CELEX: 52012PC0280
Language: it
Date: 2012-06-06
Title: Proposta di DIRETTIVA DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO che istituisce un quadro di risanamento e di risoluzione delle crisi degli enti creditizi e delle imprese di investimento e che modifica le direttive del Consiglio 77/91/CEE e 82/891/CE, le direttive 2001/24/CE, 2002/47/CE, 2004/25/CE, 2005/56/CE, 2007/36/CE e 2011/35/UE e il regolamento (UE) n. 1093/2010

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		52012PC0280
		
			/* COM/2012/0280 final - 2012/0150 (COD) */ Not executed
			
				
		
		
			
			   	RELAZIONE
1.           CONTESTO DELLA PROPOSTA
La capacità delle autorità nazionali e
unionali di gestire i problemi degli enti creditizi è stata messa a dura prova
dalla crisi finanziaria. I mercati finanziari dell’Unione europea sono ormai
integrati a tal punto che le crisi a livello nazionale in uno Stato membro
possono trasmettersi rapidamente ad altri Stati membri.
In questo contesto, nell’ottobre 2010 la
Commissione ha emanato una comunicazione[1] contenente piani
per un quadro unionale per la gestione delle crisi nel settore finanziario. Il
quadro fornirebbe alle autorità strumenti e poteri comuni ed efficaci per
prevenire le crisi bancarie, salvaguardando la stabilità finanziaria e
riducendo al minimo le perdite a carico del contribuente in caso di insolvenza.
A livello internazionale, i leader del G20
hanno sollecitato un riesame dei regimi di risoluzione delle crisi e del
diritto fallimentare alla luce delle recenti esperienze, per garantire che essi
consentano una liquidazione ordinata degli enti transfrontalieri grandi e
complessi[2]. A Cannes, nel novembre 2011
hanno approvato il documento del Consiglio per la stabilità finanziaria
(Financial Stability Board, FSB) “Caratteristiche essenziali dei regimi
efficaci di risoluzione delle crisi per gli enti finanziari” (“caratteristiche
essenziali”)[3], che stabilisce gli
elementi fondamentali che l’FSB reputa necessari ai fini di un regime efficace
di risoluzione delle crisi e la cui attuazione dovrebbe consentire alle
autorità di risolvere le crisi degli enti finanziari in maniera ordinata senza
che ciò incida sul contribuente, che sarebbe altrimenti esposto a perdite
derivanti dal sostegno alla solvibilità, pur tutelando allo stesso tempo la
continuità delle funzioni economiche fondamentali degli enti. Nel giugno 2012
il G20 dovrebbe iniziare i lavori di valutazione dei progressi compiuti
nell’applicazione di queste disposizioni nei diversi paesi. 
Nel giugno 2010 il Parlamento europeo ha
adottato una relazione di iniziativa riguardante raccomandazioni sulla gestione
transfrontaliera delle crisi nel settore bancario[4],
in cui sottolinea la necessità di un quadro unionale per la gestione delle
banche in dissesto e raccomanda di procedere verso una maggiore integrazione e
coerenza in materia di obblighi e meccanismi per la risoluzione delle crisi di
enti transfrontalieri. Nel dicembre 2010 il Consiglio ECOFIN ha adottato
conclusioni[5] in cui sollecita
l’istituzione di un quadro unionale per la prevenzione, gestione e risoluzione
delle crisi, sottolineando che dovrebbe applicarsi alle banche di ogni
dimensione, migliorare la collaborazione transfrontaliera e consistere di tre
pilastri (misure preparatorie e preventive, intervento precoce e strumenti e
poteri di risoluzione delle crisi). Questi ultimi dovrebbero “prefiggersi di
preservare la stabilità finanziaria tutelando la fiducia dei cittadini e del
mercato, porre in primo piano la prevenzione e la preparazione, fornire
strumenti di risoluzione credibili, consentire un’azione veloce e decisa,
attenuare l’azzardo morale e ridurre quanto più possibile i costi complessivi a
carico dei fondi pubblici assicurando un’equa ripartizione degli oneri tra le
parti interessate degli istituti finanziari, contribuire a una risoluzione
ordinata dei gruppi transfrontalieri, garantire la certezza giuridica, e
limitare le distorsioni della concorrenza.”
Inoltre un gruppo ad alto livello deve
presentare alla Commissione, nella seconda metà del 2012, una relazione in
cui esamina se l’adozione, in aggiunta alle riforme della regolamentazione attualmente
in corso, di riforme strutturali delle banche unionali rafforzerebbe la
stabilità finanziaria e migliorerebbe l’efficienza e la protezione dei
consumatori[6]. Le proposte del gruppo
saranno valutate separatamente una volta completati i lavori.
Infine, il 30 maggio 2012 la Commissione ha
indicato che avvierà un processo per «definire le tappe principali verso
un’unione economica e monetaria» «consistenti tra l’altro, nella transizione
verso un’unione bancaria, comprendente una vigilanza finanziaria integrata e un
regime unico di garanzia dei depositi»[7].
2.           ESITO DELLA CONSULTAZIONE DELLE PARTI
INTERESSATE E VALUTAZIONI DELL’IMPATTO
Nel periodo tra il 2008 e il 2012 i servizi
della Commissione hanno organizzato una serie di consultazioni e discussioni con
esperti e portatori di interesse riguardanti il risanamento e la risoluzione
delle crisi delle banche. Nel quadro dell’ultima consultazione pubblica prima
dell’adozione della proposta, nel gennaio 2011 è stato pubblicato un documento
di lavoro dei servizi della Commissione che descrive nel dettaglio le opzioni
potenziali considerate dai servizi della Commissione. La consultazione si è
conclusa il 3 marzo 2011. Nell’aprile 2012 sono state organizzate, con esperti
degli Stati membri, del settore bancario, del mondo accademico e di studi
legali, discussioni mirate in merito ad uno degli strumenti di risoluzione
delle crisi, il cosiddetto strumento di bail-in o di riduzione del debito, che
si sono concentrate sui parametri fondamentali dello strumento di riduzione del
debito, incluse in particolare le soglie per l’attivazione della risoluzione,
la portata del bail-in, il suo livello minimo potenziale, la risoluzione delle
crisi dei gruppi nonché il grandfathering. I documenti relativi alle
consultazioni pubbliche sono disponibili sul sito internet della Commissione
europea[8]. 
Su questa base la Commissione europea ha
preparato la presente proposta legislativa, nonché una valutazione d’impatto
della proposta, consultabile sul suo sito internet[9].
Sono state prese in considerazione le
osservazioni espresse dal comitato per la valutazione d’impatto nel suo primo e
secondo parere del maggio e giugno 2011. Inoltre il testo della valutazione
d’impatto è stato aggiornato per riflettere gli ultimi sviluppi nei forum internazionali
ed incorporare i risultati delle discussioni sullo strumento del bail-in
svoltesi nell’aprile 2012. In concreto, la valutazione d’impatto riveduta
migliora la presentazione del contesto giuridico e istituzionale descrivendo le
responsabilità delle autorità di vigilanza e di risoluzione delle crisi
nazionali e le relazioni tra la proposta di bail-in e i previsti requisiti
della CRD IV. Essa spiega meglio il contenuto delle opzioni, in particolare di
quella relativa allo strumento di bail-in/riduzione del debito, nonché gli
effetti dello strumento di bail-in sui costi di finanziamento delle banche e
delle imprese non finanziarie (PMI). È stata inserita una sezione relativa alla
coerenza della proposta con altre proposte di regolamentazione e sono state
infine ulteriormente chiariti i meccanismi di monitoraggio e valutazione
identificando gli indicatori più rilevanti da monitorare.
Le conclusioni della valutazione d’impatto
sono le seguenti:
·                        
La proposta di un quadro unionale di risoluzione
delle crisi per il settore bancario raggiungerà gli obiettivi di rafforzare la
stabilità finanziaria, ridurre l’azzardo morale, tutelare i depositanti e i
servizi bancari essenziali, risparmiare denaro pubblico e proteggere il mercato
interno degli enti finanziari.
·                        
Il quadro dovrebbe avere un impatto sociale
positivo: in primo luogo perché riduce la probabilità di una crisi sistemica
del settore bancario ed evita le perdite di welfare economico che fanno seguito
a una crisi bancaria, e in secondo luogo perché riduce al minimo l’esposizione
del contribuente a perdite derivanti dal sostegno agli enti in stato di
insolvenza.
·                        
I costi per la messa in opera di un simile quadro
derivano da un eventuale aumento dei costi di finanziamento per gli enti, a
causa della rimozione dell’implicito sostegno statale, e dai costi relativi ai
fondi di risoluzione delle crisi. Gli enti potrebbero trasferire tali costi
maggiorati ai clienti o agli azionisti, facendo scendere i tassi sui depositi,
aumentando i tassi sui prestiti e le commissioni bancarie o riducendo il
rendimento del capitale. Tuttavia, la concorrenza potrebbe ridurre la capacità
delle banche di trasferire la totalità dei costi. I vantaggi potenziali del
quadro in termini di welfare economico a lungo termine, derivanti dalla riduzione
della probabilità di una crisi sistemica, sono sostanzialmente più elevati del
costo potenziale.
3.           spiegazione generale: un quadro di
risanamento e risoluzione delle crisi
La necessità di un quadro di risanamento e
risoluzione delle crisi efficace
Le banche e le imprese di investimento (nel
seguito “enti”) forniscono servizi fondamentali ai cittadini, alle imprese e
all’economia nel suo insieme (raccolta dei depositi, erogazione dei prestiti e
gestione dei sistemi di pagamento). Un elemento fondamentale per l’attività di
questi enti è la fiducia e tali enti possono trovarsi rapidamente in crisi se i
loro clienti e le loro controparti perdono la fiducia nella loro capacità di
soddisfare i loro obblighi. In caso di fallimento le banche dovrebbero essere
liquidate in base alle procedure di insolvenza ordinarie. Tuttavia, le
interdipendenze esistenti tra gli enti creano il rischio di una crisi sistemica
quando i problemi di una banca possono estendersi a cascata all’intero sistema.
A causa di questo rischio sistemico e dell’importante funzione svolta dagli
enti, le procedure ordinarie di insolvenza potrebbero non essere appropriate in
alcuni casi e l’assenza di strumenti efficaci per la gestione degli enti in
crisi ha richiesto troppo spesso l’impiego di fondi pubblici per ripristinare
la fiducia in enti anche relativamente piccoli in modo da impedire che un
effetto domino di enti in dissesto danneggi seriamente l’economia reale.
Di conseguenza è necessario un quadro politico
efficace per gestire i fallimenti bancari in modo ordinato ed evitare il
contagio ad altri enti. La finalità di tale quadro sarebbe fornire alle
autorità competenti strumenti e poteri comuni ed efficaci per prevenire le
crisi bancarie, salvaguardando la stabilità finanziaria e riducendo al minimo
le perdite a carico del contribuente.
Preparazione e prevenzione, intervento
precoce e risoluzione delle crisi
A tal fine la gamma di poteri a disposizione
delle autorità pertinenti dovrebbe consistere di tre elementi: i) misure
preparatorie e piani per ridurre al minimo i rischi di problemi potenziali
(preparazione e prevenzione[10]); ii) in caso di
problemi incipienti, i poteri di arrestare il deterioramento della situazione
della banca in fase precoce in modo da evitare l’insolvenza (intervento precoce);
e iii) se l’insolvenza di un ente suscita preoccupazioni per quanto riguarda
l’interesse pubblico (ai sensi degli articoli 27 e 28), uno strumento chiaro
per risanare o liquidare la banca in modo ordinato preservando le sue funzioni
essenziali e limitando al massimo l’esposizione dei contribuenti alle perdite
in caso di insolvenza (risoluzione delle crisi). Nel loro complesso questi
poteri costituiscono un quadro efficace per il risanamento e, laddove
appropriato, la risoluzione delle crisi degli enti. Poiché la misura in cui una
singola banca costituisca un rischio per la stabilità finanziaria non può
essere accertata in anticipo, le autorità pertinenti dovrebbero disporre di
tali poteri in relazione a qualsiasi banca, indipendentemente dalle dimensioni
e dalla portata delle relative attività.
Risoluzione delle crisi – un regime
speciale per gli enti in materia di insolvenza
Nella maggior parte dei paesi, le società
bancarie e non bancarie in difficoltà finanziarie sono soggette a procedure di
insolvenza ordinarie, che consentono o il risanamento della società (che
implica una riduzione, concordata con i creditori, del suo debito) o la sua
liquidazione e l’imputazione delle perdite ai creditori o entrambe le cose. In
tutti i casi i creditori e gli azionisti non sono rimborsati appieno. Tuttavia
l’esperienza di diverse crisi bancarie indica che le leggi in materia di
insolvenza non sono sempre adatte a far fronte in modo efficiente al fallimento
di enti finanziari in quanto non tengono conto adeguatamente della necessità di
evitare distorsioni della stabilità finanziaria, mantenere servizi essenziali o
proteggere i depositanti. In aggiunta le procedure di insolvenza sono lunghe e,
in caso di risanamento, richiedono negoziati ed accordi complessi con i creditori,
a potenziale detrimento dei debitori e dei creditori in termini di ritardi,
costi e risultati. 
La risoluzione delle crisi costituisce
un’alternativa alle procedure ordinarie di insolvenza e offre i mezzi per
ristrutturare o liquidare una banca in dissesto e il cui fallimento creerebbe
preoccupazioni sotto il profilo dell’interesse pubblico (in quanto minaccerebbe
la stabilità finanziaria, la continuità delle funzioni essenziali di una banca
e/o la sicurezza dei depositi, delle attività dei clienti e dei fondi pubblici)[11].
Di conseguenza, la risoluzione delle crisi dovrebbe consentire di raggiungere,
per gli enti, risultati analoghi a quelli delle procedure di insolvenza
ordinarie tenuto conto delle regole unionali in materia di aiuti di Stato, in termini
di imputazione delle perdite ad azionisti e creditori, salvaguardando nel
contempo la stabilità finanziaria e limitando le perdite accollate ai
contribuenti chiamati a finanziare le misure di sostegno alla solvibilità. Nel
processo dovrebbe essere altresì garantita la certezza giuridica, la
trasparenza e la prevedibilità per quanto riguarda il trattamento degli
azionisti e dei creditori delle banche e dovrebbe essere preservato un valore
che potrebbe essere altrimenti distrutto nella bancarotta. Inoltre, eliminando
la certezza implicita del salvataggio pubblico degli enti, l’opzione della
risoluzione delle crisi dovrebbe incoraggiare i creditori non assicurati a
valutare meglio il rischio connesso ai loro investimenti. Inoltre, per poter
centrare gli obiettivi globali del quadro di risoluzione delle crisi occorre
che i relativi meccanismi di finanziamento nazionali siano in linea con le
regole sugli aiuti di Stato.
Trovare un punto di equilibrio tra la
prevedibilità per gli investitori e la discrezionalità per le autorità
Per salvaguardare i diritti di proprietà
esistenti, la risoluzione della crisi dovrebbe essere avviata quando la banca è
molto vicina all’insolvenza, ovvero sull’orlo del fallimento. Tuttavia il
giudizio sul punto di avvio della risoluzione della crisi può dipendere da
diverse variabili e fattori collegati alle condizioni di mercato prevalenti o a
questioni specifiche di liquidità o solvibilità, il che implica la necessità di
un certo grado di discrezionalità per l’autorità di risoluzione delle crisi.
Analogamente, le azioni concrete da adottare nel quadro della risoluzione non
dovrebbero essere predeterminate per qualsiasi banca, ma dovrebbero essere
adottate piuttosto sulla base delle circostanze concrete. 
Un quadro unionale con strumenti, principi e
procedure omogenee è necessario per garantire una convergenza adeguata nelle
modalità di attuazione da parte delle autorità nazionali. Nel delineare questo
quadro occorre trovare un equilibrio tra la necessità di lasciare alle autorità
di vigilanza la discrezionalità per tenere conto delle specificità di ciascun
caso e la necessità di garantire parità di condizioni operative e preservare
l’integrità del mercato unico. L’Autorità bancaria europea (ABE) dovrebbe
essere investita di un ruolo chiaro, consistente nell’emanazione di
orientamenti e norme tecniche che consentano un’applicazione uniforme dei
poteri di risoluzione delle crisi, nella partecipazione alla pianificazione
della risoluzione delle crisi di enti transfrontalieri e nello svolgimento di
una mediazione vincolante tra le autorità di vigilanza nazionali in caso di
disaccordi sull’applicazione del quadro.
Infine, il buon esito della risoluzione delle
crisi presuppone l’impiego di fondi sufficienti, ad esempio per l’emissione di
garanzie o l’erogazione di prestiti a breve termine, volti a far sì che le
parti essenziali di un’entità soggetta a risoluzione della crisi ritornino ad
essere economicamente sostenibili. Questi fondi dovrebbero essere forniti in
linea di massima dal settore bancario in modo equo e proporzionato e - nella
misura del possibile, tenuto conto del costo economico - in anticipo.
Considerate nel loro complesso, queste misure garantiscono che, a prescindere
dall’azione di risoluzione della crisi intrapresa, i costi siano sostenuti
principalmente dagli enti stessi e dai loro proprietari e investitori.
Il mercato interno – Trattamento dei gruppi
transfrontalieri
I gruppi transfrontalieri sono composti da
enti stabiliti in diversi Stati membri. Il quadro di risoluzione delle crisi
riconosce l’esistenza di gruppi transfrontalieri in Europa come uno dei fattori
trainanti per l’integrazione dei mercati finanziari dell’Unione. Esso
stabilisce regole speciali per i gruppi transfrontalieri per quanto riguarda la
preparazione e la prevenzione (articoli 7, 8, 11, 12 e 15), l’intervento
precoce (articolo 25) e la fase di risoluzione della crisi (articoli da 80 a 83)
nonché il trasferimento delle attività tra entità affiliate ad un gruppo in
periodi di dissesto finanziario (articoli da 16 a 22).
Le regole sui gruppi mirano ad equilibrare
l’esigenza di garantire che la risoluzione della crisi sia efficace per il
gruppo nel suo insieme con la necessità di proteggere la stabilità finanziaria
sia negli Stati membri in cui opera il gruppo che nell’Unione. Dotarsi di
metodi efficaci per la risoluzione delle crisi dei gruppi transfrontalieri è
l’unico modo per assicurare la stabilità finanziaria dell’Unione e migliorare
di conseguenza il funzionamento del mercato interno anche in tempi di crisi. In
particolare, e senza trascurare le garanzie necessarie per gli Stati membri
ospitanti, attribuendo un ruolo preminente all’autorità di risoluzione delle
crisi a livello di gruppo dovrebbe essere assicurata una risoluzione efficiente
e rapida che minimizzi la perdita di valore per il gruppo.
Nonostante il ruolo preminente attribuito
all’autorità di risoluzione a livello di gruppo, gli interessi delle autorità
di risoluzione delle crisi ospitanti saranno sufficientemente presi in
considerazione grazie: a) alla conclusione di intese di cooperazione tra le
autorità di risoluzione delle crisi tramite la creazione di collegi di tali
autorità; b) al riconoscimento che occorre tenere conto della stabilità
finanziaria in tutti gli Stati membri quando si prendono decisioni in materia
di gruppi; c) alla definizione di un chiaro processo decisionale che consenta a
tutte le autorità di manifestare le proprie opinioni, garantendo nel contempo
che venga presa una decisione unica in materia di risoluzione delle crisi di un
gruppo; e d) grazie all’istituzione di meccanismi per la composizione dei
conflitti tra le autorità di risoluzione delle crisi (mediazione dell’ABE).
L’ABE[12] svolgerà un
ruolo di mediazione vincolante, come previsto dal regolamento (UE) n. 1093/2010,
in particolare dall’articolo 19. In questo contesto si applicano tutte le
regole pertinenti di tale regolamento, compresi l’articolo 38 e l’articolo 44,
paragrafo 1.
Tutti questi meccanismi dovrebbero garantire
che la risoluzione delle crisi di un gruppo, o il sostegno finanziario tra enti
affiliati, non vada a detrimento di alcuna parte del gruppo e che non sia
trascurata la stabilità finanziaria dello Stato membro in cui è ubicata una
filiazione. 
4.           ELEMENTI GIURIDICI DELLA PROPOSTA
4.1.        Base giuridica
La base giuridica della presente proposta è
l’articolo 114 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che consente
l’adozione di misure di ravvicinamento delle disposizioni nazionali che hanno
per oggetto l’instaurazione e il funzionamento del mercato interno.
La proposta armonizza le leggi nazionali sul
risanamento e la risoluzione degli enti creditizi e delle imprese di
investimento per quanto necessario a garantire che gli Stati membri siano in
possesso dei medesimi strumenti e delle medesime procedure per affrontare
dissesti sistemici. In questo modo, il quadro armonizzato dovrebbe promuovere
la stabilità finanziaria nel mercato interno assicurando una capacità minima di
risoluzione delle crisi degli enti in tutti gli Stati membri e agevolando la
cooperazione tra le autorità nazionali quando si trovano ad affrontare il
dissesto di gruppi bancari transfrontalieri.
L’articolo 114 del trattato sul
funzionamento dell’Unione europea costituisce pertanto la base giuridica
appropriata.
4.2.        Sussidiarietà
In virtù del principio di sussidiarietà di cui
all’articolo 5, paragrafo 3, del trattato sull’Unione europea, nei settori che
non sono di sua competenza esclusiva l’Unione interviene soltanto se e nella
misura in cui gli obiettivi dell’azione prevista non possono essere conseguiti
in misura sufficiente dagli Stati membri, né a livello centrale né a livello
regionale e locale, ma possono, a motivo della portata o degli effetti
dell’azione in questione, essere conseguiti meglio a livello di Unione.
Solo un intervento a livello dell’Unione può
garantire che gli Stati membri applichino misure sufficientemente compatibili
quando si occupano di banche in dissesto. Sebbene il settore bancario
dell’Unione sia fortemente integrato, i dispositivi di gestione delle crisi
bancarie hanno carattere nazionale e si differenziano fortemente l’uno
dall’altro. Attualmente, molti ordinamenti giuridici nazionali non conferiscono
alle autorità i poteri necessari a procedere a una riduzione ordinata delle
attività degli enti finanziari preservando contemporaneamente i servizi
essenziali alla stabilità finanziaria e riducendo al minimo l’esposizione dei
contribuenti a perdite derivanti dal sostegno alla solvibilità. Norme nazionali
divergenti mal si prestano ad affrontare adeguatamente il problema della
dimensione transfrontaliera delle crisi, complicando le intese di cooperazione
tra lo Stato membro di origine e lo Stato membro ospitante.
Inoltre, differenze significative tra le
procedure nazionali per la risoluzione delle crisi potrebbero portare a rischi
inaccettabili per la stabilità finanziaria e mettere a rischio l’efficace
risoluzione delle crisi dei gruppi transfrontalieri. Dato che l’introduzione di
meccanismi per la risoluzione delle crisi a livello di Unione richiede una forte
armonizzazione delle pratiche e procedure nazionali, è opportuno che l’Unione
proponga le necessarie azioni legislative. La risoluzione delle crisi è
tuttavia strettamente legata a settori non armonizzati della legislazione
nazionale, come il diritto in materia di insolvenza e di proprietà. Pertanto,
la direttiva è lo strumento giuridico appropriato in quanto è necessario il suo
recepimento per garantire che il quadro sia attuato in un modo da consentire il
raggiungimento dell’effetto desiderato, all’interno delle specificità della
pertinente legislazione nazionale. 
4.3.        Proporzionalità 
In virtù del principio di proporzionalità, il
contenuto e la forma dell’azione dell’Unione si limitano a quanto necessario
per il conseguimento degli obiettivi stabiliti dai trattati.
In linea di principio, una banca in dissesto è
soggetta alle procedure ordinarie di insolvenza, come qualsiasi altra attività
d’impresa. Il settore bancario, tuttavia, è diverso dalla maggior parte delle
altre attività d’impresa in quanto svolge funzioni determinanti nel sistema
economico ed è particolarmente vulnerabile alle crisi sistemiche. Date queste
caratteristiche, la liquidazione di una banca può avere conseguenze più gravi
rispetto all’uscita dal mercato di altre imprese. Ciò può giustificare il
ricorso a norme e procedure speciali in caso di crisi bancaria. 
Dato che l’importanza sistemica del dissesto
di una banca non può essere preventivamente determinata con certezza, il quadro
proposto per la gestione della crisi è in linea di principio applicabile a
tutti gli enti creditizi, a prescindere dalla loro dimensione e complessità. Se
è certo che il fallimento di un ente la cui dimensione, importanza sul mercato
e interconnessione sono di livello mondiale provocherebbe una grave perturbazione
nel sistema finanziario globale e conseguenze economiche negative in diversi
paesi, è chiaro anche che il fallimento simultaneo, nel quadro di una crisi
diffusa, di molti piccoli enti che costituiscono una parte significativa del
settore bancario di un paese potrebbe avere sull’economia effetti altrettanto
devastanti. Il quadro assicura pertanto che le autorità di vigilanza e di
risoluzione delle crisi siano dotate di regole e procedure speciali per gestire
efficacemente il dissesto di qualsiasi tipo di banca in caso di rischio
sistemico. Tuttavia, nel contesto dei piani di risanamento e di risoluzione
delle crisi e nel ricorso ai vari strumenti a loro disposizione, è opportuno
che le autorità nazionali tengano conto del rischio, delle dimensioni e delle
interconnessioni dell’ente accertandosi che il regime sia applicato in modo
appropriato.
Le disposizioni sono pertanto proporzionate
rispetto agli obiettivi preposti. Inoltre, le limitazioni del diritto di
proprietà che l’esercizio dei poteri proposti può comportare devono essere in
linea con la Carta dei diritti fondamentali, secondo l’interpretazione della
Corte di giustizia dell’Unione europea. È per questo motivo che il punto
d’avvio della procedura di risoluzione delle crisi dovrebbe essere il più
possibile prossimo all’insolvenza e l’esercizio dei poteri di risoluzione delle
crisi dovrebbe limitarsi a quanto necessario per conseguire un obiettivo di
interesse generale, segnatamente il mantenimento della stabilità finanziaria
nell’Unione.
4.4.        Presentazione dettagliata
della proposta
4.4.1.     Oggetto e ambito di
applicazione (articolo 1)
La proposta affronta la gestione
(preparazione, piani di risanamento e risoluzione) delle crisi, in relazione a
tutti gli enti creditizi e ad alcune imprese di investimento. L’ambito di
applicazione della proposta è identico a quello della direttiva sui requisiti
patrimoniali (CRD)[13], che armonizza i
requisiti prudenziali per gli enti finanziari appartenenti ad un gruppo
bancario e le imprese di investimento. Le imprese di investimento devono far
parte del quadro poiché, come è stato dimostrato dal caso Lehman Brothers, un
loro fallimento può avere gravi conseguenze sistemiche. È altresì opportuno che
i poteri delle autorità di risoluzione della crisi si applichino anche alle
società di partecipazione quando uno o più enti creditizi o imprese
d’investimento filiazioni soddisfano le condizioni per la risoluzione della
crisi e l’applicazione degli strumenti e dei poteri di risoluzione delle crisi
all’entità madre è necessaria ai fini della risoluzione della crisi di una o
più delle sue filiazioni oppure del gruppo nel complesso.
4.4.2.     Autorità preposte alla
risoluzione delle crisi (articolo 3)
La proposta prevede che gli Stati membri
conferiscano poteri di risoluzione delle crisi ad autorità amministrative
pubbliche per garantire che gli obiettivi previsti possano essere raggiunti in
modo tempestivo. La proposta non precisa l’autorità specifica da nominare in
qualità di autorità preposta alla risoluzione delle crisi, in quanto ciò non è
necessario per garantire un’efficace risoluzione e interferirebbe con le
disposizioni costituzionali e amministrative dei singoli Stati membri. Ciascuno
Stato membro è pertanto libero di designare in qualità di autorità preposta
alla risoluzione, ad esempio, la banca centrale nazionale, l’autorità di
vigilanza finanziaria, il sistema di garanzia dei depositi, il ministero delle
finanze o un’autorità speciale.
Le autorità preposte alla risoluzione delle
crisi devono possedere adeguate competenze e risorse per gestire procedure di
risoluzione di banche a livello nazionale e transfrontaliero. Vista la
probabilità di conflitto di interessi, la separazione funzionale delle attività
di risoluzione dalle altre attività delle autorità designate è obbligatoria. 
4.4.3.     Piani di risanamento e di
risoluzione delle crisi (articoli da 5 a 13)
Il ricorso ad azioni tempestive basate sui
piani di risanamento può evitare che i problemi si aggravino e ridurre i rischi
di dissesto bancario. Gli enti saranno tenuti a redigere piani di risanamento
che stabiliscono modalità e misure che consentano di intervenire in fase
precoce per ripristinarne la sostenibilità economica a lungo termine in caso di
grave deterioramento della loro situazione finanziaria. I gruppi dovranno
elaborare piani sia a livello di gruppo che per i singoli enti facenti parte
del gruppo. Le autorità di vigilanza valuteranno e approveranno i piani di
risanamento. 
I piani di risoluzione delle crisi
consentiranno di applicare i meccanismi di risoluzione ad un ente riducendo al
minimo l’esposizione del contribuente alle perdite derivanti dal sostegno alla
solvibilità, pur tutelando le funzioni economiche fondamentali. Il piano di
risoluzione della crisi, elaborato in tempi normali dalle autorità preposte
alla risoluzione delle crisi in cooperazione con le autorità di vigilanza,
stabilirà le opzioni a disposizione per la risoluzione della crisi dell’ente a
partire da vari scenari, inclusa una crisi sistemica. Tali piani dovrebbero
comprendere dettagli sull’applicazione degli strumenti di risoluzione e su come
garantire la continuità delle funzioni essenziali. Un piano di risoluzione
della crisi di un gruppo dovrà includere sia un piano di risoluzione per il
gruppo sia i singoli piani per gli enti al suo interno.
4.4.4.     Poteri di affrontare o
eliminare impedimenti alla possibilità di risoluzione delle crisi (articoli da 14
a 16)
Sulla base del piano di risoluzione delle
crisi, le autorità preposte alla risoluzione valutano la possibilità di
risoluzione delle crisi per un ente o un gruppo. Se le autorità preposte alla
risoluzione delle crisi individuano ostacoli significativi che si frappongono
alla risoluzione delle crisi di un ente o di un gruppo, avranno il potere di
obbligare l’ente o il gruppo ad adottare misure opportune per agevolare la
risoluzione delle crisi. 
Tali provvedimenti possono includere: ridurre
la complessità, grazie a modifiche alla struttura giuridica od operativa, per
garantire che le funzioni essenziali siano giuridicamente ed economicamente
separate da altre funzioni; elaborare accordi sui livelli di servizio per
garantire la prestazione delle funzioni essenziali; stabilire dei limiti per le
esposizioni singole o aggregate; imporre requisiti in materia di segnalazione;
limitare o cessare le attività esistenti o proposte; restringere o impedire lo
sviluppo di nuove aree di attività o prodotti; emettere ulteriori strumenti di
capitale convertibili.
La valutazione della possibilità di
risoluzione delle crisi per i gruppi si fonda sul coordinamento, la
consultazione e la valutazione congiunta tra le autorità preposte alla
risoluzione delle crisi dei gruppi, le autorità preposte alla risoluzione delle
crisi delle filiazioni, altre autorità competenti pertinenti e l’ABE. 
Il ruolo dell’ABE sarà determinante per
garantire che la valutazione della possibilità di risoluzione delle crisi e
l’uso di poteri di intervento preventivo da parte delle autorità competenti
siano applicati uniformemente in tutti gli Stati membri. Concretamente, l’ABE
dovrà elaborare norme tecniche che definiscano i parametri necessari per
analizzare l’impatto sistemico dei piani di risoluzione delle crisi e norme
tecniche che specifichino gli aspetti da esaminare per valutare la possibilità
di risolvere le crisi di un ente o di un gruppo. 
4.4.5.     Sostegno finanziario
intragruppo (articoli da 17 a 23)
La proposta mira a superare le attuali
restrizioni giuridiche al sostegno finanziario da parte di un’entità di un
gruppo a favore di un’altra entità. Gli enti che operano all’interno di un
gruppo potranno concludere accordi per fornire sostegno finanziario (in forma
di prestiti, di garanzie o di conferimenti di attività utilizzabili in qualità
di garanzia per operazioni) ad altre entità del gruppo in difficoltà
finanziarie. La fornitura tempestiva di un simile sostegno finanziario può far
fronte all’insorgere di problemi finanziari all’interno dei singoli membri del
gruppo. L’accordo potrà essere approvato preventivamente dalle assemblee degli
azionisti di tutte le entità partecipanti, secondo quanto previsto dalla
normativa nazionale, e autorizzerà gli organi di gestione a fornire un sostegno
finanziario, se necessario, entro i termini dell’accordo. Su questa base vi
sarà maggiore certezza giuridica in quanto risulteranno chiare la tempistica e
la modalità di fornitura del sostegno finanziario. Gli accordi sono volontari e
consentono ai gruppi bancari di stabilire se le loro modalità siano
nell’interesse del gruppo (un gruppo può essere più o meno integrato e
perseguire in modo più o meno deciso una strategia comune) e di individuare le
imprese che dovrebbero essere coinvolte nell’accordo (può essere opportuno
escludere le imprese che esercitano attività più rischiose).
A titolo di tutela, l’autorità di vigilanza
dell’ente trasferente avrà il potere di vietare o limitare il sostegno
finanziario secondo l’accordo, se tale trasferimento mette a repentaglio la
liquidità o solvibilità del trasferente o la stabilità finanziaria. 
4.4.6.     Intervento precoce –
Amministrazione speciale (articoli da 23 a 26)
La proposta amplia i poteri delle autorità di
vigilanza in modo che possano intervenire in una fase precoce in caso di
deterioramento della situazione finanziaria o della solvibilità di un ente. I
poteri contemplati nella proposta integrano quelli conferiti alle autorità di
vigilanza di cui all’articolo 136 della direttiva sui requisiti patrimoniali.
Questi poteri non derogano ai diritti o agli obblighi procedurali stabiliti in
conformità al diritto societario. 
I poteri di intervento precoce comprendono la
possibilità di richiedere all’ente di attuare le disposizioni e le misure
previste nel piano di risanamento; elaborare un programma d’azione e un
calendario per la sua attuazione; convocare direttamente un’assemblea degli
azionisti, o richiedere all’organo di gestione di convocarla, proponendo
l’ordine del giorno e l’adozione di talune decisioni; richiedere all’ente di
elaborare un piano per la ristrutturazione dei debiti con i creditori. 
Inoltre, quando si ritiene che la solvibilità
di un ente sia ad un livello di rischio sufficientemente elevato da
giustificarlo, l’autorità di vigilanza avrà il potere di nominare un
amministratore straordinario per un periodo limitato. Compito principale
dell’amministratore straordinario è risanare la situazione finanziaria
dell’ente e provvedere a una sana e prudente gestione della sua attività. Un
amministratore straordinario sostituirà l’alta dirigenza dell’ente e ne
assumerà tutti i poteri, senza pregiudicare i diritti degli azionisti ordinari.
Il potere di nominare un amministratore speciale costituirà un elemento di
disciplina per la dirigenza e gli azionisti e rappresenterà un mezzo per
promuovere soluzioni mutuate dal settore privato a problemi che, se non
affrontati, potrebbero portare al dissesto di un ente. 
4.4.7.     Condizioni per la risoluzione
delle crisi (articolo 27)
La proposta
stabilisce parametri comuni per le soglie di applicazione degli strumenti di
risoluzione delle crisi. Le autorità possono intervenire quando un ente è
insolvente o molto vicino a diventarlo nella misura in cui il non intervento
comporta l’insolvenza dell’ente in un prossimo futuro. 
Al tempo stesso, è
necessario garantire il ricorso a misure invasive solo quando l’interferenza
con i diritti degli azionisti sia giustificata. Quindi, il ricorso alle misure
di risoluzione delle crisi è giustificabile solo quando l’ente è in dissesto, o
vi è la probabilità che lo sia, e non c’è altra soluzione per un risanamento
entro limiti di tempo accettabili. Inoltre, il ricorso a misure di risoluzione
delle crisi deve essere giustificato da motivi di interesse pubblico così come
definiti all’articolo 28.
4.4.8.     Principi generali – in
particolare il principio secondo cui nessun creditore può essere svantaggiato
(articolo 29) 
Il quadro stabilisce alcuni principi generali
che le autorità preposte alla risoluzione delle crisi dovranno rispettare. Questi
principi si riferiscono, tra l’altro, all’assegnazione delle perdite e al
trattamento degli azionisti e dei creditori, nonché alle conseguenze che l’uso
degli strumenti previsti potrebbe avere sulla gestione dell’ente. 
Il quadro stabilisce che le perdite, una volta
individuate attraverso un processo di valutazione (articolo 30), debbano essere
distribuite tra gli azionisti e i creditori dell’ente, in base alla gerarchia
dei crediti stabilita nell’ambito di ciascun regime di insolvenza nazionale.
Tuttavia, come osservato (cfr. punto 3), i regimi ordinari di insolvenza non
tengono sufficientemente conto della stabilità finanziaria o di altri aspetti
di interesse pubblico. Il quadro di risoluzione delle crisi stabilisce quindi
alcuni principi per l’assegnazione delle perdite che dovranno essere rispettati
indipendentemente da quanto stabiliscono i singoli regimi di insolvenza
nazionali. Tali principi sono i seguenti: a) le perdite devono essere prima
assegnate in toto agli azionisti e poi ai creditori; e b) i creditori della
stessa categoria possono essere trattati in maniera diversa se ciò è
giustificato da ragioni di interesse generale, in particolare per rafforzare la
stabilità finanziaria. Questi principi si applicano a tutti gli strumenti di
risoluzione delle crisi. Inoltre, per quanto riguarda lo strumento del bail-in,
il quadro stabilisce una gerarchia dei crediti più dettagliata (articolo 43), che
integrerà e se del caso sostituirà quella prevista dai diversi regimi di
insolvenza nazionali.
Nei casi in cui i creditori ricevono una somma
inferiore a quella che avrebbero recuperato se l’ente fosse stato liquidato con
procedura ordinaria di insolvenza, le autorità devono assicurare loro che
riceveranno la differenza. Questa eventuale compensazione sarà pagata
attingendo al fondo di risoluzione delle crisi. Il principio secondo cui le
perdite devono essere assegnate prima agli azionisti e poi ai creditori, unito
all’obbligo di avviare azioni di risoluzione delle crisi prima di ricorrere ad
un sostegno finanziario pubblico straordinario, consente, in linea di
principio, di garantire l’efficacia dell’obiettivo di ridurre al minimo le
perdite a carico del contribuente (articolo 29).
4.4.9.     Valutazione (articolo 30) 
L’attuazione degli strumenti e dei poteri di
risoluzione si basa sulla valutazione del valore reale delle attività e delle
passività dell’ente vicino al dissesto. Per questo motivo, il quadro include
una valutazione basata sul principio del “valore di mercato”, che garantirà che
le perdite siano rilevate al momento in cui per l’ente viene avviata una
procedura di risoluzione della crisi. 
Sarebbe opportuno che la valutazione fosse
effettuata da un esperto indipendente, a meno che non vi siano ragioni
d’urgenza, nel qual caso le autorità preposte alla risoluzione delle crisi
procederebbero ad una valutazione provvisoria che sarebbe successivamente
completata da una valutazione definitiva da parte di un esperto indipendente.
Alle autorità preposte alla risoluzione delle crisi sono stati accordati i
poteri necessari per modificare le proprie azioni di risoluzione della crisi[14]
sulla base di eventuali discrepanze tra la valutazione provvisoria e quella
definitiva. 
4.4.10.   Strumenti e poteri di
risoluzione delle crisi (articoli da 31 a 64)
Quando le
condizioni che giustificano il ricorso alla risoluzione sono riunite, le
autorità preposte possono utilizzare i seguenti strumenti di risoluzione delle
crisi:
(a)         
vendita dell’attività d’impresa;
(b)         
“ente-ponte”;
(c)         
separazione delle attività;
(d)         
bail-in.
Al fine di utilizzare tali strumenti, le
autorità di risoluzione delle crisi avranno i poteri di assumere il controllo
di un ente in dissesto o vicino al dissesto, assumere il ruolo degli azionisti
e dell’organo di gestione, trasferire attività e passività e far rispettare i
contratti.
Gli strumenti di risoluzione possono essere
applicati singolarmente o in combinazione. Tutti questi strumenti comportano un
certo livello di ristrutturazione della banca. Tale ristrutturazione non è una
caratteristica propria soltanto del bail-in. Lo strumento della separazione
delle attività deve essere applicato in tutti i casi, insieme agli altri
strumenti (articolo 32). L’uso di uno strumento di risoluzione delle crisi
dovrà essere coerente con il quadro degli aiuti di Stato dell’Unione, laddove
questo sia applicabile. Al riguardo, il ricorso al sostegno pubblico e/o l’uso
dei fondi di risoluzione delle crisi per enti in dissesto dovranno essere
notificati alla Commissione e saranno valutati in conformità con le
disposizioni pertinenti in materia di aiuti di Stato per stabilirne la
compatibilità con il mercato interno. 
La proposta contiene un insieme minimo di
strumenti di risoluzione delle crisi che tutti gli Stati membri dovrebbero
adottare. Tuttavia, le autorità nazionali saranno in grado di detenere, in
aggiunta, gli strumenti e i poteri nazionali specifici necessari per occuparsi
di enti in dissesto, se questi sono compatibili con i principi e gli obiettivi
del quadro UE di risoluzione e del TFUE e se non ostano all’efficace
risoluzione delle crisi a livello di gruppo[15]. Le autorità
nazionali di risoluzione delle crisi potranno usare tali strumenti e poteri
nazionali solo dimostrando che nessuno degli strumenti (applicati singolarmente
o in combinazione) previsti dal quadro UE consente loro di avviare azioni
efficaci di risoluzione delle crisi.
Lo strumento della vendita dell’attività
d’impresa consente alle autorità preposte di procedere alla vendita dell’ente
nella sua totalità, o di una parte della sua attività, a condizioni di mercato,
senza dover richiedere il consenso degli azionisti o soddisfare requisiti
procedurali altrimenti applicabili. Per quanto possibile in simili circostanze,
le autorità di risoluzione dovrebbero mettere sul mercato l’ente o le parti
della sua attività che devono essere cedute.
Lo strumento
dell’ente-ponte permette alle autorità preposte alla risoluzione di trasferire
la totalità o parte dell’attività di un ente a un’entità controllata da poteri
pubblici. L’ente-ponte deve essere autorizzato in conformità con la direttiva
sui requisiti patrimoniali e sarà gestito come un’impresa commerciale, entro i
limiti fissati dal quadro degli aiuti di Stato. L’operatività di un ente-ponte
è temporanea: il suo scopo è di vendere l’attività al settore privato quando le
condizioni di mercato siano adeguate.
Lo strumento della
separazione delle attività ha come fine di consentire alle autorità preposte
alla risoluzione di trasferire attività compromesse o problematiche a un
veicolo di gestione dove tali attività verranno gestite e le loro
problematicità risolte nel tempo. Le attività dovrebbero essere trasferite al
valore di mercato o al valore economico a lungo termine (a norma dell’articolo 30)
in modo che le perdite siano rilevate al momento del trasferimento. Al fine di
ridurre al minimo le distorsioni della concorrenza e il rischio di azzardo
morale, questo strumento dovrebbe essere utilizzato solo congiuntamente a un
altro strumento di risoluzione.
Strumento del
bail-in (articoli da 37 a 51)
Lo strumento del
bail-in consentirà alle autorità di risoluzione delle crisi di ridurre gli
importi dovuti ai creditori di un ente in dissesto non garantiti e di
convertire tali crediti in capitale. Lo strumento può essere utilizzato per
ricapitalizzare un ente in dissesto o vicino al dissesto, consentendo alle
autorità di ristrutturarlo attraverso la procedura di risoluzione e di
ripristinarne la sostenibilità economica dopo la riorganizzazione e la
ristrutturazione. Ciò consentirebbe una maggior flessibilità di risposta da
parte delle autorità in caso di dissesto di enti finanziari grandi e complessi.
Lo strumento verrebbe accompagnato dalla rimozione dell’organo di gestione
responsabile dei problemi dell’ente in questione e dall’attuazione di un piano
di risanamento. 
Le autorità di
risoluzione delle crisi dovrebbero avere il potere di ricorrere al bail-in per
tutte le passività dell’ente. Vi sono, tuttavia, alcune passività che sarebbero
escluse ex-ante (quali ad esempio le passività garantite, i depositi coperti e
le passività con scadenza residua inferiore a un mese). In via eccezionale e
qualora esistesse la giustificata necessità di garantire le operazioni
essenziali dell’ente, le sue aree di attività principali o la stabilità
finanziaria (articolo 38) l’autorità di risoluzione potrebbe escludere le
passività risultanti da derivati. L’applicazione armonizzata in tutta l’UE di
questa possibile esclusione sarà garantita da atti delegati della Commissione. 
Per applicare lo
strumento del bail-in le autorità preposte alla risoluzione delle crisi devono
essere in grado di garantire che gli enti abbiano in bilancio una quantità
sufficiente di passività che potrebbero essere soggette al bail-in. L’importo
minimo sarà proporzionato e adattato per ciascuna categoria di enti sulla base
del loro rischio o della composizione delle fonti di finanziamento (articolo 39).
L’applicazione armonizzata in tutta l’UE di questo importo minimo sarà garantita
da atti delegati della Commissione. A titolo di esempio, e sulla base di
elementi di prova forniti dalla recente crisi finanziaria nonché di simulazioni
effettuate con l’aiuto di modelli, il 10% del totale delle passività (oltre al
patrimonio di vigilanza) rappresenterebbe una percentuale adeguata ai fini del
bail-in. 
Come illustrato al
punto 4.4.8, gli articoli 43 e 44 stabiliscono una gerarchia dettagliata che
integra e se del caso sostituisce quella prevista dai diversi regimi di
insolvenza nazionali. In linea di principio, i crediti degli azionisti
dovrebbero essere esauriti prima di quelli dei creditori subordinati. È
soltanto quando tali crediti sono esauriti che le autorità preposte alla
risoluzione delle crisi possono imputare le perdite ai crediti di primo rango
(articoli 43 e 44). Possono esserci casi, tuttavia, in cui le autorità preposte
alla risoluzione potrebbero interferire nei diritti dei creditori senza aver
prima esaurito i crediti degli azionisti. Si tratta di circostanze specifiche
dello strumento del bail-in, che potrebbero verificarsi qualora un ente
soggetto a risoluzione abbia del capitale residuo (in base alle condizioni per
la risoluzione della crisi, un ente è in dissesto o a rischio di dissesto se ha
esaurito tutto il proprio patrimonio o una parte sostanziale di esso). In
questo caso, le autorità preposte alla risoluzione delle crisi potrebbero, dopo
aver assegnato le perdite agli azionisti e ridotto o cancellato la maggior
parte dei crediti degli azionisti, convertire in capitale i crediti subordinati
e, se necessario, le passività di primo rango. Questa conversione dovrà
avvenire in maniera tale da diluire significativamente i rimanenti crediti
degli azionisti. 
4.4.11.   Restrizioni del diritto di
recesso e protezioni per le controparti (articoli da 68 a 73 e articolo 77)
Per un’efficace
applicazione degli strumenti di risoluzione, è necessario che le autorità di
risoluzione delle crisi possano imporre una sospensione temporanea
dell’esercizio da parte di creditori e controparti dei diritti esecutori dei
loro diritti e dei diritti di close-out, o di anticipare il termine o comunque
recedere dai contratti nei confronti di un ente in dissesto. Tale sospensione
temporanea, che dovrebbe durare al massimo fino alle 17.00 del giorno lavorativo
successivo, fornisce alle autorità il lasso di tempo necessario ad individuare
e valutare i contratti che devono essere trasferiti a una terza parte solvente,
senza correre il rischio che il valore e il contenuto dei contratti finanziari
cambino in seguito all’esercizio del diritto di recesso da parte delle
controparti. I diritti di recesso per le controparti che restano con l’ente in
dissesto riprendono normalmente corso alla fine del periodo di sospensione. Al
contrario, il trasferimento a una terza parte solvente non deve considerarsi
come un caso di inadempimento tale da giustificare il diritto di recesso.
Queste necessarie
restrizioni dei diritti contrattuali sono controbilanciate da una protezione
per le controparti che consiste nel divieto per le autorità di frazionare
obbligazioni, diritti e contratti collegati: se si procede a un trasferimento
parziale di beni, è necessario trasferire la totalità dei contratti collegati
oppure non trasferirli affatto. I contratti in questione comprendono: accordi
di netting per close-out, accordi di compensazione, contratti di garanzia
finanziaria con trasferimento del titolo di proprietà, accordi di garanzia e
contratti di finanza strutturata.
4.4.12.   Restrizioni applicabili ai
procedimenti giudiziari (articoli 77 e 78) 
Ai sensi dell’articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali, le
parti interessate hanno diritto a un giudice imparziale e a disporre di mezzi
di ricorso efficaci nei confronti delle misure che le riguardano. Di
conseguenza, occorre prevedere la possibilità di ricorso giurisdizionale
avverso le decisioni prese dalle autorità di risoluzione delle crisi. Inoltre,
sia per tutelare i terzi che hanno acquistato attività, diritti e passività
dell’ente soggetto a risoluzione della crisi in virtù dell’esercizio dei poteri
delle autorità in tal senso, sia per assicurare la stabilità dei mercati
finanziari, il ricorso giurisdizionale non dovrebbe incidere sugli atti
amministrativi e/o sulle transazioni conclusi in base a una decisione di
risoluzione della crisi annullata. Occorre pertanto limitare le misure
correttive applicate a una decisione indebita al riconoscimento alle persone
lese di un indennizzo per i danni subiti.
È inoltre necessario evitare l’avvio di altre
azioni legali in relazione ad una banca soggetta a risoluzione di una crisi. A
questo scopo, il quadro prevede che, prima che il giudice nazionale avvii le
procedure di insolvenza relative ad un ente, ne informi l’autorità nazionale
preposta alla risoluzione delle crisi, la quale ha il diritto, entro 14 giorni
dalla notifica, di decidere di avviare un’azione di risoluzione della crisi nei
confronti dell’ente interessato. 
4.4.13.   Risoluzioni transfrontaliere
(articoli da 80 a 83)
Il quadro di risanamento e risoluzione delle
crisi tiene conto della natura transfrontaliera di alcuni gruppi bancari, con
l’obiettivo di creare un quadro completo e integrato per il risanamento e la
risoluzione delle crisi bancarie nell’Unione. 
Di conseguenza, i piani di risanamento e
risoluzione delle crisi devono essere preparati, concordati e attuati per
l’intero gruppo, tenendo però conto delle peculiarità della struttura di
ciascun gruppo e della ripartizione delle responsabilità tra le autorità del
paese ospitante e quelle del paese di origine. Ciò sarà realizzato attraverso
misure che richiederanno una più stretta cooperazione tra le autorità nazionali
e la creazione di incentivi per l’applicazione di un approccio di gruppo in
tutte le fasi di preparazione, risanamento e risoluzione. 
Saranno costituiti collegi di risoluzione con
una leadership chiara e con la partecipazione dell’Autorità bancaria europea
(ABE). L’ABE agevolerà la collaborazione tra le autorità e, se necessario,
ricoprirà un ruolo di mediazione. L’obiettivo dei collegi è coordinare le
misure preparatorie e di risoluzione tra le autorità nazionali per garantire
soluzioni ottimali a livello UE.
