CELEX: 62005TJ0446
Language: it
Date: 2010-04-28 00:00:00
Title: Sentenza del Tribunale (Quinta Sezione) del 28 aprile 2010.#Amann & Söhne GmbH & Co. KG e Cousin Filterie SAS contro Commissione europea.#Concorrenza – Intese – Mercato europeo del filo industriale – Decisione che accerta una violazione dell’art. 81 CE e dell’art. 53 dell’accordo SEE – Nozione di infrazione unica – Definizione del mercato – Ammende – Massimale dell’ammenda – Gravità e durata dell’infrazione – Circostanze attenuanti – Cooperazione – Proporzionalità – Parità di trattamento – Diritti della difesa – Orientamenti per il calcolo dell’importo delle ammende.#Causa T-446/05.

Causa T‑446/05
      Amann & Söhne GmbH & Co. KG et Cousin Filterie SAS
      contro
      Commissione europea
      «Concorrenza — Intese — Mercato europeo del filo industriale — Decisione che accerta una violazione dell’art. 81 CE e dell’art. 53 dell’accordo SEE — Nozione di infrazione unica — Definizione del mercato — Ammende — Massimale dell’ammenda — Gravità e durata dell’infrazione — Circostanze attenuanti — Cooperazione — Proporzionalità — Parità di trattamento — Diritti della difesa — Orientamenti per il calcolo dell’importo delle ammende»
      Massime della sentenza
      1.      Concorrenza — Intese — Divieto — Infrazioni — Accordi e pratiche concordate idonei ad essere considerati costitutivi di un’infrazione
            unica — Nozione
      (Art. 81, n. 1, CE; regolamenti del Consiglio n. 17, art. 15, n. 2, e n. 1/2003, art. 23, n. 2)
      2.      Ricorso di annullamento — Decisione della Commissione adottata sul fondamento degli artt. 81 CE o 82 CE — Valutazione economica
            complessa — Sindacato giurisdizionale — Limiti
      (Artt. 81 CE e 82 CE; regolamenti del Consiglio n. 17, art. 15, n. 2, e n. 1/2003, art. 23, n. 2)
      3.      Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Potere discrezionale della Commissione — Sindacato giurisdizionale — Competenza
            del giudice comunitario a conoscere della legittimità e del merito
      (Artt. 81 CE, 82 CE, 229 CE e 253 CE; regolamenti del Consiglio n. 17, art. 15, n. 2, e n. 1/2003, artt. 23, nn. 2 e 3, e
            31)
      4.      Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Potere discrezionale conferito alla Commissione dall’art. 15, n. 2, del
            regolamento n. 17 — Violazione del principio di legalità delle pene — Insussistenza
      (Artt. 81 CE e 82 CE; regolamenti del Consiglio n. 17, art. 15, n. 2, e n. 1/2003, art. 23, n. 2)
      5.      Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Criteri — Pluralità di infrazioni
      (Artt. 81 CE e 82 CE; regolamento del Consiglio n. 17, art. 15, n. 2)
      6.      Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Criteri — Gravità dell’infrazione
      (Regolamento del Consiglio n. 17, art. 15, n. 2; comunicazione della Commissione 98/C 9/03)
      7.      Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Misura della capacità effettiva di causare un pregiudizio sul mercato interessato
      (Regolamento del Consiglio n. 17, art. 15, n. 2)
      8.      Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Ripartizione delle imprese interessate in categorie aventi un elemento
            specifico identico
      (Regolamento del Consiglio n. 17, art. 15, n. 2; comunicazione della Commissione 98/C 9/03)
      9.      Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Necessità di prendere in considerazione il fatturato delle imprese interessate
            e di garantire che le ammende siano proporzionate al fatturato — Insussistenza
      (Regolamenti del Consiglio n. 17, art. 15, n. 2, e n. 1/2003, art. 23, n. 3; comunicazione della Commissione 98/C 9/03)
      10.    Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Ripartizione delle imprese interessate in categorie aventi un elemento
            specifico identico
      (Regolamento del Consiglio n. 17, art. 15, n. 2; comunicazione della Commissione 98/C 9/03, punto 1 A, sesto comma)
      11.    Concorrenza — Ammende — Decisione con cui vengono inflitte ammende — Obbligo di motivazione — Portata
      (Art. 253 CE; regolamento del Consiglio n. 17, art. 15, n. 2; comunicazione della Commissione 98/C 9/03)
      12.    Concorrenza — Intese — Partecipazione a riunioni tra imprese con oggetto anticoncorrenziale — Circostanza che, in assenza
            di una dissociazione rispetto alle decisioni adottate, consente di presumere la partecipazione alla conseguente intesa
      (Art. 81, n. 1, CE)
      13.    Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Criteri — Durata dell’infrazione — Infrazioni di media e di lunga durata
            — Maggiorazione del 10% dell’importo di partenza per ogni anno
      (Regolamenti del Consiglio n. 17, art. 15, n. 2, e n. 1/2003, art. 23, n. 3; comunicazione della Commissione 98/C 9/03, punto 1
            B)
      14.    Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Criteri — Circostanze attenuanti
      (Regolamenti del Consiglio n. 17, art. 15, n. 2, e n. 1/2003, art. 23, n. 2; comunicazione della Commissione 98/C 9/03, punto 3,
            terzo trattino)
      15.    Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Fatturato da prendere in considerazione per il calcolo dell’ammenda
      (Comunicazione della Commissione 98/C 9/03, punto 1 A)
      16.    Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Criteri — Gravità dell’infrazione — Presa in considerazione degli effetti
            dell’infrazione
      (Regolamento del Consiglio n. 17, art. 15)
      17.    Concorrenza — Procedimento amministrativo — Decisione della Commissione con cui viene constatata un’infrazione — Elementi
            di prova ammissibili
      (Regolamento del Consiglio n. 1/2003, art. 27, n. 1)
      18.    Concorrenza — Procedimento amministrativo — Richiesta di informazioni — Diritti della difesa
      (Regolamento del Consiglio n. 17, art. 11, n. 5)
      19.    Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Criteri — Cooperazione dell’impresa nel corso del procedimento amministrativo
      (Regolamento del Consiglio n. 17, art. 11, nn. 4 e 5)
      1.      La nozione di infrazione unica riguarda la situazione in cui più imprese abbiano preso parte ad un’infrazione costituita da
         un comportamento continuato avente un unico obiettivo economico volto a falsare la concorrenza, oppure da infrazioni singole
         collegate l’una all’altra da un’identità di oggetto (stessa finalità dell’insieme degli elementi) e di soggetti (identità
         delle imprese interessate, consapevoli di partecipare all’oggetto comune). Una violazione dell’art. 81, n. 1, CE può risultare
         non soltanto da un atto isolato, ma anche da una serie di atti o, ancora, da un comportamento continuato. Tale interpretazione
         non può essere contestata sulla base del fatto che uno o più elementi di questa serie di atti o di questo comportamento continuato
         potrebbero anche costituire di per sé stessi e presi isolatamente una violazione della detta disposizione. Ove le diverse
         azioni facciano parte di un «piano d’insieme», a causa del loro identico oggetto, consistente nel distorcere il gioco della
         concorrenza all’interno del mercato comune, la Commissione può imputare la responsabilità di tali azioni in funzione della
         partecipazione all’infrazione considerata nel suo insieme. Inoltre, la nozione di infrazione unica può riferirsi alla qualificazione
         giuridica di un comportamento anticoncorrenziale consistente in accordi, in pratiche concordate e in decisioni di associazioni
         di imprese.
      
      La nozione di obiettivo unico non può essere determinata riferendosi in generale alla distorsione della concorrenza nel mercato
         interessato dall’infrazione, dal momento che l’incidenza sulla concorrenza costituisce, come oggetto o effetto, un elemento
         intrinseco a qualunque comportamento rientrante nell’ambito di applicazione dell’art. 81, n. 1, CE. Una siffatta definizione
         della nozione di obiettivo unico rischierebbe di privare la nozione di infrazione unica e continuata di una parte del suo
         significato, in quanto avrebbe per conseguenza che vari comportamenti concernenti un settore economico, vietati dall’art. 81,
         n. 1, CE, dovrebbero essere sistematicamente qualificati come elementi costitutivi di un’infrazione unica. Pertanto, ai fini
         della qualificazione di comportamenti diversi come infrazione unica e continuata occorre verificare se essi presentino un
         nesso di complementarietà nel senso che ciascuno di essi è destinato a far fronte ad una o più conseguenze del gioco normale
         della concorrenza e se essi contribuiscano, interagendo reciprocamente, alla realizzazione di tutti gli effetti anticoncorrenziali
         voluti dai rispettivi autori nell’ambito di un piano complessivo diretto ad ottenere un unico obiettivo. A tale riguardo,
         occorre tenere conto di tutte le circostanze che possono provare o mettere in dubbio tale nesso, quali il periodo di applicazione,
         il contenuto e, correlativamente, l’obiettivo dei diversi comportamenti in questione. È quindi per ragioni obiettive che la
         Commissione può avviare procedimenti distinti, accertare varie infrazioni distinte e infliggere varie ammende distinte.
      
      La qualificazione di talune condotte illecite come condotte costitutive di un’unica e medesima infrazione oppure di una pluralità
         di infrazioni incide, in linea di principio, sulla sanzione che può essere inflitta. Infatti, la constatazione di una pluralità
         di infrazioni può comportare l’applicazione di diverse ammende distinte, ciascuna nei limiti stabiliti dall’art. 15, n. 2,
         del regolamento n. 17 e dall’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003, concernente l’applicazione delle regole di concorrenza
         previste dagli artt. 81 CE e 82 CE.
      
      (v. punti 89-94, 133-134)
      2.      Per quanto riguarda la validità dell’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e dell’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003,
         concernente l’applicazione delle regole di concorrenza previste dagli artt. 81 CE e 82 CE, alla luce del principio di legalità
         delle pene, quale riconosciuto dal giudice comunitario in conformità alle indicazioni fornite dalla Convenzione per la salvaguardia
         dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e alle tradizioni costituzionali degli Stati membri, la Commissione non
         dispone di un potere discrezionale illimitato, in primo luogo, per accertare l’esistenza di infrazioni alle regole di concorrenza,
         in secondo luogo, per accertare se i vari atti illeciti costituiscano un’infrazione unica e continuata oppure una pluralità
         di infrazioni autonome e, in terzo luogo, per fissare l’importo delle ammende per tali infrazioni.
      
      In primo luogo, le infrazioni alle regole di concorrenza per le quali la Commissione può infliggere ammende, in applicazione
         dell’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e dell’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003, sono esclusivamente le infrazioni
         alle disposizioni degli artt. 81 CE ovvero 82 CE. La questione relativa all’esistenza o meno dei presupposti di applicazione
         degli artt. 81 CE e 82 CE è assoggettata, in linea di principio, ad un controllo completo da parte del giudice comunitario.
         Inoltre, se è vero che, nel caso in cui tale accertamento implichi valutazioni economiche o tecniche complesse, la giurisprudenza
         riconosce alla Commissione un certo potere discrezionale, quest’ultimo, comunque, non è illimitato. Infatti, l’esistenza di
         un siffatto potere discrezionale non comporta che, nell’ambito di un ricorso di annullamento, il Tribunale debba astenersi
         dal controllare l’interpretazione, da parte della Commissione, di dati di tale natura. In particolare, il giudice comunitario
         è tenuto non solo a verificare l’esattezza materiale degli elementi di prova addotti, la loro attendibilità e la loro coerenza,
         ma altresì ad accertare se tali elementi costituiscano l’insieme dei dati rilevanti che devono essere presi in considerazione
         per valutare una situazione complessa e se essi siano di natura tale da corroborare le conclusioni che se ne traggono.
      
      (v. punti 130-131)
      3.      La Commissione non dispone di un potere discrezionale illimitato per la fissazione delle ammende per violazione delle regole
         di concorrenza. Se il criterio oggettivo del tetto massimo dell’ammenda e i criteri soggettivi della gravità e della durata
         dell’infrazione lasciano alla Commissione un ampio potere discrezionale, si tratta nondimeno di criteri che consentono a tale
         istituzione di adottare sanzioni tenendo conto del grado di illegittimità del comportamento di cui trattasi. Si deve pertanto
         ritenere che l’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e l’art. 23, nn. 2 e 3, del regolamento n. 1/2003, concernente l’applicazione
         delle regole di concorrenza previste dagli artt. 81 CE e 82 CE, pur lasciando alla Commissione un certo potere discrezionale,
         definiscano i criteri e i limiti ad essa imposti nell’esercizio del suo potere in materia di ammende. Inoltre, per stabilire
         ammende ai sensi delle disposizioni suddette, la Commissione deve rispettare i principi generali del diritto, in particolare
         i principi di parità di trattamento e di proporzionalità, quali elaborati dalla giurisprudenza della Corte di giustizia e
         del Tribunale.
      
      Ai sensi dell’art. 229 CE e dell’art. 31 del regolamento n. 1/2003, la Corte e il Tribunale hanno una competenza giurisdizionale
         anche di merito sui ricorsi proposti avverso le decisioni con le quali la Commissione fissa ammende e possono, quindi, non
         solo annullare le decisioni adottate da quest’ultima, ma anche cancellare, ridurre o aumentare l’ammenda inflitta. Pertanto,
         la prassi amministrativa della Commissione è soggetta al pieno controllo del giudice comunitario.
      
      Ai sensi dell’art. 253 CE, nella decisione che infligge un’ammenda la Commissione è tenuta a fornire una motivazione, in particolare
         quanto al livello dell’ammenda inflitta e al metodo scelto al riguardo, e ciò malgrado il fatto che il contesto della decisione
         sia generalmente noto. Questa motivazione deve rivelare, in modo chiaro e inequivocabile, il ragionamento della Commissione
         in modo da consentire agli interessati di conoscere le giustificazioni del provvedimento adottato al fine di valutare l’opportunità
         di adire il giudice comunitario e, eventualmente, di consentire a quest’ultimo di esercitare il suo controllo.
      
      (v. punti 140, 142-144, 148)
      4.      La qualificazione di talune condotte illecite come condotte costitutive di un’unica e medesima infrazione oppure di una pluralità
         di infrazioni influisce, in linea di principio, sulla sanzione che può essere inflitta, dal momento che la constatazione di
         una pluralità di infrazioni può comportare l’applicazione di diverse ammende distinte, ciascuna nei limiti stabiliti dall’art. 15,
         n. 2, del regolamento n. 17 e dall’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003, concernente l’applicazione delle regole di concorrenza
         previste dagli artt. 81 CE e 82 CE, i quali stabiliscono che, per ciascuna impresa e associazione di imprese partecipanti
         all’infrazione, l’ammenda non deve superare il 10% del suo fatturato totale realizzato durante l’esercizio sociale precedente.
         Ne deriva che la Commissione non incorre in alcuna violazione del principio nulla poena sine lege allorché infligge due ammende
         i cui importi addizionati superino la soglia del 10% del fatturato.
      
      (v. punti 150-151)
      5.      Lo scopo dissuasivo che la Commissione legittimamente persegue fissando l’importo di un’ammenda è volto a garantire l’osservanza,
         da parte delle imprese, delle regole di concorrenza stabilite dal Trattato per lo svolgimento delle loro attività all’interno
         della Comunità europea o dello Spazio economico europeo. Nell’ipotesi di una pluralità di infrazioni, la Commissione può giustamente
         ritenere che un siffatto scopo non possa essere raggiunto mediante la semplice imposizione di una sanzione per una delle infrazioni.
      
      (v. punto 160)
      6.      Il principio di proporzionalità esige che gli atti delle istituzioni comunitarie non vadano oltre quanto è opportuno e necessario
         per conseguire lo scopo prefissato. Nel contesto del calcolo delle ammende, la gravità delle infrazioni deve essere determinata
         in funzione di numerosi fattori ed è necessario non attribuire ad alcuno di tali elementi un’importanza sproporzionata rispetto
         agli altri elementi di valutazione. Il principio di proporzionalità implica in tale contesto che la Commissione deve fissare
         l’ammenda in modo proporzionato rispetto agli elementi presi in considerazione ai fini della valutazione della gravità dell’infrazione
         e che essa deve applicare al riguardo tali elementi in maniera coerente e obiettivamente giustificata.
      
      Nel valutare la gravità di un’infrazione la Commissione deve tener conto di un gran numero di fattori, il cui carattere e
         la cui importanza variano a seconda del tipo di infrazione e delle circostanze particolari della stessa. Fra tali elementi
         che testimoniano la gravità di un’infrazione non si può escludere che possano figurare, a seconda dei casi, le dimensioni
         del mercato del prodotto interessato. Di conseguenza, se le dimensioni del mercato possono costituire un elemento da prendere
         in considerazione per accertare la gravità dell’infrazione, la loro importanza varia in funzione delle circostanze particolari
         dell’infrazione in questione.
      
      Restrizioni orizzontali del tipo «cartello di prezzi» ai sensi degli orientamenti per il calcolo delle ammende inflitte in
         applicazione dell’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e dell’art. 65, n. 5, del Trattato CECA sono «molto gravi» per natura.
         In tale contesto, la modesta dimensione dei mercati in questione riveste un’importanza minore rispetto all’insieme degli altri
         elementi che attestano la gravità dell’infrazione.
      
      (v. punti 171, 175-176, 178)
      7.      Nell’ambito dell’analisi della capacità economica effettiva delle società colpevoli di pregiudicare sensibilmente la concorrenza,
         che viene svolta al fine di fissare l’importo di un’ammenda per infrazione alle regole comunitarie di concorrenza e che implica
         una valutazione della reale importanza di tali imprese sul mercato interessato, vale a dire del loro influsso su quest’ultimo,
         il fatturato complessivo fornisce solo una visione incompleta dello stato dei fatti. Non si può escludere, infatti, che un’impresa
         potente avente una moltitudine di attività differenti sia presente soltanto in modo accessorio su uno specifico mercato di
         prodotti. Allo stesso modo, non si può escludere che un’impresa con una posizione importante su un mercato geografico extracomunitario
         disponga soltanto di una debole posizione sul mercato comunitario o su quello dello Spazio economico europeo. In tali ipotesi,
         il semplice fatto che l’impresa in questione realizzi un fatturato complessivo importante non significa necessariamente che
         essa eserciti un influsso determinante sul mercato di cui trattasi. Tale è il motivo per cui, se è vero che i fatturati di
         un’impresa realizzati sui mercati rilevanti non possono essere determinanti per concludere che essa fa parte di un gruppo
         economico potente, detti fatturati sono però rilevanti al fine di determinare l’influsso che l’impresa in questione ha potuto
         esercitare sul mercato.
      
      Dunque, la parte del fatturato corrispondente alle merci oggetto dell’infrazione può fornire una giusta indicazione dell’entità
         dell’infrazione sul mercato rilevante. Infatti, tale fatturato può fornire una giusta indicazione della responsabilità di
         ciascuna impresa sui detti mercati, dal momento che esso costituisce un elemento obiettivo tale da fornire il giusto metro
         della nocività della pratica medesima per il normale gioco della concorrenza e rappresenta dunque un valido indicatore della
         capacità di ciascuna impresa interessata ad arrecare un danno.
      
      (v. punti 187-188)
      8.      Per quanto riguarda la determinazione dell’importo delle ammende inflitte ai diversi partecipanti ad un’intesa, il metodo
         consistente nel suddividere i membri dell’intesa stessa in varie categorie, il quale comporta una determinazione a forfait
         dell’importo di partenza stabilito per le imprese appartenenti ad una stessa categoria, non può essere censurato, anche se
         porta ad ignorare le differenze di dimensioni tra imprese appartenenti ad uno stesso gruppo, a condizione però che siano rispettati
         i principi di proporzionalità e di parità di trattamento. Non è compito del Tribunale pronunciarsi sull’opportunità di un
         siffatto sistema, anche nell’ipotesi in cui esso dovesse svantaggiare le imprese di dimensioni inferiori. Il Tribunale, nell’ambito
         del suo controllo di legittimità sull’esercizio del potere discrezionale di cui la Commissione dispone in materia, deve infatti
         limitarsi a controllare che la suddivisione dei membri dell’intesa in categorie sia coerente e oggettivamente giustificata,
         senza sostituire subito la sua valutazione a quella della Commissione.
      
      (v. punto 196)
      9.      L’art. 23, n. 3, del regolamento n. 1/2003, concernente l’applicazione delle regole di concorrenza previste dagli artt. 81 CE
         e 82 CE, non impone che, qualora vengano inflitte ammende a più imprese implicate in una medesima infrazione, l’importo dell’ammenda
         inflitta ad un’impresa di dimensioni piccole o medie non sia superiore, in termini di percentuale del fatturato, a quello
         delle ammende inflitte alle imprese più grandi. Infatti, risulta dalla disposizione suddetta che, tanto per le imprese di
         dimensioni piccole o medie quanto per le imprese di dimensioni superiori, per determinare l’importo dell’ammenda occorre prendere
         in considerazione la gravità e la durata dell’infrazione. Qualora la Commissione infligga alle imprese implicate in una medesima
         infrazione ammende giustificate, per ciascuna di esse, in rapporto alla gravità e alla durata dell’infrazione, non può addebitarsi
         alla detta istituzione il fatto che, per talune di queste imprese, l’importo dell’ammenda sia superiore, in proporzione al
         fatturato, a quello di altre imprese. La Commissione, quindi, non è tenuta a ridurre le ammende qualora le imprese coinvolte
         siano piccole e medie imprese. La dimensione dell’impresa, infatti, viene già presa in considerazione attraverso il tetto
         massimo fissato dall’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e dall’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003 nonché in virtù
         delle disposizioni degli orientamenti per il calcolo delle ammende inflitte in applicazione dell’art. 15, n. 2, del regolamento
         n. 17 e dell’art. 65, n. 5, del Trattato CECA. A parte tali considerazioni relative alle dimensioni, non vi è alcuna ragione
         di trattare le piccole e medie imprese diversamente dalle altre imprese. Il fatto che le imprese coinvolte siano piccole e
         medie imprese non le esonera dal loro dovere di rispettare le regole di concorrenza.
      
      (v. punti 199-200)
      10.    Nell’ambito degli orientamenti per il calcolo delle ammende inflitte in applicazione dell’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17
         e dell’art. 65, n. 5, del Trattato CECA, i quali prevedono, al punto 1 A, sesto comma, che una disparità considerevole nella
         dimensione delle imprese che commettono il medesimo tipo di infrazione possa, in particolare, giustificare una diversificazione
         al fine della valutazione della gravità dell’infrazione, non viola il principio della parità di trattamento una decisione
         della Commissione che inquadri in uno stesso gruppo varie imprese, una delle quali avente un fatturato complessivo nettamente,
         se non addirittura «notevolmente», inferiore a quello delle altre imprese, sulla base dei loro fatturati sul mercato interessato
         e delle loro quote di mercato molto simili, e che applichi loro un identico importo di partenza specifico.
      
      (v. punti 202, 205)
      11.    Nella determinazione dell’importo dell’ammenda in caso di infrazione alle regole di concorrenza, le essenziali esigenze di
         forma cui risponde l’obbligo di motivazione risultano rispettate qualora la Commissione indichi, nella sua decisione, gli
         elementi di valutazione che le hanno consentito di misurare la gravità e la durata dell’infrazione. Tali esigenze non impongono
         alla Commissione di indicare nella sua decisione i dati in forma numerica relativi al metodo di calcolo delle ammende, fermo
         restando comunque che la Commissione non può, avvalendosi esclusivamente e meccanicamente di formule aritmetiche, rinunciare
         a far uso del proprio potere discrezionale. Per quanto riguarda una decisione che infligge ammende a svariate imprese, la
         portata dell’obbligo di motivazione dev’essere valutata, in particolare, alla luce del fatto che la gravità delle infrazioni
         va accertata in funzione di un gran numero di elementi, quali, segnatamente, le circostanze proprie del caso di specie, il
         contesto in cui questo si inserisce e l’efficacia dissuasiva delle ammende, senza che a tal fine sia stato redatto un elenco
         vincolante o esaustivo di criteri da tenere obbligatoriamente in considerazione.
      
      (v. punto 226)
      12.    Il fatto che un’impresa non abbia partecipato ad una riunione multilaterale ed abbia cessato di comunicare informazioni agli
         altri partecipanti all’intesa non è sufficiente a dimostrare che essa abbia cessato di parteciparvi, qualora non abbia pubblicamente
         preso le distanze dal contenuto dell’intesa stessa.
      
      (v. punti 240-241, 244)
      13.    Conformemente all’art. 23, n. 3, del regolamento n. 1/2003, concernente l’applicazione delle regole di concorrenza previste
         dagli artt. 81 CE e 82 CE, la durata dell’infrazione costituisce uno degli elementi da prendere in considerazione per determinare
         l’importo dell’ammenda da infliggere alle imprese responsabili di violazioni delle regole di concorrenza.
      
      Se le disposizioni del punto 1 B degli orientamenti per il calcolo delle ammende inflitte in applicazione dell’art. 15, n. 2,
         del regolamento n. 17 e dell’art. 65, n. 5, del Trattato CECA non prevedono maggiorazioni per le infrazioni di breve durata,
         di durata in genere inferiore ad un anno, una maggiorazione è praticata per le infrazioni di durata media, aventi in generale
         una durata da uno a cinque anni, maggiorazione che può, ad esempio, raggiungere il 50% dell’importo di partenza dell’ammenda.
         Quanto alle infrazioni di lunga durata, aventi in generale una durata superiore a cinque anni, è previsto soltanto che l’importo
         possa essere maggiorato del 10% per ciascun anno. Tali maggiorazioni non sono automatiche, dato che i suddetti orientamenti
         lasciano alla Commissione un margine discrezionale.
      
      (v. punti 237, 247, 249)
      14.    Gli orientamenti per il calcolo delle ammende inflitte in applicazione dell’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e dell’art. 65,
         n. 5, del Trattato CECA non elencano in modo imperativo le circostanze attenuanti che la Commissione sarebbe tenuta a prendere
         in considerazione in vista di una riduzione dell’importo di base dell’ammenda. Di conseguenza, la Commissione conserva un
         certo potere discrezionale per valutare in maniera globale l’entità di un’eventuale riduzione dell’importo delle ammende a
         titolo delle circostanze attenuanti. Quindi, la Commissione non può affatto essere obbligata ad accordare, nell’ambito del
         suo potere discrezionale, una riduzione dell’ammenda per la cessazione di un’infrazione manifesta, indipendentemente dal fatto
         che tale cessazione abbia avuto luogo prima o dopo i suoi interventi.
      
      L’aver posto fine alle infrazioni alle regole di concorrenza sin dai primi interventi della Commissione, come previsto dal
         terzo trattino del punto 3 degli orientamenti, può logicamente costituire una circostanza attenuante solo se esistono motivi
         per supporre che le imprese di cui trattasi siano state indotte a porre fine ai loro comportamenti anticoncorrenziali dagli
         interventi in questione. Infatti, tale disposizione mira a indurre le imprese a cessare immediatamente i loro comportamenti
         anticoncorrenziali quando la Commissione avvia un’indagine nei loro confronti. Una riduzione dell’importo dell’ammenda a tale
         titolo non può essere applicata nel caso in cui una decisione definitiva di porre fine all’infrazione sia già stata adottata
         da tali imprese anteriormente ai primi interventi della Commissione ovvero nel caso in cui l’infrazione sia già terminata
         prima di tale data. Quest’ultima ipotesi viene sufficientemente presa in considerazione nell’ambito del calcolo della durata
         del periodo di infrazione assunto a carico.
      
      (v. punti 259-260)
      15.    Gli orientamenti per il calcolo delle ammende inflitte in applicazione dell’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e dell’art. 65,
         n. 5, del Trattato CECA prevedono, riguardo agli elementi soggettivi da tener presente per la fissazione dell’importo di partenza
         delle ammende, la necessità di prendere in considerazione l’effettiva capacità economica degli autori dell’infrazione di arrecare
         un danno consistente agli altri operatori, in particolare ai consumatori, e di fissare l’importo dell’ammenda ad un livello
         tale da garantirle un carattere sufficientemente dissuasivo. Secondo gli stessi orientamenti, ove siano coinvolte più imprese,
         come nel caso dei cartelli, può essere opportuno ponderare l’importo di partenza generale, in modo da tenere conto del peso
         specifico e dunque dell’impatto reale sulla concorrenza del comportamento configurante infrazione di ciascuna impresa, in
         particolare qualora esista una disparità considerevole nella dimensione delle imprese che commettono il medesimo tipo di infrazione,
         ed adattare conseguentemente l’importo di partenza generale secondo le caratteristiche specifiche di ciascuna impresa.
      
      Gli orientamenti non ostano a che il fatturato complessivo o il fatturato realizzato dalle imprese sul mercato in questione
         siano presi in considerazione per la determinazione dell’importo dell’ammenda affinché siano rispettati i principi generali
         del diritto comunitario e qualora le circostanze lo richiedano.
      
      Pertanto, una suddivisione delle imprese in due categorie, sulla base del loro fatturato, è una maniera ragionevole di prendere
         in considerazione la loro importanza relativa sul mercato al fine di stabilire l’importo di partenza dell’ammenda, purché
         ciò non porti ad una rappresentazione grossolanamente alterata del mercato in questione.
      
      (v. punti 273-275, 280)
      16.    In materia di concorrenza, l’onere della prova dell’esistenza di effetti di un’infrazione sul mercato interessato, che incombe
         alla Commissione quando ne tiene conto nell’ambito del calcolo dell’ammenda in rapporto alla gravità dell’infrazione, è meno
         pesante di quello su essa gravante quando deve dimostrare l’esistenza in quanto tale di un’infrazione nel caso di un’intesa.
         In effetti, per tener conto dell’impatto concreto dell’intesa sul mercato è sufficiente che la Commissione fornisca «valide
         ragioni per tenerne conto».
      
      (v. punto 301)
      17.    I diritti della difesa risultano violati a motivo di una discordanza tra la comunicazione degli addebiti e la decisione finale
         soltanto nel caso in cui un addebito figurante in quest’ultima non sia stato esposto in modo sufficiente per consentire ai
         destinatari di difendersi.
      
      Se alcuni documenti non sono stati menzionati nella comunicazione degli addebiti, l’impresa interessata può giustamente ritenere
         che essi non rivestano alcuna importanza ai fini della decisione della controversia. Omettendo di informare un’impresa che
         taluni documenti verranno usati per la decisione, la Commissione impedisce all’interessata di manifestare tempestivamente
         il proprio punto di vista sul valore probante dei documenti in causa. Ne consegue che tali documenti non possono essere considerati
         validi mezzi di prova per quanto la riguarda.
      
      Un documento utilizzato dalla Commissione a sostegno di un addebito nella decisione finale, malgrado che tale documento fosse
         stato utilizzato nella comunicazione degli addebiti per dimostrare un diverso addebito, può essere fatto valere nella decisione
         avverso l’impresa interessata solo se quest’ultima abbia potuto verosimilmente dedurre dalla comunicazione degli addebiti
         e dal contenuto del documento le conclusioni che la Commissione intendeva ricavarne.
      
