CELEX: 62006CJ0120
Language: it
Date: 2008-09-09 00:00:00
Title: Sentenza della Corte (grande sezione) del 9 settembre 2008. # Fabbrica italiana accumulatori motocarri Montecchio SpA (FIAMM) e Fabbrica italiana accumulatori motocarri Montecchio Technologies LLC (C-120/06 P), Giorgio Fedon & Figli SpA e Fedon America, Inc. (C-121/06 P) contro Consiglio dell'Unione europea e Commissione delle Comunità europee. # Impugnazione - Raccomandazioni e decisioni dell’organo per la risoluzione delle controversie dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) - Dichiarazione dell’organo per la risoluzione delle controversie che riguarda l’incompatibilità del regime comunitario d’importazione delle banane con le norme dell’OMC - Applicazione da parte degli Stati Uniti d’America di misure di ritorsione sotto forma di una sovrattassa doganale prelevata sulle importazioni di taluni prodotti provenienti da diversi Stati membri - Misure di ritorsione autorizzate dall’OMC - Mancanza di responsabilità extracontrattuale della Comunità - Durata del procedimento dinanzi al Tribunale - Termine ragionevole - Domanda di equo risarcimento. # Cause riunite C-120/06 P e C-121/06 P.

Cause riunite C‑120/06 P e C‑121/06 P
      Fabbrica italiana accumulatori motocarri Montecchio SpA (FIAMM) e altri 
      contro
      Consiglio dell’Unione europea
      e
      Commissione delle Comunità europee
      «Impugnazione — Raccomandazioni e decisioni dell’organo per la risoluzione delle controversie dell’Organizzazione mondiale del commercio
         (OMC) — Dichiarazione dell’organo per la risoluzione delle controversie che riguarda l’incompatibilità del regime comunitario d’importazione
         delle banane con le norme dell’OMC — Applicazione da parte degli Stati Uniti d’America di misure di ritorsione sotto forma di una sovrattassa doganale prelevata
         sulle importazioni di taluni prodotti provenienti da diversi Stati membri — Misure di ritorsione autorizzate dall’OMC — Mancanza di responsabilità extracontrattuale della Comunità — Durata del procedimento dinanzi al Tribunale — Termine ragionevole — Domanda di equo risarcimento»
      
      Massime della sentenza
      1.        Impugnazione — Motivi di ricorso — Motivazione insufficiente o contraddittoria — Ricevibilità 
      (Art. 225 CE; Statuto della Corte di giustizia, art. 58, primo comma)
      2.        Accordi internazionali — Accordi della Comunità
      3.        Accordi internazionali — Accordo che istituisce l’Organizzazione mondiale del commercio
      4.        Responsabilità extracontrattuale — Responsabilità per atto illecito
      (Art. 288, secondo comma, CE)
      5.        Diritto comunitario — Principi — Diritti fondamentali — Diritto di proprietà — Libero esercizio delle attività professionali
            — Portata 
      6.        Impugnazione — Motivi di ricorso — Motivazione di una sentenza viziata da violazione del diritto comunitario — Dispositivo
            fondato per altri motivi di diritto — Rigetto
      7.        Procedura — Durata del procedimento dinanzi al Tribunale — Termine ragionevole — Criteri di valutazione 
      1.        La questione se la motivazione di una sentenza del Tribunale sia contraddittoria o insufficiente costituisce una questione
         di diritto che può essere, in quanto tale, sollevata nell’ambito di un’impugnazione.
      
      A tal riguardo, l’obbligo per il Tribunale di motivare le proprie decisioni non può essere interpretato nel senso che esso
         sia tenuto a replicare in dettaglio a tutti gli argomenti invocati dal ricorrente, specialmente se tali argomenti non hanno
         un carattere sufficientemente chiaro e preciso.
      
      Del pari, l’obbligo di motivazione non impone al Tribunale di fornire una spiegazione che segua esaustivamente e uno per uno
         tutti i ragionamenti svolti dalle parti della controversia. La motivazione può quindi essere implicita, a condizione che consenta
         agli interessati di conoscere le ragioni per le quali il Tribunale non ha accolto le loro tesi ed alla Corte di disporre degli
         elementi sufficienti per esercitare il suo controllo.
      
      (v. punti 90-91, 96)
      2.        Gli effetti, nella Comunità, delle disposizioni di un accordo da questa concluso con Stati terzi non possono essere determinati
         prescindendo dall’origine internazionale delle disposizioni di cui trattasi. In conformità ai principi del diritto internazionale,
         le istituzioni comunitarie, che sono competenti a negoziare e concludere un tale accordo, sono libere di convenire con gli
         Stati terzi interessati gli effetti che le disposizioni di questo accordo devono produrre nell’ordinamento interno delle parti
         contraenti. Qualora tale questione non sia stata disciplinata esplicitamente da detto accordo, incombe ai giudici competenti
         e in particolare alla Corte, nell’ambito della competenza attribuitale dal Trattato, risolverla al pari di qualunque altra
         questione d’interpretazione relativa all’applicazione dell’accordo in questione nella Comunità, fondandosi segnatamente sullo
         spirito, sulla struttura o sulla lettera di tale accordo.
      
      Così, in particolare, spetta alla Corte stabilire se le disposizioni di un accordo internazionale attribuiscano ai singoli
         cittadini della Comunità il diritto di farle valere in giudizio allo scopo di contestare la validità di un atto comunitario.
      
      La Corte può procedere all’esame della validità di una normativa comunitaria derivata alla luce di un trattato internazionale
         solo ove ciò non sia escluso né dalla natura né dall’economia di esso e, inoltre, le sue disposizioni appaiano, dal punto
         di vista del loro contenuto, incondizionate e sufficientemente precise.
      
      (v. punti 108-110)
      3.        Una decisione dell’organo per la risoluzione delle controversie (ORC) dell’OMC, che non ha altro oggetto che pronunciarsi
         sulla conformità del comportamento di uno Stato membro dell’OMC con gli obblighi contratti in tale contesto da tale Stato,
         non può in linea di principio essere fondamentalmente distinta dalle norme sostanziali che traducono i detti obblighi e rispetto
         alle quali opera tale controllo, almeno quando si tratta di stabilire se una violazione di tali norme o della detta decisione
         possa o meno essere invocata dinanzi al giudice comunitario al fine di controllare la liceità del comportamento delle istituzioni
         comunitarie.
      
      Proprio come le norme sostanziali contenute negli accordi OMC, una raccomandazione o una decisione dell’ORC che constata il
         mancato rispetto delle norme suddette non è, a prescindere dalla portata giuridica precisa attribuita a tale raccomandazione
         o decisione, idonea ad attribuire ai singoli un diritto di farla valere dinanzi al giudice comunitario per ottenere un controllo
         della liceità del comportamento delle istituzioni comunitarie, indipendentemente dal fatto che tale controllo intervenga ai
         fini del contenzioso di annullamento oppure per statuire su un ricorso per risarcimento danni.
      
      Da un lato, infatti, la natura degli accordi OMC nonché la reciprocità e la flessibilità che li caratterizzano continuano
         a sussistere anche dopo che è stata adottata una decisione o raccomandazione e dopo che è scaduto il termine ragionevole assegnato
         per la sua attuazione. Le istituzioni comunitarie conservano, in particolare, un margine di valutazione discrezionale e di
         negoziazione rispetto ai loro partner commerciali nella prospettiva dell’adozione di provvedimenti destinati a dare seguito
         a tale decisione o raccomandazione e il detto margine discrezionale deve essere mantenuto.
      
      Dall’altro lato, come risulta dall’art. 3, n. 2, del memorandum d’intesa sulle norme e sulle procedure che disciplinano la
         risoluzione delle controversie, contenuto nell’allegato 2 dell’accordo che istituisce l’OMC, le raccomandazioni e decisioni
         dell’ORC non possono aumentare o diminuire i diritti e gli obblighi enunciati negli accordi considerati. Ne consegue in particolare
         che una decisione dell’ORC che constata la violazione di tale obbligo non può avere la conseguenza di costringere una parte
         firmataria degli accordi OMC a riconoscere ai singoli un diritto di cui essi non sono titolari in forza di tali accordi, in
         mancanza di detta decisione.
      
      (v. punti 120, 128-131)
      4.        Il Tribunale ha commesso un errore di diritto proclamando l’esistenza di un regime di responsabilità extracontrattuale della
         Comunità derivante dall’esercizio legittimo di attività rientranti nella sfera normativa. Allo stato attuale dell’evoluzione
         del diritto comunitario, non esiste un regime di responsabilità che consenta di far sorgere la responsabilità della Comunità
         per un comportamento rientrante nella sfera della competenza normativa di quest’ultima in una situazione in cui l’eventuale
         non conformità di tale comportamento agli accordi OMC non può essere invocata dinanzi al giudice comunitario.
      
      A tale proposito è indifferente che il suddetto comportamento debba analizzarsi come un atto positivo, cioè, ad esempio, l’adozione
         di regolamenti in seguito ad una decisione dell’organo per la risoluzione delle controversie (ORC) dell’OMC, o come un’omissione,
         cioè il fatto di essersi astenuto dall’adottare atti idonei ad assicurare la corretta esecuzione di tale decisione. Infatti,
         l’omissione delle istituzioni comunitarie può rientrare del pari nella funzione normativa della Comunità, in particolare nell’ambito
         del contenzioso di responsabilità.
      
      Tuttavia, il legislatore comunitario dispone di un ampio potere di valutazione discrezionale per accertare se, al momento
         dell’adozione di un dato atto normativo, la presa in considerazione di taluni effetti dannosi derivanti da tale adozione giustifichi
         la previsione di talune forme di risarcimento.
      
      Del pari, un atto normativo comunitario la cui applicazione determini restrizioni a diritti fondamentali come il diritto di
         proprietà e il diritto al libero esercizio di un’attività professionale, le quali causerebbero un danno sproporzionale e inaccettabile
         alla sostanza stessa di tali diritti, eventualmente proprio in ragione della mancata previsione di un risarcimento atto ad
         evitare o attenuare tale danno, potrebbe far sorgere la responsabilità extracontrattuale della Comunità.
      
      (v. punti 176, 178-179, 181, 184)
      5.        Un operatore economico non può rivendicare un diritto di proprietà su una quota di mercato da esso detenuta in un determinato
         momento, dato che tale quota di mercato costituisce soltanto una posizione economica temporanea, esposta all’alea di un mutamento
         di circostanze. Del pari, non si possono estendere le garanzie conferite dal diritto di proprietà o dal principio generale
         che assicura il libero esercizio di un’attività professionale fino ad includervi la protezione di semplici interessi o di
         prospettive commerciali favorevoli, la cui natura aleatoria è insita nell’essenza stessa dell’attività economica.
      
      È così che un operatore la cui attività è diretta segnatamente all’esportazione verso mercati di Stati terzi deve in particolare
         essere consapevole del fatto che la posizione commerciale di cui dispone in un dato momento può essere compromessa e modificata
         da diverse circostanze e che tra esse figura l’eventualità, del resto espressamente prevista e disciplinata dall’art. 22 del
         memorandum d’intesa sulle norme e sulle procedure che disciplinano la risoluzione delle controversie (IRC), contenuto nell’allegato
         2 dell’accordo che istituisce l’OMC, di vedere tale Stato terzo adottare misure di sospensione delle concessioni come reazione
         all’atteggiamento adottato dalle sue controparti commerciali nell’ambito dell’OMC e scegliere liberamente, in tale prospettiva,
         e come risulta dall’art. 22, n. 3, lett. a) e f), dell’IRC, i prodotti su cui applicare tali misure.
      
      (v. punti 185-186)
      6.        Se dalla motivazione di una sentenza del Tribunale risulta una violazione del diritto comunitario, ma il suo dispositivo appare
         fondato per altri motivi di diritto, il ricorso avverso tale sentenza deve essere respinto.
      
      (v. punto 187)
      7.        In mancanza di qualsivoglia indizio del fatto che la durata del procedimento avrebbe influito sulla soluzione della controversia,
         il motivo secondo cui la durata del procedimento dinanzi al Tribunale ha superato i limiti della ragionevolezza non può, in
         via generale, condurre all’annullamento della sentenza pronunciata da quest’ultimo.
      
      Del resto, la ragionevolezza della durata del procedimento dinanzi al Tribunale dev’essere valutata alla luce delle circostanze
         proprie di ciascuna causa e, in particolare, della rilevanza della lite per l’interessato, della complessità della causa nonché
         del comportamento del ricorrente e di quello delle autorità competenti.
      
      (v. punti 203, 212)
SENTENZA DELLA CORTE (Grande Sezione)
      9 settembre 2008 (*)
      
      «Impugnazione – Raccomandazioni e decisioni dell’organo per la risoluzione delle controversie dell’Organizzazione mondiale del commercio
         (OMC) – Dichiarazione dell’organo per la risoluzione delle controversie che riguarda l’incompatibilità del regime comunitario d’importazione
         delle banane con le norme dell’OMC – Applicazione da parte degli Stati Uniti d’America di misure di ritorsione sotto forma di una sovrattassa doganale prelevata
         sulle importazioni di taluni prodotti provenienti da diversi Stati membri – Misure di ritorsione autorizzate dall’OMC – Mancanza di responsabilità extracontrattuale della Comunità – Durata del procedimento dinanzi al Tribunale – Termine ragionevole – Domanda di equo risarcimento»
      
      Nei procedimenti riuniti C‑120/06 P e C‑121/06 P,
      aventi ad oggetto due impugnazioni ai sensi dell’art. 56 dello Statuto della Corte di giustizia, proposte rispettivamente
         il 24 e il 27 febbraio 2006,
      
      Fabbrica italiana accumulatori motocarri Montecchio SpA (FIAMM), con sede in Montecchio Maggiore,
      
      Fabbrica italiana accumulatori motocarri Montecchio Technologies LLC, già Fabbrica italiana accumulatori motocarri Montecchio Technologies Inc. (FIAMM Technologies), con sede in East Haven, Delaware (Stati Uniti),
      
      rappresentate dagli avv.ti I. Van Bael, A. Cevese e F. Di Gianni,
      ricorrenti,
      procedimento in cui le altre parti sono:
      Consiglio dell’Unione europea, rappresentato dai sigg. A. Vitro, S. Marquardt e A. De Gregorio Merino, in qualità di agenti,
      
      Commissione delle Comunità europee, rappresentata dai sigg. P.J. Kuijper, V. Di Bucci, C. Brown e dalla sig.ra E. Righini, in qualità di agenti, con domicilio
         eletto in Lussemburgo,
      
      convenuti in primo grado,
      Regno di Spagna, rappresentato dai sigg. E. Braquehais Conesa e M. Muñoz Pérez, in qualità di agenti, con domicilio eletto in Lussemburgo,
      
      interveniente in primo grado (C‑120/06 P),
      e
      Giorgio Fedon & Figli SpA, con sede in Vallesella di Cadore,
      
      Fedon America, Inc., con sede in Wilmington, Delaware (Stati Uniti),
      
      rappresentate dagli avv.ti I. Van Bael, A. Cevese, F. Di Gianni e R. Antonini,
      ricorrenti,
      procedimento in cui le altre parti sono:
      Consiglio dell’Unione europea, rappresentato dai sigg. A. Vitro, S. Marquardt e A. De Gregorio Merino, in qualità di agenti,
      
      Commissione delle Comunità europee, rappresentata dai sigg. P.J. Kuijper, V. Di Bucci, C. Brown e dalla sig.ra E. Righini, in qualità di agenti, con domicilio
         eletto in Lussemburgo,
      
      convenuti in primo grado,
      sostenuti da:
      Regno di Spagna, rappresentato dal sig. Muñoz Pérez, in qualità di agente, con domicilio eletto in Lussemburgo,
      
      interveniente nell’impugnazione dinanzi alla Corte (C‑121/06 P),
      LA CORTE (Grande Sezione),
      composta dal sig. V. Skouris, presidente, dai sigg. P. Jann, C.W.A. Timmermans, G. Arestis, U. Lõhmus, presidenti di sezione,
         K. Schiemann (relatore), E. Juhász, A. Borg Barthet, M. Ilešič, J. Malenovský, J. Klučka, E. Levits e dalla sig.ra C. Toader,
         giudici,
      
      avvocato generale: sig. M. Poiares Maduro
      cancelliere: sig. J. Swedenborg, amministratore
      vista la fase scritta del procedimento e in seguito all’udienza del 3 luglio 2007,
      sentite le conclusioni dell’avvocato generale, presentate all’udienza del 20 febbraio 2008,
      ha pronunciato la seguente
      Sentenza
      1        Con le loro impugnazioni la Fabbrica italiana accumulatori motocarri Montecchio SpA e la Fabbrica italiana accumulatori motocarri
         Montecchio Technologies LLC (in prosieguo, congiuntamente: la «FIAMM»), da una parte, e la Giorgio Fedon & Figli SpA e la
         Fedon America, Inc. (in prosieguo, congiuntamente: la «FEDON»), dall’altra parte, chiedono, rispettivamente, l’annullamento
         della sentenza del Tribunale di primo grado delle Comunità europee 14 dicembre 2005, causa T‑69/00, FIAMM e FIAMM Technologies/Consiglio
         e Commissione (Racc. pag. II‑5393) (causa C-120/06 P), e l’annullamento della sentenza del Tribunale 14 dicembre 2005, causa
         T‑135/01, Fedon & Figli e a./Consiglio e Commissione (Racc. pag. II‑29). Con tali sentenze (in prosieguo, rispettivamente:
         la «sentenza FIAMM» e la «sentenza Fedon», oppure, congiuntamente, le «sentenze impugnate»), il Tribunale ha respinto i ricorsi
         della FIAMM e della Fedon diretti ad ottenere il risarcimento del danno asseritamente causato dalla sovrattassa doganale il
         cui prelievo da parte degli Stati Uniti d’America sull’importazione dei loro prodotti è stato autorizzato dall’organo per
         la risoluzione delle controversie (in prosieguo: l’«ORC») dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), in seguito all’accertamento
         da parte dell’ORC dell’incompatibilità del regime comunitario di importazione delle banane con gli accordi e i memorandum
         allegati all’accordo che istituisce l’OMC.
      
      2        Con ordinanza del presidente della Corte 8 agosto 2006, il Regno di Spagna è stato ammesso ad intervenire a sostegno delle
         conclusioni del Consiglio dell’Unione europea e della Commissione delle Comunità europee nell’ambito della causa C‑121/06 P.
      
      3        Con ordinanza del presidente della Corte 12 aprile 2007, le cause C‑120/06 P e C‑121/06 P sono state riunite ai fini della
         fase orale e della sentenza.
      
