CELEX: 62008CC0022
Language: it
Date: 2009-03-12
Title: Conclusioni dell'avvocato generale Ruiz-Jarabo Colomer del 12 marzo 2009. # Athanasios Vatsouras (C-22/08) e Josif Koupatantze (C-23/08) contro Arbeitsgemeinschaft (ARGE) Nürnberg 900. # Domande di pronuncia pregiudiziale: Sozialgericht Nürnberg - Germania. # Cittadinanza dell’Unione europea - Libera circolazione delle persone - Artt. 12 CE e 39 CE - Direttiva 2004/38/CE - Art. 24, n. 2 - Giudizio di validità - Cittadini di uno Stato membro - Attività professionale esercitata in un altro Stato membro - Livello della remunerazione e durata dell’attività - Conservazione dello status di "lavoratore" - Diritto alle prestazioni previste in favore delle persone in cerca di occupazione. # Cause riunite C-22/08 e C-23/08.

CONCLUSIONI DELL’AVVOCATO GENERALE
      DÁMASO RUIZ-JARABO COLOMER
      presentate il 12 marzo 2009 1(1)
      
      Cause riunite C‑22/08 e C‑23/08
      Athanasios Vatsouras
      contro
      Arbeitsgemeinschaft (ARGE) Nürnberg 900
      e
      Josif Koupatantze
      contro
      Arbeitsgemeinschaft (ARGE) Nürnberg 900
      [domanda di pronuncia pregiudiziale, proposta dal Sozialgericht Nürnberg (Germania)]
      «Cittadinanza europea – Libera circolazione delle persone – Nozione di lavoratore – Validità dell’art. 24, n. 2, della direttiva 2004/38/CE – Cittadini di altri Stati membri disoccupati che hanno svolto precedentemente un’attività professionale di breve durata – Diritto a percepire le prestazioni di assistenza sociale»I –    Introduzione
      1.        Il Sozialgericht (Tribunale per le materie sociali) di Norimberga ha proposto tre questioni pregiudiziali alla Corte, ai sensi
         dell’art. 234 CE, relative all’interpretazione degli artt. 12 CE e 39 CE e alla validità dell’art. 24, n. 2, della direttiva
         2004/38, relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel
         territorio degli Stati membri (2). Esso chiede che venga chiarito se un cittadino greco, residente in Germania, dove ha precedentemente svolto un’attività
         professionale di breve durata, possa reclamare prestazioni di assistenza sociale una volta trascorsi i primi tre mesi di soggiorno,
         mentre cerca attivamente un impiego. 
      
      2.        La questione si basa sulla sentenza della Corte nella causa Collins (3), che ha introdotto il requisito secondo cui le persone che cercano lavoro e che esercitano il diritto alla libera circolazione
         devono dimostrare un «nesso» con lo Stato ospitante per accedere ad aiuti sociali, con la consapevolezza che la direttiva
         2004/38, discostandosi da tale giurisprudenza, vieta la concessione di aiuti a chi abbia esercitato il diritto alla libera
         circolazione e intenda lavorare in uno Stato membro. Restringendo nel tempo tale diritto senza alcuna limitazione, si consente
         di negare sussidi a soggetti che possiedono un tale nesso con il paese ospitante, anche se cercano lavoro. 
      
      II – Fatti
      A –    Il ricorso del sig. Vatsouras (procedimento C‑22/08)
      3.        Secondo l’ordinanza di rinvio, il sig. Athanasios Vatsouras, cittadino greco, ha fatto ingresso nella Repubblica federale
         di Germania nel marzo 2006, intraprendendo un’attività lavorativa scarsamente remunerata. Il 10 luglio 2006, la sua situazione
         l’ha indotto a presentare dinanzi all’Arbeitsgemeinschaft Nürnberg (ente consortile per il lavoro, l’assistenza e l’integrazione
         sociale di Norimberga; in prosieguo: l’«ARGE») una richiesta di prestazioni ai sensi del Sozialgesetzbuch Zweites Buch (Libro
         secondo del Codice tedesco delle materie sociali), che gli sono state concesse il 27 luglio per un importo di EUR 169 mensili
         sino al 30 novembre del medesimo anno.
      
      4.        Nel gennaio del 2007 il sig. Vatsouras ha perso il lavoro. L’aiuto, che gli era stato prorogato sino al 31 maggio di tale
         anno, è stato annullato con effetto dal 30 aprile. Avverso tale decisione egli ha proposto opposizione, respinta il 4 luglio.
         Il sig. Vatsouras ha proposto un ricorso contenzioso-amministrativo dinanzi ai giudici in cui è stata sollevata una delle
         questioni pregiudiziali qui esaminate. 
      
      5.        Occorre indicare che, il 4 giugno 2007, il ricorrente ha trovato un nuovo posto di lavoro in Germania. 
      
      B –    Il ricorso del sig. Koupatantze (procedimento C‑23/08)
      6.        Anche nel procedimento promosso dal sig. Josif Koupatantze viene impugnata una decisione dell’ARGE. Il ricorrente, di nazionalità
         greca, ha fatto ingresso nel territorio tedesco nell’ottobre 2006. Il 1° novembre ha iniziato a lavorare fino al licenziamento
         avvenuto il 21 dicembre a causa delle difficoltà economiche incontrate dal suo datore di lavoro. Il primo giorno in cui si
         è trovato senza lavoro ha chiesto un’indennità di disoccupazione, ai sensi del Sozialgesetzbuch Zweites Buch, che gli è stata
         concessa il 15 gennaio 2007 fino al 31 maggio di tale anno per un importo di EUR 670 mensili. 
      
      7.        Per motivi non specificati nell’ordinanza di rinvio, l’ARGE ha annullato l’aiuto sociale al sig. Koupatantze il 18 aprile
         2007, con effetto retroattivo al 28 febbraio. Il 4 maggio egli ha proposto, avverso tale decisione, un’opposizione respinta
         una settimana dopo. Il 16 maggio 2007, il sig. Koupatantze ha introdotto, ai sensi della normativa processuale tedesca, un
         ricorso contenzioso-amministrativo nell'ambito del quale è sorta una questione pregiudiziale identica a quella del procedimento
         C‑22/08. 
      
      8.        A partire dal 1° giugno 2007 il sig. Koupatantze ha ripreso a svolgere un’attività lavorativa in Germania. 
      
      III – Contesto giuridico
      A –    Il diritto comunitario
      9.        Il diritto primario disciplina lo status dei cittadini europei che esercitano il diritto alla libera circolazione, distinguendoli
         in funzione dello svolgimento di un’attività economica. A tal riguardo, sono rilevanti gli artt. 12, 18 e 39 CE: 
      
      «Articolo 12
      Nel campo di applicazione del presente trattato, e senza pregiudizio delle disposizioni particolari dallo stesso previste,
         è vietata ogni discriminazione effettuata in base alla nazionalità. 
      
      Il Consiglio, deliberando secondo la procedura di cui all’articolo 251, può stabilire regole volte a vietare tali discriminazioni.
      Articolo 18
      1.       Ogni cittadino dell’Unione ha il diritto di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, fatte
         salve le limitazioni e le condizioni previste dal presente trattato e dalle disposizioni adottate in applicazione dello stesso.
      
