CELEX: 62002CJ0416
Language: it
Date: 2005-09-08
Title: Sentenza della Corte (Terza Sezione) dell'8 settembre 2005. # Commissione delle Comunità europee contro Regno di Spagna. # Inadempimento di uno Stato - Direttive 75/442/CEE e 91/156/CEE - Nozione di rifiuti - Direttive 85/337/CEE e 97/11/CE - Valutazione dell'impatto ambientale di determinati progetti pubblici e privati - Direttiva 80/68/CEE - Protezione delle acque sotterranee dall'inquinamento provocato da certe sostanze pericolose - Direttiva 91/271/CEE - Trattamento delle acque reflue urbane - Direttiva 91/676/CEE - Protezione delle acque dall'inquinamento provocato dai nitrati provenienti da fonti agricole - Inquinamento provocato da un'azienda suinicola. # Causa C-416/02.

Causa C-416/02
      Commissione delle Comunità europee
      contro
      Regno di Spagna
      «Inadempimento di uno Stato — Direttive 75/442/CEE e 91/156/CEE — Nozione di rifiuti — Direttive 85/337/CEE e 97/11/CE — Valutazione dell’impatto ambientale di determinati progetti pubblici e privati — Direttiva 80/68/CEE — Protezione delle acque sotterranee dall’inquinamento provocato da certe sostanze pericolose — Direttiva 91/271/CEE — Trattamento delle acque reflue urbane — Direttiva 91/676/CEE — Protezione delle acque dall’inquinamento provocato dai nitrati provenienti da fonti agricole — Inquinamento provocato da un’azienda suinicola»
      Conclusioni dell'avvocato generale sig.ra C. Stix-Hackl, presentate il 12 maggio 2005 
      Sentenza della Corte (Terza Sezione) 8 settembre 2005 
      Massime della sentenza
      1.     Ambiente — Valutazione dell’impatto ambientale di determinati progetti — Direttiva 85/337 — Progetto che ha costituito oggetto
            di un'autorizzazione prima della data di scadenza del termine di recepimento — Assoggettamento agli obblighi di valutazione
            ambientale — Presupposti
      (Direttiva del Consiglio 85/337, come modificata dalla direttiva 97/11)
      2.     Ambiente — Rifiuti — Direttiva 75/442 — Nozione — Sostanza di cui ci si disfà — Effluenti di allevamento — Esclusione — Presupposti
            — Carogne di animali di allevamento morti in un'azienda — Inclusione
      (Direttiva del Consiglio 75/442, come modificata dalla direttiva 91/156, art. 1, lett. a))
      3.     Ambiente — Rifiuti — Direttiva 75/442 — «Altra normativa» ai sensi dell'art. 2, n. 1, lett. b) — Normativa comunitaria o nazionale
            — Presupposti
      (Direttiva del Consiglio 75/442, come modificata dalla direttiva 91/156, art. 2, n. 1, lett. b))
      4.     Ambiente — Protezione delle acque dall'inquinamento provocato dai nitrati provenienti da fonti agricole — Direttiva 91/676
            — Ambito di applicazione — Effluenti di allevamento — Inclusione — Utilizzazione degli effluenti di allevamento come fertilizzanti
            agricoli — Esclusione del regime di protezione delle acque sotterranee istituito dalla direttiva 80/68
      (Direttive del Consiglio 80/68, art. 5, e 91/676)
      1.     In forza della direttiva 85/337, concernente la valutazione dell'impatto ambientale di determinati progetti pubblici e privati,
         come modificata dalla direttiva 97/11, una valutazione ambientale è d'obbligo, anche per progetti realizzati prima della scadenza
         del termine per il recepimento della detta direttiva, se tali progetti sono stati autorizzati senza essere stati preceduti
         da siffatta valutazione e sono oggetto di un nuovo procedimento di autorizzazione avviato dopo tale data.
      
      (v. punto 80)
      2.     L'ambito di applicazione della nozione di «rifiuti», ai sensi della direttiva 75/442, relativa ai rifiuti, come modificata
         dalla direttiva 91/156, dipende dal significato del termine «disfarsi», di cui all'art. 1, lett. a), primo comma, della detta
         direttiva.
      
      A questo proposito, in determinate situazioni, un bene, un materiale o una materia prima che deriva da un processo di estrazione
         o di fabbricazione che non è principalmente destinato a produrlo può costituire non tanto un residuo, quanto un sottoprodotto,
         del quale l’impresa non cerca di «disfarsi» ai sensi della detta disposizione, ma che essa intende sfruttare o commercializzare
         a condizioni ad essa favorevoli, in un processo successivo, senza operare trasformazioni preliminari. In tal caso, beni, materiali
         o materie prime che, dal punto di vista economico, hanno valore di «prodotti», indipendentemente da qualsiasi trasformazione,
         e che, in quanto tali, sono soggetti alla normativa applicabile a tali prodotti, non sono soggetti alle disposizioni della
         detta direttiva, che sono destinate a prevedere lo smaltimento o il recupero dei rifiuti, a condizione che il loro riutilizzo
         non sia solo eventuale, ma certo, senza trasformazione preliminare, e nel corso del processo di produzione.
      
      Pertanto, gli effluenti di allevamento possono, alle medesime condizioni, sfuggire alla qualifica di rifiuti, se vengono utilizzati
         come fertilizzanti dei terreni nell’ambito di una pratica legale di spargimento su terreni ben individuati e se lo stoccaggio
         del quale sono oggetto è limitato alle esigenze di queste operazioni di spargimento. Il fatto che tali effluenti non siano
         utilizzati sui terreni che appartengono allo stesso stabilimento agricolo che li ha prodotti, ma per il fabbisogno di altri
         operatori economici, è irrilevante al riguardo.
      
      Per contro, carogne di animali da allevamento, qualora questi animali siano morti nell’allevamento e non siano stati abbattuti
         ai fini del consumo umano, non possono in nessun caso essere utilizzate in condizioni che permetterebbero di sottrarle alla
         qualifica di rifiuti ai sensi della detta direttiva. Il detentore di tali carogne ha obbligo di disfarsene, con la conseguenza
         che tali materiali vanno considerati rifiuti.
      
      (v. punti 86-87, 89-91, 93)
      3.     La nozione di «altra normativa», di cui all'art. 2, n. 1, lett. b), della direttiva 75/442, relativa ai rifiuti, come modificata
         dalla direttiva 91/156, può comprendere sia una normativa comunitaria, sia una normativa nazionale che contemplino la categoria
         dei rifiuti menzionata nella detta disposizione, a condizione che tale normativa, comunitaria o nazionale, riguardi la gestione
         di detti rifiuti in quanto tali e porti ad un livello di protezione dell'ambiente almeno equivalente a quello previsto dalla
         detta direttiva.
      
      (v. punto 99)
      4.     Il regime di protezione delle acque dall’inquinamento proveniente dagli effluenti d’allevamento non si basa sulla direttiva
         80/68, concernente la protezione delle acque sotterranee dall'inquinamento provocato da certe sostanze pericolose, ma sulla
         direttiva 91/676, relativa alla protezione delle acque dall'inquinamento provocato dai nitrati provenienti da fonti agricole,
         il cui oggetto è proprio quello di contrastare l’inquinamento idrico risultante dallo spandimento o dallo scarico di deiezioni
         del bestiame o dall’uso eccessivo di fertilizzanti e che contiene provvedimenti di gestione che gli Stati membri devono imporre
         agli agricoltori. Orbene, se si interpretasse l’art. 5 della direttiva 80/68 nel senso che gli Stati membri devono sottoporre
         a indagine preventiva, che implica, in particolare, uno studio idrogeologico dell’area interessata, l’utilizzo degli effluenti
         d’allevamento come fertilizzanti agricoli, il regime di tutela istituito dalla direttiva 80/68 si sostituirebbe in parte a
         quello della direttiva 91/676.
      
      (v. punto 107)
SENTENZA DELLA CORTE (Terza Sezione)
      8 settembre 2005 (*)
      
      «Inadempimento di uno Stato – Direttive 75/442/CEE e 91/156/CEE – Nozione di rifiuti – Direttive 85/337/CEE e 97/11/CE – Valutazione dell’impatto ambientale di determinati progetti pubblici e privati – Direttiva 80/68/CEE – Protezione delle acque sotterranee dall’inquinamento provocato da certe sostanze pericolose – Direttiva 91/271/CEE – Trattamento delle acque reflue urbane – Direttiva 91/676/CEE – Protezione delle acque dall’inquinamento provocato dai nitrati provenienti da fonti agricole – Inquinamento provocato da un’azienda suinicola»
      Nella causa C-416/02,
      avente ad oggetto un ricorso per inadempimento ai sensi dell’art. 226 CE, proposto il 19 novembre 2002,
      Commissione delle Comunità europee, rappresentata dal sig. G. Valero Jordana, in qualità di agente, con domicilio eletto in Lussemburgo,
      
      ricorrente,
      sostenuta da:
      Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord,  rappresentato dal sig. K. Manji, successivamente dalla sig.ra C. White, in qualità di agenti, assistiti dal sig. D. Wyatt,
         QC, con domicilio eletto in Lussemburgo,
      
      interveniente,
      contro
      Regno di Spagna, rappresentato dalla sig.ra N. Díaz Abad, in qualità di agente, con domicilio eletto in Lussemburgo,
      
      convenuto,
      LA CORTE (Terza Sezione),
      composta dal sig. A. Rosas, presidente di sezione, dai sigg. J.‑P. Puissochet (relatore), S. von Bahr, U. Lõhmus e A. Ó Caoimh,
         giudici, 
      
      avvocato generale: sig.ra C. Stix-Hackl
      cancelliere: sig.ra M. M. Ferreira, amministratore principale,
      vista la fase scritta del procedimento e in seguito alla trattazione orale del 15 dicembre 2004,
      sentite le conclusioni dell’avvocato generale, presentate all’udienza del 12 maggio 2005,
      ha pronunciato la seguente
      Sentenza
      1       Con il ricorso in esame, la Commissione delle Comunità europee chiede alla Corte di dichiarare che:
      –       non avendo adottato i provvedimenti necessari per conformarsi agli obblighi ad esso incombenti in forza degli artt. 4, 9 e
         13 della direttiva del Consiglio 15 luglio 1975, 75/442/CEE, relativa ai rifiuti (GU L 194, pag. 47), come modificata dalla
         direttiva del Consiglio 18 marzo 1991, 91/156/CEE (GU L 78, pag. 32; in prosieguo: la «direttiva 75/442»);
      
