non pericoloso uno specifico rifiuto che nell’elenco è indicato come pericoloso se dispone di prove che dimostrano che esso non possiede nessuna delle caratteristiche elencate nell’allegato III. Lo Stato membro notifica senza indugio tali casi alla Commissione fornendole tutte le prove necessarie. Alla luce delle notifiche ricevute, l’elenco è riesaminato per deciderne l’eventuale adeguamento.
4.      La declassificazione da rifiuto pericoloso a rifiuto non pericoloso non può essere ottenuta attraverso una diluizione o una miscelazione del rifiuto che comporti una riduzione delle concentrazioni iniziali di sostanze pericolose sotto le soglie che definiscono il carattere pericoloso di un rifiuto.
(...)
6.      Gli Stati membri possono considerare un rifiuto come non pericoloso in base all’elenco di rifiuti di cui al paragrafo 1.
(...)».

7        L’allegato III della direttiva 2008/98 contiene l’elenco delle diverse caratteristiche di pericolo per i rifiuti.  Per quanto riguarda i «metodi di prova», detto allegato prevede quanto segue:
«I metodi da utilizzare sono descritti nel regolamento (CE) n. 440/2008 della Commissione [, del 30 maggio 2008, che istituisce dei metodi di prova ai sensi del regolamento (CE) n. 1907/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio concernente la registrazione, la valutazione, l’autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche (REACH) (GU 2008, L 142,  pag. 1),] e in altre pertinenti note del [Comitato europeo di normazione (CEN)] oppure in altri metodi di prova e linee guida riconosciuti a livello internazionale».

8        Ai sensi  dell’allegato, rubrica intitolata «Valutazione e classificazione», della decisione 2000/532:
«1.  Valutazione delle caratteristiche di pericolo dei rifiuti
Nel valutare le caratteristiche di pericolo dei rifiuti, si applicano i criteri di cui all’allegato III della direttiva 2008/98/CE. Per le caratteristiche di pericolo HP 4, HP 6 e HP 8, ai fini della valutazione si applicano i valori soglia per le singole sostanze come indicato nell’allegato III della direttiva 2008/98/CE. Quando una sostanza è presente nei rifiuti in quantità inferiori al suo valore soglia, non viene presa in considerazione per il calcolo di una determinata soglia. Laddove una caratteristica di pericolo di un rifiuto è stata valutata sia mediante una prova che utilizzando le concentrazioni di sostanze pericolose come indicato nell’allegato III della direttiva 2008/98/CE, prevalgono i risultati della prova.
2. Classificazione di un rifiuto come pericoloso
I rifiuti contrassegnati da un asterisco (*) nell’elenco di rifiuti sono considerati rifiuti pericolosi ai sensi della direttiva [2008/98],  a meno che non si applichi l’articolo 20 di detta direttiva.
Ai rifiuti cui potrebbero essere assegnati codici di rifiuti pericolosi e non pericolosi, si applicano le seguenti disposizioni:
–        L’iscrizione di una voce nell’elenco armonizzato di rifiuti contrassegnata come pericolosa, con un riferimento specifico o generico a “sostanze pericolose”, è opportuna solo quando questo rifiuto contiene sostanze pericolose pertinenti che determinano nel rifiuto una o più delle caratteristiche di pericolo da HP 1 a HP 8 e/o da HP 10 a HP 15 di cui all’allegato III della direttiva [2008/98]. La valutazione della caratteristica di pericolo HP 9 «infettivo» deve essere effettuata conformemente alla legislazione pertinente o ai documenti di riferimento negli Stati membri.
–        Una caratteristica di pericolo può essere valutata utilizzando la concentrazione di sostanze nei rifiuti, come specificato nell’allegato III della direttiva [2008/98] o, se non diversamente specificato nel regolamento (CE) n. 1272/2008, eseguendo una prova conformemente al [regolamento n. 440/2008] o altri metodi di prova e linee guida riconosciuti a livello internazionale, tenendo conto dell’articolo 7 del regolamento (CE) n. 1272/2008 per quanto riguarda la sperimentazione animale e umana.
(...)».

9        Il regolamento n. 1357/2014  prevede, al suo considerando 2:
«La direttiva 2008/98/CE stabilisce che la classificazione dei rifiuti come pericolosi debba essere basata, tra l’altro, sulla normativa dell’Unione relativa alle sostanze chimiche, in particolare per quanto concerne la classificazione dei preparati come pericolosi, inclusi i valori limite di concentrazione usati a tal fine. È inoltre necessario mantenere il sistema con cui sono stati classificati i rifiuti e i rifiuti pericolosi in conformità dell’elenco dei tipi di rifiuti stabilito da ultimo dalla decisione 2000/532 (...), al fine di favorire una classificazione armonizzata dei rifiuti e garantire una determinazione armonizzata dei rifiuti pericolosi all’interno dell’Unione».
 Diritto italiano

10      In base a quanto indicato dal giudice del rinvio, le disposizioni  fondamentali  in materia di rifiuti sono  attualmente  contenute nel  decreto legislativo  del 3 aprile 2006, n. 152 (supplemento ordinario alla  GURI n. 88, del 14  aprile  2006; in prosieguo: il «decreto legislativo n. 152/2006»). In particolare, l’articolo  184 di tale  decreto disciplina la classificazione dei rifiuti, distinguendo, in base alla loro origine, i rifiuti urbani e i rifiuti speciali, che possono, a loro volta, essere distinti, in base alle caratteristiche di pericolo, in rifiuti pericolosi e rifiuti non pericolosi. Tale  articolo  184 è stato oggetto di varie modifiche.

