CELEX: 62005CC0366
Language: it
Date: 2007-01-25
Title: Conclusioni dell'avvocato generale Sharpston del 25 gennaio 2007. # Optimus - Telecomunicações SA contro Fazenda Pública. # Domanda di pronuncia pregiudiziale: Supremo Tribunal Administrativo - Portogallo. # Imposte indirette sulla raccolta di capitali - Direttiva 69/335/CEE, come modificata dalla direttiva 85/303/CEE - Articolo 7, n. 1 - Imposta sui conferimenti - Esenzione - Presupposti - Situazione al 1º luglio 1984. # Causa C-366/05.

CONCLUSIONI DELL’AVVOCATO GENERALE 
      SHARPSTON
      presentate il 25 gennaio 2007 1(1)
      
      Causa C‑366/05
      Optimus – Telecomunicações SA
      contro
      Fazenda Pública
      «Art. 7, n. 1, della direttiva del Consiglio 69/335/EEC, concernente le imposte indirette sulla raccolta di capitali – Aumenti di capitale esentati dalle imposte sul conferimento prima dell’adesione – Legittimità dopo l’introduzione dell’imposta sui conferimenti»
      1.     Nella causa in oggetto, il Supremo Tribunal Administrativo (Tribunale amministrativo Supremo) del Portogallo chiede alla Corte
         di interpretare l’art. 7, n. 1, della direttiva del Consiglio 69/335 (2), come modificata dalla direttiva del Consiglio 85/303 (3), concernente le imposte indirette sulla raccolta di capitali. Ai sensi di tale disposizione, gli Stati membri sono tenuti
         ad esentare dalle suddette imposte alcune operazioni relative alla raccolta di capitali. Il giudice portoghese chiede se l’art. 7,
         n. 1, debba essere interpretato restrittivamente e se impedisca agli Stati membri di reintrodurre l’imposta di bollo su un
         particolare tipo di operazione che ne era esente, in base al diritto nazionale, alla data del 1° luglio 1984.
      
       Normativa rilevante
       Direttiva 69/335
      2.     Il primo ‘considerando’ della direttiva 69/335 fa riferimento alla finalità del Trattato CEE di promuovere la libera circolazione
         dei capitali, in considerazione della creazione di un’unione economica con caratteristiche analoghe a quelle di un mercato
         interno.
      
      3.     Nel secondo ‘considerando’ della direttiva 69/335 si rileva che le imposte indirette sulla raccolta di capitali in vigore
         negli Stati membri danno luogo a discriminazioni, a doppie imposizioni e a disparità che ostacolano la libera circolazione
         dei capitali e che devono pertanto essere eliminate mediante un’opportuna armonizzazione.
      
      4.     A tal fine, nel sesto e nel settimo ‘considerando’ si rileva la necessità di applicare alla raccolta di capitali un’imposta
         che possa aver luogo una sola volta nel mercato comune, di pari livello in tutti gli Stati membri e armonizzata con riguardo
         alla struttura ed alle aliquote. Infine, l’ottavo ‘considerando’ prevede la soppressione di tutte le altre imposte indirette
         aventi le stesse caratteristiche di tale imposta unica sui conferimenti.
      
      5.     Al fine di raggiungere tali obiettivi, l’art. 1 dispone che «[g]li Stati membri applicano un’imposta sui conferimenti alle
         società di capitali, armonizzata in conformità delle disposizioni degli articoli da 2 a 9, in appresso denominata imposta
         sui conferimenti».
      
      6.     L’art. 4, n. 1, della direttiva determina l’elenco delle operazioni sottoposte all’imposta sui conferimenti. Tali operazioni
         riguardano, in sostanza, la costituzione di una società di capitali ai sensi della direttiva 69/335, e la maggior parte degli
         aumenti di capitale della società stessa tra cui, come disposto dalla lett. c) del medesimo articolo, «l’aumento del capitale
         sociale di una società di capitali mediante conferimento di beni di qualsiasi natura». 
      
      7.     L’art. 4, n. 2 elenca altre operazioni che gli Stati membri possono assoggettare all’imposta sui conferimenti (4).
      
      8.     L’art. 7 in origine indicava le aliquote alle quali calcolare l’imposta sui conferimenti. Secondo l’art. 7, n. 1, lett. a),
         «l’aliquota dell’imposta sui conferimenti non può superare il 2%, né essere inferiore all’1%». La lett. b) del medesimo articolo
         stabiliva però che, nel caso di alcune operazioni di ristrutturazione di società con conferimento dei beni, «tale aliquota
         è ridotta del 50% almeno quando una o più società di capitali conferiscono la totalità dei loro patrimoni, o uno o più rami
         della loro attività, ad una o più società di capitali in via di creazione o già esistenti». Ai sensi dell’art. 7, n. 4, se
         uno Stato membro avesse fatto uso della facoltà di cui all’art. 4, n. 2, secondo la versione originaria, l’imposta sui conferimenti
         avrebbe potuto essere ridotta.
      
      9.     L’art. 8 consente agli Stati membri di esentare totalmente o parzialmente dall’imposta sui conferimenti le operazioni previste
         all’art. 4, nn. 1 e 2, concernenti le società di capitali che forniscono servizi di utilità pubblica, di cui lo Stato o gli
         enti regionali o locali possiedono almeno la metà del capitale sociale, e le società di capitali che perseguono unicamente
         e direttamente obiettivi culturali, di beneficenza, di assistenza o di educazione.
      
      10.   Ai sensi dell’art. 9 «[t]alune categorie di operazioni o di società di capitali possono essere oggetto di esenzioni, riduzioni
         o maggiorazioni delle aliquote per motivi di equità fiscale o di ordine sociale ovvero per permettere ad uno Stato membro
         di far fronte a situazioni particolari (…)».
      
      11.   L’art. 10 dispone che «[o]ltre all’imposta sui conferimenti, gli Stati membri non applicano, per quanto concerne le società,
         associazioni o persone giuridiche che perseguono scopi di lucro, nessun’altra imposizione, sotto qualsiasi forma: 
      
      a)     per le operazioni previste all’articolo 4;
      b)     per i conferimenti, prestiti o prestazioni, effettuati nel quadro delle operazioni previste all’articolo 4;
      c)     per l’immatricolazione o per qualsiasi altra formalità preliminare all’esercizio di un’attività, alla quale una società, associazione
         o persona giuridica che persegue scopi di lucro può essere sottoposta in ragione della sua forma giuridica».
      