      2.       Quando un’azione della Comunità risulti necessaria per raggiungere questo obiettivo e salvo che il presente trattato non abbia
         previsto poteri di azione a tal fine, il Consiglio può adottare disposizioni intese a facilitare l’esercizio dei diritti di
         cui al paragrafo 1. Esso delibera secondo la procedura di cui all’articolo 251.
      
      3.       Il paragrafo 2 non si applica alle disposizioni relative ai passaporti, alle carte d’identità, ai titoli di soggiorno o altro
         documento assimilato né alle disposizioni relative alla sicurezza sociale o alla protezione sociale.
      
      Articolo 39
      1. La libera circolazione dei lavoratori all’interno della Comunità è assicurata.
      2.       Essa implica l’abolizione di qualsiasi discriminazione, fondata sulla nazionalità, tra i lavoratori degli Stati membri, per
         quanto riguarda l’impiego, la retribuzione e le altre condizioni di lavoro.
      
      3.       Fatte salve le limitazioni giustificate da motivi di ordine pubblico, pubblica sicurezza e sanità pubblica, essa importa il
         diritto:
      
               a)      di rispondere a offerte di lavoro effettive;
               b)      di spostarsi liberamente a tal fine nel territorio degli Stati membri;
               c)      di prendere dimora in uno degli Stati membri al fine di svolgervi un’attività di lavoro, conformemente alle disposizioni legislative,
         regolamentari e amministrative che disciplinano l’occupazione dei lavoratori nazionali;
      
               d)      di rimanere, a condizioni che costituiranno l’oggetto di regolamenti di applicazione stabiliti dalla Commissione, sul territorio
         di uno Stato membro, dopo aver occupato un impiego.
      
      4.       Le disposizioni del presente articolo non sono applicabili agli impieghi nella pubblica amministrazione».
      10.      La direttiva 2004/38, relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente
         nel territorio degli Stati membri, definisce al suo art. 7 le condizioni per potersi stabilire in uno Stato membro per un
         periodo superiore a tre mesi.
      
      «Articolo 7
       Diritto di soggiorno per un periodo superiore a tre mesi
      1.       Ciascun cittadino dell’Unione ha il diritto di soggiornare per un periodo superiore a tre mesi nel territorio di un altro
         Stato membro, a condizione: 
      
               a)     di essere lavoratore subordinato o autonomo nello Stato membro ospitante; o
               b)     di disporre, per se stesso e per i propri familiari, di risorse economiche sufficienti, affinché non divenga un onere a carico
         dell’assistenza sociale dello Stato membro ospitante durante il periodo di soggiorno, e di un’assicurazione malattia che copra
         tutti i rischi nello Stato membro ospitante; o
      
      (…)
      3.       Ai sensi del paragrafo 1, lettera a), il cittadino dell’Unione che abbia cessato di essere un lavoratore subordinato o autonomo
         conserva la qualità di lavoratore subordinato o autonomo nei seguenti casi: 
      
      (…)
               c)     l’interessato, trovandosi in stato di disoccupazione involontaria debitamente comprovata al termine di un contratto di lavoro
         di durata determinata inferiore ad un anno o venutosi a trovare in tale stato durante i primi dodici mesi, si è registrato
         presso l’ufficio di collocamento competente al fine di trovare un lavoro. In tal caso, l’interessato conserva la qualità di
         lavoratore subordinato per un periodo che non può essere inferiore a sei mesi.
      
      (…)».
      11.      In materia di assistenza sociale, la direttiva 2004/38 introduce varie limitazioni al principio di non discriminazione a causa
         della nazionalità per i residenti in un altro Stato membro. Mentre la dichiarazione di principio figura al n. 1 dell’art. 24,
         il paragrafo successivo comprende le limitazioni.
      
      «Articolo 24
      Parità di trattamento
      1.       Fatte salve le disposizioni specifiche espressamente previste dal trattato e dal diritto derivato, ogni cittadino dell’Unione
         che risiede, in base alla presente direttiva, nel territorio dello Stato membro ospitante gode di pari trattamento rispetto
         ai cittadini di tale Stato nel campo di applicazione del trattato. Il beneficio di tale diritto si estende ai familiari non
         aventi la cittadinanza di uno Stato membro che siano titolari del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente.
         
      
      2.       In deroga al paragrafo 1, lo Stato membro ospitante non è tenuto ad attribuire il diritto a prestazioni d’assistenza sociale
         durante i primi tre mesi di soggiorno o, se del caso, durante il periodo più lungo previsto all’articolo 14, paragrafo 4,
         lettera b), né è tenuto a concedere prima dell’acquisizione del diritto di soggiorno permanente aiuti di mantenimento agli
         studi, compresa la formazione professionale, consistenti in borse di studio o prestiti per studenti, a persone che non siano
         lavoratori subordinati o autonomi, che non mantengano tale status o loro familiari».
      
      12.      Il periodo più lungo previsto all’art. 14 della direttiva si riferisce ai «cittadini dell’Unione [che] siano entrati nel territorio
         dello Stato membro ospitante per cercare un posto di lavoro». Tali persone non possono essere allontanate se dimostrano di
         essere alla ricerca di un posto di lavoro e di avere buone possibilità di trovarlo.
      
      B –    Il diritto nazionale
      13.      L’art. 7, n. 1, del libro II del Sozialgesetzbuch tedesco recita così: 
      
      «Articolo 7
      1.       Le prestazioni previste dal presente libro vengono erogate a coloro che: 
               a)      siano di età superiore a quindici anni, ma inferiore a sessantacinque,
               b)      siano abili al lavoro,
               c)      si trovino in stato di bisogno, e,
               d)      abbiano la propria residenza abituale nella Repubblica federale di Germania. 
               Sono esclusi gli stranieri il cui diritto di soggiorno sia giustificato unicamente dalla finalità di ricercare un lavoro,
         i loro familiari, nonché i soggetti legittimati a ricevere prestazioni in forza dell’art. 1 della legge sulle prestazioni
         assistenziali a favore degli stranieri richiedenti asilo (…)». 
      
      14.      L’art. 23, n. 3, del libro XII della medesima legge ribadisce, per gli aiuti di assistenza sociale, che gli stranieri residenti
         che hanno fatto ingresso nel territorio tedesco per ottenere aiuti sociali o un impiego, non beneficiano degli aiuti menzionati
         in detto testo. 
      
      IV – Questioni pregiudiziali
      15.      Ciò premesso, il 22 gennaio 2008, il Sozialgericht di Norimberga ha presentato alla Corte due domande di pronuncia pregiudiziale
         in materia di validità e interpretazione ai sensi dell’art. 234 CE, riproducendo in entrambe le medesime questioni: 
      
      «1.       Se l’art. 24, n. 2, della direttiva 2004/38 (…) sia compatibile con l’art. 12 CE in combinato disposto con l’art. 39 CE.
      2)      In caso di soluzione negativa della questione sub 1), se l’art. 12 CE in combinato disposto con l’art. 39 CE osti ad una normativa
         nazionale che esclude i cittadini dell’Unione dalla possibilità di beneficiare dell’assistenza sociale, qualora sia stata
         superata la durata massima del soggiorno consentita ai sensi dell’art. 6 della direttiva 2004/38 (…), e non sussista un diritto
         di soggiorno neppure in forza di altre disposizioni.
      
