CELEX: 62010CO0005(01)
Language: it
Date: 2011-05-16
Title: Ordinanza della Corte (Quinta Sezione) del 16 maggio 2011.#Giampietro Torresan contro Ufficio per l'armonizzazione nel mercato interno (marchi, disegni e modelli) (UAMI).#Impugnazione - Marchio comunitario - Marchio denominativo CANNABIS - Procedimento di nullità - Impedimento assoluto alla registrazione - Carattere descrittivo - Regolamento (CE) n. 40/94 - Art. 7, n. 1, lett. c).#Causa C-5/10 P.

ORDINANZA DELLA CORTE (Quinta Sezione)
      16 maggio 2011 (*)
      
      «Impugnazione – Marchio comunitario – Marchio denominativo CANNABIS – Procedimento di nullità – Impedimento assoluto alla registrazione – Carattere descrittivo – Regolamento (CE) n. 40/94 – Art. 7, n. 1, lett. c)»
      Nel procedimento C‑5/10 P,
      avente ad oggetto l’impugnazione, ai sensi dell’art. 56 dello Statuto della Corte di giustizia dell’Unione europea, proposta
         il 6 gennaio 2010,
      
      Giampietro Torresan, residente in Rothenburg (Svizzera), rappresentato dagli avv.ti G. Recher e R. Munarini,
      
      ricorrente,
      procedimento in cui le altre parti sono:
      Ufficio per l’armonizzazione nel mercato interno (marchi, disegni e modelli) (UAMI), rappresentato dal sig. O. Montalto, in qualità di agente,
      
      convenuto in primo grado,
      Klosterbrauerei Weissenohe GmbH & Co. KG, con sede in Weissenohe (Germania), rappresentata dagli avv.ti A. Masetti Zannini de Concina, M. Bucarelli e R. Cartella,
      
      interveniente in primo grado,
      LA CORTE (Quinta Sezione),
      composta dal sig. J.-J. Kasel, presidente di sezione, dai sigg. A. Borg Barthet (relatore) ed E. Levits, giudici,
      avvocato generale: sig. Y. Bot
      cancelliere: sig. A. Calot Escobar
      sentito l’avvocato generale,
      ha emesso la seguente
      Ordinanza
      1        Con la sua impugnazione il sig. Torresan chiede l’annullamento della sentenza del Tribunale di primo grado delle Comunità
         europee 19 novembre 2009, causa T‑234/06, Torresan/UAMI – Klosterbrauerei Weissenohe (CANNABIS) (Racc. pag. II‑4185; in prosieguo:
         la «sentenza impugnata»), con la quale lo stesso ha respinto il suo ricorso diretto all’annullamento della decisione della
         seconda commissione di ricorso dell’Ufficio per l’armonizzazione nel mercato interno (marchi, disegni e modelli) (UAMI) 29
         giugno 2006 (procedimento R 517/2005‑2), relativa ad un procedimento di nullità fra la Klosterbrauerei Weissenohe GmbH & Co.
         KG e il sig. Torresan (in prosieguo: la «decisione controversa»).
      
       Contesto normativo
      2        Il regolamento (CE) del Consiglio 20 dicembre 1993, n. 40/94, sul marchio comunitario (GU 1994, L 11, pag. 1), è stato abrogato
         e sostituito dal regolamento (CE) del Consiglio 26 febbraio 2009, n. 207, sul marchio comunitario (GU L 78, pag. 1), entrato
         in vigore il 13 aprile 2009. Tuttavia, tenuto conto della data dei fatti della presente controversia, ai fini della stessa
         continua ad applicarsi il regolamento n. 40/94, come modificato dal regolamento (CE) del Consiglio 19 febbraio 2004, n. 422
         (GU L 70, pag. 1; in prosieguo: il «regolamento n. 40/94»).
      
      3        L’art. 7 del regolamento n. 40/94, intitolato «Impedimenti assoluti alla registrazione», al n. 1, lett. c), disponeva quanto
         segue:
      
      «Sono esclusi dalla registrazione:
      c)      i marchi composti esclusivamente da segni o indicazioni che in commercio possono servire per designare la specie, la qualità,
         la quantità, la destinazione, il valore, la provenienza geografica, ovvero l’epoca di fabbricazione del prodotto o di prestazione
         del servizio, o altre caratteristiche del prodotto o servizio».
      
      4        L’art. 51 del menzionato regolamento, intitolato «Cause di nullità assoluta», al suo n. 1, lett. a), enunciava quanto segue:
      
      «Su domanda presentata all’Ufficio o su domanda riconvenzionale in un’azione per contraffazione, il marchio comunitario è
         dichiarato nullo:
      
      a)      allorché è stato registrato in contrasto con le disposizioni dell’articolo 7».
       Fatti
      5        Il 12 febbraio 1999 il sig. Torresan ha presentato all’UAMI, in virtù del regolamento n. 40/94, una domanda di registrazione
         come marchio comunitario del segno denominativo «CANNABIS».
      