      (v. punti 313-315)
      18.    Un diritto al silenzio assoluto non può essere riconosciuto in capo ad un’impresa destinataria di un provvedimento di richiesta
         di informazioni ai sensi dell’art. 11, n. 5, del regolamento n. 17. Infatti, il riconoscimento di un tale diritto andrebbe
         oltre quanto necessario per preservare i diritti della difesa delle imprese e costituirebbe un ostacolo ingiustificato allo
         svolgimento, da parte della Commissione, del compito di vigilanza sul rispetto delle regole di concorrenza nel mercato comune.
         Un diritto al silenzio può essere riconosciuto all’impresa interessata soltanto nei limiti in cui essa sarebbe obbligata a
         fornire risposte attraverso le quali sarebbe indotta ad ammettere l’esistenza dell’infrazione che dev’essere provata dalla
         Commissione.
      
      Per preservare l’effetto utile dell’art. 11 del regolamento n. 17, la Commissione può quindi obbligare le imprese a fornirle
         tutte le informazioni necessarie per quanto attiene ai fatti di cui esse siano a conoscenza ed a comunicarle, se del caso,
         i relativi documenti di cui siano in possesso, anche se essi possono servire ad accertare l’esistenza di un comportamento
         anticoncorrenziale. Tale potere di indagine della Commissione non contrasta né con l’art. 6, nn. 1 e 2, della Convenzione
         europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo né con la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo.
      
      Ad ogni modo, il fatto di essere obbligati a rispondere ai quesiti riguardanti meri aspetti di fatto posti dalla Commissione
         e a soddisfare le richieste della stessa riguardo alla presentazione di documenti preesistenti non è idoneo a costituire una
         violazione del principio fondamentale del rispetto dei diritti della difesa o di quello del diritto ad un processo equo, che
         offrono, nel settore del diritto della concorrenza, una protezione equivalente a quella garantita dall’art. 6 della Convenzione
         europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo. Infatti, nulla impedisce al destinatario di una richiesta di informazioni
         di dimostrare in un momento successivo, nell’ambito del procedimento amministrativo o nel corso di un procedimento dinanzi
         al giudice comunitario, che i fatti esposti nelle risposte o i documenti comunicati hanno un significato diverso da quello
         considerato dalla Commissione.
      
      Infine, quando, in una richiesta di informazioni ai sensi dell’art. 11 del regolamento n. 17, la Commissione, oltre a porre
         quesiti riguardanti meri aspetti di fatto e a sollecitare la produzione di documenti preesistenti, chiede a un’impresa di
         descrivere l’oggetto e lo svolgimento di diverse riunioni alle quali essa avrebbe partecipato, nonché i risultati o le conclusioni
         di tali riunioni, allorché è chiaro che la Commissione sospetta che la finalità delle dette riunioni fosse quella di restringere
         la concorrenza, una simile richiesta è idonea a obbligare l’impresa destinataria a riconoscere la sua partecipazione a un’infrazione
         alle regole comunitarie di concorrenza, cosicché detta impresa non è tenuta a rispondere a domande di tal genere. In una simile
         ipotesi, il fatto che un’impresa fornisca nondimeno informazioni su tali punti deve essere considerato come una collaborazione
         spontanea dell’impresa stessa che può giustificare una riduzione di ammenda in applicazione della comunicazione sulla cooperazione.
         In questa stessa ipotesi, le imprese non possono asserire che il loro diritto a non autoincolparsi sia stato violato per il
         fatto che esse hanno risposto spontaneamente a una richiesta siffatta.
      
      (v. punti 326-329)
      19.    Nell’ambito di un procedimento amministrativo avviato per un’intesa vietata, la collaborazione dell’impresa coinvolta all’inchiesta
         non dà diritto ad alcuna riduzione di ammenda se tale collaborazione non ha oltrepassato quanto tale impresa era tenuta a
         fare in forza dell’art. 11, nn. 4 e 5, del regolamento n. 17. Viceversa, nel caso in cui l’impresa fornisca, nel rispondere
         a una richiesta di informazioni ai sensi dell’art. 11, informazioni ben più dettagliate di quelle che la Commissione può pretendere
         in forza dello stesso articolo, l’impresa può beneficiare di una riduzione dell’ammenda.
      
      (v. punto 340)
SENTENZA DEL TRIBUNALE (Quinta Sezione)
      28 aprile 2010 (*)
      
      «Concorrenza – Intese – Mercato europeo del filo industriale – Decisione che accerta una violazione dell’art. 81 CE e dell’art. 53 dell’accordo SEE – Nozione di infrazione unica – Definizione del mercato – Ammende – Massimale dell’ammenda – Gravità e durata dell’infrazione – Circostanze attenuanti – Cooperazione – Proporzionalità – Parità di trattamento – Diritti della difesa – Orientamenti per il calcolo dell’importo delle ammende»
      Nella causa T‑446/05,
      Amann & Söhne GmbH & Co. KG, con sede in Bönnigheim (Germania), 
      
      Cousin Filterie SAS, con sede in Wervicq-Sud (Francia), 
      
      rappresentate dagli avv.ti A. Röhling, M. Dietrich e C. Horstkotte, 
      ricorrenti,
      contro
      Commissione europea, rappresentata dal sig. F. Castillo de la Torre e dalla sig.ra K. Mojzesowicz, in qualità di agenti, assistiti dall’ avv. G. Eickstädt,
      
      convenuta,
      avente ad oggetto la domanda di annullamento della decisione della Commissione 14 settembre 2005, C (2005) 3452, relativa
         ad un procedimento a norma dell’art. 81 [CE] e dell’art. 53 dell’accordo SEE (Caso COMP/38.337 PO/Filo), come modificata dalla
         decisione della Commissione 13 ottobre 2005, C (2005) 3765, e, in subordine, la domanda di riduzione dell’ammenda inflitta
         alle ricorrenti da detta decisione, 
      
      IL TRIBUNALE (Quinta Sezione),
      composto dai sigg. M. Vilaras, presidente, M. Prek (relatore) e V. M. Ciucă, giudici,
      cancelliere: sig.ra T. Weiler, amministratore
      vista la fase scritta del procedimento e in seguito all’udienza del 17 dicembre 2008,
      ha pronunciato la seguente
      Sentenza
       Fatti
      A –  Oggetto della controversia
      1        Con decisione 14 settembre 2005, C (2005) 3452, relativa ad un procedimento a norma dell’art. 81 [CE] e dell’art. 53 dell’accordo
         SEE (Caso COMP/38.337 PO/Filo; in prosieguo: la «decisione impugnata»), come modificata dalla decisione della Commissione
         13 ottobre 2005, C (2005) 3765, e di cui è stata pubblicata una sintesi nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea del 26 gennaio 2008 (GU C 21, pag. 10), la Commissione delle Comunità europee ha constatato che le ricorrenti, Amann & Söhne
         GmbH & Co. KG (in prosieguo: l’«Amann») e Cousin Filterie SAS (in prosieguo: la «Cousin»), avevano partecipato ad una serie
         di accordi e di pratiche concordate sul mercato del filo per i clienti dell’industria automobilistica (in prosieguo: il «filo
         destinato all’industria automobilistica») nello Spazio economico europeo (SEE), per il periodo compreso tra il maggio/giugno
         1998 e il 15 maggio 2000, e che l’Amann aveva partecipato altresì ad una serie di accordi e di pratiche concordate sul filo
         industriale ad esclusione del settore automobilistico (in prosieguo: il «filo industriale»), nel Benelux, in Danimarca, Finlandia,
         Norvegia e Svezia (in prosieguo: i «paesi nordici») per il periodo compreso tra il gennaio 1990 e il settembre 2001.
      
      2        La Commissione ha inflitto, da un lato, all’Amann e alla Cousin, in solido, un’ammenda di importo pari a EUR 4,888 milioni
         per la loro partecipazione al cartello concernente il filo destinato all’industria automobilistica nel SEE e, dall’altro,
         all’Amann un’ammenda di importo pari a EUR 13,09 milioni per la sua partecipazione al cartello concernente il filo industriale
         nel Benelux e nei paesi nordici.
      
      B –  Procedimento amministrativo
      3        Il 7 e l’8 novembre 2001 la Commissione ha svolto accertamenti nei locali di diversi produttori di filo, ai sensi dell’art. 14,
         n. 3, del regolamento del Consiglio 6 febbraio 1962, n. 17, primo regolamento d’applicazione degli articoli [81 CE] e [82 CE]
         (GU n. 13, pag. 204). Tali accertamenti venivano disposti a seguito di informazioni fornite nell’agosto 2000 da The English
         Needle & Tackle Co. Ltd. (decisione impugnata, punto 78).
      
      4        Il 26 novembre 2001 la Coats Viyella plc (in prosieguo: la «Coats») ha depositato una domanda di trattamento favorevole ai
         sensi della comunicazione della Commissione sulla non imposizione o sulla riduzione delle ammende nei casi d’intesa tra imprese
         (GU 1996, C 207, pag. 4; in prosieguo: la «comunicazione sulla cooperazione»), cui erano allegati taluni documenti prodotti
         al fine di dimostrare l’esistenza delle seguenti intese: in primo luogo, un’intesa sul mercato del filo destinato all’industria
         automobilistica nel SEE, in secondo luogo, un’intesa sul mercato del filo destinato all’industria nel Regno Unito e, in terzo
         luogo, un’intesa sul mercato del filo per clienti industriali nel Benelux e nei paesi nordici (decisione impugnata, punto
         82).
      
      5        Sulla base dei documenti acquisiti in occasione delle ispezioni e di quelli trasmessi dalla Coats, nei mesi di marzo e agosto
         2003 la Commissione ha inviato richieste scritte di informazioni alle imprese interessate ai sensi dell’art. 11 del regolamento
         n. 17 (decisione impugnata, punto 83).
      
      6        Il 18 marzo 2004 la Commissione ha adottato una comunicazione degli addebiti che ha indirizzato a varie imprese in ragione
         della loro partecipazione ad una o più intese indicate al precedente punto 4, tra cui quella sul mercato del filo per clienti
         industriali nel Benelux e nei paesi nordici.
      
      7        Tutte le imprese destinatarie della comunicazione degli addebiti hanno presentato osservazioni scritte (decisione impugnata,
         punto 90).
      
      8        Un’audizione si è svolta il 19 ed il 20 luglio 2004 (decisione impugnata, punto 92).
      
      9        Il 24 settembre 2004 le parti hanno avuto accesso alla versione non riservata delle risposte alla comunicazione degli addebiti
         e alle osservazioni delle parti in occasione dell’audizione ed è stato impartito loro un termine per trasmettere ulteriori
         osservazioni (decisione impugnata, punto 93).
      
      10      Il 14 settembre 2005 la Commissione ha adottato la decisione impugnata.
      
      C –  Decisione impugnata
      1.     Mercati rilevanti
      a)     Mercati dei prodotti
      11      Nella decisione impugnata la Commissione indica che il settore dei filati può essere suddiviso in due segmenti, vale a dire,
         da un lato, quello del filo utilizzato dall’industria per cucire o ricamare diversi tipi di articoli di abbigliamento o di
         altro genere tra cui articoli in pelle, rivestimenti tessili per automobili e materassi e, dall’altro, il filo per uso domestico
         utilizzato dai singoli per eseguire lavori di cucito o di riparazione e per attività ricreative (decisione impugnata, punto
         9). 
      
      12      Per quanto attiene al segmento del filo destinato all’industria, dalla decisione impugnata si evince che esso può essere diviso
         in tre categorie in funzione dell’uso che ne viene fatto: il filo da cucito destinato alla confezione utilizzato per diversi
         tipi di abbigliamento, il filo da ricamo utilizzato per le macchine da ricamo industriali informatizzate per la decorazione
         di abbigliamento, scarpe sportive e prodotti tessili per la casa, e il filo speciale utilizzato in diversi settori tra cui
         quello calzaturiero, della pelletteria o automobilistico (decisione impugnata, punto 11).
      
      13      Si evince altresì che anche il settore del filo destinato all’industria può articolarsi in varie categorie in funzione del
         tipo di fibra e della struttura del filo (decisione impugnata, punto 12).
      
      14      Nella decisione impugnata la Commissione afferma che il filo destinato all’industria può essere considerato, dal punto di
         vista dell’offerta, come costituente un mercato di prodotti unico dal momento che non vi è una stretta corrispondenza tra
         l’utilizzo finale e il tipo di fibra e/o la struttura del filo. La Commissione precisa che, secondo la Coats, taluni clienti
         del settore della confezione utilizzano fili speciali e che altri clienti del settore del ricamo utilizzano filo da confezione.
         Essa aggiunge che la Coats ha sottolineato che i processi produttivi del filo destinato alla confezione, del filo da ricamo
         e dei diversi tipi di fili speciali potevano essere comuni o facilmente intercambiabili (decisione impugnata, punto 13). 
      
      15      Tuttavia, nella decisione impugnata la Commissione distingue, da un lato, il filo destinato all’industria automobilistica
         e, dall’altro, quello destinato al resto dell’industria. Infatti la Commissione ritiene che, benché i processi produttivi
         di questi due tipi di filo siano simili o facilmente intercambiabili, la domanda dell’industria automobilistica provenga da
         clienti importanti che richiedono caratteristiche tecniche di un livello più elevato per alcuni prodotti di cui fanno uso
         – ad esempio, il filo utilizzato per le cinture di sicurezza – e che hanno interesse a che i prodotti impiegati nelle loro
         industrie siano uniformi nei vari paesi (decisione impugnata, punto 14).
      
      16      Nella presente causa, i mercati dei prodotti interessati dalle infrazioni contestate alle ricorrenti sono quello del filo
         destinato all’industria automobilistica e, per quanto riguarda l’infrazione contestata all’Amann, quello del filo industriale.
         
      
      b)     Mercati geografici
      17      Nella decisione impugnata la Commissione osserva che, in considerazione delle caratteristiche tecniche di livello più elevato
         menzionate precedentemente, che richiedono un’uniformità nel SEE, il mercato del filo destinato all’industria automobilistica
         deve essere differenziato dal mercato del filo industriale. Essa considera altresì il mercato del filo destinato all’industria
         automobilistica come un mercato a livello SEE. Infatti, la Commissione constata che soltanto alcuni fornitori possono proporre
         un’offerta standard di tali prodotti nell’intero territorio del SEE. Ciò si spiegherebbe con il fatto che gli acquirenti hanno
         bisogno di fili uniformi per facilitare la loro produzione nei differenti paesi, che tali fili devono essere conformi a norme
         specifiche di qualità (ad esempio il filo utilizzato per la confezione delle cinture di sicurezza) e che, per ragioni relative
         alla qualità dei prodotti e alla responsabilità, è fondamentale la tracciabilità della produzione di tali fili (decisione
         impugnata, punti 21 e 22).
      
      18      Per quanto riguarda il filo industriale, invece, la Commissione osserva che, secondo le informazioni fornite dalle parti,
         il mercato geografico di cui trattasi è a dimensione regionale. Essa aggiunge che la regione può comprendere, a seconda dei
         casi, vari paesi del SEE, ad esempio i paesi del Benelux o i paesi nordici, ovvero soltanto un paese, ad esempio il Regno
         Unito (decisione impugnata, punto 17). 
      
      19      Dalla decisione impugnata emerge che il mercato geografico interessato dall’infrazione relativa al filo industriale contestata
         all’Amann è quello dei paesi del Benelux e dei paesi nordici, mentre quello interessato dall’infrazione relativa al filo destinato
         all’industria automobilistica contestata alle ricorrenti si estende al SEE.
      
      2.     Dimensioni e struttura dei mercati rilevanti
      20      Nella decisione impugnata la Commissione precisa che il volume delle vendite del filo industriale nel Benelux e nei paesi
         nordici si aggirava attorno a EUR 50 milioni nel 2000 e a EUR 40 milioni nel 2004 e che quello del filo destinato all’industria
         automobilistica era di circa EUR 20 milioni nel 1999 (decisione impugnata, punti 28 e 35).
      
      21      Emerge anche che, alla fine degli anni ’90, i fornitori principali di filo industriale nel Benelux e nei paesi nordici erano
         in particolare l’Amann, la Barbour Threads Ltd (in prosieguo: la «Barbour») prima della sua acquisizione da parte della Coats,
         la Belgian Sewing Thread NV (in prosieguo: la «BST»), la Coats, la Gütermann AG e la Zwicky & Co. AG (in prosieguo: la «Zwicky»)
         e che quelli del filo destinato all’industria automobilistica erano in particolare le ricorrenti, la Coats, la Oxley Threads
         Ltd (in prosieguo: la «Oxley»), la Gütermann e la Zwicky.
      
      3.     Descrizione delle infrazioni
      22      Nella decisione impugnata la Commissione afferma che i comportamenti contestati alle ricorrenti relativi all’intesa sul mercato
         del filo destinato all’industria automobilistica nel SEE si sono svolti dal maggio/giugno 1998 al maggio 2000.
      
      23      Le parti che hanno aderito all’intesa sul mercato del filo destinato all’industria automobilistica nel SEE avrebbero avuto
         come obiettivo primario il mantenimento dei prezzi ad un livello elevato (decisione impugnata, punto 214).
      
      24      A tal fine sarebbero state organizzate cinque riunioni durante le quali le partecipanti avrebbero dapprima stabilito due tipi
         di prezzo indicativi per prodotti di base venduti al settore automobilistico europeo, uno applicato ai clienti esistenti e
         l’altro ai nuovi clienti. In seguito, sarebbero state scambiate informazioni sui prezzi applicati ai singoli clienti e sui
         prezzi indicativi minimi. Infine, le partecipanti si sarebbero accordate al fine di evitare di farsi concorrenza sul prezzo
         a vantaggio del fornitore abituale (decisione impugnata, punto 215).
      
      25      Per quanto attiene ai comportamenti relativi all’intesa sul mercato del filo industriale nel Benelux e nei paesi nordici,
         la Commissione indica che essi si sono verificati negli anni che vanno dal 1990 al 2001.
      
      26      Secondo la Commissione, per quanto attiene all’intesa sul mercato del filo industriale nel Benelux e nei paesi nordici, le
         imprese interessate si sarebbero incontrate almeno una volta all’anno e tali riunioni si sarebbero articolate in due sessioni,
         una dedicata al mercato dei paesi del Benelux, l’altra a quello dei paesi nordici, dal momento che il loro obiettivo principale
         sarebbe stato il mantenimento dei prezzi a un livello elevato su entrambi i mercati. 
      
      27      Le partecipanti avrebbero scambiato listini dei prezzi e informazioni sulle riduzioni, l’applicazione di aumenti dei prezzi
         di listino, la diminuzione delle riduzioni e l’aumento dei prezzi speciali applicabili ad alcuni clienti. Avrebbero concluso
         inoltre accordi sui futuri listini dei prezzi, il tasso massimo di riduzione, le diminuzioni di riduzioni e l’aumento dei
         prezzi speciali applicabili ad alcuni clienti nonché accordi volti a evitare di farsi concorrenza sul prezzo a vantaggio del
         fornitore abituale e a spartirsi i clienti (decisione impugnata, punti 99-125).
      
      4.     Dispositivo della decisione impugnata
      28      All’art. 1, n. 3, della decisione impugnata, la Commissione ha constatato che sei imprese, tra cui le ricorrenti, avevano
         violato l’art. 81, n. 1, CE e l’art. 53, n. 1, dell’accordo SEE partecipando ad una serie di accordi e di pratiche concordate
         sul mercato del filo destinato all’industria automobilistica nel SEE per il periodo compreso, per quanto riguarda le ricorrenti,
         tra il maggio/giugno 1998 e il maggio 2000. Analogamente, all’art. 1, n. 1, della decisione impugnata, la Commissione ha constatato
         che otto imprese, tra cui l’Amann, avevano violato l’art. 81, n. 1, CE e l’art. 53, n. 1, dell’accordo SEE partecipando ad
         una serie di accordi e pratiche concordate sul mercato del filo industriale nel Benelux e nei paesi nordici, per il periodo
         compreso, per quanto riguarda l’Amann, tra il gennaio 1990 e il settembre 2001.
      
      29      Ai sensi dell’art. 2, primo comma, della decisione impugnata, sono state inflitte le ammende di seguito riportate: 
      
      a)      per l’intesa sul mercato del filo destinato all’industria automobilistica nel SEE: 
      –        alle ricorrenti, in solido: EUR 4,888 milioni;
      –        Coats: EUR 0,65 milioni;
      –        Oxley: EUR 1,271 milioni;
      –        Barbour and Hicking Pentecost plc, in solido: EUR 0,715 milioni;
      b)      in particolare, per l’intesa sul mercato del filo industriale nel Benelux e nei paesi nordici:
      –        Coats: EUR 15,05 milioni;
      –        Amann: EUR 13,09 milioni;
      –        BST: EUR 0,979 milioni;
      –        Gütermann: EUR 4,021 milioni;
      –        Zwicky: EUR 0,174 milioni.
       Procedimento e conclusioni delle parti
      30      Con atto introduttivo depositato presso la cancelleria del Tribunale il 22 dicembre 2005, le ricorrenti hanno proposto il
         presente ricorso.
      
      31      Poiché la composizione delle sezioni del Tribunale è stata modificata, il giudice relatore è stato assegnato alla Quinta Sezione,
         cui è stata pertanto assegnata la presente causa.
      
      32      Le ricorrenti chiedono che il Tribunale voglia:
      
      –        annullare la decisione impugnata nella parte che le riguarda; 
      –        in subordine, ridurre in misura adeguata l’importo dell’ammenda; 
      –        condannare la Commissione alle spese.
      33      La Commissione chiede che il Tribunale voglia:
      
      –        respingere il ricorso;
      –        condannare le ricorrenti alle spese.
       In diritto
      34      In primo luogo, le ricorrenti deducono un motivo, diretto all’annullamento della decisione impugnata e relativo alla violazione
         dell’art. 7, n. 1, primo periodo, del regolamento del Consiglio 16 dicembre 2002, n. 1/2003, concernente l’applicazione delle
         regole di concorrenza di cui agli articoli 81 [CE] e 82 [CE] (GU 2003, L 1, pag. 1).
      
      35      In secondo luogo, le ricorrenti deducono una serie di motivi diretti alla revoca dell’ammenda. Da un lato, esse addebitano
         alla Commissione di aver inflitto loro un’ammenda il cui importo supera il 10% del loro fatturato. Dall’altro, le ricorrenti
         deducono sette motivi relativi, rispettivamente, alla violazione dei principi della parità di trattamento e di proporzionalità
         nell’irrogazione dell’ammenda, all’erronea fissazione dell’importo di partenza dell’ammenda inflitta per l’intesa riguardante
         il filo industriale, a un calcolo erroneo della durata dell’infrazione sul mercato del filo industriale, alla mancata considerazione
         di alcune circostanze attenuanti riguardanti l’infrazione sul mercato del filo industriale, all’erroneo calcolo dell’importo
         di partenza e dell’importo di base dell’ammenda inflitta per l’infrazione sul mercato del filo destinato all’industria automobilistica,
         alla mancata considerazione della non esecuzione dell’intesa relativa al filo destinato all’industria automobilistica e alla
         violazione del diritto al contraddittorio e dei diritti della difesa.
      
      A –  Sul motivo, dedotto dalle ricorrenti e diretto all’annullamento della decisione impugnata, relativo alla violazione dell’art. 7,
            n. 1, primo periodo, del regolamento n. 1/2003
      1.     Argomenti delle parti
      36      Le ricorrenti sostengono che le infrazioni contestate costituiscono un’infrazione unica ai sensi dell’art. 7, n. 1, primo
         periodo, del regolamento n. 1/2003 sulla base del rilievo che i mercati del filo destinati all’industria automobilistica e
         quello del filo industriale non costituiscono mercati di prodotti o geografici differenti, che esiste un elemento soggettivo
         comune tra tali intese e che i criteri utilizzati dalla Commissione per accertare l’assenza di un’infrazione unica non sono
         validi. 
      
      37      Per quanto riguarda, in primo luogo, l’esistenza di un mercato di prodotti unico, le ricorrenti negano di aver esplicitamente
         confermato che il filo destinato all’abbigliamento e quello destinato all’industria automobilistica appartenevano a due mercati
         distinti. Infatti, la risposta dell’Amann alla domanda di informazioni, qualificando come mondiale il mercato del filo destinato
         all’industria automobilistica, non comporterebbe affatto un riconoscimento dell’asserita autonomia del suddetto mercato. Inoltre,
         se l’Amann ha fornito le stime per sei diversi segmenti del filo, essa non sarebbe stata in grado di farlo per il segmento
         del filo destinato al settore automobilistico. 
      
      38      Secondo le ricorrenti, neanche le dichiarazioni di altri operatori quali la Coats e la Gütermann consentirebbero di constatare
         l’esistenza di una differenza tra il mercato del filo destinato all’industria automobilistica e quello del filo industriale.
         
      
      39      Il punto di vista delle ricorrenti in merito al carattere unico del mercato troverebbe conferma nella presentazione dei prodotti
         fatta da tutte le imprese. Tale sarebbe in particolare il caso della segmentazione operata dalla Gütermann, dall’Amann e dalla
         Coats. Da essa risulterebbe che è possibile l’utilizzo di uno stesso filo in diversi settori. 
      
      40      Neppure l’esistenza di norme di specificazione più rigide richieste dai clienti importanti del settore automobilistico servirebbe
         a giustificare la differenza tra il filo industriale e quello destinato all’industria automobilistica. Infatti, in via generale,
         i fili sarebbero prodotti conformemente alle esigenze dell’industria automobilistica e forniti con la stessa qualità ai clienti
         importanti di altri settori industriali. Del resto, neanche da un punto di vista economico sarebbe sostenibile la produzione
         di due tipi di fili di diversa qualità. Pertanto, le caratteristiche tecniche del filo destinato all’industria automobilistica
         sarebbero essenzialmente identiche a quelle del filo industriale. Essi sarebbero dunque intercambiabili, essendo peraltro
         commercializzati in funzione non dei clienti, ma dei prodotti. 
      
      41      In secondo luogo, le ricorrenti addebitano alla Commissione di non aver valutato se i vari comportamenti contestati avessero
         in comune lo stesso elemento soggettivo e se, quindi, costituissero un’unica infrazione. La stessa Commissione avrebbe constatato
         che le infrazioni erano tutte dirette a falsare la normale evoluzione dei prezzi sul mercato in questione.
      
      42      Il fatto che si tratti di accordi sui prezzi e che le risoluzioni adottate per le regioni interessate siano praticamente identiche
         accredita la tesi dell’unicità delle infrazioni accertate. Le ricorrenti aggiungono che nella maggior parte degli Stati membri
         l’elemento soggettivo sarebbe il criterio determinante per accertare un’infrazione unica. 
      
      43      Esse sostengono parimenti che, considerate le medie dimensioni della maggior parte delle imprese in questione, i loro dirigenti
         e soci dovevano essere necessariamente a conoscenza delle varie infrazioni. Per quanto le riguarda, esse precisano che l’elemento
         soggettivo deriva, inoltre, dall’assenza di ripartizione delle competenze interne nel settore della commercializzazione del
         filo industriale e del filo destinato all’industria automobilistica. 
      
      44      Inoltre, esse osservano in sostanza l’incoerenza del modus procedendi della Commissione, la quale è partita dal presupposto
         dell’esistenza di un’infrazione unica per le infrazioni successive compiute nell’ambito di ciascuna intesa, ma non ha fatto
         altrettanto per le intese tra loro. A tal riguardo, i punti 266-270 della decisione impugnata presenterebbero varie contraddizioni
         che tenderebbero a dimostrare l’insostenibilità della tesi della Commissione in merito all’esistenza di infrazioni diverse.
         
      
      45      In terzo luogo, le ricorrenti contestano i criteri applicati dalla Commissione per determinare la sussistenza o l’assenza
         di un’infrazione unica. 
      
      46      In primo luogo, esse affermano che tali criteri non sono validi. A tal riguardo esse sostengono, da un lato, che la stessa
         Commissione è indecisa nell’utilizzazione dei criteri per determinare l’esistenza di un’infrazione unica, perché essa giustifica
         l’esistenza di due diverse infrazioni riferendosi a partecipanti diversi, a un diverso modo di funzionamento e all’assenza
         di coordinamento generale, e si basa successivamente sulla differenza a livello dei mercati interessati pur dichiarando, successivamente,
         che gli accordi riguardanti il Benelux e i paesi nordici devono essere esaminati congiuntamente dal momento che essi sono
         collegati da organizzazione, modalità di funzionamento e partecipanti identici. Le ricorrenti constatano, quindi, che il criterio
         del coordinamento globale non svolge più alcun ruolo per quanto riguarda il riconoscimento di un’infrazione unica nel Benelux
         e nei paesi nordici.
      
      47      Dall’altro lato, esse ritengono che, nel caso di prodotti connessi, il criterio di delimitazione del mercato di prodotti non
         sia pertinente. Infatti, l’utilizzazione di tale criterio, esclusi i casi in cui sia evidente che i prodotti non appartengono
         allo stesso mercato, equivarrebbe ad attribuire alla Commissione un potere discrezionale quasi incontrollabile nell’ambito
         della sanzione di infrazioni al diritto della concorrenza. Anche il criterio relativo alla mancanza di identità dei partecipanti
         non sarebbe pertinente. Le ricorrenti sottolineano, infatti, che è irrilevante sapere da chi si fanno rappresentare le imprese
         partecipanti dal momento che la partecipazione è imputabile all’impresa interessata.
      
      48      In secondo luogo, l’Amann e la Cousin sostengono che l’applicazione di tali criteri avrebbe dovuto in ogni caso indurre la
         Commissione a constatare l’esistenza di un’infrazione unica. 
      
      49      Da un lato, esse fanno valere che la Commissione non potrebbe validamente giustificare l’esistenza di infrazioni distinte
         fondandosi sull’assenza di coordinamento tra le intese, dal momento che essa stessa sottolinea, riprendendo a tal riguardo
         le dichiarazioni della Coats, che essendo i mercati di prodotti piuttosto delimitati per paese, non era necessario procedere
         a un coordinamento tra le regioni interessate. Allo stesso modo, non sarebbe pertinente il tentativo della Commissione di
         effettuare una distinzione tra il coordinamento dei mercati geografici e quello dei mercati di prodotti distinti, dal momento
         che nel caso dei mercati geografici differenti non avrebbe alcun senso un coordinamento tra mercati di prodotti distinti.
         Per tale motivo, le ricorrenti sostengono che sia necessario valutare i comportamenti in questione riconoscendo che le riunioni
         dedicate alle differenti regioni si inserivano in un piano generale approvato dalle loro rispettive direzioni e confermato
         dai documenti da cui emergerebbero i frequenti contatti tra i rappresentanti della Coats e dell’Amann vertenti su questioni
         di «strategia superiore» in Europa. Siffatti documenti testimonierebbero l’esistenza di un elemento soggettivo comune. A tal
         riguardo, le ricorrenti addebitano alla Commissione di non aver esaminato se un siffatto contatto sia esistito anche tra la
         Coats e le altre concorrenti. 
      