      3)      In caso di soluzione affermativa della questione sub 1), se l’art. 12 CE osti ad una normativa nazionale che esclude i cittadini
         di uno Stato membro dell’Unione europea dalla possibilità di beneficiare persino delle prestazioni di assistenza sociale che
         vengono concesse agli immigrati irregolari».
      
      16.      Il presidente della Corte, con ordinanza 7 aprile 2008, ha riunito le due cause, tenuto conto della loro connessione oggettiva.
         
      
      17.      Hanno depositato osservazioni i governi di Danimarca, Germania, Paesi Bassi e Regno Unito nonché il Consiglio, il Parlamento
         europeo e la Commissione europea.
      
      18.      In udienza, svoltasi il 4 febbraio 2009, sono comparsi, per presentare le proprie osservazioni orali, l’agente del Regno Unito
         e gli agenti del Consiglio, del Parlamento europeo nonché della Commissione europea.
      
      V –    Considerazione preliminare: la condizione di lavoratori dei sigg. Vatsouras e Koupatantze
      19.      Nell’ordinanza del Sozialgericht di Norimberga viene sostenuto che i ricorrenti nella causa principale non soddisfano le condizioni
         di lavoratori ai sensi dell’art. 39 CE. A causa dell’attività da essi svolta, breve e scarsamente retribuita, i sigg. Vatsouras
         e Koupatantze non sarebbero tutelati dalla libera circolazione delle persone, eccetto unicamente la clausola di non discriminazione
         di cui all’art. 12 CE. Tuttavia, tale impressione va sfumata e le sue implicazioni vanno esaminate con cautela. 
      
      20.      I governi e le istituzioni che hanno partecipato al presente procedimento pregiudiziale non concordano al riguardo, dato che
         mentre il Consiglio e la Repubblica federale di Germania asseriscono che i ricorrenti soddisfano le condizioni necessarie
         per essere lavoratori, la Danimarca sostiene il contrario; a loro volta, la Commissione e i Paesi Bassi fanno valere che non
         vi sono elementi sufficienti per raggiungere una soluzione convincente e propongono di delegare tale questione al giudice
         nazionale. Se si aggiunge l’ambiguità del giudice del rinvio (4), ritengo indispensabile chiarire i termini della discussione prima di affrontare le questioni proposte. 
      
      21.      La Corte ha sempre cercato di evitare una frammentazione, in ciascuno Stato membro, dell’ambito di applicazione delle libertà
         di circolazione e dei diritti dei lavoratori dipendenti. Dopo la sentenza Unger (5), ha elaborato una definizione esclusivamente europea del termine «lavoratore» di cui all’art. 39 CE, qualificando il rapporto
         di lavoro come quello caratterizzato dalla « circostanza che una persona fornisca, per un certo periodo di tempo, a favore
         di un’altra e sotto la direzione di quest’ultima, prestazioni in contropartita delle quali riceve una retribuzione» (6). Successivamente ha confermato che tale enunciato deve essere interpretato estensivamente, comprendendo occupazioni di natura
         molto diversa (7).
      
      22.      Nella fattispecie i sigg. Vatsouras e Koupatantze hanno esercitato funzioni che rientrano in questa nozione giurisprudenziale
         di rapporto di lavoro. Tuttavia, vi sono due aspetti che rendono difficile la loro classificazione in tale categoria: da una
         parte, la brevità e la scarsa retribuzione dei loro incarichi; dall’altro, la conclusione del loro lavoro e la inattività
         economica. Occorre esaminare attentamente entrambi gli aspetti, prima di determinare la natura di «lavoratori» dei ricorrenti.
         
      
      A –    La brevità e la scarsa retribuzione del rapporto di lavoro
      23.      La giurisprudenza ha elaborato taluni criteri per applicare l’art. 39 CE a rapporti di lavoro subordinato di portata esigua
         o talmente insignificanti da non meritare una retribuzione sufficiente per la sussistenza. Secondo la sentenza Levin(8), l’importo della retribuzione non è un elemento che incide in modo decisivo sulla qualificazione di chi svolge un’attività lavorativa subordinata. Per determinare
         se un lavoratore rientri nell’ambito dell’art. 39 CE egli deve «eserci[tare] attivita reali ed effettive, restando escluse da questa sfera le attività talmente ridotte
         da potersi definire puramente marginali ed accessorie» (9). Si trattava, in tal caso, di una cittadina britannica che chiedeva un permesso di soggiorno nei Paesi Bassi, invocando la
         propria condizione di lavoratrice a tempo parziale. Dall’ordinanza di rinvio si deduceva che la sig.ra Levin riceveva come
         salario un importo che non garantiva la sua sussistenza, circostanza che non ha impedito alla Corte di dichiarare che, purché
         vi sia un’attività lavorativa effettiva, non si possono limitare le libertà fondamentali di una persona e che sono irrilevanti
         per il diritto comunitario i motivi che hanno spinto alla ricerca del lavoro; l’elemento decisivo per l’art. 39 CE è la natura
         oggettiva dell’occupazione, non l’importo percepito dal lavoratore come retribuzione. 
      
      24.      Nonostante il fatto che la sentenza Levin abbia delegato al giudice del rinvio la soluzione del caso concreto, la giurisprudenza
         sucessiva ha dimostrato che le «attività reali ed effettive» possono essere molto varie. Solo in casi eccezionali è stato
         constatato che le prestazioni erano «puramente marginali ed accessorie». Nella causa Lawrie-Blum (10) si discuteva se il regime di tirocini retribuiti in una scuola, a tempo parziale e scarsamente retribuiti, costituisse un’occupazione
         reale ed effettiva. La sentenza ha ribadito che i tirocinanti erano lavoratori assoggettati all’art. 39 CE, indipendentemente
         dal fatto che l’occupazione facesse parte di un procedimento formativo (11). Qualcosa di analogo è avvenuto nella causa Kranemann (12), nell’esaminare lo status di funzionari temporanei che svolgevano tirocini per le professioni legali. La sentenza ha negato
         che il fatto che l’importo versato a tali soggetti costituisse un mero aiuto per far fronte ai propri bisogni impedisse di
         applicare ai medesimi l’art. 39 CE. In seguito, ha escluso che il livello limitato della retribuzione o l’origine del suo
         finanziamento incidessero sulla condizione di lavoratore prevista dal diritto comunitario (13).
      
      25.      Nemmeno la durata del rapporto di lavoro appare determinante per definirlo come reale ed effettivo. Nella causa Levin, menzionata sopra, già
         è stato enunciato che nei contratti a tempo parziale non si escludeva l’art. 39 CE. Nella sentenza Ninni-Orasche (14) è stato considerato che un’attività lavorativa esercitata per un periodo di due mesi e mezzo tramuta un lavoratore in lavoratore
         comunitario. Il giudice del rinvio aveva manifestato dubbi sulla buona fede del ricorrente, invocando una serie di fattori
         che indicavano un possibile comportamento abusivo, ma la sentenza ha considerato «irrilevanti» tali elementi(15), valutando solo la natura reale ed effettiva del rapporto di lavoro.
      