      –       non avendo adottato i provvedimenti necessari per garantire che i rifiuti provenienti dall’azienda suinicola sita in località
         detta «El Pago de la Media Legua» siano smaltiti o ricuperati senza pericolo per la salute dell’uomo e senza recare pregiudizio
         all’ambiente, avendo consentito a tale azienda di svolgere la propria attività senza l’autorizzazione richiesta dalla detta
         direttiva e non avendo effettuato i controlli periodici necessari per tali aziende;
      
      –       non avendo effettuato, prima della realizzazione o della modifica di tale progetto, la valutazione dell’impatto, violando
         le disposizioni degli artt. 2 e 4, n. 2, della direttiva del Consiglio 27 giugno 1985, 85/337/CEE, concernente la valutazione
         dell’impatto ambientale di determinati progetti pubblici e privati (GU L 175, pag. 40; in prosieguo: la «direttiva 85/337,
         nella versione iniziale»), o violando le disposizioni di questa direttiva come modificata dalla direttiva del Consiglio 3
         marzo 1997, 97/11/CE (GU L 73, pag. 5; in prosieguo: la «direttiva 85/337»);
      
      –       non avendo compiuto gli studi idrogeologici necessari nella zona interessata dall’inquinamento in conformità alle disposizioni
         degli artt. 3, lett. b), 5, n. 1, e 7 della direttiva del Consiglio 17 dicembre 1979, 80/68/CEE, concernente la protezione
         delle acque sotterranee dall’inquinamento provocato da certe sostanze pericolose (GU 1980, L 20, pag. 43);
      
      –       non avendo provveduto affinché le acque reflue urbane dell’agglomerato di Vera siano sottoposte al trattamento previsto dall’art. 5,
         n. 2, della direttiva del Consiglio 21 maggio 1991, 91/271/CEE, concernente il trattamento delle acque reflue urbane (GU L 135,
         pag. 40), ossia ad un trattamento più rigoroso di quello descritto all’art. 4 di tale direttiva;
      
      –       non avendo designato come zona vulnerabile la Rambla de Mojácar, in violazione delle disposizioni dell’art. 3, nn. 1, 2 e
         4, della direttiva del Consiglio 12 dicembre 1991, 91/676/CEE, relativa alla protezione delle acque dall’inquinamento provocato
         dai nitrati provenienti da fonti agricole (GU L 375, pag. 1),
      
      il Regno di Spagna non ha adempiuto gli obblighi ad esso incombenti in forza delle dette direttive.
       Contesto normativo
       La normativa sui rifiuti
       La normativa comunitaria
      2       L’art. 1, lett. a), primo comma, della direttiva 75/442 definisce il rifiuto come «qualsiasi sostanza od oggetto che rientri
         nelle categorie riportate nell’allegato I e di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi».
      
      3       Il secondo comma dello stesso art. 1, lett. a), affida alla Commissione il compito di preparare un «elenco dei rifiuti che
         rientrano nelle categorie di cui all’allegato I». Con decisione 20 dicembre 1993, 94/3/CE, che istituisce un elenco di rifiuti
         conformemente all’articolo 1, punto a) della direttiva 75/442 (GU 1994, L 5, pag. 15), la Commissione ha emanato un «catalogo
         europeo dei rifiuti», nel quale compaiono in particolare, tra i «rifiuti provenienti da produzione (…) in agricoltura», le
         «feci animali, urine e letame (comprese le lettiere usate), effluenti, raccolti separatamente e trattati fuori sito». La nota
         introduttiva che compare nell’allegato alla detta decisione precisa che tale catalogo dei rifiuti non è «esaustivo», che «un
         materiale figurante nel catalogo non è in tutte le circostanze un rifiuto», «ma solo quando esso soddisfa la definizione di
         rifiuto».
      
      4       L’art. 1, lett. c), della stessa direttiva definisce il detentore come «il produttore dei rifiuti o la persona fisica o giuridica
         che li detiene».
      
      5       L’art. 2 della direttiva 75/442 dispone quanto segue:
      «1. Sono esclusi dal campo di applicazione della presente direttiva:
      a)      gli effluenti gassosi emessi nell’atmosfera; 
      b)      qualora già contemplati da altra normativa:
               (…)
               iii) le carogne ed i seguenti rifiuti agricoli: materie fecali ed altre sostanze naturali e non pericolose utilizzate nell’attività
         agricola; 
      
               (…)
      2.      Disposizioni specifiche particolari o complementari a quelle della presente direttiva per disciplinare la gestione di determinate
         categorie di rifiuti possono essere fissate da direttive particolari».
      
      6       L’art. 4 della detta direttiva prevede quanto segue:
      «Gli Stati membri adottano le misure necessarie per assicurare che i rifiuti siano ricuperati o smaltiti senza pericolo per
         la salute dell’uomo e senza usare procedimenti o metodi che potrebbero recare pregiudizio all’ambiente e in particolare:
      
      –      senza creare rischi per l’acqua, l’aria, il suolo e per la fauna e la flora;
      –      senza causare inconvenienti da rumori od odori;
      –      senza danneggiare il paesaggio e i siti di particolare interesse.
      Gli Stati membri adottano inoltre le misure necessarie per vietare l’abbandono, lo scarico e lo smaltimento incontrollato
         dei rifiuti».
      
      7       Secondo l’art. 9 della stessa direttiva, ai fini, tra l’altro, dell’applicazione del detto art. 4, tutti gli stabilimenti
         o le imprese che effettuano le operazioni di smaltimento dei rifiuti elencate nell’allegato II A debbono ottenere l’autorizzazione
         dell’autorità competente, autorizzazione riguardante, in particolare, i tipi ed i quantitativi di rifiuti, i requisiti tecnici,
         le precauzioni da prendere in materia di sicurezza, il luogo di smaltimento, il metodo di trattamento.
      
      8       A norma dell’art. 13 della direttiva 75/442:
      «Gli stabilimenti o le imprese che effettuano le operazioni previste agli articoli 9‑12 sono sottoposti a adeguati controlli
         periodici da parte delle autorità competenti».
      
       La normativa nazionale
      9       L’art. 2, n. 2, della legge 21 aprile 1998, n. 10, sui rifiuti (BOE 22 aprile 1998) dispone che «la presente legge si applica
         a titolo suppletivo alle materie da essa elencate in prosieguo con riferimento agli aspetti che essa disciplina espressamente
         attraverso la sua regolamentazione specifica:
      
      (…)
      b)      l’eliminazione e la trasformazione delle carogne d’animali e dei rifiuti d’origine animale, come questa materia è regolata
         dal regio decreto 17 dicembre 1993, n. 2224, sulle norme sanitarie relative all’eliminazione e alla trasformazione delle carogne
         d’animali e dei rifiuti d’origine animale ed alla protezione contro gli agenti patogeni negli alimenti per animali (…)
      
      c)      i rifiuti provenienti dalle installazioni agricole e di allevamenti di bestiame, costituiti da materie fecali e da altre sostanze
         naturali non nocive, utilizzati nell’ambito delle attività agricole, come questa materia è regolata dal regio decreto 16 febbraio
         1996, n. 261, relativo alla protezione delle acque contro l’inquinamento da nitrati derivanti da produzioni agricole, e dalla
         disciplina che il governo è competente ad adottare in conformità alla quinta disposizione addizionale
      
      (…)».
      10     La detta quinta disposizione addizionale prevede che l’uso come fertilizzanti agricoli dei rifiuti di cui all’art. 2, n. 2,
         lett. c), sarà soggetto alla disciplina che il governo emanerà a questo scopo ed alle norme supplementari che saranno adottate,
         all’occorrenza, dalle regioni autonome. Secondo la stessa disposizione addizionale, tale disciplina fisserà il tipo e la quantità
         di rifiuti che potranno essere utilizzati come fertilizzanti nonché le condizioni in presenza delle quali l’attività non sarà
         soggetta ad autorizzazione e disporrà che quest’attività dovrà essere svolta senza mettere in pericolo la salute umana e senza
         utilizzare procedimenti o metodi che possano nuocere all’ambiente, e in particolare provocare l’inquinamento delle acque.
      