      6        I prodotti per i quali è stata chiesta la registrazione rientrano nelle classi 32, 33 e 42 di cui all’Accordo di Nizza 15
         giugno 1957, relativo alla classificazione internazionale dei prodotti e dei servizi ai fini della registrazione dei marchi,
         come riveduto e modificato (in prosieguo: l’«Accordo di Nizza»), e corrispondono, per ciascuna di tali classi, alla descrizione
         seguente:
      
      –        classe 32: «birra»;
      –        classe 33: «vini, spiriti, liquori, spumanti, vino spumante, champagne», e
      –        classe 42: «servizi di ristorazione, ristoranti, ristoranti self service, birrerie, gelaterie, pizzerie».
      7        Il 16 aprile 2003 il marchio CANNABIS è stato registrato come marchio comunitario per i prodotti e i servizi menzionati al
         punto precedente.
      
      8        Il 27 giugno 2003 la Klosterbrauerei Weissenohe GmbH & Co. KG (in prosieguo: la «Klosterbrauerei Weissenohe») ha presentato
         una domanda di dichiarazione di nullità del marchio in questione relativamente ai prodotti delle citate classi 32 e 33, ai
         sensi degli artt. 51, n. 1, lett. a), e 7, n. 1, lett. c), f) e g), del regolamento n. 40/94.
      
      9        Con decisione 9 marzo 2005 la divisione di annullamento dell’UAMI, in applicazione dell’art. 7, n. 1, lett. c), del regolamento
         n. 40/94, ha accolto tale domanda, in quanto il marchio CANNABIS aveva carattere descrittivo.
      
      10      Il 29 aprile 2005 il ricorrente ha proposto ricorso dinanzi all’UAMI avverso detta decisione.
      
      11      La seconda commissione di ricorso dell’UAMI ha respinto tale ricorso con la decisione controversa. In particolare, essa ha
         considerato, da un lato, che il termine «cannabis», nel linguaggio corrente, designasse o una pianta tessile o una sostanza
         stupefacente e, dall’altro, che, per il consumatore medio, si trattasse di un’indicazione chiara e diretta delle caratteristiche
         dei prodotti delle classi 32 e 33 dell’Accordo di Nizza.
      
       Procedimento dinanzi al Tribunale e sentenza impugnata
      12      Con atto introduttivo, depositato presso la cancelleria del Tribunale il 4 settembre 2006, il ricorrente ha proposto un ricorso
         diretto all’annullamento della decisione controversa.
      
      13      A sostegno del suo ricorso il ricorrente ha dedotto un motivo unico, vertente sulla violazione degli artt. 51, n. 1, lett. a),
         e 7, n. 1, lett. c), del regolamento n. 40/94.
      
      14      Al punto 19 della sentenza impugnata il Tribunale ha osservato, innanzitutto, che il termine «cannabis» ha tre possibili significati.
         In primo luogo, il termine «cannabis» designa una pianta tessile, la cui organizzazione comune di mercato è disciplinata nell’ambito
         comunitario e la cui produzione è soggetta ad una normativa molto severa per quanto riguarda il tenore di tetraidrocannabinolo
         (THC), principio attivo della cannabis, che non può superare la soglia dello 0,2%. In secondo luogo, tale termine indica una
         sostanza stupefacente proibita in un gran numero di Stati membri. In terzo luogo, designa una sostanza il cui possibile uso
         terapeutico è oggetto di discussione.
      
      15      Il Tribunale ha poi sottolineato, al punto 20 della sentenza impugnata, che, conformemente ai due studi scientifici presentati
         dall’UAMI, la cannabis è utilizzata nel settore alimentare in diverse forme e in svariati preparati alimentari. Tale constatazione
         è confermata dalla documentazione prodotta dalla Klosterbrauerei Weissenohe, secondo cui la canapa, altra denominazione della
         cannabis, è utilizzata nella preparazione di taluni alimenti e bevande. Le analisi tossicologiche effettuate su detti prodotti
         indicano, secondo il Tribunale, che i medesimi contengono una concentrazione di THC molto bassa, nettamente inferiore alla
         summenzionata soglia dello 0,2%, e che quindi non causano alcun tipo di effetto psicotropo.
      
      16      Il Tribunale ha infine constatato, al punto 21 della sentenza impugnata, che dall’art. 4 della direttiva del Consiglio 22
         giugno 1988, 88/388/CEE, sul ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri nel settore degli aromi destinati ad essere
         impiegati nei prodotti alimentari e nei materiali di base per la loro preparazione (GU L 184, pag. 61), risulta che l’impiego
         di aromi che non contengono una quantità tossicologicamente pericolosa di un qualsiasi elemento o sostanza è ammesso.
      
      17      Al punto 22 della sentenza impugnata il Tribunale ha quindi dedotto dalle succitate constatazioni, da un lato, che il termine
         «cannabis» non fa solamente riferimento a droghe e sostanze terapeutiche e, dall’altro, che la canapa è lecitamente utilizzata
         nella preparazione di alimenti e bevande, procedendo di conseguenza all’esame del carattere descrittivo del marchio CANNABIS
         alla luce di siffatte constatazioni.
      
