CELEX: 62000TJ0050
Language: it
Date: 2004-07-08 00:00:00
Title: Sentenza del Tribunale di primo grado (Seconda Sezione) dell'8 luglio 2004. # Dalmine SpA contro Commissione delle Comunità europee. # Concorrenza - Intese - Mercati di tubi in acciaio senza saldatura - Durata dell'infrazione - Ammende. # Causa T-50/00.

Causa T-50/00
      Dalmine SpA
      contro
      Commissione delle Comunità europee
      «Concorrenza — Intese — Mercati di tubi d’acciaio senza saldatura — Durata dell’infrazione — Ammende»
      Sentenza del Tribunale (Seconda Sezione) 8 luglio 2004 
      Massime della sentenza
      1.     Concorrenza — Procedimento amministrativo — Richiesta di informazioni — Diritti della difesa — Diritto di rifiutarsi di fornire
            una risposta implicante il riconoscimento di un’infrazione — Richiesta di informazioni — Risposta spontanea dell’impresa implicante
            il riconoscimento di una infrazione — Insussistenza di violazione dei diritti della difesa
      [Regolamento (CEE) del Consiglio n. 17, art. 11, nn. 1 e 5]
      2.     Concorrenza — Procedimento amministrativo — Diritti della difesa — Comunicazione degli addebiti che menziona un documento
            non allegato — Insussistenza di violazione dei diritti della difesa in caso di accesso a tale documento prima della scadenza
            del termine di risposta assegnato
      3.     Concorrenza — Intese — Accordi fra imprese — Prova dell’infrazione — Produzione da parte della Commissione di un documento
            senza rivelarne la fonte — Ammissibilità 
      4.     Concorrenza — Procedimento amministrativo — Richiesta di informazioni — Diritti della difesa — Obbligo della Commissione di
            indicare le informazioni già in suo possesso — Insussistenza 
      (Regolamento del Consiglio n. 17, art. 11)
      5.     Ricorso di annullamento — Competenza della Corte — Esame della legittimità della trasmissione alla Commissione di informazioni
            raccolte dalle autorità nazionali — Esclusione 
      (Art. 230 CE)
      6.     Ricorso di annullamento — Oggetto — Motivazione di una decisione — Esclusione salvo eccezione 
      (Art. 230 CE)
      7.     Concorrenza — Intese — Distorsione della concorrenza — Criteri di valutazione — Oggetto anticoncorrenziale — Constatazione
            sufficiente 
      (Art. 81 CE)
      8.     Concorrenza — Intese — Pregiudizio per il commercio fra Stati membri — Criteri 
      (Art. 81, n. 1, CE)
      9.     Concorrenza — Intese — Partecipazione a riunioni di imprese aventi oggetto anticoncorrenziale — Circostanza che consente,
            in mancanza di dissociazione dalle decisioni prese, di concludere per la partecipazione all’intesa successiva 
      (Art. 81, n. 1, CE)
      10.   Concorrenza — Intese — Intese considerate elementi costitutivi di un accordo anticoncorrenziale unico — Presupposti — Piano
            complessivo che persegue un obiettivo comune — Imprese cui può essere contestata la partecipazione all’accordo unico — Presupposti
            
      (Art. 81, n. 1, CE)
      11.   Concorrenza — Intese — Valutazione della compatibilità con il mercato comune — Mercati autonomi ma connessi pregiudicati da
            due infrazioni distinte ma connesse — Constatazione di tali infrazioni in un’unica decisione della Commissione — Ammissibilità
            
      (Art. 81 CE)
      12.   Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Criteri — Gravità dell’infrazione 
      (Regolamento del Consiglio n. 17, art. 15, n. 2)
      13.   Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Discrezionalità della Commissione — Limiti — Rispetto degli orientamenti
            adottati dalla Commissione
      (Regolamento del Consiglio n. 17, art. 15; comunicazione della Commissione 98/C 9/03)
      14.   Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Criteri — Nécessità di operare una differenziazione tra le imprese coinvolte
            in una stessa infrazione a seconda del loro fatturato complessivo — Insussistenza 
      (Regolamento del Consiglio n. 17, art. 15, n. 2; comunicazione della Commissione 98/C 9/03, punto 1 A, sesto comma)
      15.   Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Criteri — Circostanze attenuanti — Comportamento diverso da quello concordato
            nell’ambito dell’intesa — Valutazione
      (Regolamento del Consiglio n. 17, art. 15; comunicazione della Commissione 98/C 9/03, punto 3, secondo trattino)
      16.   Procedura — Prova — Onere della prova — Trasferimento dalla ricorrente alla convenuta in un caso specifico — Incapacità della
            Commissione di precisare la data di scadenza di un accordo con uno Stato terzo concluso a sua cura
      17.   Procedura — Cause riunite — Presa in considerazione degli elementi di prova contenuti nei fascicoli delle cause parallele
      18.   Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Criteri — Circostanze attenuanti — Valutazione — Necessità di prendere
            in conto separatamente ciascuna delle circostanze — Insussistenza — Valutazione globale 
      (Regolamento del Consiglio n. 17, art. 15, n. 2; comunicazione della Commissione 98/C 9/03, punto 3)
      19.   Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Criteri — Circostanze attenuanti — Cessazione dell’infrazione dopo l’intervento
            della Commissione — Necessità di un nesso causale 
      (Regolamento del Consiglio n. 17, art. 15, n. 2; comunicazione della Commissione 98/C 9/03, punto 3)
      20.   Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Mancata imposizione o riduzione dell’ammenda come corrispettivo della cooperazione
            dell’impresa incriminata — Rispetto del principio della parità di trattamento 
      (Regolamento del Consiglio n. 17, art. 15, n. 2)
      1.     L’art. 11, n. 5, del regolamento n. 17 riconosce alle imprese destinatarie di decisioni contenenti richieste di informazioni
         la facoltà di non rispondere ove, obbligate a una risposta a pena di ammenda, finirebbero con l’ammettere l’esistenza di infrazioni
         che spetta alla Commissione dimostrare.
      
      Per contro, in base a tale norma, le imprese non sono tenute a fornire risposte a semplici richieste di informazioni ai sensi
         dell’art. 11, n. 1, del regolamento n. 17, ragion per cui esse non possono pretendere che il loro diritto a non autoincolparsi
         sia stato violato una volta che abbiano risposto spontaneamente a richieste siffatte.
      
      (v. punti 45-46)
      2.     La Commissione, al fine di consentire alle imprese e associazioni di imprese interessate di difendersi utilmente contro le
         censure formulate nei loro confronti nella comunicazione degli addebiti, è tenuta a permettere loro la consultazione dell’intero
         fascicolo istruttorio, a esclusione dei documenti contenenti segreti commerciali di altre imprese o altre informazioni riservate
         nonché dei documenti interni della Commissione.
      
      Tuttavia, la circostanza che un documento sia menzionato in una comunicazione degli addebiti senza esservi allegato non costituisce,
         in linea di principio, una violazione dei diritti della difesa purché i destinatari della detta comunicazione possano prenderne
         visione prima di rispondere alla stessa.
      
      (v. punti 59-60)
      3.     Il principio vigente in diritto comunitario è quello della libertà di forma dei mezzi probatori e l’unico criterio pertinente
         per valutare le prove prodotte risiede nella loro credibilità. Inoltre, può essere necessario che la Commissione tuteli l’anonimato
         dei suoi informatori e tale circostanza non può essere sufficiente per obbligare la Commissione a non utilizzare una prova
         in suo possesso.
      
      Di conseguenza, sebbene gli argomenti dedotti da una parte ricorrente, attinenti al fatto che la Commissione non ha divulgato
         l’identità dell’autore di un documento prodotto a suo carico, né la sua origine, possano essere pertinenti per valutare la
         credibilità e, pertanto, il valore probatorio di tale elemento, quest’ultimo non dev’essere tuttavia considerato una prova
         irricevibile che occorre stralciare dal fascicolo.
      
      (v. punti 72-73)
      4.     Allorché la Commissione, in sede di procedimento di applicazione delle regole di concorrenza, richiede informazioni alle imprese
         che suppone abbiano partecipato ad un’infrazione, non è minimamente tenuta a indicare loro quali elementi probatori siano
         già in suo possesso. Una tale comunicazione potrebbe eventualmente compromettere l’efficacia degli accertamenti della Commissione,
         perché permetterebbe alle imprese interessate di sapere quali informazioni le siano ormai note e, di conseguenza, quali possano
         esserle ancora nascoste.
      
      Più in generale, l’ordinamento comunitario non riconosce alcun diritto ad essere informati dello stato di un procedimento
         amministrativo prima che venga formalmente emessa una comunicazione degli addebiti.
      
      (v. punti 83, 110)
      5.     La legittimità della trasmissione da parte della Commissione di informazioni raccolte in conformità al regolamento n. 17 ad
         un’autorità nazionale e quella del divieto di uso diretto da parte di quest’ultima di tali informazioni come mezzi di prova
         hanno rilevanza giuscomunitaria.
      
      Al contrario, la legittimità della trasmissione alla Commissione, da parte di un procuratore nazionale o delle autorità competenti
         in materia di concorrenza, di informazioni raccolte in conformità al diritto penale nazionale e del loro utilizzo ulteriore
         da parte della Commissione vanno valutate, in linea di principio, alla luce della normativa nazionale sullo svolgimento delle
         indagini ad opera delle dette autorità nonché, in caso di contenzioso giudiziario, della competenza dei giudici nazionali.
         Infatti, nell’ambito di un ricorso proposto ai sensi dell’art. 230 CE, il giudice comunitario non è competente a verificare
         la legittimità, rispetto al diritto di uno Stato membro, di un atto emanato da un’autorità nazionale.
      
      (v. punti 85-86)
      6.     Nessuna norma di diritto permette al destinatario di una decisione di contestare, nell’ambito di un ricorso di annullamento
         ai sensi dell’art. 230 CE, determinati punti della motivazione di quest’ultima, a meno che tali punti della motivazione non
         producano effetti giuridici obbligatori atti a pregiudicare i suoi interessi. In linea di principio la motivazione di una
         decisione non è idonea a produrre effetti del genere. Per questo motivo, censure vertenti su punti della motivazione di una
         decisione della Commissione ultronei devono essere subito respinte come inconferenti, poiché non possono comportare l’annullamento
         dell’atto impugnato.
      
      (v. punti 134, 146)
      7.     La Commissione non è tenuta a dimostrare l’esistenza di un effetto pregiudizievole sulla concorrenza per provare una violazione
         dell’art. 81 CE, allorché ha dimostrato l’esistenza di un accordo o di una pratica concordata finalizzati al restringimento
         della concorrenza.
      
      (v. punti 147, 151)
      8.     Perché pregiudichino il commercio fra Stati membri, una decisione, un accordo o una pratica concordata devono permettere di
         ritenere con un sufficiente grado di probabilità, sulla base di un insieme di elementi di fatto e di diritto, che essi possano
         esercitare un’influenza diretta o indiretta, effettiva o potenziale, sui flussi commerciali tra Stati membri. Ne consegue
         che la Commissione non ha bisogno di dimostrare l’esistenza reale di un tale pregiudizio al commercio; importa piuttosto che
         questa influenza effettiva o potenziale non sia insignificante.
      
      A tal proposito, un accordo avente ad oggetto, mediante il rispetto dei mercati domestici, la ripartizione di mercati nazionali
         della Comunità ha necessariamente come effetto potenziale – e reale qualora venga attuato – di ridurre il volume degli scambi
         intracomunitari.
      
      (v. punti 156-157)
      9.     Qualora un’impresa partecipi a riunioni tra imprese aventi un oggetto anticoncorrenziale senza prendere pubblicamente le distanze
         dal loro oggetto, inducendo così gli altri partecipanti a credere che essa approvi l’intesa risultante da tali riunioni e
         che vi si conformerà, può ritenersi che essa partecipi all’intesa in questione.
      
      (v. punto 162)
      10.   Comportamenti che s’iscrivono in un piano globale e perseguono una finalità anticoncorrenziale comune possono ritenersi parte
         di un unico accordo. Infatti, ove la Commissione dimostri che al momento di partecipare ad un’intesa un’impresa sapeva o avrebbe
         dovuto sapere che stava così inserendosi nel contesto di un accordo unico, tale partecipazione può costituire espressione
         della sua adesione a tale accordo.
      
      (v. punto 214)
      11.   Nessuna norma del diritto comunitario osta a che la Commissione constati con una sola ed unica decisione l’esistenza di due
         infrazioni distinte all’art. 81, n. 1, CE. Infatti, le situazioni economiche prese in considerazione possono essere complesse,
         di modo che due mercati diversi ma connessi possono essere pregiudicati da due infrazioni che è logico sanzionare con una
         sola e unica decisione, in quanto anch’esse sono diverse ma connesse.
      
      (v. punto 235)
      12.   L’importo dell’ammenda inflitta ad un’impresa a titolo di un’infrazione in materia di concorrenza dev’essere proporzionato
         all’infrazione, valutata nel suo complesso, tenendo conto, in particolare, della sua gravità.
      
      Va tenuto conto, per valutare detta gravità, di un gran numero di fattori, il cui carattere e la cui importanza variano a
         seconda del tipo di infrazione e delle circostanze particolari della stessa.
      
      (v. punto 259)
      13.   La Commissione, per quanto disponga di un potere discrezionale nella fissazione dell’importo delle ammende, non può disattendere
         le regole che essa stessa si è data. Essa deve perciò tenere effettivamente conto dei termini degli orientamenti per il calcolo
         delle ammende nel fissare l’importo delle stesse, soprattutto degli elementi ivi indicati come imprescindibili.
      
      (v. punti 261, 325)
      14.   Tenuto conto dei termini del punto 1, parte A, sesto comma, degli orientamenti per il calcolo delle ammende inflitte in applicazione
         dell’art. 15, paragrafo 2, del regolamento n. 17 e dell’art. 65, paragrafo 5, del Trattato CECA, occorre considerare che la
         Commissione ha mantenuto un certo margine di discrezionalità rispetto all’opportunità di effettuare una ponderazione delle
         ammende in funzione delle dimensioni di ogni impresa. Così, la Commissione non è tenuta, in sede di determinazione dell’ammontare
         delle ammende, ad assicurarsi, nel caso in cui siano inflitte ammende a diverse imprese coinvolte in una stessa infrazione,
         che gli importi finali delle ammende rendano conto di una differenza tra le imprese interessate in ordine al loro fatturato
         complessivo.
      
      (v. punto 283)
      15.   La circostanza che un’impresa, la cui partecipazione ad una concertazione con le sue concorrenti per ripartire i mercati sia
         dimostrata, non abbia adeguato il proprio comportamento sul mercato a quello concordato con le sue concorrenti non costituisce
         necessariamente un elemento da prendere in considerazione alla stregua di una circostanza attenuante in sede di determinazione
         dell’importo dell’ammenda da infliggere.
      
      Il secondo trattino del punto 3 degli orientamenti per il calcolo delle ammende inflitte in applicazione dell’art. 15, paragrafo 2,
         del regolamento n. 17 e dell’art. 65, paragrafo 5, del Trattato CECA deve pertanto essere interpretato nel senso che la Commissione
         è tenuta a riconoscere l’esistenza di una circostanza attenuante per il fatto della mancata attuazione di un’intesa solo se
         l’impresa che fa valere tale circostanza può dimostrare di essersi opposta chiaramente e considerevolmente all’attuazione
         di tale intesa, al punto di aver perturbato il funzionamento stesso di quest’ultima e di non aver aderito all’accordo apparentemente,
         istigando così altre imprese ad attuare l’intesa in questione.
      
      (v. punti 291-292)
      16.   Sebbene, in generale, un ricorrente non possa trasferire l’onere della prova al convenuto avvalendosi di circostanze che quest’ultimo
         non può dimostrare, la nozione di onere della prova – qualora la Commissione abbia deciso di non far valere l’esistenza di
         un’infrazione alle regole di concorrenza per il periodo in cui erano in vigore accordi di autolimitazione conclusi tra un
         paese terzo e la Comunità, rappresentata dalla Commissione – non può essere applicata a vantaggio della Commissione per quanto
         riguarda la data di scadenza di tali accordi. Infatti, l’inspiegabile incapacità della Commissione di produrre elementi probatori
         relativi ad una circostanza che la interessa direttamente priva il Tribunale della possibilità di statuire con cognizione
         di causa per quanto riguarda la menzionata data di scadenza e sarebbe contrario al principio di buona amministrazione della
         giustizia far sopportare le conseguenze di tale incapacità della Commissione alle imprese destinatarie della decisione impugnata,
         le quali, a differenza dell’istituzione convenuta, non sono in grado di fornire la prova mancante.
      
      (v. punti 307-309)
      17.   Il Tribunale, in cause riunite in cui ogni parte ha avuto l’occasione di consultare l’insieme dei fascicoli, può tener conto
         d’ufficio degli elementi probatori risultanti dai fascicoli delle cause parallele.
      
      (v. punto 310)
      18.   Se le circostanze elencate al punto 3 degli orientamenti per il calcolo delle ammende inflitte in applicazione dell’art. 15,
         paragrafo 2, del regolamento n. 17 e dell’art. 65, paragrafo 5, del Trattato CECA sono certamente fra quelle di cui la Commissione
         può tener conto in un determinato caso, quest’ultima, alla luce del tenore letterale del citato punto 3, non ha l’obbligo
         di concedere automaticamente una riduzione supplementare a detto titolo, qualora un’impresa adduca elementi tali da indicare
         la presenza di una di tali circostanze. Infatti, l’adeguatezza di un’eventuale riduzione dell’ammenda a titolo delle circostanze
         attenuanti dev’essere valutata da un punto di vista complessivo, tenendo conto dell’insieme delle circostanze pertinenti.
      
      (v. punto 325)
      19.   L’«aver posto fine alle attività illecite sin dai primi interventi della Commissione», menzionato al punto 3 degli orientamenti
         per il calcolo delle ammende inflitte in applicazione dell’art. 15, paragrafo 2, del regolamento n. 17 e dell’art. 65, paragrafo 5,
         del Trattato CECA, può logicamente costituire una circostanza attenuante solo se vi sono motivi di supporre che le imprese
         in questione siano state indotte dagli interventi di cui trattasi a far cessare i loro comportamenti anticoncorrenziali. Infatti,
         risulta che l’obiettivo di tale disposizione è quello di incoraggiare le imprese a porre fine immediatamente ai loro comportamenti
         anticoncorrenziali qualora la Commissione avvii un’indagine in proposito. Una riduzione dell’importo dell’ammenda a tale titolo
         non può essere applicata nel caso in cui l’infrazione sia già terminata anteriormente alla data dei primi interventi della
         Commissione o nel caso in cui le dette imprese, prima di tale data, abbiano già preso una ferma decisione di porvi fine.
      
      (v. punti 328-329)
      20.   Laddove talune imprese, nella medesima fase del procedimento amministrativo e in circostanze analoghe, forniscano alla Commissione
         informazioni simili sui fatti loro imputati, i gradi della cooperazione fornita dalle stesse devono essere considerati analoghi,
         con la conseguenza che tali imprese devono essere trattate in maniera uguale al momento di determinare l’importo dell’ammenda
         loro inflitta.
      
      (v. punto 343)

      
      
      
      
      
      
      
      
      
      
      
      
      
      
      
            
            SENTENZA DEL TRIBUNALE (Seconda Sezione)8 luglio 2004(1)
         
         
               «Concorrenza  –  Intese  –  Mercati di tubi in acciaio senza saldatura  –  Durata dell'infrazione  –  Ammende»
               
             Nella causa T-50/00,
            
            
            Dalmine SpA,  con sede in Dalmine, rappresentata dagli avv.ti M. Siragusa e F. Moretti, con domicilio eletto in Lussemburgo,
            
            
            ricorrente,
            
            contro
            Commissione delle Comunità europee, rappresentata dai sigg. M. Erhart e A. Whelan, in qualità di agenti, assistiti dall'avv. A. Dal Ferro, con domicilio eletto
            in Lussemburgo, 
            
            convenuta, 
            
             avente ad oggetto la domanda di annullamento della decisione della Commissione 8 dicembre 1999, 2003/382/CE, relativa ad un
            procedimento d'applicazione dell'articolo 81 CE (Caso IV/E-1/35.860-B Tubi d'acciaio senza saldatura) (GU 2003, L 140, pag. 1)
            o, in subordine, la domanda di riduzione dell'importo dell'ammenda inflitta alla ricorrente,
            
            
            IL TRIBUNALE DI PRIMO GRADODELLE COMUNITÀ EUROPEE (Seconda Sezione),
            
            
             composto dai sigg. N.J. Forwood, presidente, J. Pirrung e A.W.H. Meij, giudici, 
            
             cancelliere: sig. J. Plingers, amministratore
            
            
            
         ha pronunciato la seguente
         
         
         Sentenza
            
               Fatti e procedimento 
                     			(2)
                     		
            
         
         1
            
          La presente causa riguarda la decisione della Commissione 8 dicembre 1999, 2003/382/CE, relativa ad un procedimento d’applicazione
         dell’articolo 81 CE (Caso IV/E‑1/35.860‑B Tubi d’acciaio senza saldatura) (GU 2003, L 140, pag. 1; in prosieguo: la «decisione
         impugnata»).
         (…)
         
         Procedimento dinanzi al Tribunale
         34
         Con sette istanze, depositate nella cancelleria del Tribunale tra il 28 febbraio e il 3 aprile 2000, le società Mannesmann,
            Corus, Dalmine, NKK Corp., Nippon, Kawasaki e Sumitomo hanno presentato un ricorso contro la decisione impugnata.
         
         
         
         35
         Con ordinanza 18 giugno 2002 è stato deciso, sentite le parti, di riunire le sette cause ai fini del procedimento orale, in
            conformità all’art. 50 del regolamento di procedura del Tribunale. In seguito a tale riunione tutte le ricorrenti hanno potuto
            consultare il complesso dei fascicoli relativi al procedimento pendente nelle sette cause presso la cancelleria del Tribunale.
            Sono state altresì adottate alcune misure di organizzazione del procedimento.
         
         
         
         36
         Su relazione del giudice relatore il Tribunale (Seconda Sezione) ha deciso di passare alla fase orale. Le parti hanno svolto
            le loro difese orali e hanno risposto ai quesiti scritti formulati dal Tribunale alle udienze del 19, 20 e 21 marzo 2003.
         
         
         Conclusioni delle parti
         37
         La ricorrente chiede che il Tribunale voglia:
         
         
         
          
         –
            annullare totalmente o parzialmente la decisione impugnata;
         
         
         
         
          
         –
            in subordine, annullare o ridurre l’ammenda inflittale;
         
         
         
         
          
         –
            condannare la Commissione alle spese.
         
         
         
         
         38
         La Commissione chiede che il Tribunale voglia:
         
         
         
          
         –
            respingere integralmente il ricorso;
         
         
         
         
          
         –
            condannare la ricorrente alle spese.
         
         
         
         Sulla domanda di annullamento della decisione impugnata
         39
         In udienza la Dalmine ha fatto presente che, avendo ricevuto una sintesi non riservata dei passaggi coperti da segreto contenuti
            in alcuni documenti del fascicolo nell’ambito delle misure di organizzazione del procedimento disposte dal Tribunale, essa
            rinunciava al motivo vertente su un’asserita violazione dei diritti della difesa a causa del trattamento riservato dei detti
            documenti nel procedimento amministrativo.
         
         
         
          1. Sui motivi attinenti alla violazione delle forme sostanziali nel corso del procedimento amministrativo Sulla legittimità dei quesiti posti dalla Commissione in sede di accertamenti
         
         – Argomenti delle parti
         
         40
         La ricorrente sostiene che il suo diritto a non contribuire alla propria incriminazione è stato violato dai quesiti tendenziosi
            posti dalla Commissione durante l’indagine. Essi avrebbero avuto il fine di indurla ad ammettere l’esistenza di un’infrazione,
            ignorando la giurisprudenza della Corte (sentenza 18 ottobre 1989, causa 374/87, Orkem/Commissione, Racc. pag. 3283, punti 34
            e 35). Di conseguenza, la ricorrente ritiene che occorra annullare la decisione impugnata nella parte in cui si basa sulle
            risposte a tali quesiti.
         
         
         
         41
         Il 13 febbraio e il 22 aprile 1997 la Commissione avrebbe interrogato la ricorrente in applicazione dell’art. 11, n. 5, del
            regolamento n. 17. Detta istituzione avrebbe tentato di indurla ad ammettere la sua presenza ad alcune riunioni fra produttori
            di tubi di acciaio nonché l’oggetto illegittimo delle medesime, precisandole già in quell’occasione le pratiche illecite controverse,
            segnatamente gli accordi sulla protezione dei mercati nazionali e sui prezzi, ai quali essa avrebbe dovuto dichiarare di aver
            preso parte. La Commissione le avrebbe chiesto, in particolare, di menzionare «le decisioni adottate, (…) le quote (“Sharing
            keys”) discusse e/o decise per aree geografiche ed il loro periodo di validità, i prezzi discussi e/o decisi per aree geografiche
            ed il loro periodo di validità specificandone il tipo». La Commissione avrebbe contestato alla Dalmine la sua reticenza a
            rispondere a tali quesiti.
         
         
         
         42
         Il 12 giugno 1997 la Commissione avrebbe invitato nuovamente la Dalmine a fornire le informazioni richieste. Ritenendo incomplete
            le sue risposte, la Commissione avrebbe adottato una decisione, il 6 ottobre 1997, intimando alla ricorrente di provvedere
            entro un termine di trenta giorni, dopo la cui scadenza avrebbe applicato una penalità di mora. Tale decisione, avverso la
            quale la Dalmine ha proposto ricorso (ordinanza Dalmine/Commissione, punto 7, supra), avrebbe arrecato pregiudizio a quest’ultima.
         
         
         
         43
         La Commissione nega di aver posto quesiti che obbligassero la Dalmine ad autoincriminarsi.
         
         
         44
         La Commissione ricorda inoltre che le imprese e le associazioni di imprese sono libere di non rispondere alle domande loro
            poste ai sensi dell’art. 11 del regolamento n. 17 (sentenza del Tribunale 15 marzo 2000, cause riunite T‑25/95, T‑26/95, da
            T‑30/95 a T‑32/95, da T‑34/95 a T‑39/95, da T‑42/95 a T‑46/95, T‑48/95, da T‑50/95 a T‑65/95, da T‑68/95 a T‑71/95, T‑87/95,
            T‑88/95, T‑103/95 e T‑104/95, Cimenteries CBR e a./Commissione, detta «Cemento», Racc. pag. II‑491, punto 734). Solo se un’impresa
            fornisce informazioni inesatte l’art. 15, n. 1, lett. b), del regolamento n. 17 prevede la possibilità che sia sanzionata.
         