      11     In forza della delega risultante dalla medesima quinta disposizione addizionale, il governo spagnolo ha adottato il regio
         decreto 3 marzo 2000, n. 324, che fissa la normativa di base sullo sfruttamento razionale degli impianti di allevamento suino
         (BOE 8 marzo 2000). L’art. 5, parte B, lett. b), di tale regio decreto prevede che la gestione degli effluenti d’allevamento
         provenienti da aziende suinicole possa essere effettuata, in particolare, attraverso il ricupero come fertilizzanti organici
         minerali: in tale caso gli allevamenti devono essere dotati di «fosse di stoccaggio di colaticcio, tramezzate ed impermeabilizzate
         in maniera naturale o artificiale, che prevengano il rischio di filtrazione e di inquinamento delle acque superficiali e sotterranee,
         garantendo l’assenza di perdite per straripamento o per instabilità geotecnica e la cui dimensione sia sufficiente per stoccare
         la produzione di almeno tre mesi per consentirne una gestione appropriata».
      
      12     Ai sensi della prima disposizione aggiuntiva della legge n. 10/1998, il controllo sul ricupero del colaticcio, nelle zone
         non dichiarate passibili di inquinamento da nitrati in applicazione del regio decreto 16 febbraio 1996, n. 261, relativo alla
         protezione delle acque dall’inquinamento provocato dai nitrati provenienti da fonti agricole (BOE 16 febbraio 1996), non può
         essere effettuato sulla base del regio decreto n. 324/2000.
      
      13     La normativa in materia di rifiuti adottata dalla Giunta dell’Andalusia esclude dal suo ambito di applicazione i rifiuti organici
         provenienti da attività agricole o di allevamento.
      
       La normativa sulla valutazione dell’impatto ambientale di determinati progetti
       La normativa comunitaria
      14     L’art. 2, n. 1, della direttiva 85/337, nella versione iniziale, disponeva quanto segue:
      «Gli Stati membri adottano le disposizioni necessarie affinché, prima del rilascio dell’autorizzazione, i progetti per i quali
         si prevede un impatto ambientale importante, segnatamente per la loro natura, le loro dimensioni o la loro ubicazione, formino
         oggetto di una valutazione del loro impatto.
      
      Detti progetti sono definiti nell’articolo 4».
      15     Ai sensi dell’art. 4, n. 2, della detta direttiva, «[i] progetti appartenenti alle classi elencate nell’allegato II formano
         oggetto di una valutazione ai sensi degli articoli da 5 a 10 quando gli Stati membri ritengono che le loro caratteristiche
         lo richiedano». Il detto allegato II, punto 1, lett. f), menziona gli impianti che possono ospitare suini.
      
      16     In forza dell’art. 4, n. 1, della direttiva 85/337, «i progetti elencati nell’allegato I sono sottoposti a valutazione a norma
         degli articoli da 5 a 10».
      
      17     Il detto allegato I, punto 17, lett. b), menziona gli impianti per l’allevamento intensivo di suini con più di 3 000 posti
         per suini da produzione (di oltre 30 kg) e lo stesso punto, lett. c), include gli impianti che dispongono di più di 900 posti
         per scrofe.
      
      18     L’art. 4, n. 2, della direttiva 85/337 prevede che gli Stati membri determinano, per i progetti elencati all’allegato II di
         tale direttiva, in base ad un esame svolto caso per caso o sulla base delle soglie o dei criteri fissati dallo Stato membro,
         «se il progetto debba essere sottoposto a valutazione a norma degli articoli da 5 a 10». Il n. 3 del medesimo art. 4 precisa
         che, «nell’esaminare caso per caso o nel fissare soglie o criteri ai fini del paragrafo 2, si tiene conto dei relativi criteri
         di selezione riportati nell’allegato III».
      
      19     L’allegato II, punto 1, lett. e), della direttiva 85/337 riguarda gli «[i]mpianti di allevamento intensivo di animali (progetti
         non contemplati nell’allegato I)» e il punto 13 dello stesso allegato menziona «[m]odifiche o estensioni di progetti di cui
         all’allegato I o all’allegato II già autorizzati, realizzati o in fase di realizzazione, che possono avere notevoli ripercussioni
         negative sull’ambiente». La direttiva 85/337 doveva essere recepita dagli Stati membri entro il 14 marzo 1999.
      
       La normativa nazionale 
      20     La Giunta dell’Andalusia ha adottato la legge 18 maggio 1994, n. 7, sulla tutela dell’ambiente, il cui allegato II, punto 11,
         dispone che gli stabilimenti per la stabulazione permanente di suini contenenti più di 100 scrofe da allevamento e 500 suini
         da ingrasso sono soggetti ad un procedimento che prevede la redazione di una relazione sulla valutazione ambientale.
      
       La normativa sulla protezione delle acque sotterranee 
       La normativa comunitaria
      21     L’art. 3 della direttiva 80/68 così recita: 
      «Gli Stati membri prendono le misure necessarie per:
      (…)
      b)      limitare l’immissione nelle acque sotterranee di sostanze dell’elenco II, al fine di evitare il loro inquinamento da parte
         di tali sostanze».
      
      22     Il detto elenco II, punto 3, menziona le «sostanze che hanno un effetto nocivo sul sapore e/o sull’odore delle acque sotterranee
         (…)».
      
      23     L’art. 5 della direttiva 80/68 prevede, in particolare, che gli Stati membri sottopongano a indagine preventiva gli scarichi
         delle sostanze di cui all’elenco II e possano rilasciare un’autorizzazione a condizione che siano osservate tutte le precauzioni
         tecniche che permettono di evitare l’inquinamento delle acque sotterranee provocato da tali sostanze.
      
      24     In virtù dell’art. 7 della detta direttiva, «le indagini preliminari di cui agli articoli 4 e 5 devono comprendere uno studio
         delle condizioni idrogeologiche della zona in questione e dell’eventuale capacità depurativa del suolo e del sottosuolo, dei
         rischi di inquinamento e di alterazione della qualità delle acque sotterranee da parte dello scarico, e stabilire se, dal
         punto di vista dell’ambiente, lo scarico in tali acque costituisce una soluzione adeguata».
      
       La normativa nazionale
      25     Nell’ambito della causa in esame non è stato portato a conoscenza della Corte alcun testo normativo che abbia lo scopo specifico
         di recepire la direttiva 80/68.
      
       La normativa sul trattamento delle acque reflue urbane
       La normativa comunitaria
      26     L’art. 5, n. 1, della direttiva 91/271 prevede che, «[p]er conseguire gli scopi di cui al paragrafo 2, gli Stati membri individuano,
         entro il 31 dicembre 1993, le aree sensibili secondo i criteri stabiliti nell’allegato II», tra i quali rientrano l’eutrofizzazione
         [allegato II, parte A, lett. a)], una determinata concentrazione di nitrati [allegato II, parte A, lett. b)] e la necessità
         di un trattamento complementare al fine di conformarsi alle prescrizioni delle direttive del Consiglio [allegato II, parte
         A, lett. c)].
      
      27     Il n. 2 del detto art. 5 precisa che gli Stati membri provvedono affinché le acque reflue urbane che confluiscono in reti
         fognarie siano sottoposte, prima dello scarico in aree sensibili, ad un trattamento più spinto di quello descritto all’articolo
         4 al più tardi entro il 31 dicembre 1998 per tutti gli scarichi provenienti da agglomerati con oltre 10 000 abitanti equivalenti
         (in prosieguo: «a.e.»).
      
       La normativa nazionale
      28     In Spagna le autorità competenti in materia di trattamento delle acque reflue sono le autorità municipali. Tuttavia lo Stato
         è competente, per il tramite delle Confederaciones Hidrográficas (confederazioni idrografiche; enti pubblici incaricati della
         gestione delle acque interne), in materia di autorizzazioni allo scarico e al riutilizzo delle acque reflue depurate.
      
      29     Il regio decreto legislativo 28 dicembre 1995, n. 11, che stabilisce le norme in materia di trattamento delle acque reflue
         urbane (BOE 30 dicembre 1995), è stato attuato con il regio decreto 15 marzo 1996, n. 509 (BOE 29 marzo 1996), parzialmente
         modificato dal regio decreto 2 ottobre 1998, n. 2116 (BOE 20 ottobre 1998).
      
       La normativa relativa alla protezione delle acque dall’inquinamento provocato dai nitrati provenienti da fonti agricole
       La normativa comunitaria
      30     L’art. 3, n. 1, della direttiva 91/676 dispone che «[l]e acque inquinate e quelle che potrebbero essere inquinate se non si
         interviene ai sensi dell’articolo 5 sono individuate dagli Stati membri conformemente ai criteri di cui all’allegato I».
      
      31     Il n. 2 del detto art. 3 stabilisce che, entro un periodo di due anni a decorrere dalla notifica della direttiva 91/676, avvenuta
         il 19 dicembre 1991, «gli Stati membri designano come zone vulnerabili tutte le zone note del loro territorio che scaricano
         nelle acque individuate in conformità del paragrafo 1 e che concorrono all’inquinamento. Essi notificano tale prima designazione
         alla Commissione entro sei mesi».
      
      32     In conformità al n. 4 dello stesso articolo, «[g]li Stati membri riesaminano e, se necessario, opportunamente rivedono o completano
         le designazioni di zone vulnerabili almeno ogni quattro anni, per tener conto di cambiamenti e fattori imprevisti al momento
         della precedente designazione. Entro sei mesi essi notificano alla Commissione ogni revisione o aggiunta concernente le designazioni».
      
      33     L’art. 4 della direttiva 91/676 dispone tra l’altro, per tutti i tipi di acque e al fine di stabilire un livello generale
         di protezione dall’inquinamento, che gli Stati membri provvedono, entro due anni dalla notifica di tale direttiva, a fissare
         un codice o più codici di buona pratica agricola applicabili a discrezione degli agricoltori.
      
