CELEX: 62010CJ0188
Language: it
Date: 2010-06-22
Title: Sentenza della Corte (grande sezione) del 22 giugno 2010.#Aziz Melki (C-188/10) e Sélim Abdeli (C-189/10).#Domande di pronuncia pregiudiziale: Cour de cassation - Francia.#Rinvio pregiudiziale – Art. 267 TFUE – Esame della conformità di una legge nazionale sia con il diritto dell’Unione, sia con la Costituzione nazionale – Regime nazionale che prevede il carattere prioritario di un procedimento incidentale di legittimità costituzionale – Art. 67 TFUE – Libera circolazione delle persone – Soppressione del controllo alle frontiere interne – Regolamento (CE) n. 562/2006 – Artt. 20 e 21 – Regime nazionale che autorizza controlli d’identità nella zona compresa tra la frontiera terrestre della Francia con gli Stati parti della convenzione di Schengen ed una linea tracciata a 20 chilometri da tale frontiera.#Cause riunite C-188/10 e C-189/10.

SENTENZA 22. 6. 2010 – CAUSE RIUNITE C-188/10 E C-189/10
      MELKI E ABDELI
      SENTENZA DELLA CORTE (Grande Sezione)
      22 giugno 2010 (*)
      
      «Rinvio pregiudiziale – Art. 267 TFUE – Esame della conformità di una legge nazionale sia con il diritto dell’Unione, sia con la Costituzione nazionale – Regime nazionale che prevede il carattere prioritario di un procedimento incidentale di legittimità costituzionale – Art. 67 TFUE – Libera circolazione delle persone – Soppressione del controllo alle frontiere interne – Regolamento (CE) n. 562/2006 – Artt. 20 e 21 – Regime nazionale che autorizza controlli d’identità nella zona compresa tra la frontiera terrestre della Francia con gli
         Stati parti della convenzione di Schengen ed una linea tracciata a 20 chilometri da tale frontiera»
      
      Nei procedimenti riuniti C‑188/10 e C‑189/10,
      aventi ad oggetto le domande di pronuncia pregiudiziale proposte alla Corte, ai sensi dell’art. 267 TFUE, dalla Cour de cassation
         (Francia), con decisioni 16 aprile 2010, pervenute in cancelleria lo stesso giorno, nei procedimenti a carico di
      
      Aziz Melki (C‑188/10),
      
      Sélim Abdeli (C‑189/10),
      
      LA CORTE (Grande Sezione),
      composta dal sig. V. Skouris, presidente, dai sigg. J.N. Cunha Rodrigues, K. Lenaerts, J.-C. Bonichot, dalle sig.re R. Silva
         de Lapuerta e C. Toader, presidenti di sezione, dai sigg. K. Schiemann, E. Juhász, T. von Danwitz (relatore), J.‑J. Kasel
         e M. Safjan, giudici,
      
      avvocato generale: sig. J. Mazák
      cancelliere: sig. M.-A. Gaudissart, capounità
      vista l’ordinanza del presidente della Corte 12 maggio 2010, con la quale si decide di trattare i rinvii pregiudiziali secondo
         un procedimento accelerato, conformemente agli artt. 23 bis dello Statuto della Corte di giustizia dell’Unione europea e 104
         bis, primo comma, del regolamento di procedura,
      
      vista la fase scritta del procedimento e in seguito all’udienza del 2 giugno 2010,
      considerate le osservazioni presentate:
      –        per i sigg. Melki e Abdeli, dall’avv. R. Boucq, avocat ;
      –        per il governo francese, dalla sig.ra E. Belliard, dal sig. G. de Bergues e dalla sig.ra B. Beaupère-Manokha, in qualità di
         agenti;
      
      –        per il governo belga, dalle sig.re C. Pochet e M. Jacobs nonché dal sig. T. Materne, in qualità di agenti, assistiti dall’avv. F.
         Tulkens, avocat;
      
      –        per il governo ceco, dal sig. M. Smolek, in qualità di agente;
      –        per il governo tedesco, dai sigg. J. Möller, B. Klein e N. Graf Vitzthum, in qualità di agenti;
      –        per il governo ellenico, dalle sig.re T. Papadopoulou e L. Kotroni, in qualità di agenti;
      –        per il governo dei Paesi Bassi, dalle sig.re C. Wissels e M. de Ree, in qualità di agenti;
      –        per il governo polacco, dalla sig.ra J. Faldyga nonché dai sigg. M. Jarosz e M. Szpunar, in qualità di agenti ;
      –        per il governo slovacco, dalla sig.ra B. Ricziová, in qualità di agente;
      –        per la Commissione europea, dai sigg. J.-P. Keppenne e M. Wilderspin, in qualità di agenti;
      sentito l’avvocato generale,
      ha pronunciato la seguente
      Sentenza
      1        Le domande di pronuncia pregiudiziale vertono sull’interpretazione degli artt. 67 TFUE e 267 TFUE. 
      
      2        Dette domande sono state presentate nell’ambito di due procedimenti avviati a carico, rispettivamente, dei sigg. Melki e Abdeli,
         entrambi di cittadinanza algerina, e volti ad ottenere la proroga del loro mantenimento in custodia in locali non di competenza
         dell’amministrazione penitenziaria.
      
       Contesto normativo
       Il diritto dell’Unione
      3        A termini del preambolo del protocollo (n. 19) sull’acquis di Schengen integrato nell’ambito dell’Unione europea, allegato
         al Trattato di Lisbona (GU 2010, C 83, pag. 290, in prosieguo il «protocollo n.19»:
      
      «Le Alte Parti contraenti
      rilevando che gli accordi relativi all’eliminazione graduale dei controlli alle frontiere comuni firmati da alcuni Stati membri
         dell’Unione europea a Schengen il 14 giugno 1985 e il 19 giugno 1990, nonché gli accordi connessi e le norme adottate sulla
         base dei suddetti accordi, sono stati integrati nell’ambito dell’Unione europea dal trattato di Amsterdam del 2 ottobre 1997,
      
      desiderose di preservare l’acquis di Schengen, sviluppato dall’entrata in vigore del trattato di Amsterdam, e di sviluppare
         tale acquis per contribuire alla realizzazione dell’obiettivo di offrire ai cittadini dell’Unione uno spazio di libertà, sicurezza
         e giustizia, senza frontiere interne,
      
      (...)
      hanno convenuto le disposizioni seguenti, che sono allegate al trattato sull’Unione europea e al trattato sul funzionamento
         dell’Unione europea».
      
      4        L’art. 2 di questo protocollo enuncia:
      
      «L’acquis di Schengen si applica agli Stati membri di cui all’articolo 1, fatte salve le disposizioni dell’articolo 3 dell’atto
         di adesione del 16 aprile 2003 e dell’articolo 4 dell’atto di adesione del 25 aprile 2005. Il Consiglio si sostituisce al
         comitato esecutivo istituito dagli accordi di Schengen».
      
      5        Fa parte di detto acquis, segnatamente, la convenzione d’applicazione dell’accordo Schengen, del 14 giugno 1985, tra i governi
         degli Stati dell’Unione economica Benelux, della Repubblica federale di Germania e della Repubblica francese relativa all’eliminazione
         graduale dei controlli alle frontiere comuni (GU 2000, L 239, pag. 19), firmata a Schengen (Lussemburgo) il 19 giugno 1990
         (in prosieguo la «convenzione di Schengen»), il cui art. 2 riguardava l’attraversamento delle frontiere interne.
      
      6        Ai sensi dell’art. 2, nn. 1-3, della convenzione di Schengen:
      
      «1. Le frontiere interne possono essere attraversate in qualunque luogo senza che venga effettuato il controllo delle persone.
      2. Tuttavia, per esigenze di ordine pubblico o di sicurezza nazionale, una Parte contraente può, previa consultazione delle
         altre Parti contraenti, decidere che, per un periodo limitato, alle frontiere interne siano effettuati controlli di frontiera
         nazionali adeguati alla situazione. Se per esigenze di ordine pubblico o di sicurezza nazionale s’impone un’azione immediata,
         la Parte contraente interessata adotta le misure necessarie e ne informa il più rapidamente possibile le altre Parti contraenti.
      
      3. La soppressione del controllo delle persone alle frontiere interne non pregiudica l’applicazione delle disposizioni dell’articolo
         22, né l’esercizio delle competenze di polizia da parte delle autorità competenti in applicazione della legislazione di ciascuna
         Parte contraente in tutto il suo territorio, né l’obbligo di essere in possesso, di portare con sé e di esibire titoli e documenti
         previsti dalla legislazione di detta Parte contraente».
      
      7        L’art. 2 della convenzione di Schengen è stato abrogato con decorrenza dal 13 ottobre 2006, conformemente all’art. 39, n. 1,
         del regolamento (CE) del Parlamento europeo e del Consiglio 15 marzo 2006, n. 562, che istituisce un codice comunitario relativo
         al regime di attraversamento delle frontiere da parte delle persone (codice frontiere Schengen, GU L 105, pag. 1).
      
      8        A termini dell’art. 2, punti 9-11, di questo regolamento:
      
      «Ai fini del presente regolamento, si intende per:
      (…)
      9)      “controllo di frontiera”: l’attività svolta alla frontiera, in conformità e per gli effetti del presente regolamento, in risposta
         esclusivamente all’intenzione di attraversare la frontiera o al suo effettivo attraversamento e indipendentemente da qualunque
         altra ragione, e che consiste in verifiche di frontiera e nella sorveglianza di frontiera;
      
      10)      “verifiche di frontiera”: le verifiche effettuate ai valichi di frontiera al fine di accertare che le persone, compresi i
         loro mezzi di trasporto e gli oggetti in loro possesso, possano essere autorizzati ad entrare nel territorio degli Stati membri
         o autorizzati a lasciarlo;
      
      11) “sorveglianza di frontiera”: la sorveglianza delle frontiere tra i valichi di frontiera e la sorveglianza dei valichi
         di frontiera al di fuori degli orari di apertura stabiliti, allo scopo di evitare che le persone eludano le verifiche di frontiera».
      