      18      Dopo aver rammentato la giurisprudenza relativa all’esame del carattere descrittivo di un marchio e identificato il pubblico
         di riferimento nel consumatore medio dei prodotti interessati dalla domanda di registrazione, il Tribunale ha rilevato, in
         sostanza, ai punti 30‑32 della sentenza impugnata, che sussiste un rapporto concreto fra il segno «CANNABIS» e alcune caratteristiche
         dei prodotti summenzionati. Di conseguenza, sostiene il Tribunale, alla vista di una bevanda alcolica o di una birra recante
         il marchio CANNABIS, il consumatore medio comunitario percepirà, immediatamente e senz’altra riflessione, una descrizione
         delle caratteristiche dei prodotti in causa, in particolare della cannabis, la quale è uno degli ingredienti che può essere
         impiegato come aroma nella loro fabbricazione.
      
      19      Il Tribunale, al punto 34 della sentenza impugnata, ha respinto l’argomento del ricorrente secondo cui il segno «CANNABIS»
         sarebbe un termine evocativo, dal momento che detto segno costituisce di per sé, per i consumatori, un’indicazione semplice
         e diretta di uno dei possibili ingredienti dei prodotti per i quali il marchio è stato registrato. Ad avviso del Tribunale
         ne discende che il segno «CANNABIS» va ben al di là dell’ambito della suggestione e rientra nell’ambito della descrizione.
      
      20      Il Tribunale, al punto 37 della sentenza impugnata, ha aggiunto che, secondo una giurisprudenza costante, «la circostanza
         che un termine abbia una pluralità di significati non rileva minimamente al fine di stabilire il suo carattere descrittivo».
      
      21      Al punto 38 della sentenza impugnata il Tribunale ha concluso che il segno «CANNABIS» fa riferimento alla pianta della cannabis,
         ben nota al pubblico a causa della sua esposizione mediatica, che è presente nel procedimento di fabbricazione di taluni alimenti
         e di certe bevande e che, di conseguenza, tale segno è descrittivo dei prodotti per i quali il marchio è stato registrato.
      
      22      Il Tribunale ha pertanto respinto il ricorso.
      
       Conclusioni dinanzi alla Corte
      23      Con la sua impugnazione il ricorrente chiede che la Corte voglia:
      
      –        in via preliminare, disporre la sospensione della sentenza impugnata;
      –        annullare la sentenza impugnata;
      –        accogliere integralmente le conclusioni presentate dal ricorrente dinanzi al Tribunale, e
      –        condannare l’UAMI alle spese sostenute nell’ambito sia del procedimento di impugnazione sia di quello dinanzi al Tribunale.
      24      L’UAMI e la Klosterbrauerei Weissenohe chiedono alla Corte di respingere l’impugnazione e di condannare il ricorrente alle
         spese.
      
       Procedimento dinanzi alla Corte
      25      Con atto separato, depositato presso la cancelleria della Corte il 26 gennaio 2010, il ricorrente, in forza dell’art. 278 TFUE,
         ha chiesto alla Corte di ordinare la sospensione dell’esecuzione della sentenza impugnata.
      
      26      Con ordinanza 12 maggio 2010, causa C‑5/10 P‑R, Torresan/UAMI, il presidente della Corte ha respinto la domanda di sospensione
         dell’esecuzione della sentenza impugnata.
      
      27      Non è pertanto necessario statuire sulle conclusioni del ricorrente presentate in via preliminare.
      
       Sull’impugnazione
      28      Ai sensi dell’art. 119 del suo regolamento di procedura, quando l’impugnazione è in tutto o in parte manifestamente irricevibile
         o manifestamente infondata, la Corte, su relazione del giudice relatore, sentito l’avvocato generale, può respingerla in qualsiasi
         momento, totalmente o parzialmente, con ordinanza motivata, e ciò senza aprire la fase orale.
      
      29      A sostegno della sua impugnazione il ricorrente deduce quattro motivi. Il primo motivo è relativo ad un errore di diritto
         che il Tribunale avrebbe commesso nell’applicazione dell’art. 7, n. 1, lett. c), del regolamento n. 40/94, in quanto avrebbe
         violato la normativa dell’Unione in materia agroalimentare e in materia di aromi. Con il secondo motivo, il ricorrente lamenta
         che il Tribunale sarebbe incorso in un errore di diritto nell’applicazione della normativa dell’Unione relativa alla tutela
         dei consumatori. Il terzo motivo concerne un errore di diritto che il Tribunale avrebbe commesso poiché avrebbe violato le
         previsioni relative al regime linguistico del regolamento di procedura della Corte. Con il quarto motivo, il ricorrente addebita
         al Tribunale di non aver tenuto conto di fatti e di elementi probatori decisivi per la sentenza.
      
       Sul primo motivo
       Argomenti delle parti
      30      Il primo motivo si suddivide in due parti.
      
      31      Con la prima parte del primo motivo, il ricorrente fa valere che il Tribunale avrebbe commesso un errore di diritto giudicando
         che il termine «cannabis» sarebbe descrittivo ai sensi dell’art. 7, n. 1, lett. c), del regolamento n. 40/94, in quanto ha
         considerato che l’utilizzo della canapa nella produzione di alimenti e di bevande è lecito. Il Tribunale, pertanto, avrebbe
         violato la normativa dell’Unione in vigore in materia agricola e alimentare.
      