      34     A norma dell’art. 5 della stessa direttiva, gli Stati membri fissano programmi d’azione per quanto riguarda le zone vulnerabili
         designate. Tali programmi contengono misure obbligatorie, tra le quali figurano in particolare le misure prescritte nel codice
         o nei codici di buona pratica agricola nonché le misure di cui all’allegato III della direttiva 91/676. Le misure di cui tratta
         quest’ultimo allegato riguardano segnatamente i periodi in cui è proibita l’applicazione al terreno di determinati tipi di
         fertilizzanti, la capacità dei depositi per effluenti di allevamento, le procedure di applicazione al terreno ed il quantitativo
         massimo di effluente di allevamento contenente azoto che può essere sparso.
      
       La normativa nazionale
      35     Il Regno di Spagna ha recepito nel suo ordinamento giuridico la direttiva 91/676 mediante il regio decreto 16 febbraio 1996,
         n. 261 (BOE 16 febbraio 1996).
      
      36     La Giunta dell’Andalusia, con decreto 15 dicembre 1998, n. 261, ha designato le zone vulnerabili all’inquinamento delle acque
         provocato dai nitrati provenienti da fonti agricole nel territorio della Comunità autonoma dell’Andalusia. Tale decreto non
         include la Rambla de Mojácar.
      
       Il procedimento precontenzioso
      37     Lo stabilimento per l’allevamento di suini sito in località detta «El Pago de la Media Legua», nel territorio del comune di
         Vera (provincia d’Almería) e sulla strada che collega tale comune al comune di Garrucha, vicino al fiume Antas, è in attività
         dal 1976.
      
      38     Nel 2000 alla Commissione è stata presentata una denuncia, registrata con il n.  2000/4044, relativa al funzionamento di tale
         allevamento. Essa, con lettera 6 aprile 2000, ha chiesto alle autorità spagnole, da una parte, di presentare le loro osservazioni
         sui fatti denunciati, ossia gli scarichi non controllati nell’ambiente di rifiuti provenienti dallo stabilimento in questione
         e, dall’altra, di fornirle informazioni sulle condizioni di applicazione delle varie normative comunitarie pertinenti.
      
      39     Con lettera 24 agosto 2000, le autorità spagnole hanno risposto che la direttiva 75/442 non era necessariamente applicabile
         al colaticcio proveniente da allevamenti, dato che l’utilizzo di tale colaticcio come fertilizzante nei dintorni dell’allevamento
         poteva farlo escludere dalla qualifica di rifiuto ai sensi della detta direttiva. Quanto all’applicazione della direttiva
         85/337, tali autorità hanno sottolineato che «la legge n. 7/1994 prevedeva che tutte le aziende suinicole, a prescindere dalla
         loro ubicazione, fossero soggette a misure di protezione dell’ambiente». Nella stessa lettera si indicava che l’allevamento
         controverso non disponeva ancora dell’autorizzazione municipale e che, fin dal maggio 1999, le autorità locali avevano richiesto
         al proprietario dell’allevamento, fino a quel momento senza successo, i documenti per redigere una relazione ambientale, necessaria
         per la concessione dell’autorizzazione. Le autorità spagnole hanno inoltre affermato che il colaticcio non conteneva sostanze
         pericolose e che quindi la direttiva 80/68 non era applicabile, né lo era la direttiva 91/271, in mancanza di una denuncia
         relativa a scarichi che potessero colpire la laguna costiera. Per quanto riguarda, infine, la direttiva 91/676, le dette autorità
         hanno sostenuto che né tale direttiva né il decreto n. 261/1996 consentivano di ritenere che la zona in questione fosse vulnerabile,
         dato che l’ente competente non aveva concluso per l’esistenza di nitrati, ma solamente proposto l’inclusione di tale zona
         nel programma di sorveglianza di tutta la zona costiera della provincia di Almería.
      
      40     Nell’ottobre 2000 le autorità spagnole hanno trasmesso alla Commissione vari documenti, tra cui una relazione del 5 luglio
         2000 sulla situazione dell’azienda in esame, realizzata dalla società Tecnoma su richiesta della Confederación Hidrográfica
         del Sur (confederazione idrografica per il sud), nonché documenti relativi alla procedura da seguire per il rilascio dell’autorizzazione
         allo scarico dei rifiuti dell’azienda, recanti le date 14 agosto 1998 e 2 luglio 1999.
      
      41     Dopo aver ricevuto, nel settembre 2000, nuove informazioni sulla situazione dell’azienda in questione da parte dei denuncianti,
         e ritenendo che nel caso di specie le autorità spagnole avessero violato le direttive 75/442, 85/337, anche nella versione
         iniziale, 80/68, 91/271 e 91/676, il 18 gennaio 2001 la Commissione ha inviato al Regno di Spagna una lettera di diffida.
      
      42     In occasione di una riunione bilaterale con i servizi della Commissione tenutasi il 21 e il 22 maggio 2001, le autorità spagnole
         hanno informato la Commissione che, a seguito di un’ispezione, il 18 aprile 2001 esse avevano emanato un parere sfavorevole
         all’autorizzazione dell’azienda in questione e avevano richiesto al comune di Vera di adottare i provvedimenti necessari alla
         chiusura di tale azienda, in mancanza dei quali avrebbe potuto intervenire la stessa Giunta dell’Andalusia.
      
      43     Con lettera 20 giugno 2001 le autorità spagnole hanno risposto alla lettera di diffida. Esse hanno ribadito di ritenere inapplicabile
         la direttiva 85/337 ed hanno precisato, per quanto riguarda la direttiva 85/337, che era stata redatta una relazione ambientale
         sfavorevole all’ampliamento dell’azienda controversa e che esse avevano preteso dalle competenti autorità locali che adottassero
         provvedimenti per chiudere tale azienda. Per quanto concerne la direttiva 80/68, esse hanno affermato che le acque sotterranee
         asseritamente affette coincidevano con una precisa zona della falda acquifera di utilità limitata, molto vicina alla costa
         e che non era affatto destinata ad un uso per il quale è rilevante la qualità, di modo che tale zona era stata studiata meno,
         anche se la Comisaría de Aguas del Sur (autorità responsabile della gestione delle acque nel sud del paese) era stata informata
         della necessità di realizzare uno studio idrogeologico per valutare i rischi di eventuali future alterazioni della qualità
         delle acque. Per quanto riguarda la direttiva 91/271, le autorità spagnole hanno riconosciuto che essa era stata trasgredita,
         ma che l’inquinamento della laguna costiera dell’Antas non era dovuto all’azienda suinicola, bensì allo scarico delle acque
         reflue della popolazione del comune di Vera. Per quanto attiene alla direttiva 91/676, le stesse autorità hanno ritenuto che
         essa fosse rispettata, pur indicando che uno studio generale dell’inquinamento da nitrati a livello nazionale potrebbe consentire,
         se del caso, di designare nuove zone vulnerabili.
      
      44     Ritenendo che tali risposte rimanessero insoddisfacenti, la Commissione, con lettera 26 luglio 2001, ha inviato al Regno di
         Spagna un parere motivato, intimandogli di adottare le misure necessarie per conformarsi ai suoi obblighi entro due mesi a
         decorrere dalla notifica di tale parere.
      
      45     Con lettera 4 ottobre 2001 le autorità spagnole hanno trasmesso alla Commissione una relazione redatta dalla Giunta dell’Andalusia,
         comunicando che l’8 agosto 2001 era stato avviato un procedimento di sanzione a carico dell’azienda in questione.
      
      46     La Commissione, ritenendo che il Regno di Spagna non avesse ancora adottato i provvedimenti necessari per conformarsi ai suoi
         obblighi, ha proposto il ricorso in esame.
      
      47     Il Regno di Spagna chiede che il detto ricorso sia respinto e che la Commissione sia condannata alle spese.
      48     Con ordinanza 5 maggio 2003 del presidente della Corte, il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord è stato ammesso
         ad intervenire a sostegno delle conclusioni della Commissione, in particolare per quanto riguarda gli artt. 4, 9 e 13 della
         direttiva 75/442.
      
       Sul ricorso
      49     Ai fini dell’esame del presente ricorso occorre innanzi tutto analizzare le censure vertenti sulla violazione delle direttive
         91/271 e 91/676, che riguardano l’insieme della zona geografica in cui è ubicato l’allevamento in questione, poi le censure
         relative alla violazione della direttiva 85/337, anche nella sua versione iniziale, con cui la Commissione mette in discussione
         le condizioni nelle quali sono stati realizzati la costruzione e l’ampliamento di tale allevamento e, infine, le censure relative
         al fatto che le carogne ed il colaticcio provenienti dal detto stabilimento siano scaricati nell’ambiente in violazione delle
         direttive 75/442 e 80/68.
      
       Sulla direttiva 91/271
      50     Con la censura vertente sulla violazione della direttiva 91/271, la Commissione fa valere la violazione di tale direttiva
         per due motivi. Essa afferma, da una parte, che il fiume Antas avrebbe dovuto essere interamente incluso nelle aree sensibili
         individuate dalla Comunità autonoma di Andalusia in applicazione dell’art. 5, n. 1, della detta direttiva e, dall’altra, che
         le acque reflue urbane dell’agglomerato di Vera avrebbero di conseguenza dovuto essere oggetto di un trattamento più rigoroso
         del trattamento secondario di cui al n. 2 dello stesso articolo.
      