      50      Dall’altro lato, non vi sarebbe una differenza sostanziale per quanto riguarda i partecipanti agli accordi e la loro organizzazione.
         A tal proposito, le ricorrenti affermano che, secondo la giurisprudenza, un’infrazione unica nel senso giuridico del termine
         non può essere esclusa per il semplice fatto che ciascuna impresa partecipi all’infrazione secondo forme ad essa peculiari,
         dal momento che un’impresa può aver partecipato a un’intesa unica senza aver partecipato a tutti gli elementi costitutivi
         della stessa. 
      
      51      Alla luce di tali considerazioni, le ricorrenti osservano che soltanto tre imprese hanno partecipato ad un unico accordo,
         mentre tutte le altre erano coinvolte in almeno due accordi, il che rappresenta un collegamento a livello dei partecipanti
         che depone a favore dell’esistenza di un’infrazione unica. Inoltre, un confronto tra le riunioni riguardanti l’intesa sul
         mercato del filo industriale e quelle relative all’intesa sul mercato del filo destinato all’industria automobilistica non
         corroborerebbe affatto la tesi dell’esistenza di infrazioni distinte. In entrambi i casi le riunioni si sarebbero svolte in
         maniera irregolare. 
      
      52      La Commissione contesta tali argomenti.
      
      2.     Giudizio del Tribunale
      a)     Sulla distinzione dei mercati di prodotti e geografici
      53      Dalla decisione impugnata emerge che la Commissione ha ritenuto che, in ragione della sua specificità, il mercato del filo
         destinato all’industria automobilistica dovesse essere distinto da quello del filo industriale tanto dal punto di vista dei
         prodotti quanto dal punto di vista geografico (v. punti 12-16 e 18-20 supra).
      
      54      Occorre osservare, in limine, che la definizione del mercato di cui trattasi, implicando valutazioni economiche complesse
         da parte della Commissione, può essere soggetta solo ad un controllo limitato da parte del giudice comunitario (v., in tal
         senso, sentenze del Tribunale 30 marzo 2000, causa T‑65/96, Kish Glass/Commissione, Racc. pag. II‑1885, punto 64, e 6 giugno
         2002, causa T‑342/99, Airtours/Commissione, Racc. pag. II‑2585, punto 26). Tuttavia, quest’ultimo non può astenersi dal controllare
         l’interpretazione, da parte della Commissione, di dati di natura economica. Al riguardo, detto giudice è tenuto a verificare
         se la valutazione della Commissione si basi su elementi di prova esatti, attendibili e coerenti che costituiscono l’insieme
         dei dati rilevanti da prendere in considerazione per valutare una situazione complessa e che siano di natura tale da corroborare
         le conclusioni che se ne traggono (v. sentenza 17 settembre 2007, causa T‑201/04, Microsoft/Commissione, Racc. pag. II‑3601,
         punto 482).
      
      55      Occorre ricordare, inoltre, che il mercato da prendere in considerazione comprende tutti i prodotti che, in ragione delle
         loro caratteristiche, sono particolarmente idonei a soddisfare esigenze costanti e non sono facilmente intercambiabili con
         altri prodotti (sentenza della Corte 9 novembre 1983, causa 322/81, Nederlandsche Banden-Industrie-Michelin/Commissione, Racc. pag. 3461,
         punto 37). La Corte ha dichiarato, in particolare, che la nozione di mercato dei prodotti implica che vi possa essere concorrenza
         effettiva tra i prodotti che ne fanno parte, il che presuppone un adeguato grado di intercambiabilità tra tutti i prodotti
         che fanno parte dello stesso mercato (sentenza della Corte 13 febbraio 1979, causa 85/76, Hoffmann-La Roche/Commissione, Racc. pag. 461,
         punto 28). 
      
      56      Per quanto attiene all’intercambiabilità, la stessa si valuta in funzione di una serie di indizi quali le caratteristiche
         proprie dei prodotti, le condizioni di concorrenza e la struttura della domanda e dell’offerta sul mercato (sentenza Nederlandsche
         Banden-Industrie-Michelin/Commissione, cit. supra al punto 55, punto 37). 
      
      57      Se è vero che, dal punto di vista economico, la sostituibilità sul versante della domanda costituisce il criterio di valutazione
         più immediato ed efficace nei confronti dei fornitori di un determinato prodotto (sentenza del Tribunale 4 luglio 2006, causa
         T‑177/04, easyJet/Commissione, Racc. pag. II‑1931, punto 99), la sostituibilità sul versante dell’offerta può essere parimenti
         presa in considerazione ai fini della definizione del mercato rilevante nell’ambito delle operazioni in cui tale sostituibilità
         abbia effetti equivalenti, in termini di efficacia e immediatezza, a quelli della sostituibilità sul versante della domanda.
         Il criterio della sostituibilità sul versante dell’offerta implica, quindi, che i produttori, mediante un semplice adattamento
         della produzione, possano presentarsi su tale mercato con una capacità sufficiente per costituire un contrappeso serio ai
         produttori già presenti sul mercato (sentenza del Tribunale 30 settembre 2003, cause riunite T‑191/98, da T‑212/98 a T‑214/98,
         Atlantic Container Line e a./Commissione, Racc. pag. II‑3275, punto 829).
      
      58      In merito ai prodotti stessi, si deve osservare che questi ultimi possono costituire un mercato distinto quando sono contraddistinti
         da particolari caratteristiche produttive che li rendono idonei a tale destinazione ovvero quando sono caratterizzati per
         il loro impiego (sentenza della Corte 21 febbraio 1973, causa 6/72, Europemballage e Continental Can/Commissione, Racc. pag. 215,
         punto 33). 
      
      59      Deve essere infine ricordato che la Commissione ha adottato una comunicazione sulla definizione del mercato rilevante ai fini
         dell’applicazione del diritto comunitario della concorrenza (GU 1997, C 372, pag. 5; in prosieguo: la «comunicazione sulla
         definizione del mercato») nella quale essa ha precisato i criteri da valutare per definire un mercato di prodotti pertinente
         e per delimitare il mercato geografico rilevante. Il mercato di prodotti rilevante è definito come quello che «comprende tutti
         i prodotti e/o servizi che sono considerati intercambiabili o sostituibili dal consumatore, in ragione delle caratteristiche
         dei prodotti, dei loro prezzi e dell’uso al quale sono destinati». Quanto al mercato geografico, esso è definito come quello
         che «comprende l’area nella quale le imprese in causa forniscono o acquistano prodotti o servizi, nella quale le condizioni
         di concorrenza sono sufficientemente omogenee e che può essere tenuta distinta dalle zone geografiche contigue perché in queste
         ultime le condizioni di concorrenza sono sensibilmente diverse». Il mercato rilevante nell’ambito del quale va valutato un
         determinato problema di concorrenza risulta quindi dalla combinazione del mercato del prodotto e del mercato geografico. 
      
      60      Alla luce di tali considerazioni, occorre esaminare la fondatezza delle conclusioni della Commissione, formulate ai punti
         14 e 22 della decisione impugnata, in merito all’esistenza di due mercati di prodotti e geografici distinti, vale a dire quello
         del filo destinato all’industria automobilistica nel SEE, da un lato, e quello del filo industriale nel Benelux e nei paesi
         nordici, dall’altro. A tal fine, la Commissione ha valutato la sostituibilità dei prodotti, da un lato, sul versante della
         domanda e, dall’altro, sul versante dell’offerta.
      
      61      Anzitutto, per quanto riguarda la sostituibilità sul versante della domanda, la decisione impugnata contiene una serie di
         elementi diretti a dimostrare che essa non sussiste.
      
      62      In primo luogo, dai punti 14 e 22 della decisione impugnata si ricava che la domanda dell’industria automobilistica proviene
         da clienti importanti e che gli stessi sono molto meno numerosi rispetto alle altre imprese che sono clienti sul mercato del
         filo industriale. Detta constatazione non è stata messa in discussione dalle ricorrenti. Nel corso dell’audizione queste ultime
         hanno confermato che i clienti del settore automobilistico erano i più forti in ragione delle considerevoli quantità da essi
         acquistate. 
      
      63      In secondo luogo, dai citati punti della decisione impugnata emerge che i clienti del settore automobilistico acquistano filo
         per i loro stabilimenti di produzione siti in diversi paesi e che, pertanto, essi chiedono un prodotto uniforme in ciascuno
         di tali paesi. Tale esigenza di uniformità, peraltro non contestata dalle ricorrenti, si spiega perfettamente da un punto
         di vista economico. Infatti, è ragionevole ammettere che l’adattamento dei macchinari per la produzione al tipo di filo utilizzato
         generi costi. Le industrie del settore automobilistico cercano dunque di attenuare tali costi acquistando in grande quantità
         un determinato tipo di filo e adattando ad esso, soltanto una volta, i loro macchinari per la produzione installati nei diversi
         paesi. 
      
      64      In terzo luogo, dai punti 14 e 22 della decisione impugnata risulta che i fili destinati all’industria automobilistica devono
         osservare norme peculiari di questo settore particolarmente rigide e che la loro tracciabilità è un elemento fondamentale
         per ragioni legate alla qualità dei prodotti e alla responsabilità per i prodotti. Tale constatazione è stata confermata dalle
         ricorrenti tanto nel ricorso quanto in udienza.
      
      65      Infatti, esse hanno ammesso che, in via generale, sono i clienti a decidere il filo necessario alla loro produzione e a scegliere
         quindi il prodotto che corrisponde ai loro bisogni di utilizzatori. Per quanto attiene, in particolare, ai clienti del settore
         automobilistico, le ricorrenti hanno riconosciuto che questi ultimi richiedono che il filo acquistato rispetti, come minimo,
         la norma ISO 9002. In udienza esse hanno anche precisato che per l’industria automobilistica esistono caratteristiche particolari
         – dette «TS950» – e che esse tengono conto di tali elementi ai fini della produzione. 
      
      66      Peraltro, le ricorrenti hanno descritto il processo di certificazione dei fili ad opera dei clienti del settore automobilistico.
         Innanzitutto, le ricorrenti realizzano un tipo di filo conforme, come minimo, alla norma ISO 9002. Successivamente, tale filo
         è testato dal produttore automobilistico che desidera avvalersene per la sua produzione e, infine, è certificato da quest’ultimo,
         se il test dà esito positivo. 
      
      67      Alla luce di tali considerazioni, si deve ammettere che il particolare filo scelto dall’industria automobilistica non può
         essere sostituito da altri fili industriali. A tal riguardo, il fatto che tale tipo di filo sia venduto a clienti diversi
         da quelli dell’industria automobilistica è irrilevante. Infatti, a differenza degli altri eventuali acquirenti di tale prodotto,
         le imprese del settore automobilistico compreranno soltanto il filo che possiede determinate qualità intrinseche e che è stato
         certificato dalle dette imprese in ragione di tali particolari qualità. Pertanto, le ricorrenti non possono ragionevolmente
         sostenere che vi sia sostituibilità dal punto di vista della domanda. 
      
      68      Anche le dichiarazioni della Coats in risposta alla richiesta di informazioni della Commissione tendono a confermare l’assenza
         di sostituibilità dal punto di vista della domanda. La Coats, infatti, ha sottolineato che taluni clienti del settore della
         confezione utilizzavano il filo da ricamo così come taluni clienti del settore del ricamo utilizzavano il fino destinato alla
         confezione. Per contro, per i clienti del settore automobilistico non è stata evocata l’esistenza di una siffatta sostituibilità
         sul versante della domanda.
      
      69      In secondo luogo, se è vero che la Commissione ha ritenuto che, dal punto di vista dell’offerta, il filo industriale potesse
         essere considerato come costituente un mercato di un unico prodotto in ragione della mancanza di una stretta corrispondenza
         tra l’utilizzo finale e il tipo di fibra e/o di struttura del filo e della somiglianza o intercambiabilità dei processi produttivi
         di detto filo, essa ha tuttavia concluso che ciò non valeva per il filo destinato all’industria automobilistica. 
      
      70      Per giungere a tale conclusione, la Commissione si è fondata sulle peculiarità del filo destinato all’industria automobilistica,
         sulla necessità di assicurare un’offerta standardizzata e sulla capacità di poter evadere gli ordini dei clienti importanti
         di tale settore. Essa si è parimenti avvalsa della circostanza che il mercato geografico del filo destinato all’industria
         automobilistica si estende su tutto il territorio del SEE, a differenza di quello del filo industriale, che ha carattere esclusivamente
         regionale. Alla luce di tali elementi, essa ha ritenuto che soltanto alcune imprese potessero soddisfare tale tipo di domanda
         (v. punto 22 della decisione impugnata). 
      
      71      Innanzitutto, ai sensi del n. 20 della comunicazione sulla definizione del mercato, perché si abbia sostituibilità sul versante
         dell’offerta, i fornitori devono essere in grado di modificare il loro processo produttivo in modo da fabbricare i prodotti
         in causa e immetterli sul mercato in breve tempo, senza dover sostenere significativi costi aggiuntivi o affrontare rischi
         eccessivi in risposta a piccole variazioni permanenti dei prezzi relativi. Successivamente, al n. 21 della comunicazione sulla
         definizione del mercato, la Commissione sottolinea che una siffatta sostituibilità si riscontra, in genere, quando le imprese
         vendono una gamma di varietà o di qualità di uno stesso prodotto e che, anche se per un dato consumatore finale o gruppo di
         consumatori finali le diverse varietà non sono sostituibili, esse saranno raggruppate in un unico mercato del prodotto. Il
         filo industriale corrisponde, prima facie, al tipo di prodotto indicato al n. 21 della comunicazione sulla definizione del
         mercato. 
      
      72      Infine, ai nn. 22 e 23 della comunicazione sulla definizione del mercato, la Commissione conferma, attraverso esempi concreti,
         che i fornitori interessati devono essere in grado di offrire e vendere le diverse varietà nell’immediato e senza dover sostenere
         incrementi significativi dei costi e che non devono esserci particolari difficoltà di distribuzione. 
      
      73      È alla luce di tali considerazioni che occorre stabilire se la Commissione abbia valutato correttamente il criterio della
         sostituibilità dal punto di vista dell’offerta.
      
      74      In primo luogo, come osservato al precedente punto 63 e segg., i produttori di filo destinato all’industria automobilistica
         devono adattare i loro macchinari per la produzione affinché il filo prodotto risponda a norme particolari. 
      
      75      In secondo luogo, non convince il ragionamento delle ricorrenti relativo ai bassi costi di produzione del filo destinato all’industria
         automobilistica. Infatti, è vero che le ricorrenti fanno valere che non soltanto i fili sarebbero prodotti, in via generale,
         in conformità ai requisiti dell’industria automobilistica e forniti con tali caratteristiche qualitative ai clienti di altri
         settori industriali, ma anche che i costi dell’adattamento della catena di produzione risulterebbero molto più elevati se
         fosse necessario fabbricare un prodotto soltanto per il settore automobilistico per poi modificare la catena di produzione
         e adattarla alla fabbricazione di prodotti destinati ad altri settori industriali.
      
      76      Resta il fatto che, se, per motivi di razionalizzazione della produzione, una società già presente sul mercato del filo destinato
         all’industria automobilistica produce essenzialmente fili conformi alla norma di rango superiore indipendentemente dalla destinazione
         del prodotto, essa opererà in tal modo soltanto perché è presente sul mercato automobilistico, in ragione dei costi elevati
         connessi alla produzione conforme alle norme specifiche relative ai fili destinati all’industria automobilistica. Detto altrimenti,
         una società la cui attività principale abbia ad oggetto il filo destinato alla confezione ovvero il filo da ricamo non avrà
         alcun interesse a produrre un filo speciale destinato al settore automobilistico soltanto perché essa potrebbe potenzialmente
         vendere tale filo ad eventuali clienti del settore automobilistico.
      
      77      Quindi, l’affermazione delle ricorrenti secondo cui i costi di produzione del filo destinato all’industria automobilistica
         sono talmente poco elevati che la produzione avviene sempre secondo una norma di specificazione più elevata non è dimostrata
         per quanto riguarda i produttori di filo industriale. 
      
      78      In terzo luogo, la netta differenza tra i due mercati sul piano geografico non è stata messa in discussione dalle ricorrenti
         nel corso del procedimento amministrativo. In risposta alla richiesta di informazioni della Commissione, l’Amann ha anche
         qualificato come mondiale il mercato del filo destinato all’industria automobilistica. Anche la Coats ha evidenziato che le
         caratteristiche particolari di quest’ultimo mercato lo limitano ai fornitori «regionali» e «globali», dove questi termini
         sono da intendersi, nel contesto della risposta, come «esteso all’intero territorio del SEE» e «mondiale». 
      
      79      Pertanto, la sostituibilità dal punto di vista dell’offerta presupporrebbe che la maggior parte dei produttori di filo disponga
         dei mezzi per produrre in grande quantità filo specifico e uniforme per ciascun cliente del settore dell’industria automobilistica
         e per distribuirlo in tempi brevi in tutto il SEE. Alla luce delle considerazioni che precedono, un siffatto ragionamento
         non è affatto sostenibile. 
      
      80      Pertanto, la Commissione non ha commesso errori manifesti di valutazione nel ritenere che, dal punto di vista dell’offerta,
         esistessero due mercati di prodotti e geografici distinti. 
      
      81      A tal riguardo, occorre precisare che la Commissione ha correttamente valutato e interpretato le risposte delle ricorrenti
         e delle altre imprese interessate sulla base delle quali è giunta alla conclusione che esistano due mercati di prodotti distinti.
      
      82      Innanzitutto, la Commissione ha chiesto alle ricorrenti se il filo da cucito per abbigliamento a uso industriale, il filo
         da ricamo a uso industriale, il filo speciale a uso industriale e il filo da uso domestico costituissero differenti mercati
         di prodotti del settore del filo. La Commissione ha anche presentato una tabella diretta a determinare i mercati geografici
         rilevanti per ciascuna delle categorie di filo precedentemente citate, pur prevedendo una rubrica specifica «Filo per automobile».
         Essa ha precisato che quest’ultima categoria era inclusa nel filo speciale a uso industriale, ma ha sottolineato di voler
         conoscere il parere dell’Amann e della Cousin sul mercato geografico rilevante di tale tipo di filo. 
      
      83      In risposta alla richiesta di informazioni summenzionata, l’Amann ha osservato che la ripartizione dettagliata effettuata
         dalla Commissione era corretta sulla base del rilievo che «esistono requisiti dei prodotti ed esigenze specifiche dei clienti
         che nel settore dell’industria dell’abbigliamento, in particolare, si distinguono nettamente da quelli degli altri due settori
         a livello della varietà delle tinte, ecc.». Anche la Cousin, da parte sua, ha espresso il suo pieno assenso alla segmentazione
         presentata dalla Commissione. Essa ha tuttavia evidenziato la grande difficoltà nella valutazione dei mercati, soprattutto
         relativamente ai fili speciali, data la grandissima diversità di utilizzazioni interessate, sottolineando di aver enumerato
         oltre 80 mestieri.
      
      84      È vero, quindi, che le ricorrenti hanno ammesso esplicitamente che il mercato del filo speciale costituiva un mercato di prodotti
         distinto, ma, contrariamente a quanto affermato dalla Commissione nelle sue memorie, esse non hanno esplicitamente ammesso
         che il mercato del filo destinato all’industria automobilistica incluso nel mercato del filo speciale fosse, a sua volta,
         un mercato di prodotti distinto.
      
      85      Anche la Gütermann ha confermato la suddivisione proposta dalla Commissione, ma non si è esplicitamente pronunciata sul mercato
         del filo destinato all’industria automobilistica. Quanto alla Coats, alla questione relativa ai mercati distinti a seconda
         dei prodotti ha risposto di non credere che le differenze tra i prodotti fossero sufficienti per constatare l’esistenza di
         tre mercati distinti, pur riconoscendo le particolari caratteristiche del mercato del filo destinato all’industria automobilistica,
         come già esposto al precedente punto 78. Soltanto la Oxley ha direttamente confermato e giustificato il carattere distinto
         del mercato del filo destinato all’industria automobilistica.
      
      86      Benché l’interpretazione di tali elementi, relativamente all’esistenza di un mercato distinto del filo destinato all’industria
         automobilistica, non sembri affatto così scontata come la Commissione tende ad affermare, ciò nondimeno le sue deduzioni non
         sono viziate da alcun errore manifesto di valutazione né da un qualsiasi snaturamento dei fatti. 
      
      87      Le sue deduzioni trovano conferma in altri indizi, quali i siti Internet delle imprese che presentano in generale una voce
         separata per il filo destinato all’industria automobilistica. Del pari, tali imprese sono tutte titolari di marchi di fili
         creati appositamente per tale settore.
      
      88      Da quanto precede risulta che la Commissione non ha commesso errori manifesti di valutazione nel ritenere che, nel caso di
         specie, il mercato del filo destinato all’industria automobilistica e il mercato del filo industriale fossero differenti.
         
      
      b)     Sull’asserita esistenza di un «piano d’insieme»
      89      Occorre ricordare, innanzitutto, che la nozione di infrazione unica riguarda la situazione in cui più imprese abbiano preso
         parte ad un’infrazione costituita da un comportamento continuato avente un unico obiettivo economico volto a falsare la concorrenza,
         oppure da infrazioni singole collegate l’una all’altra da un’identità di oggetto (stessa finalità dell’insieme degli elementi)
         e di soggetti (identità delle imprese interessate consapevoli di partecipare all’oggetto comune) (sentenza del Tribunale 8
         luglio 2008, causa T‑53/03, BPB/Commissione, Racc. pag. II‑1333, punto 257). 
      
      90      In seguito, si deve osservare che una violazione dell’art. 81, n. 1, CE può risultare non soltanto da un atto isolato, ma
         anche da una serie di atti o, ancora, da un comportamento continuato. Tale interpretazione non può essere contestata sulla
         base del fatto che uno o più elementi di questa serie di atti o di questo comportamento continuato potrebbero anche costituire
         di per sé stessi e presi isolatamente una violazione della detta disposizione. Ove le diverse azioni facciano parte di un
         «piano d’insieme», a causa del loro identico oggetto, consistente nel distorcere il gioco della concorrenza all’interno del
         mercato comune, la Commissione può imputare la responsabilità di tali azioni in funzione della partecipazione all’infrazione
         considerata nel suo insieme (sentenza della Corte 7 gennaio 2004, cause riunite C‑204/00 P, C‑205/00 P, C‑211/00 P, C‑213/00 P,
         C‑217/00 P e C‑219/00 P, Aalborg Portland e a./Commissione, Racc. pag. I‑123, punto 258).
      
      91      Inoltre, secondo costante giurisprudenza, la nozione di infrazione unica può riferirsi alla qualificazione giuridica di un
         comportamento anticoncorrenziale consistente in accordi, in pratiche concordate e in decisioni di associazioni di imprese
         (v., in tal senso, sentenze del Tribunale 20 aprile 1999, cause riunite da T‑305/94 a T‑307/94, da T‑313/94 a T‑316/94, T‑318/94,
         T‑325/94, T‑328/94, T‑329/94 e T‑335/94, Limburgse Vinyl Maatschappij e a./Commissione, Racc. pag. II‑931, punti 696-698;
         20 marzo 2002, causa T‑9/99, HFB e a./Commissione, Racc. pag. II‑1487, punto 186, e 12 dicembre 2007, cause riunite T‑101/05
         e T‑111/05, BASF/Commissione, Racc. pag. II‑4949, punto 159). 
      
      92      Occorre altresì precisare che la nozione di obiettivo unico non può essere determinata riferendosi in generale alla distorsione
         della concorrenza nel mercato interessato dall’infrazione, dal momento che l’incidenza sulla concorrenza costituisce, come
         oggetto o effetto, un elemento intrinseco a qualunque comportamento rientrante nell’ambito di applicazione dell’art. 81, n. 1,
         CE. Una siffatta definizione della nozione di obiettivo unico rischierebbe di privare la nozione di infrazione unica e continuata
         di una parte del suo significato, in quanto avrebbe per conseguenza che vari comportamenti concernenti un settore economico,
         vietati dall’art. 81, n. 1, CE, dovrebbero essere sistematicamente qualificati come elementi costitutivi di un’infrazione
         unica. Pertanto, ai fini della qualificazione di comportamenti diversi come infrazione unica e continuata occorre verificare
         se essi presentino un nesso di complementarietà nel senso che ciascuno di essi è destinato a far fronte ad una o più conseguenze
         del gioco normale della concorrenza e se essi contribuiscano, interagendo reciprocamente, alla realizzazione di tutti gli
         effetti anticoncorrenziali voluti dai rispettivi autori nell’ambito di un piano complessivo diretto ad ottenere un unico obiettivo.
         A tale riguardo, occorre tenere conto di tutte le circostanze che possono provare o mettere in dubbio tale nesso quali il
         periodo di applicazione, il contenuto (incluso il metodo utilizzato) e, correlativamente, l’obiettivo dei diversi comportamenti
         in questione (v., in tal senso, sentenza BASF/Commissione, cit. supra al punto 91, punti 179-181).
      
      93      È quindi per ragioni obiettive che la Commissione può avviare procedimenti distinti, accertare varie infrazioni distinte e
         infliggere varie ammende distinte (v., in tal senso, sentenza del Tribunale 15 giugno 2005, cause riunite T‑71/03, T‑74/03,
         T‑87/03 e T‑91/03, Tokai Carbon e a./Commissione; in prosieguo: la «sentenza Tokai II», punto 124).
      
      94      Infine, va altresì osservato che la qualificazione di talune condotte illecite come condotte costitutive di un’unica e medesima
         infrazione o come una pluralità di infrazioni incide, in linea di principio, sulla sanzione che può essere inflitta. Infatti,
         la constatazione di una pluralità di infrazioni può comportare l’applicazione di diverse ammende distinte, ciascuna nei limiti
         stabiliti dall’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e dall’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003 (sentenza BASF/Commissione,
         cit. supra al punto 91, punto 158).
      
      95      È alla luce di tali considerazioni che deve essere valutata l’esistenza di un «piano d’insieme».
      
      96      Occorre subito osservare che le ricorrenti sostengono principalmente che, nel caso di specie, l’elemento soggettivo comune
         risiede nel fatto che le infrazioni erano tutte dirette a falsare la normale evoluzione dei prezzi. Orbene, un siffatto obiettivo
         di alterazione dei prezzi è inerente a qualsiasi cartello di prezzi e non è sufficiente, di per sé, a dimostrare l’esistenza
         di un elemento soggettivo comune. A tal riguardo, e contrariamente alle affermazioni delle ricorrenti, la Commissione non
         è affatto partita dal presupposto dell’esistenza di un nesso tra le infrazioni nella decisione impugnata. Infatti, al punto
         269 della stessa, essa si è limitata a menzionare l’oggetto anticoncorrenziale unico e la finalità economica unica consistente
         in un’alterazione dell’evoluzione normale dei prezzi che è inerente a tale tipo di cartello, pur ribadendo il fatto che tale
         obiettivo e tale finalità sono perseguiti in ognuna delle tre differenti infrazioni.
      
      97      In seguito, per confutare l’esistenza di un’infrazione unica, oltre alla circostanza che il mercato del filo destinato all’industria
         automobilistica e quello del filo industriale sono distinti, come osservato, peraltro, ai precedenti punti 53-88, la Commissione
         si è fondata essenzialmente sulla mancanza di identità della maggior parte dei membri coinvolti nelle intese e sulla mancanza
         di coordinamento globale degli stessi. Le ricorrenti non hanno potuto mettere in discussione tali criteri e, quindi, non hanno
         dimostrato l’esistenza di un «legame stretto» tra i differenti comportamenti anticoncorrenziali.
      
      98      Per quanto attiene, in primo luogo, al criterio relativo all’assenza di identità dei partecipanti, ai punti 96 e 216 della
         decisione impugnata, la Commissione ha elencato le partecipanti all’intesa sul mercato del filo destinato all’industria automobilistica
         e a quella sul mercato del filo industriale. Al punto 265, lett. a), della decisione impugnata, essa ha successivamente ritenuto
         che la maggior parte delle imprese avesse partecipato a una sola intesa perché esse non esercitavano alcuna attività sui mercati
         oggetto dell’altra intesa. 
      
      99      Occorre constatare che, delle dieci imprese che hanno partecipato all’una e/o all’altra di tali intese, soltanto tre sono
         state implicate in entrambe le intese. Infatti, l’Ackermann Nähgarne GmbH & Co, la Bieze Stork BV, la BST, la Cousin, la Gütermann,
         la Zwicky e la Oxley sono state interessate soltanto da un’intesa. Soltanto la Coats, la Barbour (fino alla sua acquisizione
         da parte della Coats) e l’Amann hanno partecipato ad entrambe le intese. La semplice partecipazione delle suddette tre imprese
         alle due intese, in sé, non può costituire un indizio dell’esistenza di una strategia comune (v., in tal senso, sentenza Tokai
         II, cit. supra al punto 93, punto 120). Inoltre, occorre sottolineare che, eccezion fatta per la Barbour, i rappresentanti
         delle imprese presenti alle riunioni organizzate nell’ambito dell’intesa sul mercato del filo destinato all’industria automobilistica
         e di quella sul mercato del filo industriale non erano gli stessi durante il periodo in cui tali due intese si sono accavallate
         (1998-2000). 
      
      100    Pertanto, la constatazione effettuata dalla Commissione al punto 265, lett. a), della decisione impugnata non è viziata da
         alcun errore manifesto di valutazione.
      
      101    In secondo luogo, neanche il contenuto delle intese potrebbe servire a giustificare l’esistenza di un piano complessivo. A
         questo proposito, infatti, dalla decisione impugnata emerge che i rispettivi contenuti dell’intesa sul mercato del filo destinato
         all’industria automobilistica e di quella sul mercato del filo industriale sono nettamente distinti. 
      
      102    Per quanto attiene all’intesa sul mercato del filo destinato all’industria automobilistica, i punti 215, 220, 223, 224, 226,
         228-230, 233-236 e 238 della decisione impugnata evidenziano, da un lato, che le informazioni scambiate tra i partecipanti
         all’intesa vertevano sui prezzi per singoli clienti e, dall’altro, che gli accordi conclusi consistevano nella fissazione
         di obiettivi di prezzi minimi per i prodotti di base venduti a clienti del settore automobilistico, di due tipi di obiettivi
         di prezzo rispettivamente per i clienti esistenti e per i nuovi clienti, e di obiettivi di prezzi minimi per alcuni clienti
         indicati negli scambi di informazioni. I partecipanti hanno parimenti convenuto di evitare di farsi concorrenza sul prezzo
         a vantaggio del fornitore abituale. 
      