11      Originariamente, detto  articolo  prevedeva, al suo comma  4, l’istituzione, mediante l’adozione di un decreto interministeriale, di un elenco di rifiuti conformemente  a diverse  disposizioni  del diritto dell’Unione, in particolare  alla decisione 2000/532, precisando che, sino all’emanazione di tale decreto, avrebbero continuato ad applicarsi  le disposizioni previste da una  direttiva  del Ministro dell’Ambiente e della Tutela del territorio del 9 aprile 2002, direttiva  che figura all’allegato  D del  decreto legislativo n. 152/2006. Inoltre, il medesimo  articolo  qualificava come  pericolosi i rifiuti non domestici espressamente specificati come tali mediante un  apposito asterisco nell’elenco di cui a tale allegato D.

12      La legge dell’11 agosto 2014, n. 116  (supplemento ordinario alla  GURI n. 192, del 20 agosto 2014; in prosieguo: la «legge n. 116/2014»), che ha convertito in legge, con modificazioni, il  decreto-legge del 24 giugno 2014 n. 91,  ha modificato la parte premessa  all’allegato  D del  decreto legislativo n. 152/2006  introducendo le disposizioni  seguenti:
«1.      La classificazione dei rifiuti è effettuata dal produttore assegnando ad essi il competente codice CER [Catalogo europeo dei rifiuti],  applicando le disposizioni contenute nella decisione [2000/532].
2.      Se un rifiuto è classificato con codice CER pericoloso “assoluto”, esso è pericoloso senza alcuna ulteriore specificazione. Le proprietà di pericolo, definite da H1 ad H15, possedute dal rifiuto, devono essere determinate al fine di procedere alla sua gestione.
3.      Se un rifiuto è classificato con codice CER non pericoloso “assoluto”, esso è non pericoloso senza ulteriore specificazione.
4.      Se un rifiuto è classificato con codici CER speculari, uno pericoloso ed uno non pericoloso, per stabilire se il rifiuto è pericoloso o non pericoloso debbono essere determinate le proprietà di pericolo che esso possiede. Le indagini da svolgere per determinare le proprietà di pericolo che un rifiuto possiede sono le seguenti: a) individuare i composti presenti nel rifiuto attraverso: la scheda informativa del produttore; la conoscenza del processo chimico; il campionamento e l’analisi del rifiuto; b) determinare i pericoli connessi a tali composti attraverso: la normativa europea sulla etichettatura delle sostanze e dei preparati pericolosi; le fonti informative europee ed internazionali; la scheda di sicurezza dei prodotti da cui deriva il rifiuto; c) stabilire se le concentrazioni dei composti contenuti comportino che il rifiuto presenti delle caratteristiche di pericolo mediante comparazione delle concentrazioni rilevate all’analisi chimica con il limite soglia per le frasi di rischio specifiche dei componenti, ovvero effettuazione dei test per verificare se il rifiuto ha determinate proprietà di pericolo.
5.      Se i componenti di un rifiuto sono rilevati dalle analisi chimiche solo in modo aspecifico, e non sono perciò noti i composti specifici che lo costituiscono, per individuare le caratteristiche di pericolo del rifiuto devono essere presi come riferimento i composti peggiori, in applicazione del principio di precauzione.
6.      Quando le sostanze presenti in un rifiuto non sono note o non sono determinate con le modalità stabilite nei commi precedenti, ovvero le caratteristiche di pericolo non possono essere determinate, il rifiuto si classifica come pericoloso.
7.      La classificazione in ogni caso avviene prima che il rifiuto sia allontanato dal luogo di produzione».
 Procedimenti principali e questioni pregiudiziali

13      Le domande di pronuncia pregiudiziale  sono state presentate nell’ambito di tre cause relative a procedimenti penali  avviati nei confronti di  una trentina di  imputati accusati di delitti connessi al  trattamento di  rifiuti  pericolosi.

14      Dalle  ordinanze di rinvio  risulta che detti  imputati, nelle loro rispettive qualità di  gestori di discariche, di  società  di raccolta e di produzione di  rifiuti  nonché di  società  incaricate di effettuare le  analisi  chimiche dei  rifiuti, sono sospettati di aver realizzato, in violazione dell’articolo  260 del  decreto legislativo n. 152/2006, un traffico illecito di rifiuti. È contestato loro, in relazione a rifiuti  ai quali  potevano essere assegnati sia codici corrispondenti a rifiuti pericolosi sia codici corrispondenti a rifiuti non pericolosi (in prosieguo: «codici speculari»), di aver  trattato  tali rifiuti  come  non pericolosi.  In base ad analisi  chimiche non esaustive e parziali, essi avrebbero  attribuito a detti  rifiuti  codici corrispondenti a  rifiuti non pericolosi e li avrebbero, poi, trattati  in  discariche per rifiuti non pericolosi.