4.4.14.   Relazioni con paesi terzi
(articoli da 84 a 89)
Dato che molte banche e gruppi bancari dell’UE
sono attivi in paesi terzi, un quadro efficace per la risoluzione delle crisi
deve prevedere la cooperazione con le autorità di tali paesi. La proposta
conferisce alle autorità dell’UE i poteri necessari a sostenere azioni esterne
di risoluzione per una banca estera dissestata, conferendo efficacia al trasferimento
delle sue attività e passività situate nell’UE o soggette alla sua
giurisdizione. Tuttavia, tale sostegno viene fornito solo se l’azione estera
garantisce condizioni eque e di parità di trattamento per creditori e
depositanti locali e non compromette la stabilità finanziaria dello Stato
membro. Le autorità dell’UE preposte alla risoluzione dovrebbero altresì avere
il potere di applicare strumenti di risoluzione alle succursali nazionali di
enti di paesi terzi, nel caso in cui la risoluzione separata si rendesse
necessaria per ragioni di stabilità finanziaria o per la protezione dei
depositanti locali. La proposta prevede che il sostegno alle azioni esterne di
risoluzione delle crisi sia accordato nel caso in cui le autorità preposte alla
risoluzione abbiano stretto un’intesa di cooperazione con le autorità preposte
dei paesi terzi. Tali accordi dovrebbero costituire un mezzo per garantire
un’efficace attività di pianificazione, decisione e coordinamento rispetto ai
gruppi internazionali. 
È opportuno che l’ABE elabori e concluda
accordi quadro amministrativi con le autorità dei paesi terzi a norma
dell’articolo 33 del regolamento (UE) n. 1093/2010 e che le autorità
nazionali concludano accordi bilaterali conformi, per quanto possibile, agli
accordi quadro dell’ABE. 
4.4.15.   Finanziamento delle risoluzioni
delle crisi (articoli da 90 a 99)
La risoluzione delle crisi consente una
migliore ripartizione dei costi tra azionisti e creditori quando le procedure
di insolvenza sono ritenute inadeguate alla luce dei potenziali rischi alla
stabilità finanziaria. È tuttavia possibile che ciò non sia sempre sufficiente
e debba essere integrato da finanziamenti supplementari allo scopo, ad esempio,
di fornire liquidità ad una banca-ponte. Sulla base delle esperienze passate,
per ridurre al minimo l’esposizione dei contribuenti a perdite derivanti dal
sostegno alla solvibilità, è necessario stabilire meccanismi di finanziamento
finanziati dagli enti stessi. Gli articoli da 90 a 99 stabiliscono le
disposizioni necessarie a tale scopo. 
L’articolo 89 prevede l’introduzione di
meccanismi di finanziamento in ciascuno Stato membro. Gli obiettivi per i quali
essi possono essere usati sono elencati all’articolo 89, paragrafo 2, e vanno
dalle garanzie ai prestiti e ai contributi. Le perdite sono in primo luogo
sostenute dagli azionisti e dai creditori, ma, in linea di principio, non si
possono escludere altri meccanismi di finanziamento. 
L’articolo 90 stabilisce le regole sui
contributi ai meccanismi di finanziamento e prevede contributi ex-ante
integrati da contributi ex-post e, ove necessario, prestiti da enti finanziari
o dalla banca centrale. Per assicurare che alcuni fondi siano sempre
disponibili, e visto il carattere prociclico dei finanziamenti ex-post, viene
stabilito un livello minimo, da raggiungere con contributi ex-ante nell’arco di
dieci anni. Calcolato in base a modelli, l’obiettivo minimo ottimale è fissato
all’1% dei depositi coperti. 
Per migliorare la resilienza dei meccanismi di
finanziamento nazionali, l’articolo 97 prevede il diritto per i meccanismi
nazionali di concedere prestiti alle loro controparti in altri Stati membri. Per
tener conto della distribuzione delle competenze tra le varie autorità
nazionali nella risoluzione delle crisi a livello di gruppo, l’articolo 98
stabilisce regole sui rispettivi contributi dei meccanismi nazionali di
finanziamento alla risoluzione delle crisi a livello di gruppo. Tale contributo
sarà basato su quello precedentemente concordato nell’ambito dei piani di
risoluzione delle crisi a livello di gruppo. I meccanismi nazionali di
finanziamento, insieme ai meccanismi di prestito e alla messa in comune dei
meccanismi nazionali in caso di risoluzione delle crisi dei gruppi
transfrontalieri (articolo 98) costituiscono un sistema europeo di meccanismi
di finanziamento. 
L’articolo 99 tratta il ruolo dei sistemi di
garanzia dei depositi nel quadro di risoluzione delle crisi. I sistemi di
garanzia dei depositi possono essere chiamati a contribuire alla risoluzione
delle crisi in due modi.
In primo luogo, i sistemi di garanzia dei
depositi devono contribuire a garantire la continuità dell’accesso ai depositi
coperti. Sistemi di garanzia dei depositi sono attualmente presenti in tutti
gli Stati membri, in linea con la direttiva 94/19/CE. Essi indennizzano i
depositanti al dettaglio fino a 100 000 EUR per i depositi non
disponibili, prima di diventare oggetto di surrogazione nelle procedure di
liquidazione. La risoluzione delle crisi, da parte sua, evita la non
disponibilità dei depositi coperti, cosa che dal punto di vista dei depositanti
risulta preferibile. È pertanto auspicabile che il sistema di garanzia dei
depositi contribuisca per un importo equivalente alle perdite che esso avrebbe
dovuto sostenere nelle procedure ordinarie di insolvenza, come risulta
dall’articolo 99, paragrafo 1. Affinché il finanziamento sia sufficiente, i
sistemi di garanzia dei depositi sono integrati nella gerarchia dei crediti e
hanno pari trattamento rispetto ai crediti non privilegiati non garantiti. I
contributi dei sistemi di garanzia dei depositi devono essere in contanti, per
assorbire le perdite relative ai depositi coperti. 
In secondo luogo, mentre gli Stati membri
devono almeno usare i sistemi di garanzia dei depositi per fornire contanti che
possano garantire il mantenimento dell’accesso ai depositi coperti, resta a
loro discrezione scegliere come finanziare la risoluzione delle crisi: possono
decidere di creare meccanismi di finanziamento separati dai sistemi di garanzia
dei depositi, o di usare i loro sistemi di garanzia dei depositi anche come
meccanismi di finanziamento a titolo dell’articolo 91. Tra i sistemi di
garanzia dei depositi e la risoluzione delle crisi vi sono effetti di sinergia.
L’esistenza di un quadro di risoluzione delle crisi che limita il contagio
diminuisce il numero di dissesti bancari e, di conseguenza, le probabilità di
ricorso ai sistemi di garanzia dei depositi. La proposta consente pertanto agli
Stati membri di avvalersi dei sistemi di garanzia dei depositi ai fini della risoluzione
delle crisi realizzando economie di scala. Quando i due meccanismi sono
separati, il sistema di garanzia dei depositi è responsabile della protezione
dei depositanti coperti alle condizioni di cui all’articolo 99, paragrafi da 1
a 4, mentre i meccanismi di finanziamento separati stabiliti a norma
dell’articolo 91 forniscono un finanziamento supplementare. Invece, quando essi
optano per un meccanismo di finanziamento unico, questo sarà utilizzato sia per
coprire le perdite relative ai depositi coperti che per altri scopi, a norma
dell’articolo 92. In quel caso, il sistema di garanzia dei depositi deve
rispettare tutte le condizioni sui contributi, i prestiti e la messa in comune
di cui agli articoli da 93 a 98. 
In ogni caso, se il sistema di garanzia dei
depositi ha versato un contributo e, in un secondo momento, si verifica il
dissesto dell’ente soggetto a risoluzione delle crisi senza che il sistema di
garanzia dei depositi disponga di fondi sufficienti per rimborsare i
depositanti, il sistema di garanzia dei depositi deve dotarsi di dispositivi
che gli consentano di ottenere immediatamente dai suoi membri gli importi
corrispondenti. 
La presenza di aiuti di Stati nell’intervento
dei fondi di risoluzione delle crisi è probabile a prescindere dal tipo di
meccanismo di finanziamento nazionale (ossia esiste un fondo di risoluzione
delle crisi distinto dal sistema di garanzia dei depositi, o il sistema di
garanzia dei depositi viene utilizzato come fondo di risoluzione delle crisi). 
4.4.16.   Conformità agli articoli 290 e 291
del TFUE
Il 23 settembre 2009 la Commissione ha
adottato le proposte relative ai regolamenti istitutivi dell’Autorità bancaria
europea (ABE), dell’Autorità europea delle assicurazioni e delle pensioni
aziendali e professionali (AEAP) e dell’Autorità europea degli strumenti
finanziari e dei mercati (AESFEM)[16]. A questo proposito la
Commissione desidera ricordare quanto da essa dichiarato all’atto dell’adozione
dei regolamenti che istituiscono le Autorità europee di vigilanza relativamente
agli articoli 290 e 291 del TFUE: “Riguardo alla procedura per l’adozione degli
standard tecnici di regolamentazione, la Commissione sottolinea il carattere
peculiare del settore dei servizi finanziari, derivante dalla struttura
Lamfalussy ed esplicitamente riconosciuta nella dichiarazione 39 allegata al
TFUE. La Commissione ha tuttavia seri dubbi sul fatto che le restrizioni al suo
ruolo in materia di adozione di atti delegati e misure di esecuzione siano in
linea con gli articoli 290 e 291 del TFUE.”
4.4.17.   Modifiche alla direttiva sulla
liquidazione, alle direttive in materia di diritto societario e al regolamento
ABE (articoli da 104 a 111)
La direttiva 2001/24/CE dispone il riconoscimento
reciproco e l’applicazione di misure per il risanamento e la liquidazione degli
enti creditizi che hanno succursali in altri Stati membri. Scopo della direttiva è assicurare che un ente creditizio e le relative
succursali in altri Stati membri siano risanati o liquidati in base ai principi
di unità e di universalità mediante l’applicazione di una procedura
d’insolvenza unica che tratti l’ente creditizio come una singola entità. Grazie
all’unità e universalità della procedura si garantisce ai creditori
l’uguaglianza di trattamento a prescindere da nazionalità, luogo di residenza o
domicilio. Ai fini del pari trattamento dei creditori anche nelle procedure di
risoluzione, la direttiva 2001/24/CE è modificata al fine di ampliarne il
campo di applicazione alle imprese di investimento e per consentire l’uso degli
strumenti di risoluzione a qualsiasi entità coperta dal regime di risoluzione.
Le direttive
dell’UE sul diritto societario contengono norme per la protezione degli
azionisti e dei creditori. Alcune di queste norme possono ostacolare un rapido
intervento da parte delle autorità preposte alla risoluzione.
La seconda
direttiva sul diritto societario prescrive che gli aumenti di capitale in una
società per azioni siano approvati dall’assemblea, mentre la direttiva 2007/36
(la direttiva sui diritti degli azionisti) prevede un termine di 21 giorni per
la convocazione della stessa assemblea. Non è pertanto possibile risanare
rapidamente la situazione finanziaria di un ente creditizio mediante un aumento
di capitale. La proposta modifica di conseguenza la direttiva sui diritti degli
azionisti, per consentire all’assemblea di poter decidere in anticipo di
abbreviare il termine per la convocazione dell’assemblea nella quale discutere
dell’aumento del capitale in situazioni di emergenza. Tale autorizzazione farà
parte del piano di risanamento. Ciò consentirà un intervento rapido, pur
garantendo agli azionisti la facoltà di esercitare il loro potere decisionale.
Inoltre, le
direttive sul diritto societario stabiliscono che aumenti e riduzioni di
capitale, fusioni e scissioni devono essere sottoposte all’approvazione degli
azionisti e che, nel caso di un aumento di capitale sottoscritto mediante
conferimenti in denaro, si applicano i diritti di prelazione. Inoltre, la
direttiva sulle offerte pubbliche di acquisto impone offerte di acquisto
obbligatorie quando un soggetto – compreso lo Stato – acquisisce quote in una
società quotata superando la soglia di controllo (di solito, tra il 30% e il 50%).
Per ovviare a tali ostacoli, la proposta consente agli Stati membri di derogare
alle disposizioni che richiedono il consenso dei creditori o degli azionisti, o
che possono ostacolare in altro modo la rapidità e l’efficacia della
risoluzione.
Affinché le
autorità competenti della risoluzione delle crisi siano rappresentate nel
Sistema europeo di vigilanza finanziaria istituito dal regolamento (UE)
n. 1093/2010 e affinché l’ABE disponga delle conoscenze necessarie a
svolgere i compiti previsti dalla presente direttiva, occorre modificare il
regolamento (UE) n. 1093/2010 per includere le autorità nazionali di
risoluzione delle crisi nella nozione di autorità competenti di cui a tale
regolamento.
4.4.18.   Entrata in vigore
La direttiva
entra in vigore il ventesimo giorno successivo alla pubblicazione nella
Gazzetta ufficiale.
Come da prassi comune, il termine di
recepimento della direttiva è stabilito a 18 mesi, ossia il 31 dicembre 2014.

Le disposizioni relative allo strumento del
bail-in sono soggette ad un periodo di recepimento più lungo e saranno
applicate dal 1° gennaio 2018. Tale data tiene conto dei cicli di scadenza dei
debiti in essere, della necessità di evitare la riduzione della leva
finanziaria e della necessità per gli enti di applicare nuovi requisiti
patrimoniali entro il 2018. 
In conformità della Dichiarazione politica
comune degli Stati membri e della Commissione sui documenti esplicativi, del 28
settembre 2011, gli Stati membri accompagneranno la notifica delle misure di
esecuzione con tavole di concordanza. Ciò è giustificato dalla complessità
della direttiva, che riguarda diversi aspetti e probabilmente richiederà una
notevole varietà di misure di esecuzione, nonché dal fatto che alcuni Stati
membri hanno già adottato leggi che, in parte, danno attuazione alla direttiva.

5.           INCIDENZA SUL BILANCIO
Le opzioni sopra
illustrate avranno incidenza sul bilancio dell’Unione. 
La proposta imporrebbe all’ABE di: (i)
elaborare circa 23 norme tecniche e 5 orientamenti; (ii) partecipare a collegi
di risoluzione, decidere in caso di disaccordo e svolgere un ruolo di
mediazione vincolante e (ii) prevedere il riconoscimento delle procedure di
risoluzione delle crisi dei paesi terzi a norma dell’articolo 85 e concludere
intese di cooperazione non vincolanti con i paesi terzi a norma dell’articolo 88.
La pubblicazione delle norme tecniche sarà effettuata 12 mesi dopo l’entrata in
vigore della direttiva, prevista tra giugno e dicembre 2013. La proposta della
Commissione prevede per l’ABE funzioni di lungo termine, che richiederanno 5
posti aggiuntivi (agenti temporanei) dal 2014. Sono inoltre previsti 11 esperti
nazionali distaccati (END) da assegnare a funzioni temporanee limitate al 2014
e 2015. 
2012/0150 (COD)
Proposta di
DIRETTIVA DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL
CONSIGLIO
che istituisce un quadro di risanamento e di
risoluzione delle crisi degli enti creditizi e delle imprese di investimento e
che modifica le direttive del Consiglio 77/91/CEE
e 82/891/CE, le direttive 2001/24/CE, 2002/47/CE, 2004/25/CE, 2005/56/CE,
2007/36/CE e 2011/35/UE e il regolamento (UE) n. 1093/2010
(Testo rilevante ai fini del SEE)
IL PARLAMENTO EUROPEO E IL CONSIGLIO
DELL’UNIONE EUROPEA,
visto il trattato sul funzionamento
dell’Unione europea, in particolare l’articolo 114,
vista la proposta della Commissione europea[17],
previa trasmissione del progetto di atto
legislativo ai parlamenti nazionali,
visto il parere del Comitato economico e
sociale europeo[18],
visto il parere della Banca centrale europea[19],
deliberando secondo la procedura legislativa
ordinaria,
considerando quanto segue:
(1)              
La crisi finanziaria cominciata nel 2008 ha evidenziato
una mancanza significativa di strumenti adeguati a livello di Unione per
gestire con efficacia gli enti creditizi in crisi o in dissesto. In
particolare, occorrono strumenti intesi a prevenire stati di insolvenza o, in
caso di insolvenza, a ridurre al minimo le ripercussioni negative preservando
le funzioni importanti sul piano sistemico dell’ente interessato. Durante la
crisi, queste sfide sono state un fattore determinante che ha costretto gli
Stati membri a procedere al salvataggio degli enti creditizi utilizzando fondi
pubblici.
(2)              
I mercati finanziari dell’Unione sono fortemente
integrati e interconnessi con molti enti creditizi che operano ampiamente al di
là dei confini nazionali. Il dissesto di un ente creditizio transfrontaliero
può compromettere la stabilità dei mercati finanziari nei diversi Stati membri
in cui opera. L’incapacità degli Stati membri di assumere il controllo di un
ente creditizio in dissesto e di attuare misure di risoluzione della crisi tali
da prevenire con efficacia un danno sistemico più ampio può minare la fiducia
reciproca degli Stati membri e la credibilità del mercato interno nel campo dei
servizi finanziari. La stabilità dei mercati finanziari è quindi una condizione
essenziale per l’istituzione e il funzionamento del mercato interno.
(3)              
Attualmente, le procedure di risoluzione delle
crisi degli enti creditizi non sono armonizzate al livello dell’Unione. Alcuni
Stati membri applicano agli enti creditizi le stesse procedure applicate ad
altre imprese insolventi, che in determinati casi sono state adattate per gli
enti creditizi. Esistono notevoli differenze sostanziali e procedurali tra le
normative, i regolamenti e le disposizioni amministrative che disciplinano
l’insolvenza degli enti creditizi negli Stati membri. Inoltre, la crisi
finanziaria ha messo in rilievo il fatto che non sempre le procedure di
insolvenza generalmente applicabili alle imprese sono adatte per gli enti
creditizi, in quanto, in alcuni casi, possono non garantire la dovuta rapidità
di intervento, la prosecuzione delle funzioni essenziali degli enti creditizi e
il mantenimento della stabilità finanziaria.
(4)              
Occorre pertanto un regime che fornisca alle
autorità gli strumenti necessari per un intervento sufficientemente precoce e
rapido in un ente creditizio in crisi o in dissesto, al fine di garantire la
continuità delle funzioni finanziarie ed economiche essenziali dell’ente
creditizio, riducendo al minimo l’impatto del dissesto sul sistema finanziario
e garantendo che azionisti e creditori sostengano perdite adeguate. Nuovi
poteri dovrebbero consentire alle autorità di mantenere la continuità
dell’accesso ai depositi e delle operazioni di pagamento, di vendere rami sani
dell’azienda, se del caso, e di ripartire le perdite in modo equo e
prevedibile. Questi obiettivi dovrebbero contribuire a evitare la
destabilizzazione dei mercati finanziari e a ridurre al minimo i costi per i
contribuenti.
(5)              
Alcuni Stati membri hanno già adottato delle
modifiche legislative che introducono meccanismi per la risoluzione delle crisi
degli enti creditizi in dissesto; altri hanno segnalato l’intenzione di
introdurre simili meccanismi ove non siano adottati a livello di Unione. Le
differenze a livello nazionale in materia di condizioni, poteri e procedure per
la risoluzione delle crisi degli enti creditizi possono costituire una barriera
al buon funzionamento del mercato interno e ostacolare la cooperazione tra
autorità nazionali nella gestione di crisi di gruppi bancari transfrontalieri.
Questo vale in particolare quando, per via dei diversi approcci utilizzati, le
autorità nazionali non dispongono del medesimo grado di controllo o della
stessa capacità di procedere alla risoluzione delle crisi degli enti creditizi.
Le diversità nei regimi di risoluzione delle crisi possono inoltre influire sui
costi di finanziamento delle banche in misura diversa nei vari Stati membri e
creare potenziali distorsioni della concorrenza nel settore bancario. La
presenza di regimi di risoluzione efficace delle crisi in tutti gli Stati
membri è necessaria anche per garantire che l’esercizio del diritto di
stabilimento degli enti creditizi previsto dal mercato unico non sia soggetto a
restrizioni dovute alla capacità finanziaria dello Stato membro d’origine di
gestire i dissesti bancari.
(6)              
Occorre eliminare tali ostacoli e adottare una
normativa intesa a garantire che non siano compromesse le disposizioni del
mercato interno. A tal fine, le norme che disciplinano la risoluzione delle
crisi degli enti dovrebbero essere soggette a disposizioni comuni di armonizzazione
minima.
(7)              
Poiché gli obiettivi dell’iniziativa prevista, vale
a dire l’armonizzazione delle norme e delle procedure di risoluzione delle
crisi degli enti creditizi, non possono essere conseguiti in misura adeguata
dagli Stati membri, e pertanto, a causa degli effetti che il dissesto di un
ente può avere sull’intera Unione, si possono realizzare meglio a livello
dell’Unione, quest’ultima può adottare misure conformemente al principio di
sussidiarietà di cui all’articolo 5 del trattato sull’Unione europea. Secondo
il principio di proporzionalità stabilito nello stesso articolo, la presente
direttiva si limita a quanto necessario per il conseguimento di tali obiettivi.
(8)              
In un’ottica di coerenza con la legislazione
vigente nell’Unione in materia di servizi finanziari, e al fine di garantire la
stabilità finanziaria al più alto livello possibile nell’intera gamma di enti,
il regime di risoluzione delle crisi non va applicato solo agli enti creditizi,
ma anche alle imprese di investimento soggette ai requisiti prudenziali
previsti dalla direttiva 2006/49/CE del Parlamento europeo e del Consiglio,
del 14 giugno 2006, relativa all’adeguatezza patrimoniale delle
imprese di investimento e degli enti creditizi[20]. Il regime
dovrebbe applicarsi anche alle società di partecipazione finanziaria e alle
società di partecipazione finanziaria mista di cui alla direttiva 2002/87/CE
del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 dicembre 2002, relativa alla
vigilanza supplementare sugli enti creditizi, sulle imprese di assicurazione e
sulle imprese di investimento appartenenti ad un conglomerato finanziario e che
modifica le direttive 73/239/CEE, 79/267/CEE, 92/49/CEE, 92/96/CEE, 93/6/CEE
e 93/22/CEE del Consiglio e le direttive 98/78/CE e 2000/12/CE del
Parlamento europeo e del Consiglio[21], alle società di
partecipazione mista, nonché agli enti finanziari filiazioni di un ente
creditizio o di un’impresa d’investimento. La crisi ha dimostrato che
l’insolvenza di un’entità affiliata a un gruppo può influire rapidamente sulla
solvibilità dell’intero gruppo e quindi comportare delle implicazioni
sistemiche. Le autorità dovrebbero pertanto disporre di mezzi di intervento
efficaci anche nei confronti di tali entità, al fine di impedire il contagio e
produrre un progetto di risoluzione coerente della crisi per il gruppo nel suo
complesso, in quanto l’insolvenza di un’entità affiliata a un gruppo potrebbe
influire rapidamente sulla solvibilità dell’intero gruppo.
(9)              
L’impiego degli strumenti e poteri di risoluzione
delle crisi previsti dalla presente direttiva può interferire nei diritti degli
azionisti e creditori. In particolare, il potere delle autorità di cedere le
azioni o le attività, in tutto o in parte, di un ente a un acquirente privato
senza il consenso degli azionisti incide sui diritti di proprietà degli
azionisti. Inoltre, il potere di stabilire quali passività trasferire da un
ente creditizio in dissesto sulla base degli obiettivi di garantire la
continuità dei servizi ed evitare effetti negativi sulla stabilità finanziaria
può influire sull’equo trattamento dei creditori.
(10)          
Nel contesto dei piani di risanamento e di
risoluzione delle crisi e nel ricorso ai vari strumenti a loro disposizione, è
opportuno che le autorità nazionali tengano conto del rischio, delle dimensioni
e delle interconnessioni dell’ente accertandosi che il regime sia applicato in
modo appropriato.
(11)          
Al fine di assicurare la necessaria rapidità di
azione, garantire l’indipendenza dai soggetti economici ed evitare conflitti di
interesse, gli Stati membri dovrebbero nominare autorità amministrative
pubbliche per lo svolgimento delle funzioni e dei compiti relativi alla
risoluzione delle crisi ai sensi della presente direttiva, e garantire che a
tali autorità di risoluzione delle crisi siano destinate risorse adeguate. La
designazione di autorità pubbliche non esclude il conferimento di deleghe sotto
la responsabilità dell’autorità di risoluzione delle crisi. Tuttavia, non
occorre disporre in modo specifico quale autorità debba essere nominata dagli
Stati membri per ricoprire la funzione di autorità di risoluzione delle crisi.
L’armonizzazione di quest’aspetto potrebbe facilitare il coordinamento, ma
costituirebbe anche una notevole interferenza negli ordinamenti costituzionali
e amministrativi degli Stati membri. È possibile raggiungere un livello
sufficiente di coordinamento anche attraverso regole meno intrusive: tutte le
autorità nazionali coinvolte nella risoluzione delle crisi di enti dovrebbero
essere rappresentate in collegi di risoluzione delle crisi in cui è attuato il
coordinamento a livello transfrontaliero o di Unione. Gli Stati membri
dovrebbero quindi essere liberi di scegliere a quali autorità attribuire la
competenza di applicare gli strumenti di risoluzione delle crisi e di
esercitare i poteri previsti nella presente direttiva.
(12)          
Date le conseguenze che il dissesto di un ente
creditizio o di un’impresa d’investimento può avere per il sistema finanziario
e per l’economia di uno Stato membro, nonché l’eventualità di dover utilizzare
fondi pubblici per risolvere una crisi, i ministeri delle finanze o altri
ministeri pertinenti degli Stati membri dovrebbero essere strettamente
coinvolti, sin dalle fasi iniziali, nel processo di gestione e risoluzione
della crisi.
(13)          
La risoluzione efficace delle crisi di un ente o gruppo
operativo in tutta l’Unione presuppone che le autorità competenti e le autorità
di risoluzione delle crisi cooperino nell’ambito dei collegi di vigilanza e di
risoluzione delle crisi in tutte le fasi previste dalla presente direttiva,
dalla stesura dei piani di risanamento e di risoluzione delle crisi
all’effettiva risoluzione della crisi dell’ente. In caso di disaccordo fra le
autorità nazionali circa la decisione da adottare riguardo ad un ente a norma
della presente direttiva, è opportuno che l’Autorità bancaria europea (in
seguito “ABE”) svolga, in ultima istanza, un ruolo di mediazione vincolante. A
tal fine l’ABE dovrebbe avere il potere di decidere di prescrivere alle
autorità nazionali di adottare provvedimenti specifici, o astenersi dal farlo,
a norma del regolamento (UE) n. 1093/2010 del Parlamento europeo e del
Consiglio, del 24 novembre 2010, che istituisce l’Autorità europea di vigilanza
(Autorità bancaria europea), modifica la decisione n. 716/2009/CE e abroga
la decisione 2009/78/CE della Commissione[22].
(14)          
Ai fini di un approccio uniforme e coerente alla
materia contemplata dalla presente direttiva, occorre conferire all’ABE anche
la facoltà di adottare orientamenti ed elaborare norme tecniche e di
regolamentazione, che la Commissione avallerà mediante atti delegati a norma
dell’articolo 290 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea.
(15)          
Ai fini di una gestione efficace degli enti in
dissesto, è opportuno conferire alle autorità il potere d’imporre misure
preparatorie e preventive.
(16)          
È essenziale che tutti gli enti stendano e
aggiornino periodicamente piani di risanamento che indichino le misure che, in
circostanze o scenari diversi, saranno tenuti a prendere. Tali piani dovrebbero
essere dettagliati e basati su ipotesi realistiche, applicabili in una serie di
scenari validi e rigorosi. Tuttavia, l’obbligo di preparare un piano di
risanamento va applicato proporzionalmente, tenendo conto dell’importanza
sistemica dell’ente o del gruppo. In quest’ottica, il contenuto del piano
dovrebbe anche tenere conto della natura delle fonti di finanziamento dell’ente
e di quanto credibilmente possa fare ricorso a un sostegno a livello di gruppo.
Agli enti spetterà l’obbligo di presentare i piani alle autorità di vigilanza
ai fini di una valutazione completa, che tenga conto anche della loro
esaustività e della loro capacità di ripristinare la solvibilità dell’ente in
modo tempestivo, anche in periodi di difficoltà finanziaria.
(17)          
In caso il piano di risanamento presentato non sia
adeguato, le autorità di vigilanza dovrebbero poter esigere che l’ente in
questione prenda i provvedimenti necessari per colmarne le lacune, anche sotto
forma di modifiche del modello di attività o della strategia di finanziamento.
Si tratta di un obbligo che può incidere sulla libertà d’impresa garantita
dall’articolo 16 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea,
ma la limitazione di tale diritto fondamentale è necessaria per il
conseguimento degli obiettivi di stabilità finanziaria e per la tutela dei
depositanti e creditori. Più in particolare, tale limitazione è necessaria per
rafforzare l’attività degli enti e per evitare che essi crescano a dismisura o
assumano rischi eccessivi senza avere la capacità di far fronte alle difficoltà
e perdite e di ricostituire la base di capitale. È altresì proporzionata,
perché soltanto un’azione preventiva è in grado di assicurare che siano prese
precauzioni adeguate, e quindi conforme all’articolo 52 della Carta dei
diritti fondamentali dell’Unione europea.
(18)          
La pianificazione è una componente essenziale di
una risoluzione efficace delle crisi. Le autorità dovrebbero disporre di tutte
le informazioni necessarie per pianificare in che modo le funzioni essenziali
di un ente o di un gruppo transfrontaliero possano essere isolate dal resto dell’attività
e trasferite al fine di garantirne il mantenimento e la prosecuzione. Tuttavia,
l’obbligo di stendere un piano di risoluzione delle crisi andrebbe semplificato
in funzione dell’importanza sistemica dell’ente o del gruppo. 
(19)          
Le autorità di risoluzione delle crisi dovrebbero
avere il potere di imporre modifiche alla struttura e all’organizzazione
dell’ente o gruppo per eliminare gli impedimenti pratici all’applicazione degli
strumenti di risoluzione delle crisi e garantire la possibilità di risoluzione
delle crisi degli enti interessati. Dato che, in potenza, tutti gli enti hanno
natura sistemica, per preservare la stabilità finanziaria è essenziale che le
autorità siano in grado di procedere alla risoluzione delle crisi riguardo a
qualsiasi ente. Nel rispetto della libertà d’impresa sancita all’articolo 16
della Carta dei diritti fondamentali, occorre limitare il margine di manovra
delle autorità alle misure necessarie per semplificare la struttura e le
operazioni dell’ente al solo fine di migliorare la possibilità di risolverne le
crisi. Le misure imposte a tale proposito devono inoltre essere conformi alla
legislazione dell’UE, non devono comportare discriminazioni, dirette o
indirette, per motivi di nazionalità e devono essere giustificate dalla ragione
superiore di applicarle nell’interesse pubblico alla stabilità finanziaria. Per
stabilire se un’azione è intrapresa nell’interesse pubblico generale, le
autorità di risoluzione delle crisi dovrebbero, agendo nell’interesse pubblico
generale, poter realizzare i propri obiettivi senza incontrare ostacoli
all’applicazione degli strumenti di risoluzione delle crisi o alla capacità di
esercitare i poteri loro conferiti. Inoltre, l’intervento dovrebbe limitarsi al
minimo necessario per il conseguimento degli obiettivi. È opportuno che, nello
stabilire le misure da adottare, le autorità di risoluzione delle crisi tengano
conto delle segnalazioni e raccomandazioni del Comitato europeo per il rischio
sistemico (in seguito “CERS”) istituito dal regolamento (UE) n. 1092/2010 del
Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 novembre 2010, relativo
alla vigilanza macroprudenziale del sistema finanziario nell’Unione europea e
che istituisce il Comitato europeo per il rischio sistemico[23].
(20)          
Le misure proposte per affrontare o eliminare gli
ostacoli alla possibilità di risolvere le crisi di un ente o gruppo non
dovrebbero impedire agli enti di esercitare il diritto di stabilimento previsto
dal trattato sul funzionamento dell’Unione europea.
(21)          
I piani di risanamento e di risoluzione delle crisi
non dovrebbero presupporre l’accesso a un sostegno finanziario pubblico
straordinario né esporre i contribuenti al rischio di perdite. L’accesso a
strumenti di liquidità forniti da banche centrali, compresi strumenti di
liquidità di emergenza, non dovrebbe essere considerato un sostegno finanziario
pubblico straordinario a condizione che: l’ente sia solvente al momento
dell’immissione di liquidità e questa non faccia parte di un pacchetto d’aiuto
più ampio; il dispositivo sia interamente coperto da garanzia alla quale sono
applicati scarti (haircut), in funzione della sua qualità e del suo
valore di mercato; la banca centrale addebiti al beneficiario un tasso di
interesse di penalizzazione; la misura sia adottata su iniziativa della banca
centrale e non sia coperta, in particolare, da alcuna controgaranzia dello
Stato.
(22)          
Il sostegno finanziario da parte di un’entità di un
gruppo transfrontaliero a favore di un’altra entità dello stesso gruppo è
attualmente limitato da una serie di disposizioni contenute nelle legislazioni
nazionali, che mirano a tutelare creditori e azionisti di ciascuna entità, ma
che non tengono conto dell’interdipendenza delle entità dello stesso gruppo o
dell’interesse dello stesso. A livello internazionale solo alcuni ordinamenti
prevedono il concetto di interesse di gruppo, sviluppato attraverso la
giurisprudenza o norme giuridiche. Questo concetto tiene conto, oltre che
dell’interesse di ogni singola entità, dell’interesse indiretto di ciascuna di
esse alla prosperità del gruppo nel suo insieme. Tuttavia, il concetto cambia a
seconda dello Stato membro e non offre la necessaria certezza giuridica. È
pertanto opportuno stabilire a quali condizioni è possibile il trasferimento di
sostegno finanziario tra entità di un gruppo bancario transfrontaliero
nell’intento di garantire la stabilità finanziaria del gruppo nel suo
complesso. Il sostegno finanziario fra entità di uno stesso gruppo dovrebbe
essere volontario ed è opportuno che gli Stati membri non subordinino, né
direttamente né indirettamente, l’esercizio del diritto di stabilimento
all’esistenza di un accordo sulla fornitura di sostegno finanziario.
(23)          
Per preservare la stabilità finanziaria, è
importante che le autorità competenti siano in grado di porre rimedio al
deterioramento della situazione finanziaria ed economica di un ente prima che
questo giunga a un punto tale per cui non vi siano alternative alla risoluzione
della crisi. A tal fine, le autorità competenti dovrebbero disporre di poteri
di intervento precoce, compreso il potere di sostituire l’organo di gestione di
un ente con un amministratore straordinario, come mezzo di pressione sull’ente
affinché prenda misure atte a ripristinare la propria solidità finanziaria e/o
riorganizzi la propria attività al fine di garantirne la sostenibilità
economica in una fase precoce. L’amministratore straordinario ha il compito di
prendere tutte le misure necessarie e di promuovere soluzioni al fine di
ripianare la situazione finanziaria dell’ente. La nomina dell’amministratore straordinario
non dovrebbe tuttavia derogare ai diritti degli azionisti o proprietari né agli
obblighi procedurali imposti dal diritto societario nazionale o dell’Unione e
dovrebbe rispettare gli obblighi internazionali assunti dall’Unione o dagli
Stati membri in materia di tutela degli investimenti. I poteri di intervento
precoce dovrebbero comprendere quelli già specificati nella direttiva 2006/48/CE
del Parlamento europeo e del Consiglio, del 14 giugno 2006, relativa
all’accesso all’attività degli enti creditizi e al suo esercizio[24]
per circostanze diverse da quelle considerate intervento precoce, nonché altre
situazioni ritenute necessarie per ripristinare la solidità finanziaria di un
ente.
(24)          
Occorre che il quadro di risoluzione delle crisi
preveda un avvio tempestivo della procedura, prima che l’ente finanziario sia
insolvente a termini di bilancio e che l’intero capitale sia esaurito, ossia
quando l’impresa non è più economicamente sostenibile, o probabilmente non lo
sarà più, e le altre misure si sono rivelate insufficienti a prevenire il
dissesto. Il fatto che un ente non soddisfi i requisiti per l’autorizzazione
non giustifica di per sé l’avvio della procedura di risoluzione delle crisi,
soprattutto se esso è ancora economicamente sostenibile o se sussistono i
presupposti perché lo sia. Un ente è considerato in dissesto o a rischio di
dissesto in una delle situazioni seguenti: quando viola o è in procinto di
violare i requisiti patrimoniali per il prosieguo dell’autorizzazione perché ha
accusato o rischia di accusare perdite tali da depauperarlo dell’intero
patrimonio o sostanzialmente dell’intero patrimonio; quando le sue attività
sono o sono in procinto di essere inferiori alle passività; quando non è o è in
procinto di non essere in grado di pagare le proprie obbligazioni in scadenza;
quando necessita di un sostegno finanziario pubblico straordinario. La mera
circostanza che l’ente necessiti del sostegno di emergenza alla liquidità
fornito da una banca centrale non costituisce una prova sufficiente del fatto
che esso non è, o a breve termine non sarà, in grado di pagare le proprie
obbligazioni in scadenza. Per preservare la stabilità finanziaria, specialmente
in caso di carenza sistemica di liquidità, le garanzie dello Stato sugli
strumenti di liquidità forniti da banche centrali o le garanzie dello Stato
sulle passività di nuova emissione non dovrebbero attivare il quadro di
risoluzione delle crisi quando sono soddisfatte determinate condizioni.
Occorre, in particolare, che le misure di garanzia dello Stato ottengano
l’approvazione nell’ambito del quadro degli aiuti di Stato e non facciano parte
di un pacchetto d’aiuto più ampio, e che il ricorso alle misure di garanzia sia
rigorosamente limitato nel tempo. In entrambi i casi la banca dev’essere
solvente.
(25)          
È opportuno che i poteri delle autorità di
risoluzione delle crisi si applichino anche alle società di partecipazione
quando sia la società di partecipazione sia un ente filiazione sono in dissesto
o a rischio di dissesto. A prescindere dal fatto che la società di
partecipazione sia o no in dissesto o a rischio di dissesto, è altresì
opportuno che i poteri di tali autorità le si applichino quando uno o più enti
creditizi o imprese d’investimento filiazioni soddisfano le condizioni per la
risoluzione della crisi e l’applicazione degli strumenti e poteri di
risoluzione delle crisi alla società di partecipazione è necessaria ai fini
della risoluzione della crisi di una o più delle sue filiazioni oppure del
gruppo nel complesso.
(26)          
Quando un ente è in dissesto o a rischio di
dissesto, le autorità nazionali dovrebbero disporre di una serie minima di
strumenti e poteri armonizzati di risoluzione delle crisi, il cui utilizzo o
esercizio sia soggetto a condizioni, obiettivi e principi generali comuni. La
decisione dell’autorità di risoluzione delle crisi di assoggettare l’ente alla
risoluzione della crisi esclude la procedura ordinaria d’insolvenza. È
opportuno che gli Stati membri possano dotare le autorità di risoluzione delle
crisi di poteri e strumenti aggiuntivi rispetto a quelli loro conferiti a norma
della presente direttiva, che però dovranno essere utilizzati secondo i
principi e gli obiettivi relativi alla risoluzione delle crisi in essa
stabiliti. Occorre in particolare che l’utilizzo o esercizio di tali strumenti
o poteri non interferisca con la risoluzione efficace delle crisi di gruppi
transfrontalieri e assicuri che le perdite siano sostenute dagli azionisti.
(27)          
Per evitare l’azzardo morale, un ente insolvente
dovrebbe essere in grado di uscire dal mercato, a prescindere dalle sue
dimensioni e interconnessioni, senza provocare perturbazioni sistemiche. In
linea di principio, un ente in dissesto è liquidato con procedura ordinaria di
insolvenza. Tale procedura, tuttavia, potrebbe compromettere la stabilità finanziaria,
interrompere la prestazione di servizi essenziali e pregiudicare la tutela dei
depositanti. In tal caso si configura un interesse pubblico ad applicare
strumenti di risoluzione delle crisi, con l’obiettivo di garantire la
continuità dei servizi finanziari essenziali, mantenere la stabilità del
sistema finanziario, limitare l’azzardo morale riducendo al minimo il ricorso
al sostegno finanziario pubblico per gli enti in dissesto e tutelare i
depositanti.
(28)          
Si dovrebbe sempre vagliare l’ipotesi della liquidazione
dell’ente insolvente con procedura ordinaria di insolvenza prima di prendere la
decisione di mantenerlo in attività. Un ente insolvente dovrebbe essere
mantenuto in attività ricorrendo, per quanto possibile, a fondi privati, attraverso la vendita o la fusione con un acquirente del settore
privato o previa riduzione delle passività dell’ente ovvero previa conversione
del debito in capitale per effettuare una ricapitalizzazione.
(29)          
Nell’applicare gli strumenti ed esercitare i poteri
di risoluzione delle crisi, occorre che le autorità di risoluzione delle crisi
si assicurino che azionisti e creditori sostengano una quota adeguata delle
perdite, che i dirigenti siano sostituiti, che i costi della risoluzione della
crisi dell’ente siano ridotti al minimo e che tutti i creditori di un ente
insolvente appartenenti alla stessa categoria siano trattati in modo analogo.
Quando il ricorso a strumenti di risoluzione delle crisi implica la concessione
di aiuti di Stato, occorre valutare gli interventi in conformità alle
pertinenti disposizioni in materia di aiuti di Stato. L’intervento degli aiuti
di Stato è possibile, tra l’altro, quando si ricorre a fondi di risoluzione
delle crisi o fondi di garanzia dei depositi a sostegno della risoluzione delle
crisi di enti in dissesto.
(30)          
Le limitazioni dei diritti di azionisti e creditori
devono essere conformi all’articolo 52 della Carta dei diritti fondamentali.
Gli strumenti di risoluzione delle crisi dovrebbero pertanto essere applicati
esclusivamente agli enti in dissesto o a rischio di dissesto e solo quando ciò
risulta necessario per perseguire l’obiettivo della stabilità finanziaria
nell’interesse generale. In particolare, dovrebbero essere applicati laddove
l’ente non possa essere liquidato con procedura ordinaria di insolvenza senza
destabilizzare il sistema finanziario e siano necessarie misure intese a
garantire il rapido trasferimento e la prosecuzione di funzioni importanti a
livello sistemico, e laddove non si possa ragionevolmente prospettare una
soluzione alternativa che coinvolga il settore privato, neanche sotto forma di
un aumento del capitale, da parte degli azionisti o di terzi, sufficiente a
ripristinare la sostenibilità economica piena dell’ente.
(31)          
L’interferenza nei diritti di proprietà non
dovrebbe essere eccessiva. Di conseguenza, gli azionisti e creditori
interessati non dovrebbero subire perdite superiori a quelle che avrebbero
sostenuto se l’ente fosse stato liquidato nel momento in cui è stata decisa la
risoluzione della crisi. Qualora le attività di un ente soggetto a risoluzione
della crisi siano parzialmente cedute ad un acquirente privato o a una
banca-ponte, è opportuno liquidare la parte residua di tale ente con procedura
ordinaria di insolvenza. Per tutelare gli azionisti e creditori che si ritrovano
coinvolti nella procedura di liquidazione dell’ente, occorre sancirne il
diritto a ricevere, in pagamento dei loro crediti nel quadro di tale procedura,
una somma non inferiore a quella che, secondo le stime, avrebbero recuperato se
l’ente nella sua integralità fosse stato liquidato con procedura ordinaria di
insolvenza.
(32)          
Per tutelare il diritto degli azionisti e creditori
di ricevere una somma non inferiore a quella che avrebbero recuperato nella
procedura ordinaria di insolvenza, occorre stabilire obblighi chiari riguardo
alla valutazione delle attività e delle passività dell’ente e concedere tempo
sufficiente ad una stima adeguata del trattamento che tali azionisti e
creditori avrebbero ricevuto se l’ente fosse stato liquidato con procedura
ordinaria di insolvenza. Dovrebbe essere possibile avviare la valutazione fin
dalla fase di intervento precoce. Prima di qualsiasi azione di risoluzione
della crisi si dovrebbe stimare sia il valore delle attività e passività
dell’ente sia il trattamento che sarebbe riservato ad azionisti e creditori in
una procedura ordinaria di insolvenza. Un ricorso giurisdizionale avverso la
stima effettuata dovrebbe essere possibile soltanto se verte anche sulla
decisione di risoluzione della crisi. Dovrebbe vigere altresì l’obbligo di
effettuare un raffronto a posteriori, dopo l’applicazione degli strumenti di
risoluzione delle crisi, fra il trattamento effettivamente ricevuto da
azionisti e creditori e quello che sarebbe stato riservato loro in una
procedura ordinaria di insolvenza. Se risulta che, in pagamento dei loro
crediti, azionisti e creditori hanno ricevuto una somma inferiore a quella che
avrebbero recuperato in una procedura ordinaria di insolvenza, occorre sancire
il loro diritto a incassare la differenza. Contrariamente a quanto previsto per
la valutazione precedente l’azione di risoluzione della crisi, il ricorso
avverso tale raffronto dovrebbe essere possibile anche separatamente dalla
decisione di risoluzione della crisi. È opportuno lasciare agli Stati membri la
libertà di stabilire la procedura secondo cui corrispondere ad azionisti e
creditori le eventuali differenze di trattamento constatate. È opportuno che
tale differenza sia corrisposta dai meccanismi finanziari istituiti in
conformità alla presente direttiva. 
(33)          
È importante che le perdite siano rilevate al
momento in cui si verifica il dissesto dell’ente. Il principio guida per la
valutazione delle attività e passività dell’ente in dissesto dovrebbe essere il
loro valore di mercato al momento dell’applicazione degli strumenti di
risoluzione delle crisi, nella misura in cui i mercati funzionano
correttamente. In presenza di un’effettiva disfunzione dei mercati, la
valutazione può essere effettuata al valore economico a lungo termine,
debitamente giustificato, delle attività e passività. Dovrebbe essere possibile
procedere, per motivi di urgenza, a una valutazione rapida delle attività e
passività dell’ente in dissesto da parte delle autorità di risoluzione delle
crisi: si tratterebbe di una valutazione provvisoria, valida fino al momento in
cui è effettuata una valutazione indipendente.
(34)          
Occorre agire rapidamente per sostenere la fiducia
del mercato e ridurre al minimo il contagio. Una volta accertato il dissesto, o
probabile dissesto, dell’ente, le autorità di risoluzione delle crisi non
dovrebbero tardare a prendere le opportune misure. È opportuno permettere a
tali autorità, in funzione delle circostanze in cui si verifica il dissesto
dell’ente e in particolare dell’eventuale urgenza, di intraprendere un’azione di
risoluzione delle crisi senza dover prima esercitare i poteri di intervento
precoce. 
(35)          
Gli strumenti di risoluzione delle crisi dovrebbero
essere applicati prima di un’eventuale iniezione di capitale del settore
pubblico, ovvero di un equivalente sostegno finanziario pubblico straordinario
a favore di un ente, senza tuttavia precludere l’uso, per il finanziamento di
tale risoluzione, delle risorse dei sistemi di garanzia dei depositi o dei
fondi di risoluzione. Al riguardo, occorre valutare in conformità alle
pertinenti disposizioni in materia di aiuti di Stato il ricorso a un sostegno
finanziario pubblico straordinario o a fondi di risoluzione delle crisi,
compresi i fondi di garanzia dei depositi, a sostegno della risoluzione delle
crisi di enti in dissesto.
(36)          
Gli strumenti di risoluzione delle crisi dovrebbero
comprendere la vendita dell’attività d’impresa a un acquirente privato, la
costituzione di un ente-ponte, la separazione delle attività sane dell’ente in
dissesto da quelle deteriorate e il bail-in dell’ente in dissesto.
(37)          
Laddove gli strumenti di risoluzione delle crisi
siano stati utilizzati per trasferire i servizi d’importanza sistemica o
l’attività economicamente sostenibile di un ente a un’entità sana, quale un
acquirente del settore privato o un ente-ponte, la parte residua dell’ente
dovrebbe essere liquidata entro un termine appropriato, tenuto conto della
necessità che l’ente dissestato fornisca servizi o assistenza per consentire
all’acquirente o all’ente-ponte di svolgere le attività o i servizi acquisiti
in virtù di tale trasferimento.
(38)          
Lo strumento della vendita dell’attività d’impresa
dovrebbe consentire alle autorità di vendere l’ente o rami della sua attività a
uno o più acquirenti senza il consenso degli azionisti. Nell’applicare tale
strumento le autorità dovrebbero procedere alla commercializzazione dell’ente o
di rami della sua attività in modo aperto, trasparente e non discriminatorio,
adoperandosi nel contempo per ottenere una vendita al prezzo più alto
possibile.
(39)          
Per tutelare il diritto di azionisti e creditori di
ricevere una somma non inferiore a quella che avrebbero recuperato in una
procedura ordinaria d’insolvenza, occorre che i proventi derivanti da una
cessione parziale delle attività vadano a beneficio dell’ente soggetto a risoluzione
della crisi. In caso di cessione di tutte le azioni o di tutte le attività, i
diritti e le passività dell’ente, occorre che i proventi derivanti dal
trasferimento vadano a beneficio degli azionisti dell’ente dissestato. I
proventi sono calcolati al netto dei costi indotti dal dissesto dell’ente e dal
processo di risoluzione della crisi. 
(40)          
Perché la vendita dell’attività d’impresa sia
effettuata nei tempi opportuni e a salvaguardia della stabilità finanziaria,
occorre effettuare senza indugio, in deroga ai termini fissati dalla direttiva 2006/48/CE,
la valutazione dell’acquirente di una partecipazione qualificata.
(41)          
È probabile che le informazioni concernenti la
commercializzazione di un ente dissestato e i negoziati con i potenziali
acquirenti prima dell’applicazione dello strumento della vendita dell’attività
d’impresa siano di importanza sistemica. Per garantire la stabilità
finanziaria, è importante che la divulgazione al pubblico delle informazioni
previste dalla direttiva 2003/6/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 28
gennaio 2003, relativa all’abuso di informazioni privilegiate e alla
manipolazione del mercato (abusi di mercato)[25] possa essere
ritardata per il tempo necessario a pianificare e strutturare la risoluzione
della crisi dell’ente, nel rispetto dei termini consentiti dal regime in
materia di abusi di mercato.
(42)          
In quanto ente controllato dall’autorità di
risoluzione delle crisi, l’ente-ponte ha come finalità principale quella di
garantire che i clienti dell’ente insolvente continuino a ricevere i servizi
finanziari essenziali e che si continuino a svolgere le attività finanziarie
fondamentali. È opportuno gestire l’ente-ponte come un’impresa in attività
economicamente sostenibile e rimetterlo sul mercato appena possibile o
liquidarlo se economicamente insostenibile.
(43)          
Lo strumento della separazione delle attività
consente alle autorità di cedere attività compromesse o deteriorate a una
società veicolo distinta. Questo strumento dovrebbe essere utilizzato solo
unitamente ad altri strumenti per impedire un indebito vantaggio competitivo a
favore dell’ente in dissesto.
(44)          
Un regime di risoluzione efficace delle crisi
dovrebbe ridurre al minimo i costi della risoluzione della crisi di un ente in
dissesto sostenuti dai contribuenti, così come assicurare che anche la
risoluzione delle crisi di grandi enti di rilevanza sistemica sia possibile
senza mettere a repentaglio la stabilità finanziaria. Con lo strumento del
bail-in si consegue tale obiettivo garantendo che gli azionisti e creditori
dell’ente sostengano perdite adeguate e si facciano carico di una quota
adeguata dei costi. A tale proposito, il Consiglio per la stabilità finanziaria
(Financial Stability Board, FSB) ha raccomandato che i poteri di
riduzione del debito previsti per legge siano inclusi in un quadro di
risoluzione delle crisi come opzione aggiuntiva, unitamente ad altri strumenti
di risoluzione delle crisi.
(45)          
Al fine di garantire che le autorità di risoluzione
delle crisi dispongano della necessaria flessibilità per ripartire le perdite
tra i creditori in una serie di circostanze, è opportuno che esse possano
applicare lo strumento del bail-in sia quando l’obiettivo è procedere alla
risoluzione della crisi dell’ente in dissesto mantenendo l’impresa attiva –
purché se ne possa ragionevolmente prospettare il ripristino della
sostenibilità economica –, sia quando servizi importanti a livello sistemico
sono trasferiti a un ente-ponte e la parte residua dell’ente cessa di operare
ed è liquidata.