      32      Secondo il ricorrente, infatti, la normativa dell’Unione proibirebbe qualsiasi utilizzazione della cannabis per la produzione
         o la preparazione di alimenti e di bevande, cosicché il termine «cannabis» non potrebbe servire per designare, nemmeno indirettamente,
         i prodotti per i quali il marchio CANNABIS è stato registrato.
      
      33      Dalla normativa dell’Unione emergerebbe che la canapa è utilizzabile unicamente a scopi industriali o tessili, motivo per
         cui le sementi e le piante di canapa potrebbero essere liberamente commercializzate nell’Unione europea solo per l’utilizzo
         indicato.
      
      34      A sostegno della sua tesi il ricorrente menziona il regolamento (CE) della Commissione 21 aprile 2004, n. 796, recante modalità
         di applicazione della condizionalità, della modulazione e del sistema integrato di gestione e di controllo di cui al regolamento
         (CE) n. 1782/2003 del Consiglio che stabilisce norme comuni relative ai regimi di sostegno diretto nell’ambito della politica
         agricola comune e istituisce taluni regimi di sostegno a favore degli agricoltori (GU L 141, pag. 18), dal quale risulta che
         le varietà di canapa aventi diritto ai pagamenti diretti sono quelle elencate nel catalogo comune delle varietà delle specie
         di piante agricole al 15 marzo dell’anno per il quale è chiesto il pagamento.
      
      35      Il ricorrente richiama parimenti la direttiva del Consiglio 13 giugno 2002, 2002/53/CE, relativa al catalogo comune delle
         varietà delle specie di piante agricole (GU L 193, pag. 1), che stabilisce una procedura specifica per l’inserimento delle
         varietà nel catalogo comune e sulla cui base gli Stati membri devono garantire che una varietà destinata a essere utilizzata
         a scopi alimentari sia autorizzata esclusivamente se l’alimento o l’ingrediente alimentare è già stato autorizzato conformemente
         alla normativa pertinente. Al riguardo precisa che l’unico riferimento alla canapa concerne la Cannabis sativa L., elencata
         nell’ambito delle piante oleaginose e da fibra.
      
      36      Il ricorrente fa inoltre riferimento al regolamento (CE) del Parlamento europeo e del Consiglio 27 gennaio 1997, n. 258, sui
         nuovi prodotti e i nuovi ingredienti alimentari (GU L 43, pag. 1), secondo cui sarebbe necessario prevedere misure appropriate
         per l’immissione sul mercato di nuovi prodotti e nuovi ingredienti derivanti da varietà vegetali rientranti nel precitato
         catalogo.
      
      37      Con la seconda parte del primo motivo, il ricorrente addebita al Tribunale di avere dato un’errata applicazione all’art. 7,
         n. 1, lett. c), del regolamento n. 40/94, in quanto avrebbe violato la normativa dell’Unione in materia di aromi. In particolare,
         il Tribunale avrebbe violato la direttiva 88/388 e il regolamento (CE) del Parlamento europeo e del Consiglio 16 dicembre
         2008, n. 1334, relativo agli aromi e ad alcuni ingredienti alimentari con proprietà aromatizzanti destinati a essere utilizzati
         negli e sugli alimenti e che modifica il regolamento (CEE) n. 1601/91 del Consiglio, i regolamenti (CE) n. 2232/96 e (CE)
         n. 110/2008 e la direttiva 2000/13/CE (GU L 354 pag. 34), considerando ammesso, al punto 21 della sentenza impugnata, l’impiego
         di aromi che non contengono una quantità tossicologicamente pericolosa di un qualsiasi elemento o sostanza.
      
      38      Difatti, il regolamento n. 1334/2008, che ha abrogato la direttiva 88/388, prevede che ogni aroma debba essere sottoposto
         al vaglio di un comitato scientifico prima di poter essere utilizzato negli alimenti, nonché la creazione di un elenco comunitario
         degli aromi. Ad avviso del ricorrente, tenuto conto del principio attivo contenuto nella cannabis, l’utilizzo di tale sostanza
         come aroma nelle bevande rende necessario che quest’ultima sia oggetto di esame scientifico prima della sua immissione nel
         mercato.
      
      39      L’UAMI, relativamente alla prima parte del primo motivo, considera che la cannabis è una pianta che può altresì essere utilizzata
         a scopi alimentari. Risulterebbe, infatti, dall’art. 16 della direttiva 2002/53 che gli Stati membri vigilano affinché, con
         effetto a partire dalla data di pubblicazione nel catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole, le sementi
         delle varietà ammesse in applicazione delle disposizioni della presente direttiva non siano soggette ad alcuna restrizione
         di mercato per quanto concerne la varietà. A tale proposito l’UAMI rileva che l’ultima versione del menzionato catalogo comune,
         pubblicata il 12 dicembre 2009, contiene all’incirca 50 varietà di Cannabis sativa L.
      