15      In tali circostanze, il  Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma (Italia)  ha adottato  diversi  provvedimenti di sequestro  riguardanti le  discariche  in cui i  rifiuti  in esame erano stati  trattati  nonché i capitali appartenenti ai  proprietari di tali discariche e ha  nominato, in detto contesto, un commissario giudiziale  incaricato della  gestione di tali discariche e dei siti  di raccolta e di produzione di  rifiuti per un  periodo di sei mesi.

16      Il Tribunale di Roma, investito di diversi ricorsi proposti dagli  imputati  contro  detti  provvedimenti, con tre  ordinanze  distinte ha annullato  i medesimi  provvedimenti.

17      Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma (Italia)  ha proposto  tre  ricorsi  contro  dette  ordinanze  dinanzi alla Corte suprema di cassazione (Italia).

18      Secondo  tale Corte, i  procedimenti principali  riguardano  la determinazione  dei  criteri  da applicare  nella valutazione delle  caratteristiche di pericolo  presentate da  rifiuti  ai quali  possono essere assegnati  codici speculari. A tale riguardo, detta Corte  precisa che la determinazione  dei criteri in parola  costituisce una questione che ha interessato la giurisprudenza e la dottrina  nazionali  nel corso degli  ultimi  dieci anni e che,  quanto all’interpretazione  da dare alle disposizioni  pertinenti  di diritto  nazionale  e di diritto dell’Unione,  sono state adottate due soluzioni differenti.

19      Così,  da un lato, secondo la tesi cosiddetta della  «certezza» o della «pericolosità presunta» che sarebbe ispirata al principio di precauzione, in  presenza di  rifiuti  ai quali  possono essere assegnati  codici speculari, il loro  detentore è tenuto a  rovesciare una presunzione di pericolosità di tali rifiuti, ed è pertanto obbligato a effettuare  analisi  dirette a verificare l’assenza di qualsiasi sostanza pericolosa  nei  rifiuti  in esame.

20      Dall’altro lato, conformemente  alla  tesi cosiddetta della «probabilità», ispirata al  principio dello sviluppo sostenibile e fondata sulla  versione  in lingua italiana  dell’allegato, rubrica intitolata  «Valutazione e classificazione», punto 2, della decisione 2000/532, il detentore di  rifiuti  ai quali  possono essere assegnati  codici speculari  disporrebbe di un margine di discrezionalità  nel procedere al  previo accertamento  della pericolosità  dei  rifiuti  in questione  tramite analisi  appropriate.  Il detentore  di detti  rifiuti  potrebbe  così limitare  le proprie  analisi  alle  sostanze che, con un livello di  probabilità  elevato, possono essere contenute nei  prodotti  alla base del processo di produzione del rifiuto  in esame.

21      In tali circostanze, la Corte suprema di cassazione ha deciso di sospendere il giudizio e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali, che sono formulate in termini identici nelle cause  da C‑487/17 a C‑489/17:
«1)      Se l’allegato alla decisione [2000/532 e l’allegato III della direttiva 2008/98] vadano o meno interpretati, con riferimento alla classificazione dei rifiuti con voci speculari, nel senso che il produttore del rifiuto, quando non ne è nota la composizione, debba procedere alla previa caratterizzazione ed in quali eventuali limiti.
2)      Se la ricerca delle sostanze pericolose debba essere fatta in base a metodiche uniformi predeterminate.
3)      Se la ricerca delle sostanze pericolose debba basarsi su una verifica accurata e rappresentativa che tenga conto della composizione del rifiuto, se già nota o individuata in fase di caratterizzazione, o se invece la ricerca delle sostanze pericolose possa essere effettuata secondo criteri probabilistici considerando quelle che potrebbero essere ragionevolmente presenti nel rifiuto.
4)      Se, nel dubbio o nell’impossibilità di provvedere con certezza all’individuazione della presenza o meno delle sostanze pericolose nel rifiuto, questo debba o meno essere comunque classificato e trattato come rifiuto pericoloso in applicazione del principio di precauzione».

22      Con decisione del presidente della Corte del 7 settembre 2017, le cause da C‑487/17 a C‑489/17 sono state riunite ai fini delle fasi scritta ed orale del procedimento nonché della sentenza.
 Sulle questioni pregiudiziali

 Sulla ricevibilità

23      Il sig. Rando, la Vetreco e il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte suprema di cassazione (Italia) ritengono che le  domande di pronuncia pregiudiziale siano  irricevibili e debbano, pertanto, essere respinte.

24      Secondo  il sig. Rando, le questioni pregiudiziali  sono  prive  di rilevanza poiché si fondano sull’applicazione della legge n. 116/2014. Orbene,  quest’ultima  costituirebbe una «regola tecnica» che avrebbe dovuto essere  notificata  previamente  alla Commissione. Poiché tale notifica non è avvenuta, detta legge non  potrebbe  applicarsi ai singoli.

25      La Vetreco sostiene che  le questioni pregiudiziali  non sono  indispensabili per la risoluzione  delle  controversie principali  poiché  la giurisprudenza italiana ha definito i criteri conformemente ai quali occorre classificare i rifiuti che possono rientrare in codici speculari. Il giudice del rinvio  dovrebbe quindi limitarsi a valutare i fatti e ad applicare la propria giurisprudenza, senza che sia a tal fine  necessario interpellare la Corte.