      12.   Ai sensi dell’art. 12, n. 1, «[g] li Stati membri possono applicare, in deroga alle disposizioni degli articoli 10 e 11:
      d)     imposte sui trasferimenti di valori mobiliari, riscosse forfettariamente o no;
      e)     imposte di trasferimento, ivi comprese le tasse di pubblicità fondiaria, sul conferimento ad una società, associazione o persona
         giuridica che persegue scopi di lucro, di beni immobili o di aziende commerciali situati sul loro territorio;
      
      f)     imposte di trasferimento sui beni di qualsiasi natura che sono oggetto di un conferimento ad una società, associazione o persona
         giuridica che persegue scopi di lucro, nella misura in cui il trasferimento di tali beni è remunerato altrimenti che con quote
         sociali;
      
      g)     imposte sulla costituzione, iscrizione o cancellazione di privilegi ed ipoteche;
      h)     diritti di carattere remunerativo;
      i)     l’imposta sul valore aggiunto».
       Direttiva del Consiglio (5)
      
      13.   La direttiva 73/79/CEE ha ampliato la portata dell’art. 7, n. 1, lett. b), della direttiva 69/335, consentendo agli Stati
         membri di applicare l’aliquota ridotta dell’imposta sui conferimenti alle operazioni di acquisto realizzate tramite scambi
         di azioni. L’art. 1 della direttiva 73/79 ha pertanto inserito una nuova lett. b bis) nell’art. 7, n. 1, lett. b), il cui
         testo è il seguente:
      
      «b bis) l’aliquota dell’imposta sui conferimenti può essere ridotta del 50% o più, quando una società di capitali in via di costituzione
         o già esistente ottiene quote rappresentanti almeno il 75% del capitale sociale precedentemente emesso da un’altra società
         di capitale (…)».
      
      14.   Nel prosieguo della disposizione vengono dettate condizioni relative al modo in cui occorre procedere all’acquisizione perché
         la riduzione possa essere applicata.
      
       Direttiva del Consiglio 73/80/CEE (6)
      
      15.   A partire dal 1° gennaio 1976, la direttiva 73/80/CEE ha ridotto l’aliquota dell’imposta sul conferimento di capitali per
         ridurre il più possibile gli ostacoli allo sviluppo e al funzionamento del mercato comune dei capitali (7). L’aliquota dell’imposta sui conferimenti prevista all’art. 7 della direttiva 69/335 era fissata all’1% (8), con aliquote ridotte comprese tra 0% e 0,50% per le operazioni di «ristrutturazione» di cui all’art. 7, n. 1, lett. b) e
         b bis) (9). 
      
       Direttiva 85/303
      16.   La direttiva 85/303 ha introdotto altre sostanziali modifiche alla direttiva 69/335.
      17.   Nel preambolo della direttiva 85/303 si specifica che essa mira minimizzare l’impatto economico dell’imposta sui conferimenti
         sfavorevole al raggruppamento e allo sviluppo delle imprese in un contesto economico difficile.
      
      18.   Nel terzo ‘considerando’ si afferma che la migliore soluzione per realizzare tale obiettivo consisterebbe nel sopprimere l’imposta
         sui conferimenti. Tale soluzione, peraltro, sarebbe inaccettabile per alcuni Stati membri, a causa della diminuzione del gettito
         fiscale che ne risulterebbe. Agli Stati membri dev’essere quindi lasciata la possibilità di esentare o di assoggettare all’imposta
         sui conferimenti, totalmente o parzialmente, le operazioni che rientrano nel campo di applicazione della direttiva 69/335.
         Viene però richiesto loro di esentare le operazioni che al 1° luglio 1984 erano esonerate o soggette all’aliquota ridotta
         dell’imposta sui conferimenti.
      
      19.   Come spiegato al quinto ‘considerando’, poiché al 1° luglio 1984 non esisteva in Grecia un’imposta sui conferimenti, era necessario
         prevedere la facoltà di introdurre in Grecia un’imposta di questo tipo e di esentare da essa talune operazioni.
      
      20.   Per raggiungere i suddetti obiettivi, la direttiva 85/303 ha modificato la direttiva 69/335 nel modo qui di seguito indicato.
      21.   Il testo della frase introduttiva dell’art. 4, n. 2, della direttiva 69/335 è stato sostituito dal testo seguente: 
      «2.   Le seguenti operazioni possono continuare ad essere assoggettate all’imposta sui conferimenti se, alla data del 1° luglio
         1984, l’aliquota ad esse applicabile era dell’1%» (10).
      
      22.   Alla fine dell’art. 4, n. 2, è stato aggiunto il testo seguente:
      «Tuttavia la Repubblica ellenica stabilisce quali tra le operazioni suddette essa assoggetta all’imposta sui conferimenti» (11).
      
      23.   L’art. 7 della direttiva 69/335 si legge ora nel modo seguente:
      «1.   Gli Stati membri esentano dall’imposta sui conferimenti le operazioni (…) che, alla data del 1° luglio 1984, erano esentate
         o assoggettate ad un’aliquota pari o inferiore a 0,50%.
      
      L’esenzione è sottoposta alle condizioni che a tale data erano applicabili per la concessione dell’esenzione o, se del caso,
         per l’assoggettamento ad un’aliquota pari o inferiore a 0,50%. 
      
      La Repubblica ellenica stabilisce le operazioni che essa esenta dall’imposta sui conferimenti. 
      2.     Gli Stati membri possono esentare dall’imposta sui conferimenti o assoggettare ad un’unica aliquota non superiore all’1% le
         operazioni diverse da quelle di cui al paragrafo 1.
      
      (…)» (12).
      
      24.   L’art. 7, n. 4, della direttiva 69/335 è stato abrogato.
      25.   L’art. 3 della direttiva 85/303 imponeva agli Stati membri di adottare le misure necessarie per conformarsi alle disposizioni
         in essa contenute entro il 1° gennaio 1986.
      
       Il Trattati di adesione del Portogallo alle Comunità
      26.   L’atto riguardante le condizioni di adesione del Regno di Spagna e della Repubblica del Portogallo e le modifiche dei Trattati
         («l’Atto di adesione») (13) è allegato al Trattato di adesione della Spagna e del Portogallo alla CEE e alla CEEA (14). Le uniche variazioni apportate alla direttiva 69/335, come modificata dalla direttiva 85/303, a seguito dell’Atto di adesione,
         sono state introdotte sulla base dell’art. 26, il quale prevede l’adattamento degli atti comunitari elencati nell’allegato I,
         come in esso specificati. La direttiva 69/335 è compresa nell’elenco dell’allegato I. Di conseguenza, l’art. 3 di tale direttiva,
         come modificata dalla direttiva 85/303, il quale individua le società che in base al diritto nazionale vanno considerate come
         «società di capitali» ai sensi della direttiva, è stato modificato per includervi le società spagnole e portoghesi rientranti
         in tale definizione.
      
      27.   Non vi sono altre disposizioni dell’Atto di adesione che prevedano deroghe alla direttiva 69/335, come modificata dalla direttiva 85/303,
         per quel che riguarda il Portogallo, o che stabiliscano un termine diverso per la sua trasposizione, o che riguardino in altra
         maniera l’applicazione della direttiva 69/335 in Portogallo.
      
      28.   Il Portogallo è entrato nella CEE il 1° gennaio 1986, la stessa data entro la quale gli Stati membri avrebbero dovuto conformarsi
         alle modifiche della direttiva 69/335 introdotte con la direttiva 85/303 (15).
      
       Normativa nazionale
      29.   In Portogallo, le norme relative alla tassazione delle società commerciali erano contenute nel «Codice sull’imposta di bollo»
         adottato con decreto n. 12 700 del 20 novembre 1926 e in un tariffario delle aliquote dell’imposta di bollo (in prosieguo:
         la «Tariffa generale dell’imposta di bollo») adottata con decreto n. 21 916 del 28 novembre 1932.
      
      30.   Ai sensi dell’art. 145, nella versione modificata, gli aumenti di capitale delle società commerciali erano soggetti ad un’imposta
         pari all’1% dell’aumento di capitale.
      