         
         
         – Giudizio del Tribunale
         
         45
         Conformemente al punto 32 della sentenza Orkem/Commissione, qui citata nel precedente punto 40, il presente motivo attiene
            ai diritti della difesa delle imprese (v. anche sentenza Mannesmannröhren-Werke/Commissione, citata nel precedente punto 8,
            punto 63). Da tale giurisprudenza risulta che l’art. 11, n. 5, del regolamento n. 17 riconosce alle imprese destinatarie di
            decisioni contenenti richieste di informazioni la facoltà di non rispondere ove, obbligate a una risposta a pena di ammenda,
            finirebbero con l’ammettere l’esistenza di infrazioni che spetta alla Commissione dimostrare (sentenze citate Orkem/Commissione,
            punto 35, e Mannesmannröhren-Werke/Commissione, punto 67).
         
         
         
         46
         Al contrario, è giurisprudenza costante che, in base a tale norma, le imprese non sono tenute a fornire risposte a semplici
            richieste di informazioni ai sensi dell’art. 11, n. 1, del regolamento n. 17, ragion per cui esse non possono pretendere che
            il loro diritto a non autoincolparsi sia stato violato una volta che abbiano risposto spontaneamente a richieste siffatte
            (v., in tal senso, sentenza «Cemento», cit. nel precedente punto 44, punto 734).
         
         
         
         47
         Nella fattispecie, anche supponendo che la Dalmine sia legittimata a dedurre, nell’ambito del presente procedimento, argomenti
            attinenti al carattere asseritamente illecito dei quesiti sottoposti, pur non avendo presentato un ricorso ricevibile contro
            la decisione 6 ottobre 1997 nel termine fissato all’art. 230 CE (v., al riguardo, ordinanza Dalmine/Commissione, cit. nel
            precedente punto 7, con cui è dichiarato irricevibile il ricorso della Dalmine contro la detta decisione 6 ottobre 1997),
            è sufficiente rilevare che la decisione impugnata può essere ritenuta illegittima sotto tale profilo solo in quanto le domande
            oggetto della decisione 6 ottobre 1997 abbiano portato la Dalmine ad ammettere l’esistenza delle infrazioni constatate nella
            decisione impugnata ai sensi della sentenza Orkem/Commissione, cit. nel precedente punto 40. Ora, se è vero che la Commissione
            ha posto una lunga serie di quesiti con la sua domanda iniziale, datata 22 aprile 1997, le richieste da essa indirizzate alla
            Dalmine nella decisione 6 ottobre 1997 riguardavano soltanto la produzione di documenti e di informazioni puramente oggettivi
            e non erano dunque idonee ad indurre quest’ultima ad ammettere l’esistenza di un’infrazione.
         
         
         
         48
         Per quanto riguarda i quesiti rivolti alle società argentine Techint Group e Siderca, minacciate di sanzioni in solido con
            la Dalmine, giacché tutte e tre queste società costituivano un’unica impresa (punto 13 e art. 2, secondo comma, della decisione
            6 ottobre 1997), è vero che l’ultimo trattino del quesito n. 2, nuovamente posto a tali società nella decisione 6 ottobre
            1997 e ad essa allegato, è analogo all’ultimo trattino dei quesiti 1.6, 1.7 e 2.3, sottoposti alla Mannesmann in forza di
            una decisione 15 maggio 1998, e che il Tribunale, sulla base della sentenza Orkem/Commissione, citata nel precedente punto 40,
            ha annullato tale trattino nella sua sentenza Mannesmannröhren-Werke/Commissione, cit. nel precedente punto 8.
         
         
         
         49
         Tuttavia, a prescindere dal fatto che la Commissione non ha chiesto direttamente alla Dalmine, in quanto persona giuridica,
            di fornire tali informazioni, va notato che il trattino del quesito in parola si riferisce unicamente ai rapporti tra i produttori
            europei e quelli dell’America latina, cioè a un profilo dell’accordo denunciato nella CdA che non è stato analizzato nella
            decisione impugnata.
         
         
         
         50
         Ciò considerato, è giocoforza riconoscere che questo aspetto della decisione della Commissione 6 ottobre 1997 non ha potuto
            indurre la Dalmine ad autoincolparsi dell’infrazione costituita dall’accordo di ripartizione dei mercati concluso dai produttori
            giapponesi ed europei constatato all’art. 1 della decisione impugnata. Di conseguenza, quand’anche la Commissione abbia commesso
            un’illegittimità a tale riguardo, questa non ha potuto influire minimamente sul contenuto della decisione impugnata e, pertanto,
            non ne vizia la legittimità.
         
         
         
         51
         Ne discende che il presente motivo va respinto.
         
         Sulla concordanza tra la CdA e la decisione impugnata relativamente agli elementi probatori dedotti Argomenti delle parti
         
         52
         La Dalmine ricorda che spetta alla Commissione comunicare alle imprese incriminate tutti i documenti su cui si fondano i suoi
            addebiti (XXIII Relazione sulla politica di concorrenza, pagg. 113 e 114). Orbene, nella fattispecie, la Commissione avrebbe citato, sia nella CdA sia nella decisione impugnata,
            documenti a carico non allegati alla detta CdA.
         
         
         
         53
         In particolare, non sarebbero stati allegati alla CdA i seguenti documenti:
         
         
         
          
         –
            un telefax della Sumitomo, datato 12 gennaio 1990, citato nella CdA al punto 70, riportato a pag. 4785 del fascicolo della
               Commissione e richiamato al punto 71 della decisione impugnata;
            
         
         
         
         
          
         –
            un rapporto della Vallourec del 1994, citato nella CdA al punto 119, riportato a pag. 14617 del fascicolo della Commissione
               e richiamato al punto 92 della decisione impugnata.
            
         
         
         
         
         54
         Inoltre, la decisione impugnata citerebbe alcuni documenti che, sebbene allegati alla CdA, non erano menzionati nella detta
            comunicazione. Si tratterebbe dei verbali degli interrogatori resi dai sigg. Benelli, Jachia e Ciocca nei giorni 2, 5 e 8
            giugno 1995, 6 settembre 1995 e 21 febbraio 1996 (riportati a pag. 8220 ter del fascicolo e richiamati al punto 54 della decisione
            impugnata).
         
         
         
         55
         Tale modo di procedere della Commissione avrebbe complicato enormemente l’esame dei documenti a carico da parte della Dalmine.
            Mentre la decisione impugnata si riferisce ai documenti con il rispettivo numero di protocollo, la CdA ed il fascicolo che
            essa ha potuto esaminare presso gli uffici della Commissione sarebbero organizzati in maniera differente. La Commissione avrebbe
            commesso, in tal modo, un’insanabile violazione dei diritti della difesa, che giustificherebbe da sola l’annullamento della
            decisione impugnata. In via subordinata, la Dalmine chiede che tali documenti a carico vengano dichiarati inutilizzabili e
            che la legittimità della decisione venga pertanto valutata senza prenderli in considerazione (sentenza del Tribunale 29 giugno
            1995, causa T‑30/91, Solvay/Commissione, Racc. pag. II‑1775, punto 98).
         
         
         
         56
         La Commissione risponde segnalando che alla Dalmine è stata data la possibilità di analizzare tutti i documenti citati nella
            CdA o nei suoi allegati allorché il 3 marzo 1999 ha avuto modo di consultare il fascicolo. Di conseguenza, sarebbe esclusa
            qualsiasi violazione dei diritti della difesa (sentenza «Cemento», cit. nel precedente punto 44, punto 144).
         
         
         
         57
         La Commissione precisa peraltro che il documento richiamato a pag. 8220 ter del fascicolo amministrativo viene citato al punto 46
            della CdA.
         
         
         
         58
         Infine, i documenti allegati alla CdA ma non menzionati nel suo testo «possono essere tenuti presenti nella decisione [impugnata]
            a carico della ricorrente, solo se quest’ultima, partendo dalla [CdA], abbia potuto ragionevolmente dedurre le conclusioni
            che la Commissione intendeva trarne» (sentenza «Cemento», cit. nel precedente punto 44, punto 323).
         
         
          Giudizio del Tribunale
         
         59
         La Commissione, al fine di consentire alle imprese ed associazioni di imprese interessate di difendersi utilmente contro le
            censure formulate nei loro confronti nella CdA, è tenuta a permettere loro la consultazione dell’intero fascicolo istruttorio,
            ad esclusione dei documenti contenenti segreti commerciali di altre imprese o altre informazioni riservate nonché dei documenti
            interni della Commissione (sentenza «Cemento», cit. nel precedente punto 44, punto 144).
         
         
         
         60
         Tuttavia, la circostanza che un documento sia menzionato in una comunicazione degli addebiti senza esservi allegato non costituisce,
            in linea di principio, una violazione dei diritti della difesa purché i destinatari della detta comunicazione possano prenderne
            visione prima di rispondere alla stessa.
         
         
         
         61
         In ordine ai due documenti citati nella CdA, ma nella fattispecie non allegati alla medesima, la Commissione rileva, senza
            smentite della Dalmine, che quest’ultima ne ha preso visione il 3 marzo 1999.
         
         
         
         62
         Quanto all’argomento secondo cui il modo di organizzare la consultazione del fascicolo nel caso di specie ha reso difficile
            l’identificazione dei due documenti di cui trattasi, è sufficiente rilevare che questa pretesa difficoltà non ha pregiudicato
            la facoltà di difesa della Dalmine, atteso che quest’ultima ha affermato, in sede di replica, di aver potuto procurarseli
            allorché ha avuto accesso al fascicolo della Commissione.
         
         
         
         63
         In ogni caso, questi due documenti sono citati sia nella CdA sia nella decisione impugnata per descrivere il contesto generale
            piuttosto che la natura specifica delle infrazioni constatate nella decisione impugnata, per cui la circostanza che sia stato
            omesso il riferimento sia all’uno che all’altro nella decisione impugnata non ha nessuna incidenza sulla fondatezza di quest’ultima.
            Il telefax della Sumitomo del 12 gennaio 1990, infatti, è citato nella parte relativa alla descrizione del club Europa-Giappone,
            contenuta in entrambi i documenti, che si riferisce ai «mercati speciali», ossia ai mercati dei paesi terzi. Quanto al rapporto
            della Vallourec del 1994, esso è menzionato brevemente in note a piè di pagina (nota n. 65 della CDA e nota n. 30 della decisione
            impugnata) per attestare il fatto, non contestato dalla Dalmine, che «[i]l 22 febbraio 1994 Valtubes (affiliata di Vallourec)
            ha acquisito il controllo degli impianti scozzesi di [Corus] specializzati nel trattamento termico e nella filettatura VAM
            ed ha costituito la società Tubular Industries Scotland Ltd (TISL), leader del mercato del Mare del Nord per la fornitura
            di tubi filettati con giunti superiori o standard».
         
         
         
         64
         Per quanto riguarda i documenti che, sebbene allegati alla CdA, non sarebbero stati quivi menzionati, cioè i verbali degli
            interrogatori dei sigg. Benelli, Jachia e Ciocca, è sufficiente rilevare che la CdA e la decisione impugnata si riferiscono
            entrambe alle testimonianze di «vari dirigenti di Dalmine» (v. punto 46 della CdA e punto 54 della decisione impugnata) e
            riportano in extenso unicamente quella del sig. Biasizzo (v. punto 58 della CdA e punto 64 della decisione impugnata). Si
            deve pertanto convenire che la Commissione ha fatto parola di questi documenti nella CdA e considerare nella fattispecie tali
            riferimenti sufficienti, visto l’utilizzo poi fattone dalla Commissione nella decisione impugnata, perché la Dalmine potesse
            utilmente difendersi in merito ad essi nel procedimento amministrativo.
         
         
         
         65
         Alla luce di queste circostanze il presente motivo dev’essere respinto.
         
         Sull’ammissibilità di alcuni elementi probatori
         66
         La Dalmine fa valere l’inammissibilità, come elementi probatori, di alcuni documenti che la Commissione le avrebbe opposto
            in violazione dei diritti della difesa. Essa ritiene che l’uso irregolare di tali documenti debba comportare l’annullamento
            della decisione impugnata. In subordine, tali documenti dovrebbero essere dichiarati inutilizzabili e pertanto la legittimità
            della decisione impugnata dovrebbe essere valutata senza prenderli in considerazione.
         
         
          Sul documento «Sharing key»
         
         – Argomenti delle parti
         
         67
         Secondo la ricorrente, il documento «Sharing key» sarebbe irricevibile come prova delle infrazioni constatate agli artt. 1
            e 2 della decisione impugnata, in quanto la Commissione non ha rivelato l’identità del suo autore né la sua origine. Senza
            informazioni di tal genere, l’autenticità e la forza probatoria di tale documento a carico sarebbero opinabili.
         
         
         
         68
         La decisione impugnata farebbe pensare, inoltre, al suo punto 85, che l’autore del detto documento non fosse presente alla
            riunione di Tokyo del 5 novembre 1993, laddove tale documento viene invocato come prova dell’accordo di protezione dei mercati
            che sarebbe stato concluso in quell’occasione. Alla luce di ciò, la Dalmine asserisce di non essere in grado di difendersi
            contro tale documento.
         
         
         
         69
         La Commissione ribatte che l’identificazione della persona che le ha consegnato il documento «Sharing key» non è necessaria
            all’esercizio dei diritti della difesa della ricorrente.
         
         
         
         70
         Essa ricorda, inoltre, di non essere tenuta a svelare l’identità del suo informatore e rinvia al riguardo al punto II della
            sua comunicazione 97/C 23/03, relativa alle regole procedimentali interne per l’esame delle domande di accesso al fascicolo
            nei casi di applicazione degli artt. [81 CE] e [82 CE], degli artt. 65 e 66 del trattato CECA e del regolamento (CEE) n. 4064/89
            del Consiglio (GU 1997, C 23, pag. 3; in prosieguo: la «comunicazione relativa all’accesso al fascicolo»).
         
         
         
         71
         Peraltro, diversi elementi probatori del fascicolo, in particolare quelli elencati ai punti 121 e 122 della decisione impugnata,
            corroborerebbero il contenuto del documento «Sharing key».
         
         
         
         – Giudizio del Tribunale
         
         72
         In diritto comunitario prevale il principio della libertà di forma dei mezzi probatori e l’unico criterio pertinente per valutare
            le prove prodotte risiede nella loro credibilità (conclusioni del giudice Vesterdorf, facente funzione di avvocato generale
            nella causa T‑1/89, Rhône-Poulenc/Commissione, decisa con sentenza del Tribunale 24 ottobre 1991, Racc. pag. II‑867, in particolare
            pag. II‑869; v. anche, in tal senso, sentenza della Corte 23 marzo 2000, cause riunite C‑310/98 e C‑406/98, Met-Trans e Sagpol,
            Racc. pag. I‑1797, punto 29, e sentenza del Tribunale 7 novembre 2002, cause riunite T‑141/99, T‑142/99, T‑150/99 e T‑151/99,
            Vela e Tecnagrind/Commissione, Racc. pag. II‑4547, punto 223). Per di più, per la Commissione può rivelarsi necessario difendere
            l’anonimato degli informatori (v., in tal senso, sentenza della Corte 7 novembre 1985, causa 145/83, Adams/Commissione, Racc.
            pag. 3539, punto 34) e questa circostanza non può bastare perché la Commissione sia obbligata ad escludere una prova in suo
            possesso.
         
         
         
         73
         Di conseguenza, anche se gli argomenti della Dalmine possono essere rilevanti per valutare la credibilità e, pertanto, il
            valore probatorio del documento «Sharing key», non c’è motivo di considerare quest’ultimo una prova irricevibile, da dichiarare
            inutilizzabile.
         
         
          Sui verbali degli interrogatori degli ex dirigenti della Dalmine
         
         – Argomenti delle parti
         
         74
         La Dalmine si oppone all’uso delle dichiarazioni che taluni suoi ex dirigenti hanno rilasciato al procuratore di Bergamo nell’ambito
            di un procedimento penale.
         
         
         
         75
         In primo luogo, la Commissione avrebbe gravemente pregiudicato i diritti della difesa non rivelando in tempo utile alla Dalmine
            la circostanza di disporre di dichiarazioni riservate. Dopo aver chiesto all’Autorità italiana garante della Concorrenza e
            del Mercato (in prosieguo: «l’Autorità garante») di trasmetterle tali documenti il 16 gennaio 1996, la Commissione avrebbe
            infatti aspettato tre anni prima di inoltrarli alla Dalmine, assieme alla CdA. Tenuta all’oscuro del potenziale utilizzo di
            tali documenti, la Dalmine lamenta di essere stata privata della possibilità di difendersi.
         
         
         
         76
         In secondo luogo, la Dalmine addebita alla Commissione di aver commesso una grave violazione delle norme di procedura utilizzando
            dichiarazioni rese nell’ambito di un procedimento penale totalmente estraneo all’indagine di cui era incaricata. La Commissione
            non potrebbe far valere tali dichiarazioni al di fuori del contesto giudiziario nel cui ambito sono state raccolte.
         
         
         
         77
         In udienza la Dalmine ha osservato al riguardo che, secondo la giurisprudenza della Corte, in particolare la sua sentenza
            16 luglio 1992, causa C‑67/91, Asociación Española de Banca Privada e a., detta «Banche spagnole» (Racc. pag. I‑4785, punti 35
            e segg.), il diritto al segreto d’ufficio e i diritti della difesa di un’impresa non sarebbero rispettati se l’autorità nazionale
            potesse utilizzare nell’ambito di un procedimento nazionale, come mezzi di prova contro questa impresa, informazioni acquisite
            nel corso di un accertamento condotto per un fine estraneo a quello del detto procedimento. Orbene, questo principio andrebbe
            applicato per analogia alla fattispecie presente, visto che la Commissione ha utilizzato elementi di prova assunti nel corso
            di un’indagine penale a livello nazionale.
         
         
         
         78
         In terzo luogo, il contesto in cui gli ex dirigenti, che intendevano difendersi dalle accuse di corruzione, hanno reso le
            dichiarazioni di cui trattasi metterebbe in discussione il valore probatorio delle medesime. In particolare, dichiarazioni
            relative all’esistenza di un’intesa illecita rese da persone non tenute nella situazione contingente a dire il vero, a differenza
            dei testimoni, non sarebbero né affidabili né fondate.
         
         
         
         79
         La Commissione respinge tali allegazioni.
         
         
         80
         Essa ricorda innanzi tutto di aver acquisito i verbali di cui trattasi in perfetta legalità, con l’accordo dell’Autorità garante
            e su espressa autorizzazione dei sostituti procuratori competenti (allegato 15 alla CdA, pag. 8220 ter 1, e allegato 1). A
            tale riguardo la Dalmine non indicherebbe alcuna norma giuridica che le attribuisca il diritto ad essere informata del fatto
            che la Commissione disponeva di quei verbali prima di emettere la CdA. In ogni caso, anche se esistesse un tale diritto, la
            sua violazione non pregiudicherebbe i diritti della difesa.
         
         
         
         81
         La Commissione ha fatto valere in udienza che i verbali delle dichiarazioni rese dagli ex dirigenti della Dalmine ad un procuratore
            italiano le sono stati trasmessi dall’Autorità garante, che li avrebbe ricevuti a sua volta dal Pubblico Ministero. La loro
            trasmissione da parte delle autorità italiane sarebbe stata regolare e il loro utilizzo da parte della Commissione non sarebbe,
            dunque, affatto illegittimo.
         
         
         
         82
         Infine, secondo la Commissione, i verbali in questione contengono indizi che, incrociati con le notizie di cui essa aveva
            avuto altrimenti conoscenza, paiono probanti.
         
         
         
         – Giudizio del Tribunale
         
         83
         Si osservi per prima cosa che, come ha giustamente rilevato la Commissione, la Dalmine non invoca nessuna norma giuridica
            che le attribuiva il diritto ad essere informata, prima di ricevere la CdA, del fatto che la Commissione disponeva dei verbali
            delle dichiarazioni rese da alcuni suoi ex dirigenti al procuratore di Bergamo. Bisogna considerare, invero, che la Commissione,
            allorché richiede informazioni alle imprese che suppone abbiano partecipato ad un’infrazione, non è minimamente tenuta a indicare
            loro quali elementi probatori siano già in suo possesso. Una tale comunicazione potrebbe eventualmente compromettere l’efficacia
            degli accertamenti della Commissione, perché permetterebbe alle imprese interessate di sapere quali informazioni le siano
            ormai note e, di conseguenza, quali possano esserle ancora nascoste.
         
         
         
         84
         Quanto all’argomento della Dalmine vertente su una pretesa violazione della procedura e fondato su un’analogia con la giurisprudenza
            della Corte, in particolare con la sentenza «Banche spagnole», cit. nel precedente punto 77, si osservi che la detta giurisprudenza
            concerne l’utilizzo da parte delle autorità nazionali di informazioni raccolte dalla Commissione in conformità all’art. 11
            del regolamento n. 17. Questa situazione è disciplinata in maniera espressa dall’art. 20 del regolamento n. 17.
         
         
         
         85
         Ai termini dell’art. 20 del regolamento n. 17, nonché della giurisprudenza succitata, la legittimità della trasmissione da
            parte della Commissione di informazioni raccolte in conformità al regolamento n. 17 ad un’autorità nazionale e quella del
            divieto di uso diretto da parte di quest’ultima di tali informazioni come mezzi di prova hanno rilevanza giuscomunitaria.
         
         
         
         86
         Al contrario, la legittimità della trasmissione alla Commissione, da parte di un procuratore nazionale o delle autorità competenti
            in materia di concorrenza, di informazioni raccolte in conformità al diritto penale nazionale e del loro utilizzo ulteriore
            da parte della Commissione vanno valutate, in linea di principio, alla luce della normativa nazionale sullo svolgimento delle
            indagini ad opera delle dette autorità nonché, in caso di contenzioso giudiziario, della competenza dei giudici nazionali.
            Infatti, nell’ambito di un ricorso proposto ai sensi dell’art. 230 CE, il giudice comunitario non è competente a verificare
            la legittimità, rispetto al diritto di uno Stato membro, di un atto emanato da un’autorità nazionale (v., per analogia, sentenze
            della Corte 3 dicembre 1992, causa C‑97/91, Oleificio Borelli/Commissione, Racc. pag. I‑6313, punto 9, e del Tribunale 15
            dicembre 1999, causa T‑22/97, Kesko/Commissione, Racc. pag. II‑3775, punto 83).
         
         
         
         87
         Nella fattispecie la Dalmine si limita ad osservare che l’oggetto dell’indagine nel cui ambito le dichiarazioni in questione
            sono state rese è diverso da quello dell’indagine condotta dalla Commissione. Dalla sua argomentazione non risulta che sia
            mai stata sottoposta ad un giudice italiano competente la questione della legittimità della trasmissione e dell’utilizzo a
            livello comunitario dei verbali in discorso. In ogni caso, essa non fornisce nemmeno elementi atti a dimostrare che tale utilizzo
            fosse contrario alle vigenti disposizioni del diritto italiano.
         
         
         
         88
         Si osservi, inoltre, che la giurisprudenza invocata dalla Dalmine si basa sulla necessità di proteggere i diritti della difesa
            e i segreti d’ufficio delle imprese che forniscono informazioni richieste dalla Commissione in conformità all’art. 11 del
            regolamento n. 17, nell’ambito di un accertamento specifico di cui esse conoscono le finalità (sentenza «Banche spagnole»,
            cit. nel precedente punto 77, punti 36‑38). Orbene, nella fattispecie, i verbali controversi si riferiscono a dichiarazioni
            rese da ex dirigenti della Dalmine a titolo personale e non a nome di quest’ultima.
         
         
         
         89
         È giocoforza constatare che l’utilizzo da parte della Commissione di questi elementi probatori contro la Dalmine non può pregiudicare
            né i diritti della difesa né il diritto al segreto professionale, né tanto meno alla vita privata, degli autori di queste
            dichiarazioni in quanto essi non sono parti del presente procedimento.
         
         
         
         90
         Per il resto, gli argomenti della Dalmine sono diretti contro la credibilità e, pertanto, la forza probatoria delle testimonianze
            dei suoi direttori e non contro la ricevibilità di tali elementi nel presente procedimento. Ne discende che essi non rilevano
            nell’ambito del presente motivo.
         
         
         
         91
         Alla luce di quanto precede questo motivo dev’essere respinto.
         
          Sulla legittimità della decisione di accertamento della Commissione 25 novembre 1994
         
         – Argomenti delle parti
         
         92
         La Dalmine contesta la legittimità della decisione della Commissione 25 novembre 1994, adottata ai sensi dell’art. 14, n. 3,
            del regolamento n. 17, di cui essa non è destinataria. Con tale decisione la Commissione avrebbe disposto accertamenti presso
            talune imprese in merito all’esistenza di intese vietate dall’art. 81 CE o dall’art. 53 dell’Accordo SEE. La Commissione avrebbe
            utilizzato contro la Dalmine alcuni documenti acquisiti durante gli accertamenti effettuati sulla base di questa decisione.
         
         
         
         93
         Il presente motivo si articola in due parti.
         
         
         94
         In primo luogo, la Dalmine sostiene che, con la decisione 25 novembre 1994, la Commissione ha illecitamente ampliato l’ambito
            dell’indagine alla quale l’Autorità di vigilanza AELS le ha chiesto di collaborare. Essa ricorda che, con lettera 17 novembre
            1994, l’Autorità di vigilanza AELS ha chiesto alla Commissione di effettuare taluni accertamenti relativi a possibili violazioni
            dell’art. 56 dell’Accordo SEE nel settore dei tubi in acciaio utilizzati dall’industria petrolifera offshore in Norvegia.
            La Dalmine sottolinea che in tale richiesta non era fatta parola di violazioni delle norme comunitarie in materia di concorrenza.
         
         
         
         95
         La Dalmine fa valere che la Commissione doveva limitarsi ai termini della richiesta dell’Autorità di vigilanza AELS finché
            quest’ultima non avesse ritenuto, da una parte, che non sussistesse alcuna violazione dell’Accordo SEE e, dall’altra, che
            fosse possibile un pregiudizio al commercio intracomunitario. Il 25 novembre 1994 la Commissione avrebbe tuttavia deciso di
            estendere il suo accertamento all’esistenza di infrazioni all’art. 81 CE. La Dalmine sostiene che questa decisione costituisce
            una violazione dei diritti della difesa, un abuso di potere e una violazione delle regole di procedura enunciate all’art. 8,
            n. 3, del protocollo 23 dell’Accordo SEE.
         
         
         
         96
         In secondo luogo, la Dalmine contesta alla Commissione di non averle inviato la decisione 25 novembre 1994. Essa osserva che
            l’Autorità di vigilanza AELS, nella sua lettera del 17 novembre 1994, aveva informato la Commissione dei sospetti che nutriva
            sulla partecipazione della Dalmine ad un’intesa sul mercato norvegese. La Commissione avrebbe ciononostante omesso di includere
            la Dalmine tra le destinatarie della decisione 25 novembre 1994.
         