      103    Per quanto riguarda l’intesa sul mercato del filo industriale, dai punti 99-153 della decisione impugnata emerge, da un lato,
         che le informazioni scambiate riguardavano i listini dei prezzi e delle riduzioni, l’applicazione di aumenti dei prezzi di
         listino, la diminuzione delle riduzioni e l’aumento dei prezzi speciali applicabili ad alcuni clienti e, dall’altro, che le
         parti hanno concluso accordi sui futuri listini dei prezzi, sul tasso massimo di riduzione, sulle diminuzioni di riduzioni
         e sull’aumento dei prezzi speciali applicabili ad alcuni clienti e hanno convenuto di non farsi concorrenza a vantaggio del
         fornitore abituale. 
      
      104    I punti della decisione impugnata precedentemente citati confermano l’esistenza di una netta differenza tra le due intese
         relativamente al loro contenuto. La presenza di una qualsivoglia similarità tra tali due intese, quali gli accordi diretti
         a evitare di farsi concorrenza sul prezzo a vantaggio del fornitore, non basterebbe da sola a mettere in discussione tale
         rilievo. 
      
      105    In terzo luogo, le modalità di funzionamento di ciascuna delle due intese sono state considerevolmente differenti. Infatti,
         come osservato dalla Commissione al punto 218 della decisione impugnata, l’intesa sul mercato del filo destinato all’industria
         automobilistica è stata organizzata in maniera alquanto flessibile, mediante piccole riunioni irregolari completate da frequenti
         contatti bilaterali. Dai punti 96-99 e 149-153 della decisione impugnata si ricava che, da parte sua, l’intesa sul mercato
         del filo industriale nel Benelux e nei paesi nordici si è concretizzata mediante lo svolgimento di riunioni almeno una volta
         all’anno e che le stesse erano suddivise in due parti, vale a dire una sessione riservata al mercato dei paesi nordici e una
         sessione relativa al mercato del Benelux. Emerge altresì che intervenivano periodicamente contatti bilaterali.
      
      106    Alla luce di tali elementi, la Commissione non è incorsa in un manifesto errore di valutazione nel constatare, ai punti 265-267
         della decisione impugnata, che l’intesa sul mercato del filo destinato all’industria automobilistica e quella sul mercato
         del filo industriale nel Benelux e nei paesi nordici dovevano essere distinte l’una dall’altra e che esse costituivano quindi
         due infrazioni differenziate.
      
      107    A tale proposito è importante rilevare che, diversamente dall’intesa sul mercato del filo destinato all’industria automobilistica,
         l’intesa sul mercato del filo industriale nel Benelux e quella sul mercato del filo industriale nei paesi nordici sono state
         considerate come un’unica infrazione sulla base del rilievo che i prodotti erano identici, che i partecipanti all’intesa erano
         gli stessi, che il contenuto e la modalità di funzionamento dell’intesa erano simili, che le riunioni si tenevano lo stesso
         giorno e che le imprese partecipanti erano rappresentate dalle stesse persone. 
      
      108    Peraltro, sono irrilevanti, da un lato, l’argomento relativo all’assenza di ripartizione delle competenze, tra le ricorrenti,
         nel settore della commercializzazione del filo industriale e del filo destinato all’industria automobilistica e, dall’altro,
         quello fondato sul fatto che dirigenti e soci delle imprese partecipanti dovevano essere necessariamente a conoscenza delle
         varie intese. Tali argomenti non costituiscono alcuna prova dell’esistenza di un elemento soggettivo comune. 
      
      109    Deve essere parimenti respinto l’argomento delle ricorrenti relativo all’esistenza di un coordinamento globale connesso ai
         frequenti contatti tra un rappresentante della Coats e l’amministratore dell’Amann. Dal fascicolo emerge che lo stesso non
         contiene alcuna dichiarazione che possa interpretarsi come indizio di un coordinamento globale. In udienza, le ricorrenti
         hanno ammesso di non poter presentare al Tribunale documenti precisi attestanti una volontà di coordinamento globale tra l’Amann
         e la Coats. 
      
      110    Infine, le ricorrenti affermano erroneamente che il criterio di delimitazione del mercato dei prodotti non potrebbe costituire
         un valido criterio di valutazione per concludere nel senso dell’esistenza di due infrazioni distinte, in quanto esso conferirebbe
         alla Commissione un potere discrezionale incontrollabile nel caso di prodotti apparentati. Infatti, da un lato, detto potere
         discrezionale della Commissione non è illimitato, dal momento che la Commissione rimane soggetta al controllo del Tribunale,
         come indicato al precedente punto 54. Dall’altro, nel caso di specie, il criterio relativo ai mercati di prodotti è stato
         solo uno dei vari criteri utilizzati per constatare l’esistenza di due infrazioni distinte.
      
      111    Alla luce delle considerazioni che precedono, il motivo relativo alla violazione dell’art. 7, n. 1, primo periodo, del regolamento
         n. 1/2003 deve essere respinto in quanto infondato.
      
      B –  Sui motivi diretti ad ottenere la riduzione dell’ammenda
      1.     Sul motivo, dedotto dalle ricorrenti, relativo all’inosservanza del limite superiore della sanzione, previsto dall’art. 15,
            n. 2, del regolamento n. 17 e dall’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003
      a)     Argomenti delle parti
      112    Il motivo dedotto dalle ricorrenti si fonda su tre censure.
      
      113    Nell’ambito di una prima censura, le ricorrenti fanno valere che in realtà le due infrazioni costituiscono un’unica infrazione
         e che, pertanto, ad esse può essere inflitta una sola ammenda, il cui importo non può superare la soglia del 10% del fatturato
         complessivo. Orbene, l’importo totale risultante da tale addizione supererebbe tale soglia comportando la violazione dell’art. 15,
         n. 2, del regolamento n. 17 e dell’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003. 
      
      114    A tal proposito esse affermano che è stato violato il principio del diritto costituzionale dell’Unione «nulla poena sine lege».
         In sostanza, esse censurano il fatto che la Commissione possa, attraverso la ripartizione dei mercati nei quali sono state
         accertate infrazioni parallele, attribuirsi un margine di manovra illimitato per fissare ammende che superino la soglia del
         10% del fatturato complessivo. Orbene, esse ritengono che dal principio di legalità scaturisca non soltanto il divieto per
         il giudice di comminare le pene in assenza di un fondamento giuridico, ma altresì l’obbligo per il legislatore di redigere
         norme penali in maniera chiara e precisa. La necessità di chiarezza si imporrebbe, quindi, non solo con riferimento agli elementi
         costitutivi di una norma, ma anche con riferimento alle conseguenze giuridiche di quest’ultima. Siffatti requisiti varrebbero
         parimenti per quanto riguarda le disposizioni precedentemente richiamate che prevedono le ammende per infrazioni alle regole
         di concorrenza. 
      
      115    Invitate a fornire chiarimenti in udienza in merito alla loro argomentazione, le ricorrenti hanno precisato che la stessa
         doveva intendersi nel senso che essa metterebbe in discussione la stessa legittimità della norma e, pertanto, che esse sollevavano
         un’eccezione di illegittimità dell’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e dell’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003. 
      
      116    Peraltro, esse contestano l’argomento della Commissione relativo al suo obbligo di rispettare il principio «ne bis in idem»,
         dal momento che tale principio non offre alcuna garanzia in merito all’esattezza del riconoscimento di una o più infrazioni.
         In sostanza, esse sostengono che il problema si colloca a monte, vale a dire al momento della stessa determinazione dell’esistenza
         di una o più infrazioni. 
      
      117    Con la loro seconda censura le ricorrenti fanno valere che la Commissione può imporre un’unica ammenda per diverse infrazioni
         nel caso in cui queste ultime si siano concretate nello stesso tipo di comportamenti su vari mercati e a parteciparvi siano,
         in larga misura, le stesse imprese. Tali due condizioni sarebbero soddisfatte nel caso di specie. 
      
      118    Le ricorrenti osservano che la Commissione si è discostata dalla propria prassi antecedente senza la minima motivazione. Infatti,
         esse ritengono che, nell’ipotesi in cui la Commissione rinunci al potere riconosciutole di infliggere un’unica ammenda per
         diverse infrazioni, essa sarebbe tenuta, conformemente ai principi generali del diritto amministrativo europeo, a motivare
         il mancato esercizio di tale potere. Nella fattispecie, dunque, la Commissione avrebbe violato l’art. 253 CE. 
      
      119    In seguito esse effettuano un confronto tra la decisione impugnata e la decisione della Commissione 21 novembre 2001 relativa
         a un procedimento a norma dell’art. 81 [CE] e dell’art. 53 dell’accordo SEE (Caso COMP/E-1/37.512 – Vitamine) (GU 2003, L 6,
         pag. 1; in prosieguo: la «decisione Vitamine»). In essa, infatti, la Commissione avrebbe riunito le ammende inflitte per le
         diverse infrazioni in un’unica ammenda complessiva e, pertanto, avrebbe ritenuto necessario rispettare la soglia del 10% del
         fatturato complessivo. Orbene, come nella decisione Vitamine, le intese della presente controversia avrebbero in comune lo
         stesso contesto oggettivo e «spazio-temporale». 
      
      120    Con la loro terza censura le ricorrenti fanno valere che l’effetto dissuasivo voluto dalla Commissione sarebbe già stato conseguito
         al momento dell’applicazione dell’ammenda per l’infrazione commessa sul mercato del filo industriale. Pertanto, la Commissione
         avrebbe dovuto tenerne conto nel fissare l’importo dell’ammenda che sanziona l’intesa relativa al filo destinato all’industria
         automobilistica. 
      
      121    La Commissione contesta tali argomenti.
      
      b)     Giudizio del Tribunale
      122    Il presente motivo dedotto dalle ricorrenti si fonda, in sostanza, su tre censure relative, la prima, alla violazione del
         principio «nulla poena sine lege», la seconda, all’obbligo di infliggere un’ammenda unica per più infrazioni e, la terza,
         all’inosservanza delle finalità giuridiche della sanzione.
      
       Sulla censura relativa alla violazione del principio «nulla poena sine lege» e all’eccezione di illegittimità dell’art. 15,
         n. 2, del regolamento n. 17 e dell’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003
      
      123    In primo luogo, si deve esaminare l’eccezione di illegittimità dell’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e dell’art. 23 del
         regolamento n. 1/2003 sollevata dalle ricorrenti a tre livelli. In primo luogo, esse sostengono, in sostanza, che la nozione
         stessa di infrazione di cui all’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e all’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003 sarebbe
         priva di chiarezza. In secondo luogo, esse fanno valere che neppure la nozione di infrazione unica e continuata sarebbe definita
         in maniera chiara e che la Commissione potrebbe quindi condizionare arbitrariamente la fissazione dell’importo dell’ammenda
         mediante una divisione dei mercati sui quali sono state accertate le infrazioni parallele. In terzo luogo, esse affermano
         che anche le sanzioni previste dal medesimo articolo sono poco chiare.
      
      124    In limine occorre ricordare che, secondo la giurisprudenza della Corte, il principio di legalità delle pene è un corollario
         del principio della certezza del diritto, il quale costituisce un principio generale del diritto comunitario ed esige, in
         particolare, che ogni disciplina comunitaria, in particolare quando impone o permette di imporre sanzioni, sia chiara e precisa
         affinché le persone interessate possano conoscere con certezza i loro diritti ed obblighi e possano regolarsi di conseguenza
         (v., in tal senso, sentenze della Corte 9 luglio 1981, causa 169/80, Gondrand e Garancini, Racc. pag. 1931, punto 17; 13 febbraio
         1996, causa C‑143/93, Van Es Douane Agenten, Racc. pag. I‑431, punto 27, e sentenza del Tribunale 5 aprile 2006, causa T‑279/02,
         Degussa/Commissione, Racc. pag. II‑897, punto 66).
      
      125    Tale principio, che appartiene alle tradizioni costituzionali comuni degli Stati membri e che è stato sancito da diversi trattati
         internazionali, in particolare dall’art. 7 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà
         fondamentali (in prosieguo: la «CEDU»), si impone sia alle norme di carattere penale che agli strumenti amministrativi specifici
         che impongono o permettono di imporre sanzioni amministrative (v., in tal senso, sentenza della Corte 18 novembre 1987, causa
         137/85, Maizena e a., Racc. pag. 4587, punto 15). Esso si applica non soltanto alle norme che stabiliscono gli elementi costitutivi
         di un’infrazione, ma altresì a quelle che definiscono le conseguenze derivanti da una violazione delle prime (v., in tal senso,
         sentenza della Corte 12 dicembre 1996, cause riunite C‑74/95 e C‑129/95, X, Racc. pag. I‑6609, punto 25, e sentenza Degussa/Commissione,
         cit. supra al punto 124, punto 67).
      
      126    Al riguardo, si deve ricordare che, ai sensi dell’art. 7, n. 1, della CEDU:
      
      «Nessuno può essere condannato per una azione o una omissione che, al momento in cui è stata commessa, non costituiva reato
         secondo il diritto interno o internazionale. Parimenti, non può essere inflitta una pena più grave di quella applicabile al
         momento in cui il reato è stato commesso».
      
      127    Secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo (in prosieguo: la «Corte eur. D.U.»), da tale disposizione risulta che la legge
         deve definire chiaramente i reati e le pene che li reprimono. Tale condizione è soddisfatta quando il singolo può conoscere,
         sulla base del testo della disposizione rilevante e, se necessario, mediante l’aiuto della sua interpretazione da parte dei
         giudici, quali atti o omissioni fanno sorgere la sua responsabilità penale (v. Corte eur. D.U., sentenza Coëme e a. c. Belgio
         del 22 giugno 2000, Recueil des arrêts et décisions, 2000‑VII, § 145) (sentenza Degussa/Commissione, cit. supra al punto 124, punto 69).
      
      128    Dalla giurisprudenza della Corte eur. D.U. risulta che, per soddisfare i requisiti dell’art. 7, n. 1, della CEDU, non si esige
         che i termini delle norme in forza delle quali tali sanzioni sono inflitte siano precisi al punto da rendere prevedibili con
         assoluta certezza le possibili conseguenze di una loro infrazione (sentenza Degussa/Commissione, cit. supra al punto 124,
         punto 71).
      
      129    Infatti, secondo la giurisprudenza della Corte eur. D.U., l’esistenza di termini vaghi nella disposizione non comporta necessariamente
         una violazione dell’art. 7 della CEDU e il fatto che una legge attribuisca un potere discrezionale non è di per sé in contraddizione
         con l’esigenza di prevedibilità, a condizione che l’estensione e le modalità di esercizio di un siffatto potere siano definite
         con chiarezza sufficiente, alla luce del fine legittimo in gioco, per fornire al singolo adeguata tutela contro l’arbitrio
         (v. sentenza Corte eur. D.U., Margareta e Roger Andersson c. Svezia del 25 febbraio 1992, serie A n. 226, § 75). Al riguardo,
         oltre allo stesso testo normativo, la Corte eur. D.U. tiene conto della questione se le nozioni indeterminate utilizzate siano
         state precisate da una giurisprudenza costante e pubblicata (v. Corte eur. D.U., sentenza G. c. Francia del 27 settembre 1995,
         serie A n° 325-B, § 25) (sentenza Degussa/Commissione, cit. supra al punto 124, punto 72).
      
      130    Con riferimento alla legittimità dell’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e dell’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003
         rispetto al principio di legalità delle pene, quale riconosciuto dal giudice comunitario in conformità alle indicazioni fornite
         dalla CEDU e alle tradizioni costituzionali degli Stati membri, si deve ritenere che, contrariamente a quanto sostengono le
         ricorrenti, la Commissione non dispone di un potere discrezionale illimitato, in primo luogo, per accertare l’esistenza di
         infrazioni alle regole di concorrenza, in secondo luogo, per accertare se i vari atti illeciti costituiscano un’infrazione
         unica e continuata ovvero varie infrazioni autonome e, in terzo luogo, per fissare l’importo delle ammende per tali infrazioni.
         
      
      131    In primo luogo, le infrazioni alle regole di concorrenza per cui la Commissione può infliggere ammende, in applicazione dell’art. 15,
         n. 2, del regolamento n. 17 e dell’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003, sono esclusivamente le infrazioni alle disposizioni
         degli artt. 81 CE ovvero 82 CE. Orbene, erroneamente le ricorrenti ritengono che la Commissione disporrebbe di un potere discrezionale
         illimitato al momento dell’accertamento di tale infrazione. Per un verso, si deve ricordare che, in linea di principio, la
         questione relativa all’esistenza o meno dei presupposti di cui agli artt. 81 CE e 82 CE è assoggettata ad un controllo completo
         da parte del giudice comunitario (v., in tal senso e per analogia, sentenza della Corte 28 maggio 1998, causa C‑7/95 P, Deere/Commissione,
         Racc. pag. I‑3111, punto 34 e giurisprudenza ivi citata, e sentenza del Tribunale 8 luglio 2008, causa T‑99/04, AC-Treuhand/Commissione,
         Racc. pag. II‑1501, punto 144). Per altro verso, se è vero che, nel caso in cui tale accertamento implichi valutazioni economiche
         o tecniche complesse, la giurisprudenza riconosce alla Commissione un certo potere discrezionale, quest’ultimo, comunque,
         non è illimitato. Infatti, l’esistenza di un siffatto potere discrezionale non comporta che il Tribunale debba astenersi dal
         controllare l’interpretazione, da parte della Commissione, di dati di tale natura. In particolare, il giudice comunitario
         è tenuto non solo a verificare l’esattezza materiale degli elementi di prova addotti, la loro attendibilità e la loro coerenza,
         ma altresì ad accertare se tali elementi costituiscano l’insieme dei dati rilevanti che devono essere presi in considerazione
         per valutare una situazione complessa e se essi siano di natura tale da corroborare le conclusioni che se ne traggono (v.,
         in tal senso, sentenza Microsoft/Commissione, cit. supra al punto 54, punto 88 e giurisprudenza ivi citata).
      
      132    Del resto, le ricorrenti non affermano che la definizione di uno dei tipi di infrazione di cui all’art. 81 CE, consistente
         in «accordi tra imprese (…) che abbiano per oggetto e per effetto di impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza
         all’interno del mercato comune ed in particolare quelli consistenti nel (…) fissare direttamente o indirettamente i prezzi
         d’acquisto o di vendita ovvero altre condizioni di transazione (…)», non abbia consentito loro di sapere che le intese sul
         mercato del filo industriale nel Benelux e nei paesi nordici e quella sul mercato del filo destinato all’industria automobilistica
         nel SEE fossero costitutive di infrazioni ai sensi del detto art. 81 CE e implicassero quindi la loro responsabilità.
      
      133    In secondo luogo, relativamente all’asserita assenza di criteri che consentono di stabilire se esista un’infrazione unica
         e continuata ovvero varie infrazioni autonome, è giocoforza constatare che detti criteri non appaiono in quanto tali nell’art. 15,
         n. 2, del regolamento n. 17 né nell’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003 né nell’art. 81 CE. Tuttavia, la nozione di infrazione
         unica e continuata è stata utilizzata e precisata da una giurisprudenza costante e pubblicata. Criteri quali l’identità di
         oggetto (stessa finalità dell’insieme degli elementi) e l’identità di soggetti (identità delle imprese interessate consapevoli
         di partecipare all’oggetto comune), diretti a stabilire se le infrazioni commesse si siano inserite in un «piano d’insieme»
         e costituiscano quindi un’infrazione unica, sono stati elaborati nel corso degli anni nell’ambito della giurisprudenza come
         quella citata al precedente punto 89. 
      
      134    È quindi per ragioni obiettive che la Commissione può avviare procedimenti distinti, accertare varie infrazioni distinte e
         infliggere varie ammende distinte (v., in tal senso, sentenza Tokai II, cit. supra al punto 93, punto 124).
      
      135    A tal riguardo, l’analisi del motivo diretto all’annullamento della decisione impugnata (precedente punto 53 e segg.) mostra
         chiaramente che i criteri applicati dalla Commissione per constatare l’esistenza di due infrazioni distinte sono criteri costanti
         formulati dalla giurisprudenza. 
      
      136    Benché alcuni criteri lascino alla Commissione un ampio potere discrezionale, il sindacato di tale potere discrezionale esercitato
         dal giudice comunitario ha permesso tuttavia, in particolare, secondo giurisprudenza costante e pubblicata, di precisare alcune
         nozioni. È il caso, segnatamente, della definizione del mercato di prodotti e del mercato geografico, che è stata applicata
         nel caso di specie dalla Commissione e per la quale quest’ultima ha dovuto procedere a valutazioni economiche complesse. Come
         osservato nell’ambito dell’analisi del primo motivo (precedente punto 53 e segg.), la Commissione ha dovuto attenersi, nell’esercizio
         del suo potere discrezionale, ai criteri fissati dalla giurisprudenza quali la sostituibilità dal punto di vista dell’offerta
         e quella dal punto di vista della domanda. 
      
      137    Inoltre, in un’ottica di trasparenza e ai fini di una maggiore certezza del diritto per le imprese interessate, la Commissione
         ha pubblicato la comunicazione sulla definizione del mercato in cui indica i criteri applicati al fine di definire il mercato
         in questione per ogni caso di specie. Al riguardo, adottando siffatte norme di comportamento e annunciando, con la loro pubblicazione,
         che esse verranno da quel momento in poi applicate alle fattispecie cui si riferiscono, la Commissione si autolimita nell’esercizio
         del suo potere discrezionale e non può discostarsi da tali norme, a pena di essere eventualmente sanzionata a titolo di violazione
         di principi giuridici generali quali la parità di trattamento e la tutela del legittimo affidamento. Inoltre, la comunicazione
         sulla definizione del mercato, pur non costituendo il fondamento normativo della decisione impugnata, stabilisce in modo generale
         e astratto i criteri che la Commissione si è imposta per stabilire l’esistenza di uno o più mercati, ai fini dell’accertamento
         dell’esistenza di una o più infrazioni, e garantisce, di conseguenza, la certezza del diritto nei confronti delle imprese
         (v., in tal senso, sentenza della Corte 28 giugno 2005, cause riunite C‑189/02 P, C‑202/02 P, da C‑205/02 P a C‑208/02 P e
         C‑213/02 P, Dansk Rørindustri e a./Commissione, Racc. pag. I‑5425, punti 211 e 213). Ne consegue che la comunicazione sulla
         definizione del mercato ha contribuito a precisare i limiti dell’esercizio del potere discrezionale della Commissione, già
         risultanti dall’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e dall’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003.
      
      138    A tal riguardo, dai nn. 4 e 5 della comunicazione sulla definizione del mercato emerge che «la Commissione intende accrescere
         la trasparenza della sua politica e dei suoi processi decisionali in materia di politica di concorrenza» e che «[l]a maggiore
         trasparenza consentirà inoltre alle imprese ed ai loro consulenti di prevedere più agevolmente se esiste la possibilità che
         la Commissione esprima delle obiezioni sotto il profilo della concorrenza in un determinato caso. Le imprese potrebbero quindi
         tenerne conto ai fini delle proprie decisioni interne, per esempio quando contemplano l’eventualità (…) di concludere determinati
         accordi». 
      
      139    Quindi, alla luce dei diversi elementi sopra rilevati, un operatore avveduto, avvalendosi se necessario dell’assistenza legale,
         può prevedere con sufficiente precisione il metodo che la Commissione applicherà al fine di accertare, per determinati comportamenti
         di un’impresa, l’esistenza di un’infrazione unica e continuata ovvero di varie infrazioni autonome. 
      
      140    In terzo luogo, con riferimento all’asserzione relativa alla mancanza di chiarezza delle sanzioni previste dall’art. 15, n. 2,
         del regolamento n. 17 e dall’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003, è giocoforza constatare che, contrariamente a quanto
         sostengono le ricorrenti, la Commissione non dispone di un potere discrezionale illimitato per la fissazione delle ammende
         per violazione delle regole di concorrenza (v., per analogia, sentenza Degussa/Commissione, cit. supra al punto 124, punto
         74).
      
      141    Infatti, l’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e l’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003 limitano il potere discrezionale
         della Commissione. Da un lato, tali disposizioni prevedono un criterio oggettivo in base al quale, per ogni impresa o associazione
         di imprese, l’ammenda inflitta non può eccedere il 10% del fatturato. Pertanto, l’ammenda che può essere inflitta ha un tetto
         massimo determinabile e assoluto, calcolato in rapporto a ciascuna impresa, per ciascuna ipotesi di infrazione, cosicché l’importo
         massimo dell’ammenda che può essere inflitta a una determinata impresa è quantificabile anticipatamente. Dall’altro, l’art. 15,
         n. 2, del regolamento n. 17 e l’art. 23, n. 3, del regolamento n. 1/2003, che completa l’art. 23, n. 2, dello stesso regolamento,
         impone alla Commissione di fissare le ammende in ogni singolo caso «[tenendo] conto oltre che della gravità dell’infrazione,
         anche della sua durata» (v., per analogia, sentenza Degussa/Commissione, cit. supra al punto 124, punto 75).
      
      142    Se è vero che il criterio oggettivo del tetto massimo dell’ammenda e i criteri soggettivi della gravità e della durata dell’infrazione
         lasciano alla Commissione un ampio potere discrezionale, si tratta nondimeno di criteri che consentono alla Commissione di
         adottare sanzioni tenendo conto del grado di illegittimità del comportamento di cui trattasi. Si deve pertanto ritenere, a
         questo punto, che l’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e l’art. 23, nn. 2 e 3, del regolamento n. 1/2003, pur lasciando
         alla Commissione un ampio potere discrezionale, definiscano i criteri e i limiti ad essa imposti nell’esercizio del suo potere
         in materia di ammende (v., per analogia, sentenza Degussa/Commissione, cit. supra al punto 124, punto 76). 
      
      143    Si deve inoltre osservare che, per stabilire ammende ai sensi dell’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e dell’art. 23, n. 2,
         del regolamento n. 1/2003, la Commissione deve rispettare i principi generali del diritto, in particolare i principi della
         parità di trattamento e di proporzionalità, quali elaborati dalla giurisprudenza della Corte e del Tribunale (v., per analogia,
         sentenze del Tribunale Degussa/Commissione, cit. supra al punto 124, punto 77, e 8 ottobre 2008, causa T‑69/04, Schunk e Schunk
         Kohlenstoff-Technik/Commissione, Racc. pag. II‑2567, punto 41). 
      
      144    Occorre altresì aggiungere che, ai sensi dell’art. 229 CE e dell’art. 31 del regolamento n. 1/2003, la Corte e il Tribunale
         hanno una competenza giurisdizionale anche di merito sui ricorsi proposti avverso le decisioni con le quali la Commissione
         fissa ammende e possono, quindi, non solo annullare le decisioni adottate dalla Commissione, ma anche eliminare, ridurre o
         aumentare l’ammenda inflitta. Pertanto, la prassi amministrativa della Commissione è soggetta al pieno controllo del giudice
         comunitario (v., per analogia, sentenza Schunk e Schunk Kohlenstoff-Technik/Commissione, cit supra al punto 143, punto 41).
         Tale sindacato è esercitato dal giudice comunitario nel rispetto dei criteri indicati dall’art. 15, n. 2, del regolamento
         n. 17 e dall’art. 23, nn. 2 e 3, del regolamento n. 1/2003 ed ha in particolare permesso, secondo una giurisprudenza costante
         e pubblicata, di precisare le nozioni indeterminate che poteva contenere l’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17, nozioni riprodotte
         nell’art. 23, nn. 2 e 3, del regolamento n. 1/2003 (v., in tal senso e per analogia, sentenza Degussa/Commissione, cit. supra
         al punto 124, punto 79).
      
      145    Peraltro, in base ai criteri stabiliti nell’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e, da ultimo, nell’art. 23, nn. 2 e 3, del
         regolamento n. 1/2003 e precisati nella giurisprudenza della Corte e del Tribunale, la Commissione ha sviluppato una prassi
         amministrativa nota e accessibile. Benché la prassi decisionale della Commissione non funga, di per sé, da contesto normativo
         per le ammende in materia di concorrenza (v. sentenza del Tribunale 18 luglio 2005, causa T‑241/01, Scandinavian Airlines
         System/Commissione, Racc. pag. II‑2917, punto 87 e giurisprudenza ivi citata), tuttavia, in forza del principio della parità
         di trattamento, la Commissione non può trattare situazioni analoghe in maniera differenziata o situazioni diverse nella stessa
         maniera, a meno che un tale trattamento non sia obiettivamente giustificato (sentenza della Corte 13 dicembre 1984, causa
         106/83, Sermide, Racc. pag. 4209, punto 28, e sentenza del Tribunale 14 maggio 1998, causa T‑311/94, BPB de Eendracht/Commissione,
         Racc. pag. II‑1129, punto 309).
      
      146    Inoltre, si deve tener conto del fatto che, in un’ottica di trasparenza e ai fini di una maggiore certezza del diritto per
         le imprese interessate, la Commissione ha pubblicato gli orientamenti per il calcolo delle ammende inflitte in applicazione
         dell’articolo 15, paragrafo 2 del regolamento n. 17 e dell’articolo 65, paragrafo 5 del Trattato [CA] (GU 1998, C 9, pag. 3;
         in prosieguo: gli «orientamenti», nei quali indica il metodo di calcolo che essa si è prefissata per ogni caso di specie.
         Le considerazioni espresse al precedente punto 137 relative alla comunicazione sulla definizione del mercato valgono anche
         per gli orientamenti. Infatti, adottando siffatte norme di comportamento e annunciando, con la loro pubblicazione, che esse
         verranno da quel momento in poi applicate alle fattispecie cui si riferiscono, la Commissione si autolimita nell’esercizio
         del suo potere discrezionale e non può discostarsi da tali norme, a pena di essere eventualmente sanzionata a titolo di violazione
         di principi giuridici generali quali la parità di trattamento e la tutela del legittimo affidamento. Inoltre, gli orientamenti,
         pur non costituendo il fondamento normativo della decisione impugnata, stabiliscono, in modo generale e astratto, la metodologia
         che la Commissione si è imposta ai fini della determinazione dell’ammontare delle ammende inflitte dalla decisione impugnata
         e garantiscono, di conseguenza, la certezza del diritto nei confronti delle imprese (sentenza Dansk Rørindustri e a./Commissione,
         cit. supra al punto 137, punti 211 e 213). Ne consegue che l’adozione degli orientamenti da parte della Commissione, rientrando
         nel contesto normativo imposto dall’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e, da ultimo, dall’art. 23, nn. 2 e 3, del regolamento
         n. 1/2003, ha contribuito a precisare i limiti dell’esercizio del potere discrezionale già risultante da tali disposizioni
         (v., in tal senso e per analogia, sentenza Degussa/Commissione, cit. supra al punto 124, punto 82).
      