      26.      Non vi sono invece molti elementi per determinare la nozione di «attività marginale ed accessoria». Solo nella causa Raulin (16) sono illustrati i limiti dell’art. 39 CE, indicando che occorre tener conto dell’irregolarità e della durata limitata delle
         prestazioni effettivamente realizzate nell’ambito di un contratto di lavoro occasionale (17). Parimenti, la circostanza di aver lavorato per un numero esiguo di ore costituisce un indizio del fatto che le attività
         sono marginali ed accessorie (18). Tuttavia, la sentenza Raulin verteva su un contratto stagionale che non dava alcuna garanzia relativamente alle ore di lavoro.
         Si trattava di un rapporto di lavoro atipico, che creava aspettative di impiego. Sembra normale che, qualora un contratto di tale tipo avesse condotto ad un’occupazione minima, il requisito
         di occupazione «reale ed effettiva» non sarebbe stato soddisfatto.
      
      27.      Come corollario, emerge dalla giurisprudenza una tendenza ad interpretare estensivamente la nozione di «lavoratore» dell’art. 39 CE,
         comprendendo i rapporti di lavoro reali ed effettivi in un ampio spettro di modalità. È del tutto irrilevante il fatto che
         il lavoratore abbia abusato delle norme per soddisfare le proprie ambizioni, in quanto occorre valutare solo gli elementi
         oggettivi del suo rapporto di lavoro, escludendo le situazioni manifestamente residue, difficili da far rientrare nella nozione di lavoro subordinato (19).
      
      28.      Di conseguenza, i sigg. Vatsouras e Koupatantze sono lavoratori che hanno svolto un’«attività reale ed effettiva». Il sig. Vatsouras
         ha trovato lavoro quando è entrato nel territorio tedesco (20) e lo ha conservato per meno di un anno. Ha percepito EUR 169 mensili per garantire la sua sussistenza. Se tale importo copriva
         la differenza tra la sua paga e lo stipendio medio di sostentamento in Germania, se ne può dedurre che la retribuzione percepita
         era leggermente inferiore al salario minimo vitale. Con la sentenza Lawrie-Blum la Corte  non si è pronunciata sulla questione
         se un impiego temporaneo con paga giornaliera inferiore al salario minimo fosse un’occupazione reale ed effettiva. Tuttavia,
         un’interpretazione congiunta di tale pronuncia e della sentenza Ninni-Orasche, in cui l’art. 39 CE è stato applicato ad un’attività
         durata in tutto due mesi e mezzo, rafforza l’orientamento proposto. Una retribuzione molto inferiore ad un salario di sussistenza può qualificare un lavoro come irrilevante, ma se essa è leggermente inferiore e, inoltre, è stata corrisposta per un anno, vi è solo una soluzione: il riconoscimento del fatto che il sig. Vatsouras
         soddisfa la condizione di «lavoratore» ed è tutelato dal diritto comunitario. 
      
      29.      In una situazione analoga si trova il sig. Koupatantze. Non si discute qui l’importo, ma la durata dell’impiego. Ribadisco
         che la sentenza Ninni-Orasche ha considerato valido un rapporto di lavoro di due mesi e mezzo. Ove vi sia un vero impiego,
         seppur breve o malpagato, la Corte non ha difficoltà a ricorrere all’art. 39 CE. Il sig. Koupatantze ha lavorato appena due
         mesi. Non è stato in disoccupazione volontariamente o per la scadenza del suo contratto, ma per difficoltà economiche del
         suo datore di lavoro. Inoltre, non ha mai reclamato aiuti di sussistenza. Non essendovi indizi del fatto che l’attività di
         lavoro subordinato intrapresa dal sig. Koupatantze fosse manifestamente residuale, egli deve essere considerato un lavoratore
         tutelato dall’art. 39 CE. 
      
      B –    La conclusione del rapporto di lavoro e l’applicazione nel tempo dell’art. 39 CE, n. 3, lett. d)
      30.      Resta da chiarire se il fatto che entrambi i ricorrenti abbiano perso il proprio lavoro possa modificare la tesi che sostengo.
         L’art. 39 CE, n. 3, lett. d), prevede la possibilità che il lavoratore rimanga nello Stato ospitante dopo aver svolto un’attività
         ma subordina tale facoltà alla soddisfazione di taluni requisiti indeterminati (21). Pertanto, alle persone in cerca di lavoro non si applicano né lo status giuridico dell’art. 39 CE né le norme di diritto
         derivato, benché beneficino della giurisprudenza in materia, che attribuisce un regime ibrido alle persone che hanno perso
         il lavoro ma che intendono effettivamente trovarne un altro (22).
      
      31.      La sentenza Collins (23) ha accolto la piena applicabilità dell’art. 39 CE a chi aveva un nesso con lo Stato ospitante. In tale causa erano trascorsi
         diciassette anni da che il ricorrente, cittadino irlandese, aveva lavorato nel Regno Unito fino al momento in cui successivamente
         aveva chiesto un aiuto in detto paese. La sentenza, basandosi sulla giurisprudenza anteriore, ha elaborato la dottrina del
         «nesso» tra chi esercita la libera circolazione e lo Stato ospitante (24) per cui se un soggetto è stato un lavoratore nello Stato ospitante deve continuare a beneficiare dell’art. 39 CE, benché
         non sia, formalmente, un lavoratore.
      
      32.      Con tale premessa, anche se spetta al giudice del rinvio chiarire gli elementi di fatto, è evidente che i sigg. Vatsouras
         e Koupatantze hanno svolto un’attività lavorativa che conferiva loro la condizione di lavoratori ai sensi dell’art. 39 CE.
         Le loro prestazioni non erano né marginali né accessorie; inoltre è stato dimostrato che hanno cercato un lavoro immediatamente
         dopo essere rimasti disoccupati, per cui il nesso sorge automaticamente e, nel periodo in cui hanno cercato attivamente un
         lavoro, possono far valere nei confronti dello Stato ospitante la libertà di circolazione dei lavoratori.
      
      VI – Esame delle questioni pregiudiziali sulla base dell’interpretazione che precede 
      33.      Ciò premesso, invito la Corte a riconoscere che i ricorrenti nella causa principale sono lavoratori tutelati dall’art. 39 CE,
         come hanno sostenuto il Consiglio e la Repubblica federale di Germania. 
      
      34.      L’ordinanza del Sozialgericht di Norimberga contiene una tesi contraria a tale riconoscimento e con tale percezione formula
         la questione pregiudiziale di validità dell’art. 24, n. 2, della direttiva 2004/38 (25). Tale disposizione si applica solo a tre categorie escluse dalla tutela dell’art. 39 CE e delle sue norme derivate: le persone
         che esercitano il diritto alla libera circolazione durante i primi tre mesi di soggiorno; le persone in cerca di lavoro; gli
         studenti. Alla seconda di tali categorie l’art. 39 CE è applicabile congiuntamente all’art. 12 CE, creando un regime ibrido
         conformemente alla sentenza Collins. 
      
      35.      Pertanto, la presente controversia non costituisce un contesto adeguato per invocare il citato art. 24, n. 2, né per contestarne
         la validità. 
      
      36.      Tuttavia, la seconda questione pregiudiziale riguarda la conformità della normativa tedesca con l’art. 12 CE, in relazione
         all’art. 39 CE. Con tale questione il Sozialgericht intravede la pertinenza del ricorso alle disposizioni relative alla libera
         circolazione dei lavoratori. Di conseguenza, nonostante l’art. 12 CE non si applichi ai lavoratori, invito la Corte a risolvere
         la seconda questione pregiudiziale, limitando l’analisi alla conformità del diritto tedesco con l’art. 39 CE. 
      