      9        L’art. 20 del regolamento n. 562/2006, intitolato «Attraversamento delle frontiere interne», così dispone:
      
      «Le frontiere interne possono essere attraversate in qualunque punto senza che sia effettuata una verifica di frontiera sulle
         persone, indipendentemente dalla loro nazionalità».
      
      10      L’art. 21 di questo regolamento, intitolato «Verifiche all’interno del territorio», prevede:
      
      «La soppressione del controllo di frontiera alle frontiere interne non pregiudica:
      a)      l’esercizio delle competenze di polizia da parte delle autorità competenti degli Stati membri in forza della legislazione
         nazionale, nella misura in cui l’esercizio di queste competenze non abbia effetto equivalente alle verifiche di frontiera;
         ciò vale anche nelle zone di frontiera. Ai sensi della prima frase, l’esercizio delle competenze di polizia può non essere
         considerato equivalente, in particolare, all’esercizio delle verifiche di frontiera quando le misure di polizia:
      
      i)      non hanno come obiettivo il controllo di frontiera;
      ii)      si basano su informazioni e l’esperienza generali di polizia quanto a possibili minacce per la sicurezza pubblica e sono volte,
         in particolare, alla lotta contro la criminalità transfrontaliera;
      
      iii)      sono ideate ed eseguite in maniera chiaramente distinta dalle verifiche sistematiche sulle persone alle frontiere esterne;
      iv)      sono effettuate sulla base di verifiche a campione;
      (…)
      c)      la possibilità per uno Stato membro di prevedere nella legislazione nazionale l’obbligo di possedere o di portare con sé documenti
         d’identità;
      
      (…)».
       Il diritto nazionale 
       La Costituzione del 4 ottobre 1958
      11      La Costituzione del 4 ottobre 1958, come modificata con legge costituzionale 23 luglio 2008, n. 724, di modernizzazione delle
         istituzioni della Quinta Repubblica (JORF 24 luglio 2008, pag. 11890, in prosieguo la «Costituzione»), dispone al suo art. 61-1:
      
      «Qualora, durante un procedimento pendente dinanzi ad un giudice, si sostenga che una disposizione legislativa pregiudica
         i diritti e le libertà garantiti dalla Costituzione, su rinvio del Conseil d’État (Consiglio di Stato) o della Cour de cassation
         (Corte di cassazione), può essere investito della questione il Conseil constitutionnel (Corte costituzionale) che si pronuncia
         entro un termine stabilito. 
      
      Le condizioni di applicazione del presente articolo sono fissate con legge organica».
      12      L’art. 62, secondo e terzo comma, della Costituzione prevede:
      
      «Una disposizione dichiarata incostituzionale in virtù dell’art. 61-1 è abrogata a decorrere dalla pubblicazione della decisione
         del Conseil constitutionnel, o da una data successiva fissata da detta decisione. Il Conseil constitutionnel determina le
         condizioni e i limiti nei quali gli effetti prodotti dalla disposizione possono essere rimessi in causa.
      
      Contro le decisioni del Conseil constitutionnel non è esperibile alcun ricorso. Esse s’impongono a tutti i poteri pubblici
         e a tutte le autorità amministrative e giurisdizionali».
      
      13      A termini dell’art. 88‑1 della Costituzione:
      
      «La Repubblica partecipa all’Unione europea costituita da Stati che hanno liberamente scelto di esercitare in comune talune
         delle loro competenze in forza del Trattato sull’Unione europea e del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, quali
         risultano dal Trattato firmato a Lisbona il 13 dicembre 2007».
      
       Il decreto legislativo n. 58‑1067
      14      Con legge organica 10 dicembre 2009, n. 1523, relativa all’applicazione dell’art. 61-1 della Costituzione (JORF 11 dicembre
         2009, pag. 21379), nel titolo II del decreto legislativo 7 novembre 1958, n. 1067, di approvazione della legge organica sul
         Conseil constitutionnel, è stato inserito un nuovo capo II bis, intitolato «La questione prioritaria di legittimità costituzionale».
         Detto capo II bis dispone:
      
      «Sezione 1
      Disposizioni applicabili dinanzi agli organi giurisdizionali i cui giudici di ultima istanza sono il Conseil d’État o la Cour
         de cassation
      
      Articolo 23-1
      Dinanzi agli organi giurisdizionali i cui giudici di ultima istanza sono il Conseil d’État o la Cour de cassation, il motivo
         relativo ad una lesione, da parte di una disposizione legislativa, dei diritti e delle libertà garantiti dalla Costituzione,
         è presentato, a pena di irricevibilità, in una memoria distinta e motivata. Siffatto motivo può essere sollevato per la prima
         volta in sede di impugnazione. Esso non può essere sollevato d’ufficio.
      
      (...)
      Articolo 23-2
      Il giudice adito si pronuncia senza indugio con una decisione motivata sulla trasmissione della questione prioritaria di legittimità
         costituzionale al Conseil d’État o alla Cour de cassation. Si procede a detta trasmissione se sono soddisfatte le seguenti
         condizioni:
      
      1°      La disposizione contestata sia applicabile alla controversia o al procedimento, o costituisca il fondamento di procedimenti
         penali;
      
      2°      Essa non sia già stata dichiarata conforme alla Costituzione nella motivazione e nel dispositivo di una decisione del Conseil
         constitutionnel, salva l’ipotesi di mutamento delle circostanze;
      
      3°      La questione presenti carattere serio.
      In ogni caso, il giudice, quando è investito di motivi che contestano la conformità di una disposizione legislativa, da un
         lato, con i diritti e le libertà garantiti dalla Costituzione e, dall’altro, con gli obblighi internazionali della Francia,
         deve pronunciarsi in via prioritaria sulla trasmissione della questione di legittimità costituzionale al Conseil d’État o
         alla Cour de cassation.
      
      La decisione di trasmettere la questione è presentata al Conseil d’État o alla Cour de cassation entro otto giorni dalla pronuncia,
         insieme alle memorie o alle conclusioni delle parti. Contro tale decisione non è esperibile alcun ricorso. Il rifiuto di trasmettere
         la questione può essere contestato soltanto in sede di ricorso avverso la decisione che definisce completamente o parzialmente
         la controversia.
      
      Articolo 23-3
      Allorché trasmette la questione, il giudice sospende il procedimento fino al ricevimento della decisione del Conseil d’État
         o della Cour de cassation o del Conseil constitutionnel, se quest’ultimo sia investito della questione. Il corso dell’istruttoria
         non è sospeso e il giudice può prendere le misure provvisorie o conservative del caso.
      
      Tuttavia, egli non sospende il procedimento né quando una persona è privata della libertà a causa del procedimento in corso,
         né quando la domanda mira a porre fine ad una misura privativa della libertà.
      
      Il giudice può parimenti decidere senza attendere la decisione relativa alla questione prioritaria di legittimità costituzionale
         se la legge o il regolamento prevede che si debba decidere entro un termine determinato o con urgenza. Se il giudice di primo
         grado decide senza attendere e se la sua decisione è stata impugnata, il giudice d’appello sospende il procedimento. Tale
         giudice può tuttavia non sospenderlo se sia tenuto a sua volta a pronunciarsi entro un termine determinato o con urgenza.
      
      Inoltre, ove la sospensione del procedimento rischi di comportare effetti irrimediabili o manifestamente eccessivi per i diritti
         di una parte, il giudice che decide di trasmettere la questione può pronunciarsi sui punti che devono essere decisi immediatamente.
      
      Se è stato proposto un ricorso per cassazione mentre i giudici del merito si sono pronunciati senza attendere la decisione
         del Conseil d’État o della Cour de cassation, o la decisione del Conseil constitutionnel, se quest’ultimo è stato investito
         della questione, ogni decisione sul ricorso è sospesa fino alla pronuncia della decisione sulla questione prioritaria di legittimità
         costituzionale. La situazione è diversa allorché l’interessato è privato della libertà a causa del procedimento in corso e
         la legge prevede che la Cour de cassation decida entro un termine determinato».
      
      Sezione 2
      Disposizioni applicabili dinanzi al Conseil d’État e alla Cour de cassation
      Articolo 23-4
      Entro un termine di tre mesi a decorrere dal ricevimento della trasmissione, di cui all’art. 23-2 o all’ultimo comma dell’art. 23-1,
         il Conseil d’État o la Cour de cassation si pronuncia sul rinvio della questione prioritaria di legittimità costituzionale
         al Conseil constitutionnel. Si procede al rinvio allorché sono soddisfatte le condizioni previste ai nn. 1 e 2 dell’art. 23-2
         e la questione è nuova o presenta un carattere di serietà.
      
      Articolo 23-5
      Il motivo riguardante una lesione, da parte di una disposizione legislativa, dei diritti e delle libertà garantiti dalla Costituzione
         può essere sollevato, anche per la prima volta in cassazione, nel corso di un procedimento dinanzi al Conseil d’État o alla
         Cour de cassation. Il motivo è presentato, a pena di irricevibilità, in una memoria separata e motivata. Esso non può essere
         rilevato d’ufficio.
      
