CELEX: 62008TJ0208
Language: it
Date: 2011-06-16
Title: Sentenza del Tribunale (Ottava Sezione) del 16 giugno 2011.#Gosselin Group NV (T-208/08) e Stichting Administratiekantoor Portielje (T-209/08) contro Commissione europea.#Concorrenza - Intese - Mercato dei servizi di traslochi internazionali in Belgio - Decisione che accerta un'infrazione all'art. 81 CE - Fissazione dei prezzi - Ripartizione del mercato - Manipolazione delle procedure di gara - Infrazione unica e continuata - Nozione di impresa - Imputabilità del comportamento configurante infrazione - Ammende - Orientamenti per il calcolo delle ammende del 2006 - Gravità - Durata.#Cause riunite T-208/08 e T-209/08.

Cause riunite T‑208/08 e T‑209/08
      Gosselin Group NV e
      Stichting Administratiekantoor Portielje
      contro
      Commissione europea
      «Concorrenza — Intese — Mercato dei servizi internazionali di trasloco in Belgio — Decisione che constata un’infrazione all’art. 81 CE — Fissazione dei prezzi — Ripartizione del mercato — Manipolazione della presentazione delle offerte — Infrazione unica e continuata — Nozione di impresa — Imputabilità del comportamento illecito — Ammende — Orientamenti per il calcolo delle ammende del 2006 — Gravità — Durata»
      Massime della sentenza
      1.      Concorrenza — Regole dell’Unione — Impresa — Nozione — Unità economica
      (Art. 81 CE)
      2.      Concorrenza — Regole dell’Unione — Impresa — Nozione — Esercizio di un’attività economica
      (Art. 81 CE; regolamento del Consiglio n. 1/2003, art. 23)
      3.      Concorrenza — Intese — Delimitazione del mercato — Oggetto — Accertamento del pregiudizio per il commercio tra gli Stati membri
            — Effetto sensibile
      (Art. 81 CE; comunicazione della Commissione 2004/C 101/07, n. 53)
      4.      Atti delle istituzioni — Orientamenti relativi alla nozione di pregiudizio al commercio — Atto a carattere vincolante
      (Comunicazione della Commissione 2004/C 101/07)
      5.      Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Criteri — Gravità dell’infrazione — Valutazione alla luce della natura
            dell’infrazione
      (Comunicazione della Commissione 2006/C 210/02, nn. 19 e 21‑23)
      6.      Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Criteri — Gravità dell’infrazione — Principio di personalità delle sanzioni
      (Regolamento del Consiglio n. 1/2003; comunicazione della Commissione 2006/C 210/02)
      7.      Concorrenza — Intese — Accordi fra imprese — Prova della durata dell’infrazione a carico della Commissione
      (Art. 81, n. 1, CE; comunicazione della Commissione 2006/C 210/02)
      8.      Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Criteri — Circostanze attenuanti — Valutazione
      (Comunicazione della Commissione 2006/C 210/02, n. 29)
      9.      Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Circostanze attenuanti — Comportamento anticoncorrenziale autorizzato o
            incoraggiato dalle autorità pubbliche
      (Comunicazione della Commissione 2006/C 210/02, n. 29, ultimo trattino)
      1.      La nozione di unità economica, che può comprendere diverse personalità giuridiche distinte, è stata introdotta allo scopo
         di consentire d’imputare il comportamento di un’entità giuridica (la controllata) ad un’altra (la società controllante), e
         non allo scopo di fondare la qualità d’impresa della società controllante. La nozione di unità economica non può dunque consentire
         di supplire alla mancanza di qualità d’impresa della società controllante.
      
      (v. punto 41)
      2.      Nel contesto del diritto della concorrenza, la nozione di impresa abbraccia qualsiasi entità che eserciti un’attività economica,
         a prescindere dallo status giuridico di detta entità e dalle sue modalità di finanziamento.
      
      Un soggetto, titolare di partecipazioni di controllo in una società, che eserciti effettivamente tale controllo partecipando
         direttamente o indirettamente alla gestione di quest’ultima dev’essere dunque considerato partecipe dell’attività economica
         svolta dall’impresa controllata e deve essere anch’esso considerato, a tale titolo, un’impresa ai sensi del diritto della
         concorrenza.
      
      Tuttavia, il semplice possesso di partecipazioni, anche di controllo, non è sufficiente a configurare un’attività economica
         del soggetto che detiene tali partecipazioni, quando tale possesso dà luogo soltanto all’esercizio dei diritti connessi alla
         qualità di azionista o di socio, nonché, eventualmente, alla percezione di dividendi, semplici frutti della proprietà di un
         bene.
      
      L’onere della prova della «partecipazione» incombe alla Commissione.
      (v. punti 44, 47-48)
      3.      Ai fini dell’applicazione dell’art. 81, n. 1, CE, la Commissione è esonerata dal dimostrare i reali effetti anticoncorrenziali
         degli accordi o delle pratiche che hanno per oggetto di impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza. Tuttavia,
         l’art. 81, n. 1, CE non è applicabile se l’incidenza dell’intesa sugli scambi intracomunitari o sulla concorrenza non è «sensibile».
         Infatti, un accordo sfugge al divieto dettato dall’art. 81, n. 1, CE solamente quando restringe la concorrenza o incide sul
         commercio tra Stati membri in modo non significativo.
      
      L’obbligo di delimitare il mercato in una decisione adottata ai sensi dell’art. 81 CE si impone alla Commissione quando, senza
         siffatta delimitazione, non è possibile stabilire se l’accordo o la pratica concordata di cui è causa siano idonei a incidere
         sugli scambi tra Stati membri ed abbiano per oggetto o per effetto di impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza.
      
      Se qualsiasi transazione transfrontaliera potesse automaticamente pregiudicare in modo sensibile il commercio tra Stati membri,
         la nozione di carattere sensibile, che pur costituisce una condizione di applicazione dell’art. 81, n. 1, CE, sarebbe privata
         di qualsiasi contenuto. Anche nel caso di un’infrazione per oggetto, è necessario che l’infrazione possa pregiudicare in modo
         sensibile gli scambi intracomunitari. Ciò risulta dagli orientamenti relativi alla nozione di pregiudizio al commercio tra
         Stati membri di cui agli articoli 81 e 82 del Trattato, poiché la presunzione positiva di cui al punto 53 degli stessi si
         applica soltanto agli accordi o alle pratiche che per loro stessa natura possono pregiudicare il commercio tra Stati membri.
      
      Qualora la Commissione fornisca una descrizione sufficientemente dettagliata del settore di cui trattasi, compresi l’offerta,
         la domanda e l’ambito geografico, essa individua precisamente i servizi in esame nonché il mercato e una simile descrizione
         del settore può essere sufficiente in quanto risulti abbastanza dettagliata per consentire al Tribunale di verificare le affermazioni
         di base della Commissione e in quanto, su tale base, sia evidente che la quota di mercato cumulativa supera ampiamente la
         soglia del 5%. Quando ricorrono tali condizioni, la Commissione può basarsi sulla seconda condizione alternativa del punto
         53 dei suddetti orientamenti, senza effettuare espressamente una definizione del mercato ai sensi del punto 55 dei medesimi.
         Infatti, nell’ambito della presunzione positiva di cui al punto 53 degli orientamenti in parola, è sufficiente che una sola
         delle due condizioni alternative sia soddisfatta per dimostrare il carattere sensibile del pregiudizio al commercio tra Stati
         membri.
      
      (v. punti 89-91, 98, 112, 116-117)
      4.      Adottando le norme di comportamento costituite dagli orientamenti relativi alla nozione di pregiudizio al commercio tra Stati
         membri di cui agli articoli 81 e 82 del Trattato e annunciando con la loro pubblicazione che essa le applicherà da quel momento
         in poi ai casi cui si riferiscono, la Commissione si autolimita nell’esercizio del suo potere discrezionale e non può discostarsi
         da tali norme, pena essere sanzionata, eventualmente, a titolo di violazione di principi generali del diritto, quali la parità
         di trattamento o la tutela del legittimo affidamento.
      
      (v. punto 109)
      5.      La valutazione della gravità dev’essere effettuata tenendo conto, in particolare, della natura delle restrizioni provocate
         alla concorrenza. La gravità dell’infrazione può essere accertata con riferimento alla natura e all’oggetto dei comportamenti
         abusivi. Gli elementi relativi all’oggetto di un comportamento possono infatti rivestire rilevanza maggiore per determinare
         l’importo dell’ammenda di quelli relativi ai suoi effetti.
      
      Un’infrazione avente ad oggetto la fissazione dei prezzi e la ripartizione dei mercati è, per sua natura, particolarmente
         grave.
      
      Inoltre, il punto 20 degli orientamenti per il calcolo delle ammende inflitte in applicazione dell’art. 23, n. 2, lett. a),
         del regolamento n. 1/2003 prevede che «la gravità sarà valutata caso per caso per ciascun tipo di infrazione, tenendo conto
         di tutte le circostanze rilevanti». I suddetti orientamenti hanno comportato un cambiamento metodologico fondamentale per
         il calcolo delle ammende. In particolare, è stata abolita la classificazione delle infrazioni in tre categorie («poco grave»,
         «grave» e «molto grave») ed è stata introdotta una forcella compresa tra lo 0% e il 30% per consentire una differenziazione
         più precisa. Così, in base al punto 19 degli orientamenti citati, l’importo di base dell’ammenda deve essere «legato ad una
         proporzione del valore delle vendite, determinata in funzione del grado di gravità dell’infrazione». In linea di massima,
         secondo il punto 21 dei suddetti orientamenti, «la proporzione considerata del valore delle vendite sarà fissata a un livello
         che può raggiungere il 30% del valore delle vendite».
      
      Pertanto, la Commissione non può esercitare il potere discrezionale di cui dispone in materia di imposizione di ammende, e
         quindi fissare la percentuale precisa, situata tra lo 0% e il 30%, senza tener conto delle circostanze particolari della causa.
         Il punto 22 dei summenzionati orientamenti stabilisce che, «[p]er decidere se la proporzione del valore delle vendite da prendere
         in considerazione in un determinato caso debba situarsi sui valori minimi o massimi all’interno della forcella prevista, la
         Commissione terrà conto di un certo numero di fattori, quali la natura dell’infrazione, la quota di mercato aggregata di tutte
         le imprese interessate, l’estensione geografica dell’infrazione e se sia stata data attuazione o meno alle pratiche illecite».
      
      Questa difficoltà di fissare una percentuale precisa è, in qualche modo, ridotta nel caso di accordi orizzontali segreti di
         fissazione dei prezzi e di ripartizione del mercato nei quali, in forza del punto 23 dei suddetti orientamenti, la proporzione
         del valore delle vendite presa in considerazione si situerà generalmente «sui valori più alti previsti». Da tale punto discende
         che la percentuale per le restrizioni più gravi dovrebbe essere superiore almeno al 15%.
      
      Non occorre quindi annullare la decisione della Commissione che ha fissato la percentuale del 17% esclusivamente sulla base
         della natura intrinsecamente grave dell’infrazione. Infatti, quando la Commissione si limita ad applicare una percentuale
         uguale o quasi uguale alla percentuale minima prevista per le restrizioni più gravi, non è necessario prendere in considerazione
         elementi o circostanze supplementari. Ciò varrebbe solamente se si dovesse applicare una percentuale più elevata.
      
      (v. punti 126-127, 129-132)
      6.      Qualora un’infrazione sia stata commessa da più imprese, è necessario esaminare la gravità relativa della partecipazione all’infrazione
         di ciascuna di esse. Questa conclusione costituisce la conseguenza logica del principio della personalità delle pene e delle
         sanzioni, secondo il quale un’impresa può essere sanzionata esclusivamente per fatti ad essa individualmente ascritti, principio
         applicabile in qualsiasi procedimento amministrativo che possa concludersi con l’inflizione di sanzioni in forza della normativa
         comunitaria sulla concorrenza. La gravità dell’infrazione deve essere oggetto di una valutazione individuale che tenga conto
         di un gran numero di elementi come, segnatamente, le circostanze proprie al caso di specie, il suo contesto e l’effetto dissuasivo
         delle ammende. In tal senso, il fatto che un’impresa non abbia preso parte a tutti gli elementi costitutivi di un’intesa o
         che abbia svolto un ruolo secondario negli aspetti cui ha partecipato dev’essere tenuto in considerazione nel valutare la
         gravità dell’infrazione e, all’occorrenza, nel determinare l’ammenda.
      
      Tuttavia, la valutazione di circostanze individuali è di norma effettuata non nell’ambito dell’accertamento della gravità
         dell’infrazione, ovverosia della fissazione dell’importo di base dell’ammenda, ma nel quadro dell’adeguamento dell’importo
         di base in funzione di circostanze attenuanti e aggravanti.
      
      (v. punti 137-139)
      7.      L’onere della prova concernente le infrazioni all’art. 81, n. 1, CE incombe alla Commissione, che deve fornire prove precise
         e concordanti per corroborare la tesi che l’infrazione invocata è stata commessa. Ciò vale, in particolare, per le prove concernenti
         la durata dell’infrazione, criterio il cui peso è stato notevolmente rafforzato negli orientamenti per il calcolo delle ammende
         inflitte in applicazione dell’art. 23, n. 2, lett. a), del regolamento n. 1/2003. In mancanza di elementi di prova tali da
         dimostrare direttamente la durata dell’infrazione, la Commissione è dunque tenuta a fondarsi quantomeno su elementi di prova
         riferentisi a fatti sufficientemente ravvicinati nel tempo, in modo tale che si possa ragionevolmente ammettere che tale infrazione
         si sia protratta ininterrottamente entro due date precise.
      
      Tuttavia, ove sia stata dimostrata la partecipazione a riunioni multilaterali, spetta all’impresa di cui trattasi dedurre
         indizi atti a dimostrare che la sua partecipazione alle suddette riunioni era priva di qualunque spirito anticoncorrenziale,
         dimostrando che essa aveva dichiarato alle sue concorrenti di partecipare alle riunioni in un’ottica diversa dalla loro.
      
      Ciò concerne intese nell’ambito delle quali hanno avuto luogo riunioni multilaterali e nel corso delle quali sono stati evocati
         obiettivi anticoncorrenziali. La ragione che sottende tale principio di diritto è che, avendo partecipato a siffatte riunioni
         senza dissociarsi pubblicamente dal loro contenuto, l’impresa ha fatto pensare agli altri partecipanti che ne avrebbe sottoscritto
         il risultato e vi si sarebbe conformata. Qualora l’impresa non abbia partecipato a siffatte riunioni, incombe alla Commissione
         fornire la prova della durata della partecipazione, senza poter beneficiare dell’alleggerimento dell’onere della prova risultante
         dalla giurisprudenza secondo la quale, allo scopo di porre fine alla sua responsabilità, l’impresa deve dissociarsi apertamente
         e inequivocabilmente dall’intesa, di modo che gli altri partecipanti siano coscienti del fatto che essa non appoggia più gli
         obiettivi generali della medesima.
      
      (v. punti 153-154, 157-159)
      8.      In forza del terzo trattino del punto 29 degli orientamenti per il calcolo delle ammende inflitte in applicazione dell’art. 23,
         n. 2, lett. a), del regolamento n. 1/2003, al fine di beneficiare di una riduzione dell’ammenda grazie a circostanze attenuanti,
         l’impresa di cui trattasi deve «fornire la prova che la propria partecipazione all’infrazione è stata sostanzialmente marginale»
         e «dimostra[re] altresì che, nel periodo in cui ha aderito agli accordi illeciti, non ha di fatto dato loro applicazione adottando
         un comportamento concorrenziale sul mercato».
      
      Tuttavia, l’uso dell’espressione «quali» indica che l’elenco delle circostanze di cui al punto 29 di tali orientamenti non
         è esauriente. Le circostanze particolari della fattispecie, segnatamente la partecipazione o meno di un’impresa a tutti gli
         elementi costitutivi dell’infrazione, devono essere prese in considerazione, se non nella valutazione della gravità dell’infrazione,
         almeno nel quadro dell’adeguamento dell’importo di base in funzione delle circostanze attenuanti e aggravanti. Infatti, tale
         obbligo era una delle ragioni che hanno consentito alla Corte di affermare che la nozione di infrazione unica e continuata
         non contraddice il principio secondo il quale la responsabilità per le infrazioni al diritto della concorrenza ha un carattere
         personale. I soli criteri enunciati al terzo trattino di detto punto 29 non sono idonei a garantire tale possibilità.
      
      (v. punti 182-183)
      9.      Il punto 29, ultimo trattino, degli orientamenti per il calcolo delle ammende inflitte in applicazione dell’art. 23, n. 2,
         lett. a), del regolamento n. 1/2003 prevede che «(l’) importo di base può essere diminuito (…) quando il comportamento anticoncorrenziale
         è stato autorizzato o incoraggiato dalle autorità pubbliche o dalla legge». A tale riguardo, la semplice conoscenza del comportamento
         anticoncorrenziale non implicherebbe che tale comportamento sia stato implicitamente «autorizzato o incoraggiato» dall’istituzione
         ai sensi del punto 29, ultimo trattino, dei suddetti orientamenti. Un’asserita inerzia non può infatti essere equiparata ad
         un atto positivo come un’autorizzazione o un incoraggiamento.
      