      40      Quanto alla seconda parte del primo motivo, l’UAMI considera che la valutazione del Tribunale di cui al punto 21 della sentenza
         impugnata sarebbe conforme all’art. 4 della direttiva 88/388.
      
      41      La Klosterbrauerei Weissenohe, relativamente alla prima parte del primo motivo, sostiene che la normativa comunitaria in materia
         agroalimentare richiamata dal ricorrente sia totalmente priva di rilevanza, poiché non osterebbe all’utilizzo della Cannabis
         sativa L. come ingrediente negli alimenti.
      
      42      Riguardo alla seconda parte del primo motivo, la Klosterbrauerei Weissenohe fa valere che gli argomenti dedotti dal ricorrente
         sono privi di rilevanza in quanto si riferiscono al regolamento n. 1334/2008, entrato in vigore solamente il 20 gennaio 2011
         e, di conseguenza, inapplicabile ai fatti del caso di specie.
      
       Giudizio della Corte
      43      Come risulta dai punti 20‑22 della sentenza impugnata, la constatazione operata dal Tribunale, secondo cui la canapa è lecitamente
         utilizzata nella produzione di alimenti e di bevande, si basa su due elementi, cioè, da un lato, due studi scientifici presentati
         dall’UAMI e la documentazione presentata dalla Klosterbrauerei Weissenohe e, dall’altro, l’art. 4 della direttiva 88/388.
      
      44      Secondo il ricorrente, tale constatazione sarebbe viziata da un errore di diritto, poiché violerebbe la normativa dell’Unione
         applicabile, in primo luogo, in materia agroalimentare e, in secondo luogo, nell’ambito degli aromi.
      
      45      Riguardo alla prima parte del primo motivo, relativa ad un’asserita violazione della normativa dell’Unione in materia agroalimentare,
         occorre constatare che il Tribunale non ha commesso errori di diritto considerando che la cannabis, nota anche con la denominazione
         «canapa», è utilizzata in modo lecito nella produzione di alimenti e di bevande.
      
      46      Il Tribunale, infatti, si è basato su due studi scientifici dai quali risulta che la cannabis è utilizzata nel settore alimentare
         in diverse forme (oli, tisane) e in svariati preparati alimentari (tè, paste alimentari, prodotti da forno e biscotti, bevande
         con o senza alcool, ecc.), nonché sulla documentazione prodotta dalla Klosterbrauerei Weissenohe, secondo cui la canapa è
         utilizzata nella preparazione di taluni alimenti e bevande. Il Tribunale ha altresì rilevato che le analisi tossicologiche
         effettuate su detti prodotti indicano che essi contengono una concentrazione di THC molto bassa, nettamente inferiore alla
         soglia dello 0,2%, e che quindi non causano alcun effetto psicotropo.
      
      47      La constatazione effettuata dal Tribunale, secondo cui la canapa è lecitamente utilizzata nel settore alimentare, è peraltro
         corroborata dalla direttiva 2002/53, contrariamente agli argomenti sviluppati dal ricorrente a tale riguardo.
      
      48      La direttiva menzionata, infatti, disciplina l’inserimento, in un catalogo comune, delle varietà delle specie di piante agricole
         le cui sementi e materiali di moltiplicazione possono essere commercializzati conformemente alle disposizioni pertinenti del
         diritto dell’Unione. In proposito è necessario osservare che la commercializzazione delle sementi di piante oleaginose e da
         fibra è disciplinata dalla direttiva del Consiglio 13 giugno 2002, 2002/57/CE (GU L 193, pag. 74), che considera la Cannabis
         sativa L. (canapa) una pianta oleaginosa e da fibra esattamente come l’Helianthus annuus L. (girasole), l’Arachis hypogaea
         L. (arachide) o ancora il Brassica napus L. (partim) (colza).
      
      49      Dagli artt. 1 e 2 della direttiva 2002/57 risulta che la medesima concerne la commercializzazione di sementi destinate alla
         produzione agricola, esclusi gli usi ornamentali. In base a tali articoli non viene considerata come commercializzazione la
         fornitura di sementi, in determinate condizioni, a prestatori di servizi per la produzione di talune materie prime agricole
         a fini industriali, ovvero la propagazione di sementi a questo scopo, purché essi non acquisiscano titoli sulle sementi fornite
         né sul prodotto del raccolto.
      
      50      Di conseguenza, l’utilizzo della canapa non può considerasi proibito nel settore alimentare.
      
      51      Nessuno degli argomenti addotti dal ricorrente può rimettere in discussione tale constatazione.
      
      52      Difatti, per quanto riguarda, in primis, la presunta violazione da parte del Tribunale del regolamento n. 796/2004, basti
         constatare che detto regolamento disciplina il regime di sostegno diretto a favore degli agricoltori nell’ambito della politica
         agricola comune e non interviene in nessun modo, e a fortiori non vieta, l’utilizzo della cannabis nella preparazione di alimenti.
      