      In ogni caso il Conseil d’État o la Cour de cassation, quando sono dedotti motivi che contestano la conformità di una disposizione
         legislativa, da un lato, con i diritti e le libertà garantiti dalla Costituzione e, dall’altro, con gli obblighi internazionali
         della Francia, deve pronunciarsi in via prioritaria sul rinvio della questione di legittimità costituzionale al Conseil constitutionnel.
      
      Il Conseil d’État o la Cour de cassation dispone di un termine di tre mesi a decorrere dalla presentazione del motivo per
         rendere la sua decisione. Il Conseil constitutionnel è investito della questione prioritaria di legittimità costituzionale
         allorché sono soddisfatte le condizioni previste ai nn. 1 e 2 dell’art. 23-2 e la questione è nuova o presenta un carattere
         di serietà.
      
      Allorché è stato adito il Conseil constitutionnel, il Conseil d’État o la Cour de cassation sospende il procedimento sino
         alla pronuncia del Conseil constitutionnel. La situazione è diversa quando l’interessato è privato della libertà a causa del
         procedimento in corso e quando la legge prevede che la Cour de cassation si pronunci entro un termine determinato. Se il Conseil
         d’État o la Cour de cassation deve pronunciarsi con urgenza, il procedimento non può essere sospeso.
      
      (...)
      Articolo 23-7
      La decisione motivata del Conseil d’État o della Cour de cassation di adire il Conseil constitutionnel viene trasmessa a quest’ultima
         con le memorie o le conclusioni delle parti. Il Conseil constitutionnel riceve una copia della decisione motivata con cui
         il Conseil d’État o la Cour de cassation decide di non investirlo di una questione prioritaria di legittimità costituzionale.
         Se il Conseil d’État o la Cour de cassation non si è pronunciato nei termini previsti agli artt. 23-4 e 23-5, la questione
         è trasmessa al Conseil constitutionnel.
      
      (...)
      Sezione 3
      Disposizioni applicabili dinanzi al Conseil constitutionnel
      (...)
      Articolo 23-10
      Il Conseil constitutionnel decide entro un termine di tre mesi a decorrere dalla data in cui è adito. Le parti sono ammesse
         a presentare le loro osservazioni in contraddittorio. L’udienza è pubblica, salvi i casi eccezionali definiti dal regolamento
         interno del Conseil constitutionnel.
      
      (...)»
       Il codice di procedura penale
      15      L’art. 78‑2 del codice di procedura penale, nella versione in vigore all’epoca dei fatti, dispone:
      
      «Gli ufficiali di polizia giudiziaria e, su ordine e sotto la responsabilità di questi, gli agenti di polizia giudiziaria
         e gli agenti di polizia giudiziaria aggiunti di cui agli artt. 20 e 21‑1 possono invitare a dimostrare con ogni mezzo la sua
         identità qualsiasi persona nei cui confronti esistono uno o più motivi plausibili di sospettare:
      
      –        che abbia commesso o tentato di commettere un reato;
      –        o che si appresti a commettere un delitto grave (“crime”) o meno grave (“délit”);
      –        o che sia in grado di fornire informazioni utili all’inchiesta in caso di delitto grave (“crime”) o meno grave (“délit”);
      –        o che sia stata oggetto di indagini ordinate da un’autorità giudiziaria.
      Su mandato scritto del procuratore della Repubblica al fine di indagare e di perseguire reati che devono essere precisati,
         può essere ugualmente controllata l’identità di ogni persona, secondo le medesime modalità, nei luoghi e per un periodo di
         tempo determinati da tale magistrato. Il fatto che il controllo d’identità faccia emergere reati diversi da quelli indicati
         nel mandato del procuratore della Repubblica non costituisce causa di nullità delle procedure incidentali.
      
      Può ugualmente essere controllata l’identità di qualsiasi persona, a prescindere dal suo comportamento, secondo le modalità
         previste al primo comma, per prevenire una minaccia per l’ordine pubblico, e segnatamente per la sicurezza delle persone o
         dei beni.
      
      In una zona compresa tra la frontiera terrestre della Francia con gli Stati parti della convenzione firmata a Schengen il
         19 giugno 1990 ed una linea tracciata a 20 chilometri dalla stessa, nonché nelle zone accessibili al pubblico di porti, aeroporti
         e stazioni ferroviarie o stradali aperti al traffico internazionale ed individuati con decreto, può essere parimenti controllata
         l’identità di qualsiasi persona, secondo le modalità previste dal primo comma, al fine di verificare il rispetto degli obblighi
         di legge di possedere, portare con sé ed esibire i titoli e documenti. Qualora detto controllo avvenga a bordo di un treno
         che effettua un collegamento internazionale, esso può essere svolto sulla parte di tratta tra la frontiera e la prima fermata
         situata al di là dei 20 chilometri dalla frontiera. Tuttavia, sulle linee ferroviarie che effettuano un collegamento internazionale
         e presentano caratteristiche di servizio particolari, il controllo può anche avvenire tra tale fermata ed una fermata situata
         entro il limite dei 50 chilometri seguenti. Dette linee e dette fermate sono individuate con decreto ministeriale. Quando
         esiste una tratta autostradale che inizia nella zona menzionata nella prima frase del presente comma, ed il primo casello
         autostradale si situa oltre la linea dei 20 chilometri, il controllo può essere effettuato anche nelle aree di sosta prima
         di tale primo casello, nonché presso tale casello e nelle aree di sosta attigue. I caselli interessati da tale disposizione
         sono individuati con decreto. Il fatto che il controllo di identità faccia emergere un reato diverso dal mancato rispetto
         degli obblighi sopra elencati non costituisce una causa di nullità delle procedure incidentali.
      
      (...)»
       Cause principali e questioni pregiudiziali
      16      I sigg. Melki e Abdeli, cittadini algerini in una situazione irregolare in Francia, sono stati controllati dalla polizia,
         in applicazione dell’art. 78‑2, quarto comma, del codice di procedura penale, nella zona compresa tra la frontiera terrestre
         della Francia con il Belgio ed una linea tracciata a 20 chilometri da questa frontiera. Il 23 marzo 2010 essi sono stati oggetto,
         ciascuno per i motivi che lo riguardano, di un decreto prefettizio di riaccompagnamento alla frontiera e di una decisione
         di mantenimento in custodia.
      
      17      Dinanzi al giudice delle libertà e della detenzione, investito dal prefetto di una domanda di proroga della custodia, i sigg. Melki
         e Abdeli hanno contestato la regolarità del loro fermo e sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’art. 78‑2,
         quarto comma, del codice penale, per il motivo che questa disposizione pregiudica i diritti e le libertà garantiti dalla Costituzione.
      
      18      Con due ordinanze 25 marzo 2010 il giudice delle libertà e della detenzione ha ordinato, da un lato, la trasmissione alla
         Cour de cassation della questione se l’art. 78‑2, quarto comma, del codice di procedura penale, pregiudichi i diritti e le
         libertà garantiti dalla Costituzione e, dall’altro, la proroga della custodia dei sigg. Melki e Abdeli per un periodo di quindici
         giorni.
      
      19      Secondo il giudice del rinvio, i sigg. Melki e Abdeli sostengono che l’art. 78‑2, quarto comma, del codice di procedura penale,
         è contrario alla Costituzione, dato che gli impegni della Repubblica francese risultanti dal Trattato di Lisbona hanno valore
         costituzionale alla luce dell’art. 88‑1 della Costituzione e che la menzionata disposizione del codice di procedura penale,
         nei limiti in cui autorizza controlli alle frontiere con gli Stati membri, è contraria al principio di libera circolazione
         delle persone enunciato all’art. 67, n. 2, TFUE, che prevede che l’Unione europea garantisce che non vi siano controlli sulle
         persone alle frontiere interne.
      
      20      Il giudice del rinvio considera, in primo luogo, che è stata sollevata la questione di conformità dell’art. 78‑2, quarto comma,
         del codice di procedura penale, sia con il diritto dell’Unione, sia con la Costituzione.
      
      21      In secondo luogo, la Cour de cassation deduce dagli artt. 23‑2 e 23‑5 del decreto legislativo n. 58‑1067, e dall’art. 62 della
         Costituzione che tanto i giudici del merito, quanto essa stessa, per effetto della legge organica n. 2009‑1523, che ha inserito
         detti articoli nel decreto legislativo n. 58‑1067, sono stati privati della possibilità di presentare una questione pregiudiziale
         alla Corte di giustizia dell’Unione europea allorché una questione prioritaria di costituzionalità è trasmessa al Conseil
         constitutionnel.
      
      22      Ritenendo che la sua decisione sul rinvio della questione prioritaria di legittimità costituzionale al Conseil constitutionnel
         dipenda dall’interpretazione del diritto dell’Unione, la Cour de cassation ha deciso, in ciascuna delle cause pendenti, di
         sospendere il procedimento e di presentare alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:
      
      «1)      Se l’art. 267 [TFUE] osti ad una legislazione quale quella risultante dagli artt. 23‑2, secondo comma, e 23‑5, secondo comma,
         del decreto legislativo 7 novembre 1958, n. 1067, inseriti dalla legge organica 10 dicembre 2009, n. 1523, in quanto impongono
         ai giudici di pronunciarsi in via prioritaria sul rinvio, al Conseil constitutionnel, della questione di legittimità costituzionale
         ad essi sottoposta, qualora detta questione verta sull’illegittimità costituzionale di una disposizione di diritto interno
         a causa della sua incompatibilità con le disposizioni del diritto dell’Unione. 
      