      31.   Il decreto legge 16 maggio 1984, n. 154, entrato in vigore il 21 maggio 1984, ha modificato l’art. 145, n. 2, della Tariffa
         generale dell’imposta di bollo. In Portogallo quindi, gli aumenti di capitale delle società commerciali, se realizzati in
         contanti, erano esentati dal pagamento dell’imposta di bollo. Al 1° luglio 1984, pertanto, tali operazioni erano esenti e
         l’esenzione era ancora in vigore alla data del 1° gennaio 1986. 
      
      32.   A partire dal 1° gennaio 2002, il decreto legge n. 322‑B/2001 (in prosieguo: il «decreto legge del 2001») ha modificato la
         Tariffa generale dell’imposta di bollo reintroducendo un’imposta sugli aumenti di capitale nelle società commerciali realizzati
         tramite conferimento di beni di qualsiasi natura. Ai sensi del nuovo punto 26 della Tariffa generale dell’imposta di bollo,
         tali aumenti di capitale risultavano tassati ad un’aliquota dello 0,40% del valore reale dei beni conferiti o che debbono
         essere conferiti dagli azionisti.
      
       La causa principale e le questioni proposte
      33.   La Optimus – Telecomunicações SA (in prosieguo: la «Optimus»), è una società per azioni registrata in Portogallo e una «società
         di capitali» ai sensi della direttiva 69/335, che ha proceduto ad un aumento del suo capitale pari a EUR 100 000 000, interamente
         realizzato in contanti. Il 12 novembre 2002, l’aumento di capitale e le modifiche agli statuti societari venivano registrati
         ufficialmente con atto notarile, come stabilito dalla legge. Ai sensi dell’art. 26, n. 3, della Tariffa generale dell’imposta
         di bollo, come modificata dal decreto legge del 2002, la Optimum pagava un’imposta pari allo 0,40% di tale somma (EUR 40 000).
         
      
      34.   La Optimum impugnava poi la liquidazione dell’imposta di bollo dinanzi al Tribunal Administrativo e fiscal de Porto, sostenendo
         che la tassazione dell’aumento di capitale in oggetto risultava vietata dall’art. 7, n. 1, della direttiva 69/335, come modificata
         dalla direttiva 85/303 in quanto, secondo la normativa portoghese, al 1° luglio 1984 gli aumenti di capitale nelle società
         commerciali, se realizzati in numerario, erano esonerati dall’imposta di bollo.
      
      35.   Il Tribunal Administrativo e fiscal do porto respingeva il ricorso, dichiarando che l’obbligo di standstill stabilito dall’art. 7,
         n. 1, non si applicava alle operazioni elencate nell’art. 4, n. 1, della direttiva 69/335, ma soltanto a quelle indicate negli
         artt. 4, n. 2, e 8 della stessa.
      
      36.   La Optimus impugnava la decisione dinanzi al Supremo Tribunal Administrativo il quale ha sospeso il procedimento e ha sottoposto
         alla Corte le seguenti questioni:
      
      «1)      Se l’art. 7, n. 1, della [direttiva 69/335], nella versione risultante dalla [direttiva 85/303], debba essere interpretato
         restrittivamente nel senso che impone, come condizione dell’obbligo ivi imposto agli Stati membri di esentare determinate
         operazioni di raccolta dei capitali, che si tratti di operazioni che ai sensi della versione della direttiva vigente prima
         del 1985 potevano essere esenti dall’imposta o soggette ad un’aliquota ridotta – vale a dire solo quelle previste degli artt. 4,
         n. 2, e 8 – e che, inoltre, al 1° luglio 1984 si trovassero in tale situazione.
      
      2)      Se gli artt. 7, n. 1, e 10 della [direttiva 69/335], nella versione risultante dalla [direttiva 85/303], debbano essere interpretati
         nel senso che vietano l’applicazione dell’imposta di bollo, in virtù di una norma nazionale come quella del decreto‑legge
         14 dicembre 2001, n. 322‑B, che ha introdotto il punto 26 («conferimenti di capitale») nella [Tariffa generale dell’imposta
         di bollo], ad una società per azioni di diritto portoghese in occasione di un aumento del capitale sociale effettuato in numerario,
         quando al 1° luglio 1984 tale operazione era sì soggetta a quell’imposta, ma ne risultava esente».
      
       Valutazione
       La prima questione
      37.   Con la prima questione il giudice nazionale chiede, in sostanza, se l’obbligo di esenzione di cui all’art. 7, n. 1, della
         direttiva 69/335, come modificata dalla direttiva 85/303, sia limitato alle operazioni elencate nell’art. 4, n. 2 e nell’art. 8
         della stessa direttiva le quali, alla data del 1° luglio 1984, erano esenti dall’imposta o soggette ad un’aliquota pari o
         inferiore allo 0,5%.
      
      38.   Appare incontrovertibile che gli aumenti di capitale realizzati in numerario (operazione per la quale la Optimus ha dovuto
         pagare l’imposta di bollo) vanno considerati come un «aumento del capitale sociale di una società di capitali mediante conferimento
         di beni di qualsiasi natura», ai sensi dell’art. 4, n. 1, lett. c), della direttiva 69/335.
      
       Valutazione 
      39.   Faccio subito notare che la direttiva 69/335, nella versione modificata, è a dir poco intricata (16). Le difficoltà nel giungere ad una corretta interpretazione dell’art. 7, n. 1, sono aggravate da una serie di fattori. Innanzi
         tutto, la questione pregiudiziale proviene dal Portogallo, paese che non era Stato membro né quando fu adottata la versione
         originale della direttiva 69/335, né all’atto della sua successiva modifica. In secondo luogo, il termine per la trasposizione
         nel diritto interno delle modifiche introdotte con la direttiva 85/303, vale a dire il 1° gennaio 1986, coincideva con la
         data dell’adesione del Portogallo alla CEE. In terzo luogo, la portata della direttiva 69/335, come modificata dalla direttiva
         85/303, è espressamente definita dal riferimento alla situazione legale dell’imposta di bollo ad una data, il 1° luglio 1984,
         in cui il Portogallo, che non era Stato membro, non era vincolato dalle sue disposizioni.
      
      40.   Secondo la Optimus, l’art. 7, n. 1, della direttiva 69/335, nella versione modificata dalla direttiva 85/303, dev’essere interpretato
         in modo estensivo, ossia nel senso che si applica alle operazioni che rientrano tanto nell’art. 4, n. 1, quanto nell’art. 4,
         n. 2 della stessa. Esso quindi vieta di applicare l’imposta di bollo ad un’operazione come quella di cui si discute nella
         causa principale, che era di per sé esente in base al diritto nazionale alla data del 1° luglio 1984.
      
      41.   La Optimus sostiene che, dopo l’entrata in vigore delle modifiche introdotte con la direttiva 85/303, l’abolizione delle imposte
         sui conferimenti ha sostituito la semplice armonizzazione fiscale come primario obiettivo del regime comunitario sull’imposta
         di bollo. L’art. 7, n. 1, della direttiva 69/335/CEE dovrebbe essere interpretato estensivamente alla luce di tale scopo.
      