(46)          
Quando lo strumento del bail-in è applicato con l’obiettivo
di ripristinare il capitale dell’ente in dissesto per consentirgli di
continuare la propria attività, la risoluzione della crisi tramite bail-in
dovrebbe essere sempre accompagnata dalla sostituzione della direzione e dalla
successiva ristrutturazione dell’ente e delle sue attività in modo da eliminare
i motivi del dissesto. La ristrutturazione dovrebbe essere realizzata mediante
l’attuazione di un piano di riorganizzazione aziendale. Laddove applicabile,
tale piano dovrebbe essere compatibile con il piano di ristrutturazione che gli
enti sono tenuti a presentare alla Commissione a titolo del quadro dell’Unione
per gli aiuti di Stato. Il piano dovrebbe in particolare includere, oltre alle
misure volte a ripristinare la sostenibilità economica a lungo termine
dell’ente, sia misure che limitino l’aiuto a un minimo e che dispongano la
ripartizione degli oneri sia misure che arginino le distorsioni di concorrenza.
(47)          
Non è opportuno applicare lo strumento del bail-in
a crediti garantiti, siano essi assistiti da garanzia reale o da altri tipi di
garanzie. Tuttavia, per assicurare che lo strumento sia efficace e raggiunga
gli obiettivi è auspicabile che si possa applicare a una gamma più ampia
possibile di passività non garantite di un ente in dissesto. In ogni caso, è
opportuno escludere determinate categorie di passività non garantite
dall’ambito di applicazione dello strumento del bail-in. Per motivi di ordine
pubblico e di efficacia della risoluzione delle crisi, lo strumento del bail-in
non dovrebbe applicarsi ai depositi protetti ai sensi della direttiva 94/19/CE
del Parlamento europeo e del Consiglio, del 30 maggio 1994, relativa
ai sistemi di garanzia dei depositi[26], alle passività nei
confronti dei dipendenti dell’ente in dissesto o ai crediti commerciali
relativi a beni e servizi necessari per il funzionamento quotidiano dell’ente.
(48)          
Lo strumento del bail-in non dovrebbe incidere sui
titolari di depositi protetti dal sistema di garanzia dei depositi, anche se
questo concorre comunque a finanziare il processo di risoluzione delle crisi
perché deve, nel caso, rifondere i depositanti. L’esercizio dei poteri di
bail-in permetterebbe ai depositanti di continuare ad accedere ai depositi, il
che costituisce il principale motivo per cui sono stati istituiti i sistemi di
garanzia dei depositi. Se non si prevedesse d’implicare questi sistemi in tali
casi, si configurerebbe un vantaggio indebito rispetto al resto dei creditori,
nei cui confronti l’autorità di risoluzione delle crisi eserciterebbe i suoi
poteri.
(49)          
In generale, le autorità di risoluzione delle crisi
dovrebbero applicare lo strumento del bail-in in modo tale da rispettare il
trattamento paritario dei creditori e il rango dei crediti ai sensi della
legislazione vigente in materia di insolvenza. Le perdite dovrebbero essere
assorbite innanzitutto da strumenti di patrimonio di vigilanza e dovrebbero
essere ripartite tra gli azionisti mediante la cancellazione o una forte
diluizione delle azioni. Se ciò non bastasse, il debito subordinato dovrebbe
essere convertito o ridotto. Occorre infine convertire o ridurre le passività
di primo rango se le categorie subordinate sono già state convertite o
azzerate.
(50)          
Per evitare che gli enti strutturino le passività
in modo da minare l’efficacia dello strumento del bail-in, è opportuno
stabilire che essi devono disporre in qualsiasi momento di un importo
aggregato, espresso in percentuale delle loro passività totali, di fondi
propri, debito subordinato e passività di primo rango cui si applica lo
strumento non rientranti nei fondi propri a norma della direttiva 2006/48/CE o
della direttiva 2006/49/CE. È altresì opportuno permettere alle autorità
di risoluzione delle crisi d’imporre che tale percentuale si componga, in tutto
o in parte, di fondi propri e debito subordinato.
(51)          
Gli Stati membri dovrebbero assicurare che gli
strumenti di capitale aggiuntivi di classe 1 e di classe 2 assorbano
completamente le perdite quando l’ente emittente raggiunge il punto di
insostenibilità economica. Di conseguenza, a quel punto le autorità di risoluzione
delle crisi dovrebbero essere tenute ad azzerare tali strumenti o a convertirli
in strumenti di capitale di base di classe 1 prima che sia avviata qualsiasi
altra azione di risoluzione della crisi. A tale scopo, il punto di
insostenibilità economica dovrebbe essere inteso come il punto al quale
l’autorità nazionale pertinente stabilisce che l’ente soddisfa le condizioni
per la risoluzione della crisi, ovvero il punto al quale l’autorità stabilisce
che l’ente cesserà di essere economicamente sostenibile se tali strumenti di
capitale non saranno ridotti. Il fatto che gli strumenti debbano essere ridotti
o convertiti dalle autorità nelle circostanze richieste dalla presente
direttiva dev’essere riconosciuto nelle clausole che disciplinano lo strumento
e in eventuali prospetti o documenti di offerta pubblicati o forniti in
relazione allo stesso.
(52)          
Mantenendo l’ente come impresa attiva, lo strumento
del bail-in dovrebbe massimizzare il valore delle pretese dei creditori,
migliorare la certezza sui mercati e rassicurare le controparti. Per
rassicurare gli investitori e le controparti sui mercati e per minimizzare
l’impatto, occorre consentire di attendere il 1° gennaio 2018 per
applicare lo strumento del bail-in.
(53)          
Le autorità di risoluzione delle crisi dovrebbero
disporre di tutti i poteri giuridici che si possono esercitare in diverse
combinazioni quando sono applicati gli strumenti di risoluzione delle crisi.
Tali poteri dovrebbero includere il potere di cedere azioni o attività, diritti
o passività di un ente in dissesto a un’altra entità, quale un altro ente o un
ente-ponte; il potere di estinguere o cancellare azioni, o il potere di ridurre
o convertire il debito di un ente in dissesto; il potere di sostituire la
direzione e il potere di imporre una moratoria temporanea del pagamento dei
crediti. Potrebbero essere necessari anche poteri supplementari, compreso
quello di richiedere ad altre parti del gruppo di continuare a fornire servizi
essenziali.
(54)          
Non occorre prescrivere con esattezza i mezzi
attraverso i quali le autorità di risoluzione delle crisi dovrebbero
intervenire nell’ente insolvente. Esse dovrebbero poter scegliere tra
l’assunzione del controllo mediante un intervento diretto nell’ente o
attraverso un ordine esecutivo, decidendo in base alle circostanze del caso. In
questa fase non pare necessario imporre un modello unico per una collaborazione
efficiente tra Stati membri.
(55)          
Il quadro di risoluzione delle crisi dovrebbe
prevedere degli obblighi procedurali per assicurare che le misure di risoluzione
delle crisi siano adeguatamente notificate e rese pubbliche. Tuttavia, poiché è
probabile che siano sensibili, le informazioni ottenute dalle autorità di
risoluzione delle crisi e dai loro consulenti professionali durante la
procedura di risoluzione della crisi dovrebbero essere soggette a un efficace
regime di riservatezza prima che la decisione di risoluzione della crisi sia
resa pubblica.
(56)          
Le autorità nazionali dovrebbero disporre di poteri
accessori per garantire l’efficacia della cessione di azioni o titoli di debito
e attività, diritti e passività. Tali poteri dovrebbero comprendere la facoltà
di rimuovere i diritti di terzi dai titoli o attività ceduti e il potere di far
valere contratti e assicurare la continuità degli accordi nei confronti del ricevente
di attività e azioni cedute, senza tuttavia interferire con il diritto dei
dipendenti di risolvere un contratto di lavoro. Dovrebbe restare impregiudicato
anche il diritto di una parte di risolvere un contratto per motivi diversi
dalla mera sostituzione dell’ente in dissesto con il nuovo ente. Le autorità di
risoluzione delle crisi dovrebbero inoltre disporre del potere accessorio di
imporre all’ente residuo che è liquidato con procedura ordinaria di insolvenza
di fornire i servizi necessari per consentire all’ente al quale sono state
cedute attività o azioni in virtù dell’applicazione dello strumento della
vendita dell’attività d’impresa o dello strumento dell’ente-ponte di svolgere
la propria attività.
(57)          
Ai sensi dell’articolo 47 della Carta dei diritti
fondamentali, le parti interessate hanno diritto a un giudice imparziale e a
disporre di mezzi di ricorso efficaci nei confronti delle misure che le
riguardano. Di conseguenza, occorre prevedere la possibilità di ricorso
giurisdizionale avverso le decisioni prese dalle autorità di risoluzione delle
crisi. Tuttavia, poiché la presente direttiva è intesa a disciplinare
situazioni di estrema urgenza e la sospensione di una decisione delle autorità
di risoluzione delle crisi potrebbe interrompere la continuità di funzioni
essenziali, è necessario prevedere che né la presentazione di un ricorso né un
provvedimento giudiziario provvisorio possano sospendere l’attuazione delle
decisioni di risoluzione delle crisi. Inoltre, sia per tutelare i terzi che
hanno acquistato attività, diritti e passività dell’ente soggetto a risoluzione
della crisi in virtù dell’esercizio dei poteri delle autorità in tal senso, sia
per assicurare la stabilità dei mercati finanziari, il ricorso giurisdizionale
non dovrebbe incidere sugli atti amministrativi e/o sulle transazioni conclusi
in base a una decisione di risoluzione della crisi annullata. Occorre pertanto
limitare al riconoscimento alle persone interessate di una compensazione per i
danni subiti le misure correttive applicate a una decisione indebita.
(58)          
Nell’interesse di una risoluzione efficiente delle
crisi e per evitare conflitti di competenza, non deve essere aperta né portata
avanti alcuna procedura ordinaria di insolvenza in relazione all’ente in
dissesto mentre l’autorità di risoluzione delle crisi esercita i propri poteri
o applica strumenti di risoluzione delle crisi. È altresì utile e necessario
sospendere, per un periodo di tempo limitato, determinati obblighi
contrattuali, affinché l’autorità di risoluzione delle crisi abbia il tempo di
mettere in pratica gli strumenti di risoluzione delle crisi.
(59)          
Affinché, nel cedere attività e passività a un
acquirente del settore privato o a un ente-ponte, le autorità di risoluzione
delle crisi dispongano di un periodo di tempo adeguato per individuare i
contratti da cedere, è opportuno imporre limitazioni proporzionate dei diritti
delle controparti di procedere al close out, anticipare o estinguere in
altro modo contratti finanziari prima del trasferimento. Tali limitazioni sono
necessarie per consentire alle autorità di ottenere un quadro fedele dello
stato patrimoniale dell’ente in dissesto, senza le modifiche in termini di
valore e contenuto che deriverebbero da un ampio esercizio dei diritti di
recesso. Per limitare al minimo necessario l’interferenza nei diritti
contrattuali delle controparti, la limitazione dei diritti di recesso dovrebbe
applicarsi soltanto in relazione all’azione di risoluzione della crisi,
lasciando impregiudicati i diritti di recesso derivanti da qualsiasi altro inadempimento,
compreso il mancato pagamento o versamento dei margini.
(60)          
Al fine di preservare legittimi accordi finanziari
nel caso di una cessione di parte delle attività, dei diritti e delle passività
di un ente in dissesto, è opportuno introdurre meccanismi di protezione per
impedire la separazione di passività, diritti e contratti collegati. Tale
limitazione a determinate pratiche rispetto a contratti collegati dovrebbe
estendersi ai contratti con la stessa controparte assistiti da garanzie,
contratti di garanzia finanziaria che implicano il trasferimento della
proprietà, accordi di compensazione, accordi di netting per close out
e contratti di finanza strutturata. Quando si applica tale protezione, le
autorità di risoluzione delle crisi sarebbero tenute a trasferire tutti i
contratti collegati nell’ambito di un accordo protetto, ovvero a lasciarli alla
banca residua fallita. Questa forma di protezione dovrebbe garantire che i
requisiti di capitale previsti dalla direttiva 2006/48/CE per le esposizioni
incluse in un accordo di netting non siano alterati.
(61)          
Nel caso in cui le autorità di risoluzione delle
crisi intendano trasferire una serie di contratti collegati, il trasferimento
non deve essere effettuato quando esso non è possibile per tutti i contratti della
serie perché alcuni diritti o passività da essi contemplati sono disciplinati
dalla legge di un territorio esterno all’Unione. Qualsiasi trasferimento
effettuato in violazione di detta regole è privo di effetti.
(62)          
Anche se il fatto che le autorità di risoluzione
delle crisi disporranno degli stessi strumenti e degli stessi poteri agevolerà
un’azione coordinata in caso di dissesto di un gruppo transfrontaliero,
sembrano tuttavia necessarie ulteriori misure per promuovere la cooperazione e
prevenire risposte nazionali frammentarie. Le autorità di risoluzione delle
crisi dovrebbero consultarsi e cooperare nell’ambito di collegi di risoluzione
delle crisi in caso di risoluzione della crisi di entità affiliate,
nell’intento di concordare un programma di risoluzione della crisi del gruppo.
Dovrebbero essere istituiti collegi di risoluzione delle crisi che andrebbero a
integrare i già esistenti collegi delle autorità di vigilanza attraverso
l’aggiunta delle autorità di risoluzione delle crisi, e, ove appropriato, il
coinvolgimento dei ministeri delle finanze, per le entità appartenenti a
gruppi. In caso di crisi, il collegio di risoluzione delle crisi dovrebbe
rappresentare un forum per lo scambio di informazioni e per il coordinamento
delle misure di risoluzione delle crisi.
(63)          
Nella risoluzione delle crisi di gruppi
transfrontalieri occorre raggiungere un equilibrio fra, da un lato, la
necessità di procedure consone all’urgenza della situazione e funzionali al
raggiungimento di soluzioni efficaci, eque e tempestive per il gruppo nel suo
complesso e, dall’altro, l’esigenza di preservare la stabilità finanziaria in
tutti gli Stati membri in cui il gruppo opera. È opportuno che le diverse
autorità di risoluzione delle crisi confrontino le loro posizioni nel collegio
di risoluzione delle crisi. Le azioni di risoluzione della crisi proposte
dall’autorità di risoluzione delle crisi a livello di gruppo dovrebbero essere
preparate e discusse fra le diverse autorità nazionali di risoluzione delle
crisi nel quadro dei corrispondenti piani a livello di gruppo. Per agevolare il
raggiungimento di una decisione rapida e comune ogniqualvolta possibile, i
collegi di risoluzione delle crisi dovrebbero comprendere le posizioni delle
autorità di risoluzione delle crisi di tutti gli Stati membri in cui il gruppo
opera. Le azioni di risoluzione delle crisi decise dall’apposita autorità a
livello di gruppo dovrebbero tener sempre conto delle ripercussioni sulla
stabilità finanziaria negli Stati membri in cui il gruppo opera. Occorre a tal
fine conferire alle autorità di risoluzione delle crisi dello Stato membro in
cui è stabilita una filiazione la facoltà di contestare le decisioni
dell’autorità di risoluzione delle crisi di gruppo, non soltanto quanto
all’adeguatezza delle azioni e misure di risoluzione della crisi, ma anche
nell’ottica della necessità di salvaguardare la stabilità finanziaria in tale
Stato membro. È opportuno incaricare l’ABE di comporre le controversie che
vertono, fra l’altro, sull’adeguatezza della salvaguardia della stabilità
finanziaria in tutti i vari Stati membri in cui il gruppo opera. Spetta all’ABE
assicurare, in particolare, che la decisione finale sull’azione di risoluzione
della crisi ponderi adeguatamente gli interessi di tutte le autorità di
risoluzione delle crisi alla salvaguardia della stabilità finanziaria
nell’Unione e in tutti gli Stati membri in cui il gruppo opera.
(64)          
L’elaborazione di un programma di risoluzione delle
crisi di gruppo dovrebbe agevolare una risoluzione coordinata che ha più
probabilità di produrre i migliori risultati per tutti gli enti di un gruppo.
Il programma di risoluzione delle crisi di gruppo dovrebbe essere proposto
dall’autorità di risoluzione delle crisi di gruppo e vincolare i membri del
collegio di risoluzione delle crisi. È opportuno concedere alle autorità
nazionali di risoluzione delle crisi dissenzienti la possibilità di rimettere
la questione all’Autorità bancaria europea (in appresso “ABE”), la quale
dovrebbe essere abilitata a dirimerla dopo aver valutato se un’azione autonoma
dello Stato membro interessato sia giustificata da motivi di stabilità
finanziaria nazionale, tenuto conto dell’impatto sulla stabilità finanziaria in
altri Stati membri e della massimizzazione del valore del gruppo nel suo
complesso.
(65)          
Nell’ambito di un programma di risoluzione delle
crisi di gruppo, le autorità nazionali dovrebbero essere invitate ad applicare
lo stesso strumento alle entità giuridiche che soddisfano le condizioni per la
risoluzione delle crisi. Le autorità nazionali non dovrebbero avere il potere
di contestare gli strumenti di risoluzione delle crisi applicati a livello di
gruppo che sono di competenza dell’autorità di risoluzione delle crisi di
gruppo, quali l’applicazione dello strumento dell’ente-ponte a livello di
impresa madre, la vendita di attività dell’ente creditizio impresa madre e la
conversione del debito a livello di impresa madre. Le autorità di risoluzione
delle crisi a livello di gruppo dovrebbero avere anche il potere di applicare
lo strumento dell’ente-ponte a livello di gruppo (che può comportare, se del
caso, meccanismi di ripartizione degli oneri) per stabilizzare un gruppo nel
suo insieme. La proprietà delle filiazioni potrebbe essere trasferita
all’ente-ponte in vista di una loro vendita successiva, tutte insieme o una per
una, quando le condizioni del mercato saranno favorevoli. Inoltre, l’autorità
di risoluzione delle crisi di gruppo dovrebbe avere il potere di applicare lo
strumento del bail-in a livello di impresa madre.
(66)          
Una risoluzione efficace delle crisi degli enti e
gruppi attivi a livello internazionale implica intese di cooperazione tra
l’Unione e le autorità di risoluzione delle crisi dei paesi terzi. La
cooperazione sarà più agevole se i regimi di risoluzione delle crisi dei paesi
terzi si fondano sui principi e approcci comuni in via di definizione al
Consiglio per la stabilità finanziaria e al G20. A tal fine è opportuno che
l’ABE elabori e concluda accordi quadro amministrativi con le autorità dei
paesi terzi a norma dell’articolo 33 del regolamento (UE) n. 1093/2010
e che le autorità nazionali concludano accordi bilaterali conformi, per quanto
possibile, agli accordi quadro dell’ABE. La definizione di tali accordi tra
autorità nazionali competenti della gestione del dissesto di imprese globali
dovrebbe essere un mezzo per garantire l’efficacia della pianificazione, del
processo decisionale e del coordinamento riguardo ai gruppi internazionali.
L’ABE dovrebbe essere inoltre incaricata del riconoscimento delle misure
adottate dalle autorità di risoluzione delle crisi nei paesi terzi. Spetterebbe
agli Stati membri dare attuazione alle decisioni di riconoscimento dell’ABE.
(67)          
È opportuno che la cooperazione riguardi sia le
filiazioni dei gruppi dell’Unione o di paesi terzi sia succursali degli enti
dell’Unione o di paesi terzi. La succursali dei gruppi di paesi terzi sono
imprese stabilite nell’Unione: pertanto, sono totalmente sottoposte al diritto
dell’Unione, compresi gli strumenti di risoluzione delle crisi previsti dalla
presente direttiva. Occorre tuttavia preservare il diritto degli Stati membri
di applicare gli strumenti di risoluzione delle crisi anche alle succursali di
enti la cui amministrazione centrale è stabilita in un paese terzo nei casi in
cui il riconoscimento e l’applicazione alla succursale di procedure del paese
terzo metterebbe a repentaglio la stabilità finanziaria dell’Unione o in cui i
depositanti dell’Unione non riceverebbero lo stesso trattamento dei depositanti
del paese terzo. Occorre quindi conferire all’ABE il diritto di rifiutare, previa
consultazione delle autorità nazionali di risoluzione delle crisi, il
riconoscimento di una procedura di un paese terzo nei confronti di una
succursale sita nell’Unione di un ente di un paese terzo.
(68)          
Vi sono casi in cui l’efficacia degli strumenti di
risoluzione delle crisi applicati può dipendere dalla disponibilità di
finanziamenti a breve termine per l’ente o per un ente-ponte, dalla fornitura
di garanzie a potenziali acquirenti o dalla reperibilità di capitali per
l’ente-ponte. Al di là del ruolo delle banche centrali di fornire liquidità al
sistema finanziario anche in momenti di crisi, è importante che gli Stati
membri istituiscano meccanismi di finanziamento intesi a evitare che i fondi
necessari a tal fine provengano dai bilanci nazionali. La stabilizzazione del
sistema finanziario dovrebbe essere finanziata dal settore finanziario nel suo
complesso.
(69)          
In linea di principio, i contributi dovrebbero
essere raccolti dal settore prima di qualsiasi operazione di risoluzione delle
crisi e indipendentemente da essa. Quando i finanziamenti preventivi non sono
sufficienti a coprire le perdite o i costi sostenuti utilizzando i meccanismi
di finanziamento, occorrono contributi aggiuntivi per sostenere gli ulteriori
costi o perdite.
(70)          
Al fine di costituire una massa critica ed evitare
gli effetti prociclici che si verificherebbero se, in una crisi sistemica, i
meccanismi di finanziamento dovessero basarsi solo sui contributi ex post, le
risorse finanziarie messe ex ante a disposizione dei meccanismi finanziari nazionali
devono obbligatoriamente ammontare ad un determinato livello-obiettivo. 
(71)          
Ai fini di un calcolo equo dei contributi e di un
incentivo a operare secondo un modello meno rischioso, è opportuno che i
contributi ai meccanismi di finanziamento nazionali tengano conto del grado di
rischio cui gli enti creditizi sono esposti.
(72)          
Assicurare una risoluzione efficace delle crisi
degli enti finanziari in dissesto nell’Unione è un fattore essenziale nel
completamento del mercato interno: il loro dissesto, infatti, incide non
soltanto sulla stabilità finanziaria dei mercati in cui operano direttamente,
ma anche sul mercato finanziario dell’Unione nella sua totalità. Con il
completamento del mercato interno dei servizi finanziari si rinsalda
l’interazione fra i vari sistemi finanziari nazionali. Gli enti operano al di
là dello Stato membro di stabilimento e sono intercollegati tramite il mercato
interbancario e altri mercati che sono, nella sostanza, paneuropei. Assicurare
che la risoluzione delle crisi di tali enti sia finanziata efficacemente, a
pari condizioni, nei diversi Stati membri è nell’interesse superiore dello
Stato membro in cui l’ente in questione opera, ma anche, in generale, in quello
di tutti gli altri, perché costituisce un mezzo per garantire pari condizioni
di concorrenza e migliorare il funzionamento del mercato unico finanziario
europeo. L’istituzione di un sistema europeo dei meccanismi di finanziamento
dovrebbe far sì che tutti gli enti che operano nell’Unione siano soggetti a
meccanismi di finanziamento della risoluzione delle crisi di pari efficacia e
concorrano alla stabilità del mercato unico.
(73)          
Per migliorare la resilienza del sistema europeo
dei meccanismi di finanziamento, e in linea con l’obiettivo di attingere
principalmente al settore per ottenere i finanziamenti piuttosto che ai fondi
pubblici, è opportuno che i meccanismi nazionali possano concedersi
reciprocamente prestiti in caso di necessità.
(74)          
Benché istituiti a livello nazionale, i meccanismi
di finanziamento dovrebbero essere messi in comune in caso di risoluzione di
una crisi di gruppo. Quando l’azione di risoluzione della crisi assicura ai
depositanti il mantenimento dell’accesso ai depositi, il sistema di garanzia
dei depositi cui l’ente soggetto a risoluzione della crisi è affiliato dovrebbe
rispondere, fino all’ammontare dei depositi coperti, dell’ammontare delle
perdite che essi avrebbero dovuto sostenere se l’ente fosse stato liquidato con
procedura ordinaria di insolvenza.
(75)          
Oltre a provvedere al rimborso dei depositanti o
alla continuità dell’accesso ai depositi coperti, gli Stati membri dovrebbero
essere liberi di decidere se usare i sistemi di garanzia dei depositi anche
come meccanismi per finanziare altre azioni di risoluzione delle crisi. Tale
flessibilità non dovrebbe mettere a rischio il finanziamento dei sistemi di
garanzia dei depositi né la funzione di garantire il rimborso dei depositi
coperti. 
(76)          
Quando, nel contesto della risoluzione della crisi
di un ente creditizio, i depositi sono trasferiti a un altro ente, i depositanti
non dovrebbero essere assicurati per un importo superiore al livello di
copertura previsto dalla direttiva 94/19/CE. Di conseguenza, i crediti relativi
ai depositi rimasti presso l’ente creditizio soggetto a risoluzione delle crisi
si dovrebbero limitare alla differenza tra i fondi trasferiti e il livello di
copertura previsto dalla direttiva 94/19/CE. Se i depositi trasferiti sono
superiori al livello di copertura, il depositante non dovrebbe avere un diritto
di credito nei confronti del sistema di garanzia dei depositi per quanto
concerne i depositi rimasti presso l’ente creditizio soggetto a risoluzione
delle crisi.
(77)          
L’istituzione dei meccanismi di finanziamento che
costituiscono il sistema europeo dei meccanismi di finanziamento di cui alla
presente direttiva dovrebbe assicurare il coordinamento nell’impiego dei fondi
che sono disponibili per la risoluzione delle crisi a livello nazionale. 
(78)          
L’adozione di norme tecniche relative ai
servizi finanziari dovrebbe garantire un’armonizzazione coerente e una tutela
adeguata di depositanti, investitori e consumatori in tutta l’Unione. Sarebbe
efficiente e opportuno affidare all’ABE, in quanto organismo altamente
specializzato, l’elaborazione dei progetti di norme tecniche di
regolamentazione e di attuazione che non implicano scelte politiche, da
sottoporre alla Commissione.
(79)          
È opportuno che la Commissione adotti i progetti di
norme tecniche di regolamentazione elaborati dall’ABE mediante atti delegati a
norma dell’articolo 290 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea
e in conformità agli articoli da 10 a 14 del regolamento (UE) n. 1093/2010.
(80)          
Dovrebbe essere conferito alla Commissione il
potere di adottare atti delegati conformemente all’articolo 290 del trattato
sul funzionamento dell’Unione europea al fine di: precisare le definizioni di
“funzioni essenziali” e “aree di attività principali”; precisare le circostanze
in cui un ente è in dissesto o a rischio di dissesto; indicare le circostanze
in cui applicare lo strumento della separazione delle attività; specificare le
passività escluse dall’ambito di applicazione dello strumento del bail-in;
indicare le situazioni in cui l’esclusione dallo strumento del bail-in è
necessaria ai fini della continuità delle operazioni essenziali e delle
principali linee di attività; indicare i criteri per fissare l’importo minimo
delle passività ammissibili di cui l’ente deve disporre ai fini dello strumento
del bail-in; precisare le circostanze in cui, in applicazione dello strumento
del bail-in, cancellare le azioni esistenti e convertire le passività in
azioni; specificare le situazioni in cui non riconoscere la procedura di
risoluzione delle crisi di un paese terzo; precisare ulteriormente le
condizioni a cui considerare che il livello-obiettivo dei meccanismi di
finanziamento si è scostato in modo significativo dal livello iniziale;
adottare criteri per adeguare i contributi ai meccanismi di finanziamento al
profilo di rischio dei diversi enti; sancire obblighi per assicurare
l’effettivo versamento dei contributi ai meccanismi di finanziamento; precisare
le condizioni per i prestiti reciproci fra meccanismi di finanziamento
nazionali. È particolarmente importante che la Commissione svolga consultazioni
adeguate durante il lavoro preparatorio, anche a livello di esperti.
(81)          
È opportuno prevedere che, in determinati casi,
l’ABE promuova dapprima, mediante orientamenti, la convergenza delle pratiche
delle autorità nazionali e che successivamente, in funzione della convergenza
realizzata nell’applicazione di tali orientamenti, la Commissione sia abilitata
a adottare atti delegati. 
(82)          
Nella preparazione e nell’elaborazione degli atti
delegati la Commissione dovrebbe provvedere alla tempestiva e continua
trasmissione delle informazioni sui documenti pertinenti al Parlamento europeo
e al Consiglio.
(83)          
Il Parlamento europeo e il Consiglio dovrebbero
disporre di un termine di due mesi a decorrere dalla data di notifica per
sollevare obiezioni all’atto delegato. Il Parlamento europeo e il Consiglio
dovrebbero poter informare le altre istituzioni che non intendono sollevare
obiezioni.
(84)          
Nella dichiarazione relativa all’articolo 290 del
trattato sul funzionamento dell’Unione europea, allegata all’atto finale della
Conferenza intergovernativa che ha adottato il trattato di Lisbona, la
Conferenza prende atto dell’intenzione della Commissione di continuare a
consultare gli esperti nominati dagli Stati membri nell’elaborazione dei
progetti di atti delegati nel settore dei servizi finanziari, secondo la sua
prassi costante.
(85)          
Dovrebbe essere conferito alla Commissione
anche il potere di adottare norme tecniche di attuazione mediante atti di
esecuzione a norma dell’articolo 291 del trattato sul funzionamento dell’Unione
europea e in conformità all’articolo 15 del regolamento (UE) n. 1093/2010.
All’ABE è affidata la stesura di progetti di norme tecniche di attuazione da
sottoporre alla Commissione.
(86)          
La direttiva 2001/24/CE del Parlamento
europeo e del Consiglio, del 4 aprile 2001, in materia di risanamento e
liquidazione degli enti creditizi[27] prevede il reciproco
riconoscimento e l’attuazione in tutti gli Stati membri delle decisioni
concernenti il risanamento o la liquidazione di enti creditizi con succursali
in Stati membri diversi da quello della sede legale; la direttiva garantisce che
tutte le attività e le passività dell’ente creditizio, a prescindere dal paese
in cui si trovano, siano gestite in un’unica procedura nello Stato membro
d’origine e che ai creditori negli Stati ospitanti sia riservato lo stesso
trattamento dei creditori nello Stato membro d’origine; ai fini di una
risoluzione efficace delle crisi, la direttiva 2001/24/CE si dovrebbe applicare
anche nel caso di utilizzo degli strumenti di risoluzione delle crisi, sia
quando sono applicati a enti creditizi sia quando sono applicati ad altre
entità soggette al regime di risoluzione delle crisi; occorre pertanto
modificare di conseguenza la direttiva 2001/24/CE.
(87)          
Le direttive sul diritto societario dell’Unione
contengono norme obbligatorie per la tutela di azionisti e creditori degli enti
creditizi che rientrano nel loro ambito di applicazione. Poiché, in una
situazione in cui le autorità di risoluzione delle crisi devono agire
rapidamente, queste norme possono ostacolare l’efficacia dell’intervento e
l’uso degli strumenti e poteri di risoluzione delle crisi, occorre prevedere
delle deroghe. Al fine di garantire il massimo grado di certezza giuridica ai
portatori di interesse, le deroghe dovrebbero essere definite in modo chiaro e
preciso ed essere applicate esclusivamente nell’interesse pubblico e nel rispetto
delle condizioni per la risoluzione delle crisi. Il ricorso agli strumenti di
risoluzione delle crisi presuppone il rispetto degli obiettivi e delle
condizioni stabiliti a tal fine dalla presente direttiva. 
(88)          
La seconda direttiva 77/91/CEE del Consiglio, del 13
dicembre 1976, intesa a coordinare, per renderle equivalenti, le garanzie che
sono richieste, negli Stati membri, alle società di cui all’articolo 58,
secondo comma, del trattato, per tutelare gli interessi dei soci e dei terzi
per quanto riguarda la costituzione della società per azioni, nonché la
salvaguardia e le modificazioni del capitale sociale della stessa[28]
contiene norme sul diritto degli azionisti di decidere in merito all’aumento e
alla riduzione del capitale sociale, sul loro diritto a partecipare alle nuove
emissioni di azioni come corrispettivo di conferimenti in contanti, sulla
tutela dei creditori in caso di riduzione del capitale e sulla convocazione
dell’assemblea dei soci in caso di perdita grave di capitale. Poiché queste norme
possono ostacolare la rapidità di azione delle autorità di risoluzione delle
crisi, occorre prevedere delle deroghe.
(89)          
La direttiva 2011/35/UE del Parlamento europeo e
del Consiglio, del 5 aprile 2011, relativa alle fusioni delle società
per azioni[29] contiene, tra l’altro,
norme sull’approvazione delle fusioni da parte dell’assemblea generale di
ciascuna delle società partecipanti alla fusione, sui requisiti concernenti il
progetto di fusione, la relazione della direzione e la relazione di un esperto,
nonché sulla tutela dei creditori. La sesta direttiva 82/891/CEE del Consiglio,
del 17 dicembre 1982, basata sull’articolo 54, paragrafo 3, lettera g), del
trattato e relativa alle scissioni delle società per azioni[30]
prevede norme analoghe sulla scissione delle società per azioni. La direttiva 2005/56/CE
del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 ottobre 2005, relativa alle
fusioni transfrontaliere delle società di capitali[31]
prevede norme corrispondenti sulle fusioni transfrontaliere delle società di
capitali. Occorre introdurre deroghe a tali direttive per consentire un’azione
rapida delle autorità di risoluzione delle crisi.
(90)          
La direttiva 2004/25/CE del Parlamento europeo e
del Consiglio, del 21 aprile 2004, concernente le offerte pubbliche di acquisto[32]
prevede l’obbligo di un’offerta pubblica di acquisto su tutte le azioni della
società a un prezzo equo, come definito nella direttiva, ove qualcuno acquisti,
direttamente o indirettamente e personalmente o di concerto con altri, una
determinata percentuale di azioni della società tale da conferirgli il
controllo sulla stessa e definita dalla legislazione nazionale. La norma
sull’offerta obbligatoria ha lo scopo di tutelare gli azionisti di minoranza
nel caso di cambio di controllo. Tuttavia, la prospettiva di un obbligo così
costoso potrebbe scoraggiare possibili investitori nell’ente interessato,
rendendo così difficile alle autorità di risoluzione delle crisi valersi di
tutti i poteri di risoluzione delle crisi. Occorre prevedere una deroga alla
disposizione sull’offerta pubblica obbligatoria, nella misura necessaria a
consentire l’uso dei poteri di risoluzione delle crisi; successivamente al
periodo di tale risoluzione, invece, la disposizione dovrebbe applicarsi a
chiunque acquisisca il controllo dell’ente interessato.
(91)          
La direttiva 2007/36/CE del Parlamento europeo e
del Consiglio, dell’11 luglio 2007, relativa all’esercizio di alcuni
diritti degli azionisti di società quotate[33] contempla i
diritti procedurali degli azionisti in relazione all’assemblea. La direttiva
stabilisce, tra l’altro, il termine minimo e il contenuto della convocazione
dell’assemblea. Poiché queste disposizioni possono ostacolare la rapidità di
azione delle autorità di risoluzione delle crisi, occorre prevedere delle
deroghe alla direttiva. Prima della risoluzione può presentarsi l’esigenza di
un rapido aumento del capitale, quando l’ente creditizio non soddisfa, o non è
probabile che soddisfi, i requisiti delle direttive 2006/48/CE e 2006/49/CE,
e con un aumento di capitale si potrebbe risanare la situazione finanziaria ed
evitare di raggiungere la soglia per la risoluzione. In siffatta situazione,
occorre prevedere la possibilità di convocare l’assemblea entro un termine
ridotto. Tuttavia, gli azionisti dovrebbero mantenere il potere decisionale in
merito all’aumento e alla riduzione del termine per la convocazione
dell’assemblea. Per varare tale meccanismo occorre prevedere una deroga alla
direttiva 2007/36/CE.
(92)          
Affinché le autorità competenti della risoluzione
delle crisi siano rappresentate nel Sistema europeo di vigilanza finanziaria
istituito dal regolamento (UE) n. 1093/2010 e affinché l’ABE disponga
delle conoscenze necessarie a svolgere i compiti previsti dalla presente
direttiva, occorre modificare il regolamento (UE) n. 1093/2010 per includere
le autorità nazionali di risoluzione delle crisi nella nozione di autorità
competenti di cui a tale regolamento. Tale assimilazione fra autorità di
risoluzione delle crisi e autorità competenti a norma del regolamento (UE)
n. 1093/2010 è in linea con le funzioni che l’articolo 25 dello stesso
attribuisce all’ABE, vale a dire, tra l’altro, contribuire e partecipare
attivamente all’elaborazione e al coordinamento di piani di risanamento e di
risoluzione delle crisi e tendere a facilitare la risoluzione delle crisi degli
istituti in fallimento e, in particolare, di gruppi transfrontalieri.
(93)          
Per assicurare l’osservanza degli obblighi imposti
dalla presente direttiva da parte degli enti, di coloro che ne controllano
effettivamente l’attività d’impresa e dei membri del loro organo di gestione, e
per assicurare che essi ricevano un trattamento analogo in tutta l’Unione,
occorre che gli Stati membri siano tenuti a prevedere sanzioni e misure
amministrative effettive, proporzionate e dissuasive. Le sanzioni e misure
amministrative previste dagli Stati membri dovrebbero quindi rispondere a
determinati requisiti quanto a destinatari, criteri di cui tener conto
nell’applicare una sanzione o misura, pubblicazione delle sanzioni o misure,
poteri sanzionatori fondamentali e livello delle sanzioni pecuniarie
amministrative.
(94)          
La presente direttiva fa riferimento alle sanzioni
e misure amministrative in modo da coprire tutte le azioni applicate in caso di
violazione e miranti a impedire ulteriori violazioni, a prescindere dalla loro
classificazione come sanzione o misura nell’ordinamento nazionale.
(95)          
Occorre che la presente direttiva lasci
impregiudicate le disposizioni del diritto degli Stati membri relative alle
sanzioni penali.
(96)          
Con la Dichiarazione politica comune degli Stati
membri e della Commissione, del 28 settembre 2011, sui documenti
esplicativi[34], gli Stati membri si
sono impegnati ad accompagnare, in casi debitamente giustificati, la notifica
delle misure di recepimento con uno o più documenti esplicativi che chiariscano
il rapporto tra le componenti della direttiva e le parti corrispondenti degli
strumenti nazionali di recepimento. Per quanto riguarda la presente direttiva,
il legislatore ritiene che la trasmissione di tali documenti sia giustificata.
(97)          
La presente direttiva rispetta i diritti
fondamentali e osserva i diritti, le libertà e i principi riconosciuti, in
particolare, dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, in
particolare il diritto di proprietà, il diritto a un ricorso effettivo e a un giudice
imparziale e i diritti della difesa,
HANNO ADOTTATO LA PRESENTE DIRETTIVA:
TITOLO I
AMBITO DI APPLICAZIONE, DEFINIZIONI E AUTORITÀ
Articolo 1
Oggetto e ambito di applicazione
La presente direttiva stabilisce norme e
procedure per il risanamento e la risoluzione delle crisi di:
(a)         
enti creditizi e imprese di investimento;
(b)         
enti finanziari filiazioni di un ente creditizio o
di un’impresa di investimento o di una società di cui alle lettere c) o d),
soggetti alla vigilanza dell’impresa madre su base consolidata in conformità
del titolo V, capo 2, sezione 2, sottosezione 1, della direttiva 2006/48/CE;
(c)         
società di partecipazione finanziaria, società di
partecipazione finanziaria mista, società di partecipazione mista; 
(d)         
società di partecipazione finanziaria madri in uno
Stato membro, società di partecipazione finanziaria madri nell’Unione, società
di partecipazione finanziaria mista madri in uno Stato membro, società di
partecipazione finanziaria mista madri nell’Unione;
(e)         
succursali di enti con sede legale al di fuori
dell’Unione secondo le specifiche condizioni previste nella presente direttiva.
Articolo 2
Definizioni
Ai fini della presente direttiva si intende
per:
(1)              
“risoluzione della/delle crisi”: la
ristrutturazione di un ente al fine di assicurarne la continuità delle funzioni
essenziali, di preservare la stabilità finanziaria e di ripristinare la
sostenibilità economica di tutto l’ente o di sue parti;
(2)              
“ente creditizio”: un ente creditizio come definito
all’articolo 4, punto 1, della direttiva 2006/48/CE;
(3)              
“impresa di investimento”: un’impresa di
investimento definita all’articolo 3, paragrafo 1, lettera b), della direttiva 2006/49/CE,
soggetta al requisito relativo al capitale iniziale di cui all’articolo 9
della medesima;
(4)              
“ente finanziario”: un ente finanziario come
definito all’articolo 4, punto 5, della direttiva 2006/48/CE;
(5)              
“filiazione”: un’impresa figlia come definita
all’articolo 4, punto 13, della direttiva 2006/48/CE;
(6)              
“impresa madre”: un’impresa madre come definita
all’articolo 4, punto 12, della direttiva 2006/48/CE;
(7)              
“base consolidata”: in base alla situazione
finanziaria consolidata di un gruppo soggetto alla vigilanza su base
consolidata a norma del titolo V, capo 2, sezione 2, sottosezione 1, della
direttiva 2006/48/CE o al subconsolidamento a norma dell’articolo 73,
paragrafo 2, della medesima;
(8)              
“società di partecipazione finanziaria”: un ente
finanziario le cui filiazioni sono, esclusivamente o prevalentemente, enti o
enti finanziari, e almeno una di esse è un ente, e che non è una società di
partecipazione finanziaria mista ai sensi dell’articolo 2, punto 15, della
direttiva 2002/87/CE;
(9)              
“società di partecipazione finanziaria mista”: una
società di partecipazione finanziaria mista come definita all’articolo 2, punto
15, della direttiva 2002/87/CE;
(10)          
“società di partecipazione mista”: una società di
partecipazione mista come definita all’articolo 4, punto 20, della direttiva 2006/48/CE,
o una società di partecipazione mista come definita all’articolo 3, paragrafo 3,
lettera b) della direttiva 2006/49/CE;
(11)          
“società di partecipazione finanziaria madre in uno
Stato membro”: una società di partecipazione finanziaria che non sia a sua
volta filiazione di un ente autorizzato nello stesso Stato membro o di una
società di partecipazione finanziaria o di partecipazione finanziaria mista
costituita nello stesso Stato membro;
(12)          
“società di partecipazione finanziaria madre
nell’Unione”: una società di partecipazione finanziaria madre che non sia
filiazione di un ente autorizzato in un qualsiasi Stato membro o di un’altra
società di partecipazione finanziaria o società di partecipazione finanziaria
mista costituita in un qualsiasi Stato membro;
(13)          
“società di partecipazione finanziaria mista madre
in uno Stato membro”: società di partecipazione finanziaria mista che non sia a
sua volta filiazione di un ente autorizzato nello stesso Stato membro o di una
società di partecipazione finanziaria o di partecipazione finanziaria mista
costituita nello stesso Stato membro;
(14)          
“società di partecipazione finanziaria mista madre
nell’Unione”: una società di partecipazione finanziaria mista madre che non sia
filiazione di un ente creditizio autorizzato in un qualsiasi Stato membro o di
un’altra società di partecipazione finanziaria o società di partecipazione
finanziaria mista costituita in un qualsiasi Stato membro;
(15)          
“obiettivi della risoluzione della/delle crisi”:
gli obiettivi specificati all’articolo 26, paragrafo 2;
(16)          
“succursale”: una succursale come definita
all’articolo 4, punto 3, della direttiva 2006/48/CE;
(17)          
“autorità di risoluzione della/delle crisi”:
un’autorità designata da uno Stato membro a norma dell’articolo 3;
(18)          
“strumento di risoluzione della/delle crisi”: lo
strumento della vendita dell’attività d’impresa, lo strumento dell’ente-ponte,
lo strumento della separazione delle attività o lo strumento del bail-in;
(19)          
“potere di risoluzione della/delle crisi”: uno dei
poteri di cui all’articolo 56, paragrafo 1;
(20)          
“autorità competente”: autorità competente come
definita all’articolo 4, punto 4, della direttiva 2006/48/CE o
all’articolo 3, paragrafo 3, lettera c) della direttiva 2006/49/CE;
(21)          
“ministeri competenti”: i ministeri delle finanze o
altri ministeri responsabili delle decisioni economiche, finanziarie e di
bilancio secondo le competenze nazionali;
(22)          
“controllo”: il rapporto tra un’impresa madre e una
filiazione come definito all’articolo 1 della direttiva 83/349/CEE, ovvero
un rapporto analogo tra una persona fisica o giuridica e un’impresa;
(23)          
“ente”: un ente creditizio o un’impresa di
investimento;
(24)          
“direzione”: le persone che determinano effettivamente
l’orientamento dell’attività dell’ente creditizio ai sensi dell’articolo 11
della direttiva 2006/48/CE;
(25)          
“gruppo”: un’impresa madre e le sue filiazioni;
(26)          
“sostegno finanziario pubblico straordinario”:
aiuti di Stato ai sensi dell’articolo 107, paragrafo 1, del trattato sul
funzionamento dell’Unione europea, forniti per mantenere o ripristinare la
sostenibilità economica, la liquidità o la solvibilità di un ente;
(27)          
“entità del gruppo”: un’entità giuridica facente
parte di un gruppo;
(28)          
“piano di risanamento”: un piano preparato e
aggiornato da un ente a norma dell’articolo 5;
(29)          
“funzioni essenziali”: attività, servizi e
operazioni la cui interruzione potrebbe determinare una perturbazione
dell’economia o dei mercati finanziari di uno o più Stati membri;
(30)          
“aree di attività principali”: aree di attività e
servizi connessi che rappresentano una fonte sostanziale di entrate, utili o
valore di franchise di un ente;
(31)          
“autorità di vigilanza su base consolidata”:
l’autorità competente della vigilanza su base consolidata come definita
all’articolo 4, punto 48, della direttiva 2006/48/CE;
(32)          
“fondi propri”: fondi propri ai sensi del titolo V,
capo 2, della direttiva 2006/48/CE;
(33)          
“condizioni per la risoluzione delle crisi”: le
condizioni specificate all’articolo 27, paragrafo 1;
(34)          
“azione di risoluzione della/delle crisi”: la
decisione di assoggettare un ente a risoluzione delle crisi a norma
dell’articolo 27, l’applicazione di uno strumento di risoluzione delle
crisi o l’esercizio di uno o più poteri di risoluzione delle crisi in relazione
a un ente;
(35)          
“piano di risoluzione della/delle crisi”: un piano
preparato per un ente dalla pertinente autorità di risoluzione della/delle
crisi a norma dell’articolo 9;
(36)          
“risoluzione della/delle crisi di gruppo”: uno
degli interventi seguenti:
(a)         
azione di risoluzione della crisi a livello di
impresa madre o di ente soggetto a vigilanza consolidata;
(b)         
coordinamento dell’applicazione degli strumenti di
risoluzione delle crisi e dell’esercizio dei poteri di risoluzione delle crisi
da parte delle autorità di risoluzione delle crisi in relazione a entità del
gruppo che soddisfano le condizioni per la risoluzione della crisi;
(37)          
“piano di risoluzione della/delle crisi di gruppo”:
un piano di risoluzione della/delle crisi di gruppo preparato a norma degli
articoli 11 e 12;
(38)          
“autorità di risoluzione della/delle crisi a
livello di gruppo”: l’autorità di risoluzione delle crisi nello Stato membro in
cui si trova l’autorità di vigilanza su base consolidata;
(39)          
“collegio di risoluzione della/delle crisi”: un
collegio istituito in conformità all’articolo 80 per svolgere i compiti di
cui agli articoli 12, 13 e 83;
(40)          
“procedura ordinaria di insolvenza”: l’insieme
delle procedure di insolvenza che comportano il parziale o totale
disinvestimento di un debitore e la nomina di un liquidatore, di norma
applicabili agli enti ai sensi del diritto nazionale, e specifiche per tali
enti oppure applicabili in generale a qualsiasi persona fisica o giuridica;
(41)          
“titoli di debito” di cui all’articolo 56,
lettere d), i), l) e m): le obbligazioni e altre forme di titoli di debito
trasferibili, gli strumenti che creano o riconoscono un debito e quelli che
conferiscono diritti di acquistare titoli di debito;
(42)          
“ente impresa madre in uno Stato membro”: un ente
creditizio impresa madre in uno Stato membro come definito all’articolo 4,
punto 14, della direttiva 2006/48/CE, o un’impresa d’investimento madre in
uno Stato membro come definita all’articolo 3, lettera f), della direttiva 2006/49/CE;
(43)          
“ente impresa madre nell’Unione”: un ente
creditizio impresa madre nell’Unione come definito all’articolo 4, punto 16,
della direttiva 2006/48/CE, o un’impresa d’investimento madre nell’Unione come
definita all’articolo 3, lettera g) della direttiva 2006/49/CE;
(44)          
“requisiti in materia di fondi propri”: i requisiti
imposti dall’articolo 75 della direttiva 2006/48/CE;
(45)          
“collegio delle autorità di vigilanza”: un collegio
delle autorità di vigilanza istituito a norma dell’articolo 131 bis
della direttiva 2006/48/CE;
(46)          
“quadro degli aiuti di Stato dell’Unione”: il
quadro istituito dagli articoli 107 e 108 del trattato sul funzionamento
dell’Unione europea e i regolamenti stabiliti o adottati ai sensi dell’articolo
107 o dell’articolo 106, paragrafo 4 del trattato sul funzionamento dell’Unione
europea;
(47)          
“liquidazione”: il realizzo delle attività di un
ente;
(48)          
“strumento della separazione delle attività”: la
cessione, mediante l’esercizio del potere di cessione di un’autorità di
risoluzione delle crisi, di attività e diritti di un ente che soddisfa le
condizioni per la risoluzione della crisi a una società veicolo per la gestione
delle attività, in conformità all’articolo 36;
(49)          
“strumento del bail-in”: esercizio, da parte di
un’autorità di risoluzione delle crisi, dei poteri di riduzione e di
conversione in relazione alle passività di un ente che soddisfa le condizioni
per la risoluzione della crisi a norma dell’articolo 37;
(50)          
“strumento della vendita dell’attività d’impresa”:
la cessione, ad opera di un’autorità di risoluzione delle crisi, di titoli di
proprietà, attività, diritti o passività di un ente che soddisfa le condizioni
per la risoluzione della crisi a un acquirente diverso da un ente-ponte, a
norma dell’articolo 32;
(51)          
“strumento dell’ente-ponte”: il potere di cedere a
un ente-ponte attività, diritti o passività di un ente che soddisfa le
condizioni per la risoluzione della crisi, in conformità all’articolo 34;
(52)          
“ente-ponte”: un’entità giuridica interamente di
proprietà di una o più autorità pubbliche (che possono includere l’autorità di
risoluzione delle crisi), creata al fine di ricevere alcune o tutte le
attività, i diritti e le passività di un ente soggetto a risoluzione della
crisi per subentrarvi, in tutto o in parte, nei servizi e attività;
(53)          
“titoli di proprietà”: azioni, titoli che
conferiscono la proprietà in associazioni mutualistiche, titoli convertibili in
- o che conferiscono il diritto di acquisire - azioni o titoli di proprietà, e
titoli che rappresentano partecipazioni azionarie o titoli di proprietà;
(54)          
“poteri di cessione”: i poteri specificati
all’articolo 56, paragrafo 1, lettere c), d) o e), di cedere azioni, altri
titoli di proprietà, titoli di debito, attività, diritti o passività, ovvero
qualsiasi combinazione degli stessi, da un ente soggetto a risoluzione della
crisi a un ricevente;
(55)          
“controparte centrale”: un’entità giuridica che si
interpone tra le controparti di una transazione su uno o più mercati
finanziari, diventando l’acquirente di ogni venditore e il venditore di ogni
acquirente;
(56)          
“derivato”: uno strumento finanziario elencato
nell’allegato I, sezione C, punti da (4) a (10), della direttiva 2004/39/CE
del Parlamento europeo e del Consiglio[35];
(57)          
“poteri di riduzione del debito e conversione”: i
poteri specificati all’articolo 56, paragrafo 1, lettere da f) a l);
(58)          
“passività garantita”: una passività per la quale
il diritto del creditore al pagamento è garantito da un gravame sulle attività,
un pegno o un’ipoteca, o da contratti di garanzia, comprese le passività
derivanti da operazioni di vendita con patto di riacquisto ed altri contratti
di garanzia con trasferimento del titolo di proprietà;
(59)          
“strumenti di capitale aggiuntivo di classe 1”:
strumenti di capitale rientranti nei fondi propri a norma dell’articolo 57,
lettera c bis), della direttiva 2006/48/CE;
(60)          
“importo aggregato”: l’importo aggregato di cui
l’autorità di risoluzione delle crisi ha valutato che si debbano ridurre o
convertire le passività ammissibili ai sensi dell’articolo 41, paragrafo 1;
(61)          
“strumenti di capitale di base di classe 1”:
strumenti di capitale rientranti nei fondi propri a norma dell’articolo 57,
lettera a), della direttiva 2006/48/CE;
(62)          
“passività ammissibili”: le passività di un ente
che non sono escluse dall’ambito di applicazione dello strumento del bail-in in
virtù dell’articolo 38, paragrafo 2;
(63)          
“sistema di garanzia dei depositi”: un sistema di
garanzia dei depositi istituito e ufficialmente riconosciuto da uno Stato
membro a norma dell’articolo 3 della direttiva 94/19/CE;
(64)          
“strumenti di capitale di classe 2”: strumenti di
capitale rientranti nei fondi propri a norma dell’articolo 56, lettere f) e
h), della direttiva 2006/48/CE;
(65)          
“strumenti di capitale pertinenti”: ai fini del
titolo IV, capo III, sezioni 5 e 6, strumenti di capitale aggiuntivo di classe 1
e strumenti di capitale di classe 2;
(66)          
“tasso di conversione”: il fattore che determina il
numero di azioni ordinarie in cui è convertita una passività di una data
classe, facendo riferimento a un singolo strumento di detta classe o a una
specifica unità di valore di un credito;
(67)          
“creditore interessato”: il creditore la cui
pretesa si riferisce a una passività ridotta o convertita in azioni mediante
l’esercizio del potere di riduzione o di conversione;
(68)          
“azionista interessato”: l’azionista le cui azioni
sono cancellate tramite il potere di cui all’articolo 56, paragrafo 1,
lettera j);
(69)          
“autorità appropriata”: l’autorità dello Stato
membro designata ai sensi dell’articolo 54 che è competente a norma
dell’ordinamento nazionale di tale Stato per effettuare le determinazioni di
cui all’articolo 51, paragrafo 1;
(70)          
“ente impresa madre pertinente”: un’impresa madre
in uno Stato membro, un’impresa madre nell’Unione, una società di
partecipazione finanziaria, una società di partecipazione finanziaria mista,
una società di partecipazione mista, una società di partecipazione finanziaria
madre in uno Stato membro, una società di partecipazione finanziaria madre
nell’Unione, una società di partecipazione finanziaria mista madre in uno Stato
membro oppure una società di partecipazione finanziaria mista madre
nell’Unione, in relazione alla quale è applicato lo strumento del bail-in;
(71)          
“ricevente”: l’entità alla quale sono ceduti
azioni, altri titoli di proprietà, titoli di debito, attività, diritti o
passività, ovvero una combinazione degli stessi, dall’ente soggetto a
risoluzione della crisi;
(72)          
“giorno lavorativo”: qualsiasi giorno tranne il
sabato, la domenica e le festività pubbliche nello Stato membro di origine
dell’ente;
(73)          
“diritto di recesso”: il diritto di recedere da un
contratto in caso di inadempimento, secondo quanto definito nel contratto o ai
fini dello stesso, che comprende eventuali diritti connessi di anticipazione, close-out,
compensazione o netting di obbligazioni nonché eventuali disposizioni
connesse che sospendono, modificano o estinguono l’obbligo di un contraente di
effettuare un pagamento;
(74)          
“ente soggetto a risoluzione della/delle crisi”: un
ente, un ente finanziario, una società di partecipazione finanziaria, una
società di partecipazione finanziaria mista, una società di partecipazione
mista, una società di partecipazione finanziaria madre in uno Stato membro, una
società di partecipazione finanziaria madre nell’Unione, una società di
partecipazione finanziaria mista madre in uno Stato membro oppure una società
di partecipazione finanziaria mista madre nell’Unione, in relazione al quale è
avviata un’azione di risoluzione della crisi;
(75)          
“ente filiazione nazionale”: un ente stabilito in
uno Stato membro che è filiazione di un ente di un paese terzo o di una società
di partecipazione finanziaria;
(76)          
“impresa madre nell’Unione”: un ente impresa madre
nell’Unione, una società di partecipazione finanziaria madre nell’Unione o una
società di partecipazione finanziaria mista madre nell’Unione;
(77)          
“ente di un paese terzo”: un’entità la cui sede
legale è stabilita in un paese terzo, titolare di un’autorizzazione o di una
licenza a norma della legislazione di detto paese che le consente di esercitare
una delle attività elencate nell’allegato I della direttiva 2006/48/CE o
nell’allegato I, sezione A, della direttiva 2004/39/CE;
(78)          
“procedura di risoluzione della/delle crisi in un
paese terzo”: un’azione ai sensi della legge di un paese terzo per gestire il
dissesto di un ente di un paese terzo che è comparabile, in termini di
risultati, alle azioni di risoluzione delle crisi di cui alla presente
direttiva;
(79)          
“succursale nazionale”: una succursale di un ente
di un paese terzo stabilita in uno Stato membro;
(80)          
“autorità competente di un paese terzo”: l’autorità
di un paese terzo competente a svolgere funzioni comparabili a quelle delle
autorità di risoluzione delle crisi o delle autorità competenti di cui alla
presente direttiva;
(81)          
“meccanismo di finanziamento di gruppo”: il
meccanismo o i meccanismi di finanziamento dello Stato membro dell’autorità di
risoluzione della crisi a livello di gruppo;
(82)          
“operazione back to back”: un’operazione tra
due entità di un gruppo volta a trasferire, in tutto o in parte, il rischio
generato da un’altra operazione effettuata tra una delle entità e un terzo;
(83)          
“garanzia infragruppo”: un contratto con il quale
un’entità del gruppo garantisce per le obbligazioni di un’altra entità del
gruppo nei confronti di un terzo.