      2)      Se l’art. 67 [TFUE] osti ad una legislazione quale quella risultante dall’art. 78‑2, quarto comma, del codice di procedura
         penale, che prevede che “[i]n una zona compresa tra la frontiera terrestre della Francia con gli Stati parti della convenzione
         firmata a Schengen il 19 giugno 1990 ed una linea tracciata a 20 chilometri da tale frontiera, nonché nelle zone accessibili
         al pubblico di porti, aeroporti e stazioni ferroviarie o stradali aperti al traffico internazionale ed individuati con decreto,
         può essere parimenti controllata l’identità di qualsiasi persona, secondo le modalità previste dal primo comma, al fine di
         verificare il rispetto degli obblighi di legge di possedere, portare con sé ed esibire i titoli e documenti. Qualora detto
         controllo avvenga a bordo di un treno che effettua un collegamento internazionale, esso può essere svolto sulla parte di tratta
         tra la frontiera e la prima fermata situata al di là dei 20 chilometri dalla frontiera. Tuttavia, sulle linee ferroviarie
         che effettuano un collegamento internazionale e presentano caratteristiche di servizio particolari, il controllo può anche
         avvenire tra tale fermata ed una fermata situata entro il limite dei 50 chilometri seguenti. Dette linee e dette fermate sono
         individuate con decreto ministeriale. Quando esiste una tratta autostradale che inizia nella zona menzionata nella prima frase
         del presente comma, ed il primo casello autostradale si situa oltre la linea dei 20 chilometri, il controllo può essere effettuato
         anche nelle aree di sosta prima di tale primo casello nonché presso tale casello e nelle aree di sosta attigue. I caselli
         interessati da tale disposizione sono individuati con decreto”».
      
      23      Con ordinanza del presidente della Corte 20 aprile 2010, le cause C‑188/10 e C‑189/10 sono state riunite ai fini delle fasi
         scritta e orale del procedimento e della sentenza.
      
       Sulle questioni pregiudiziali
       Sulla ricevibilità
      24      Il governo francese eccepisce l’irricevibilità delle questioni pregiudiziali.
      
      25      Con riguardo alla prima questione, il governo francese stima che essa rivesta un carattere puramente ipotetico. Infatti, tale
         questione sarebbe fondata sul presupposto che il Conseil constitutionnel, in occasione dell’esame di legittimità costituzionale
         di una legge, possa essere chiamato ad esaminare la conformità della medesima legge con il diritto dell’Unione. Tuttavia,
         secondo la giurisprudenza del Conseil constitutionnel, non spetterebbe a quest’ultimo, nell’ambito del controllo della legittimità
         costituzionale delle leggi, bensì ai giudici ordinari degli ordini amministrativo e giudiziario, esaminare la conformità di
         una legge con il diritto dell’Unione. Ne conseguirebbe che, in virtù del diritto nazionale, il Conseil d’État e la Cour de
         cassation non sono obbligati a rinviare al Conseil constitutionnel questioni relative alla compatibilità di disposizioni nazionali
         con il diritto dell’Unione, in quanto siffatte questioni non rientrano nell’ambito del controllo di legittimità costituzionale.
      
      26      Per quanto riguarda la seconda questione pregiudiziale, il governo francese sostiene che una risposta a questa questione sarebbe
         inutile. Infatti, dal 9 aprile 2010, i sigg. Melki e Abdeli non sarebbero più oggetto di alcuna misura privativa della libertà
         e, a partire da tale data, le due ordinanze del giudice delle libertà e della detenzione avrebbero cessato di produrre effetti.
         La questione della compatibilità dell’art. 78‑2, quarto comma, con l’art. 67 TFUE sarebbe parimenti priva di ogni rilevanza
         nel quadro dell’unica istanza ancora in corso dinanzi alla Cour de cassation, dato che, come ricordato dal Conseil constitutionnel
         nella sua decisione 12 maggio 2010, n. 2010-605 DC, esso si è dichiarato incompetente ad esaminare la compatibilità di una
         legge con il diritto dell’Unione quando è stato investito del controllo di legittimità costituzionale di detta legge.
      
      27      A questo riguardo è sufficiente ricordare che, secondo una giurisprudenza costante, le questioni relative all’interpretazione
         del diritto dell’Unione sollevate dal giudice nazionale nel contesto di diritto e di fatto che egli individua sotto la propria
         responsabilità, del quale non spetta alla Corte verificare l’esattezza, godono di una presunzione di rilevanza. Il rifiuto,
         da parte della Corte, di pronunciarsi su una domanda proposta da un giudice nazionale è possibile soltanto qualora appaia
         in modo manifesto che l’interpretazione del diritto dell’Unione richiesta non ha alcun rapporto con l’effettività o l’oggetto
         della causa principale, qualora la questione sia di tipo ipotetico o, ancora, qualora la Corte non disponga degli elementi
         di fatto e di diritto necessari per rispondere in modo utile alle questioni che le sono sottoposte (v., in tal senso, sentenze
         22 dicembre 2008, causa C‑333/07, Regie Networks, Racc. pag. I‑10807, punto 46; 8 settembre 2009, causa C‑478/07, Budejovicky
         Budvar, Racc. pag. I‑7721, punto 63, e 20 maggio 2010, causa C‑56/09, Zanotti, non ancora pubblicata nella Raccolta, punto
         15). 
      
      28      Orbene, nella fattispecie, le questioni presentate vertono sull’interpretazione degli artt. 67 TFUE e 267 TFUE. Non risulta
         dalle motivazioni delle decisioni di rinvio che le ordinanze pronunciate dal giudice delle libertà e della detenzione nei
         confronti dei sigg. Melki e Abdeli abbiano cessato di produrre effetti. Inoltre, non appare in modo manifesto che l’interpretazione
         del meccanismo della questione prioritaria di legittimità costituzionale data dalla Cour de cassation sia palesemente esclusa,
         alla luce del testo delle disposizioni nazionali.
      
      29      Pertanto la presunzione di rilevanza di cui gode la domanda di pronuncia pregiudiziale in ognuna delle cause non è superata
         dalle eccezioni sollevate dal governo francese. 
      
      30      La domanda di pronuncia pregiudiziale presentata in tali cause deve pertanto essere dichiarata ricevibile.
      
       Sulla prima questione 
      31      Con questa questione il giudice del rinvio si chiede, in sostanza, se l’art. 267 TFUE osti ad una normativa di uno Stato membro,
         istitutiva di un procedimento incidentale di controllo di legittimità costituzionale delle leggi nazionali, che impone ai
         giudici di pronunciarsi in via prioritaria sulla trasmissione, all’organo giurisdizionale nazionale incaricato di effettuare
         il controllo di costituzionalità delle leggi, di una questione vertente sulla conformità con la Costituzione di una disposizione
         di diritto interno quando, contemporaneamente, è posta in discussione la conformità della medesima con le disposizioni del
         diritto dell’Unione.
      
       Osservazioni presentate alla Corte
      32      I sigg. Melki e Abdeli sostengono che la normativa nazionale di cui trattasi nella causa principale, è conforme al diritto
         dell’Unione, purché il Conseil constitutionnel esamini il diritto dell’Unione e adisca, in caso di dubbio sull’interpretazione
         del medesimo, la Corte di giustizia con una questione pregiudiziale, chiedendo allora che il rinvio effettuato sia trattato
         secondo il procedimento accelerato, in applicazione dell’art. 104 bis del regolamento di procedura della Corte di giustizia.
      
      33      Il governo francese ritiene che il diritto dell’Unione non osti alla normativa nazionale considerata, giacché quest’ultima
         non modifica né rimette in discussione il ruolo e le competenze del giudice nazionale nell’applicazione del diritto dell’Unione.
         A fondamento di questa argomentazione, il governo fa valere, in sostanza, la medesima interpretazione della suddetta normativa
         che è stata data, dopo la trasmissione delle decisioni di rinvio della Cour de cassation alla Corte di giustizia, sia dal
         Conseil constitutionnel, nella sua decisione n. 12 maggio 2010, n. 2010-605 DC, sia dal Conseil d’État nella sua decisione
         14 maggio 2010, n. 312305.
      
      34      Secondo questa interpretazione, sarebbe escluso che una questione prioritaria di legittimità costituzionale abbia per oggetto
         quello di rimettere una questione di compatibilità di una legge con il diritto dell’Unione al Conseil constitutionnel. Non
         spetterebbe a quest’ultimo, bensì agli organi giurisdizionali ordinari degli ordini amministrativo e giudiziario, esaminare
         la conformità di una legge con il diritto dell’Unione, applicare essi stessi, e secondo la loro valutazione, il diritto dell’Unione
         nonché presentare, simultaneamente o successivamente alla trasmissione della questione prioritaria di costituzionalità, questioni
         pregiudiziali alla Corte.
      
      35      A questo riguardo, il governo francese sostiene, segnatamente, che ai sensi della legislazione nazionale di cui trattasi nei
         procedimenti principali, il giudice nazionale può, a determinate condizioni, decidere nel merito senza attendere la decisione
         della Cour de cassation, del Conseil d’État o del Conseil constitutionnel sulla questione prioritaria di legittimità costituzionale,
         oppure prendere le misure provvisorie o conservative necessarie al fine di assicurare una tutela immediata dei diritti conferiti
         ai cittadini dal diritto dell’Unione.
      