26      Il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte suprema di cassazione  afferma, innanzitutto, che le questioni sollevate non individuano  con precisione  le disposizioni  di diritto dell’Unione  di cui  si chiede l’interpretazione, giacché solo nella prima di dette questioni appare un riferimento, generico, alla decisione 2000/532 e alla direttiva 2008/98. Inoltre, tali questioni non soddisferebbero i requisiti dell’autosufficienza, non essendo in sé comprensibili . Infine, le  ordinanze di rinvio non conterrebbero alcuna spiegazione riguardo all’illecita  classificazione  asseritamente commessa  negli  anni  dal 2013 al 2015, e il giudice del rinvio  non avrebbe  spiegato  il collegamento logico e argomentativo tra, da un lato, l’unico dubbio interpretativo enunciato  nelle motivazioni di tali decisioni, concernente i termini  «opportuna» e «pertinenti»  di cui  all’allegato, rubrica intitolata  «Valutazione e classificazione», punto 2,  della decisione 2000/532, e, dall’altro, le questioni pregiudiziali che riguardano  elementi non affrontati in tali motivazioni.

27      A tale riguardo, si deve ricordare che, secondo una costante giurisprudenza, il procedimento di cui all’articolo 267 TFUE è uno strumento di cooperazione tra la Corte e i giudici nazionali.  Ne deriva che spetta solo ai giudici nazionali cui è stata sottoposta la controversia e a cui incombe la responsabilità dell’emananda decisione giudiziaria valutare, tenendo conto delle specificità di ogni causa, sia la necessità di una pronuncia pregiudiziale all’emanazione della loro sentenza sia la rilevanza delle questioni che essi sottopongono alla Corte  (v., in particolare,  sentenze del 17 luglio 1997, Leur-Bloem, C‑28/95, EU:C:1997:369, punto 24, nonché del 7 luglio 2011, Agafiţei e a., C‑310/10, EU:C:2011:467, punto 25).

28      Di conseguenza, allorché le questioni sollevate dai giudici nazionali riguardano l’interpretazione di una disposizione del diritto dell’Unione, la Corte, in linea di principio, è tenuta a statuire (v., in particolare,  sentenze del 17 luglio 1997, Leur-Bloem, C‑28/95, EU:C:1997:369, punto 25, nonché del 7 luglio 2011, Agafiţei e a., C‑310/10, EU:C:2011:467, punto 26).

29      Tuttavia, la Corte può rifiutare di pronunciarsi su una questione pregiudiziale sollevata da un giudice nazionale quando risulta manifestamente che l’interpretazione del diritto dell’Unione richiesta non ha alcuna relazione con la realtà o con l’oggetto del procedimento principale, quando il problema è di natura ipotetica  o quando la Corte non dispone degli elementi di fatto e di diritto necessari per fornire una soluzione utile alle questioni che le vengono sottoposte (v., in particolare,  sentenze dell’11 luglio 2006, Chacón Navas, C‑13/05, EU:C:2006:456, punto 33; del 7 luglio 2011, Agafiţei e a., C‑310/10, EU:C:2011:467, punto 27, nonché del 2 marzo 2017, Pérez Retamero, C‑97/16, EU:C:2017:158, punto 22).

30      Nella specie, occorre innanzitutto  constatare che, sebbene  la descrizione del contesto fattuale e normativo  contenuta  nelle domande di pronuncia pregiudiziale sia  succinta, tale descrizione  risponde  comunque ai requisiti  dell’articolo 94 del  regolamento di procedura della Corte e, pertanto,  consente a quest’ultima di  comprendere  tanto i fatti quanto il  contesto giuridico  nel quale le  controversie principali  sono intervenute.

31      Si deve  poi aggiungere che,  come risulta dai punti  da 18 a 20  della presente sentenza, il giudice del rinvio  ha spiegato le ragioni che l’hanno indotto a chiedere l’interpretazione delle  disposizioni  del diritto dell’Unione  che sono oggetto delle  questioni pregiudiziali.

32      Infine, occorre  ricordare che,  secondo l’articolo 10 della direttiva 98/34/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 giugno 1998, che prevede una procedura d’informazione nel settore delle norme e delle regolamentazioni tecniche  e delle regole relative ai servizi della società dell’informazione (GU 1998, L 204,  pag. 37), come modificata dalla direttiva 98/48/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 20 luglio 1998 (GU 1998, L 217,  pag. 18),  gli Stati membri non sono soggetti né all’obbligo di notificare  alla  Commissione  il  progetto di regola tecnica  né a quello di informarla quando adempiono i loro  obblighi  derivanti da  direttive  dell’Unione.

33      Nella specie, è pacifico che, adottando  le disposizioni della legge n. 116/2014, la Repubblica italiana ha adempiuto obblighi derivanti da  direttive  in materia di  classificazione dei  rifiuti,  in particolare  dalla direttiva 2008/98.  Pertanto, ammettendo che  la legge n. 116/2014 rientri nell’ambito di applicazione  della direttiva 98/34, l’assenza di notifica di tali  disposizioni  da parte di detto  Stato membro  non  costituirebbe  un vizio procedurale sostanziale tale da comportare l’inapplicabilità  ai singoli delle regole tecniche  di cui trattasi. Detta  assenza  non  inficia la loro opponibilità  ai singoli e non ha quindi, in quanto tale, alcuna  incidenza  sulla ricevibilità delle  questioni pregiudiziali.