      (v. punti 189, 192)
SENTENZA DEL TRIBUNALE (Ottava Sezione)
      16 giugno 2011 (*)
      
      «Concorrenza – Intese – Mercato dei servizi internazionali di trasloco in Belgio – Decisione che constata un’infrazione all’art. 81 CE – Fissazione dei prezzi – Ripartizione del mercato – Manipolazione della presentazione delle offerte – Infrazione unica e continuata – Nozione di impresa – Imputabilità del comportamento configurante infrazione – Ammende – Orientamenti per il calcolo delle ammende del 2006 – Gravità – Durata»
      Nelle cause riunite T‑208/08 e T‑209/08,
      Gosselin Group NV, già Gosselin World Wide Moving NV, con sede a Deurne (Belgio), rappresentata dagli avv.ti F. Wijckmans e S. De Keer, 
      
      ricorrente nella causa T‑208/08,
      Stichting Administratiekantoor Portielje, con sede a Rotterdam (Paesi Bassi), rappresentata dall’avv. D. Van Hove,
      
      ricorrente nella causa T‑209/08,
      contro
      Commissione europea, rappresentata dai sigg. A. Bouquet e F. Ronkes Agerbeek, in qualità di agenti,
      
      convenuta,
      avente ad oggetto una domanda di annullamento della decisione della Commissione 11 marzo 2008, C (2008) 926 def., relativa
         a una procedura di applicazione dell’articolo 81 [CE] e dell’articolo 53 dell’accordo SEE (Caso COMP/38.543 – Servizi internazionali
         di trasloco), come modificata dalla decisione della Commissione 24 luglio 2009, C (2009) 5810 def., nonché, in subordine,
         una domanda di annullamento o di riduzione dell’ammenda inflitta alle ricorrenti,
      
      IL TRIBUNALE (Ottava Sezione),
      composto dai sigg. S. Papasavvas, facente funzione di presidente, N. Wahl e A. Dittrich (relatore), giudici,
      cancelliere: sig. J. Plingers, amministratore
      vista la fase scritta del procedimento e in seguito all’udienza del 29 aprile 2010,
      ha pronunciato la seguente
      Sentenza
       Fatti
      1.     Oggetto della lite
      1        Ai sensi della decisione della Commissione 11 marzo 2008, C (2008) 926 def., relativa ad una procedura di applicazione dell’articolo
         81 [CE] e dell’articolo 53 dell’accordo SEE (Caso COMP/38.543 – Servizi internazionali di trasloco) (in prosieguo: la «decisione»),
         di cui è stata pubblicata una sintesi sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea 11 agosto 2009 (GU C 188, pag. 16), la Gosselin Group NV ha partecipato ad un’intesa sul mercato dei servizi di traslochi
         internazionali in Belgio, vertente sulla fissazione diretta e indiretta dei prezzi, sulla ripartizione del mercato e sulla
         manipolazione della procedura tramite la presentazione di offerte. La Commissione delle Comunità europee afferma che l’intesa
         ha funzionato per quasi 19 anni (dall’ottobre 1984 al settembre 2003). I suoi membri avrebbero stabilito i prezzi, presentato
         falsi preventivi (cosiddetti «preventivi di comodo»; in prosieguo: i «PDC») ai clienti e si sarebbero risarciti reciprocamente
         per le offerte respinte mediante un sistema di compensazioni finanziarie (in prosieguo: le «commissioni»).
      
      2.     Ricorrenti
      2        La ricorrente nella causa T‑208/08, la Gosselin Group (in prosieguo: la «Gosselin»), è stata fondata nel 1983 ed opera sotto
         questo nome dal 20 dicembre 2007. Il 92% delle azioni della Gosselin sono detenute dalla ricorrente nella causa T‑209/08,
         la Stichting Administratiekantoor Portielje (in prosieguo: la «Portielje»), e l’8% sono detenute dalla Vivet en Gosselin NV.
         Il 99,87% di quest’ultima appartiene alla Portielje, una fondazione che non esercita attività commerciale e raggruppa azioni
         possedute dai gruppi familiari al fine di garantire l’unità della gestione. 
      
      3        Nel corso dell’esercizio chiuso il 30 giugno 2006 la Gosselin ha realizzato un fatturato mondiale consolidato di EUR 143 639 000
         e la Portielje un fatturato mondiale consolidato di EUR 0.
      
      3.     Procedimento amministrativo
      4        In base alla decisione, la Commissione ha avviato il procedimento di propria iniziativa, poiché disponeva di informazioni
         secondo cui talune società belghe, operanti nel settore dei traslochi internazionali, partecipavano ad accordi che potevano
         rientrare nell’ambito del divieto di cui all’art. 81 CE. 
      
      5        Di conseguenza, sul fondamento dell’art. 14, n. 3, del regolamento del Consiglio 6 febbraio 1962, n. 17, primo regolamento
         di attuazione degli articoli [81 CE] e [82 CE] (GU n. 13, pag. 204), nel settembre 2003 sono state effettuate verifiche presso
         la Allied Arthur Pierre NV, la Interdean NV, la Transworld International NV e la Ziegler SA. A seguito di tali verifiche,
         la Allied Arthur Pierre ha presentato domanda di immunità o di riduzione dell’ammenda, conformemente alla comunicazione della
         Commissione relativa all’immunità dalle ammende e alla riduzione dell’importo delle ammende nei casi di cartelli tra imprese
         (GU 2002, C 45, pag. 3). La Allied Arthur Pierre ha ammesso la sua partecipazione agli accordi sulle commissioni e sui PDC,
         ha elencato i concorrenti coinvolti, in particolare un concorrente precedentemente ignoto ai servizi della Commissione, e
         ha consegnato taluni documenti che confermavano le proprie dichiarazioni orali. 
      
      6        Conformemente all’art. 18 del regolamento (CE) del Consiglio 16 dicembre 2002, n. 1/2003, concernente l’applicazione delle
         regole di concorrenza di cui agli articoli 81 [CE] e 82 [CE] (GU 2003, L 1, pag. 1), sono state inviate varie richieste scritte
         di informazioni alle imprese coinvolte negli accordi anticoncorrenziali, a concorrenti, nonché ad una organizzazione professionale.
         Il 18 ottobre 2006 la comunicazione degli addebiti è stata adottata e notificata a più società. Tutti i destinatari vi hanno
         risposto. I loro rappresentanti, ad eccezione di quelli della Amertranseuro International Holdings Ltd, della Stichting Administratiekantoor
         Portielje, della Team Relocations Ltd e della Trans Euro Ltd, hanno fatto valere il loro diritto di accesso ai documenti contenuti
         nel fascicolo della Commissione, che erano accessibili soltanto nei locali di quest’ultima. L’accesso è stato loro accordato
         tra il 6 e il 29 novembre 2006. L’audizione si è svolta il 22 marzo 2007. 
      
      7        L’11 marzo 2008 la Commissione ha adottato la decisione.
      
      4.     Decisione
      8        La Commissione afferma che i destinatari della decisione, tra cui le ricorrenti, hanno partecipato ad un’intesa nel settore
         dei servizi di traslochi internazionali in Belgio, ovvero ne sono considerati responsabili. I partecipanti all’intesa avrebbero
         fissato prezzi, si sarebbero ripartiti i clienti e avrebbero manipolato la presentazione di offerte almeno dal 1984 al 2003.
         Di conseguenza, avrebbero commesso un’infrazione unica e continuata all’art. 81 CE. 
      
      9        Secondo la Commissione, i servizi di cui trattasi comprendono sia il trasloco di beni di persone fisiche, privati o dipendenti
         di un’impresa o di un’istituzione pubblica, sia il trasloco di beni di imprese o di istituzioni pubbliche. Tali traslochi
         sarebbero caratterizzati dalla circostanza che il Belgio costituisce il loro punto di origine o di destinazione. Tenendo conto
         anche del fatto che tutte le società di traslochi internazionali in esame sono situate in Belgio e che l’attività dell’intesa
         si svolge in Belgio, la Commissione ha ritenuto che il centro geografico dell’intesa fosse il Belgio. 
      
      10      Il fatturato cumulativo dei partecipanti all’intesa per i servizi di traslochi internazionali in Belgio è stato stimato dalla
         Commissione a  EUR 41 milioni per l’anno 2002. Dato che essa ha valutato le dimensioni del settore a circa EUR 83 milioni,
         la quota di mercato cumulativa delle imprese coinvolte è stata fissata intorno al 50%. 
      
      11      La Commissione osserva che l’intesa era volta, in particolare, a stabilire e a mantenere prezzi elevati e a ripartirsi il
         mercato contemporaneamente o successivamente sotto varie forme: accordi sui prezzi, accordi sulla ripartizione del mercato
         mediante un sistema di falsi preventivi (i PDC) e accordi su un sistema di compensazioni finanziarie per offerte respinte
         o nei casi di mancanza di offerte (le commissioni). 
      
      12      La Commissione considera che tra il 1984 e l’inizio degli anni ‘90 l’intesa abbia funzionato, in particolare, sulla base di
         accordi scritti di fissazione dei prezzi. Parallelamente, sarebbero stati introdotti le commissioni e i PDC. Una commissione
         costituirebbe un elemento nascosto del prezzo finale che il consumatore era tenuto a pagare senza ricevere una prestazione
         equivalente. Infatti, detta commissione rappresenterebbe una somma di denaro che la società di traslochi che aveva ottenuto
         il contratto di trasloco internazionale doveva corrispondere ai concorrenti che non avevano ottenuto il contratto, sia che
         avessero anch’essi presentato un’offerta, sia che si fossero astenuti dal farlo. Si tratterebbe pertanto di una sorta di compensazione
         finanziaria per le società di traslochi che non avevano ottenuto il contratto. I membri dell’intesa avrebbero emesso fatture
         reciproche sulle commissioni per le offerte respinte o non presentate, menzionando servizi fittizi, e l’importo di tali commissioni
         sarebbe stato fatturato ai clienti. La Commissione afferma che tale prassi va considerata come una fissazione indiretta di
         prezzi per i servizi di traslochi internazionali in Belgio. 
      
      13      I membri di detta intesa avrebbero anche cooperato per presentare PDC che avrebbero erroneamente indotto i clienti, vale a
         dire i datori di lavoro che pagavano il trasloco, a credere di poter scegliere in base a criteri fondati sulla concorrenza.
         Un PDC sarebbe un preventivo fittizio presentato al cliente, o alla persona che traslocava, da parte di una società di traslochi
         che non intendeva eseguire il trasloco. Con la presentazione di PDC, la società di traslochi che voleva ottenere il contratto
         (in prosieguo: la «società richiedente») si sarebbe adoperata affinché l’istituzione o l’impresa ricevesse più preventivi,
         direttamente o indirettamente, tramite la persona che aveva l’intenzione di traslocare. A tale fine, la società richiedente
         avrebbe comunicato ai suoi concorrenti il prezzo, il premio assicurativo e i costi di magazzinaggio ai quali essi dovevano
         fatturare il servizio. Tale prezzo, superiore a quello proposto dalla società richiedente, sarebbe stato successivamente comunicato
         nei PDC. Secondo la Commissione, dato che un datore di lavoro sceglie normalmente la società di traslochi che offre il prezzo
         più basso, le società coinvolte nel medesimo trasloco internazionale sapevano in anticipo, in linea di principio, quale tra
         di esse avrebbe potuto ottenere il contratto per detto trasloco. 
      
      14      Inoltre, la Commissione rileva che il prezzo chiesto dalla società richiedente poteva essere più alto di quello che sarebbe
         stato altrimenti praticato perché le altre società coinvolte nello stesso trasloco avrebbero presentato PDC nei quali figurava
         un prezzo indicato dalla società richiedente. A titolo di esempio, la Commissione cita, al punto 233 della decisione, una
         mail interna della Allied Arthur Pierre, in data 11 luglio 1997, che precisa: «[I]l cliente ha richiesto due [PDC], possiamo
         quindi chiedere un prezzo elevato». Pertanto, la Commissione fa valere che la presentazione di PDC ai clienti costituiva una
         manipolazione della procedura tramite il ricorso alla presentazione di offerte, cosicché i prezzi indicati in tutte le offerte
         sarebbero stati deliberatamente più alti del prezzo della società richiedente, e comunque superiori a quelli che sarebbero
         stati praticati in un contesto concorrenziale. 
      
      15      La Commissione sostiene che tali accordi sono stati dimostrati sino al 2003. A suo avviso, dette attività complesse avevano
         il medesimo fine di fissare i prezzi, di ripartire il mercato e di falsare in tal modo la concorrenza. 
      
      16      In conclusione, la Commissione ha adottato il dispositivo della decisione, il cui art. 1 è formulato nel seguente modo:
      
      «Le seguenti imprese hanno violato l’art. 81, n. 1, [CE] fissando in maniera diretta e indiretta prezzi per i servizi internazionali
         di trasloco in Belgio, spartendosi una parte di questo mercato e manipolando la procedura tramite il ricorso alla presentazione
         di preventivi fasulli nell’arco dei periodi indicati:
      
      (…)
      c) la [Gosselin] dal 31 gennaio 1992 al 18 settembre 2002; con la [Portielje], dal 1° gennaio 2002 al 18 settembre 2002;
      (…)».
      17      Di conseguenza, all’art. 2, lett. e), della decisione, la Commissione ha inflitto alla Gosselin un’ammenda di EUR 4,5 milioni,
         di cui EUR 370 000 per i quali la Portielje è ritenuta responsabile in solido.
      
      18      Per calcolare l’importo delle ammende la Commissione ha applicato nella decisione la metodologia descritta nei suoi orientamenti
         per il calcolo delle ammende inflitte in applicazione dell’art. 23, n. 2, lett. a), del regolamento n. 1/2003 (GU 2006, C 210,
         pag. 2; in prosieguo: gli «orientamenti del 2006»).
      
      19      Il 24 luglio 2009 la Commissione ha adottato la decisione C (2009) 5810 def., che modifica la decisione per quanto concerne
         il valore delle vendite da prendere in considerazione per il calcolo dell’importo di base dell’ammenda inflitta alla Gosselin
         e alla Portielje. Di conseguenza, l’ammenda inflitta alla Gosselin è stata ridotta a EUR 3,28 milioni, di cui EUR 270 000
         per i quali la Portielje è ritenuta responsabile in solido.
      
       Procedimento e conclusioni delle parti
      20      Con atti introduttivi depositati presso la cancelleria del Tribunale il 4 giugno 2008, le ricorrenti hanno proposto i presenti
         ricorsi. 
      
      21      Con ordinanza del presidente dell’Ottava Sezione del Tribunale 5 marzo 2010 le cause T-208/08 e T-209/08 sono state riunite
         ai fini della trattazione orale e della sentenza, in conformità all’art. 50 del regolamento di procedura del Tribunale.
      
      22      Su relazione del giudice relatore, il Tribunale (Ottava Sezione) ha deciso di avviare la fase orale del procedimento e di
         sottoporre alcuni quesiti alla Commissione. Le parti hanno svolto le difese orali e risposto ai quesiti posti dal Tribunale
         all’udienza del 29 aprile 2010.
      
      23      Nella causa T‑208/08, la Gosselin chiede che il Tribunale voglia:
      
      –        annullare la decisione nella parte in cui è rivolta contro di essa;
      –        in subordine, annullare l’art. 1 della decisione, nella parte in cui è rivolto contro di essa, poiché accerta, per quanto
         la concerne, un’infrazione continuata dal 31 gennaio 1992 al 18 settembre 2002, e ridurre l’ammenda inflitta all’art. 2, nella
         misura in cui è rivolta contro di essa, conformemente alla durata in tal modo modificata;
      
      –        in subordine, annullare l’art. 2, lett. e), della decisione, nella parte in cui è rivolto contro di essa, e ridurre, di conseguenza,
         l’ammenda inflitta all’art. 2;
      
      –        condannare la Commissione alle spese.
      24      Nella causa T‑209/08, la Portielje chiede che il Tribunale voglia:
      
      –        annullare la decisione nella parte in cui la riguarda;
      –        in subordine, annullare l’art. 2, lett. e), della decisione nella parte in cui la riguarda e ridurre, di conseguenza, l’ammenda
         inflitta all’art. 2;
      
      –        condannare la Commissione alle spese.
      25      Nelle cause T‑208/08 e T‑209/08, la Commissione conclude che il Tribunale voglia:
      
      –        respingere il ricorso;
      –        condannare le ricorrenti a sopportare le proprie spese, eventualmente maggiorate di una parte equa delle spese della Commissione.
       In diritto
      26      La Gosselin solleva tre motivi volti all’annullamento della decisione e alla soppressione o alla riduzione dell’ammenda. La
         Portielje, indicata dalla Commissione come la società controllante della Gosselin, deduce due motivi supplementari, relativi
         alla nozione d’impresa e all’imputabilità delle infrazioni commesse dalla Gosselin. Per il resto, i motivi dedotti dalla Portielje
         sono identici a quelli sollevati dalla Gosselin.
      