      36      Sia il governo francese, sia il governo belga fanno valere che il meccanismo procedurale della questione prioritaria di legittimità
         costituzionale è teso a garantire ai cittadini che la loro domanda di esame della legittimità costituzionale di una norma
         nazionale sia effettivamente trattata, senza che il ricorso al Conseil constitutionnel possa essere respinto sulla base dell’incompatibilità
         della disposizione in questione con il diritto dell’Unione. Inoltre, il ricorso al Conseil constitutionnel presenterebbe il
         vantaggio che quest’ultimo può abrogare una legge incompatibile con la Costituzione, e tale abrogazione è quindi dotata di
         effetti erga omnes. Per contro, gli effetti di una sentenza di un giudice amministrativo o ordinario, che dichiara una disposizione
         nazionale incompatibile con il diritto dell’Unione, sono limitati alla controversia particolare definita da questo giudice.
      
      37      Il governo ceco, dal canto suo, propone di rispondere che discende dal principio del primato del diritto dell’Unione che il
         giudice nazionale è tenuto ad assicurare la piena efficacia di detto diritto, esaminando la compatibilità del diritto nazionale
         con il diritto dell’Unione e disapplicando le disposizioni di diritto nazionale ad esso contrarie, senza dovere in primo luogo
         adire il Conseil constitutionnel nazionale o un altro organo giurisdizionale nazionale. Secondo il governo tedesco, l’esercizio
         del diritto di adire la Corte in via pregiudiziale, conferito dall’art. 267 TFUE a tutti i giudici nazionali, non deve essere
         ostacolato da una disposizione di diritto nazionale che subordina il ricorso alla Corte per l’interpretazione del diritto
         dell’Unione alla decisione di un altro giudice nazionale. Il governo polacco ritiene che l’art. 267 TFUE non osti ad una normativa
         come quella di cui alla prima questione posta, dato che il procedimento ivi previsto non pregiudica la sostanza dei diritti
         e degli obblighi dei giudici nazionali quali risultano dal suddetto articolo.
      
      38      La Commissione considera che il diritto dell’Unione, segnatamente il principio del primato di questo diritto, nonché l’art. 267
         TFUE, osta ad una normativa nazionale come quella descritta nelle decisioni di rinvio, nell’ipotesi in cui qualsiasi contestazione
         della conformità di una disposizione legislativa con il diritto dell’Unione consentirebbe al soggetto di avvalersi di una
         violazione della Costituzione ad opera di questa disposizione legislativa. In questo caso, l’onere di garantire il rispetto
         del diritto dell’Unione sarebbe implicitamente, ma necessariamente, trasferito dal giudice del merito al Conseil constitutionnel.
         Di conseguenza, il meccanismo della questione prioritaria di costituzionalità porterebbe ad una situazione come quella giudicata
         contraria al diritto dell’Unione dalla Corte di giustizia nella sentenza 9 marzo 1978, causa 106/77, Simmenthal (Racc. pag. 629).
         Il fatto che il giudice costituzionale possa esso stesso sottoporre questioni pregiudiziali alla Corte di giustizia non porrebbe
         rimedio a siffatta situazione.
      
      39      Per contro, qualora una contestazione della conformità di una disposizione legislativa con il diritto dell’Unione non consenta
         al soggetto di avvalersi ipso facto di una contestazione della conformità della medesima disposizione legislativa con la Costituzione,
         di modo che il giudice del merito resti competente ad applicare il diritto dell’Unione, quest’ultimo non osterebbe ad una
         normativa nazionale come quella contemplata nella prima questione posta, sempre che siano soddisfatti alcuni criteri. Secondo
         la Commissione, il giudice nazionale deve restare libero di adire contemporaneamente la Corte di giustizia con qualsiasi questione
         pregiudiziale che ritenga necessaria e di adottare qualsiasi misura necessaria per assicurare la tutela giurisdizionale provvisoria
         dei diritti garantiti dal diritto dell’Unione. Occorrerà anche, da un lato, che il procedimento incidentale di legittimità
         costituzionale non comporti una sospensione del procedimento di merito per una durata eccessiva e, dall’altro, che, al termine
         di detta procedura incidentale ed indipendentemente dal suo risultato, il giudice nazionale resti interamente libero di valutare
         la conformità della disposizione legislativa nazionale con il diritto dell’Unione, di disapplicarla se ritenga che sia contraria
         al diritto dell’Unione e di sottoporre alla Corte di giustizia questioni pregiudiziali se lo ritenga necessario.
      
       Risposta della Corte
      40      L’art. 267 TFUE attribuisce alla Corte la competenza a pronunciarsi, in via pregiudiziale, tanto sull’interpretazione dei
         Trattati e degli atti adottati dalle istituzioni, organi o organismi dell’Unione, quanto sulla validità di detti atti. Questo
         articolo dispone, al suo secondo comma, che un organo giurisdizionale nazionale può domandare alla Corte di pronunciarsi su
         siffatte questioni qualora reputi necessaria, per emanare la sua sentenza, una decisione su tale punto, e, al suo terzo comma,
         che tale organo giurisdizionale è tenuto a farlo se avverso le sue decisioni non possa proporsi un ricorso giurisdizionale
         di diritto interno.
      
      41      Ne consegue, in primo luogo, che, anche se potrebbe essere vantaggioso, secondo le circostanze, che i problemi di puro diritto
         nazionale siano risolti al momento del rinvio alla Corte (v. sentenza 10 marzo 1981, cause riunite 36/80 e 71/80, Irish Creamery
         Milk Suppliers Association e a., Racc. pag. 735, punto 6), gli organi giurisdizionali nazionali godono della più ampia facoltà
         di adire la Corte se ritengono che, nell’ambito di una controversia dinanzi ad essi pendente, siano sorte questioni, essenziali
         per la pronuncia nel merito, che implicano un’interpretazione o un accertamento della validità delle disposizioni del diritto
         comunitario (sentenze 16 gennaio 1974, causa 166/73, Rheinmühlen-Düsseldorf, Racc. pag. 33, punto 3; 27 giugno 1991, causa
         C‑348/89, Mecanarte, Racc. pag. I‑3277, punto 44, e 16 dicembre 2008, causa C‑210/06, Cartesio, Racc. pag. I‑9641, punto 88).
      
      42      Da ciò la Corte ha concluso che l’esistenza di una norma di diritto interno che vincola i giudici che non giudicano in ultimo
         grado al rispetto delle valutazioni giuridiche emananti da un giudice di grado superiore non può di per sé privare detti giudici
         della facoltà di presentare alla Corte, a norma dell’art. 267 TFUE, questioni sull’interpretazione del diritto dell’Unione
         (v., in questo senso, le sentenze sopra citate Rheinmühlen-Düsseldorf, punti 4 e 5, e Cartesio, punto 94). Il giudice che
         non decide in ultima istanza dev’essere libero, segnatamente se ritiene che la valutazione in diritto formulata dall’istanza
         superiore possa condurlo ad emettere un giudizio contrario al diritto dell’Unione, di sottoporre alla Corte le questioni con
         cui deve confrontarsi (sentenza 9 marzo 2010, causa C‑378/08, ERG e a., non ancora pubblicata nella Raccolta, punto 32).
      
      43      In secondo luogo, la Corte ha già dichiarato che il giudice nazionale incaricato di applicare, nell’ambito della propria competenza,
         le norme di diritto dell’Unione ha l’obbligo di garantire la piena efficacia di tali norme, disapplicando all’occorrenza,
         di propria iniziativa, qualsiasi disposizione contrastante della legislazione nazionale, anche posteriore, senza doverne chiedere
         o attendere la previa rimozione in via legislativa o mediante qualsiasi altro procedimento costituzionale (v., in tal senso,
         sentenze Simmenthal, sopra citata, punti 21 e 24; 20 marzo 2003, causa C‑187/00, Kutz-Bauer, Racc. pag. I‑2741, punto 73;
         3 maggio 2005, cause riunite C‑387/02, causa C‑391/02 e C‑403/02, Berlusconi e a., Racc. pag. I‑3565, punto 72, e 19 novembre
         2009, causa C‑314/08, Filipiak, Racc. pag. I‑11049, punto 81).
      
      44      Infatti, è incompatibile con le esigenze inerenti alla natura stessa del diritto dell’Unione qualsiasi disposizione facente
         parte dell’ordinamento giuridico di uno Stato membro o qualsiasi prassi, legislativa, amministrativa o giudiziaria, la quale
         porti ad una riduzione della concreta efficacia del diritto dell’Unione per il fatto che sia negato al giudice, competente
         ad applicare questo diritto, il potere di fare, all’atto stesso di tale applicazione, tutto quanto è necessario per disapplicare
         le disposizioni legislative nazionali che eventualmente ostino, anche temporaneamente, alla piena efficacia delle norme dell’Unione
         (v. sentenze Simmenthal, citata, punto 22, e 19 giugno 1990, causa C‑213/89, Factortame e a., Racc. pag. I‑2433, punto 20).
         Ciò si verificherebbe qualora, in caso di conflitto tra una disposizione di diritto dell’Unione ed una legge nazionale, la
         soluzione di questo conflitto fosse riservata ad un organo diverso dal giudice cui è affidato il compito di garantire l’applicazione
         del diritto dell’Unione e dotato di un autonomo potere di valutazione, anche se l’ostacolo in tal modo frapposto alla piena
         efficacia di tale diritto fosse soltanto temporaneo (v., in questo senso, sentenza Simmenthal, citata, punto 23).
      