      53      In secondo luogo, rispetto all’argomento relativo ad un’asserita violazione da parte del Tribunale del regolamento n. 258/97,
         si deve osservare che, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, il regolamento in parola non prevede l’adozione di
         misure appropriate per l’immissione sul mercato di nuovi prodotti e nuovi ingredienti derivanti da varietà vegetali rientranti
         nel precitato catalogo. Detto regolamento concerne, infatti, l’immissione sul mercato, nell’Unione, di prodotti e di ingredienti
         alimentari contenenti organismi geneticamente modificati o costituiti da tali organismi, nonché di prodotti e ingredienti
         alimentari costituiti da vegetali o isolati a partire dagli stessi, esclusi i prodotti e gli ingredienti alimentari ottenuti
         mediante pratiche tradizionali di moltiplicazione o di riproduzione che vantano un uso alimentare sicuro storicamente comprovato.
      
      54      Quanto alla seconda parte del primo motivo, relativa ad una pretesa violazione della normativa dell’Unione in materia di aromi,
         occorre constatare che essa si basa su di una lettura errata dell’art. 4 della direttiva 88/388.
      
      55      Da tale articolo risulta difatti che gli Stati membri adottano le disposizioni necessarie per garantire che gli aromi non
         contengano una quantità tossicologicamente pericolosa di un qualsiasi elemento o di una qualsiasi sostanza.
      
      56      Il Tribunale ha quindi potuto legittimamente dedurre dall’art. 4 della direttiva 88/388 che l’impiego di aromi che non contengono
         una quantità tossicologicamente pericolosa di un qualsiasi elemento o di una qualsiasi sostanza è ammesso.
      
      57      L’argomento del ricorrente relativo ad una presunta violazione del regolamento n. 1334/2008 non può essere accolto dal momento
         che detto regolamento non è applicabile ai fatti del caso di specie, in quanto l’entrata in vigore dello stesso è stata fissata
         al 20 gennaio 2011.
      
      58      Dall’insieme delle suesposte considerazioni risulta che il primo motivo deve essere interamente respinto.
      
       Sul secondo motivo
       Argomenti delle parti
      59      Relativamente alla prima parte del secondo motivo, il ricorrente sostiene che la sentenza impugnata è affetta da un errore
         di diritto in quanto, ai punti 30‑33 della stessa, il Tribunale, in sostanza, ha giudicato sussistere un rapporto concreto
         fra il segno «CANNABIS» e alcune caratteristiche dei prodotti in causa, mentre il consumatore medio giammai potrebbe ritenere
         che una bevanda denominata «CANNABIS» contenga effettivamente cannabis, dato che siffatta sostanza è proibita dalla normativa
         dell’Unione.
      
      60      Con la seconda parte del secondo motivo, il ricorrente addebita al Tribunale di avere violato la direttiva del Parlamento
         europeo e del Consiglio 11 maggio 2005, 2005/29/CE, relativa alle pratiche commerciali sleali tra imprese e consumatori nel
         mercato interno e che modifica la direttiva 84/450/CEE del Consiglio e le direttive 97/7/CE, 98/27/CE e 2002/65/CE del Parlamento
         europeo e del Consiglio e il regolamento (CE) n. 2006/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio («direttiva sulle pratiche
         commerciali sleali») (GU L 149, pag. 22), quando ha affermato che la canapa è lecitamente utilizzata nella produzione di alimenti.
         Da un lato, la sentenza impugnata violerebbe il punto 4 dell’allegato I a tale direttiva relativo alle pratiche commerciali
         considerate in ogni caso sleali, che vieta di «asserire che (…) un prodotto è stato approvato, accettato o autorizzato da
         un organismo pubblico o privato quando esso non lo sia stato (…)». D’altro lato, la sentenza impugnata non terrebbe debito
         conto del punto 9 del medesimo allegato, che vieta di «affermare o generare comunque l’impressione che la vendita del prodotto
         è lecita, ove non lo sia».
      
      61      Relativamente alla prima parte del secondo motivo, l’UAMI e la Klosterbrauerei Weissenohe considerano indubbio che il consumatore
         comunitario medio, il quale certamente non conosce la legislazione comunitaria nei suoi dettagli, possa pensare che un prodotto
         chiamato «CANNABIS» contenga cannabis come aroma o additivo alimentare. Il marchio CANNABIS, di conseguenza, potrebbe essere
         percepito come un’indicazione descrittiva di una caratteristica del prodotto in causa.
      
      62      Riguardo alla seconda parte del secondo motivo, la Klosterbrauerei Weissenohe asserisce che gli argomenti dedotti dal ricorrente,
         basati sulla direttiva 2005/29, non sono pertinenti, posto che tale direttiva mira a sanzionare condotte delle imprese in
         grado di alterare o falsare la concorrenza, e dunque non è certo diretta agli organi giurisdizionali dell’Unione nell’esercizio
         delle funzioni che loro competono.
      
       Giudizio della Corte
      63      Per quanto concerne la prima parte del secondo motivo, è sufficiente constatare che essa si basa sull’errato presupposto secondo
         cui la canapa sarebbe una sostanza illegale, l’utilizzo della quale sarebbe vietato nella produzione di alimenti e di bevande.
         La prima parte di detto motivo dev’essere quindi respinta in quanto inconferente.
      