      37.      Per il caso in cui la Corte non dovesse concordare con tale proposta e ritenesse che i ricorrenti non siano lavoratori, affinché
         la soluzione non sia incompleta, esaminerò, in via subordinata, la validità dell’art. 24, n. 2, della direttiva 2004/38.
      
      VII – Seconda questione pregiudiziale
      38.      Il Sozialgericht orienta le sue riflessioni verso l’annullamento di un aiuto sociale, basato sul superamento della durata
         massima di soggiorno contemplata dalla direttiva 2004/38. In altri termini, esso nutre dubbi sulla legittimità di una misura
         che elimina alla radice l’applicazione delle norme comunitarie, qualora una persona che abbia esercitato il diritto alla libera
         circolazione non soddisfi più le condizioni che le hanno consentito di acquistare tale diritto. Nella fattispecie i sigg. Vatsouras
         e Koupatantze hanno invocato lo status di lavoratori definito all’art. 39 CE, ma, rimanendo disoccupati, le loro prerogative,
         incluso il diritto a ricevere aiuti sociali, si sono estinte.
      
      39.      Per risolvere tale questione, la Commissione, nelle sue osservazioni, si fonda sull’art. 7, n. 3, lett. c), della direttiva
         2004/38, che comprende chiaramente la situazione dei ricorrenti nelle cause principali. Quando il lavoratore che ha esercitato
         il diritto alla libera circolazione per un periodo inferiore ad un anno si trova in disoccupazione involontaria, la direttiva
         2004/38 gli garantisce il suo status lavorativo e, pertanto, il diritto a soggiornare nello Stato ospitante purché sia «registrato
         presso l’ufficio di collocamento competente». Se ricorrono tali circostanze, il lavoratore conserva i diritti conferitigli
         dall’ordinamento comunitario per un periodo non inferiore a sei mesi.
      
      40.      Tale disposizione conferma la piena applicazione dell’art. 39 CE alla fattispecie. Sebbene i ricorrenti, avendo lavorato e
         soggiornato per meno di un anno, siano privi del nesso richiesto dalla giurisprudenza affinché la libera circolazione delle
         persone acquisti la sua vera dimensione, la direttiva 2004/38 ha superato tale esigenza, subordinandola a taluni requisiti
         per evitare abusi e salvaguardare la stabilità economica delle finanze pubbliche degli Stati membri ospitanti (26).
      
      41.      Nell’ordinanza del Sozialgericht viene spiegato che sia il sig. Vatsouras sia il sig. Koupatantze hanno perso involontariamente
         i propri posti di lavoro, prima che fosse trascorso un anno. Non è chiaro se si siano registrati presso l’ufficio di collocamento,
         ma in tal caso sarebbe applicabile l’art. 7 della direttiva 2004/38. Spetta al giudice del rinvio accertare tale aspetto.
      
      42.      Soddisfatti i requisiti ante menzionati, l’amministrazione del lavoro tedesca, privando i ricorrenti dell’aiuto sociale che
         percepivano, ha violato il diritto comunitario. Se la causa dell’anullamento (che, per il sig. Koupatantze, non viene indicata
         nell’ordinanza di rinvio) è la perdita del diritto di soggiorno in conseguenza della sua disoccupazione, lo Stato tedesco
         ha limitato la libera circolazione dei lavoratori in violazione dell’art. 39 CE, nonché dell’art. 7, n. 2, del regolamento
         n. 1612/68 (27). Poiché i ricorrenti sono lavoratori, essi devono ricevere un trattamento uguale a quello di qualsiasi altro lavoratore tedesco,
         incluse le misure sociali collegate allo svolgimento di un’attività lavorativa. Il sig. Vatsouras chiede un sussidio per coprire
         la differenza tra il suo salario e la retribuzione minima di sussistenza. Il sig. Koupatantze, invece, chiede un’indennità
         di disoccupazione in seguito alla conclusione del suo rapporto di lavoro. Benché si tratti di prestazioni diverse, esse sono
         collegate allo status di lavoratore di cui godono entrambi.
      
      43.      Quindi, una normativa che esclude i lavoratori dell’Unione dall’accesso a prestazioni sociali qualora siano disoccupati, siano
         registrati presso un ufficio di collocamento e abbiano lavorato per meno di un anno è contraria all’art. 39 CE. 
      
      VIII – Prima questione pregiudiziale 
      44.      Ove la Corte non dovesse condividere la tesi sostenuta ai paragrafi 23-32 delle presenti conclusioni, occorrerebbe esaminare
         le questioni pregiudiziali da un’altra angolazione. Nell’ipotesi in cui i sigg. Vatsouras e Koupatantze non fossero «lavoratori»
         ai sensi dell’art. 39 CE, la questione relativa alla validità dell’art. 24, n. 2, della direttiva 2004/38 diventerebbe del
         tutto sensata in quanto la disposizione contrasterebbe con l’interpretazione giurisprudenziale dell’art. 12 CE, in combinato
         disposto con l’art. 39 CE, se applicata alle persone che cercano lavoro esercitando il diritto alla libera circolazione. 
      
      45.      I dubbi del Sozialgericht si concentrano sul nucleo essenziale della direttiva 2004/38. Come ho sostenuto, il menzionato art. 24,
         n. 2, comprende due situazioni giuridiche distinte. Da una parte, quella delle persone che chiedono aiuti di mantenimento
         agli studi, come borse di studio o prestiti per studenti, vale a dire, gli studenti in regime di libera circolazione. Dall’altra,
         quella dei soggetti che si stabiliscono nel territorio di uno Stato membro per tre mesi o per il periodo di tempo necessario
         per cercare attivamente un impiego. Ai primi è consentito chiedere aiuti di tale natura solo quando acquisiscono il diritto
         di soggiorno permanente che la direttiva 2004/38 conferisce una volta trascorsi cinque anni. Ai secondi viene concessa l’«assistenza
         sociale» quando ottengono un lavoro. 
      
      46.      La sentenza Förster (28) ha dichiarato compatibile con gli artt. 12 CE e 18 CE la limitazione imposta dalla direttiva 2004/38 agli studenti, senza
         pronunciarsi sulla validità dell’art. 24, n. 2, della medesima, mentre si è pronunciata su quella della normativa olandese
         che ha preceduto la disposizione comunitaria. Pertanto, la Corte si è indirettamente pronunciata a favore della legittimità
         della restrizione agli studenti ma resta da chiarire se la direttiva 2004/38 sia conforme al Trattato CE nel disciplinare
         la situazione di chi cerca lavoro senza percepire aiuti sociali. 
      
      47.      Tutti gli Stati membri e le istituzioni che hanno depositato osservazioni nel presente procedimento pregiudiziale hanno sostenuto
         la validità dell’art. 24, n. 2, della direttiva 2004/38, utilizzando argomenti sostanzialmente identici. Tra i motivi invocati
         ve ne è uno che, a mio avviso, è contenuto in nuce nella sentenza Collins e nel suo riflesso nella direttiva 2004/38. 
      
       L’art. 24, n. 2, della direttiva 2004/38 e il suo inquadramento nella giurisprudenza della Corte 
      48.      Il sig. Collins chiedeva un sussidio per persone in cerca di lavoro (jobseeker’s allowance) nel Regno Unito. Con passaporto
         americano, terminati gli studi nel proprio paese, ha lavorato per una stagione in Gran Bretagna e ha ottenuto la cittadinanza
         irlandese. Per 17 anni ha soggiornato negli Stati Uniti e in Sudafrica, finché non è tornato nel Regno Unito in cerca di lavoro,
         dove ha chiesto l’aiuto controverso. 
      