      51     Per quanto riguarda la prima parte della censura, vertente sulla designazione del fiume Antas quale area sensibile, occorre
         in primo luogo ricordare che, nella sentenza 15 maggio 2003, causa C‑419/01, Commissione/Spagna (Racc. pag. I‑4947), la Corte
         ha già dichiarato che, non avendo proceduto all’individuazione di varie aree sensibili del suo territorio, il Regno di Spagna
         è venuto meno agli obblighi che gli incombono in forza dell’art. 5 della direttiva 91/271. Nel corso del procedimento che
         ha dato origine a tale sentenza, come emerge dai suoi punti 14 e 20, la Commissione aveva riconosciuto che la Comunità autonoma
         di Andalusia aveva designato le aree sensibili che la riguardano, ne aveva pubblicato i nomi nel suo bollettino ufficiale
         e ne aveva informato la Commissione; inoltre, il governo spagnolo aveva rilevato che la Commissione aveva riconosciuto che
         tale Comunità autonoma, in particolare, aveva designato le aree sensibili situate nelle sue acque costiere. Di conseguenza,
         l’inadempimento constatato all’epoca dalla Corte, al punto 23 della detta sentenza, verteva sulla mancata designazione delle
         aree sensibili rientranti nella sfera di competenza di altre Comunità autonome, ad esclusione, in particolare, delle aree
         sensibili appartenenti alla Comunità autonoma d’Andalusia.
      
      52     Tuttavia, il fatto che nella citata sentenza Commissione/Spagna la Corte abbia dichiarato che la carenza nella designazione
         delle aree sensibili non riguardava la Comunità autonoma di Andalusia non osta all’esame della censura vertente sulla violazione
         della direttiva 91/271. Tale censura è infatti fondata su elementi di cui la Commissione non era a conoscenza all’epoca della
         fase precontenziosa del procedimento che precedette il ricorso alla Corte in questa causa, elementi provenienti da una relazione
         redatta per conto della Commissione dalla società ERM nel gennaio 2000, in data posteriore a quella del parere motivato nella
         stessa causa. Quindi la Commissione, in base a tale relazione sul controllo delle aree sensibili e vulnerabili in Spagna,
         poteva benissimo rilevare che sussistevano talune carenze nell’attuazione della direttiva 91/271 ed avviare, su tale base,
         una nuova azione per inadempimento.
      
      53     In secondo luogo, dalla detta relazione – di cui il governo spagnolo, sotto questo profilo, non ha contestato il contenuto
         – si evince che le acque del fiume Antas sono soggette ad eutrofizzazione, presentano un elevato tenore di nitrati e, tenuto
         conto della vicinanza di alberghi e centri turistici, ricevono notevoli quantitativi di nutrienti. Orbene, tali criteri si
         annoverano tra quelli che, in forza dell’allegato II della direttiva 91/271, gli Stati membri devono prendere in considerazione
         per procedere all’individuazione delle aree sensibili. Peraltro, la Commissione ha indicato, senza che il governo spagnolo
         contestasse tale affermazione, che le autorità spagnole hanno proposto di designare il detto fiume quale sito di importanza
         comunitaria nella rete Natura 2000, considerata la presenza di tartarughe «testudo graeca» nelle sue acque. Ora, siffatto
         elemento, pur se non menzionato tra i criteri riportati al detto allegato II, rappresenta un’ulteriore prova del particolare
         interesse alla tutela dell’ambiente idrico in questione dallo scarico di acque reflue urbane trattate in modo insufficiente.
      
      54     Il governo spagnolo replica che la Rambla del fiume Antas non è costituita da acque libere naturali, bensì da correnti sotterranee
         che non potrebbero, in mancanza di luce, essere soggette a sviluppo di alghe e quindi a eutrofizzazione. Tuttavia, anche se
         si considerasse esatta tale affermazione, essa non osterebbe all’individuazione di tale area quale area sensibile ai sensi
         della direttiva 91/271. Infatti, da una parte, l’allegato II di tale direttiva dispone che le aree sensibili possono essere
         costituite da un «sistema idrico» e non richiede quindi che l’ambiente idrico sia costituito da acque libere. Dall’altra,
         lo stesso allegato menziona altri criteri, oltre a quello dell’eutrofizzazione, segnatamente l’elevata concentrazione di nitrati,
         per determinare se un’area vada considerata sensibile.
      
      55     Il fiume Antas doveva quindi essere interamente individuato quale area sensibile dalle autorità spagnole.
      56     Pertanto la prima parte della censura è fondata.
      57     Per quanto riguarda la seconda parte della censura, vertente sul requisito di un trattamento più rigoroso del trattamento
         secondario, come previsto dall’art. 5, n. 2, della direttiva 91/271, di cui dovrebbero formare oggetto le acque reflue urbane
         dell’agglomerato di Vera, occorre rilevare che, da un lato, il governo spagnolo non contesta il fatto che tali acque subiscano
         solo un trattamento primario.
      
      58     Dall’altro, dai dati prodotti dalla Commissione nella replica si evince che, contrariamente a quanto sostiene il governo spagnolo,
         considerata la popolazione permanente del comune di Vera – stimata nell’ordine di circa 8 000 abitanti – e il notevole afflusso
         turistico estivo che interessa la regione in esame, il detto agglomerato presenta un a.e. superiore a 10 000. Dato che le
         acque reflue urbane di tale agglomerato sono scaricate in un’area che, come detto, avrebbe dovuto essere individuata quale
         area sensibile, le autorità spagnole dovevano provvedere affinché tali acque, prima di essere scaricate nella detta area,
         fossero sottoposte, prima del 31 dicembre 1998, ad un trattamento più rigoroso di quello descritto all’art. 4 della direttiva
         91/271, ossia ad un trattamento più rigoroso di un trattamento  secondario.
      
      59     L’argomento del governo spagnolo vertente sul fatto che il termine fissato dalla direttiva 91/271 per gli agglomerati con
         un numero di a.e. compreso tra 2 000 e 15 000 scade solo il 31 dicembre 2005 non può essere accolto, anche se si ritenesse
         che l’agglomerato di Vera rientri in tale categoria. L’art. 3, nn. 1 e 2, della detta direttiva fissa infatti tale termine
         per la realizzazione di reti fognarie e per l’attuazione di un trattamento secondario solo per gli scarichi di acque reflue
         urbane di tale categoria di agglomerati effettuati fuori dalle aree sensibili. Il detto termine non è quindi in nessun caso
         applicabile agli scarichi di acque reflue urbane dell’agglomerato di Vera.
      
      60     Quanto alla circostanza, fatta valere dal governo spagnolo, che la società che gestisce l’impianto di trattamento non avrebbe
         fornito talune informazioni vertenti su uno studio analitico delle acque reflue in esame, essa non rimette in discussione
         la constatazione che tali acque non sono sottoposte al trattamento prescritto dalla direttiva 91/271. D’altronde il governo
         spagnolo, avendo indicato, nella controreplica, che l’impianto di trattamento del comune di Vera, costruito nel 1993, sarebbe
         stato concepito per essere in grado di soddisfare adeguatamente, nel 2011, i requisiti della normativa in materia di scarichi
         nelle aree sensibili, ha ammesso che tali requisiti non erano soddisfatti alla data fissata nel parere motivato.
      
      61     Pertanto, la seconda parte della censura è fondata. Le conclusioni del ricorso fondate sulla violazione della direttiva 91/271
         devono quindi essere accolte.
      
       Sulla direttiva 91/676
      62     Il governo spagnolo sostiene che la censura vertente sulla violazione della direttiva 91/676 è irricevibile sotto due profili.
         Da una parte, tale censura non sarebbe stata menzionata nel parere motivato e la Commissione non potrebbe quindi sollevarla
         per la prima volta dinanzi alla Corte. Dall’altra, la Commissione avrebbe già avviato, con il n.  2002/2009, un altro procedimento
         d’infrazione per inadempimento della detta direttiva, inviando al Regno di Spagna una lettera di diffida riguardante anche
         la Rambla de Mojácar. Orbene, il principio ne bis in idem, che sarebbe applicabile ai procedimenti per inadempimento, vieterebbe
         che due azioni per inadempimento vengano avviate contro uno Stato per la stessa infrazione del diritto comunitario.
      
      63     Per quanto concerne il primo punto, l’argomento del governo spagnolo può solo essere respinto. Dall’insieme degli atti del
         fascicolo, in particolare dalla lettera di diffida e dal parere motivato inviati al detto Stato membro, risulta infatti che
         la violazione della direttiva 91/676 costituisce una delle censure che la Commissione ha fatto valere fin dalla fase precontenziosa
         del procedimento. L’oggetto della controversia è stato così chiaramente circoscritto ed il governo spagnolo è stato messo
         in condizione di presentare le sue osservazioni e di preparare la propria difesa (v., in questo senso, sentenza 15 dicembre
         1982, causa 211/81, Commissione/Danimarca, Racc. pag. 4547, punti 8 e 9). Tale censura figurava quindi nel parere motivato,
         pur non essendo espressamente menzionata nella parte finale del detto parere, ed è stata presentata in termini analoghi ed
         abbastanza precisi nel ricorso (v., in questo senso, sentenza Commissione/Danimarca, cit., punti 14 e 15).
      
      64     La censura, quindi, non è irricevibile dopo questa prima analisi.
      65     Quanto al secondo punto, anche ritenendo che il principio ne bis in idem si applichi ai procedimenti per inadempimento, è
         sufficiente constatare che, nella causa in esame, tale circostanza non influisce sulla ricevibilità della censura. Infatti,
         se la Corte dichiarasse fondata tale censura, l’unica conseguenza dell’argomento del governo spagnolo sarebbe che la Commissione
         dovrebbe eventualmente rinunciare al procedimento per inadempimento avviato con il n. 2002/2009, nella parte in cui tale procedimento
         riguarda la designazione della Rambla de Mojácar quale area vulnerabile.
      