       Contesto normativo
       Gli accordi OMC 
      4        Con decisione 22 dicembre 1994, 94/800/CE, relativa alla conclusione a nome della Comunità europea, per le materie di sua
         competenza, degli accordi dei negoziati multilaterali dell’Uruguay Round (1986-1994) (GU L 336, pag. 1), il Consiglio ha approvato
         l’accordo che istituisce l’OMC nonché gli accordi di cui agli allegati 1-4 di tale accordo (in prosieguo: gli «accordi OMC»).
      
      5        L’art. 3, nn. 2 e 7, del memorandum d’intesa sulle norme e sulle procedure che disciplinano la risoluzione delle controversie
         (in prosieguo: l’«IRC»), contenuto nell’allegato 2 dell’accordo che istituisce l’OMC, dispone:
      
      «2.      Il sistema di risoluzione delle controversie dell’OMC svolge un ruolo essenziale nell’assicurare certezza e prevedibilità
         al sistema commerciale multilaterale. I membri riconoscono che esso serve a tutelare i diritti e gli obblighi dei membri derivanti
         dagli accordi contemplati, nonché a chiarire le disposizioni attuali di tali accordi conformemente alle norme di interpretazione
         abituali del diritto pubblico internazionale. Le raccomandazioni e le decisioni dell’[ORC] non possono ampliare né ridurre
         i diritti e gli obblighi previsti dagli accordi contemplati.
      
      (…)
      7.      Prima di presentare un ricorso, un membro considera se un’iniziativa ai sensi della presente procedura possa essere utile.
         Lo scopo del meccanismo di risoluzione delle controversie è garantire che una controversia possa essere positivamente risolta.
         Una soluzione reciprocamente accettabile per le parti di una controversia e compatibile con gli accordi contemplati è evidentemente
         preferibile. In assenza di una soluzione reciprocamente concordata, il primo obiettivo del meccanismo di risoluzione delle
         controversie è di norma garantire il ritiro delle misure in questione qualora esse risultino incompatibili con le disposizioni
         di uno degli accordi contemplati. Si dovrebbe ricorrere alle disposizioni in materia di compensazione unicamente qualora il
         ritiro immediato della misura in questione risulti impraticabile e quale misura provvisoria in attesa che venga ritirata la
         misura incompatibile con un accordo contemplato. L’ultima risorsa che la presente intesa offre al membro che adisce le procedure
         di risoluzione delle controversie è la possibilità di sospendere l’applicazione di concessioni o altri obblighi derivanti
         dagli accordi contemplati in maniera discriminatoria nei confronti dell’altro membro, previa autorizzazione di tali misure
         da parte dell’[ORC]».
      
      6        L’art. 7 dell’IRC stabilisce che dei panel (o gruppi di esperti; in prosieguo: i «panel»), creati su richiesta di una parte
         che sporge reclamo, rilevano elementi che possano aiutare l’ORC a formulare raccomandazioni o adottare decisioni sulle questioni
         che è chiamato a risolvere. In forza dell’art. 12, n. 7, dell’IRC, quando le parti della controversia non riescono a trovare
         una soluzione reciprocamente soddisfacente, il panel presenta le sue constatazioni sotto forma di relazione scritta all’ORC.
      
      7        Dall’art. 16, n. 4, dell’IRC risulta che, entro sessanta giorni dalla data in cui la relazione di un panel è stata distribuita
         ai membri, tale relazione viene adottata nel corso di una riunione dell’ORC, a meno che una parte della controversia notifichi
         formalmente all’ORC la sua decisione di presentare appello o che l’ORC decida all’unanimità di non adottare la relazione.
      
      8        L’art. 17 dell’IRC prevede l’istituzione da parte dell’ORC di un organo d’appello permanente competente a conoscere degli
         appelli relativi ai casi sottoposti ai panel. Ai sensi del n. 6 del medesimo articolo, un appello si limita alle questioni
         giuridiche contemplate nella relazione del panel e alle interpretazioni giuridiche sviluppate dal medesimo. Come risulta dal
         n. 13 di detto articolo, l’organo d’appello può, nella relazione che deve adottare, confermare, modificare o annullare le
         constatazioni e le conclusioni giuridiche del panel.
      
      9        L’art. 17, n. 14, dell’IRC recita:
      
      «Una relazione dell’organo d’appello viene adottata dal[l’ORC] e accettata incondizionatamente dalle parti della controversia
         a meno che [l’ORC] decida all’unanimità di non adottare la relazione dell’organo d’appello entro il termine di trenta giorni
         da quando è stata distribuita ai membri (...)».
      
      10      Ai sensi dell’art. 19, n. 1, dell’IRC:
      
      «Qualora un panel o l’organo d’appello giunga alla conclusione che una misura è incompatibile con un accordo contemplato,
         esso raccomanda che il membro interessato renda tale misura conforme all’accordo. Oltre a formulare le proprie raccomandazioni,
         il panel o l’organo d’appello può suggerire i modi in cui il membro interessato potrebbe ottemperare a tali raccomandazioni».
      
      11      L’art. 21 dell’IRC, intitolato «Verifica dell’applicazione delle raccomandazioni e delle decisioni» dell’ORC, dispone:
      
      «1.      Per garantire un’efficace risoluzione delle controversie a vantaggio di tutti i membri è essenziale che le raccomandazioni
         e le decisioni [dell’ORC] siano prontamente rispettate.
      
      (…)
      3.      Nel corso di una riunione [dell’ORC] da tenersi entro trenta giorni dalla data di adozione della relazione di un panel o dell’organo
         d’appello, il membro interessato informa [l’ORC] delle sue intenzioni per quanto riguarda l’applicazione delle raccomandazioni
         e delle decisioni [dell’ORC]. Qualora non gli sia possibile ottemperare immediatamente a tali raccomandazioni e decisioni,
         il membro interessato può farlo entro un periodo ragionevole. Tale periodo ragionevole è:
      
      a)      il periodo proposto dal membro interessato (…) approvato [dall’ORC], oppure, in assenza di tale approvazione,
      b)      un periodo reciprocamente convenuto tra le parti della controversia (...), oppure, in assenza di tale accordo,
      c)      un periodo stabilito tramite un arbitrato vincolante (…)
      (…)
      5.      In caso di disaccordo sull’esistenza o sulla compatibilità con un accordo contemplato delle misure prese per ottemperare alle
         raccomandazioni e alle decisioni, tale controversia si risolve facendo ricorso alle presenti procedure di risoluzione delle
         controversie, ricorrendo anche, ove possibile, al panel originale (…) 
      
      6.      [L’ORC] esercita una sorveglianza sull’applicazione delle raccomandazioni o delle decisioni adottate. (...) Salvo diversa
         decisione del[l’ORC], la questione dell’applicazione delle raccomandazioni o delle decisioni è posta all’ordine del giorno
         della riunione del[l’ORC] sei mesi dopo la data un cui si è stabilito il periodo ragionevole conformemente al paragrafo 3
         e rimane all’ordine del giorno del[l’ORC] finché non è risolta. (...)
      
      (...)».
      12      L’art. 22 dell’IRC, intitolato «Compensazione e sospensione di concessioni», dispone:
      
      «1.      La compensazione e la sospensione di concessioni o di altri obblighi sono misure provvisorie cui si può fare ricorso nei casi
         in cui le raccomandazioni e le decisioni non siano applicate entro un periodo ragionevole. Tuttavia né la compensazione né
         la sospensione di concessioni o altri obblighi sono preferibili alla piena applicazione di una raccomandazione per rendere
         una misura conforme agli accordi contemplati. La compensazione è una misura spontanea e, se viene concessa, dev’essere compatibile
         con gli accordi contemplati.
      
      2.      Qualora il membro interessato non renda la misura risultata incompatibile con un accordo contemplato conforme a detto accordo
         o non ottemperi altrimenti alle raccomandazioni e alle decisioni entro il periodo ragionevole stabilito ai sensi dell’articolo 21,
         paragrafo 3, tale membro avvia, se invitato a farlo, e non oltre la scadenza del periodo ragionevole, negoziati con qualsiasi
         parte abbia invocato le procedure di risoluzione delle controversie, al fine di stabilire una compensazione reciprocamente
         accettabile. Qualora entro venti giorni dalla data di scadenza del periodo ragionevole non sia stata convenuta una compensazione
         reciprocamente accettabile, qualsiasi parte abbia invocato le procedure di risoluzione delle controversie può chiedere al[l’ORC]
         l’autorizzazione a sospendere l’applicazione di concessioni o altri obblighi derivanti dagli accordi contemplati nei confronti
         del membro interessato.
      
      3.      Nel considerare quali concessioni o altri obblighi sospendere, la parte che sporge reclamo applica i principi e le procedure
         seguenti:
      
      a)      il principio generale è che la parte che sporge reclamo dovrebbe in primo luogo chiedere di sospendere concessioni o altri
         obblighi relativi allo stesso settore o agli stessi settori rispetto ai quali il panel o l’organo d’appello ha riscontrato
         una violazione o altre forme di annullamento o pregiudizio dei benefici;
      
      b)      qualora tale parte giudichi impossibile o inefficace sospendere concessioni o altri obblighi in relazione allo stesso settore
         o agli stessi settori, essa può chiedere di sospendere concessioni o altri obblighi in altri settori contemplati dallo stesso
         accordo;
      
      c)      qualora tale parte giudichi impossibile o inefficace sospendere concessioni o altri obblighi relativi ad altri settori contemplati
         dallo stesso accordo, e le circostanze siano sufficientemente gravi, essa può chiedere di sospendere concessioni o altri obblighi
         derivanti da un altro accordo contemplato;
      
      (...)
      f)      ai fini del presente paragrafo, per «settore» si intende:
      i)      per quanto riguarda le merci, tutte le merci;
      (...)
      (...)
      4.      Il livello di sospensione di concessioni o altri obblighi autorizzato dal[l’ORC] è equivalente al livello dell’annullamento
         o del pregiudizio dei benefici.
      
      (...)
      6.      Quando si verifica la situazione di cui al paragrafo 2, [l’ORC] autorizza, a richiesta, la sospensione delle concessioni o
         di altri obblighi entro trenta giorni dalla scadenza del periodo ragionevole a meno che [l’ORC] decida all’unanimità di respingere
         la richiesta. Tuttavia, se il membro interessato contesta il livello della sospensione proposta, o sostiene che non si sono
         seguiti i principi e le procedure di cui al paragrafo 3 nei casi in cui una parte che ha sporto reclamo ha chiesto di essere
         autorizzata a sospendere concessioni o altri obblighi (…), la questione è sottoposta ad arbitrato. (...) Nel corso dell’arbitrato
         non si sospendono concessioni o altri obblighi.
      
      7.      (…) [L’ORC] (...) autorizza, a richiesta, la sospensione di concessioni o altri obblighi se la richiesta è compatibile con
         la decisione dell’arbitro, a meno che [l’ORC] decida all’unanimità di respingere la richiesta.
      
      8.      La sospensione di concessioni o altri obblighi è provvisoria e si applica soltanto finché non viene abolita la misura giudicata
         incompatibile con un accordo contemplato o finché il membro che deve applicare le raccomandazioni o le decisioni non trova
         una soluzione all’annullamento o al pregiudizio dei benefici, o finché non si trova una soluzione reciprocamente soddisfacente.
         Conformemente all’articolo 21, paragrafo 6, [l’ORC] continua a tenere sotto controllo l’applicazione delle raccomandazioni
         o delle decisioni adottate, anche nei casi in cui è stata fornita una compensazione o sono stati sospesi concessioni o altri
         obblighi ma non sono state applicate le raccomandazioni per rendere una misura conforme agli accordi contemplati.
      
      (...)».
       La normativa comunitaria relativa all’organizzazione comune dei mercati nel settore della banana e la relativa controversia
            all’interno dell’OMC
      13      Il 13 febbraio 1993 il Consiglio ha adottato il regolamento (CEE) n. 404, relativo all’organizzazione comune dei mercati nel
         settore della banana (GU L 47, pag. 1), il cui titolo IV relativo al regime degli scambi con i paesi terzi prevedeva disposizioni
         preferenziali a vantaggio delle banane originarie di alcuni Stati dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (in prosieguo: gli
         «Stati ACP») cofirmatari della quarta convenzione ACP‑CEE firmata a Lomé il 15 dicembre 1989 (GU 1991, L 229, pag. 3).
      
      14      In seguito a reclami presentati nel corso del mese di febbraio dell’anno 1996 da vari membri dell’OMC, tra cui l’Ecuador e
         gli Stati Uniti d’America, tale regime di scambi è stato oggetto di una procedura di risoluzione delle controversie. 
      
      15      Nella sua relazione, l’organo d’appello ha constatato che taluni elementi di detto regime di scambi erano incompatibili con
         gli impegni assunti dalla Comunità ai sensi degli accordi OMC e ha raccomandato che l’ORC invitasse la Comunità a rendere
         questo stesso regime conforme a questi ultimi. Questa relazione è stata adottata con decisione dell’ORD il 25 settembre 1997
         (in prosieguo: la «decisione dell’ORD del 25 settembre 1997»).
      
      16      Il 16 ottobre 1997 la Comunità ha informato l’ORC, conformemente all’art. 21, n. 3, dell’IRC, che avrebbe rispettato i suoi
         obblighi internazionali.
      
      17      In applicazione dell’art. 21, n. 3, lett. c), dell’IRC, il termine ragionevole entro cui la Comunità avrebbe dovuto conformarsi
         ai suoi obblighi è stato fissato, con lodo arbitrale, al 1° gennaio 1999.
      
      18      Come emerge dal suo secondo ‘considerando’, il regolamento (CE) del Consiglio 20 luglio 1998, n. 1637, che modifica il regolamento
         (CEE) n. 404/93 (GU L 210, pag. 28), ha emendato il regime degli scambi di banane con i paesi terzi con riferimento al fatto
         che è necessario «rispettare gli impegni internazionali contratti dalla Comunità nel quadro dell’[OMC], nonché gli impegni
         assunti nei confronti delle parti cofirmatarie della quarta convenzione ACP‑CEE garantendo nel contempo la realizzazione degli
         obiettivi dell’organizzazione comune dei mercati nel settore della banana».
      
      19      Il regolamento (CE) della Commissione 28 ottobre 1998, n. 2362, recante modalità d’applicazione del regolamento (CEE) n. 404/93
         del Consiglio, con riguardo al regime d’importazione delle banane nella Comunità (GU L 293, pag. 32), è diventato applicabile
         a partire dal 1° gennaio 1999.
      
      20      Ritenendo che il nuovo regime comunitario d’importazione delle banane così istituito mantenesse gli elementi illegali del
         regime precedente, in violazione degli accordi OMC e della decisione dell’ORC del 25 settembre 1997, il 14 gennaio 1999 gli
         Stati Uniti d’America hanno chiesto all’ORC, ai sensi dell’art. 22, n. 2, dell’IRC, l’autorizzazione a sospendere l’applicazione
         alla Comunità e ai suoi Stati membri di concessioni tariffarie e di obblighi connessi in virtù dell’Accordo generale sulle
         tariffe doganali e sul commercio (GATT) del 1994 e dell’Accordo generale sul commercio dei servizi (GATS), per un importo
         di scambi commerciali pari a dollari americani (USD) 520 milioni.
      
      21      Poiché la Comunità ha contestato tale importo e ha sostenuto che i principi e le procedure stabiliti dall’art. 22, n. 3, dell’IRC
         non erano stati rispettati, il 29 gennaio 1999 l’ORC ha deciso di sottoporre tale questione all’arbitrato, a norma dell’art. 22,
         n. 6, dell’IRC.
      
      22      Con decisione 9 aprile 1999 gli arbitri, da un lato, hanno considerato numerose disposizioni del nuovo regime comunitario
         d’importazione di banane incompatibili con le disposizioni degli accordi OMC e, dall’altro, hanno fissato in USD 191,4 milioni
         all’anno il grado di annullamento o di riduzione dei vantaggi subìto dagli Stati Uniti d’America.
      
      23      Il 19 aprile 1999, l’ORC ha autorizzato gli Stati Uniti d’America a prelevare sulle importazioni provenienti dalla Comunità
         dazi doganali sino a concorrenza di un importo annuo di scambi pari a USD 191,4 milioni.
      
      24      Lo stesso giorno, le autorità degli Stati Uniti d’America hanno imposto un dazio ad valorem del 100% sull’importazione di
         diversi prodotti. Tra questi prodotti, originari dell’Austria, del Belgio, della Finlandia, della Francia, della Germania,
         della Grecia, dell’Irlanda, dell’Italia, del Lussemburgo, del Portogallo, della Spagna, della Svezia o del Regno Unito, rientravano
         in particolare le «batterie piombo‑acido, diverse da quelle utilizzate per l’accensione di motori a pistoni o come fonte primaria
         di energia per i veicoli elettrici», nonché gli «oggetti da tasca con superficie esterna in plastica o con rinforzi in plastica».
      
      25      Il regime comunitario d’importazione delle banane è stato oggetto di nuove modifiche, introdotte dal regolamento (CE) del
         Consiglio 29 gennaio 2001, n. 216, che modifica il regolamento n. 404/93 (GU L 31, pag. 2).
      
      26      Ai sensi dei ‘considerando’ 1‑6 del regolamento n. 216/2001:
      
      «(1)      Numerose ed intense consultazioni si sono svolte con i paesi fornitori e con le altre parti interessate per porre fine alle
         contestazioni suscitate dal regime d’importazione definito dal regolamento (CEE) n. 404/93 (…) e per tener conto delle conclusioni
         del gruppo speciale istituito nell’ambito del sistema di risoluzione delle controversie dell’[OMC].
      
      (2)      La disamina di tutte le possibilità presentate dalla Commissione porta a ritenere che l’istituzione, a medio termine, di un
         regime d’importazione fondato sull’applicazione di un dazio doganale ad un tasso adeguato e l’applicazione di una preferenza
         tariffaria per le importazioni originarie de[gli Stati] ACP costituirebbero il mezzo più idoneo per conseguire gli obiettivi
         dell’organizzazione comune dei mercati per quanto riguarda la produzione comunitaria e la domanda dei consumatori, come pure
         per rispettare le norme del commercio internazionale ed evitare nuove contestazioni.
      
      (3)      Tale regime deve tuttavia essere definito a conclusione di negoziati con i partner della Comunità secondo le procedure dell’OMC,
         in particolare dell’articolo XXVIII [del GATT del 1994]. (...)
      
      (4)      Fino all’entrata in vigore di tale regime, la Comunità deve essere approvvigionata mediante diversi contingenti tariffari,
         aperti per importazioni di qualsiasi origine e gestiti tenendo conto delle raccomandazioni dell’[ORC] (…)
      
      (5)      In considerazione degli obblighi assunti nei confronti de[gli Stati] ACP e dell’esigenza di garantire loro adeguate condizioni
         di concorrenza, l’applicazione di una preferenza tariffaria di 300 EUR/t all’importazione delle banane originarie di tali
         paesi consente il mantenimento dei flussi commerciali in questione. In particolare, a tali importazioni sarà applicato un
         dazio zero nell’ambito dei (...) contingenti tariffari.
      