      49.      Nelle conclusioni da me presentate in tale causa sostengo un’interpretazione moderata della giurisprudenza in materia di cittadinanza
         per conciliare la norma antidiscriminatoria dell’art. 12 CE, in combinato disposto con l’art. 39 CE, con i rischi del cosiddetto
         «turismo sociale» (29). A tal fine, suggerisco di respingere le richieste del sig. Collins per i suoi deboli vincoli con lo Stato in cui aspirava
         ad ottenere l’aiuto (30). Tuttavia, ammetto la tutela per le persone che dimostrano il collegamento con lo Stato membro ospitante, elemento che la
         sentenza ha elaborato, dopo aver esaminato, al punto 72, l’incidenza di un requisito di soggiorno previo per dimostrare un
         nesso, aggiungendo che tale termine «non deve andare oltre quanto necessario affinché le autorità nazionali possano assicurarsi
         che l’interessato cerchi realmente un impiego sul mercato del lavoro dello Stato membro ospitante». Non spetta insomma al
         paese ospitante giustificare il carattere proporzionato del periodo di soggiorno per salvaguardare la compatibilità delle
         norme nazionali con il diritto comunitario (31).
      
      50.      A differenza di quanto previsto per gli studenti, a cui l’art. 24, n. 2, della direttiva 2004/38 impone un termine minimo
         di soggiorno di cinque anni, vi è una maggiore ambiguità per chi cerca un lavoro. Al momento di stabilire un termine che funga
         da nesso, la disposizione rinvia all’art. 14, n. 4, lett. b), in virtù del quale gli Stati membri non possono adottare un
         provvedimento di allontanamento nei confronti di cittadini dell’Unione o dei loro familiari qualora «siano entrati nel territorio
         dello Stato membro ospitante per cercare un posto di lavoro». In tal caso, non si ammette alcuna restrizione fino a quando
         gli interessati dimostrano «di essere alla ricerca di un posto di lavoro e di avere buone possibilità di trovarlo».
      
      51.      Alla luce di tale contesto normativo, il giudice del rinvio individua due interpretazioni della norma impugnata. 
      
      52.      In primo luogo, si potrebbe ritenere che l’art. 24, n. 2, della direttiva 2004/38, autorizzi una restrizione illimitata nel
         tempo purché il cittadino cerchi di ottenere un posto di lavoro. Se l’art. 14 vietasse l’espulsione mentre egli tenta di trovare
         un impiego, tale termine, in collegamento con la lettera del menzionato art. 24, n. 2, si discosterebbe dalla sentenza Collins,
         in quanto verrebbe introdotto un divieto di accedere agli aiuti sociali indipendentemente dal nesso con lo Stato ospitante.
      
      53.      In secondo luogo, si potrebbe sostenere che tale art. 24, n. 2, rinvia tacitamente al termine indispensabile per ottenere
         il soggiorno permanente, come avviene per gli studenti. In tal modo, trascorsi cinque anni dall’ingresso nel territorio dello
         Stato membro, le persone ancora in cerca di lavoro accedono agli aiuti in questione. 
      
      54.      Nessuna di tali due interpretazioni appare convincente. La prima, per la sua evidente contraddizione con la sentenza Collins (32), in quanto un termine che si prolunga sine die non offre certezza del diritto né corrisponde agli obiettivi della direttiva 2004/38, che mira a stabilizzare un settore
         dell’ordinamento molto vicino ai diritti fondamentali del cittadino europeo. La seconda, poiché non ha senso che la direttiva
         operi una distinzione tra gli studenti e le persone in cerca di lavoro per attribuire loro poi conseguenze giuridiche identiche;
         se vi fosse una tale differenza tra lo status degli uni e degli altri, sarebbe superfluo considerare che la norma prevede
         effetti identici per ambo i gruppi. Tale interpretazione contrasterebbe con la volontà di chi ha approvato il testo e non
         resisterebbe ad un’esegesi sistematica della disposizione. 
      
      55.      Al contrario, la direttiva 2004/38 tace al riguardo, proprio perché considera che le persone che intendono lavorare godono
         di un regime speciale che, una volta superati i primi tre mesi di permanenza, non richiede i cinque anni di soggiorno che
         devono dimostrare gli studenti e che non li lascia in uno stato di incertezza giuridica mentre tentano di trovare un lavoro.
         Concordo col Consiglio sulla circostanza che la norma impugnata non fornisce un criterio rigido per accertare il nesso richiesto
         dalla sentenza Collins. Consapevole del fatto che un soggetto in cerca di lavoro si trova a metà strada tra un’attività economica
         ed un’attività non economica, la direttiva lascia a ciascun legislatore nazionale la libertà di trovare l’equilibrio corrispondente (33). Eventualmente, spetta alla Corte decidere se le soluzioni nazionali siano conformi ai Trattati e alla direttiva 2004/38,
         circostanza che non solo conferma la validità dell’art. 24, n. 2, della direttiva, ma consente, a sua volta, di comprendere
         le sue disposizioni con riferimento alla giurisprudenza della Corte. 
      
      56.      Tale conclusione non è inficiata, come sostiene il Regno Unito, dal fatto che gli aiuti controversi costituiscono prestazioni
         dirette specificamente all’inserimento del beneficiario nel mercato del lavoro. È sufficiente che il sussidio agevoli l’ingresso
         nel mondo del lavoro a patto che il richiedente provi, in virtù della sentenza Collins, un nesso con lo Stato ospitante(34). Di fatto, l’agente britannico ha riconosciuto, in udienza, che gli aiuti controversi, in seguito ad un esame più approfondito,
         possono essere qualificati come strumenti per incentivare l’inserimento lavorativo. 
      
      57.      Di conseguenza, l’obiettivo dell’aiuto va esaminato con riguardo ai suoi risultati e non alla struttura formale della prestazione. In caso contrario, sarebbe semplice eludere la giurisprudenza Collins, poiché
         sarebbe sufficiente che le norme che disciplinano la prestazione eliminassero qualsiasi riferimento allo scopo di reinserimento
         dell’aiuto per negarlo ai cittadini comunitari che esercitano il diritto alla libera circolazione per procurarsi un impiego.
         Tale approccio mi induce a sostenere, nonostante le allegazioni della Commissione, che vi possono essere misure di «assistenza
         sociale», tra quelle contemplate dall’art. 24, n. 2, della direttiva 2004/38, che favoriscono l’inserimento nel mercato del
         lavoro. In tale contesto, la sentenza Collins obbliga ad applicare l’art. 39 CE e a concedere la protezione sociale a chi
         cerca lavoro nel territorio dell’Unione. 
      
      58.      Nella fattispecie, è pacifico che i compiti dell’ARGE sono orientati al reinserimento lavorativo in quanto esso è stato istituito
         per perseguire le finalità del Sozialgesetzbuches II (SGB II); il nome per esteso dell’ente (Die Arbeitsgemeinschaft zur Arbeitsmarktintegration
         Nürnberg) riflette le funzioni di integrazione che esso svolge (35).
      