         
         
         97
         Orbene, tale omissione arrecherebbe pregiudizio ai suoi diritti della difesa. La ricorrente è del parere che la Commissione
            avrebbe dovuto avvertirla dell’eventuale illegittimità del suo comportamento già il 25 novembre 1994. Una persona su cui gravino
            sospetti avrebbe infatti il diritto ad esserne informata. La Commissione, pur avendo eseguito i primi accertamenti presso
            la Dalmine il 13 febbraio 1997, le avrebbe trasmesso taluni documenti in suo possesso sin dal dicembre 1994 solamente l’11
            maggio 1999.
         
         
         
         98
         Una tale omissione sarebbe inoltre discriminatoria. La Dalmine sottolinea  infatti che, se la Commissione le avesse inviato
            la decisione di accertamento 25 novembre 1994, anch’essa avrebbe potuto porre fine ai comportamenti contestati allo stesso
            modo delle destinatarie di tale decisione.
         
         
         
         99
         Di conseguenza, occorrerebbe annullare la decisione impugnata. In subordine, i documenti trasmessi dall’Autorità di vigilanza
            AELS alla Commissione dovrebbero essere dichiarati inutilizzabili e la legittimità della decisione impugnata valutata senza
            di essi. In ultimo, la Dalmine ritiene che la fine dell’infrazione debba essere fissata al 25 novembre 1994, data in cui la
            Commissione avrebbe dovuto informarla dell’esistenza di sospetti nei suoi confronti.
         
         
         
         100
         La Commissione respinge tali censure.
         
         
         101
         In primo luogo, essa respinge le allegazioni secondo cui i suoi poteri d’indagine sarebbero limitati dai termini del suo coinvolgimento
            da parte dell’Autorità di vigilanza AELS. Detta istituzione ricorda che può avviare d’ufficio indagini e sostiene, a fortiori,
            di poter agire d’ufficio allorché riceve informazioni dall’Autorità di vigilanza AELS. Quest’ultima non potrebbe bloccare
            o limitare tale potere. La Commissione, quando ha deciso di procedere all’indagine, non avrebbe potuto sapere se i risultati
            della stessa sarebbero stati rilevanti ai fini dell’art. 53 dell’Accordo SEE o dell’art. 81 CE, applicabili qualora un’intesa
            fra imprese pregiudichi il commercio intracomunitario.
         
         
         
         102
         In secondo luogo, la Commissione osserva che la Dalmine era in una situazione diversa da quella delle destinatarie della decisione
            25 novembre 1994. Quando è emerso il suo coinvolgimento in un’intesa, la Commissione avrebbe deciso di effettuare accertamenti
            presso di essa e le avrebbe permesso la consultazione del fascicolo.
         
         
         
         – Giudizio del Tribunale
         
         103
         Per quanto riguarda l’argomento della Dalmine, che costituisce la prima parte del presente motivo, e vertente sul fatto che
            la Commissione avrebbe illecitamente esteso l’ambito dell’indagine alla quale l’Autorità di vigilanza AELS le chiedeva di
            collaborare, si deve ricordare anzitutto che, nel suo parere 10 aprile 1992 (1/92, Racc. pag. I‑2821), la Corte ha dichiarato
            che le disposizioni dell’Accordo SEE portate alla sua attenzione, in particolare l’art. 56 relativo alla ripartizione delle
            competenze in materia di concorrenza tra l’Autorità di vigilanza AELS e la Commissione, erano conformi al Trattato CE.
         
         
         
         104
         Per arrivare a questa conclusione in merito all’art. 56 dell’Accordo SEE la Corte ha rilevato, in particolare ai punti 40
            e 41 del detto parere, che la competenza della Comunità a stipulare accordi internazionali nel settore della concorrenza comporta
            necessariamente la possibilità di accettare regole convenzionali sulla ripartizione delle rispettive competenze delle parti
            contraenti nel detto settore, purché tali regole non snaturino le competenze della Comunità e delle sue istituzioni quali
            concepite nel Trattato.
         
         
         
         105
         Discende dunque dal parere 1/92 che l’art. 56 dell’Accordo SEE non snatura le competenze della Comunità previste dal Trattato
            CE in materia di concorrenza.
         
         
         
         106
         A tale riguardo sia da una lettura dell’art. 56 dello stesso Accordo SEE che dalla descrizione particolareggiata di questa
            disposizione contenuta nell’introduzione del parere 1/92, nella parte intitolata «Riassunto della richiesta della Commissione»,
            emerge che tutte le controversie di rilevanza comunitaria in materia di concorrenza anteriori all’entrata in vigore dell’Accordo
            SEE restano soggette alla competenza esclusiva della Commissione una volta entrato in vigore. Infatti, tutte le controversie
            in cui il commercio tra gli Stati membri della Comunità europea è pregiudicato restano di competenza della Commissione, indipendentemente
            dal fatto che vi sia o meno anche un pregiudizio al commercio tra la Comunità e gli Stati AELS e/o tra gli stessi Stati AELS.
         
         
         
         107
         Alla luce di quanto precede è giocoforza constatare che le disposizioni dell’Accordo SEE non possono essere interpretate in
            maniera da privare la Commissione, anche solo in via provvisoria, della sua competenza ad applicare l’art. 81 CE ad un accordo
            anticoncorrenziale pregiudizievole per il commercio fra Stati comunitari.
         
         
         
         108
         Orbene, si deve osservare nella fattispecie che la Commissione, nella sua decisione 25 novembre 1994, con cui ha aperto un’indagine
            nel settore dei tubi di acciaio, ha invocato come fondamento normativo, in particolare, l’art. 81 CE e il regolamento n. 17.
            Nell’ambito della detta indagine essa ha esercitato i poteri riconosciutile dal regolamento n. 17 per raccogliere le prove
            addotte nella decisione impugnata e, infine, ha sanzionato agli artt. 1 e 2 della detta decisione gli accordi costitutivi
            dell’infrazione esclusivamente ex art. 81 CE.
         
         
         
         109
         Ne deriva che la prima parte del presente motivo va respinta.
         
         
         110
         In merito alla seconda parte del presente motivo, si deve constatare che l’ordinamento comunitario non riconosce alcun diritto
            ad essere informati dello stato di un procedimento amministrativo prima che venga formalmente emessa una comunicazione degli
            addebiti. La posizione della Dalmine, se dovesse essere accolta, sfocerebbe nella creazione di un diritto ad essere informati
            di un’indagine laddove esistono sospetti su un’impresa, il che potrebbe gravemente compromettere i lavori della Commissione.
         
         
         
         111
         Quanto all’argomento vertente su un’asserita discriminazione, per il fatto che la Dalmine non avrebbe avuto occasione di porre
            fine alle infrazioni addebitatele in tempo utile, si deve osservare, a proposito dell’infrazione di cui all’art. 1 della decisione
            impugnata, che la Commissione ne ha constatato l’esistenza solo fino al 1° gennaio 1995 (v. infra, punti 317 e segg., e sentenze
            del Tribunale in data odierna, cause riunite T‑67/00, T‑68/00, T‑71/00 e T‑78/00, JFE Engineering e a./Commissione, e causa
            T‑44/00, Mannesmannröhren-Werke/Commissione, Racc. pag. II‑2223). Ora, dato che il 1° e il 2 dicembre 1994 sono stati eseguiti
            accertamenti presso le sedi delle destinatarie della decisione 25 novembre 1994 (v. punto 1 della decisione impugnata), è
            giocoforza constatare che la Dalmine sarebbe stata informata dell’indagine solamente un mese prima della fine dell’infrazione
            addebitatale o addirittura ad infrazione cessata, se ci si attiene alla durata dell’infrazione constatata nelle sentenze succitate.
         
         
         
         112
         In tali circostanze la Dalmine, anche ammettendo che avesse deciso immediatamente di porre termine al suo comportamento, non
            avrebbe potuto far cessare gli effetti anticoncorrenziali dell’accordo di ripartizione dei mercati prima della fine dell’infrazione
            e, pertanto, ridurre la durata di quest’ultima. Di conseguenza, riguardo all’infrazione constatata all’art. 1 della decisione
            impugnata, la sua argomentazione è inconferente.
         
         
         
         113
         In merito all’infrazione di cui all’art. 2 della decisione impugnata, è sufficiente osservare che la Dalmine e la Vallourec
            hanno sospeso l’applicazione del loro contratto di fornitura solo dopo aver ricevuto la CdA nel gennaio 1999, laddove il primo
            accertamento nei locali della Dalmine è stato effettuato nel mese di febbraio 1997. Non c’è allora ragione di supporre che
            la Dalmine, che non si è adoperata per porre termine al comportamento costitutivo dell’infrazione in oggetto nel febbraio
            1997, si sarebbe attivata in tal senso a seguito di un eventuale accertamento nel dicembre 1994.
         
         
         
         114
         Da quanto precede risulta che il presente motivo va complessivamente respinto.
         
         Sulla consultazione del fascicolo
         – Argomenti delle parti
         
         115
         La Dalmine sostiene di non aver potuto consultare l’intero fascicolo. La Commissione le avrebbe impedito, nonostante la sua
            richiesta, di prendere conoscenza dei documenti trasmessi dall’Autorità di vigilanza AELS. La Commissione avrebbe addotto
            il pretesto del carattere interno di tali documenti, senza nessun’altra spiegazione o esame del loro contenuto e, in particolare,
            senza distinguere tra i documenti contenenti valutazioni della stessa Autorità di vigilanza AELS e quelli semplicemente raccolti
            da quest’ultima, in conformità alla nota a piè di pagina n. 19 della comunicazione relativa all’accesso al fascicolo. La Dalmine
            ritiene perciò di essere stata privata della possibilità di visionare alcuni documenti a carico eventualmente contenuti nel
            fascicolo dell’Autorità di vigilanza AELS.
         
         
         
         116
         La Dalmine contesta peraltro alla Commissione di non averle indicato, per l’intero fascicolo, i documenti ottenuti durante
            gli accertamenti disposti con la decisione 25 novembre 1994, pur trattandosi di documenti a suo carico (punto 53 della decisione
            impugnata).
         
         
         
         117
         In risposta a tali censure la Commissione ribatte che, durante il procedimento amministrativo, essa non è tenuta a comunicare
            alle imprese documenti che non figurano nel suo fascicolo istruttorio e che non ha intenzione di usare a carico degli interessati
            nella sua decisione definitiva (sentenza «Cemento», cit. nel precedente punto 44, punto 383). Essa ricorda di non essere tenuta
            neppure a permettere la consultazione dei documenti interni durante il procedimento amministrativo.
         
         
         
         – Giudizio del Tribunale
         
         118
         Il punto II A 2 della comunicazione relativa all’accesso al fascicolo recita come segue: 
         «Per ragioni di semplificazione e di efficienza amministrativa, i documenti interni saranno d’ora in avanti repertoriati nella
         raccolta dei documenti interni relativi alla pratica oggetto dell’istruzione (non accessibile), contenente tutti i documenti
         interni in ordine cronologico. Tale classificazione avverrà sotto il controllo del consigliere‑uditore il quale, se necessario,
         può certificare la natura di “documenti interni” delle informazioni ivi raccolte.
          Costituiscono, per esempio, documenti interni:
         (…)
          c)       la corrispondenza su una determinata pratica, intercorsa con altre autorità pubbliche 19;
         (…)».
         
         
         119
         La nota a piè di pagina n. 19 della comunicazione relativa all’accesso al fascicolo, invocata dalla Dalmine, precisa:
         «È necessario tutelare la riservatezza dei documenti provenienti dalle autorità pubbliche. Tale regola vale non solo per i
         documenti delle autorità competenti in materia di concorrenza, ma anche per quelli di altre autorità pubbliche, di uno Stato
         membro o di un paese terzo. (…) Occorre tuttavia distinguere le valutazioni od osservazioni formulate da queste altre autorità
         pubbliche, per le quali vige una tutela assoluta, dalle informazioni concrete che esse abbiano potuto fornire, che non sempre
         sono coperte dalla deroga. (…)».
         
         
         120
         Si deve osservare che dal punto II A 2 della comunicazione relativa all’accesso al fascicolo risulta che il controllo esercitato
            dal consigliere-uditore per verificare la natura interna dei documenti contenuti nel fascicolo non è una fase sistematica
            del procedimento amministrativo. Infatti, dato che ai sensi del detto punto il consigliere-uditore «può» effettuare una verifica
            siffatta «se necessario», si deve concludere che, nel caso in cui la classificazione di alcuni documenti come «interni» non
            sia messa in discussione, il suo intervento non sarà necessario. Spettava peraltro alla Dalmine chiedere al consigliere-uditore
            di verificare il carattere interno dei documenti comunicati alla Commissione dall’Autorità di vigilanza AELS e qualificati
            come interni.
         
         
         
         121
         In risposta a un quesito scritto del Tribunale concernente la produzione dell’intera corrispondenza tra la Commissione e la
            Dalmine relativamente alla consultazione dei documenti interni, le due parti hanno prodotto una lettera della Dalmine del
            7 giugno 1999, in cui la Dalmine ha sostenuto, in particolare, che non era in condizione di identificare i documenti raccolti
            dall’Autorità di vigilanza AELS e poi inviati da quest’ultima alla Commissione. Essa ha chiesto alla Commissione di comunicarle
            tali elementi probatori per accedere così all’intero fascicolo relativo al suo caso. La Dalmine non ha però chiesto, nella
            lettera del 7 giugno 1999, che il consigliere-uditore certificasse l’eventuale carattere interno dei documenti così comunicati
            alla Commissione.
         
         
         
         122
         La Commissione ha poi prodotto una lettera, inviata alla Dalmine l’11 maggio 1999, con cui la informava della decisione adottata
            dall’Autorità di vigilanza AELS il 25 novembre 1994 di richiedere alla Commissione di effettuare accertamenti sul territorio
            comunitario, conformemente all’art. 8, n. 3, del protocollo n. 23 dell’Accordo SEE, nonché delle decisioni prese dalla Commissione,
            di procedere effettivamente a verifiche ai sensi dell’art. 14, n. 3, del regolamento n. 17.
         
         
         
         123
         In risposta ad un altro quesito del Tribunale, la Commissione ha precisato che i documenti che ha ricevuto dall’Autorità di
            vigilanza AELS sono stati acquisiti al fascicolo amministrativo e figurano alle pagg. 1‑350 di quest’ultimo, sotto la voce
            «documenti interni NA». Orbene, è pacifico che la Dalmine, come le altre destinatarie della CdA, ha potuto prendere visione
            del fascicolo amministrativo della Commissione tra l’11 febbraio e il 20 aprile 1999. Essa ha perciò potuto constatare che
            esistevano 350 pagine di documenti interni ai quali la Commissione le rifiutava l’accesso, cosicché il fatto di non aver richiesto
            la verifica del loro carattere interno non può essere imputato all’ignoranza della loro esistenza.
         
         
         
         124
         Al riguardo la circostanza che si tratti di documenti dell’Autorità di vigilanza AELS poi trasmessi alla Commissione e non
            di documenti interni di quest’ultima, come la Dalmine ha potuto supporre prima di ricevere la lettera dell’11 maggio 1999,
            è irrilevante nell’ambito dell’esame del presente motivo. Dai termini della nota a piè di pagina n. 19 della comunicazione
            relativa all’accesso al fascicolo si ricava, infatti, che ai documenti interni delle altre autorità pubbliche, comunitarie
            o non, dev’essere assicurata la stessa protezione riservata ai documenti interni della Commissione.
         
         
         
         125
         In ogni caso occorre notare che il Tribunale ha chiesto alla Commissione, nell’ambito di una misura di organizzazione del
            procedimento, di presentare un elenco del contenuto delle pagg. 1-350 del suo fascicolo amministrativo. Ora, da tale elenco
            risulta che tutti i documenti in causa sono incontestabilmente documenti interni, ragion per cui la mancata verifica da parte
            del consigliere-uditore non ha comunque potuto intaccare la capacità di difendersi della Dalmine né, pertanto, violare i suoi
            diritti di difesa.
         
         
         
         126
         Infine, quanto alla censura della Dalmine secondo cui le era impossibile identificare i documenti a carico conseguiti grazie
            agli accertamenti, è sufficiente ricordare che la Dalmine ha potuto visionare l’intero fascicolo amministrativo. Siccome la
            legittimità degli accertamenti non può più essere messa in dubbio (v. supra, punti 103-114), la presente difficoltà evocata
            dalla Dalmine, quand’anche reale, non ha potuto incidere sui suoi diritti di difesa. Del resto, prescindendo dalla questione
            della legittimità dell’acquisizione dei documenti in causa, la Dalmine non ha indicato in che modo il metodo di conseguimento
            degli stessi avrebbe potuto pregiudicare i suoi diritti.
         
         
         
         127
         Alla luce di quanto precede il presente motivo dev’essere respinto.
         
         
          2.  Sui motivi di meritoSui motivi ultronei della decisione impugnata Argomenti delle parti
         
         128
         La Dalmine contesta la scelta operata dalla Commissione di aver menzionato, nella decisione impugnata, taluni fatti che, anche
            se estranei alle infrazioni in parola, possono arrecarle pregiudizio. Essa ricorda che le constatazioni sulle intese relative
            ai mercati extracomunitari nonché alla fissazione dei prezzi (punti 54-61, 70-77, 121 e 122 della decisione impugnata) non
            sono state ritenute integrare infrazioni ai sensi degli artt. 1 e 2 della decisione impugnata. Tali motivi sarebbero dunque
            superflui ai fini della decisione impugnata. La Dalmine teme che queste constatazioni possano essere utilizzate da imprese
            terze a fondamento di azioni di risarcimento danni.
         
         
         
         129
         La Dalmine fa notare di aver chiesto alla Commissione, nella risposta alla CdA e in udienza, di omettere nella decisione impugnata
            qualsiasi riferimento ad elementi di fatto diversi da quelli integranti le infrazioni constatate. Con tale domanda essa avrebbe
            inteso difendersi da pretese di terzi. La Commissione non le avrebbe risposto.
         
         
         
         130
         A sostegno di tali censure la Dalmine invoca il rispetto del segreto professionale, sancito dall’art. 287 CE nonché dall’art. 20,
            n. 2, del regolamento n. 17, che impone alla Commissione l’obbligo di un vero e proprio «segreto d’ufficio» (v. conclusioni
            dell’avvocato generale Lenz presentate nella causa 53/85, AKZO Chemie/Commissione, decisa con sentenza della Corte 24 giugno
            1986, Racc. pag. 1965, in particolare pagg. 1966 e 1977).
         
         
         
         131
         La Dalmine sottolinea, inoltre, che la Commissione è tenuta a pubblicare solo il «contenuto essenziale della decisione» e
            «deve tener conto dell’interesse delle imprese a che non vengano divulgati i segreti relativi ai loro affari» (art. 21, n. 2,
            regolamento n. 17). A suo avviso, oltre al dispositivo, fanno parte del contenuto «essenziale» di una decisione in materia
            di concorrenza i motivi principali su cui si è basata la Commissione. Andrebbero invece escluse le affermazioni irrilevanti
            per la constatazione delle violazioni dell’art. 81, n. 1, CE. La Dalmine chiede al Tribunale di annullare le constatazioni
            irrilevanti e di trarne le opportune conseguenze quanto alla validità della decisione impugnata.
         
         
         
         132
         La Commissione precisa che, alla data del deposito del controricorso, essa stava ancora esaminando le domande di trattamento
            riservato di certi dati contenuti nella decisione impugnata in vista della successiva pubblicazione di quest’ultima nella
            Gazzetta ufficiale delle Comunità europee. La Dalmine avrebbe avuto, così, la facoltà di chiedere che determinati passaggi della detta decisione non fossero pubblicati.
         
         
         
         133
         La Commissione smentisce che la decisione impugnata contenga informazioni la cui pubblicazione potrebbe esporre la Dalmine
            ad azioni di risarcimento danni da parte di terzi. La circostanza che talune pratiche non siano state ritenute elementi costitutivi
            della violazione dell’art. 81, n. 1, CE non può essere pregiudizievole per la ricorrente.
         
         
          Giudizio del Tribunale
         
         134
         È sufficiente constatare che nessuna norma di diritto permette al destinatario di una decisione di contestare, nell’ambito
            di un ricorso di annullamento ai sensi dell’art. 230 CE, determinati punti della motivazione di quest’ultima, a meno che tali
            punti della motivazione non producano effetti giuridici obbligatori atti a pregiudicare i suoi interessi (v., in tal senso,
            sentenza del Tribunale 22 marzo 2000, cause riunite T‑125/97 e T‑127/97, Coca Cola/Commissione, Racc. pag. II‑1733, punti 77
            e 80-85). In linea di principio la motivazione di una decisione non è idonea a produrre effetti del genere. Nella fattispecie
            la ricorrente non ha dimostrato in qual modo i motivi impugnati siano idonei a produrre effetti che modifichino la sua situazione
            giuridica.
         
         
         
         135
         Ne discende che il presente motivo non può essere accolto.
         
         Sull’infrazione constatata all’art. 1 della decisione impugnata (club Europa‑Giappone)
         136
         La Dalmine non discute l’esistenza di un accordo fra le destinatarie della decisione impugnata, ma obietta che esso non concerneva
            i mercati interni comunitari, per cui non rientra nel divieto enunciato all’art. 81, n. 1, CE. Essa muove al riguardo due
            censure.
         
         
          Sui motivi attinenti all’analisi del mercato rilevante e del comportamento su quest’ultimo delle destinatarie della decisione
         impugnata
         
         – Argomenti delle parti
         
         137
         La Dalmine ritiene che la decisione impugnata non soddisfi il requisito di motivazione sancito dall’art. 253 CE e sia viziata
            da un errore nell’applicazione dell’art. 81 CE. In particolare, in mancanza di un’analisi approfondita del mercato rilevante,
            la Commissione non sarebbe stata in grado di valutare se le condizioni di applicazione dell’art. 81, n. 1, CE fossero soddisfatte,
            per cui avrebbe violato questa disposizione.
         
         
         
         138
         La Dalmine si oppone alle constatazioni relative all’esistenza di una mutua protezione dei rispettivi mercati nazionali da
            parte dei produttori di tubi senza saldatura. Essa ricorda che le infrazioni addebitate riguardano solo due tipi di prodotti:
            gli OCTG standard e i linepipe «project». Orbene, la Commissione non avrebbe menzionato dati relativi a tali prodotti per
            verificare se esistessero le condizioni di applicazione dell’art. 81, n. 1, CE riguardo alla sussistenza di una restrizione
            della concorrenza e ad un pregiudizio del commercio intracomunitario. In realtà, essa si sarebbe basata su dati relativi ad
            un insieme molto più vasto di prodotti (v., per esempio, gli allegati 1, 3, e 4 alla decisione impugnata). La Commissione
            sarebbe così arrivata alla conclusione che i produttori nazionali di tubi in acciaio ricoprivano ciascuno sul proprio mercato
            una posizione economica preponderante.
         
         
         
         139
         La Dalmine asserisce che se la Commissione si fosse limitata all’esame della situazione sul mercato dei prodotti interessati
            essa sarebbe giunta ad una conclusione completamente diversa. La ricorrente venderebbe, infatti, solo un quantitativo irrisorio
            di tubi OCTG standard sul mercato italiano, contrariamente a quello che potrebbe suggerire la tabella al punto 68 della decisione
            impugnata, mentre quantitativi ben più importanti vi sarebbero stati venduti da altri produttori destinatari della decisione
            impugnata. La ricorrente insiste sulla circostanza che il fenomeno di predominanza denunciato dalla Commissione vale solo
            per la vendita di tubi «premium» alle compagnie petrolifere nazionali.
         
         
         
         140
         La ricorrente ricorda che le dichiarazioni del sig. Biasizzo non sono elementi a carico affidabili per le ragioni prima esposte
            al punto 78. Esse, peraltro, avrebbero potuto riferirsi solo alle vendite di tubi OCTG, dato che all’epoca dell’infrazione
            i linepipe non erano oggetto delle sue attività commerciali. Poiché la maggior parte dei tubi OCTG venduti alla società Agip
            erano prodotti «premium», le dette dichiarazioni riguarderebbero solo una piccola percentuale delle vendite di uno dei prodotti
            in questione. Esse sarebbero peraltro in contraddizione con i dati riportati negli allegati alla decisione impugnata.
         
         
         
         141
         Per quanto riguarda le vendite di linepipe «project» sul mercato italiano, la Dalmine sostiene di vantare una posizione piuttosto
            forte rispetto alle sue concorrenti destinatarie della decisione impugnata. I linepipe «project» rappresenterebbero, nondimeno,
            solo una piccola parte dei linepipe venduti sul mercato italiano. La Dalmine ricorda peraltro di aver venduto durante il periodo
            di cui trattasi quantitativi considerevoli di linepipe «project» sul mercato britannico e, in proporzioni minori, in Germania
            e in Francia.  Essa rimprovera poi alla Commissione di non aver considerato che per taluni usi i tubi di acciaio saldati possono
            sostituirsi ai linepipe «project». Infine, le importazioni di tubi OCTG e di linepipe da paesi terzi diversi dal Giappone
            avrebbero ridotto notevolmente il peso economico della Dalmine sul mercato italiano di tali prodotti.
         
         
         
         142
         La Commissione replica di aver valutato l’incidenza dell’intesa controversa a livello comunitario.
         
         
         143
         La tabella riportata al punto 68 della decisione impugnata indicherebbe che la ripartizione dei mercati nazionali veniva rispettata
            per i prodotti di cui trattasi. Tali dati sarebbero confermati dalle dichiarazioni della Vallourec e dei dirigenti della Dalmine
            dinanzi al procuratore di Bergamo. Quanto a questi ultimi, la Commissione respinge le critiche della ricorrente sull’inaffidabilità
            delle dichiarazioni del sig. Biasizzo.
         
         
         
         144
         In merito alla situazione del mercato italiano, la Commissione ricorda che le vendite annuali di tubi OCTG standard e di linepipe
            «project» effettuate dalla Dalmine tra il 1990 e il 1995 hanno raggiunto una media di 13 506 tonnellate all’anno (risposta
            della Dalmine ad un quesito della Commissione ai sensi dell’art. 11 del regolamento n. 17). Durante lo stesso periodo il totale
            delle vendite su tale mercato da parte delle otto imprese parti dell’accordo avrebbe raggiunto le 14 869 tonnellate (v. allegato
            2 alla decisione impugnata, sommando il volume dei tubi OCTG filettati standard forniti in Italia, pari a 1 514 tonnellate,
            a quello dei linepipe «project» ugualmente forniti in Italia, pari a 13 355 tonnellate). Ne conseguirebbe che la Dalmine deteneva
            nel periodo considerato il 91% del mercato italiano dei prodotti in questione.
         