      147    Alla luce dei diversi elementi sopra rilevati, quindi, un operatore avveduto, avvalendosi se necessario dell’assistenza legale,
         può prevedere con sufficiente precisione il metodo e l’ordine di grandezza delle ammende nelle quali può incorrere per un
         dato comportamento. Il fatto che tale operatore non sia in grado di conoscere con precisione, in anticipo, il livello delle
         ammende che la Commissione deciderà di infliggere nel singolo caso di specie non può costituire una violazione del principio
         di legalità delle pene, tenuto conto del fatto che, in base alla gravità delle infrazioni che la Commissione è chiamata a
         sanzionare, gli obiettivi di repressione e di dissuasione giustificano l’intento di evitare che le imprese siano in grado
         di valutare i vantaggi che esse trarrebbero dalla loro partecipazione ad un’infrazione tenendo conto, in anticipo, dell’importo
         dell’ammenda che verrebbe loro inflitta a causa di tale comportamento illecito (sentenze Degussa/Commissione, cit. supra al
         punto 124, punto 83, e Schunk e Schunk Kohlenstoff-Technik/Commissione, cit. supra al punto 143, punto 45).
      
      148    A tale riguardo, anche se le imprese non sono in grado di conoscere in anticipo con precisione il livello delle ammende che
         la Commissione deciderà di infliggere nel singolo caso di specie, si deve rilevare che, ai sensi dell’art. 253 CE, nella decisione
         di infliggere un’ammenda la Commissione è tenuta a fornire una motivazione, in particolare quanto al livello dell’ammenda
         inflitta e al metodo scelto al riguardo, e ciò malgrado il fatto che il contesto della decisione sia generalmente noto. Questa
         motivazione deve rivelare, in modo chiaro e inequivocabile, il ragionamento della Commissione in modo da consentire agli interessati
         di conoscere le giustificazioni del provvedimento adottato al fine di valutare l’opportunità di adire il giudice comunitario
         e, eventualmente, di consentire a quest’ultimo di esercitare il suo controllo (sentenze Degussa/Commissione, cit. supra al
         punto 124, punto 84, e Schunk e Schunk Kohlenstoff-Technik/Commissione, cit. supra al punto 143, punto 46).
      
      149    Per quanto attiene, in secondo luogo, all’argomento fondato sull’esistenza di un’unica infrazione e al conseguente superamento
         della soglia del 10% del fatturato, occorre ricordare, da un lato, che dall’esame del motivo diretto all’annullamento della
         decisione impugnata emerge che la Commissione ha giustamente concluso nel senso dell’esistenza di due infrazioni distinte.
         Orbene, come è stato ricordato al precedente punto 94, l’accertamento di una pluralità di infrazioni può comportare l’applicazione
         di varie ammende distinte, ciascuna nei limiti stabiliti dall’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e dall’art. 23, n. 2, del
         regolamento n. 1/2003. Pertanto, la Commissione poteva a priori infliggere un’ammenda per ogni singola infrazione e non era
         obbligata, prima facie, a infliggere un’unica ammenda complessiva. 
      
      150    Dall’altro lato, si deve determinare se l’importo totale delle ammende inflitte a un’impresa autrice di diverse infrazioni
         possa superare la soglia del 10%. A tale proposito, si deve ricordare che l’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e l’art. 23,
         n. 2, del regolamento n. 1/2003 dispongono che, per ciascuna impresa e associazione di imprese partecipanti all’infrazione,
         l’ammenda non deve superare il 10% del suo fatturato totale realizzato durante l’esercizio sociale precedente. Tali disposizioni
         non si riferiscono alla somma delle diverse ammende inflitte a una società. Se le ricorrenti hanno effettivamente commesso
         infrazioni distinte, è irrilevante il fatto che le infrazioni vengano accertate con più decisioni o con un’unica decisione,
         dal momento che l’unica questione rilevante è se si tratti effettivamente di infrazioni distinte. Quindi, la qualificazione
         di talune condotte illecite come condotte costitutive di un’unica e medesima infrazione o come una pluralità di infrazioni
         incide, in linea di principio, sulla sanzione che può essere inflitta, dal momento che la constatazione di una pluralità di
         infrazioni può comportare l’applicazione di diverse ammende distinte, ciascuna nei limiti stabiliti dall’art. 15, n. 2, del
         regolamento n. 17 e dall’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003 (v., in tal senso e per analogia, sentenze Tokai II, cit.
         supra al punto 93, punto 118, e BASF/Commissione, cit. supra al punto 91, punto 158). 
      
      151    Ne deriva che, infliggendo due ammende i cui importi addizionati superino la soglia del 10% del fatturato delle ricorrenti,
         la Commissione non ha commesso alcuna violazione del principio «nulla poena sine lege».
      
      152    Dalle considerazioni che precedono risulta che le censure relative alla violazione del principio «nulla poena sine lege» e
         all’eccezione di illegittimità sollevata con riferimento all’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e all’art. 23, n. 2, del
         regolamento n. 1/2003 devono essere respinte.
      
       Sulla censura relativa all’obbligo di infliggere un’ammenda unica per diverse infrazioni
      153    Deve essere respinto l’argomento dedotto in subordine dalle ricorrenti secondo cui, anche in presenza di due infrazioni distinte,
         avrebbe dovuto essere imposta un’unica ammenda complessiva. 
      
      154    E’ vero che dalla giurisprudenza si ricava che la Commissione può imporre un’unica ammenda per diverse infrazioni (sentenze
         del Tribunale 6 ottobre 1994, causa T‑83/91, Tetra Pak/Commissione, Racc. pag. II‑755, punto 236; 15 marzo 2000, cause riunite
         T‑25/95, T‑26/95, da T‑30/95 a T‑32/95, da T‑34/95 a T‑39/95, da T‑42/95 a T‑46/95, T‑48/95, da T‑50/95 a T‑65/95, da T‑68/95
         a T‑71/95, T‑87/95, T‑88/95, T‑103/95 e T‑104/95, Cimenteries CBR e a./Commissione, Racc. pag. II‑491, punto 4761, e 30 settembre
         2003, causa T‑203/01, Michelin/Commissione, Racc. pag. II‑4071, punto 265). 
      
      155    Tuttavia, si tratta di una facoltà che la Commissione ha utilizzato in alcune circostanze, segnatamente quando le infrazioni
         rientravano in un piano strategico comune coerente (v., in tal senso, sentenze Cimenteries CBR e a./Commissione, cit. supra
         al punto 154, punti 4761-4764, e Tetra Pak/Commissione, cit. supra al punto 154, punto 236), quando vi era un’unità di infrazioni
         (v., in tal senso, sentenza della Corte 7 giugno 1983, cause riunite 100/80-103/80, Musique diffusion française e a./Commissione,
         Racc. pag. 1825, punto 127) ovvero quando le infrazioni accertate nella decisione della Commissione si concretavano nello
         stesso tipo di comportamenti su vari mercati, in particolare nella determinazione di prezzi e quote e nello scambio di informazioni
         e quando a tali infrazioni avevano partecipato quasi sempre le stesse imprese (v., in tal senso, sentenza del Tribunale 6
         aprile 1995, causa T‑144/89, Cockerill Sambre/Commissione, Racc. pag. II‑947, punto 92). L’esame del primo motivo ha dimostrato
         che siffatte circostanze non ricorrevano nel caso di specie.
      
      156    Da tale giurisprudenza non può neppure dedursi l’esistenza di una prassi precedente della Commissione secondo la quale quest’ultima
         si sarebbe imposta di avvalersi automaticamente della possibilità di infliggere un’ammenda unica nel caso di una pluralità
         di infrazioni, né che sarebbe stata tenuta a motivare la ragione per cui essa non vi avrebbe fatto ricorso. Detta giurisprudenza
         tende piuttosto a mostrare che la prassi consistente nell’infliggere un’ammenda unica rappresenta un’eccezione, poiché essa
         viene seguita solo in determinate circostanze. 
      
      157    A tale proposito, neppure le decisioni della Commissione invocate dalle ricorrenti sono idonee a far emergere una prassi del
         genere. Infatti, tanto nella decisione della Commissione 10 ottobre 2001 relativa ad un procedimento a norma dell’art. 81 [CE]
         (Caso COMP/36.264 – Mercedes-Benz) (GU 2002, L 257, pag. 1), in particolare al punto 253, quanto nella decisione Vitamine,
         citata al precedente punto 119 (punti 711 e 775), le varie infrazioni constatate hanno dato luogo ad ammende con importi diversi,
         i quali sono stati poi sommati al fine di stabilire l’importo totale dell’ammenda. La Commissione ha pertanto proceduto a
         infliggere diverse ammende che sono state successivamente sommate. In ogni caso, la stessa prassi decisionale anteriore della
         Commissione non funge da contesto giuridico di riferimento per le ammende in materia di concorrenza, poiché quest’ultimo è
         definito esclusivamente dal regolamento n. 17, dal regolamento n. 1/2003 e dagli orientamenti (v., in tal senso e per analogia,
         sentenze del Tribunale 20 marzo 2002, causa T‑23/99, LR AF 1998/Commissione, Racc. pag. II‑1705, punto 234, e Michelin/Commissione,
         cit. supra al punto 154, punto 254).
      
      158    Pertanto, deve essere respinto l’argomento relativo a un’asserita prassi anteriore della Commissione consistente, da un lato,
         nell’infliggere un’unica ammenda globale in caso di infrazioni distinte e, dall’altro, nell’applicare la soglia del 10% del
         fatturato complessivo dell’impresa interessata all’importo finale dell’ammenda, quale risulta dalla somma delle differenti
         ammende inflitte per ciascuna specifica infrazione commessa dall’impresa in questione.
      
       Sulla censura relativa all’inosservanza delle finalità giuridiche della sanzione
      159    Le ricorrenti sostengono erroneamente che, nell’infliggere l’ammenda per l’intesa sul mercato del filo destinato all’industria
         automobilistica nel SEE, la Commissione avrebbe dovuto considerare l’effetto dissuasivo ottenuto con la condanna a un’ammenda
         per l’intesa sul mercato del filo industriale nel Benelux e nei paesi nordici. 
      
      160    Infatti, lo scopo dissuasivo che la Commissione legittimamente persegue fissando l’importo di un’ammenda è volto a garantire
         l’osservanza, da parte delle imprese, delle regole di concorrenza stabilite dal Trattato per lo svolgimento delle loro attività
         all’interno dell’Unione europea o del SEE (sentenza del Tribunale 29 novembre 2005, causa T‑64/02, Heubach/Commissione, Racc. pag. II‑5137,
         punto 181). Nell’ipotesi di una pluralità di infrazioni, la Commissione può giustamente ritenere che un siffatto scopo non
         possa essere raggiunto mediante la semplice imposizione di una sanzione per una delle infrazioni.
      
      161    Pertanto, tale censura deve essere respinta.
      
      162    Alla luce delle considerazioni che precedono, il motivo relativo all’inosservanza del limite superiore della sanzione, di
         cui all’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e all’art. 23 del regolamento n. 1/2003, deve essere respinto in quanto infondato.
      
      2.     Sul motivo, dedotto dalle ricorrenti, relativo alla violazione dei principi della parità di trattamento e di proporzionalità
            in sede di applicazione dell’ammenda
      a)     Argomenti delle parti
      163    Le ricorrenti fanno valere numerose censure a sostegno del loro motivo relativo al carattere sproporzionato dell’ammenda e
         alla violazione del principio della parità di trattamento in sede di applicazione dell’ammenda stessa.
      
      164    In primo luogo, per quanto attiene alla violazione del principio di proporzionalità, le ricorrenti affermano, in primo luogo,
         che nel determinare le ammende la Commissione non avrebbe tenuto conto della notevole differenza di dimensioni tra le imprese
         interessate, sebbene gli orientamenti la obbligassero a ciò. Erroneamente la Commissione avrebbe fatto riferimento esclusivamente
         al fatturato realizzato dalle imprese sul mercato interessato dall’infrazione. Quindi, l’ammenda inflitta alle ricorrenti
         rappresenterebbe il 13,7% del fatturato mondiale del gruppo, mentre quella inflitta alla Coats costituirebbe soltanto il 2,3%
         del suo fatturato mondiale. Rispetto a concorrenti importanti come la Coats, l’Amann ritiene di essere soltanto una media
         impresa.
      
      165    In secondo luogo, il principio di proporzionalità sarebbe stato violato in quanto il principio di parità della sanzione di
         cui al punto 1 A, settimo comma, degli orientamenti sarebbe stato a sua volta violato. La Commissione non avrebbe considerato
         la capacità economica o contributiva delle imprese, che si misurerebbe con riferimento ai loro fatturati complessivi. 
      
      166    In terzo luogo, il «sistema di forfetizzazione» istituito dagli orientamenti sarebbe anormalmente sfavorevole per le piccole
         e medie imprese, circostanza che sarebbe confermata dal membro della Commissione competente per le questioni di concorrenza
         nonché dalla Commissione stessa. 
      
      167    In quarto luogo, l’ammenda che è stata loro inflitta sarebbe del tutto sproporzionata rispetto alla dimensione del mercato.
         La Commissione avrebbe quindi violato i principi del carattere appropriato della pena e quello della proporzionalità. Le ricorrenti
         ricordano, infatti, che le decisioni che comminano un’ammenda perseguono obiettivi tanto repressivi quanto preventivi e che
         le pene non possono quindi eccedere quanto necessario per garantire la «risocializzazione» dell’autore. Ne conseguirebbe che,
         quanto più il fatturato interessato dall’infrazione è ridotto rispetto al fatturato complessivo di un’impresa, tanto più la
         sanzione deve essere lontana dal limite del 10%. 
      
      168    Inoltre, le ricorrenti deducono, cifre alla mano, una violazione del principio della parità di trattamento tra loro e la Coats,
         in relazione tanto all’importo di base dell’ammenda quanto all’importo finale della stessa. La Commissione, infatti, non avrebbe
         affatto tenuto conto delle modeste dimensioni dell’Amann da un punto di vista assoluto e, per quanto riguarda il filo industriale,
         da un punto di vista relativo, e avrebbe quindi commesso un errore di diritto inserendola nello stesso gruppo della Coats.
         Inoltre, la stessa Commissione si sarebbe fondata sul presupposto che la Coats aveva una posizione economica preponderante,
         ma non avrebbe indicato nella decisione impugnata il modo in cui ne ha tenuto conto. 
      
      169    La Commissione sarebbe obbligata a tenere conto delle dimensioni delle altre imprese coinvolte, dal momento che le dimensioni
         e la potenza economica delle imprese costituiscono elementi di valutazione di pari valore che dovrebbero, unitamente ad altri
         criteri, essere presi in considerazione nell’ambito della fissazione dell’importo dell’ammenda. 
      
      170    La Commissione contesta tale motivo.
      
      b)     Giudizio del Tribunale
       Sulla violazione del principio di proporzionalità
      171    Va rilevato che il principio di proporzionalità esige che gli atti delle istituzioni comunitarie non vadano oltre quanto è
         opportuno e necessario per conseguire lo scopo prefissato. Nel contesto del calcolo delle ammende, la gravità delle infrazioni
         deve essere determinata in funzione di numerosi fattori ed è necessario non attribuire ad alcuno di tali elementi un’importanza
         sproporzionata rispetto agli altri elementi di valutazione. Il principio di proporzionalità implica in tale contesto che la
         Commissione deve fissare l’ammenda in modo proporzionato rispetto agli elementi presi in considerazione ai fini della valutazione
         della gravità dell’infrazione e che essa deve applicare al riguardo tali elementi in maniera coerente e obiettivamente giustificata
         (sentenza del Tribunale 27 settembre 2006, causa T‑43/02, Jungbunzlauer/Commissione, Racc. pag. II‑3435, punti 226-228).
      
      –       Quanto all’argomento relativo alla mancata considerazione delle dimensioni del mercato
      172    Le ricorrenti addebitano erroneamente alla Commissione di aver fissato ammende sproporzionate rispetto alle dimensioni dei
         mercati interessati.
      
      173    Infatti, si deve ricordare che, ai sensi dell’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003, la Commissione può infliggere alle
         imprese ammende il cui importo non superi il 10% del fatturato realizzato nel corso dell’esercizio sociale precedente per
         ciascuna impresa che abbia partecipato all’infrazione. Per determinare l’importo dell’ammenda entro tale limite, tale disposizione
         prescrive, al suo n. 3, che si tenga conto della gravità e della durata dell’infrazione. Inoltre, conformemente agli orientamenti,
         la Commissione fissa l’importo di partenza in funzione della gravità dell’infrazione tenendo conto della natura stessa dell’infrazione,
         del suo impatto concreto sul mercato, quando sia misurabile, e dell’estensione del mercato geografico. 
      
      174    Quindi, né il regolamento n. 1/2003 né gli orientamenti prevedono che l’importo delle ammende debba essere stabilito direttamente
         in relazione alle dimensioni del mercato rilevante, essendo tale fattore soltanto uno dei diversi elementi da considerare.
         Tale contesto normativo, di per sé, non impone quindi alla Commissione di tener conto delle dimensioni limitate del mercato
         dei prodotti (v., per analogia, sentenza del Tribunale 27 settembre 2006, causa T‑322/01, Roquette Frères/Commissione, Racc. pag. II‑3137,
         punto 148).
      
      175    Tuttavia, secondo la giurisprudenza, nel valutare la gravità di un’infrazione la Commissione deve tener conto di un gran numero
         di fattori, il cui carattere e la cui importanza variano a seconda del tipo di infrazione e delle circostanze particolari
         della stessa (sentenza Musique Diffusion française e a./Commissione, cit. supra al punto 155, punto 120). Fra tali elementi
         che testimoniano la gravità di un’infrazione non si può escludere che possano figurare, a seconda dei casi, le dimensioni
         del mercato del prodotto interessato.
      
      176    Di conseguenza, se le dimensioni del mercato possono costituire un elemento da prendere in considerazione per accertare la
         gravità dell’infrazione, la loro importanza varia in funzione del tipo di infrazione e delle circostanze particolari dell’infrazione
         in questione. 
      
      177    Nel caso di specie, l’infrazione sul mercato del filo destinato all’industria automobilistica è consistita essenzialmente
         nella fissazione di obiettivi di prezzo per i prodotti di base venduti ai clienti dell’industria automobilistica europea,
         nello scambio di informazioni sui prezzi applicabili a taluni clienti, nell’accordo sulla fissazione di obiettivi di prezzi
         minimi per tali clienti e nell’accordo diretto a evitare di farsi concorrenza sul prezzo a vantaggio del fornitore abituale
         (decisione impugnata, punti 215 e 420). Quanto all’infrazione sul mercato del filo industriale, essa si è esplicata essenzialmente
         nello scambio di informazioni sensibili sui listini di prezzo e/o sui prezzi imposti ai singoli clienti, nell’intesa sugli
         aumenti dei prezzi e/o obiettivi di prezzo, nell’evitare di farsi concorrenza sul prezzo a vantaggio del fornitore abituale
         e nello spartirsi i clienti (decisione impugnata, punti 99-125 e 345). 
      
      178    Siffatte pratiche costituiscono restrizioni orizzontali del tipo «cartello di prezzi» ai sensi degli orientamenti e sono quindi
         «molto gravi» per natura. A tal riguardo, si deve osservare che le ricorrenti non contestano il carattere molto grave dell’infrazione
         commessa per un periodo di due anni sul mercato del filo destinato all’industria automobilistica nel SEE, da un lato, né la
         natura molto grave di quella commessa per più di dieci anni sul mercato del filo industriale nel Benelux e nei paesi nordici,
         dall’altro. In tale contesto, la modesta dimensione dei mercati in questione, ammesso che risulti accertata, riveste un’importanza
         minore rispetto all’insieme degli altri elementi che attestano la gravità dell’infrazione.
      
      179    In ogni caso, si deve tener conto del fatto che la Commissione ha ritenuto che le infrazioni dovessero essere considerate
         molto gravi ai sensi degli orientamenti, i quali, per siffatti casi, dispongono che la Commissione possa «prevedere» un importo
         di partenza che superi EUR 20 milioni. Tuttavia, per quanto attiene all’infrazione sul mercato del filo destinato all’industria
         automobilistica, la Commissione ha stabilito un importo di partenza, determinato in funzione della gravità dell’infrazione,
         di EUR 5 milioni per le ricorrenti e di EUR 1,3 milioni per le altre imprese (decisione impugnata, punti 432-435). Del pari,
         relativamente all’infrazione sul mercato del filo industriale, la Commissione ha stabilito un importo di partenza pari a EUR 14
         milioni per le imprese appartenenti alla prima categoria (tra cui l’Amann), a EUR 5,2 milioni per quella rientrante nella
         seconda categoria, a EUR 2,2 milioni per quelle comprese nella terza categoria e a EUR 0,1 milioni per quella compresa nella
         quarta categoria (decisione impugnata, punto 358). 
      
      180    Ne deriva che gli importi di partenza, utilizzati come base per il calcolo delle ammende inflitte alle ricorrenti, corrispondevano
         a un importo nettamente inferiore a quello che, sulla base degli orientamenti, la Commissione avrebbe potuto «prevedere» per
         infrazioni molto gravi. 
      
      181    Alla luce delle considerazioni che precedono, si deve respingere l’argomento delle ricorrenti relativo al carattere sproporzionato
         delle ammende inflitte alle ricorrenti, tenuto conto delle dimensioni del mercato del filo destinato all’industria automobilistica
         nel SEE, da una parte, e di quelle del mercato del filo industriale nel Benelux e nei paesi nordici, dall’altra. 
      
      –       Quanto all’argomento relativo all’esclusiva considerazione del fatturato sui mercati interessati dalle infrazioni
      182    Erroneamente le ricorrenti fanno valere una violazione del principio di proporzionalità per l’asserita ragione che la Commissione
         si sarebbe fondata esclusivamente sul fatturato delle imprese sui mercati interessati per i prodotti in questione al fine
         di determinare l’importo di partenza delle ammende e che essa non avrebbe tenuto conto delle differenti dimensioni delle imprese
         interessate.
      
      183    In primo luogo, quanto alla censura mossa alla Commissione di essersi fondata sul fatturato delle imprese interessate sui
         mercati rilevanti, si deve osservare che, per la determinazione dell’importo di partenza delle ammende, fissato in funzione
         della gravità dell’infrazione, la Commissione ha ritenuto necessario procedere a un trattamento differenziato delle imprese
         coinvolte nei cartelli al fine di tener conto dell’effettiva capacità economica delle colpevoli di pregiudicare sensibilmente
         la concorrenza nonché al fine di fissare l’ammenda ad un livello tale da garantire un sufficiente effetto dissuasivo. Essa
         ha aggiunto che era necessario tener conto del peso specifico di ciascuna impresa e quindi dell’effettivo impatto sulla concorrenza
         del comportamento illecito di ciascuna. Ai fini della valutazione di tali elementi, la Commissione ha scelto di basarsi sul
         fatturato realizzato da ogni impresa sui mercati in questione per i prodotti interessati dalle intese. 
      
      184    Di conseguenza, come osservato al precedente punto 179, la Commissione ha suddiviso le imprese interessate in due categorie
         per quanto attiene all’infrazione sul mercato del filo destinato all’industria automobilistica. Le ricorrenti, tenuto conto
         del loro fatturato pari a EUR 8,55 milioni, sono state inserite nella prima categoria. La Oxley, la Coats e la Barbour, tenuto
         conto del loro fatturato compreso tra EUR 1 e 3 milioni, sono state inserite nella seconda categoria. Per quanto attiene all’infrazione
         sul mercato del filo industriale, la Commissione ha suddiviso le imprese in quattro categorie. L’Amann e la Coats, tenuto
         conto del loro fatturato compreso tra EUR 14 e 18 milioni, sono state inserite nella prima categoria. La BST, tenuto conto
         del suo fatturato compreso tra EUR 5 e 8 milioni, è stata inserita nella seconda categoria. La Gütermann, la Barbour e la
         Bieze Stork, tenuto conto del loro fatturato compreso tra EUR 2 e 4 milioni, sono state inserite nella terza categoria e la
         Zwicky, tenuto conto del suo fatturato compreso tra EUR 0 e 1 milione, è stata inserita nella quarta categoria.
      
      185    Alla luce delle suesposte considerazioni, la Commissione ha stabilito un importo di partenza, determinato in funzione della
         gravità dell’infrazione, pari a EUR 5 milioni per le ricorrenti relativamente alla prima infrazione (decisione impugnata,
         punti 432-435) e a EUR 14 milioni per l’Amann relativamente alla seconda infrazione (decisione impugnata, punti 356-358).
      
      186    Occorre osservare, anzitutto, che gli orientamenti non prevedono che l’importo delle ammende sia calcolato in funzione del
         fatturato complessivo o del fatturato realizzato dalle imprese sul mercato in questione. Tuttavia, e a condizione che la scelta
         effettuata dalla Commissione non sia viziata da un errore manifesto di valutazione, gli orientamenti non ostano a che tali
         fatturati siano presi in considerazione per la determinazione dell’importo dell’ammenda affinché siano rispettati i principi
         generali del diritto comunitario e qualora le circostanze lo richiedano (sentenza del Tribunale 29 aprile 2004, cause riunite
         T‑236/01, T‑239/01, da T‑244/01 a T‑246/01, T‑251/01 e T‑252/01, Tokai Carbon e a./Commissione, Racc. pag. II‑1181; in prosieguo
         la «sentenza Tokai I», punto 195). Il fatturato, quindi, può essere preso in considerazione in sede di esame degli elementi
         di valutazione, che sono la capacità economica effettiva degli autori dell’infrazione di arrecare un danno consistente agli
         altri operatori, in particolare ai consumatori, e la determinazione dell’importo dell’ammenda ad un livello tale da garantire
         un carattere sufficientemente dissuasivo. La Commissione può parimenti prenderlo in considerazione quando valuta il peso specifico
         e dunque l’impatto reale sulla concorrenza del comportamento configurante infrazione di ciascuna impresa, in particolare qualora
         esista una disparità considerevole nelle dimensioni delle imprese che commettono il medesimo tipo di infrazione (sentenza
         del Tribunale 9 luglio 2003, causa T‑220/00, Cheil Jedang/Commissione, Racc. pag. II‑2473, punto 82).
      
      187    Relativamente alla scelta che la Commissione può effettuare tra l’uno e/o l’altro fatturato, risulta dalla giurisprudenza
         che, nell’ambito dell’analisi della capacità economica effettiva delle società colpevoli di pregiudicare sensibilmente la
         concorrenza svolta al fine di fissare l’importo di un’ammenda per infrazione alle regole comunitarie di concorrenza, che implica
         una valutazione della reale importanza di tali imprese sul mercato interessato, vale a dire del loro influsso su quest’ultimo,
         il fatturato complessivo fornisce solo una visione incompleta dello stato dei fatti. Non si può escludere, infatti, che un’impresa
         potente avente una moltitudine di attività differenti sia presente soltanto in modo accessorio su uno specifico mercato di
         prodotti. Allo stesso modo, non si può escludere che un’impresa con una posizione importante su un mercato geografico extracomunitario
         disponga soltanto di una debole posizione sul mercato comunitario o su quello del SEE. In tali ipotesi, il semplice fatto
         che l’impresa in questione realizzi un fatturato complessivo importante non significa necessariamente che essa eserciti un
         influsso determinante sul mercato di cui trattasi. Tale è il motivo per cui, se è vero che i fatturati di un’impresa realizzati
         sui mercati rilevanti non possono essere determinanti per concludere che essa fa parte di un gruppo economico potente, detti
         fatturati sono però rilevanti al fine di determinare l’influsso che l’impresa in questione ha potuto esercitare sul mercato
         (v., in tal senso, sentenze del Tribunale 29 novembre 2005, causa T‑52/02, SNCZ/Commissione, Racc. pag. II‑5005, punto 65,
         e causa T‑62/02, Union Pigments/Commissione, Racc. pag. II‑5057, punto 152).
      
      188    In tal senso, risulta da una giurisprudenza costante che la parte del fatturato corrispondente alle merci oggetto dell’infrazione
         può fornire una giusta indicazione dell’entità dell’infrazione sul mercato rilevante (sentenze Cheil Jedang/Commissione, cit.
         supra al punto 186, punto 91, e 9 luglio 2003, causa T‑224/00, Archer Daniels Midland e Archer Daniels Midland Ingredients/Commissione,
         Racc. pag. II‑2597, punto 196). Infatti, tale fatturato può fornire una giusta indicazione della responsabilità di ciascuna
         impresa sui detti mercati, dal momento che esso costituisce un elemento obiettivo tale da fornire il giusto metro della nocività
         della pratica medesima rispetto al normale gioco della concorrenza e rappresenta dunque un valido indicatore della capacità
         di ciascuna impresa interessata ad arrecare un danno. 
      
      189    Alla luce di tali considerazioni, la Commissione non ha violato il principio di proporzionalità privilegiando, al momento
         della fissazione degli importi di base stabiliti nell’ambito del calcolo delle ammende inflitte alle ricorrenti, i fatturati
         realizzati sui mercati interessati e per i prodotti di riferimento.
      
      190    In secondo luogo, alla luce di tali considerazioni, non è neppure pertinente la censura rivolta alla Commissione di non aver
         preso in considerazione, nel fissare l’importo delle ammende, le dimensioni delle imprese interessate determinate dal loro
         fatturato complessivo. 
      
      191    Infatti, si deve ricordare che gli orientamenti prevedono la necessità di prendere in considerazione la capacità economica
         effettiva degli autori dell’infrazione di arrecare un danno consistente agli altri operatori, in particolare ai consumatori,
         e di fissare l’importo dell’ammenda ad un livello tale da garantire un carattere sufficientemente dissuasivo (punto 1 A, quarto
         comma). Gli stessi orientamenti aggiungono che, nei casi che riguardano molte imprese, come i cartelli, può essere opportuno
         ponderare l’importo di partenza generale in modo da tener conto del peso specifico e dunque dell’impatto reale sulla concorrenza
         del comportamento configurante infrazione di ciascuna impresa, in particolare qualora esista una disparità considerevole nelle
         dimensioni delle imprese che commettono il medesimo tipo di infrazioni, e in modo da adattare conseguentemente tale importo
         secondo le caratteristiche specifiche di ciascuna impresa (punto 1 A, sesto comma) (sentenza Cheil Jedang/Commissione, cit.
         supra al punto 186, punto 81).
      
      192    Inoltre, come osservato al precedente punto 186, gli orientamenti non prevedono che l’importo delle ammende sia calcolato
         in funzione del fatturato complessivo realizzato dalle imprese interessate, ma non ostano neppure a che un siffatto fatturato
         sia preso in considerazione ai fini di tale calcolo, nel rispetto delle condizioni di cui allo stesso punto della presente
         sentenza.
      