      59.      Spetta, in definitiva, al giudice del rinvio valutare se l’assistenza richiesta soddisfi tale obiettivo. 
      
       L’art. 24, n. 2, della direttiva 2004/38 e la sua applicazione al caso concreto 
      60.      Qualora la Corte dovesse condividere l’opinione qui sostenuta, la soluzione fornita al Sozialgericht non dovrebbe essere fondata
         tanto sulla disposizione la cui validità si discute quanto sulla giurisprudenza. Se il diritto nazionale può imporre requisiti
         per dimostrare un nesso tra lo Stato ospitante e le persone in cerca di lavoro, il giudice del rinvio deve giudicare se tali
         requisiti siano conformi ai criteri esposti al punto 72 della sentenza Collins. 
      
      61.      Dall’ordinanza di rinvio si desume che la Repubblica federale di Germania vieta gli aiuti a chi faccia ingresso nel suo territorio
         per cercare lavoro (36). La normativa nazionale adotta l’interpretazione più restrittiva dell’art. 24, n. 2, della direttiva, che ho già criticato
         sopra. Le disposizioni nazionali non ammettono la presa in considerazione del fatto che i sigg. Vatsouras e Koupatantze facciano
         valere un nesso con il territorio tedesco, per cui si può solo constatare l’incompatibilità delle norme federali col Trattato CE,
         come interpretato dalla Corte nella sentenza Collins. 
      
      62.      A tal riguardo, ritengo importante sottolineare una differenza tra la presente causa e quella del sig. Collins, cittadino
         che si è assentato per diciassette anni e che ha perso il suo nesso con lo Stato ospitante, mentre i ricorrenti dinanzi al
         Sozialgericht di Norimberga si sono recati in Germania dove hanno rapidamente trovato un lavoro. Cionondimeno, la Corte potrebbe
         considerare che il lavoro svolto era «marginale e accessorio», ma un’attività di lavoro subordinato, per quanto modesta, dimostra
         di per sé la capacità di chi lo esercita di intraprendere un’attività lavorativa. A ciò si aggiunge che il sig. Vatsouras
         ha svolto i suoi compiti per meno di un anno, circostanza che impedisce di qualificare il suo trasferimento nella Repubblica
         federale come turismo sociale. Quanto al sig. Koupatantze, benché non sia accertato né il suo impiego né il suo salario, nulla
         indica che la sua occupazione fosse fittizia, poiché essa è terminata per motivi indipendenti dalla sua volontà. Inoltre,
         entrambi sono tornati a lavorare, successivamente all’annullamento degli aiuti, e ciò costituisce un indizio del fatto che
         entrambi hanno cercato realmente ed efficacemente, per un periodo ragionevole, un impiego. 
      
      63.      Tali elementi provano che i ricorrenti avevano i migliori presupposti per ottenere un posto di lavoro in quanto avevano precedentemente
         svolto un’attività economica. Una persona che tenta di integrarsi nel mercato del lavoro gode di migliori credenziali se ha
         assunto, nel passato, responsabilità aventi una connotazione economica. Parimenti, se vi è stato uno scambio di prestazioni,
         per quanto esiguo, è giustificata a maggior ragione l’applicazione del Trattato CE. Di conseguenza, in un caso come quello
         dei sigg. Vatsouras e Koupatantze, in cui è stata esercitata una funzione economica nei primi mesi del loro ingresso nel territorio
         tedesco, essi difficilmente possono essere considerati come «persone in cerca di lavoro» ordinarie se sono successivamente
         rimasti disoccupati. 
      
      64.      Tutto quanto sopra esposto mi induce a sostenere che vi è un nesso, ai sensi della sentenza Collins, quando una persona che
         aspira ad un impiego ha svolto precedentemente un’attività economica che aumenta le sue probabilità di trovare un nuovo posto
         di lavoro. Spetta al giudice del rinvio accertare se i ricorrenti nei procedimenti principali abbiano stabilito un nesso di
         tale tipo. 
      
      IX – Questioni pregiudiziali rimanenti
      65.      Qualora la Corte non dovesse condividere la tesi secondo cui i sigg. Vatsouras e Koupatantze sono lavoratori, l’interpretazione
         che propongo dell’art. 24, n. 2, della direttiva 2004/38 risolverebbe sia la prima sia la seconda questione del Sozialgericht.
         
      
      66.      Quanto alla terza, il diritto comunitario non fornisce criteri per decidere sulla differenza di trattamento tra i cittadini
         comunitari e quelli dei Paesi terzi assoggettati al diritto dello Stato membro ospitante. L’art. 12 CE intende sradicare la
         discriminazione tra i cittadini comunitari e i cittadini dello Stato ospitante, senza offrire elementi per eliminare il trattamento
         diverso indicato dal giudice del rinvio. Non occorre pertanto esaminare la terza questione. 
      
      X –    Conclusione
      67.      Conformemente alle considerazioni che precedono, suggerisco alla Corte di risolvere le questioni pregiudiziali del Gerichtshof,
         dichiarando che: 
      
      1.       L’art. 39 CE, in combinato disposto con l’art. 7, n. 3, lett. c), della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 29
         aprile 2004, 2004/38/CE, è incompatibile con le misure nazionali che escludono i lavoratori dell’Unione dall’accesso a prestazioni
         sociali, se sono disoccupati, regolarmente registrati presso l’ufficio di collocamento, e hanno lavorato per meno di un anno.
      
      2.       L’esame della questione proposta non ha messo in rilievo alcun elemento tale da inficiare la validità dell’art. 24, n. 2,
         della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 29 aprile 2004, 2004/38.
      
      3.       Sussiste un nesso tra le persone in cerca di lavoro e lo Stato ospitante, quando sia stata precedentemente svolta un’attività
         economica che aumenta le possibilità di trovare un nuovo posto di lavoro. Spetta al giudice nazionale chiarire se i ricorrenti
         nei procedimenti principali abbiano costituito un nesso di tale natura. 
      
      1 –	Lingua originale: lo spagnolo.
      
      2 –	Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 29 aprile 2004 (GU L 158, pag. 77, e rettifiche nella GU L 229, pag. 35).
         
      
      3 –	Sentenza 23 marzo 2004, causa C-138/02, Collins (Racc. pag. I-2703).
      
      4 –	Benché il giudice di Norimberga menzioni, a più riprese, il carattere puntuale del lavoro e la scarsa retribuzione percepita,
         nella seconda questione esso menziona l’art. 39 CE, facendo chiaro riferimento alla libera circolazione dei lavoratori.
      
      5 –	Sentenza della Corte 19 marzo 1964, causa 75/63, Unger (Racc. pag. 177).
      
      6 –	Sentenze 3 luglio 1986, causa 66/85, Lawrie-Blum (Racc. pag. 2121), punti 16 e 17; 26 febbraio 1992, causa C-3/90, Bernini
         (Racc. pag. I-1071), punto 14; e 7 settembre 2004, causa C-456/02, Trojani (Racc. pag. I-7573), punto 15.
      
      7 –	Barnard, C., EC Employment Law, 3ª ed., Oxford University Press, Oxford, 2006, pagg. 172 e 173.
      
      8 –	Sentenza 23 marzo 1982, causa 53/81, Levin (Racc. pag. 1035).
      
      9 –	Ibid., punto 17. 
      
      10 –	Sentenza Lawrie-Blum, citata. 
      
      11 –	Ibid., punto 19. 
      
      12 –	Sentenza 17 marzo 2005, causa C-109/04, Kranemann (Racc. pag. I-2421).
      