         
         
         – Giudizio del Tribunale
         
         145
         Per quanto riguarda l’asserita violazione dell’art. 253 CE, è giurisprudenza costante che l’obbligo di motivazione dev’essere
            valutato alla luce delle circostanze di specie, in particolare del contenuto dell’atto, della natura dei motivi invocati e
            dell’interesse che i destinatari o altre persone toccate direttamente e individualmente dall’atto possano avere a ricevere
            spiegazioni (v., per esempio, sentenze della Corte 29 febbraio 1996, causa C‑56/93, Belgio/Commissione, Racc. pag. I‑723,
            punto 86, e 2 aprile 1998, causa C‑367/95 P, Commissione/Sytraval e Brink’s France, Racc. pag. I‑1719, punto 63). È sufficiente,
            infatti, che nelle sue decisioni la Commissione esponga i fatti e le considerazioni giuridiche di primaria importanza a sostegno
            delle rispettive motivazioni (v., in tal senso, sentenza del Tribunale 17 luglio 1998, causa T‑111/96, ITT Promedia/Commissione,
            Racc. pag. I‑2937, punto 131).
         
         
         
         146
         Va tenuto presente, alla luce della giurisprudenza citata al punto precedente, che censure vertenti sui punti della motivazione
            di una decisione della Commissione ultronei devono essere subito respinte come inconferenti, poiché non possono comportare
            l’annullamento di tale atto (v., per analogia, sentenza della Corte 8 maggio 2003, causa C‑122/01 P, T. Port/Commissione,
            Racc. pag. I‑4261, punto 17; v. anche, supra, punto 134).
         
         
         
         147
         Occorre ricordare a tale riguardo che la Commissione non è tenuta a dimostrare l’esistenza di un effetto pregiudizievole sulla
            concorrenza per provare una violazione dell’art. 81 CE, allorché ha dimostrato l’esistenza di un accordo o di una pratica
            concordata finalizzati al restringimento della concorrenza (sentenze del Tribunale 6 aprile 1995, causa T‑143/89, Ferriere
            Nord/Commissione, Racc. pag. II‑917, punti 30 e segg., e 11 marzo 1999, causa T‑141/94, Thyssen Stahl/Commissione, Racc. pag. II‑347,
            punto 277).
         
         
         
         148
         Orbene, si deve rilevare che nella fattispecie la Commissione si è basata, a titolo principale, sull’oggetto anticoncorrenziale
            dell’accordo di ripartizione dei mercati, fra cui i mercati tedesco, britannico, francese e italiano, per constatare l’esistenza
            dell’infrazione di cui all’art. 1 della decisione impugnata, e che invoca elementi probatori documentali in tal senso (v.,
            in particolare, punti 62‑67 della decisione impugnata, nonché sentenza JFE Engineering e a./Commissione, cit. nel precedente
            punto 111, punti 173‑337).
         
         
         
         149
         Ne consegue che il punto 68 della decisione impugnata, relativo agli effetti del detto accordo, è un motivo alternativo e
            pertanto superfluo nella logica generale della parte motiva della decisione impugnata, dedicata all’esistenza dell’infrazione
            accertata al suo art. 1. Così, anche supponendo che la Dalmine possa dimostrare l’insufficienza di questa motivazione alternativa,
            non vi sarebbe motivo di annullare l’art. 1 della decisione impugnata, ove l’oggetto anticoncorrenziale sia adeguatamente
            dimostrato nella presente controversia (v. punto 152 della presente motivazione). Di conseguenza, il motivo vertente su una
            carenza di motivazione in merito è inconferente e dev’essere quindi respinto.
         
         
         
         150
         Peraltro, riguardo al fatto che la Dalmine afferma che le circostanze constatate nella decisione impugnata non costituiscono
            un’infrazione all’art. 81 CE, occorre osservare che gli argomenti dedotti a sostegno di tale censura si riferiscono essenzialmente
            alla pretesa inefficacia de facto dell’accordo sanzionato, in quanto quest’ultimo concerne specificamente i tubi OCTG standard
            ed i linepipe «project».
         
         
         
         151
         Quindi, di nuovo, dato che la Commissione non è tenuta a dimostrare l’esistenza di un effetto pregiudizievole sulla concorrenza
            per provare una violazione dell’art. 81 CE, una volta che ha dimostrato l’esistenza di un accordo finalizzato al restringimento
            della concorrenza (v. supra, punto 147, e giurisprudenza ivi citata) e si è fondata a titolo principale sull’oggetto anticoncorrenziale
            dell’accordo di ripartizione dei mercati, gli argomenti della Dalmine relativi agli effetti dell’accordo sono irrilevanti
            nel presente contesto.
         
         
         
         152
         Però la Dalmine ha messo in discussione anche il valore probatorio delle dichiarazioni del sig. Biasizzo, osservando, in particolare,
            che il loro autore era incaricato soprattutto delle vendite di tubi OCTG e non di linepipe «project». È sufficiente constatare
            a tale proposito che la Commissione si è basata nella decisione impugnata su tutta una serie di prove relative all’oggetto
            dell’accordo denunciato delle quali la Dalmine non nega la rilevanza, in particolare sulle dichiarazioni succinte ma esplicite
            del sig. Verluca, e non soltanto sull’elemento di cui la Dalmine contesta il valore probatorio. Così, queste critiche, quand’anche
            fondate, non possono condurre di per sé all’annullamento della decisione impugnata.
         
         
         
         153
         In ogni caso occorre rilevare che la deposizione del sig. Biasizzo è corroborata dalle deposizioni rese dai suoi colleghi,
            acquisite al fascicolo della Commissione ed invocate da quest’ultima dinanzi al Tribunale, ma non citate nella decisione impugnata.
            In particolare, dalla deposizione del sig. Jachia del 5 giugno 1995, citata a pagina 8220 ter S6 del fascicolo della Commissione,
            dalla quale risulta che esisteva un accordo «a rispettare le aree di pertinenza dei diversi operatori», e da quella del sig.
            Ciocca dell’8 giugno 1995, citata a pag. 8220 ter S3 del fascicolo della Commissione, secondo cui «opera[va] a livello mondiale
            un cartello di produttori di tubi».
         
         
         
         154
         Inoltre, senza bisogno di conciliare le parti quanto al periodo preciso nel quale il sig. Biasizzo è stato responsabile delle
            vendite dei due prodotti considerati nella decisione impugnata, è pacifico nella fattispecie che egli è stato responsabile
            delle vendite di tubi OCTG della Dalmine per buona parte del periodo di durata dell’infrazione e delle vendite dei linepipe
            «project» almeno per svariati mesi dello stesso, cosicché aveva conoscenza diretta dei fatti che descriveva.
         
         
         
         155
         Si deve concludere in proposito che la deposizione del sig. Biasizzo è affidabile, specie quando corrobora le dichiarazioni
            del sig. Verluca quanto all’esistenza dell’accordo di ripartizione dei mercati interni da questo descritto (v. al riguardo
            sentenza JFE Engineering e a./Commissione, cit. nel precedente punto 111, punti 309 e segg.).
         
         
         
         156
         Infine, riguardo al fatto che la Dalmine mette in discussione l’impatto dell’accordo di ripartizione dei mercati, sanzionato
            all’art. 1 della decisione impugnata, sugli scambi commerciali tra Stati membri, si deve ricordare che, perché pregiudichino
            il commercio fra Stati membri, una decisione, un accordo o una pratica concordata devono permettere di ritenere con un sufficiente
            grado di probabilità, sulla base di un insieme di elementi di fatto e di diritto, che essi possano esercitare un’influenza
            diretta o indiretta, effettiva o potenziale, sui flussi commerciali tra Stati membri (sentenza del Tribunale 28 febbraio 2002,
            causa T‑395/94, Atlantic Container Line e a./Commissione, Racc. pag. II‑875, punti 79 e 90). Ne consegue che la Commissione
            non ha bisogno di dimostrare l’esistenza reale di un tale pregiudizio al commercio (sentenza Atlantic Container Line e a./Commissione,
            cit., punto 90); importa piuttosto che questa influenza effettiva o potenziale non sia insignificante (sentenza della Corte
            25 ottobre 2001, causa C‑475/99, Ambulanz Glöckner, Racc. pag. II‑8089, punto 48).
         
         
         
         157
         Orbene, un accordo avente ad oggetto la ripartizione di mercati nazionali della Comunità, quale quello sanzionato all’art. 1
            della decisione impugnata, ha necessariamente come effetto potenziale – e reale qualora venga attuato – di ridurre il volume
            degli scambi intracomunitari. Appare chiaro, allora, che questa condizione era soddisfatta nel caso dell’infrazione constatata
            all’art. 1 della decisione impugnata.
         
         
         
         158
         Alla luce di quanto precede vanno complessivamente respinti i motivi e gli argomenti dedotti dalla Dalmine attinenti all’analisi
            del mercato interessato dall’infrazione constatata all’art. 1 della decisione impugnata.
         
         
          Sulla partecipazione della Dalmine all’infrazione
         
         – Argomenti delle parti
         
         159
         La Dalmine fa valere che la sua partecipazione all’infrazione di cui all’art. 1 della decisione impugnata non ha avuto un
            effetto percettibile sulla concorrenza. Tenuto conto della sua posizione modesta sul mercato italiano degli OCTG standard
            e dei linepipe «project», la ricorrente fa valere che essa non poteva svolgere il ruolo di capofila dei produttori di tubi
            in acciaio senza saldatura. Essa sottolinea, peraltro, che non aveva rispettato i termini dell’intesa in parola e che era
            considerata indisciplinata dagli altri produttori. Tenuto conto delle caratteristiche del mercato e dell’assenza di meccanismi
            sanzionatori volti a garantire il rispetto dell’intesa, quest’ultima non avrebbe arrecato pregiudizio agli interessi dei concorrenti
            o dei clienti delle destinatarie della decisione impugnata. La Dalmine addebita alla Commissione di aver negletto tali circostanze
            e di non aver differenziato la sua situazione da quella delle altre imprese destinatarie della decisione impugnata.
         
         
         
         160
         Secondo la Commissione la tesi della Dalmine è priva di fondamento. Per determinare se alcune imprese hanno violato l’art. 81,
            n. 1, CE, sarebbe rilevante solo verificare se il loro comportamento sul mercato sia il risultato di un concorso di volontà.
         
         
         
         – Giudizio del Tribunale
         
         161
         Si deve osservare nuovamente che la Commissione ha tenuto conto dell’oggetto restrittivo dell’accordo di ripartizione dei
            mercati al quale la Dalmine ha partecipato, di modo che l’eventuale mancanza di prove degli effetti anticoncorrenziali del
            comportamento individuale di quest’ultima è ininfluente sull’accertamento in capo ad essa dell’infrazione di cui all’art. 1
            della decisione impugnata (v., in tal senso, sentenza «Cemento», cit. nel precedente punto 44, punti 1085-1088, nonché punto 145
            della presente motivazione e giurisprudenza ivi citata). La Commissione ha inoltre invocato a titolo principale prove scritte,
            in particolare ai punti 62-67 della decisione impugnata, per dimostrare che la Dalmine ha partecipato alla detta infrazione
            (v., anche, il precedente punto 152).
         
         
         
         162
         Quanto al fatto che la Dalmine pretende di aver conservato in concreto la sua libertà di azione, occorre ricordare che, secondo
            una giurisprudenza costante, si può ritenere che un’impresa che partecipi a riunioni tra imprese aventi un oggetto anticoncorrenziale
            senza prendere pubblicamente le distanze dal loro oggetto, inducendo così gli altri partecipanti a credere che essa approvi
            l’intesa risultante da tali riunioni e che vi si conformerà, partecipi all’intesa in questione (sentenze del Tribunale 17
            dicembre 1991, causa T‑7/89, Hercules Chemicals/Commissione, Racc. pag. II‑1711, punto 232; 10 marzo 1992, causa T‑12/89,
            Solvay/Commissione, Racc. pag. II‑907, punto 98; 6 aprile 1995, causa T‑141/89, Tréfileurope/Commissione, Racc. pag. II‑791,
            punti 85 e 86, e «Cemento», cit. nel precedente punto 44, punto 1353).
         
         
         
         163
         Da quanto precede risulta che il presente motivo non può essere accolto. Di conseguenza, la domanda di annullamento dell’art. 1
            della decisione impugnata va disattesa.
         
         
         Sull’infrazione di cui all’art. 2 della decisione impugnata Sulle clausole del contratto di fornitura concluso tra la Corus e la Dalmine
         
         – Argomenti delle parti
         
         164
         La Dalmine respinge le valutazioni della Commissione concernenti l’illiceità di alcune clausole del contratto di fornitura
            concluso con la Corus. Al punto 153 della decisione impugnata la Commissione sembrerebbe aver sostenuto che, quand’anche i
            contratti di fornitura della Corus non fossero misure di esecuzione dei «fundamentals», concernenti la protezione dei mercati
            nazionali, conclusi nell’ambito del club Europa-Giappone, alcune loro disposizioni sarebbero comunque vietate dall’art. 81,
            n. 1, CE.
         
         
         
         165
         In primo luogo, essa contesta la valutazione giuridica riservata alle clausole relative alla determinazione dei quantitativi
            di merci vendute alla Corus.
         
         
         
         166
         Al punto 153 della decisione impugnata la Commissione affermerebbe che, «definendo i quantitativi [di tubi lisci] da fornire
            a [Corus] in termini di percentuale invece che di quantità fisse, Vallourec, [Mannesmann] e Dalmine si impegnavano in favore
            di un concorrente a fornire quantitativi non conosciuti in anticipo», circostanza negata dalla ricorrente.
         
         
         
         167
         La Dalmine osserva che, poiché il fabbisogno della Corus fluttuava in modo imprevedibile in funzione delle variazioni della
            domanda, quest’ultima impresa non poteva assumersi il rischio di impegnarsi per un periodo di cinque anni ad acquistare un
            quantitativo annuo fisso di tubi lisci.
         
         
         
         168
         La Dalmine smentisce, peraltro, di essersi impegnata a fornire alla Corus quantitativi indeterminati di tubi lisci. La clausola
            4 del contratto di fornitura preciserebbe, infatti, in che modo le parti decidessero tali quantitativi, stabilendo quanto
            segue:
         
         «Per ogni domanda particolare relativa al mese di calendario, [la Corus] confermerà ogni mese il tonnellaggio chiesto con
         tre mesi d’anticipo (per esempio  confermerà a fine gennaio il tonnellaggio di aprile). [La Corus] preciserà quindi i particolari
         dell’ordine del tonnellaggio mensile con due mesi d’anticipo (per esempio, essa confermerà a fine febbraio i particolari dell’ordine
         di aprile). Le modifiche riguardanti i particolari dell’ordine verranno accettate dalla Dalmine fino a 10 giorni prima del
         mese di calendario di fabbricazione. Potranno essere effettuate ulteriori modifiche dopo la scadenza di tale termine solo
         su accordo scritto tra le parti».
         
         
         169
         Questa clausola prevederebbe, ancora, che:
         «Riunioni formali sui collegamenti operativi e tecnici avranno luogo ogni mese tra la [Corus] e la Dalmine per assicurare
         forniture regolari, e per stabilire un programma previsionale di forniture (almeno con tre mesi d’anticipo)».
         
         
         170
         La Dalmine nega così di aver rinunciato ad approfittare di un eventuale aumento della domanda di tubi filettati in cambio
            dell’attribuzione di una quota di fornitura di tubi lisci alla Corus.
         
         
         
         171
         Anzitutto, il mercato dei tubi filettati le sarebbe precluso poiché, da una parte, la tecnica delle giunzioni VAM è controllata
            dalla Vallourec e, dall’altra, la sua produzione di tubi filettati standard è minima. La Dalmine sostiene perciò che non le
            si poteva rimproverare di non fare concorrenza alla Corus sul mercato britannico dei tubi filettati «premium», mercato dal
            quale essa è comunque assente.
         
         
         
         172
         La Dalmine respinge poi l’affermazione figurante al punto 153 della decisione impugnata secondo cui essa non si sarebbe impegnata
            a fianco della Mannesmann a fornire quantitativi indeterminati di tubi lisci alla Corus se, d’altro canto, non avesse beneficiato
            della garanzia che quest’ultima non ne avrebbe approfittato per aumentare la sua quota di mercato per i tubi filettati. Tale
            garanzia, secondo la decisione impugnata, avrebbe assunto la forma di una facoltà di risoluzione riconosciuta alla ricorrente
            in caso di perdite contabili [v. clausola 9, lett. c), del contratto di fornitura tra la Dalmine e la Corus]. La Dalmine contesta
            tale interpretazione. La clausola di risoluzione non riguarderebbe l’ipotesi di perdite dovute all’impossibilità di approfittare
            direttamente di un aumento della domanda di tubi filettati. Essa riguarderebbe, al contrario, l’ipotesi di perdite derivanti
            da una diminuzione prolungata della domanda di tali prodotti e, di conseguenza, del consumo di tubi lisci da parte della Corus.
         
         
         
         173
         In secondo luogo la Dalmine contesta l’interpretazione avanzata dalla Commissione circa la determinazione del prezzo contrattuale.
            Secondo la decisione impugnata (punto 153), la Corus era tenuta a comunicare alla Mannesmann e alla Dalmine i prezzi nonché
            i quantitativi di tubi filettati venduti, pur trattandosi di dati riservati. Inoltre, la decisione impugnata criticherebbe
            il fatto che il prezzo dei tubi lisci dipendesse dal prezzo al quale la Corus li rivendeva dopo la filettatura.
         
         
         
         174
         Tali valutazioni sarebbero prive di fondamento e insufficientemente motivate. Quanto al preteso scambio di informazioni riservate,
            la Dalmine precisa che la Corus non le comunicava il prezzo di vendita dei tubi filettati che metteva in commercio. Sarebbe
            vero che tale prezzo era uno dei dati richiesti dalla formula matematica che serviva a calcolare il prezzo di vendita dei
            tubi lisci alla Corus, tuttavia sarebbe stata la Corus la responsabile di tale calcolo, di cui la Dalmine conosceva solo il
            risultato finale. In caso di disaccordo sul prezzo così calcolato la Dalmine ricorda che poteva ricorrere ad un terzo indipendente.
            Tale meccanismo avrebbe perciò consentito di salvaguardare la riservatezza dei prezzi praticati dalla Corus.
         
         
         
         175
         La Commissione difende la sua analisi del carattere restrittivo della concorrenza del meccanismo contrattuale per la determinazione
            dei quantitativi di merci vendute.
         
         
         
         176
         Quanto alla validità della clausola relativa alla determinazione del prezzo contrattuale, la Commissione sottolinea che la
            formula utilizzata faceva dipendere i prezzi dei tubi lisci da quelli dei tubi filettati. Orbene, la Vallourec, la Mannesmann
            e la Dalmine non avrebbero avuto interesse a far concorrenza alla Corus sui prezzi dei tubi filettati nel Regno Unito.
         
         
         
         177
         La Commissione si dichiara persuasa che la formula per il calcolo del prezzo dei tubi lisci, enunciata alla clausola 6 del
            contratto di fornitura in questione, fosse basata su informazioni che imprese concorrenti non dovevano scambiarsi.
         
         
         
         – Giudizio del Tribunale
         
         178
         L’oggetto e l’effetto dei tre contratti di fornitura sono descritti dalla Commissione al punto 111 della decisione impugnata:
         «L’oggetto di tali contratti era l’approvvigionamento in tubi lisci del “leader” del mercato degli OCTG nel Mare del Nord
         e lo scopo era quello di mantenere nel Regno Unito un produttore nazionale per ottenere il rispetto dei “fundamentals” nell’ambito
         del Club Europa-Giappone. Il loro effetto ed oggetto principale è stata la ripartizione fra [Mannesmann], Vallourec e Dalmine
         di tutto il fabbisogno del concorrente [Corus] (Vallourec a partire dal 1994). I contratti facevano dipendere i prezzi d’acquisto
         dei tubi lisci dai prezzi dei tubi filettati da [Corus]; inoltre limitavano la libertà d’approvvigionamento di [Corus] (Vallourec
         dal febbraio 1994) obbligando quest’ultima a comunicare ai suoi concorrenti i prezzi di vendita praticati e i quantitativi
         venduti.[Mannesmann], Vallourec (fino al febbraio 1994) e Dalmine si impegnavano a consegnare ad un concorrente ([Corus],
         poi Vallourec dal marzo 1994) quantitativi non conosciuti in anticipo».
         
         
         179
         I termini dei contratti di fornitura prodotti dinanzi al Tribunale, in particolare quelli del contratto concluso dalla Dalmine
            con la Corus il 4 dicembre 1991, confermano in sostanza i dati di fatto invocati ai punti 111, nonché 78-82 e 153 della decisione
            impugnata. Nel loro insieme questi contratti ripartiscono, almeno a partire dal 9 agosto 1993, il fabbisogno della Corus di
            tubi lisci fra gli altri tre produttori europei (40% alla Vallourec, 30% alla Dalmine e 30% alla Mannesmann). Ciascuno di
            essi prevede, inoltre, che il prezzo pagato dalla Corus per i tubi lisci sia fissato in ragione di una formula matematica
            che tenga conto del prezzo da essa incassato per i suoi tubi filettati.
         
         
         
         180
         Discende da queste osservazioni che l’oggetto e/o, almeno, l’effetto dei contratti di fornitura era di sostituire una ripartizione
            negoziata dei guadagni da trarre dalle vendite di tubi filettati realizzabili sul mercato britannico ai rischi della concorrenza,
            quanto meno tra i quattro produttori europei (v., per analogia, relativamente alle pratiche concordate, sentenza «Cemento»,
            cit. nel precedente punto 44, punto 3150).
         
         
         
         181
         Con ciascuno dei contratti di fornitura la Corus ha vincolato le sue tre concorrenti comunitarie in maniera tale che, a prezzo
            del sacrificio della sua libertà di approvvigionamento, qualsiasi concorrenza effettiva o potenziale da parte loro sul suo
            mercato interno è scomparsa. Queste ultime, infatti, vedevano ridotte le loro vendite di tubi lisci in caso di riduzione delle
            vendite di tubi filettati da parte della Corus. Il margine di utile realizzato sulle vendite di tubi lisci che le tre fornitrici
            si sono impegnate a realizzare si riduceva, peraltro, anche in funzione del prezzo spuntato dalla Corus per i suoi tubi filettati
            e poteva perfino trasformarsi in una perdita. Ciò considerato, era praticamente inconcepibile che questi tre produttori cercassero
            di fare concorrenza effettiva alla Corus sul mercato britannico dei tubi filettati, in particolare quanto ai prezzi (v. punto 153
            della decisione impugnata).
         
         
         
         182
         Al contrario, accettando di concludere tali contratti, ciascuna delle tre concorrenti comunitarie della Corus si è assicurata
            una partecipazione indiretta al mercato nazionale di quest’ultima ed una parte dei conseguenti guadagni. Per ottenere tali
            vantaggi esse hanno rinunciato di fatto alla possibilità di vendere tubi filettati sul mercato britannico nonché, se non altro
            a partire dalla stipula del terzo contratto, avvenuta il 9 agosto 1993, che attribuiva il restante 30% alla Mannesmann, di
            fornire un quantitativo di tubi lisci alla Corus maggiore di quello precedentemente concesso a ciascuna di loro.
         
         
         
         183
         Per di più le concorrenti della Corus si sono obbligate a loro svantaggio – ciò che è anomalo nel mondo del commercio – a
            fornire a quest’ultima quantitativi prestabiliti di tubi solo in riferimento alle sue vendite di tubi filettati. Tale obbligo
            ha rafforzato l’interdipendenza tra i detti produttori e la Corus, perché gli uni dipendevano, in quanto fornitori coatti,
            dalla politica commerciale dell’altra. L’argomento della Dalmine secondo cui i quantitativi di tubi da fornire erano fissati
            con tre mesi di anticipo, in base alle modalità stabilite alla clausola 4 del suo contratto di fornitura con la Corus, è irrrilevante
            giacché questa disposizione non permetteva alla Dalmine di ridurre i quantitativi di tubi lisci da fornire, che dipendevano
            esclusivamente dal fabbisogno della Corus.
         
         
         
         184
         Quand’anche l’analisi della Commissione, riportata al primo trattino del punto 153 della decisione impugnata, in merito alla
            possibilità di risolvere il contratto si rivelasse infondata, resterebbe immutato il carattere anticoncorrenziale dei contratti
            conclusi dalla Corus con gli altri tre produttori comunitari fra cui, in particolare, la Dalmine. Di conseguenza, non è necessario
            appianare questo ulteriore dissidio di ordine fattuale nell’ambito del presente procedimento.
         
         
         
         185
         È giocoforza constatare che, in mancanza dei contratti di fornitura, i produttori europei interessati diversi dalla Corus
            avrebbero normalmente avuto, fatti salvi i «fundamentals», un interesse commerciale reale o almeno potenziale a far concorrenza
            a quest’ultima sul mercato britannico dei tubi filettati e a farsi concorrenza fra di loro per rifornire la Corus di tubi
            lisci.
         
         
         
         186
         Quanto agli argomenti della Dalmine relativi agli ostacoli pratici alla sua vendita diretta di tubi OCTG premium e standard
            sul mercato britannico, tali ostacoli non dimostrano di per sé che essa non avrebbe mai potuto vendere questo prodotto sul
            detto mercato se non avesse concluso un apposito contratto di fornitura con la Corus e, in seguito, con la Vallourec. Invero,
            ipotizzando un’evoluzione positiva delle condizioni del mercato britannico dei tubi OCTG, non si può escludere che la Dalmine
            avrebbe potuto ottenere una licenza di commercio dei tubi filettati «premium» su tale mercato o aumentare la propria produzione
            di tubi OCTG standard per venderveli. Ne consegue che, sottoscrivendo il contratto di fornitura di cui trattasi, essa ha effettivamente
            accettato limitazioni alla sua politica commerciale, come risulta dall’analisi svolta nei precedenti punti 182-185.
         
         
         
         187
         Al riguardo va notato, poi, che ciascun contratto è stato concluso per una durata iniziale di cinque anni. Questa durata relativamente
            lunga conferma e rafforza il carattere anticoncorrenziale di tali contratti, specie ove si consideri che la Dalmine e gli
            altri due fornitori della Corus hanno rinunciato alla possibilità di sfruttare direttamente un’eventuale crescita del mercato
            britannico dei tubi filettati nel corso del detto periodo.
         
         
         
         188
         Peraltro, come osserva la Commissione al punto 111 della decisione impugnata, la formula per la fissazione del prezzo dei
            tubi lisci, prevista in tutti e tre i contratti di fornitura, implicava uno scambio illecito di informazioni commerciali (v.
            punto 153 della decisione impugnata), che devono restare riservate per non compromettere l’autonomia della politica commerciale
            delle imprese concorrenti (sentenze del Tribunale Thyssen Stahl/Commissione, citata nel precedente punto 147, punto 403, e
            11 marzo 1999, causa T‑151/94, British Steel/Commissione, Racc. pag. II‑629, punti 383 e segg.).
         