      66     Pertanto la censura non è irricevibile dopo questa seconda analisi.
      67     Nel merito, la Commissione sostiene a buon diritto che le autorità spagnole, dichiarando la laguna del fiume Antas area sensibile
         ai fini della direttiva 91/271, hanno riconosciuto lo stato di eutrofizzazione delle acque della regione in questione ed il
         loro alto contenuto di nitrati, come rivelava la relazione della società ERM relativa al controllo delle aree sensibili e
         vulnerabili in Spagna. D’altronde, nel controricorso il governo spagnolo ammette che il contenuto di nitrati di tali acque,
         che costituisce uno dei criteri di designazione delle aree vulnerabili di cui all’allegato 1 della direttiva 91/676, è superiore
         a 50 mg per litro.
      
      68     Per giustificare la mancata designazione della Rambla de Mojácar quale area vulnerabile, il governo spagnolo afferma che il
         criterio per la designazione stabilito dall’art. 1 della detta direttiva, relativo al fatto che la presenza di nitrati dovrebbe
         provenire dall’attività agricola, non è soddisfatto.
      
      69     Questo argomento non può però essere accolto. Come la Corte ha già dichiarato, infatti, affinché talune acque siano considerate
         «inquinate», ai sensi, in particolare, dell’art. 3, n. 1, della direttiva 91/676, e sia obbligatoria la loro designazione
         come zone vulnerabili, in applicazione dell’art. 3, n. 2, della detta direttiva, non è necessario che i composti azotati di
         origine agricola contribuiscano in modo esclusivo all’inquinamento, ma basta che essi vi contribuiscano significativamente
         (v., in questo senso, sentenza 29 aprile 1999, causa C‑293/97, Standley e a., Racc. pag. I‑2603, punti 30 e 35). 
      
      70     Nella controreplica, il governo spagnolo afferma che la designazione della Rambla de Mojácar quale area vulnerabile non presenterebbe
         alcun interesse nel contesto della causa in esame, dato che tale area formerebbe un settore idrogeologico diverso da quello
         della Rambla del fiume Antas, che è l’unico interessato da questo ricorso. Tuttavia tale argomento non è fondato. La mancata
         designazione della Rambla de Mojácar quale area vulnerabile ai sensi della direttiva 91/676 è infatti fatta valere dalla Commissione
         quale censura distinta da quella vertente sulla mancata individuazione della Rambla del fiume Antas quale area sensibile a
         norma della direttiva 91/271. Contrariamente a quanto sostiene il governo spagnolo, il ricorso non verte solo sulla Rambla
         del fiume Antas. Per lo stesso motivo, l’argomento del governo spagnolo secondo cui i dati tratti da una pubblicazione dell’Instituto
         Geológico y Minero de España riguarderebbero l’unità idrogeologica del Bajo Almanzora, che non corrisponderebbe all’area considerata
         nel procedimento d’infrazione, deve essere respinto.
      
      71     Quanto all’obiezione del governo spagnolo relativa al fatto che i dati contenuti nella relazione predisposta dalla società
         ERM non presenterebbero lo stesso grado di affidabilità di quelli raccolti per conto della Giunta dell’Andalusia, essa non
         è idonea a dimostrare che l’inquinamento da nitrati non è dovuto all’attività agricola.
      
      72     Infine, il governo spagnolo sostiene inutilmente che, se si dividono gli apporti di fertilizzanti per la superficie dei terreni
         sui quali viene applicato il colaticcio, il contenuto di nitrati è nettamente inferiore a 170 kg per ettaro, soglia stabilita
         dall’allegato III, n. 2, della direttiva 91/676. La censura non verte, infatti, sulla circostanza che l’azienda suinicola
         in questione applica il colaticcio in violazione della direttiva 91/676, bensì sul fatto che il Regno di Spagna non ha designato
         la Rambla de Mojácar quale area vulnerabile. Pertanto questo argomento del governo spagnolo è inconferente e deve essere respinto.
      
      73     Ebbene, nella fattispecie, per quel che riguarda l’unità idrogeologica 06.06 (Bajo Almanzora), il governo spagnolo non ha
         addotto alcun dato preciso che consenta di rimettere in discussione l’asserzione della Commissione secondo cui l’apporto delle
         fonti agricole all’inquinamento da nitrati è significativo.
      
      74     Da quanto precede risulta che la censura vertente sulla violazione della direttiva 91/676 è fondata.
       Sulla direttiva 85/337
      75     La Commissione rileva che l’azienda suinicola non è stata assoggettata, prima della sua costruzione, anteriore al 14 marzo
         1999, data limite per il recepimento della direttiva 85/337, o prima del suo ampliamento, che sarebbe successivo a tale data,
         a valutazione del suo impatto ambientale, in violazione degli artt. 2 e 4, n. 2, della direttiva 85/337, anche nella sua versione
         iniziale.
      
      76     Il governo spagnolo sostiene che la Commissione non ha precisato se l’inadempimento riguardava l’una o l’altra versione di
         tale direttiva e che, di conseguenza, la censura è irricevibile. In subordine, esso ritiene che tale censura sia infondata.
         Nella replica, la Commissione ha indicato che l’azienda in questione è stata creata prima dell’entrata in vigore della direttiva
         85/337 e che quindi tale direttiva, nella versione iniziale, è l’unica applicabile alla fattispecie.
      
      77     A tale riguardo, in primo luogo, occorre rilevare che tale azienda suinicola è stata creata nel 1976 e che la Commissione
         non ha contestato questo dato. Orbene, in tale periodo nessuna disposizione di diritto comunitario obbligava le autorità spagnole
         a valutare l’impatto ambientale della detta azienda. Il termine per il recepimento della direttiva 85/337, nella versione
         iniziale, è scaduto il 3 luglio 1988 e la Corte ha statuito che tale direttiva non poteva obbligare gli Stati membri ad effettuare
         valutazioni dell’impatto ambientale di progetti, anche assoggettati ad autorizzazione, ma realizzati prima di tale data (v.,
         in questo senso, sentenza 11 agosto 1995, causa, C‑431/92, Commissione/Germania, Racc. pag. I‑2189, punto 32, per quanto riguarda
         progetti la cui domanda di autorizzazione è stata presentata dopo il 3 luglio 1988).
      
      78     In secondo luogo, dagli atti di causa risulta che, dopo il 14 marzo 1999, data di scadenza del termine per il recepimento
         della direttiva 85/337, l’allevamento in questione è stato oggetto di una nuova procedura di autorizzazione, a norma della
         legge n. 7/1994. Tale legge prevede che la concessione dell’autorizzazione agli allevamenti di suini con più di 100 scrofe
         da allevamento e 500 suini da ingrasso – categoria cui appartiene il detto allevamento, che consta di circa 2 800 capi – è
         subordinata alla realizzazione di una relazione sulla valutazione ambientale.
      
      79     Orbene, la Commissione non ha dimostrato in che modo le autorità spagnole, nello svolgimento di tale nuova procedura di autorizzazione
         e prima del 26 settembre 2001, data di scadenza del termine fissato nel parere motivato, avrebbero violato la direttiva 85/337.
      
      80     Le autorità spagnole si sono infatti conformate alla regola in base alla quale la valutazione ambientale è d’obbligo, anche
         per progetti realizzati prima della scadenza del termine per il recepimento della direttiva 85/337, se tali progetti sono
         stati autorizzati senza essere stati preceduti da siffatta valutazione e sono oggetto di un nuovo procedimento di autorizzazione
         avviato dopo tale data (v., in questo senso, per quanto riguarda la direttiva 85/337 nella versione iniziale, sentenza 18
         giugno 1998, causa  C‑81/96, Gedeputeerde Staten van Noord-Holland, Racc. pag. I‑3923, punti 23 e 25, a proposito di progetti
         autorizzati prima del 3 luglio 1988 ma non preceduti da una valutazione ambientale e oggetto di un nuovo procedimento di autorizzazione
         avviato dopo quest’ultima data).
      
      81     Da un lato, dai documenti versati nel fascicolo emerge che le autorità spagnole, a norma della legge n. 7/1994 – la cui conformità
         alla direttiva 85/337 non è contestata dalla Commissione –, hanno avviato un procedimento di valutazione ambientale che consente
         di verificare se l’allevamento in questione poteva essere autorizzato e se la sua situazione amministrativa poteva eventualmente
         essere sanata. Nel maggio 1999, le dette autorità hanno infatti chiesto al proprietario di tale allevamento gli elementi per
         predisporre una relazione ambientale. Tale relazione è stata redatta nel luglio 2000 dalla società Tecnoma, su richiesta della
         Confederación Hidrográfica del Sur, e trasmessa alla Commissione nell’ottobre 2000.
      
      82     Dall’altro, le autorità spagnole hanno proceduto ad un’ispezione dell’allevamento in questione e hanno deciso, visto il risultato
         negativo di tale ispezione, che non era possibile autorizzare il detto stabilimento. Il 18 aprile 2001 le stesse autorità
         hanno quindi emesso un parere sfavorevole alla concessione dell’autorizzazione a tale allevamento e hanno chiesto al comune
         di Vera di adottare i provvedimenti necessari per chiuderlo. Infine, l’8 agosto 2001 è stata avviata una procedura di sanzione
         a carico della persona che dirige lo stabilimento in esame.
      