34      Alla luce di tali considerazioni, occorre  constatare che  le domande di pronuncia pregiudiziale contengono  gli elementi di fatto e di diritto necessari per consentire  alla Corte di  fornire una risposta utile al giudice del rinvio.

35      Di conseguenza, le domande di pronuncia pregiudiziale sono ricevibili.
 Nel merito

 Sulle prime tre questioni

36      Con le sue  prime tre questioni, che occorre esaminare congiuntamente, il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se l’allegato III della direttiva 2008/98 nonché l’allegato  della decisione 2000/532 debbano essere interpretati nel senso che  il detentore di un  rifiuto  che può essere classificato  con  codici speculari,  ma la cui composizione non è  immediatamente  nota, deve, ai fini di tale  classificazione, determinare  detta  composizione e ricercare  se il  rifiuto  in questione  contenga una o più  sostanze pericolose  onde stabilire se tale  rifiuto  presenti  caratteristiche di pericolo nonché,  in caso affermativo, con quale grado di  determinatezza e secondo  quali  metodi.

37      In limine, occorre  precisare che,  partendo dalla premessa che i  rifiuti  di cui ai procedimenti  principali, che derivano dal  trattamento  meccanico di  rifiuti  urbani, sono riconducibili a  codici speculari, il giudice del rinvio  ha chiaramente  circoscritto l’oggetto delle sue  questioni pregiudiziali  in maniera  tale che la Corte non è tenuta, contrariamente a quanto sostengono  alcune delle parti  nei procedimenti  principali, a pronunciarsi sulla correttezza o meno della qualificazione effettuata dal giudice del rinvio.

38      Ai sensi  dell’articolo 3, punto 2, della direttiva 2008/98, costituisce un  rifiuto pericoloso il  «rifiuto che presenta una o più caratteristiche pericolose di cui all’allegato III»  di tale direttiva. Occorre osservare, come rilevato dall’avvocato generale al paragrafo  33 delle sue conclusioni, che tale direttiva  assoggetta la gestione di rifiuti pericolosi a condizioni specifiche  concernenti  la loro tracciabilità, il loro imballaggio e la loro etichettatura, il divieto di miscelarli con  altri  rifiuti  pericolosi o con  altri  rifiuti, sostanze o materie, nonché il fatto che i  rifiuti  pericolosi  possono  essere  trattati  esclusivamente in impianti appositamente designati che abbiano  ottenuto un’autorizzazione speciale.

39      Come risulta dall’articolo 7, paragrafo 1, della direttiva 2008/98, al fine di determinare se un rifiuto  rientri nell’elenco di  rifiuti  stabilito dalla  decisione 2000/532, che è vincolante per quanto concerne la determinazione dei rifiuti da considerare  pericolosi, occorre  tener conto dell’«origine e della composizione dei rifiuti e, ove necessario, dei valori limite di concentrazione delle sostanze pericolose», poiché  questi  ultimi  consentono  di verificare se un rifiuto  presenti  una o più  caratteristiche di pericolo  di cui all’allegato III di tale direttiva.

40      Pertanto, qualora  la composizione  di un rifiuto  cui  potrebbero  essere  attribuiti codici speculari  non sia  immediatamente  nota, spetta al  suo detentore, in quanto  responsabile della sua gestione, raccogliere le  informazioni  idonee a consentirgli  di acquisire una conoscenza sufficiente  di detta composizione e, in tal modo, di attribuire a tale  rifiuto  il  codice  appropriato.

41      Infatti, in mancanza di tali informazioni, il detentore di un  siffatto  rifiuto rischia di venir meno ai suoi  obblighi  in quanto responsabile della sua gestione, qualora  successivamente risulti che tale rifiuto  è  stato  trattato  come  rifiuto non pericoloso, malgrado presentasse  una o più caratteristiche di pericolo di cui all’allegato III della direttiva 2008/98.

42      Occorre  osservare  che, come rilevato dall’avvocato generale al paragrafo  52 delle sue conclusioni, esistono diversi metodi per raccogliere le informazioni necessarie relative alla composizione dei  rifiuti, che consentono pertanto di individuare l’eventuale  presenza di  sostanze pericolose  nonché di una o di più caratteristiche di pericolo di cui all’allegato III della direttiva 2008/98. 

43      Oltre ai metodi indicati alla rubrica intitolata «Metodi di prova» di cui a detto allegato III, il detentore dei  rifiuti  può, in particolare,  riferirsi:
–        alle informazioni sul processo chimico o sul processo di fabbricazione che «generano rifiuti» nonché sulle relative sostanze in ingresso e intermedie, inclusi i pareri di esperti;
–        alle informazioni fornite dal produttore originario della sostanza o dell’oggetto prima che questi diventassero rifiuti, ad esempio schede di dati di sicurezza, etichette del prodotto o schede di prodotto;
–        alle banche dati sulle analisi dei rifiuti disponibili a livello di Stati membri; e
–        al campionamento e all’analisi chimica dei rifiuti.

44      Per quanto riguarda il campionamento e l’analisi chimica, occorre  precisare, come rilevato dall’avvocato generale al paragrafo  69 delle sue conclusioni, che tali metodi  devono offrire garanzie di efficacia e  di  rappresentatività.