         
         
         189
         L’argomento della Dalmine secondo cui le informazioni relative ai prezzi pagati dai clienti della Corus non erano divulgate
            ai suoi fornitori non può scagionare, nelle circostanze del caso di specie, chi ha sottoscritto i contratti di fornitura.
         
         
         
         190
         È vero che la Corus non comunicava sic et simpliciter alle controparti contrattuali il prezzo incassato per i suoi tubi filettati.
            Di conseguenza, l’affermazione al punto 111 della decisione impugnata, secondo cui i contratti di fornitura «obbliga[vano]
            [la Corus] a comunicare ai suoi concorrenti i prezzi di vendita praticati», esagera la portata dei relativi obblighi contrattuali.
            A ragione, tuttavia, la Commissione ha notato, al punto 153 della decisione impugnata e dinanzi al Tribunale, che il prezzo
            dei tubi filettati era in rapporto matematico con quello pagato per i tubi lisci, di modo che i tre fornitori interessati
            ricevevano indicazioni precise sulla direzione, sul momento e sull’ampiezza di ogni fluttuazione dei prezzi dei tubi filettati
            venduti dalla Corus.
         
         
         
         191
         È giocoforza constatare non solo che comunicare queste informazioni alle concorrenti integra una violazione dell’art. 81,
            n. 1, CE, ma che, per di più, la natura della violazione è in sostanza la stessa, senza che rilevi se ad essere comunicati
            siano i veri e propri prezzi dei tubi filettati oppure semplici informazioni sulla loro fluttuazione. Alla luce di ciò si
            deve giudicare che l’inesattezza rilevata al punto precedente è insignificante nel più vasto contesto dell’infrazione di cui
            all’art. 2 della decisione impugnata e che, di conseguenza, essa non influisce in alcun modo sull’accertamento di tale infrazione.
         
         
         
         192
         Alla luce di quanto precede le censure vertenti sui termini del contratto di fornitura concluso dalla Dalmine con la Corus
            vanno complessivamente respinte.
         
         
          Sui motivi attinenti all’esistenza di un’intesa e alla partecipazione alla stessa della Dalmine
         
         – Argomenti delle parti
         
         193
         La Dalmine contesta che i contratti di fornitura stipulati con la Corus siano il frutto di un’intesa. Essa espone di aver
            concluso, e poi rinnovato, un contratto di fornitura con la Corus unicamente per aumentare le sue vendite di tubi lisci sul
            mercato britannico. Si tratterebbe di un obiettivo commerciale del tutto legittimo che la Commissione ha preferito ignorare,
            limitandosi ad esaminare la posizione della Corus sul mercato rilevante (punto 152 della decisione impugnata).
         
         
         
         194
         La Dalmine respinge l’interpretazione dei documenti menzionati al punto 80 della decisione impugnata con la quale la Commissione
            insinua che lo scopo dei contratti di fornitura della Corus fosse di mantenere i prezzi sul mercato britannico ad un livello
            artificialmente elevato. I documenti su cui si basa la Commissione sarebbero precedenti alla conclusione dei contratti di
            fornitura e si limiterebbero a formulare ipotesi. In realtà, da tali documenti emergerebbe solamente che la Vallourec riteneva,
            nel 1990, che riservando un trattamento preferenziale ai produttori europei sul mercato britannico fosse possibile mantenere
            i prezzi ad un livello elevato. Del pari, tali documenti dimostrerebbero che la Corus non escludeva di potersi rifornire presso
            le società UTM, Siderca e Tubos de Acero de México SA (v. la nota «Riunione 24.07.90»).
         
         
         
         195
         La Dalmine si oppone anche all’analisi della Commissione sui termini di consegna. Il termine di cinque/sei settimane richiesto
            dalla Corus poteva essere rispettato solo da imprese europee, sia a causa del trasporto dei prodotti in causa che del tempo
            necessario alla produzione una volta ricevuto un ordine definitivo. La ricorrente ricorda, a tale riguardo, che la Corus le
            imponeva di accettare modifiche delle ordinazioni fino a 10 giorni prima del mese di fabbricazione. Alla luce di ciò, sarebbe
            contraddittorio per la Commissione ritenere che i termini di consegna non fossero cruciali e, d’altra parte, rimproverare
            ai produttori di essersi impegnati a fornire quantitativi di merce indeterminati.
         
         
         
         196
         La Dalmine contesta, poi, la forza probatoria di tali elementi, in particolare di quelli menzionati ai punti 78 e 80 della
            decisione impugnata. La Commissione si sarebbe basata su una loro errata lettura. Lungi dal dimostrare la veridicità dei fatti
            allegati dalla Commissione, i documenti interni della Vallourec fatti valere si limiterebbero a formulare ipotesi sulle conseguenze
            della chiusura da parte della Corus del suo sito di produzione in Clydesdale. Nulla permetterebbe di inferire da tali documenti
            l’esistenza di un accordo di ripartizione del mercato britannico.
         
         
         
         197
         La Dalmine fa valere che l’ipotesi di un’intesa è contraddetta dal fatto che la Mannesmann ha concluso un contratto di fornitura
            con la Corus tre anni dopo le discussioni svoltesi nel 1990 tra quest’ultima e la Vallourec, sulle quali si basa la tesi dell’esistenza
            di un accordo illecito sostenuta dalla Commissione.
         
         
         
         198
         La Dalmine smentisce di aver partecipato ad un accordo con gli altri produttori europei per la ripartizione del mercato britannico,
            ammesso che un tale accordo sia mai stato concluso. Essa ricorda che, secondo la decisione impugnata, tra il 1990 e il 1991
            la Vallourec e la Corus hanno convenuto che quest’ultima riservasse il suo approvvigionamento ai produttori comunitari (v.
            punto 110 della decisione impugnata). Come risulta dalla decisione impugnata, tali discussioni non riguardavano la ricorrente,
            alla quale la Commissione non potrebbe perciò addebitare una partecipazione all’accordo. Allo stesso modo la Commissione non
            può rimproverarle di aver stipulato un contratto di fornitura con la Corus il 4 dicembre 1991.
         
         
         
         199
         La Dalmine ricorda che gli elementi probatori dedotti a sostegno della tesi della Commissione riguardano soltanto la Vallourec
            e la Corus (v. punti 78, 91, 110, 146 e 152 della decisione impugnata) e lamenta di non essere in grado di difendersi efficacemente
            contro elementi siffatti, che si riferiscono esclusivamente a terzi.
         
         
         
         200
         La Dalmine contesta, poi, le valutazioni della Commissione secondo cui essa avrebbe aderito successivamente all’accordo concluso
            tra la Vallourec e la Corus, quando quest’ultima ha previsto di ritirarsi dal mercato e di dismettere la sua produzione di
            tubi senza saldatura. Gli elementi fatti valere al punto 91 della decisione impugnata dimostrerebbero una riunione tra la
            Corus, la Mannesmann, la Vallourec e la Dalmine, svoltasi il 29 gennaio 1993. Orbene, tali discussioni precederebbero la conclusione,
            avvenuta il 9 agosto 1993, di un contratto di fornitura tra la Mannesmann e la Corus. La Dalmine deduce da tale circostanza
            che al 29 gennaio 1993 non esisteva alcun accordo tra i produttori europei. La Commissione, peraltro, sembrerebbe addebitare
            alla ricorrente di aver acconsentito all’acquisizione da parte della Vallourec degli impianti della Corus. La ricorrente sottolinea
            di essere totalmente estranea a tale operazione. Essa osserva, invece, che il suo interesse era di conservare uno sbocco sul
            mercato britannico e che, in tale prospettiva, desiderava continuare a vendere tubi lisci sul detto mercato dopo l’acquisizione
            da parte della Vallourec delle attività della Corus.
         
         
         
         201
         La Commissione, inoltre, aveva ravvisato l’esistenza di un’intesa nella decisione della Vallourec di rinnovare, dopo aver
            acquistato gli impianti di produzione di tubi senza saldatura della Corus, i contratti di fornitura precedentemente conclusi
            da quest’ultima con la Mannesmann e con la Dalmine, circostanza che la Dalmine nega. La ricorrente sottolinea, infatti, che
            si tratta in questo caso di una scelta della Vallourec sulla quale essa non poteva influire e che le parti hanno deciso liberamente
            secondo i propri interessi commerciali.
         
         
         
         202
         Infine, la Dalmine afferma che gli effetti sul mercato del suo contratto di fornitura concluso con la Corus sono insignificanti.
            Sulle circa 20 400 tonnellate di tubi lisci da essa venduti sul mercato britannico, solo il 20% sarebbe stato trasformato
            in OCTG filettati standard (v. allegato 2 alla decisione impugnata). Questi ultimi rappresenterebbero appena il 3% del consumo
            britannico, l’1,4% del consumo comunitario e lo 0,08% del consumo mondiale.
         
         
         
         203
         La Commissione respinge tali argomenti. A suo avviso, non sarebbe stato nel legittimo interesse della Corus concludere i contratti
            in questione.
         
         
         
         204
         La Commissione afferma che questi contratti di fornitura s’inserivano nel contesto dei «fundamentals» per la protezione dei
            mercati nazionali stabiliti nell’ambito del club Europa-Giappone (punto 146 della decisione impugnata). Quando, nel 1990,
            la Corus ha parzialmente dismesso la produzione di alcuni tubi senza saldatura, la clausola di protezione per il Regno Unito
            avrebbe rischiato di diventare inefficace. La Corus e la Vallourec avrebbero menzionato questo problema nel luglio 1990 durante
            le loro trattative per il rinnovo del contratto con il quale la Vallourec aveva accordato alla Corus una licenza per l’utilizzo
            della tecnica di raccordo VAM.
         
         
         
         205
         La Commissione sostiene di aver apportato prove sufficienti dell’esistenza di un’intesa tra queste due imprese. Essa rinvia
            al riguardo alla nota della Vallourec «Riunione 24.07.90», richiamata in particolare al punto 80 della decisione impugnata.
            Anche la nota della Vallourec «Riflessioni strategiche», menzionata al medesimo punto, rafforzerebbe la sua tesi.
         
         
         
         206
         La Commissione respinge l’argomento basato sul tempo trascorso tra, da una parte, le discussioni del 1990 fra la Vallourec
            e la Corus e, dall’altra, la sottoscrizione del contratto, avvenuta il 9 agosto 1993, fra quest’ultima e la Mannesmann. Nulla
            – osserva – consente di escludere nella fattispecie l’esistenza di un’intesa prima della conclusione del contratto di fornitura
            da parte della Mannesmann. La Commissione sottolinea che, in ogni caso, il divieto di cui all’art. 81, n. 1, CE è applicabile
            a qualsiasi accordo, a prescindere dalla sua forma. Ricorda di aver ampiamente dimostrato l’esistenza di un accordo di protezione
            dei mercati nazionali nell’ambito dell’infrazione constatata all’art. 1 della decisione impugnata.
         
         
         
         207
         Inoltre emergerebbe chiaramente dagli elementi probatori fatti valere ai punti 65, 67, 84 e 91 della decisione impugnata che
            le discussioni fra la Vallourec e la Corus nel 1990 sulle conseguenze del progressivo ritiro dal mercato di quest’ultima e
            sulla chiusura della sua fabbrica di Clydesdale erano strettamente collegate all’accordo di protezione dei mercati nazionali.
         
         
         
         208
         La Dalmine, che ha aderito all’accordo di protezione dei mercati nazionali, avrebbe dichiarato che i problemi sorti dalla
            ristrutturazione della Corus dovevano essere risolti a livello europeo e ha ritenuto opportuno concludere un contratto di
            fornitura con la Corus contemporaneamente alla Vallourec e alla Mannesmann. Evidentemente la Dalmine sarebbe stata consapevole
            del fatto che la conclusione di un tale contratto di fornitura contribuiva all’attuazione dell’accordo di protezione dei mercati
            nazionali e al coordinamento della sua attività con quella delle sue dirette concorrenti.
         
         
         
         – Giudizio del Tribunale
         
         209
         Si deve osservare innanzi tutto che, siccome l’infrazione di cui all’art. 2 della decisione impugnata era fondata sulle restrizioni
            alla concorrenza contenute negli stessi contratti di fornitura della Corus, le considerazioni relative a tali contratti svolte
            anteriormente sono sufficienti a provarne l’esistenza.
         
         
         
         210
         Qualunque sia il livello di concertazione tra i quattro produttori europei, è giocoforza osservare che ciascuno di essi ha
            stipulato un contratto di fornitura, restringendo la concorrenza e realizzando una violazione dell’art. 81 CE, constatata
            all’art. 2 della decisione impugnata. Anche se l’art. 2, n. 1, di tale decisione definisce i contratti di fornitura come conclusi
            «nell’ambito dell’infrazione di cui all’articolo 1», dal punto 111 della stessa risulta chiaramente che è la stipula in sé
            dei contratti anticoncorrenziali a costituire l’infrazione constatata all’art. 2.
         
         
         
         211
         Quindi, anche a supporre che la Dalmine sia riuscita a dimostrare che la conclusione del contratto di fornitura con la Corus
            rispondeva ad un suo obiettivo interesse commerciale, tale circostanza non infirmerebbe minimamente la tesi della Commissione
            secondo cui questo accordo era illegale. Infatti le pratiche anticoncorrenziali rispondono molto spesso all’interesse commerciale
            individuale delle imprese, almeno a breve termine. Alla luce di tali circostanze non è necessario conciliare le parti quanto
            all’importanza per la Corus dei termini di consegna, visto che l’argomento avanzato al riguardo dalla Dalmine è inteso a dimostrare
            che fosse commercialmente logico dal punto di vista della Corus disporre di tre fornitori europei.
         
         
         
         212
         L’infrazione constatata all’art. 2 della decisione impugnata è dimostrata adeguatamente, ragion per cui non è più necessario
            esaminare il ragionamento svolto dalla Commissione a proposito della concertazione tra i quattro produttori europei. Parimenti
            non c’è esigenza di analizzare, ai fini dell’esame del presente motivo, tutti gli argomenti sollevati dalla Dalmine riguardo
            alla serie di indizi estranei ai contratti di fornitura fatta valere dalla Commissione per dimostrare l’esistenza effettiva
            della detta concertazione.
         
         
         
         213
         Siccome è pertinente all’esame di alcuni degli altri motivi sollevati nella fattispecie, il livello di concertazione tra i
            quattro produttori comunitari quanto all’infrazione constatata all’art. 2 della decisione impugnata va tuttavia esaminato.
         
         
         
         214
         Si deve rilevare in questo contesto che comportamenti che s’iscrivono in un piano globale e perseguono una finalità anticoncorrenziale
            comune possono ritenersi parte di un unico accordo (v., in tal senso, sentenza «Cemento», cit. nel precedente punto 44, punto 4027).
            Infatti, ove la Commissione dimostri che al momento di partecipare ad un’intesa un’impresa sapeva o avrebbe dovuto sapere
            che stava così inserendosi nel contesto di un accordo unico, tale partecipazione può costituire espressione della sua adesione
            a tale accordo (v., in tal senso, sentenza «Cemento», cit., punti 4068 e 4109).
         
         
         
         215
         Al riguardo riveste particolare importanza il documento «Riflessioni sul contratto VAM» del 23 marzo 1990. Nella parte intitolata
            «Scenario II», il sig. Verluca, dirigente della Vallourec, vi prevede la possibilità di «obtenir des Japonais qu’ils n’interviennent
            pas sur [le] marché UK et que le problème se règle entre Européens (ottenere dai giapponesi che questi non intervengano sul
            mercato britannico e che il problema venga risolto fra europei)». Prosegue: «[d]ans ce cas on partagerait effectivement les
            tubes lisses entre [Mannesmann], [Vallourec] et Dalmine (in tale ipotesi i tubi lisci verrebbero davvero ripartiti tra la
            Mannesmann, la Vallourec e la Dalmine)». Al paragrafo seguente egli osserva che «on aurait probablement intérêt à lier les
            ventes de [Vallourec] à la fois au prix et au volume du VAM vendu par [Corus] (sarebbe probabilmente interessante collegare
            le vendite della Vallourec al tempo stesso al prezzo e al quantitativo di VAM venduto dalla Corus)».
         
         
         
         216
         Dato che quest’ultima frase riflette con precisione i termini essenziali del contratto concluso tra la Vallourec e la Corus
            sedici mesi più tardi, appare chiaro che questa strategia è stata effettivamente seguita dalla Vallourec e che il detto contratto
            è stato sottoscritto per metterla in atto.
         
         
         
         217
         Inoltre, il fatto che un contratto praticamente identico sia poi stato sottoscritto tra la Corus, da un lato, e ciascuno degli
            altri membri europei del club Europa‑Giappone, dall’altro, cioè la Dalmine e poi la Mannesmann, di modo che il fabbisogno
            della Corus in tubi lisci era effettivamente ripartito fra gli altri tre membri europei del club Europa-Giappone a partire
            dall’agosto 1993, proprio come aveva pensato il sig. Verluca, conferma che questi tre contratti sono stati senz’altro conclusi
            per realizzare la strategia comune proposta nell’ambito della concertazione interna al detto club.
         
         
         
         218
         Questa conclusione si basa sugli elementi probatori invocati dalla Commissione nella decisione impugnata, soprattutto al punto 91,
            che recita quanto segue: 
         
         «Il 21 gennaio 1993 [Corus] ha inviato a Vallourec (probabilmente anche a [Mannesmann] e a Dalmine) una bozza di proposte
         in vista di un accordo sulla ristrutturazione del settore dei tubi senza saldatura, da discutersi in una riunione a Heathrow
         il 29 gennaio 1993 fra Mannesmann/Vallourec/Dalmine/[Corus] (pag. 4628 [del fascicolo della Commissione, ossia pag. 1 del
         documento intitolato “Outline proposals for seamless tubes re-structuring agreement” – Bozza di proposta per un accordo sulla
         ristrutturazione del settore dei tubi senza saldatura]. In questo documento [redatto in inglese, NdT] è scritto: “[Corus]
         ha indicato la sua intenzione di ritirarsi dal settore dei tubi senza saldatura. Cerca di farlo in modo ordinato e controllato
         per evitare interruzioni di fornitura dei tubi alla clientela ed aiutare i produttori che rilevano l’attività a conservare
         le commesse (...). Negli ultimi sei mesi [Corus] ha discusso con altri produttori interessati all’acquisizione dei suoi attivi
         e ritiene che esista un consenso sulla linea d’azione descritta nel documento”. Una delle proposte consisteva nel trasferire
         a Vallourec le attività OCTG, mantenendo in vigore i contratti di fornitura di tubi lisci tra [Corus] e Vallourec, [Mannesmann]
         e Dalmine nelle stesse proporzioni. Lo stesso giorno si è svolta una riunione fra [Mannesmann] e [Corus] durante la quale
         [Mannesmann] “ha accettato che Vallourec prenda la guida del futuro assetto proprietario delle attività OCTG” [originale in
         inglese, NdT] (pag. 4626 [del fascicolo della Commissione, ossia pagina unica di un telefax inviato il 22 gennaio 1993 dal
         sig. Davis della Corus al sig. Patrier della Vallourec]). Nel documento di Dalmine intitolato “Seamless steel tube system
         in Europe and market evolution” [Assetto in Europa del settore dei tubi in acciaio senza saldatura e sviluppi del mercato],
         riprodotto a pag. 2051 del fascicolo della Commissione] ([in particolare] pag. 2053 [del fascicolo della Commissione]) di
         maggio-agosto 1993, si dice che una soluzione del problema [Corus] valida per tutti può essere trovata soltanto in un contesto
         europeo (...); il fatto che Vallourec acquisisca gli impianti di [Corus] era ammesso anche da Dalmine».
         
         
         219
         Occorre rilevare, inoltre, che nella sua nota «Riflessioni strategiche», cit. al punto 80 della decisione impugnata, la Vallourec
            ha previsto esplicitamente che la Dalmine e la Mannesmann si accordassero con essa per fornire tubi lisci alla Corus. Per
            di più, al punto 59 della decisione impugnata, la Commissione si basa sul documento «g) Giapponese», in particolare sul calendario
            che figura alla sua quarta pagina (pag. 4912 del fascicolo della Commissione), per osservare che i produttori europei tenevano
            riunioni preparatorie prima di incontrare quelli giapponesi, al fine di coordinare le loro posizioni e di formulare proposte
            comuni in seno al club Europa-Giappone.
         
         
         
         220
         Discende dalle prove scritte richiamate dalla Commissione nella decisione impugnata e in precedenza ricordate che i quattro
            produttori comunitari si sono effettivamente incontrati per coordinare la loro politica nell’ambito del club Europa-Giappone
            prima delle riunioni intercontinentali di quest’ultimo, se non altro nel 1993. È provato anche che la chiusura dell’impresa
            di filettatura della Corus a Clydesdale e la sua riapertura ad opera della Vallourec, nonché la fornitura a quest’ultima di
            tubi lisci da parte della Dalmine e della Mannesmann, sono state oggetto delle discussioni tenute nel corso di tali riunioni.
            Pertanto è inconcepibile che la Dalmine abbia potuto ignorare il tenore della strategia elaborata dalla Vallourec ed il fatto
            che il suo contratto di fornitura con la Corus s’iscriveva in un contesto anticoncorrenziale più vasto comprendente tanto
            i tubi filettati standard quanto i tubi lisci.
         
         
         
         221
         Per quanto riguarda l’argomento della Dalmine vertente sul fatto che il terzo contratto di fornitura, intercorso tra la Corus
            e la Mannesmann, è stato concluso ben più tardi degli altri due, di modo che la Commissione non poteva ricavarne l’esistenza
            di un’infrazione unica per tutti e quattro i produttori europei, si deve osservare che la mancanza di un contratto tra la
            Mannesmann e la Corus prima del 1993 non può infirmare la tesi della Commissione quanto all’obiettivo avuto di mira dagli
            altri tre produttori, ossia la Corus, la Vallourec e la Dalmine, allorché hanno sottoscritto gli altri due contratti nel 1991.
            Anche se la strategia di ripartizione delle forniture di tubi lisci è stata attuata pienamente soltanto a partire dal momento
            in cui la Corus aveva tre fornitori, la stipula di questi due contratti che coprivano il 70% del suo fabbisogno di tubi lisci
            dava infatti attuazione parziale ma importante a tale progetto.
         
         
         
         222
         Peraltro, come la Commissione ha già osservato dinanzi al Tribunale, il riferimento, nel documento intitolato «Bozza di proposta
            per un accordo sulla ristrutturazione del settore dei tubi senza saldatura», datato 21 gennaio 1993, al fatto che la Mannesmann
            forniva già tubi lisci alla Corus, lungi dal non poter essere conciliato con la stipula di un contratto di fornitura tra la
            Corus e la Mannesmann nell’agosto 1993, come sostiene la Dalmine, rafforza l’analisi della Commissione. Infatti, anche se
            la Commissione, per prudenza, ha constatato a carico della Mannesmann l’infrazione di cui all’art. 2 della decisione impugnata
            solo a partire dal 9 agosto 1993, in quanto la sua sottoscrizione di un contratto di fornitura con la Corus in quella data
            era una prova certa della sua partecipazione all’infrazione, discende dal suddetto riferimento che in realtà la Mannesmann
            ha dovuto fornire tubi lisci alla Corus già nel gennaio 1993.
         
         
         
         223
         Così, risulta dagli elementi probatori richiamati dalla Commissione nella decisione impugnata che la Vallourec ha elaborato
            la strategia di protezione del mercato del Regno Unito e concluso un contratto di fornitura con la Corus che permetteva, in
            particolare, subito di metterla in atto. Successivamente si sono aggregate la Dalmine e la Mannesmann, come attesta la conclusione
            da parte di ciascuna delle due di un contratto di fornitura con la Corus.
         
         
         
         224
         Alla luce di quanto precede si deve concludere che a ragione la Commissione ha ritenuto nella decisione impugnata che i contratti
            di fornitura integrassero l’infrazione di cui all’art. 2 della stessa e ne dimostrassero quindi adeguatamente l’esistenza.
            Occorre rilevare anche, ad ogni buon fine, che gli ulteriori elementi probatori considerati dalla Commissione confermano la
            correttezza della sua tesi secondo cui i detti contratti s’iscrivevano in una politica europea comune più vasta concernente
            i tubi OCTG filettati standard.
         
         
         
         225
         Infine, quanto alle allegazioni relative alla esigua importanza degli effetti anticoncorrenziali del contratto concluso tra
            la Dalmine e la Corus, è sufficiente osservare che questa circostanza, quand’anche vera, è ininfluente sull’esistenza dell’infrazione
            constatata all’art. 2 della decisione impugnata, giacché è stato dimostrato l’oggetto anticoncorrenziale del contratto e della
            strategia che esso contribuiva a mettere in atto.
         
         
         
         226
         I motivi attinenti all’esistenza di un’intesa e alla partecipazione ad essa della Dalmine sono conseguentemente respinti.
         
          Sui motivi attinenti al mercato rilevante e al rapporto esistente con l’infrazione di cui all’art. 1 della decisione impugnata
         
         – Argomenti delle parti
         
         227
         La Dalmine fa valere che i contratti di fornitura della Corus riguardavano prodotti non commercializzati sul mercato rilevante.
            Sulla loro scorta la Commissione non poteva, perciò, validamente concludere per l’esistenza di una restrizione della concorrenza
            su tale mercato.
         
         
         
         228
         Essa precisa che la Commissione ha ritenuto che i contratti di fornitura della Corus rientrassero nell’ambito dell’accordo
            di protezione dei mercati dichiarato illecito all’art. 1 della decisione impugnata. Una tale valutazione implicherebbe logicamente
            che questi contratti pregiudichino la concorrenza sullo stesso mercato di prodotti interessato dall’accordo di cui all’art. 1
            della decisione impugnata. Orbene, la Dalmine afferma che ciò non è avvenuto: i contratti di fornitura avrebbero riguardato
            prodotti diversi da quelli oggetto dell’accordo di cui all’art. 1 della decisione impugnata. Essi avrebbero riguardato, infatti,
            per circa l’80%, tubi lisci destinati ad essere trasformati in OCTG «premium», mentre l’accordo concluso nell’ambito del club
            Europa-Giappone aveva ad oggetto solo gli OCTG standard. Il ragionamento della Commissione sarebbe quindi erroneo e la decisione
            impugnata insufficientemente motivata.
         
         
         
         229
         La Dalmine sostiene che i contratti di fornitura conclusi con la Corus non erano misure di esecuzione dell’infrazione di cui
            all’art. 1 della decisione impugnata. Essa asserisce che l’oggetto del preteso accordo tra la Vallourec e la Corus non poteva
            essere quello di vietare l’accesso dei produttori giapponesi, poiché questi ultimi disponevano già di quote di mercato rilevanti
            nel Regno Unito. Inoltre, le prove fatte valere dalla Commissione mostrerebbero che la Vallourec non era convinta che la chiusura
            della fabbrica di Clydesdale potesse far aumentare la concorrenza dei produttori giapponesi su tale mercato.
         