      83     Pertanto, le autorità spagnole hanno attuato correttamente l’obbligo di valutazione ambientale previsto dalla legge n. 7/1994.
         Di conseguenza, l’inadempimento del diritto comunitario lamentato dalla Commissione a tale riguardo non è fondato.
      
      84     Da quanto precede risulta che la censura vertente sul fatto che il Regno di Spagna avrebbe violato gli artt. 2 e 4, n. 2,
         della direttiva 85/337, anche nella sua versione iniziale, deve essere respinta senza che sia necessario esaminare l’eccezione
         di irricevibilità sollevata dal governo spagnolo.
      
       Sulla direttiva 75/442
      85     La Commissione sostiene che l’azienda in questione produce rifiuti in grande quantità, in particolare colaticcio e carogne,
         e che tali rifiuti, in mancanza di una normativa comunitaria specifica relativa alla loro gestione, sono disciplinati dalla
         direttiva 75/442. Ebbene, tale azienda opererebbe senza l’autorizzazione richiesta ai sensi dell’art. 9 di tale direttiva
         e i detti rifiuti, come riconosciuto dalle stesse autorità spagnole, verrebbero scaricati senza controlli sui terreni vicini,
         in spregio agli obblighi in materia di ricupero o smaltimento oggetto dell’art. 4 della stessa direttiva. Infine, la detta
         azienda non sarebbe stata oggetto di alcun adeguato controllo periodico da parte delle competenti autorità, in violazione
         dell’art. 13 della detta direttiva.
      
      86     A tale riguardo occorre ricordare che l’ambito di applicazione della nozione di «rifiuto», ai sensi della direttiva 75/442,
         dipende dal significato del termine «disfarsi», di cui all’art. 1, lett. a), primo comma, della detta direttiva (v. sentenza
         18 dicembre 1997, causa C‑129/96, Inter‑Environnement Wallonie, Racc. pag. I‑7411, punto 26).
      
      87     In determinate situazioni, un bene, un materiale o una materia prima che deriva da un processo di estrazione o di fabbricazione
         che non è principalmente destinato a produrlo può costituire non tanto un residuo, quanto un sottoprodotto, del quale l’impresa
         non cerca di «disfarsi» ai sensi dell’art. 1, lett. a), primo comma, della direttiva 75/442, ma che essa intende sfruttare
         o commercializzare a condizioni ad essa favorevoli, in un processo successivo, senza operare trasformazioni preliminari. Non
         vi è, in tal caso, alcuna giustificazione per assoggettare alle disposizioni della detta direttiva, che sono destinate a prevedere
         lo smaltimento o il recupero dei rifiuti, beni, materiali o materie prime che, dal punto di vista economico, hanno valore
         di prodotti, indipendentemente da qualsiasi trasformazione, e che, in quanto tali, sono soggetti alla normativa applicabile
         a tali prodotti, a condizione che tale riutilizzo non sia solo eventuale, ma certo, senza trasformazione preliminare, e nel
         corso del processo di produzione (v. sentenza 18 aprile 2002, causa C‑9/00, Palin Granit e Vehmassalon kansanterveystyön kuntayhtymän
         hallitus, Racc. pag. I‑3533, punti 34-36).
      
      88     La Corte ha così giudicato che detriti o sabbia di scarto da operazioni di arricchimento di minerale provenienti dallo sfruttamento
         di una miniera sfuggono alla qualifica di rifiuti ai sensi della direttiva 75/442 quando il detentore li utilizzi legalmente
         per il necessario riempimento delle gallerie della detta miniera e fornisca garanzie sufficienti sull’identificazione e sull’utilizzazione
         effettiva di queste sostanze (v., in questo senso, sentenza 11 settembre 2003, causa C‑114/01, AvestaPolarit Chrome, Racc. pag. I‑8725,
         punto 43). La Corte ha anche dichiarato che non costituisce un rifiuto ai sensi della detta direttiva il coke da petrolio
         prodotto volontariamente, o risultante dalla produzione simultanea di altre sostanze combustibili petrolifere, in una raffineria
         di petrolio ed utilizzato con certezza come combustibile per il fabbisogno di energia della raffineria e di altre industrie
         (ordinanza 15 gennaio 2004, causa C‑235/02, Saetti e Frediani, Racc. pag. I‑1005, punto 47).
      
      89     Come afferma giustamente il governo del Regno Unito nella sua memoria di intervento, gli effluenti di allevamento possono,
         alle medesime condizioni, sfuggire alla qualifica di rifiuti, se vengono utilizzati come fertilizzanti dei terreni nell’ambito
         di una pratica legale di spargimento su terreni ben individuati e se lo stoccaggio del quale sono oggetto è limitato alle
         esigenze di queste operazioni di spargimento.
      
      90     Contrariamente a quanto sostenuto dalla Commissione, non occorre limitare quest’analisi agli effluenti d’allevamento utilizzati
         come fertilizzanti sui terreni che appartengono allo stesso stabilimento agricolo che li ha prodotti. Infatti, come la Corte
         ha già giudicato, una sostanza può non essere considerata un rifiuto ai sensi della direttiva 75/442 se viene utilizzata con
         certezza per il fabbisogno di operatori economici diversi da chi l’ha prodotta (v., in questo senso, ordinanza Saetti e Frediani,
         cit., punto 47).
      
      91     Per contro, l’analisi che permette di considerare, in determinate situazioni, che un residuo di produzione non è un rifiuto
         ma un sottoprodotto o una materia prima riutilizzabile nella continuità del processo di produzione non può essere applicata
         alle carogne di animali da allevamento qualora questi animali siano morti nell’allevamento e non siano stati abbattuti ai
         fini del consumo umano.
      
      92     Queste carogne non possono, infatti, per norma generale, essere riutilizzate ai fini dell’alimentazione umana. Esse sono considerate
         dalla normativa comunitaria, in particolare dalla direttiva del Consiglio 27 novembre 1990, 90/667/CEE, che stabilisce le
         norme sanitarie per l’eliminazione, la trasformazione e l’immissione sul mercato dei rifiuti di origine animale e la protezione
         dagli agenti patogeni degli alimenti per animali di origine animale o a base di pesce e che modifica la direttiva 90/425/CEE
         [(GU L 363, pag. 51); la direttiva 90/667 è stata abrogata, dopo la data fissata nel parere motivato, dall’art. 37 del regolamento
         (CE) del Parlamento europeo e del Consiglio 3 ottobre 2002, n. 1774, recante norme sanitarie relative ai sottoprodotti di
         origine animale non destinati al consumo umano (GU L 273, pag. 1)], come «rifiuti di origine animale» e, inoltre, come rifiuti
         che rientrano nella categoria dei «materiali ad alto rischio», che devono essere trasformati presso impianti riconosciuti
         dagli Stati membri o eliminati mediante incinerazione o sotterramento. La stessa direttiva 90/667 prevede che tali materiali
         possano essere utilizzati per l’alimentazione di animali che non sono destinati al consumo umano, ma soltanto in virtù di
         autorizzazioni rilasciate dagli Stati membri e sotto la vigilanza veterinaria delle autorità competenti.
      
      93     In nessun caso le carogne di animali morti nell’azienda in questione possono pertanto essere utilizzate in condizioni che
         permetterebbero di sottrarle alla qualifica di rifiuti ai sensi della direttiva 75/442. Il detentore di tali carogne ha certamente
         l’obbligo di disfarsene, con la conseguenza che tali materiali vanno considerati rifiuti.
      
      94     Nella fattispecie, per quanto riguarda, in primo luogo, il colaticcio prodotto dall’allevamento, dai documenti del fascicolo
         risulta che tale colaticcio viene utilizzato come fertilizzante agricolo e applicato a tal fine a terreni ben individuati.
         Esso viene immagazzinato in una fossa in attesa dello spandimento. La persona che dirige lo stabilimento in esame non cerca
         quindi di disfarsene, cosicché tale colaticcio non costituisce un rifiuto ai sensi della direttiva 75/442.
      
      95     La circostanza che nel catalogo europeo dei rifiuti, tra i «rifiuti provenienti da produzione (…) in agricoltura», compaiano
         le «feci animali, urine e letame (comprese le lettiere usate), effluenti, raccolti separatamente e trattati fuori sito», non
         è tale da porre nuovamente in dubbio questa conclusione. Tale menzione generica degli effluenti d’allevamento non prende infatti
         in considerazione le condizioni in cui i detti effluenti vengono utilizzati e che sono determinanti ai fini dell’analisi della
         nozione di rifiuto. D’altra parte, la nota introduttiva che compare nell’allegato del catalogo europeo dei rifiuti specifica
         che esso non è «esaustivo» e che «un materiale figurante nel catalogo non è in tutte le circostanze un rifiuto», «ma solo
         quando esso soddisfa la definizione di rifiuto».
      
      96     Per quanto riguarda l’argomento della Commissione secondo cui il codice di buone pratiche agricole adottato dalla Giunta dell’Andalusia
         nella fattispecie non sarebbe rispettato, come non lo sarebbero i quantitativi massimi per lo spandimento fissati all’allegato
         III della direttiva 91/676, esso non influisce sulla qualificazione del colaticcio alla luce della direttiva 75/442. Il fatto
         che le pratiche di spandimento per quanto riguarda l’allevamento in questione non siano del tutto conformi a tale codice di
         buone pratiche agricole e alla direttiva 91/676 potrebbe configurare un inadempimento degli obblighi derivanti da quest’ultima
         direttiva, ma non dimostra che il colaticcio sia scaricato senza controlli nell’ambiente a condizioni che consentano di considerarlo
         un rifiuto.
      