      42.   La Optimus sottolinea che gli aumenti di capitale realizzati in numerario erano esenti dal pagamento dell’imposta di bollo
         in Portogallo alla data del 1° luglio 1984. Il Portogallo quindi, entrando nella CEE, non era legittimato ad introdurre un’imposta
         di bollo su tali operazioni. Né il Trattato di Adesione né altri strumenti di diritto comunitario conferiscono un diritto
         analogo a quello attribuito alla Grecia dall’ultimo comma dell’art. 4, n. 2, della direttiva 69/335, nella versione modificata
         dalla direttiva 85/303, permettendo al Portogallo di agire nello stesso modo.
      
      43.   Alla luce delle considerazioni che precedono, concordo con la Optimus e ritengo che alla prima questione debba darsi soluzione
         negativa.
      
      44.   Come la Commissione stessa riconosce, il testo dell’art. 7, n. 1, della direttiva 69/335, come modificata dalla direttiva
         85/303, è chiaro. Esso impone agli Stati membri di esentare dall’imposta sui conferimenti di capitale le operazioni che, alla
         data del 1° luglio 1984, erano esenti o assoggettate ad un’aliquota pari o inferiore allo 0,5%. Il testo è vincolante. Pertanto,
         in base ad un’interpretazione puramente letterale, le operazioni che soddisfano tali condizioni, in assenza di disposizioni
         contrarie, dovevano essere esentate dall’imposta sui conferimenti a partire dal termine per l’applicazione delle modifiche
         introdotte dalla direttiva 85/303. Detto termine coincideva con la data di adesione del Portogallo alla Comunità.
      
      45.   Se la lettera di una disposizione comunitaria è chiara e non vi è possibilità di interpretazioni contraddittorie nelle differenti
         versioni linguistiche, un’interpretazione letterale costituisce una forte indicazione riguardo al corretto significato della
         disposizione stessa. Nel caso in oggetto, il testo nelle altre versioni linguistiche da me esaminate non presenta differenze
         significative rispetto a quello inglese (17). Di primo acchito, pertanto, l’espressione «gli Stati membri esentano», contenuta nell’art. 7, n. 1, della direttiva 85/303
         (nella versione modificata) significano esattamente quel che vogliono dire.
      
      46.   La Corte ha dichiarato, peraltro, che la semplice interpretazione letterale di una disposizione non basta se non corrisponde
         alle intenzioni del legislatore (18). Secondo la Commissione e il Portogallo, tale è il caso nella fattispecie. Essi sostengono che la vera intenzione del legislatore
         (vale a dire limitare la portata dell’art. 7, n. 1, della direttiva 69/335, come modificata dalla direttiva 85/303, alle operazioni
         indicate nell’art. 4, n. 2), può essere individuata in base ad un’interpretazione dell’evoluzione storica della direttiva
         69/335. Secondo questo approccio «evolutivo», l’ultima versione dev’essere interpretata con riferimento a tutte le precedenti
         versioni della direttiva 69/335 e tenendo a mente la situazione di fatto che l’applicazione delle precedenti versioni ha determinato.
      
      47.   Occorre pertanto valutare se l’approccio suggerito dal Portogallo e dalla Commissione abbia un rilievo sufficiente per modificare
         l’interpretazione della lettera dell’art. 7, n. 1. Data la similarità degli argomenti da essi presentati, risulta opportuno
         esporli congiuntamente.
      
      48.   Il Portogallo e la Commissione ricapitolano in dettaglio l’evoluzione del regime comunitario relativo all’imposta sul conferimento
         di capitali. Essi sostengono che, per quanto rileva, dopo le modifiche introdotte dalle direttive 73/79 e 73/80 e prima di quelle apportate dalla direttiva 85/303, la situazione era la seguente:
      
      –       le operazioni indicate nell’art. 4, n. 1, della direttiva 69/335 erano soggette all’imposta sui conferimenti, all’aliquota
         generale dell’1% (19) o all’aliquota ridotta dello 0,50% per casi particolari relativi ad «operazioni di ristrutturazione» (20). Gli aumenti di capitale delle società di capitali realizzati in numerario rientravano in questa categoria;
      
      –       le operazioni elencate nell’art. 4, n. 2, della direttiva 69/335 potevano essere assoggettate all’imposta sui conferimenti,
         all’aliquota generale dell’1% o ad un’aliquota ridotta definita dallo Stato membro (21).
      
      49.   Le modifiche introdotte dalla direttiva 85/303 consentono e/o impongono agli Stati membri di esentare un ampio numero di operazioni
         che erano in precedenza soggette obbligatoriamente all’imposta sui conferimenti.
      
      50.   L’art. 4, n. 1, continua ad imporre agli Stati membri di assoggettare le operazioni in esso elencate all’imposta sui conferimenti.
      51.   Per contro, l’art. 4, n. 2, della direttiva 69/335, nella versione modificata, non obbliga più gli Stati membri ad assoggettare
         tutte le operazioni in esso indicate a tale imposta. Secondo il nuovo regime, anzi, gli Stati membri continuano a tassare
         solo le operazioni alle quali, nel regime precedente, avevano deciso di applicare l’aliquota dell’1%.
      
      52.   Ai sensi dell’art. 7. n. 1, della direttiva 69/335, nella versione modificata, gli Stati membri esentano tutte le operazioni
         che, al 1° luglio 1984, erano esentate o assoggettate ad un’aliquota pari o inferiore a 0,5%. Secondo la Commissione, scopo
         dell’attuale testo dell’art. 7, n. 1, era dunque di «congelare» la situazione vigente a quella data.
      
      53.   L’art. 7, n. 2, della direttiva 69/335, come modificata, disciplina tutte le operazioni diverse da quelle di cui all’art. 7, n. 1 e dispone che gli Stati membri possono esentare tali transazioni dall’imposta sui conferimenti
         o assoggettarle ad un’unica aliquota non superiore all’1%.
      
      54.   Qui le opinioni della Commissione e del Portogallo divergono leggermente. Secondo la Commissione, l’art. 7, n. 2, dovrebbe
         essere interpretato nel senso che offre agli Stati membri (e al Portogallo) un’unica, complessiva opportunità riguardo a tutte
         le operazioni diverse da quelle di cui all’art. 7, n. 1: esentarle tutte dall’imposta sui conferimenti o assoggettarle ad
         un’unica aliquota non superiore all’1%. Entrambe le parti ritengono che l’art. 7, n. 1, della direttiva 69/335, come modificata,
         non imponga agli Stati membri di esentare le operazioni che erano obbligati ad assoggettare all’imposta suddetta in forza delle
         norme armonizzate applicabili prima che entrassero in vigore le modifiche introdotte dalla direttiva 85/303.
      
      55.   Infatti, il Portogallo e la Commissione ritengono che l’obbligo di esenzione contenuto nell’art. 7, n. 1, si applichi solo
         alle operazioni coperte dagli artt. 4, n. 2, e 7, n. 4, della direttiva 69/335 (ossia alle operazioni che gli Stati membri
         avevano scelto di assoggettare all’imposta sui conferimenti). Esso non va applicato ad un «aumento del capitale sociale di
         una società di capitali mediante conferimento di beni di qualsiasi natura», rientrante nell’art. 4, n. 1, lett. c), della
         direttiva 69/335, che era soggetto ad un’aliquota dell’1%. Prima che entrasse in vigore la direttiva 85/303, gli Stati membri
         non avevano mai avuto possibilità di esentare tali operazioni o di assoggettarle ad un’aliquota «pari o inferiore a 0,50%».
         Pertanto, esse non potevano essere esentate in base al nuovo regime.
      