         
         
         230
         La Dalmine osserva che, a partire dal 1991, la Corus si riforniva di tubi lisci da produttori stranieri. Di conseguenza, non
            si potrebbe più parlare di una questione di produzione «nazionale» nel Regno Unito, quale prevista dalla parte dei «fundamentals»
            concernenti la protezione dei mercati nazionali nell’ambito del club Europa-Giappone. Sarebbe quindi sbagliato integrare nella
            tabella al punto 68 della decisione impugnata le vendite di tubi lisci della Vallourec, della Mannesmann e della Dalmine alla
            Corus fra quelle dei «produttor[i] nazional[i]».
         
         
         
         231
         In via subordinata la Dalmine fa valere che, nell’ipotesi in cui il Tribunale ritenga che il suo contratto di fornitura con
            la Corus sia ricollegabile all’infrazione di cui all’art. 1 della decisione impugnata, qualsiasi vizio dei motivi sui quali
            si basa l’infrazione constatata all’art. 2 pregiudicherebbe anche la validità dell’art. 1.
         
         
         
         232
         La Commissione ribatte di aver ampiamente spiegato, ai punti 146‑155 della decisione impugnata, il meccanismo secondo cui
            i contratti di fornitura intendevano mettere in pratica i «fundamentals», concernenti la protezione dei mercati nazionali,
            conclusi nell’ambito del club Europa-Giappone.
         
         
         
         233
         Quanto alle allegazioni della Dalmine circa il livello dei prezzi nel Regno Unito, la Commissione ripete che quest’ultimo
            era elevato.
         
         
         
         – Giudizio del Tribunale
         
         234
         Occorre osservare innanzi tutto che la Commissione ha constatato, rispettivamente agli artt. 1 e 2 della decisione impugnata,
            l’esistenza di due infrazioni distinte ai danni di due mercati di prodotti affini. Invero, di per sé non è affatto illecito
            che il mercato rilevante ai fini della constatazione dell’infrazione di cui all’art. 2 della decisione impugnata sia quello
            dei tubi lisci, mentre il mercato rilevante ai fini della constatazione dell’infrazione di cui all’art. 1 della decisione
            impugnata sia quello dei tubi OCTG filettati standard, conformemente alle definizioni dei detti mercati formulate al punto 29
            della medesima decisione.
         
         
         
         235
         Al riguardo nessuna norma del diritto comunitario osta a che la Commissione constati con una sola ed unica decisione l’esistenza
            di due infrazioni distinte all’art. 81, n. 1, CE. Infatti, le situazioni economiche prese in considerazione possono essere
            complesse, di modo che due mercati diversi ma connessi possono essere pregiudicati da due infrazioni che è logico sanzionare
            con una sola e unica decisione, in quanto anch’esse sono diverse ma connesse.
         
         
         
         236
         Così, nella fattispecie, la Commissione ha descritto una situazione in cui alcuni accordi tra produttori europei relativi
            al mercato britannico dei tubi lisci sono stati concepiti, almeno in parte, allo scopo di proteggere, a valle, il mercato
            britannico dei tubi OCTG filettati standard dalle importazioni giapponesi. La Commissione non avrebbe potuto rendersi conto
            adeguatamente di tutte le circostanze da essa scoperte nel corso della sua indagine senza interessarsi delle differenti pratiche
            anticoncorrenziali attuate sui due mercati connessi (v., per analogia, benché in pendenza d’impugnazione, sentenza del Tribunale
            25 ottobre 2002, causa T‑5/02, Tetra Laval/Commissione, Racc. pag. II‑4381, punti 142-147 e 154-162).
         
         
         
         237
         Quanto alle critiche formulate dalla Dalmine contro il nesso esistente tra le due infrazioni sanzionate, esse non possono
            influire sulla fondatezza dell’art. 2 della decisione impugnata, dal momento che la trasgressione quivi constatata è adeguatamente
            dimostrata già sulla base dei termini dei contratti di fornitura (v. i precedenti punti 178-192). Questi argomenti vanno tuttavia
            esaminati in quanto la Commissione si è basata sul nesso esistente tra le due infrazioni per dimostrare l’esistenza dell’infrazione
            di cui all’art. 1 della decisione impugnata, e lo ha altresì richiamato in sede di valutazione dell’importo delle ammende,
            al punto 164 della decisione impugnata.
         
         
         
         238
         Dai termini del punto 111 [della decisione impugnata], riportato per esteso al punto 178 della presente sentenza, risulta
            che uno degli obiettivi dell’intesa ivi descritta era effettivamente di proteggere il mercato britannico dei tubi OCTG standard
            nell’ambito dei «fundamentals», ma che essa aveva, in più, un oggetto ed effetti anticoncorrenziali distinti in ordine al
            mercato britannico dei tubi lisci. Occorre allora giudicare che la Commissione ha adeguatamente motivato l’aspetto del suo
            ragionamento relativo al nesso esistente tra le due infrazioni constatate nella decisione impugnata.
         
         
         
         239
         Relativamente agli argomenti della Dalmine secondo i quali la Corus non era più un produttore nazionale di tubi OCTG filettati
            standard in quanto si riforniva di tubi lisci da altri produttori europei, dalle note della Vallourec risulta che il loro
            autore, il sig. Verluca, era più ottimista riguardo alla possibilità di far rispettare i «fundamentals» dai produttori giapponesi
            nell’ipotesi in cui la Corus avesse accettato di rifornirsi esclusivamente di tubi lisci di origine comunitaria, piuttosto
            che nell’ipotesi in cui avesse importato tubi lisci da altri continenti. Così, poiché la Corus aveva deciso di chiudere la
            sua fabbrica di filettatura a Clydesdale, la soluzione prospettata per proteggere il mercato britannico, cioè la trasformazione
            di tubi lisci di origine britannica in tubi filettati, è stata esclusa, ma ciò non significava che ogni tentativo di continuare
            a proteggere il mercato britannico dai produttori giapponesi fosse considerato impossibile, come invece ipotizza la Dalmine.
         
         
         
         240
         Al contrario, dal fascicolo risulta che la Vallourec stimava necessario cercare un’altra soluzione che permettesse di mantenere
            al meglio lo statu quo ante. L’approvvigionamento della Corus in tubi lisci di origine esclusivamente comunitaria è la soluzione
            elaborata dalla Vallourec per raggiungere tale scopo. Sapere se essa sia stata efficace è irrilevante, dal momento che gli
            elementi probatori depongono nel senso che uno degli obiettivi perseguiti dai produttori europei nel sottoscrivere i contratti
            di fornitura era il mantenimento delle condizioni nazionali del mercato britannico rispetto ai produttori giapponesi (v. i
            precedenti punti 213 e segg.).
         
         
         
         241
         Per queste stesse ragioni va respinta l’argomentazione della Dalmine secondo cui sarebbe errato comprendere le vendite di
            tubi lisci delle società Vallourec, Mannesmann e Dalmine alla Corus sotto la voce «produttor[i]] nazional[i]» di cui alla
            tabella stilata al punto 68 della decisione impugnata. Tale presa in considerazione equivale, infatti, ad assimilare i tubi
            lisci di origine europea filettati dalla Corus e poi dalla TISL (controllata della Vallourec) a tubi filettati di origine
            britannica.
         
         
         
         242
         Per di più, l’analisi della Commissione concernente l’infrazione constatata all’art. 2 della decisione impugnata, quale risulta
            dal punto 111 di quest’ultima, non è infirmata dal fatto che solo una parte dei tubi lisci oggetto dei contratti di fornitura
            veniva trasformata in tubi OCTG standard, mentre l’altra era destinata alla produzione di tubi OCTG filettati premium. Ove
            si dimostri che un certo quantitativo di questi tubi lisci è stato trasformato in OCTG filettati standard, si dimostra, infatti,
            l’esistenza di un nesso tra le due infrazioni, per cui l’infrazione constatata all’art. 2 della decisione impugnata suffraga
            quella constatata all’art. 1 della medesima.
         
         
         
         243
         Orbene, secondo la stessa Dalmine, il 20% dei tubi lisci forniti nell’ambito dell’apposito contratto concluso tra la Corus
            e la Dalmine era destinato ad essere trasformato in tubi filettati standard. I termini di tale contratto, come quelli dei
            contratti conclusi dalla Corus con la Vallourec e la Mannesmann, confermano, infatti, ciascuno alla sua clausola 6, lett. b),
            che le vendite di OCTG standard («buttress threaded casing») e di OCTG premium («VAM») erano prese in considerazione ai fini
            del calcolo del prezzo che la Corus doveva pagare per i tubi lisci; una modalità di calcolo che ha senso solo se un certo
            quantitativo dei tubi lisci così forniti veniva senz’altro trasformato in tubi OCTG standard.
         
         
         
         244
         Ad ogni buon fine, tuttavia, occorre constatare che l’affermazione della Commissione nella prima frase del punto 164 della
            decisione impugnata, secondo cui i contratti di fornitura, costituenti l’infrazione constatata al suo art. 2, erano solo un
            modo di attuare l’infrazione di cui al suo art. 1, è esagerata. In realtà la detta attuazione era, per la seconda infrazione,
            solo uno fra i numerosi oggetti ed effetti anticoncorrenziali perseguiti, connessi ma distinti. Il Tribunale ha infatti statuito
            nella sentenza JFE Engineering e a./Commissione (cit. nel precedente punto 111, punti 569 e segg.), che la Commissione ha
            ignorato il principio della parità di trattamento, in quanto non ha tenuto conto dell’infrazione constatata all’art. 2 della
            decisione impugnata per fissare l’importo delle ammende a carico dei produttori europei, benché l’oggetto e gli effetti della
            detta trasgressione trascendessero il loro contributo al mantenimento prolungato dell’accordo Europa-Giappone (v., in particolare,
            punto 571 della detta sentenza).
         
         
         
         245
         La disparità di trattamento rilevata al punto precedente, anche se infine ha giustificato la riduzione dell’importo delle
            ammende inflitte alle ricorrenti giapponesi, è viziata da un errore di analisi che non giustifica nell’ambito del presente
            ricorso l’annullamento dell’art. 2 della decisione impugnata, né quello del suo art. 1.
         
         
         
         246
         Risulta da quanto precede che i motivi attinenti al mercato rilevante e al nesso esistente tra le due infrazioni constatate
            agli artt. 1 e 2 della decisione impugnata devono essere respinti. Di conseguenza va disattesa la domanda di annullamento
            dell’art. 2 della decisione impugnata.
         
         
         Sulla domanda di annullamento dell’ammenda ovvero di riduzione del suo importo
         247
         Riferendosi ai motivi esposti precedentemente, la Dalmine chiede l’annullamento dell’art. 4 della decisione impugnata, che
            le infligge un’ammenda di EUR 10,8 milioni, e dei punti 156-175 della motivazione. In subordine, essa chiede la riduzione
            dell’importo dell’ammenda inflittale. In questa sede la ricorrente contesta alla Commissione di non aver applicato correttamente
            i criteri relativi alla determinazione dell’importo delle ammende, in particolare gli orientamenti per il calcolo delle ammende
            inflitte in applicazione dell’articolo 15, paragrafo 2, del regolamento n. 17 e dell’articolo 65, paragrafo 5, del trattato
            CECA (GU 1998, C 9, pag. 3; in prosieguo: gli «orientamenti per il calcolo delle ammende»), e la comunicazione sulla cooperazione.
         
         
         
          1. Sulla gravità dell’infrazione
         248
         La Dalmine contesta le valutazioni della Commissione circa la gravità dell’infrazione commessa.
         
         Sulla definizione del mercato rilevante e sugli effetti dell’infrazione Argomenti delle parti
         
         249
         La Dalmine lamenta che la Commissione non abbia pienamente tenuto conto degli effetti dell’infrazione per valutarne la gravità,
            come invece richiesto dagli orientamenti per il calcolo delle ammende (punto 1, parte A). Nel caso di specie la Commissione
            avrebbe esaminato tali effetti senza limitarsi, come dovuto, al mercato rilevante.
         
         
         
         250
         La Dalmine ricorda, infatti, che il mercato dei prodotti rilevanti è quello degli OCTG standard e dei linepipe «project».
            Da un punto di vista geografico la Commissione avrebbe dimostrato che il mercato del primo tipo di prodotti è mondiale e quello
            del secondo «per lo meno europeo» (punti 35 e 36 della decisione impugnata). Nondimeno essa avrebbe poi ignorato questa definizione
            del mercato rilevante e valutato l’importanza dell’infrazione prendendo in considerazione esclusivamente le vendite dei prodotti
            in discorso sul mercato comunitario.
         
         
         
         251
         Quanto ai tubi OCTG standard, la Commissione avrebbe dovuto riferirsi al mercato mondiale. Essa sarebbe così giunta alla conclusione
            che le vendite delle destinatarie della decisione impugnata rappresentavano in totale il 13,5% del mercato rilevante, di cui
            quelle effettuate sul mercato europeo costituivano lo 0,75% del detto mercato.
         
         
         
         252
         Quanto ai linepipe «project», la limitazione geografica all’Europa del mercato rilevante non può giustificare, secondo la
            ricorrente, un’analisi ristretta al solo territorio della Comunità. La Commissione avrebbe dovuto includere nella sua valutazione
            gli effetti dell’intesa, integrante l’infrazione sanzionata, sulle zone offshore della Norvegia.
         
         
         
         253
         La Dalmine lamenta poi che la Commissione si sia appellata al fatto che la Germania, la Francia, l’Italia e il Regno Unito
            rappresentavano la maggior parte del consumo dei prodotti rilevanti nella Comunità (punto 161 della decisione impugnata).
            Orbene, per questi due tipi di prodotto il mercato geografico rilevante sarebbe più vasto del territorio comunitario.
         
         
         
         254
         Infine, la Dalmine osserva che sul suo mercato nazionale, cioè l’Italia, l’accordo sui «fundamentals», concernenti la protezione
            dei mercati nazionali, concluso nell’ambito del club Europa-Giappone ha avuto soltanto un impatto irrisorio sulle vendite
            dei tubi OCTG in generale. Quanto ai linepipe «project», poiché la Commissione non si è pronunciata sulla questione della
            loro sostituibilità con i tubi saldati, non sarebbe possibile verificare l’effettiva incidenza dell’accordo in esame.
         
         
         
         255
         In risposta a tali censure la Commissione espone di aver determinato l’importo dell’ammenda conformemente alle disposizioni
            del regolamento n. 17. L’importo di base sarebbe stato stabilito in funzione della gravità e della durata dell’infrazione.
         
         
         
         256
         La Commissione ricorda che i tubi oggetto dell’infrazione di cui all’art. 1 della decisione impugnata rappresentavano solo
            una parte dei tubi senza saldatura destinati all’industria petrolifera e del gas. Gli OCTG standard e i linepipe «project»
            venduti nella Comunità dalle imprese destinatarie della decisione impugnata avrebbero costituito il 19% del consumo comunitario
            di OCTG e di linepipe senza saldatura, mentre oltre il 50% del consumo comunitario era coperto da OCTG e da linepipe che non
            rientravano nell’accordo e oltre il 21% da importazioni da paesi terzi diversi dal Giappone.
         
         
         
         257
         La Commissione osserva inoltre di aver chiaramente ammesso l’incidenza limitata dell’infrazione sul mercato. Essa ricorda
            anche che la sua analisi è concentrata sul mercato comunitario, senza tuttavia che ciò contraddica la definizione geografica
            del mercato dei tubi OCTG (punto 35 della decisione impugnata).
         
         
          Giudizio del Tribunale
         
         258
         Va osservato innanzi tutto che, ai termini dell’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17, la Commissione può infliggere ammende
            da mille a un milione di euro e che quest’ultimo importo può essere aumentato fino al 10% del fatturato realizzato nel corso
            dell’esercizio sociale precedente dalle singole imprese partecipanti all’infrazione. Per determinare l’importo dell’ammenda
            entro tali limiti la detta disposizione prescrive che siano prese in considerazione la gravità e la durata dell’infrazione.
         
         
         
         259
         Orbene, né il regolamento n. 17, né la giurisprudenza, né gli orientamenti per il calcolo delle ammende prevedono che le ammende
            siano fissate direttamente in funzione delle dimensioni del mercato rilevante, quello delle dimensioni essendo solo uno dei
            fattori rilevanti. Invero, conformemente al regolamento n. 17 quale interpretato dalla giurisprudenza, l’ammenda inflitta
            ad un’impresa per un’infrazione in materia di concorrenza dev’essere proporzionata all’infrazione complessivamente considerata,
            tenendo conto in particolare della sua gravità (v., in tal senso, sentenze del Tribunale 6 ottobre 1994, causa T‑83/91, Tetra
            Pak/Commissione, Racc. pag. II‑755, punto 240, e, per analogia, 21 ottobre 1997, causa T‑229/94, Deutsche Bahn/Commissione,
            Racc. pag. II‑1689, punto 127). Come la Corte ha affermato al punto 120 della sentenza 7 giugno 1983, cause riunite 100/80-103/80,
            Musique diffusion française e a./Commissione (Racc. pag. 1825), per valutare la gravità di un’infrazione è necessario considerare
            un gran numero di elementi di carattere e di importanza variabili secondo il tipo e le circostanze specifiche dell’infrazione
            medesima (v. anche, per analogia, sentenza Deutsche Bahn/Commissione, cit., punto 127).
         
         
         
         260
         Occorre peraltro rilevare che la Commissione, anche se non ha espressamente menzionato gli orientamenti nella decisione impugnata,
            ha nondimeno determinato l’importo dell’ammenda inflitta alla ricorrente applicando il metodo di calcolo ivi impostosi.
         
         
         
         261
         Ora, si deve osservare che la Commissione, per quanto disponga di un potere discrezionale nella fissazione dell’importo delle
            ammende (sentenze del Tribunale 6 aprile 1995, causa T‑150/89, Martinelli/Commissione, Racc. pag. II‑1165, punto 59, e, per
            analogia, Deutsche Bahn/Commissione, cit. nel precedente punto 259, punto 127), non può disattendere le regole che essa stessa
            si è data (v. sentenza Hercules Chemicals/Commissione, cit. nel precedente punto 162, punto 53, confermata a seguito di impugnazione
            con sentenza della Corte 8 luglio 1999, causa C‑51/92 P, Hercules Chemicals/Commissione, Racc. pag. I‑4235, e giurisprudenza
            ivi citata). Essa deve perciò tenere effettivamente conto dei termini degli orientamenti per il calcolo delle ammende nel
            fissare l’importo delle stesse, soprattutto degli elementi ivi indicati come imprescindibili. Ad ogni buon conto, il potere
            discrezionale della Commissione ed i limiti che questa vi ha apportato non pregiudicano in nessun caso l’esercizio, da parte
            del giudice comunitario, della sua competenza estesa anche al merito.
         
         
         
         262
         Occorre ricordare che, ai sensi del punto 1, parte A, degli orientamenti per il calcolo delle ammende, «[p]er valutare la
            gravità dell’infrazione, occorre prenderne in considerazione la natura, l’impatto concreto sul mercato, quando sia misurabile,
            e l’estensione del mercato geografico rilevante». Ebbene, al punto 159 della decisione impugnata la Commissione rileva di
            aver tenuto conto, per determinare la gravità dell’infrazione, di tutti e tre i detti criteri.
         
         
         
         263
         Al punto 161 della decisione impugnata, però, la Commissione si è basata essenzialmente sulla natura del comportamento illecito
            di tutte le imprese per concludere che l’infrazione constatata all’art. 1 della decisione impugnata è «molto grave». Al riguardo
            essa ha fatto valere la natura gravemente anticoncorrenziale e nociva al buon funzionamento del mercato interno dell’accordo
            di ripartizione dei mercati sanzionato, la deliberata illegittimità e la natura segreta ed istituzionalizzata del sistema
            messo in atto per restringere la concorrenza. La Commissione ha altresì tenuto in considerazione, sempre al punto 161, che
            «i quattro Stati membri in questione rappresentano la maggior parte del consumo degli OCTG e dei linepipe senza saldatura
            nella Comunità e dunque un vasto mercato geografico».
         
         
         
         264
         Al contrario, al punto 160 della decisione impugnata, la Commissione ha constatato che «l’infrazione ha avuto, di fatto, un’incidenza
            limitata sul mercato», dato che i due specifici prodotti che ne erano oggetto, vale a dire gli OCTG standard ed i linepipe
            «project», rappresentavano solo il 19% del consumo comunitario degli OCTG e dei linepipe senza saldatura e che grazie ai progressi
            della tecnologia i tubi saldati potevano soddisfare una parte della domanda di tubi senza saldatura.
         
         
         
         265
         Quindi, al punto 162 della decisione impugnata, la Commissione, dopo aver classificato quest’infrazione tra quelle «molto
            gravi» sulla base dei fattori enumerati al punto 161, ha fatto notare il quantitativo relativamente ridotto delle vendite
            dei prodotti in questione da parte delle destinatarie della decisione impugnata nei quattro Stati membri interessati (EUR 73
            milioni all’anno). Tale riferimento alle dimensioni del mercato rilevante corrisponde alla valutazione dell’impatto limitato
            dell’infrazione sul mercato espressa al punto 160 della decisione impugnata. La Commissione ha dunque deciso di imporre un’ammenda
            in funzione della gravità di appena EUR 10 milioni. In realtà gli orientamenti per il calcolo delle ammende prevedono, in
            principio, per infrazioni rientranti in tale categoria, un importo «oltre i 20 milioni di [euro]».
         
         
         
         266
         Occorre esaminare se l’approccio della Commissione sopra esposto sia illegale alla luce dei contrari argomenti della Dalmine.
         
         
         267
         Per quanto riguarda gli argomenti della Dalmine relativi ai mercati rilevanti, si deve constatare che i punti 35 e 36 della
            decisione impugnata traducono la definizione dei mercati geografici rilevanti quali dovrebbero esistere normalmente, fatti
            salvi gli accordi illeciti aventi per oggetto o per effetto la loro artificiale scissione. Emerge poi dalla decisione impugnata,
            letta complessivamente, in particolare dai suoi punti 53‑77, che il comportamento dei produttori giapponesi ed europei sui
            vari mercati nazionali o, in alcuni casi, sul mercato di una certa regione del mondo era determinato da regole specifiche
            diverse da mercato a mercato, risultanti dalle trattative commerciali condotte all’interno del club Europa-Giappone.
         
         
         
         268
         Così, non sono pertinenti e vanno respinti gli argomenti della Dalmine relativi alle ridotte percentuali dei mercati mondiale
            ed europeo degli OCTG standard e dei linepipe «project» rappresentate dalle vendite di tali prodotti da parte delle otto destinatarie
            della decisione impugnata. È, infatti, perché ha avuto ad oggetto nonché, almeno in certa misura, ad effetto di escludere
            ciascuna delle suddette destinatarie dai mercati nazionali delle altre, compreso il mercato dei quattro maggiori Stati membri
            delle Comunità europee, a livello del consumo di tubi d’acciaio, che l’infrazione constatata all’art. 1 della decisione impugnata
            è «molto grave» nella valutazione ivi espressa.
         
         
         
         269
         Al riguardo, l’argomento della Dalmine vertente sul ridotto volume delle vendite di tubi OCTG standard e sull’importanza dei
            tubi saldati per fronteggiare la concorrenza dei linepipe «project» sul proprio mercato nazionale è inconferente, atteso che
            la sua partecipazione all’accordo di ripartizione dei mercati risulta dall’essersi impegnata a non vendere su altri mercati
            i prodotti considerati nella decisione impugnata. Così, le circostanze invocate dalla Dalmine, quand’anche adeguatamente dimostrate,
            non possono infirmare la conclusione della Commissione in merito alla gravità dell’infrazione commessa.
         
         
         
         270
         Si deve rilevare, inoltre, che il fatto, cui si appella la Dalmine, che l’infrazione constatata all’art. 1 della decisione
            impugnata riguardi solo due prodotti specifici, cioè gli OCTG standard ed i linepipe «project», e non tutti gli OCTG e i linepipe,
            è stato esplicitamente definito dalla Commissione, al punto 160 della decisione impugnata, un fattore di limitazione dell’impatto
            concreto dell’infrazione sul mercato (v. il precedente punto 264). Del pari, la Commissione fa riferimento, sempre al punto 160,
            alla crescente concorrenza costituita dai tubi saldati (v. ancora il precedente punto 264). È giocoforza dichiarare, allora,
            che la Commissione ha già tenuto conto di questi elementi nel valutare la gravità dell’infrazione nella decisione impugnata.
         
         
         
         271
         Alla luce di ciò occorre giudicare che la riduzione in funzione della gravità dell’importo fissato al 50% della somma minima
            solitamente applicata in caso di infrazione «molto grave», riduzione prima menzionata al punto 265, tiene adeguatamente conto
            dell’impatto limitato dell’infrazione sul mercato nella fattispecie.
         
         
         
         272
         In proposito va inoltre rilevato che le ammende hanno una finalità deterrente in materia di concorrenza (v., al riguardo,
            punto 1, parte A, quarto capoverso, degli orientamenti per il calcolo delle ammende). Così, viste le grandi dimensioni delle
            imprese destinatarie della decisione impugnata quali constatate al punto 165 di quest’ultima (v. anche i successivi punti 281
            e segg.), una riduzione sostanzialmente maggiore dell’importo fissato in funzione della gravità avrebbe potuto privare le
            ammende del loro effetto deterrente.
         
         
         Sulla valutazione del comportamento individuale delle imprese e sulla mancata distinzione tra le stesse in funzione delle
               loro dimensioni Argomenti delle parti
         
         273
         La Dalmine critica la Commissione per non aver prestato attenzione al comportamento individuale e alle dimensioni di ogni
            impresa in questione. Orbene, conformemente agli orientamenti per il calcolo delle ammende, la Commissione sarebbe tenuta
            a ponderare gli importi delle ammende in modo da tener conto di tali fattori.
         
         
         
         274
         Al riguardo la Dalmine afferma che la sua posizione sul mercato era solo marginale. I tubi OCTG standard avrebbero rappresentato
            soltanto il 7,3% di tutte le sue vendite tra il 1990 e il 1995. Quanto ai linepipe «project», la Commissione, non avendo preso
            in considerazione l’impatto delle vendite di tubi saldati sui mercati dei tubi senza saldatura, non sarebbe potuta giungere
            ad una conclusione definitiva. Per di più, la Dalmine non avrebbe applicato fedelmente gli accordi anticoncorrenziali addebitatile,
            conservando piuttosto una certa autonomia d’azione in seno al club Europa-Giappone. Essa avrebbe infatti continuato a vendere
            i suoi tubi OCTG ed i suoi linepipe in Europa e altrove.
         