      27      Come osservazione preliminare relativa al terzo, quarto e quinto motivo, la Portielje osserva che gli atti che potrebbero
         costituire un’infrazione al diritto della concorrenza sono stati compiuti soltanto dalla Gosselin e che essa può incorrere
         in una responsabilità solo se la Gosselin può essere ritenuta responsabile alla luce del diritto della concorrenza.
      
      1.     Sul primo e sul secondo motivo della Portielje, relativi ad una violazione dell’art. 81 CE 
      28      Con il primo motivo, la Portielje sostiene di non essere un’impresa nel senso del diritto comunitario della concorrenza. Nell’ambito
         del suo secondo motivo, essa fa valere di non poter essere ritenuta corresponsabile per atti commessi dalla Gosselin. 
      
       Argomenti delle parti
       Argomenti della Portielje
      29      La Portielje fa valere di non essere un’impresa ai sensi del diritto comunitario della concorrenza, in quanto non esercita
         attività economiche. A questo riguardo essa spiega di non operare su alcun mercato di beni o di servizi e di detenere soltanto
         a titolo fiduciario azioni in precedenza possedute dai gruppi familiari stessi. Tali azioni non potrebbero essere offerte
         su un qualsiasi mercato per la negoziazione e la Portielje non proporrebbe neppure di gestire in alcun modo le azioni di terzi.
         Di conseguenza, la «stichting» (fondazione) Portielje non sarebbe assoggettata all’imposta sulle società o a quella sul fatturato
         nei Paesi Bassi. Ne consegue, secondo la Portielje, che tra essa e la Gosselin non esiste una relazione società controllante/controllata.
         
      
      30      Nella replica, la Portielje osserva che questo motivo è senz’altro distinto dal suo secondo motivo, relativo alla mancanza
         di imputabilità alla Portielje delle infrazioni commesse dalla Gosselin. 
      
      31      Riguardo a questa seconda questione, la Portielje sostiene che l’imputazione del comportamento di una controllata alla sua
         società controllante dipende sempre dalla constatazione dell’esercizio effettivo di un potere direzionale. Tuttavia, essa
         non avrebbe esercitato alcuna influenza determinante sulla politica commerciale o strategica della Gosselin. In primo luogo,
         essa osserva che la sua direzione (bestuur) si è riunita per la prima volta il 5 novembre 2004, dunque molto dopo la fine
         dell’infrazione. In mancanza di una riunione della sua direzione nel corso del periodo di cui trattasi, sarebbe materialmente
         impossibile che la Portielje abbia esercitato un’influenza sulla Gosselin. In secondo luogo, la sola attività della Portielje
         consisterebbe nell’esercizio dei diritti di voto legati alle azioni di cui trattasi durante l’assemblea generale degli azionisti
         della Gosselin. L’unica possibilità (indiretta) per la Portielje d’influenzare la politica della Gosselin sarebbe stata dunque
         quella di avvalersi di tali diritti di voto nell’assemblea generale di questa società. Orbene, sarebbe accertato che, nel
         corso del periodo in esame (dal 1° gennaio al 18 settembre 2002), non si sarebbe tenuta alcuna assemblea degli azionisti della
         Gosselin. In terzo luogo, la Portielje non avrebbe avuto alcuna influenza sulla composizione del consiglio d’amministrazione
         della Gosselin nel corso del periodo in esame. I membri del consiglio di amministrazione della Gosselin sarebbero già stati
         amministratori prima che la Portielje acquisisse le azioni della Gosselin a titolo fiduciario.
      
      32      Di conseguenza, la Portielje ritiene che, anche ammesso che la Commissione possa invocare la presunzione che discende dalla
         giurisprudenza in materia di partecipazione al 100% (sentenza del Tribunale 14 maggio 1998, causa T-354/94, Stora Kopparbergs
         Bergslags/Commissione, Racc. pag. II‑2111, punto 79), tale giurisprudenza sarebbe superata da questi dati accertati. 
      
      33      Nella replica, essa aggiunge che i consigli di amministrazione della Portielje e della Gosselin sono solo parzialmente composti
         dalle stesse persone. Delle sei persone che formavano il consiglio di amministrazione della Portielje, solo la metà avrebbe
         fatto parte anche del consiglio di amministrazione della Gosselin. Inoltre, la Portieltje avrebbe agito conformemente al suo
         statuto, in quanto il rapporto annuale dell’anno 2002 sarebbe stato adottato per iscritto. 
      
       Argomenti della Commissione
      34      La Commissione spiega che il motivo per il quale ritiene la Portielje corresponsabile degli atti compiuti dalla Gosselin risieda
         nell’esistenza di importanti legami organici e funzionali tra queste due entità. Tuttavia, essa non avrebbe considerato la
         Portielje come un’impresa in sé, ma piuttosto come una componente dell’impresa che ha commesso l’infrazione. La separazione
         formale di queste due entità, risultante dalla loro distinta personalità giuridica, non potrebbe opporsi all’unità del loro
         comportamento sul mercato ai fini dell’applicazione delle norme della concorrenza. 
      
      35      La Commissione osserva di aver fondato la corresponsabilità della Portielje principalmente su una presunzione di prova, dedotta
         dal possesso della medesima della quasi totalità del capitale della Gosselin. L’affermazione della Portielje, secondo la quale
         il suo consiglio di amministrazione si sarebbe riunito per la prima volta solo il 5 novembre 2004, dopo la cessazione dell’infrazione,
         sarebbe contraria al testo del suo statuto. Inoltre, questa circostanza non significherebbe che la Portielje non ha esercitato
         un’influenza determinante sulla politica commerciale o strategica della Gosselin. Anche in mancanza di riunioni del suo consiglio
         di amministrazione, essa avrebbe avuto la possibilità di esercitare un’influenza diretta su tale politica, in quanto i tre
         principali membri della sua direzione erano contemporaneamente membri del consiglio di amministrazione della Gosselin. 
      
       Giudizio del Tribunale
      36      Benché la Commissione abbia discusso insieme i due motivi della Portielje, occorre esaminarli separatamente. 
      
       Sul primo motivo
      37      Con il suo primo motivo, la Portielje sostiene di non essere un’impresa ai sensi del diritto comunitario della concorrenza.
         A questo riguardo, è giocoforza constatare che sia l’art. 81 CE che l’art. 23 del regolamento n. 1/2003 si applicano solo
         al comportamento di imprese (sentenza della Corte 7 gennaio 2004, cause riunite C‑204/00 P, C‑205/00 P, C‑211/00 P, C‑213/00 P,
         C‑217/00 P e C‑219/00 P, Aalborg Portland e a./Commissione, Racc. pag. I‑123, punto 59). 
      
      38      Orbene, la Commissione ammette essa stessa, nel suo controricorso, che la Portielje non è «un’impresa in sé».
      
      39      Certamente, la Commissione sostiene anche che la Portielje è una «componente dell’impresa che ha commesso l’infrazione» e
         che la separazione formale di queste due entità, risultante dalla loro personalità giuridica distinta, non può opporsi all’unità
         del loro comportamento sul mercato ai fini dell’applicazione delle norme della concorrenza. Tuttavia, tale ragionamento confonde
         due nozioni distinte, ovvero quella d’impresa e quella d’imputazione del comportamento di una controllata alla sua società
         controllante.
      
      40      È vero che, secondo la giurisprudenza della Corte, la nozione d’impresa, messa in un contesto di diritto della concorrenza,
         deve essere intesa come indicante un’unità economica sotto il profilo dell’oggetto dell’accordo in causa, anche se, dal punto
         di vista giuridico, detta unità economica è costituita da diverse persone fisiche e giuridiche (sentenza 12 luglio 1984, causa
         170/83, Hydrotherm, Racc. pag. 2999, punto 11). Del pari, secondo costante giurisprudenza, la circostanza che la controllata
         abbia una personalità giuridica distinta non è sufficiente a escludere la possibilità che il suo comportamento sia imputato
         alla società controllante, in particolare qualora la controllata non determini in modo autonomo la sua linea di condotta sul
         mercato, ma si attenga, in sostanza, alle istruzioni che le vengono impartite dalla società controllante (sentenze della Corte
         14 luglio 1972, causa 48/69, Imperial Chemical Industries/Commissione, Racc. pag. 619, punti 132 e 133, e 16 novembre 2000,
         causa C-286/98 P, Stora Kopparbergs Bergslags/Commissione, Racc. pag. I‑9925, punto 26). 
      
      41      Nelle cause citate, era tuttavia pacifico che la società controllante era un’impresa, anche se non aveva partecipato al comportamento
         sanzionato. La nozione di unità economica, che può comprendere più personalità giuridiche distinte, è dunque stata introdotta
         allo scopo di consentire d’imputare il comportamento di un’entità giuridica (la controllata) ad un’altra (la società controllante),
         e non allo scopo di fondare la qualità d’impresa della società controllante. La nozione di unità economica non può dunque
         consentire di supplire alla mancanza di qualità d’impresa della società controllante.
      
      42      Ne consegue che la società controllante di un’impresa che ha commesso un’infrazione all’art. 81 CE non può essere sanzionata
         con una decisione di applicazione dell’art. 81 CE, se non è essa stessa un’impresa. 
      
      43      Occorre dunque esaminare se la Portielje sia un’impresa.
      
      44      Nel contesto del diritto della concorrenza la nozione di impresa, secondo la giuriprudenza, abbraccia qualsiasi entità che
         eserciti un’attività economica, a prescindere dallo status giuridico di detta entità e dalle sue modalità di finanziamento
         (sentenza della Corte 23 aprile 1991, causa C-41/90, Höfner e Elser, Racc. pag. I-1979, punto 21). 
      
      45      Nella fattispecie, è contestata solo la questione se la Portielje eserciti un’attività economica. 
      
      46      È pacifico che la Portielje non esercita un’attività economica diretta. A questo riguardo, essa ha spiegato di non operare
         su alcun mercato di beni o di servizi, di possedere soltanto a titolo fiduciario azioni in precedenza possedute dagli stessi
         gruppi familiari, che queste azioni non possono essere presentate su un mercato per essere negoziate e di non proporre neppure
         di gestire le azioni di terzi. La Commissione non ha contestato tali affermazioni. 
      
      47      Tuttavia, la Commissione si fonda su una sentenza della Corte per affermare che, indirettamente, la Portielje partecipa all’attività
         economica esercitata dalla Gosselin. Infatti, la Corte ha dichiarato che un soggetto, titolare di partecipazioni di controllo
         in una società, che eserciti effettivamente tale controllo partecipando direttamente o indirettamente alla gestione di quest’ultima,
         dev’essere considerato partecipe dell’attività economica svolta dall’impresa controllata e, dunque, anche questo soggetto
         dev’essere considerato, a tale titolo, un’impresa ai sensi del diritto della concorrenza. Per contro, il semplice possesso
         di partecipazioni, anche di controllo, non è sufficiente a configurare un’attività economica del soggetto che detiene tali
         partecipazioni, quando tale possesso dà luogo soltanto all’esercizio dei diritti connessi alla qualità di azionista o di socio,
         nonché, eventualmente, alla percezione di dividendi, semplici frutti della proprietà di un bene (v., in questo senso, sentenza
         della Corte 10 gennaio 2006, causa C-222/04, Cassa di Risparmio di Firenze e a., Racc. pag. I‑289, punti 111-113).
      
      48      Occorre dunque esaminare se la Portielje «abbia partecipato direttamente o indirettamente» alla gestione della Gosselin. Questa
         problematica è molto simile a quella relativa al criterio determinante nell’ambito del secondo motivo, vertente sull’imputazione
         alla Portielje del comportamento della Gosselin. Infatti, ammesso che la Portielje sia un’impresa, affinché il comportamento
         della Gosselin possa esserle imputato resta da esaminare se essa abbia esercitato un’influenza determinante su quest’ultima.
         Orbene, contrariamente a quanto ha fatto riguardo a quest’ultima problematica (v. successivo punto 52), la Corte non ha stabilito
         alcuna presunzione relativa di «partecipazione» ai sensi della sentenza Cassa di Risparmio di Firenze e a., punto 47 supra.
         Infatti, in questa sentenza essa si è limitata a dare indicazioni al giudice del rinvio perché questi possa valutare, alla
         luce della normativa nazionale applicabile in questa causa, un’eventuale ingerenza delle fondazioni bancarie nella gestione
         delle loro società bancarie. Di conseguenza, nella fattispecie in esame, l’onere della prova della «partecipazione» incombe
         alla Commissione.
      
      49      A questo riguardo, è giocoforza constatare che la Commissione si è limitata a notare che la Portielje detiene la quasi totalità
         del capitale della Gosselin e che i tre principali membri della sua direzione erano contemporaneamente membri del consiglio
         di amministrazione della Gosselin. In altri termini, essa ha invocato solo argomenti strutturali, che rientrano peraltro nella
         nozione – distinta – dell’esercizio di un’influenza determinante. Essa non ha tuttavia fornito alcun elemento di prova concreto
         atto a dimostrare che la Portielje ha effettivamente partecipato alla gestione della Gosselin. 
      
      50      Ne consegue che la Commissione non ha provato che la Portielje era un’impresa ai sensi dell’art. 81 CE e che, dunque, si deve
         accogliere il motivo dedotto da questa ricorrente. 
      
       Sul secondo motivo
      51      Ad abundantiam occorre esaminare se, ammesso che la Portielje sia un’impresa, il comportamento della Gosselin possa esserle
         imputato per aver esercitato un’«influenza determinante» su quest’ultima.
      
      52      A questo riguardo, la Commissione si fonda sulla giurisprudenza secondo la quale, nel caso particolare in cui una società
         controllante detenga il 100% del capitale della propria controllata, che si sia resa responsabile di un comportamento illecito,
         esiste una presunzione relativa secondo cui la predetta società controllante esercita un’influenza determinante sul comportamento
         della sua controllata (v., in questo senso, sentenza della Corte 25 ottobre 1983, causa 107/82, AEG-Telefunken/Commissione,
         Racc. pag. 3151, punto 50). Spetta pertanto alla società controllante, che impugna dinanzi al giudice comunitario una decisione
         della Commissione che la considera responsabile per un comportamento tenuto dalla sua controllata, confutare tale presunzione
         fornendo elementi di prova atti a dimostrare l’autonomia di quest’ultima (v. sentenza della Corte 10 settembre 2009, causa
         C-97/08 P, Akzo Nobel e a./Commissione, Racc. pag. I‑8237, punto 60 e la giurisprudenza ivi citata).
      
      53      Nella fattispecie, la Portielje possiede la quasi totalità del capitale della Gosselin. Orbene, essa è effettivamente riuscita
         a confutare la presunzione dell’esercizio di un’influenza determinante sulla Gosselin. 
      
      54      In primo luogo, la Portielje osserva che il suo consiglio d’amministrazione si è riunito per la prima volta il 5 novembre
         2004, dunque più di due anni dopo la fine dell’infrazione, il 18 settembre 2002. La Commissione obietta che, dato che la Portielje
         è stata fondata nel giugno 2001 e che il suo statuto prevede almeno una sessione del consiglio di amministrazione all’anno,
         siffatto comportamento sarebbe contrario al testo del suo statuto. Tuttavia, l’emissione dei certificati della Gosselin nella
         fondazione ha avuto luogo soltanto l’11 dicembre 2002. Inoltre, l’art. 5.2 dello statuto della Portielje consente anche di
         prendere decisioni per iscritto. Secondo la Portielje, non contraddetta dalla Commissione su questo punto, prima della riunione
         del 5 novembre 2004, questo è avvenuto solo una volta, ovvero il 10 marzo 2003, per l’adozione del rapporto annuale dell’anno
         2002. Di conseguenza, occorre constatare che la Portielje ha agito in conformità al suo statuto e che sia la procedura scritta
         del 10 marzo 2003, sia la prima riunione formale del 5 novembre 2004 hanno avuto luogo dopo la cessazione dell’infrazione.
         L’esercizio da parte della Portielje di un’influenza determinante sul comportamento della sua controllata è dunque escluso
         per questo solo motivo. 
      
      55      In secondo luogo, l’unica attività della Portielje consiste nell’esercizio dei diritti di voto connessi alle azioni di cui
         trattasi nell’assemblea generale dei soci della Gosselin. L’unica possibilità per la Portielje di influenzare la politica
         della Gosselin sarebbe dunque consistita nell’avvalersi di tali diritti di voto in occasione dell’assemblea generale di quest’ultima.
         Orbene, è stato accertato che, nel corso del periodo in questione (dal 1° gennaio 2002 al 18 settembre 2002), non si è riunita
         alcuna assemblea dei soci della Gosselin. 
      