45      Si deve osservare che l’analisi chimica  di un rifiuto  deve,  certamente,  consentire  al suo  detentore  di acquisire una conoscenza sufficiente della composizione di  tale rifiuto al fine  di verificare se  esso  presenti  una o più caratteristiche di pericolo di cui all’allegato III della direttiva 2008/98.  Tuttavia,  nessuna  disposizione della normativa  dell’Unione  in questione  può  essere interpretata nel senso che l’oggetto di tale analisi consista  nel verificare l’assenza,  nel rifiuto  di cui trattasi, di qualsiasi sostanza pericolosa, cosicché  il detentore del  rifiuto sarebbe tenuto a  rovesciare una presunzione di pericolosità di tale  rifiuto.

46      Occorre infatti ricordare, da un lato, che,  per quanto riguarda gli  obblighi  derivanti dall’articolo 4  della direttiva 2008/98, emerge  chiaramente da tale articolo, paragrafo 2, che gli Stati membri devono, nell’applicare la gerarchia dei rifiuti prevista da tale direttiva, adottare misure appropriate per incoraggiare le opzioni che danno il miglior risultato ambientale complessivo (sentenza del 15 ottobre 2014, Commissione/Italia,  C‑323/13, non pubblicata, EU:C:2014:2290, punto 36). Così facendo, detto  articolo  prevede che gli Stati membri  tengano conto della fattibilità tecnica e della praticabilità economica, cosicché le disposizioni  di detta direttiva  non possono  essere  interpretate nel senso  di imporre al  detentore  di un rifiuto  obblighi  irragionevoli, sia dal punto di vista tecnico che economico, in materia di  gestione dei  rifiuti. Dall’altro lato, conformemente  all’allegato, rubrica intitolata  «Valutazione e classificazione», punto 2, primo  trattino, della decisione 2000/532, la classificazione  di un rifiuto  che può rientrare in  codici speculari  in quanto  «rifiuto pericoloso»  è opportuna solo quando tale rifiuto  contiene  sostanze pericolose che gli conferiscono  una o più caratteristiche di pericolo di cui all’allegato III della direttiva 2008/98. Ne consegue che il detentore di un  rifiuto, pur non essendo obbligato a verificare  l’assenza di qualsiasi sostanza pericolosa  nel rifiuto  in esame, ha tuttavia l’obbligo di ricercare quelle che possano ragionevolmente trovarvisi, e non ha pertanto alcun margine di discrezionalità  a tale riguardo.

47      Tale interpretazione, come sostenuto in udienza dalle parti nei procedimenti principali, è ormai avvalorata dalla comunicazione della Commissione del 9 aprile 2018, contenente orientamenti tecnici sulla classificazione dei rifiuti (GU 2018, C 124,  pag. 1). Tuttavia, poiché tale comunicazione è successiva ai fatti  di causa, la Corte, in considerazione della natura  penale di tali  procedimenti, ritiene che non si debba tener conto della stessa  comunicazione  nell’ambito delle sue risposte alle  questioni pregiudiziali.

48      Peraltro, tale interpretazione  è anche  conforme al  principio di precauzione, che è uno dei fondamenti della politica di tutela perseguita dall’Unione  in campo ambientale, posto che  dalla giurisprudenza della Corte risulta che una misura di tutela  quale la classificazione di un rifiuto come pericoloso  s’impone  soltanto  qualora, dopo  una valutazione dei rischi quanto più possibile completa  tenuto conto delle circostanze specifiche del caso di specie, sussistano  elementi obiettivi  che dimostrano che una siffatta  classificazione  è necessaria  (v., per analogia, sentenze del 7 settembre 2004, Waddenvereniging e Vogelbeschermingsvereniging, C‑127/02, EU:C:2004:482, punto 44, nonché del 13 settembre 2017, Fidenato e a., C‑111/16, EU:C:2017:676, punto 51).

49      Allorché il detentore di un  rifiuto  ha raccolto le informazioni sulla composizione  di  tale rifiuto, è tenuto, in  situazioni  come quelle  di cui ai  procedimenti principali, a  procedere alla valutazione delle caratteristiche di pericolo di detto  rifiuto  conformemente all’allegato, rubrica intitolata  «Valutazione e classificazione», punto 1, della decisione 2000/532, al fine di poterlo  classificare  vuoi  sulla base del  calcolo delle  concentrazioni delle  sostanze pericolose  presenti  nel rifiuto stesso  e in funzione dei valori soglia indicati, per ogni sostanza, all’allegato  III della direttiva 2008/98, vuoi sulla base di una prova, vuoi  sulla base di tali due  metodi. In  quest’ultimo caso, lo stesso punto  1 prevede che «prevalgono i risultati della prova».

50      Per quanto riguarda il  calcolo della caratteristica di pericolo presentata  da  un rifiuto, risulta dall’allegato, rubrica intitolata  «Valutazione e classificazione», punto 2, secondo  trattino, della decisione 2000/532 che il grado di  concentrazione delle  sostanze pericolose  contenute  in  tale rifiuto e che possono attribuire a quest’ultimo  caratteristiche di pericolo  deve  essere  calcolato  secondo le indicazioni  dell’allegato  III della direttiva 2008/98. Quest’ultima, in relazione alle caratteristiche di pericolo  da HP  4 a HP  14, contiene  istruzioni  precise  riguardanti la determinazione delle  concentrazioni  in questione e fissa, in tabelle specifiche per le diverse  caratteristiche di pericolo, i limiti di  concentrazione a partire dai quali o al di sopra dei quali il  rifiuto  in esame  deve  essere  classificato  come  pericoloso.