      56.   L’«eccezione greca» di cui agli artt. 4, n. 2 e 7, n. 1, della direttiva 69/335, come modificata dalla direttiva 85/303, può
         essere spiegata su questa base. Anteriormente al 1° luglio 1984, in Grecia non esisteva l’imposta sui conferimenti di capitale.
         Con la direttiva 85/303 si è ritenuto necessario accordare alla Grecia la possibilità di stabilire quali delle operazioni
         rientranti nell’art. 4, n. 2, assoggettare a tale imposta e quali operazioni, tra quelle che potevano essere esentate o assoggettate
         ad un’aliquota ridotta, avrebbero continuato ad essere esenti. In tal modo, alla Grecia è stata attribuita una facoltà di
         cui altri Stati membri avevano già usufruito in base alla direttiva 69/335.
      
      57.   Non mi convince l’idea che, nell’applicare la direttiva 69/335 come modificata dalla direttiva 85/303 ad un nuovo Stato membro,
         l’interpretazione (piuttosto elaborata) suggerita dal Portogallo e dalla Commissione debba prevalere su un’interpretazione
         al contempo letterale e teleologica.
      
      58.   In primo luogo, non vi sono indizi nella stessa direttiva 69/335 o nelle successive direttive che l’hanno modificata, del
         fatto che il legislatore comunitario volesse definire la portata delle modifiche introdotte da tali direttive con riferimento
         alle precedenti versioni di tali atti o alla situazione di fatto che la loro applicazione aveva determinato.
      
      59.   In secondo luogo, come sostiene correttamente la Optimus, l’interpretazione letterale dell’art. 7, n. 1, della direttiva 69/335,
         come modificata dalla direttiva 85/303, è conforme, e non contraria, agli obiettivi perseguiti dalla direttiva 85/303. Nel
         preambolo di tale direttiva si specifica che il suo scopo ultimo è di assicurare la libera circolazione dei capitali – eventualmente,
         con la totale soppressione dell’imposta sui conferimenti di capitali. Come rileva la Commissione, si trattava di un obiettivo
         irrealizzabile a causa dell’opposizione (per ragioni di bilancio) (22) di alcuni Stati membri. La direttiva 85/303 pertanto non abbandona del tutto la (più rigida) armonizzazione del regime giuridico
         dell’imposta sui conferimenti di capitali. Tuttavia, il suo obiettivo primario resta quello di ridurre il più possibile al minimo gli effetti dell’imposta sui conferimenti sulla libera circolazione dei
         capitali, eventualmente con la sua abolizione. L’interpretazione letterale della portata dell’obbligo di esenzione contenuto
         nell’art. 7, n. 1, corrisponde pertanto all’obiettivo primario della direttiva 85/303 (23).
      
      60.   In terzo luogo, tale interpretazione, come la Optimus correttamente osserva, è conforme alla giurisprudenza consolidata che
         impone di accordare preferenza all’interpretazione che favorisca la realizzazione delle libertà fondamentali nel trattato
         CE (24).
      
      61.   E’ pertanto possibile che la Commissione e il Portogallo abbiano ragione nel sostenere che, se si considera l’evoluzione del
         regime comunitario in tema di imposta sui conferimenti di capitale negli Stati membri che erano soggetti a detto regime sin dalla sua istituzione e che hanno correttamente applicato la direttiva 69/335, seguendo fedelmente le varie modifiche ad essa apportate, gli aumenti
         di capitale realizzati in numerario non avrebbero potuto essere esenti o soggetti ad un’aliquota ridotta in nessuna fase di
         tale evoluzione prima del termine per l’applicazione della direttiva 85/303 (ossia, il 1° gennaio 1986).
      
      62.   Da ciò non consegue però automaticamente che la portata dell’art. 7, n. 1, della direttiva 69/335, come modificata dalla direttiva 85/303,
         sia necessariamente limitata ai casi elencati negli artt. 4, n. 2 e 8 della stessa in qualunque ipotesi e, in particolare,
         in caso di adesione di uno Stato. 
      
      63.   In primo luogo, come sottolineato dalla Optimus, nella sentenza Bautiaa (25) la Corte ha dichiarato che le operazioni di fusione di cui si trattava «si traducono in operazioni di aumento del capitale
         sociale di una società di capitali mediante conferimento di beni di qualsiasi natura, previste dall’ art. 4, n. 1, lett. c),
         della direttiva 69/335, nel caso particolare di cui all’art. 7, n. 1, lett. b), vale a dire nel caso di conferimento, da parte
         di una o più società di capitali, della totalità del loro patrimonio ad una o più società di capitali in via di creazione
         o già esistenti» (26). Dopo aver chiarito che l’operazione in oggetto rientra nell’ambito dell’art. 4, n. 1, lett. c), la Corte ha però applicato
         l’art. 7, n. 1, della direttiva 69/335, come modificato dalla direttiva 85/303 (27). Essa ha affermato infatti che «[d]al 1° gennaio 1986 il mantenimento di tale imposta è rimasto incompatibile con la direttiva,
         atteso che l’art. 7, n. 1, è stato successivamente modificato dalla direttiva 85/303, la quale impone con assoluta chiarezza
         di esentare da qualunque imposta sui conferimenti le operazioni di aumento del capitale mediante conferimento della totalità
         dell’attivo da una società a un’altra» (28).
      
      64.   Questa pronuncia conferma che un’aliquota ridotta pari o inferiore a 0,5% poteva essere applicata anche i base ai regimi precedenti
         al 1986 alle operazioni indicate dall’art. 7, n. 1, lett. b) e b bis), e che si potevano applicare tali disposizioni anche
         relativamente alle operazioni rientranti nell’ambito dell’art. 4, n. 1. Di conseguenza, esistono per lo meno alcune transazioni che non rientrano nell’ambito di applicazione degli artt. 4, n. 2 e 8, bensì in quello dell’art. 4, n. 1, pur
         essendo comunque regolate dall’art. 7, n. 1.
      
      65.   In secondo luogo, in assenza di chiare e precise indicazioni contrarie nella direttiva 69/335, come modificata dalla direttiva 85/303,
         o nell’Atto di adesione, ritengo che il ragionamento suggerito dal Portogallo e dalla Commissione non sia applicabile ad un
         nuovo Stato membro (come il Portogallo) che aderisce alla Comunità alla data del 1° gennaio 1986 o successivamente ad essa.
      
      66.   Prima dell’ingresso nella Comunità, questi «futuri» Stati membri sono (evidentemente) liberi di regolare a loro piacimento
         l’imposta sui conferimenti di capitali. Possono applicare le aliquote che ritengono appropriate a qualsiasi categoria di operazioni.
         Parimenti, possono esentare qualsiasi categoria di operazioni dall’imposta sui conferimenti. Dopo l’adesione però, essi risultano
         vincolati dall’acquis comunitario nei termini stabiliti dal rispettivo Trattato di adesione e dall’Atto corrispondente. La
         direttiva 69/335, come modificata dalla direttiva 85/303, è parte di tale acquis. La sola modifica a tale direttiva imposta
         dall’Atto di adesione del Portogallo riguardava l’art. 3, il cui testo è stato modificato per ricomprendere le società di
         capitali portoghesi (e spagnole) nel suo ambito di applicazione.
      