      56      In terzo luogo, la Portielje osserva di non aver avuto alcuna influenza sulla composizione del consiglio d’amministrazione
         della Gosselin nel corso del periodo in causa. La Commissione fa valere che, anche senza riunioni del suo consiglio di amministrazione,
         la Portielje ha avuto la possibilità di esercitare un’influenza diretta sulla politica commerciale e strategica della Gosselin,
         in quanto i tre principali membri della sua direzione erano nel contempo membri del consiglio di amministrazione della Gosselin.
         Tuttavia, la Portielje fa giustamente osservare che il suo consiglio di amministrazione e quello della Gosselin sono composti
         solo in parte dagli stessi membri. Delle sei persone che formavano il consiglio di amministrazione della Portielje, solo la
         metà sedeva legalmente nel consiglio di amministrazione della Gosselin. Nel corso del periodo di cui trattasi, la Portielje
         non ha cambiato la composizione del consiglio di amministrazione della Gosselin. I membri del consiglio di amministrazione
         della Gosselin erano già amministratori di questa società prima che la Portielje avesse acquisito le azioni della Gosselin
         a titolo fiduciario. Tale sequenza temporale mostra che la loro presenza nel consiglio di amministrazione non è espressione
         di un’influenza della Portielje. 
      
      57      Peraltro, deve essere respinta l’affermazione secondo la quale le tre persone che costituiscono il consiglio di amministrazione
         della Gosselin, ma che rappresentano soltanto la metà del consiglio della Portielje, esercitano un controllo sulla Gosselin
         non nella loro qualità di amministratori di quest’ultima, ma mediante l’influenza esercitata dalla Portielje sull’assemblea
         generale della Gosselin. Infatti, la Commissione ammette che sarebbe «molto artificioso» che i tre principali amministratori
         della Portielje, mediante l’assemblea generale della Gosselin, esercitino un’influenza sul consiglio d’amministrazione di
         quest’ultima, un organo di cui facevano essi stessi parte. In ogni caso, una parziale identità dei membri del consiglio di
         amministrazione non può implicare che tutte le imprese nelle quali siano parimenti rappresentati in tale veste i tre membri
         del consiglio di amministrazione della Gosselin debbano essere considerate, per questo solo fatto, come società controllanti
         della Gosselin. Nella fattispecie, i tre amministratori della Gosselin erano tra i proprietari della Portielje, che era soltanto
         uno strumento per esercitare i diritti di proprietà. Pertanto, anche ammesso che queste tre persone non abbiano agito soltanto
         in qualità di amministratori della Gosselin, sarebbe più probabile che esse abbiano agito nel proprio interesse.
      
      58      Da quanto precede consegue che la Portielje ha avanzato elementi di prova atti a dimostrare di non aver esercitato un’influenza
         determinante sulla Gosselin, anzi di non essere stata in grado di esercitare una siffatta influenza. Pertanto, essa è riuscita
         a confutare la presunzione derivante dalle sentenze 14 maggio 1998, Stora Kopparbergs Bergslags/Commissione, cit. al precedente
         punto 32, e Akzo Nobel e a./Commissione, cit. al precedente punto 52.
      
      59      Ne consegue che si deve accogliere il primo e il secondo motivo della Portielje e annullare la decisione per quanto concerne
         questa ricorrente.
      
      2.     Sul terzo motivo della Portielje e sul primo motivo della Gosselin, relativi ad una violazione dell’art. 81 CE 
      60      Questo motivo si articola in due parti. Con la prima parte, la Portielje e la Gosselin rimettono in discussione l’argomento
         secondo il quale le loro pratiche avrebbero causato una restrizione sensibile della concorrenza. Nell’ambito della seconda
         parte, esse contestano il pregiudizio sensibile al commercio tra gli Stati membri. 
      
       Sull’asserita mancanza di una restrizione sensibile della concorrenza
       Argomenti delle parti 
      61      Le ricorrenti osservano che la Gosselin non ha preso parte in alcun modo all’accordo sui prezzi e, pertanto, non è affatto
         citata nel preambolo della decisione ad esso relativa. La Gosselin non contesta, in un certo numero di casi, di aver ricevuto o pagato commissioni e che, nella specie, si trattava
         di una sorta di compensazione finanziaria per la società di traslochi che non aveva ottenuto il contratto. Tuttavia, essa
         fa valere di avere percepito una commissione soltanto per i traslochi per i quali aveva effettivamente presentato un preventivo
         concorrenziale. Pertanto, per quanto concerne la Gosselin, il sistema di commissioni non sarebbe stato accompagnato da un
         sistema di ripartizione dei clienti. Allo stesso modo, essa non avrebbe applicato prezzi base. 
      
      62      La Gosselin non contesta di aver richiesto e fornito PDC, ma afferma che i PDC venivano chiesti o emessi solo quando essa
         riteneva di non poter più ottenere il contratto in questione. La Gosselin sostiene di non essere al corrente di alcun PDC
         che sia stato chiesto o fornito senza che il cliente che intendeva traslocare – e che aveva già scelto in favore di una società
         – l’avesse richiesto. Essa non avrebbe mai applicato commissioni e PDC per una stessa operazione di trasloco. 
      
      63      Le ricorrenti fanno valere che la decisione non prova dunque che le commissioni e i PDC abbiano avuto un sensibile effetto
         restrittivo della concorrenza. Inoltre, esse sostengono che la Gosselin non può essere ritenuta responsabile per comportamenti
         che non ha tenuto. A questo riguardo, sottolineano che la Gosselin non ha partecipato ad alcuna riunione dell’intesa e che
         non era a conoscenza degli accordi sui prezzi. 
      
      64      La Commissione sostiene di non essere affatto tenuta a dimostrare l’esistenza effettiva di effetti anticoncorrenziali. Inoltre,
         essa contesta le affermazioni delle ricorrenti.
      
       Giudizio del Tribunale
      65      In via preliminare, occorre constatare che – contrariamente a quanto lascia intendere il suo titolo – la prima parte del motivo
         non si riferisce né al principio detto de minimis, ossia il fatto che gli accordi di importanza minore sfuggono al divieto
         sancito dall’art. 81, n. 1, CE, se restringono la concorrenza solo in misura insignificante (v., in questo senso, sentenze
         della Corte 30 giugno 1966, causa 56/65, LTM, Racc. pag. 337, in particolare pag. 360, e 9 luglio 1969, causa 5/69, Völk,
         Racc. pag. 295, punto 7), né alla comunicazione della Commissione che si riferisce, segnatamente, alla comunicazione relativa
         agli accordi di importanza minore che non determinano restrizioni sensibili della concorrenza ai sensi dell’articolo 81, n.
         1, [CE] (de minimis) (GU 2001, C 368, pag. 13). 
      
      66      Le ricorrenti invocano piuttosto la mancanza di prove di effetti anticoncorrenziali, ovvero di qualsivoglia restrizione della
         concorrenza. Inoltre, esse contestano la responsabilità della Gosselin per comportamenti che essa afferma di non avere tenuto.
         
      
      –       Sull’asserita mancanza di restrizioni della concorrenza
      67      Dal momento che le ricorrenti rimettono in causa la qualificazione delle commissioni e dei PDC come restrizioni della concorrenza,
         occorre sottolineare che queste due pratiche avevano come fine la ripartizione dei clienti e la manipolazione delle offerte,
         ovvero due manifeste restrizioni della concorrenza. Infatti, al fine di emettere PDC, le imprese di traslochi interessate
         scambiavano informazioni, come la data esatta e i dettagli dei traslochi da effettuare, nonché i prezzi di questo servizio,
         di modo che l’impresa che emetteva un PDC rinunciava deliberatamente ad ogni concorrenza reale con l’impresa che aveva chiesto
         questo preventivo. Il risultato era un sistema sofisticato che implicava un aumento artificioso dei prezzi. 
      
      68      Infatti, come dimostrato dalla Commissione nella decisione, per la persona che trasloca, l’interesse di ricevere PDC risiede
         nel fatto che essa non deve chiedere vari preventivi. Se il trasloco è pagato dal datore di lavoro, è dunque poco probabile
         che questa persona si rivolga successivamente ad altre imprese di traslochi per ottenere preventivi onesti. Dunque, l’impresa
         richiesta non deve aspettarsi alcuna concorrenza da parte delle altre imprese di traslochi implicate nell’intesa, di modo
         che si può prevedere che questa applichi prezzi più elevati. L’istituzione o l’impresa che paga il trasloco non può pertanto
         trarre vantaggio dal gioco della concorrenza, benché sia proprio questa la ragione per cui essa domanda la predisposizione
         di un preventivo. Siffatta conclusione discende del resto esplicitamente da un messaggio elettronico interno della Allied
         Arthur Pierre, citato al punto 223 della decisione, da cui emerge che «il cliente ha domandato due [PDC], noi possiamo dunque
         chiedere un prezzo più alto». 
      
      69      Allo stesso modo, le commissioni hanno inevitabilmente innalzato il livello dei prezzi, atteso che le spese da esse generate
         erano trasferite sui clienti. Contrariamente a quanto asseriscono le ricorrenti, siffatte pratiche avevano dunque certamente
         come fine quello di falsare il gioco della concorrenza, ai sensi dell’art. 81 CE.
      
      70      Infine, occorre sottolineare che la persona che intende traslocare e che è in contatto con il fornitore non è il vero cliente
         delle società di traslochi. Al punto 264 della decisione, la Commissione rileva che spetta all’impresa o all’istituzione pubblica
         che paga il trasloco selezionare una società di traslochi. Numerose imprese e istituzioni pubbliche richiedono la presentazione
         di varie offerte proprio per operare una scelta. Di conseguenza, devono essere respinti gli argomenti secondo i quali i PDC
         erano emessi poiché rispondenti ad una domanda del mercato, o sarebbero stati presentati solo dopo che il «cliente» aveva
         fatto la sua scelta. 
      
      71      Pertanto, la censura relativa alla mancanza di qualsiasi restrizione della concorrenza non può essere accolta.
      
      –       Sulla prova di effetti anticoncorrenziali
      72      Riguardo alla prova di effetti anticoncorrenziali, occorre osservare che, in generale, la valutazione di un accordo ai sensi
         dell’art. 81, n. 1, CE deve tener conto dell’ambito concreto nel quale esso produce i suoi effetti, in particolare del contesto
         economico e giuridico nel quale operano le imprese interessate, della natura dei servizi contemplati dall’accordo nonché delle
         effettive condizioni del funzionamento e della struttura del mercato interessato (v. sentenza del Tribunale 15 settembre 1998,
         cause riunite T‑374/94, T‑375/94, T‑384/94 e T‑388/94, European Night Services e a./Commissione, Racc. pag. II‑3141, punto
         136 e la giurisprudenza ivi citata).
      
      73      Orbene, come giustamente osservato dalla Commissione, da una giurisprudenza costante emerge che, ai fini dell’applicazione
         dell’art. 81, n. 1, CE, prendere in considerazione gli effetti concreti di un accordo è superfluo, ove risulti che esso ha
         per oggetto di restringere, impedire o falsare il gioco della concorrenza all’interno del mercato comune (sentenza della Corte
         13 luglio 1966, cause riunite 56/64 e 58/64, Consten e Grundig/Commissione, Racc. pag. 429, in particolare pag. 496, e sentenza
         del Tribunale 6 aprile 1995, causa T-143/98, Ferriere Nord/Commissione, Racc. pag. II‑917, punto 30). Di conseguenza, la valutazione
         di un accordo in forza dell’art. 81, n. 1, CE non deve tener conto del quadro concreto nel quale esso produce i suoi effetti,
         se si tratta di un accordo che comporta manifeste restrizioni della concorrenza come la fissazione dei prezzi, la suddivisione
         del mercato o il controllo degli sbocchi (v., in questo senso, sentenza European Night Services e a./Commissione, cit. al
         precedente punto 72, punto 136).
      
      74      Nella fattispecie, le pratiche della Gosselin comportavano restrizioni manifeste della concorrenza (v. il precedente punto
         67). Ciò premesso, la Commissione non era tenuta a provare effetti anticoncorrenziali. 
      
      –       Sulla responsabilità per gli accordi scritti
      75      Le ricorrenti sostengono che la Gosselin non può essere ritenuta responsabile per le azioni illecite alle quali non ha partecipato.
         
      
      76      A questo riguardo non è contestato che la Gosselin ha partecipato a due delle tre pratiche descritte nella decisione, ovvero
         l’accordo sulle commissioni e l’accordo sui PDC. Per contro, essa non ha mai partecipato all’accordo scritto sui prezzi. Orbene,
         se un’impresa che ha partecipato ad un’infrazione con comportamenti ad essa propri può anche essere considerata responsabile
         dei comportamenti attuati da altre imprese nell’ambito della medesima infrazione, ciò non vale per il periodo della sua partecipazione
         a siffatta infrazione (sentenza della Corte 8 luglio 1999, causa C-49/92 P, Commissione/Anic Partecipazioni, Racc. pag. I‑4125,
         punto 83). Di conseguenza, la Gosselin non può essere considerata responsabile dei comportamenti cessati prima della sua adesione
         all’intesa.
      
      77      Tuttavia, nella decisione, la Commissione ha constatato una violazione da parte della Gosselin dell’art. 81, n. 1, CE unicamente
         per il periodo dal 31 gennaio 1992 al 18 settembre 2002. Pertanto, riguardo alla durata della partecipazione all’intesa, la
         Commissione ha debitamente tenuto conto del fatto che essa ha partecipato all’intesa solo a partire dal 1992. Sotto il profilo
         della gravità, la questione sarà esaminata ai punti 134 e segg. della presente sentenza. 
      
      78      Per questa stessa ragione, l’argomento della Gosselin secondo il quale essa non aveva avuto conoscenza degli accordi scritti
         è privo di rilevanza, atteso che la Commissione, nella decisione, la considera responsabile dell’infrazione solo con decorrenza
         da tale data.
      
      79      Per quanto riguarda i PDC e le commissioni, occorre considerare che la Gosselin doveva necessariamente essere a conoscenza
         dei comportamenti illeciti degli altri partecipanti, atteso che queste due pratiche poggiavano su una cooperazione reciproca
         con partner diversi in ciascuna occasione. Infatti, questo sistema si fondava sul principio «do ut des», in quanto ciascuna
         impresa che pagava una commissione o emetteva un PDC si aspettava, in futuro, di potersi avvalere essa stessa di questo sistema
         e di ottenere commissioni o PDC. Pertanto detti meccanismi non erano meccanismi ad hoc, ma presentavano un nesso di complementarità.
         
      
      80      Di conseguenza, questa parte del motivo deve essere respinta.
      
       Sull’asserita mancanza di effetti sensibili sugli scambi tra Stati membri
      
       Argomenti delle parti
      81      Innanzi tutto, le ricorrenti sostengono che la fornitura di servizi, che implicano che la proprietà del cliente attraversi
         la frontiera, non può essere equiparata all’importazione o all’esportazione di merci. 
      
      82      Quindi, le ricorrenti contestano l’affermazione della Commissione, secondo la quale il fatturato delle parti, con i servizi
         controversi, ha superato la soglia di EUR 40 milioni, prevista al punto 53 degli orientamenti relativi alla nozione di pregiudizio
         al commercio tra Stati membri, di cui agli articoli 81 [CE] e 82 [CE] (GU 2004, C 101, pag. 81; in prosieguo: gli «orientamenti
         del 2004»). Esse osservano, in particolare, che il totale delle vendite di cui al punto 540 è di EUR 21 323 734, ossia circa
         la metà di questa soglia. Per quanto concerne la soglia del 5% delle quote di mercato, le ricorrenti sottolineano che, quando
         la Commissione vuole invocare le quote di mercato, essa deve definire il mercato di cui trattasi. Tuttavia, la decisione fornirebbe
         una «descrizione del mercato», ma non offrirebbe alcuna analisi o ragionamento che consenta di definire il mercato in causa
         in modo giuridicamente corretto. Le ricorrenti sostengono, inoltre, di non aver potuto rilevare la minima distinzione per
         quanto riguarda l’influenza, sensibile o meno, sugli scambi tra Stati membri, tra il periodo anteriore o posteriore alla fine
         dell’infrazione. 
      
      83      Infine, le ricorrenti fanno valere che la decisione non corrisponde al metodo di lavoro esposto ai paragrafi 78-82 degli orientamenti
         del 2004, che trattano espressamente della situazione di intese che riguardano un solo Stato membro. 
      
      84      Per quanto riguarda le soglie previste negli orientamenti del 2004, la Commissione osserva che questi ultimi stabiliscono
         una presunzione positiva relativa secondo cui l’incidenza sul commercio è sensibile se il fatturato cumulativo supera EUR 40
         milioni o se la quota di mercato cumulativa è superiore al 5%. Secondo la Commissione, i partecipanti all’intesa hanno realizzato,
         nel 2002, un fatturato cumulativo di circa EUR 41 milioni sul mercato dei servizi di traslochi internazionali. Inoltre, sulla
         base di stime relative all’estensione di tale mercato, la Commissione avrebbe potuto stabilire che la quota totale di mercato
         dei partecipanti all’intesa arrivava a circa il 50%. Per contro, il punto 540 della decisione verterebbe sulla determinazione
         dell’ammontare dell’ammenda, tenuto conto della situazione di ciascuna delle imprese. 
      