      64      Relativamente alla seconda parte del secondo motivo, basti osservare, da un lato, che la censura attinente alla violazione
         del punto 4 dell’allegato I alla direttiva 2005/29 è fondata su di una lettura errata della sentenza impugnata. Il Tribunale,
         infatti, non ha minimamente affermato che il prodotto sia stato approvato, accettato o autorizzato da un organismo, limitandosi
         a rilevare, al punto 22 della sentenza impugnata, che la canapa è lecitamente utilizzata nella preparazione di alimenti e
         bevande.
      
      65      D’altro lato, occorre constatare che la censura riguardante la violazione del punto 9 del citato allegato si basa sull’errato
         presupposto secondo cui l’utilizzo della cannabis nella preparazione di alimenti e di bevande sarebbe illegale.
      
      66      La seconda parte del secondo motivo deve quindi essere respinta.
      
      67      Ne consegue che il secondo motivo deve essere integralmente respinto.
      
       Sul terzo motivo
       Argomenti delle parti
      68      Il ricorrente fa valere che il Tribunale avrebbe violato gli artt. 29, n. 3, e 31 del regolamento di procedura della Corte
         in quanto ha fatto riferimento, al punto 20 della sentenza impugnata, a due studi scientifici presentati dall’UAMI, redatti
         in lingua inglese, negli allegati B 1, B 2 e B 4 del controricorso, e non tradotti nella lingua processuale, ossia in italiano.
         Il ricorrente lamenta pertanto la violazione dei suoi diritti della difesa.
      
      69      L’UAMI considera che il Tribunale abbia operato un richiamo generico ai due studi scientifici, presentati rispettivamente
         come allegati B 3 e B 4 del suo controricorso. Detti allegati sarebbero stati tradotti in italiano, il primo interamente e
         il secondo nei suoi punti essenziali. L’UAMI sottolinea che il ricorrente non ha chiesto, nel corso del procedimento dinanzi
         al Tribunale, che i documenti in questione fossero dichiarati irricevibili, né ha allegato nessuna violazione dei diritti
         della difesa.
      
      70      La Klosterbrauerei Weissenohe sostiene che, sebbene il regolamento di procedura del Tribunale stabilisca che ogni atto o documento
         prodotto in allegato, che sia redatto in una lingua diversa da quella processuale, dev’essere corredato di una traduzione
         nella lingua processuale, esso non prevede tuttavia alcuna specifica sanzione per l’inosservanza della menzionata disposizione.
         In ogni caso, la sentenza impugnata sarebbe fondata su documenti prodotti o tradotti in italiano.
      
       Giudizio della Corte
      71      In via preliminare occorre rilevare che, sebbene il terzo motivo verta sulla violazione delle previsioni attenenti al regime
         linguistico riportate nel regolamento di procedura della Corte, il ricorrente addebita in realtà al Tribunale di avere violato
         le corrispondenti disposizioni contenute nel regolamento di procedura del Tribunale, secondo le quali ogni atto o documento
         prodotto in allegato, che sia redatto in una lingua diversa da quella processuale, dev’essere corredato di una traduzione
         nella lingua processuale.
      
      72      Al punto 20 della sentenza impugnata il Tribunale fa riferimento a due studi scientifici presentati dall’UAMI.
      
      73      È necessario fare presente che i due studi scientifici in discussione, contrariamente alle affermazioni del ricorrente, sono
         prodotti negli allegati B 3 e B 4 del controricorso dell’UAMI. L’allegato B 3 è un documento che è stato interamente tradotto
         in italiano. Quanto al documento di cui all’allegato B 4, benché sia effettivamente redatto in inglese, occorre tuttavia constatare
         che i punti essenziali dello stesso sono stati tradotti in italiano nel controricorso.
      
      74      È peraltro necessario constatare che, nel corso del procedimento dinanzi al Tribunale, il ricorrente non ha espresso obiezioni
         o contestazioni di sorta rispetto ai documenti prodotti dall’UAMI in inglese e presentati in allegato al controricorso dello
         stesso. Nemmeno nell’impugnazione il ricorrente ha dimostrato come la circostanza che solamente i punti essenziali dell’allegato
         B 4 fossero stati tradotti abbia potuto ledere i suoi diritti.
      
      75      Alla luce di quanto precede non può addebitarsi al Tribunale di avere violato i diritti della difesa del ricorrente.
      
      76      Ne consegue che il terzo motivo deve essere respinto.
      
       Sul quarto motivo
       Argomenti delle parti
      77      Con la prima parte del quarto motivo, il ricorrente lamenta che il Tribunale, ai fini della valutazione del carattere descrittivo
         del marchio CANNABIS, avrebbe preso in considerazione elementi probatori presentati dall’UAMI successivi rispetto al momento
         del deposito della domanda di registrazione.
      
      78      Con la seconda parte del quarto motivo, il ricorrente addebita al Tribunale di non aver tenuto conto delle prove decisive
         da lui prodotte e relative al carattere distintivo del marchio CANNABIS alla data della domanda di registrazione. Egli fa
         segnatamente riferimento ad un articolo pubblicato in occasione di una fiera della birra a Strasburgo (Francia), nel corso
         della quale la birra prodotta dal ricorrente non è stata oggetto di sequestro da parte delle autorità, a differenza di un’altra
         birra che conteneva una certa quantità di THC.
      