      (6)      È opportuno autorizzare la Commissione ad avviare negoziati con i paesi fornitori aventi un interesse sostanziale nell’approvvigionamento
         del mercato comunitario per giungere ad una ripartizione negoziata dei primi due contingenti tariffari (…)».
      
      27      L’11 aprile 2001, gli Stati Uniti d’America e la Comunità hanno concluso un memorandum d’intesa che definisce «gli strumenti
         che possono consentire di risolvere l’annosa controversia riguardo al regime d’importazione delle banane» nella Comunità.
         Tale memorandum prevede che la Comunità si impegni ad «[attuare] un regime unicamente tariffario per le importazioni di banane
         entro e non oltre il 1º gennaio 2006». Tale documento definisce i provvedimenti che la Comunità si impegna ad adottare durante
         il periodo provvisorio che scade il 1º gennaio 2006. In contropartita, gli Stati Uniti d’America si sono impegnati a sospendere
         provvisoriamente l’imposizione della sovrattassa doganale che erano autorizzati a prelevare sulle importazioni comunitarie.
      
      28      A seguito dell’adozione del regolamento (CE) della Commissione 7 maggio 2001, n. 896, recante modalità di applicazione del
         regolamento n. 404/93 in ordine al regime di importazione delle banane nella Comunità (GU L 126, pag. 6), gli Stati Uniti
         d’America hanno sospeso l’applicazione della loro sovrattassa doganale. A partire dal 1º luglio 2001, il loro dazio all’importazione
         sulle batterie stazionarie e sugli oggetti da tasca originari della Comunità sono stati riportati ai loro tassi iniziali del
         3,5% e del 4,6 %.
      
       I ricorsi proposti dinanzi al Tribunale, lo svolgimento del procedimento e le sentenze impugnate
       I ricorsi
      29      La FIAMM svolge la sua attività precisamente nel settore delle batterie stazionarie e la FEDON in quello degli astucci per
         occhiali e dei prodotti accessori rientranti nella categoria degli oggetti da tasca.
      
      30      Ritenendo la Comunità europea responsabile del danno che esse avrebbero subito in quanto tali prodotti erano compresi tra
         quelli che sono stati colpiti tra il 19 aprile 1999 e il 30 giugno 2001 dalla sovrattassa doganale imposta dalle autorità
         degli Stati Uniti d’America, la FIAMM e la Fedon hanno proposto dinanzi al Tribunale ricorsi per risarcimento del danno fondati
         sul combinato disposto degli artt. 235 CE e 288, secondo comma, CE e rivolti contro il Consiglio e la Commissione.
      
      31      La FIAMM e la Fedon hanno concluso, in via principale, nel senso dell’esistenza di una responsabilità extracontrattuale della
         Comunità in forza del comportamento illecito delle istituzioni di quest’ultima. Secondo quanto emerge dai punti 69 e 92‑95
         della sentenza FIAMM e dai punti 63 e 85‑88 della sentenza Fedon, esse hanno più precisamente affermato, quanto all’asserito
         comportamento illecito, che la mancata adozione da parte del Consiglio e della Commissione di modifiche del regime comunitario
         di importazione delle banane tali da rendere quest’ultimo conforme agli impegni assunti dalla Comunità ai sensi degli accordi
         OMC, entro il termine imposto dall’ORC, violava il principio pacta sunt servanda, i principi di tutela del legittimo affidamento
         e di certezza del diritto, i loro diritti di proprietà e di iniziativa economica e, infine, il principio di buona amministrazione.
      
      32      In subordine, la FIAMM e la Fedon concludevano, in particolare, nel senso dell’esistenza di una responsabilità extracontrattuale
         della Comunità, anche in assenza di un comportamento illecito dei suoi organi.
      
       Procedimento dinanzi al Tribunale
      33      Dai punti 48‑59 della sentenza FIAMM e 48‑55 della sentenza Fedon risulta che il procedimento dinanzi al Tribunale si è svolto
         nel modo seguente.
      
      34      Il ricorso della FIAMM è stato proposto il 23 marzo 2000 (causa T‑69/00). Con ordinanza 11 settembre 2000, il Regno di Spagna
         è stato ammesso ad intervenire in tale causa.
      
      35      Il ricorso della Fedon è stato, invece, proposto il 18 giugno 2001 (causa T‑135/01).
      
      36      Su istanza della Commissione presentata ai sensi dell’art. 51, n. 1, secondo comma, del regolamento di procedura del Tribunale,
         queste due cause sono state rimesse dinanzi ad una sezione ampliata, composta da cinque giudici, con decisioni del Tribunale
         4 luglio e 7 ottobre 2002.
      
      37      In seguito alla cessazione dalle funzioni del giudice relatore inizialmente designato per queste cause, è stato nominato un
         nuovo giudice relatore il 13 dicembre 2002.
      
      38      Con ordinanza 3 febbraio 2003, la causa conclusasi con la sentenza FIAMM e le cause conclusesi con sentenza del Tribunale
         14 dicembre 2005, causa T‑151/00, Laboratoire du Bain/Consiglio e Commissione, e T‑301/00, Groupe Fremaux e Palais Royal/Consiglio
         e Commissione, sono state riunite ai fini della trattazione orale. L’11 marzo 2003 si è svolta l’udienza in tali cause.
      
      39      Con decisioni 23 marzo e 1° aprile 2004, il Tribunale ha riaperto la fase orale del procedimento in tali cause e ha rimesso
         dinanzi alla Grande Sezione del Tribunale tanto queste ultime quanto le cause connesse conclusesi con le sentenze del Tribunale
         14 dicembre 2005, causa T‑320/00, CD Cartondruck/Consiglio e Commissione, e causa T‑383/00, Beamglow/Parlamento e a. (Racc. pag. II-5459),
         e con la sentenza Fedon. Con ordinanza 19 maggio 2004, le sei cause citate sono state riunite ai fini della trattazione orale.
      
      40      L’udienza ha avuto luogo il 26 maggio 2004.
      
       Le sentenze impugnate
      41      Con le sentenze impugnate, il Tribunale ha respinto i ricorsi della FIAMM e della Fedon.
      
      42      Il Tribunale ha anzitutto respinto, ai punti 84‑150 della sentenza FIAMM e ai punti 77‑143 della sentenza Fedon, le domande
         di risarcimento del danno delle ricorrenti in quanto fondate sul regime di responsabilità extracontrattuale per comportamento
         illecito delle istituzioni della Comunità.
      
      43      Il punto 100 della sentenza FIAMM è redatto come segue:
      
      «Le ricorrenti osservano che tutti i principi violati dai convenuti sarebbero di rango superiore e sarebbero diretti a tutelare
         i singoli. Prima dell’istituzione della sovrattassa doganale americana, il regime dell’OMC avrebbe direttamente conferito
         alle ricorrenti il diritto di importare i loro prodotti negli Stati Uniti pagando la tassa all’importazione originaria al
         tasso ridotto del 3,5%. Anche supponendo che gli accordi OMC non debbano essere considerati direttamente applicabili, un tale
         effetto dovrebbe essere riconosciuto alla decisione dell’ORC [del 25 settembre 1997] che condanna la Comunità, la quale soddisferebbe
         tutte le condizioni stabilite a tale proposito dalla giurisprudenza comunitaria» .
      
      44      A sua volta, il punto 93 della sentenza Fedon precisa quanto segue:
      
      «Le ricorrenti sottolineano che, anche qualora si dovesse ritenere che gli accordi OMC non spieghino effetti diretti, una
         tale proprietà dovrebbe invece essere riconosciuta alla decisione dell’ORC [del 25 settembre 1997] che ha condannato la Comunità.
         La Corte avrebbe riconosciuto la sua competenza a controllare la legittimità dell’azione delle istituzioni comunitarie quando,
         come nella fattispecie, esse hanno inteso dare esecuzione ad un obbligo particolare assunto nell’ambito del GATT».
      
      45      Pronunciandosi sulla questione preliminare dell’invocabilità delle norme dell’OMC, il Tribunale ha in particolare dichiarato,
         ai punti 108‑115 della sentenza FIAMM e 101‑108 della sentenza Fedon:
      
      «108      [101] Prima di procedere all’esame della liceità del comportamento delle istituzioni comunitarie, occorre risolvere la questione
         se gli accordi OMC conferiscano ai soggetti dell’ordinamento comunitario il diritto di farli valere in giudizio per contestare
         la validità di una normativa comunitaria nell’ipotesi in cui l’ORC abbia dichiarato che tanto quest’ultima quanto la normativa
         successiva adottata dalla Comunità, in particolare al fine di conformarsi alle norme dell’OMC in questione, erano incompatibili
         con queste norme.
      
      109 [102] Le ricorrenti invocano a tale proposito il principio pacta sunt servanda, che rientra effettivamente tra le norme
         di diritto il cui rispetto si impone alle istituzioni comunitarie nell’esercizio delle loro funzioni, quale principio fondamentale
         di ogni ordinamento giuridico, e in particolare dell’ordinamento giuridico internazionale (sentenza della Corte 16 giugno
         1998, causa C‑162/96, Racke, Racc. pag. I‑3655, punto 49).
      
      110 [103] Tuttavia, nel caso di specie il principio pacta sunt servanda non può essere utilmente opposto alle istituzioni
         convenute, dato che, secondo una giurisprudenza costante, tenuto conto della loro natura e della loro economia, gli accordi
         OMC non figurano in linea di principio tra le normative alla luce delle quali il giudice comunitario controlla la legittimità
         degli atti delle istituzioni comunitarie (sentenza della Corte 23 novembre 1999, causa C‑149/96, Portogallo/Consiglio, Racc. pag. I‑8395,
         punto 47; ordinanza della Corte 2 maggio 2001, causa C‑307/99, OGT Fruchthandelsgesellschaft, Racc. pag. I‑3159, punto 24;
         sentenze della Corte 12 marzo 2002, cause riunite C‑27/00 e C‑122/00, Omega Air e a., Racc. pag. I‑2569, punto 93; 9 gennaio
         2003, causa C‑76/00 P, Petrotub e Republica, Racc. pag. I‑79, punto 53, e 30 settembre 2003, causa C‑93/02 P, Biret International/Consiglio,
         Racc. pag. I‑10497, punto 52).
      
      111      [104] Infatti, da un lato, l’accordo che istituisce l’OMC è fondato su una base di reciproca convenienza che lo distingue
         dagli accordi conclusi dalla Comunità con Stati terzi che instaurano una certa asimmetria degli obblighi. Orbene, è pacifico
         che alcune delle controparti commerciali più importanti della Comunità non fanno figurare gli accordi OMC tra le normative
         alla luce delle quali i loro organi giurisdizionali controllano la legittimità delle loro norme di diritto interno. Un controllo
         della legalità dell’azione delle istituzioni comunitarie alla luce di tali norme rischierebbe quindi di condurre ad uno squilibrio
         nell’applicazione delle norme dell’OMC, privando gli organi legislativi o esecutivi della Comunità del margine di manovra
         di cui dispongono gli organi analoghi delle controparti commerciali della Comunità (sentenza Portogallo/Consiglio, cit. supra
         (…), punti 42‑46).
      
      112      [105] Dall’altro, imporre agli organi giurisdizionali l’obbligo di disapplicare le norme di diritto interno che siano incompatibili
         con gli accordi OMC avrebbe la conseguenza di privare gli organi legislativi o esecutivi delle parti contraenti della possibilità,
         offerta dall’art. 22 dell’IRC, di trovare, sia pure a titolo provvisorio, soluzioni negoziate al fine di stabilire una compensazione
         reciprocamente accettabile (sentenza Portogallo/Consiglio, cit. […], punti 39 e 40).
      
      113      [106] Ne consegue che l’eventuale violazione delle norme dell’OMC da parte delle istituzioni convenute non può, in linea di
         principio, far sorgere la responsabilità extracontrattuale della Comunità (sentenze del Tribunale 20 marzo 2001, causa T‑18/99,
         Cordis/Commissione, Racc. pag. II‑913, punto 51; causa T‑30/99, Bocchi Food Trade International/Commissione, Racc. pag. II‑943,
         punto 56, e causa T‑52/99, T. Port/Commissione, Racc. pag. II‑981, punto 51).
      
      114 [107] Solo nel caso in cui la Comunità abbia inteso dare esecuzione ad un obbligo particolare assunto nell’ambito dell’OMC,
         ovvero nel caso in cui l’atto comunitario rinvii espressamente a precise disposizioni degli accordi OMC, spetterebbe al Tribunale
         controllare la legalità del comportamento delle istituzioni convenute alla luce delle norme dell’OMC (v., per quanto riguarda
         il GATT del 1947, sentenze della Corte 22 giugno 1989, causa 70/87, Fediol/Commissione, Racc. pag. 1781, punti 19‑22, e 7
         maggio 1991, causa C‑69/89, Nakajima/Consiglio, Racc. pag. I‑2069, punto 31, nonché, per quanto riguarda gli accordi OMC,
         [citate] sentenze Portogallo/Consiglio, punto 49, e Biret International/Consiglio, punto 53).
      
      115      [108] Orbene, anche in presenza di una decisione dell’ORC che rilevi l’incompatibilità delle misure adottate da un membro
         con le norme dell’OMC, nessuna di queste due eccezioni è applicabile nel caso di specie».
      
      46      Il Tribunale ha, poi, indicato i motivi in forza dei quali riteneva che nessuna di dette eccezioni poteva applicarsi.
      
      47      Quanto all’eccezione relativa all’intenzione di dare esecuzione ad un obbligo particolare assunto nell’ambito dell’OMC, il
         Tribunale ha ritenuto quanto segue ai punti 116, 121, 122, 125‑137 della sentenza FIAMM e 109, 114, 115, 118‑130 della sentenza
         Fedon:
      
      «116 [109] Assumendo l’impegno, dopo l’adozione della decisione dell’ORC 25 settembre 1997, di conformarsi alle norme dell’OMC,
         la Comunità non ha inteso assumere un obbligo particolare nell’ambito dell’OMC, tale da giustificare un’eccezione alla non
         invocabilità delle norme dell’OMC dinanzi al giudice comunitario e da consentire a quest’ultimo di esercitare il controllo
         sulla liceità del comportamento delle istituzioni comunitarie rispetto a tali norme.
      
      (...)
      121      [114] L’IRC rende (...) possibili per il membro dell’OMC coinvolto in una controversia varie modalità di applicazione di una
         raccomandazione o di una decisione dell’ORC che stabilisce l’incompatibilità di una misura con le norme dell’OMC.
      
      122      [115] Qualora il ritiro immediato della misura incompatibile risulti impraticabile, l’IRC prevede, al suo art. 3, n. 7, la
         possibilità di concedere al membro leso una compensazione o di autorizzarlo a sospendere temporaneamente l’applicazione di
         concessioni o altri obblighi, in attesa che venga ritirata la misura incompatibile (v. sentenza Portogallo/Consiglio, cit.,
         punto 37).
      
      (...)
      125 [118] Anche alla scadenza del termine impartito per rendere la misura dichiarata incompatibile conforme alle norme dell’OMC
         e dopo l’autorizzazione e l’adozione di misure di compensazione o di sospensione di concessioni ai sensi dell’art. 22, n. 6,
         dell’IRC, il negoziato tra le parti della controversia continua a svolgere comunque un ruolo importante.
      
      126 [119] L’art. 22, n. 8, dell’IRC sottolinea così la natura provvisoria della sospensione di concessioni o altri obblighi
         e ne limita la durata “finché non viene abolita la misura giudicata incompatibile con un accordo contemplato o finché il membro
         che deve applicare le raccomandazioni o le decisioni non trova una soluzione all’annullamento o al pregiudizio dei benefici,
         o finché non si trova una soluzione reciprocamente soddisfacente”.
      
      127 [120] Questa stessa disposizione prevede inoltre che, conformemente all’art. 21, n. 6, l’ORC continui a tenere sotto controllo
         l’applicazione delle raccomandazioni o delle decisioni adottate.
      
      128 [121] In caso di disaccordo sulla compatibilità delle misure prese per ottemperare alle raccomandazioni e alle decisioni
         dell’ORC, l’art. 21, n. 5, dell’IRC prevede che la controversia sia risolta “facendo ricorso alle presenti procedure di risoluzione
         delle controversie”, che includono il tentativo delle parti di giungere ad una soluzione negoziata.
      
      129 [122] Né la scadenza del termine impartito dall’ORC alla Comunità per rendere il suo regime d’importazione delle banane
         conforme alla decisione 25 settembre 1997 dell’ORC né la decisione 9 aprile 1999 con cui gli arbitri dell’ORC hanno espressamente
         dichiarato l’incompatibilità del nuovo dispositivo d’importazione delle banane stabilito dai regolamenti nn. 1637/98 e 2362/98
         hanno comportato l’esaurimento delle modalità di risoluzione delle controversie previste dall’IRC.
      
      130      [123] Ciò considerato, un controllo da parte del giudice comunitario della liceità del comportamento delle istituzioni convenute
         rispetto alle norme dell’OMC potrebbe avere l’effetto di rendere più fragile la posizione dei negoziatori comunitari nella
         ricerca di una soluzione reciprocamente accettabile della controversia e conforme alle norme dell’OMC.
      
      131      [124] Pertanto, imporre agli organi giurisdizionali l’obbligo di disapplicare le norme di diritto interno che siano incompatibili
         con gli accordi OMC avrebbe la conseguenza di privare gli organi legislativi o esecutivi delle parti contraenti della possibilità,
         offerta segnatamente dall’art. 22 dell’IRC, di trovare, sia pure a titolo provvisorio, soluzioni negoziate (sentenza Portogallo/Consiglio,
         cit., […], punto 40).
      
      132      [125] Le ricorrenti deducono quindi erroneamente dagli artt. 21 e 22 dell’IRC un obbligo a carico del membro dell’OMC di conformarsi,
         entro un determinato termine, alle raccomandazioni e alle decisioni degli organi dell’OMC e, sempre erroneamente, sostengono
         che le decisioni dell’ORC sono esecutive a meno che le parti contraenti vi si oppongano all’unanimità.
      