      85      Infine, la Commissione osserva che, anche se le ricorrenti mettono in dubbio l’esattezza della stima della quota cumulativa
         di mercato al 50% circa, esse non contestano che tale quota di mercato fosse superiore al 5%. In ogni caso, la Commissione
         non sarebbe tenuta a delimitare il mercato, posto che ha constatato che l’accordo ha avuto per oggetto quello di restringere
         la concorrenza all’interno del mercato comune e che, per sua natura, era atto a incidere sul commercio tra Stati membri. 
      
       Giudizio del Tribunale
      86      Per quanto concerne, innanzi tutto, le censure relative ad eventuali differenze tra i servizi di traslochi internazionali
         e le attività d’importazione e d’esportazione di beni, è giocoforza constatare che tali differenze non sono pertinenti per
         la determinazione dell’ambito di applicazione del diritto della concorrenza dell’Unione. Infatti, la nozione di «commercio
         tra Stati membri» è una nozione ampia, che ingloba ogni attività economica. Anche accordi che interessano il territorio di
         un solo Stato membro possono rientrare nell’ambito di applicazione del diritto della concorrenza (v., in questo senso, sentenze
         della Corte 14 luglio 1981, causa 172/80, Züchner, Racc. pag. 2021, punto 18, e 19 febbraio 2002, causa C-309/99, Wouters
         e a., Racc. pag. I‑1577, punto 95 e la giurisprudenza ivi citata). Quest’ultima situazione è del resto esplicitamente considerata
         dai paragrafi 78-82 degli orientamenti del 2004. Anche se le ricorrenti affermano che la Commissione non ha rispettato i suoi
         orientamenti sotto questo profilo, esse non precisano tuttavia in cosa consista l’asserita violazione di dette norme. 
      
      87      Riguardo agli altri addebiti, la Commissione fa valere che la contestazione della delimitazione del mercato, e, pertanto,
         della sua affermazione secondo la quale le soglie previste al punto 53 degli orientamenti del 2004 sono state raggiunte, è
         irrilevante. 
      
      88      Questo argomento non può essere accolto. 
      
      89      È vero che la Commissione, ai fini dell’applicazione dell’art. 81, n. 1, CE, è esonerata dal dimostrare i reali effetti anticoncorrenziali
         degli accordi o delle pratiche che hanno per oggetto di impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza (sentenze
         Consten e Grundig/Commissione, cit. al precedente punto 73, e Ferriere Nord/Commissione, cit. al precedente punto 73, punto
         30, confermata dalla sentenza della Corte 17 luglio 1997, causa C-219/95 P, Ferriere Nord/Commissione, Racc. pag. I-4411,
         punti 12-15). 
      
      90      Resta cionondimeno il fatto che, in base ad una giurisprudenza consolidata, l’art. 81, n. 1, CE non è applicabile se l’incidenza
         dell’intesa sugli scambi intracomunitari o sulla concorrenza non è «sensibile». Infatti, un accordo sfugge al divieto dettato
         dall’art. 81, n. 1, CE solamente quando restringe la concorrenza o incide sul commercio tra Stati membri in modo non significativo
         (sentenze della Corte LTM, cit. al precedente punto 65; Völk, cit. al precedente punto 65, punto 7, e 28 aprile 1998, causa
         C-306/96, Javico, Racc. pag. I-1983, punti 12 e 17; sentenza del Tribunale 19 marzo 2003, causa T-213/00, CMA CGM e a./Commissione,
         Racc. pag. II-913, punto 207).
      
      91      Di conseguenza, l’obbligo di delimitare il mercato in una decisione adottata ai sensi dell’art. 81 CE si impone alla Commissione
         quando, senza siffatta delimitazione, non è possibile stabilire se l’accordo o la pratica concordata di cui è causa siano
         idonei a incidere sugli scambi tra Stati membri ed abbiano per oggetto o per effetto di impedire, restringere o falsare il
         gioco della concorrenza (sentenza del Tribunale 6 luglio 2000, causa T-62/98, Volkswagen/Commissione, Racc. pag. II-2707,
         punto 230). 
      
      92      Orbene, con il presente motivo le ricorrenti mettono in discussione la valutazione della Commissione relativa a tali condizioni
         di applicazione dell’art. 81 CE, poiché la definizione e le dimensioni del mercato nonché le quote di mercato detenute costituiscono
         effettivamente soltanto dei presupposti (v., in tal senso, sentenza del Tribunale 21 febbraio 1995, causa T-29/92, SPO e a./Commissione,
         Racc. pag. II-289, punto 75).
      
      93      Nella decisione, la Commissione, al fine di dimostrare il pregiudizio sensibile al commercio tra Stati membri, si basa sui
         suoi orientamenti del 2004, che indicano soglie minime per le quote di mercato e per i fatturati consolidati delle imprese
         di cui trattasi. Orbene, secondo il punto 55 di tali orientamenti, l’applicazione della soglia del 5% delle quote di mercato,
         prevista dai punti 52 e 53 degli stessi, comporta una previa determinazione del mercato in esame. 
      
      94      Di conseguenza, nei limiti in cui fanno riferimento alla valutazione del pregiudizio sensibile al commercio tra Stati membri,
         in particolare alla soglia del 5%, non sono irrilevanti gli addebiti relativi ad un’errata definizione del mercato in oggetto,
         ad un’errata valutazione delle sue dimensioni nonché alle quote di mercato delle imprese di cui trattasi. 
      
      95      La Commissione sottolinea inoltre che, pur se le ricorrenti rimettono in causa l’esattezza della valutazione della quota di
         mercato cumulativa al 50% circa, esse non contestano esplicitamente che tale quota era superiore al 5%. Atteso che, nel quadro
         della presunzione positiva prevista al punto 53 degli orientamenti del 2004, è sufficiente che una sola di queste due condizioni
         alternative sia soddisfatta, la Commissione ritiene che gli argomenti delle ricorrenti non possano rimettere in discussione
         la sua constatazione secondo la quale i comportamenti illeciti erano idonei a incidere sensibilmente sul commercio tra Stati
         membri. Orbene, le ricorrenti osservano che, ogniqualvolta la Commissione intende basarsi su quote di mercato, essa deve definire
         il mercato pertinente in un modo economicamente circostanziato. Per cui esse contestano, indirettamente, il superamento della
         soglia del 5%. 
      
      96      Occorre pertanto esaminare se la Commissione abbia dimostrato nella decisione un pregiudizio sensibile al commercio tra Stati
         membri. 
      
      –       Sul carattere transfrontaliero
      97      In udienza, la Commissione ha sostenuto che il carattere transfrontaliero dei traslochi di cui trattasi era sufficiente a
         provare un pregiudizio al commercio. Tuttavia, è giocoforza constatare che tale carattere, che non è contestato, non è idoneo,
         in sé, a dimostrare il pregiudizio sensibile al commercio tra Stati membri. 
      
      98      Infatti, se qualsiasi transazione transfrontaliera potesse automaticamente pregiudicare in modo sensibile il commercio tra
         Stati membri, la nozione di carattere sensibile, che pur costituisce una condizione di applicazione dell’art. 81, n. 1, CE,
         elaborata dalla giurisprudenza, sarebbe privata di qualsiasi contenuto. In proposito, occorre ricordare che, anche nel caso
         di un’infrazione per oggetto, è necessario che l’infrazione possa pregiudicare in modo sensibile gli scambi intracomunitari.
         Peraltro, ciò risulta altresì dagli orientamenti del 2004, poiché la presunzione positiva, di cui al punto 53 degli stessi,
         si applica soltanto agli accordi o alle pratiche che per loro stessa natura possono pregiudicare il commercio tra Stati membri.
      
      99      Tuttavia, la Commissione ha richiamato, in udienza, la sentenza della Corte 1° ottobre 1987, causa 311/85, Vereniging van
         Vlaamse Reisbureaus (Racc. pag. 3801), al fine di suffragare la propria tesi secondo cui il carattere transfrontaliero dei
         traslochi sarebbe stato di per sé sufficiente a fondare la sua competenza. Orbene, è giocoforza constatare che detta sentenza,
         in particolare il suo punto 18, non affronta la problematica del carattere sensibile del pregiudizio al commercio. Infatti,
         tale espressione non è nemmeno menzionata nella citata sentenza. 
      
      100    In ogni caso, la decisione non contiene alcuna motivazione che si basi unicamente sul carattere transfrontaliero dei traslochi
         in esame. In particolare, sia dal suo tenore letterale sia dal suo contesto discende che il punto 372 della decisione, il
         quale non menziona la sentenza Vereniging van Vlaamse Reisbureaus, di cui al punto 99 supra, non è volto a dimostrare il carattere
         sensibile del pregiudizio al commercio.
      
      –       Sulla soglia di EUR 40 milioni 
      101    Riguardo alla soglia di EUR 40 milioni, prevista al punto 53 degli orientamenti del 2004, le ricorrenti fanno giustamente
         valere che occorre operare una distinzione tra il fatturato prodotto come subappaltante e il fatturato originato in quanto
         società avente il controllo di un trasloco internazionale. Infatti, per non includere due volte il medesimo fatturato nella
         valutazione delle vendite in oggetto, è necessario dedurre dal fatturato realizzato con i servizi di cui trattasi il fatturato
         realizzato come subappaltante. In caso contrario, per un solo trasloco, quest’ultimo fatturato sarebbe incluso una prima volta
         nel fatturato della società che controlla il servizio e una seconda volta in quello del subappaltante. Inoltre, i fatturati
         del subappaltante non sono stati realizzati sul mercato dei servizi di trasloco destinati al consumatore finale. 
      
      102    La spiegazione fornita dalla Commissione al punto 530 della decisione per giustificare la propria scelta di escludere dette
         vendite nell’ambito del calcolo dell’ammenda è peraltro convincente. Tuttavia, essa non può spiegare il motivo per cui sarebbe
         necessario includere due volte lo stesso fatturato nella valutazione delle dimensioni del mercato per determinare l’esistenza
         di un pregiudizio sensibile al commercio. Tale valutazione e quella del fatturato cumulato dei partecipanti all’intesa sono
         quindi inficiate da un errore manifesto. 
      
      103    Questa conclusione è suffragata dalle risposte della Commissione ai quesiti scritti e orali del Tribunale. 
      
      104    La Commissione, in primo luogo, ha tentato di trarre argomenti dal punto 54 degli orientamenti del 2004. Orbene, questa disposizione
         si limita a escludere le vendite tra società del medesimo gruppo, ma non contempla affatto la questione del subappalto. Essa,
         in particolare, non può fondare l’argomento a contrario che la Commissione sembra addurre. 
      
      105    In secondo luogo, la Commissione, nella risposta scritta, ha fatto valere che il suo criterio non comporta «necessariamente»
         un doppio conteggio dello stesso trasloco, poiché, da un lato, un certo numero di traslocatori belgi non facevano parte dell’intesa
         e, dall’altro, il subappalto era effettuato in taluni casi per conto di traslocatori stranieri. Pertanto, la Commissione riconosce
         implicitamente che, per gli altri casi, tale criterio equivaleva a includere due volte i fatturati realizzati in quanto subappaltante.
         Inoltre, nel corso dell’udienza, la Commissione ha ammesso l’esistenza di un doppio conteggio quando il subappalto si svolgeva
         tra due partecipanti al cartello. Per di più, essa ha riconosciuto che se la sua metodologia venisse corretta su tale punto,
         la soglia di 40 milioni di euro non sarebbe più raggiunta. 
      
      106    Da quanto precede discende che la Commissione non ha dimostrato che nel caso di specie è stata raggiunta la soglia di EUR 40
         milioni. 
      
      –       Sulla soglia del 5%
      107    Riguardo alla soglia del 5%, le ricorrenti fanno valere che la Commissione avrebbe dovuto definire il mercato per potersi
         fondare sul superamento del medesimo. 
      
      108    A questo riguardo, è giocoforza constatare che il calcolo di una quota di mercato implica, come logica preliminare, la definizione
         di tale mercato. Infatti, come già rilevato dal Tribunale al punto 92 supra, il punto 55 degli orientamenti del 2004 riconosce
         esplicitamente che «[p]er applicare la soglia basata sulla quota di mercato, è necessario determinare il mercato rilevante.
         Si tratta del mercato rilevante del prodotto e del mercato geografico rilevante». Tale obbligo risulta in modo ancora più
         chiaro da altre versioni linguistiche di questo punto (per esempio, in inglese: «it is necessary» e in tedesco: «muss»). 
      
      109    Inoltre, sul carattere vincolante degli orientamenti adottati dalla Commissione, la Corte ha già dichiarato che, adottando
         siffatte norme di comportamento e annunciando con la loro pubblicazione che essa le applicherà da quel momento in poi ai casi
         cui si riferiscono, l’istituzione di cui trattasi si autolimita nell’esercizio del suo potere discrezionale e non può discostarsi
         da tali norme, pena essere sanzionata, eventualmente, a titolo di violazione di principi del diritto generali, quali la parità
         di trattamento o la tutela del legittimo affidamento (sentenza della Corte 28 giugno 2005, cause riunite C-189/02 P, C-202/02 P,
         da C-205/02 P a C‑208/02 P e C-213/02 P, Dansk Rørindustri e a./Commissione, Racc. pag. I‑5425, punto 211).
      
      110    Orbene, è pacifico che la Commissione non ha rispettato l’obbligo di cui al punto 55 degli orientamenti del 2004. Nelle sue
         memorie e durante l’udienza essa ha insistito non soltanto sul fatto di non essere tenuta a definire il mercato in esame ma
         anche di non averlo fatto. Di conseguenza, in linea di principio, dovrebbe essere disattesa la constatazione della Commissione
         secondo cui è stata raggiunta la soglia del 5%.
      
      111    Tuttavia, nelle circostanze del caso di specie, il Tribunale ritiene che la Commissione abbia, nondimeno, sufficientemente
         dimostrato il rispetto della seconda condizione alternativa prevista nella presunzione enunciata al punto 53 degli orientamenti
         del 2004. 
      
      112    Infatti, ai punti 88-94 della decisione, la Commissione ha fornito una descrizione sufficientemente dettagliata del settore
         di cui trattasi, compresi l’offerta, la domanda e l’estensione geografica. Pertanto, la Commissione ha individuato precisamente
         i servizi in esame nonché il mercato. Il Tribunale ritiene che una simile descrizione del settore possa essere sufficiente
         in quanto risulta abbastanza dettagliata per consentire al Tribunale di verificare le affermazioni di base della Commissione,
         e, su tale base, è evidente che la quota di mercato cumulativa supera ampiamente la soglia del 5%.
      
      113    In proposito, va rilevato, in primo luogo, che la Commissione era autorizzata a constatare che i servizi in questione erano
         quelli dei servizi di traslochi internazionali in Belgio. La Commissione ha giustamente rilevato che l’intesa aveva lo scopo
         di limitare la concorrenza nel settore dei traslochi internazionali verso o in partenza dal Belgio. Infatti, i traslochi in
         questione si caratterizzavano per il fatto che il Belgio ne costituiva il punto di origine o la destinazione, che le società
         di trasloco di cui trattasi avevano tutte sede in Belgio e che l’attività dell’intesa si svogeva in Belgio. Inoltre, la Commissione,
         nella sua valutazione delle dimensioni del mercato, ha tenuto conto dei fatturati delle società straniere su tale mercato.
         
      
      114    In secondo luogo, su detta base, la Commissione ha valutato le dimensioni del mercato a EUR 83 milioni e la quota di mercato
         cumulativa dei partecipanti all’intesa a circa il 50%. Queste cifre devono essere adeguate per tener conto delle correzioni
         risultanti dalla decisione C (2009) 5810 (punto 19 supra) e dell’esclusione delle vendite realizzate in subappalto (punto
         102 supra), il che, a parere della Commissione, dà un fatturato cumulativo di oltre EUR 20 milioni e una quota di mercato
         cumulativa di circa il 30%. Quest’ultima, pertanto, si colloca sempre ben oltre la soglia del 5%. 
      
      115    In terzo luogo, la Gosselin, in risposta ai quesiti del Tribunale, ha constatato in udienza che, perché non si oltrepassi
         la soglia del 5%, la dimensione del mercato dovrebbe essere molto maggiore. In effetti, la dimensione del mercato dovrebbe
         essere quindi di oltre EUR 400 milioni. Orbene, l’unica possibilità per giungere ad una siffatta dimensione del mercato sarebbe
         quella di partire da un mercato molto più esteso di quello dei servizi di traslochi internazionali in Belgio, mercato che,
         tuttavia, è stato giustamente identificato dalla Commissione come il mercato in questione. 
      