      193    Nel caso di specie, come osservato ai precedenti punti 183-189, la scelta della Commissione di fare riferimento al fatturato
         sui mercati in questione per stabilire la capacità di ciascuna impresa interessata di arrecare un danno era coerente e obiettivamente
         giustificata. In tal modo la Commissione perseguiva parimenti uno scopo dissuasivo, rendendo nota la propria intenzione di
         penalizzare in maniera più severa le imprese che avevano partecipato ad un cartello su un mercato su cui esse avevano un peso
         rilevante.
      
      194    Ne deriva che deve essere parimenti respinto l’argomento relativo al carattere sproporzionato dell’ammenda rispetto ai rispettivi
         fatturati complessivi delle ricorrenti. Queste ultime, infatti, non possono validamente concludere che sussista una sproporzione
         nell’importo finale dell’ammenda inflitta, dal momento che l’importo di partenza delle loro ammende è giustificato alla luce
         dei criteri adottati dalla Commissione per la valutazione dell’importanza di ciascuna delle imprese sul mercato rilevante
         (v., in tal senso, sentenze del Tribunale 20 marzo 2002, causa T‑23/99, LR AF 1998/Commissione, Racc. pag. II‑1705, punto
         304, e 5 dicembre 2006, causa T‑303/02, Westfalen Gassen Nederland/Commissione, Racc. pag. II‑4567, punto 185). 
      
      –       Sul «sistema di forfetizzazione» previsto dagli orientamenti 
      195    Le censure mosse dalle ricorrenti nei confronti del «sistema di forfettizzazione» previsto dagli orientamenti non sono pertinenti.
         
      
      196    Infatti, secondo costante giurisprudenza, per quanto riguarda la determinazione dell’importo delle ammende inflitte ai diversi
         partecipanti ad un’intesa, il metodo consistente nella ripartizione dei membri dell’intesa stessa in diverse categorie, che
         comporta una determinazione a forfait dell’importo di partenza stabilito per le imprese appartenenti ad una stessa categoria,
         ancorché conduca ad ignorare le differenze di dimensioni tra imprese appartenenti ad uno stesso gruppo, non può essere censurato
         purché siano rispettati i principi di proporzionalità e della parità di trattamento (sentenze del Tribunale 19 marzo 2003,
         causa T‑213/00, CMA CGM e a./Commissione, Racc. pag. II‑913, punto 385; 15 marzo 2006, causa T‑26/02, Daiichi Pharmaceutical/Commissione,
         Racc. pag. II‑713, punti 83-85, e 15 marzo 2006, causa T‑15/02, BASF/Commissione, Racc. pag. II‑497, punto 150). Purché siano
         rispettati tali principi, non è compito del Tribunale pronunciarsi sull’opportunità di un siffatto sistema, anche nell’ipotesi
         in cui esso dovesse svantaggiare le imprese di dimensioni inferiori. Il Tribunale, nell’ambito del suo controllo di legittimità
         sull’esercizio del potere discrezionale di cui la Commissione dispone in materia, deve infatti limitarsi a controllare che
         la ripartizione dei membri dell’intesa in categorie sia coerente e oggettivamente giustificata, senza sostituire subito la
         sua valutazione a quella della Commissione (sentenza 15 marzo 2006, BASF/Commissione, cit., punto 157).
      
      –       Sulla mancata considerazione dello status di «media impresa» delle ricorrenti
      197    L’argomento secondo il quale la Commissione avrebbe dovuto considerare il fatto che le ricorrenti erano medie imprese è irrilevante.
         
      
      198    Infatti, si deve ricordare che la Commissione, non essendo tenuta ad effettuare il calcolo dell’ammenda a partire dagli importi
         stabiliti sulla base del fatturato delle imprese interessate, non è nemmeno tenuta ad assicurare, nel caso in cui siano inflitte
         ammende a varie imprese coinvolte in una stessa infrazione, che gli importi finali delle ammende a cui è giunto il suo calcolo
         per le imprese interessate rendano conto di ogni differenza tra le stesse imprese in ordine al loro fatturato complessivo
         o al loro fatturato realizzato sul mercato del prodotto rilevante (sentenza del Tribunale 20 marzo 2002, causa T‑21/99, Dansk
         Rørindustri/Commissione, Racc. pag. II‑1681, punto 202). 
      
      199    A tal riguardo occorre precisare che l’art. 23, n. 3, del regolamento n. 1/2003 non impone neppure che, qualora vengano inflitte
         ammende a più imprese implicate in una medesima infrazione, l’importo dell’ammenda inflitta ad un’impresa di dimensioni piccole
         o medie non sia superiore, in termini di percentuale del fatturato, a quello delle ammende inflitte alle imprese più grandi.
         Infatti, risulta dalla disposizione suddetta che, tanto per le imprese di dimensioni piccole o medie quanto per le imprese
         di dimensioni superiori, per determinare l’importo dell’ammenda occorre prendere in considerazione la gravità e la durata
         dell’infrazione. Qualora la Commissione infligga alle imprese implicate in una medesima infrazione ammende giustificate, per
         ciascuna di esse, in rapporto alla gravità e alla durata dell’infrazione, non può addebitarsi alla detta istituzione il fatto
         che, per talune di queste imprese, l’importo dell’ammenda sia superiore, in proporzione al fatturato, a quello di altre imprese
         (v., per analogia, sentenze 20 marzo 2002, Dansk Rørindustri/Commissione, cit. supra al punto 198, punto 203, e Westfalen
         Gassen Nederland/Commissione, cit. supra al punto 194, punto 174).
      
      200    La Commissione, quindi, non è tenuta a ridurre le ammende qualora le imprese coinvolte siano piccole e medie imprese. La dimensione
         dell’impresa, infatti, viene già presa in considerazione attraverso il tetto massimo fissato dall’art. 15, n. 2, del regolamento
         n. 17 e dall’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003 nonché in virtù delle disposizioni degli orientamenti. A parte tali
         considerazioni relative alle dimensioni, non vi è alcuna ragione di trattare le piccole e medie imprese diversamente dalle
         altre imprese. Il fatto che le imprese coinvolte siano piccole e medie imprese non le esonera dal loro dovere di rispettare
         le regole di concorrenza (v., per analogia, sentenza SNCZ/Commissione, cit. supra al punto 187, punto 84). 
      
      201    Alla luce di tutti questi motivi, deve essere parimenti respinto l’argomento relativo all’asserita violazione del principio
         di parità della sanzione.
      
       Sulla violazione del principio della parità di trattamento
      202    Relativamente all’asserita violazione del principio della parità di trattamento, si deve osservare che la ripartizione per
         categorie deve rispettare il principio secondo cui è vietato trattare situazioni analoghe in maniera differente e situazioni
         diverse in maniera identica, a meno che un tale trattamento non sia obiettivamente giustificato. In quest’ottica gli orientamenti
         prevedono, al punto 1 A, sesto comma, che una disparità considerevole nella dimensione delle imprese che commettono il medesimo
         tipo di infrazione possa, in particolare, giustificare una diversificazione al fine della valutazione della gravità dell’infrazione.
         
      
      203    La suddivisione in gruppi potrebbe costituire violazione del principio della parità di trattamento o perché, tra i vari gruppi,
         vengono trattate in maniera diversa imprese che si trovano in una situazione analoga o perché, in seno ad ogni singolo gruppo,
         vengono trattate in modo identico imprese che si trovano in situazioni diverse. Nel caso di specie, le ricorrenti denunciano
         la sussistenza di entrambe le ipotesi: la prima nell’ambito dell’intesa sul mercato del filo destinato all’industria automobilistica,
         la seconda nell’ambito dell’intesa sul mercato del filo industriale nel Benelux e nei paesi nordici. Occorre quindi esaminare
         se tali differenze di trattamento tra le imprese sussistano e se siano eventualmente obiettivamente giustificate (v., in tal
         senso, sentenza CMA CGM e a./Commissione, cit. supra al punto 196, punti 407 e 408).
      
      204    È pacifico che esiste una differenza significativa di dimensioni tra le ricorrenti e la Coats. Dal momento che ad esse è stato
         applicato, per quanto riguarda l’intesa sul mercato del filo destinato all’industria automobilistica nel SEE, un importo di
         partenza diverso in ragione del loro inserimento in due categorie differenti e, per quanto riguarda l’intesa sul mercato del
         filo industriale nel Benelux e nei paesi nordici, un importo di partenza identico in ragione del loro inserimento nel medesimo
         gruppo, si deve valutare se la differenza di trattamento possa essere oggettivamente giustificata dalla preminenza attribuita
         all’importanza rispettiva delle imprese sul mercato in questione (derivante dal fatturato realizzato sul mercato rilevante
         per il prodotto interessato) rispetto alle dimensioni delle imprese (determinate dal fatturato complessivo).
      
      205    A tale riguardo, il Tribunale ha già avuto modo di dichiarare che era stato coerente e obiettivamente giustificato inquadrare
         in uno stesso gruppo varie imprese, una delle quali aveva un fatturato complessivo nettamente, se non addirittura «notevolmente»,
         inferiore a quello delle altre imprese, sulla base dei loro fatturati sul mercato interessato e delle loro quote di mercato
         molto simili, e applicare loro un importo di partenza specifico identico. In quelle circostanze, si è ritenuto che la Commissione
         non avesse affatto violato il principio della parità di trattamento (v., in tal senso, sentenze Cheil Jedang/Commissione,
         cit. supra al punto 186, punti 104-115, e Union Pigments/Commissione, cit. supra al punto 187, punti 155-158). 
      
      206    Occorre trarre la medesima conclusione nel caso di specie. Infatti, come precedentemente osservato, per quanto attiene al
         mercato del filo destinato all’industria automobilistica, le ricorrenti e la Coats sono state inquadrate rispettivamente nella
         prima e nella seconda categoria sulla base del rilievo che il fatturato realizzato dalle ricorrenti su tale mercato era all’incirca
         cinque volte maggiore di quello della Coats. Del pari, per quanto attiene al mercato del filo industriale, l’Amann e la Coats
         sono state inquadrate nella stessa categoria perché i loro fatturati realizzati su tale mercato erano molto simili. È quindi
         coerente e obiettivamente giustificato aver raggruppato dette imprese su tale base.
      
      207    Ne deriva che la Commissione non ha commesso alcuna violazione del principio della parità di trattamento.
      
      208    Alla luce delle considerazioni che precedono, deve essere respinto il motivo relativo alla violazione dei principi di proporzionalità
         e della parità di trattamento.
      
      3.     Sul motivo, dedotto dall’Amann, relativo all’erronea fissazione dell’importo di partenza dell’ammenda inflitta per l’intesa
            relativa al filo industriale
      a)     Argomenti delle parti
      209    L’Amann sostiene che la Commissione ha violato gli orientamenti inquadrandola nella stessa categoria della Coats. 
      
      210    Infatti, anzitutto, la Commissione avrebbe differenziato le imprese fondandosi esclusivamente sui fatturati realizzati nel
         2000 con i prodotti oggetto dell’intesa sul mercato del filo industriale. Orbene, essa avrebbe trascurato il fatto che la
         Coats aveva acquisito l’insieme delle quote della Barbour a partire dal 1999 e che, pertanto, al suo fatturato si sarebbe
         dovuto sommare quello della Barbour in sede di differenziazione. 
      
      211    Inoltre, dal momento che la Commissione si è limitata a indicare le forcelle di fatturato per tali due imprese (EUR 2-4 milioni
         per l’una, EUR 14-18 milioni per l’altra), l’Amann non ha ritenuto di essere in grado di determinare l’esatto importo di tali
         fatturati. Orbene, secondo l’Amann, la Commissione avrebbe dovuto fissare con estrema cura l’importo di partenza dell’ammenda
         dal momento che, nel complesso, il sistema del calcolo forfettario delle ammende previsto dagli orientamenti non tiene conto
         delle differenze di dimensioni tra le imprese. L’Amann osserva che il metodo utilizzato per inquadrare le imprese nei diversi
         gruppi deve essere corretto, coerente e non discriminatorio. La Commissione non avrebbe osservato tali obblighi derivanti
         dal principio della parità di trattamento. L’Amann ritiene inoltre che, disponendo soltanto delle forbici di fatturati, essa
         non è in grado di sapere se la Commissione abbia proceduto in modo corretto, coerente e non discriminatorio alla determinazione
         dell’importo di partenza dell’ammenda. A tale proposito, essa invoca altresì una violazione dell’art. 253 CE.
      
      212    Infine, la Commissione avrebbe attribuito al fatturato proveniente dalla vendita dei prodotti oggetto dell’infrazione un’importanza
         sproporzionata rispetto agli altri criteri di valutazione. 
      
      213    La Commissione conclude che tale motivo è infondato.
      
      b)     Giudizio del Tribunale
      214    In primo luogo, si deve prendere in esame la censura dell’Amann secondo la quale la Commissione non avrebbe proceduto in modo
         corretto, coerente e non discriminatorio all’inquadramento delle imprese nei diversi gruppi e alla determinazione dell’importo
         di partenza dell’ammenda.
      
      215    Occorre respingere anzitutto l’argomento dell’Amann secondo il quale, in sede di differenziazione degli importi di base, la
         Commissione non avrebbe tenuto conto del fatturato della Barbour, le cui quote erano state acquisite integralmente dalla Coats
         dal settembre 1999. 
      
      216    Infatti, nella sua risposta dell’11 aprile 2005 alla richiesta di informazioni della Commissione, la Coats ha chiarito che,
         dal settembre 1999, la Barbour non si è occupata della gestione operativa dell’impresa né ha realizzato alcun fatturato. Quindi,
         il fatturato di EUR 14-18 milioni dell’anno 2000 realizzato dalla Coats sul mercato del filo industriale nel Benelux e nei
         paesi nordici comprende al contempo l’attività commerciale della Coats e l’attività della Barbour acquisita dalla Coats nel
         settembre 1999 e, pertanto, non può essere messo in discussione.
      
      217    Si deve poi ricordare che la Commissione ha reputato necessario procedere ad un trattamento differenziato delle imprese coinvolte
         nel cartello al fine di tener conto dell’effettiva capacità economica dei colpevoli di pregiudicare sensibilmente la concorrenza
         nonché di fissare l’ammenda ad un livello che ne garantisca un’adeguata efficacia dissuasiva. Essa ha aggiunto che era necessario
         tener conto del peso specifico della condotta illecita di ciascuna impresa e quindi del suo effettivo impatto sulla concorrenza
         (decisione impugnata, punti 354 e 355). Ai fini della valutazione di tali elementi, la Commissione ha scelto di basarsi sul
         fatturato realizzato da ogni impresa sul mercato del filo industriale relativo all’ultimo anno dell’infrazione, vale a dire
         il 2000, come risultante dalla tabella contenuta nel punto 356 della decisione impugnata.
      
      218    Di conseguenza, come già esposto al precedente punto 184, essa ha suddiviso le imprese in quattro categorie, ha inquadrato
         l’Amann e la Coats nella prima categoria e ha stabilito un importo di partenza di EUR 14 milioni per tali due imprese.
      
      219    Al riguardo, nell’ambito del suo controllo di legittimità dell’esercizio del potere discrezionale della Commissione, il Tribunale
         deve limitarsi a controllare che tale ripartizione sia coerente e obiettivamente giustificata (v. sentenza BASF/Commissione,
         cit. supra al punto 196, punto 157 e giurisprudenza ivi citata).
      
      220    Occorre al riguardo considerare che una ripartizione delle imprese in quattro categorie è una maniera ragionevole di prendere
         in considerazione la loro importanza relativa sul mercato al fine di stabilire l’importo di partenza, purché non porti ad
         una rappresentazione grossolanamente alterata dei mercati in questione. Nella fattispecie il metodo della Commissione, consistente
         nello stabilire le categorie in funzione dei fatturati realizzati sul mercato in questione per il prodotto interessato, rispettivamente
         pari a EUR 14-18 milioni, EUR 5-8 milioni, EUR 2-4 milioni e EUR 0-1 milione, non può, a priori, essere considerato privo
         di coerenza interna.
      
      221    Le censure mosse dall’Amann al metodo utilizzato per la determinazione delle categorie e la fissazione dell’importo di partenza
         dell’ammenda per ciascuna di esse sono tanto più infondate in considerazione del fatto che, per quanto attiene alla categoria
         di inquadramento dell’Amann, l’importo di EUR 14 milioni scelto come importo di partenza per il calcolo dell’ammenda era il
         meno elevato di tale categoria.
      
      222    A tale riguardo, deve essere respinto l’argomento dell’Amann secondo cui essa non avrebbe dovuto trovarsi nella stessa categoria
         della Coats per l’asserita ragione che i loro rispettivi fatturati sul mercato del filo industriale presenterebbero una differenza
         di almeno due milioni di euro e che imprese che presentavano la stessa differenza erano state inquadrate in categorie differenti.
         Infatti, va osservato che, nella sentenza 14 luglio 2005, causa C‑57/02 P, Acerinox/Commissione (Racc. pag. I‑6689, punti
         74-80), alla quale fa giustamente riferimento la Commissione, la Corte ha ammesso nella stessa categoria imprese la cui differenza
         tra le quote di mercato era più grande di quella esistente nel caso di specie. 
      
      223    Infine, sulla base delle considerazioni svolte ai precedenti punti 182-194, si deve respingere l’argomento dell’Amann relativo
         al fatto che la Commissione avrebbe attribuito un’importanza sproporzionata al fatturato proveniente dalla vendita dei prodotti
         oggetto dell’infrazione rispetto agli altri criteri di valutazione.
      
      224    Pertanto, la Commissione ha proceduto in maniera corretta, coerente e non discriminatoria all’inquadramento delle imprese
         nei differenti gruppi e alla determinazione dell’importo di partenza dell’ammenda.
      
      225    In secondo luogo, l’Amann deduce erroneamente la violazione dell’obbligo di motivazione sulla base del rilievo che essa aveva
         a disposizione soltanto forbici di fatturati e non poteva pertanto conoscere in che modo la Commissione avesse determinato
         gli importi di partenza in funzione di detti fatturati.
      
      226    Infatti, da un lato, dalla giurisprudenza risulta che, nella determinazione dell’importo dell’ammenda in caso di infrazione
         alle regole di concorrenza, le essenziali esigenze di forma cui risponde l’obbligo di motivazione risultano rispettate qualora
         la Commissione indichi, nella sua decisione, gli elementi di valutazione che le hanno consentito di misurare la gravità e
         la durata dell’infrazione (sentenza del Tribunale 30 settembre 2003, cause riunite T‑191/98, da T‑212/98 a T‑214/98, Atlantic
         Container Line e a./Commissione, Racc. pag. II‑3275, punto 1521). Tali esigenze non impongono alla Commissione di indicare
         nella sua decisione i dati in forma numerica relativi al metodo di calcolo delle ammende, fermo restando comunque che la Commissione
         non può, avvalendosi esclusivamente e meccanicamente di formule aritmetiche, rinunciare a far uso del proprio potere discrezionale.
         Per quanto riguarda una decisione che infligge ammende a svariate imprese, la portata dell’obbligo di motivazione dev’essere
         valutata, in particolare, alla luce del fatto che la gravità delle infrazioni va accertata in funzione di un gran numero di
         elementi, quali, segnatamente, le circostanze proprie del caso di specie, il contesto in cui questo si inserisce e l’efficacia
         dissuasiva delle ammende, senza che a tal fine sia stato redatto un elenco vincolante o esaustivo di criteri da tenere obbligatoriamente
         in considerazione (sentenza della Corte 15 ottobre 2002, cause riunite C‑238/99 P, C‑244/99 P, C‑245/99 P, C‑247/99 P, da
         C‑250/99 P a C‑252/99 P e C‑254/99 P, Limburgse Vinyl Maatschappij e a./Commissione, Racc. pag. I‑8375, punti 464 e 465).
      
      227    Nel caso di specie, si ricava dalle considerazioni sin qui esposte che le condizioni imposte dalla giurisprudenza sono state
         rispettate, poiché la Commissione aveva affermato di aver valutato la gravità dell’infrazione applicando i criteri degli orientamenti
         e di aver poi inquadrato le imprese in funzione della loro importanza sul mercato determinata dal loro fatturato realizzato
         sullo stesso mercato e stabilendo un importo di partenza che tiene conto dell’estensione del mercato geografico in questione.
      
      228    Dall’altro lato, la Commissione ha adempiuto il suo obbligo di motivazione indicando forbici di fatturati sufficientemente
         strette da permettere all’Amann di determinare in che modo la Commissione avesse fissato gli importi di partenza, pur nel
         rispetto dei segreti commerciali. 
      
      229    Pertanto, alla Commissione non può essere contestata alcuna violazione dell’obbligo di motivazione.
      
      230    Di conseguenza, il motivo relativo all’erronea fissazione dell’importo di partenza dell’ammenda inflitta per l’intesa relativa
         al filo industriale deve essere respinto in quanto infondato.
      
      4.     Sul motivo, dedotto dall’Amann, relativo al calcolo erroneo della durata dell’infrazione sul mercato del filo industriale
      a)     Argomenti delle parti
      231    Secondo l’Amann, il calcolo della durata dell’infrazione è erroneo.
      
      232    In primo luogo, la durata dell’infrazione che essa avrebbe commesso sul mercato del filo industriale nel Benelux e nei paesi
         nordici sarebbe stata di undici anni, e non di undici anni e nove mesi. La sua ultima partecipazione all’infrazione risalirebbe
         alla riunione del 16 gennaio 2001 e non a quella del 18 settembre 2001, come confermerebbe il punto 147 della decisione impugnata.
         Quindi, l’importo di partenza dell’ammenda avrebbe dovuto subire un aumento massimo del 110% e non del 115%.
      
      233    Inoltre l’Amann sottolinea che, anche qualora la si dovesse ritenere coinvolta negli accordi in questione dopo il 16 gennaio
         2001, sulla base dei contatti bilaterali ritenuti sussistenti dalla Commissione, ciò varrebbe solo fino al maggio 2001. L’infrazione
         sarebbe durata quindi per un periodo massimo di undici anni e quattro mesi. 
      
      234    In secondo luogo, invocando a tale riguardo varie decisioni della Commissione, l’Amann sostiene che non si sarebbe dovuto
         tenere conto del primo anno dell’infrazione nella maggiorazione dell’importo di partenza dell’ammenda.
      
      235    In terzo luogo, la Commissione avrebbe dovuto utilizzare il suo potere discrezionale per aumentare, in applicazione del punto
         1 B, secondo comma, degli orientamenti, l’importo di partenza applicando ad esso una percentuale molto inferiore al 10% per
         ogni anno di infrazione, dal momento che, a priori, i prezzi del filo destinato all’industria tessile non sarebbero idonei,
         o lo sarebbero molto poco, ad arrecare un pregiudizio durevole ai consumatori, dal momento che la quota rappresentata dal
         costo del filo rappresenterebbe soltanto lo 0,15% dei costi dei prodotti finali. 
      
      236    La Commissione contesta la totalità delle censure e, pertanto, chiede che il motivo venga respinto in quanto infondato. 
      
      b)     Giudizio del Tribunale
      237    Conformemente all’art. 23, n. 3, del regolamento n. 1/2003, la durata dell’infrazione costituisce uno degli elementi da prendere
         in considerazione per determinare l’importo dell’ammenda da infliggere alle imprese responsabili di violazioni delle regole
         di concorrenza. 
      
      238    Per quanto riguarda il fattore relativo alla durata dell’infrazione, gli orientamenti distinguono tra le infrazioni di breve
         durata (in generale per periodi inferiori a un anno), per le quali l’importo di base applicato in considerazione della gravità
         non dovrebbe essere maggiorato, le infrazioni di media durata (in generale per periodi da uno a cinque anni), per le quali
         il detto importo può essere maggiorato del 50%, e le infrazioni di lunga durata (in generale per periodi superiori a cinque
         anni), per le quali l’importo in questione può essere maggiorato del 10% per ciascun anno (punto 1 B, primo comma, primo-terzo
         trattino). 
      
      239    Dal punto 359 della decisione impugnata si ricava che l’Amann ha partecipato all’intesa sul mercato del filo industriale nel
         Benelux e nei paesi nordici dal gennaio 1990 al settembre 2001, vale a dire per un periodo di infrazione di 11 anni e 9 mesi.
         Tale periodo corrisponde a un’infrazione di lunga durata. L’importo di partenza della sua ammenda è stato di conseguenza maggiorato
         del 115% in considerazione della durata dell’infrazione (punto 360 della decisione impugnata).
      
      240    In primo luogo, il fatto che l’Amann non abbia partecipato alla riunione multilaterale del 18 settembre 2001 non basta a dimostrare
         che essa abbia rinunciato a partecipare all’infrazione dopo il 16 gennaio 2001, data dell’ultima riunione multilaterale a
         cui essa era presente.
      
      241    Si potrebbe concludere per la cessazione definitiva della partecipazione all’intesa solo se essa avesse pubblicamente preso
         le distanze dal contenuto dell’intesa nel corso della riunione del 16 gennaio 2001, cosa che essa non ha fatto (v., in tal
         senso, sentenze del Tribunale 6 aprile 1995, causa T‑141/89, Tréfileurope/Commissione, Racc. pag. II‑791, punto 85, e BPB
         de Eendracht/Commissione, cit. supra al punto 145, punto 203).
      
      242    Inoltre, come menzionato al punto 99 della decisione impugnata, l’intesa sul mercato del filo industriale nel Benelux e nei
         paesi nordici era organizzata al contempo mediante riunioni multilaterali e bilaterali. Orbene, l’Amann ha effettivamente
         avuto contatti bilaterali regolari dopo il 16 gennaio 2001. Dal punto 151 della decisione impugnata si ricava, infatti, che
         l’Amann e la Coats si sono inviate messaggi di posta elettronica al fine di scambiarsi informazioni sui prezzi, circostanza
         che l’Amann non mette peraltro in discussione. 
      
      243    Il fatto che gli ultimi messaggi di posta elettronica siano datati maggio 2001 non permette di ritenere che l’Amann abbia
         posto fine alla sua partecipazione all’infrazione a partire dal giugno 2001.
      
      244    A tale riguardo si deve osservare che, come ricordato al precedente punto 27, l’intesa si è esplicata nello scambio di informazioni
         sui prezzi, sulle riduzioni e sui prezzi speciali e in accordi sui futuri listini dei prezzi, sulle riduzioni e sui prezzi
         speciali nonché in accordi volti a evitare di farsi concorrenza sul prezzo a vantaggio del fornitore abituale e di spartirsi
         i clienti. Il semplice fatto, ammesso che sia dimostrato, che l’Amann abbia cessato, a seguito di tali messaggi del maggio
         2001, di comunicare informazioni agli altri partecipanti all’intesa non dimostra che essa abbia cessato di parteciparvi (v.,
         in tal senso, sentenza 27 settembre 2006, causa T‑329/01, Archer Daniels Midland/Commissione, Racc. pag. II‑3255, punto 252).
      
      245    Ne deriva che la Commissione non ha commesso alcun errore di calcolo applicando una maggiorazione del 5% all’importo di partenza
         dell’ammenda inflitta all’Amann per la sua partecipazione all’infrazione posteriormente alla riunione multilaterale del 16
         gennaio 2001. 
      
      246    In secondo luogo, la modalità di calcolo consistente nel non prendere in considerazione il primo anno di infrazione al momento
         della maggiorazione dell’ammenda in funzione della durata dell’infrazione non possiede le caratteristiche di una prassi costante
         della Commissione. Nelle più recenti decisioni della Commissione, infatti, detta modalità di calcolo ha smesso di trovare
         applicazione. Va inoltre constatato, al pari della Commissione, che le decisioni dedotte dall’Amann a sostegno della propria
         argomentazione riguardano infrazioni di durata media (fino a cinque anni) e quindi non sono affatto rivelatrici di un’asserita
         prassi decisionale costante della Commissione in caso di infrazioni di lunga durata. Inoltre, nel fissare l’importo delle
         ammende, la Commissione dispone di un ampio potere discrezionale e non è vincolata dalle proprie precedenti valutazioni (v.,
         in tal senso, sentenza Michelin/Commissione, cit. supra al punto 154, punto 292). 
      
      247    Inoltre, dalla sentenza Cheil Jedang/Commissione (cit. supra al punto 186, punto 133), invocata dall’Amann, emerge al contrario
         che dalle disposizioni del punto 1 B degli orientamenti non risulta affatto che il primo anno di infrazione non debba essere
         calcolato. Infatti, è disposto unicamente che non si applichino maggiorazioni per le infrazioni di breve durata, in genere
         inferiori ad un anno. È praticata invece una maggiorazione per le infrazioni più durature, la quale, ad esempio, può raggiungere
         il 50% qualora la durata dell’infrazione sia compresa tra uno e cinque anni. Il Tribunale ha aggiunto che quest’ultima disposizione
         non prevede una maggiorazione automatica del 10% annuo per le infrazioni di durata media, ma lascia, a tal riguardo, un margine
         discrezionale alla Commissione. Del resto, lo stesso vale per il punto 1 B, terzo trattino, degli orientamenti, concernente
         le infrazioni di lunga durata, il quale prevede soltanto che la maggiorazione possa essere pari al 10% annuo (sentenza Cheil
         Jedang/Commissione, cit., punti 133 e 134). Nella sentenza Cheil Jedang/Commissione, già citata, la ragione che aveva indotto
         il Tribunale a concludere che non doveva essere applicato un aumento del 10% è connessa soltanto alle peculiarità del caso
         di specie, vale a dire che, nella sua decisione, la Commissione aveva applicato, senza alcuna giustificazione, un quantum
         del 40% nei confronti di talune imprese per un’infrazione protrattasi per cinque anni, mentre aveva adottato una maggiorazione
         del 30% nei confronti della ricorrente per un’infrazione durata due anni e dieci mesi. 
      
      248    In terzo luogo, l’Amann fa valere erroneamente che la Commissione non si sarebbe avvalsa del suo potere discrezionale applicando
         automaticamente il tasso massimo di maggiorazione del 10% per anno d’infrazione e, quindi, non tenendo conto del fatto che,
         a priori, i prezzi del filo industriale non sono idonei, o lo sono molto poco, ad arrecare un pregiudizio durevole nei confronti
         del consumatore.
      
      249    Si deve ricordare che, benché il punto 1 B, primo comma, terzo trattino, degli orientamenti non stabilisca una maggiorazione
         automatica del 10% annuo per le infrazioni di durata media, esso riconosce al riguardo un potere discrezionale alla Commissione
         (sentenze del Tribunale 18 giugno 2008, causa T‑410/03, Hoechst/Commissione, Racc. pag. II‑881, punto 396, e BPB/Commissione,
         cit. supra al punto 89, punto 362). 
      
      250    Nel caso di specie, si ricava dal precedente punto 239 che, all’atto dell’aumento dell’importo delle ammende stabilito in
         funzione della durata dell’infrazione, la Commissione ha rispettato le regole che si era imposta negli orientamenti. Alla
         luce degli elementi del caso di specie, si deve ritenere che la Commissione abbia correttamente esercitato il potere discrezionale
         conferitole maggiorando l’ammenda del 10% per ogni anno nel quale si è protratta l’infrazione.
      