Quando la presente direttiva fa riferimento al
regolamento (UE) n. 1093/2010, le autorità di risoluzione delle crisi sono
considerate, ai fini di tale regolamento, autorità competenti ai sensi
dell’articolo 4, punto 2, dello stesso.
Alla Commissione è conferito il potere di adottare
atti delegati conformemente all’articolo 103 per precisare le definizioni di
“funzioni essenziali” e “aree di attività principali” di cui ai punti (29) e (30),
al fine di garantire un’applicazione uniforme della presente direttiva. 
Articolo 3
Designazione delle autorità di risoluzione
delle crisi
1.           Ciascuno Stato membro designa
una o più autorità di risoluzione delle crisi, abilitate ad applicare gli
strumenti e a esercitare i poteri di risoluzione delle crisi.
2.           Le autorità di risoluzione
delle crisi sono autorità amministrative pubbliche.
3.           Possono essere autorità di
risoluzione delle crisi le autorità competenti della vigilanza ai fini delle
direttive 2006/48/CE e 2006/49/CE, le banche centrali, i ministeri competenti
ovvero altre autorità amministrative pubbliche, purché gli Stati membri
adottino le norme e disposizioni necessarie per evitare conflitti di interesse
tra le funzioni di vigilanza ai sensi delle direttive 2006/48/CE e 2006/49/CE,
o le altre funzioni dell’autorità in questione, e le funzioni di autorità di
risoluzione delle crisi ai sensi della presente direttiva. In particolare, gli
Stati membri provvedono a che, in seno alle autorità competenti, banche
centrali, ministeri competenti ovvero altre autorità amministrative pubbliche,
la funzione di risoluzione delle crisi sia separata dalla funzione di vigilanza
o altre funzioni dell’autorità in questione.
4.           Laddove l’autorità di
risoluzione delle crisi e l’autorità competente ai sensi della direttiva 2006/48/CE
siano entità separate, gli Stati membri richiedono loro di collaborare
strettamente nella preparazione, pianificazione e applicazione delle decisioni
di risoluzione delle crisi.
5.           Laddove l’autorità designata
a norma del paragrafo 1 non sia il ministero competente di uno Stato membro,
qualsiasi decisione dell’autorità designata ai sensi della presente direttiva è
presa in consultazione con il ministero competente.
6.           Gli Stati membri provvedono a
che le autorità designate a norma del paragrafo 1 dispongano delle competenze,
risorse e capacità operative atte ad applicare le misure di risoluzione delle
crisi e siano in grado di esercitare i loro poteri con la rapidità e
flessibilità necessarie per conseguire gli obiettivi della risoluzione delle
crisi.
7.           Lo Stato membro che, ai fini
dell’applicazione degli strumenti e dell’esercizio dei poteri di risoluzione
delle crisi, designa più di una autorità ripartisce chiaramente le funzioni e i
poteri tra le diverse autorità, assicura un adeguato coordinamento tra di esse
e designa un’unica autorità quale autorità di contatto ai fini della
collaborazione e del coordinamento con le autorità pertinenti di altri Stati
membri.
8.           Gli Stati membri informano
l’Autorità bancaria europea (di seguito “ABE”) in merito alla o alle autorità
nazionali nominate autorità di risoluzione delle crisi e autorità di contatto
indicandone, se del caso, le rispettive funzioni e competenze specifiche. L’ABE
pubblica l’elenco delle autorità di risoluzione delle crisi.
TITOLO II
PREPARAZIONE
CAPO I
Pianificazione del risamento e della risoluzione
delle crisi
Sezione 1
Disposizioni generali
Articolo 4
Semplificazione degli obblighi per taluni
enti
1.                      
Gli Stati membri assicurano che le autorità competenti
e le autorità di risoluzione delle crisi stabiliscano, in considerazione
dell’impatto che il dissesto dell’ente potrebbe avere sui mercati finanziari,
su altri enti e sulle condizioni di finanziamento a causa della tipologia della
sua attività, delle sue dimensioni o dell’interconnessione con altri enti o con
il sistema finanziario in generale, in che misura i seguenti elementi valgano
per l’ente:
(a)         
contenuto e particolari dei piani di risanamento e
di risoluzione delle crisi previsti agli articoli 5, 7, 9 e 11;
(b)         
contenuto e particolari delle informazioni che gli
enti devono fornire a norma dell’articolo 5, paragrafo 5, e degli articoli
10 e 11. 
2.                      
Alla Commissione è conferito il potere di adottare
atti delegati conformemente all’articolo 103 per indicare i criteri cui il
paragrafo 1 rimanda ai fini della valutazione, in conformità di detto
paragrafo, dell’impatto del dissesto di un ente sui mercati finanziari, su
altri enti e sulle condizioni di finanziamento.
3.           Le autorità competenti e le
autorità di risoluzione delle crisi comunicano all’ABE le modalità con cui
hanno ottemperato all’obbligo di cui al paragrafo 1 relativamente agli enti di
loro competenza. L’ABE riferisce alla Commissione, entro e non oltre il 1° gennaio 2018,
in merito all’ottemperanza dell’obbligo di cui al paragrafo 1. L’ABE
segnala in particolare alla Commissione le eventuali divergenze
nell’ottemperanza a tale obbligo a livello nazionale.
Sezione 2
Pianificazione del risanamento
Articolo 5
Piani di risanamento
1.           Gli Stati membri assicurano
che ciascun ente prepari e tenga aggiornato un piano di risanamento che
preveda, attraverso misure intraprese dalla direzione dell’ente o da un’entità
del gruppo, il ripristino della situazione finanziaria a seguito di un
deterioramento significativo. I piani di risanamento sono considerati un
dispositivo di governo societario ai sensi dell’articolo 22 della direttiva 2006/48/CE.
2.           Gli Stati membri assicurano
che ciascun ente aggiorni il piano di risanamento almeno ogni anno o a seguito
di cambiamenti della struttura giuridica o organizzativa, dell’attività o della
situazione finanziaria che possano influire in misura sostanziale sul piano di
risanamento o renderne necessaria la modifica. Le autorità competenti hanno
facoltà di richiedere agli enti di aggiornare con maggiore frequenza i piani di
risanamento.
3.           I piani di risanamento non
presuppongono l’accesso a un sostegno finanziario pubblico straordinario né il
suo ottenimento, ma comprendono, ove pertinente, un’analisi delle modalità e
delle situazioni in cui l’ente può chiedere di accedere a meccanismi della
banca centrale in condizioni di crisi, e le relative garanzie reali
disponibili.
4.           Gli Stati membri provvedono a
che i piani di risanamento contengano le informazioni elencate nella sezione A
dell’allegato.
5.           Le autorità competenti
assicurano che gli enti indichino nei piani di risanamento le condizioni e
procedure atte a garantire la tempestività delle azioni di risanamento, così
come una vasta gamma di opzioni di risanamento. Le autorità competenti
provvedono a che le imprese testino il rispettivo piano di risanamento sullo
sfondo di una serie di scenari di turbolenza finanziaria d’intensità variabile,
fra cui eventi a livello di sistema, stress specifici per la singola entità
giuridica e stress a livello di gruppo. 
6.           L’ABE elabora, in
consultazione con il Comitato europeo per il rischio sistemico (in seguito
“CERS”), progetti di norme tecniche che specificano la gamma di scenari cui
ricorrere ai fini del paragrafo 5, conformemente all’articolo 25,
paragrafo 3, del regolamento (UE) n. 1093/2010.
L’ABE presenta i progetti di norme tecniche di
regolamentazione alla Commissione entro dodici mesi dalla data di entrata in
vigore della presente direttiva.
Alla Commissione è delegato il potere di adottare
le norme tecniche di regolamentazione di cui al primo comma conformemente alla
procedura di cui agli articoli da 10 a 14 del regolamento (UE) n. 1093/2010.
7.           L’ABE elabora progetti di
norme tecniche di regolamentazione che specificano le informazioni da inserire
nel piano di risanamento di cui al paragrafo 4.
L’ABE presenta i progetti di norme tecniche di
regolamentazione alla Commissione entro dodici mesi dalla data di entrata in
vigore della presente direttiva.
Alla Commissione è delegato il potere di adottare
le norme tecniche di regolamentazione di cui al primo comma conformemente alla
procedura di cui agli articoli da 10 a 14 del regolamento (UE) n. 1093/2010.
Articolo 6
Valutazione dei piani di risanamento
1.           Gli Stati membri richiedono
agli enti di sottoporre i piani di risanamento alla verifica delle autorità
competenti.
2.           Le autorità competenti
procedono alla verifica dei piani e valutano in che misura ciascuno di essi
soddisfi i requisiti indicati all’articolo 5, nonché i seguenti criteri:
(a)         
probabilità che l’attuazione delle disposizioni
proposte nel piano ripristini la sostenibilità economica e la solidità
finanziaria dell’ente, tenuto conto delle misure preparatorie che l’ente ha
preso o intende prendere;
(b)         
possibilità di attuazione efficace del piano o di
opzioni specifiche in situazioni di crisi finanziaria senza provocare effetti
negativi di entità significativa sul sistema finanziario, anche nel caso in cui
altri enti mettano in atto piani di risanamento nello stesso periodo.
3.           Se valutano che il piano di
risanamento presenta delle lacune o che la sua attuazione è soggetta a
potenziali impedimenti, le autorità competenti comunicano all’ente la loro
valutazione richiedendogli di presentare entro tre mesi un piano modificato
indicante come è stato posto rimedio a tali lacune o impedimenti.
4.           Se l’ente non presenta un
piano di risanamento modificato o se l’autorità competente stabilisce che il
piano di risanamento modificato non pone rimedio in maniera adeguata alle
lacune o ai potenziali impedimenti individuati nella prima valutazione, le
autorità competenti richiedono all’ente di prendere le misure che ritiene
necessarie per eliminare le lacune o impedimenti. Oltre alle misure che possono
essere imposte a norma dell’articolo 136 della direttiva 2006/48/CE,
le autorità competenti hanno facoltà, in particolare, di chiedere all’ente di
agire per:
(a)         
agevolare la riduzione del proprio profilo di
rischio;
(b)         
attivare tempestive misure di ricapitalizzazione;
(c)         
introdurre cambiamenti nella strategia aziendale;
(d)         
modificare la strategia di finanziamento al fine di
migliorare la resilienza delle aree di attività principali e delle operazioni
essenziali;
(e)         
modificare la propria struttura di governo.
5.           L’ABE elabora progetti di
norme tecniche di regolamentazione in cui specifica gli aspetti che l’autorità
competente deve considerare ai fini della valutazione di cui al paragrafo 2.
L’ABE presenta i progetti di norme tecniche di
regolamentazione alla Commissione entro dodici mesi dalla data di entrata in
vigore della presente direttiva.
Alla Commissione è delegato il potere di adottare
le norme tecniche di regolamentazione di cui al primo comma conformemente alla
procedura di cui agli articoli da 10 a 14 del regolamento (UE) n. 1093/2010.
Articolo 7
Piani di risanamento di gruppo
1.           Gli Stati membri provvedono a
che l’impresa madre o l’ente soggetto a vigilanza su base consolidata ai sensi
degli articoli 125 e 126 della direttiva 2006/48/CE preparino e presentino
all’autorità di vigilanza su base consolidata un piano di risanamento di gruppo
che comprenda un piano di risanamento per l’intero gruppo, comprese le società
di cui all’articolo 1, lettere c) o d), e un piano di risanamento per ciascun
ente che ne fa parte.
2.           L’autorità di vigilanza su
base consolidata trasmette i piani di risanamento di gruppo alle pertinenti
autorità competenti di cui all’articolo 131 bis della
direttiva 2006/48/CE e all’ABE.
3.           Il piano di risanamento di
gruppo mira alla stabilizzazione del gruppo nel suo complesso o di un suo ente,
qualora si trovino in difficoltà, in modo da risolvere o eliminare le cause
della difficoltà e ristabilire la situazione finanziaria del gruppo o dell’ente
in questione.
Il piano di risanamento di gruppo prevede
disposizioni per il coordinamento e la coerenza delle misure da adottare a
livello dell’impresa madre o del pertinente ente soggetto a vigilanza su base
consolidata, nonché a livello delle società di cui all’articolo 1, lettere c) o
d), e misure da intraprendere a livello di singoli enti.
4.           Il piano di risanamento di
gruppo contiene gli elementi e i dispositivi previsti all’articolo 5, per
l’intero gruppo e per ciascuna delle sue entità. Se del caso, prevede altresì
dispositivi per l’eventuale sostegno finanziario infragruppo adottati
conformemente ad accordi per il sostegno finanziario di gruppo conclusi in
conformità all’articolo 16.
5.           L’autorità di vigilanza su
base consolidata provvede a che l’impresa madre o l’ente soggetto a vigilanza
su base consolidata di cui al paragrafo 1 forniscano varie opzioni di
risanamento che illustrino le azioni adatte agli scenari previsti
all’articolo 5, paragrafo 5. 
Per ciascuno di tali scenari il piano di
risanamento di gruppo individua gli eventuali ostacoli all’attuazione di misure
di risanamento all’interno del gruppo ed eventuali ostacoli pratici o giuridici
sostanziali all’immediato trasferimento di fondi propri o al rimborso di
passività o attività all’interno del gruppo.
6.           L’organo di gestione
dell’impresa madre o dell’ente soggetto a vigilanza su base consolidata di cui
al paragrafo 1 e l’organo di gestione degli enti facenti parte del gruppo
approvano il piano di risanamento di gruppo prima di trasmetterlo all’autorità
di vigilanza su base consolidata.
Articolo 8
Valutazione dei piani di risanamento di
gruppo
1.           L’autorità di vigilanza su
base consolidata verifica il piano di risanamento di gruppo, compresi i piani
di risanamento per i singoli enti che ne fanno parte, e ne valuta la
rispondenza ai requisiti e criteri di cui agli articoli 6 e 7. La
valutazione è effettuata secondo la procedura prevista nell’articolo 6 e
secondo le disposizioni del presente articolo.
L’autorità di vigilanza su base consolidata
procede alla verifica e alla valutazione del piano di risanamento di gruppo,
compresi i piani di risanamento dei singoli enti che ne fanno parte, in
consultazione e cooperazione con le autorità competenti di cui all’articolo 131
bis della direttiva 2006/48/CE. La verifica e la valutazione ai sensi
dell’articolo 6, paragrafo 2, del piano di risanamento di gruppo e, ove
necessario, la richiesta di prendere misure ai sensi dell’articolo 6, paragrafo
4, assumono la forma di decisioni congiunte delle autorità di cui all’articolo 131 bis
della direttiva 2006/48/CE.
2.           Le autorità competenti fanno
il possibile per giungere alla decisione congiunta entro un periodo di quattro
mesi.
In mancanza di una decisione congiunta delle
autorità competenti entro quattro mesi, l’autorità di vigilanza su base
consolidata prende una decisione autonoma sulla verifica e sulla valutazione
del piano di risanamento di gruppo o sulle misure richieste ai sensi
dell’articolo 6, paragrafo 4. La decisione è riportata in un documento insieme
alle motivazioni complete e dovrebbe tenere conto delle opinioni e delle
riserve espresse dalle altre autorità competenti nel corso del periodo di
quattro mesi. L’autorità di vigilanza su base consolidata trasmette la
decisione all’impresa madre dell’ente soggetto a vigilanza consolidata e alle
altre autorità competenti.
L’ABE può, di sua iniziativa, prestare assistenza
alle autorità competenti nel raggiungimento di un accordo in conformità
all’articolo 19 del regolamento (UE) n. 1093/2010.
3.           L’autorità competente che
dissente dalla valutazione del piano di risanamento di gruppo o dalle azioni
che l’impresa madre o l’ente sarebbero tenuti a prendere in conseguenza di tale
valutazione a norma dell’articolo 6, paragrafi 2 e 4, può rimettere la
questione all’ABE in conformità all’articolo 19 del regolamento (UE) n. 1093/2010.
La questione non può essere rimessa all’ABE una volta scaduto il periodo di
quattro mesi o raggiunta una decisione congiunta.
4.           L’ABE decide entro un mese e
il periodo di quattro mesi di cui al paragrafo 3 è assimilato al periodo di
conciliazione ai sensi del regolamento (UE) n. 1093/2010.
5.           Qualora un’autorità
competente abbia rimesso la questione all’ABE conformemente al paragrafo 3,
l’autorità di vigilanza su base consolidata rinvia la propria decisione in
attesa della decisione dell’ABE. La successiva decisione dell’autorità di
vigilanza su base consolidata si conforma alla decisione dell’ABE. 
Sezione 3
Pianificazione della Risoluzione delle crisi
Articolo 9
Piani di risoluzione delle crisi
1.           Le autorità di risoluzione
delle crisi preparano, in consultazione con le autorità competenti, un piano di
risoluzione delle crisi per ciascun ente che non fa parte di un gruppo soggetto
a vigilanza su base consolidata ai sensi degli articoli 125 e 126 della
direttiva 2006/48/CE. Detto piano prevede le azioni di risoluzione delle crisi
che le autorità di risoluzione delle crisi e le autorità competenti possono
attuare qualora l’ente soddisfi le condizioni per la risoluzione della crisi.
2.           Il piano di risoluzione delle
crisi tiene conto di una gamma di scenari, tra cui l’ipotesi che il dissesto
sia specifico o si verifichi in un momento di instabilità finanziaria più ampia
o di eventi a livello di sistema. Il piano di risoluzione delle crisi non
presuppone alcun sostegno finanziario pubblico straordinario oltre all’impiego
dei meccanismi di finanziamento istituiti ai sensi dell’articolo 91. 
3.           Il piano di risoluzione delle
crisi è rivisto, e se del caso aggiornato, almeno una volta all’anno e a
seguito di cambiamenti sostanziali nella struttura giuridica o organizzativa
dell’ente, nella sua attività o nella sua situazione finanziaria che possano
influire in misura sostanziale sull’efficacia del piano.
4.           Il piano di risoluzione delle
crisi prevede una serie di opzioni per l’applicazione all’ente degli strumenti
e poteri di risoluzione delle crisi di cui al titolo IV. Esso comprende:
(a)         
una sintesi dei suoi elementi fondamentali;
(b)         
una sintesi dei cambiamenti sostanziali subiti
dall’ente dalla registrazione delle ultime informazioni sulla risoluzione delle
crisi;
(c)         
una dimostrazione di come le funzioni essenziali e
le aree di attività principali possano essere separate dalle altre funzioni,
sul piano legale ed economico e nella misura necessaria, in modo da garantire
la continuità in caso di dissesto dell’ente;
(d)         
una stima dei tempi necessari per l’esecuzione di
ciascun suo aspetto sostanziale;
(e)         
una descrizione particolareggiata della valutazione
della possibilità di risoluzione delle crisi effettuata a norma dell’articolo 13;
(f)           
una descrizione delle misure necessarie, ai sensi
dell’articolo 14, per affrontare o eliminare gli impedimenti alla possibilità
di risoluzione delle crisi individuati a seguito della valutazione effettuata a
norma dell’articolo 13;
(g)         
una descrizione delle procedure per determinare il
valore e la commerciabilità delle funzioni essenziali, aree di attività
principali e attività dell’ente;
(h)         
una descrizione particolareggiata dei dispositivi
atti a garantire che le informazioni richieste ai sensi dell’articolo 11 siano
aggiornate e a disposizione delle autorità di risoluzione delle crisi in
qualsiasi momento;
(i)           
una spiegazione delle autorità di risoluzione delle
crisi per precisare le modalità che permettono il finanziamento delle opzioni
di risoluzione delle crisi senza presupporre un sostegno finanziario pubblico
straordinario;
(j)           
una descrizione particolareggiata delle diverse
strategie di risoluzione delle crisi che si potrebbero applicare nei vari
scenari possibili;
(k)         
una descrizione delle interdipendenze critiche;
(l)           
un’analisi dell’impatto del piano sugli altri enti
all’interno del gruppo;
(m)       
una descrizione delle opzioni praticabili per
mantenere l’accesso ai pagamenti, ai servizi di compensazione e ad altre
infrastrutture;
(n)         
un piano di comunicazione con i media e con i
cittadini.
5.           L’ABE elabora, in
consultazione con il CERS, progetti di norme tecniche di regolamentazione che
specificano una gamma di scenari per i casi di dissesto ai fini del paragrafo 2.
L’ABE presenta i progetti di norme tecniche di
regolamentazione alla Commissione entro dodici mesi dalla data di entrata in
vigore della presente direttiva.
Alla Commissione è delegato il potere di adottare
le norme tecniche di regolamentazione di cui al primo comma conformemente alla
procedura di cui agli articoli da 10 a 14 del regolamento (UE) n. 1093/2010.
Articolo 10
Informazioni ai fini dei piani di risoluzione
delle crisi
1.           Gli Stati membri provvedono a
che le autorità di risoluzione delle crisi abbiano il potere d’imporre agli
enti di fornire loro tutte le informazioni necessarie per la preparazione e
l’attuazione dei piani di risoluzione delle crisi. In particolare, tali
autorità hanno il potere di esigere, fra le altre, le informazioni e analisi
specificate nella sezione B dell’allegato.
2.           Le autorità competenti negli
Stati membri pertinenti collaborano con le autorità di risoluzione delle crisi
al fine di verificare se le informazioni di cui al paragrafo 1 siano già
disponibili in tutto o in parte. Ove tali informazioni siano disponibili, le
autorità competenti le comunicano alle autorità di risoluzione delle crisi.
3.           L’ABE elabora progetti di
norme tecniche di attuazione su moduli, modelli e procedure standard per la
comunicazione di tali informazioni.
L’ABE presenta i progetti di norme tecniche di
attuazione alla Commissione entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore
della presente direttiva.
Alla Commissione è conferito il potere di adottare
le norme tecniche di attuazione di cui al primo comma, in conformità
all’articolo 15 del regolamento (UE) n. 1093/2010.
Articolo 11
Piani di risoluzione delle crisi di gruppo
1.           Gli Stati membri provvedono a
che le autorità di risoluzione delle crisi preparino piani di risoluzione delle
crisi di gruppo. Tali piani comprendono sia un piano di risoluzione delle crisi
a livello di impresa madre o di ente soggetto a vigilanza su base consolidata
ai sensi degli articoli 125 e 126 della direttiva 2006/48/CE, sia i piani di
risoluzione delle crisi per i singoli enti filiazioni preparati in conformità
all’articolo 9. Comprendono altresì piani di risoluzione delle crisi delle
società di cui all’articolo 1, lettere c) o d) e piani di risoluzione delle
crisi degli enti che hanno succursali in altri Stati membri, in conformità alla
direttiva 2001/24/CE.
2.           Il piano di risoluzione delle
crisi di gruppo è preparato in base alle informazioni fornite ai sensi
dell’articolo 10.
3.           Il piano di risoluzione delle
crisi di gruppo:
(a)         
espone le azioni di risoluzione delle crisi da
avviare riguardo al gruppo nel suo complesso o parte di esso, comprese le
singole filiazioni, sia mediante azioni di risoluzione delle crisi nei
confronti delle società di cui all’articolo 1, lettera d), dell’impresa madre e
degli enti filiazioni, sia mediante azioni coordinate di risoluzione delle
crisi nei confronti degli enti filiazioni, negli scenari di cui
all’articolo 9, paragrafo 2;
(b)         
esamina in che misura gli strumenti e poteri di
risoluzione delle crisi possono essere applicati ed esercitati in maniera
coordinata nei confronti delle entità del gruppo ubicate nell’Unione, ivi
comprese le misure volte ad agevolare l’acquisto, da parte di un terzo, del gruppo
nel suo complesso o di aree di attività separate o di attività svolte da una
serie di entità del gruppo o da determinate entità del gruppo, e individua i
potenziali ostacoli a una risoluzione delle crisi coordinata;
(c)         
nel caso di un gruppo che comprende entità
costituite in paesi terzi, definisce intese per la cooperazione e il
coordinamento con le autorità pertinenti di tali paesi terzi;
(d)         
indica le misure, tra cui la separazione giuridica
ed economica di particolari funzioni o aree di attività, necessarie per
agevolare la risoluzione delle crisi di gruppo quando ne sono soddisfatte le
condizioni;
(e)         
indica le modalità di finanziamento delle azioni di
risoluzione delle crisi di gruppo e, se del caso, espone principi per la
ripartizione della responsabilità del finanziamento tra fonti presenti in
diversi Stati membri. Il piano non presuppone alcun sostegno finanziario
pubblico straordinario oltre all’impiego dei meccanismi di finanziamento
istituiti ai sensi dell’articolo 91. Detti principi sono stabiliti in funzione
di criteri equi ed equilibrati e tengono conto, in particolare, dell’impatto
economico della risoluzione delle crisi negli Stati membri interessati e della
ripartizione dei poteri di vigilanza fra le varie autorità competenti.
Articolo 12
Requisiti e procedura per i piani di
risoluzione delle crisi di gruppo
1.           Le imprese madri e gli enti
soggetti a vigilanza su base consolidata ai sensi degli articoli 125 e 126
della direttiva 2006/48/CE trasmettono le informazioni richieste in conformità
all’articolo 11 all’autorità di risoluzione delle crisi a livello di gruppo. Le
informazioni riguardano l’impresa madre o l’ente soggetto a vigilanza su base
consolidata e tutte le entità giuridiche appartenenti al gruppo. Gli enti
soggetti a vigilanza su base consolidata ai sensi degli articoli 125 e 126
della direttiva 2006/48/CE forniscono inoltre le informazioni richieste ai
sensi dell’articolo 11 sulle società di cui all’articolo 1, lettere
c) o d).
L’autorità di risoluzione delle crisi a livello di
gruppo trasmette le informazioni fornite a norma del presente paragrafo
all’ABE, alle autorità di risoluzione delle crisi degli enti filiazioni, alle
pertinenti autorità competenti di cui agli articoli 130 e 131 bis
della direttiva 2006/48/CE e alle autorità di risoluzione delle crisi degli
Stati membri in cui sono stabilite le società di cui all’articolo 1, lettere c)
o d).
2.           Gli Stati membri provvedono a
che le autorità di risoluzione delle crisi a livello di gruppo preparino e
tengano aggiornati i piani di risoluzione delle crisi di gruppo collaborando
con le autorità di risoluzione delle crisi degli enti filiazioni di cui al
paragrafo 1, secondo comma, nei collegi di risoluzione delle crisi e
consultandosi con le pertinenti autorità competenti. Le autorità di risoluzione
delle crisi a livello di gruppo hanno facoltà, se lo desiderano, di coinvolgere
nella preparazione e nel mantenimento dei piani di risoluzione delle crisi di
gruppo le autorità di risoluzione delle crisi dei paesi terzi nella cui
giurisdizione il gruppo ha stabilito filiazioni o società di partecipazione
finanziaria oppure succursali significative di cui all’articolo 42 bis
della direttiva 2006/48/CE.
3.           Gli Stati membri assicurano
che i piani di risoluzione delle crisi di gruppo siano aggiornati almeno una
volta all’anno e a seguito di qualsiasi cambiamento nella struttura giuridica o
organizzativa dell’ente o gruppo, nella sua attività o nella sua situazione
finanziaria che possa influire in misura sostanziale sui piani o renderne
necessaria la modifica.
4.           Il piano di risoluzione delle
crisi di gruppo assume la forma di una decisione congiunta dell’autorità di
risoluzione delle crisi a livello di gruppo e delle altre pertinenti autorità
di risoluzione delle crisi. Le autorità di risoluzione delle crisi assumono una
decisione congiunta entro quattro mesi dalla data in cui l’autorità di
risoluzione delle crisi a livello di gruppo ha trasmesso le informazioni di cui
al paragrafo 1, secondo comma.
In mancanza di una decisione congiunta delle
autorità di risoluzione delle crisi entro quattro mesi, l’autorità di
risoluzione delle crisi a livello di gruppo decide autonomamente. La decisione
è riportata in un documento insieme alle motivazioni complete e tiene conto
delle opinioni e delle riserve espresse dalle altre autorità competenti nel
corso del periodo di quattro mesi. L’autorità di risoluzione delle crisi a
livello di gruppo trasmette la decisione alle imprese madri o all’ente soggetto
a vigilanza su base consolidata, nonché alle altre autorità di risoluzione
delle crisi.
L’ABE può, di sua iniziativa, prestare assistenza
alle autorità competenti nel raggiungimento di un accordo in conformità
all’articolo 19 del regolamento (UE) n. 1093/2010.
5.           L’autorità di risoluzione
delle crisi che dissente da un qualsiasi elemento del piano di risoluzione
delle crisi di gruppo può rimettere la questione all’ABE in conformità
all’articolo 19 del regolamento (UE) n. 1093/2010. La questione non può essere
rimessa all’ABE una volta scaduto il periodo di quattro mesi o raggiunta una
decisione congiunta.
6.           L’ABE decide entro un mese e
il periodo di quattro mesi è assimilato al periodo di conciliazione ai sensi
dello stesso regolamento. La successiva decisione dell’autorità di risoluzione
delle crisi a livello di gruppo si conforma alla decisione dell’ABE.
7.           Qualora una delle autorità di
risoluzione delle crisi interessate abbia rimesso la questione all’ABE
conformemente al paragrafo 5, l’autorità di risoluzione delle crisi a livello
di gruppo rinvia la propria decisione in attesa della decisione dell’ABE.
CAPO II
Valutazione della possibilità di risoluzione delle
crisi e
poteri preventivi
Articolo 13
Valutazione della possibilità di
risoluzione
1.           Gli Stati membri assicurano
che le autorità di risoluzione delle crisi valutino, in consultazione con le
autorità competenti, in che misura è possibile la risoluzione delle crisi di
enti e gruppi senza presupporre un sostegno finanziario pubblico straordinario
oltre all’impiego dei meccanismi di finanziamento istituiti ai sensi dell’articolo 91.
La risoluzione delle crisi di un ente o gruppo s’intende possibile quando
all’autorità di risoluzione delle crisi risulta fattibile e credibile liquidare
l’ente o gruppo con procedura ordinaria di insolvenza oppure risolverne la
crisi applicandogli i vari strumenti di risoluzione delle crisi ed esercitando
nei suoi confronti i diversi poteri di risoluzione delle crisi senza provocare
conseguenze negative significative per il sistema finanziario dello Stato
membro in cui l’ente è ubicato, neanche in un momento di instabilità
finanziaria più ampia o di eventi a livello di sistema, tenuto conto della
situazione dell’economia o della stabilità finanziaria in tale Stato membro o
in altri ovvero nell’Unione e nella prospettiva di assicurare la continuità
delle funzioni essenziali svolte dall’ente o gruppo mediante la loro
separazione, se praticabile facilmente e tempestivamente, oppure con altro
mezzo. 
2.           Ai fini della valutazione
della possibilità di risoluzione delle crisi di cui al paragrafo 1, le autorità
di risoluzione delle crisi esaminano, come minimo, gli aspetti specificati
nella sezione C dell’allegato.
3.           L’ABE elabora, in
consultazione con il CERS, progetti di norme tecniche di regolamentazione per
specificare quali aspetti devono, a norma del paragrafo 2, essere
esaminati ai fini della valutazione della possibilità di risoluzione delle
crisi di enti o gruppi. L’ABE presenta i progetti di norme tecniche di
regolamentazione alla Commissione entro dodici mesi dalla data di entrata in
vigore della presente direttiva.
4.           Alla Commissione è conferito
il potere di adottare i progetti di norme tecniche di regolamentazione di cui
al primo comma conformemente alla procedura di cui agli articoli da 10 a 14 del
regolamento (UE) n. 1093/2010.
Articolo 14
Poteri di affrontare o eliminare
impedimenti alla possibilità di risoluzione delle crisi
1.           Gli Stati membri assicurano
che l’autorità di risoluzione delle crisi che, in base a una valutazione della
possibilità di risoluzione delle crisi effettuata conformemente
all’articolo 13, accerta che si profilano in potenza impedimenti
sostanziali a tale possibilità ne dia notifica all’ente interessato per
iscritto.
2.           Entro quattro mesi dalla data
di ricevimento di una notifica in conformità al paragrafo 1, l’ente propone
all’autorità di risoluzione delle crisi misure volte ad affrontare o eliminare
gli impedimenti individuati nella notifica. L’autorità di risoluzione delle
crisi valuta, in consultazione con le autorità competenti, se tali misure sono
in grado di affrontare con efficacia o di eliminare gli impedimenti in
questione.
3.           Se valuta che le misure
proposte dall’ente in conformità al paragrafo 2 non riducono con efficacia né
eliminano gli impedimenti in questione, l’autorità di risoluzione delle crisi
individua, in consultazione con le autorità competenti, misure alternative
idonee al conseguimento di tale obiettivo e le notifica all’ente per iscritto.
4.           Ai fini del paragrafo 3, le
misure individuate da un’autorità di risoluzione delle crisi possono comprendere,
laddove necessario e proporzionato ai fini della riduzione o eliminazione degli
impedimenti in questione, le misure seguenti:
(a)         
richiedere all’ente di elaborare contratti di
servizio (infragruppo o con terzi) per la prestazione di funzioni o servizi economici
essenziali;
(b)         
richiedere all’ente di limitare le esposizioni
massime, singole e aggregate;
(c)         
imporre obblighi di informativa specifici o
periodici, pertinenti ai fini della risoluzione delle crisi;
(d)         
richiedere all’ente di disinvestire attività
specifiche;
(e)         
richiedere all’ente di limitare o sospendere
attività specifiche esistenti o proposte;
(f)           
limitare o impedire lo sviluppo o la vendita di
nuove aree di attività o prodotti;
(g)         
imporre modifiche alle strutture giuridiche o
operative dell’ente in modo da ridurne la complessità, affinché le funzioni
essenziali possano essere separate da altre funzioni, sul piano giuridico ed
economico, applicando gli strumenti di risoluzione delle crisi;
(h)         
imporre ad un’impresa madre di costituire una
società di partecipazione finanziaria madre in uno Stato membro oppure una
società di partecipazione finanziaria madre nell’Unione;
(i)           
imporre ad un’impresa madre o a una società di cui
all’articolo 1, lettere c) o d) di emettere titoli di debito o prestiti di cui
all’articolo 39, paragrafo 2;
(j)           
se un ente è filiazione di una società di
partecipazione mista, richiedere che tale società costituisca una società di
partecipazione finanziaria separata per controllare l’ente, qualora ciò si
renda necessario per agevolare la risoluzione della crisi dell’ente ed evitare
l’applicazione degli strumenti e l’esercizio dei poteri di risoluzione delle
crisi specificati nel titolo IV, con conseguenze negative sulla parte non
finanziaria del gruppo.
5.           Le autorità di risoluzione
delle crisi non basano l’accertamento previsto al paragrafo 1 su
impedimenti derivanti da fattori che sfuggono al controllo dell’ente, tra cui
la capacità operativa e finanziaria dell’autorità di risoluzione delle crisi.
6.           Una notifica ai sensi del
paragrafo 1 o 3 soddisfa i seguenti requisiti:
(a)         
è sostenuta dalle motivazioni della valutazione o
accertamento in questione;
(b)         
indica in che modo tale valutazione o accertamento
soddisfa il requisito dell’applicazione proporzionale di cui all’articolo 9.
7.           Prima di individuare le
misure di cui al paragrafo 3, le autorità di risoluzione delle crisi prendono
in debita considerazione i potenziali effetti di tali misure sulla stabilità
del sistema finanziario in altri Stati membri.
8.           L’ABE elabora progetti di
norme tecniche di regolamentazione per precisare le misure previste al
paragrafo 4 e, per ciascuna di esse, le circostanze in cui è possibile
l’applicazione.
L’ABE presenta i progetti di norme tecniche di
regolamentazione alla Commissione entro dodici mesi dalla data di entrata in
vigore della presente direttiva.
Alla Commissione è delegato il potere di adottare
le norme tecniche di regolamentazione di cui al primo comma conformemente alla
procedura di cui agli articoli da 10 a 14 del regolamento (UE) n. 1093/2010.
Articolo 15
Poteri di affrontare o eliminare
impedimenti alla possibilità di risoluzione delle crisi:
regime di gruppo
1.           Le autorità di risoluzione
delle crisi a livello di gruppo e le autorità di risoluzione delle crisi delle
filiazioni si consultano nell’ambito di un collegio di risoluzione delle crisi,
in consultazione con le pertinenti autorità competenti, e fanno quanto
ragionevolmente possibile per giungere a una decisione congiunta
sull’applicazione delle misure individuate conformemente all’articolo 14,
paragrafo 3.
2.           L’autorità di risoluzione
delle crisi a livello di gruppo prepara, in collaborazione con l’autorità di
vigilanza su base consolidata e con l’ABE conformemente all’articolo 25,
paragrafo 1, del regolamento (UE) n. 1093/2010, una relazione e la
trasmette alle imprese madri o all’ente soggetto a vigilanza su base
consolidata e alle autorità di risoluzione delle crisi delle filiazioni. La
relazione è elaborata in consultazione con le autorità competenti e analizza
gli impedimenti sostanziali all’applicazione efficace degli strumenti e
all’esercizio dei poteri di risoluzione delle crisi in relazione al gruppo.
Raccomanda altresì le misure che, secondo le autorità, sono necessarie o
appropriate per eliminare tali impedimenti.
3.           Entro quattro mesi dalla data di ricevimento della
notifica, l’impresa madre o l’ente soggetto a vigilanza su base consolidata
possono presentare osservazioni e proporre all’autorità di risoluzione delle
crisi a livello di gruppo misure alternative per porre rimedio agli impedimenti
individuati nella relazione.
4.           L’autorità di risoluzione
delle crisi a livello di gruppo comunica all’autorità di vigilanza su base
consolidata, all’ABE e alle autorità di risoluzione delle crisi delle
filiazioni le misure proposte dalle imprese madri o dall’ente soggetto a
vigilanza su base consolidata. Le autorità di risoluzione delle crisi a livello
di gruppo e le autorità di risoluzione delle crisi delle filiazioni si
adoperano al massimo, in consultazione con le autorità competenti, per giungere
a una decisione congiunta in seno al collegio di risoluzione per quanto
concerne l’individuazione degli impedimenti sostanziali e, se necessario, la
valutazione delle misure proposte dalle imprese madri o dall’ente soggetto a
vigilanza su base consolidata, nonché le misure richieste dalle autorità al
fine di affrontare o eliminare gli impedimenti.
5.           La decisione congiunta è
adottata entro quattro mesi dalla presentazione della relazione. Essa è
motivata e riportata in un documento che l’autorità di risoluzione delle crisi a
livello di gruppo trasmette alle imprese madri o all’ente soggetto a vigilanza
su base consolidata. 
L’ABE può, di sua iniziativa, prestare assistenza
alle autorità di risoluzione delle crisi nel raggiungimento di un accordo in
conformità all’articolo 19 del regolamento (UE) n. 1093/2010.
6.           In mancanza di una decisione
congiunta entro quattro mesi dalla data di presentazione della relazione di cui
ai paragrafi 1 o 2, l’autorità di risoluzione delle crisi a livello di gruppo
decide autonomamente in merito alle misure appropriate da adottare ai sensi
dell’articolo 14, paragrafo 3, in relazione al gruppo nel suo complesso.
La decisione è riportata in un documento insieme
alle motivazioni complete e tiene conto delle opinioni e delle riserve espresse
dalle altre autorità di risoluzione delle crisi nel corso del periodo di
quattro mesi. L’autorità di risoluzione delle crisi a livello di gruppo
trasmette la decisione alle imprese madri o all’ente oggetto di vigilanza su
base consolidata.
La decisione di cui al primo comma è riconosciuta
come definitiva e applicata dalle autorità competenti negli Stati membri
interessati. 
Qualora al termine del periodo di quattro mesi una
delle autorità di risoluzione delle crisi interessate abbia rimesso la
questione all’ABE in conformità all’articolo 19 del regolamento (UE) n. 1093/2010,
l’autorità di risoluzione delle crisi a livello di gruppo rinvia la propria
decisione in attesa della decisione dell’ABE a norma dell’articolo 19,
paragrafo 3, di detto regolamento. L’ABE decide entro un mese e il periodo di
quattro mesi è assimilato al periodo di conciliazione ai sensi dello stesso
regolamento. La successiva decisione dell’autorità di risoluzione delle crisi a
livello di gruppo si conforma alla decisione dell’ABE. La questione non può
essere rimessa all’ABE una volta scaduto il periodo di quattro mesi o raggiunta
una decisione congiunta.
CAPO III
Sostegno finanziario infragruppo
Articolo 16
Accordo di sostegno finanziario di gruppo
1.           Gli Stati membri provvedono a
che un ente impresa madre in uno Stato membro o un ente impresa madre
nell’Unione ovvero una società di cui all’articolo 1, lettere c) o d) e le
relative filiazioni che sono enti o enti finanziari oggetto della vigilanza
dell’impresa madre possano concludere un accordo per fornire sostegno
finanziario a un’altra parte dell’accordo che versa in difficoltà finanziarie,
purché siano soddisfatte le condizioni stabilite nel presente capo.
2.           L’accordo può:
(a)         
coprire una o più filiazioni del gruppo e prevedere
il sostegno finanziario dell’impresa madre alle filiazioni e viceversa, tra
filiazioni del gruppo che sono parti dell’accordo ovvero in altra combinazione
di tali entità; 
(b)         
prevedere un sostegno finanziario sotto forma di
prestito, prestazione di garanzie o fornitura di attività da utilizzare come
garanzie reali in operazioni tra il beneficiario del sostegno e un terzo o in
altra combinazione di tali entità.
3.           Qualora, in virtù dei termini
dell’accordo, una filiazione accetti di fornire sostegno finanziario
all’impresa madre, l’accordo contiene l’impegno reciproco dell’impresa madre a
fornire sostegno finanziario a tale filiazione.
4.           L’accordo specifica il
corrispettivo dovuto per qualsiasi operazione effettuata in sua virtù ovvero
indica i principi per il calcolo di tale corrispettivo.
5.           L’accordo può essere concluso
solo se, a giudizio dell’autorità di vigilanza, al momento della sua
conclusione nessuna delle parti viola, o rischia di violare, i requisiti della
direttiva 2006/48/CE relativi a capitale o liquidità oppure è a rischio di
insolvenza.
6.           Gli Stati membri assicurano
che i diritti, pretese o azioni derivanti dall’accordo possano essere
esercitati solo dalle parti dell’accordo, a esclusione di terzi.
Articolo 17
Verifica del progetto di accordo da parte
delle autorità di vigilanza e mediazione 
1.           Le imprese madri e gli enti
soggetti a vigilanza su base consolidata ai sensi degli articoli 125 e 126
della direttiva 2006/48/CE presentano all’autorità di vigilanza su base
consolidata una richiesta di autorizzazione dell’accordo di sostegno
finanziario di gruppo. La richiesta contiene il testo del progetto di accordo e
indica le entità del gruppo che si propongono come parti.
2.           L’autorità di vigilanza su
base consolidata concede l’autorizzazione se i termini del progetto di accordo
sono coerenti con le condizioni per il sostegno finanziario indicate
nell’articolo 19.
3.           L’autorità di vigilanza su
base consolidata trasmette senza indugio la richiesta alle autorità competenti
di ciascuna filiazione che si propone come parte dell’accordo.
4.           Le autorità competenti si
adoperano al massimo per giungere a una decisione congiunta in merito alla
coerenza dei termini del progetto di accordo con le condizioni per il sostegno
finanziario previste nell’articolo 19 entro quattro mesi dalla data in cui
l’autorità di vigilanza su base consolidata riceve la richiesta. La decisione
congiunta è riportata in un documento, insieme alle motivazioni complete, che
l’autorità di vigilanza su base consolidata trasmette al richiedente.
5.           In mancanza di una decisione
congiunta delle autorità competenti entro quattro mesi, l’autorità di vigilanza
su base consolidata decide autonomamente sulla richiesta. La decisione è
riportata in un documento insieme alle motivazioni complete e tiene conto delle
opinioni e delle riserve espresse dalle altre autorità competenti nel corso del
periodo di quattro mesi. L’autorità di vigilanza su base consolidata notifica
la decisione al richiedente e alle altre autorità competenti.
6.           Qualora al termine del
periodo di quattro mesi una delle autorità competenti interessate abbia rimesso
la questione all’ABE in conformità all’articolo 19 del regolamento (UE)
n. 1093/2010, l’autorità di vigilanza su base consolidata rinvia la
propria decisione in attesa della decisione dell’ABE a norma dell’articolo 19,
paragrafo 3, di detto regolamento e adotta la propria decisione in conformità
alla decisione dell’ABE. Il periodo di quattro mesi è assimilato al periodo di
conciliazione ai sensi dello stesso regolamento. L’ABE decide entro un mese. La
questione non può essere rimessa all’ABE una volta scaduto il periodo di
quattro mesi o raggiunta una decisione congiunta.
Articolo 18
Approvazione del progetto di accordo da
parte degli azionisti
1.           Gli Stati membri possono
esigere che il progetto di accordo autorizzato dalle autorità competenti sia
sottoposto all’approvazione all’assemblea degli azionisti di ciascuna entità
del gruppo che si propone di aderirvi. In tal caso l’accordo è valido solo nei
confronti delle parti la cui assemblea degli azionisti lo ha approvato.
2.           Se si avvalgono dell’opzione
prevista al paragrafo 1, gli Stati membri richiedono che, in virtù dell’accordo
di sostegno finanziario di gruppo, gli azionisti di ciascuna entità del gruppo
che sarà parte dell’accordo autorizzino il rispettivo organo di gestione di cui
all’articolo 11 della direttiva 2006/48/CE a decidere che l’entità fornirà
sostegno finanziario in conformità ai termini dell’accordo e alle condizioni
definite nel presente capo. Non è necessaria alcun altra approvazione degli
azionisti né un’assemblea aggiuntiva per eventuali operazioni specifiche
effettuate in virtù dell’accordo.