      116    Pertanto, il Tribunale ritiene che, eccezionalmente, la Commissione potesse basarsi sulla seconda condizione alternativa del
         punto 53 degli orientamenti del 2004, senza effettuare espressamente una definizione del mercato ai sensi del punto 55 di
         detti orientamenti. 
      
      117    Infine, come giustamente rilevato dalla Commissione, nell’ambito della presunzione positiva di cui al punto 53 degli orientamenti
         del 2004, è sufficiente che una sola delle due condizioni alternative sia soddisfatta per dimostrare il carattere sensibile
         del pregiudizio al commercio tra Stati membri. 
      
      118    Da quanto precede risulta che la censura relativa alla mancanza di pregiudizio sensibile al commercio tra Stati membri deve
         essere disattesa. 
      
      119    Il terzo motivo deve, pertanto, essere respinto nel suo insieme.
      
      3.     Sul quarto motivo della Portielje e sul secondo motivo della Gosselin, volti ad una riduzione dell’ammenda
      120    Questo motivo si articola in quattro parti. Con la prima parte, le ricorrenti invocano una violazione dell’art. 23, n. 2,
         lett. a), e n. 3, del regolamento n. 1/2003, dell’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e degli orientamenti del 2006 nella
         determinazione della gravità dell’infrazione. Le altre parti riguardano una violazione di queste medesime disposizioni nella
         determinazione della durata dell’infrazione (seconda parte, invocata solo dalla Gosselin), nella determinazione del valore
         delle vendite per calcolare l’importo di base dell’ammenda (rispettivamente seconda e terza parte) e nel rigetto delle circostanze
         attenuanti (rispettivamente terza e quarta parte). 
      
       Sulla gravità dell’infrazione
       Argomenti delle parti
      121    Le ricorrenti sostengono che esiste una distinzione qualitativa rilevante tra le società di traslochi che hanno partecipato
         all’intesa «classica» sui prezzi, che si accompagnava a riunioni ed accordi scritti, e le altre società (come la Gosselin)
         che erano implicate solo nelle commissioni e nei PDC. L’intesa «classica» avrebbe offerto ai partecipanti all’intesa un quadro
         di comportamento sul mercato, mentre le commissioni e i PDC sarebbero stati applicati caso per caso. 
      
      122    Nondimeno, la Commissione avrebbe applicato a tutte le società in questione una medesima percentuale del 17%, senza procedere
         ad una valutazione caso per caso e tenendo conto di tutte le circostanze rilevanti, come previsto al punto 20 degli orientamenti
         del 2006. Di conseguenza, le ricorrenti chiedono al Tribunale di fissare, quanto meno, la percentuale rilevante per il calcolo
         dell’ammenda ad un livello inferiore al 17%. 
      
      123    Secondo la Commissione, l’argomento delle ricorrenti poggia sull’idea erronea che gli accordi relativi alle commissioni e
         ai PDC siano meno gravi di quelli relativi a prezzi di base.
      
       Giudizio del Tribunale
      124    Le ricorrenti fanno valere, in sostanza, che la Commissione avrebbe dovuto prendere in considerazione tutte le circostanze
         rilevanti della fattispecie e che esiste una distinzione qualitativa importante tra l’intesa sui prezzi e le altre pratiche.
      
      –       Sull’obbligo di prendere in considerazione tutte le circostanze rilevanti della fattispecie
      125    Riguardo alla prima censura, va rilevato che, al punto 542 della decisione, la Commissione sostiene che accordi o pratiche
         concordate che comportano il tipo di restrizione constatata nella presente causa possono essere qualificati come «molto gravi»
         esclusivamente sulla base della loro natura intrinseca, senza che sia necessario che siffatti comportamenti si caratterizzino
         per un’estensione geografica o per un impatto particolare. A sostegno di tale affermazione, sia nella decisione sia nel controricorso,
         la Commissione cita la sentenza 18 luglio 2005, causa T-241/01, Scandinavian Airlines System/Commissione (Racc. pag. II‑2917).
      
      126    In tale sentenza, il Tribunale ha dichiarato che la valutazione della gravità doveva essere effettuata tenendo conto, in particolare,
         della natura delle restrizioni provocate alla concorrenza, che la gravità dell’infrazione poteva essere accertata con riferimento
         alla natura e all’oggetto dei comportamenti abusivi, e che da una giurisprudenza costante discendeva che elementi relativi
         all’oggetto di un comportamento possono rivestire rilevanza maggiore per determinare l’importo dell’ammenda di quelli relativi
         ai suoi effetti (v. punto 83 della sentenza e la giurisprudenza ivi citata).
      
      127    Nel caso di specie, l’infrazione aveva come fine la fissazione dei prezzi e la ripartizione dei mercati. Siffatta manifesta
         infrazione al diritto della concorrenza è, per sua natura, particolarmente grave. 
      
      128    Inoltre, contrariamente agli orientamenti per il calcolo delle ammende inflitte in applicazione dell’art. 15, n. 2, del regolamento
         n. 17 e dell’art. 65, n. 5, [CA] (GU 1998, C 9, pag. 3) (in prosieguo: gli «orientamenti del 1998»), gli orientamenti «ammende»
         del 2006 non menzionano più la necessità, al fine di valutare la gravità, di prendere in considerazione «l’effettiva capacità
         economica degli autori dell’infrazione di arrecare un danno consistente agli altri operatori», né «l’impatto concreto [dell’infrazione]
         sul mercato laddove possa essere misurato». 
      
      129    Orbene, gli orientamenti del 2006 prevedono espressamente, al punto 20, che «la gravità sarà valutata caso per caso per ciascun
         tipo di infrazione, tenendo conto di tutte le circostanze rilevanti». In aggiunta, gli orientamenti del 2006 hanno comportato
         un cambiamento metodologico fondamentale per il calcolo delle ammende. In particolare, è stata abolita la classificazione
         delle infrazioni in tre categorie («poco grave», «grave» e «molto grave») ed è stata introdotta una forcella compresa tra
         lo 0% e il 30% per consentire una differenziazione più precisa. In base al punto 19 degli orientamenti del 2006, l’importo
         di base dell’ammenda deve essere «legato ad una proporzione del valore delle vendite, determinata in funzione del grado di
         gravità dell’infrazione». In linea di massima, «la proporzione considerata del valore delle vendite sarà fissata a un livello
         che può raggiungere il 30% del valore delle vendite» (punto 21 degli orientamenti). 
      
      130    Pertanto, la Commissione non può esercitare il potere discrezionale di cui dispone in materia di imposizione di ammende, e
         quindi fissare la percentuale precisa, situata tra lo 0 e il 30%, senza tener conto delle circostanze particolari della causa.
         Infatti, il punto 22 degli orientamenti del 2006 stabilisce che, «[p]er decidere se la proporzione del valore delle vendite
         da prendere in considerazione in un determinato caso debba situarsi sui valori minimi o massimi all’interno della forcella
         prevista, la Commissione terrà conto di un certo numero di fattori, quali la natura dell’infrazione, la quota di mercato aggregata
         di tutte le imprese interessate, l’estensione geografica dell’infrazione e se sia stata data attuazione o meno alle pratiche
         illecite».
      
      131    Questa difficoltà di fissare una percentuale precisa è, in qualche modo, ridotta nel caso di accordi orizzontali segreti di
         fissazione dei prezzi e di ripartizione del mercato nei quali, in forza del punto 23 degli orientamenti del 2006, la proporzione
         del valore delle vendite presa in considerazione si situerà «sui valori più alti previsti». Da tale punto discende che la
         percentuale per le restrizioni più gravi dovrebbe essere superiore almeno al 15%.
      
      132    Nella fattispecie, non occorre annullare la decisione sotto questo profilo, per il fatto che la percentuale del 17% è stata
         fissata esclusivamente sulla base della natura intrinsecamente grave dell’infrazione. Infatti, quando la Commissione si limita
         ad applicare una percentuale uguale o quasi uguale alla percentuale minima prevista per le restrizioni più gravi, non è necessario
         prendere in considerazione elementi o circostanze supplementari. Ciò varrebbe solamente se si dovesse applicare una percentuale
         più elevata. Al riguardo, la Gosselin non deduce certamente che la Commissione avrebbe dovuto fissare una percentuale maggiore
         e la Commissione non ha richiesto al Tribunale di aumentare l’importo dell’ammenda. 
      
      133    Di conseguenza, l’addebito relativo all’astratta determinazione della gravità dell’infrazione deve essere respinto. 
      
      –       Sull’asserita distinzione qualitativa rilevante
      134    Per quanto riguarda la censura relativa ad un’asserita distinzione qualitativa rilevante tra l’intesa sui prezzi e le altre
         pratiche, censura che coincide con il quinto motivo della Portielje relativo ad un’asserita violazione del principio di uguaglianza,
         occorre ricordare la giurisprudenza costante secondo la quale il principio della parità di trattamento, che si annovera tra
         i principi fondamentali del diritto comunitario, vieta non soltanto che situazioni analoghe siano trattate in modo diverso,
         ma anche che situazioni diverse siano trattate allo stesso modo, a meno che siffatti trattamenti non siano oggettivamente
         giustificati (v., in questo senso, sentenze della Corte 8 ottobre 1986, causa 91/85, Christ-Clemen e a./Commissione, Racc.
         pag. 2853, punto 10, e 28 giugno 1990, causa C-174/89, Hoche, Racc. pag. I‑2681, punto 25 e la giurisprudenza ivi citata).
      
      135    Orbene, è giocoforza constatare che, nell’ambito della valutazione della gravità dell’infrazione, la Commissione effettivamente
         non ha trattato in modo diverso i partecipanti nello scegliere la proporzione del valore individuale delle vendite accertato,
         ma ha applicato una percentuale uniforme del 17% a tutte le imprese di cui trattasi. La Commissione giustifica tale approccio
         con il fatto che si trattava di un’infrazione unica e continuata. 
      
      136    Si pone dunque la questione se, alla luce della giurisprudenza, fosse consentito alla Commissione rinunciare ad applicare
         qualsiasi differenziazione tra i partecipanti all’infrazione e a prendere in considerazione le circostanze specifiche della
         fattispecie al fine di determinare la gravità dell’infrazione commessa dalla Gosselin. 
      
      137    A questo riguardo, risulta dalla giurisprudenza che, qualora un’infrazione sia stata commessa da più imprese, è necessario
         esaminare la gravità relativa della partecipazione all’infrazione di ciascuna di esse (sentenze della Corte 16 dicembre 1975,
         cause riunite 40/73‑48/73, 50/73, 54/73-56/73, 111/73, 113/73 e 114/73, Suiker Unie e a./Commissione, Racc. pag. 1663, punto
         623, e Commissione/Anic Partecipazioni, cit. al punto 76, punto 150). Questa conclusione costituisce la conseguenza logica
         del principio della personalità delle pene e delle sanzioni, secondo il quale un’impresa può essere sanzionata esclusivamente
         per fatti ad essa individualmente ascritti, principio applicabile in qualsiasi procedimento amministrativo che possa concludersi
         con l’inflizione di sanzioni in forza della normativa comunitaria sulla concorrenza (sentenza del Tribunale 29 novembre 2005,
         causa T‑62/02, Union Pigments/Commissione, Racc. pag. II‑5057, punto 119).
      
      138    Inoltre, da numerose sentenze della Corte e del Tribunale discende che la gravità dell’infrazione deve essere oggetto di una
         valutazione individuale che tenga conto di un gran numero di elementi come, segnatamente, le circostanze proprie al caso di
         specie, il suo contesto e l’effetto dissuasivo delle ammende (v. sentenze della Corte 17 luglio 1997, Ferriere Nord/Commissione,
         cit. al punto 89 supra, punto 33 e la giurisprudenza ivi citata, e 7 giugno 1983, cause riunite 100/80-103/80, Musique Diffusion
         française e a./Commissione, Racc. pag. 1825, punto 106; sentenza Scandinavian Airlines System/Commissione, cit. al punto 125
         supra, punti 83 e segg.). In tal senso, la Corte ha giudicato che il fatto che un’impresa non abbia preso parte a tutti gli
         elementi costitutivi di un’intesa o che abbia svolto un ruolo secondario negli aspetti cui ha partecipato dev’essere tenuto
         in considerazione nel valutare la gravità dell’infrazione e, all’occorrenza, nel determinare l’ammenda (v. sentenza Commissione/Anic
         Partecipazioni, al punto 76 supra, punto 90, e sentenza del Tribunale 26 aprile 2007, cause riunite, T‑109/02, T‑118/02, T‑122/02,
         T‑125/02, T‑126/02, T‑128/02, T‑129/02, T‑132/02 e T‑136/02, Bolloré e a./Commissione, Racc. pag. II‑947, punto 429 e la giurisprudenza
         ivi citata).
      
      139    Tuttavia, nella prassi giurisprudenziale del Tribunale, la valutazione di circostanze individuali è di norma effettuata non
         nell’ambito dell’accertamento della gravità dell’infrazione, ovverosia della fissazione dell’importo di base dell’ammenda,
         ma nel quadro dell’adeguamento dell’importo di base in funzione di circostanze attenuanti e aggravanti (v. sentenza del Tribunale
         8 ottobre 2008, causa T-73/04, Carbone‑Lorraine/Commissione, Racc. pag. II‑2661, punti 100 e segg., confermata in appello
         con sentenza della Corte 12 novembre 2009, causa C‑554/08 P, Carbone-Lorraine/Commissione, Racc. pag. I‑189, pubblicazione
         sommaria). 
      
      140    Tale giurisprudenza è tuttavia conforme alla giurisprudenza citata ai precedenti punti 137 e 138. Infatti, in queste sentenze,
         il termine «gravità» è stato utilizzato in modo generale per descrivere l’intensità dell’infrazione, e non nel senso tecnico
         degli orientamenti per il calcolo delle ammende. Di conseguenza, la Commissione era libera di prendere in considerazione taluni
         aspetti della «gravità» ai sensi dell’art. 23 del regolamento n. 1/2003 nell’ambito delle circostanze attenuanti ed aggravanti,
         e non nel quadro della «gravità» ai sensi degli orientamenti per il calcolo delle ammende. 
      
      141    Ciò avviene, in particolare, per la valutazione della gravità relativa della partecipazione ad un’infrazione unica e continuata
         commessa da diverse imprese. A questo riguardo, la Corte ha confermato, relativamente agli orientamenti per il calcolo delle
         ammende inflitte in applicazione dell’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e dell’art. 65, n. 5, del trattato CECA (GU 1998,
         C 9, pag. 3; in prosieguo: gli «orientamenti del 1998»), che la gravità relativa della partecipazione all’infrazione di ciascuna
         delle imprese considerate dev’essere esaminata nell’ambito dell’eventuale applicazione di circostanze aggravanti o attenuanti
         (sentenza 12 novembre 2009, Carbone-Lorraine/Commissione, cit. al precedente punto 139, punto 27). Nell’ipotesi di un’infrazione
         unica e continuata, la nozione di «infrazione», come utilizzata negli orientamenti del 1998, si riferisce dunque all’infrazione
         globale che coinvolge diverse imprese e la «gravità» di tale infrazione unica è la medesima per tutti i partecipanti. 
      
      142    La sentenza 12 novembre 2009, Carbone-Lorraine/Commissione, di cui al precedente punto 139, riguarda tuttavia gli orientamenti
         del 1998. Gli orientamenti del 2006, come già osservato al precedente punto 129, hanno comportato un cambiamento metodologico
         fondamentale per il calcolo delle ammende. In primo luogo, è stata abolita la classificazione delle infrazioni in tre categorie
         («poco grave», «grave» e «molto grave»). Il sistema attuale, che comprende una forcella compresa tra lo 0% e il 30%, consente
         una differenziazione più precisa in funzione della gravità delle infrazioni. 
      
      143    In secondo luogo, gli importi forfettari sono stati aboliti. Adesso l’importo di base è calcolato sulla base del valore delle
         vendite, realizzate da ciascuna impresa individuale, in relazione diretta o indiretta con l’infrazione. Tale nuova metodologia
         consente dunque di tenere conto più facilmente della portata della partecipazione individuale di ciascuna impresa all’infrazione
         nell’ambito della valutazione della gravità della medesima. Essa consente anche di tenere conto di un’eventuale diminuzione
         della gravità di un’infrazione unica nel corso del tempo. 
      
      144    In terzo luogo, in udienza, la Commissione ha confermato che, nella sua prassi decisionale, essa non applicava più necessariamente
         una percentuale unica a tutti i partecipanti ad un’infrazione. Infatti, nelle decisioni 1° ottobre 2008, C (2008) 5476, «Candle
         waxes», relativa ad una procedura di applicazione dell’articolo 81 [CE] e dell’articolo 53 dell’accordo SEE (Caso COMP/39.181
         – Cere per candele), di cui una sintesi è pubblicata nella Gazzetta ufficiale 4 dicembre 2009 (GU C 295, pag. 17), e 11 novembre
         2009, C (2009) 8682, «Heat stabilisers», relativa ad una procedura di applicazione dell’articolo 81 [CE] e dell’articolo 53
         dell’accordo SEE (Caso COMP/38.589 – Stabilizzatori termici), di cui una sintesi è pubblicata nella Gazzetta ufficiale 12
         novembre 2010 (GU C 307, pag. 9), la Commissione ha applicato percentuali diverse alle diverse categorie di partecipanti alle
         intese in questione, in funzione della gravità relativa della loro partecipazione all’infrazione. In particolare, in quest’ultimo
         caso, è stata applicata una percentuale più elevata per le imprese che avevano partecipato non solo alla fissazione dei prezzi,
         ma anche alla ripartizione della clientela e/o del mercato. 
      