      133      [126] Peraltro, modificando nuovamente, con regolamento n. 216/2001, il regime d’importazione delle banane, il Consiglio ha
         perseguito la conciliazione di diversi obiettivi divergenti. Il preambolo del regolamento n. 216/2001, al primo ‘considerando’,
         rileva così che numerose ed intense consultazioni si sono svolte, segnatamente, per “tener conto delle conclusioni del gruppo
         speciale” e, al secondo ‘considerando’, che il nuovo regime d’importazione previsto costituisce il mezzo più idoneo sia per
         “conseguire gli obiettivi dell’[OCM banane] per quanto riguarda la produzione comunitaria e la domanda dei consumatori” sia
         “per rispettare le norme del commercio internazionale”.
      
      134      [127] In definitiva, è in contropartita dell’impegno della Comunità di introdurre un regime unicamente tariffario per le importazioni
         di banane entro il 1º gennaio 2006 che gli Stati Uniti hanno accettato, ai termini del memorandum d’intesa concluso l’11 aprile
         2001, di sospendere provvisoriamente l’imposizione della loro sovrattassa doganale.
      
      135      [128] Orbene, un tale risultato avrebbe potuto essere compromesso da un intervento del giudice comunitario consistente nel
         controllare, ai fini del risarcimento del danno subito dalle ricorrenti, la liceità rispetto alle norme dell’OMC del comportamento
         adottato nella fattispecie dalle istituzioni convenute.
      
      136      [129] Occorre rilevare a tal proposito che, come hanno espressamente sottolineato gli Stati Uniti, il memorandum d’intesa
         dell’11 aprile 2001 non costituisce di per sé una soluzione decisa di comune accordo ai sensi dell’art. 3, n. 6, dell’IRC
         e che la questione dell’attuazione da parte della Comunità delle raccomandazioni e delle decisioni dell’ORC continuava, il
         12 luglio 2001, vale a dire successivamente alla proposizione del presente ricorso, ad essere iscritta all’ordine del giorno
         della riunione dell’ORC.
      
      137      [130] Ne consegue che le istituzioni convenute, modificando il controverso regime comunitario d’importazione delle banane,
         non hanno inteso dare esecuzione ad obblighi particolari derivanti dalle norme dell’OMC alla luce delle quali l’ORC aveva
         accertato l’incompatibilità di tale regime».
      
      48      Il Tribunale ha altresì escluso qualsiasi applicazione dell’eccezione fondata sul rinvio esplicito a precise disposizioni
         degli accordi OMC, dopo aver precisamente constatato ai punti 142 della sentenza FIAMM e 135 della sentenza Fedon che «dai
         preamboli dei diversi regolamenti che modificano il regime d’importazione delle banane non emerge che il legislatore comunitario
         abbia fatto riferimento a disposizioni specifiche degli accordi OMC quando ha inteso conformare tale regime a questi medesimi
         accordi».
      
      49      Il Tribunale ha pertanto concluso, ai punti 144 e 145 della sentenza FIAMM nonché 137 e 138 della sentenza Fedon, che, «nonostante
         sia intervenuto un accertamento di incompatibilità da parte dell’ORC, le norme dell’OMC non costituiscono, nella fattispecie,
         né in forza di obblighi particolari a cui la Comunità avrebbe inteso dare esecuzione né in forza di un rinvio espresso a disposizioni
         precise, norme rispetto alle quali può essere valutata la liceità del comportamento delle istituzioni» e che «le ricorrenti
         non possono utilmente sostenere, ai fini della loro domanda di risarcimento, che il comportamento contestato al Consiglio
         e alla Commissione sia contrario alle norme dell’OMC».
      
      50      Dopo aver rilevato, ai punti 146 della sentenza FIAMM e 139 della sentenza Fedon, che «[l]e censure che le ricorrenti fondano
         sulla violazione dei principi di tutela del legittimo affidamento e di certezza del diritto, sulla violazione del diritto
         di proprietà e di iniziativa economica e, infine, sull’inosservanza del principio di buona amministrazione si basano tutte
         sulla premessa della contrarietà alle norme dell’OMC del comportamento contestato alle istituzioni convenute», il Tribunale,
         ai punti 147 e 140 delle citate sentenze, ne ha dedotto che, poiché «queste norme non figurano tra quelle rispetto alle quali
         il giudice comunitario controlla la liceità del comportamento delle istituzioni comunitarie, tali censure devono essere di
         conseguenza parimenti respinte».
      
      51      In considerazione di quanto precede, il Tribunale ha dichiarato, ai punti 149 della sentenza FIAMM e 142 della sentenza Fedon,
         che, «[p]oiché l’illiceità del comportamento contestato alle istituzioni convenute non può essere dimostrata, una delle tre
         condizioni cumulative che fanno sorgere la responsabilità extracontrattuale della Comunità per comportamento illecito dei
         suoi organi non è soddisfatta». Di conseguenza, ha respinto il primo capo della domanda delle ricorrenti.
      
      52      Quanto al capo della domanda fondata su un regime di responsabilità extracontrattuale della Comunità anche in assenza di comportamento
         illecito delle sue istituzioni, il Tribunale ha, anzitutto, affermato l’esistenza di tale regime ai punti 157‑160 della sentenza
         FIAMM e 150‑153 della sentenza Fedon. A tal riguardo, si è pronunciato nei seguenti termini:
      
      «157      [150] Il fatto che, come nella fattispecie, l’illiceità del comportamento imputato alle istituzioni comunitarie non sia accertata
         non comporta che le imprese le quali, in quanto categoria di operatori economici, devono sopportare una parte sproporzionata
         degli oneri derivanti da una restrizione dell’accesso a mercati d’esportazione non possano in alcun caso ottenere una compensazione
         facendo valere la responsabilità extracontrattuale della Comunità (v., in tal senso, sentenza della Corte 29 settembre 1987,
         causa 81/86, De Boer Buizen/Consiglio e Commissione, Racc. pag. 3677, punto 17).
      
      158      [151] Infatti, l’art. 288, secondo comma, CE basa l’obbligo che esso impone alla Comunità di risarcire i danni causati dalle
         sue istituzioni sui “principi generali comuni ai diritti degli Stati membri” senza limitare, di conseguenza, la portata di
         tali principi al solo regime della responsabilità extracontrattuale della Comunità per comportamento illecito delle dette
         istituzioni.
      
      159      [152] Orbene, i diritti nazionali della responsabilità extracontrattuale consentono ai singoli, anche se in misura variabile,
         in settori specifici e secondo modalità diverse, di ottenere in via giudiziale il risarcimento di taluni danni, anche in assenza
         di un’azione illecita dell’autore del danno.
      
      160      [153] Nel caso di un danno causato da un comportamento delle istituzioni della Comunità la cui illiceità non è dimostrata,
         la responsabilità extracontrattuale della Comunità può sorgere quando siano cumulativamente soddisfatte le condizioni relative
         all’effettività del danno, al nesso di causalità tra il danno e il comportamento delle istituzioni comunitarie e al carattere
         anormale e speciale del danno in questione (v., in tal senso, sentenza 15 giugno 2000, [causa C‑237/98 P], Dorsch Consult/Consiglio
         e Commissione, [Racc. pag. I‑4549], punto 19)».
      
      53      Il Tribunale ha, inoltre, dichiarato l’esistenza di un danno effettivo e certo subito dalle ricorrenti.
      
      54      D’altra parte, ha giudicato che vi fosse un nesso di causalità diretta tra, da un lato, il comportamento adottato dalle istituzioni
         convenute in materia di importazione di banane nella Comunità e, dall’altro lato, il danno in tal modo subìto dalle ricorrenti.
      
      55      Infine, il Tribunale ha considerato che il danno subìto dalla FIAMM e dalla Fedon non aveva un carattere anormale e di conseguenza
         ha respinto le loro domande poiché esse erano fondate sul regime di responsabilità della Comunità in mancanza di comportamento
         illecito delle sue istituzioni.
      
      56      Per giungere a questa conclusione, il Tribunale ha segnatamente dichiarato quanto segue ai punti 205 e 207 della sentenza
         FIAMM nonché 194 e 196 della sentenza Fedon:
      
      «205      [194] Occorre (…) constatare che l’eventualità di una sospensione delle concessioni tariffarie, misura prevista dagli accordi
         OMC e caso presentatosi nella fattispecie, è una delle vicende inerenti al sistema attuale del commercio internazionale. Di
         conseguenza, tale vicenda viene necessariamente sopportata da qualsiasi operatore che decida di immettere la sua produzione
         sul mercato di uno dei membri dell’OMC.
      
      (...)
      207      [196] Inoltre, dall’art. 22, n. 3, lett. b) e c), dell’IRC, strumento internazionale che è stato oggetto di misure di pubblicità
         idonee ad assicurarne la conoscenza presso gli operatori comunitari, risulta che il membro dell’OMC che ha sporto reclamo
         può cercare di sospendere talune concessioni o altri obblighi in settori diversi da quello in cui il panel o l’organo d’appello
         hanno constatato una violazione da parte del membro di cui trattasi, vuoi in base al medesimo accordo vuoi in base a un altro
         accordo OMC».
      
       Conclusioni delle parti e svolgimento del procedimento dinanzi alla Corte
      57      La FIAMM, nella causa C‑120/06 P, e la Fedon, nella causa C‑121/06 P, chiedono, rispettivamente, l’annullamento della sentenza
         FIAMM e l’annullamento della sentenza Fedon. Entrambe invocano due motivi a sostegno della propria impugnazione.
      
      58      Con un primo motivo, esse sostengono che le sentenze impugnate sono prive di motivazione e di fondamento per quanto riguarda
         uno dei principali argomenti alla base del loro ricorso per responsabilità derivante da un comportamento illecito della Comunità,
         argomento vertente sull’effetto diretto delle decisioni dell’ORC.
      
      59      Con un secondo motivo, la FIAMM e la Fedon sostengono che, concludendo nel senso che il danno da esse subìto non aveva carattere
         anormale e respingendo quindi la loro richiesta di risarcimento fondata su un regime di responsabilità applicabile in mancanza
         di comportamento illecito delle istituzioni della Comunità, il Tribunale avrebbe seguito un ragionamento non sufficientemente
         motivato, illogico e contraddittorio rispetto alla giurisprudenza costante esistente in materia.
      
      60      Entrambe chiedono, inoltre, che la Corte:
      
      –        statuisca nel merito, riconoscendo loro il diritto al risarcimento del danno derivante dalla responsabilità dei convenuti
         per atto illecito o per atto lecito;
      
      –        in ogni caso, condanni i convenuti alle spese sia del presente procedimento sia di quello in primo grado.
      61      In via subordinata, la FIAMM e la Fedon chiedono alla Corte di accordare loro un equo indennizzo a seguito dell’irragionevole
         durata del procedimento dinanzi al Tribunale e di adottare tutte le altre misure e provvedimenti che dovessero rendersi necessari
         in base ad equità.
      
      62      Il Consiglio invita la Corte a:
      
      –        sostituire alcune delle motivazioni del Tribunale o annullare parzialmente le sentenze impugnate, dichiarando inammissibile
         la responsabilità non contrattuale in assenza di fatto illecito per omissione di attività normativa o, in subordine, inesistenti
         gli elementi costitutivi di tale responsabilità;
      
      –        dichiarare i ricorsi infondati;
      –        condannare le ricorrenti alle spese.
      63      La Commissione chiede che la Corte:
      
      –        respinga l’impugnazione, procedendo per quanto necessario a sostituire la motivazione della sentenza impugnata;
      –        in subordine, respinga la domanda di annullamento e la richiesta di condanna al risarcimento dei danni presentate in primo
         grado;
      
      –        in estremo subordine, rinvii la causa dinanzi al Tribunale per riprendere il procedimento e proceda alla quantificazione del
         danno risarcibile, ai sensi dell’art. 61 dello Statuto della Corte di giustizia;
      
      –        condanni le ricorrenti alle spese.
      64      Tanto nella causa C‑120/06 P, in cui ha depositato una comparsa di risposta nella sua qualità di parte nel procedimento dinanzi
         al Tribunale, quanto nella causa C‑121/06 P, in cui ha la qualità di interveniente dinanzi alla Corte, il Regno di Spagna
         conclude che la Corte:
      
      –        respinga l’impugnazione in quanto si riferisce alla responsabilità da atto illecito delle istituzioni convenute;
      –        annulli parzialmente la sentenza impugnata, dichiarando l’inesistenza di responsabilità da atto lecito nell’ordinamento comunitario,
         o, in subordine, respinga l’impugnazione in quanto si riferisce alla responsabilità per atto lecito dalle istituzioni convenute
         o, in subordine, respinga la richiesta di risarcimento per atto lecito presentata dalle ricorrenti;
      
      –        dichiari irricevibile la richiesta di indennizzo basata sulla durata irragionevole del procedimento dinanzi al Tribunale di
         primo grado;
      
      –        condanni le ricorrenti alle spese.
      65      In seguito alla presentazione delle comparse di risposta del Consiglio e della Commissione nelle cause C‑120/06 P e C‑121/06 P
         e della presentazione della comparsa di risposta del Regno di Spagna nella causa C‑120/06 P, la FIAMM e la Fedon hanno ottenuto,
         su loro domanda, un diritto di replica ai sensi dell’art. 117, n. 1, del regolamento di procedura della Corte.
      
      66      Nella causa C‑120/06 P, la FIAMM ha fatto pervenire via fax alla cancelleria della Corte le sue memorie di replica e la sua
         comparsa di risposta all’impugnazione incidentale proposta dal Consiglio entro i termini rispettivamente indicati ai nn. 1
         e 2 dell’art. 117 del detto regolamento di procedura. La versione originale di tali memorie non è stata tuttavia depositata
         nella cancelleria della Corte nel termine di dieci giorni previsto all’art. 37, n. 6, del medesimo regolamento. Pertanto,
         tali memorie e i loro originali pervenuti tardivamente alla cancelleria sono stati stralciati dal procedimento e restituiti
         alla FIAMM.
      
      67      Nella causa C‑121/06 P, la Fedon non ha presentato memorie di replica e neppure comparse di risposta all’impugnazione incidentale
         proposta dal Consiglio. La Fedon e la Commissione hanno invece presentato osservazioni sulla memoria di intervento del Regno
         di Spagna.
      
       Sul primo motivo delle impugnazioni principali
       Argomenti delle parti
      68      Con il loro primo motivo, la FIAMM e la Fedon sostengono che le sentenze impugnate sono prive di motivazione e di fondamento
         in relazione ad uno dei principali argomenti invocati a sostegno dei loro rispettivi ricorsi per responsabilità derivante
         da un comportamento illecito della Comunità.
      
      69      Come il Tribunale avrebbe, d’altronde, rilevato ai punti 100 della sentenza FIAMM e 93 della sentenza Fedon, esse avrebbero,
         infatti, insistito, tanto durante la fase scritta quanto nel corso dell’udienza, sugli effetti giuridici specifici derivanti
         dalla decisione dell’ORC del 25 settembre 1997 che condanna la Comunità. Esse avrebbero così rilevato che l’esistenza di una
         tale decisione costituiva, accanto alle due eccezioni già sancite dalle citate sentenze Fediol/Commissione e Nakajima/Consiglio,
         una terza fattispecie che consentiva di far valere dinanzi al giudice comunitario una violazione degli accordi dell’OMC da
         parte degli organi comunitari, in particolare a fini esclusivi di risarcimento del danno.
      
      70      Orbene, le valutazioni compiute dal Tribunale e il mero riferimento alla giurisprudenza precedente contenuti ai punti 110‑112
         della sentenza FIAMM e 103‑105 della sentenza Fedon non sarebbero pertinenti al riguardo, poiché detta giurisprudenza si è
         pronunciata su una questione diversa, vale a dire quella di stabilire se una norma di diritto sostanziale contenuta negli
         accordi OMC possa essere invocata per controllare la legittimità delle regolamentazioni comunitarie e per dichiararle  eventualmente
         inapplicabili.
      
      71      Come risulterebbe in particolare dai punti 114 e 115 della sentenza FIAMM nonché 107 e 108 della sentenza Fedon, il Tribunale
         avrebbe preso in considerazione la decisione dell’ORC del 25 settembre 1997 solo per stabilire se, in considerazione dell’esistenza
         di essa, una delle due eccezioni giurisprudenziali alla mancanza dell’effetto diretto degli accordi OMC già consacrate potesse
         applicarsi al caso di specie.
      
      72      Procedendo in tal modo il Tribunale non avrebbe preso adeguatamente in considerazione l’argomento della FIAMM e della Fedon
         secondo cui una volta trascorso il termine ragionevole attribuito per attuare la decisione dell’ORC del 25 settembre 1997,
         la Comunità disponeva solo di due opzioni, vale a dire conformarsi a detta decisione oppure non conformarsi ad essa. In tal
         modo, verrebbe a mancare la flessibilità del sistema di risoluzione delle controversie dell’OMC, che consente in particolare
         alle parti di trovare soluzioni negoziate e su cui si fonderebbe la giurisprudenza ricordata ai punti 112 della sentenza FIAMM
         e 105 della sentenza Fedon, che consacra l’impossibilità di procedere ad un controllo della legittimità di una normativa comunitaria
         rispetto agli accordi dell’OMC. Quindi non vi sarebbe motivo di non riconoscere, in tali circostanze, un effetto diretto ad
         una decisione dell’ORC.
      
      73      Inoltre, il riconoscimento di un’illiceità che si limiti a prendere atto del mancato rispetto della decisione dell’ORC del
         25 settembre 1997 entro il termine stabilito non richiederebbe un esame nel merito del provvedimento comunitario in questione
         e non potrebbe quindi incidere sul modo in cui la Comunità decide di far cessare tale illiceità, rimanendo possibile qualsiasi
         soluzione purché conforme agli accordi OMC e accettata dalla controparte.
      
      74      Il Tribunale non avrebbe neppure preso adeguatamente in considerazione l’argomento della FIAMM e della Fedon secondo cui,
         a differenza di una domanda di annullamento o di una domanda pregiudiziale per l’esame di validità, un’azione per risarcimento
         del danno non può portare ad eliminare o a rendere inapplicabile l’atto comunitario di cui trattasi e neppure, quindi, a privare
         gli organi delle parti degli accordi OMC della possibilità di trovare soluzioni negoziate. Questo ragionamento sarebbe tanto
         più valido che, nella fattispecie, la richiesta di risarcimento del danno è valutata successivamente alla chiusura della controversia.
      
      75      Queste stesse considerazioni giustificherebbero il rigetto dell’argomento, richiamato ai punti 111 della sentenza FIAMM e
         104 della sentenza Fedon, relativo al fatto che gli accordi dell’OMC sono fondati su basi di reciprocità e di mutua convenienza.
      
      76      Il Consiglio, a sua volta, afferma che il Tribunale ha effettivamente condotto un’analisi parallela della possibilità di invocare
         le norme OMC e la decisione dell’ORC del 25 settembre 1997, come risulterebbe segnatamente dai punti 129 della sentenza FIAMM
         e 122 della sentenza Fedon.
      