      67.   Se i negoziatori dell’adesione avessero voluto permettere una deroga al regime comunitario relativo alle imposte sui conferimenti
         per quanto riguarda il Portogallo all’atto del suo ingresso nelle Comunità, si può presumere che l’avrebbero prevista espressamente.
         I Trattati di adesione abbondano di disposizioni che consentono agli Stati membri deroghe temporanee all’acquis comunitario
         in settori predeterminati. Parimenti, se lo avessero ritenuto necessario, i negoziatori dell’adesione avrebbero potuto prevedere
         la possibilità per il Portogallo di introdurre specifiche imposte per tutte le operazioni non esplicitamente rientranti negli artt. 4, n. 2, e 8 della direttiva 69/335,
         superando in tal modo l’apparente clausola di standstill derivante dall’art. 7, n. 1, al fine di garantire una completa armonizzazione
         (anche se a discapito del fine primario della direttiva). Ma così non è avvenuto.
      
      68.   La clausola di standstill dell’art. 7, n. 1, è chiara e vincolante. Secondo l’approccio evolutivo della Commissione, lo Stato
         membro che aderisce avrebbe dovuto ricostruire la precedente storia legislativa della direttiva 69/335 e delle sue successive
         modifiche, in modo da capire che una particolare classe di operazioni, esente per il diritto nazionale al 1° luglio 1984,
         rientrava nell’art. 4, n. 1, lett. c) e di conseguenza «doveva» essere assoggettata all’imposta sui conferimenti, e rendersi
         conto che il testo (apparentemente vincolante) dell’art. 7, n. 1, non si applicava a tali operazioni ma che, in quando Stato membro entrante, esso sarebbe stato (al contrario) tenuto in base
         al diritto comunitario ad introdurre una nuova limitazione alla libera circolazione dei capitali applicando l’imposta sui conferimenti a tali operazioni. A mio avviso non è auspicabile
         che la Corte effettui una simile ricostruzione delle intenzioni del legislatore comunitario (29).
      
      69.   Questa interpretazione è corroborata dall’esistenza di una deroga esplicita a favore della Grecia contenuta nell’art. 7 (nonché
         nell’art. 4, n. 2), introdotta nella direttiva 69/335 dalla direttiva 85/303. La ratio di tale deroga è data dal fatto che
         in Grecia nel luglio 1984 non erano applicate imposte sui conferimenti di capitali e, al fine di un pieno adeguamento alla
         struttura preesistente, occorreva darle la possibilità di introdurre tale imposta e di esentare dalla stessa alcune operazioni.
         Un’identica ratio avrebbe potuto valere, mutatis mutandis, per il Portogallo. Il Trattato di adesione non ha previsto però
         una simile deroga per questo Stato membro. Sembra ragionevole concludere che questa fosse proprio l’intenzione del legislatore.
      
      70.   Suggerisco pertanto di risolvere la prima questione nel seguente modo:
      Nelle circostanze della causa principale, e in assenza di specifiche disposizioni in senso contrario contenute nell’Atto di
         adesione, l’obbligo di esenzione previsto dall’art. 7, n. 1, della direttiva 69/335, come modificata dalla direttiva 85/303,
         dev’essere interpretato nel senso che esso si applica non soltanto alle operazioni indicate dall’art. 4, n. 2, e dall’art. 8
         della direttiva stessa, ma anche ad ogni altra operazione soggetta, in forza di detta direttiva, all’imposta sui conferimenti
         di capitale che, alla data del 1° luglio 1984, era esente dalla suddetta imposta o assoggettata ad un’aliquota pari o inferiore
         allo 0,5% nello Stato membro interessato.
      
       La seconda questione
      71.   Con la seconda questione il giudice nazionale chiede, in sostanza, se l’imposta di bollo sugli aumenti di capitale introdotta
         con il decreto legge del 2001 sia contraria all’art. 7, n. 1, della direttiva 69/335, come modificata, dato che, al 1° luglio
         1984, tale operazione era esente in Portogallo da tale imposta.
      
       Osservazioni e valutazione
      72.   Il governo portoghese sostiene che, sebbene al 1° luglio 1984 gli aumenti di capitale realizzati in numerario nelle società
         di capitali non fossero soggetti all’imposta di bollo, a tali operazioni si applicavano imposte di registrazione e notarili,
         di fatto equivalenti all’imposta di bollo. Tali imposte venivano applicate con un’aliquota regressiva, a partire dall’1% per
         le operazioni di valore fino a PTE 200 000 (EUR 997,60), fino ad un’aliquota ridotta dello 0,30% per le operazioni di valore
         fino a PTE 1 000 000 (EUR 4 987,98).
      
      73.   Poiché, secondo la giurisprudenza della Corte (30), le imposte di registro portoghesi vanno considerate come imposte indirette ai sensi della direttiva 69/335, e poiché il
         loro effetto cumulativo nel caso presente è pari ad un’aliquota superiore a 0,5% (secondo il Portogallo), gli aumenti di capitale
         realizzati in numerario non erano esenti in Portogallo alla data del 1° luglio 1984. Pertanto, l’art. 7, n. 1, della direttiva 69/335,
         come modificata, non vieta di introdurre un’imposta di bollo (equivalente ad un’imposta sui conferimenti) a partire dal 1° gennaio
         2002.
      
      74.   Concordo con il ragionamento del Portogallo sotto questo profilo: la giurisprudenza della Corte ha sancito che le spese notarili
         e di registro in Portogallo costituiscono imposte ai sensi della direttiva 69/335, come modificata (31). Questo però non vuol dire che siano equivalenti all’imposta sui conferimenti ai sensi dell’art. 4, n. 1, della direttiva
         69/335. Difatti, nella sentenza Organon Portuguesa la Corte ha dichiarato che in Portogallo le spese notarili rientrano nell’ambito
         dell’art. 10 della direttiva 69/335 (imposte che non costituiscono imposte sui conferimenti), ma il Portogallo era legittimato
         a riscuoterle in quanto rientranti nell’eccezione prevista dall’art. 12 alle disposizioni dell’art. 10 (32). Pertanto, a mio avviso, l’argomentazione del Portogallo su questo aspetto è fondamentalmente errata. Le spese di registro
         e notarili sono ammissibili in base alla direttiva 69/335 solo nei limiti in cui siano tutelate dalla deroga prevista dall’art. 12.
         Questo regime (separato) non si può utilizzare per sostenere che, trattandosi di «un’imposta» legittimamente riscuotibile
         al 1° luglio 1984, essa non poteva essere considerata come un’«altra imposizione», ai sensi dell’art. 10, bensì come un’imposta
         sui conferimenti ex art. 4, n. 1, in modo da legittimare (una volta riunite entrambe le componenti) l’applicazione di una
         nuova imposta di bollo sugli aumenti di capitale (che invece costituisce un’imposta sui conferimenti) introdotta nel 2002.
      