      45      Infine, la Corte ha dichiarato che un giudice nazionale, adito in una controversia concernente il diritto dell’Unione, il
         quale consideri che una norma nazionale non solo è contraria al diritto dell’Unione, ma è anche inficiata da vizi di incostituzionalità,
         non è privato della facoltà né dispensato dall’obbligo, di cui all’art. 267 TFUE, di sottoporre alla Corte di giustizia questioni
         relative all’interpretazione o alla validità del diritto dell’Unione per il fatto che la constatazione dell’incostituzionalità
         di una norma di diritto nazionale sia soggetta a ricorso obbligatorio dinanzi alla Corte costituzionale. Infatti, l’efficacia
         del diritto dell’Unione rischierebbe di essere compromessa se l’esistenza di un ricorso obbligatorio dinanzi alla Corte costituzionale
         potesse impedire al giudice nazionale, al quale è stata sottoposta una controversia regolata dal diritto dell’Unione, di esercitare
         la facoltà, attribuitagli dall’art. 267 TFUE, di sottoporre alla Corte di giustizia le questioni vertenti sull’interpretazione
         o sulla validità del diritto dell’Unione, al fine di consentirgli di giudicare se una norma nazionale sia o meno compatibile
         con quest’ultimo (v. sentenza Mecanarte, citata, punti 39, 45 e 46).
      
      46      Per quanto riguarda le conseguenze che devono trarsi dalla giurisprudenza sopra menzionata nei confronti delle disposizioni
         nazionali come quelle di cui alla prima questione posta, occorre rilevare che il giudice del rinvio si fonda sul presupposto
         che, secondo siffatte disposizioni, in occasione dell’esame di una questione di legittimità costituzionale fondata sull’incompatibilità
         della legge in causa con il diritto dell’Unione, il Conseil constitutionnel valuta anche la conformità di detta legge con
         il diritto dell’Unione. In questo caso, il giudice del merito che procede alla trasmissione della questione di costituzionalità
         non potrebbe, prima di detta trasmissione, né pronunciarsi sulla compatibilità della legge in questione con il diritto dell’Unione,
         né presentare una questione pregiudiziale alla Corte di giustizia vertente sulla detta legge. Inoltre, nell’ipotesi in cui
         il Conseil constitutionnel considerasse la legge di cui trattasi conforme al diritto dell’Unione, il medesimo giudice non
         potrebbe neppure, successivamente alla decisione pronunciata dal Conseil constitutionnel che si imporrebbe a tutti gli organi
         giurisdizionali, sottoporre una questione pregiudiziale alla Corte di giustizia. Lo stesso accadrebbe qualora il motivo vertente
         sulla legittimità costituzionale di una disposizione legislativa fosse sollevato in occasione di un procedimento dinanzi al
         Conseil d’État o alla Cour de cassation.
      
      47      Secondo questa interpretazione, la normativa nazionale di cui trattasi nei procedimenti principali avrebbe l’effetto di impedire
         – tanto prima della trasmissione di una questione di legittimità costituzionale, quanto, eventualmente, dopo la decisione
         del Conseil constitutionnel su tale questione – ai giudici amministrativi e ordinari nazionali di esercitare il loro potere
         o di adempiere i loro obblighi, previsti all’art. 267 TFUE, di presentare questioni pregiudiziali alla Corte di giustizia.
         Si deve necessariamente constatare che, dai principi sanciti dalla giurisprudenza menzionata ai punti 41‑45 della presente
         sentenza, consegue che l’art. 267 TFUE osta ad una normativa nazionale come quella descritta nelle decisioni di rinvio.
      
      48      Tuttavia, come emerge dai punti 33‑36 della presente sentenza, i governi francese e belga hanno presentato un’interpretazione
         diversa della normativa francese considerata nella prima questione posta, fondandosi, segnatamente, sulle decisioni del Conseil
         constitutionnel 12 maggio 2010, n. 2010-605 DC, e del Conseil d’État 14 maggio 2010, n. 312305, pronunciate dopo la trasmissione
         delle decisioni di rinvio della Cour de cassation alla Corte di giustizia.
      
      49      A questo riguardo, occorre ricordare che spetta al giudice del rinvio determinare, nei procedimenti di cui è investito, quale
         sia l’interpretazione corretta del diritto nazionale.
      
      50      In virtù di una giurisprudenza costante, spetta al giudice nazionale conferire alla legge nazionale che è chiamato ad applicare
         un’interpretazione per quanto possibile conforme ai precetti del diritto dell’Unione (sentenze 26 settembre 2000, causa C‑262/97,
         Engelbrecht, Racc. pag. I‑7321, punto 39; 27 ottobre 2009, causa C‑115/08, ČEZ, Racc. pag. I‑10265, punto 138, e 13 aprile
         2010, causa C‑91/08, Wall, non ancora pubblicata nella Raccolta, punto 70). Alla luce delle decisioni del Conseil constitutionnel
         e del Conseil d’État sopra menzionate, siffatta interpretazione delle disposizioni nazionali che hanno introdotto il meccanismo
         di controllo di legittimità costituzionale di cui trattasi nei procedimenti principali non può essere esclusa.
      
      51      L’esame della questione se sia possibile un’interpretazione del meccanismo della questione prioritaria di legittimità costituzionale
         conforme ai precetti del diritto dell’Unione non può rimettere in discussione le caratteristiche essenziali del sistema di
         cooperazione tra la Corte di giustizia e i giudici nazionali, instaurato dall’art. 267 TFUE, quali emergono dalla giurisprudenza
         citata ai punti 41‑45 della presente sentenza.
      
      52      Infatti, secondo la giurisprudenza costante della Corte, al fine di garantire il primato del diritto dell’Unione, il funzionamento
         del detto sistema di cooperazione esige che il giudice nazionale sia libero, in ogni fase del procedimento che reputi appropriata,
         ed anche al termine di un procedimento incidentale di legittimità costituzionale, di sottoporre alla Corte di giustizia qualsiasi
         questione pregiudiziale che ritenga necessaria.
      
      53      Nei limiti in cui il diritto nazionale preveda l’obbligo di avviare un procedimento incidentale di legittimità costituzionale,
         che impedirebbe al giudice nazionale di disapplicare immediatamente una disposizione legislativa nazionale che ritenga contraria
         al diritto dell’Unione, il funzionamento del sistema instaurato dall’art. 267 TFUE esige nondimeno che siffatto giudice sia
         libero, da un lato, di adottare qualsiasi misura necessaria per garantire la tutela giurisdizionale provvisoria dei diritti
         conferiti dall’ordinamento giuridico dell’Unione e, dall’altro, di disapplicare, al termine di siffatto procedimento incidentale,
         la disposizione legislativa nazionale di cui trattasi se egli la ritenga contraria al diritto dell’Unione.
      
      54      Occorre peraltro sottolineare che il carattere prioritario di un procedimento incidentale di controllo della legittimità costituzionale
         di una legge nazionale il cui contenuto si limita a trasporre le disposizioni imperative di una direttiva dell’Unione non
         può pregiudicare la competenza esclusiva della Corte di giustizia a dichiarare l’invalidità di un atto dell’Unione, segnatamente
         di una direttiva, competenza che ha per oggetto di garantire la certezza del diritto assicurando l’applicazione uniforme del
         diritto dell’Unione (v., in questo senso, sentenze 22 ottobre 1987, causa 314/85, Foto-Frost, Racc. pag. 4199, punti 15‑20;
         10 gennaio 2006, causa C‑344/04, IATA e ELFAA, Racc. pag. I‑403, punto 27, e 18 luglio 2007, causa C‑119/05, Lucchini, Racc. pag. I‑6199,
         punto 53).
      
      55      Qualora, infatti, il carattere prioritario di un procedimento incidentale di controllo della legittimità costituzionale si
         concluda con l’abrogazione di una legge nazionale che si limita a recepire le disposizioni imperative di una direttiva dell’Unione,
         a causa della contrarietà di detta legge alla Costituzione nazionale, la Corte potrebbe, in pratica, essere privata della
         possibilità di procedere, su domanda dei giudici del merito dello Stato membro interessato, al controllo della validità di
         detta direttiva con riguardo agli stessi motivi relativi alle esigenze del diritto primario, segnatamente dei diritti riconosciuti
         dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, alla quale l’art. 6 TFUE conferisce lo stesso valore giuridico che
         riconosce ai Trattati. 
      
      56      Prima che si possa effettuare il controllo di legittimità costituzionale di una legge, il cui contenuto si limita a trasporre
         le disposizioni imperative di una direttiva dell’Unione, con riguardo agli stessi motivi che mettono in discussione la validità
         della direttiva, gli organi giurisdizionali nazionali, avverso le cui decisioni non possono essere proposti ricorsi giurisdizionali
         di diritto interno, sono, in linea di principio, tenuti, in virtù dell’art. 267, terzo comma, TFUE, a chiedere alla Corte
         di giustizia di pronunciarsi sulla validità di detta direttiva e, successivamente, a trarre le conseguenze derivanti dalla
         sentenza pronunciata dalla Corte a titolo pregiudiziale, a meno che il giudice che dà avvio al controllo incidentale di costituzionalità
         non abbia esso stesso adito la Corte di giustizia con tale questione in forza del secondo comma di detto articolo. Infatti,
         nel caso di una legge nazionale di trasposizione avente detto contenuto, la questione se la direttiva sia valida, alla luce
         dell’obbligo di trasposizione della medesima, riveste un carattere preliminare. Inoltre, la fissazione di un termine rigido
         per la durata dell’esame da parte dei giudici nazionali non può rendere vano il rinvio pregiudiziale relativo alla validità
         della direttiva in causa.
      