      79      Relativamente alla prima parte del quarto motivo, l’UAMI afferma che il Tribunale non ha snaturato i fatti, poiché dalla giurisprudenza
         risulta che si può tener conto di eventuali circostanze posteriori alla presentazione della domanda di marchio comunitario
         (ordinanza 27 gennaio 2004, causa C‑259/02, La Mer Technology, Racc. pag. I‑1159).
      
      80      Riguardo alla seconda parte del quarto motivo, l’UAMI considera che debba essere dichiarata irricevibile, dal momento che
         mira ad ottenere una nuova valutazione degli elementi di prova.
      
      81      La Klosterbrauerei Weissenohe, rispetto alla prima parte del quarto motivo, sostiene che la sussistenza di impedimenti assoluti
         alla registrazione ex art. 7, n. 1, lett. c), del regolamento n. 40/94 deve essere valutata riguardo alla data di registrazione.
         Orbene, gli elementi di prova forniti sia dall’UAMI che dalla Klosterbrauerei Weissenohe risalgono al 2003, ossia all’anno
         in cui il marchio CANNABIS è stato registrato.
      
      82      La Klosterbrauerei Weissenohe, relativamente alla seconda parte del quarto motivo, fa presente che gli elementi prodotti dal
         ricorrente sono irrilevanti per quanto concerne il carattere distintivo del marchio CANNABIS, poiché l’articolo citato dal
         ricorrente dà meramente atto della circostanza che la birra prodotta da quest’ultimo non è stata sequestrata dalle autorità.
      
       Giudizio della Corte
      83      Relativamente alla prima parte del quarto motivo, occorre constatare che questa deve essere respinta.
      
      84      È difatti sufficiente rammentare che, sebbene sia corretto, come notato dal ricorrente, che l’unica data rilevante ai fini
         dell’esame della sussistenza di impedimenti assoluti alla registrazione ex art. 7, n. 1, del regolamento n. 40/94 sia quella
         del deposito della domanda di registrazione, la Corte ha già dichiarato che il Tribunale può, senza in tal modo incorrere
         in una motivazione contraddittoria né in un errore di diritto, tener conto di elementi che, per quanto posteriori alla data
         di presentazione della domanda, consentono di trarre conclusioni in ordine alla situazione quale si presentava alla data medesima
         (ordinanze 5 ottobre 2004, causa C‑192/03 P, Alcon/UAMI, Racc. pag. I‑8993, punto 41, e 23 aprile 2010, causa C‑332/09 P,
         UAMI/Frosch Touristik, punto 43).
      
      85      Relativamente alla seconda parte del quarto motivo, occorre ricordare che, secondo costante giurisprudenza, la Corte non è
         competente ad accertare i fatti né, in linea di principio, ad esaminare le prove sulle quali il Tribunale ha basato il proprio
         accertamento dei fatti. Infatti, una volta che tali prove siano state acquisite regolarmente e che i principi generali del
         diritto e le norme di procedura applicabili in materia di onere e di produzione della prova siano stati rispettati, spetta
         unicamente al Tribunale pronunciarsi sul valore da attribuire agli elementi dinanzi ad esso prodotti. Questa valutazione non
         costituisce quindi, salvo il caso di snaturamento di tali elementi, una questione di diritto soggetta, in quanto tale, al
         controllo della Corte (sentenza 8 maggio 2008, causa C‑304/06 P, Eurohypo/UAMI, Racc. pag. I‑3297, punto 33 e giurisprudenza
         ivi citata).
      
      86      Orbene, si deve constatare che il ricorrente, a sostegno di questa seconda parte, non ha dedotto alcun argomento idoneo a
         dimostrare la ragione per cui il Tribunale avrebbe snaturato elementi di prova, ma, al contrario, si limita ad asserire che
         il Tribunale non ha preso in considerazione taluni elementi probatori, mirando in tal modo ad ottenere una nuova valutazione
         degli elementi di prova.
      
      87      Ne discende che la seconda parte del quarto motivo dev’essere dichiarata manifestamente irricevibile.
      
      88      Di conseguenza, il quarto motivo deve essere dichiarato in parte manifestamente infondato e in parte manifestamente irricevibile.
      
      89      Da tutto quanto sopra esposto consegue che l’impugnazione deve essere respinta integralmente.
      
       Sulle spese
      90      Ai sensi dell’art. 69, n. 2, del regolamento di procedura della Corte, applicabile al procedimento di impugnazione in forza
         dell’art. 118 dello stesso regolamento, la parte soccombente è condannata alle spese se ne è stata fatta domanda. Poiché l’UAMI
         e la Klosterbrauerei Weissenohe ne hanno fatto domanda, il ricorrente, rimasto soccombente, dev’essere condannato alle spese.
      
      Per questi motivi, la Corte (Quinta Sezione) così provvede:
      1)      L’impugnazione è respinta.
      2)      Il sig. Torresan è condannato alle spese.
      Firme
      * Lingua processuale: l’italiano.