         
         
         275
         La Dalmine lamenta peraltro che la Commissione abbia stabilito l’importo dell’ammenda senza tener conto delle dimensioni e
            del volume d’affari sul mercato rilevante di ciascuna delle imprese destinatarie. Orbene, l’equità e il principio di proporzionalità
            richiederebbero che le imprese non siano messe su un piano di parità, ma che il loro comportamento venga sanzionato a seconda
            del ruolo personale e dell’incidenza sul mercato della loro partecipazione all’infrazione.
         
         
         
         276
         La Dalmine sostiene di essere stata punita ingiustamente poiché, tra le destinatarie della decisione impugnata, era una delle
            imprese più piccole. Essa critica il rifiuto perentorio della Commissione che, al punto 165 della decisione impugnata, afferma:
            «tutte le imprese destinatarie della presente decisione sono di grande dimensione. Non è quindi il caso di differenziare gli
            importi stabiliti». La Dalmine sostiene che la sua attività era limitata alla produzione di taluni tipi di tubi senza saldatura.
            Essa non potrebbe essere paragonata a società le cui attività erano molto più vaste e il volume d’affari ben maggiore del
            suo.
         
         
         
         277
         La Commissione osserva che la Dalmine ha partecipato ad un accordo di protezione dei mercati nazionali, che costituisce una
            violazione molto grave  dell’art. 81, n. 1, CE. La Commissione sottolinea, a tale riguardo, che la ricorrente non ha contestato
            la realtà dei fatti accertati nella decisione impugnata. Inoltre, la ricorrente avrebbe partecipato anche all’infrazione di
            cui all’art. 2 della detta decisione. Il fatto che essa abbia potuto avere un comportamento in certo modo autonomo rispetto
            agli altri membri dell’intesa non costituirebbe, di per sé, una circostanza attenuante (sentenza del Tribunale 14 maggio 1998,
            causa T‑327/94, SCA Holding/Commissione, Racc. pag. II‑1373, punto 142). In ogni caso, l’autonomia che la Dalmine pretende
            di aver conservato in seno al club Europa-Giappone sarebbe irrilevante e sarebbe smentita dalla sua posizione di quasi monopolio
            sul mercato italiano, dalla sua partecipazione attiva alle discussioni sulla ripresa delle attività della Corus e, infine,
            dal contratto concluso con quest’ultima in applicazione dei «fundamentals», concernenti la protezione dei mercati nazionali,
            convenuti nell’ambito del club Europa-Giappone.
         
         
         
         278
         Poiché la Commissione ha constatato, nella decisione impugnata, che le otto destinatarie della stessa erano tutte imprese
            di grandi dimensioni e tenuto conto globalmente dell’impatto relativamente ridotto dell’infrazione sui mercati, l’argomento
            della Dalmine non sarebbe sufficiente a dimostrare che la Commissione abbia ecceduto il suo potere discrezionale non applicando
            nella fattispecie il punto 1, parte A, sesto capoverso, degli orientamenti per il calcolo delle ammende.
         
         
         
         279
         La Commissione oppone a tali censure che il fatturato della ricorrente ha raggiunto, per il 1998, la somma di EUR 669 milioni
            (punto 17 della decisione impugnata). Si tratterebbe dunque di una grande impresa. Nessun elemento consentirebbe di concludere
            che essa debba fruire di una riduzione dell’importo dell’ammenda perché non è così importante come le altre destinatarie della
            decisione impugnata.
         
         
          Giudizio del Tribunale
         
         280
         Si deve osservare, innanzi tutto, che il riferimento contenuto all’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 al limite del 10%
            del volume d’affari mondiale riguarda esclusivamente il calcolo del tetto massimo dell’ammenda che può essere inflitta dalla
            Commissione (v. punto 1 degli orientamenti per il calcolo delle ammende e sentenza Musique diffusion française e a./Commissione,
            cit. nel precedente punto 259, punto 119) e non significa affatto che debba sussistere una proporzione tra le dimensioni delle
            singole imprese e l’importo delle ammende loro irrogate.
         
         
         
         281
         Al contrario, il punto 1, parte A, sesto capoverso, degli orientamenti per il calcolo delle ammende, applicabili nella fattispecie
            (v. il precedente punto 272), prevede la possibilità, «in certi casi, [di] ponderare gli importi determinati nell’ambito di
            ciascuna delle tre categorie [d’infrazione], in modo da tenere conto del peso specifico e dunque dell’impatto reale sulla
            concorrenza del comportamento configurante infrazione di ciascuna impresa». Ai sensi di questo capoverso, ciò è opportuno
            «in particolare qualora esista una disparità considerevole nella dimensione delle imprese che commettono il medesimo tipo
            di infrazione».
         
         
         
         282
         Tuttavia, dall’impiego delle locuzioni «in certi casi» e «in particolare» negli orientamenti per il calcolo delle ammende
            risulta che una ponderazione in funzione delle dimensioni delle singole imprese non è una fase sistematica del calcolo che
            la Commissione si sarebbe imposta, bensì una possibilità di manovra che essa si è data nei casi che lo richiedono. Occorre
            ricordare in questo contesto la giurisprudenza secondo cui la Commissione dispone di un potere discrezionale che le permette
            di prendere o non in considerazione alcuni elementi allorché fissa l’importo delle ammende che intende infliggere, in funzione
            soprattutto delle circostanze del caso di specie (v., in tal senso, ordinanza della Corte 25 marzo 1996, causa C‑137/95 P,
            SPO e a./Commissione, Racc. pag. I‑1611, punto 54, e sentenze della Corte 17 luglio 1997, causa C‑219/95 P, Ferriere Nord/Commissione,
            Racc. pag. I‑4411, punti 32 e 33; 15 ottobre 2002, cause riunite C‑238/99 P, C‑244/99 P, C‑245/99 P, C‑247/99 P, da C‑250/99 P
            a C‑252/99 P e C‑254/99 P, Limburgse Vinyl Maatschappij e a./Commissione, Racc. pag. I‑8375, punto 465; v. anche, in tal senso,
            sentenza del Tribunale 14 maggio 1998, causa T‑309/94, KNP BT/Commissione, Racc. pag. II‑1007, punto 68).
         
         
         
         283
         Tenuto conto del tenore del punto 1, parte A, sesto capoverso, degli orientamenti per il calcolo delle ammende, illustrato
            sopra, si deve ritenere che la Commissione abbia conservato un certo potere discrezionale nel ponderare o meno le ammende
            in funzione delle dimensioni delle singole imprese. Dunque, la Commissione non è tenuta, allorché determina l’importo delle
            ammende, ad assicurare, nel caso in cui siano sanzionate più imprese coinvolte nella medesima infrazione, che gli importi
            finali distinguano le imprese sulla base del loro fatturato complessivo (v., in tal senso, sebbene in pendenza d’impugnazione,
            sentenze del Tribunale 20 marzo 2002, causa T‑23/99, LR AF 1998/Commissione, Racc. pag. II‑1705, punto 278, e 19 marzo 2003,
            causa T‑213/00, CMA CGM e a./Commissione, Racc. pag. II‑913, punto 385).
         
         
         
         284
         Nella fattispecie, la Commissione ha constatato, al punto 165 della decisione impugnata, che tutte le imprese destinatarie
            della stessa erano di grandi dimensioni, per cui non era necessario differenziare a tale titolo gli importi delle ammende.
            La Dalmine contesta quest’analisi e rileva di essere una delle più piccole imprese destinatarie della decisione impugnata,
            dal momento che il suo fatturato nel 1998 era di appena EUR 667 milioni. È giocoforza constatare, infatti, che lo scarto in
            termini di fatturato complessivo, considerato ogni prodotto, tra la Dalmine e la maggiore delle imprese in causa, vale a dire
            la Nippon, il cui fatturato nel 1998 era di EUR 13 489 milioni, è significativo.
         
         
         
         285
         La Commissione ha sottolineato, tuttavia, nel controricorso, senza essere smentita dalla Dalmine, che quest’ultima non è un’impresa
            né piccola né media. Infatti la raccomandazione della Commissione 3 aprile 1996, 96/280/CE, relativa alla definizione delle
            piccole e medie imprese (GU L 107, pag. 4), applicabile al momento dell’adozione della decisione impugnata, precisa, in particolare,
            che imprese siffatte devono occupare meno di 250 persone e avere un fatturato annuo non superiore agli EUR 40 milioni, ovvero
            un bilancio annuo non superiore agli EUR 27 milioni. Nella raccomandazione della Commissione 6 maggio 2003, 2003/361/CE, relativa
            alla definizione delle microimprese, piccole e medie imprese (GU L 124, pag. 36), questi due ultimi valori sono stati aumentati
            e fissati, poi, rispettivamente, a EUR 50 e a EUR 43 milioni.
         
         
         
         286
         Il Tribunale non dispone di dati concernenti il numero di dipendenti della Dalmine e il suo bilancio annuale, ma si deve constatare
            che il fatturato della Dalmine nel 1998 era superiore di più del decuplo al limite previsto nella serie di raccomandazioni
            della Commissione rispetto a tale criterio. Occorre perciò dichiarare, sulla base delle informazioni prodotte dinanzi al Tribunale,
            che la Commissione non ha commesso errori nell’affermare, al punto 165 della decisione impugnata, che tutte le imprese destinatarie
            della detta decisione erano di grandi dimensioni.
         
         
         
         287
         Si deve poi notare che l’importo dell’ammenda inflitta alla Dalmine nella decisione impugnata, pari a EUR 10,8 milioni, rappresenta
            appena l’1,62% circa del suo fatturato mondiale per il 1998, pari a EUR 667 milioni. L’importo della sua ammenda senza alcuna
            riduzione per la cooperazione sarebbe stato di EUR 13,5 milioni, ossia meno del 2% di tale fatturato. Si osservi che queste
            cifre sono ben al di sotto del limite del 10% summenzionato.
         
         
         
         288
         Quanto all’argomento della Dalmine vertente sul fatto che l’incidenza del suo comportamento sul mercato sarebbe stata minima,
            dal momento che la sua posizione sul mercato era solo marginale, si deve ricordare di nuovo che l’argomento della Dalmine
            relativo alla marginalità delle vendite di tubi OCTG standard e all’importanza dei tubi saldati per fronteggiare la concorrenza
            dei linepipe «project» sul proprio mercato nazionale è irrilevante, atteso che la sua partecipazione all’infrazione consistente
            in un accordo di ripartizione dei mercati risulta dall’essersi impegnata a non vendere i prodotti in causa su altri mercati
            (v. supra, punto 269). Così, le circostanze che essa fa valere, quand’anche adeguatamente dimostrate, non possono infirmare
            la conclusione della Commissione in merito alla gravità dell’infrazione commessa.
         
         
         
         289
         In proposito va inoltre ricordato che ogni produttore ha assunto il medesimo impegno, ossia di non vendere gli OCTG standard
            e i linepipe sul mercato interno di ognuno degli altri membri del club Europa-Giappone. Orbene, come è stato osservato supra,
            al punto 263, la Commissione si è basata in sostanza sulla natura fortemente anticoncorrenziale di tale impegno per stabilire
            il carattere «molto grave» dell’infrazione constatata all’art. 1 della decisione impugnata.
         
         
         
         290
         Siccome la Dalmine è l’unico membro italiano del club Europa-Giappone, è giocoforza constatare che la sua partecipazione a
            tale accordo è stata sufficiente ad estenderne l’ambito di applicazione geografico al territorio di uno Stato membro della
            Comunità. Pertanto si deve affermare che la sua partecipazione all’infrazione ha avuto un impatto non trascurabile sul mercato
            comunitario. Tale circostanza è infatti ben più rilevante, ai fini della valutazione dell’impatto concreto della partecipazione
            della Dalmine all’infrazione di cui all’art. 1 della decisione impugnata sui mercati dei prodotti oggetto del detto articolo,
            di una mera comparazione dei fatturati complessivi delle singole imprese.
         
         
         
         291
         Quanto alla pretesa autonomia d’azione della ricorrente in seno al club Europa-Giappone, si deve ricordare che il fatto che
            un’impresa, la cui partecipazione ad un accordo di ripartizione dei mercati con le sue concorrenti sia dimostrato, non abbia
            tenuto sul mercato un comportamento conforme a quello convenuto con le dette concorrenti non costituisce necessariamente una
            circostanza attenuante da tener presente in sede di determinazione dell’importo dell’ammenda (sentenza SCA Holding/Commissione,
            cit. nel precedente punto 277, punto 142). Infatti, un’impresa che persegua, nonostante la concertazione con le sue concorrenti,
            una politica in parte indipendente sul mercato può semplicemente cercare di avvalersi dell’intesa a proprio vantaggio.
         
         
         
         292
         Si deve allora interpretare il secondo trattino del punto 3 degli orientamenti per il calcolo delle ammende nel senso che
            la Commissione non è tenuta a riconoscere l’esistenza di una circostanza attenuante nella mancata attuazione di un’intesa,
            a meno che l’impresa che invoca tale circostanza possa dimostrare di aver chiaramente e considerevolmente infranto gli obblighi
            di attuazione di tale intesa, sì da perturbarne lo stesso funzionamento, e di non aver dato l’impressione di aderire all’accordo,
            inducendo così altre imprese a mettere in atto l’intesa.
         
         
         
         293
         Come il Tribunale ha osservato nella sentenza «Cemento» (cit. nel precedente punto 44, punto 1389), un’impresa che non prende
            le distanze dai risultati di una riunione cui ha assistito conserva, in linea di principio, la «sua piena responsabilità per
            la partecipazione all’intesa». Infatti, sarebbe troppo facile per le imprese minimizzare il rischio di dover pagare una pesante
            ammenda se potessero profittare di un’intesa illecita e beneficiare poi di una riduzione dell’ammenda per non aver svolto
            un ruolo significativo nell’attuazione dell’infrazione, laddove con il loro comportamento hanno indotto altre imprese a comportarsi
            in maniera più nociva per la concorrenza.
         
         
         
         294
         Parimenti, per quanto riguarda l’argomento secondo cui la Dalmine ha svolto un ruolo passivo nell’intesa, comportamento che
            integrerebbe una circostanza attenuante in conformità al punto 3, primo trattino, degli orientamenti per il calcolo delle
            ammende, si deve osservare che la detta società non nega di aver partecipato alle riunioni del club Europa-Giappone. Orbene,
            è stato prima affermato, nell’ambito dei motivi di annullamento dell’art. 1 della decisione impugnata, nonché nella sentenza
            JFE Engineering e a./Commissione (punto 111 supra), che la questione della protezione dei mercati nazionali è stata dibattuta
            nel corso di tali riunioni.
         
         
         
         295
         Nella fattispecie, la Dalmine non asserisce neppure che la sua partecipazione alle riunioni del club Europa-Giappone sia stata
            più sporadica di quella degli altri membri dello stesso, ciò che avrebbe potuto eventualmente giustificare l’applicazione
            di una riduzione a suo favore in conformità alla giurisprudenza (v., al riguardo, sentenza del Tribunale 14 maggio 1998, causa
            T‑317/94, Weig/Commissione, Racc. pag. II‑1235, punto 264). Essa non adduce, inoltre, né circostanze specifiche né elementi
            probatori idonei a dimostrare che il suo comportamento nelle riunioni in questione sia stato puramente passivo o gregario.
            Al contrario, come già è stato osservato al precedente punto 290, il mercato italiano è stato incluso nell’accordo di ripartizione
            dei mercati solo a motivo della sua presenza nel club Europa-Giappone. Date le circostanze, non si può rimproverare alla Commissione
            di non aver ridotto l’importo dell’ammenda per la Dalmine ai sensi del punto 3, primo trattino, degli orientamenti.
         
         
         
         296
         Così, quand’anche sia dimostrato che, nella fattispecie, la Dalmine ha realizzato un numero limitato di vendite su altri mercati
            comunitari teatro dell’infrazione, questa circostanza non basterebbe a rimettere in discussione la sua responsabilità nel
            caso di specie, dal momento che, presenziando alle riunioni del club Europa-Giappone, essa ha aderito o almeno ha fatto credere
            agli altri partecipanti di aderire, in linea di principio, al contenuto dell’accordo anticoncorrenziale ivi convenuto. Orbene,
            risulta dal fascicolo, in particolare dai dati contenuti nella tabella al punto 68 della decisione impugnata, che la ripartizione
            dei mercati prevista dall’intesa è stata attuata, almeno in una certa misura, ed ha avuto per forza di cose un impatto reale
            sulle condizioni della concorrenza sui mercati comunitari.
         
         
         
         297
         Alla luce di ciò, la Commissione ha potuto ragionevolmente concludere che nella fattispecie andavano fissate in funzione della
            gravità ammende di importo uguale per tutte le imprese destinatarie della decisione impugnata. Occorre osservare, inoltre,
            ad ogni buon fine, che sotto questo profilo la Commissione non ha neppure violato il principio della parità di trattamento.
         
         
         
         298
         Tenuto conto dell’insieme degli argomenti e delle circostanze sopra esaminati, il Tribunale, nell’esercizio della sua competenza
            estesa anche al merito, non deve modificare l’importo delle ammende nella fattispecie a motivo delle differenti situazioni
            o dimensioni delle imprese destinatarie della decisione impugnata.
         
         
         
          2. Sulla durata dell’infrazioneArgomenti delle parti
         299
         La Dalmine contesta le valutazioni della Commissione quanto alla durata dell’infrazione. Nonostante le riunioni del club Europa-Giappone
            siano iniziate nel 1977, il periodo dell’infrazione non sarebbe potuto iniziare anteriormente al 1º gennaio 1991, a motivo
            degli accordi di autolimitazione delle esportazioni stipulati tra la Commissione e le autorità giapponesi (punto 108 della
            decisione impugnata). La Dalmine rimprovera, infatti, alla Commissione di non aver ricordato, nella decisione impugnata, che
            il 28 dicembre 1989 la Commissione e il governo giapponese hanno prorogato i detti accordi fino al 31 dicembre 1990.
         
         
         
         300
         La Dalmine ritiene, inoltre, che il periodo dell’infrazione sia terminato verso la fine del 1994, dopo i primi accertamenti
            effettuati dalla Commissione nel dicembre 1994. Essa afferma di non aver mai partecipato successivamente a riunioni con i
            produttori giapponesi.
         
         
         
         301
         In ogni caso, i vizi del procedimento amministrativo osterebbero alla constatazione di un’infrazione in capo alla ricorrente
            dopo gli accertamenti del 1º e 2 dicembre 1994.
         
         
         
         302
         Di conseguenza, la durata dell’infrazione imputabile alla Dalmine dovrebbe essere ridotta a meno di quattro anni, cioè al
            periodo compreso tra il 1º gennaio 1991 e il 2 dicembre 1994. Secondo gli orientamenti per il calcolo delle ammende, si tratterebbe
            di un’infrazione di durata media, che può dar luogo ad una maggiorazione del 10% annuo, ovvero del 30% in totale. La Dalmine
            chiede quindi al Tribunale di ricalcolare l’importo dell’ammenda inflittale.
         
         
         
         303
         La Commissione fa presente che, ai sensi degli orientamenti per il calcolo delle ammende, per le infrazioni la cui durata
            è compresa tra uno e cinque anni (durata «media»), essa può aumentare l’importo di base dell’ammenda fino al 50%. Riguardo
            all’inizio dell’infrazione oggetto del caso di specie, essa si limita ad affermare di averla constatata a partire dal 1990
            incluso.
         
         
         
         304
         Riguardo alla fine dell’infrazione, la Commissione insiste sul fatto che, nella dichiarazione del 17 settembre 1996, il sig.
            Verluca ha ammesso che i contatti con le imprese giapponesi erano cessati da poco più di un anno (punto 142 della decisione
            impugnata). Poiché gli accertamenti sono stati effettuati nel dicembre 1994, la Commissione avrebbe correttamente fissato
            ad almeno 5 anni la durata dell’infrazione commessa dalla Dalmine, dal 1990 al 1994 inclusi.
         
         
         Giudizio del Tribunale
         305
         Si deve rilevare innanzi tutto che la Commissione ha constatato, al punto 108 della decisione impugnata, che essa avrebbe
            potuto accertare l’esistenza dell’infrazione già nel 1977, ma che ha preferito non farlo in quanto esistevano accordi di autolimitazione.
            Così, all’art. 1 della decisione impugnata, essa ha accertato l’esistenza dell’infrazione solamente a partire dal 1990. È
            giocoforza constatare che ciò costituisce una concessione della Commissione alle imprese destinatarie della decisione impugnata.
         
         
         
         306
         È importante notare che nessuna delle parti ha sostenuto dinanzi al Tribunale che tale concessione andasse rimessa in discussione
            nella presente controversia. Di conseguenza, l’esame del Tribunale nell’ambito del presente procedimento non deve vertere
            sulla legittimità o sull’opportunità della detta concessione, bensì soltanto sulla questione se la Commissione, avendola fatta
            espressamente nella motivazione della decisione impugnata, l’abbia applicata correttamente nella fattispecie. Si deve ricordare
            al riguardo che la Commissione deve apportare prove precise e concordanti per corroborare la ferma convinzione che l’infrazione
            dedotta sia stata commessa, visto che è ad essa che incombe l’onere di provare l’esistenza dell’infrazione e, pertanto, la
            sua durata (sentenze della Corte 28 marzo 1984, cause riunite 29/83 e 30/83, CRAM e Rheinzink/Commissione, Racc. pag. 1679,
            punto 20, e 31 marzo 1993, cause riunite C‑89/85, C‑104/85, C‑114/85, C‑116/85, C‑117/85 e da C‑125/85 a C‑129/85, Ahlström
            Osakeytiö e a./Commissione, detta «Pasta di legno II», Racc. pag. I‑1307, punto 127; sentenze del Tribunale 10 marzo 1992,
            cause riunite T‑68/89, T‑77/89 e T‑78/89, SIV e a./Commissione, Racc. pag. II‑1403, punti 193-195, 198-202, 205-210, 220‑232,
            249, 250 e 322-328, e 6 luglio 2000, causa T‑62/98, Volkswagen/Commissione, Racc. pag. II‑2707, punti 43 e 72).
         
         
         
         307
         Quindi, la concessione sopra descritta fa della pretesa cessazione degli accordi di autolimitazione il criterio determinante
            per valutare se dichiarare accertata l’infrazione per il 1990. Siccome si tratta di accordi conclusi a livello internazionale
            tra il governo giapponese, rappresentato dal Ministero internazionale giapponese del Commercio e dell’Industria, e la Comunità,
            rappresentata dalla Commissione, si deve affermare che quest’ultima avrebbe dovuto conservare la documentazione comprovante
            la data in cui i detti accordi hanno perso vigore, così come prescrive il principio di buon andamento dell’amministrazione.
            Essa dovrebbe pertanto essere in grado di produrre questa documentazione dinanzi al Tribunale. La Commissione ha tuttavia
            affermato, dinanzi al Tribunale, di aver effettuato ricerche nei propri archivi, ma di non aver potuto reperire documenti
            attestanti la data di cessazione dei detti accordi.
         
         
         
         308
         Se, in generale, un ricorrente non può trasferire l’onere probatorio al convenuto avvalendosi di circostanze che non è in
            grado di provare, nel caso di specie la nozione di onere probatorio può essere applicata alla Commissione per quanto riguarda
            la data di cessazione degli accordi internazionali da essa conclusi. L’inspiegabile incapacità della Commissione a produrre
            elementi probatori relativi ad una circostanza che la riguarda direttamente impedisce al Tribunale di statuire con cognizione
            di causa sulla data di cessazione. Sarebbe contrario al principio di retta amministrazione della giustizia far sopportare
            le conseguenze di tale incapacità della Commissione alle imprese destinatarie della decisione impugnata, le quali, a differenza
            dell’istituzione convenuta, non erano in condizione di apportare la prova mancante.
         
         
         
         309
         Alla luce di ciò, si deve osservare, eccezionalmente, che incombeva alla Commissione l’onere di provare la data di cessazione.
            Orbene, è giocoforza constatare che la Commissione non ha apportato la prova della data in cui gli accordi di autolimitazione
            hanno perso vigore, né nella decisione impugnata né dinanzi al Tribunale.
         
         
         
         310
         In ogni caso, le ricorrenti giapponesi hanno dedotto elementi probatori che attestano il rinnovo degli accordi di autolimitazione
            fino al 31 dicembre 1990, se non altro a livello giapponese, il che corrobora la tesi della ricorrente nel presente procedimento
            (sentenza JFE Engineering e a./Commissione, cit. nel precedente punto 111, punto 345). Si deve affermare che il Tribunale,
            in cause riunite in cui ogni parte ha avuto l’occasione di consultare l’insieme dei fascicoli, può tener conto d’ufficio degli
            elementi probatori risultanti dai fascicoli delle cause parallele (v., in tal senso, sentenze del Tribunale 13 dicembre 1990,
            causa T‑113/89, Nefarma e Bond van Groothandelaren in het Farmaceutische Bedrijf/Commissione, Racc. pag. II‑797, punto 1,
            e causa T‑116/89, Prodifarma e a./Commissione, Racc. pag. II‑843, punto 1). Orbene, nella fattispecie il Tribunale è indotto
            a pronunciarsi su cause riunite ai fini della trattazione orale aventi ad oggetto una medesima decisione d’infrazione e in
            cui tutte le ricorrenti hanno chiesto la riduzione dell’importo delle ammende cui sono state condannate. Così, il Tribunale
            è ufficialmente a conoscenza, nella presente controversia, degli elementi probatori prodotti dalle quattro ricorrenti giapponesi.
         
         
         
         311
         Si deve rilevare, peraltro, che la Dalmine chiede al Tribunale non soltanto di annullare la decisione impugnata relativamente
            alla durata dell’infrazione constatata al suo art. 1, ma anche di ridurre, nell’esercizio della sua competenza estesa anche
            al merito, sancita, in conformità all’art. 229 CE, dall’art. 17 del regolamento n. 17, l’importo dell’ammenda ad essa inflitta
            in considerazione di tale minor durata. Detta competenza implica che il Tribunale, allorché riforma l’atto impugnato modificando
            l’importo delle ammende inflitte dalla Commissione, deve tener conto di tutti gli elementi di fatto rilevanti (sentenza Limburgse
            Vinyl Maatschappij e a./Commissione, cit. nel precedente punto 282, punto 692). Alla luce di ciò e dal momento che tutte le
            ricorrenti hanno contestato il fatto che la Commissione ha considerato accertata l’infrazione dal 1° gennaio 1990, non sarebbe
            congruo che il Tribunale valuti isolatamente la situazione delle varie ricorrenti nelle circostanze di specie limitandosi
            ai soli elementi di fatto di cui esse hanno scelto di avvalersi per perorare la propria causa, trascurando quelli che altre
            ricorrenti o la Commissione abbiano potuto invocare.
         
         
         
         312
         Peraltro né la Dalmine né, a maggior ragione, la Commissione hanno preteso che gli accordi di autolimitazione fossero ancora
            in vigore nel 1991.
         