      75.   Anche se, quod non, le spese notarili e di registro dovessero essere classificate come imposte sui conferimenti ai sensi dell’art. 4,
         n. 1, della direttiva 69/335, non posso essere d’accordo con il Portogallo sul fatto che, per stabilire l’aliquota applicabile
         agli aumenti di capitale al 1° luglio 1984, l’art. 10 permetta di considerarne cumulativamente gli effetti. Si tratta di una
         soluzione palesemente in contrasto con l’obiettivo primario della direttiva, ossia quello di ridurre al minimo l’impatto,
         sulla libera circolazione dei capitali, dell’imposta sui conferimenti e di impedirne l’efficacia. Se le spese notarili e di
         registro costituiscono «imposizioni» autonome regolate da norme diverse a livello nazionale – cosa che spetta al giudice nazionale
         stabilire –, alla luce dello scopo della direttiva 69/335, come modificata dalla direttiva 85/303, esse vanno trattate come
         imposte indipendenti le cui aliquote non possono essere sommate per aggirare l’obbligo di esenzione sancito dall’art. 7, n. 1.
      
      76.   La Commissione giustifica l’adozione dell’imposta sugli aumenti di capitale contestata sostenendo che si tratta di un’applicazione
         tardiva (di circa 16 anni) dell’art. 7, n. 2, della direttiva 69/335, come modificata dalla direttiva 85/303. Sulla base di
         questo ragionamento, la data rilevante per considerare la situazione giuridica interna ai sensi della direttiva 69/335, come
         modificata dalla direttiva 85/303, non è il 1° luglio 1984 (come espressamente previsto dall’art. 7, n. 1, di tale direttiva),
         ma il 1° gennaio 1986 (data dell’ingresso del Portogallo nella CEE). A questa data infatti il Portogallo, come altri Stati
         membri, era tenuto, ex art. 7, n. 2, a scegliere se esentare dall’imposta di bollo tutte le operazioni non menzionate nell’art. 7,
         n. 1, in particolare quelle rientranti nell’ambito di applicazione dell’art. 4, n. 1, o se continuare a riscuoterle ad un’aliquota
         unica non superiore all’1%. Secondo la Commissione, il Portogallo aveva esercitato l’opzione effettivamente in ritardo, adottando
         il decreto legge del 2001. L’art. 7, n. 1, non osta pertanto all’applicazione di questa normativa interna.
      
      77.   L’interpretazione della Commissione non mi convince. In assenza di specifiche disposizioni in senso contrario contenute nell’Atto
         di adesione (33), la data rilevante alla quale il regime fiscale portoghese dev’essere preso in considerazione ai fini della direttiva 69/335,
         come modificata dalla direttiva 85/303, è quella del 1° luglio 1984. A questa data, gli aumenti di capitale realizzati in
         numerario erano esenti dall’imposta sui conferimenti. L’art. 7, n. 1, come modificato, esige che essi rimangano esenti. Al
         1° luglio 1984, il Portogallo non era uno Stato membro. Se avesse voluto godere di un’opportunità analoga a quella concessa
         alla Grecia quando la direttiva 69/335 è stata modificata dalla direttiva 85/303, esso avrebbe presumibilmente negoziato dei
         termini a tale scopo, come parte del suo pacchetto di adesione al momento di entrare nella Comunità. Ma così non è stato.
      
      78.   Anche se, quod non, la Commissione avesse ragione nel ritenere rilevante la data del 1° gennaio 1986, la conclusione resta la stessa. Al 1° gennaio
         1986, gli aumenti di capitale realizzati in numerario erano esenti dall’imposta di bollo e il Portogallo non aveva adottato
         misure per assoggettarli all’imposta sui conferimenti in attuazione dell’art. 7, n. 2, della direttiva 69/335. Pertanto, non
         avendo esercitato il diritto conferitogli da tale disposizione entro il termine indicato nella direttiva (1° gennaio 1986),
         il Portogallo aveva, implicitamente, deciso di non assoggettare nessuna delle operazioni rilevanti all’imposta sui conferimenti. Esso ha rinunciato a tale diritto. L’adozione
         successiva di un’imposta di bollo tramite il decreto legge del 2001 non può essere giustificata come tardiva attuazione da
         parte del Portogallo dell’art. 7, n. 2.
      
      79.   Come ho spiegato poc’anzi (34), l’argomentazione della Commissione di fatto richiederebbe che lo Stato entrante avesse esaminato il testo imperativo dell’art. 7,
         n. 1 e si fosse reso conto – malgrado la totale assenza di linee guida in merito nel suo Atto di adesione – che di fatto esso
         era tenuto a non congelare la situazione alla data del 1° luglio 1984 (o, secondo la Commissione, alla data della sua adesione, ossia il 1°
         gennaio 1986), ma, al contrario, che dovesse introdurre una nuova restrizione alla circolazione dei capitali (35). 
      
      80.   Questa conclusione è corroborata da altri tre elementi. In primo luogo, il Portogallo avrebbe altrimenti beneficiato della
         propria negligenza non prevedendo deroghe nell’Atto di adesione e/o non adottando le necessarie misure di attuazione entro
         il 1° gennaio 1986. In secondo luogo, sostenere che il Portogallo fosse legittimato ad introdurre un’imposta sui conferimenti
         16 anni dopo il termine indicato nella direttiva per la sua applicazione sarebbe contrario al principio della certezza del
         diritto e in contrasto con i diritti di terzi in buona fede che avrebbero potuto legittimamente attendersi, alla luce dello
         scopo della direttiva, che dopo il 1° gennaio 1986 la situazione fiscale a livello nazionale venisse congelata. In terzo luogo,
         risulta chiaro dal preambolo della direttiva 69/335, come modificata dalla direttiva 85/303, che il suo obiettivo primario
         è quello di abolire, o almeno di ridurre al minimo, gli effetti negativi dell’imposta sui conferimenti. Una introduzione tardiva
         dell’imposta sui conferimenti da parte di uno Stato membro è direttamente contraria a detto scopo.
      
      81.   Suggerisco pertanto alla Corte di risolvere la seconda questione nel modo seguente:
      L’art. 7, n. 1, della direttiva 69/335, come modificata dalla direttiva 85/303, e l’art. 10 della stessa vietano al Portogallo
         di applicare l’imposta di bollo, in forza di una norma nazionale come il decreto legge del 2001, ad una società di capitali
         ai sensi delle suddette direttive in caso di aumenti di capitale realizzati in numerario se, alla data del 1° luglio 1984,
         tale operazione era soggetta a tale imposta ma era stata esentata dalla stessa.
      
       Conclusione
      82.   Alla luce delle suesposte considerazioni, ritengo che la Corte debba risolvere nei termini seguenti le questioni sottoposte
         ad essa da Supremo Tribunal Administrativo:
      
      1)      nelle circostanze della causa principale, e in assenza di specifiche disposizioni in senso contrario contenute nell’Atto di
         adesione, l’obbligo di esenzione previsto dall’art. 7, n. 1, della direttiva 69/335, come modificata dalla direttiva 85/303,
         dev’essere interpretato nel senso che esso si applica non soltanto alle operazioni indicate dall’art. 4, n. 2, e dall’art. 8
         della direttiva stessa, ma anche ad ogni altra operazione soggetta, in forza di detta direttiva, all’imposta sui conferimenti
         di capitale che, alla data del 1° luglio 1984, era esente dalla suddetta imposta o assoggettata ad un’aliquota pari o inferiore
         a 0,5% nello Stato membro interessato.
      