3.           L’organo di gestione di
ciascuna entità parte di un accordo riferisce ogni anno agli azionisti in
merito all’esecuzione dell’accordo e all’attuazione delle decisioni prese in
sua virtù.
Articolo 19
Condizioni per il sostegno finanziario di
gruppo
1.           Può essere fornito sostegno
finanziario in virtù di un accordo di sostegno finanziario di gruppo se sono
soddisfatte le seguenti condizioni:
(a)         
si può ragionevolmente prospettare che il sostegno
fornito ponga rimedio alle difficoltà finanziarie dell’entità destinataria;
(b)         
la concessione di sostegno finanziario mira a
preservare o ripristinare la stabilità finanziaria del gruppo nel suo complesso;
(c)         
il sostegno finanziario è fornito a fronte di un
corrispettivo;
(d)         
vi è la ragionevole certezza, sulla base delle
informazioni a disposizione dell’organo di gestione nel momento in cui è decisa
la concessione del sostegno finanziario, che il prestito sarà rimborsato ovvero
che un corrispettivo congruo sarà pagato dall’entità destinataria;
(e)         
il sostegno finanziario non mette a repentaglio la
liquidità o solvibilità dell’entità che lo fornisce né pone, di conseguenza,
una minaccia alla stabilità finanziaria;
(f)           
l’entità che fornisce il sostegno soddisfa, nel
momento in cui lo fornisce, e continua a soddisfare, dopo che l’ha fornito, i
requisiti in materia di fondi propri e gli altri requisiti imposti ai sensi
dell’articolo 136, paragrafo 2, della direttiva 2006/48/CE.
2.           L’ABE elabora progetti di
norme tecniche di attuazione per precisare le condizioni previste al paragrafo 1.
L’ABE presenta i progetti di norme tecniche di
attuazione alla Commissione entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore
della presente direttiva.
Alla Commissione è conferito il potere di adottare
le norme tecniche di attuazione presentate dall’ABE in conformità all’articolo 15
del regolamento (UE) n. 1093/2010.
Articolo 20
Decisione di fornire sostegno finanziario
La decisione di fornire un sostegno
finanziario di gruppo in conformità all’accordo è presa dall’organo di gestione
di cui all’articolo 11 della direttiva 2006/48/CE dell’entità che fornisce il
sostegno finanziario. La decisione è motivata e indica l’obiettivo del sostegno
finanziario proposto. In particolare, la decisione indica:
(a)         
in che modo il sostegno finanziario preservi o
ripristini la stabilità finanziaria del gruppo nel suo complesso;
(b)         
che il sostegno finanziario non supera la capacità
finanziaria dell’entità giuridica che lo fornisce;
(c)         
che l’entità che fornisce il sostegno finanziario
continua a soddisfare i requisiti in materia di fondi propri e gli altri
requisiti imposti ai sensi dell’articolo 136, paragrafo 2, della direttiva 2006/48/CE.
Articolo 21
Diritto di opposizione delle autorità
competenti
1.           Prima di fornire sostegno in
virtù di un accordo di sostegno finanziario di gruppo, l’organo di gestione
dell’entità che intende fornirlo ne trasmette notifica alla rispettiva autorità
competente e all’ABE. La notifica riporta i dettagli del sostegno proposto.
2.           Entro due giorni dalla data
di ricevimento della notifica, l’autorità competente può vietare o limitare la
fornitura del sostegno finanziario previsto all’articolo 19 se le condizioni
per il sostegno finanziario di gruppo non sono soddisfatte. La decisione
dell’autorità competente di vietare o limitare il sostegno finanziario è
motivata.
3.           L’autorità competente informa
immediatamente l’ABE, l’autorità di vigilanza su base consolidata e le autorità
competenti di cui all’articolo 131 bis della direttiva 2006/48/CE
della sua decisione di vietare o limitare il sostegno finanziario.
4.           L’autorità di
vigilanza su base consolidata o l’autorità competente preposta all’entità
destinataria del sostegno possono, qualora abbiano obiezioni in merito alla
decisione di vietare o limitare il sostegno finanziario, rimettere la questione
all’ABE e chiederne l’assistenza a norma dell’articolo 19 del regolamento (UE)
n. 1093/2010. In tal caso, l’ABE può agire in conformità ai poteri che le sono
conferiti da detto articolo. In deroga ai termini previsti
nell’articolo 39, paragrafo 1, del regolamento (UE) n. 1093/2010, l’ABE
prende le decisioni a norma dell’articolo 19, paragrafo 3, del medesimo entro 48
ore.
5.           In assenza di divieti o
limitazioni da parte dell’autorità competente entro il periodo indicato al
paragrafo 2, il sostegno finanziario può essere fornito in conformità ai
termini presentati all’autorità competente.
Articolo 22
Informativa
1.                      
Gli Stati membri provvedono a che gli enti che hanno
stipulato un accordo di sostegno finanziario di gruppo ai sensi dell’articolo 16
pubblichino una descrizione dell’accordo e i nomi delle entità che ne sono
parti ed aggiornino tali informazioni almeno una volta all’anno.
Si applicano gli articoli da 145 a 149 della
direttiva 2006/48/CE.
2.                      
L’ABE elabora progetti di norme tecniche di
regolamentazione per specificare forma e contenuto della descrizione prevista
al paragrafo 1. L’ABE presenta i progetti di norme tecniche di
regolamentazione alla Commissione entro dodici mesi dalla data di entrata in
vigore della presente direttiva.
3.                      
Alla Commissione è conferito il potere di adottare
i progetti di norme tecniche di regolamentazione di cui al paragrafo 2
conformemente alla procedura di cui agli articoli da 10 a 14 del regolamento
(UE) n. 1093/2010.
TITOLO III
INTERVENTO PRECOCE
Articolo 23
Misure di intervento precoce
1.           Qualora un ente non soddisfi
o rischi di violare i requisiti della direttiva 2006/48/CE, gli Stati membri
provvedono a che le autorità competenti dispongano, oltre che delle misure di
cui all’articolo 136 di detta direttiva ove applicabili, in particolare delle
misure seguenti:
(a)         
richiedere alla direzione dell’ente di attuare uno
o più dei dispositivi e misure previsti nel piano di risanamento;
(b)         
richiedere alla direzione dell’ente di esaminare la
situazione, indicare le misure atte a superare i problemi individuati e
preparare un programma d’azione a tal fine, indicandone i tempi di attuazione;
(c)         
richiedere alla direzione dell’ente di convocare
l’assemblea degli azionisti, o convocarla direttamente ove la direzione non
ottemperi alla richiesta, proponendo l’ordine del giorno e l’adozione di
determinate decisioni;
(d)         
richiedere alla direzione dell’ente di revocare e
sostituire uno o più membri del consiglio di amministrazione o amministratori
delegati, qualora non siano ritenuti idonei a svolgere i loro compiti ai sensi
dell’articolo 11 della direttiva 2006/48/CE;
(e)         
richiedere alla direzione dell’ente di preparare un
piano per negoziare la ristrutturazione del debito con tutti o alcuni
creditori;
(f)           
acquisire, anche tramite ispezioni in loco, tutte
le informazioni necessarie per predisporre la risoluzione della crisi
dell’ente, anche procedendo a una valutazione delle sue attività e passività;
(g)         
prendere contatto con potenziali acquirenti per
predisporre la risoluzione della crisi dell’ente, fatte salve le condizioni
stabilite all’articolo 33, paragrafo 2, e le disposizioni sulla riservatezza
previste all’articolo 77. 
2.           L’ABE elabora progetti di
norme tecniche di attuazione per assicurare la coerenza nell’attuazione delle
misure previste al paragrafo 1. 
L’ABE presenta i progetti di norme tecniche di
attuazione alla Commissione entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore
della presente direttiva.
Alla Commissione è conferito il potere di adottare
le norme tecniche di attuazione di cui al primo comma, in conformità
all’articolo 15 del regolamento (UE) n. 1093/2010.
Articolo 24
Amministrazione straordinaria
1.           Gli Stati membri provvedono a
che le autorità competenti possano nominare un amministratore straordinario in
sostituzione della direzione dell’ente quando si verificano un deterioramento
significativo della situazione finanziaria dell’ente oppure gravi violazioni
delle disposizioni legislative, regolamentari o statutarie ovvero gravi
irregolarità amministrative, e se le altre misure attuate in conformità
all’articolo 23 non sono sufficienti ad invertire il processo. Le autorità
competenti rendono pubblica la nomina dell’amministratore straordinario. Gli
Stati membri assicurano inoltre che l’amministratore straordinario possieda le
qualifiche, le capacità e le conoscenze necessarie per svolgere le sue
funzioni.
2.           L’amministratore
straordinario assume tutti i poteri della direzione dell’ente ai sensi del
relativo statuto e della legislazione nazionale, ivi compreso il potere di
esercitare tutte le funzioni amministrative della direzione dell’ente.
Tuttavia, può esercitare il potere di convocare l’assemblea degli azionisti
dell’ente e di fissarne l’ordine del giorno soltanto previa approvazione
dell’autorità competente.
3.           L’amministratore
straordinario ha il compito, per legge, di prendere tutte le misure necessarie
e di promuovere soluzioni al fine di risanare la situazione finanziaria
dell’ente e di ripristinare la sana e prudente gestione dell’attività e
dell’organizzazione. Ove necessario, in presenza di un’incoerenza tale compito
prevale su qualsiasi altro compito gestionale ai sensi dello statuto dell’ente
o della legislazione nazionale. Le soluzioni possono comprende un aumento di
capitale, la riorganizzazione dell’assetto proprietario dell’ente o
l’acquisizione da parte di enti solidi sul piano finanziario e organizzativo.
4.           Le autorità competenti
possono porre limiti all’azione dell’amministratore straordinario o esigere che
determinati suoi atti siano subordinati all’approvazione dell’autorità
competente. Le autorità competenti possono revocare l’amministratore
straordinario in qualsiasi momento.
5.           Gli Stati membri impongono
all’amministratore straordinario di trasmettere all’autorità competente che lo
ha nominato, a intervalli regolari da questa stabiliti nonché all’inizio e alla
fine del mandato, relazioni in merito alla situazione economica e finanziaria
dell’ente e agli atti compiuti nello svolgimento dei suoi compiti.
6.           L’amministrazione
straordinaria dura al massimo un anno. Tale periodo può essere rinnovato in via
eccezionale, se sussistono le condizioni per la designazione di un
amministratore straordinario. Spetta all’autorità competente stabilire se
sussistono le condizioni per il mantenimento di un amministratore straordinario
e giustificare la decisione in tal senso dinanzi agli azionisti.
7.           Fatti salvi i paragrafi da 1
a 6, la nomina dell’amministratore straordinario lascia impregiudicati i diritti
degli azionisti o proprietari previsti a norma del diritto societario nazionale
o dell’Unione.
8.           La nomina di un
amministratore straordinario non è riconosciuta come evento determinante
l’escussione della garanzia ai sensi della direttiva 2002/47/CE del Parlamento
europeo e del Consiglio[36] né come procedura di
insolvenza ai sensi della direttiva 98/26/CE del Parlamento europeo e del
Consiglio[37].
Articolo 25
Coordinamento delle misure di intervento
precoce e nomina di un amministratore straordinario per i gruppi
1.           Laddove, in relazione a
un’impresa madre o a un ente soggetto a vigilanza su base consolidata ai sensi
degli articoli 125 e 126 della direttiva 2006/48/CE o ad una delle sue
filiazioni, siano soddisfatte le condizioni per l’imposizione degli obblighi di
cui all’articolo 23 o per la nomina di un amministratore straordinario ai sensi
dell’articolo 24, l’autorità competente che intende adottare una misura a norma
di detti articoli ne dà notifica alle altre autorità competenti pertinenti
nell’ambito del collegio di vigilanza e all’ABE.
2.           L’autorità di vigilanza su
base consolidata e le altre autorità competenti pertinenti valutano se occorre
prendere misure ai sensi dell’articolo 23 o nominare un amministratore
straordinario ai sensi dell’articolo 24 in relazione ad altre entità del gruppo
e se è auspicabile il coordinamento delle misure da adottare. L’autorità di
vigilanza su base consolidata e le altre autorità pertinenti vagliano l’ipotesi
che misure alternative abbiano maggiori probabilità di ripristinare la
sostenibilità economica delle singole entità e di preservare la solidità
finanziaria del gruppo nel suo complesso. Qualora più di un’autorità competente
intenda nominare un amministratore straordinario in relazione a un’entità
affiliata a un gruppo, le autorità valutano se sia più opportuno nominare lo
stesso amministratore straordinario per tutte le entità interessate o per
l’intero gruppo al fine di agevolare soluzioni intese a ripristinare la
solidità finanziaria del gruppo nel suo complesso.
La valutazione assume la forma di una decisione
congiunta dell’autorità di vigilanza su base consolidata e delle altre autorità
competenti pertinenti. La decisione congiunta è adottata entro cinque giorni
dalla data della notifica di cui al paragrafo 1. La decisione congiunta è
motivata e riportata in un documento che l’autorità di vigilanza su base
consolidata trasmette all’impresa madre o all’ente soggetto a vigilanza su base
consolidata. 
3.           L’ABE può, di sua iniziativa,
prestare assistenza alle autorità competenti nel raggiungimento di un accordo
in conformità all’articolo 19 del regolamento (UE) n. 1093/2010.
4.           In mancanza di una decisione
congiunta entro cinque giorni, l’autorità di vigilanza su base consolidata e le
autorità competenti responsabili della vigilanza delle filiazioni possono
prendere decisioni autonome.
5.           La decisione di ciascuna
autorità competente è motivata. Essa tiene conto delle opinioni e delle riserve
espresse dalle altre autorità competenti durante il periodo di cinque giorni,
nonché del potenziale impatto della decisione sulla stabilità finanziaria in
altri Stati membri. L’autorità di vigilanza su base consolidata trasmette le
decisioni all’impresa madre o all’ente soggetto a vigilanza su base
consolidata, e le rispettive autorità competenti le trasmettono alle
filiazioni.
Se, al termine del periodo di cinque giorni, una
delle autorità competenti interessate ha rimesso la questione all’ABE in
conformità all’articolo 19 del regolamento (UE) n. 1093/2010, l’autorità
di vigilanza su base consolidata e le altre autorità competenti rinviano le
decisioni in attesa della decisione dell’ABE a norma dell’articolo 19,
paragrafo 3, di tale regolamento, e adottano una decisione conforme alla
decisione dell’ABE. Il periodo di cinque giorni è assimilato al periodo di
conciliazione ai sensi dello stesso regolamento. L’ABE decide entro cinque
giorni. La questione non può essere rimessa all’ABE una volta scaduto il
periodo di cinque giorni o raggiunta una decisione congiunta.
6.           Prima di adottare decisioni
autonome ai sensi del paragrafo 4, le autorità competenti consultano l’ABE. La
decisione tiene conto della posizione dell’ABE e spiega gli eventuali
scostamenti significativi da essa.
TITOLO IV
RISOLUZIONE DELLE CRISI
CAPO I
Obiettivi, condizioni e principi generali
Articolo 26
Obiettivi della risoluzione delle crisi
1.           Nell’applicare gli strumenti
ed esercitare i poteri di risoluzione delle crisi, le autorità di risoluzione
delle crisi tengono conto degli obiettivi attesi e scelgono gli strumenti e i
poteri più adatti a conseguire quelli pertinenti nelle circostanze del caso.
2.           Gli obiettivi della
risoluzione delle crisi cui rimanda il paragrafo 1 sono i seguenti:
(a)         
garantire la continuità delle funzioni essenziali;
(b)         
evitare effetti negativi significativi sulla
stabilità finanziaria, anche attraverso la prevenzione del contagio e il
mantenimento della disciplina di mercato;
(c)         
salvaguardare i fondi pubblici riducendo al minimo
il ricorso al sostegno finanziario pubblico straordinario;
(d)         
evitare la distruzione del valore non necessaria e
cercare di contenere al minimo i costi della risoluzione delle crisi;
(e)         
tutelare i depositanti coperti dalla direttiva 94/19/CE
e gli investitori coperti dalla direttiva 97/9/CE;
(f)           
tutelare i fondi e attività dei clienti.
3.           Fatta salva disposizione
contraria della presente direttiva, i diversi obiettivi della risoluzione delle
crisi rivestono pari importanza e le autorità di risoluzione delle crisi li
ponderano opportunamente a seconda della natura e delle circostanze di ciascun
caso. 
Articolo 27
Condizioni per la risoluzione della crisi
1.           Gli Stati membri provvedono a
che le autorità di risoluzione delle crisi possano avviare un’azione di
risoluzione della crisi per un ente di cui all’articolo 1, lettera a), solo se
sono soddisfatte tutte le condizioni seguenti:
(a)         
l’autorità competente o l’autorità di risoluzione
delle crisi stabilisce che l’ente è in dissesto o a rischio di dissesto;
(b)         
tenuto conto della tempistica e di altre
circostanze pertinenti, non si può ragionevolmente prospettare che
un’alternativa all’avvio dell’azione di risoluzione della crisi per l’ente in
questione, sotto forma di intervento del settore privato o di azione di
vigilanza, permetta di evitare il fallimento dell’ente in tempi ragionevoli;
(c)         
l’azione di risoluzione della crisi è necessaria
nell’interesse pubblico a norma del paragrafo 3.
2.           Ai fini del paragrafo 1,
lettera a), l’ente è considerato in dissesto o a rischio di dissesto in una o
più delle situazioni seguenti:
(a)         
l’ente viola, o vi sono elementi oggettivi a
sostegno della convinzione che nel prossimo futuro violerà, i requisiti
patrimoniali per il prosieguo dell’autorizzazione in modo tale da giustificare
la revoca dell’autorizzazione da parte dell’autorità competente, perché ha
accusato o rischia di accusare perdite tali da depauperarlo dell’intero
patrimonio o sostanzialmente dell’intero patrimonio;
(b)         
le attività dell’ente sono, o vi sono elementi
oggettivi a sostegno della convinzione che nel prossimo futuro saranno,
inferiori alle passività;
(c)         
l’ente non è, o vi sono elementi oggettivi a
sostegno della convinzione che nel prossimo futuro non sarà, in grado di pagare
le proprie obbligazioni in scadenza;
(d)         
l’ente necessita di un sostegno finanziario
pubblico straordinario, ad esclusione dei casi in cui, per preservare la
stabilità finanziaria, richiede uno degli elementi seguenti:
(i)      una garanzia dello Stato per sostenere
gli strumenti di liquidità forniti da banche centrali alle condizioni ordinarie
da esse applicate (il dispositivo è interamente coperto da garanzia alla quale
sono applicati scarti (haircut), in funzione della sua qualità e del suo
valore di mercato e la banca centrale addebita al beneficiario un tasso di
interesse di penalizzazione); oppure
(ii)      una garanzia dello Stato sulle
passività di nuova emissione per rimediare a una grave perturbazione
dell’economia di uno Stato membro.
In entrambi i casi di cui ai punti (i) e (ii), le
misure di garanzia sono limitate agli enti finanziari solventi, non fanno parte
di un pacchetto d’aiuto più ampio, sono subordinate all’approvazione a titolo
delle norme sugli aiuti di Stato e sono limitate a una durata massima di tre
mesi.
3.           Ai fini del paragrafo 1,
lettera c), l’azione di risoluzione della crisi è considerata nell’interesse
pubblico se consegue uno o più obiettivi della risoluzione delle crisi di cui
all’articolo 26 ed è ad essi proporzionata e se la liquidazione dell’ente o
dell’impresa madre con procedura ordinaria di insolvenza non consentirebbe di
realizzare tali obiettivi nella stessa misura.
4.           L’ABE emana orientamenti a
norma dell’articolo 16 del regolamento (UE) n. 1093/2010 per promuovere la
convergenza delle pratiche di vigilanza e di risoluzione delle crisi in materia
di interpretazione delle diverse situazioni nelle quali un ente è considerato
in dissesto o a rischio di dissesto. L’ABE elabora detti orientamenti entro e
non oltre la data prevista all’articolo 115, paragrafo 1, primo comma.
5.           La Commissione adotta,
tenendo conto, se del caso, dell’esperienza maturata con l’applicazione degli
orientamenti dell’ABE, atti delegati conformemente all’articolo 103 per
precisare le situazioni in cui un ente è considerato in dissesto o a rischio di
dissesto. 
Articolo 28
Condizioni per la risoluzione della crisi
in relazione ad enti finanziari e società di partecipazione
1.           Gli Stati membri provvedono a
che le autorità di risoluzione delle crisi possano avviare un’azione di
risoluzione della crisi in relazione a un ente finanziario o impresa di cui
all’articolo 1, lettera b), quando le condizioni indicate all’articolo 27,
paragrafo 1, sono soddisfatte relativamente sia all’ente finanziario o impresa
sia all’impresa madre soggetta a vigilanza su base consolidata. 
2.           Gli Stati membri provvedono a
che le autorità di risoluzione delle crisi avviino un’azione di risoluzione
della crisi in relazione a una società di cui all’articolo 1, lettere c) o d),
quando le condizioni indicate all’articolo 27, paragrafo 1, sono soddisfatte
relativamente sia alla società di cui all’articolo 1, lettere c) o d), sia a una
o più enti filiazioni.
3.           Se gli enti filiazioni di una
società di partecipazione mista sono detenuti direttamente o indirettamente da
una società di partecipazione finanziaria intermedia, gli Stati membri
provvedono a che le azioni di risoluzione delle crisi ai fini della risoluzione
della crisi del gruppo siano avviate in relazione alla società di
partecipazione finanziaria intermedia e non in relazione alla società di
partecipazione mista.
4.           Fatto salvo il paragrafo 3 e
in deroga al paragrafo 1, le autorità di risoluzione delle crisi possono,
nonostante il fatto che una società di cui all’articolo 1, lettere c) o d)
potrebbe non soddisfare le condizioni indicate all’articolo 27, paragrafo 1,
avviare un’azione di risoluzione della crisi in relazione a una società di cui
all’articolo 1, lettere c) o d) quando uno o più enti filiazioni soddisfano le
condizioni previste nell’articolo 27, paragrafi 1, 2 e 3, e l’azione in
relazione a una società di cui all’articolo 1, lettere c) o d) è necessaria per
la risoluzione della crisi di uno o più enti filiazioni o del gruppo nel suo
complesso.
Articolo 29
Principi generali che disciplinano la
risoluzione delle crisi
1.           Gli Stati membri provvedono a
che, nell’applicare gli strumenti ed esercitare i poteri di risoluzione delle
crisi, le autorità di risoluzione delle crisi prendano tutte le misure atte a
garantire che l’azione di risoluzione della crisi sia avviata in conformità dei
principi seguenti:
(a)         
gli azionisti dell’ente soggetto a risoluzione
della crisi sostengono le prime perdite;
(b)         
i creditori dell’ente soggetto a risoluzione della
crisi sostengono le perdite dopo gli azionisti, secondo l’ordine di priorità
delle loro pretese a norma della presente direttiva;
(c)         
l’alta dirigenza dell’ente soggetto a risoluzione
della crisi è sostituita;
(d)         
gli alti dirigenti dell’ente soggetto a risoluzione
della crisi sostengono perdite che, a norma del diritto civile o penale, sono
proporzionali alle loro specifiche responsabilità per il suo dissesto;
(e)         
salvo disposizione contraria nella presente
direttiva, i creditori di una stessa classe ricevono pari trattamento;
(f)           
nessun creditore sostiene perdite più ingenti di
quelle che avrebbe sostenuto se l’ente fosse stato liquidato con procedura
ordinaria di insolvenza.
2.           Nei casi in cui un ente fa
parte di un gruppo, le autorità di risoluzione delle crisi applicano gli
strumenti ed esercitano i poteri di risoluzione delle crisi in modo da ridurre
al minimo sia l’impatto sugli enti affiliati e sul gruppo nel suo complesso sia
l’effetto negativo sulla stabilità finanziaria nell’Unione e, in particolare,
nei paesi in cui il gruppo opera.
3.           Nell’applicare gli strumenti
ed esercitare i poteri di risoluzione delle crisi, gli Stati membri provvedono
a che essi siano conformi al quadro degli aiuti di Stato dell’Unione, ove
applicabile.
CAPO II
Valutazione
Articolo 30
Valutazione preliminare
1.           Prima di avviare un’azione di
risoluzione delle crisi, e in particolare ai fini degli articoli 31, 34, 36, 41,
42 e 65, le autorità di risoluzione delle crisi provvedono a che una persona
indipendente da qualsiasi autorità pubblica, compresa l’autorità di risoluzione
delle crisi, e dall’ente effettui una valutazione equa e realistica delle
attività e passività dell’ente. L’autorità di risoluzione delle crisi avalla detta
valutazione. Qualora una valutazione indipendente non sia possibile a causa
dell’urgenza dettata dalle circostanze del caso, la valutazione delle attività
e passività dell’ente può essere effettuata dalle autorità di risoluzione delle
crisi.
2.           Fatto salvo, ove applicabile,
il quadro degli aiuti di Stato dell’Unione, la valutazione richiesta dal
paragrafo 1 si fonda su ipotesi prudenti e realistiche, anche per quanto
concerne i tassi di inadempimento e la gravità delle perdite; il suo obiettivo
è stimare il valore di mercato delle attività e delle passività dell’ente in
dissesto o a rischio di dissesto, in modo che le eventuali perdite risultanti
siano rilevate al momento dell’impiego degli strumenti di risoluzione delle
crisi. Tuttavia, se per una data attività o passività il mercato non funziona
correttamente, la valutazione può rispecchiare il valore economico a lungo
termine di tali attività o passività. La valutazione non presuppone la
fornitura all’ente di un sostegno pubblico straordinario, a prescindere dal
fatto che esso sia effettivamente fornito.
3.           La valutazione è integrata
dalle seguenti informazioni ricavate dai libri e registri contabili dell’ente:
(a)         
stato patrimoniale aggiornato e relazione sulla
situazione economica e finanziaria dell’ente;
(b)         
nota contenente un’analisi e una stima del valore
delle attività;
(c)         
elenco delle passività in essere risultante dai
libri e registri contabili dell’ente, con indicazione dei rispettivi crediti e
dell’ordine di priorità a norma del diritto fallimentare applicabile;
(d)         
elenco delle attività detenute dall’ente per conto
di terzi titolari del diritto di proprietà su di esse.
4.           La valutazione indica la
suddivisione dei creditori in classi in funzione del rispettivo ordine di
priorità a norma del diritto fallimentare applicabile e una stima del
trattamento che ciascuna classe potrebbe attendersi in una procedura di
insolvenza.
5.           Qualora non sia possibile, a
causa dell’urgenza dettata dalle circostanze del caso, adempiere gli obblighi
stabiliti nei paragrafi 3 e 4, la persona indipendente o l’autorità di
risoluzione delle crisi effettuano la valutazione in ottemperanza degli
obblighi previsti nel paragrafo 2. Detta valutazione è considerata provvisoria
in attesa che l’autorità di risoluzione delle crisi effettui una valutazione
conforme a tutti i requisiti previsti dal presente articolo. Tale valutazione
definitiva può essere effettuata separatamente dalla valutazione di cui
all’articolo 66 o congiuntamente ad essa.
6.           La valutazione fa parte
integrante della decisione di applicare uno strumento o esercitare un potere di
risoluzione delle crisi. Non è ammesso un ricorso giurisdizionale separato
avverso la valutazione, che è impugnabile soltanto congiuntamente alla
decisione assunta a norma dell’articolo 78.
7.           L’ABE elabora progetti di
norme tecniche di regolamentazione per precisare i seguenti criteri ai fini dei
paragrafi 1 e 2 e dell’articolo 66:
(a)         
circostanze in cui una persona è indipendente sia
dall’autorità di risoluzione delle crisi sia dagli enti;
(b)         
circostanze in cui una valutazione da parte di una
persona indipendente può non essere considerata possibile;
(c)         
metodologia per valutare il valore di mercato delle
attività e passività dell’ente in dissesto o a rischio di dissesto;
(d)         
circostanze in cui si può considerare che per una
data attività o passività il mercato non funzioni correttamente;
(e)         
metodologia per valutare il valore economico a
lungo termine delle attività e passività dell’ente in dissesto o a rischio di
dissesto.
L’ABE presenta i progetti di norme tecniche di
regolamentazione alla Commissione entro dodici mesi dalla data di entrata in
vigore della presente direttiva.
Alla Commissione è delegato il potere di adottare
le norme tecniche di regolamentazione di cui al primo comma conformemente agli
articoli da 10 a 14 del regolamento (UE) n. 1093/2010.
CAPO III
Strumenti di risoluzione delle crisi
Sezione I
Principi generali
Articolo 31
Principi generali degli strumenti di
risoluzione delle crisi
1.           Gli Stati membri provvedono a
che le autorità di risoluzione delle crisi dispongano dei poteri necessari per
applicare gli strumenti di risoluzione delle crisi a un ente, ente finanziario
o società di cui all’articolo 1, lettere c) o d), che soddisfa le applicabili
condizioni per la risoluzione delle crisi.
2.           Gli strumenti di risoluzione
delle crisi cui rimanda il paragrafo 1 sono i seguenti:
(a)         
strumento della vendita dell’attività d’impresa;
(b)         
strumento dell’ente-ponte;
(c)         
strumento della separazione delle attività;
(d)         
strumento del bail-in.
3.           Fatto salvo il paragrafo 4,
le autorità di risoluzione delle crisi possono applicare gli strumenti di
risoluzione delle crisi singolarmente o combinandoli.
4.           Le autorità di risoluzione
delle crisi possono applicare lo strumento della separazione delle attività
solo abbinandolo a un altro strumento di risoluzione delle crisi.
5.           Quando sono applicati gli
strumenti di risoluzione delle crisi di cui al paragrafo 2, lettere a), b) o c)
ed essi sono usati per cedere parte delle attività, diritti o passività
dell’ente soggetto a risoluzione della crisi, la parte residua dell’ente da cui
è avvenuta tale cessione è liquidata con procedura ordinaria di insolvenza
entro un termine appropriato, tenuto conto dell’eventuale necessità che tale
ente fornisca servizi o assistenza a norma dell’articolo 58 per consentire al
ricevente di svolgere le attività o i servizi acquisiti in virtù di tale
cessione.
6.           Gli Stati membri assicurano
che le norme del diritto fallimentare nazionale relative all’annullamento o
all’inopponibilità degli atti giuridici pregiudizievoli per i creditori non si
applichino alle cessioni di attività, diritti e passività da un ente soggetto a
risoluzione della crisi a un’altra entità disposte in virtù dell’applicazione
di uno strumento dell’esercizio di un potere di risoluzione delle crisi.
7.           Non è preclusa agli Stati
membri la facoltà di conferire alle autorità di risoluzione delle crisi
ulteriori poteri esercitabili quando un ente soddisfa le condizioni per la
risoluzione della crisi, purché tali poteri non ostino all’efficace risoluzione
della crisi di gruppo e siano coerenti con gli obiettivi della risoluzione
delle crisi e con i principi generali che la disciplinano di cui agli articoli 26
e 29. 
Sezione 2
Strumento della vendita dell’attività d’impresa
Articolo 32
Strumento della vendita dell’attività
d’impresa
1.           Gli Stati membri provvedono a
che le autorità di risoluzione delle crisi dispongano del potere di cedere a un
acquirente diverso da un ente-ponte gli elementi seguenti:
(a)         
azioni o altri titoli di proprietà dell’ente
soggetto a risoluzione delle crisi;
(b)         
tutte le attività, i diritti o le passività, o una
parte di essi, dell’ente soggetto a risoluzione delle crisi;
(c)         
qualsiasi combinazione di parte o della totalità
delle attività, dei diritti e delle passività dell’ente soggetto a risoluzione
delle crisi.
La cessione di cui al primo comma è effettuata
senza ottenere il consenso degli azionisti dell’ente soggetto a risoluzione
delle crisi o di terzi diversi dall’acquirente e senza ottemperare agli
obblighi procedurali del diritto societario o della legislazione sui valori
mobiliari che sarebbero altrimenti applicabili.
2.           La cessione ai sensi del
paragrafo 1 è effettuata a condizioni commerciali, tenuto conto delle
circostanze, e nel rispetto delle norme dell’Unione sugli aiuti di Stato.
3.           In caso di cessione di parte
delle attività dell’ente, i proventi derivanti dalla cessione vanno a beneficio
dell’ente soggetto a risoluzione delle crisi. 
In caso di cessione di tutte le azioni o altri
titoli di proprietà ovvero in caso di cessione di tutte le attività, diritti e
passività dell’ente, i proventi derivanti dalla cessione vanno a beneficio
degli azionisti dell’ente soggetto a risoluzione delle crisi, che sono stati
spogliati dei loro diritti.
Gli Stati membri calcolano i proventi di cui al
paragrafo 2 al netto delle spese, amministrative o di altro tipo, sostenute
nella procedura di risoluzione della crisi, compresi i costi e le spese
risultanti dai meccanismi di finanziamento di cui all’articolo 92.
4.           Le autorità di risoluzione
delle crisi prendono tutte le iniziative ragionevoli affinché la cessione a
norma del paragrafo 2 avvenga a condizioni commerciali conformi alla
valutazione equa e realistica effettuata a norma dell’articolo 30, tenuto conto
delle circostanze del caso.
5.           Nell’applicare lo strumento
della vendita dell’attività d’impresa, le autorità di risoluzione delle crisi
possono esercitare il potere di cessione più volte, al fine di effettuare
ulteriori cessioni, secondo i casi, di azioni o altri titoli di proprietà
ovvero di attività, diritti o passività dell’ente soggetto a risoluzione delle
crisi.
6.           Dopo aver applicato lo
strumento della vendita dell’attività d’impresa, le autorità di risoluzione
delle crisi possono, con il consenso dell’acquirente, esercitare i poteri di cessione
in relazione a, secondo i casi, azioni o altri titoli di proprietà ovvero
attività, diritti o passività ceduti all’acquirente, al fine di ritrasferire il
patrimonio all’ente soggetto a risoluzione delle crisi.
7.           L’acquirente deve essere in
possesso dell’autorizzazione appropriata all’esercizio delle attività o alla
prestazione dei servizi che acquisisce in virtù di una cessione effettuata
conformemente al paragrafo 1.
8.           In deroga all’articolo 19,
paragrafo 1, della direttiva 2006/48/CE, qualora la cessione di azioni o altri
titoli di proprietà effettuata in applicazione dello strumento della vendita
dell’attività d’impresa determini l’acquisizione o l’incremento di una
partecipazione qualificata del tipo di cui all’articolo 19, paragrafo 1, di
detta direttiva, le autorità competenti effettuano tempestivamente la
valutazione richiesta a norma di tale articolo in modo da non ritardare
l’applicazione dello strumento suddetto né impedire all’azione di risoluzione
della crisi di conseguire i pertinenti obiettivi.
9.           Le cessioni effettuate in
virtù dello strumento della vendita dell’attività d’impresa che riguardano una
parte delle attività, diritti o passività dell’ente, ma non la loro totalità,
sono soggette alle garanzie per le cessioni parziali di beni previste nel
capo IV.
10.         Al fine di esercitare il
diritto di prestare servizi o di stabilirsi in un altro Stato membro
conformemente alla direttiva 2006/48/CE o alla direttiva 2004/39/CE,
l’acquirente è considerato un proseguimento dell’ente soggetto a risoluzione
della crisi e può continuare a esercitare i diritti che erano esercitati da
quest’ultimo in relazione alle attività, diritti o passività ceduti, compresi i
diritti di appartenenza e di accesso ai sistemi di pagamento, di compensazione
e di regolamento.
11.         Gli azionisti o i creditori
dell’ente soggetto a risoluzione della crisi e altri terzi i cui beni, diritti
o passività non sono ceduti non vantano alcun diritto sulle attività, diritti o
passività ceduti o in relazione ad essi.
Articolo 33
Strumento della vendita dell’attività
d’impresa: obblighi procedurali
1.           Fatto salvo il paragrafo 3,
nell’applicare ad un ente lo strumento della vendita dell’attività d’impresa
l’autorità di risoluzione delle crisi commercializza o dispone la
commercializzazione dell’ente interessato o delle sue attività, diritti o
passività che intende cedere. Gli aggregati di diritti, attività e passività
possono essere commercializzati separatamente.
2.           Fatto salvo, ove applicabile,
il quadro degli aiuti di Stato dell’Unione, la commercializzazione di cui al
paragrafo 1 rispetta i criteri seguenti:
(a)         
è improntata alla massima trasparenza possibile,
tenuto conto delle circostanze e, in particolare, della necessità di preservare
la stabilità finanziaria;
(b)         
non favorisce né discrimina potenziali acquirenti;
(c)         
è immune da qualsiasi conflitto di interessi;
(d)         
non conferisce alcun vantaggio indebito a un
potenziale acquirente;
(e)         
tiene conto della necessità di effettuare un’azione
rapida di risoluzione della crisi;
(f)           
mira a ottenere il prezzo più alto possibile per la
vendita delle attività e passività in questione.
I principi di cui al presente paragrafo non ostano
a che l’autorità di risoluzione delle crisi solleciti determinati acquirenti
potenziali.
Qualsiasi divulgazione al pubblico della commercializzazione
dell’ente, che sarebbe altrimenti richiesta conformemente all’articolo 6,
paragrafo 1, della direttiva 2003/6/CE, può essere ritardata in conformità
dell’articolo 6, paragrafo 2 della medesima.
3.           Le autorità di risoluzione
delle crisi possono applicare lo strumento della vendita dell’attività
d’impresa senza conformarsi agli obblighi in materia di commercializzazione di
cui al paragrafo 1 se accertano che l’ottemperanza ad essi rischierebbe di
compromettere uno o più degli obiettivi della risoluzione della crisi e, in
particolare, se sono soddisfatte le condizioni seguenti:
(a)         
l’autorità di risoluzione delle crisi ritiene che
il dissesto dell’ente soggetto a risoluzione della crisi costituisca una
minaccia sostanziale per la stabilità finanziaria o la aggravi; e
(b)         
l’ottemperanza agli obblighi rischia di
compromettere l’efficacia dello strumento della vendita dell’attività d’impresa
nell’affrontare tale minaccia o nel raggiungere l’obiettivo di risoluzione
delle crisi di cui all’articolo 26, paragrafo 2, lettera b).
4.           L’ABE elabora progetti di
norme tecniche di regolamentazione per specificare le circostanze materiali che
costituiscono una minaccia sostanziale e gli elementi relativi all’efficacia
dello strumento della vendita dell’attività d’impresa di cui al paragrafo 3,
lettere a) e b).
L’ABE presenta i progetti di norme tecniche di
regolamentazione alla Commissione entro dodici mesi dalla data di entrata in
vigore della presente direttiva.
Alla Commissione è delegato il potere di adottare
le norme tecniche di regolamentazione di cui al primo comma conformemente agli
articoli da 10 a 14 del regolamento (UE) n. 1093/2010.
Sezione 3
Strumento dell’ente-ponte
Articolo 34
Strumento dell’ente-ponte
1.           Per attivare lo strumento
dell’ente-ponte, gli Stati membri provvedono a che le autorità di risoluzione
delle crisi dispongano del potere di cedere la totalità o una parte delle
attività, diritti o passività di un ente soggetto a risoluzione della crisi, e
qualsiasi combinazione di tali attività, diritti o passività, a un ente-ponte
senza ottenere il consenso degli azionisti dell’ente soggetto a risoluzione
della crisi o di terzi e senza ottemperare agli obblighi procedurali previsti
dal diritto societario o dalla legislazione sui valori mobiliari che sarebbero
altrimenti applicabili.
2.           Salvo laddove è applicato lo
strumento del bail-in per il fine indicato nell’articolo 37, paragrafo 2,
lettera b), ai fini dello strumento dell’ente-ponte per “ente-ponte” s’intende
un’entità giuridica interamente o parzialmente di proprietà di una o più
autorità pubbliche (che possono includere l’autorità di risoluzione delle
crisi) costituita al fine di svolgere alcune o tutte le funzioni dell’ente
soggetto a risoluzione della crisi e di detenerne, in tutto o in parte, le
attività e passività.
L’applicazione dello strumento del bail-in per il
fine indicato nell’articolo 37, paragrafo 2, lettera b) non interferisce nella
capacità dell’autorità di risoluzione delle crisi di controllare l’ente-ponte
nella misura necessaria a compiere la risoluzione della crisi e conseguirne gli
obiettivi.
3.           Nell’applicare lo strumento
dell’ente-ponte, l’autorità di risoluzione delle crisi assicura che il valore
complessivo delle passività cedute a tale ente non superi il valore totale dei
diritti e delle attività ceduti dall’ente soggetto a risoluzione della crisi o
provenienti da altre fonti. 
4.           Nel’applicare lo strumento
dell’ente-ponte, l’autorità di risoluzione delle crisi può cedere le attività,
diritti o passività dell’ente che reputa appropriati per perseguire uno o più
degli obiettivi della risoluzione della crisi.
5.           Nell’applicare lo strumento
dell’ente-ponte, le autorità di risoluzione delle crisi possono:
(a)         
cedere a più riprese diritti, attività o passività
dall’ente soggetto a risoluzione della crisi all’ente-ponte; e
(b)         
ritrasferire diritti, attività o passività
dall’ente-ponte all’ente soggetto a risoluzione della crisi, purché siano
soddisfatte le condizioni di cui al paragrafo 6;
(c)         
cedere diritti, attività o passività
dall’ente-ponte a un terzo.
6.           Le autorità di risoluzione
delle crisi ritrasferiscono diritti, attività o passività dall’ente-ponte
all’ente soggetto a risoluzione della crisi solo in una delle circostanze
seguenti:
(a)         
la possibilità di ritrasferire gli specifici
diritti, attività o passività è prevista espressamente dallo strumento mediante
il quale è stata effettuata la cessione di cui al paragrafo 5, lettera a);
(b)         
gli specifici diritti, attività o passività non
rientrano di fatto nelle classi di diritti, attività o passività definiti nello
strumento mediante il quale è stata effettuata la cessione di cui al paragrafo 5,
lettera a) o non rispettano le condizioni al riguardo ivi specificate.
In entrambi i casi di cui alle lettere a) e b), il
ritrasferimento è effettuato entro i termini prescritti in detto strumento per
lo scopo pertinente e soddisfa le altre condizioni ivi previste.
7.           Le cessioni effettuate in
virtù dello strumento dell’ente-ponte che comportano il trasferimento di una
parte delle attività, diritti o passività dell’ente, ma non della loro
totalità, sono soggette alle garanzie per le cessioni parziali di beni previste
nel capo IV.
8.           Al fine di esercitare il
diritto di prestare servizi o di stabilirsi in un altro Stato membro
conformemente alla direttiva 2006/48/CE o alla direttiva 2004/39/CE,
l’ente-ponte è considerato un proseguimento dell’ente soggetto a risoluzione
della crisi e può continuare a esercitare i diritti che erano esercitati da
quest’ultimo in relazione alle attività, diritti o passività ceduti, compresi i
diritti di appartenenza e di accesso ai sistemi di pagamento, di compensazione
e di regolamento.
9.           Gli azionisti o i creditori
dell’ente soggetto a risoluzione della crisi e altri terzi i cui beni, diritti
o passività non sono ceduti all’ente-ponte non vantano alcun diritto
sull’ente-ponte o sul suo patrimonio ovvero in relazione ad essi.
Articolo 35
Funzionamento dell’ente-ponte 
1.           Gli Stati membri provvedono a
che il funzionamento dell’ente-ponte sia conforme alle disposizioni seguenti:
(a)         
l’autorità di risoluzione delle crisi specifica il
contenuto degli atti costitutivi dell’ente-ponte;
(b)         
l’autorità di risoluzione delle crisi nomina il
consiglio di amministrazione dell’ente-ponte, ne approva le retribuzioni e
determina le competenze appropriate;
(c)         
l’ente-ponte è autorizzato conformemente alla
direttiva 2006/48/CE o, secondo il caso, alla direttiva 2004/39/CE ed è in
possesso dell’autorizzazione necessaria a norma del diritto nazionale
applicabile per svolgere le attività o prestare i servizi acquisiti in virtù di
una cessione effettuata conformemente all’articolo 56;
(d)         
l’ente-ponte soddisfa, secondo i casi, gli obblighi
della direttiva 2006/48/CE, 2006/49/CE o 2004/39/CE ed è soggetto, secondo i
casi, a vigilanza in conformità di dette direttive.
2.           Fatte salve le limitazioni
imposte in conformità con le regole di concorrenza dell’Unione o nazionali, gli
amministratori gestiscono l’ente-ponte nella prospettiva di vendere l’ente e le
sue attività, diritti o passività a uno o più acquirenti del settore privato
quando le condizioni lo permettono e nei termini di cui al paragrafo 5.
3.           Le autorità di risoluzione
delle crisi pongono fine al funzionamento dell’ente-ponte non appena si
verifica una delle situazioni seguenti:
(a)         
fusione dell’ente-ponte con un altro ente;
(b)         
acquisizione della maggioranza del capitale
dell’ente-ponte da parte di un terzo;
(c)         
assunzione della totalità o della sostanziale
totalità delle attività, diritti o passività dell’ente-ponte da parte di
un’altra persona;
(d)         
scadenza del termine di cui al paragrafo 5 o, se
del caso, al paragrafo 6.
4.           Nel tentare di vendere
l’ente-ponte o le sue attività o passività, gli Stati membri assicurano che
l’ente ovvero le attività o passività pertinenti siano commercializzati in modo
aperto e trasparente e che la vendita non favorisca né discrimini determinati
acquirenti potenziali.
Siffatta vendita è effettuata a condizioni
commerciali, tenuto conto delle circostanze e nel rispetto del quadro degli
aiuti di Stato dell’Unione.
5.           Se non si verifica nessuno
dei risultati di cui al paragrafo 3, lettere a), b) o c), l’autorità di
risoluzione delle crisi pone fine al funzionamento dell’ente-ponte trascorso un
periodo di due anni a decorrere dalla data in cui è stata effettuata l’ultima
cessione da un ente soggetto a risoluzione delle crisi conformemente allo
strumento dell’ente-ponte.
6.           L’autorità di risoluzione
delle crisi può prorogare il periodo di cui al paragrafo 5 fino a un massimo di
altri tre periodi di un anno se:
(a)         
la proroga offre buone probabilità di conseguire
uno dei risultati di cui al paragrafo 3, lettere a), b) o c); oppure
(b)         
la proroga è necessaria per assicurare la
continuità di servizi bancari o finanziari essenziali.
7.           Quando è posto termine al
funzionamento dell’ente-ponte nelle circostanze di cui al paragrafo 3, lettere
c) e d), l’ente è sciolto e liquidato.
I proventi derivanti dal cessato funzionamento
dell’ente-ponte a norma del paragrafo 3 vanno a beneficio dell’ente
soggetto a risoluzione della crisi.
Gli Stati membri possono calcolare i proventi al
netto delle spese, amministrative o di altro tipo sostenute nella procedura di
risoluzione della crisi.
8.           Qualora l’ente-ponte sia
utilizzato ai fini della cessione di attività e passività di più enti,
l’obbligo di cui al paragrafo 7 si riferisce alla liquidazione delle attività e
passività cedute da ciascuno di questi e non all’ente-ponte stesso.
Sezione 4
Strumento della separazione delle attività
Articolo 36
Strumento della separazione delle attività
1.           Ai fini dell’attivazione
dello strumento della separazione delle attività, gli Stati membri provvedono a
che le autorità di risoluzione delle crisi abbiano il potere di cedere a un
veicolo di gestione delle attività le attività, diritti o passività di un ente
soggetto a risoluzione della crisi.
2.           Ai fini dello strumento della
separazione delle attività, per veicolo di gestione delle attività si intende
un’entità giuridica interamente di proprietà di una o più autorità pubbliche,
che possono includere l’autorità di risoluzione delle crisi.
3.           L’autorità di risoluzione
delle crisi designa amministratori responsabili della gestione delle attività
cedute al veicolo di gestione, al fine di massimizzare il valore delle attività
attraverso la vendita finale ovvero di assicurare la liquidazione ordinata
dell’attività d’impresa.
4.           Le autorità di risoluzione
delle crisi possono esercitare il potere di cedere attività, di cui al
paragrafo 1, solo se la situazione del particolare mercato per le attività in
questione è tale che una loro liquidazione con procedura ordinaria di
insolvenza potrebbe incidere negativamente sul mercato finanziario.
5.           Nell’applicare lo strumento
della separazione delle attività, le autorità di risoluzione delle crisi
stabiliscono il corrispettivo per la cessione delle attività al veicolo di
gestione, nel rispetto dei principi fissati nell’articolo 30 e del quadro degli
aiuti di Stato dell’Unione.
6.           Le autorità di risoluzione
delle crisi possono:
(c)         
cedere a più riprese le attività, diritti o
passività dell’ente soggetto a risoluzione della crisi al veicolo di gestione;
ritrasferire attività, diritti o passività dal veicolo di gestione all’ente
soggetto a risoluzione della crisi, purché siano soddisfatte le condizioni di
cui al paragrafo 7.
7.           Le autorità di risoluzione
delle crisi ritrasferiscono diritti, attività o passività dal veicolo di
gestione delle attività all’ente soggetto a risoluzione della crisi solo in una
delle circostanze seguenti:
(a)         
la possibilità di ritrasferire gli specifici
diritti, attività o passività è prevista espressamente dallo strumento mediante
il quale è stata effettuata la cessione di cui al paragrafo 6, lettera a);
(b)         
gli specifici diritti, attività o passività non
rientrano di fatto nelle classi di diritti, attività o passività definiti nello
strumento mediante il quale è stata effettuata la cessione di cui al paragrafo 6,
lettera a) o non rispettano le condizioni al riguardo ivi specificate.
In entrambi i casi di cui alle lettere a) e b), il
ritrasferimento è effettuato entro i termini prescritti in detto strumento per
lo scopo pertinente e soddisfa le altre condizioni ivi previste.
8.           Le cessioni tra l’ente
soggetto a risoluzione della crisi e il veicolo di gestione delle attività sono
soggette alle garanzie per le cessioni parziali di beni previste nella presente
direttiva.
9.           Gli azionisti e i creditori
dell’ente soggetto a risoluzione della crisi e altri terzi i cui beni, diritti
o passività non sono ceduti al veicolo di gestione delle attività non vantano
alcun diritto su di esso, sul suo patrimonio o nei confronti dei suoi
amministratori.
10.         Gli obiettivi degli
amministratori designati conformemente al paragrafo 3 non comportano obblighi
né responsabilità nei confronti degli azionisti dell’ente soggetto a
risoluzione della crisi e gli amministratori non hanno, nei confronti degli
azionisti, responsabilità derivanti dalle azioni intraprese o non intraprese
nell’esercizio - o supposto esercizio - delle proprie funzioni, a meno che
l’atto o l’omissione implichino negligenze gravi o colpa grave in conformità
della legislazione nazionale.
11.         L’ABE elabora orientamenti a
norma dell’articolo 16 del regolamento (UE) n. 1093/2010 per promuovere la
convergenza delle pratiche di vigilanza e di risoluzione delle crisi in materia
di accertamento delle situazioni in cui, a norma del paragrafo 4, la
liquidazione delle attività o passività con procedura ordinaria di insolvenza
potrebbe incidere negativamente sul mercato finanziario. L’ABE elabora detti
orientamenti entro e non oltre la data prevista all’articolo 115, paragrafo 1,
primo comma.
12.         La Commissione adotta, tenendo
conto, se del caso, dell’esperienza maturata con l’applicazione degli
orientamenti dell’ABE, atti delegati conformemente all’articolo 103 per
precisare le situazioni in cui la liquidazione delle attività o passività con
procedura ordinaria di insolvenza potrebbe incidere negativamente sul mercato
finanziario.