51      Per quanto riguarda le prove, occorre  in primo luogo  rilevare che la valutazione delle  caratteristiche di pericolo  da HP  1 a HP  3, come risulta  dall’allegato  III della direttiva 2008/98, deve essere effettuata sulla  base di tale metodo  ove ciò sia  «opportuno e proporzionato». Ne consegue che,  quando  la valutazione della pericolosità  di un rifiuto  può  essere fatta sulla base delle informazioni già ottenute  in modo  tale che il ricorso a una prova  non  sarebbe  né  opportuno  né proporzionato,  il detentore  di  tale rifiuto  può  procedere  a classificarlo senza ricorrere a una prova.

52      Si deve  in secondo luogo  constatare che,  sebbene,  come rilevato dall’avvocato generale al paragrafo 64 delle sue conclusioni, il legislatore  dell’Unione  non abbia finora  armonizzato i  metodi  di analisi e di prova, tuttavia  sia  l’allegato  III della direttiva 2008/98  sia  la decisione 2000/532 rinviano  a tale riguardo, da un lato,  al  regolamento n. 440/2008 e alle  note pertinenti del  CEN  nonché,  dall’altro, ai  metodi  di prova e alle linee guida riconosciuti a livello internazionale.

53      Tuttavia, dalla rubrica intitolata «Metodi di prova» dell’allegato III della direttiva 2008/98  risulta  che tale rinvio non esclude che  possano essere presi in considerazione anche metodi  di prova  sviluppati a  livello  nazionale,  a condizione che siano riconosciuti a livello internazionale.

54      Alla luce di tali considerazioni, occorre rispondere alle  prime tre questioni  dichiarando che l’allegato III della direttiva 2008/98 nonché l’allegato  della decisione 2000/532 devono essere interpretati nel senso che  il detentore di un  rifiuto  che può essere classificato  con codici speculari, ma la cui composizione non è immediatamente  nota,  deve, ai fini di tale  classificazione, determinare detta composizione e ricercare le sostanze pericolose che possano ragionevolmente trovarvisi  onde stabilire se tale  rifiuto  presenti  caratteristiche di pericolo,  e  a tal fine può utilizzare  campionamenti, analisi chimiche e prove previsti  dal regolamento n. 440/2008 o qualsiasi altro  campionamento, analisi chimica  e prova  riconosciuti a livello internazionale.
 Sulla quarta questione

55      Con la sua quarta  questione, il giudice del rinvio  chiede, in sostanza, se il principio di precauzione  debba essere interpretato nel senso che, in caso di dubbio riguardo alle  caratteristiche di pericolo  di un rifiuto  che può essere classificato  con  codici speculari, o in caso di impossibilità  di  determinare  con certezza  l’assenza di  sostanze pericolose in  tale rifiuto,  quest’ultimo  debba, in applicazione  di tale  principio, essere  classificato  come  rifiuto pericoloso.

56      Al fine di rispondere a tale questione, occorre  anzitutto  ricordare che il principio di precauzione  costituisce, secondo l’articolo  191, paragrafo 2, TFUE, uno dei fondamenti della politica dell’Unione  in materia ambientale.

57      Si deve poi rilevare  che dalla giurisprudenza della Corte  risulta che un’applicazione corretta del principio di precauzione presuppone, in primo luogo, l’individuazione delle conseguenze potenzialmente negative per l’ambiente  dei rifiuti in questione  e, in secondo luogo, una valutazione complessiva del rischio per l’ambiente basata sui dati scientifici disponibili più affidabili e sui risultati più recenti della ricerca internazionale  (v., in tal senso,  sentenze del 9 settembre 2003, Monsanto Agricoltura Italia e a., C‑236/01, EU:C:2003:431, punto 113; del 28 gennaio 2010, Commissione/Francia, C‑333/08, EU:C:2010:44, punto 92, nonché del 19 gennaio 2017, Queisser Pharma, C‑282/15, EU:C:2017:26, punto 56).

58      La Corte  ne ha dedotto che, ove risulti impossibile determinare con certezza l’esistenza o la portata del rischio asserito a causa della natura insufficiente, non concludente o imprecisa dei risultati degli studi condotti, ma persista la probabilità di un danno reale per l’ambiente nell’ipotesi in cui il rischio si realizzasse, il principio di precauzione giustifica l’adozione di misure restrittive, purché esse siano non discriminatorie e oggettive  (v., in tal senso,  sentenza del 19 gennaio 2017, Queisser Pharma, C‑282/15, EU:C:2017:26, punto 57 e giurisprudenza ivi citata).