      77      Le sentenze impugnate sarebbero, inoltre, conformi alla giurisprudenza secondo la quale gli accordi OMC non figurano, generalmente,
         tra le norme rispetto alle quali la Corte controlla la legittimità degli atti delle istituzioni comunitarie, e il Tribunale
         avrebbe giustamente dichiarato che nella fattispecie non è applicabile alcuna delle due eccezioni ammesse a tale principio.
      
      78      Poiché le norme dell’OMC non sono intese a conferire diritti ai singoli, l’eventuale violazione di detti accordi non potrebbe
         neanch’essa far sorgere la responsabilità della Comunità, a meno di non compromettere il margine di manovra di cui dispongono
         i membri dell’OMC per conformarsi o meno ad una decisione dell’ORC.
      
      79      Il Consiglio ritiene, d’altra parte, che la distinzione proposta dalle ricorrenti tra gli effetti giuridici connessi a una
         decisione dell’ORC e quelli risultanti dalle norme sostanziali di cui tale decisione ha dichiarato la violazione sia artificiale.
         Infatti, tale decisione potrebbe essere presa in considerazione nell’ambito di un ricorso per risarcimento del danno solo
         se è stato precedentemente dichiarato l’effetto diretto delle summenzionate norme sostanziali.
      
      80      Secondo la Commissione, la FIAMM e la Fedon, in primo grado, non hanno affatto teorizzato in modo specifico e autonomo la
         possibilità di invocare direttamente una decisione dell’ORC per provare l’illiceità del comportamento della Comunità, e neppure
         hanno incentrato la loro argomentazione su tale punto. Tali parti avrebbero in sostanza sviluppato un’argomentazione classica
         ai fini di provare che il mancato adattamento della normativa comunitaria al fine di conformarsi alle norme dell’OCM in seguito
         alla decisione dell’ORC del 25 settembre 1997 comportava la violazione di norme giuridiche di rango superiore.
      
      81      La FIAMM e la FEDON si sarebbero limitate a far valere, solo in via subordinata, senza tuttavia sviluppare e sostenere altrimenti
         tale affermazione, che, anche supponendo che gli accordi OMC non siano direttamente applicabili, un effetto diretto dovrebbe
         essere attribuito alla decisione dell’ORC del 25 settembre 1997.
      
      82      Il Tribunale, che non sarebbe d’altronde obbligato a pronunciarsi su ciascuno degli argomenti delle ricorrenti, avrebbe, quindi,
         preso adeguatamente in considerazione l’argomentazione della FIAMM e della Fedon, concentrandosi in particolare, ai punti 108‑150
         della sentenza FIAMM e ai punti 101‑143 della sentenza Fedon, sull’esame del comportamento delle istituzioni comunitarie,
         riferendosi, tuttavia, agli effetti della decisione dell’ORC del 25 settembre 1997 ai punti 108 e 144 della sentenza FIAMM
         nonché 101 e 137 della sentenza Fedon. In considerazione della motivazione, seppur implicita, delle sentenze impugnate, la
         FIAMM e la Fedon sarebbero, d’altronde, in grado di capire le ragioni per cui il Tribunale ha dichiarato che l’illiceità del
         comportamento delle istituzioni non era stata provata anche dopo che era intervenuta una decisione dell’ORC.
      
      83      Se la Corte dovesse tuttavia giudicare insufficiente la motivazione delle sentenze impugnate, essa avrebbe la facoltà di confermare
         il loro dispositivo, integrandone la motivazione.
      
      84      Infatti, la questione se gli accordi OMC possano essere invocati dai singoli che hanno subìto un danno per contestare la validità
         di una normativa comunitaria, nell’ipotesi in cui una decisione dell’ORC abbia dichiarato l’incompatibilità di tale normativa
         con i summenzionati accordi e in cui il termine ragionevole fissato per conformarsi a tale decisione sia scaduto, sarebbe
         stata definitivamente decisa in senso negativo dalla Corte nella sua sentenza 1° marzo 2005, causa C‑377/02, Van Parys (Racc. pag. I‑1465).
      
      85      Qualsiasi distinzione tra un controllo della legittimità dell’azione comunitaria a fini di annullamento e il medesimo controllo
         a fini di risarcimento del danno sarebbe a tale proposito irrilevante. Inoltre, il fatto di risarcire l’industria colpita
         da provvedimenti di sospensione conformi agli accordi OMC danneggerebbe il riequilibrio delle concessioni cui tali provvedimenti
         contribuiscono e quindi la reciprocità.
      
      86      Il Regno di Spagna ritiene parimenti che le sentenze impugnate soddisfino l’obbligo di motivazione. Il Tribunale avrebbe,
         infatti, menzionato, ai punti 100 della sentenza FIAMM e 93 della sentenza Fedon, la tesi della FIAMM e della Fedon relativa
         all’effetto diretto di una decisione dell’ORC, e ai punti 116‑150 della sentenza FIAMM nonché 109‑143 della sentenza Fedon
         avrebbe respinto tale tesi esaminando se l’esistenza di tale decisione autorizzi il giudice comunitario a controllare la legittimità
         del comportamento delle istituzioni comunitarie in relazione alle norme dell’OMC.
      
      87      D’altro canto, il Tribunale non avrebbe commesso alcun errore di diritto dichiarando l’impossibilità di procedere, nel caso
         di specie, a tale controllo. In particolare, il rischio, per la Comunità, di esporsi ad azioni di responsabilità sarebbe tale
         da indebolire la posizione di quest’ultima e da indurla a non prendere in considerazione l’eventualità di esaurire tutte le
         possibilità della procedura di risoluzione delle controversie, comprendente in particolare l’eventuale adozione di misure
         di ritorsione da parte della controparte e l’ulteriore ricerca di una soluzione.
      
      88      Inoltre, non vi è alcun elemento che consenta, giuridicamente, di introdurre una distinzione a seconda che il controllo della
         legittimità dell’azione comunitaria intervenga a fini di annullamento o a fini di risarcimento, poiché i criteri di tale controllo
         sono immutabili e non possono certo dipendere dall’esistenza o meno di un danno o dal momento in cui tale danno è fatto valere.
      
       Giudizio della Corte
      89      In via preliminare, occorre rilevare, come ha fatto l’avvocato generale al paragrafo 20 delle sue conclusioni, che, benché
         il primo motivo dell’impugnazione sia diretto, secondo la sua formulazione, a denunciare una carenza di motivazione delle
         sentenze impugnate, l’esame del contenuto dei ricorsi rivela che essi contengono anche censure di merito su cui del resto
         si è concentrata la discussione tra le parti sia durante la fase scritta del procedimento che all’udienza. Così, per statuire
         sul primo motivo occorre distinguere le due parti di cui consta, vertenti, la prima, su una carenza di motivazione delle sentenze
         impugnate e la seconda su un errore di diritto che il Tribunale avrebbe commesso in merito alle condizioni in presenza delle
         quali può esistere la responsabilità della Comunità per il comportamento illecito delle sue istituzioni.
      
       Sulla prima parte del motivo
      90      La questione se la motivazione di una sentenza del Tribunale sia contraddittoria o insufficiente costituisce una questione
         di diritto che può essere, in quanto tale, invocata nell’ambito di un’impugnazione (v., in particolare, sentenza 11 gennaio
         2007, causa C‑404/04 P, Technische Glaswerke Ilmenau/Commissione, punto 90).
      
      91      A tal riguardo, si deve tuttavia ricordare, in primo luogo, che, come la Corte ha ripetutamente dichiarato, l’obbligo per
         il Tribunale di motivare le proprie decisioni non può essere interpretato nel senso che quest’ultimo fosse tenuto a replicare
         in dettaglio a tutti gli argomenti invocati dal ricorrente, specialmente se tali argomenti non avevano un carattere sufficientemente
         chiaro e preciso (v., in particolare, sentenze 6 marzo 2001, causa C‑274/99 P, Connolly/Commissione, Racc. pag. I‑1611, punto 121;
         11 settembre 2003, causa C‑197/99 P, Belgio/Commissione, Racc. pag. I‑8461, punto 81, e Technische Glaswerke Ilmenau/Commissione,
         cit., punto 90).
      
      92      Orbene, l’esame dei ricorsi proposti dalla FIAMM e dalla Fedon dinanzi al Tribunale rivela, anzitutto, che l’affermazione
         relativa ad un eventuale effetto diretto della decisione dell’ORC del 25 settembre 1997 non rientra affatto nella sezione
         di tali ricorsi diretta a far accertare l’esistenza o l’invocabilità di una violazione degli accordi OCM da parte della Comunità.
         Infatti, tale affermazione si trova in una sezione dei ricorsi volta a provare che le norme giuridiche di rango superiore
         la cui violazione è in tal modo allegata, tra cui figurano, in particolare, il principio pacta sunt servanda e gli accordi
         OMC, «sono intese a tutelare i privati», per cui, sotto tale profilo, sarebbe soddisfatta una delle condizioni a cui la giurisprudenza
         subordina l’esistenza di una responsabilità della Comunità per un comportamento illecito delle sue istituzioni.
      
      93      Inoltre, tale affermazione è stata formulata, nella prospettiva suesposta, solo a titolo assolutamente subordinato, giacché
         la FIAMM e la Fedon fanno semplicemente valere che, se non doveva riconoscersi agli accordi OMC un effetto diretto e il conseguente
         carattere di disposizione intesa a tutelare i privati, tali caratteri dovevano essere riconosciuti con riguardo alle decisioni
         dell’ORC. 
      
      94      Infine, tale affermazione che è contenuta, per quanto riguarda la FIAMM, in due punti del  ricorso che ne contiene 177 e,
         per quanto riguarda la Fedon, in una nota a fondo pagina, non è oggetto, in tali ricorsi e neppure, del resto, nelle memorie
         di replica successivamente depositate dalla FIAMM e dalla Fedon, di alcuno sviluppo particolare né è accompagnata da un’argomentazione
         specifica destinata a sostenerla.
      
      95      Da quanto precede risulta che, contrariamente a quanto sostengono la FIAMM e la Fedon nei ragionamenti molto specifici che
         consacrano a tale questione nell’ambito delle loro impugnazioni, con il pretesto di un’esortazione a controllare la motivazione
         delle sentenze impugnate, nei loro ricorsi dinanzi al Tribunale esse non hanno affatto sostenuto con la chiarezza e la precisione
         necessarie che l’eventuale effetto diretto collegato alle decisioni dell’ORC giustificherebbe che la violazione di esse sia
         consacrata come una nuova e terza eccezione al principio della non invocabilità degli accordi OMC a fini di controllo della
         legittimità degli atti comunitari derivati. Come risulta dal ricorso della Fedon e dalla memoria di replica della FIAMM, tali
         ricorrenti si sono al contrario espressamente avvalse di una delle due eccezioni tradizionalmente ammesse a tale mancanza
         di invocabilità, sostenendo che la Comunità avrebbe all’occorrenza indicato che intendeva dare esecuzione ad un’obbligazione
         particolare assunta nell’ambito del GATT.
      
      96      In secondo luogo, si deve parimenti ricordare che l’obbligo di motivazione non impone al Tribunale di fornire una spiegazione
         che segua esaustivamente e uno per uno tutti i ragionamenti svolti dalle parti della controversia e che la motivazione può
         quindi essere implicita, a condizione che consenta agli interessati di conoscere le ragioni per le quali il Tribunale non
         ha accolto le loro tesi ed alla Corte di disporre degli elementi sufficienti per esercitare il suo controllo (v., in particolare,
         sentenze 7 gennaio 2004, cause riunite C‑204/00 P, C‑205/00 P, C‑211/00 P, C‑213/00 P, C‑217/00 P e C‑219/00 P, Aalborg Portland
         e a./Commissione, Racc. pag. I‑123, punto 372, e 25 ottobre 2007, causa C‑167/06 P, Komninou e a./Commissione, punto 22).
      
      97      Orbene, risulta, anzitutto, dai punti 108 della sentenza FIAMM e 101 della sentenza Fedon che il Tribunale ha, nella fattispecie,
         inteso decidere se gli accordi OMC, compreso l’IRC e le disposizioni di quest’ultimo consacrate all’attuazione delle decisioni
         dell’ORC, farebbero sorgere per i singoli il diritto di farli valere in giudizio per contestare la validità di una normativa
         comunitaria «nell’ipotesi in cui l’ORC abbia dichiarato che tanto quest’ultima quanto la normativa successiva adottata dalla
         Comunità, in particolare al fine di conformarsi alle norme dell’OMC in questione, erano incompatibili con queste norme».
      
      98      In seguito, riferendosi anche agli «accordi OMC» così definiti, il Tribunale ha precisato, ai punti 110‑112 della sentenza
         FIAMM e 103‑105 della sentenza Fedon, che, secondo una giurisprudenza costante, e per i motivi che ricorda, detti accordi
         non figurano in linea di principio tra le normative alla luce delle quali il giudice comunitario controlla la legittimità
         degli atti delle istituzioni comunitarie.
      
      99      Infine, occorre rilevare che le sentenze impugnate contengono effettivamente importanti sviluppi per quanto riguarda la portata
         giuridica che può attribuirsi ad una decisione dell’ORC, in particolare laddove il termine fissato per l’attuazione di tale
         decisione sia scaduto. 
      
      100    Se è vero che tali sviluppi sono contenuti nei passi delle sentenze impugnate in cui il Tribunale esamina se una delle due
         eccezioni al principio della non invocabilità degli accordi OMC da parte dei singoli tradizionalmente ammesse dalla giurisprudenza
         sia applicabile nel caso di specie, cionondimeno le valutazioni compiute dal Tribunale in tale sede rispondono implicitamente,
         ma effettivamente, agli argomenti concreti che secondo le impugnazioni il Tribunale avrebbe mancato di esaminare. 
      
      101    Così, risulta in particolare dai punti 129‑131 della sentenza FIAMM e 122‑124 della sentenza Fedon che il Tribunale ha segnatamente
         dichiarato, al termine di un esame delle disposizioni rilevanti dell’IRC, che la scadenza del termine impartito alla Comunità
         per rendere il suo regime d’importazione delle banane conforme alla decisione dell’ORC del 25 settembre 1997 non aveva comportato
         l’esaurimento delle modalità di risoluzione delle controversie previste dall’IRC. Il Tribunale ha, parimenti, affermato a
         tal proposito che un controllo della liceità del comportamento delle istituzioni convenute potrebbe avere l’effetto di rendere
         più fragile la posizione dei negoziatori comunitari nella ricerca di una soluzione reciprocamente accettabile della controversia
         e conforme alle norme dell’OMC e, se del caso, di privare gli organi legislativi o esecutivi delle parti contraenti della
         possibilità, offerta segnatamente dall’art. 22 dell’IRC, di trovare, sia pure a titolo provvisorio, soluzioni negoziate. 
      
      102    Inoltre, si deve sottolineare che, ai punti 132 della sentenza FIAMM e 125 della sentenza Fedon, il Tribunale ha concluso
         la propria analisi a tal riguardo affermando che le ricorrenti avevano pertanto dedotto erroneamente dagli artt. 21 e 22 dell’IRC
         un obbligo a carico del membro dell’OMC di conformarsi, entro un determinato termine, alle raccomandazioni e alle decisioni
         degli organi dell’OMC e, sempre erroneamente, avevano sostenuto che le decisioni dell’ORC erano esecutive a meno che le parti
         contraenti vi si opponessero all’unanimità.
      
      103    Orbene, decidendo in tal modo il Tribunale si è pronunciato, per lo meno implicitamente, sull’affermazione delle ricorrenti
         secondo cui dovrebbe essere riconosciuto un effetto diretto a tali raccomandazioni o a tali decisioni una volta scaduto il
         termine per la loro attuazione. 
      
      104    Da quanto precede risulta che la motivazione delle sentenze impugnate risponde a sufficienza all’argomentazione sviluppata
         dalle ricorrenti in primo grado e permette in particolare alla Corte di esercitare il suo controllo giurisdizionale, cosicché
         il motivo deve essere dichiarato infondato nella sua prima parte.
      
       Sulla seconda parte del motivo
      105    Per quanto riguarda la seconda parte del primo motivo, vertente su un errore di diritto relativo alle condizioni in cui può
         sorgere la responsabilità per un comportamento illecito della Comunità, occorre precisare quanto segue.
      
      106    Secondo una giurisprudenza costante della Corte, dall’art. 288, secondo comma, CE emerge che il sorgere della responsabilità
         extracontrattuale della Comunità e l’attuazione del diritto al risarcimento del danno dipendono della compresenza di un insieme
         di condizioni, riguardanti l’illegittimità del comportamento contestato alle istituzioni comunitarie, la sussistenza del danno
         e l’esistenza di un nesso di causalità fra il comportamento dell’istituzione e il danno lamentato (v., in particolare, sentenze
         29 settembre 1982, causa 26/81, Oleifici Mediterranei/CEE, Racc. pag. 3057, punto 16, e 15 settembre 1994, causa C‑146/91,
         KYDEP/Consiglio e Commissione, Racc. pag. I‑4199, punto 19).
      
      107    Nel caso di specie, le ricorrenti hanno fatto valere in sostanza, a sostegno della loro domanda di risarcimento del danno
         dinanzi al Tribunale, che le istituzioni comunitarie hanno adottato un comportamento illecito e quindi colpevole, astenendosi
         dal rendere conforme la normativa comunitaria agli accordi OMC nel termine ragionevole impartito alla Comunità a tale scopo
         dopo che l’incompatibilità di tale normativa  con tali accordi è stata dichiarata da una decisione dell’ORC.
      
      108    Si deve ricordare che, a tal riguardo, gli effetti, nella Comunità, delle disposizioni di un accordo da questa concluso con
         Stati terzi non possono essere determinati prescindendo dall’origine internazionale delle disposizioni di cui trattasi. In
         conformità ai principi del diritto internazionale, le istituzioni comunitarie, che sono competenti a negoziare e concludere
         un tale accordo, sono libere di convenire con gli Stati terzi interessati gli effetti che le disposizioni di questo accordo
         devono produrre nell’ordinamento interno delle parti contraenti. Poiché tale questione non è stata disciplinata esplicitamente
         da detto accordo, incombe ai giudici competenti e in particolare alla Corte, nell’ambito della competenza attribuitale dal
         Trattato CE, risolverla al pari di qualunque altra questione d’interpretazione relativa all’applicazione dell’accordo in questione
         nella Comunità (v., in particolare, sentenze 26 ottobre 1982, causa 104/81, Kupferberg, Racc. pag. 3641, punto 17, e Portogallo/Consiglio,
         cit., punto 34), fondandosi precisamente sullo spirito, sulla struttura o sulla lettera di tale accordo (v., in tal senso,
         sentenza 5 ottobre 1994, causa C‑280/93, Germania/Consiglio, Racc. pag. I‑4973, punto 110).
      