      251    Emerge altresì da una costante giurisprudenza che un aumento dell’importo dell’ammenda in funzione della durata non è limitato
         all’ipotesi in cui sussista un nesso diretto tra la durata e un danno maggiore apportato agli obiettivi comunitari sanciti
         dalle regole di concorrenza (v., in tal senso, sentenze del Tribunale 12 luglio 2001, cause riunite T‑202/98, T‑204/98 e T‑207/98,
         Tate & Lyle e a./Commissione, Racc. pag. II‑2035, punto 106, e Michelin/Commissione, cit. supra al punto 154, punto 278).
      
      252    Nel caso di specie, emerge dai punti 347-351 della decisione impugnata che la Commissione ha esaminato gli effetti pregiudizievoli
         concreti dell’intesa sul mercato interessato. Essa ha concluso che era difficile misurarli con precisione, ma che l’impatto
         degli accordi collusori era senza dubbio reale.
      
      253    Alla luce della giurisprudenza e tenendo conto degli elementi del caso di specie, si deve ritenere che la Commissione non
         sia incorsa in un manifesto errore di valutazione maggiorando l’ammenda del 10% per ogni anno di infrazione.
      
      254    Di conseguenza, il motivo relativo al calcolo erroneo della durata dell’infrazione sul mercato del filo industriale deve essere
         respinto.
      
      5.     Sul motivo, dedotto dall’Amann, relativo alla mancata considerazione di alcune circostanze attenuanti riguardanti l’infrazione
            sul mercato del filo industriale 
      a)     Argomenti delle parti
      255    L’Amann invoca il beneficio di una circostanza attenuante in applicazione del punto 3, settimo trattino, degli orientamenti,
         fondata sulla sua decisione unilaterale di rinunciare all’infrazione di propria iniziativa e precedentemente ai primi interventi
         della Commissione. Essa sostiene, infatti, di non aver più partecipato ad alcuna riunione dopo quella del 16 gennaio 2001
         e di aver posto fine a ogni contatto bilaterale a partire dal mese di marzo 2001. A tal riguardo, essa sottolinea che, non
         essendosi avvalsa del punto 3, terzo trattino, degli orientamenti, la giurisprudenza secondo la quale sono gli interventi
         della Commissione a dover indurre le imprese di cui trattasi a porre fine ai loro comportamenti anticoncorrenziali non osta
         al riconoscimento di una circostanza attenuante. In questo modo, l’Amann ritiene di essersi esposta al rischio di sanzioni
         da parte dei suoi concorrenti, in particolare della Coats. Lungi dall’essere teorico, tale rischio di ritorsioni sarebbe del
         resto dimostrato dai messaggi di posta elettronica scambiati con il rappresentante della Coats, come sarebbe stato confermato
         dalla BST nel corso dell’udienza del 19 e 20 luglio 2004. La Commissione si sarebbe peraltro astenuta dall’esame di tali dichiarazioni,
         violando in questo modo l’obbligo di chiarimento dei fatti ad essa imposto. 
      
      256    Peraltro, facendo valere che la cessazione dell’infrazione sarebbe stata già presa in considerazione al momento della valutazione
         della durata, la Commissione non considererebbe il fatto che la durata oggettiva di un’infrazione deve essere tenuta distinta
         dall’aspetto soggettivo della fine della stessa. La considerazione di un comportamento quale circostanza attenuante non dovrebbe
         essere esclusa per la ragione che lo stesso ha effetti positivi per l’impresa sotto il profilo della durata dell’infrazione.
         
      
      257    La Commissione contesta tali argomenti.
      
      b)     Giudizio del Tribunale
      258    Va ricordato, anzitutto, che gli orientamenti prevedono, al punto 3, la riduzione dell’importo di base per «circostanze attenuanti»
         quali il ruolo esclusivamente passivo o emulativo nella realizzazione dell’infrazione, la non applicazione di fatto degli
         accordi collusori, l’aver posto fine alle attività illecite sin dai primi interventi della Commissione e altre circostanze
         non espressamente menzionate.
      
      259    Occorre parimenti constatare che tale testo non elenca in modo imperativo le circostanze attenuanti che la Commissione sarebbe
         tenuta a prendere in considerazione. Di conseguenza, la Commissione conserva un certo potere discrezionale per valutare in
         maniera globale l’entità di un’eventuale riduzione dell’importo delle ammende a titolo di circostanze attenuanti (sentenza
         del Tribunale 8 luglio 2004, causa T‑50/00, Dalmine/Commissione, Racc. pag. II‑2395, punto 326). Quindi, la Commissione non
         può affatto essere obbligata ad accordare, nell’ambito del suo potere discrezionale, una riduzione dell’ammenda per la cessazione
         di un’infrazione manifesta, indipendentemente se tale cessazione abbia avuto luogo prima o dopo i suoi interventi (sentenza
         Tokai II, cit. supra al punto 93, punto 292).
      
      260    Si deve inoltre sottolineare che, secondo una costante giurisprudenza, l’aver posto fine alle infrazioni alle regole di concorrenza
         dai primi interventi della Commissione, come previsto dal terzo trattino del punto 3 degli orientamenti, può logicamente costituire
         una circostanza attenuante solo se esistono motivi per supporre che le imprese di cui trattasi siano state indotte a porre
         fine ai loro comportamenti anticoncorrenziali dagli interventi in questione. Infatti, appare chiaro che tale disposizione
         mira a indurre le imprese a cessare immediatamente i loro comportamenti anticoncorrenziali quando la Commissione avvia un’indagine
         nei loro confronti. Una riduzione di ammenda a tale titolo non può essere applicata nel caso in cui una decisione definitiva
         di porre fine all’infrazione sia già stata adottata da tali imprese anteriormente ai primi interventi della Commissione ovvero
         nel caso in cui l’infrazione sia già terminata prima di tale data. Quest’ultima ipotesi viene sufficientemente presa in considerazione
         nell’ambito del calcolo della durata del periodo di infrazione assunto a carico (v., in tal senso, sentenza della Corte 25
         gennaio 2007, causa C‑407/04 P, Dalmine/Commissione, Racc. pag. I‑829, punto 158; sentenze del Tribunale 8 luglio 2004, causa
         T‑44/00, Mannesmannröhren-Werke/Commissione, Racc. pag. II‑2223, punti 280 e 281, e 12 dicembre 2006, BASF/Commissione, cit.
         supra al punto 91, punto 128).
      
      261    Peraltro, va osservato che l’Amann fonda il suo diritto a beneficiare di circostanze attenuanti sul fatto di avere deciso
         unilateralmente, subito dopo la riunione del 16 gennaio 2001, di non partecipare più ad altre riunioni e di porre fine a ogni
         contatto bilaterale. Orbene, come constatato supra al punto 240 e segg., dopo tale riunione multilaterale l’Amann ha continuato
         a partecipare a riunioni bilaterali. 
      
      262    Per gli stessi motivi, deve essere parimenti respinto l’argomento dell’Amann secondo cui la Coats avrebbe svolto il ruolo
         di capofila nell’intesa e avrebbe formulato minacce nei suoi confronti a seguito della decisione di non partecipare più all’infrazione.
         A tal riguardo, l’argomento della ricorrente relativo alla violazione dell’obbligo di chiarimento dei fatti imposto alla Commissione
         è inconferente. Infatti, come risulta dal precedente punto 261, è inesatto il presupposto di partenza della ricorrente secondo
         cui essa avrebbe posto fine alla partecipazione all’infrazione dopo la riunione del 16 gennaio 2001. Essa non può pertanto
         validamente affermare che la cessazione dell’infrazione dopo tale riunione abbia comportato la sua esposizione a ritorsioni
         da parte della Coats e, pertanto, non può invocare una qualsivoglia violazione dell’obbligo di chiarimento dei fatti a tal
         riguardo.
      
      263    Infine, anche supponendo che l’Amann abbia posto fine prima all’infrazione, dalla giurisprudenza citata risulta che la Commissione
         conserva un certo potere discrezionale per valutare in maniera globale l’importanza di un’eventuale riduzione dell’importo
         delle ammende a titolo di circostanze attenuanti e non può affatto essere obbligata ad accordare una siffatta riduzione dell’ammenda
         per la cessazione di un’infrazione manifesta prima dei suoi interventi.
      
      264    Pertanto il presente motivo deve essere respinto.
      
      6.     Sul motivo, dedotto dalle ricorrenti, relativo all’erroneo calcolo dell’importo di partenza e dell’importo di base dell’ammenda
            inflitta per l’infrazione sul mercato del filo destinato all’industria automobilistica
      a)     Argomenti delle parti
      265    In primo luogo, le ricorrenti denunciano una fissazione arbitraria dell’importo di partenza dell’ammenda inflitta per l’infrazione
         sul mercato del filo destinato all’industria automobilistica. Infatti, la decisione impugnata non consentirebbe di conoscere
         i criteri con cui la Commissione ha calcolato detto importo né su quale base essa ha stabilito le categorie. Infatti, gli
         importi di partenza (EUR 5 milioni per le ricorrenti e EUR 1,3 milioni per le altre imprese coinvolte) non corrisponderebbero
         precisamente ai differenti fatturati realizzati con il prodotto oggetto dell’intesa. 
      
      266    La Commissione non avrebbe poi spiegato il motivo per il quale, diversamente rispetto alla Coats e alla Barbour, essa considerava
         le ricorrenti come un’unità di imprese. A tal proposito, le asserzioni della Commissione circa l’esercizio di una forte influenza
         dell’Amann sulla Cousin prima dell’acquisizione della maggioranza delle quote di quest’ultima non sarebbero convincenti. Secondo
         le ricorrenti, la posizione della Coats e della Barbour avrebbe dovuto essere valutata allo stesso modo di quella delle ricorrenti.
         Le informazioni fornite dalla Oxley nella risposta alla comunicazione degli addebiti sarebbero altresì dirette a dimostrare
         che la Commissione avrebbe sottovalutato l’importanza della «Coats/Barbour». Orbene, le ricorrenti sostengono che non è escluso
         che, se la Commissione avesse correttamente inquadrato tali imprese, essa avrebbe ottenuto un altro importo di partenza. Alla
         luce di tali osservazioni, la decisione impugnata non sarebbe motivata. 
      
      267    La risposta della Commissione confermerebbe il suo errore di logica, poiché la partecipazione della Barbour è stata presa
         in considerazione solo fino all’acquisizione da parte della Coats nel settembre 1999 e, in seguito a detta acquisizione, essa
         ha considerato soltanto il fatturato della Coats, mentre avrebbe dovuto imputare alla Coats anche il fatturato realizzato
         dalla Barbour nel 1999. L’importo di tale fatturato sarebbe stato pari a circa EUR 6 milioni. Pertanto, le ricorrenti criticano
         il fatto che l’importo di partenza che è stato loro applicato fosse pari a EUR 5 milioni (la somma dei loro fatturati ammontava
         a EUR 8,55 milioni), mentre l’importo di partenza applicato alla Coats era di soli EUR 1,3 milioni (il suo fatturato si aggirava
         intorno a EUR 6 milioni). Esse denunciano altresì il fatto che l’inquadramento effettuato dalla Commissione abbia portato
         a prendere in considerazione i loro fatturati complessivi per l’intero periodo, mentre quello della Barbour non è stato più
         considerato nell’ambito della fissazione dell’importo dell’ammenda, a partire dalla sua acquisizione da parte della Coats.
         
      
      268    In secondo luogo, il calcolo dell’importo di base in funzione della durata dell’infrazione, dal maggio/giugno 1998 al 15 maggio
         2000, vale a dire un anno e undici mesi, e il conseguente aumento dell’importo di partenza dell’ammenda del 15% sarebbero
         erronei. 
      
      269    Secondo le ricorrenti, mancano le prove dello svolgimento di una riunione nel maggio/giugno 1998 e di una loro partecipazione
         ad essa. Esse osservano che l’unica prova sulla quale la Commissione si fonda è rappresentata dalla risposta della Coats alla
         richiesta di informazioni. Orbene, tale risposta della Coats poggerebbe solo su una nota di un ex collaboratore. Lo svolgimento
         di tale riunione sarebbe quindi sostenuto soltanto sulla base di «voci» e l’autenticità della nota farebbe sorgere dubbi che
         la Commissione avrebbe dovuto sciogliere effettuando verifiche. Secondo le ricorrenti, la prima riunione è avvenuta soltanto
         nel giugno 1999. La Oxley non sarebbe stata in grado di fornire alcuna indicazione in merito a tale riunione e la Coats non
         sarebbe stata in grado di fornire spiegazioni precise relative alla sua partecipazione. Tenuto conto delle incertezze esistenti
         in merito a tale riunione, le ricorrenti contestano inoltre alla Commissione di non aver affatto tentato di far luce sul luogo
         in cui si sarebbe svolta tale riunione. Esse ritengono dunque che il calcolo dell’importo di base dell’ammenda si sarebbe
         dovuto fare soltanto a partire dal 15 aprile 1999. 
      
      270    La Commissione contesta tale motivo.
      
      b)     Giudizio del Tribunale
      271    In primo luogo, si deve esaminare l’argomento relativo alla fissazione arbitraria dell’importo di partenza dell’ammenda.
      
      272    A tal proposito, si deve rilevare che gli orientamenti prevedono, in primo luogo, la valutazione della gravità dell’infrazione
         in quanto tale, sulla base della quale può essere fissato un «importo di partenza generale». La gravità dell’infrazione è
         quindi determinata sulla scorta di elementi oggettivi quali la natura dell’infrazione, il suo impatto concreto sul mercato
         se lo stesso è misurabile e l’estensione del mercato geografico rilevante. In secondo luogo, la gravità dell’infrazione è
         analizzata sulla base di vari elementi soggettivi. Sono prese in considerazione, quindi, le caratteristiche dell’impresa interessata,
         in particolare le sue dimensioni e la sua posizione sul mercato rilevante, il che può comportare la ponderazione dell’importo
         di partenza, la classificazione delle imprese in categorie e la fissazione di un «importo di partenza specifico». Ai fini
         della determinazione dell’importo di base si tiene conto, in terzo luogo, della durata dell’infrazione così come, in quarto
         luogo, delle circostanze aggravanti e attenuanti che consentono di valutare in particolare la gravità relativa della partecipazione
         all’infrazione di ciascuna impresa interessata.
      
      273    Per quanto riguarda, più in dettaglio, gli elementi soggettivi valutati nella fissazione dell’importo di partenza, gli orientamenti
         prevedono la necessità di prendere in considerazione l’effettiva capacità economica degli autori dell’infrazione di arrecare
         un danno consistente agli altri operatori, in particolare ai consumatori, e di fissare l’importo dell’ammenda ad un livello
         tale da garantirle un carattere sufficientemente dissuasivo (punto 1 A, quarto comma).
      
      274    Secondo gli stessi orientamenti, nei casi che coinvolgono più imprese, tipo i cartelli, può essere opportuno ponderare l’importo
         di partenza generale, in modo da tenere conto del peso specifico e dunque dell’impatto reale sulla concorrenza del comportamento
         configurante infrazione di ciascuna impresa, in particolare qualora esista una disparità considerevole nella dimensione delle
         imprese che commettono il medesimo tipo di infrazione, ed adattare conseguentemente l’importo di partenza generale secondo
         le caratteristiche specifiche di ciascuna impresa (punto 1 A, sesto comma) (sentenza Cheil Jedang/Commissione, cit. supra
         al punto 186, punto 81).
      
      275    Occorre rilevare che gli orientamenti non prevedono che l’importo delle ammende sia calcolato in funzione del fatturato complessivo
         o del fatturato realizzato dalle imprese sul mercato in questione. Tuttavia, essi non ostano neppure a che tali fatturati
         siano presi in considerazione per la determinazione dell’importo dell’ammenda affinché siano rispettati i principi generali
         del diritto dell’Unione e qualora le circostanze lo richiedano. Il fatturato può essere preso in considerazione al momento
         della valutazione dei diversi elementi elencati precedentemente ai punti 269 e 270 (sentenze Cheil Jedang/Commissione, cit.
         supra al punto 186, punto 82, e Tokai I, cit. supra al punto 186, punto 195). 
      
      276    Nel caso di specie, si ricava dai punti 418 e segg. della decisione impugnata che la Commissione ha osservato le disposizioni
         degli orientamenti. Essa ha infatti considerato la natura dell’infrazione, il suo impatto concreto sul mercato nonché l’estensione
         del mercato geografico rilevante. Alla luce di tali elementi, essa ha definito l’infrazione come molto grave pur precisando,
         al punto 428 della decisione impugnata, che nel fissare l’importo dell’ammenda essa avrebbe tenuto conto delle piccole dimensioni
         del mercato interessato.
      
      277    Successivamente, come nell’ambito dell’intesa sul mercato del filo industriale nel Benelux e nei paesi nordici, essa ha reputato
         necessario procedere ad un trattamento differenziato delle imprese coinvolte nel cartello del filo destinato all’industria
         automobilistica al fine di tener conto dell’effettiva capacità economica dei colpevoli di pregiudicare sensibilmente la concorrenza
         nonché di fissare l’ammenda ad un livello che ne garantisca una sufficiente efficacia deterrente. Essa ha aggiunto che era
         necessario tener conto del peso specifico del comportamento illecito di ogni impresa e quindi dell’effettivo impatto sulla
         concorrenza. Ai fini della valutazione di tali elementi, la Commissione ha scelto di basarsi sul fatturato realizzato sul
         mercato rilevante per il prodotto interessato dall’intesa (decisione impugnata, punti 430-432).
      
      278    Di conseguenza, essa ha suddiviso le imprese in due categorie. L’Amann e la Cousin, tenuto conto della somma del fatturato
         pari a EUR 8,55 milioni, sono state inquadrate nella prima categoria. La Coats, l’Oxley e la Barbour, tenuto conto del loro
         fatturato stimato tra EUR 1 e 3 milioni, sono state inquadrate nella seconda categoria. La Commissione ha considerato un importo
         di partenza, determinato in funzione della gravità dell’infrazione, di EUR 5 milioni per l’Amann e la Cousin e di EUR 1,3
         milioni per la Coats, l’Oxley e la Barbour (decisione impugnata, punti 432-435). 
      
      279    Come sottolineato ai precedenti punti 216-221, il Tribunale, nell’ambito del suo controllo di legittimità dell’esercizio del
         potere discrezionale della Commissione, deve limitarsi a controllare che tale ripartizione sia coerente e obiettivamente giustificata
         (v. sentenza BASF/Commissione, cit. supra al punto 196, punto 157 e giurisprudenza ivi citata). 
      
      280    A tale proposito, si deve considerare che una ripartizione delle imprese in due categorie è una maniera ragionevole di prendere
         in considerazione la loro importanza relativa sul mercato al fine di stabilire l’importo di partenza, purché non porti ad
         una rappresentazione grossolanamente alterata del mercato in questione. Nel caso di specie, il metodo della Commissione consistente
         nello stabilire categorie in funzione dei fatturati realizzati sul mercato in questione per il prodotto interessato non può,
         a priori, essere considerato privo di coerenza interna.
      
      281    In ordine alla determinazione in quanto tale dell’importo di partenza, si deve considerare che la scelta dell’importo di EUR 5
         milioni per le imprese rientranti nella prima categoria non può essere definita arbitraria e non oltrepassa i limiti dell’ampio
         potere discrezionale di cui la Commissione dispone in materia. Tale cifra, infatti, è stata determinata sulla base delle categorie
         che, a loro volta, sono state validamente stabilite, come constatato ai precedenti punti 277 e 278. Inoltre, la cifra di EUR 5
         milioni scelta come importo di partenza è inferiore al fatturato della ricorrente assunto come riferimento per la prima categoria.
      
      282    Alla luce di tali considerazioni, le ricorrenti affermano erroneamente che la Commissione ha stabilito le due categorie e
         ha calcolato l’importo di partenza dell’ammenda in modo arbitrario.
      
      283    È inoltre irrilevante la censura mossa alla Commissione di non aver considerato la Coats e la Barbour come un’«unità di imprese»
         e di non avere, pertanto, addizionato i loro fatturati. Infatti, dalla decisione impugnata (punti 40 e 67) si ricava che la
         Coats ha acquisito la Barbour soltanto nel settembre 1999. Quest’ultima costituiva quindi un’impresa avente autonoma personalità
         giuridica e, in quanto tale, poteva essere considerata personalmente responsabile dell’infrazione commessa per il periodo
         compreso tra maggio/giugno 1998 e settembre 1999. Quanto alla Coats, dalla decisione impugnata emerge che essa ha partecipato
         all’infrazione dall’8 giugno 1999 al 15 maggio 2000 e, pertanto, che essa poteva essere considerata personalmente responsabile
         dei suoi comportamenti configuranti infrazione.
      
      284    Quindi, contrariamente a quanto sostengono le ricorrenti, non occorreva sommare i fatturati della Coats e della Barbour e
         inquadrare queste ultime nella prima categoria. 
      
      285    Va osservato, tuttavia, che la Commissione ha tenuto conto del fatturato della Coats relativo al solo anno 1999. Orbene, sarebbe
         corretto aggiungere a tale fatturato la quota di quello della Barbour per i mesi da ottobre a dicembre 1999, vale a dire i
         3/12 del fatturato annuale della Barbour. Il fatturato della Coats, quindi, avrebbe dovuto subire un aumento compreso tra
         EUR 250 000 e 750 000. Tuttavia, tale errore di calcolo non mette affatto in discussione l’inquadramento delle ricorrenti
         nella prima categoria, né l’importo di partenza che era stato loro applicato. Infatti, le ricorrenti non smentiscono la constatazione
         effettuata dalla Commissione ai punti 323 e 433 della decisione impugnata, secondo la quale esse dovevano essere considerate
         come un’«unità di imprese» e, in quanto tali, la Commissione ha sommato, giustamente, i loro rispettivi fatturati.
      
      286    Deve infine essere respinto l’argomento relativo a una violazione dell’art. 253 CE sulla base del rilievo che, da un lato,
         la Commissione non avrebbe spiegato il motivo per il quale, diversamente rispetto alla Coats e alla Barbour, essa considerava
         le ricorrenti come un’«unità di imprese» e, dall’altro, la determinazione e il calcolo dell’importo di partenza sarebbero
         incomprensibili.
      
      287    Infatti, da un lato, la Commissione ha indicato chiaramente ai punti 323 e 433 della decisione impugnata le ragioni per le
         quali le ricorrenti dovevano essere considerate come un’«unità di imprese». Dall’altro, come osservato al precedente punto
         226, l’obbligo di motivazione non impone alla Commissione di indicare nella sua decisione i dati relativi alla modalità di
         calcolo delle ammende, fermo restando comunque che la Commissione non può, avvalendosi esclusivamente e meccanicamente di
         formule aritmetiche, rinunciare ad esercitare il proprio potere discrezionale. 
      
      288    Nella fattispecie, come si ricava dai precedenti punti 276-278, la Commissione ha perfettamente adempiuto il suo obbligo di
         motivazione indicando, ai punti 418 e segg. della decisione impugnata, gli elementi di valutazione che le hanno permesso di
         misurare la gravità dell’infrazione. 
      
      289    In secondo luogo, per quanto riguarda l’argomento relativo ad un’erronea fissazione dell’importo di base dell’ammenda, in
         ragione di un’erronea determinazione della durata dell’infrazione, dagli atti del fascicolo si ricava che la prima riunione
         relativa al mercato del filo destinato all’industria automobilistica non si è svolta nel giugno 1999 come sostenuto dalle
         ricorrenti, bensì nel maggio/giugno 1998. 
      
      290    Nella sua risposta alla comunicazione degli addebiti, l’Amann menziona espressamente l’esistenza di tale riunione e afferma
         che essa ha permesso ai partecipanti di stabilire un primo contatto tra di loro, di scambiarsi informazioni su alcuni prezzi
         e di manifestare la loro intenzione di fissare i prezzi per un periodo che non sarebbe stato superiore a sei mesi. 
      
      291    Si deve pertanto ritenere che tale argomento sia privo di fondamento in fatto.
      
      292    Inoltre, l’addebito mosso alla Commissione di non aver potuto determinare con certezza se la riunione si fosse tenuta in maggio
         o in giugno è irrilevante dal momento che il calcolo della durata dell’infrazione è stato effettuato a partire dal mese di
         giugno, il quale rappresenta un punto di partenza più favorevole alle ricorrenti.
      
      293    Alla luce di tali considerazioni, il motivo relativo al calcolo erroneo dell’importo di partenza e dell’importo di base dell’ammenda
         deve essere respinto. 
      
      7.     Sul motivo, dedotto dalle ricorrenti, relativo all’asserita omessa considerazione della mancata attuazione dell’intesa riguardante
            il filo destinato all’industria automobilistica 
      a)     Argomenti delle parti 
      294    Le ricorrenti sostengono che le constatazioni della Commissione relative all’impatto dell’infrazione sul mercato sono erronee.
         Infatti, la decisione impugnata non avrebbe accertato l’effettiva attuazione degli accordi conclusi nell’ambito dell’intesa
         riguardante il filo destinato all’industria automobilistica. I documenti sui quali la Commissione fonda le proprie affermazioni
         relative all’effettiva attuazione dell’intesa sarebbero invocati solamente come prove dell’esistenza di riunioni tra i partecipanti.
         La stessa Commissione ammetterebbe, al punto 427 della decisione impugnata, di aver incontrato difficoltà nell’accertamento
         dell’attuazione dell’intesa. 
      
      295    In particolare, la Commissione affermerebbe erroneamente che la Cousin avrebbe imposto aumenti di prezzo al suo cliente, la
         Johnson Controls. Le ricorrenti hanno sottolineato che tale aumento corrispondeva alla loro politica individuale dei prezzi
         e non era connessa agli accordi. A tal riguardo, alle ricorrenti non è stato accordato il diritto ad essere sentite su tale
         punto, dedotto per la prima volta nella decisione impugnata, e ritengono pertanto che esso non possa essere utilizzato quale
         prova dell’attuazione dell’intesa. 
      
      296    Le ricorrenti invocano l’obbligo che incombe alla Commissione di tener conto, in sede di valutazione della gravità dell’infrazione,
         di tutti gli elementi che possono essere determinanti ai fini dell’impatto concreto dell’infrazione sul mercato. A tal riguardo,
         la Commissione avrebbe ritenuto sussistente una circostanza attenuante che mitigava la pena anche in controversie nelle quali
         gli accordi sarebbero stati attuati soltanto in parte. Essendo ancora più rilevante, nel caso di specie, la mancata attuazione,
         le ricorrenti ritengono che la Commissione avrebbe dovuto prenderla in considerazione conformemente alla sua prassi decisionale
         e, pertanto, avrebbe dovuto accordare loro il beneficio di una circostanza attenuante in forza del punto 3, secondo trattino,
         degli orientamenti, ovvero avrebbe dovuto tenerne conto nell’ambito della determinazione della gravità dell’infrazione. 
      
      297    La Commissione contesta tale motivo. 
      
      b)     Giudizio del Tribunale 
      298    In limine, si deve osservare che dal punto 233 della decisione impugnata emerge che, nel corso della riunione del 9 luglio
         1999, la Cousin ha affermato che essa avrebbe tentato di aumentare i prezzi applicati al suo cliente, la Johnson Controls.
         Dalle osservazioni della Barbour risulta altresì che un rappresentante della Cousin ha telefonato a un rappresentante della
         Barbour per confermargli che l’aumento era stato realizzato. Infine, occorre constatare che la Cousin conferma di aver aumentato
         i suoi prezzi, ma sostiene che tale aumento non è affatto scaturito da un accordo. 
      
      299    In primo luogo, le ricorrenti affermano erroneamente che il riferimento all’aumento dei prezzi applicati alla Johnson Controls
         non è stato mai richiamato nella comunicazione degli addebiti e che, pertanto, esse non hanno avuto l’occasione di replicare
         allo stesso. Un siffatto argomento risulta privo di fondamento in fatto dal momento che la Commissione vi aveva fatto esplicito
         riferimento ai punti 192 e 201 della comunicazione degli addebiti. 
      
      300    In secondo luogo, la Commissione ha giustamente constatato un’attuazione dell’accordo fondandosi sul citato aumento dei prezzi
         nei confronti della Jonhson Controls. Infatti, le dichiarazioni della Cousin durante la riunione del 9 luglio 1999 relative
         alla sua intenzione di aumentare i prezzi nei confronti della Johnson Controls, la conversazione telefonica tra quest’ultima
         e la Barbour che annuncia la concretizzazione di tale intenzione e la conferma da parte della Cousin di tale aumento nell’ambito
         del procedimento amministrativo costituiscono, a tal riguardo, una sufficiente serie di indizi. Spetterebbe dunque alle ricorrenti
         dimostrare che l’aumento dei prezzi non rappresentava affatto l’applicazione di un accordo, ciò che esse hanno omesso di fare
         limitandosi a invocare la loro «politica individuale in materia di prezzi».
      
      301    In terzo luogo, relativamente agli effetti dell’infrazione, al punto 427 della decisione impugnata la Commissione ha osservato
         che gli accordi collusivi erano stati attuati e avevano avuto un impatto sul mercato di riferimento nonché per il prodotto
         interessato «anche se è difficile misurare con precisione tale impatto». Si deve ricordare che, in materia di concorrenza,
         l’onere della prova dell’esistenza di effetti di un’infrazione sul mercato, che incombe alla Commissione quando ne tiene conto
         nell’ambito del calcolo dell’ammenda in rapporto alla gravità dell’infrazione, è meno pesante di quello su essa gravante quando
         deve dimostrare l’esistenza in quanto tale di un’infrazione nel caso di un’intesa. In effetti, per tener conto dell’impatto
         concreto dell’intesa sul mercato è sufficiente che la Commissione fornisca «valide ragioni per tenerne conto» (sentenza Jungbunzlauer/Commissione,
         cit. supra al punto 171, punto 161). L’aumento dei prezzi nei confronti della Johnson Controls rappresenta quindi, di per
         sé, un’ottima ragione per tener conto dell’impatto concreto dell’infrazione sul mercato.
      
      302    In quarto luogo, dalle considerazioni sin qui esposte risulta che le ricorrenti non possono affatto rivendicare il beneficio
         della circostanza attenuante vertente sulla non applicazione effettiva degli accordi.
      
      303    Ne consegue che il motivo deve essere respinto.
      
      8.     Sul motivo relativo alla violazione del diritto ad essere sentiti e dei diritti della difesa 
      a)     Argomenti delle parti
      304    Due censure sono dedotte a sostegno di tale motivo. La prima censura è relativa alla violazione del diritto ad essere sentiti,
         la seconda censura è relativa alla violazione dei diritti della difesa.
      