Sezione 5
Strumento del bail-in 
Sottosezione 1
Obiettivo e anbito d’applicazione dello strumento del
bail-in
Articolo 37
Strumento del bail-in
1.           Ai fini dell’attivazione
dello strumento del bail-in, gli Stati membri provvedono a che le autorità di
risoluzione delle crisi dispongano dei poteri di risoluzione delle crisi di cui
all’articolo 56, paragrafo 1, lettere da f) a l).
2.           Gli Stati membri provvedono a
che le autorità di risoluzione delle crisi possano applicare lo strumento del
bail-in per uno dei seguenti fini:
(a)         
ricapitalizzare un ente che soddisfi le condizioni
per la risoluzione delle crisi in misura sufficiente a ripristinarne la
capacità di rispettare le condizioni di autorizzazione e di esercitare le
attività per le quali è autorizzato ai sensi della direttiva 2006/48/CE o della
direttiva 2004/39/CE;
(b)         
convertire in capitale o ridurre l’importo dei
crediti o dei titoli di debito ceduti a un ente-ponte al fine di fornirgli
capitale.
3.           Gli Stati membri provvedono a
che le autorità di risoluzione delle crisi possano applicare lo strumento del
bail-in per il fine di cui al paragrafo 2, lettera a), solo se esiste una
prospettiva realistica che la sua applicazione e il ricorso contemporaneo alle
misure attuate conformemente al piano di riorganizzazione aziendale previsto
all’articolo 47 consentano non solo di raggiungere i pertinenti obiettivi della
risoluzione della crisi, ma anche di risanare l’ente in questione
ripristinandone la solidità finanziaria e la sostenibilità economica a lungo
termine.
Se non è soddisfatta la condizione prevista al
primo comma, gli Stati membri applicano uno degli strumenti di risoluzione
delle crisi di cui all’articolo 31, paragrafo 2, lettere a), b) e c), secondo i
casi, e lo strumento del bail-in di cui al paragrafo 2, lettera b), del
presente articolo.
Articolo 38
Ambito d’applicazione dello strumento del
bail-in
1.           Gli Stati membri assicurano
che lo strumento del bail-in possa essere applicato a tutte le passività di un
ente che non sono escluse dal suo ambito d’applicazione a norma del paragrafo 2.
2.           Le autorità di risoluzione
delle crisi non esercitano i poteri di riduzione o conversione in relazione
alle passività seguenti:
(a)         
depositi garantiti a norma della direttiva 94/19/CE;
(b)         
passività garantite; 
(c)         
qualsiasi passività sorta dal fatto che l’ente
detiene attività o liquidità dei clienti ovvero da un rapporto fiduciario tra
l’ente (in quanto fiduciario) e un’altra persona (in quanto beneficiario);
(d)         
passività con scadenza originaria inferiore a un
mese;
(e)         
una passività nei confronti di uno dei soggetti
seguenti:
(i)      un dipendente, per quanto riguarda la
retribuzione, le prestazioni pensionistiche o altra remunerazione fissa dovute,
ad eccezione della retribuzione variabile in qualsiasi forma;
(ii)      un creditore, sia esso fornitore o
impresa commerciale, che ha fornito all’ente beni o servizi essenziali per il
funzionamento quotidiano delle sue operazioni, compresi i servizi informatici,
le utenze e la locazione, riparazione e manutenzione dei locali;
(iii)     autorità tributarie e previdenziali, a
condizione che si tratti di passività privilegiate ai sensi del diritto
fallimentare applicabile.
Le lettere a) e b) non ostano a che le autorità di
risoluzione delle crisi esercitino, ove opportuno, tali poteri in relazione a
qualsiasi parte di una passività garantita o di una passività per la quale è
stata costituita una garanzia che supera il valore delle attività, pegni,
ipoteche o garanzie a fronte dei quali è stata costituita. Gli Stati membri
possono esentare dalla presente disposizione le obbligazioni garantite quali
definite nell’articolo 22, paragrafo 4, della direttiva 85/611/CEE[38].
La lettera c) non osta a che le autorità di
risoluzione delle crisi esercitino, ove opportuno, tali poteri in relazione a
qualsiasi importo di un deposito che supera la copertura prevista da detta
direttiva.
3.           Nell’applicare lo strumento
del bail-in, le autorità di risoluzione delle crisi possono escludere dall’applicazione
dei poteri di riduzione e conversione le passività sorte da derivati che non
rientrano nell’ambito di applicazione del paragrafo 2, lettera d), se
l’esclusione è necessaria o opportuna per il raggiungimento degli obiettivi
indicati all’articolo 26, paragrafo 2, lettere a) e b). 
4.           Alla Commissione è conferito
il potere di adottare atti delegati conformemente all’articolo 103 per
precisare ulteriormente:
(a)         
le specifiche classi di passività di cui al
paragrafo 2, lettera d); 
(b)         
le circostanze in cui l’esclusione è necessaria o
opportuna per il raggiungimento degli obiettivi indicati all’articolo 26,
paragrafo 2, lettere a) e b), tenuto conto dei fattori seguenti:
(i)      impatto sistemico del close out
delle posizioni in derivati al fine di applicare lo strumento del bail-in;
(ii)      effetto sul funzionamento di una
controparte centrale derivante dell’applicazione dello strumento del bail-in
alle passività risultanti da derivati che sono compensate dalla controparte
centrale; e
(iii)     effetto dell’applicazione dello
strumento del bail-in alle passività risultanti da derivati sulla gestione del
rischio delle controparti di tali derivati.
Sottosezione 2
Requisito minimo per le passività ammissibili
Articolo 39
Requisito minimo per le passività soggette
ai poteri di riduzione e conversione
1.           Gli Stati membri provvedono a
che gli enti dispongano in qualsiasi momento di un sufficiente importo
aggregato di fondi propri e passività ammissibili, espresso in percentuale
delle loro passività totali non rientranti nei fondi propri a norma del titolo V,
capo 2, sezione 1, della direttiva 2006/48/CE o del capo IV della
direttiva 2006/49/CE.
2.           I titoli di debito
subordinato e i prestiti subordinati che non rientrano nel capitale aggiuntivo
di classe 1 e di classe 2 possono essere computati nell’importo aggregato delle
passività ammissibili di cui al paragrafo 1 soltanto se soddisfano le
condizioni seguenti:
(a)         
gli strumenti sono emessi e interamente liberati;
(b)         
gli strumenti non sono acquistati dai soggetti
seguenti:
(i)      l’ente o le sue filiazioni;
(ii)      un’impresa in cui l’ente ha
partecipazioni sotto forma di proprietà, diretta o mediante controllo, del 20%
o più dei diritti di voto o del capitale;
(c)         
l’acquisto dello strumento non è finanziato
dall’ente, né direttamente né indirettamente;
(d)         
gli strumenti non sono coperti da nessun tipo di
garanzia fornita da un’entità parte dello stesso gruppo di cui fa parte l’ente;
(e)         
gli strumenti hanno scadenza originaria di almeno
un anno.
3.           L’importo aggregato minimo ai
sensi del paragrafo 1 è determinato in base ai criteri seguenti:
(a)         
necessità di assicurare che l’ente possa essere
assoggetto a risoluzione delle crisi mediante applicazione degli appositi
strumenti, compreso, se del caso, lo strumento del bail-in, in modo da
soddisfare gli obiettivi della risoluzione delle crisi; 
(b)         
necessità di assicurare, laddove appropriato, che
l’ente abbia sufficienti passività ammissibili per garantire che, in caso di
applicazione dello strumento del bail-in, la percentuale di capitale di base di
classe 1 dell’ente possa essere ripristinata ad un livello atto a generare nel
mercato una fiducia sufficiente nell’ente e permettere a questo di continuare a
rispettare le condizioni di autorizzazione e ad esercitare le attività per le
quali è autorizzato ai sensi della direttiva 2006/48/CE o 2006/49/CE;
(c)         
dimensioni, modello di attività e profilo di
rischio dell’ente; 
(d)         
misura in cui il sistema di garanzia dei depositi
potrebbe concorrere al finanziamento della risoluzione della crisi
conformemente all’articolo 99;
(e)         
misura in cui il fallimento dell’ente avrebbe un
effetto negativo sulla stabilità finanziaria, fra l’altro a causa del contagio
di altri enti dovuto alle interconnessioni dell’ente in questione con altri o
con il sistema finanziario in generale.
4.           Fatto salvo l’articolo 40,
ciascun ente soddisfa il requisito di cui al paragrafo 2 su base individuale.
Fatto salvo l’articolo 40, le passività detenute
da altre entità del gruppo sono escluse dall’importo aggregato di cui al
paragrafo 1.
5.           Le autorità di risoluzione
delle crisi impongono agli enti di mantenere l’importo aggregato di cui al
paragrafo 1, e verificano l’osservanza di tale obbligo, e prendono le decisioni
a norma del paragrafo 4 nell’elaborare e tenere aggiornati i piani di
risoluzione delle crisi. 
6.           Le autorità di risoluzione delle crisi comunicano all’ABE
l’importo minimo che hanno stabilito per ciascun ente che rientra nella loro
giurisdizione. L’ABE riferisce alla Commissione, entro e non oltre il 1° gennaio 2018,
in merito all’ottemperanza dell’obbligo di cui al paragrafo 1. L’ABE
segnala in particolare alla Commissione le eventuali divergenze
nell’ottemperanza a tale obbligo a livello nazionale. 
7.           La Commissione adotta,
mediante atti delegati in conformità dell’articolo 103, misure volte a specificare
i criteri di cui al paragrafo 3, lettere da a) ad e), eventualmente corredate
di rimandi alle diverse categorie di enti e delle relative forcelle di
percentuali.
Articolo 40
Applicazione del requisito minimo ai gruppi
1.           Le autorità di risoluzione delle
crisi possono scegliere di applicare su base consolidata il requisito minimo
previsto all’articolo 39, paragrafi 1 e 3, ai gruppi soggetti a vigilanza su
base consolidata, purché siano soddisfatte le condizioni seguenti:
(a)         
la percentuale di cui all’articolo 39, paragrafo 1,
è calcolata in base al livello consolidato delle passività e dei fondi propri
detenuti dal gruppo;
(b)         
i titoli di debito o prestiti di cui all’articolo 39,
paragrafo 2, sono emessi dall’impresa madre o da una società di cui
all’articolo 1, lettere c) o d);
(c)         
l’impresa madre o la società di cui all’articolo 1,
lettere c) o d) distribuisce adeguatamente e in modo proporzionato agli enti
filiazioni, sotto forma di crediti, i fondi raccolti mediante l’emissione di
titoli di debito o prestiti di cui all’articolo 39, paragrafo 2;
(d)         
ciascun ente filiazione soddisfa il requisito
minimo di cui all’articolo 39, paragrafo 1. Tuttavia, in deroga all’articolo 39,
paragrafo 4, secondo comma, le passività detenute dall’impresa madre o dalla
società di cui all’articolo 1, lettere c) o d) sono computate nell’importo
aggregato dei fondi propri e passività ammissibili che la filiazione è tenuta
ad avere a disposizione a norma dell’articolo 39, paragrafo 1;
(e)         
quando l’autorità di risoluzione della crisi a
livello di gruppo, o, secondo i casi, altra competente autorità di risoluzione
delle crisi, applica lo strumento del bail-in all’impresa madre o alla società
di cui all’articolo 1, lettere c) o d), le autorità di risoluzione delle crisi
delle filiazioni applicano detto strumento dapprima alle passività delle
filiazioni nei confronti dell’impresa madre o, secondo i casi, della società di
cui all’articolo 1, lettere c) o d), prima di applicarlo, eventualmente, alle
altre passività ammissibili della filiazione.
2.           Nel prendere una decisione in
conformità al paragrafo 1, le autorità di risoluzione delle crisi tengono conto
del modo in cui il gruppo struttura le sue operazioni, in particolare della
misura in cui finanziamento, liquidità e rischio sono gestiti a livello centrale.
3.           Le autorità di risoluzione
delle crisi decidono di applicare il requisito minimo su base consolidata,
conformemente al paragrafo 1, nell’elaborare e tenere aggiornati i piani di
risoluzione delle crisi a norma dell’articolo 9. Relativamente ai gruppi
soggetti a vigilanza su base consolidata ai sensi degli articoli 125 e 126
della direttiva 2006/48/CE, le autorità di risoluzione delle crisi
decidono di applicare il requisito minimo su base consolidata secondo la
procedura prevista all’articolo 12.
Sottosezione 3
Applicazione dello strumento del bail-in
Articolo 41
Valutazione dell’importo del bail-in
1.           Gli Stati membri provvedono a
che, nell’applicare lo strumento del bail-in, le autorità di risoluzione delle
crisi stimino l’importo aggregato di cui occorre ridurre o convertire le
passività ammissibili sulla base di una valutazione conforme ai requisiti di
cui all’articolo 30.
2.           Quando le autorità di
risoluzione delle crisi applicano lo strumento del bail-in per il fine previsto
all’articolo 37, paragrafo 2, lettera a), la valutazione di cui al
paragrafo 1 stabilisce l’importo di cui occorre ridurre le passività
ammissibili al fine di ripristinare la percentuale di capitale di base di
classe 1 dell’ente soggetto a risoluzione della crisi e l’importo che
l’autorità di risoluzione della crisi reputa necessario per generare nel
mercato una fiducia sufficiente nell’ente e permettere a questo di continuare a
rispettare le condizioni di autorizzazione e ad esercitare le attività per le
quali è autorizzato ai sensi della direttiva 2006/48/CE o 2004/39/CE.
3.           Le autorità di risoluzione
delle crisi stabiliscono e mantengono disposizioni affinché la stima e la
valutazione si basino su informazioni il più possibile aggiornate e complete,
secondo quanto è ragionevole attendersi, riguardo alle attività e passività
dell’ente soggetto a risoluzione della crisi.
Articolo 42
Trattamento degli azionisti
1.           Gli Stati membri provvedono a
che, nell’applicare lo strumento del bail-in, le autorità di risoluzione delle
crisi avviino nei confronti degli azionisti una delle seguenti iniziative o
entrambe:
(a)         
cancellazione delle azioni esistenti;
(b)         
esercizio del potere, di cui all’articolo 56,
paragrafo 1, lettera h), di convertire le passività ammissibili in azioni
dell’ente soggetto a risoluzione della crisi a un tasso di conversione tale da
diluire fortemente le quote di partecipazione esistenti.
2.           Le iniziative di cui al
paragrafo 1 si applicano agli azionisti qualora le azioni in questione siano
state emesse o conferite nelle circostanze seguenti:
(a)         
in virtù della conversione di titoli di debito in
azioni, a norma delle disposizioni contrattuali dei titoli di debito originari,
al verificarsi di un evento precedente o simultaneo alla valutazione con cui
l’autorità di risoluzione della crisi stabilisce che l’ente soddisfa le
condizioni per la risoluzione della crisi;
(b)         
in virtù della conversione degli strumenti di
capitale pertinenti in strumenti di capitale di base di classe 1 a norma
dell’articolo 52.
3.           Nel valutare quale iniziativa
avviare conformemente al paragrafo 1, le autorità di risoluzione delle crisi
tengono conto, prima dell’applicazione dello strumento del bail-in, del
probabile ammontare delle perdite in relazione alle attività, affinché
l’iniziativa avviata nei confronti degli azionisti sia coerente con tale
riduzione del valore del capitale sociale, della valutazione effettuata
conformemente agli articoli 30 e 31, e in particolare della probabilità
che gli azionisti potessero recuperare valore in caso di liquidazione dell’ente
in base a detta valutazione.
4.           Quando le autorità di
risoluzione delle crisi applicano lo strumento del bail-in, si applicano gli
articoli 30 e 31. 
5.           L’ABE elabora orientamenti
conformemente all’articolo 16 del regolamento (UE) n. 1093/2010 sulle circostanze
in cui ciascuna delle iniziative di cui al paragrafo 1 sarebbe appropriata,
tenuto conto dei fattori specificati al paragrafo 2. L’ABE elabora detti
orientamenti entro e non oltre la data prevista all’articolo 115,
paragrafo 1, primo comma.
6.           La Commissione può adottare,
tenendo conto, se del caso, dell’esperienza maturata con l’applicazione degli
orientamenti dell’ABE, atti delegati conformemente all’articolo 103 per
precisare le situazioni in cui sia opportuno avviare ciascuna delle iniziative
menzionate al paragrafo 1, tenuto conto dei fattori indicati al paragrafo 2.
Articolo 43
Gerarchia dei crediti
1.           Gli Stati membri provvedono a
che, nell’applicare lo strumento del bail-in, le autorità di risoluzione delle
crisi esercitino i poteri di riduzione e di conversione adempiendo ai requisiti
seguenti:
(a)         
gli strumenti di capitale di base di classe 1 sono
dapprima ridotti in proporzione alle perdite e sino a concorrenza della loro
capacità e le azioni corrispondenti sono cancellate conformemente all’articolo 42;
(b)         
se e soltanto se la riduzione ai sensi della
lettera a) è inferiore all’importo aggregato, le autorità azzerano il capitale
degli strumenti di capitale aggiuntivo di classe 1 che sono passività e degli
strumenti di capitale di classe 2 conformemente alla sottosezione 2;
(c)         
se e soltanto se la riduzione totale delle
passività effettuata conformemente alle lettere a) e b) è inferiore
all’importo aggregato, le autorità riducono il capitale del debito subordinato
diverso dal capitale aggiuntivo di classe 1 o capitale di classe 2 nella misura
necessaria, in concomitanza con la riduzione effettuata a norma delle lettere
a) e b), fino al raggiungimento dell’importo aggregato;
(d)         
se e soltanto se la riduzione totale delle
passività effettuata conformemente alle lettere a), b) o c) è inferiore
all’importo aggregato, le autorità riducono il capitale o l’importo da pagare
non corrisposto relativo alle restanti passibilità ammissibili, a norma
dell’articolo 38, che costituiscono debito di primo rango, nella misura necessaria,
in concomitanza con la riduzione effettuata a norma delle lettere a), b) o c),
fino al raggiungimento dell’importo aggregato.
2.           Nell’applicare i poteri di
riduzione e di conversione conformemente al paragrafo 1, lettere c) e d),
le autorità di risoluzione delle crisi ripartiscono equamente le perdite
rappresentate dall’importo aggregato fra passività dello stesso rango riducendo
il capitale o l’importo da pagare non corrisposto di tali passività in misura
proporzionale al loro valore.
3.           Le autorità di risoluzione
delle crisi riducono il capitale dello strumento o lo convertono alle
condizioni di cui al paragrafo 1, lettera b) o c) prima di esercitare i poteri
di riduzione e di conversione rispetto alle passività di cui al paragrafo 1,
lettera d) e quando dette condizioni non hanno preso effetto laddove
l’ente abbia emesso strumenti, diversi da quelli di cui al paragrafo 1, lettera
b), che prevedono una delle due tipologie di condizioni seguenti:
(a)         
condizioni che prevedono la riduzione del capitale dello
strumento al verificarsi di eventi relativi alla situazione finanziaria, alla
solvibilità o al livello dei fondi propri dell’ente;
(b)         
condizioni che prevedono la conversione degli
strumenti in azioni o in altri titoli di proprietà al verificarsi di un evento
siffatto.
4.           Qualora il capitale di uno
strumento sia stato ridotto ma non azzerato, conformemente alla tipologia di
condizioni di cui al paragrafo 3, lettera a), prima dell’applicazione del
bail-in o a norma del paragrafo 3, le autorità di risoluzione delle crisi
applicano i poteri di riduzione e conversione all’ammontare residuo di tale
capitale a norma del paragrafo 1.
Articolo 44
Derivati
1.           Gli Stati membri provvedono a
che le autorità di risoluzione delle crisi rispettino il presente articolo quando
esercitano i poteri di riduzione e di conversione rispetto a passività
risultanti da derivati.
2.           Ove le transazioni siano
soggette a un accordo di netting, le autorità di risoluzione delle crisi
determinano la passività risultante da tali transazioni su base netta
conformemente ai termini dell’accordo.
3.           Le autorità di risoluzione
delle crisi determinano il valore delle passività risultanti da derivati
secondo: 
(a)         
metodologie appropriate per determinare il valore
delle classi di derivati, comprese le transazioni soggette ad accordi di netting;

(b)         
principi per stabilire il momento appropriato in
cui determinare il valore di una posizione su derivati.
4.           L’ABE elabora progetti di
norme tecniche di regolamentazione per specificare le metodologie e i principi
di cui al paragrafo 3, lettere a) e b) applicabili alla valutazione del valore
delle passività risultanti da derivati.
L’ABE presenta i progetti di norme tecniche di
regolamentazione alla Commissione entro dodici mesi dalla data di entrata in
vigore della presente direttiva.
Alla Commissione è delegato il potere di adottare
le norme tecniche di regolamentazione di cui al primo comma conformemente alla
procedura di cui agli articoli da 10 a 14 del regolamento (UE) n. 1093/2010.
Articolo 45
Tasso di conversione del debito in capitale
1.           Gli Stati membri provvedono a
che, nell’applicare la ristrutturazione del debito mediante esercizio del
potere di cui all’articolo 56, paragrafo 1, lettera h), per convertire
passività ammissibili in azioni ordinarie o altri titoli di proprietà, le
autorità di risoluzione delle crisi possano applicare tassi di conversione
diversi a classi diverse di passività conformemente a uno dei principi
stabiliti ai paragrafi 2 e 3 ovvero a entrambi.
2.           Il tasso di conversione
compensa adeguatamente il creditore interessato per la perdita subita a causa
dell’esercizio del potere di riduzione e di conversione.
3.           Il tasso di conversione
applicabile alle passività di primo rango è maggiore di quello applicabile alle
passività subordinate ove ciò risulti appropriato per rispecchiare il
privilegio delle passività di primo rango nella liquidazione a norma del
diritto fallimentare applicabile.
4.           L’ABE elabora orientamenti
conformemente all’articolo 16 del regolamento (UE) n. 1093/2010 sulla
fissazione dei tassi di conversione. L’ABE elabora detti orientamenti entro e
non oltre la data prevista all’articolo 115, paragrafo 1, primo comma.
Gli orientamenti indicano, in particolare, le
modalità con cui compensare adeguatamente i creditori interessati mediante il
tasso di conversione e i relativi tassi di conversione adeguati a rispecchiare
il privilegio delle passività di primo rango a norma del diritto fallimentare
applicabile.
Articolo 46
Misure di risanamento e di riorganizzazione
a corredo del bail-in
1.           Gli Stati membri provvedono a
che, quando le autorità di risoluzione delle crisi applicano lo strumento del
bail-in, siano adottate disposizioni che assicurino la stesura di un piano di
riorganizzazione aziendale dell’ente in questione e la relativa attuazione
conformemente all’articolo 47.
2.           Le disposizioni di cui al
paragrafo 1 comprendono la nomina di un amministratore in vista della stesura e
attuazione del piano di riorganizzazione aziendale previsto all’articolo 47.
Articolo 47
Piano di riorganizzazione aziendale
1.           Gli Stati membri dispongono
che, entro [un mese] dall’applicazione all’ente dello strumento del bail-in a
norma dell’articolo 37, paragrafo 2, lettera a), l’amministratore nominato a
norma dell’articolo 46 stenda un piano di riorganizzazione aziendale tale da
soddisfare i requisiti di cui ai paragrafi 2 e 3 e lo trasmetta all’autorità di
risoluzione della crisi, alla Commissione e all’ABE. Laddove sia applicabile il
quadro degli aiuti di Stato dell’Unione, gli Stati membri provvedono a che tale
piano sia compatibile con il piano di ristrutturazione che l’ente è tenuto a
presentare alla Commissione in tale contesto. 
2.           Il piano di riorganizzazione
aziendale dispone misure volte a ripristinare la sostenibilità economica a
lungo termine dell’ente o di rami della sua attività entro un arco di tempo
ragionevole non superiore a due anni. Tali misure si basano su presupposti
realistici circa le condizioni economiche e finanziarie di mercato in cui
l’ente si troverà ad operare.
Il piano di riorganizzazione aziendale tiene
conto, fra l’altro, della situazione attuale e delle prospettive future dei
mercati finanziari presupponendo lo scenario più favorevole e quello meno
favorevole. Le prove di stress ipotizzano una serie di scenari, compresa una
concomitanza di eventi di stress e una recessione protratta a livello mondiale.
I presupposti sono raffrontati ad appropriati parametri di riferimento
settoriali.
3.           Il piano di riorganizzazione
aziendale comprende gli elementi seguenti:
(a)         
diagnosi dettagliata dei fattori e dei problemi che
hanno portato l’ente al dissesto o al rischio di dissesto e delle circostanze
che hanno determinato le difficoltà incontrate;
(b)         
descrizione delle misure volte a ripristinare la
sostenibilità economica a lungo termine dell’ente che saranno adottate;
(c)         
calendario per l’attuazione di tali misure.
4.           Le misure volte a
ripristinare la sostenibilità economica a lungo termine dell’ente possono
comprendere:
(a)         
 la riorganizzazione delle attività dell’ente;
(b)         
l’abbandono delle attività in perdita;
(c)         
la ristrutturazione delle attività esistenti che
possono diventare competitive;
(d)         
la vendita di attività o di aree di attività.
5.           Entro un mese dalla data di
presentazione del piano di riorganizzazione aziendale, l’autorità di
risoluzione delle crisi valuta la probabilità che il piano, se attuato,
ripristini la sostenibilità economica a lungo termine dell’ente.
Se conclude che la sua attuazione possa conseguire
tale obiettivo, l’autorità di risoluzione delle crisi approva il piano.
6.           Se non è convinta che
l’attuazione del piano possa conseguire tale obiettivo, l’autorità di
risoluzione delle crisi comunica le proprie perplessità all’amministratore e
gli impone di modificare il piano in modo da tenerne conto.
7.           Entro due settimane dalla
ricezione di tale comunicazione, l’amministratore sottopone un piano modificato
all’approvazione dell’autorità di risoluzione delle crisi. L’autorità di
risoluzione delle crisi valuta il piano modificato e comunica
all’amministratore entro una settimana se ritiene che il piano modificato tenga
adeguatamente conto delle perplessità espresse o se occorre apportarvi
ulteriori modifiche.
8.           L’amministratore attua il
piano di riorganizzazione approvato dall’autorità di risoluzione delle crisi e
riferisce a questa ogni sei mesi sui progressi compiuti nell’attuazione.
9.           Se necessario per conseguire
l’obiettivo di cui al paragrafo 2, l’amministratore rivede il piano e sottopone
le eventuali revisioni all’approvazione dell’autorità di risoluzione delle
crisi.
10.         L’ABE elabora progetti di
norme tecniche di regolamentazione per specificare ulteriormente:
(a)         
gli elementi da includere nel piano di
riorganizzazione aziendale a norma del paragrafo 3; e
(b)         
il contenuto delle relazioni a norma del paragrafo 8.
L’ABE presenta i progetti di norme tecniche di
regolamentazione alla Commissione entro dodici mesi dalla data di entrata in
vigore della presente direttiva.
Alla Commissione è delegato il potere di adottare
le norme tecniche di regolamentazione di cui al primo comma conformemente alla
procedura di cui agli articoli da 10 a 14 del regolamento (UE) n. 1093/2010.
Sottosezione 4
Strumento del bail-in: disposizioni accessorie
Articolo 48
Effetto del bail-in
1.           Gli Stati membri provvedono a
che, quando un’autorità di risoluzione delle crisi esercita uno dei poteri di
cui all’articolo 56, paragrafo 1, lettere da f) a l), la riduzione del capitale
o dell’importo dovuto non ancora corrisposto, la conversione o la cancellazione
abbiano effetto e siano immediatamente vincolanti per l’ente soggetto a
risoluzione della crisi e per i creditori e azionisti interessati.
2.           Gli Stati membri provvedono a
che tutti i compiti amministrativi e procedurali necessari attivare l’esercizio
di uno dei poteri di cui all’articolo 56, paragrafo 1, lettere da f) a l), siano
portati a termine, ivi incluse:
(a)         
la modifica di tutti i registri pertinenti;
(b)         
la cancellazione dal listino di borsa o la
rimozione dalle negoziazioni di azioni o strumenti di debito;
(c)         
l’iscrizione nel listino di borsa o l’ammissione
alla negoziazione di nuove azioni.
3.           Se un’autorità di risoluzione
delle crisi riduce a zero il capitale o l’importo ancora non corrisposto da
pagare a fronte di una passività mediante l’esercizio del potere di cui
all’articolo 56, paragrafo 1, lettera g), tale passività e le obbligazioni
o i crediti sorti in relazione ad essa che, al momento in cui è esercitato tale
potere, non sono ancora maturati sono considerati assolti a tutti gli effetti e
non sono ammissibili nel corso di procedure successive in relazione all’ente soggetto
a risoluzione della crisi né a qualsiasi ente successore nell’ambito di una
futura liquidazione.
4.           Qualora un’autorità di
risoluzione delle crisi riduca, ma non azzeri, il capitale o l’importo da
pagare non corrisposto relativo a una passività esercitando il potere di cui
all’articolo 56, paragrafo 1, lettera g):
(a)         
la passività è assolta a concorrenza dell’importo
ridotto; 
(b)         
il pertinente strumento o accordo che ha istituito
la passività originaria resta valido in relazione al capitale residuo o
all’importo ancora non corrisposto rispetto alla passività, fatte salve
eventuali modifiche dell’importo degli interessi da pagare onde rispecchiare la
riduzione del capitale ed eventuali successive modifiche dei termini apportate
dall’autorità di risoluzione delle crisi mediante l’esercizio del potere di cui
all’articolo 56, paragrafo 1, lettera m).
Articolo 49
Eliminazione degli ostacoli procedurali al
bail-in
1.           In situazioni appropriate,
gli Stati membri impongono agli enti di mantenere in qualsiasi momento un capitale
azionario autorizzato sufficiente affinché, qualora l’autorità di risoluzione
delle crisi eserciti i poteri di cui all’articolo 56, paragrafo 1, lettere f),
g) e h) in relazione a un ente o alle sue filiazioni, non sia preclusa all’ente
la facoltà di emettere nuove azioni o titoli di proprietà in volume sufficiente
a garantire che la conversione delle passività in azioni ordinarie o in altri
titoli di proprietà possa svolgersi efficacemente.
2.           Le autorità di risoluzione
delle crisi valutano l’opportunità di imporre per un dato ente l’obbligo di cui
al paragrafo 1 nel contesto dell’elaborazione e del mantenimento del piano di
risoluzione delle crisi che lo riguarda, tenendo conto, in particolare, delle
azioni di risoluzione delle crisi ivi previste. Se il piano di risoluzione
delle crisi prevede la possibilità di applicare lo strumento del bail-in, le
autorità verificano che il capitale azionario autorizzato sia sufficiente a
coprire l’importo aggregato di cui all’articolo 41.
3.           Gli Stati membri impongono
agli enti di assicurare che non vi siano ostacoli procedurali alla conversione
delle passività in azioni ordinarie o altri titoli di proprietà esistenti in
virtù del loro atto costitutivo o del loro statuto, compresi i diritti di
opzione per gli azionisti o i requisiti riguardanti il consenso degli azionisti
a un aumento di capitale.
4.           Il presente articolo lascia
impregiudicate le modifiche delle direttive 77/91/CEE, 82/891/CEE, 2004/25/CE,
2005/56/CE, 2007/36/CE e 2011/35/UE di cui al titolo VIII.
Articolo 50
Riconoscimento contrattuale del bail-in
1.           Gli Stati membri impongono
agli enti d’includere, nelle disposizioni contrattuali che disciplinano le
passività ammissibili, lo strumento di capitale aggiuntivo di classe 1 o lo
strumento di capitale di classe 2 disciplinato da un ordinamento giuridico
diverso da quello di uno Stato membro, una clausola mediante la quale il
creditore o la parte dell’accordo che crea la passività riconosce che ad essa
si possono applicare i poteri di riduzione e di conversione e accetta di essere
vincolato da qualsiasi riduzione del capitale o dell’importo ancora non
corrisposto, conversione o cancellazione effettuate da un’autorità di
risoluzione delle crisi mediante l’esercizio di detti poteri.
2.           Il fatto che un ente non
includa nelle disposizioni contrattuali che disciplinano una passività
pertinente una clausola a norma del paragrafo 1 non osta a che l’autorità di
risoluzione delle crisi eserciti i poteri di riduzione e di conversione
rispetto a tale passività.
3.           La Commissione può adottare,
mediante atti delegati a norma dell’articolo 103, misure per specificare
ulteriormente il contenuto della clausola imposta dal paragrafo 1.
CAPO IV
Riduzione degli strumenti di capitale
Articolo 51
Obbligo di riduzione degli strumenti di
capitale
1.           Gli Stati membri impongono
alle autorità di risoluzione della crisi l’obbligo di esercitare senza indugio,
prima di avviare qualsiasi azione di risoluzione della crisi, il potere di
riduzione conformemente all’articolo 52 in relazione agli strumenti di capitale
pertinenti emessi da un ente, quando si verificano una o più delle circostanze
seguenti:
(a)         
l’autorità appropriata determina che l’ente
soddisfa le condizioni per la risoluzione della crisi;
(b)         
l’autorità appropriata determina che il mancato
esercizio di tale potere rispetto agli strumenti di capitale pertinenti
decreterebbe l’insostenibilità economica dell’ente;
(c)         
è stata adottata in uno Stato membro la decisione
di fornire un sostegno pubblico straordinario all’ente o all’impresa madre e
l’autorità appropriata determina che la mancata fornitura di tale sostegno
decreterebbe l’insostenibilità finanziaria dell’ente;
(d)         
gli strumenti di capitale pertinenti sono
riconosciuti ai fini del soddisfacimento dei requisiti in materia di fondi
propri su base individuale e su base consolidata, ovvero su base consolidata, e
l’autorità appropriata dello Stato membro dell’autorità di vigilanza su base
consolidata determina che il mancato esercizio del potere di riduzione in
relazione a detti strumenti decreterebbe l’insostenibilità economica del gruppo
consolidato.
2.           Qualora proceda alla
determinazione di cui al paragrafo 1, l’autorità appropriata ne informa
immediatamente l’autorità di risoluzione delle crisi competente dell’ente in
questione, se non è essa stessa a svolgere tale funzione.
3.           L’autorità appropriata
adempie agli obblighi di notifica e di consultazione previsti all’articolo 52
prima di procedere alla determinazione di cui al paragrafo 1, lettera d), in
relazione ad un ente che emette strumenti di capitale pertinenti riconosciuti
ai fini del soddisfacimento dei requisiti in materia di fondi propri su base
individuale e su base consolidata.
4.           Le autorità di risoluzione
delle crisi ottemperano all’obbligo di cui al paragrafo 1 a prescindere dall’eventuale
applicazione di uno strumento di risoluzione delle crisi o dall’eventuale
esercizio di un altro potere di risoluzione delle crisi in relazione a tale
ente.
Articolo 52
Disciplina della riduzione degli strumenti
di capitale
1.           Nell’adempiere all’obbligo di
cui al paragrafo 51, le autorità di risoluzione delle crisi esercitano il
potere di riduzione in modo da ottenere i risultati seguenti:
(a)         
gli strumenti di capitale di base di classe 1 sono
ridotti per primi in proporzione alle perdite e sino a concorrenza della loro
capacità;
(b)         
il capitale degli strumenti di capitale pertinenti
è azzerato;
(c)         
l’azzeramento di tale capitale è permanente;
(d)         
non resta alcun obbligo nei confronti del detentore
dello strumento di capitale pertinente in base a tale strumento o in
connessione ad esso, eccetto gli eventuali obblighi già maturati e l’eventuale
responsabilità per danni che può emergere da un ricorso giurisdizionale di
verifica della legittimità dell’esercizio del potere di riduzione;
(e)         
ai detentori degli strumenti di capitale pertinenti
non è versata alcuna compensazione eccetto a norma del paragrafo 4.
La lettera d) lascia impregiudicata la fornitura
di strumenti di capitale di base di classe 1 al detentore di strumenti di
capitale pertinenti a norma del paragrafo 2.
2.           Le autorità di risoluzione
delle crisi possono associare all’esercizio del potere di cui all’articolo 51,
paragrafo 1, l’obbligo imposto agli enti di emettere strumenti di capitale di
base di classe 1 da destinare ai detentori di strumenti di capitale pertinenti
sottoposti a riduzione a norma del paragrafo 1, purché siano soddisfatte le
condizioni seguenti: 
(a)         
gli strumenti di capitale di base di classe 1 sono
emessi dall’ente di cui al paragrafo 1 o dalla sua impresa madre;
(b)         
gli strumenti di capitale di base di classe 1 sono
emessi prima che l’ente emetta azioni o titoli di proprietà a fini di apporto
di capitale da parte dello Stato o di entità statali;
(c)         
gli strumenti di capitale di base di classe 1 sono
attribuiti e trasferiti senza indugio in seguito all’esercizio del potere di
riduzione;
(d)         
il tasso di conversione che determina il numero
degli strumenti di capitale di base di classe 1 forniti per ciascuno strumento
di capitale pertinente è conforme ai principi stabiliti nell’articolo 45 e agli
orientamenti elaborati dall’ABE a norma dell’articolo 45, paragrafo 5.
3.           Ai fini della fornitura di
strumenti di capitale di base di classe 1 a norma del paragrafo 2, le autorità
di risoluzione delle crisi possono imporre agli enti di tenere a disposizione,
in qualsiasi momento, l’autorizzazione preliminare necessaria per l’emissione
del numero pertinente di strumenti di capitale di base di classe 1.
4.           Qualora un ente soddisfi le
condizioni per la risoluzione delle crisi e l’autorità di risoluzione delle
crisi decida di applicargli uno strumento di risoluzione delle crisi, prima di
applicare lo strumento detta autorità ottempera all’obbligo di cui
all’articolo 51, paragrafo 1.
5.           Gli Stati membri impongono
agli enti di assicurare che il fatto che le autorità di risoluzione delle crisi
esercitino il potere di riduzione a norma dell’articolo 51, paragrafo 1, non
costituisca un inadempimento o un evento di credito a titolo degli strumenti di
capitale pertinenti.
6.           Ai fini di un’applicazione
coerente del paragrafo 5, l’ABE e l’Autorità europea degli strumenti finanziari
e dei mercati (in seguito “AESFEM”) elaborano insieme progetti di norme
tecniche di regolamentazione per precisare che cosa s’intenda per “evento di
credito” ai fini di detto paragrafo.
L’ABE e l’AESFEM presentano i progetti di norme
tecniche di regolamentazione alla Commissione entro dodici mesi dalla data di
entrata in vigore della presente direttiva.
Alla Commissione è delegato il potere di adottare
le norme tecniche di regolamentazione di cui al primo comma conformemente agli
articoli da 10 a 14 del regolamento (UE) n. 1093/2010 e agli articoli da 10
a 14 del regolamento (UE) n. 1095/2010.
Articolo 53
Riduzione o conversione contrattuali degli
strumenti di capitale
A condizione che le clausole contrattuali in
questione prendano effetto nel momento in cui l’autorità effettua una
determinazione di cui all’articolo 51, paragrafo 1, l’obbligo imposto
dall’articolo 51, paragrafo 1, non si applica rispetto agli strumenti di
capitale pertinenti quando le clausole che li riguardano soddisfano le
condizioni seguenti:
(a)                   
le clausole contrattuali dello strumento di
capitale pertinente prevedono che il capitale dello strumento sia azzerato, o
lo strumento sia convertito in uno o più strumenti di capitale di base di
classe 1, automaticamente nel momento in cui l’autorità appropriata effettua
una determinazione a norma dell’articolo 51, paragrafo 1;
(b)                   
la riduzione del capitale dello strumento di
capitale pertinente o la conversione dello strumento di capitale pertinente in
uno o più strumenti di capitale di base di classe 1 soddisfano le condizioni
previste all’articolo 52, paragrafo 1;
(c)                   
qualora le clausole inerenti allo strumento di
capitale pertinente prevedano che questo sia convertito in uno o più strumenti
di capitale di base di classe 1, il tasso di conversione è fissato in tali
clausole e rispetta i principi stabiliti nell’articolo 45 e gli orientamenti
elaborati dall’ABE a norma dell’articolo 45, paragrafo 5.
Articolo 54
Autorità competenti della determinazione
1.           Gli Stati membri provvedono a
che le autorità competenti delle determinazioni di cui all’articolo 51,
paragrafo 1, siano quelle specificate nel presente articolo.
2.           Quando gli strumenti di
capitale pertinenti sono riconosciuti ai fini del soddisfacimento dei requisiti
in materia di fondi propri su base individuale a norma dell’articolo 52 della
direttiva 2006/48/CE, l’autorità competente della determinazione di cui
all’articolo 51, paragrafo 1, è l’autorità competente o l’autorità di
risoluzione delle crisi dello Stato membro in cui l’ente è stato autorizzato a
norma del titolo II di detta direttiva.
3.           Quando gli strumenti di
capitale pertinenti sono emessi da un ente filiazione e sono riconosciuti ai
fini del soddisfacimento dei requisiti in materia di fondi propri su base
individuale e consolidata, le autorità competenti delle determinazioni di cui
all’articolo 53, paragrafo 1 sono le seguenti:
(a)         
è competente delle determinazioni di cui
all’articolo 51, paragrafo 1, lettera a), b) o c), l’autorità competente o
l’autorità di risoluzione delle crisi dello Stato membro in cui l’ente che ha
emesso tali strumenti è stabilito a norma del titolo II della direttiva 2006/48/CE;
(b)         
è competente della determinazione di cui
all’articolo 51, paragrafo 1, lettera d), l’autorità competente o l’autorità di
risoluzione delle crisi dello Stato membro dell’autorità di vigilanza su base
consolidata o dell’autorità competente che effettua il subconsolidamento.
Articolo 55
Applicazione a livello consolidato: procedura
per la determinazione
1.           Gli Stati membri provvedono a
che, prima di procedere alla determinazione di cui all’articolo 51, paragrafo 1,
lettera a), b), c) o d), in relazione ad un ente che emette strumenti di
capitale pertinenti riconosciuti ai fini del soddisfacimento dei requisiti in
materia di fondi propri su base individuale e su base consolidata, le autorità
appropriate adempiano agli obblighi seguenti:
(a)         
l’autorità appropriata che vaglia l’ipotesi di
procedere a una determinazione di cui all’articolo 51, paragrafo 1, lettere a),
b) o c), ne informa senza indugio l’autorità di vigilanza su base consolidata;
(b)         
l’autorità appropriata che vaglia l’ipotesi di
procedere a una determinazione di cui all’articolo 51, paragrafo 1, lettere a),
b), c) o d), ne informa senza indugio l’autorità competente responsabile di
ciascun ente che ha emesso gli strumenti di capitale pertinenti in relazione ai
quali dev’essere esercitato il potere di riduzione se è effettuata la
determinazione.
2.           L’autorità appropriata
correda la notifica effettuata a norma del paragrafo 1 con una spiegazione dei
motivi che l’hanno indotta a vagliare l’ipotesi di procedere alla
determinazione in questione.
3.           Una volta effettuata la
notifica a norma del paragrafo 1, l’autorità appropriata valuta, in
consultazione con le autorità competenti informate, gli aspetti seguenti:
(a)         
eventuale disponibilità di una misura alternativa
all’esercizio del potere di riduzione a norma dell’articolo 51, paragrafo 1;
(b)         
praticabilità di una siffatta misura alternativa,
se esistente;
(c)         
eventualità che siffatta misura alternativa, se
praticabile, presenti prospettive realistiche di risolvere in tempi consoni le
circostanze che altrimenti imporrebbero una determinazione di cui all’articolo 51,
paragrafo 1. 
4.           Ai fini del paragrafo 3, per
misura alternativa s’intende una misura d’intervento precoce di cui
all’articolo 23, una misura di cui all’articolo 136, paragrafo 1, della
direttiva 2006/48/CE ovvero un trasferimento di fondi o di capitale in
provenienza dall’impresa madre.
5.           L’autorità appropriata e le
autorità competenti che valutano, a norma del paragrafo 3, che una o più misure
alternative siano disponibili, siano praticabili e permettano di ottenere i
risultati di cui a detto paragrafo, lettera c), provvedono a che dette misure
siano applicate.
6.           Laddove l’autorità
appropriata e le autorità competenti valutino, a norma del paragrafo 3, che non
sono disponibili misure alternative che permettano di ottenere i risultati di
cui a detto paragrafo, lettera c), l’autorità appropriata decide dell’opportunità
della determinazione di cui all’articolo 51, paragrafo 1, al vaglio.
7.           Le autorità di risoluzione
delle crisi si conformano prontamente alle disposizioni dei paragrafi da 1 a 6,
tenendo debitamente conto dell’urgenza della situazione.
CAPO V
Poteri di risoluzione delle crisi
Articolo 56
Poteri generali
1.           Gli Stati membri provvedono
affinché le autorità di risoluzione delle crisi dispongano di tutti i poteri
necessari per applicare gli strumenti di risoluzione delle crisi. In
particolare, tali autorità dispongono dei seguenti poteri di risoluzione delle
crisi, che esse possono esercitare singolarmente o in combinazione:
(a)         
potere di esigere da chiunque le informazioni
necessarie per decidere e predisporre un’azione di risoluzione delle crisi,
compresi aggiornamenti ed integrazioni delle informazioni comunicate nei piani
di risoluzione delle crisi;
(b)         
potere di assumere il controllo dell’ente soggetto
a risoluzione della crisi ed esercitare tutti i diritti conferiti ai suoi
azionisti o proprietari;
(c)         
potere di trasferire azioni e altri titoli di
proprietà emessi dall’ente soggetto a risoluzione della crisi;
(d)         
potere di trasferire titoli di debito emessi
dall’ente soggetto a risoluzione della crisi;
(e)         
potere di cedere a un’altra persona determinati
diritti, attività o passività dell’ente soggetto a risoluzione della crisi;
(f)           
potere di ridurre o convertire gli strumenti di cui
all’articolo 51 in azioni o altri titoli di proprietà dell’ente soggetto a
risoluzione della crisi o della pertinente impresa madre soggetta a risoluzione
della crisi;
(g)         
potere di ridurre, anche azzerandolo, il capitale o
l’importo dovuto ancora non corrisposto a fronte delle passività ammissibili
dell’ente soggetto a risoluzione della crisi;
(h)         
potere di convertire le passività ammissibili
dell’ente soggetto a risoluzione della crisi in azioni ordinarie o altri titoli
di proprietà dell’ente stesso, di un ente impresa madre pertinente o di un
ente-ponte al quale sono cedute le attività, diritti o passività dell’ente;
(i)           
potere di cancellare i titoli di debito emessi
dall’ente soggetto a risoluzione della crisi;
(j)           
potere di cancellare azioni e altri titoli di
proprietà dell’ente soggetto a risoluzione della crisi;
(k)         
potere d’imporre all’ente soggetto a risoluzione
della crisi di emettere nuove azioni o altri titoli di proprietà ovvero altri
strumenti di capitale, compresi azioni privilegiate e strumenti convertibili
contingenti;
(l)           
potere di esigere, nelle circostanze previste
all’articolo 51, la conversione degli strumenti di debito che contengono una
clausola contrattuale al riguardo;
(m)       
potere di modificare o cambiare la scadenza dei
titoli di debito emessi dall’ente soggetto a risoluzione della crisi oppure
modificare l’importo degli interessi pagabili nel quadro di tali strumenti,
anche sospendendo il pagamento per un periodo transitorio;
(n)         
potere di allontanare o sostituire l’alta dirigenza
dell’ente soggetto a risoluzione della crisi.
2.           Gli Stati membri adottano
tutte le misure necessarie per assicurare che, nell’applicare gli strumenti ed
esercitare i poteri di risoluzione delle crisi, le autorità di risoluzione
delle crisi non siano assoggettate ad alcuno dei seguenti obblighi che
sarebbero altrimenti d’applicazione a norma di legge o contratto o altro:
(a)         
obbligo di ottenere il consenso o l’approvazione da
parte di qualsiasi persona pubblica o privata, compresi gli azionisti o i
creditori dell’ente soggetto a risoluzione della crisi;
(b)         
obbligo procedurale di notificare determinate
persone.
In particolare, gli Stati membri provvedono a che
le autorità di risoluzione delle crisi possano esercitare i poteri di cui al
presente articolo ai fini della cessione degli strumenti finanziari, dei
diritti, attività o passività in questione, a prescindere da qualsiasi
limitazione od obbligo di consenso altrimenti applicabili.
La lettera b) lascia impregiudicati gli obblighi
di cui all’articolo 75 e gli obblighi di notifica previsti dal quadro degli
aiuti di Stato dell’Unione.
Articolo 57
Poteri accessori al potere di cessione
1.           Gli Stati membri provvedono a
che, nell’esercizio del potere di cessione, le autorità di risoluzione delle
crisi abbiano il potere di:
(a)         
prevedere che la cessione avvenga scevra da
qualsiasi passività o gravame sugli strumenti finanziari, i diritti, attività o
passività che ne sono oggetto;
(b)         
eliminare i diritti ad acquisire ulteriori azioni o
altri titoli di proprietà;
(c)         
sospendere l’ammissione alla negoziazione in un
mercato regolamentato come definito all’articolo 4, punto 14, della
direttiva 2004/39/CE, o alla quotazione ufficiale degli strumenti
finanziari ai sensi della direttiva 2001/34/CE;
(d)         
prevedere che il ricevente sia trattato alla
stregua dell’ente soggetto a risoluzione della crisi per quando riguarda tutte
le obbligazioni, contratti o accordi conclusi da detto ente ovvero le azioni da
esso avviate;
(e)         
imporre all’ente soggetto a risoluzione della crisi
o al ricevente di fornirsi vicendevolmente informazioni e assistenza;
(f)           
annullare o modificare le clausole di un contratto
di cui l’ente soggetto a risoluzione della crisi è parte, o sostituire una
delle parti con il ricevente;
(g)         
far rispettare i contratti stipulati da una
filiazione, le obbligazioni tramite cui sono garantiti o altrimenti sostenuti
dall’impresa madre, indipendentemente da qualsiasi diritto contrattuale a
determinare il recesso, la liquidazione o l’anticipazione di tali contratti
esclusivamente in base all’insolvenza o alla situazione finanziaria
dell’impresa madre, se la garanzia o altro supporto in questione e tutte le
attività e passività collegate sono state cedute al ricevente e da esso assunte
ovvero se l’autorità di risoluzione della crisi tutela altrimenti tali
obbligazioni in modo adeguato.
2.           Le autorità di risoluzione
delle crisi esercitano i poteri di cui al paragrafo 1, lettere da a) a g),
laddove l’autorità lo reputi opportuno per contribuire all’efficacia di
un’azione di risoluzione della crisi o alla realizzazione di uno o più
obiettivi della risoluzione della crisi.
3.           Gli Stati membri provvedono a
che, nell’esercizio di un potere di cessione o del potere di riduzione del
debito, le autorità di risoluzione delle crisi abbiano il potere di prevedere i
meccanismi di garanzia della continuità operativa necessari per assicurare che
l’azione di risoluzione della crisi sia efficace e che il ricevente possa
esercitare l’attività d’impresa che gli è stata ceduta. I meccanismi di
garanzia della continuità operativa comprendono in particolare:
(a)         
la continuità dei contratti stipulati dall’ente
soggetto a risoluzione della crisi, in modo che il ricevente ne assuma diritti
e passività riguardo a ciascuno strumento finanziario, diritto, attività o
passività ceduti e si sostituisca, esplicitamente o implicitamente, all’ente
soggetto a risoluzione della crisi in tutti i pertinenti atti contrattuali;
(b)         
la sostituzione dell’ente soggetto a risoluzione
della crisi con il ricevente nei procedimenti giudiziari vertenti su strumenti
finanziari, diritti, attività o passività ceduti.
4.           I poteri di cui al paragrafo 1,
lettera d), e al paragrafo 3, lettera b), lasciano impregiudicati:
(a)         
il diritto del dipendente dell’ente soggetto a
risoluzione della crisi di risolvere il contratto di lavoro; 
(b)         
il diritto di una parte contrattuale di esercitare
i diritti che dal contratto derivano, compreso il diritto di recesso, se le
clausole dello stesso gliene conferiscono il diritto in conseguenza di un atto
o di un’omissione compiuti dall’ente soggetto a risoluzione della crisi prima
della cessione in questione ovvero dal ricevente dopo di essa.