         
         
         313
         Occorre perciò considerare, ai fini del presente procedimento, che gli accordi di autolimitazione conclusi tra la Commissione
            e le autorità giapponesi sono rimasti in vigore nel corso del 1990.
         
         
         
         314
         Da quanto precede risulta che, alla luce della concessione fatta dalla Commissione nella decisione impugnata, la durata dell’infrazione
            constatata all’art. 1 della decisione impugnata dev’essere ridotta di un anno. Così, il detto art. 1 dev’essere annullato
            nella parte in cui afferma l’esistenza dell’infrazione contestata alla Dalmine per il periodo anteriore al 1° gennaio 1991.
         
         
         
         315
         Per quanto riguarda la data di cessazione dell’infrazione, occorre osservare che in udienza, in risposta ad un quesito del
            Tribunale, la Commissione ha precisato che, nella decisione impugnata, l’anno 1995 non è stato preso in considerazione ai
            fini del calcolo dell’importo delle ammende. La Dalmine ha poi dichiarato di accettare quest’interpretazione della decisione
            impugnata.
         
         
         
         316
         Di conseguenza, l’unico disaccordo tra le parti della presente controversia attiene alla questione se la Commissione potesse
            dichiarare accertata l’infrazione di cui all’art. 1 della decisione impugnata successivamente alle ispezioni, vale a dire
            dopo il 1° e il 2 dicembre 1994. Orbene, è stato statuito in precedenza, al punto 112, che l’argomentazione della Dalmine
            riguardo all’infrazione di cui all’art. 1 della decisione impugnata è inconferente, in quanto la detta infrazione è durata
            solo una trentina di giorni dopo gli accertamenti. In ogni caso, quand’anche gli argomenti della Dalmine in merito fossero
            fondati, non sarebbe necessario rettificare l’importo della sua ammenda per tener conto di una differenza di durata tanto
            insignificante.
         
         
         
         317
         Ne discende che si deve dichiarare che l’infrazione di cui all’art. 1 della decisione impugnata è durata 4 anni, dal 1° gennaio
            1991 al 1° gennaio 1995. In considerazione di questa circostanza si deve allora ridurre l’importo dell’ammenda inflitta alla
            Dalmine.
         
         
         
          3. Sull’omessa considerazione di alcune circostanze attenuantiArgomenti delle parti
         318
         La Dalmine censura la Commissione per non aver preso in considerazione circostanze attenuanti che giustificavano una riduzione
            dell’importo dell’ammenda. È vero che la Commissione avrebbe tenuto conto, a titolo di circostanza attenuante, della situazione
            di crisi dell’industria siderurgica e avrebbe per questo diminuito l’importo dell’ammenda del 10%. Altre circostanze avrebbero
            tuttavia giustificato una diminuzione più rilevante dell’importo dell’ammenda inflitta alla ricorrente.
         
         
         
         319
         La Dalmine fa valere precisamente il suo ruolo minore ed esclusivamente passivo nell’infrazione, gli scarsi effetti di questa
            nonché la sua immediata cessazione a partire dai primi accertamenti della Commissione, il 1º e il 2 dicembre 1994. Essa sostiene
            inoltre che, tenuto conto della struttura del mercato e della concorrenza che regnava sia sul mercato italiano che in tutta
            la Comunità, non la si potrebbe accusare di aver commesso un’infrazione intenzionalmente.
         
         
         
         320
         Non essendosi tenuto conto di tali elementi, l’importo dell’ammenda irrogata sarebbe manifestamente sproporzionato rispetto
            alla partecipazione della ricorrente all’infrazione. La Dalmine fa valere che l’importo di base dell’ammenda equivale al 16%
            del prodotto totale delle sue vendite dei prodotti in questione nel 1998 (179,5 miliardi di lire italiane) sul mercato mondiale,
            al 38% di quelle effettuate sul mercato comunitario e al 95% di quelle realizzate durante il periodo dell’infrazione in Germania,
            in Francia, in Italia e nel Regno Unito.
         
         
         
         321
         Secondo la Commissione, il fatto di aver posto fine ai comportamenti illeciti in seguito alle prime ispezioni non è una circostanza
            attenuante. Il ruolo secondario e la pretesa autonomia della ricorrente in seno al cartello, poi, non sarebbero per nulla
            rilevanti.
         
         
         
         322
         La Dalmine non potrebbe, invero, attenuare la sua responsabilità facendo valere quella delle altre destinatarie della decisione
            impugnata. Essa non si sarebbe mai dissociata apertamente dal cartello, né si sarebbe limitata ad un ruolo passivo. Al contrario,
            avrebbe proposto di risolvere «a livello europeo» le questioni sollevate dal ritiro dal mercato della Corus.
         
         
         
         323
         La Commissione afferma che l’intenzionalità dell’infrazione imputata alla Dalmine è incontestabile. Non sarebbe necessario
            provare che la ricorrente fosse consapevole di violare l’art. 81, n. 1, CE. Al contrario, basterebbe dimostrare che essa non
            poteva ignorare che il comportamento in questione avesse ad oggetto la restrizione della concorrenza (sentenze della Corte
            11 luglio 1989, causa 246/86, Belasco e a./Commissione, Racc. pag. 2117, punto 41, e 1º febbraio 1978, causa 19/77, Miller,
            Racc. pag. 131). Sarebbe inverosimile che un’impresa come la Dalmine possa non essere stata consapevole delle regole più elementari
            vigenti in materia di divieto di pratiche restrittive della concorrenza (v., al riguardo, il punto 1, parte A, degli orientamenti
            per il calcolo delle ammende).
         
         
         Giudizio del Tribunale
         324
         Si deve ricordare innanzi tutto che nella fattispecie la Commissione ha accordato una riduzione del 10% dell’importo dell’ammenda
            a motivo di una circostanza attenuante, cioè la situazione di crisi dell’industria siderurgica all’epoca dei fatti.
         
         
         
         325
         Occorre ricordare, poi, che nel fissare l’importo delle ammende la Commissione deve conformarsi al tenore dei suoi propri
            orientamenti. Tali orientamenti non indicano, tuttavia, che la Commissione debba sempre considerare singolarmente ciascuna
            delle circostanze attenuanti enumerate al punto 3. Infatti, il detto punto, intitolato «Circostanze attenuanti», prevede la
            «riduzione dell’importo di base per circostanze attenuanti quali: (…)». Occorre considerare che, sebbene le circostanze elencate
            al punto 3 degli orientamenti per il calcolo delle ammende siano senz’altro tra quelle che possono essere prese in considerazione
            dalla Commissione in un determinato caso, quest’ultima non è obbligata ad accordare un’ulteriore riduzione a tale titolo in
            maniera automatica ogni qual volta un’impresa avanza elementi indicanti il verificarsi di tali circostanze. Invero l’adeguatezza
            di un’eventuale riduzione dell’ammenda a titolo di circostanze attenuanti dev’essere valutata tenendo complessivamente conto
            di tutte le circostanze rilevanti.
         
         
         
         326
         In proposito occorre ricordare, infatti, la giurisprudenza anteriore all’adozione degli orientamenti per il calcolo delle
            ammende secondo la quale la Commissione dispone di un potere discrezionale che le permette di prendere o no in considerazione
            alcuni elementi allorché fissa l’importo delle ammende che intende infliggere, in funzione soprattutto delle circostanze di
            specie (v., in tal senso, ordinanza SPO e a./Commissione, cit. nel precedente punto 282, punto 54, e sentenze Ferriere Nord/Commissione,
            cit. nel precedente punto 282, punti 32 e 33, e Limburgse Vinyl Maatschappij e a./Commissione, cit. nel precedente punto 282,
            punto 465; v., anche, in tal senso, sentenza KNP BT/Commissione, cit. nel precedente punto 282, punto 68). Così, in mancanza
            di un’indicazione imperativa negli orientamenti riguardo alle circostanze attenuanti che possono essere prese in considerazione,
            si deve rilevare che la Commissione ha conservato un certo potere discrezionale per valutare in maniera globale l’importanza
            di un’eventuale riduzione dell’importo delle ammende a titolo di circostanze attenuanti.
         
         
         
         327
         In ogni caso, è sufficiente osservare, per quanto riguarda l’argomentazione della Dalmine relativa al suo ruolo minore e passivo
            nell’infrazione di cui all’art. 1 della decisione impugnata nonché alla sua pretesa autonomia d’azione, che una risposta in
            merito è già stata fornita nei precedenti punti 280‑297. Allo stesso modo le censure vertenti sull’esiguità degli effetti
            di questa infrazione e sull’inadeguatezza dell’ammenda in generale sono state già esaminate ai punti 258‑272.
         
         
         
         328
         Quanto all’argomento relativo alla cessazione immediata dell’infrazione, si deve sottolineare che l’«aver posto fine alle
            attività illecite sin dai primi interventi della Commissione», di cui al punto 3 degli orientamenti per il calcolo delle ammende,
            può logicamente costituire una circostanza attenuante solo se esistono motivi per supporre che le imprese in causa siano state
            incitate a porre fine ai loro comportamenti anticoncorrenziali dagli interventi in questione. Infatti è evidente che la finalità
            di questa disposizione è di incoraggiare le imprese a porre termine ai loro comportamenti anticoncorrenziali non appena la
            Commissione apra un’indagine al riguardo.
         
         
         
         329
         Da quanto precede risulta, in particolare, che una riduzione dell’importo dell’ammenda a tale titolo non può essere applicata
            nel caso in cui l’infrazione sia già terminata anteriormente ai primi interventi della Commissione o nel caso in cui una decisione
            definitiva di porvi fine sia già stata adottata dalle imprese interessate prima della detta data.
         
         
         
         330
         Invero, l’applicazione di una riduzione in tali circostanze si cumulerebbe con la valutazione, prevista dagli orientamenti
            per il calcolo delle ammende, della durata delle infrazioni ai fini del calcolo delle ammende. Tale valutazione risponde precisamente
            allo scopo di sanzionare le imprese che infrangono le regole sulla concorrenza per parecchio tempo con maggior severità delle
            imprese autrici di infrazioni di breve durata. Così, la riduzione dell’importo di un’ammenda perché un’impresa ha cessato
            i suoi comportamenti illeciti prima che la Commissione intraprendesse le sue verifiche finirebbe con il favorire una seconda
            volta i responsabili delle infrazioni di breve durata.
         
         
         
         331
         Nella fattispecie si deve osservare che, nella sentenza JFE Engineering e a./Commissione, cit. nel precedente punto 111, il
            Tribunale ha dichiarato, alla luce dei motivi e degli argomenti dedotti dalle ricorrenti nelle dette cause, che non si poteva
            constatare l’esistenza di un’infrazione a loro carico dopo il 1° luglio 1994 perché non esistevano prove dello svolgimento
            di una riunione del club Europa‑Giappone nell’autunno 1994 in Giappone, come era stato fatto fino ad allora. Se ne inferisce
            che l’infrazione era probabilmente già cessata o almeno stava per cessare allorquando la Commissione, nei giorni 1° e 2 dicembre
            1994, ha proceduto alle ispezioni.
         
         
         
         332
         Di conseguenza, il fatto che i comportamenti illeciti costituenti l’infrazione di cui all’art. 1 della decisione impugnata
            non siano continuati dopo le prime ispezioni da parte della Commissione non giustifica una riduzione dell’ammenda inflitta
            alla Dalmine nelle circostanze del caso di specie.
         
         
         
         333
         Quanto agli argomenti della Dalmine secondo i quali essa non avrebbe commesso deliberatamente l’infrazione di cui all’art. 1
            della decisione impugnata, si deve osservare che la Commissione ha dimostrato che essa ha aderito ad un accordo dall’oggetto
            anticoncorrenziale. Orbene, nel caso di un accordo finalizzato a restringere la concorrenza, la partecipazione ad esso di
            un’impresa non può che essere intenzionale, a prescindere da qualsiasi possibile considerazione di ordine strutturale. D’altro
            canto, secondo la giurisprudenza, le imprese non possono giustificare la loro partecipazione ad un’infrazione delle regole
            sulla concorrenza sostenendo di esservi state indotte dal comportamento di altri operatori economici (v., in tal senso, sentenza
            «Cemento», cit. nel precedente punto 44, punto 2257). La Dalmine non può, allora, appellarsi alla struttura del mercato o
            al comportamento delle sue concorrenti per discolparsi nella fattispecie.
         
         
         
         334
         Alla luce di tutto ciò, e atteso che la Commissione ha già ridotto le ammende per tener conto della circostanza attenuante
            costituita dalla situazione di crisi economica nel settore dei tubi di acciaio (punti 168 e 169 della decisione impugnata),
            vanno respinte tutte le censure della Dalmine vertenti sulla mancata ulteriore riduzione dell’ammenda a titolo di altre pretese
            circostanze attenuanti.
         
         
         
          4. Sulla cooperazione della Dalmine durante il procedimento amministrativoArgomenti delle parti
         335
         La Dalmine asserisce che la Commissione non ha rispettato la comunicazione sulla cooperazione. Essa sostiene che la Commissione
            ha violato il principio della parità di trattamento nei suoi confronti. Ritenendo di trovarsi in una situazione paragonabile
            a quella della Vallourec, la Dalmine rimprovera alla Commissione di non averle accordato una diminuzione dell’importo dell’ammenda
            per la sua collaborazione all’indagine.
         
         
         
         336
         Essa ricorda in particolare che il 4 aprile 1997, in risposta ai quesiti della Commissione durante i suoi primi accertamenti,
            aveva dichiarato alla detta istituzione che: «[I fundamentals] poss[o]no riflettere la posizione dell’industria comunitaria
            dei tubi in acciaio senza saldatura (...) Questa posizione si è sviluppata su due linee: attuazione di un processo di razionalizzazione
            (...); contatti con l’industria giapponese la cui capacità produttiva superava la domanda. I contatti si riferivano all’esportazione
            di tubi (specialmente quelli per l’industria petrolifera) in aree diverse dalla CE (quali Russia e Cina) e volgevano anche
            a limitare l’esportazione di tubi alla CE in seguito alla chiusura degli impianti di [Corus] e quindi a proteggere l’industria
            comunitaria dei tubi senza saldatura» (allegato 3 al ricorso e punto 65 della decisione impugnata).
         
         
         
         337
         Tali informazioni dimostrerebbero la portata della sua collaborazione all’indagine. Nessuna considerazione obiettiva consentirebbe
            di giustificare una disparità di trattamento tra la Vallourec e la Dalmine al riguardo.
         
         
         
         338
         La Commissione respinge le dette affermazioni e rinvia ai motivi enunciati ai punti 172 e 173 della decisione impugnata per
            non concedere una riduzione supplementare dell’importo dell’ammenda. Essa ricorda, infatti, che una tale riduzione può essere
            concessa solo alle imprese che con la loro attiva collaborazione abbiano facilitato l’accertamento dell’infrazione (sentenza
            SCA Holding/Commissione, cit. nel precedente punto 277, punto 156). La cooperazione della Dalmine non sarebbe stata determinante
            per l’indagine, poiché tale impresa si sarebbe limitata a non contestare i fatti materiali accertati dalla Commissione.
         
         
         
         339
         Il comportamento della Vallourec non può essere paragonato a quello della Dalmine. La Vallourec sarebbe stata la sola impresa
            a comunicare elementi sostanziali sull’esistenza e sul contenuto dell’intesa sanzionata. Tali elementi avrebbero facilitato
            considerevolmente il compito della Commissione riguardo all’accertamento delle infrazioni.
         
         
         Giudizio del Tribunale
         340
         Secondo una consolidata giurisprudenza, la Commissione non può, nell’ambito della valutazione della cooperazione fornita dalle
            imprese, violare il principio della parità di trattamento, principio generale del diritto comunitario che, sempre per consolidata
            giurisprudenza, è trasgredito tutte le volte in cui situazioni analoghe sono trattate in maniera differenziata o situazioni
            diverse sono trattate in maniera identica, a meno che un tale trattamento non sia giustificato da ragioni oggettive (sentenza
            del Tribunale 13 dicembre 2001, cause riunite T‑45/98 e T‑47/98, Krupp Thyssen Stainless e Acciai speciali Terni/Commissione,
            Racc. pag. II‑3757, punto 237 e giurisprudenza ivi citata).
         
         
         
         341
         Si deve anche ricordare che, per giustificare la riduzione dell’importo di un’ammenda a titolo di cooperazione, il comportamento
            di un’impresa deve agevolare il compito della Commissione consistente nell’accertare e reprimere infrazioni alle norme comunitarie
            sulla concorrenza (sentenza del Tribunale 14 maggio 1998, causa T‑347/94, Mayr-Melnhof/Commissione, Racc. pag. II‑1751, punto 309
            e giurisprudenza ivi citata)
         
         
         
         342
         Occorre ricordare nella fattispecie che le dichiarazioni del sig. Verluca, rese nella sua qualità di rappresentante della
            Vallourec in risposta ai quesiti ad essa posti dalla Commissione, sono elementi probatori di primaria importanza nel fascicolo
            della presente controversia.
         
         
         
         343
         Certo, qualora le imprese forniscano alla Commissione, al medesimo stadio del procedimento amministrativo e in circostanze
            analoghe, informazioni di ugual tipo concernenti i fatti loro addebitati, le loro attività di cooperazione devono essere ritenute
            di livello equivalente (v., per analogia, sentenza Krupp Thyssen Stainless e Acciai speciali Terni/Commissione, cit. nel precedente
            punto 340, punti 243 e 245).
         
         
         
         344
         Le risposte ai quesiti fornite dalla Dalmine, sebbene siano state di una certa utilità per la Commissione, non fanno che confermare,
            tuttavia in maniera meno precisa ed esplicita, alcune informazioni già fornite dalla Vallourec mediante le dichiarazioni del
            sig. Verluca.
         
         
         
         345
         Si deve pertanto considerare che le informazioni fornite alla Commissione dalla Dalmine prima dell’invio della CdA non possono
            essere paragonate a quelle fornite dalla Vallourec e non sono sufficienti a giustificare una riduzione dell’ammenda della
            Dalmine superiore al 20% già accordatole a titolo di mancata contestazione dei fatti. Invero, anche se tale mancata contestazione
            dei fatti ha potuto facilitare notevolmente il lavoro della Commissione, non è stato così per quanto concerne le informazioni
            fornite dalla Dalmine prima dell’emissione della CdA.
         
         
         
         346
         Ne consegue che il presente motivo dev’essere respinto.
         
         Sul calcolo dell’ammenda
         347
         Da quanto precede risulta che l’ammenda inflitta alla Dalmine dev’essere ridotta in quanto la durata dell’infrazione constatata
            all’art. 1 della decisione impugnata è fissata, nel presente giudizio, a quattro anni anziché a cinque.
         
         
         
         348
         Il metodo di calcolo dell’importo delle ammende stabilito negli orientamenti e seguito dalla Commissione nel caso di specie
            non è di per sé in contestazione, sicché il Tribunale, nell’esercizio della sua competenza estesa anche al merito, intende
            applicarlo alla luce della conclusione svolta al punto precedente.
         
         
         
         349
         Così, l’importo di base dell’ammenda è fissato a 10 milioni di euro, maggiorato del 10% per ogni anno di infrazione, ossia
            in totale del 40%, per cui si giunge ad un importo di 14 milioni di euro. Detto importo deve poi essere ridotto del 10% a
            titolo di circostanze attenuanti, conformemente ai punti 168 e 169 della decisione impugnata, e poi del 20% a titolo di cooperazione,
            per un importo finale, per la Dalmine, di EUR 10 080 000 anziché di EUR 10 800 000.
         
         
         
         Sulle spese350
         Ai sensi dell’art. 87, n. 3, del regolamento di procedura, il Tribunale può ripartire le spese o decidere che ciascuna parte
            sopporti le proprie spese se le parti soccombono rispettivamente su uno o più capi di domanda. Poiché nel caso di specie ciascuna
            parte è risultata effettivamente soccombente su uno o più capi di domanda, si deve statuire che la ricorrente e la Commissione
            sopporteranno ciascuna le proprie spese.
         
         
         
         Per questi motivi, 
         
         
         
            
            IL TRIBUNALE (Seconda Sezione)
         
         
          dichiara e statuisce:
         
            
            
            
               1)
                  L’art. 1, n. 2, della decisione della Commissione 8 dicembre 1999, 2003/382/CE, relativa ad un procedimento d’applicazione
                     dell’articolo 81 CE (Caso IV/E‑1/35.860‑B Tubi d’acciaio senza saldatura), è annullato nella parte in cui accerta in capo
                     alla ricorrente l’esistenza dell’infrazione sanzionata da tale disposizione anteriormente al 1º gennaio 1991.
                  
               
            
            
            
            
               2)
                  L’importo dell’ammenda inflitta alla ricorrente all’art. 4 della decisione 2003/382 è fissato a EUR 10 080 000.
               
            
            
            
            
               3)
                  Per il resto il ricorso è respinto.
               
            
            
            
            
               4)
                  La ricorrente e la Commissione sopporteranno ciascuna le proprie spese.
               
            
            
                  Forwood
               
               
                  Pirrung 
               
               
                  Meij 
               
            
                  
               
               
                  
               
               
                  
               
            
                  
               
               
                  
               
               
                  
               
            
                  
               
               
                  
               
               
                  
               
            
                  
               
               
                  
               
               
                  
               
            
            
            
            
            
            
            
            
         
         
          Così deciso e pronunciato a Lussemburgo l'8 luglio 2004.
         
         
         
         
                  Il cancelliere
               
               
                  Il presidente
               
            
         
         
         
                  H. Jung
               
               
                  J. Pirrung
               
            
         
            Indice
         
         
                  Fatti e procedimento 
                     
               
            
                          
                        Procedimento dinanzi al Tribunale
                     
               
            
                  Conclusioni delle parti
                     
               
            
                  Sulla domanda di annullamento della decisione impugnata
                     
               
            
                      
                        1.  Sui motivi attinenti alla violazione delle forme sostanziali nel corso del procedimento amministrativo
                     
               
            
                              
                        Sulla legittimità dei quesiti posti dalla Commissione in sede di accertamenti
                     
               
            
                                  
                        –  Argomenti delle parti
                     
               
            
                                  
                        –  Giudizio del Tribunale
                     
               
            
                          
                        Sulla concordanza tra la CdA e la decisione impugnata relativamente agli elementi probatori dedotti
                     
               
            
                              
                        Argomenti delle parti
                     
               
            
                              
                        Giudizio del Tribunale
                     
               
            
                          
                        Sull’ammissibilità di alcuni elementi probatori
                     
               
            
                              
                        Sul documento «Sharing key»
                     
               
            
                                  
                        –  Argomenti delle parti
                     
               
            
                                  
                        –  Giudizio del Tribunale
                     
               
            
                              
                        Sui verbali degli interrogatori degli ex dirigenti della Dalmine
                     
               
            
                                  
                        –  Argomenti delle parti
                     
               
            
                                  
                        –  Giudizio del Tribunale
                     
               
            
                              
                        Sulla legittimità della decisione di accertamento della Commissione 25 novembre 1994
                     
               
            
                                  
                        –  Argomenti delle parti
                     
               
            
                                  
                        –  Giudizio del Tribunale
                     
               
            
                          
                        Sulla consultazione del fascicolo
                     
               
            
                                  
                        –  Argomenti delle parti
                     
               
            
                                  
                        –  Giudizio del Tribunale
                     
               
            
                      
                        2.  Sui motivi di merito
                     
               
            
                          
                        Sui motivi ultronei della decisione impugnata
                     
               
            
                              
                        Argomenti delle parti
                     
               
            
                              
                        Giudizio del Tribunale
                     
               
            
                          
                        Sull’infrazione constatata all’art. 1 della decisione impugnata (club Europa‑Giappone)
                     
               
            
                              
                        Sui motivi attinenti all’analisi del mercato rilevante e del comportamento su quest’ultimo delle destinatarie della decisione
                           impugnata
                        
                     
               
            
                                  
                        –  Argomenti delle parti
                     
               
            
                                  
                        –  Giudizio del Tribunale
                     
               
            
                              
                        Sulla partecipazione della Dalmine all’infrazione
                     
               
            
                                  
                        –  Argomenti delle parti
                     
               
            
                                  
                        –  Giudizio del Tribunale
                     
               
            
                          
                        Sull’infrazione di cui all’art. 2 della decisione impugnata
                     
               
            
                              
                        Sulle clausole del contratto di fornitura concluso tra la Corus e la Dalmine
                     
               
            
                                  
                        –  Argomenti delle parti
                     
               
            
                                  
                        –  Giudizio del Tribunale
                     
               
            
                              
                        Sui motivi attinenti all’esistenza di un’intesa e alla partecipazione alla stessa della Dalmine
                     
               
            
                                  
                        –  Argomenti delle parti
                     
               
            
                                  
                        –  Giudizio del Tribunale
                     
               
            
                              
                        Sui motivi attinenti al mercato rilevante e al rapporto esistente con l’infrazione di cui all’art. 1 della decisione impugnata
                     
               
            
                                  
                        –  Argomenti delle parti
                     
               
            
                                  
                        –  Giudizio del Tribunale
                     
               
            
                  Sulla domanda di annullamento dell’ammenda ovvero di riduzione del suo importo
                     
               
            
                      
                        1.  Sulla gravità dell’infrazione
                     
               
            
                          
                        Sulla definizione del mercato rilevante e sugli effetti dell’infrazione
                     
               
            
                              
                        Argomenti delle parti
                     
               
            
                              
                        Giudizio del Tribunale
                     
               
            
                          
                        Sulla valutazione del comportamento individuale delle imprese e sulla mancata distinzione tra le stesse in funzione delle
                           loro dimensioni
                        
                     
               
            
                              
                        Argomenti delle parti
                     
               
            
                              
                        Giudizio del Tribunale
                     
               
            
                      
                        2.  Sulla durata dell’infrazione
                     
               
            
                          
                        Argomenti delle parti
                     
               
            
                          
                        Giudizio del Tribunale
                     
               
            
                      
                        3.  Sull’omessa considerazione di alcune circostanze attenuanti
                     
               
            
                          
                        Argomenti delle parti
                     
               
            
                          
                        Giudizio del Tribunale
                     
               
            
                      
                        4.  Sulla cooperazione della Dalmine durante il procedimento amministrativo
                     
               
            
                          
                        Argomenti delle parti
                     
               
            
                          
                        Giudizio del Tribunale
                     
               
            
                  Sul calcolo dell’ammenda
                     
               
            
                  Sulle spese
                     
               
            
      
          1 –
            
            Lingua processuale: l'italiano.
         
      2 –
         
          	I motivi della presente sentenza relativi ai fatti all'origine della controversia non sono riprodotti. Questi ultimi sono
            esposti ai punti 2-33 della sentenza del Tribunale 8 luglio 2004, cause riunite T-67/00, T-68/00, T-71/00 e T-78/00, JFE Engineering
            e a./Commissione (Racc. pag. II-2501).