      145    Tuttavia, la nuova metodologia non impone un siffatto approccio. Se la giurisprudenza citata ai precedenti punti 137 e 138
         indica che devono essere prese in considerazione la gravità relativa della partecipazione all’infrazione e le circostanze
         particolari della fattispecie, la Commissione può, in applicazione degli orientamenti del 2006, procedere a siffatta presa
         in considerazione al momento di valutare la gravità dell’infrazione o l’adeguamento dell’importo di base in funzione delle
         circostanze attenuanti e aggravanti. Nell’ipotesi in cui la Commissione adotti quest’ultimo approccio, la valutazione delle
         circostanze attenuanti e aggravanti deve tuttavia consentire di tenere conto adeguatamente della gravità relativa della partecipazione
         ad un’infrazione unica nonché di un’eventuale variazione di tale gravità nel corso del tempo. 
      
      146    Nella fattispecie, la Commissione ha fissato una percentuale unica del 17% per tutte le imprese di cui trattasi. Poiché la
         Gosselin sostiene che la gravità relativa della sua partecipazione è meno importante di quella di altre imprese implicate
         e che avrebbero dovute essere prese in considerazione diverse circostanze specifiche o insolite, il suo argomento sarà esaminato
         nell’ambito degli addebiti relativi ad una valutazione errata delle circostanze attenuanti ad opera della Commissione. 
      
      147    Pertanto, occorre respingere la prima parte del presente motivo e tener conto degli argomenti della Gosselin nell’ambito dell’esame
         della quarta parte (punti 180 e segg., in prosieguo).
      
       Sulla durata dell’infrazione
      148    Questa parte del motivo è invocata solo dalla Gosselin. 
      
       Argomenti delle parti
      149    La Gosselin fa osservare che la Commissione ammette espressamente, al punto 379 della decisione, che il fascicolo non contiene
         documenti che dimostrino l’attuazione, da parte sua, degli accordi anticoncorrenziali, per un periodo di oltre tre anni completi,
         ovvero dal 30 ottobre 1993 al 14 novembre 1996. 
      
      150    A giudizio della Gosselin, tale mancanza di elementi di prova non può essere attenuata dall’affermazione secondo la quale
         si tratta di un’infrazione unica e continuata, o secondo la quale essa non si è dissociata in alcun momento da detta infrazione.
         Per quanto concerne la prima affermazione, essa fa valere che tale fatto non fa venire meno, da parte della Commissione, l’onere
         della prova concreta della durata della partecipazione della Gosselin. Riguardo alla seconda affermazione, la Gosselin sostiene
         che la giurisprudenza invocata nella decisione, secondo la quale l’impresa di cui trattasi deve dissociarsi apertamente e
         inequivocabilmente dall’intesa, riguarda sempre le intese «classiche», nel cui ambito hanno avuto luogo riunioni multilaterali
         e nel corso delle quali gli obiettivi restrittivi della concorrenza sono stati menzionati expressis verbis. Di conseguenza,
         siffatta giurisprudenza non sarebbe applicabile alla Gosselin, che non avrebbe partecipato ad alcuna riunione di intesa. Infine,
         la Gosselin osserva che un periodo di tre anni è particolarmente lungo e che, pertanto, non ci può essere una dimostrazione
         di continuità per quanto la riguarda. 
      
      151    La Commissione ammette che, per quanto concerne la Gosselin, il fascicolo non contiene alcun documento relativo a casi concreti
         di commissioni e di PDC per il periodo che va dal 30 ottobre 1993 al 14 novembre 1996, ma ritiene che si possa desumere da
         indizi obiettivi e concordanti che la partecipazione della Gosselin all’intesa è perdurata per questo periodo. Essa osserva
         che si tratta di un periodo intermedio e che la Gosselin non ha posto fine definitivamente alla sua partecipazione all’intesa
         nell’ottobre 1993. Emergerebbe anche dagli elementi di prova disponibili che l’attività dell’intesa, in quanto tale, è rimasta
         immutata per il periodo di cui trattasi e che non è stata sospesa. Infine, la Commissione constata che la Gosselin non si
         è distanziata pubblicamente e inequivocabilmente dall’intesa all’inizio del periodo in questione. 
      
       Giudizio del Tribunale
      152    In sostanza, la Gosselin fa valere che nel periodo compreso tra il 30 ottobre 1993 e il 14 novembre 1996 (in prosieguo: il
         «periodo controverso») essa non ha partecipato all’intesa e che, quindi, il moltiplicatore che tiene conto del numero di anni
         di partecipazione dovrebbe essere ridotto. 
      
      153    A questo riguardo, da una giurisprudenza costante discende che l’onere della prova concernente le infrazioni all’art. 81,
         n. 1, CE, incombe alla Commissione e che essa deve fornire prove precise e concordanti per corroborare la tesi che l’infrazione
         invocata è stata commessa (v., in questo senso, sentenza della Corte 28 marzo 1984, cause riunite 29/83 e 30/83, CRAM e Rheinzink/Commissione,
         Racc. pag. 1679, punto 20, e sentenza del Tribunale 27 settembre 2006, cause riunite T‑44/02 OP, T‑54/02 OP, T‑56/02 OP, T‑60/02 OP
         e T‑61/02 OP, Dresdner Bank e a./Commissione, Racc. pag. II‑3567, punto 62). 
      
      154    Ciò vale, in particolare, per le prove concernenti la durata dell’infrazione, criterio il cui peso è stato notevolmente rafforzato
         negli orientamenti del 2006. In mancanza di elementi di prova tali da dimostrare direttamente la durata dell’infrazione, la
         Commissione è dunque tenuta a fondarsi quantomeno su elementi di prova riferentisi a fatti sufficientemente ravvicinati nel
         tempo, in modo tale che si possa ragionevolmente ammettere che tale infrazione si sia protratta ininterrottamente entro due
         date precise (v. sentenza del Tribunale 11 dicembre 2003, causa T‑61/99, Adriatica di Navigazione/Commissione, Racc. pag. II‑5349,
         punto 125 e la giurisprudenza ivi citata).
      
      155    Nella fattispecie, è pacifico che non esistono prove documentali per il periodo controverso. 
      
      156    Tuttavia la Commissione ha invocato, nella decisione e nelle sue memorie, una giurisprudenza secondo la quale, allo scopo
         di porre fine alla sua responsabilità, l’impresa deve dissociarsi apertamente e inequivocabilmente dall’intesa, di modo che
         gli altri partecipanti siano coscienti del fatto che essa non appoggia più gli obiettivi generali della medesima.
      
      157    A questo riguardo, è vero che, ove sia stata dimostrata la partecipazione a riunioni siffatte, spetta all’impresa di cui trattasi
         dedurre indizi atti a dimostrare che la sua partecipazione alle dette riunioni era priva di qualunque spirito anticoncorrenziale,
         dimostrando che essa aveva dichiarato alle sue concorrenti di partecipare alle riunioni in un’ottica diversa dalla loro (sentenze
         della Corte Aalborg Portland e a./Commissione, cit. al punto 37 supra, punto 81, e 8 luglio 1999, causa C‑199/92 P, Hüls/Commissione,
         Racc. pag. I-4287, punto 155). 
      
      158    Tuttavia, siffatta giurisprudenza concerne intese nell’ambito delle quali hanno avuto luogo riunioni multilaterali e nel corso
         delle quali sono stati evocati obiettivi anticoncorrenziali. Come spiegato dalla Corte al punto 82 della sentenza Aalborg
         Portland e a./Commissione, cit. al precedente punto 37, la ragione che sottende tale principio di diritto è che, avendo partecipato
         a siffatte riunioni senza dissociarsi pubblicamente dal loro contenuto, l’impresa ha dato l'impressione agli altri partecipanti
         che essa appoggiava il suo risultato e che vi si sarebbe conformata. Orbene, nella fattispecie è pacifico che la Gosselin
         non ha partecipato a siffatte riunioni. 
      
      159    Di conseguenza, incombeva alla Commissione fornire la prova della durata della partecipazione della Gosselin, senza poter
         beneficiare dell’alleggerimento dell’onere della prova risultante dalla giurisprudenza sopra citata. 
      
      160    Orbene, è giocoforza constatare che, a proposito del periodo controverso, gli indizi invocati dalla Commissione non sono idonei
         a provare sufficientemente la partecipazione della Gosselin all’intesa. 
      
      161    In primo luogo, poiché la Commissione osserva che il periodo controverso è un periodo intermedio e che la Gosselin non ha
         definitivamente posto fine alla sua partecipazione all’intesa nell’ottobre 1993, si deve constatare che ciò è inerente al
         fatto che si tratta di un’interruzione. La mera circostanza che la Gosselin ha partecipato all’intesa sia prima che dopo il
         periodo controverso è dunque priva di rilevanza. Inoltre, il fatto che la Gosselin sia considerata responsabile di avere partecipato
         all’intesa solo fino al 18 settembre 2002, data dell’ultima prova documentale, mentre l’intesa è esistita sino al settembre
         2003, dimostra che è possibile cessare la partecipazione ad un’intesa anche in mancanza di una dichiarazione espressa. 
      
      162    In secondo luogo, la Commissione fa valere che la Gosselin ha partecipato alle stesse pratiche concorrenziali sia dopo il
         novembre 1996 sia prima dell’ottobre 1993 e che non è intervenuta alcuna modifica, tra queste due date, nel suo comportamento
         in seno all’intesa. Tuttavia, atteso che il modus operandi dell’intesa non è cambiato nel periodo controverso, la partecipazione
         della Gosselin poteva soltanto assumere le stesse forme assunte in precedenza.
      
      163    In terzo luogo, la Commissione ha osservato, al punto 274 della decisione, che il semplice fatto che un PDC non figuri nel
         suo fascicolo non significa che detto preventivo non sia mai stato stilato. Gli elementi di prova del fascicolo indicherebbero
         che taluni PDC erano talvolta inviati direttamente alla persona che traslocava. Secondo questo punto, una scheda interna della
         Allied Arthur Pierre relativa ad un trasloco da Bruxelles (Belgio) a Lisbona (Portogallo) indica che sono stati chiesti PDC
         alla Gosselin e alla Ziegler. Verrebbe peraltro precisato che la Gosselin «invia il PDC oggi per posta [e che] il cliente
         ne è stato avvertito». Peraltro, questo trasloco è del 1998 e ha dunque avuto luogo dopo il periodo controverso. 
      
      164    In quarto luogo, la Commissione ha ammesso in udienza che non esistevano altri indizi per la partecipazione della Gosselin
         nel periodo controverso. 
      
      165    In quinto luogo, riguardo alla durata del periodo controverso, occorre osservare che la questione se tale periodo sia o meno
         abbastanza lungo da costituire un’interruzione dell’infrazione non può essere esaminata in astratto. Al contrario, occorre
         valutarla nel contesto del funzionamento dell’intesa in questione (sentenza del Tribunale 19 maggio 2010, causa T‑18/05, IMI
         e a./Commissione, Racc. pag. II‑1769, punti 89 e segg.).
      
      166    Nella fattispecie, dallo schema n. 3, figurante al punto 280 della decisione, emerge che le imprese di cui trattasi erano
         abitualmente in contatto diverse volte all’anno per stabilire PDC o pagare commissioni. Invero, il fatto che tali pratiche
         si fondassero sul principio «do ut des» (v. precedente punto 79) necessitava di una certa continuità in seno al cartello.
         Orbene, la durata del periodo nel quale la Gosselin non ha partecipato a tali pratiche supera i tre anni. Atteso che tale
         durata supera largamente gli intervalli nei quali le imprese in questione manifestavano abitualmente, emanando PDC o pagando
         commissioni, le loro rispettive volontà di restringere la concorrenza, occorre concludere che la Commissione non ha prodotto
         elementi di prova relativi a fatti sufficientemente ravvicinati nel tempo, che consentono di ammettere ragionevolmente che
         l’infrazione si è protratta ininterrottamente tra il 30 ottobre 1993 e il 14 novembre 1996.
      
      167    In sesto luogo, nella decisione, la Commissione si è fondata sul carattere unico e continuativo dell’infrazione. Orbene, alla
         stregua della Gosselin, occorre considerare che la mancanza di prove documentali per il periodo controverso non può essere
         ovviata dall’affermazione, figurante al punto 380 della decisione, secondo la quale l’intesa in questione è un’infrazione
         unica e continuata. Infatti, tale constatazione non può consentire di invocare la responsabilità della Gosselin per tutta
         la durata dell’intesa. Pertanto, il punto 24 degli orientamenti del 2006 non rinvia alla durata dell’infrazione, ma alla durata
         della partecipazione di ciascuna impresa alla medesima. Di conseguenza, sussiste la necessità di determinare la durata della
         partecipazione individuale all’intesa, come ha fatto la Commissione nella decisione. 
      
      168    Dall’insieme delle considerazioni che precedono discende che la seconda parte del motivo, relativa ad una determinazione erronea
         della durata dell’infrazione, deve essere accolta e che occorre, dunque, annullare la decisione nella parte in cui dichiara
         la responsabilità della Gosselin per la sua partecipazione all’intesa nel periodo controverso. Di conseguenza, la durata del
         periodo controverso deve essere dedotta dalla durata di 10 anni e 7 mesi, di cui al punto 548 della decisione. La partecipazione
         della Gosselin ha dunque avuto una durata di 7 anni e 6 mesi. 
      
      169    Alla luce del fatto che la Gosselin ha ripreso e reiterato, dopo il periodo controverso, la sua partecipazione ad un’infrazione
         di cui non contesta che si tratta della stessa intesa alla quale aveva partecipato prima dell’interruzione, non si applica
         nella fattispecie la prescrizione ai sensi dell’art. 25, n. 2, del regolamento n. 1/2003. Nondimeno, occorre riformare la
         decisione al fine di ridurre l’importo dell’ammenda inflitta alla Gosselin per tenere conto della durata effettiva della sua
         partecipazione all’intesa. Le conseguenze concrete di tale riforma saranno precisate nel prosieguo, al punto 174.
      
       Sul valore delle vendite di cui tener conto per il calcolo dell’importo di base
       Argomenti delle parti
      170    Le ricorrenti fanno valere che, nella decisione, la Commissione si basa su un importo errato del valore delle vendite. Tale
         errore sarebbe dovuto al fatto che l’esercizio contabile della Gosselin non corrisponde all’anno civile. Pertanto, la Commissione
         avrebbe dovuto prendere come «ultimo anno completo della sua partecipazione all’infrazione» (ai sensi del n. 13 degli orientamenti
         del 2006) l’ultimo esercizio contabile precedente la cessazione dell’infrazione. Atteso che dalla decisione emerge che il
         18 settembre 2002 è la data della fine dell’infrazione, quest’ultimo esercizio contabile sarebbe quello che va dal 1° luglio
         2001 al 30 giugno 2002 (corrispondente ad un fatturato di EUR 1 607 946,90) e non l’esercizio contabile che va dal 1° luglio
         2000 al 30 giugno 2001, esercizio che invece è stato considerato nella decisione. 
      
      171    Nel suo controricorso, la Commissione ammette che gli orientamenti del 2006 non danno una risposta completa alla questione
         di quali dati essa, in linea di principio, debba prendere come punto di partenza. Nella controreplica, la Commissione riconosce
         anche che il periodo che va dal 1° luglio 2001 al 30 giugno 2002 è migliore, come anno di riferimento, di quello considerato
         nella decisione. 
      
       Giudizio del Tribunale
      172    Il 24 luglio 2009 la Commissione ha adottato la decisione C (2009) 5810, che modifica la decisione per quanto concerne il
         valore delle vendite da prendere in considerazione per il calcolo dell’importo di base dell’ammenda inflitta alla Gosselin
         e alla Portielje (v. precedente punto 19). In questa decisione, la Commissione ha tenuto come anno di riferimento il periodo
         dal 1° luglio 2001 al 30 giugno 2002, e dunque un relativo fatturato di EUR 1 607 946. Di conseguenza, l’ammenda inflitta
         alla Gosselin è stata ridotta a EUR 3,28 milioni, di cui EUR 270 000 per i quali la Portielje è ritenuta responsabile in solido.
         
      
      173    In considerazione del fatto che la Commissione ha riconosciuto la fondatezza della terza parte del presente motivo ed ha quindi
         modificato la decisione, non occorre più statuire su questa parte del motivo. 
      