      57      Di conseguenza, occorre risolvere la prima questione posta nel senso che l’art. 267 TFUE osta ad una normativa di uno Stato
         membro che instaura un procedimento incidentale di controllo della legittimità costituzionale delle leggi nazionali, nei limiti
         in cui il carattere prioritario di siffatto procedimento abbia l’effetto di impedire – tanto prima della trasmissione di una
         questione di legittimità costituzionale all’organo giurisdizionale nazionale incaricato di esercitare il controllo di costituzionalità
         delle leggi, quanto, eventualmente, dopo la decisione di siffatto organo giurisdizionale su detta questione – a tutti gli
         altri organi giurisdizionali nazionali di esercitare la loro facoltà o di adempiere il loro obbligo di sottoporre questioni
         pregiudiziali alla Corte. Per contro, l’art. 267 TFUE non osta a siffatta normativa nazionale, purché gli altri organi giurisdizionali
         nazionali restino liberi:
      
      –        di sottoporre alla Corte di giustizia, in qualunque fase del procedimento che ritengano appropriata, ed anche al termine del
         procedimento incidentale di controllo della legittimità costituzionale, qualsiasi questione pregiudiziale che essi ritengano
         necessaria,
      
      –        di adottare qualsiasi misura necessaria per garantire la tutela giurisdizionale provvisoria dei diritti conferiti dall’ordinamento
         giuridico dell’Unione, e
      
      –        di disapplicare, al termine di siffatto procedimento incidentale, la disposizione legislativa nazionale in questione ove la
         ritengano contraria al diritto dell’Unione.
      
      Spetta al giudice del rinvio verificare se la normativa nazionale di cui trattasi nei procedimenti principali possa essere
         interpretata conformemente a siffatti precetti del diritto dell’Unione.
      
       Sulla seconda questione
      58      Con la seconda questione pregiudiziale il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se l’art. 67 TFUE osti ad una legislazione
         nazionale che consente alle autorità di polizia di controllare, in una zona di 20 chilometri a partire dalla frontiera terrestre
         di uno Stato membro con gli Stati parti della convenzione di Schengen, l’identità di qualsiasi persona, al fine di verificare
         il rispetto da parte di quest’ultima degli obblighi di legge di possedere, portare con sé ed esibire i titoli e documenti.
      
       Osservazioni presentate alla Corte
      59      I sigg. Melki e Abdeli sostengono che gli artt. 67 e 77 TFUE prevedono l’assenza pura e semplice di controlli alle frontiere
         interne e che il Trattato di Lisbona ha pertanto conferito carattere assoluto alla libera circolazione delle persone, indipendentemente
         dalla loro cittadinanza. Di conseguenza, siffatta libertà di circolazione osterebbe ad una restrizione come quella prevista
         all’art. 78‑2, quarto comma, del codice di procedura penale, che autorizzerebbe le autorità nazionali a effettuare controlli
         d’identità sistematici nelle zone frontaliere. Inoltre, essi chiedono che sia dichiarata l’invalidità dell’art. 21 del regolamento
         n. 562/2006, per il fatto che non tiene conto del carattere assoluto della libertà di andare e venire, consacrata agli artt. 67
         e 77 TFUE.
      
      60      A parere del governo francese le disposizioni nazionali di cui trattasi nei procedimenti principali sono giustificate dalla
         necessità di lottare contro un tipo di delinquenza specifica nelle zone di passaggio e ai bordi delle frontiere che presentano
         dei rischi particolari. I controlli d’identità effettuati in forza dell’art. 78‑2, quarto comma, del codice di procedura penale,
         rispetterebbero integralmente l’art. 21, lett. a), del regolamento n. 562/2006. Essi avrebbero lo scopo di verificare l’identità
         di una persona, al fine di prevenire la commissione di reati o di turbative dell’ordine pubblico, oppure al fine di ricercare
         gli autori di un reato. Siffatti controlli si fonderebbero anche su informazioni generali e sull’esperienza dei servizi di
         polizia che avrebbero dimostrato l’utilità specifica dei controlli in queste zone. Essi verrebbero effettuati sulla base di
         informazioni di polizia provenienti da inchieste precedenti della polizia giudiziaria o su informazioni ottenute nel quadro
         della cooperazione tra le polizie di diversi Stati membri, che darebbero indicazioni su luoghi e momenti del controllo. Detti
         controlli non sarebbero né fissi, né permanenti, né sistematici. Per contro, essi sarebbero effettuati sulla base di verifiche
         a campione.
      
      61      Anche i governi tedesco, ellenico, olandese e slovacco propongono di risolvere in senso negativo la seconda questione, sottolineando
         che, anche dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, possono essere effettuati controlli di polizia non sistematici
         nelle zone frontaliere nel rispetto delle condizioni previste all’art. 21 del regolamento n. 562/2006. Questi governi sostengono,
         segnatamente, che i controlli d’identità in queste zone, previsti dalla normativa nazionale di cui trattasi nei procedimenti
         principali, si distinguono per la loro finalità, il loro contenuto, il modo in cui sono effettuati e le loro conseguenze dal
         controllo di frontiera, ai sensi dell’art. 20 del regolamento n. 562/2006. Siffatti controlli potrebbero essere autorizzati
         in forza del disposto dell’art. 21, lett. a) o c), di detto regolamento.
      
      62      Per contro, tanto il governo ceco quanto la Commissione considerano che gli artt. 20 e 21 del regolamento n. 562/2006 ostino
         ad una normativa nazionale come quella di cui trattasi nei procedimenti principali. I controlli previsti da quest’ultima costituirebbero
         controlli dissimulati alle frontiere, che non potrebbero essere autorizzati in virtù dell’art. 21 del regolamento n. 562/2006,
         giacché sarebbero permessi soltanto nelle zone frontaliere e non sarebbero soggetti ad alcuna altra condizione, se non quella
         della presenza della persona controllata in una di queste zone.
      
       Risposta della Corte
      63      A titolo preliminare, occorre osservare che il giudice del rinvio non ha sollevato alcuna questione pregiudiziale relativa
         alla validità di una disposizione del regolamento n. 562/2006. Posto che l’art. 267 TFUE non costituisce un rimedio giurisdizionale
         esperibile dalle parti di una controversia pendente dinanzi ad un giudice nazionale, la Corte non può essere tenuta a valutare
         la validità del diritto dell’Unione per il solo fatto che tale questione sia stata sollevata dinanzi ad essa da una delle
         dette parti (sentenza 30 novembre 2006, cause riunite C‑376/05 e C‑377/05, Brünsteiner e Autohaus Hilgert, Racc. pag. I‑11383,
         punto 28).
      
      64      Per quanto riguarda l’interpretazione, chiesta dal giudice del rinvio, dell’art. 67 TFUE, che prevede, al n. 2, che l’Unione
         europea garantisce che non vi siano controlli sulle persone alle frontiere interne, occorre rilevare che detto articolo figura
         al capo 1, intitolato «Disposizioni generali», del titolo V del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, e che dalla
         formulazione di tale articolo risulta che è l’Unione la destinataria dell’obbligo enunciato. Nel suddetto capo 1 figura anche
         l’art. 72, che riprende la riserva di cui all’art. 64, n. 1, CE, relativa all’esercizio delle responsabilità incombenti agli
         Stati membri per il mantenimento dell’ordine pubblico e la salvaguardia della sicurezza interna.
      
      65      Il capo 2 del citato titolo V contiene disposizioni specifiche sulla politica relativa ai controlli di frontiera, e segnatamente
         l’art. 77 TFUE, già art. 62. Ai sensi del n. 2, lett. e), di detto art. 77, il Parlamento europeo e il Consiglio adottano
         le misure riguardanti l’assenza di qualsiasi controllo sulle persone, all’atto dell’attraversamento delle frontiere interne.
         Ne consegue che occorre prendere in considerazione le disposizioni adottate su questa base, e segnatamente gli artt. 20 e
         21 del regolamento n. 562/2006, al fine di valutare se il diritto dell’Unione osti ad una normativa nazionale come quella
         che compare all’art. 78‑2, quarto comma, del codice di procedura penale.
      
      66      Il legislatore comunitario ha attuato il principio dell’assenza di controlli alle frontiere interne adottando, in forza dell’art. 62 CE,
         il regolamento n. 562/2006, che mira, secondo il suo ventiduesimo ‘considerando’, a sviluppare l’acquis di Schengen. Al suo
         titolo III, questo regolamento stabilisce un regime comunitario relativo all’attraversamento delle frontiere interne, sostituendo,
         con decorrenza dal 13 ottobre 2006, l’art. 2 della convenzione di Schengen. Sull’applicabilità di detto regolamento non ha
         avuto influenza l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona. Infatti, il protocollo n. 19 ad esso allegato, prevede espressamente
         che l’acquis di Schengen resta applicabile.
      
      67      L’art. 20 del regolamento n. 562/2006 dispone che le frontiere interne possono essere attraversate in qualunque punto senza
         che sia effettuata una verifica di frontiera sulle persone, indipendentemente dalla loro nazionalità. Ai sensi dell’art. 2,
         punto 10, del medesimo regolamento, il termine «verifiche di frontiera» designa le verifiche effettuate ai valichi di frontiera
         al fine di accertare che le persone possano essere autorizzate ad entrare nel territorio degli Stati membri o autorizzate
         a lasciarlo.
      
      68      Per quanto riguarda i controlli previsti dall’art. 78‑2, quarto comma, del codice di procedura penale, occorre constatare
         che questi non sono effettuati «alle frontiere», bensì all’interno del territorio nazionale e che sono indipendenti dall’attraversamento
         delle frontiere da parte della persona controllata. In particolare, essi non sono effettuati al momento dell’attraversamento
         della frontiera. Pertanto, detti controlli non costituiscono verifiche di frontiera, vietate dall’art. 20 del regolamento
         n. 562/2006, bensì verifiche all’interno del territorio di uno Stato membro, di cui all’art. 21 del citato regolamento.
      