59      Occorre infine  constatare che,  conformemente  all’articolo 4, paragrafo 2, terzo  comma, della direttiva  2008/98, gli Stati membri  devono  tener conto non soltanto dei principi generali in materia di protezione dell’ambiente di precauzione e sostenibilità, ma anche della fattibilità tecnica e della praticabilità economica, della protezione delle risorse nonché degli impatti complessivi sociali, economici, sanitari e ambientali. Ne consegue che il legislatore  dell’Unione, nel settore specifico della gestione dei  rifiuti, ha inteso  operare un bilanciamento tra,  da un lato,  il principio di precauzione  e,  dall’altro, la fattibilità tecnica e la praticabilità economica, in modo che i  detentori di  rifiuti  non siano obbligati a verificare  l’assenza di qualsiasi sostanza pericolosa  nel rifiuto  in esame, ma possano limitarsi a ricercare le sostanze che possono  essere  ragionevolmente presenti in  tale rifiuto e valutare le sue  caratteristiche di pericolo  sulla base di calcoli o mediante prove  in relazione a tali sostanze.

60      Ne consegue  che una misura di tutela  come la classificazione  di un rifiuto  che può essere classificato  con  codici speculari  in quanto rifiuto pericoloso  è necessaria  qualora, dopo  una valutazione dei rischi quanto più possibile completa  tenuto conto delle circostanze specifiche del caso di specie, il detentore  di tale  rifiuto  si trovi  nell’impossibilità pratica di determinare la presenza di  sostanze pericolose  o di valutare la  caratteristica di pericolo che detto rifiuto presenta  (v., per analogia, sentenze del 7 settembre 2004, Waddenvereniging e Vogelbeschermingsvereniging, C‑127/02, EU:C:2004:482, punto 44, nonché del 13 settembre 2017, Fidenato e a., C‑111/16, EU:C:2017:676, punto 51).

61      Come sostiene la  Commissione  nelle sue osservazioni, una  siffatta  impossibilità pratica  non può  derivare dal comportamento  del detentore stesso del  rifiuto.

62      Alla luce di tali considerazioni, occorre rispondere alla  quarta  questione dichiarando che  il principio di precauzione  deve essere interpretato nel senso che,  qualora, dopo  una valutazione dei rischi quanto più possibile completa  tenuto conto delle circostanze specifiche del caso di specie,  il detentore di un  rifiuto  che può essere classificato  con codici speculari  si trovi  nell’impossibilità pratica di determinare la presenza di  sostanze pericolose  o di valutare le caratteristiche di pericolo che detto rifiuto presenta,  quest’ultimo deve essere classificato come  rifiuto pericoloso.
 Sulle spese

63      Nei confronti delle parti nei procedimenti principali la presente causa costituisce un incidente sollevato dinanzi al giudice nazionale, cui spetta quindi statuire sulle spese. Le spese sostenute da altri soggetti per presentare osservazioni alla Corte non possono dar luogo a rifusione.

Per questi motivi, la Corte (Decima Sezione) dichiara:
1)      L’allegato III della direttiva 2008/98/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 19 novembre 2008, relativa ai rifiuti e che abroga alcune direttive, come modificata dal regolamento (UE) n. 1357/2014 della Commissione, del 18 dicembre 2014, nonché l’allegato della decisione 2000/532/CE della Commissione, del 3 maggio 2000, che sostituisce la decisione 94/3/CE che istituisce un elenco di rifiuti conformemente all’articolo 1, lettera a), della direttiva 75/442/CEE del Consiglio relativa ai rifiuti e la decisione 94/904/CE del Consiglio che istituisce un elenco di rifiuti pericolosi ai sensi dell’articolo 1, paragrafo 4, della direttiva 91/689/CEE del Consiglio relativa ai rifiuti pericolosi, come modificata dalla decisione 2014/955/UE della Commissione, del 18 dicembre 2014, devono essere interpretati nel senso che il detentore di un rifiuto che può essere classificato sia con codici corrispondenti a rifiuti pericolosi sia con codici corrispondenti a rifiuti non pericolosi, ma la cui composizione non è immediatamente nota, deve, ai fini di tale classificazione, determinare detta composizione e ricercare le sostanze pericolose che possano ragionevolmente trovarvisi onde stabilire se tale rifiuto presenti caratteristiche di pericolo, e a tal fine può utilizzare campionamenti, analisi chimiche e prove previsti dal regolamento (CE) n. 440/2008 della Commissione, del 30 maggio 2008, che istituisce dei metodi di prova ai sensi del regolamento (CE) n. 1907/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio concernente la registrazione, la valutazione, l’autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche (REACH) o qualsiasi altro campionamento, analisi chimica e prova riconosciuti a livello internazionale.

2)      Il principio di precauzione deve essere interpretato nel senso che, qualora, dopo una valutazione dei rischi quanto più possibile completa tenuto conto delle circostanze specifiche del caso di specie, il detentore di un rifiuto che può essere classificato sia con codici corrispondenti a rifiuti pericolosi sia con codici corrispondenti a rifiuti non pericolosi si trovi nell’impossibilità pratica di determinare la presenza di sostanze pericolose o di valutare le caratteristiche di pericolo che detto rifiuto presenta, quest’ultimo deve essere classificato come rifiuto pericoloso.

Lenaerts

Biltgen

Levits

Così deciso e pronunciato a Lussemburgo il 28 marzo 2019.

Il cancelliere
 
Il presidente

A. Calot Escobar
 
K. Lenaerts

*      Lingua processuale: l’italiano.