      174    Atteso che la durata dell’infrazione è già stata ridotta a 7 anni e 6 mesi (v. precedente punto 168), l’ammontare dell’ammenda
         inflitta alla Gosselin deve essere ridotto a EUR 2,32 milioni (fatturato corretto, moltiplicato per 0,17 e per 7,5 e aumentato
         dell’importo supplementare a titolo dissuasivo). 
      
       Sulle circostanze attenuanti
       Argomenti delle parti
      175    Le ricorrenti ritengono che, nella decisione, la Commissione respinga ingiustamente l’applicazione della circostanza attenuante
         relativa alla partecipazione ridotta e al ruolo secondario della Gosselin. A questo riguardo, esse fanno valere, in primo
         luogo, che la Gosselin non era implicata nella creazione dell’intesa e che non ha partecipato agli accordi sui prezzi. La
         sua asserita implicazione negli accordi in materia di commissione sarebbe stata molto limitata e sporadica.
      
      176    In secondo luogo, esse ritengono che la decisione non abbia affatto dimostrato che la Gosselin sapeva, o doveva necessariamente
         sapere, che le sue azioni illecite si inserivano in un piano globale e che tale piano comprendeva il complesso degli elementi
         costitutivi dell’intesa. Inoltre, esse contestano che un’eventuale responsabilità per l’intesa nella sua totalità basti per
         respingere una circostanza attenuante che si fonda appunto sul ruolo del tutto secondario di una determinata impresa.
      
      177    In terzo luogo, le ricorrenti sostengono che i servizi incaricati dei traslochi delle imprese e delle istituzioni erano perfettamente
         al corrente del principio dei PDC e vi rinvenivano uno strumento per completare facilmente i fascicoli amministrativi dei
         traslochi. Posto che si tratterebbe di una prassi che le società di traslochi di cui trattasi non tenevano segreta, i servizi
         incaricati dei traslochi avrebbero dovuto essere consapevoli dell’esistenza dei PDC. Per quanto riguarda la Gosselin, il fascicolo
         conterrebbe un esempio relativo ad un agente comunitario competente a firmare per un trasloco internazionale e che avrebbe
         chiesto dei PDC. 
      
      178    La Commissione contesta tali argomenti. 
      
       Giudizio del Tribunale
      179    Dalla decisione emerge che la Commissione non ha applicato alcuna circostanza attenuante. Tuttavia, le ricorrenti sostengono
         che la Commissione avrebbe dovuto tener conto del fatto che la Gosselin non era implicata nella creazione dell’intesa e che
         non ha partecipato agli accordi sui prezzi (prima censura), che la Gosselin non sapeva che le sue azioni illecite si inserivano
         in un piano complessivo (secondo censura) e che taluni agenti della Commissione erano al corrente della pratica dei PDC (terza
         censura).
      
      –       Sulla prima e sulla seconda censura
      180    In primo luogo, riguardo all’affermazione secondo la quale la Gosselin non era implicata nella creazione dell’intesa e non
         ha partecipato agli accordi scritti, occorre constatare che la sua prima partecipazione documentata all’attuazione dell’accordo
         sulle commissioni risale effettivamente al 1992, mentre dette pratiche sono state introdotte negli anni ‘80. Tuttavia, detto
         elemento è rilevante soltanto nell’ambito della questione se un’impresa abbia svolto o meno un ruolo di organizzatore o istigatore,
         ruolo che può essere considerato come una circostanza aggravante in forza dell’art. 28 degli orientamenti del 2006. Per contro,
         il fatto di non aver partecipato attivamente alla realizzazione degli accordi anticoncorrenziali di cui trattati non costituisce,
         in sé, una circostanza attenuante. 
      
      181    In secondo luogo, riguardo al carattere asseritamente molto limitato della partecipazione della Gosselin all’infrazione, è
         pacifico che quest’ultima non ha mai partecipato agli accordi scritti di fissazione dei prezzi o alle riunioni con obiettivi
         anticoncorrenziali. 
      
      182    A questo riguardo, occorre osservare che, in forza del terzo trattino del punto 29 degli orientamenti del 2006, al fine di
         beneficiare di una riduzione dell’ammenda grazie a circostanze attenuanti, l’impresa di cui trattasi deve «fornire la prova
         che la propria partecipazione all’infrazione è stata sostanzialmente marginale» e «dimostrare altresì che, nel periodo in
         cui ha aderito agli accordi illeciti, non ha di fatto dato loro applicazione adottando un comportamento concorrenziale sul
         mercato». Ebbene, tali condizioni non sono soddisfatte nella specie. 
      
      183    Tuttavia, l’uso dell’espressione «quali» indica che l’elenco delle circostanze di cui al punto 29 degli orientamenti del 2006
         non è esauriente. Inoltre, come è stato constatato nell’ambito del quarto motivo della Portielje e del secondo motivo della
         Gosselin, le circostanze particolari della fattispecie, segnatamente la partecipazione o meno di un’impresa a tutti gli elementi
         costitutivi dell’infrazione, devono essere prese in considerazione, se non nella valutazione della gravità dell’infrazione,
         almeno nel quadro dell’adeguamento dell’importo di base in funzione delle circostanze attenuanti e aggravanti. Infatti, tale
         obbligo era una delle ragioni che hanno consentito alla Corte di affermare che la nozione di infrazione unica e continuata
         non contraddice il principio secondo il quale la responsabilità per le infrazioni al diritto della concorrenza ha un carattere
         personale (sentenza Commissione/Anic Partecipazioni, cit. al punto 76 supra, punto 84). I soli criteri enunciati al terzo
         trattino di detto punto 29 non sono idonei a garantire tale possibilità. Di conseguenza, occorre valutare le circostanze particolari
         della fattispecie.
      
      184    A questo riguardo, è pacifico che l’infrazione di cui trattasi si è evoluta nel tempo. Gli accordi scritti sono stati applicati
         nella prima fase dell’infrazione dal 1984 sino all’inizio degli anni ‘90 e sono stati poi abbandonati. La seconda fase dell’infrazione
         si caratterizza per il ricorso ai PDC e alle commissioni. Di conseguenza, la proporzione del valore delle vendite da considerare
         in forza del punto 19 degli orientamenti del 2006 potrebbe, in linea di principio, essere scaglionata nel tempo. Tale circostanza
         potrebbe anche giustificare una riduzione dell’ammenda in ragione di circostanze attenuanti.
      
      185    Orbene, occorre considerare che i comportamenti ai quali la Gosselin ha partecipato non rappresentano infrazioni meno gravi
         degli accordi scritti di fissazione dei prezzi o della fissazione ad hoc di prezzi per determinati traslochi. Infatti, contrariamente
         a quanto sostenuto dalla Gosselin, anche i PDC e le commissioni avevano avuto effetti sui prezzi (v. precedenti punti 67 e
         segg.). Parimenti, nelle circostanze della fattispecie, il fatto che la Gosselin non abbia partecipato alle riunioni con obiettivi
         anticoncorrenziali, che non erano più organizzate all’epoca in cui essa faceva parte dell’intesa, non è rilevante per valutare
         la gravità dell’infrazione, dato che l’intesa ha funzionato per mezzo di meccanismi che rendevano inutili siffatte riunioni.
         
      
      186    Ne consegue che la Commissione poteva fissare una percentuale unica per tutta la durata dell’infrazione unica e continuata
         e non tener conto dell’evoluzione di detta infrazione nel tempo come circostanza attenuante.
      
      187    In terzo luogo, riguardo all’addebito delle ricorrenti secondo il quale un’eventuale responsabilità per un’infrazione unica
         e continuata non è sufficiente per respingere una circostanza attenuante relativa al ruolo secondario di una determinata impresa,
         si deve constatare che detta affermazione è corretta. Tuttavia, il fatto che la Gosselin non fosse al corrente del piano complessivo
         dell’intesa non costituisce una circostanza attenuante. Tale argomento sarebbe rilevante se le ricorrenti volessero rimettere
         in causa la constatazione di un’infrazione unica e continuata, censura che esse peraltro non hanno sollevato. 
      
      188    Occorre pertanto respingere tale censura.
      
      –       Sulla terza censura
      189    Per quanto concerne l’addebito relativo al fatto che la Commissione conosceva la pratica dei PDC, occorre constatare che il
         punto 29, ultimo trattino, degli orientamenti del 2006 prevede che «(l’) importo di base può essere diminuito (…) quando il
         comportamento anticoncorrenziale è stato autorizzato o incoraggiato dalle autorità pubbliche o dalla legge».
      
      190    Orbene, il fascicolo non include alcun elemento che dimostri che la Commissione, in quanto istituzione, ha autorizzato, incoraggiato
         o richiesto PDC. In effetti, la Commissione non avrebbe avuto alcun interesse ad incoraggiare o tollerare il sistema dei PDC,
         in quanto pregiudicava i suoi interessi. Il fatto che taluni funzionari abbiano richiesto PDC per un trasloco in definitiva
         rimborsato dalla Commissione non significherebbe che l’istituzione avesse conoscenza di tale pratica, né che vi avesse preso
         parte, atteso che occorre distinguere tra gli agenti della Commissione e la Commissione come istituzione. La persona che è
         in contatto con l’impresa che effettua il trasloco non è essa stessa il vero cliente delle società di traslochi. Il vero cliente
         è l’istituzione o l’impresa per la quale detta persona lavora e che sopporta le spese del trasloco.
      
      191    Ammesso che un agente di un’istituzione abbia richiesto dei PDC, la Gosselin avrebbe dovuto sapere che siffatte domande non
         potevano essere formulate in nome o su richiesta delle istituzioni, essendo manifestamente contrarie ai loro interessi finanziari.
         Infatti, la necessità di fornire due o tre preventivi era diretta proprio a garantire un minimo di concorrenza e ad evitare
         che una sola impresa di traslochi potesse determinare unilateralmente il prezzo di un trasloco. 
      
      192    Inoltre, la semplice conoscenza del comportamento anticoncorrenziale non implicherebbe che tale comportamento sia stato implicitamente
         «autorizzato o incoraggiato» dalla Commissione, ai sensi del punto 29, ultimo trattino, degli orientamenti del 2006. Infatti,
         un’asserita inerzia non può essere equiparata ad un atto positivo come un’autorizzazione o un incoraggiamento. 
      
      193    In ogni caso, va rilevato che gli argomenti della Gosselin riguardano soltanto i PDC. Orbene, la pratica dei PDC è solo una
         delle componenti di un’infrazione unica e continuata. Gli argomenti addotti non possono dunque in alcun caso giustificare
         il pagamento di commissioni.
      
      194    Si deve pertanto respingere tale censura e, quindi, l’ultima parte del presente motivo.
      
      4.     Sul quinto motivo della Portielje e sul terzo motivo della Gosselin, relativi ad una violazione del principio di parità di
            trattamento
      195    Questo motivo è stato invocato in subordine e si articola in due parti.
      
       Argomenti delle parti
      196    In primo luogo, le ricorrenti fanno valere che, se i loro argomenti sollevati a questo riguardo nel quadro dei motivi precedenti
         non dovessero essere accolti, l’art. 2, lett. e), della decisione dovrebbe essere annullato per violazione del principio di
         parità di trattamento, per il motivo che la Commissione non tiene conto in alcun modo, nella determinazione dell’ammenda,
         della distinzione obiettiva e qualitativa tra il suo comportamento e quello delle società di traslochi che hanno partecipato
         all’intesa «classica» (Arthur Pierre, Interdean, Transworld e Ziegler). 
      
      197    In secondo luogo, se i loro argomenti addotti a questo riguardo nel quadro dei motivi precedenti non dovessero essere accolti,
         ciò implicherebbe, a giudizio delle ricorrenti, che, nella determinazione del valore delle vendite ai fini del calcolo dell’ammenda,
         alla Gosselin è stato riservato un trattamento diverso, senza giustificazione oggettiva. 
      
      198    La Commissione rinvia alle sue osservazioni nel quadro dei motivi che precedono. 
      
       Giudizio del Tribunale
      199    La prima parte di quest’ultimo motivo non svolge alcuna funzione autonoma rispetto al secondo motivo della Gosselin. In sostanza,
         essa è già stata esaminata (v. precedenti punti 134 e segg.). 
      
      200    Dato che la Commissione ha riconosciuto la fondatezza della terza parte del secondo motivo della Gosselin, relativo al valore
         delle vendite, non occorre più esaminare la seconda parte del presente motivo, che è stato sollevato solo in subordine. 
      
      201    Da quanto precede emerge che occorre annullare la decisione nella parte riguardante la Portielje (precedente punto 59) e nella
         parte in cui constata che la Gosselin ha partecipato ad un’infrazione all’art. 81, n. 1, CE, nel periodo dal 30 ottobre 1993
         al 14 novembre 1996 (precedente punto 168). Inoltre, non occorre più statuire sulla parte del motivo concernente il valore
         delle vendite da prendere in considerazione ai fini del calcolo dell’importo di base dell’ammenda inflitta alla Gosselin (precedente
         punto 173). L’importo di tale ammenda deve, dunque, essere in ridotto a EUR 2,32 milioni (punto 174 supra). Per il resto,
         occorre respingere il ricorso nella causa T-208/08. 
      
       Sulle spese
      202    Ai sensi dell’art. 87, n. 2, del regolamento di procedura, la parte soccombente è condannata alle spese se ne è stata fatta
         domanda. Essendo la Commissione rimasta soccombente nella causa T-209/08, essa deve essere condannata alle spese, come richiesto
         dalla Portielje. Nella causa T-208/08, ciascuna parte è rimasta parzialmente soccombente ed è stato pronunciato un parziale
         non luogo a procedere. Di conseguenza, conformemente all’art. 87, nn. 3 e 6, del regolamento di procedura, occorre condannare
         ciascuna parte a sostenere le proprie spese in questa causa.
      
      Per questi motivi,
      IL TRIBUNALE (Ottava Sezione)
      dichiara e statuisce:
      1)      Nella causa T‑208/08, la decisione della Commissione 11 marzo 2008, C (2008) 926 def., relativa ad una procedura di applicazione
            dell’articolo 81 [CE] e dell’articolo 53 dell’accordo SEE (Caso COMP/38.543 – Servizi internazionali di trasloco), è annullata
            nella parte in cui constata che la Gosselin Group NV ha partecipato ad un’infrazione all’art. 81, n. 1, CE durante il periodo
            compreso tra il 30 ottobre 1993 e il 14 novembre 1996.
      2)      L’importo dell’ammenda inflitta alla Gosselin Group dall’art. 2 della decisione C (2008) 926, come modificata dalla decisione
            della Commissione 24 luglio 2009, C (2009) 5810 def., è fissato a EUR 2,32 milioni.
      3)      Per il resto, il ricorso è respinto.
      4)      Nella causa T‑209/08, la decisione C (2008) 926, come modificata dalla decisione C (2009) 5810, è annullata nella parte riguardante
            la Stichting Administratiekantoor Portielje.
      5)      Nella causa T‑208/08, ciascuna parte sopporterà le proprie spese.
      6)      Nella causa T‑209/08, la Commissione europea è condannata alle spese. 
      
               Papasavvas
            
            
               Wahl
            
            
               Dittrich
            
         Così deciso e pronunciato a Lussemburgo il 16 giugno 2011.
      Firme
      
      
      
      Indice
      
      Fatti
      1. Oggetto della lite
      2. Ricorrenti
      3. Procedimento amministrativo
      4. Decisione
      Procedimento e conclusioni delle parti
      In diritto
      1. Sul primo e il secondo motivo della Portielje, relativi ad una violazione dell’art. 81 CE
      Argomenti delle parti
      Argomenti della Portielje
      Argomenti della Commissione
      Giudizio del Tribunale
      Sul primo motivo
      Sul secondo motivo
      2. Sul terzo motivo della Portielje e sul primo motivo della Gosselin, relativi ad una violazione dell’art. 81 CE.
      Sull’asserita mancanza di una restrizione sensibile della concorrenza
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      – Sull’asserita mancanza di restrizioni della concorrenza
      – Sulla prova di effetti anticoncorrenziali
      – Sulla responsabilità per gli accordi scritti
      Sull’asserita mancanza di effetti sensibili sugli scambi tra gli Stati membri
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      – Sul carattere transfrontaliero
      – Sulla soglia di 40 milioni di euro
      – Sulla soglia del 5 %
      3. Sul quarto motivo della Portielje e il secondo motivo della Gosselin, volti ad una riduzione dell’ammenda
      Sulla gravità dell’infrazione
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      – Sull’obbligo di prendere in considerazione tutte le circostanze rilevanti della fattispecie
      – Sull’asserita rilevante distinzione qualitativa
      Sulla durata dell’infrazione
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      Sul valore delle vendite di cui tenere conto ai fini del calcolo dell’importo di base
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      Sulle circostanze attenuanti
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      – Sulla prima e la seconda censura
      – Sulla terza censura
      4. Sul quinto motivo della Portielje e il terzo motivo della Gosselin, relativi ad una violazione del principio di parità
         di trattamento
      
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      Sulle spese
      * Lingua processuale: l’olandese.