      109    Così, in particolare, spetta alla Corte stabilire, basandosi precisamente sui sopra menzionati criteri, se il GATT attribuisca
         ai singoli cittadini della Comunità il diritto di far valere in giudizio le sue disposizioni avverso un atto comunitario (v.,
         a proposito del GATT del 1947, sentenza 12 dicembre 1972, cause riunite 21/72‑24/72, International Fruit Company e a., Racc. pag. 1219,
         punto 19).
      
      110    A tal proposito, emerge in particolare dalla giurisprudenza della Corte che quest’ultima ritiene di poter procedere all’esame
         della validità di una normativa comunitaria derivata alla luce di un trattato internazionale solo ove ciò non sia escluso
         né dalla natura né dalla struttura di esso e, inoltre, le sue disposizioni appaiano, dal punto di vista del loro contenuto,
         incondizionate e sufficientemente precise (v., in particolare, sentenza 3 giugno 2008, causa C‑308/06, Intertanko e a., non
         ancora pubblicato nella Raccolta, punto 45 e giurisprudenza ivi citata).
      
      111    Per quanto attiene, più precisamente, agli accordi OMC, secondo la costante giurisprudenza, tenuto conto della loro natura
         e della loro economia, questi accordi non figurano in linea di principio tra le normative alla luce delle quali la Corte controlla
         la legittimità degli atti delle istituzioni comunitarie (v., in particolare, citate sentenze  Portogallo/Consiglio, punto 47;
         Biret International/Consiglio, punto 52, e Van Parys, punto 39).
      
      112    Solo nel caso in cui la Comunità abbia inteso dare esecuzione ad un obbligo particolare assunto nell’ambito dell’OMC, ovvero
         nel caso in cui l’atto comunitario rinvii espressamente a precise disposizioni degli accordi OMC, spetta alla Corte controllare
         la legittimità dell’atto comunitario controverso alla luce delle norme dell’OMC (v. citate sentenze Biret International/Consiglio,
         punto 53, e Van Parys, punto 40 e giurisprudenza ivi citata).
      
      113    A tal riguardo, si deve ricordare che la Corte ha già affermato che l’organizzazione comune dei mercati nel settore della
         banana, quale è stata istituita dal regolamento n. 404/93 e successivamente modificata, non mira a garantire l’esecuzione
         nell’ordinamento giuridico comunitario di un obbligo particolare assunto nell’ambito del GATT e neppure rinvia espressamente
         a precise disposizioni di quest’ultimo (ordinanza OGT Fruchthandelsgesellschaft, cit., punto 28).
      
      114    Per quanto attiene più precisamente al regolamento n. 1637/98 e ai regolamenti adottati per la sua attuazione, la Corte ha
         dichiarato, al punto 52 della sua sentenza Van Parys, citata, che questi ultimi non rinviano esplicitamente a precise disposizioni
         degli accordi OMC.
      
      115    In questa stessa sentenza, la Corte ha parimenti ritenuto che con l’impegno assunto dalla Comunità, dopo l’adozione della
         decisione del ORC del 25 settembre 1997, di conformarsi alle norme dell’OMC e, segnatamente, agli artt. I, n. 1, e XIII del
         GATT del 1994, la Comunità non ha inteso assumere nell’ambito dell’OMC un obbligo particolare atto a giustificare un’eccezione
         all’impossibilità di invocare norme dell’OMC dinanzi al giudice comunitario e di permettere a quest’ultimo di controllare
         alla luce di queste la legittimità del regolamento n. 1637/98 e dei suoi regolamenti di attuazione (v., in tal senso, sentenza
         Van Parys, cit., punti 41 e 52).
      
      116    Si deve rammentare che l’elemento decisivo in materia risiede nel fatto che la soluzione delle controversie concernenti la
         normativa dell’OMC si basa, in parte, su negoziati tra le parti contraenti. La revoca di provvedimenti illegittimi costituisce
         certamente la soluzione suggerita da tale normativa, ma questa consente altresì l’adozione di altre soluzioni (sentenza Omega
         Air e a., cit., punto 89).
      
      117    Al punto 51 della sua sentenza Van Parys, citata, la Corte ha dunque ritenuto che la scadenza di detto termine, concesso dall’ORC
         per assicurare la messa in atto della sua decisione del 25 settembre 1997, non implica che la Comunità abbia esaurito le possibilità
         prospettate dall’ORC per comporre la controversia che la oppone ad altre parti. Ciò considerato, imporre al giudice comunitario,
         per il solo fatto della scadenza del termine, di controllare la legittimità delle misure comunitarie in questione alla luce
         delle norme dell’OMC potrebbe avere l’effetto di indebolire la posizione della Comunità nella ricerca di una soluzione reciprocamente
         accettabile della controversia e conforme alle dette regole.
      
      118    Richiamando segnatamente l’accordo concluso con gli Stati Uniti d’America l’11 aprile 2001, la Corte ha più specificatamente
         sottolineato che una tale soluzione, con cui la Comunità ha cercato di conciliare gli impegni derivatile dagli accordi OMC
         con quelli sottoscritti nei confronti degli Stati ACP nonché con le esigenze inerenti all’attuazione della politica agricola
         comune, avrebbe potuto essere compromessa dal riconoscimento al giudice comunitario del controllo sulla legittimità delle
         misure comunitarie controverse alla luce delle norme dell’OMC alla scadenza del termine ragionevole concesso dall’ORC (v.,
         in tal senso, sentenza Van Parys, cit., punti 49 e 50).
      
      119    D’altronde, la Corte ha parimenti ricordato che il fatto di ammettere che il compito di assicurare la conformità del diritto
         comunitario alle norme dell’OMC incombe direttamente al giudice comunitario equivarrebbe a privare gli organi legislativi
         o esecutivi della Comunità del margine di manovra di cui dispongono gli organi analoghi delle controparti commerciali della
         Comunità. È pacifico che alcune parti contraenti, fra cui le controparti più importanti della Comunità da un punto di vista
         commerciale, hanno appunto tratto, alla luce dell’oggetto e dello scopo degli accordi OMC, la conseguenza che questi ultimi
         non figurano tra le norme alla luce delle quali i loro organi giurisdizionali controllano la legittimità del loro diritto
         interno. Una tale assenza di reciprocità, se la si ammettesse, rischierebbe di condurre a uno squilibrio nell’applicazione
         delle norme dell’OMC (sentenza Van Parys, cit., punto 53).
      
      120    Come risulta dalla giurisprudenza della Corte, non occorre inoltre operare una distinzione sotto tali aspetti a seconda che
         il controllo della legittimità dell’azione comunitaria debba intervenire ai fini del contenzioso di annullamento o per statuire
         su un ricorso di risarcimento (v., in tal senso, a proposito del periodo precedente la scadenza del termine ragionevole assegnato
         per attuare una decisione dell’ORC, sentenza Biret International/Consiglio, cit., punto 62).
      
      121    Da un lato, infatti, e come è stato evidenziato dalla Corte, la prospettiva di azioni risarcitorie può ostacolare l’esercizio
         del potere legislativo ogni volta che esso deve adottare, nell’interesse generale, provvedimenti normativi che possono ledere
         interessi di singoli (sentenze 25 maggio 1978, cause riunite 83/76, 94/76, 4/77, 15/77 e 40/77, Bayerische HNL Vermehrungsbetriebe
         e a./Consiglio e Commissione, Racc. pag. 1209, punto 5, e 5 marzo 1996, cause riunite C‑46/93 e C‑48/93, Brasserie du pêcheur
         e Factortame, Racc. pag. I‑1029, punto 45).
      
      122    D’altra parte, qualsiasi dichiarazione di illegittimità di un atto comunitario proveniente dal giudice comunitario, anche
         quando non avviente a titolo del potere di annullamento attribuito a tale giudice dall’art. 230 CE, è per sua natura idonea
         ad avere conseguenze sull’atteggiamento che deve adottare l’istituzione da cui proviene l’atto di cui trattasi. 
      
      123    In tal modo è così che, secondo costante giurisprudenza, quando la Corte accerta, nell’ambito di un procedimento ai sensi
         dell’art. 234 CE, l’invalidità di un atto emanato dalle autorità comunitarie, la sua decisione produce la conseguenza giuridica
         di imporre alle istituzioni competenti della Comunità europea l’obbligo di adottare i provvedimenti necessari per porre rimedio
         all’illegittimità accertata, applicandosi in tale caso per analogia l’obbligo previsto dall’art. 233 CE in caso di sentenza
         di annullamento (v., in particolare, ordinanza 8 novembre 2007, causa C‑421/06, Fratelli Martini e Cargill, punto 52 e giurisprudenza
         ivi citata).
      
      124    Orbene, non vi è nulla che consenta, a priori, di ritenere che la soluzione debba essere diversa nel caso di una sentenza
         che, pronunciata nell’ambito del contenzioso di risarcimento, dichiara l’illegittimità di un atto o di un’omissione comunitaria.
         Come ha rilevato l’avvocato generale al paragrafo 49 delle sue conclusioni, qualsiasi dichiarazione di illegittimità effettuata
         dal giudice comunitario, anche quando avviene nell’ambito di un ricorso per risarcimento, beneficia dell’autorità di giudicato
         e costringe quindi l’istituzione interessata ad adottare tutti i provvedimenti necessari per eliminare l’illegittimità rilevata.
         
      
      125    Per quanto riguarda la distinzione che le ricorrenti intendono tracciare  tra l’«effetto diretto» delle norme dell’OMC che
         impongono obblighi di natura sostanziale e l’«effetto diretto» di una decisione dell’ORC, affermando che dovrebbe essere possibile
         per i singoli ottenere dal giudice comunitario un controllo della liceità del comportamento delle istituzioni comunitarie
         rispetto alla decisione dell’ORC in sé e per sé, in mancanza della possibilità di un simile controllo sulle norme dell’OMC
         di cui tale decisione dichiara la violazione, occorre precisare quanto segue. 
      
      126    Anche se la Corte non è stata ancora chiamata a pronunciarsi su una tale distinzione, risulta tuttavia inequivocabilmente
         dalla sua giurisprudenza precitata che essa non ha ragione di esistere. 
      
      127    Infatti, dichiarando che le norme dell’OMC la cui violazione è stata constatata da una decisione dell’ORC non potevano, nonostante
         la scadenza del termine previsto per dare esecuzione a tale decisione, essere invocate dinanzi al giudice comunitario per
         ottenere da quest’ultimo che esaminasse la liceità del comportamento delle istituzioni comunitarie rispetto a tali norme,
         la Corte ha necessariamente escluso che tale controllo possa intervenire riguardo alla decisione dell’ORC in sé e per sé.
         
      
      128    Una decisione dell’ORC, che non ha altro oggetto che pronunciarsi sulla conformità del comportamento di uno Stato membro dell’OMC
         con gli obblighi contratti in tale contesto dal membro di cui trattasi, non può in linea di principio essere fondamentalmente
         distinta dalle norme sostanziali che traducono tali obblighi e rispetto alle quali opera tale controllo, almeno quando si
         tratta di stabilire se una violazione di tali norme o della detta decisione possa o meno essere invocata dinanzi al giudice
         comunitario al fine di controllare la liceità del comportamento delle istituzioni comunitarie.
      
      129    Proprio come le norme sostanziali contenute negli accordi OMC, una raccomandazione o una decisione dell’ORC che constata il
         mancato rispetto di tali norme non è, a prescindere dalla portata giuridica precisa attribuita a tale raccomandazione o decisione,
         idonea ad attribuire ai singoli un diritto di farla valere dinanzi al giudice comunitario per ottenere un controllo della
         liceità del comportamento delle istituzioni comunitarie. 
      
      130    Da un lato, infatti, e come risulta dai punti 113-124 della presente sentenza, le considerazioni legate alla natura degli
         accordi OMC nonché alla reciprocità e alla flessibilità che li caratterizzano, continuano a sussistere anche dopo che è stata
         adottata una decisione o raccomandazione e dopo che è scaduto il termine ragionevole assegnato per la sua attuazione. Le istituzioni
         comunitarie conservano, in particolare, un margine di valutazione discrezionale e di negoziazione rispetto ai loro partner
         commerciali nella prospettiva dell’adozione di provvedimenti destinati a dare seguito a tale decisione o raccomandazione e
         il detto margine discrezionale deve essere mantenuto. 
      
      131    Dall’altro lato, occorre sottolineare che, come risulta dall’art. 3, n. 2, dell’IRC, le raccomandazioni e decisioni dell’ORC
         non possono aumentare o diminuire i diritti e gli obblighi enunciati negli accordi considerati. Ne consegue in particolare
         che una decisione dell’ORC che constata la violazione di tale obbligo non può avere la conseguenza di costringere una parte
         negli accordi OMC a riconoscere ai singoli un diritto di cui essi non sono titolari in forza di tali accordi, in mancanza
         di detta decisione.
      
      132    Orbene, a tal riguardo si deve segnatamente rammentare che la Corte ha già affermato a proposito delle norme del GATT del
         1994, di cui l’ORC ha constatato la violazione nel caso di specie, che dette norme sono in particolare inidonee a creare in
         capo ai singoli diritti che questi possano invocare direttamente in giudizio ai sensi del diritto comunitario (v., in tal
         senso, ordinanza OGT Fruchthandelsgesellschaft, cit., punti 25 e 26).
      
      133    Dall’insieme delle considerazioni che precedono risulta che il Tribunale ha giustamente deciso che, nonostante la scadenza
         del termine impartito per attuare una decisione dell’ORC, il giudice comunitario non poteva, nel caso di specie, procedere
         ad un controllo della liceità del comportamento delle istituzioni comunitarie rispetto alle norme dell’OMC. 
      
      134    Poiché il primo motivo dell’impugnazione non è fondato in nessuna delle sue due parti, occorre respingerlo. 
      
       Sul secondo motivo dell’impugnazione, sulle impugnazioni incidentali e sulle richieste di sostituzione dei motivi 
       Argomenti delle parti
      135    Con un secondo motivo, la FIAMM e la Fedon sostengono che il Tribunale, laddove ha giudicato, in sede di esame delle loro
         domande formulate a titolo di responsabilità senza colpa della Comunità, che il danno da esse subìto non aveva un carattere
         anormale, ha seguito un ragionamento illogico e ha violato taluni principi giurisprudenziali consolidati.
      
      136    Nelle sentenze impugnate, il Tribunale non avrebbe tenuto conto del doppio requisito secondo cui il danno, per poter essere
         considerato normale, deve essere, da un lato, prevedibile e, dall’altro, inerente alle attività del settore di cui trattasi.
      
      137    Secondo la FIAMM e la Fedon, infatti, un danno causato da sanzioni doganali adottate da uno Stato terzo nel settore delle
         batterie industriali o degli astucci per occhiali in seguito ad una controversia nel settore della banana non sarebbe inerente
         ai primi due settori citati, come del resto confermerebbe proprio l’art. 22, n. 3, lett. a), dell’IRC. Tale danno sarebbe
         ancor meno prevedibile in quanto avrebbe un carattere punitivo inedito e sarebbe senza precedenti nella storia del GATT e
         dell’OMC come nelle relazioni tra la Comunità e gli Stati Uniti d’America. 
      
      138    Il ragionamento del Tribunale secondo cui il pregiudizio subìto non sarebbe anormale, in quanto l’art. 22, n. 3, dell’IRC
         autorizza l’adozione di provvedimenti di ritorsione, sarebbe contraddittorio. Ritenere un danno normale perché esso è conseguenza
         di un atto autorizzato dalla legge applicabile equivarrebbe, in effetti, a escludere la possibilità che un danno causato da
         un atto illecito possa far sorgere la responsabilità, il che sarebbe invece ammesso dalle sentenze impugnate.
      
      139    Il Consiglio ritiene che il Tribunale abbia giudicato a buon diritto che i danni allegati rientrano nei rischi normali che
         un esportatore deve assumersi nelle condizioni attuali del commercio mondiale. 
      
      140    Esso contesta tuttavia alcune delle motivazioni delle sentenze impugnate e chiede alla Corte di riformulare alcune delle motivazioni
         su tali punti o, nel pronunciarsi sulle impugnazioni incidentali che egli propone a tal riguardo, di annullare parzialmente
         dette sentenze.
      
      141    In primo luogo, dal momento che soltanto in metà degli ordinamenti giuridici degli Stati membri si prevedrebbe la possibilità,
         per di più rigorosamente disciplinata, di ottenere un risarcimento del danno derivante da taluni atti leciti dell’autorità
         pubblica, il Consiglio contesta l’affermazione che figura ai punti 160 della sentenza Fiamm e 153 della sentenza Fedon secondo
         cui esisterebbe un principio generale comune agli Stati membri che permette di affermare la responsabilità della Comunità
         in mancanza di comportamento illecito dei suoi organi.
      
      142    Anche supponendo l’esistenza di tale principio, il Tribunale avrebbe, in ogni caso, erroneamente giudicato che esso potrebbe
         applicarsi in una fattispecie come quella in esame, segnatamente in quanto:
      
      –        una responsabilità per omissione normativa pregiudicherebbe la libera scelta inerente al diritto di iniziativa della Commissione
         e il margine discrezionale del legislatore, rimettendo in discussione la separazione dei poteri e l’equilibrio istituzionale
         voluto dal Trattato;
      
      –        la mancanza di proporzionalità tra la responsabilità della Comunità per fatto di un atto illecito, sottoposta a condizioni
         assai restrittive per ciò che concerne l’illiceità del comportamento, e la responsabilità per omissione normativa lecita,
         che sarebbe legata solo al verificarsi di un danno anormale e speciale e che, di conseguenza, sarebbe più facile mettere in
         gioco, manifesterebbe un’incoerenza;
      
      –        la tesi così accolta dal Tribunale sarebbe in contraddizione con il ragionamento seguito da quest’ultimo per affermare l’impossibilità
         di invocare le norme dell’OMC nel contesto di un ricorso per risarcimento del danno fondato su un comportamento illecito della
         Comunità e, in particolare, con la necessità di non privare gli organi comunitari del margine di manovra di cui dispongono
         gli organi delle controparti commerciali della Comunità.
      
      143    In secondo luogo, le sentenze impugnate dichiarerebbero erroneamente l’esistenza di un danno reale, poiché la FIAMM e la Fedon
         non hanno provato né l’esistenza, né l’entità, né l’importo esatto di tale danno.
      