      2)      L’art. 7, n. 1, della direttiva 69/335, come modificata dalla direttiva 85/303, e l’art. 10 della stessa vietano al Portogallo
         di applicare l’imposta di bollo, in forza di una norma nazionale come il decreto legge del 2001, ad una società di capitali
         ai sensi delle suddette direttive in caso di aumenti di capitale realizzati in numerario se, alla data del 1° luglio 1984,
         tale operazione era soggetta a tale imposta ma era stata esentata dalla stessa.
      
      1 –	Lingua originale: l'inglese.
      
      2 –	Direttiva 17 luglio 1969, concernente le imposte indirette sulla raccolta di capitali (GU L 249, pag. 25).
      
      3 –	Direttiva 10 giugno 1985, che modifica la direttiva 69/335/CEE concernente le imposte indirette sulla raccolta di capitali
         (GU L 156, pag. 23).
      
      4 –	Il corsivo è mio.
      
      5 –	Direttiva 9 aprile 1973, che modifica il campo d'applicazione dell'aliquota ridotta dell'imposta sui conferimenti, prevista
         in favore di talune operazioni di ristrutturazione di società, all'art.icolo 7, paragrafo 1, lettera b), della direttiva concernente
         le imposte indirette sulla raccolta di capitali (GU L 103, pag. 13).
      
      6 –	Direttiva 9 aprile 1973, che fissa le aliquote comuni dell'imposta sui conferimenti (GU L 103, pag. 15).
      
      7 –	V. il preambolo.
      
      8 –	Art. 1.
      
      9 –	Art. 2.
      
      10 –	Art. 1 della direttiva 85/303.
      
      11 –	Ibidem.
      
      12 –	Art. 1, n. 2, della direttiva 85/303.
      
      13 –	GU 1985 L 302, pag. 23.
      
      14 –	Ibidem, pag. (…).
      
      15 –	V. art. 3 della direttiva 85/303.
      
      16 –	Il 4 dicembre 2006 la Commissione ha proposto una «rifusione» della direttiva 69/335. Tale proposta era giustificata, tra
         l’altro, dalla necessità di «semplificare una parte molto complicata della normativa comunitaria». Commissione CE, «Proposta
         di direttiva del Consiglio concernente le imposte indirette sulla raccolta di capitali», COM(2006) 760 def., pag. 2. 
      
      17 –	V. le versioni francese, italiana e tedesca. 
      
      18 –	Sentenza 20 marzo 1980, causa 118/79, Knauf , Racc. pag. 1183, punto 5: «non basta constatare che il termine “esportazione” comprende, in base all'interpretazione puramente
         letterale, i casi in cui la merce esca dal territorio geografico della Comunità in regime di perfezionamento passivo. Occorre
         anche accertare se ciò corrisponda del pari all'intenzione del legislatore comunitario (…)».
      
      19 –	Art. 7, n. 1, lett. a), come modificato dalla direttiva 73/80.
      
      20 –	Art. 7, n. 1, lett. b), e b bis), come modificato dalle direttive 73/80 e 73/79.
      
      21 –	Art. 7, n. 4.
      
      22 –	Dato che il Portogallo, al 1° luglio 1984, non assoggettava tali operazioni ad imposte, non sarebbe stato in grado di sottolineare
         tali difficoltà di bilancio.
      
      23 –	V., per esempio, sentenza 12 gennaio 2006, causa C‑494/03, Senior Engineering Investments (Racc. pag. I‑525, punto 43, in cui la Corte dichiara che la direttiva 69/335 favorisce ed incoraggia sia le esenzioni specifiche
         dell’imposta sui conferimenti) (artt. 7, nn. 1 e 3, 8 e 9) sia la sua totale abolizione (art. 7, n. 2).
      
      24 –	V., per esempio sentenza 13 dicembre 1983, causa 218/82, Commissione/Consiglio (Racc. pag. 4063, punto15); sentenza 29giugno1995, causa C‑135/93, Spagna/Commissione (Racc. pag. I‑1651, punto 37).
      
      25 –	Sentenza del 13 febbraio 1996, cause riunite C‑197/94 e C‑252/94 (Racc. pag. I‑505).
      
      26 –	Punto 34.
      
      27 –	«Appare chiaro, quindi, che operazioni quali quelle controverse nelle cause principali rientrano nell'ambito di applicazione
         della direttiva 69/335 e devono essere esaminate alla luce dell'art. 4, n. 1, lett. c), della stessa (aumento di capitale
         mediante conferimento di beni di qualsiasi natura), con le conseguenze che ne derivano in ordine all'applicazione dell'aliquota
         dell'imposta sui conferimenti ai sensi dell'art. 7, n. 1, come modificato dalla direttiva 85/303» (punto 38).
      
      28 –	Punto 42.
      
      29 –	V., in questo senso, sentenza 18 maggio 2006, causa C‑509/94, Magpar VI BV (Racc. pag. I‑0000, in cui la Corte ha interpretato l’art. 7, n. 1, lett. b), e b bis), della direttiva 69/335 (punto 39).
      
      30 –	Sentenza 21 giugno 2001, causa C‑206/99, SONAE (Racc. pag. I‑4679, punto 25: «Considerati gli obiettivi perseguiti dalla direttiva 69/335, specie l'abolizione delle imposte
         indirette aventi le stesse caratteristiche dell'imposta sui conferimenti, si devono qualificare come imposte, ai sensi di
         tale direttiva, diritti di iscrizione riscossi dallo Stato per un'operazione rientrante nell'ambito di applicazione della
         medesima direttiva e versati a quest'ultimo per finanziare spese pubbliche (v. sentenza [29 settembre 1999, causa C‑56/98,
         Modelo, Racc. pag. I‑6427], punto 22)».
      
      31 –	Oltre alla sentenza SONAE, v. sentenza 7 settembre 2006, causa C‑193/04, Organon Portuguesa (Racc. pag. I‑0000).
      
      32 –	V., tra l’altro, sentenza 29 settembre 1999, causa C‑56/98, Modelo (Racc. pag. I‑6427), sentenza 21 settembre 2000, causa C‑19/99, Modelo (Racc. pag. I‑7213, punto 23), e Organon Portuguesa.
      
      33 –	V. supra, paragrafi 66 e 67.
      
      34  –	V. supra, paragrafo 68.
      
      35 –	Forse anche più di una nuova restrizione: non è chiaro se vi fossero altre situazioni rientranti nell’ambito dell’art. 4,
         n. 1 che, secondo l’argomento avanzato dalla Commissione, si sarebbero dovute correggere grazie all’introduzione di nuove
         imposte. Né capisco perché, secondo l’argomento della «scelta fondamentale» proposto dalla Commissione, il Portogallo dovesse
         necessariamente (in forza dell’art. 7, n. 2), «alzare il livello» introducendo le imposte «mancanti» sulle operazioni rientranti
         nell’ambito dell’art. 4, n. 1. Sarebbe stato parimenti logico che fosse tenuto ad «abbassare il livello» esentando anche altre
         classi di operazioni.