      13 –	Ibid., punto 17. 
      
      14 –	Sentenza 6 novembre 2003, causa C-413/01, Ninni-Orasche (Racc. pag. I-13187).
      
      15 –	Al punto 31 della sentenza questa idea viene espressa con la massima chiarezza: «Per quanto riguarda (…) l’argomento secondo
         il quale il giudice del rinvio sarebbe tenuto a verificare in base alle circostanze del caso di specie se la ricorrente nella
         causa principale abbia cercato abusivamente di creare una situazione che le consenta di rivendicare la qualità di lavoratrice
         ai sensi dell’art. 48 del Trattato allo scopo di ottenere i vantaggi connessi a tale status, è sufficiente rilevare che l’eventuale
         uso abusivo dei diritti concessi dall’ordinamento giuridico comunitario in virtù delle disposizioni relative alla libera circolazione
         dei lavoratori presuppone che il soggetto interessato rientri nell’ambito ratione personae di detto Trattato, soddisfacendo
         le condizioni per essere qualificato “lavoratore” ai sensi della detta disposizione. Ne consegue che la problematica dell’abuso
         di diritto non può incidere sulla risposta alla prima questione».
      
      16 –	Sentenza 26 febbraio1992, causa C-357/89, Raulin (Racc. pag. I-1027).
      
      17 –	Ibid., punto 14. 
      
      18 –	Ibid.
      19 –	In modo analogo si espime la giurisprudenza nell’interpretare l’Accordo di Associazione CEE – Turchia in alcune sentenze
         che hanno applicato la medesima dottrina ai lavoratori turchi che esercitano il diritto alla libera circolazione. Tale interpretazione
         estensiva dell’art. 39 CE si riflette nelle sentenze 26 novembre 1998, causa C-1/97, Birden (Racc. pag. I-7747), punto 25;
         19 novembre 2002 causa C-188/00, Kurz (Racc. pag. I-10691), punti 33 e 34; 24 gennaio 2008, causa C-294/06, Payir e a. (Racc.
         pag. I-203) punto 31.
      
      20 –	Non viene indicata la data precisa dell’inizio dell’attività lavorativa, ma si desume che, avendo il medesimo beneficiato
         dell’aiuto sociale il 10 luglio 2006, egli ha iniziato a lavorare poco dopo il suo arrivo in Germania. 
      
      21 –	La disposizione citata subordina il diritto di rimanere nel territorio di uno Stato membro, dopo aver esercitato un’attività
         lavorativa, a «limitazioni giustificate da motivi di ordine pubblico, pubblica sicurezza e sanità pubblica», nonché ai requisiti
         indicati nei «regolamenti di applicazione stabiliti dalla Commissione». 
      
      22 –	Sentenze 26 febbraio 1991, causa C-292/89, Antonissen (Racc. pag. I-745); 26 maggio 1993, causa C-171/91, Tsiotras (Racc.
         pag. I-2925), punto 8; 20 febbraio 1997, causa C-344/95, Comissione/Belgio (Racc. pag. I-1035), punto 15; e Collins, cit.,
         punto 26.
      
      23 –	Sentenza citata nella nota precedente.
      
      24 –	Ibid., punti 27‑32. 
      
      25 –	Al paragrafo III dell’ordinanza di rinvio nel procedimento C-22/08, il Sozialgericht ritiene che «l’occupazione lavorativa
         in forma ridotta del ricorrente, di breve durata e inidonea a garantirgli i mezzi di sussistenza, non abbia prodotto alcun
         effetto rilevante sotto il profilo del diritto di soggiorno, sicché l’art. 24, n. 2, della direttiva 2004/38 trova applicazione
         al suo caso». Ma tale disposizione non si estende ai lavoratori tutelati dall’art. 39 CE, benché si applichi a chi cerca un
         lavoro. Tuttavia, il giudice del rinvio non si concentra sul fatto che i ricorrenti desiderino ottenere un lavoro, bensì sulla
         brevità e sulla retribuzione dell’attività svolta.
      
      26 –	Nella proposta della direttiva 2004/38 la Commissione ha giustificato l’art. 7 affermando che «[l]e disposizioni del presente
         articolo stabiliscono le condizioni alle quali è subordinato l’esercizio del diritto di soggiorno. Benché occorra facilitare
         l’esercizio di questo diritto, il fatto che attualmente le prestazioni d’assistenza sociale non rientrino nella normativa
         comunitaria e non siano generalmente esportabili non consente di accordare una piena parità di trattamento in materia di prestazioni
         sociali, senza rischiare che talune categorie di beneficiari del diritto di soggiorno, in particolare coloro che non esercitano
         un’attività lavorativa, diventino un onere ingiustificato per le finanze pubbliche dello Stato membro ospitante».
      
      27 –	Regolamento (CEE) del Consiglio 15 ottobre 1968, n. 1612, relativo alla libera circolazione dei lavoratori all’interno
         della Comunità (GU L 257, pag. 2).
      
      28 –	Sentenza 18 novembre 2008, causa C-158/07, Förster (Racc.pag. I-0000).
      
      29 –	Paragrafi 64 e 65 delle conclusioni. 
      
      30 –	Paragrafo 75. 
      
      31 –	Nel medesimo senso, le sentenze 7 settembre 2004, causa C-456/02, Trojani (Racc. pag. I‑7573), punti 42‑45 e 15 settembre
         2005, causa C-285/04, Ioannidis (Racc. pag. I-8275), punto 29. Su entrambe le decisioni e sulla necessità di accertare un
         nesso, Muir, E., «Statut et droits du demandeur d’emploi-travailleur-citoyen: confusion ou rationalisation?, Revue du Droit
         de l’Union Européenne», 2, 2004, pagg. 270‑272; e O’Leary S., «Developing an Ever Closer Union between the Peoples of Europe?
         A Reappraisal of the Case Law of the Court of Justice on the Free Movement of Persons and EU Citizenship», Yearbook of European
         Law, Cambridge, 2008, pagg. 185 e 186.
      
      32 –	Si potrebbe sostenere che la direttiva è difforme dalla dottrina Collins, poiché la norma è stata approvata pochi giorni
         dopo (il 29 aprile 2004) la pronuncia della sentenza (il 23 marzo 2004). Tuttavia, ho presentato le conclusioni in data 10
         luglio 2003, quando il progetto di direttiva era in fase di negoziazione. Dubito del fatto che le istituzioni, al momento
         dell’adozione del testo, abbiano ignorato le implicazioni della sentenza Collins.
      
      33 –	Golynker, O, «Jobseeker’ rights in the European Union: challenges of changing the paradigm of social solidarity», European
         Law Review, 30, 2005, pagg. 118-120; Barnard, C., The Substantive Law of the EU, 2ª ed., Oxford University Press, Oxford,
         2007, pag. 301; e Spaventa, E., Free Movement of Persons in the European Union, Ed. Kluwer, L'Aja, 2007, pag. 5. 
      
      34 –	Sentenza Collins, citata, punto 68. 
      
      35 –	Ente consortile per il lavoro, l’assistenza e l’integrazione sociale di Norimberga (http://www.nuernberg.de/schluessel/aemter_info/ref5/sha/arge.html).
      
      36 –	Art. 7, n 1, del libro II e art. 23, n. 3, del libro XII del Sozialgesetzbuch.