      144    In terzo luogo, per quanto riguarda il nesso da causalità, il Tribunale avrebbe ignorato il requisito per cui il danno deve
         derivare in modo sufficientemente diretto dal comportamento dell’istituzione interessata. Infatti, non vi sarebbe alcun automatismo
         tra la decisione dell’ORC del 25 settembre 1997 e l’applicazione della sovrattassa doganale in esame, poiché le autorità degli
         Stati Uniti d’America avevano discrezionalmente stabilito il fondamento di quest’ultima, i prodotti colpiti e il tasso di
         imposizione, mentre avrebbero potuto accettare le compensazioni offerte dalla Comunità.
      
      145    La Commissione ritiene, a sua volta, che il Tribunale, con le sentenze impugnate, abbia giustamente escluso l’esistenza di
         un danno anormale. Affinché un danno sia normale, non sarebbe necessario che il rischio del suo insorgere sia inerente al
         settore di attività dell’operatore. Il coinvolgimento nel commercio internazionale, a prescindere dal mercato di prodotti
         considerato, sarebbe seguito dal rischio di vedere un paese importatore adottare decisioni che influiscono per le ragioni
         più varie sulle relazioni commerciali.
      
      146    Pur chiedendo pertanto che il secondo motivo delle impugnazioni sia respinto, la Commissione ritiene tuttavia, analogamente
         al Consiglio, che il Tribunale abbia commesso numerosi errori di diritto per quanto riguarda la problematica della responsabilità
         della Comunità in assenza di comportamento illecito dei suoi organi. Poiché il dispositivo delle sentenze impugnate è comunque
         fondato, essa chiede alla Corte di procedere ad alcune sostituzioni delle motivazioni a tale riguardo.
      
      147    In primo luogo, e per quanto attiene all’affermazione relativa all’esistenza stessa del principio di una tale responsabilità,
         il Tribunale non poteva, secondo la Commissione, procedere ad un’innovazione così significativa, accontentandosi della motivazione
         generica contenuta ai punti 159 della sentenza FIAMM e 152 della sentenza Fedon.
      
      148    Infatti, tale principio non sarebbe mai stato riconosciuto dalla giurisprudenza, che avrebbe sistematicamente evitato la questione
         limitandosi a formulare un quadro di riferimento esclusivamente ipotetico senza stabilire affatto le condizioni, i settori
         e le ipotesi in cui tale responsabilità potrebbe eventualmente insorgere.
      
      149    Inoltre, enunciando ai punti 160 della sentenza FIAMM e 153 della sentenza Fedon le condizioni cui è subordinato il riconoscimento
         di tale responsabilità, il Tribunale avrebbe implicitamente ma inequivocabilmente deciso che detto principio di responsabilità
         si applica in qualsiasi ipotesi rientrante nella causa in esame, senza però verificare se tale condizione si giustificasse
         rispetto ai principi comuni agli ordinamenti giuridici degli Stati membri.
      
      150    In particolare, il Tribunale non avrebbe centrato il suo esame sulle ipotesi di responsabilità dei pubblici poteri in caso
         di azione legislativa, riferendosi invece, al punto 159 della sentenza FIAMM e al punto 152 della sentenza Fedon, in via assolutamente
         generale, alla possibilità di ottenere un risarcimento da parte dell’autore di un danno in assenza di colpa di quest’ultimo.
      
      151    Orbene, l’esame dei 25 ordinamenti giuridici degli Stati membri indicherebbe che, a differenza di casi come l’espropriazione
         per pubblica utilità o di risarcimento da parte dello Stato dei danni generati dall’attività pericolosa del medesimo o in
         ragione di una relazione particolare con la vittima, che sono, nella fattispecie, privi di pertinenza, qualsiasi obbligo di
         risarcimento nascente da un atto lecito dello Stato che sia espressione di un notevole potere discrezionale, in base per esempio
         a considerazioni di solidarietà o equità, sarebbe in particolare sconosciuto nell’ordinamento giuridico di gran parte degli
         Stati membri. Se tale tipo di responsabilità si riscontra, in presenza di circostanze eccezionali, nell’ordinamento giuridico
         di taluni altri Stati membri, esso sarebbe, in genere, limitato ai soli atti amministrativi, ad eccezione del solo diritto
         francese che ammetterebbe chiaramente tale tipo di responsabilità in presenza di un’attività legislativa, purché il danno
         sia anormale, speciale, grave e diretto, il legislatore non persegua interessi generali e non abbia escluso un risarcimento.
      
      152    Inoltre, il principio proprio del diritto francese non può essere trasposto nell’ordinamento giuridico comunitario. Infatti,
         mentre il fondamento di tale principio consisterebbe nel fatto che, in Francia, è escluso un controllo giurisdizionale della
         costituzionalità delle leggi da parte del Consiglio di Stato, l’ordinamento giuridico comunitario prevedrebbe, a sua volta,
         un sindacato della legittimità degli atti del legislatore rispetto al Trattato e ai principi fondamentali nonché una possibilità
         di invocare la responsabilità della Comunità in caso di violazione di queste norme superiori.
      
      153    In secondo luogo, la Commissione ritiene che, nel dichiarare, nelle sentenze impugnate, l’esistenza di un danno effettivo
         e certo, il Tribunale avrebbe snaturato tale argomentazione, avrebbe omesso di accertare concretamente l’effettività e la
         certezza di tale danno e avrebbe violato i principi relativi all’attribuzione dell’onere della prova.
      
      154    In terzo luogo, la Commissione ritiene, per ragioni analoghe a quelle esposte dal Consiglio, che il Tribunale abbia errato
         nella qualificazione giuridica dei fatti, dichiarando che la condizione relativa al nesso di causalità era soddisfatta nel
         caso di specie.
      
      155    Il Regno di Spagna chiede, parimenti, il rigetto del secondo motivo delle impugnazioni. Il fatto di imporre misure di ritorsione
         nell’ambito dell’OMC, anche in settori diversi da quelli che sono oggetto di una controversia, non avrebbe nulla di imprevedibile
         o di eccezionale, come attesterebbe la prassi.
      
      156    Con l’impugnazione incidentale che ha proposto nella causa C‑120/06 P e nella sua memoria di intervento nella causa C‑121/06 P,
         il Regno di Spagna chiede peraltro l’annullamento delle sentenze impugnate in quanto il Tribunale ha giudicato che il diritto
         comunitario prevedeva, in base al principio generale comune agli Stati membri, un sistema di responsabilità per un atto lecito.
         Inoltre, attribuendo a tale principio una portata altrettanto ampia di quella che risulta dalle condizioni enunciate ai punti 160
         della sentenza FIAMM e 153 della sentenza Fedon, il Tribunale ignorerebbe quanto da esso stesso dichiarato ai punti 159 della
         sentenza FIAMM e 152 della sentenza Fedon.
      
      157    Il fatto di ammettere la possibilità di una responsabilità della Comunità per un’omissione normativa, senza che esista una
         norma giuridica che possa essere fatta valere dal singolo danneggiato che obblighi la Comunità ad agire, equivarrebbe a violare
         il principio di reciprocità che il Tribunale ha fatto valere per negare l’esistenza di una responsabilità per comportamento
         illecito.
      
      158    Nelle sue osservazioni sulla memoria d’intervento del Regno di Spagna, la FEDON rileva che il Tribunale ha giustamente dichiarato
         che il principio di responsabilità da atto lecito degli organi comunitari sia già stato sancito e definito da una giurisprudenza
         costante, come la Corte avrebbe ricordato nella sua citata sentenza Dorsch Consult/Consiglio e Commissione.
      
      159    Poiché l’art. 288, secondo comma, CE tende a salvaguardare il principio fondamentale dello Stato di diritto, a tutela dei
         singoli e segnatamente dei loro diritti di proprietà e di iniziativa economica, in considerazione dell’orientamento liberale
         dell’ordinamento giuridico comunitario, esso dovrebbe essere interpretato in modo da favorire i principi più liberali che
         caratterizzano gli ordinamenti giuridici degli Stati membri. Inoltre, in un’Unione composta da 25 Stati membri, questa disposizione
         dovrebbe essere interpretata in modo flessibile, a meno che non si voglia renderla inapplicabile. Nella fattispecie, non occorrerebbe
         nemmeno prendere in considerazione gli ordinamenti giuridici dei nuovi Stati membri, essendo l’allargamento corrispondente
         successivo ai fatti del caso di specie.
      
      160    La censura del Regno di Spagna, vertente segnatamente sul fatto che il comportamento addebitato consisterebbe in un’omissione,
         sarebbe irricevibile per non essere stata formulata in primo grado. In ogni caso, la responsabilità della Comunità potrebbe
         sorgere tanto dalle omissioni quanto dagli atti delle istituzioni.
      
       Giudizio della Corte
      161    Con il primo motivo delle loro rispettive impugnazioni incidentali, il Consiglio ha in particolare chiesto l’annullamento
         delle sentenze FIAMM e Fedon e il Regno di Spagna quello della sentenza FIAMM in quanto il Tribunale avrebbe commesso errori
         di diritto consacrando un principio di responsabilità della Comunità in mancanza di comportamento illegittimo imputabile alle
         sue istituzioni o, ad ogni modo, considerando che tale principio è applicabile in presenza di un comportamento come quello
         in discussione nel caso di specie. Senza introdurre un’impugnazione incidentale, la Commissione chiede alla Corte di confermare
         il dispositivo delle sentenze impugnate, procedendo però ad una sostituzione dei motivi a questo stesso proposito.
      
      162    Poiché le censure così formulate contestano l’esistenza o l’applicabilità stessa del regime di responsabilità che le sentenze
         impugnate hanno applicato, occorre nel caso di specie esaminarle per prime.
      
      163    Infatti, occorre rilevare che, se l’errore di diritto così invocato fosse accertato, non occorrerebbe più statuire sul secondo
         motivo delle impugnazioni principali relativo al carattere anormale del danno subìto né sui due altri motivi di impugnazione
         incidentale relativi, l’uno, alla mancanza di carattere certo del danno e, l’altro, alla mancanza di nesso di causalità; in
         assenza di queste tre condizioni il regime di responsabilità al quale esse si presumono collegate non può esistere o essere
         applicabile. 
      
       Sul primo motivo delle impugnazioni incidentali e sulle richieste di sostituzione di motivi, vertenti sull’inesistenza di
         un regime di responsabilità senza colpa come sancito dalle sentenze impugnate 
      
      164    In via preliminare occorre sottolineare che, secondo la giurisprudenza costante richiamata al punto 106 della presente sentenza,
         dall’art. 299, secondo comma, CE risulta che la responsabilità extracontrattuale della Comunità e l’attuazione del diritto
         al risarcimento del danno subìto dipendono dalla sussistenza di un insieme di condizioni relative all’illiceità del comportamento
         rimproverato alle istituzioni, all’effettività del danno e all’esistenza di un nesso di causalità tra tale comportamento e
         il danno invocato. 
      
      165    La Corte ha, parimenti, ripetutamente ricordato che detta responsabilità non può sussistere se non ricorrono tutti i presupposti
         ai quali è subordinato l’obbligo di risarcimento di cui all’art. 88, secondo comma, CE (sentenza Oleifici Mediterranei/CEE,
         cit., punto 17).
      
      166    Così la Corte ha ritenuto che il giudice comunitario, quando constata che nessun atto e nessun’asserita omissione di un’istituzione
         presentano natura illecita, per cui non è soddisfatta la prima condizione dalla quale dipende la responsabilità extracontrattuale
         della Comunità ai sensi dell’art. 288, secondo comma, CE, può respingere interamente il ricorso, senza che sia necessario
         esaminare le altre condizioni di tale responsabilità, vale a dire la sussistenza del danno e l’esistenza di un nesso di causalità
         fra i comportamenti delle istituzioni e il danno lamentato (v., in particolare, sentenza KYDEP/Consiglio e Commissione, cit.,
         punti 80 e 81).
      
      167    Poiché la giurisprudenza della Corte considera, ai sensi dell’art.  288, secondo comma, CE, l’esistenza del regime di responsabilità
         extracontrattuale della Comunità e le sue condizioni di applicazione come derivanti dal comportamento illecito delle sue istituzioni,
         tale regime è in tal modo definito con certezza. Al contrario, ciò non accade per quanto riguarda un regime di responsabilità
         extracontrattuale della Comunità in mancanza di un comportamento illecito. 
      
      168    Contrariamente a quanto il Tribunale ha dichiarato nelle sentenze impugnate, in primo luogo non si può dedurre dalla giurisprudenza
         anteriore a tali sentenze che la Corte avrebbe consacrato il principio di tale regime. 
      
      169    Come la Corte ha segnatamente ricordato al punto 18 della citata sentenza Dorsch Consult/Consiglio e Commissione, cui il Tribunale
         fa riferimento ai punti 160 della sentenza FIAMM e 153 della sentenza Fedon, la Corte al contrario finora si è limitata, secondo
         i termini di una costante giurisprudenza, a precisare talune condizioni a cui tale responsabilità potrebbe sorgere nell’ipotesi
         di ammissione in diritto comunitario del principio della responsabilità della Comunità conseguente a un atto lecito (v. altresì,
         in termini analoghi, sentenza 6 dicembre 1984, causa 59/83, Biovilac/CEE, Racc. pag. 4057, punto 28). È solo a questo titolo
         che la Corte ha ricordato a tal riguardo, al punto 19 della citata sentenza Dorsch Consult/Consiglio e Commissione, che, se
         tale responsabilità dovesse essere riconosciuta in linea di principio, essa richiederebbe almeno che fossero riunite tre condizioni
         cumulative costituite dall’effettività del danno, dall’esistenza di un nesso di causalità tra esso e l’atto in questione nonché
         dal carattere anormale e speciale del danno.
      
      170    In seguito, quanto al regime di responsabilità riconosciuto nel diritto comunitario, la Corte, nel rammentare che è ai principi
         generali comuni ai diritti degli Stati membri che l’art. 288, secondo comma, CE fa rinvio in tema di responsabilità extracontrattuale
         della Comunità per i danni cagionati dalle sue istituzioni o dai suoi agenti nell’esercizio delle loro funzioni, ha considerato
         che il principio della responsabilità extracontrattuale della Comunità, che l’art. 288 sancisce così espressamente, altro
         non è se non un’enunciazione del generale principio, riconosciuto negli ordinamenti giuridici degli Stati membri, in forza
         del quale un’azione o un’omissione illecita comporta l’obbligo della riparazione del danno arrecato (sentenza Brasserie du
         pêcheur e Factortame, cit., punti 28 e 29).
      
      171    Per quanto riguarda specificamente la responsabilità derivante dall’attività legislativa, la Corte ha, inoltre, ben presto
         rilevato che se i principi che, negli ordinamenti giuridici degli Stati membri, disciplinano la responsabilità dei pubblici
         poteri per i danni recati ai singoli da atti normativi variano considerevolmente da uno Stato membro all’altro, è tuttavia
         possibile affermare che per gli atti normativi nei quali si traducono scelte di politica economica la responsabilità dei pubblici
         poteri sussiste solo eccezionalmente ed in circostanze particolari (sentenza Bayerische HNL Vermehrungsbetriebe e a./Consiglio
         e Commissione, cit., punto 5).
      
      172    Anche la Corte ha segnatamente dichiarato che, trattandosi di un atto normativo che implica scelte di politica economica,
         la responsabilità della Comunità in conseguenza di questo atto sussiste, alla luce di quanto dispone l’art. 288, secondo comma,
         CE, unicamente in caso di violazione grave di una norma superiore intesa a tutelare i singoli (v., in particolare, sentenze
         13 giugno 1972, cause riunite 9/71 e 11/71, Compagnie d’approvisionnement, de transport et de crédit e Grands Moulins de Paris/Commissione,
         Racc. pag. 391, punto 13; Bayerische HNL Vermehrungsbetriebe e a./Consiglio e Commissione, cit., punto 4; 8 dicembre 1987,
         causa 50/86, Les Grands Moulins de Paris/CEE, Racc. pag. 4833, punto 8, e 6 giugno 1990, causa C‑119/88, AERPO e a./Commissione,
         Racc. pag. I‑2189, punto 18).
      
      173    Essa ha precisato anche, a tal riguardo, che la norma giuridica la cui violazione dev’essere in tal modo constatata doveva
         essere preordinata a conferire diritti ai singoli [v., in tal senso, segnatamente, sentenze 4 luglio 2000, causa C‑352/98 P,
         Bergaderm e Goupil/Commissione, Racc. pag. I‑5291, punti 41 e 42, nonché 19 aprile 2007, causa C‑282/05 P, Holcim (Germania)/Commissione,
         Racc. pag. I‑2941, punto 47].
      
      174    La Corte ha, d’altronde, dichiarato che la concezione restrittiva della responsabilità della Comunità derivante dall’esercizio
         delle proprie attività normative si spiega con la considerazione che l’esercizio del potere legislativo, anche nei casi in
         cui esiste un controllo giurisdizionale sulla legittimità degli atti, non deve essere ostacolato dalla prospettiva di azioni
         risarcitorie ogni volta che esso deve adottare, nell’interesse generale della Comunità, provvedimenti normativi che possono
         ledere interessi di singoli e che, per altro verso, in un contesto normativo caratterizzato dall’esistenza di un ampio potere
         discrezionale, indispensabile per l’attuazione di una politica comunitaria, la responsabilità della Comunità può sussistere
         solo se l’istituzione di cui trattasi ha disconosciuto, in modo palese e grave, i limiti che si impongono all’esercizio dei
         suoi poteri (v., in particolare, sentenza Brasserie du pêcheur et Factortame, cit., punto 45).
      
      175    Infine, occorre constatare in proposito che, se l’esame comparativo degli ordinamenti giuridici degli Stati membri ha permesso
         alla Corte di procedere molto presto alla constatazione di cui al punto 170 della presente sentenza riguardante una convergenza
         di tali ordinamenti giuridici nel sancire un principio di responsabilità in presenza di un’azione o di un’omissione illecita
         della pubblica autorità, anche di ordine normativo, ciò non si verifica affatto per quanto riguarda l’esistenza eventuale
         di un principio di responsabilità in presenza di un atto o di un’omissione leciti della pubblica autorità, in particolare
         quando essi sono di ordine normativo.
      
      176    Alla luce di tutte le considerazioni che precedono occorre concludere che, allo stato attuale dell’evoluzione del diritto
         comunitario, non esiste un regime di responsabilità che consenta di far sorgere la responsabilità della Comunità per un comportamento
         rientrante nella sfera della competenza normativa di quest’ultima in una situazione in cui l’eventuale non conformità di tale
         comportamento agli accordi OMC non può essere invocata dinanzi al giudice comunitario. 
      
      177    Orbene, occorre ricordare che, nel caso di specie, il comportamento che, secondo le ricorrenti, ha causato loro un danno si
         colloca nell’ambito dell’attuazione di un’organizzazione comune di mercato ed è evidentemente compreso nella sfera dell’attività
         legislativa del legislatore comunitario.
      