      97     Dato che la Commissione non ha fatto valere la violazione della direttiva 91/676 sotto questo profilo, ma si è limitata a
         lamentare un inadempimento della direttiva 75/442, la censura relativa alla violazione di quest’ultima deve essere respinta
         nella parte in cui si riferisce al colaticcio.
      
      98     Per quanto riguarda, in secondo luogo, le carogne di cui è stata accertata la presenza nell’allevamento in esame e che devono
         essere considerate rifiuti ai sensi della direttiva 75/442, come indicato al punto 94 della presente sentenza, il governo
         spagnolo sostiene nondimeno che tali carogne sarebbero «già coperte da un’altra normativa» e sarebbero pertanto escluse dall’ambito
         di applicazione di tale direttiva, in conformità all’art. 2, n. 1, lett. b), sub iii), della medesima.
      
      99     La Corte ha già giudicato che tale nozione di «altra normativa» può comprendere sia una normativa comunitaria, sia una normativa
         nazionale che contempli una categoria di rifiuti menzionata all’art. 2, n. 1, lett. b), della direttiva 75/442, a condizione
         che tale normativa, nazionale o comunitaria, riguardi la gestione dei detti rifiuti in quanto tali e porti ad un livello di
         protezione dell’ambiente almeno equivalente a quello previsto dalla detta direttiva (v. sentenza AvestaPolarit Chrome, cit.,
         punto 61).
      
      100   Orbene, senza che sia necessario pronunciarsi, in questa causa, sulle critiche mosse dalla Commissione in sede di udienza
         nei confronti della citata sentenza AvestaPolarit Chrome, si può osservare che, per quanto riguarda le carogne in esame, il
         legislatore comunitario ha adottato un’«altra normativa» comunitaria diversa dalla direttiva 75/442, ai sensi dell’art. 2,
         n. 1, lett. b), di tale direttiva. 
      
      101   La direttiva 90/667 riguarda infatti, in particolare, la gestione di tali carogne come rifiuti. Essa fissa norme precise applicabili
         alla detta categoria di rifiuti, prescrivendo in particolare che essi siano sottoposti a trasformazione presso stabilimenti
         riconosciuti o eliminati mediante incinerazione o sotterramento. Essa definisce, ad esempio, le ipotesi in cui tali rifiuti,
         se non possono essere trasformati, devono essere inceneriti o sotterrati. Precisa così, all’art. 3, n. 2, che tali rifiuti
         possono essere inceneriti o sotterrati, in particolare, se «la quantità e la distanza non giustifichino la raccolta dei rifiuti»
         e che «[q]ueste carogne o rifiuti devono essere sotterrati in un terreno adeguato per evitare contaminazioni delle falde freatiche
         o danni all’ambiente e ad una profondità sufficiente ad impedire a carnivori di accedervi. Prima del sotterramento, i rifiuti
         o le carogne devono essere cosparsi, se necessario, con un opportuno disinfettante autorizzato dall’autorità competente».
         La stessa direttiva stabilisce anche i controlli e le ispezioni che devono essere effettuati dagli Stati membri e dispone,
         all’art. 12, che esperti veterinari della Commissione possono, in determinati casi, eseguire ispezioni in loco, in collaborazione
         con le autorità nazionali. Il regolamento n. 1774/2002, adottato in seguito alla crisi sanitaria detta della «mucca pazza»
         ed entrato in vigore dopo la scadenza del termine fissato nel parere motivato, stabilisce prescrizioni ancora più precise
         in ordine al magazzinaggio, al trattamento e all’incenerimento dei rifiuti di origine animale.
      
      102   Le disposizioni della direttiva 90/667 disciplinano l’impatto ambientale del trattamento delle carogne e, grazie al loro grado
         di precisione, impongono un livello di protezione dell’ambiente almeno equivalente a quello prescritto dalla direttiva 75/442.
         Esse costituiscono pertanto, contrariamente a quanto sostenuto dalla Commissione nella sua replica, un’«altra normativa» che
         disciplina questa categoria di rifiuti e che permette di considerare che tale categoria è esclusa dall’ambito di applicazione
         della detta direttiva, senza che sia necessario valutare se anche la normativa nazionale invocata dal governo spagnolo sia
         costitutiva di simile «altra normativa».
      
      103   La direttiva 75/442 non è dunque applicabile alle carogne in esame. Poiché la Commissione ha invocato soltanto l’inosservanza
         di tale direttiva, la censura deve essere respinta nella parte in cui verte sulle dette carogne.
      
      104   Di conseguenza, tale censura deve essere interamente respinta.
       Sulla direttiva 80/68
      105   Secondo la Commissione, dalla lettera 20 giugno 2001, con cui le autorità spagnole hanno risposto alla lettera di diffida,
         emerge che l’area occupata dell’azienda agricola in questione è inquinata da nitrati, sostanze che compaiono nell’elenco II,
         punto 3, della direttiva 80/68, e che tale area non è stata oggetto di uno studio idrogeologico preventivo, in violazione
         degli artt. 3, lett. b), 5, n. 1, e 7 della detta direttiva.
      
      106   Tuttavia il governo spagnolo ha giustamente rilevato che l’utilizzo del colaticcio come fertilizzante è un’operazione che
         risponde nella maggioranza dei casi a corrette pratiche agricole piuttosto che un’«operazione di eliminazione o di deposito
         ai fini dell’eliminazione di dette sostanze», ai sensi dell’art. 5 della stessa direttiva.
      
      107   Inoltre, il regime di protezione delle acque dall’inquinamento proveniente dagli effluenti d’allevamento non si basa sulla
         direttiva 80/68, bensì sulla direttiva 91/676, il cui oggetto è proprio quello di contrastare l’inquinamento idrico risultante
         dallo spandimento e dallo scarico di deiezioni del bestiame o dall’uso eccessivo di fertilizzanti e che contiene provvedimenti
         di gestione che gli Stati membri devono imporre agli agricoltori. Orbene, se si interpretasse l’art. 5 della direttiva 80/68
         nel senso che gli Stati membri devono sottoporre a indagine preventiva, che implica, in particolare, uno studio idrogeologico
         dell’area interessata, l’utilizzo del colaticcio o, più in generale, degli effluenti d’allevamento, come fertilizzanti agricoli,
         il regime di tutela istituito dalla direttiva 80/68 si sostituirebbe in parte a quello della direttiva 91/676.
      
      108   Le autorità spagnole non erano quindi tenute, in base alla direttiva 80/68, a sottoporre l’utilizzo agricolo del colaticcio
         proveniente dall’allevamento in esame alla procedura di autorizzazione prevista da tale direttiva né, di conseguenza, a realizzare
         uno studio idrogeologico nell’area interessata.
      
      109   Pertanto, la censura vertente sulla violazione della direttiva 80/68 deve essere respinta.
      110   Da tutto quanto precede risulta che il Regno di Spagna:
      –       non avendo provveduto affinché le acque reflue urbane dell’agglomerato di Vera fossero sottoposte al trattamento previsto
         dall’art. 5, n. 2, della direttiva del Consiglio 91/271, ossia ad un trattamento più rigoroso di quello descritto all’art. 4
         di tale direttiva, e
      
      –       non avendo designato come zona vulnerabile la Rambla de Mojácar, in violazione delle disposizioni dell’art. 3, nn. 1, 2 e
         4, della direttiva 91/676,
      
      è venuto meno agli obblighi ad esso incombenti in forza delle dette direttive.
      111   Per il resto, il ricorso è respinto.
       Sulle spese
      112   Ai sensi dell’art. 69, n. 2, del regolamento di procedura, la parte soccombente è condannata alle spese se ne è stata fatta
         domanda. In forza dell’art. 69, n. 3, dello stesso regolamento, se le parti soccombono rispettivamente su uno o più capi,
         ovvero per motivi eccezionali, la Corte può ripartire le spese o decidere che ciascuna parte sopporti le proprie spese.
      
      113   Nella presente controversia occorre tener conto del fatto che il ricorso non è stato accolto relativamente all’integralità
         delle censure d’inadempimento fatte valere dalla Commissione.
      
      114   Occorre pertanto condannare il Regno di Spagna a due terzi del totale delle spese. La Commissione è condannata a sopportare
         il rimanente terzo.
      
      115   In conformità all’art. 69, n. 4, del regolamento di procedura, il Regno Unito sopporta le proprie spese.
      Per questi motivi, la Corte (Terza Sezione) dichiara e statuisce:
      1)      Il Regno di Spagna, non avendo provveduto affinché le acque reflue urbane dell’agglomerato di Vera fossero sottoposte al trattamento
            previsto dall’art. 5, n. 2, della direttiva del Consiglio 21 maggio 1991, 91/271/CEE, concernente il trattamento delle acque
            reflue urbane, ossia ad un trattamento più rigoroso di quello descritto all’art. 4 di tale direttiva, e non avendo designato
            come zona vulnerabile la Rambla de Mojácar, in violazione delle disposizioni dell’art. 3, nn. 1, 2 e 4, della direttiva del
            Consiglio 12 dicembre 1991, 91/676/CEE, relativa alla protezione delle acque dall’inquinamento provocato dai nitrati provenienti
            da fonti agricole, è venuto meno agli obblighi ad esso incombenti in forza delle dette direttive.
      2)      Il ricorso è respinto per il resto.
      3)      Il Regno di Spagna è condannato a sopportare i due terzi delle spese. La Commissione delle Comunità europee è condannata a
            sopportare il rimanente terzo.
      4)      Il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord sopporta le proprie spese.
      Firme
      * Lingua processuale: lo spagnolo.