      69      L’art. 21, lett. a) del regolamento n. 562/2006 dispone che la soppressione del controllo alle frontiere interne non pregiudica
         l’esercizio delle competenze di polizia da parte delle autorità competenti degli Stati membri in forza della legislazione
         nazionale, nei limiti in cui l’esercizio di queste competenze non abbia effetto equivalente alle verifiche di frontiera; e
         che ciò vale anche nelle zone di frontiera. Ne consegue che, in virtù di detto art. 21, lett. a), sono vietati i controlli
         all’interno del territorio di uno Stato membro soltanto quando hanno un effetto equivalente a quello delle verifiche di frontiera.
      
      70      L’esercizio delle competenze di polizia non può, come recita la seconda frase di questa disposizione, in particolare, essere
         considerato come equivalente all’effettuazione di verifiche di frontiera allorché le misure di polizia non mirano al controllo
         di frontiera, si basano su informazioni generali e sull’esperienza dei servizi di polizia quanto a possibili minacce per la
         sicurezza pubblica e sono volte, in particolare, alla lotta contro la criminalità transfrontaliera, sono ideate ed eseguite
         in maniera chiaramente distinta dalle verifiche sistematiche sulle persone alle frontiere esterne e, infine, sono effettuate
         sulla base di verifiche a campione.
      
      71      Per quanto riguarda la questione se l’esercizio delle competenze di controllo conferite dall’art. 78‑2, quarto comma, del
         codice di procedura penale, abbia effettivamente un effetto equivalente a quello delle verifiche di frontiera, occorre constatare,
         in primo luogo, che l’obiettivo dei controlli previsti da questa disposizione non è uguale a quello del controllo di frontiera,
         ai sensi del regolamento n. 562/2006. Secondo l’art. 2, punti 9‑11, del citato regolamento, questo controllo ha lo scopo,
         da un lato, di accertare che le persone possano essere autorizzate ad entrare nel territorio degli Stati membri o autorizzate
         a lasciarlo, e, d’altro lato, di evitare che le persone eludano le verifiche di frontiera. Per contro, la citata disposizione
         nazionale mira alla verifica del rispetto degli obblighi di legge relativi al possesso, al porto e all’esibizione di titoli
         e documenti. La possibilità per uno Stato membro di prevedere siffatti obblighi nel suo diritto nazionale non è pregiudicata,
         in virtù dell’art. 21, lett. c), del regolamento n. 562/2006, dalla soppressione del controllo alle frontiere interne.
      
      72      In secondo luogo, il fatto che l’ambito di applicazione territoriale della competenza accordata dalla disposizione nazionale
         di cui trattasi nei procedimenti principali sia limitato ad una zona frontaliera non è, di per sé, sufficiente per constatare
         l’effetto equivalente dell’esercizio di detta competenza al senso dell’art. 21, lett. a), del regolamento n. 562/2006, tenuto
         conto dei termini e dell’obiettivo di questo stesso articolo. Tuttavia, per quanto riguarda i controlli a bordo di un treno
         che effettua una tratta internazionale e su un’autostrada a pedaggio, la disposizione nazionale considerata prevede regole
         particolari relative al suo ambito d’applicazione territoriale, elemento che potrebbe, di per sé, costituire un indizio per
         l’esistenza di siffatto effetto equivalente.
      
      73      Inoltre, l’art. 78‑2, quarto comma, del codice di procedura penale, che autorizza controlli indipendentemente dal comportamento
         della persona interessata e da circostanze particolari che dimostrino una minaccia per l’ordine pubblico non contiene né precisazioni,
         né limitazioni della competenza così accordata – segnatamente con riguardo all’intensità e alla frequenza dei controlli che
         possono essere effettuati in base a tale fondamento giuridico – che abbiano lo scopo di evitare che l’applicazione pratica
         di questa facoltà, da parte delle autorità competenti, conduca a controlli aventi un effetto equivalente a quello delle verifiche
         di frontiera, ai sensi dell’art. 21, lett. a), del regolamento n. 562/2006. 
      
      74      Per poter soddisfare gli artt. 20 e 21, lett. a), del regolamento n. 562/2006, interpretati alla luce dell’esigenza della
         certezza del diritto, una normativa nazionale che conferisce una competenza alle autorità di polizia per effettuare controlli
         di identità – competenza che, da un lato, è limitata alla zona frontaliera dello Stato membro con altri Stati membri e, dall’altro,
         è indipendente dal comportamento della persona controllata e da circostanze particolari che dimostrino una minaccia per l’ordine
         pubblico – deve prevedere la necessaria delimitazione della competenza conferita a dette autorità al fine, segnatamente, di
         indirizzare il margine di discrezionalità di cui queste ultime dispongono nell’applicazione pratica di siffatta competenza.
         Detta delimitazione deve garantire che l’esercizio pratico della competenza che consiste nell’effettuare controlli di identità
         non possa avere un effetto equivalente a quello delle verifiche di frontiera, quale risulta, segnatamente, dalle circostanze
         di cui alla seconda frase dell’art. 21, lett. a), del regolamento n. 562/2006.
      
      75      Ciò considerato, occorre risolvere la seconda questione posta nel senso che l’art. 67, n. 2, TFUE, e gli artt. 20 e 21 del
         regolamento n. 562/2006, ostano ad una normativa nazionale che conferisce alle autorità di polizia dello Stato membro interessato
         la competenza a controllare, esclusivamente in una zona di 20 chilometri a partire dalla frontiera terrestre di tale Stato
         con gli Stati parti della convenzione di Schengen, l’identità di qualsiasi persona, – indipendentemente dal comportamento
         di quest’ultima e da circostanze particolari che dimostrino una minaccia per l’ordine pubblico – al fine di verificare il
         rispetto degli obblighi di legge riguardo al possesso, al porto e all’esibizione di titoli e documenti, senza prevedere la
         necessaria delimitazione di tale competenza, atta a garantire che l’esercizio pratico di quest’ultima non possa avere un effetto
         equivalente a quello delle verifiche di frontiera.
      
       Sulle spese
      76      Nei confronti delle parti nella causa principale il presente procedimento costituisce un incidente sollevato dinanzi al giudice
         nazionale, cui spetta quindi statuire sulle spese. Le spese sostenute da altri soggetti per presentare osservazioni alla Corte
         non possono dar luogo a rifusione.
      
      Per questi motivi la Corte (Grande Sezione) dichiara:
      1)      L’art. 267 TFUE osta ad una normativa di uno Stato membro che instaura un procedimento incidentale di controllo della legittimità
            costituzionale delle leggi nazionali, nei limiti in cui il carattere prioritario di siffatto procedimento abbia l’effetto
            di impedire – tanto prima della trasmissione di una questione di legittimità costituzionale all’organo giurisdizionale nazionale
            incaricato di esercitare il controllo di costituzionalità delle leggi, quanto, eventualmente, dopo la decisione di siffatto
            organo giurisdizionale su detta questione – a tutti gli altri organi giurisdizionali nazionali di esercitare la loro facoltà
            o di adempiere il loro obbligo di sottoporre questioni pregiudiziali alla Corte. Per contro, l’art. 267 TFUE non osta a siffatta
            normativa nazionale, purché gli altri organi giurisdizionali nazionali restino liberi:
      –        di sottoporre alla Corte, in qualunque fase del procedimento che ritengano appropriata, ed anche al termine del procedimento
            incidentale di controllo della legittimità costituzionale, qualsiasi questione pregiudiziale che essi ritengano necessaria,
      –        di adottare qualsiasi misura necessaria per garantire la tutela giurisdizionale provvisoria dei diritti conferiti dall’ordinamento
            giuridico dell’Unione, e
      –        di disapplicare, al termine di siffatto procedimento incidentale, la disposizione legislativa nazionale in questione ove la
            ritengano contraria al diritto dell’Unione.
      Spetta al giudice del rinvio verificare se la normativa nazionale di cui trattasi nei procedimenti principali possa essere
            interpretata conformemente a siffatti precetti del diritto dell’Unione.
      2)      L’art. 67, n. 2, TFUE, e gli artt. 20 e 21 del regolamento (CE) del Parlamento europeo e del Consiglio 15 marzo 2006, n. 562,
            che istituisce un codice comunitario relativo al regime di attraversamento delle frontiere da parte delle persone (codice
            frontiere Schengen), ostano ad una normativa nazionale che conferisce alle autorità di polizia dello Stato membro considerato
            la competenza a controllare, esclusivamente in una zona di 20 chilometri a partire dalla frontiera terrestre di tale Stato
            con gli Stati parti della convenzione d’applicazione dell’accordo di Schengen del 14 giugno 1985, tra i governi degli Stati
            dell’Unione economica del Benelux, della Repubblica federale di Germania e della Repubblica francese, relativa all’eliminazione
            graduale dei controlli alle frontiere comuni, firmata a Schengen (Lussemburgo) il 19 giugno 1990, l’identità di qualsiasi
            persona – indipendentemente dal comportamento di quest’ultima e da circostanze particolari che dimostrino una minaccia per
            l’ordine pubblico – al fine di verificare il rispetto degli obblighi di legge riguardo al possesso, al porto e all’esibizione
            di titoli e documenti, senza prevedere la necessaria delimitazione di tale competenza, atta a garantire che l’esercizio pratico
            di quest’ultima non possa avere un effetto equivalente a quello delle verifiche di frontiera.
      Firme
      * Lingua processuale: il francese.