5.           Laddove l’autorità di
risoluzione delle crisi constati che sono soddisfatte le corrispondenti
condizioni, applichi uno degli strumenti pertinenti oppure eserciti uno dei
poteri pertinenti, l’azione di risoluzione delle crisi in sé non conferisce a
nessuno la possibilità di:
(a)         
esercitare il diritto o il potere di risolvere,
anticipare o dichiarare un inadempimento o un evento di credito relativamente a
qualsiasi contratto o accordo di cui è parte l’ente soggetto a risoluzione
della crisi;
(b)         
entrare in possesso di beni dell’ente soggetto a
risoluzione della crisi o esercitare un controllo su di essi; 
(c)         
incidere sui diritti contrattuali dell’ente
soggetto a risoluzione della crisi.
Il primo comma lascia impregiudicato il diritto di
una persona di avviare una delle iniziative di cui al primo comma, lettere a),
b) e c), qualora il diritto in questione sorga in virtù di un inadempimento o
di una situazione indipendente dall’azione di risoluzione della crisi o
dall’esercizio di uno dei poteri di risoluzione delle crisi ai sensi del
presente articolo.
Articolo 58
Potere di richiedere la fornitura di
servizi e meccanismi 
1.           Gli Stati membri provvedono a
che le autorità di risoluzione delle crisi dispongano del potere di richiedere
a un ente soggetto a risoluzione della crisi, anche qualora sia soggetto alla
procedura ordinaria di insolvenza, nonché a un’entità parte del suo stesso
gruppo, di fornire i servizi o meccanismi necessari per consentire al ricevente
di esercitare efficacemente l’attività che gli è stata ceduta.
2.           Gli Stati membri provvedono a
che le loro autorità di risoluzione delle crisi dispongano del potere di
obbligare le entità affiliate stabilite nel loro territorio a rispettare gli
obblighi che autorità omologhe di altri Stati membri hanno imposto loro a norma
del paragrafo 1.
3.           I servizi e i meccanismi di
cui ai paragrafi 1 e 2 sono circoscritti ai servizi e dispositivi operativi e
non includono alcuna forma di sostegno finanziario.
4.           I servizi e i meccanismi ai
sensi dei paragrafi 1 e 2 sono forniti alle seguenti condizioni:
(a)         
alle stesse condizioni, se i servizi e i meccanismi
erano forniti all’ente soggetto a risoluzione della crisi immediatamente prima
dell’avvio dell’azione di risoluzione della crisi;
(b)         
a condizioni commerciali, se la lettera a) non è
d’applicazione.
5.           L’ABE elabora progetti di
norme tecniche di regolamentazione per specificare i servizi o meccanismi
necessari per consentire al ricevente di esercitare efficacemente l’attività
che gli è stata ceduta. 
L’ABE presenta i progetti di norme tecniche di
regolamentazione alla Commissione entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore
della presente direttiva.
Alla Commissione è delegato il potere di adottare
le norme tecniche di regolamentazione di cui al primo comma conformemente agli
articoli da 10 a 14 del regolamento (UE) n. 1093/2010.
Articolo 59
Potere di dare esecuzione alle azioni di
risoluzione delle crisi disposte da altri Stati membri
1.           Gli Stati membri assicurano
che, se la cessione di azioni, di altri titoli di proprietà o di attività,
diritti e passività comprende attività ubicate in uno Stato membro diverso da
quello dell’autorità di risoluzione delle crisi ovvero comprende diritti o
passività ai sensi della legislazione di uno Stato membro diverso da quello
dell’autorità di risoluzione delle crisi, la cessione sia effettuata in tale
altro Stato membro ovvero ai sensi della sua normativa.
2.           Gli Stati membri forniscono
all’autorità di risoluzione delle crisi che ha effettuato o intende effettuare
la cessione tutta l’assistenza ragionevolmente possibile affinché le azioni o
gli altri titoli di proprietà ovvero le attività, diritti e passività siano
ceduti al ricevente in conformità alle disposizioni applicabili del diritto
nazionale.
3.           Gli Stati membri provvedono a
che nessuna disposizione di legge dello Stato membro in cui le attività sono
ubicate o della legge che disciplina i diritti o le passività conferisca ai
creditori e terzi interessati dalla cessione di attività, diritti e passività
di cui al paragrafo 1 il diritto di impedire, contestare o annullare la
cessione.
4.           Se l’autorità di risoluzione
delle crisi di uno Stato membro (“Stato membro A”) esercita i poteri di
riduzione o di conversione, anche in relazione a strumenti di capitale ai sensi
dell’articolo 51, e le passività ammissibili o gli strumenti di capitale
pertinenti dell’ente soggetto a risoluzione della crisi comprendono:
(a)         
strumenti o passività disciplinati dalla legge di
uno Stato membro diverso da quello dell’autorità di risoluzione delle crisi che
ha esercitato i poteri di riduzione o di conversione (“Stato membro B”);
(b)         
passività dovute a creditori situati nello Stato
membro B,
lo Stato membro B provvede a che il capitale di
tali passività o strumenti sia ridotto, o le passività o strumenti siano
convertiti, in conformità all’esercizio del potere di riduzione o di
conversione da parte dell’autorità di risoluzione delle crisi dello Stato
membro A.
5.           Gli Stati membri provvedono a
che i creditori interessati dall’esercizio dei poteri di riduzione o di
conversione di cui al paragrafo 4 non abbiano il diritto, in applicazione di
una disposizione legislativa dello Stato membro B, di contestare la riduzione
del capitale dello strumento o passività ovvero, secondo il caso, la sua
conversione.
6.           Ciascuno Stato membro
assicura che gli elementi seguenti siano determinati conformemente alla
legislazione dello Stato membro dell’autorità di risoluzione delle crisi:
(a)         
diritto dei creditori e dei terzi di contestare
mediante ricorso giurisdizionale, a norma dell’articolo 78, la cessione di
attività, diritti o passività di cui al paragrafo 1 ubicati nel suo territorio
o disciplinati dalla legge vigente nel suo territorio;
(b)         
diritto dei creditori di contestare mediante
ricorso giurisdizionale, a norma dell’articolo 78, la riduzione o conversione
del capitale di uno strumento o di una passività di cui al paragrafo 4, lettera
a) o b);
(c)         
le garanzie per le cessioni parziali, di cui al
capo V, in relazione ad attività, diritti o passività di cui al paragrafo 1
ubicati nel suo territorio o disciplinati dalla legge vigente nel suo
territorio.
Articolo 60
Potere di richiedere la cessione di beni
ubicati in paesi terzi
Gli Stati membri provvedono a che, laddove
l’azione di risoluzione della crisi comporti iniziative riguardo a beni ubicati
in un paese terzo ovvero diritti e passività disciplinati dalla legge di un
paese terzo, le autorità di risoluzione delle crisi possono esigere che:
(a)                   
l’amministratore, il curatore o altra persona che
esercita il controllo sull’ente soggetto a risoluzione della crisi e il
ricevente siano tenuti ad adottare tutte le misure necessarie affinché la
cessione acquisti efficacia;
(b)                   
l’amministratore, il curatore o altra persona che
esercita il controllo sull’ente soggetto a risoluzione della crisi sia
obbligato a detenere le attività o i diritti ovvero ad assolvere le passività
per conto del ricevente fino a che la cessione acquisti efficacia; 
(c)                   
le spese sostenute dal ricevente per attuare le
misure di cui alle lettere a) e b) siano coperte dalle attività dell’ente
soggetto a risoluzione della crisi.
Articolo 61
Potere di sospendere taluni obblighi
1.           Gli Stati membri provvedono a
che le autorità di risoluzione delle crisi dispongano del potere di sospendere,
a decorrere dalla pubblicazione di un avviso di sospensione ai sensi
dell’articolo 75, paragrafo 7, fino alle ore 17.00 del giorno lavorativo
successivo alla pubblicazione, gli obblighi di pagamento o di consegna a norma
di un contratto di cui l’ente è parte.
2.           La sospensione a norma del
paragrafo 1 non si applica ai depositi ammissibili ai sensi della direttiva 94/19/CE.
Articolo 62
Potere di limitare l’opponibilità dei
diritti di garanzia
1.           Gli Stati membri provvedono a
che le autorità di risoluzione delle crisi dispongano del potere di limitare
l’opponibilità dei diritti di garanzia da parte dei creditori garantiti di un
ente soggetto a risoluzione della crisi in relazione alle sue attività, per il
periodo limitato che l’autorità reputa necessario per il conseguimento degli
obiettivi della risoluzione della crisi.
2.           La autorità di risoluzione
delle crisi non esercitano il potere previsto al paragrafo 1 rispetto ai
diritti di garanzia di cui una controparte centrale dispone in relazione ad
attività coperte da margini o garanzie reali dell’ente soggetto a risoluzione
della crisi.
3.           Nei casi in cui si applica
l’articolo 72, le autorità di risoluzione delle crisi provvedono a che le
limitazioni imposte mediante il potere di cui al paragrafo 1 siano coerenti per
tutte le entità affiliate in relazione alle quali è stata avviata un’azione di
risoluzione della crisi.
4.           La Commissione adotta,
mediante atti delegati conformemente all’articolo 103, misure per
specificare il periodo di tempo per cui si dovrebbe applicare una limitazione
dell’opponibilità di determinate classi di diritti di garanzia.
Articolo 63
Potere di sospendere temporaneamente i
diritti di recesso
1.           Fatto salvo l’articolo 77,
gli Stati membri provvedono a che le autorità di risoluzione delle crisi
dispongano del potere di sospendere, a decorrere dalla notifica di un avviso ai
sensi dell’articolo 74, paragrafi 5 e 6, fino al massimo alle ore 17.00 del giorno
lavorativo successivo alla notifica, i diritti di recesso di cui le parti
godono in virtù di un contratto finanziario concluso con un ente in dissesto,
laddove tali diritti sorgano esclusivamente a causa di un’azione dell’autorità
di risoluzione delle crisi.
Ai fini del presente paragrafo l’ora applicabile è
quella dello Stato membro d’origine dell’ente soggetto a risoluzione della
crisi.
2.           Nell’esercitare il potere di
sospendere i diritti di recesso a norma del paragrafo 1, l’autorità di
risoluzione delle crisi compie ogni ragionevole sforzo per assicurare
l’adempimento di tutti gli obblighi dell’ente in dissesto inerenti a margini,
garanzie reali e regolamenti che sorgono durante il periodo di sospensione in
virtù di contratti finanziari.
3.           Una persona può esercitare il
diritto di recesso in virtù di un contratto finanziario prima della fine del
periodo di cui al paragrafo 1 se riceve dall’autorità di risoluzione delle
crisi un avviso in cui è precisato che i diritti e le passività coperti
dall’accordo di netting non sono ceduti ad altra entità.
4.           Laddove l’autorità di
risoluzione delle crisi esercita il potere di sospendere i diritti di recesso
di cui al paragrafo 1, tali diritti possono essere esercitati alla scadenza del
periodo di sospensione come segue:
(a)         
se i diritti e passività contemplati dal contratto
finanziario sono stati ceduti ad un’altra entità ovvero se all’ente soggetto a
risoluzione della crisi è stato applicato lo strumento del bail-in ai fini di
cui all’articolo 37, paragrafo 2, lettera b):
(i)      una persona non può esercitare i diritti
di recesso in conseguenza all’azione di risoluzione della crisi in nessuno dei
casi contemplati dall’articolo 77, paragrafo 1;
(ii)      una persona può esercitare i diritti di
recesso a norma delle clausole di tale contratto qualora successivamente si
verifichi un inadempimento del ricevente, quando il contratto è stato
trasferito ad un’altra entità, ovvero dell’ente, quando è stato applicato lo
strumento del bail-in;
(b)         
se i diritti e passività contemplati dal contratto
finanziario restano nell’ente soggetto a risoluzione della crisi e l’autorità
di risoluzione della crisi non applica a tale ente lo strumento del bail-in a
norma dell’articolo 37, paragrafo 2, lettera a), una persona può
esercitare immediatamente i diritti di recesso a norma delle clausole di tale
contratto.
5.           Quando ravvisano una
possibilità sostanziale che l’ente soddisfi le condizioni per la risoluzione
delle crisi, le autorità competenti o le autorità di risoluzione delle crisi
possono imporre all’ente di tenere registrazioni particolareggiate dei
contratti finanziari.
6.           Ai fini del paragrafo 1, i
contratti finanziari comprendono i contratti e accordi seguenti:
(a)         
contratti su valori mobiliari, fra cui:
(i)      contratti di compravendita o di prestito
di titoli ovvero gruppi o indici di titoli,
(ii)      opzioni su
titoli ovvero gruppi o indici di titoli,
(iii)     operazioni di vendita con patto di
riacquisto o operazioni di acquisto con patto di rivendita su titoli ovvero
gruppi o indici di titoli;
(b)         
contratti su merci, fra cui:
(i)      contratti di compravendita di merci per
consegna futura, 
(ii)      opzioni su merci;
(c)         
contratti a termine futures e forward,
compresi i contratti (esclusi quelli su merci) per la compravendita o la
cessione, a un dato prezzo a una data futura, di merci o beni di qualsiasi
altro tipo, servizi, diritti o interessi,
(d)         
contratti di vendita con patto di riacquisto su
titoli;
(e)         
accordi di swap, tra cui:
(i)      accordi di swap,
opzioni e accordi futures o forward su tassi d’interesse; accordi
spot o altri accordi su cambi, metalli preziosi o merci; valute; indici
di borsa o titoli azionari; indici di debito o debiti; indici di merci o merci;
condizioni meteorologiche; emissioni o inflazione,
(ii)      total return swap, swap
su differenziali creditizi o credit swap,
(iii)     qualsiasi accordo o transazione analogo
agli accordi di cui ai punti (i) o (ii) negoziato abitualmente sui mercati
degli swap o dei derivati;
(f)           
accordi quadro per i contratti o accordi di cui
alle lettere da a) ad e).
7.           L’ABE elabora progetti di
norme tecniche di regolamentazione per precisare i seguenti elementi ai fini
del paragrafo 6:
(a)         
informazioni sui contratti finanziari da inserire
nelle registrazioni particolareggiate;
(b)         
circostanze in cui imporre l’obbligo.
L’ABE presenta i progetti di norme tecniche di
regolamentazione alla Commissione entro dodici mesi dalla data di entrata in
vigore della presente direttiva.
Alla Commissione è delegato il potere di adottare
le norme tecniche di regolamentazione di cui al primo comma conformemente alla
procedura di cui agli articoli da 10 a 14 del regolamento (UE) n. 1093/2010.
Articolo 64
Esercizio dei poteri di risoluzione delle
crisi
1.           Gli Stati membri provvedono a
che, al fine di avviare un’azione di risoluzione delle crisi, le autorità di
risoluzione delle crisi siano in grado di esercitare un controllo sull’ente
soggetto a risoluzione della crisi, in modo da:
(a)         
farlo funzionare esercitando tutti i poteri dei
soci o degli azionisti, degli amministratori e dei dirigenti e dirigendone le
attività e i servizi; 
(b)         
gestirne e smaltirne le attività e i beni.
Il controllo previsto nel primo comma può essere
esercitato direttamente dall’autorità di risoluzione della crisi o
indirettamente da una persona da questa nominata, compreso un amministratore o
un amministratore straordinario.
2.           Gli Stati membri assicurano
inoltre che le autorità di risoluzione delle crisi siano in grado di avviare
un’azione di risoluzione della crisi mediante un provvedimento esecutivo
conforme alle competenze e procedure amministrative nazionali, senza esercitare
il controllo sull’ente.
3.           Le autorità di risoluzione
delle crisi decidono in ciascun caso particolare dell’opportunità di attuare
l’azione di risoluzione delle crisi servendosi dei mezzi di cui al paragrafo 1
o al paragrafo 2, tenuto conto degli obiettivi della risoluzione delle crisi e
dei principi generali che la disciplinano, delle circostanze specifiche
dell’ente in questione e della necessità di agevolare un’efficace risoluzione
delle crisi dei gruppi transfrontalieri.
CAPO VI
Salvaguardie
Articolo 65
Trattamento di azionisti e creditori in
caso di cessione parziale e applicazione dello strumento del bail-in 
1.           A seguito dell’applicazione
degli strumenti di risoluzione delle crisi e in particolare ai fini
dell’articolo 67, gli Stati membri assicurano che:
(a)         
quando le autorità di risoluzione delle crisi
procedono a una cessione solo parziale dei diritti, attività e passività
dell’ente, gli azionisti e creditori i cui crediti non sono stati ceduti
ricevono, in pagamento dei loro crediti, una somma non inferiore a quella che
avrebbero recuperato se l’ente fosse stato liquidato con procedura ordinaria di
insolvenza immediatamente prima della cessione;
(b)         
quando le autorità di risoluzione delle crisi
applicano lo strumento del bail-in, gli azionisti e creditori i cui crediti
sono stati ridotti o convertiti in titoli azionari ricevono, in pagamento dei
loro crediti, una somma non inferiore a quella che avrebbero recuperato se
l’ente fosse stato liquidato con procedura ordinaria di insolvenza
immediatamente prima della riduzione o conversione. 
Articolo 66
Valutazione 
Ai fini dell’articolo 65, gli Stati membri
provvedono a che una persona indipendente effettui una valutazione dopo
l’avvenuta cessione parziale ovvero riduzione o conversione. Detta valutazione
è distinta da quella effettuata a norma dell’articolo 30, a meno che non
sostituisca una valutazione provvisoria effettuata a norma dell’articolo 30,
paragrafo 5. La valutazione può essere effettuata dall’autorità competente
della procedura ordinaria di insolvenza con cui l’ente è liquidato, nell’ambito
della procedura medesima oppure in una procedura distinta secondo quanto
previsto dalla normativa nazionale. 
2.           La valutazione accerta:
(a)         
il trattamento che gli azionisti e creditori avrebbero
ricevuto se l’ente interessato dalla cessione parziale, riduzione o conversione
fosse stato sottoposto a procedura ordinaria di insolvenza immediatamente prima
della cessione, riduzione o conversione effettuata; 
(b)         
il trattamento effettivo che azionisti e creditori
hanno ricevuto, ricevono o probabilmente riceveranno nella liquidazione
dell’ente;
(c)         
le eventuali differenze fra il trattamento di cui
alla lettera a) e quello di cui alla lettera b).
3.           La valutazione è effettuata
conformemente alle disposizioni e secondo la metodologia previste nell’articolo
30, paragrafi da 1 a 5, e:
(a)         
presuppone che l’ente interessato dalla cessione
parziale, riduzione o conversione sarebbe stato sottoposto a procedura
ordinaria di insolvenza immediatamente dopo la cessione, riduzione o
conversione effettuata; 
(b)         
presuppone che non sia stata effettuata nessuna
cessione parziale di attività o passività, neanche a più riprese, né riduzione
o conversione;
(c)         
prescinde dall’eventuale fornitura di sostegno
pubblico straordinario all’ente.
Articolo 67
Salvaguardia per azionisti e creditori 
1.           Gli Stati membri provvedono a
che, qualora dalla valutazione effettuata a norma dell’articolo 66 emerga che
gli azionisti e creditori di cui all’articolo 65, paragrafo 2, hanno ricevuto,
in pagamento dei loro crediti, una somma inferiore a quella che avrebbero
recuperato in una liquidazione con procedura ordinaria di insolvenza, tali
azionisti e creditori abbiano il diritto a incassare la differenza
dall’autorità di risoluzione della crisi. 
2.           Gli Stati membri hanno
facoltà di scegliere i meccanismi e dispositivi con cui effettuare il
pagamento. 
Articolo 68
Salvaguardia per le controparti nelle
cessioni parziali
1.           Gli Stati membri provvedono a
che le tutele specificate nel presente capo si applichino nelle circostanze
seguenti:
(a)         
quando un’autorità di risoluzione delle crisi
trasferisce solo una parte dei beni, dei diritti o delle passività da un ente a
un’altra entità oppure da un ente-ponte o veicolo di gestione delle attività a
un’altra persona; 
(b)         
quando un’autorità di risoluzione delle crisi
esercita i poteri previsti all’articolo 57, paragrafo 1, lettera f).
2.           Gli Stati membri provvedono a
una tutela adeguata dei seguenti accordi e delle relative controparti:
(a)         
accordi di garanzia, in cui una persona ha, a
titolo di garanzia, un interesse reale o contingente nei beni o diritti
soggetti a cessione, indipendentemente dal fatto che tale interesse sia
garantito da beni o diritti specifici o da una garanzia generale (floating
charge) o meccanismo analogo;
(b)         
contratti di garanzia finanziaria con trasferimento
del titolo di proprietà in virtù dei quali la garanzia reale a garanzia o
copertura dell’adempimento di obblighi specifici è costituita da un
trasferimento della piena proprietà di attività dal fornitore al beneficiario
della garanzia, secondo condizioni per cui il beneficiario della garanzia cede
le attività in caso di adempimento di detti obblighi specifici;
(c)         
accordi di compensazione in virtù dei quali due o
più crediti od obbligazioni esistenti fra la banca e una controparte possono
essere compensati reciprocamente;
(d)         
accordi di netting in virtù dei quali
determinati crediti o obbligazioni possono essere convertiti in un unico
credito netto, compresi accordi di netting per close-out per cui,
al verificarsi di un evento che determini l’escussione della garanzia (comunque
e ovunque definito), le obbligazioni delle parti sono anticipate in modo da
giungere immediatamente a maturità, oppure sono estinte, e in entrambi i casi
sono convertite in un unico credito netto o da esso sostituite;
(e)         
contratti di finanza strutturata, comprese le
cartolarizzazioni e le obbligazioni garantite, in base ai quali la garanzia è
concessa e detenuta da una parte dell’accordo o da un fiduciario, agente o
rappresentante designato.
La forma di tutela adeguata alle classi di accordi
di cui alle lettere da a) a e) è ulteriormente precisata negli articoli da 70
a 73 ed è sottoposta alle limitazioni previste negli articoli 61, 62 e 77.
3.           L’obbligo previsto al
paragrafo 2 si applica indipendentemente dal numero di parti associate agli
accordi e dal fatto che gli accordi:
(a)         
siano conclusi per contratto, trust o altro mezzo
ovvero emergano automaticamente per effetto di legge; 
(b)         
emergano per effetto della normativa di un’altra
giurisdizione o ne siano disciplinati del tutto o in parte.
4.           La Commissione adotta,
mediante atti delegati adottati conformemente all’articolo 103, misure per
specificare ulteriormente le classi di accordi che rientrano nell’ambito di
applicazione del paragrafo 2, lettere da a) a e).
Articolo 69
Tutela dei contratti di garanzia
finanziaria, contratti di compensazione e accordi di netting
Gli Stati membri provvedono a una tutela
adeguata per i contratti di garanzia finanziaria con trasferimento del titolo
di proprietà, per i contratti di compensazione e per gli accordi di netting,
in modo da impedire la cessione di alcuni, ma non tutti, i diritti e passività
tutelati in virtù di un contratto di garanzia finanziaria con trasferimento del
titolo di proprietà, di un contratto di compensazione o di un accordo di netting
fra l’ente e un’altra persona e la modifica o estinzione dei diritti e
passività tutelati in virtù di un siffatto contratto di garanzia finanziaria
con trasferimento del titolo di proprietà, contratto di compensazione o accordo
di netting, mediante l’esercizio dei poteri accessori.
Ai fini del primo comma, i diritti e passività
devono essere considerati tutelati in virtù di un accordo siffatto se le parti
dell’accordo hanno diritto alla compensazione o al netting di detti
diritti e passività.
Articolo 70
Tutela degli accordi di garanzia
Gli Stati membri provvedono a una tutela
adeguata delle passività garantite in virtù di un accordo di garanzia, al fine
di impedire:
(a)                   
la cessione di attività con cui è garantita la
passività, salvo se questa e il beneficio della garanzia siano anch’essi
ceduti;
(b)                   
la cessione di una passività garantita, salvo se
anche il beneficio della garanzia è ceduto;
(c)                   
la cessione del beneficio, salvo se anche la
passività garantita è ceduta;
(d)                   
la modifica o l’estinzione di un accordo di
garanzia mediante l’esercizio dei poteri accessori, se l’effetto di tale
modifica o estinzione è far cessare la garanzia della passività.
Articolo 71
Tutela dei contratti di finanza strutturata
1.           Gli Stati membri provvedono a
una tutela adeguata dei contratti di finanza strutturata, al fine di impedire:
(a)         
la cessione di alcuni, ma non tutti, i beni,
diritti e passività che costituiscono o fanno parte di un contratto di finanza
strutturata di cui l’ente soggetto a risoluzione della crisi è parte; 
(b)         
l’estinzione o la modifica, mediante l’esercizio
dei poteri accessori, dei beni, diritti e passività che costituiscono o fanno
parte di un contratto di finanza strutturata di cui l’ente soggetto a
risoluzione della crisi è parte.
2.           Le tutele di cui al paragrafo
1 non si applicano quando sono ceduti o non ceduti, estinti o modificati beni,
diritti e passività relativi unicamente a depositi.
Articolo 72
Cessioni parziali: tutela dei sistemi di
negoziazione, compensazione e regolamento
1.           Gli Stati membri provvedono a
che la cessione, la cancellazione o la modifica non incidano sul funzionamento
e sulle regole dei sistemi contemplati dalla direttiva 98/26/CE, laddove
l’autorità di risoluzione delle crisi:
(a)         
cede alcuni, ma non tutti, i beni, diritti o
passività di un ente ad un’altra entità; 
(b)         
esercita i poteri a norma dell’articolo 57 per
cancellare o modificare le clausole di un contratto di cui l’ente soggetto a
risoluzione della crisi è parte o per sostituire un ricevente come parte.
2.           In particolare, la cessione,
il fatto di porre fine o la modifica non può revocare un ordine di
trasferimento in violazione dell’articolo 5 della direttiva 98/26/CE né
modificare o negare l’esecutività degli ordini di trasferimento e del netting
a norma degli articoli 3 e 5 della direttiva 98/26/CE, l’uso di fondi, titoli o
facilitazioni di credito a norma dell’articolo 4 della medesima o la tutela dei
titoli dati in garanzia a norma dell’articolo 9 della medesima.
Articolo 73
Beni, diritti e passività disciplinati
dall’ordinamento di un territorio non appartenente all’Unione
Laddove un’autorità di risoluzione delle crisi
intende cedere o cede tutti i beni, diritti e passività di un ente ad un’altra
entità, ma la cessione non è effettiva o potrebbe non esserlo per determinati
beni perché questi si trovano al di fuori dell’Unione, oppure riguardo a
determinati diritti o passività perché questi sono disciplinati
dall’ordinamento di un territorio non appartenente all’Unione, l’autorità di
risoluzione delle crisi non effettua la cessione ovvero, se tale autorità ha
già impartito l’ordine in tal senso, la cessione è priva di effetti e tutti i
beni, diritti e passività contemplati dal relativo accordo di cui all’articolo 69,
paragrafo 2, non sono trasferiti dall’ente soggetto a risoluzione della
crisi ovvero gli sono restituiti.
CAPO VII
Obblighi procedurali 
Articolo 74
Obblighi di notifica
1.           Gli Stati membri esigono che
l’organo di gestione dell’ente informi l’autorità competente quando reputa che
l’ente sia in dissesto o a rischio di dissesto ai sensi dell’articolo 27,
paragrafo 2.
2.           Le autorità competenti
comunicano alle pertinenti autorità di risoluzione delle crisi le misure che
esse impongono all’ente di adottare ai sensi dell’articolo 22 della presente
direttiva o dell’articolo 136, paragrafo 1, della direttiva 2006/48/CE.
3.           Laddove valuta che l’ente
soddisfi le condizioni di cui all’articolo 27, paragrafo 1, lettere a) e b),
l’autorità competente comunica senza indugio la valutazione in questione alle
autorità seguenti:
(a)         
l’autorità di risoluzione delle crisi competente
per l’ente, se non è essa stessa a svolgere tale funzione;
(b)         
la banca centrale, se non è essa stessa a svolgere
tale funzione;
(c)         
ove applicabile, l’autorità di risoluzione delle
crisi a livello di gruppo;
(d)         
i ministeri competenti;
(e)         
l’autorità di vigilanza su base consolidata, se
l’ente è soggetto a vigilanza su base consolidata a norma del titolo V, capo 4,
sezione 1, della direttiva 2006/48/CE.
4.           Quando riceve dall’autorità
competente una comunicazione ai sensi del paragrafo 3, l’autorità di
risoluzione delle crisi valuta se l’ente in questione soddisfa le condizioni
stabilite nell’articolo 27.
5.           La decisione che sancisce che
l’ente soddisfa le condizioni per la risoluzione delle crisi è riportata in un
avviso che contiene le informazioni seguenti:
(a)         
la motivazione della decisione; 
(b)         
l’azione che l’autorità di risoluzione della crisi
intende avviare.
L’azione di cui alla lettera b) può comprendere
un’azione di risoluzione della crisi o una domanda di liquidazione, la nomina
di un amministratore ovvero qualsiasi altra misura prevista dal diritto
fallimentare nazionale applicabile.
L’autorità o le autorità cui compete tale
decisione la notificano all’ente in questione. La notifica ai sensi del
presente paragrafo può assumere la forma della notifica pubblica di cui al
paragrafo 6.
6.           Nell’avviare un’azione di
risoluzione della crisi l’autorità di risoluzione della crisi rende pubblica
l’azione e prende le iniziative ragionevolmente praticabili per informarne tutti
gli azionisti e creditori noti, in particolare gli investitori al dettaglio,
interessati dall’esercizio del potere di risoluzione delle crisi. Le misure
previste nell’articolo 75, paragrafo 4, sono considerate iniziative
ragionevolmente praticabili ai sensi del presente paragrafo.
7.           L’autorità di risoluzione
della crisi pubblica, secondo la procedura prevista nell’articolo 75, paragrafo
4, un avviso in cui precisa i termini e il periodo della sospensione in
questione laddove eserciti i poteri di risoluzione delle crisi, in particolare:
(a)         
il potere di cui all’articolo 61 di sospendere gli
obblighi di pagamento o di consegna;
(b)         
il potere di cui all’articolo 63 di sospendere i
diritti di recesso.
8.           L’ABE elabora progetti di
norme tecniche di regolamentazione per specificare le procedure, il contenuto e
le condizioni inerenti agli obblighi seguenti:
(a)         
notifiche di cui ai paragrafi da 1 a 5;
(b)         
avviso di sospensione di cui al paragrafo 7.
L’ABE presenta i progetti di norme tecniche di
regolamentazione alla Commissione entro dodici mesi dalla data di entrata in
vigore della presente direttiva.
Alla Commissione è delegato il potere di adottare
le norme tecniche di regolamentazione di cui al primo comma conformemente alla
procedura di cui agli articoli da 10 a 14 del regolamento (UE) n. 1093/2010.
Articolo 75
Obblighi procedurali delle autorità di
risoluzione delle crisi
1.           Gli Stati membri provvedono a
che le autorità di risoluzione delle crisi adempiano agli obblighi di cui ai
paragrafi 2, 3 e 4 non appena ragionevolmente possibile dopo l’avvio di
un’azione di risoluzione delle crisi.
2.           L’autorità di risoluzione
delle crisi informa dell’azione di risoluzione della crisi l’ente soggetto a
risoluzione delle crisi e l’ABE.
La notifica ai sensi del presente paragrafo include
una copia di qualsiasi provvedimento o strumento attraverso il quale i poteri
pertinenti sono esercitati, con l’indicazione della data a decorrere dalla
quale le azioni di risoluzione della crisi acquistano efficacia.
3.           La notifica di cui al
paragrafo 2 include una copia di qualsiasi provvedimento o strumento attraverso
il quale i poteri pertinenti sono esercitati, con l’indicazione della data a
decorrere dalla quale lo strumento o i poteri acquistano efficacia.
4.           L’autorità di risoluzione
delle crisi pubblica ovvero dispone che sia pubblicata una copia del
provvedimento o dello strumento mediante il quale l’azione di risoluzione delle
crisi è avviata oppure un avviso che riassume gli effetti di tale azione, in
particolare sugli investitori al dettaglio, attraverso:
(a)         
il proprio sito internet ufficiale;
(b)         
il sito internet dell’autorità competente, se
diversa dall’autorità di risoluzione della crisi, o il sito internet dell’ABE;
(c)         
il sito internet dell’ente soggetto a risoluzione
della crisi; 
(d)         
se le azioni o altri titoli di proprietà dell’ente
soggetto a risoluzione della crisi sono ammessi alla negoziazione in un mercato
regolamentato, i mezzi utilizzati per la divulgazione delle informazioni
previste dalla regolamentazione relative a tale ente, a norma dell’articolo 21,
paragrafo 1, della direttiva 2004/109/CE del Parlamento europeo e del Consiglio[39].
5.           L’autorità di risoluzione
della crisi provvede a che i documenti a riprova degli strumenti di cui al
paragrafo 4 siano trasmessi agli azionisti e creditori noti dell’ente soggetto
a risoluzione della crisi.
Articolo 76
Riservatezza
1.           Sono vincolate dagli obblighi
del segreto professionale le persone seguenti:
(a)         
autorità di risoluzione delle crisi;
(b)         
autorità competenti e ABE;
(c)         
ministeri competenti;
(d)         
dipendenti o ex dipendenti delle autorità di cui
alle lettere a) e b);
(e)         
amministratori straordinari nominati a norma
dell’articolo 24;
(f)           
potenziali acquirenti contattati dalle autorità
competenti o sollecitati dalle autorità di risoluzione delle crisi, a
prescindere dal fatto che il contatto o la sollecitazione sia avvenuta in
preparazione dell’uso dello strumento della vendita dell’attività d’impresa e
indipendentemente dal fatto che la sollecitazione abbia effettivamente condotto
a un’acquisizione;
(g)         
revisori dei conti, contabili, consulenti legali e
professionali, valutatori e altri esperti che hanno ricevuto incarico
dall’autorità di risoluzione delle crisi o dai potenziali acquirenti di cui
alla lettera f);
(h)         
organismi di gestione dei sistemi di garanzia dei
depositi;
(i)           
banche centrali e altre autorità che intervengono
nella procedura di risoluzione delle crisi;
(j)           
qualsiasi altra soggetta che presta o ha prestato
servizi alle autorità di risoluzione delle crisi.
2.           Fatta salva la valenza
generale degli obblighi di cui al paragrafo 1, alle persone ivi citate è fatto
divieto di rivelare informazioni riservate ricevute nel corso di attività
professionali oppure provenienti da un’autorità di risoluzione delle crisi in
relazione alle sue funzioni, a qualsiasi persona o autorità, se non in forma
sommaria o aggregata, affinché non si possano individuare i singoli enti, o
previo accordo espresso dell’autorità di risoluzione delle crisi.
3.           Gli obblighi di riservatezza
di cui ai paragrafi 1 e 2 non ostano a che le autorità di risoluzione delle crisi,
compresi i dipendenti, condividano, ai fini della pianificazione o attuazione
di un’azione di risoluzione delle crisi, informazioni con altre autorità di
risoluzione delle crisi nell’Unione, autorità competenti, banche centrali, ABE,
ovvero, fatto salvo l’articolo 90, autorità di paesi terzi omologhe delle
autorità di risoluzione delle crisi. 
4.           Il presente articolo fa salvi
i casi soggetti al diritto penale.
5.           L’ABE elabora progetti di
norme tecniche di attuazione per precisare le modalità con cui le informazioni
dovrebbero essere fornite in forma sommaria o aggregata ai fini del paragrafo 2.
L’ABE presenta i progetti di norme tecniche di
attuazione alla Commissione entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore
della presente direttiva.
Alla Commissione è delegato il potere di adottare
le norme tecniche di attuazione di cui al primo comma conformemente
all’articolo 15 del regolamento (UE) n. 1093/2010.
CAPO VIII
Diritto di impugnazione ed esclusione di altre azioni
Articolo 77
Esclusione dei diritti di recesso e di
compensazione nella procedura di risoluzione della crisi
1.           Gli Stati membri provvedono a
che le controparti di un contratto finanziario ai sensi dell’articolo 63,
originariamente concluso con l’ente soggetto a risoluzione della crisi, possano
esercitare i diritti di recesso previsti dal contratto o i diritti previsti da
una clausola di recesso (walk-away clause) soltanto se l’azione di
risoluzione della crisi consiste nello strumento della vendita dell’attività
d’impresa o in quello dell’ente-ponte e i diritti e passività contemplati dal
contratto finanziario non sono ceduti, secondo il caso, a un terzo o a un
ente-ponte.
Ai fini del presente paragrafo, la clausola di
deroga inserisce in un contratto finanziario una disposizione che sospende,
modifica o estingue l’obbligo della parte non inadempiente di effettuare un
pagamento o impedisce che sorga un siffatto obbligo, come accadrebbe in assenza
di tale clausola.
2.           Gli Stati membri provvedono a
che i creditori dell’ente soggetto a risoluzione della crisi possano esercitare
i diritti alla compensazione previsti per legge soltanto se l’azione di
risoluzione della crisi consiste nello strumento della vendita dell’attività
d’impresa o in quello dell’ente-ponte e i diritti e passività contemplati dal
contratto finanziario non sono ceduti, secondo il caso, a un terzo o a un
ente-ponte.
Articolo 78
Diritti di impugnare la risoluzione della
crisi
1.           Gli Stati membri provvedono a
che tutte le persone interessate dalla decisione di avviare una procedura di
risoluzione delle crisi, prevista all’articolo 74, paragrafo 5, o dalla
decisione delle autorità di risoluzione delle crisi di avviare un’azione di
risoluzione della crisi abbiano il diritto di presentare un ricorso
giurisdizionale avverso tale decisione.
2.           Il diritto al ricorso
giurisdizionale disposto dal paragrafo 1 è soggetto alle limitazioni seguenti:
(a)         
la presentazione del ricorso giurisdizionale o di
altra misura provvisoria non comporta la sospensione automatica degli effetti
della decisione contestata; 
(b)         
la decisione dell’autorità di risoluzione della
crisi è immediatamente esecutiva e non è soggetta ad alcun provvedimento
sospensivo emanato da un giudice; 
(c)         
il ricorso è limitato a una o più delle seguenti
materie:
–              
legittimità della decisione di cui al paragrafo 1,
compreso l’accertamento del fatto che le condizioni per la risoluzione della
crisi fossero soddisfatte;
–              
legittimità delle modalità di attuazione di detta
decisione;
–              
congruità delle compensazioni concesse;
(d)         
L’annullamento di una decisione di un’autorità di
risoluzione delle crisi lascia impregiudicati i successivi atti amministrativi
o transazioni conclusi dall’autorità di risoluzione delle crisi interessata e
basati sulla decisione annullata, laddove ciò sia necessario per tutelare gli
interessi dei terzi in buona fede che hanno acquistato attività, diritti e
passività dell’ente soggetto a risoluzione della crisi in virtù dell’esercizio
dei poteri in tal senso da parte dell’autorità di risoluzione della crisi. Le
misure correttive applicate a una decisione o azione indebita delle autorità di
risoluzione delle crisi sono limitate alla compensazione della perdita subita
dal ricorrente in conseguenza della decisione o azione.
Articolo 79
Limitazioni applicabili ad altri
procedimenti giudiziari
1.           Gli Stati membri provvedono a
che non possa essere avviata una procedura ordinaria di insolvenza a norma del
diritto nazionale nei confronti di un ente soggetto a risoluzione della crisi o
di un ente per cui è stato accertato il soddisfacimento delle condizioni per la
risoluzione.
2.           Ai fini del paragrafo 1, gli
Stati membri assicurano che:
(a)         
le autorità competenti e le autorità di risoluzione
delle crisi siano informate delle domanda di apertura di una procedura
ordinaria di insolvenza in relazione a un ente, a prescindere dal fatto che
esso sia soggetto a risoluzione della crisi o che una decisione sia stata resa
pubblica conformemente all’articolo 74, paragrafo 6; 
(b)         
si possa decidere sulla domanda soltanto se il
giudice ha ricevuto conferma del fatto che le notifiche di cui alla lettera a)
sono state effettuate e si verifica una delle due situazioni seguenti:
(i)      l’autorità di risoluzione delle crisi ha
comunicato al giudice che non intende avviare un’azione di risoluzione della
crisi in relazione all’ente; 
(ii)      è scaduto un termine di 14 giorni a
decorrere dalla data in cui sono state effettuate le notifiche di cui alla
lettera a).
3.           Fatte salve tutte le
limitazioni all’opponibilità dei diritti di garanzia imposte a norma
dell’articolo 63 o del paragrafo 1 del presente articolo, gli Stati membri
provvedono a che, ove necessario per l’effettiva applicazione degli strumenti e
l’effettivo esercizio dei poteri di risoluzione delle crisi, le autorità di
risoluzione delle crisi possano chiedere al giudice la sospensione, per un
congruo periodo di tempo in funzione dell’obiettivo perseguito, di qualsiasi
azione o procedimento giudiziari di cui un ente soggetto a risoluzione delle
crisi è o diventa parte.
TITOLO V
RISOLUZIONE DELLE CRISI DI GRUPPO
Articolo 80
Collegi di risoluzione delle crisi
1.           Le autorità di risoluzione
delle crisi a livello di gruppo costituiscono collegi di risoluzione delle
crisi per svolgere i compiti di cui agli articoli 11, 15 e 83 e, se del caso,
per assicurare la cooperazione e il coordinamento con le autorità omologhe di
paesi terzi.
In particolare, i collegi di risoluzione delle
crisi costituiscono un quadro in cui l’autorità di risoluzione delle crisi a
livello di gruppo, le altre autorità di risoluzione delle crisi e, se del caso,
le autorità competenti e le autorità di vigilanza su base consolidata possono
svolgere i compiti seguenti:
(a)         
scambio di informazioni pertinenti per
l’elaborazione dei piani di risoluzione delle crisi a livello di gruppo, per
l’esercizio dei poteri preparatori e preventivi nei confronti dei gruppi e per
la risoluzione delle crisi a livello di gruppo;
(b)         
elaborazione dei piani di risoluzione delle crisi a
livello di gruppo conformemente all’articolo 11;
(c)         
valutazione della possibilità di risoluzione delle
crisi dei gruppi a norma dell’articolo 13;
(d)         
esercizio dei poteri di affrontare ed eliminare
impedimenti alla possibilità di risoluzione delle crisi di gruppo a norma
dell’articolo 15;
(e)         
decisione circa la necessità di stendere un
programma di risoluzione delle crisi di gruppo a norma dell’articolo 83;
(f)           
raggiungimento dell’accordo sui programmi di
risoluzione delle crisi di gruppo proposti a norma dell’articolo 83;
(g)         
coordinamento della comunicazione al pubblico delle
strategie e dei programmi di risoluzione delle crisi di gruppo;
(h)         
coordinamento dell’impiego dei meccanismi di
finanziamento istituiti a norma del titolo VII.
2.           Sono membri del collegio di
risoluzione delle crisi l’autorità di risoluzione delle crisi a livello di
gruppo, le autorità di risoluzione delle crisi di ciascuno Stato membro in cui
è stabilita una filiazione interessata dalla vigilanza su base consolidata, e
l’ABE.
Qualora l’impresa madre di uno o più enti sia una
società di cui all’articolo 1, lettera d), l’autorità di risoluzione delle
crisi dello Stato membro in cui essa è stabilita è membro del collegio di
risoluzione delle crisi.
Qualora le autorità di risoluzione delle crisi che
sono membri del collegio di risoluzione delle crisi non siano i ministeri
competenti, questi sono anch’essi membri dei collegi di risoluzione delle crisi
al fianco di dette autorità e possono partecipare alle riunioni di tali
collegi, in particolare quando sono in discussione questioni che possono avere
ripercussioni sui fondi pubblici.
Qualora un’impresa madre o un ente stabilito
nell’Unione abbia enti filiazioni in paesi terzi, le autorità di risoluzione
delle crisi di tali paesi possono essere invitate, su richiesta dell’autorità
di risoluzione delle crisi a livello di gruppo, a partecipare al collegio di
risoluzione delle crisi in veste di osservatori, purché siano soggette a
obblighi di riservatezza equivalenti a quelli stabiliti nell’articolo 76.
3.           Gli organismi pubblici che
partecipano ai collegi istituiscono fra loro una stretta cooperazione.
L’autorità di risoluzione delle crisi a livello di gruppo coordina tutte le
attività dei collegi di risoluzione delle crisi e ne indice e presiede tutte le
riunioni. Detta autorità tiene pienamente informati, in anticipo, tutti i
membri del collegio e l’ABE dell’organizzazione delle riunioni, delle questioni
principali in discussione e delle attività da prendere in considerazione.
Decide, in funzione delle necessità specifiche, quali autorità e ministeri
debbano partecipare a determinate riunioni o attività del collegio. Tiene altresì
tempestivamente informati tutti i membri del collegio delle azioni e decisioni
adottate nel corso di dette riunioni o delle misure realizzate.
La decisione dell’autorità di risoluzione delle
crisi a livello di gruppo tiene conto della rilevanza della questione da
discutere, dell’attività da programmare o coordinare e delle decisioni da
prendere per le autorità di risoluzione delle crisi in questione, in
particolare dell’impatto potenziale sulla stabilità del sistema finanziario
nello Stato membro interessato.
4.           L’ABE contribuisce a
promuovere e monitorare il funzionamento efficiente, efficace e uniforme dei
collegi di risoluzione delle crisi. A tal fine, può partecipare, se lo ritiene
opportuno, a specifiche riunioni o attività, ma senza diritto di voto.
5.           L’autorità di risoluzione
delle crisi a livello di gruppo stabilisce per iscritto, previa consultazione
delle altre autorità di risoluzione delle crisi, modalità e procedure per il
funzionamento del collegio di risoluzione delle crisi.
6.           Nonostante il paragrafo 2, ai
fini dell’esecuzione dei compiti di cui al paragrafo 1, secondo comma,
lettera e), l’autorità o le autorità di risoluzione delle crisi di ciascuno
Stato membro in cui è stabilita una filiazione partecipano alle riunioni o alle
attività del collegio di risoluzione delle crisi.
7.           Nonostante il paragrafo 2, ai
fini dell’esecuzione dei compiti di cui al paragrafo 1, secondo comma,
lettere f) e h), l’autorità o le autorità di risoluzione delle crisi di
ciascuno Stato membro in cui è stabilita una filiazione che soddisfa le
condizioni per la risoluzione della crisi partecipano alle riunioni o alle
attività dei collegi di risoluzione delle crisi.
8.           Le autorità di risoluzione
delle crisi a livello di gruppo non possono costituire collegi di risoluzione
delle crisi se altri gruppi o collegi svolgono le funzioni o eseguono i compiti
previsti nel presente articolo e rispettano tutte le condizioni e procedure
previste nella presente sezione. In tal caso, tutti i riferimenti ai collegi di
risoluzione delle crisi contenuti nella presente direttiva s’intendono fatti a
tali altri gruppi o collegi.
9.           L’ABE elabora progetti di
norme tecniche di regolamentazione per precisare le modalità operative dei
collegi di risoluzione delle crisi nell’esecuzione dei compiti di cui ai
paragrafi 1, 3, 5, 6 e 7.
L’ABE presenta i progetti di norme tecniche di
regolamentazione alla Commissione entro dodici mesi dalla data di entrata in
vigore della presente direttiva.
Alla Commissione è delegato il potere di adottare
le norme di regolamentazione di cui al primo comma conformemente alla procedura
di cui agli articoli da 10 a 14 del regolamento (UE) n. 1093/2010.
Articolo 81
Collegi europei di risoluzione delle crisi
1.           Se un ente di un paese terzo
o un’impresa madre di un paese terzo ha due o più enti filiazione stabiliti
nell’Unione, le autorità di risoluzione delle crisi degli Stati membri in cui
sono stabiliti tali enti filiazioni nazionali nell’Unione costituiscono, in
assenza di accordi quali quelli previsti all’articolo 89, un collegio europeo
di risoluzione delle crisi.
2.           Il collegio europeo di
risoluzione delle crisi svolge le funzioni ed esegue i compiti di cui
all’articolo 80 in relazione agli enti filiazioni nazionali.
3.           Qualora le filiazioni
nazionali siano detenute da una società di partecipazione finanziaria stabilita
nell’Unione a norma dell’articolo 143, paragrafo 3, terzo comma, della
direttiva 2006/48/CE, il collegio europeo di risoluzione delle crisi è
presieduto dall’autorità di risoluzione delle crisi dello Stato membro in cui è
ubicata l’autorità di vigilanza su base consolidata ai fini della vigilanza su
base consolidata a norma di detta direttiva.
Laddove non si applichi il primo comma, i membri
del collegio europeo di risoluzione delle crisi designano e nominano il
presidente.
4.           Fatto salvo il paragrafo 3,
il collegio europeo di risoluzione delle crisi funziona conformemente
all’articolo 81 in tutti gli altri aspetti.
Articolo 82
Scambio di informazioni
Le autorità di risoluzione delle crisi si
trasmettono a vicenda tutte le informazioni pertinenti per l’esecuzione dei
rispettivi compiti a norma della presente direttiva. 
Le autorità di risoluzione delle crisi
comunicano tutte le pertinenti informazioni su richiesta. In particolare,
l’autorità di risoluzione delle crisi a livello di gruppo trasmette
tempestivamente alle autorità di risoluzione delle crisi negli altri Stati
membri tutte le informazioni pertinenti per agevolare l’esecuzione dei compiti
di cui all’articolo 80, paragrafo 1, secondo comma, lettere da b) a h).
Le informazioni scambiate a norma del presente
articolo sono condivise anche con i ministeri competenti.
Articolo 83
Risoluzione delle crisi di gruppo
1.           L’autorità di risoluzione
delle crisi, laddove decida che un ente filiazione di un gruppo è in dissesto o
a rischio di dissesto, oppure ne sia informata a norma dell’articolo 74,
paragrafo 3, comunica senza indugio all’autorità di risoluzione delle crisi a
livello di gruppo, se non svolge essa stessa tale funzione, e alle autorità di
risoluzione delle crisi che sono membri del collegio di risoluzione delle crisi
per il gruppo in questione, le informazioni seguenti:
(a)         
decisione secondo cui l’ente è in dissesto o a
rischio di dissesto;
(b)         
azioni di risoluzione della crisi o altre misure
relative all’insolvenza che l’autorità di risoluzione della crisi considera
appropriate per l’ente.
2.           Alla ricezione di una
notifica a norma del paragrafo 1, l’autorità di risoluzione delle crisi a
livello di gruppo valuta, in consultazione con gli altri membri del pertinente
collegio di risoluzione delle crisi, il probabile impatto del dissesto
dell’ente in questione, ovvero dell’azione di risoluzione della crisi o delle
altre misure notificate a norma del paragrafo 1, lettera b), sul gruppo o
sugli enti affiliati in altri Stati membri.
3.           Se l’autorità di risoluzione
delle crisi a livello di gruppo valuta, a seguito della consultazione con le
altre autorità di risoluzione delle crisi a norma del paragrafo 2, che il
dissesto dell’ente in questione, ovvero l’azione di risoluzione della crisi o
le altre misure notificate a norma del paragrafo 1, lettera b), non
avrebbero un impatto negativo sul gruppo o su enti affiliati in altri Stati
membri, l’autorità di risoluzione delle crisi competente per detto ente può
avviare l’azione di risoluzione della crisi o le altre misure notificate a
norma del paragrafo 1, lettera b).
4.           L’autorità di risoluzione delle crisi a livello di gruppo,
se valuta, a seguito della consultazione con le altre autorità di risoluzione
delle crisi a norma del paragrafo 2, che il dissesto dell’ente in questione,
ovvero l’azione di risoluzione della crisi o le altre misure notificate a norma
del paragrafo 1, lettera b), avrebbero un impatto negativo sul gruppo o su enti
affiliati in altri Stati membri, propone, entro 24 ore dalla ricezione della
notifica di cui al paragrafo 1, un programma di risoluzione della crisi di
gruppo e lo presenta al collegio di risoluzione delle crisi.