      178    A tale proposito è indifferente che tale comportamento debba analizzarsi come un atto positivo, cioè l’adozione dei regolamenti
         nn. 1637/98 e 2362/98 in seguito alla decisione dell’ORC del 25 settembre 1997, o come un’omissione, cioè il fatto di essersi
         astenuto dall’adottare atti che siano idonei ad assicurare la corretta esecuzione di tale decisione. Infatti, l’omissione
         delle istituzioni comunitarie può rientrare del pari nella funzione normativa della Comunità, in particolare nell’ambito del
         contenzioso di responsabilità (v., in tal senso, sentenza Les Grands Moulins de Paris/CEE, cit., punto 9).
      
      179    Da quanto precede risulta che il Tribunale ha commesso un errore di diritto proclamando nelle sentenze impugnate l’esistenza
         di un regime di responsabilità extracontrattuale della Comunità derivante dall’esercizio legittimo di attività rientranti
         nella sfera normativa.
      
      180    A tale proposito, sono però necessarie due precisazioni.
      
      181    In primo luogo, occorre sottolineare che quanto dichiarato al punto 179 della presente sentenza non pregiudica l’ampio potere
         di valutazione discrezionale di cui eventualmente dispone il legislatore comunitario per accertare se, al momento dell’adozione
         di un dato atto normativo, la presa in considerazione di taluni effetti dannosi derivanti da tale adozione giustifichi la
         previsione di talune forme di risarcimento (v., in tal senso, in materia di politica agricola, sentenza 10 luglio 2003, cause
         riunite C‑20/00 e C‑64/00, Booker Aquaculture e Hydro Seafood, Racc. pag. I‑7411, punto 85).
      
      182    In secondo luogo, occorre ricordare che, secondo costante giurisprudenza, i diritti fondamentali fanno integralmente parte
         dei principi generali di cui la Corte assicura il rispetto. 
      
      183    Più precisamente, quanto al diritto di proprietà e alla libertà di esercizio delle attività professionali, la Corte ha da
         lungo tempo riconosciuto il loro carattere di principi generali del diritto comunitario, sottolineando che non costituiscono
         tuttavia prerogative assolute, ma che vanno considerati alla luce della loro funzione sociale. In questo modo, essa ha affermato
         che, se possono essere apportate restrizioni all’applicazione del diritto di proprietà e al libero esercizio di un’attività
         professionale, in particolare nell’ambito di un’organizzazione comune di mercato, ciò avviene a condizione che tali restrizioni
         rispondano effettivamente ad obiettivi di interesse generale perseguiti dalla Comunità e non costituiscano, rispetto allo
         scopo perseguito, un intervento sproporzionato ed inaccettabile, tale da ledere la sostanza stessa dei diritti così garantiti
         (v., in particolare, sentenze 11 luglio 1989, causa 265/87, Schräder HS Kraftfutter, Racc. pag. 2237, punto 15; Germania/Consiglio,
         cit., punto 78, e 30 giugno 2005, causa C‑295/03 P, Alessandrini e a./Commissione, Racc. pag. I‑5673, punto 86).
      
      184    Ne consegue che un atto normativo comunitario la cui applicazione determina restrizioni del diritto di proprietà e del libero
         esercizio di un’attività professionale che causerebbero un danno sproporzionale e inaccettabile alla sostanza stessa di tali
         diritti, per l’appunto nel caso in cui eventualmente non fosse stato previsto un risarcimento che possa evitare o attenuare
         tale danno, potrebbe far sorgere la responsabilità extracontrattuale della Comunità.
      
      185    In considerazione delle caratteristiche delle presenti cause, si deve parimenti ricordare che emerge dalla giurisprudenza
         della Corte che un operatore economico non può rivendicare un diritto di proprietà su una quota di mercato da esso detenuta
         in un determinato momento, dato che tale quota di mercato costituisce soltanto una posizione economica temporanea, esposta
         all’alea di un mutamento di circostanze (v. segnatamente, in tal senso, le citate sentenze Germania/Consiglio, punto 79, e
         Alessandrini e a./Commissione, punto 88). La Corte ha del pari precisato che non si possono estendere la tutela conferita
         dal diritto di proprietà o dal principio generale che garantisce il libero esercizio dell’attività professionale alla protezione
         dei semplici interessi o possibilità d’indole commerciale, la cui natura aleatoria è insita nell’essenza stessa dell’attività
         economica (sentenza 14 maggio 1974, causa 4/73, Nold/Commissione, Racc. pag. 491, punto 14).
      
      186    È così che un operatore la cui attività è diretta all’esportazione verso mercati di Stati terzi deve in particolare essere
         consapevole del fatto che la posizione commerciale di cui dispone in un dato momento può essere compromessa e modificata da
         diverse circostanze e che tra esse figura l’eventualità, del resto espressamente prevista e disciplinata dall’art. 22 dell’IRC,
         di vedere tale Stato terzo adottare misure di sospensione delle concessioni come reazione all’atteggiamento adottato dalle
         sue controparti commerciali nell’ambito dell’OMC e scegliere liberamente, in tale prospettiva, e come risulta dall’art. 22,
         n. 3, lett. a) e f), dell’IRC, i prodotti su cui applicare tali misure. 
      
      187    Nonostante risulti dai punti 176 e 179 della presente sentenza che il Tribunale ha commesso un errore di diritto, occorre
         rammentare che emerge da una costante giurisprudenza che, se dalla motivazione di una sentenza del Tribunale risulta una violazione
         del diritto comunitario, ma il dispositivo della medesima sentenza appare fondato per altri motivi di diritto, il ricorso
         avverso tale sentenza deve essere respinto (v., in particolare, sentenze 15 dicembre 1994, causa C‑320/92 P, Finsider/Commissione,
         Racc. pag. I‑5697, punto 37; 16 dicembre 1999, causa C‑150/98 P, CES/E, Racc. pag. I‑8877, punto 17, e 13 luglio 2000, causa
         C‑210/98 P, Salzgitter/Commissione, Racc. pag. I‑5843, punto 58).
      
      188    Ciò avviene nel caso di specie. Infatti, la Corte ha constatato che il diritto comunitario, allo stato attuale, non prevede
         un regime che consenta di affermare la responsabilità della Comunità per un comportamento normativo di quest’ultima in una
         situazione in cui l’eventuale non conformità di tale comportamento agli accordi OMC non può essere fatta valere dinanzi al
         giudice comunitario. Orbene, le richieste di risarcimento del danno delle ricorrenti erano dirette in particolare a mettere
         in causa la responsabilità della Comunità per tale comportamento. In tali circostanze, il Tribunale non poteva che respingere
         tali richieste, quali che fossero gli argomenti dedotti dalle ricorrenti a proprio sostegno (v., per analogia, sentenza Salzgitter/Commissione,
         cit., punto 59). Il Tribunale sarebbe così stato tenuto a respingere per tale motivo le domande delle ricorrenti se non avesse
         commesso l’errore di diritto che l’ha condotto a respingerle per altre ragioni (v., per analogia, citate sentenze Finsider/Commissione,
         punto 38, e CES/E, punto 18).
      
      189    Ne consegue che, benché fondato, il primo motivo dedotto a sostegno delle impugnazioni incidentali è irrilevante e dev’essere
         pertanto respinto (v., per analogia, sentenza Salzgitter/Commissione, cit., punto 60).
      
       Sul secondo motivo delle impugnazioni principali e sul secondo e terzo motivo delle impugnazioni incidentali 
      190    Tenuto conto della constatazione effettuata al punto 176 della presente sentenza e di quanto esposto al punto 163 della presente
         sentenza, non occorre esaminare il secondo motivo delle impugnazioni principali, relativo al carattere anormale del danno
         asseritamente subìto dalle ricorrenti, nonché il secondo e terzo motivo delle impugnazioni incidentali, relativi, l’uno, alla
         mancanza di carattere certo di tale danno e, l’altro, alla mancanza di nesso di causalità tra questo stesso danno e il comportamento
         delle istituzioni comunitarie. 
      
       Sulle richieste di risarcimento del danno per la durata del procedimento di primo grado 
       Argomenti delle parti
      191    In subordine, la FIAMM e la Fedon chiedono la concessione di un equo risarcimento in seguito alla durata eccessiva del procedimento
         di primo grado.
      
      192    Richiamando la sentenza 17 dicembre 1998, causa C‑185/95 P, Baustahlgewebe/Commissione (Racc. pag. I‑8417, punti 26‑49), la
         FIAMM afferma in proposito che, in primo luogo, la causa è per lei di grande importanza finanziaria, in secondo luogo che
         le questioni di fatto sono assai chiare, in terzo luogo che il protrarsi della durata del procedimento non è dovuto al comportamento
         di alcuna delle parti e, in quarto luogo, che il Tribunale non si è trovato ad esaminare circostanze eccezionali.
      
      193    La Commissione sostiene l’irricevibilità delle conclusioni della FIAMM e della Fedon su questo punto.
      
      194    Per quanto riguarda l’impugnazione della Fedon, tale irricevibilità sarebbe anzitutto imposta dall’art. 112, n. 1, lett. c),
         del regolamento di procedura della Corte, poiché la Fedon non ha affatto motivato tale domanda.
      
      195    Per quanto attiene alle due impugnazioni, l’irricevibilità si imporrebbe ratione materiae. Da un lato, come risulta dagli
         artt. 57 e 58 dello Statuto della Corte, l’impugnazione non può vertere su fatti nuovi che non erano già stati contestati
         in prima istanza. Dall’altro, la lunghezza del procedimento dinanzi al Tribunale non può neppure essere qualificata come vizio
         di procedura, poiché non ha incidenza sulla soluzione dei litigi.
      
      196    Infine, detta irricevibilità sarebbe parimenti giustificata ratione personae, essendo la Comunità rappresentata nel presente
         procedimento dal Consiglio e dalla Commissione e non dalla Corte, di cui fa integralmente parte il Tribunale cui nella fattispecie
         viene imputato il fatto all’origine della responsabilità richiamata.
      
      197    D’altra parte, un risarcimento fondato sull’equità, del tipo di quello che è stato concesso nella causa che ha dato origine
         alla citata sentenza Baustahlgewebe/Commissione, non sarebbe possibile nel caso di specie, poiché la FIAMM e la Fedon non
         sono tenute a versare al bilancio comunitario un importo che si presta ad un’eventuale riduzione.
      
      198    Infine, la lunghezza del procedimento dinanzi al Tribunale sarebbe, in ogni caso, giustificata dalla complessità della controversia,
         dalle alee procedurali collegate alla riunione di cause diverse proposte in cinque lingue diverse e in cui erano coinvolte
         tre istituzioni nonché una parte interveniente, dalla riassegnazione di tali cause ad un organo giurisdizionale a composizione
         allargata, nonché dalla circostanza che era pendente dinanzi alla Corte la citata causa Van Parys, che sollevava questioni
         di principio analoghe.
      
      199    Secondo il Regno di Spagna, le domande della FIAMM e della Fedon sono irricevibili in quanto non sono state fatte valere in
         primo grado e, pertanto, non hanno potuto essere trattate nelle sentenze impugnate.
      
       Giudizio della Corte
      200    Le domande delle ricorrenti dirette ad ottenere un equo risarcimento del danno dovuto al fatto che il procedimento dinanzi
         al Tribunale avrebbe ecceduto la durata ragionevole non possono essere accolte nel caso di specie.
      
      201    Per quanto riguarda la domanda della Fedon è sufficiente constatare che tale domanda, pur figurando nel petitum del ricorso,
         non è tuttavia affatto menzionata nel corpo del medesimo. 
      
      202    Orbene, ai sensi dell’art. 112, n. 1, lett. c), del regolamento di procedura, un atto di impugnazione deve contenere i motivi
         e gli argomenti di diritto invocati. Poiché tali motivi e argomenti che si distinguono dalle conclusioni del ricorso oggetto,
         a loro volta, dell’art. 112, n. 1, lett. d), del regolamento di procedura, sono del tutto assenti dal ricorso della Fedon,
         ne consegue che la domanda di equo risarcimento del danno presentata dalla medesima, che è del tutto priva di motivazione,
         deve essere respinta come manifestamente infondata.
      
      203    Quanto alla domanda della FIAMM, si deve rammentare che, in mancanza di qualsivoglia indizio del fatto che la durata del procedimento
         avrebbe influito sulla soluzione della controversia, il motivo secondo cui la durata del procedimento dinanzi al Tribunale
         ha superato i limiti della ragionevolezza non può, in via generale, condurre all’annullamento della sentenza pronunciata da
         quest’ultimo (v., in tal senso, sentenza Baustahlgewebe/Commissione, cit., punto 49).
      
      204    Nella presente causa, la FIAMM non ha d’altronde affermato che la durata asseritamente eccessiva del procedimento avrebbe
         avuto un’incidenza sulla soluzione della controversia, nè ha chiesto che la sentenza FIAMM fosse annullata per tale motivo.
         
      
      205    Orbene, secondo quanto risulta dall’art. 113, n. 1, del regolamento di procedura, le conclusioni dell’atto di impugnazione
         debbono avere per oggetto l’annullamento totale o parziale della decisione del Tribunale e, se del caso, l’accoglimento, totale
         o parziale, delle conclusioni presentate in primo grado, esclusa ogni nuova conclusione.
      
      206    A tal propostio, occorre rilevare che nella causa che ha dato orgine alla sentenza Baustahlgewebe/Commissione, cit., fatta
         valere dalla FIAMM, l’impugnazione presentata alla Corte era diretta contro una sentenza del Tribunale che aveva inflitto
         alla ricorrente un’ammenda per violazione delle regole di concorrenza, in base alla competenza di piena giurisdizione di cui
         dispone a tale fine, competenza di piena giurisdizione di cui la Corte stessa può beneficiare quando annulla tale sentenza
         del Tribunale e statuisce sul ricorso.
      
      207    Al punto 33 di detta sentenza, la Corte ha rammentato a tal proposito il diritto della ricorrente a un processo equo entro
         un termine ragionevole e, in particolare, ad ottenere una pronuncia sulla fondatezza delle accuse di violazione del diritto
         della concorrenza sollevate nei suoi confronti dalla Commissione e delle ammende inflittele per tale motivo.
      
      208    Avendo constatato che tale termine, nella fattispecie, era stato disatteso dal Tribunale, la Corte ha affermato, per ragioni
         di economia processuale e al fine di garantire un rimedio immediato ed effettivo a tale vizio procedurale, che un annullamento
         e una riforma della sentenza del Tribunale limitate alla sola questione della determinazione dell’importo dell’ammenda permettevano
         nel caso di specie la concessione dell’equo risarcimento richiesto (sentenza Baustahlgewebe/Commissione, cit., punti 47, 48
         e 141).
      
      209    Al contrario, la presente impugnazione è diretta contro una sentenza del Tribunale che respinge un ricorso di risarcimento
         fondato sull’art. 288, secondo comma, CE.
      
      210    Ne consegue che l’annullamento di tale sentenza non può portare alla concessione di un equo risarcimento per la durata eccessiva
         del procedimento dinanzi al Tribunale per una modifica della sentenza impugnata, poiché in tale procedimento il Tribunale
         non è affatto chiamato, come del resto neppure la Corte, a condannare le ricorrenti al pagamento di una somma da cui tale
         equo risarcimento potrebbe eventualmente essere sottratto.
      
      211    Pertanto, la domanda della FIAMM diretta ad ottenere un equo risarcimento del danno derivante dalla durata asseritamente eccessiva
         del procedimento dinanzi al Tribunale deve anch’essa essere respinta come irricevibile.
      
      212    D’altra parte, si deve precisare che, anche se la durata del procedimento dinanzi al Tribunale è stata effettivamente, nella
         fattispecie, notevole, la ragionevolezza di tale durata dev’essere valutata alla luce delle circostanze proprie di ciascuna
         causa e, in particolare, della rilevanza della lite per l’interessato, della complessità della causa nonché del comportamento
         del ricorrente e di quello delle autorità competenti (v., in particolare, sentenze Baustahlgewebe/Commissione, cit., punto 29,
         e 15 ottobre 2002, cause riunite C‑238/99 P, C‑244/99 P, C‑245/99 P, C‑247/99 P, da C‑250/99 P a C‑252/99 P e C‑254/99 P,
         Limburgse Vinyl Maatschappij e a./Commissione, Racc. pag. I‑8375, punto 210).
      
      213    Quanto al comportamento dell’autorità competente e al livello di complessità della causa, è necessario constatare che la considerevole
         durata del procedimento dinanzi al Tribunale nella fattispecie può spiegarsi in gran parte con un concorso di circostanze
         oggettive dipendenti dal numero di cause parallele successivamente introdotte dinanzi al Tribunale nonché con l’importanza
         delle questioni di diritto che tali cause sollevavano.
      
      214    Infatti, tali circostanze permettono di spiegare l’insorgere di una serie di rischi procedurali che hanno contribuito in modo
         decisivo a ritardare la soluzione delle controversie di cui trattasi e che non possono, nella fattispecie, essere considerati
         anormali, come la riunione, per motivi di connessione, di sei cause introdotte con lingue di procedura diverse o ancora la
         loro riassegnazione, prima ad una sezione ampliata, quindi ad un nuovo giudice relatore in seguito alla partenza del giudice
         relatore inizialmente designato e, infine, alla Grande Sezione del Tribunale, riassegnazione quest’ultima che ha comportato
         una riapertura della fase orale del procedimento. 
      
       Sulle spese
      215    Ai sensi dell’art. 69, n. 2, del regolamento di procedura, applicabile al procedimento di impugnazione in forza dell’art. 118
         del medesimo regolamento, la parte soccombente è condannata alle spese se ne è stata fatta domanda. Il n. 4, primo comma,
         di detto art. 69 prevede che gli Stati membri intervenuti nella causa sopportano le proprie spese.
      
      216    Poiché il Consiglio e la Commissione hanno chiesto la condanna della FIAMM e della Fedon, queste ultime, rimaste soccombenti,
         devono essere condannate alle spese. 
      
      217    Il Regno di Spagna sopporta le proprie spese.
      
      Per questi motivi, la Corte (Grande Sezione) dichiara e statuisce:
      1)      Le impugnazioni principali sono respinte.
      2)      Le impugnazioni incidentali sono respinte.
      3)      La Fabbrica italiana accumulatori motocarri Montecchio SpA, la Fabbrica italiana accumulatori motocarri Montecchio Technologies
            LLC, la Giorgio Fedon & Figli SpA e la Fedon America, Inc. sono condannate a sopportare le spese sostenute dal Consiglio dell’Unione
            europea e dalla Commissione delle Comunità europee.
      4)      Il Regno di Spagna sopporta le proprie spese.
      Firme
      * Lingua processuale: l’italiano.