      305    In primo luogo, l’Amann ritiene che il suo diritto ad esser sentita, sancito dall’art. 27, n. 1, del regolamento n. 1/2003,
         sia stato violato. Infatti, la Commissione avrebbe fondato sui documenti citati al punto 116 della decisione impugnata una
         parte importante della sua decisione riguardante talune riduzioni. Orbene, in tale contesto, nella comunicazione degli addebiti
         tali documenti e le conclusioni tratte dalla Commissione non sarebbero stati portati a conoscenza dell’Amann. Tali documenti
         non potrebbero dunque essere utilizzati come prove di una violazione dell’art. 81 CE e dell’art. 53 SEE. L’Amann afferma,
         infatti, che la semplice presenza di tali documenti nel fascicolo della Commissione e la possibilità di consultarli nell’ambito
         dell’accesso al fascicolo non possono essere sufficienti a garantire il rispetto del diritto ad essere sentiti. 
      
      306    La Commissione avrebbe parimenti violato il suo diritto ad essere sentita basandosi su addebiti in merito ai quali essa non
         avrebbe avuto l’occasione di presentare le sue osservazioni. Infatti, la decisione impugnata farebbe riferimento a una discussione
         vertente sulla diminuzione delle riduzioni in Svezia, il 19 settembre 2000, per fondare l’addebito di uno scambio di informazioni
         sulle riduzioni e di un accordo per diminuirle. Orbene, la comunicazione degli addebiti non conterrebbe alcuna indicazione
         in merito ad accordi siffatti riguardanti la Svezia, ma evocherebbe piuttosto accordi simili per la Finlandia. L’Amann constata
         che la stessa Commissione ha ammesso, al punto 116 della decisione impugnata, di aver menzionato per errore la Finlandia anziché
         la Svezia nella comunicazione degli addebiti. Essa ritiene quindi di non essere stata sentita su tale punto. La Commissione
         affermerebbe erroneamente che l’Amann avrebbe potuto dedurre dal documento citato nella comunicazione degli addebiti che si
         trattava di un addebito riguardante la Svezia. Il documento in questione, vale a dire un messaggio di posta elettronica del
         10 ottobre 2000, infatti, sarebbe stato menzionato in un contesto diverso da quello degli accordi riguardanti le riduzioni.
         Inoltre, il contenuto del documento non avrebbe affatto consentito di constatare l’esistenza di un accordo concreto riguardante
         le riduzioni. L’Amann fa valere che, secondo la giurisprudenza, ciò che più importa non sono i documenti in quanto tali, ma
         le conclusioni che la Commissione intende trarne. Tale giurisprudenza troverebbe applicazione nella fattispecie nonostante
         la decisione impugnata abbia menzionato l’esistenza del succitato messaggio di posta elettronica, dal momento che tale riferimento
         sarebbe stato fatto in un altro contesto. 
      
      307    Inoltre, la Commissione cadrebbe in contraddizione laddove sostiene che essa intendeva in realtà fare riferimento alla Svezia
         e non alla Finlandia, pur adducendo del resto l’esistenza di accordi nei due paesi.
      
      308    In secondo luogo, secondo le ricorrenti, la Commissione ha violato i loro diritti della difesa nel richiedere da loro risposte
         a questioni relative a contatti intrattenuti con concorrenti contenute nelle richieste di informazioni del 6 e 24 marzo 2003,
         senza precisare che esse venivano interrogate nella veste di «accusate». Esse fanno valere che, secondo la giurisprudenza,
         non si potrebbe pretendere dalle ricorrenti che esse forniscano dettagli sui temi discussi e sulle decisioni adottate nel
         contesto dei contatti intrattenuti con i concorrenti e, a fortiori, non si potrebbero chiedere alle imprese, oltre a una descrizione
         pura e semplice dei fatti e alla produzione di documenti esistenti, informazioni riguardanti l’oggetto, lo svolgimento e i
         risultati di contatti con i concorrenti qualora la Commissione sospetti manifestamente che tali incontri abbiano lo scopo
         di limitare la concorrenza. Orbene, le ricorrenti ritengono che ciò sia avvenuto nel caso di specie, fondandosi a tal riguardo
         sul punto 4.1 delle citate richieste di informazioni. 
      
      309    Dal momento che le ricorrenti hanno risposto in modo circostanziato a tutti i quesiti della Commissione, nonostante l’esistenza
         di un diritto di rifiuto, esse invocano il beneficio di una riduzione superiore a quella del 15% applicata alle loro ammende,
         in applicazione del punto D 2 della comunicazione sulla cooperazione. Esse ritengono quindi di aver oltrepassato il limite
         di ciò che la Commissione poteva esigere.
      
      310    Esse ritengono altresì insufficiente la citata riduzione del 15%, rispetto a quella del 50% concessa alla Coats. Infatti,
         secondo loro, la Commissione avrebbe dovuto tenere conto del fatto che, in sede di verifica, essa aveva già trovato documenti
         importanti che le permettevano di constatare senza difficoltà l’esistenza di un’infrazione nei settori interessati. Inoltre,
         la Coats avrebbe avuto una posizione di favore rispetto a quella dei suoi concorrenti poiché essa era già informata dell’imminenza
         di un procedimento di modo che era scontata la presentazione di un’istanza di trattamento favorevole. Per di più, la Coats
         avrebbe svolto il ruolo di capofila, come confermerebbero varie imprese coinvolte. Alla luce di tali elementi, le ricorrenti
         ritengono che esse avrebbero dovuto beneficiare dello stesso trattamento riservato alla Coats.
      
      311    La Commissione contesta tale motivo.
      
      b)     Giudizio del Tribunale
       Sull’asserita violazione del diritto ad essere sentiti
      312    Secondo una giurisprudenza consolidata, la comunicazione degli addebiti deve contenere una descrizione degli addebiti redatta
         in termini sufficientemente chiari, anche se sommari, da consentire agli interessati di prendere effettivamente atto dei comportamenti
         che la Commissione imputa a loro carico e di provvedere utilmente alla propria difesa prima che la Commissione adotti una
         decisione definitiva. Tale esigenza è rispettata quando la decisione non pone a carico degli interessati infrazioni diverse
         da quelle contemplate nella comunicazione degli addebiti e prende in considerazione soltanto i fatti sui quali gli interessati
         hanno avuto modo di manifestare il proprio punto di vista (sentenze del Tribunale 14 maggio 1998, causa T‑352/94, Mo och Domsjö/Commissione,
         Racc. pag. II‑1989, punto 63; CMA CGM e a./Commissione, cit. supra al punto 196, punto 109, e Tokai II, cit. supra al punto
         93, punto 138). 
      
      313    Quindi, i diritti della difesa sono violati dall’esistenza di una discordanza tra la comunicazione degli addebiti e la decisione
         finale unicamente a condizione che un addebito figurante in quest’ultima non sia stato esposto nella comunicazione degli addebiti
         in modo sufficiente per consentire ai destinatari di difendersi (sentenza del Tribunale 8 luglio 2004, causa T‑48/00, Corus
         UK/Commissione, Racc. pag. II‑2325, punto 100).
      
      314    Parimenti, deriva dalla giurisprudenza che ciò che più importa non sono i documenti in quanto tali, ma le conclusioni che
         la Commissione ne abbia tratto. E’ importante inoltre che, se i documenti non sono stati menzionati nella comunicazione degli
         addebiti, l’impresa interessata abbia potuto a giusto titolo ritenere che essi non rivestissero alcuna importanza ai fini
         della decisione della controversia. Omettendo di informare un’impresa che taluni documenti verranno usati per la decisione,
         la Commissione impedisce all’interessata di manifestare tempestivamente il proprio punto di vista sul valore probante dei
         documenti in causa. Ne consegue che tali documenti non possono essere considerati validi mezzi di prova per quanto la riguarda
         (v., in tal senso, sentenze della Corte 25 ottobre 1983, causa 107/82, AEG-Telefunken/Commissione, Racc. pag. 3151, punto
         27, e 3 luglio 1991, causa C‑62/86, AKZO/Commissione, Racc. pag. I‑3359, punto 21; sentenza del Tribunale 10 marzo 1992, causa
         T‑11/89, Shell/Commissione, Racc. pag. II‑757, punto 55). 
      
      315    Tuttavia, un documento utilizzato dalla Commissione a sostegno di un addebito nella decisione finale, malgrado che tale documento
         fosse stato utilizzato nella comunicazione degli addebiti per dimostrare un diverso addebito, può essere fatto valere nella
         decisione avverso l’impresa interessata solo se quest’ultima abbia potuto verosimilmente dedurre dalla comunicazione degli
         addebiti e dal contenuto del documento le conclusioni che la Commissione intendeva ricavarne (v., in tal senso, sentenza Shell/Commissione,
         cit. supra al punto 314, punto 62).
      
      316    La censura sollevata dall’Amann deve essere esaminata alla luce della giurisprudenza appena esposta.
      
      317    Occorre ricordare che, al punto 116 della decisione impugnata, la Commissione ha ammesso di avere erroneamente menzionato,
         ai punti 104 e 126 della comunicazione degli addebiti, che nella riunione del 19 settembre 2000 a Budapest (Ungheria) era
         stata decisa una diminuzione delle riduzioni in Finlandia. Essa ha rettificato tale errore nello stesso punto 116 sottolineando
         che il paese interessato dalla diminuzione delle riduzioni era, in realtà, la Svezia.
      
      318    Occorre constatare, anzitutto, che il titolo che precede i punti 125 e 126 della comunicazione degli addebiti, rubricato «Riunione
         all’hotel Mercure di Budapest del 19 settembre 2000», rinvia alla nota n. 244, la quale fa riferimento al messaggio di posta
         elettronica del 10 ottobre 2000 contenente gli elementi discussi nel corso di tale riunione, tra cui la diminuzione delle
         riduzioni in Svezia.
      
      319    È giocoforza osservare inoltre che l’Amann ha avuto conoscenza di tale documento, come attesta la sua risposta alla comunicazione
         degli addebiti. Quest’ultima riferisce, infatti, che tale documento contiene un messaggio di posta elettronica di J. L. (Coats)
         a F. S. (Coats) del 10 ottobre 2000 contenente un verbale molto dettagliato del contenuto della riunione di Budapest.
      
      320    Da tale messaggio emerge chiaramente che l’unico paese interessato dalla diminuzione delle riduzioni era la Svezia e che nessun
         altro elemento relativo alla Finlandia poteva creare confusione circa l’esistenza di un eventuale accordo su una siffatta
         riduzione in quest’ultimo paese.
      
      321    Inoltre, e contrariamente a quanto sostiene l’Amann, tale messaggio non è stato prodotto in un contesto diverso, poiché esso
         elenca gli accordi conclusi nel corso della riunione del 19 settembre 2000, a cui l’Amann non nega, del resto, di aver partecipato.
      
      322    Pertanto, conformemente alla citata giurisprudenza, si deve ritenere che l’Amann abbia potuto ragionevolmente desumere, a
         partire dalla comunicazione degli addebiti e dal contenuto del documento, le conclusioni che la Commissione intendeva trarre
         e, pertanto, abbia potuto rettificare l’errore relativo all’unico paese interessato dalla diminuzione delle riduzioni. 
      
      323    A tal riguardo, è irrilevante l’argomentazione dell’Amann secondo cui la frase contenuta nel messaggio «Svezia: (…) occorre
         aumentare i prezzi speciali del 3,5% al 1° aprile 2001 o diminuire le riduzioni» non gli avrebbe consentito di sapere che
         la Commissione intendeva fondarsi su detta frase per dimostrare l’esistenza di un accordo sulla diminuzione delle riduzioni
         in Svezia. Infatti, dalle suesposte considerazioni deriva che l’Amann avrebbe dovuto aspettarsi che la Commissione si basasse
         su tale elemento. 
      
      324    Pertanto, si deve concludere che il diritto dell’Amann ad essere sentita non è stato violato.
      
       Sull’asserita violazione dei diritti della difesa, in particolare del principio del divieto di autoincriminazione
      325    Si ricava dalla giurisprudenza relativa alla portata dei poteri della Commissione in materia di procedimenti di indagine preliminare
         e di procedimenti amministrativi che la Commissione può obbligare un’impresa, eventualmente mediante una decisione, a fornirle
         tutte le informazioni necessarie per quanto attiene ai fatti di cui quest’ultima possa essere a conoscenza, ma non può imporre
         a tale impresa l’obbligo di fornire risposte attraverso le quali quest’ultima sarebbe indotta ad ammettere l’esistenza della
         trasgressione, che deve essere provata dalla Commissione (sentenze della Corte 18 ottobre 1989, causa 374/87, Orkem/Commissione,
         Racc. pag. 3283, punti 34 e 35; Aalborg Portland e a./Commissione, cit. supra al punto 90, punti 61 e 65, e Dalmine/Commissione,
         cit. supra al punto 260, punto 34).
      
      326    Pertanto, non può essere riconosciuto il diritto al silenzio assoluto a un’impresa destinataria di una decisione di richiesta
         di informazioni ai sensi dell’art. 11, n. 5, del regolamento n. 17. Infatti, il riconoscimento di un tale diritto andrebbe
         oltre quanto necessario per preservare i diritti della difesa delle imprese e costituirebbe un ostacolo ingiustificato allo
         svolgimento, da parte della Commissione, del compito di vigilanza sul rispetto delle regole di concorrenza nel mercato comune.
         Un diritto al silenzio può essere riconosciuto all’impresa interessata soltanto nei limiti in cui essa sarebbe obbligata a
         fornire risposte attraverso le quali sarebbe indotta ad ammettere l’esistenza dell’infrazione che dev’essere provata dalla
         Commissione (sentenza Tokai I, cit. supra al punto 186, punto 402).
      
      327    Per preservare l’effetto utile dell’art. 11 del regolamento n. 17, la Commissione può quindi obbligare le imprese a fornirle
         tutte le informazioni necessarie per quanto attiene ai fatti di cui queste ultime siano a conoscenza ed a comunicarle, se
         del caso, i relativi documenti di cui siano in possesso, anche se essi possono servire ad accertare l’esistenza di un comportamento
         anticoncorrenziale. Tale potere di indagine della Commissione non contrasta né con l’art. 6, nn. 1 e 2, della CEDU né con
         la giurisprudenza della Corte eur. D.U. (sentenza Tokai I, cit. supra al punto 186, punti 403 e 404).
      
      328    Ad ogni modo, il fatto di essere obbligati a rispondere ai quesiti riguardanti meri aspetti di fatto posti dalla Commissione
         e a soddisfare le richieste della stessa di produzione di documenti preesistenti non è idoneo a costituire una violazione
         del principio fondamentale del rispetto dei diritti della difesa o di quello del diritto ad un processo equo, che offrono,
         nel settore del diritto della concorrenza, una protezione equivalente a quella garantita dall’art. 6 della CEDU. Infatti,
         nulla impedisce al destinatario di una richiesta di informazioni di dimostrare, in un momento successivo nell’ambito del procedimento
         amministrativo o nel corso di un procedimento dinanzi al giudice comunitario, che i fatti esposti nelle risposte o i documenti
         comunicati hanno un significato diverso da quello considerato dalla Commissione (sentenza Tokai I, cit. supra al punto 186,
         punto 406). 
      
      329    Infine, quando la Commissione, in una richiesta di informazioni ai sensi dell’art. 11 del regolamento n. 17, oltre a porre
         quesiti riguardanti meri aspetti di fatto e a sollecitare la produzione di documenti preesistenti, chiede a un’impresa di
         descrivere l’oggetto e lo svolgimento di diverse riunioni alle quali essa avrebbe partecipato, nonché i risultati o le conclusioni
         di tali riunioni, laddove è chiaro che la Commissione sospetta che la finalità delle dette riunioni fosse quella di restringere
         la concorrenza, una siffatta domanda è idonea a obbligare l’impresa destinataria a riconoscere la sua partecipazione a un’infrazione
         alle regole comunitarie di concorrenza, cosicché detta impresa non è tenuta a rispondere a domande di tal genere. In una simile
         ipotesi, il fatto che un’impresa fornisca nondimeno informazioni su tali punti deve essere considerato come una collaborazione
         spontanea dell’impresa che può giustificare una riduzione di ammenda in applicazione della comunicazione sulla cooperazione
         (sentenza del Tribunale 6 dicembre 2005, causa T‑48/02, Brouwerij Haacht/Commissione, Racc. pag. II‑5259, punto 107). Risulta
         parimenti dalla giurisprudenza che, in questa stessa ipotesi, le imprese non possono asserire che il loro diritto a non autoincolparsi
         sia stato violato per il fatto che esse hanno risposto spontaneamente a richieste siffatte (sentenza del Tribunale Dalmine/Commissione,
         cit. supra al punto 259, punto 46).
      
      330    Alla luce di tale giurisprudenza, occorre stabilire se la Commissione abbia violato il diritto delle ricorrenti a non autoincolparsi.
      
      331    In primo luogo, va sottolineato che la Commissione ha sollecitato l’invio di informazioni mediante richieste di informazioni
         (lettere del 6 e 24 marzo 2003) e non attraverso decisioni.
      
      332    Per quanto attiene allo stesso contenuto delle informazioni richieste, si ricava dal punto 4 delle succitate richieste che
         la Commissione attendeva, in particolare, indicazioni sulle riunioni con i concorrenti, la data, il luogo e l’elenco dei partecipanti,
         l’oggetto e lo svolgimento di tali riunioni nonché informazioni sui contatti bilaterali. Le ricorrenti non erano affatto obbligate
         a rispondere alle questioni qualora dalle loro risposte fosse risultata un’ammissione della loro partecipazione all’infrazione
         presunta. Tuttavia, esse hanno spontaneamente risposto a siffatte richieste e, pertanto, non possono pretendere che, così
         facendo, il loro diritto a non autoincolparsi sia stato violato.
      
      333    In secondo luogo, per quanto riguarda l’addebito mosso dalle ricorrenti alla Commissione di non averle informate delle presunzioni
         a loro carico, occorre ricordare, in limine, la necessità di un nesso fra le informazioni chieste dalla Commissione, a norma
         dell’art. 11 del regolamento n. 17, e la violazione oggetto di esame, menzionata nella domanda. Infatti, l’art. 11, n. 1,
         del regolamento n. 17 autorizza la Commissione a raccogliere, in particolare presso le imprese, «tutte le informazioni necessarie»,
         ai fini dell’applicazione da parte di detta istituzione dei principi enunciati negli artt. 81 CE e 82 CE. Inoltre, il n. 3,
         dell’art. 11 del regolamento n. 17 prevede che nella domanda di informazioni la Commissione indichi, in particolare, «le basi
         giuridiche e lo scopo della domanda». Risulta quindi dal combinato disposto dei nn. 1 e 3 dell’art. 11 del regolamento n. 17,
         nonché dagli obblighi relativi al rispetto dei diritti della difesa delle imprese considerate, che il criterio di necessità,
         enunciato dall’art. 11 del regolamento n. 17, deve essere valutato in funzione della finalità dell’inchiesta, quale è obbligatoriamente
         precisata nella stessa domanda di informazioni. Infatti, come statuito dalla Corte in merito a una disposizione analoga a
         quella dell’art. 11 del regolamento n. 17, nella sentenza 21 settembre 1989, cause riunite 46/87 e 227/88, Hoechst/Commissione
         (Racc. pag. 2859, punto 29), relativa ai poteri di accertamento attribuiti alla Commissione dall’art. 14 del regolamento n. 17,
         l’obbligo imposto alla Commissione di indicare l’oggetto e lo scopo dell’accertamento costituisce un’esigenza fondamentale
         al fine non solo di evidenziare il carattere motivato dell’azione prevista all’interno delle imprese interessate, ma anche
         di consentire ad esse di comprendere la portata del loro dovere di collaborazione pur facendo salvi al contempo i loro diritti
         di difesa. Ne consegue che la Commissione può chiedere soltanto la comunicazione di informazioni le quali consentano di accertare
         le presunzioni di violazione che giustificano lo svolgimento dell’inchiesta e sono indicate nella domanda di informazioni
         (sentenze del Tribunale 12 dicembre 1991, causa T‑39/90, SEP/Commissione, Racc. pag. II‑1497, punto 25, e 8 marzo 1995, causa
         T‑34/93, Société Générale/Commissione, Racc. pag. II‑545, punti 40, 62 e 63).
      
      334    Deriva da tale giurisprudenza che, nella richiesta di informazioni, la Commissione non è tenuta ad imputare esplicitamente
         le presunte infrazioni alle imprese interessate e che, pertanto, in tale fase, essa non è tenuta ad informare l’impresa della
         sua chiamata in causa. Infatti, purché la Commissione indichi chiaramente le basi giuridiche e lo scopo della sua richiesta,
         si deve ritenere che i diritti della difesa dell’impresa interessata siano stati garantiti. 
      
      335    Nel caso di specie, la Commissione ha perfettamente adempiuto i suoi obblighi indicando chiaramente, nelle richieste di informazioni
         succitate, l’oggetto e lo scopo della domanda.
      
      336    A tal riguardo, e in terzo luogo, anche la censura mossa alla Commissione di non aver comunicato loro le informazioni già
         in suo possesso è irrilevante. Infatti, nell’ambito di un procedimento amministrativo in materia di concorrenza, sono proprio
         l’invio della comunicazione degli addebiti, da un lato, e l’accesso al fascicolo, che consente al destinatario della detta
         comunicazione di avere cognizione degli elementi probatori contenuti nel fascicolo della Commissione, dall’altro, a garantire
         i diritti della difesa e il diritto ad un equo processo dell’impresa in questione. È infatti con la comunicazione degli addebiti
         che l’impresa interessata viene informata di tutti gli elementi essenziali sui quali si fonda la Commissione in tale fase
         del procedimento. Di conseguenza, solo dopo l’invio di detta comunicazione l’impresa interessata può far valere pienamente
         i diritti della difesa. Laddove tali diritti fossero estesi al periodo che precede l’invio della comunicazione degli addebiti,
         l’efficacia dell’indagine della Commissione risulterebbe compromessa, in quanto l’impresa sarebbe in grado, già dalla prima
         fase dell’inchiesta della Commissione, di identificare le informazioni note a quest’ultima e, pertanto, quelle che possono
         esserle ancora nascoste (sentenza della Corte Dalmine/Commissione, cit. supra al punto 260, punti 58-60).
      
      337    In quarto luogo, le ricorrenti rivendicano erroneamente il beneficio a una riduzione supplementare dell’importo dell’ammenda
         a titolo della cooperazione per aver risposto alla richiesta di informazioni fornendo ragguagli in misura asseritamente superiore
         rispetto a quanto poteva pretendersi in virtù dell’art. 11 del regolamento n. 17. 
      
      338    In ragione della cooperazione fornita dalle ricorrenti nel corso dell’indagine relativa alle due intese, le ammende inflitte
         sono state entrambe ridotte del 15% in applicazione del punto D 2, primo e secondo trattino, della comunicazione sulla cooperazione.
         La Commissione ha infatti constatato che le ricorrenti avevano trasmesso informazioni e documenti che hanno contribuito a
         provare materialmente l’esistenza dell’infrazione e, in particolare, hanno ammesso di aver partecipato a riunioni con le loro
         concorrenti, al fine di scambiare, discutere, se non mantenere i prezzi. Del resto, esse non hanno contestato in modo sostanziale
         i fatti materiali sui quali la Commissione ha fondato le sue accuse (punti 390-397 e 460-463 della decisione impugnata). 
      
      339    Da un lato, occorre ricordare che una riduzione dell’ammenda a titolo di cooperazione durante il procedimento amministrativo
         è giustificata solo se il comportamento dell’impresa di cui trattasi ha consentito alla Commissione di accertare l’esistenza
         di un’infrazione con meno difficoltà e, se del caso, di porvi fine (sentenze del Tribunale 14 maggio 1998, causa T‑327/94,
         SCA Holding/Commissione, Racc. pag. II‑1373, punto 156, e 13 dicembre 2001, cause riunite T‑45/98 e T‑47/98, Krupp Thyssen
         Stainless e Acciai speciali Terni/Commissione, Racc. pag. II‑3757, punto 270).
      
      340    Dall’altro, la collaborazione di un’impresa all’inchiesta non dà diritto ad alcuna riduzione di ammenda quando tale collaborazione
         non ha oltrepassato quanto tale impresa era tenuta a fare in forza dell’art. 11, nn. 4 e 5, del regolamento n. 17 (v., in
         tal senso, sentenza del Tribunale 10 marzo 1992, causa T‑12/89, Solvay/Commissione, Racc. pag. II‑907, punti 341 e 342). Viceversa,
         nel caso in cui, nel rispondere a una richiesta di informazioni ai sensi dell’art. 11, un’impresa fornisca informazioni ben
         più dettagliate di quelle che la Commissione può pretendere in forza dello stesso articolo, l’impresa in parola può beneficiare
         di una riduzione (v., in tal senso, sentenza del Tribunale 14 maggio 1998, causa T‑308/94, Cascades/Commissione, Racc. pag. II‑925,
         punto 262).
      
      341    Resta nondimeno il fatto che è il contenuto delle informazioni comunicate alla Commissione che deve consentire di stabilire
         se le ricorrenti abbiano effettivamente trasmesso informazioni che andavano oltre ciò che la Commissione aveva diritto di
         pretendere. 
      
      342    Orbene, le ricorrenti non hanno dimostrato in che modo le informazioni trasmesse, con riferimento al loro contenuto, andassero
         oltre ciò che la Commissione poteva pretendere.
      
      343    Inoltre, si deve constatare che le ricorrenti non hanno ammesso tutti gli elementi che la Commissione ha posto alla base della
         decisione impugnata. Infatti, si deve osservare, in particolare, che la Cousin ha affermato di aver proseguito le sue offerte
         di prodotti senza mai tener conto delle discussioni e che l’Amann ha contestato la durata dell’infrazione. 
      
      344    Pertanto, la riduzione del 15% dell’ammenda accordata alle ricorrenti risulta essere giustificata alla luce delle circostanze
         del caso di specie. Di conseguenza, l’argomento relativo all’insufficienza della riduzione del 15%, confrontata con quella
         del 50% concessa alla Coats, deve parimenti essere respinto. 
      
      345    Tale motivo deve dunque essere respinto.
      
      346    Dalle considerazioni che precedono risulta che il ricorso proposto dalle ricorrenti deve essere respinto.
      
       Sulle spese
      347    Ai sensi dell’art. 87, n. 2, del regolamento di procedura del Tribunale, la parte soccombente è condannata alle spese se ne
         è stata fatta domanda. Poiché la Commissione ne ha fatto domanda, le ricorrenti, rimaste soccombenti, devono essere condannate
         alle spese.
      
      Per questi motivi,
      IL TRIBUNALE (Quinta Sezione)
      dichiara e statuisce:
      1)      Il ricorso è respinto.
      2)      L’Amann & Söhne GmbH & Co. KG e la Cousin Filterie SAS sono condannate alle spese.
      
               Vilaras 
            
            
                Prek 
            
            
                Ciucă
            
         Così deciso e pronunciato a Lussemburgo il 28 aprile 2010.
      Firme
      Indice
      
      Fatti
      A –  Oggetto della controversia
      B –  Procedimento amministrativo
      C –  Decisione impugnata
      1.  Mercati rilevanti
      a)  Mercati dei prodotti
      b)  Mercati geografici
      2.  Dimensioni e struttura dei mercati rilevanti
      3.  Descrizione delle infrazioni
      4.  Dispositivo della decisione impugnata
      Procedimento e conclusioni delle parti
      In diritto
      A –  Sul motivo, dedotto dalle ricorrenti e diretto all’annullamento della decisione impugnata, relativo alla violazione dell’art. 7,
         n. 1, primo periodo, del regolamento n. 1/2003
      
      1.  Argomenti delle parti
      2.  Giudizio del Tribunale
      a)  Sulla distinzione dei mercati di prodotti e geografici
      b)  Sull’asserita esistenza di un «piano d’insieme»
      B –  Sui motivi diretti ad ottenere la riduzione dell’ammenda
      1.  Sul motivo, dedotto dalle ricorrenti, relativo all’inosservanza del limite superiore della sanzione, previsto dall’art. 15,
         n. 2, del regolamento n. 17 e dall’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003
      
      a)  Argomenti delle parti
      b)  Giudizio del Tribunale
      Sulla censura relativa alla violazione del principio «nulla poena sine lege» e all’eccezione di illegittimità dell’art. 15,
         n. 2, del regolamento n. 17 e dell’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003
      
      Sulla censura relativa all’obbligo di infliggere un’ammenda unica per diverse infrazioni
      Sulla censura relativa all’inosservanza delle finalità giuridiche della sanzione
      2.  Sul motivo, dedotto dalle ricorrenti, relativo alla violazione dei principi della parità di trattamento e di proporzionalità
         in sede di applicazione dell’ammenda
      
      a)  Argomenti delle parti
      b)  Giudizio del Tribunale
      Sulla violazione del principio di proporzionalità
      –  Quanto all’argomento relativo alla mancata considerazione delle dimensioni del mercato
      –  Quanto all’argomento relativo all’esclusiva considerazione del fatturato sui mercati interessati dalle infrazioni
      –  Sul «sistema di forfetizzazione» previsto dagli orientamenti
      –  Sulla mancata considerazione dello status di «media impresa» delle ricorrenti
      Sulla violazione del principio della parità di trattamento
      3.  Sul motivo, dedotto dall’Amann, relativo all’erronea fissazione dell’importo di partenza dell’ammenda inflitta per l’intesa
         relativa al filo industriale
      
      a)  Argomenti delle parti
      b)  Giudizio del Tribunale
      4.  Sul motivo, dedotto dall’Amann, relativo al calcolo erroneo della durata dell’infrazione sul mercato del filo industriale
      a)  Argomenti delle parti
      b)  Giudizio del Tribunale
      5.  Sul motivo, dedotto dall’Amann, relativo alla mancata considerazione di alcune circostanze attenuanti riguardanti l’infrazione
         sul mercato del filo industriale
      
      a)  Argomenti delle parti
      b)  Giudizio del Tribunale
      6.  Sul motivo, dedotto dalle ricorrenti, relativo all’erroneo calcolo dell’importo di partenza e dell’importo di base dell’ammenda
         inflitta per l’infrazione sul mercato del filo destinato all’industria automobilistica
      
      a)  Argomenti delle parti
      b)  Giudizio del Tribunale
      7.  Sul motivo, dedotto dalle ricorrenti, relativo all’asserita omessa considerazione della mancata attuazione dell’intesa
         riguardante il filo destinato all’industria automobilistica
      
      a)  Argomenti delle parti
      b)  Giudizio del Tribunale
      8.  Sul motivo relativo alla violazione del diritto ad essere sentiti e dei diritti della difesa
      a)  Argomenti delle parti
      b)  Giudizio del Tribunale
      Sull’asserita violazione del diritto ad essere sentiti
      Sull’asserita violazione dei diritti della difesa, in particolare del principio del divieto di autoincriminazione
      Sulle spese
      * Lingua processuale: il tedesco.