5.           Il programma di risoluzione
della crisi a livello di gruppo previsto al paragrafo 4:
(a)         
delinea le azioni di risoluzione della crisi che le
pertinenti autorità di risoluzione della crisi devono avviare, in relazione
all’impresa madre nell’Unione o a particolari entità del gruppo, al fine di
preservare il valore del gruppo nel suo complesso, ridurre al minimo l’impatto
sulla stabilità finanziaria negli Stati membri in cui il gruppo è attivo e
ridurre al minimo il ricorso a un sostegno finanziario pubblico straordinario;
(b)         
specifica le modalità di coordinamento delle azioni
di risoluzione della crisi;
(c)         
stabilisce un piano di finanziamento. Il piano di
finanziamento tiene conto dei principi sulla ripartizione delle responsabilità
stabiliti in conformità all’articolo 11, paragrafo 3, lettera e). 
6.           Un membro del collegio di
risoluzione della crisi, se dissente sul programma di risoluzione della crisi
di gruppo proposto dall’autorità di risoluzione della crisi a livello di gruppo
e ritiene, per motivi di stabilità finanziaria, di dover avviare autonomamente,
in relazione a un dato ente o entità di gruppo, azioni di risoluzione della
crisi o misure diverse da quelle proposte in tale piano, rimette entro 24 ore
la questione all’ABE in conformità all’articolo 19 del regolamento (UE) n. 1093/2010.
7.           In deroga all’articolo 19,
paragrafo 2, del regolamento (UE) n. 1093/2010, l’ABE decide entro 24 ore. La
successiva azione o misura dell’autorità di risoluzione delle crisi si conforma
alla decisione dell’ABE.
8.           L’autorità di risoluzione
della crisi a livello di gruppo, laddove decida che un’impresa madre
nell’Unione di cui è competente è in dissesto o a rischio di dissesto, oppure
ne sia informata a norma dell’articolo 74, paragrafo 3, comunica le
informazioni di cui al paragrafo 1, lettere a) e b), alle autorità di
risoluzione delle crisi che sono membri del collegio di risoluzione della crisi
del gruppo in questione. Le azioni di risoluzione della crisi ai fini del
paragrafo 1, lettera b), possono comprendere un programma di risoluzione della
crisi di gruppo elaborato conformemente al paragrafo 5.
9.           Le autorità attuano tutte le
azioni di cui ai paragrafi da 2 a 8 senza indugio e tenendo debitamente conto
dell’urgenza della situazione.
10.         In tutti i casi in cui non è
attuato un programma di risoluzione della crisi di gruppo e le autorità di
risoluzione delle crisi avviano azioni di risoluzione della crisi in relazione
a enti affiliati, dette autorità cooperano strettamente con i collegi di
risoluzione delle crisi al fine di mettere a punto una strategia coordinata di
risoluzione delle crisi per tutti gli enti in dissesto o a rischio di dissesto.
11.         Le autorità di risoluzione
delle crisi che avviano azioni di risoluzione delle crisi in relazione a entità
di un gruppo comunicano periodicamente informazioni esaurienti su tali azioni o
misure al collegio di risoluzione della crisi e gli riferiscono sul loro
andamento.
TITOLO VI
RELAZIONI CON I PAESI TERZI
Articolo 84
Accordi con paesi terzi
1.           La Commissione può
trasmettere al Consiglio, su richiesta di uno Stato membro o di propria
iniziativa, proposte relative alla negoziazione, con uno o più paesi terzi, di
accordi sulle modalità di cooperazione fra le autorità di risoluzione delle
crisi nel contesto della pianificazione della risoluzione delle crisi e della
relativa procedura in relazione a enti e imprese madri, in particolare nelle
situazioni seguenti:
(a)         
l’ente filiazione nazionale è stabilito in uno
Stato membro; 
(b)         
l’ente di un paese terzo gestisce una succursale
significativa in uno Stato membro; 
(c)         
un’impresa madre ovvero una società di cui
all’articolo 1, lettere c) o d) stabilita in uno Stato membro ha uno o più enti
filiazioni in paesi terzi; 
(d)         
l’ente stabilito in uno Stato membro ha una o più
succursali significative in uno o più paesi terzi.
2.           Gli accordi di cui al
paragrafo 1 mirano in particolare a stabilire tra le autorità di risoluzione
delle crisi procedure e modalità di cooperazione per l’esecuzione di alcuni o
tutti i compiti ovvero per l’esercizio di alcuni o tutti i poteri previsti
all’articolo 89.
Articolo 85
Riconoscimento delle procedure di
risoluzione delle crisi dei paesi terzi 
1.           Le disposizioni seguenti si
applicano finché non è concluso con il paese terzo un accordo internazionale a
norma dell’articolo 84 e nella misura in cui la materia non è disciplinata da
detto accordo.
2.           Fatto salvo l’articolo 86,
l’ABE riconosce le procedure di risoluzione delle crisi che un paese terzo
avvia in relazione a un suo ente che:
(a)         
ha una succursale nazionale, 
(b)         
ha, in altra forma, attività, diritti o passività
ubicate in uno Stato membro ovvero disciplinate dalla legge di uno Stato
membro.
3.           Il riconoscimento delle
procedure di risoluzione delle crisi dei paesi terzi da parte dell’ABE, di cui
al paragrafo 2, comporta per le autorità nazionali di risoluzione delle crisi
l’obbligo di conferire efficacia a dette procedure nel rispettivo territorio. 
4.           Le autorità di risoluzione
delle crisi danno attuazione alla decisione dell’ABE di riconoscere una
procedura di risoluzione delle crisi di un paese terzo. A tal fine gli Stati
membri provvedono a che le autorità di risoluzione delle crisi abbiano almeno
la facoltà, senza che sia nominato un amministratore o altro soggetto a norma
del diritto fallimentare nazionale, senza che il giudice emetta alcuna
ordinanza, consenso o approvazione e senza altra formalità giudiziaria, di:
(a)         
esercitare il potere di cessione in relazione a:
–              
attività di un ente di un paese terzo ubicate nel
loro Stato membro o disciplinate dalla legge del loro Stato membro;
–              
diritti o passività di un ente di un paese terzo
contabilizzati dalla succursale nazionale nel loro Stato membro o disciplinati
dalla legge del loro Stato membro ovvero quando i crediti relativi a tali
diritti e passività sono opponibili nel loro Stato membro;
(b)         
perfezionare, anche imponendo ad un’altra persona
un intervento in tal senso, una cessione di azioni o titoli di proprietà in
relazione a un ente filiazione nazionale stabilito nello Stato membro
designante.
Articolo 86
Diritto di rifiutare il riconoscimento
delle procedure di risoluzione delle crisi dei paesi terzi
1.           Previa consultazione delle
autorità nazionali di risoluzione delle crisi interessate, l’ABE rifiuta il
riconoscimento a norma dell’articolo 85, paragrafo 2, delle procedure di
risoluzione delle crisi dei paesi terzi se reputa:
(a)         
che la procedura di risoluzione della crisi del
paese terzo abbia un effetto negativo sulla stabilità finanziaria dello Stato
membro in cui è basata l’autorità di risoluzione della crisi ovvero che la
procedura possa avere un effetto negativo sulla stabilità finanziaria di un
altro Stato membro;
(b)         
che un’azione autonoma di risoluzione della crisi a
norma dell’articolo 87 in relazione a una succursale nazionale sia necessaria
per conseguire uno o più obiettivi della risoluzione delle crisi;
(c)         
che nella procedura di risoluzione della crisi del
paese terzo i creditori, inclusi in particolare i depositanti ubicati o
pagabili in uno Stato membro, non beneficino della parità di trattamento con i
creditori del paese terzo.
2.           La Commissione precisa,
mediante atti delegati adottati a norma dell’articolo 103, le circostanze di
cui al paragrafo 1, lettere a) e b).
Articolo 87
Risoluzione di succursali nell’Unione di
enti di paesi terzi
1.           Gli Stati membri provvedono a
che le autorità di risoluzione delle crisi dispongano dei poteri necessari ad
avviare, in relazione a una succursale nazionale, un’azione di risoluzione
della crisi autonoma rispetto a qualsiasi procedura di risoluzione della crisi
aperta da un paese terzo in relazione all’ente del paese terzo in questione.
2.           Gli Stati membri provvedono a
che un’autorità di risoluzione delle crisi possa esercitare i poteri previsti
al paragrafo 1 quando reputa necessaria, nell’interesse pubblico, un’azione di
risoluzione della crisi e purché siano soddisfatte una o più delle condizioni
seguenti:
(a)         
la succursale non soddisfa più, o rischia di non
soddisfare, le condizioni imposte dalla legge nazionale per la sua
autorizzazione e il suo esercizio in tale Stato membro e non vi sono
prospettive che un intervento del settore privato, un’azione di vigilanza
ovvero un’azione pertinente di un paese terzo permetta alla succursale di
ripristinare il soddisfacimento di tali condizioni ovvero di evitare il
fallimento in tempi ragionevoli;
(b)         
l’ente del paese terzo non è in grado, o non sarà
probabilmente in grado, di pagare alla scadenza le proprie obbligazioni ai
creditori nazionali o le obbligazioni create o contabilizzate attraverso la
succursale e l’autorità di risoluzione della crisi ha accertato che in
relazione a tale ente non è stata aperta né sarà aperta nel paese terzo nessuna
procedura di risoluzione della crisi o procedura di insolvenza;
(c)         
l’autorità pertinente del paese terzo ha aperto una
procedura di risoluzione della crisi in relazione all’ente del paese terzo,
ovvero ha notificato all’autorità di risoluzione delle crisi l’intenzione di
aprirla, e vale una delle circostanze previste all’articolo 86.
3.           L’autorità di risoluzione
delle crisi che avvia, in relazione a una succursale nazionale, un’azione
autonoma di risoluzione della crisi tiene conto degli obiettivi della
risoluzione delle crisi e avvia tale azione nel rispetto dei principi e
requisiti seguenti, nella misura in cui sono pertinenti:
(a)         
principi stabiliti all’articolo 29;
(b)         
requisiti relativi all’applicazione degli strumenti
di risoluzione di cui al titolo IV, capo II.
Articolo 88
Cooperazione con le autorità dei paesi
terzi
1.           Le disposizioni seguenti si
applicano finché non è concluso con il paese terzo un accordo internazionale a
norma dell’articolo 84 e nella misura in cui la materia non è disciplinata da
detto accordo.
2.           L’ABE conclude intese quadro
di cooperazione non vincolanti con le seguenti autorità pertinenti dei paesi
terzi:
(a)         
se un ente filiazione nazionale è stabilito
nell’Unione, le autorità pertinenti del paese terzo in cui è stabilita
l’impresa madre o la società di cui all’articolo 1, lettere c) o d);
(b)         
se un ente di un paese terzo gestisce una
succursale significativa nell’Unione, l’autorità pertinente del paese terzo in
cui l’ente è stabilito;
(c)         
se un’impresa madre o una società di cui
all’articolo 1, lettere c) o d), stabilita nell’Unione ha uno o più enti
filiazioni in paesi terzi, le autorità pertinenti dei paesi terzi in cui gli
enti filiazioni sono stabiliti;
(d)         
se un ente stabilito nell’Unione ha una o più
succursali significative in uno o più paesi terzi, le autorità pertinenti dei
paesi terzi in cui le succursali sono stabilite.
Le intese di cooperazione di cui al presente
paragrafo possono riferirsi a singoli enti o a gruppi che comprendono diversi
enti. 
3.           Le intese quadro di
cooperazione di cui al paragrafo 1 stabiliscono tra le autorità che ne sono
parte procedure e modalità di cooperazione per l’esecuzione di alcuni o tutti i
compiti seguenti ovvero per l’esercizio di alcuni o tutti i poteri seguenti in
relazione agli enti di cui al paragrafo 1, lettere da a) a d), ovvero ai gruppi
che li comprendono:
(a)         
elaborazione dei piani di risoluzione delle crisi
in conformità degli articoli 9 e 12 e requisiti analoghi previsti dalla
normativa dei pertinenti paesi terzi;
(b)         
valutazione della possibilità di risoluzione delle
crisi di tali enti e gruppi, in conformità dell’articolo 13, e requisiti
analoghi previsti dalla normativa dei pertinenti paesi terzi;
(c)         
esercizio del potere di affrontare o eliminare gli
impedimenti alla possibilità di risoluzione delle crisi, a norma degli articoli
14 e 15, e poteri analoghi previsti dalla normativa dei pertinenti paesi terzi;
(d)         
applicazione delle misure di intervento precoce ai
sensi dell’articolo 23 e poteri analoghi previsti dalla normativa dei
pertinenti paesi terzi; 
(e)         
applicazione degli strumenti di risoluzione delle
crisi e esercizio dei poteri di risoluzione delle crisi, e poteri analoghi a
disposizione delle pertinenti autorità dei paesi terzi.
4.           Le autorità competenti o,
secondo i casi, le autorità di risoluzione delle crisi concludono intese di
cooperazione non vincolanti, conformi all’intesa quadro concluso dall’ABE, con
le autorità pertinenti dei paesi terzi di cui al paragrafo 2.
5.           Le intese di cooperazione
concluse a norma del presente paragrafo tra le autorità di risoluzione delle
crisi degli Stati membri e le loro omologhe dei paesi terzi comprendono
disposizioni sulle questioni seguenti:
(a)         
scambio delle informazioni necessarie per la
preparazione e l’aggiornamento dei piani di risoluzione delle crisi;
(b)         
consultazione e cooperazione nell’elaborazione dei
piani di risoluzione delle crisi, compresi i principi per l’esercizio dei
poteri previsti dagli articoli 87 e 88, e poteri analoghi previsti dalla
normativa dei pertinenti paesi terzi;
(c)         
scambio delle informazioni necessarie per
l’applicazione degli strumenti di risoluzione delle crisi e l’esercizio dei
poteri di risoluzione delle crisi e poteri analoghi previsti dalla normativa
dei pertinenti paesi terzi;
(d)         
allerta precoce e consultazione delle parti
dell’intesa di cooperazione prima di avviare, ai sensi della presente direttiva
o della legislazione del pertinente paese terzo, un’azione significativa che si
ripercuote sull’ente o sul gruppo al quale l’intesa si riferisce;
(e)         
coordinamento delle comunicazioni al pubblico in caso
di azioni congiunte di risoluzione delle crisi;
(f)           
procedure e intese per lo scambio di informazioni e
la cooperazione, di cui alle lettere da a) ad e), compresi, se del caso,
l’istituzione e il funzionamento di gruppi di gestione delle crisi.
6.           Gli Stati membri notificano
all’ABE le intese di cooperazione concluse dalle autorità di risoluzione delle
crisi e dalle autorità competenti in conformità del presente articolo.
Articolo 89
Riservatezza
1.           Gli Stati membri provvedono a
che le autorità di risoluzione delle crisi, le autorità competenti e i
ministeri competenti scambino informazioni riservate con le autorità pertinenti
dei paesi terzi soltanto se sono rispettate le condizioni seguenti:
(a)         
tali autorità dei paesi terzi sono soggette a
requisiti e norme in materia di segreto professionale almeno equivalenti a
quelle stabilite dall’articolo 76;
(b)         
le informazioni sono necessarie affinché le
autorità pertinenti dei paesi terzi possano svolgere le funzioni, previste
dalla normativa nazionale, analoghe a quelle previste dalla presente direttiva.
2.           Qualora le informazioni
riservate provengano da un altro Stato membro, le autorità di risoluzione delle
crisi o le autorità competenti possono divulgarle alle autorità pertinenti dei
paesi terzi soltanto se sono soddisfatte le condizioni seguenti:
(a)         
l’autorità pertinente dello Stato membro da cui
provengono le informazioni (“autorità d’origine”) autorizza la divulgazione;
(b)         
le informazioni sono divulgate unicamente ai fini
autorizzati dall’autorità d’origine.
3.           Ai fini del presente articolo
le informazioni sono considerate riservate se sono soggette agli obblighi di
riservatezza previsti dal diritto dell’Unione.
TITOLO VII
SISTEMA EUROPEO DEI MECCANISMI DI FINANZIAMENTO
Articolo 90
Sistema europeo dei meccanismi di finanziamento
Il sistema europeo dei meccanismi di
finanziamento si compone degli elementi seguenti:
(a)         
meccanismi di finanziamento nazionali istituiti a
norma dell’articolo 91;
(b)         
prestiti fra meccanismi nazionali di finanziamento,
di cui all’articolo 97; 
(c)         
messa in comune dei meccanismi di finanziamento
nazionali in caso di risoluzione della crisi di gruppo, di cui all’articolo 98.
Articolo 91
Obbligo di istituire meccanismi di
finanziamento della risoluzione delle crisi
1.           Gli Stati membri istituiscono
meccanismi di finanziamento per permettere all’autorità di risoluzione delle
crisi di applicare o esercitare efficacemente gli strumenti e i poteri di
risoluzione delle crisi. I meccanismi di finanziamento sono utilizzati
esclusivamente in conformità agli obiettivi della risoluzione delle crisi e ai
principi stabiliti negli articoli 26 e 29.
2.           Gli Stati membri provvedono a
che i meccanismi di finanziamento siano dotati di mezzi finanziari adeguati.
3.           Ai fini del paragrafo 2, i
meccanismi di finanziamento dispongono in particolare dei poteri seguenti:
(a)         
potere di raccogliere i contributi ex ante previsti
nell’articolo 94 ai fini del raggiungimento del livello-obiettivo indicato
all’articolo 93; 
(b)         
potere di raccogliere i contributi straordinari ex
post previsti nell’articolo 95; 
(c)         
potere di contrarre i prestiti e le altre forme di sostegno
previsti nell’articolo 96.
Articolo 92
Uso dei meccanismi di finanziamento della
risoluzione delle crisi
1.           Nell’applicare gli strumenti
di risoluzione delle crisi l’autorità di risoluzione delle crisi può utilizzare
i meccanismi di finanziamento istituiti in conformità all’articolo 91 ai
fini seguenti:
(a)         
garantire le attività o passività dell’ente
soggetto a risoluzione della crisi, delle sue filiazioni, di un ente-ponte o di
un veicolo di gestione delle attività;
(b)         
erogare prestiti all’ente soggetto a risoluzione
della crisi, alle sue filiazioni, a un ente-ponte o a un veicolo di gestione
delle attività;
(c)         
acquistare attività dell’ente soggetto a
risoluzione della crisi;
(d)         
effettuare conferimenti a un ente-ponte;
(e)         
avviare una qualsiasi combinazione delle azioni di
cui alle lettere da a) ad e).
I meccanismi di finanziamento possono essere
utilizzati per avviare le azioni di cui alle lettere da a) ad e) anche nei
confronti dell’acquirente nel contesto dello strumento della vendita
dell’attività d’impresa. 
2.           Gli Stati membri provvedono a
che le perdite, i costi o le altre spese sostenuti in relazione
all’applicazione degli strumenti di risoluzione delle crisi siano in primo
luogo a carico degli azionisti e creditori dell’ente soggetto a risoluzione
della crisi. I meccanismi di finanziamento si fanno carico delle perdite, costi
o altre spese sostenuti in relazione all’applicazione degli strumenti di
risoluzione delle crisi soltanto se le risorse degli azionisti e creditori sono
esaurite.
Articolo 93
Livello-obiettivo del finanziamento
1.           Gli Stati membri provvedono a
che, entro 10 anni al massimo a decorrere dall’entrata in vigore della presente
direttiva, il rispettivo meccanismo di finanziamento disponga di mezzi
finanziari pari ad almeno l’1% dell’ammontare dei depositi di tutti gli enti
creditizi autorizzati nel rispettivo territorio che sono coperti da garanzia a
norma della direttiva 94/19/CE.
2.           Nel periodo iniziale di cui
al paragrafo 1, i contributi ai meccanismi di finanziamento raccolti in
conformità all’articolo 94 sono spalmati nel tempo nel modo più uniforme
possibile, fino al raggiungimento del livello-obiettivo.
Gli Stati membri possono prorogare il periodo
iniziale di un massimo di quattro anni se i meccanismi di finanziamento
effettuano esborsi cumulati per una percentuale superiore allo 0,5% dei
depositi garantiti.
3.           Se, dopo il periodo iniziale
di cui al paragrafo 1, i mezzi finanziari disponibili scendono al di sotto del
livello-obiettivo fissato nel paragrafo 2, la raccolta dei contributi a norma
dell’articolo 94 riprende fino al ripristino di tale livello. Laddove i mezzi
finanziari disponibili ammontino a meno della metà del livello-obiettivo, i
contributi annuali sono almeno pari allo 0,25% dei depositi garantiti.
Articolo 94
Contributi ex ante
1.           Ai fini del raggiungimento
del livello-obiettivo fissato nell’articolo 93, gli Stati membri provvedono a
che siano raccolti a cadenza almeno annuale contributi presso gli enti
autorizzati nel rispettivo territorio.
2.           I contributi sono calcolati
secondo le norme seguenti:
(a)         
per lo Stato membro che si è valso dell’opzione,
prevista all’articolo 99, paragrafo 5, di usare i fondi del sistema di garanzia
dei depositi ai fini dell’articolo 92, i contributi di ciascun ente sono
calcolati in percentuale dell’ammontare delle sue passività, esclusi i fondi
propri e i depositi garantiti a norma della direttiva 94/19/CE, rispetto alle
passività complessive, esclusi i fondi propri e i depositi garantiti a norma
della direttiva 94/19/CE, di tutti gli enti autorizzati nel suo territorio;
(b)         
per lo Stato membro che non si è valso
dell’opzione, prevista all’articolo 99, paragrafo 5, di usare i fondi del
sistema di garanzia dei depositi ai fini dell’articolo 92, i contributi di
ciascun ente sono calcolati in percentuale dell’ammontare complessivo delle sue
passività, esclusi i fondi propri, rispetto alle passività complessive, esclusi
i fondi propri, di tutti gli enti autorizzati nel suo territorio;
(c)         
i contributi calcolati a norma delle lettere a) e
b) sono corretti secondo i criteri adottati a norma del paragrafo 7 in funzione
del profilo di rischio dell’ente.
3.           I mezzi finanziari
disponibili che concorrono al raggiungimento del livello-obiettivo fissato
all’articolo 93 possono comprendere impegni di pagamento integralmente coperti
dalla garanzia reale di attività a basso rischio non gravate da diritti di
terzi, a libera disposizione e destinate all’uso esclusivo delle autorità di
risoluzione delle crisi per gli scopi specificati nell’articolo 92, paragrafo 1.
La quota di impegni di pagamento irrevocabili non supera il 30% dell’importo
complessivo dei contributi raccolti in conformità al presente articolo.
4.           Gli Stati membri provvedono a
che l’obbligo di versare i contributi previsti nel presente articolo sia
opponibile a norma del diritto nazionale e che i contributi siano versati
integralmente.
Gli Stati membri stabiliscono adeguati obblighi
regolamentari, contabili, informativi e di altro tipo per assicurare il
pagamento integrale dei contributi dovuti. Provvedono altresì a che vigano
misure atte a permettere una verifica adeguata del corretto pagamento del
contributo. Provvedono a che vigano misure per impedire elusioni, evasioni e
abusi.
5.           Gli importi raccolti a norma
del presente articolo sono impiegati soltanto per i fini previsti all’articolo 92
e, qualora gli Stati membri si siano valsi dell’opzione prevista all’articolo 99,
paragrafo 5, ai fini previsti all’articolo 92 o per il rimborso dei depositi
garantiti a norma della direttiva 94/19/CE.
6.           Confluiscono nei meccanismi
di finanziamento le somme ottenute dall’ente soggetto a risoluzione della crisi
o dall’ente-ponte, gli interessi ed altri utili degli investimenti e qualsiasi
altro utile.
7.           Alla Commissione è conferito
il potere di adottare atti delegati conformemente all’articolo 103 per
precisare il concetto della correzione dei contributi in funzione del profilo
di rischio dell’ente, di cui al paragrafo 2, lettera c), tenuto conto degli
elementi seguenti:
(a)         
esposizione al rischio dell’ente, compresi
l’importanza delle sue attività di negoziazione, le esposizioni fuori bilancio
e il grado di leva finanziaria;
(b)         
stabilità e diversificazione delle fonti di
finanziamento della società;
(c)         
situazione finanziaria dell’ente;
(d)         
probabilità che l’ente sia assoggettato a
risoluzione delle crisi;
(e)         
misura in cui l’ente ha beneficiato di sostegno
statale in passato;
(f)           
complessità della struttura dell’ente e possibilità
di risoluzione delle crisi che lo riguardano;
(g)         
sua importanza sistemica per il mercato in
questione,
8.           Alla Commissione è conferito
il potere di adottare atti delegati conformemente all’articolo 103 per:
(a)         
specificare gli obblighi di registrazione,
contabili, informativi e di altro tipo intesi ad assicurare il pagamento effettivo
dei contributi, di cui al paragrafo 4;
(b)         
specificare le misure atte a permettere una
verifica adeguata del corretto pagamento del contributo, di cui al paragrafo 4;
(c)         
specificare le misure intese a impedire elusioni,
evasioni e abusi, di cui al paragrafo 4.
Articolo 95
Contributi straordinari ex post
1.           Laddove i mezzi finanziari
disponibili non siano sufficienti a coprire mediante i meccanismi di
finanziamento le perdite, costi o altre spese sostenuti, gli Stati membri
provvedono a che siano raccolti presso gli enti autorizzati nel rispettivo
territorio contributi straordinari ex post a copertura degli importi
aggiuntivi. Il pagamento di detti contributi straordinari è ripartito fra gli
enti a norma dell’articolo 94, paragrafo 2.
2.           Ai contributi raccolti a
norma del presente articolo si applicano le disposizioni dell’articolo 94,
paragrafi da 4 a 8.
Articolo 96
Mezzi di finanziamento alternativi
Gli Stati membri provvedono a che il
meccanismo di finanziamento di rispettiva competenza possa contrarre prestiti o
altre forme di sostegno presso enti finanziari, banche centrali o altri terzi,
quando le somme raccolte a norma dell’articolo 94 non sono sufficienti a
coprire mediante i meccanismi di finanziamento le perdite, costi o altre spese
sostenuti e i contributi straordinari previsti nell’articolo 95 non sono
accessibili immediatamente.
Articolo 97
Prestiti fra meccanismi di finanziamento
1.           Gli Stati membri provvedono a
che il meccanismo di finanziamento di rispettiva competenza abbia diritto di
contrarre prestiti presso tutti gli altri meccanismi di finanziamento
dell’Unione, quando le somme raccolte a norma dell’articolo 94 non sono
sufficienti a coprire mediante i meccanismi di finanziamento le perdite, costi
o altre spese sostenuti e i contributi straordinari previsti nell’articolo 95
non sono accessibili immediatamente.
2.           Gli Stati membri provvedono a
che il meccanismo di finanziamento di rispettiva competenza sia tenuto ad
erogare prestiti agli omologhi dell’Unione nelle circostanze previste al paragrafo
1.
Fatto salvo il primo comma, i meccanismi di
finanziamento nazionali non sono tenuti ad erogare prestiti ad un omologo
quando l’autorità di risoluzione delle crisi del loro Stato membro reputa di
non disporre di risorse sufficienti a finanziare, in un futuro prossimo, una
prevedibile risoluzione delle crisi. I meccanismi di finanziamento nazionali
non dovrebbero comunque essere tenuti a prestare oltre la metà dei fondi di cui
dispongono nel momento in cui il prestito è formalmente chiesto.
3.           Alla Commissione è conferito il potere di adottare atti
delegati conformemente all’articolo 103 per precisare le condizioni che devono
essere soddisfatte affinché un meccanismo di finanziamento possa contrarre
prestiti da un omologo, nonché le condizioni applicabili al prestito stesso, in
particolare i criteri con cui valutare se siano disponibili risorse sufficienti
a finanziare, in un futuro prossimo, una prevedibile risoluzione delle crisi,
il periodo di rimborso e il tasso d’interesse applicabile.
Articolo 98
Messa in comune dei meccanismi di
finanziamento nazionali in caso di risoluzione delle crisi di gruppo
1.           Gli Stati membri assicurano
che, in caso di una risoluzione delle crisi di gruppo prevista all’articolo 83,
ciascun meccanismo di finanziamento nazionale di ciascuno degli enti che fanno
parte del gruppo contribuisca al finanziamento di tale risoluzione delle crisi
in conformità del presente articolo.
2.           Ai fini del paragrafo 1,
l’autorità di risoluzione delle crisi a livello di gruppo predispone, in consultazione
con le autorità di risoluzione delle crisi degli enti che fanno parte del
gruppo, e se necessario prima dell’avvio di un’azione di risoluzione della
crisi, un piano di finanziamento che stabilisce il fabbisogno finanziario
complessivo per il finanziamento della risoluzione della crisi di gruppo e le
modalità con cui effettuare tale finanziamento. 
3.           Le modalità di cui al
paragrafo 2 possono comprendere:
(a)         
contributi attinti ai meccanismi di finanziamento
nazionali degli enti che fanno parte del gruppo;
(b)         
prestiti o altre forme di sostegno erogati da enti
finanziari o dalla banca centrale.
Il piano di finanziamento è parte integrante del
programma di risoluzione delle crisi di gruppo previsto all’articolo 83. Esso
stabilisce il contributo che ciascun meccanismo di finanziamento nazionale deve
versare.
4.           Fermo restando l’adempimento
degli obblighi previsti dal paragrafo 2 e dall’articolo 83, gli Stati
membri prevedono norme e procedure per assicurare che il rispettivo meccanismo
di finanziamento nazionale versi il contributo al piano di finanziamento
immediatamente dopo che le corrispondenti autorità di risoluzione delle crisi
hanno ricevuto la pertinente richiesta dell’autorità di risoluzione della crisi
a livello di gruppo.
5.           Ai fini del presente articolo
gli Stati membri provvedono a che i meccanismi di finanziamento di gruppo
possano contrarre, alle condizioni stabilite all’articolo 96, prestiti o altre
forme di sostegno da enti finanziari, dalla banca centrale o da altri terzi,
sino all’occorrenza dell’importo totale necessario per finanziare la
risoluzione della crisi di gruppo in conformità del piano di finanziamento di
cui al paragrafo 2.
6.           Gli Stati membri provvedono a
che il rispettivo meccanismo di finanziamento nazionale di loro competenza garantisca
i prestiti contratti dal meccanismo di finanziamento di gruppo in conformità al
paragrafo 4. La garanzia fornita da ciascun meccanismo di finanziamento
nazionale non supera la quota della corrispondente partecipazione al piano di
finanziamento a norma del paragrafo 2.
7.           Gli Stati membri provvedono a
che i proventi o utili derivanti dall’uso dei meccanismi di finanziamento
vadano a beneficio di tutti i meccanismi di finanziamento nazionali in funzione
del contributo versato da ciascuno di essi per il finanziamento della
risoluzione della crisi a norma del paragrafo 2.
8.           Alla Commissione è conferito
il potere di adottare atti delegati conformemente all’articolo 103 per
precisare ulteriormente:
(a)         
forma e contenuto del piano di finanziamento
previsto al paragrafo 2;
(b)         
modalità di esborso dei contributi al piano di finanziamento
di cui al paragrafo 3;
(c)         
modalità delle garanzie di cui al paragrafo 5.
(d)         
criteri per appurare quando tutte le azioni di
risoluzione della crisi sono concluse.
Articolo 99
Uso dei sistemi di garanzia dei depositi
nel contesto della risoluzione delle crisi
1.           Gli Stati membri assicurano
che, quando le autorità di risoluzione delle crisi avviano azioni di
risoluzione delle crisi e purché tali azioni garantiscano ai depositanti il
mantenimento dell’accesso ai depositi, il sistema di garanzia dei depositi cui
l’ente è affiliato risponda, fino all’ammontare dei depositi coperti,
dell’ammontare delle perdite che esso avrebbe dovuto sostenere se l’ente fosse
stato liquidato con procedura ordinaria di insolvenza.
2.           Gli Stati membri garantiscono
che, conformemente al diritto nazionale che disciplina la procedura ordinaria
di insolvenza, i sistemi di garanzia dei depositi abbiano pari trattamento
rispetto ai crediti non privilegiati non garantiti.
3.           Gli Stati membri garantiscono
che la determinazione dell’importo di cui il sistema di garanzia dei depositi
risponde conformemente al paragrafo 1 ottemperi alle condizioni di cui
all’articolo 30, paragrafo 2.
4.           Il contributo del sistema di
garanzia dei depositi ai fini del paragrafo 1 è fornito in contante.
5.           Gli Stati membri possono
anche prevedere che i mezzi finanziari disponibili dei sistemi di garanzia dei
depositi stabiliti nel loro territorio possano essere usati ai fini
dell’articolo 92, paragrafo 1, purché i sistemi di garanzia dei depositi
ottemperino, dove applicabile, alle disposizioni di cui agli articoli da 93 a 98.
6.           Gli Stati membri garantiscono
che il sistema di garanzia dei depositi abbia adottato disposizioni per
assicurare che, in seguito ad un contributo fornito dal sistema di garanzia dei
depositi a titolo del paragrafo 1 o 5 e quando i depositanti dell’ente soggetto
a risoluzione debbono essere rimborsati, i membri del sistema possano fornire
immediatamente al sistema gli importi che devono essere pagati.
7.           Quando gli Stati membri si
valgono dell’opzione di cui al paragrafo 5, i sistemi di garanzia dei depositi
sono considerati meccanismi di finanziamento ai fini dell’articolo 91. In tal
caso gli Stati membri possono astenersi dall’istituire meccanismi di
finanziamento separati.
8.           Quando uno Stato membro si
vale dell’opzione di cui al paragrafo 5, all’uso dei mezzi finanziari
disponibili dei sistemi di garanzia dei depositi si applica la seguente regola
di priorità.
Se al sistema di garanzia dei depositi è chiesto
di utilizzare i suoi mezzi finanziari disponibili nel contempo ai fini di cui
all’articolo 92 o ai fini del paragrafo 1 e per il rimborso dei depositanti a
norma delle direttiva 94/19/CE, e i mezzi finanziari disponibili sono
insufficienti per soddisfare tutte queste richieste, la priorità è data al
rimborso dei depositanti a norma della direttiva 94/19/CE e alle azioni
specificate al paragrafo 1 rispetto ai pagamenti previsti dall’articolo 92
della presente direttiva.
9.           Quando i depositi ammissibili
presso un ente soggetto a risoluzione della crisi sono trasferiti ad un’altra
entità tramite lo strumento della vendita dell’attività d’impresa o lo
strumento dell’ente-ponte, i depositanti non vantano alcun diritto a norma della
direttiva 94/19/CE nei confronti del sistema di garanzia dei depositi in
relazione a qualsiasi parte non trasferita dei loro depositi presso l’ente
soggetto a risoluzione della crisi, purché l’importo dei fondi trasferiti sia
pari o superiore al livello di copertura aggregato di cui all’articolo 7 della
direttiva 94/19/CE.
TITOLO VIII
SANZIONI
Articolo 100
Sanzioni e misure amministrative
1.           Gli Stati membri assicurano
che siano adottate sanzioni e misure amministrative appropriate quando le
disposizioni nazionali adottate ad attuazione della presente direttiva non sono
rispettate e ne garantiscono l’applicazione. Le sanzioni e misure sono
effettive, proporzionate e dissuasive.
2.           Gli Stati membri assicurano
che, quando gli obblighi si applicano agli enti finanziari e alle imprese madri
dell’Unione, in caso di violazioni le sanzioni possano essere applicate ai
membri della direzione e a qualsiasi altra persona responsabile per la
violazione a norma del diritto nazionale.
3.           Alle autorità di risoluzione
delle crisi e alle autorità competenti sono conferiti tutti i poteri di
indagine necessari per l’esercizio delle loro funzioni. Nell’esercizio dei loro
poteri sanzionatori, le autorità di risoluzione delle crisi e le autorità
competenti cooperano strettamente per assicurare che le sanzioni o le misure
producano i risultati voluti e per coordinare la loro azione nei casi
transfrontalieri.
Articolo 101
Disposizioni specifiche 
1.           Il presente articolo si
applica in tutte le circostanze seguenti:
(a)         
un ente o un’impresa madre non prepara, mantiene e
aggiorna i piani di risanamento e i piani di risanamento di gruppo, in
violazione dell’articolo 5 o 7;
(b)         
un’entità non notifica l’intenzione di fornire un
sostegno finanziario di gruppo alle sue autorità competenti in violazione
dell’articolo 22;
(c)         
un ente o un’impresa madre non fornisce tutte le
informazioni necessarie per la preparazione dei piani di risoluzione delle
crisi in violazione dell’articolo 10; 
(d)         
la direzione di un ente non informa l’autorità
competente quando l’ente è in dissesto o a rischio di dissesto in violazione
dell’articolo 73, paragrafo 1.
2.           Fatti salvi i poteri delle
autorità competenti o delle autorità di risoluzione delle crisi di cui ad altre
disposizioni delle presente direttiva, gli Stati membri assicurano che nei casi
di cui al paragrafo 1 le sanzioni e misure amministrative che possono essere
applicate includano almeno quanto segue:
(a)         
una dichiarazione pubblica indicante la persona
fisica o giuridica responsabile e la natura della violazione;
(b)         
un divieto temporaneo, a carico di qualunque membro
della direzione dell’ente o dell’impresa madre o di qualunque altra persona
fisica ritenuta responsabile, ad esercitare funzioni negli enti;
(c)         
nel caso di una persona giuridica, sanzioni
pecuniarie amministrative pari fino al 10% del fatturato annuo totale di tale
persona giuridica nel precedente esercizio; quando la persona giuridica è una
filiazione di un’impresa madre, il fatturato annuo totale pertinente è il
fatturato annuo totale derivante dal bilancio consolidato dell’impresa madre
ultima nell’esercizio precedente;
(d)         
nel caso di una persona fisica, sanzioni pecuniarie
amministrative pari fino a 5 000 000 di euro o, negli Stati
membri in cui l’euro non è la moneta ufficiale, il valore corrispondente nella
moneta nazionale alla data di entrata in vigore della presente direttiva;
(e)         
sanzioni pecuniarie amministrative pari fino al
doppio dell’importo degli utili guadagnati o delle perdite evitate grazie alla
violazione quando essi possono essere determinati.
Articolo 102
Applicazione effettiva delle sanzioni ed
esercizio dei poteri sanzionatori da parte delle autorità competenti 
Gli Stati membri assicurano che, quando
determinano il tipo di sanzioni o misure amministrative e il livello delle
sanzioni pecuniarie amministrative, le autorità competenti tengano conto di
tutte le circostanze rilevanti inclusi:
(a)                   
la gravità e la durata della violazione;
(b)                   
il grado di responsabilità della persona fisica o
giuridica responsabile;
(c)                   
la capacità finanziaria della persona fisica o
giuridica responsabile, quale risulta dal fatturato totale della persona
giuridica responsabile o dal reddito annuale della persona fisica responsabile;
(d)                   
l’entità degli utili conseguiti o delle perdite
evitate dalla persona fisica o giuridica responsabile, nella misura in cui
possono essere determinati;
(e)                   
le perdite a carico di terzi causate dalla
violazione, nella misura in cui possono essere determinate;
(f)                     
il livello di collaborazione della persona fisica o
giuridica responsabile con l’autorità competente;
(g)                   
le violazioni precedenti della persona fisica o
giuridica responsabile.
TITOLO IX
POTERI DI ESECUZIONE
Articolo 103
Esercizio della delega
1.           Il potere di adottare atti delegati è
conferito alla Commissione alle condizioni definite nel presente articolo.
2.           La delega dei poteri è conferita per un
periodo di tempo indeterminato a partire dalla data di cui all’articolo 116.
3.           La delega dei poteri di cui
agli articoli 2, 4, 28, 37, 39, 43, 86, 94, 97 e 98 può essere revocata in
qualsiasi momento dal Parlamento europeo o dal Consiglio. Una decisione di
revoca pone fine alla delega del potere specificato nella stessa. Essa prende
effetto il giorno successivo alla pubblicazione della decisione sulla Gazzetta
Ufficiale dell’Unione europea o a una data successiva ivi specificata. La
decisione lascia impregiudicata la validità degli atti delegati già in vigore.
4.           Non appena adotta un atto delegato, la
Commissione lo notifica simultaneamente al Parlamento europeo e al Consiglio.
5.           Un atto delegato adottato ai
sensi degli articoli 2, 4, 28, 37, 39, 43, 86, 94, 97 e 98 entra in vigore solo
se il Parlamento europeo o il Consiglio non sollevano obiezioni entro un
periodo di due mesi dal ricevimento della notifica dell’atto, o se, prima della
scadenza di tale periodo, il Parlamento europeo e il Consiglio hanno entrambi
informato la Commissione di non avere obiezioni. Su iniziativa del Parlamento
europeo o del Consiglio tale termine è prorogato di due mesi.
TITOLO X
MODIFICHE ALLE DIRETTIVE 77/91/CEE, 82/891/CEE, 2001/24/CE,
2002/47/CE, 2004/25/CE, 2005/56/CE, 2007/36/CE e 2011/35/UE e al REGOLAMENTO
(UE) n. 1093/2010
Articolo 104
Modifiche alla direttiva 77/91/CEE
All’articolo 41 della direttiva 77/91/CEE è
aggiunto il seguente paragrafo 3:
“3. Gli Stati membri garantiscono che l’articolo
17, paragrafo 1, l’articolo 25, paragrafi 1 e 3, l’articolo 27, paragrafo 2,
primo comma, gli articoli 29, 30, 31 e 32 della presente direttiva non si
applichino in caso di utilizzo degli strumenti, poteri e meccanismi di
risoluzione delle crisi di cui al titolo IV della direttiva XX/XX/UE del
Parlamento europeo e del Consiglio(*) [direttiva sul risanamento e la
risoluzione delle crisi degli enti creditizi e delle imprese di investimento]
purché siano soddisfatti gli obiettivi per la risoluzione delle crisi definiti
all’articolo 27 della direttiva XX/XX/UE e le condizioni per la risoluzione
delle crisi indicati all’articolo 28 della stessa direttiva.
_______
(*) GU L …… …. pag. …”
Articolo 105
Modifiche alla direttiva 82/891/CEE
L’articolo 1, paragrafo 4, della direttiva 82/891/CEE
è sostituito dal seguente:
“4. Si applica l’articolo 1, paragrafi 2, 3 e 4
della direttiva 2011/35/UE del Parlamento europeo e del Consiglio (*).
________
(*) GU L 110 del 29.4.2011, pag. 1.”
Articolo 106
Modifiche alla direttiva 2001/24/CE
La direttiva 2001/24/CE è modificata come
segue:
1.           All’articolo 1 si aggiungono
i seguenti paragrafi 3 e 4:
“3. La presente direttiva si applica inoltre alle
imprese di investimento come definite all’articolo 3, paragrafo 1, lettera b) della
direttiva 2006/49/CE del Parlamento europeo e del Consiglio (*) e alle loro
succursali istituite in uno Stato membro diverso da quello della sede legale.
4. Qualora siano applicati gli strumenti di
risoluzione delle crisi ed esercitati i poteri di risoluzione delle crisi
previsti dalla direttiva XX/XX/UE del Parlamento europeo e del Consiglio (**),
le disposizioni della presente direttiva si applicano anche a enti finanziari,
imprese e imprese madri che rientrano nell’ambito di applicazione della direttiva
XX/XX/UE. 
__________
(*) GU L 177 del 30.6.2006, pag. 201.
(**) GU L …… …. pag. …”
2.           All’articolo 2, il settimo
trattino è sostituito dal seguente:
“- “provvedimenti di risanamento”: i provvedimenti
destinati a salvaguardare o risanare la situazione finanziaria di un ente
creditizio e che possono incidere sui diritti preesistenti di terzi, compresi i
provvedimenti che comportano la possibilità di una sospensione dei pagamenti,
di una sospensione delle procedure di esecuzione o di una riduzione dei crediti;
tali provvedimenti comprendono l’applicazione degli strumenti di risoluzione
delle crisi e l’esercizio dei poteri di risoluzione delle crisi previsti dalla
direttiva XX/XX/UE;”.
Articolo 107
Modifiche alla direttiva 2002/47/CE
All’articolo 7 della direttiva 2002/47/CE è
aggiunto il seguente paragrafo 1 bis:
“1bis. Il paragrafo 1 non si applica ad
alcuna restrizione sull’effetto di una clausola di compensazione per close-out
imposta in virtù dell’articolo 77 della direttiva XX/XX/UE o dell’esercizio da
parte dell’autorità di risoluzione delle crisi del potere di imporre una
sospensione temporanea a norma dell’articolo 63 di tale direttiva.
__________
(*) GU L …… …. pag. …”
Articolo 108
Modifiche alla direttiva 2004/25/CE
All’articolo 4, paragrafo 5, della direttiva 2004/25/CE
è aggiunto il seguente terzo comma:
“Gli Stati membri garantiscono che l’articolo 5,
paragrafo 1 della presente direttiva non si applichi in caso di uso di
strumenti, poteri e meccanismi di risoluzione delle crisi di cui al titolo IV
della direttiva XX/XX/UE del Parlamento europeo e del Consiglio (*) [direttiva
sul risanamento e sulla risoluzione delle crisi degli enti creditizi e delle
imprese di investimento].
_________
(*) GU L …. pag. … “
Articolo 109
Modifiche alla direttiva 2005/56/CE
All’articolo 3 della direttiva 2005/56/CEE è
aggiunto il seguente paragrafo 4:
“(4)      Gli Stati membri garantiscono che la
presente direttiva non si applichi alla società o alle società che sono
soggette all’uso di strumenti, poteri e meccanismi di risoluzione delle crisi
di cui al titolo IV della direttiva XX/XX/UE del Parlamento europeo e del
Consiglio [direttiva sul risanamento e sulla risoluzione delle crisi degli enti
creditizi e delle imprese di investimento] (*).
_________
(*) GU L …… …. pag. …”
Articolo 110
Modifiche alla direttiva 2007/36/CE
La direttiva 2007/36/CE è modificata come
segue:
1.           All’articolo 1 si aggiunge il
seguente paragrafo 4:
“4. Gli Stati membri garantiscono che la presente
direttiva non si applichi in caso di uso di strumenti, poteri e meccanismi di
risoluzione delle crisi di cui al titolo IV della direttiva XX/XX/UE del
Parlamento europeo e del Consiglio [direttiva sul risanamento e sulla
risoluzione delle crisi degli enti creditizi e delle imprese di investimento]
(*).
___________
(*) GU L …… …. pag. …”
2.           All’articolo 5 sono aggiunti
i seguenti paragrafi 5 e 6:
“5. Gli Stati membri assicurano che ai fini della
direttiva XX/XX/UE [direttiva sul risanamento e sulla risoluzione delle crisi
degli enti creditizi e delle imprese di investimento], l’assemblea possa
decidere, con una maggioranza dei due terzi dei voti validamente espressi, che
un’assemblea per deliberare un aumento di capitale possa essere convocata con
un preavviso più breve rispetto a quanto previsto al paragrafo 1 del presente
articolo, purché tale assemblea non si tenga entro dieci giorni di calendario
dalla convocazione, siano soddisfatte le condizioni degli articoli 23 e 24
della direttiva XX/XX/UE (misure di intervento precoce) e l’aumento
di capitale sia necessario per evitare che si verifichino le condizioni per la
risoluzione della crisi stabilite all’articolo 27 della stessa direttiva.
6. Ai fini del paragrafo 5, non si applicano
l’articolo 6, paragrafi 3 e 4 e l’articolo 7, paragrafo 3.”
Articolo 111
Modifiche alla direttiva 2011/35/UE
All’articolo 1 della direttiva 2011/35/UE è
aggiunto il seguente paragrafo 4:
“4. Gli Stati membri garantiscono che la
presente direttiva non si applichi alla società o alle società che sono
soggette all’uso di strumenti, poteri e meccanismi di risoluzione delle crisi
di cui al titolo IV della direttiva XX/XX/UE del Parlamento europeo e del
Consiglio [direttiva sul risanamento e sulla risoluzione delle crisi degli enti
creditizi e delle imprese di investimento] (*).
________
(*) GU L …… …. pag. …”
Articolo 112
Modifiche al regolamento (UE) n. 1093/2010
Il regolamento (UE) n. 1093/2010 è
modificato come segue:
1.                      
All’articolo 4, il punto 2) è sostituito dal
seguente:
“2) “autorità competenti”:
i)       le autorità competenti quali definite
nelle direttive 2006/48/CE, 2006/49/CE e 2007/64/CE e di cui alla
direttiva 2009/110/CE;
ii)       in relazione alle direttive 2002/65/CE
e 2005/60/CE, le autorità competenti ad assicurare l’osservanza dei requisiti
di dette direttive da parte degli enti creditizi e degli enti finanziari;
iii)      in relazione ai sistemi di garanzia dei
depositi, gli organismi incaricati della gestione di tali sistemi conformemente
alla direttiva 94/19/CE o, qualora il funzionamento del sistema di garanzia dei
depositi sia gestito da una società privata, l’autorità pubblica che vigila su
tali sistemi, ai sensi di tale direttiva; e
iv)      in relazione alla direttiva …/…
[direttiva sul risanamento e la risoluzione delle crisi degli enti creditizi e
delle imprese di investimento], le autorità di risoluzione delle crisi ai sensi
di tale direttiva.
_________
(*) GU L …… …. pag. …”
2.                      
All’articolo 40, paragrafo 6 si aggiunge il
seguente secondo comma:
“Ai fini della direttiva XX/XX/UE del Parlamento
europeo e del Consiglio (*) [direttiva sul risanamento e sulla risoluzione
delle crisi degli enti creditizi e delle imprese di investimento] il membro del
consiglio delle autorità di vigilanza di cui al paragrafo 1, lettera b), può
essere accompagnato, se necessario, da un rappresentante, senza diritto di
voto, dell’autorità di risoluzione delle crisi in ogni Stato membro.
_________
(*) GU L …… …. pag. …”
TITOLO XI
DISPOSIZIONI FINALI 
Articolo 113
Comitato per la risoluzione delle crisi
dell’ABE
L’ABE istituisce un comitato interno
permanente a norma dell’articolo 41 del regolamento (UE) n. 1093/2010 ai fini
della preparazione delle decisioni dell’ABE previste dalla presente direttiva. Tale
comitato interno è composto quanto meno dalle autorità di risoluzione delle
crisi di cui all’articolo 3 della presente direttiva. 
Ai fini della presente direttiva l’ABE
collabora con l’AESFEM e l’Autorità europea delle assicurazioni e delle
pensioni aziendali e professionali (AEAP) nel quadro del comitato congiunto
delle autorità europee di vigilanza istituito dall’articolo 54 del regolamento
(UE) n. 1093/2010.
Articolo 114
Clausola di revisione
Entro il 1° giugno 2018 la Commissione
riesamina l’applicazione generale della presente direttiva e valuta la
necessità di modifiche in particolare: 
(a)         
sulla base della relazione dell’ABE di cui
all’articolo 39, paragrafo 6, la necessità di modifiche volte a minimizzare le
divergenze a livello nazionale. Tale relazione e le eventuali proposte di
accompagnamento sono trasmesse al Parlamento europeo e al Consiglio;
(b)         
sulla base della relazione dell’ABE di cui
all’articolo 4, paragrafo 3, la necessità di modifiche volte a minimizzare le
divergenze a livello nazionale. Tale relazione e le eventuali proposte di
accompagnamento sono trasmesse al Parlamento europeo e al Consiglio.
Articolo 115
Attuazione
1.                      
Gli Stati membri adottano e pubblicano le
disposizioni legislative, regolamentari e amministrative necessarie per
conformarsi alla presente direttiva entro il 31 dicembre 2014.
Essi comunicano immediatamente alla Commissione il testo di tali disposizioni.
Gli Stati membri applicano tali disposizioni a
decorrere dal 1° gennaio 2015.
Essi applicano tuttavia le disposizioni adottate
per conformarsi al titolo IV, capo III, sezione 5 a decorrere al più tardi dal 1°
gennaio 2018.
2.                      
Quando gli Stati membri adottano tali disposizioni,
queste contengono un riferimento alla presente direttiva o sono corredate di un
siffatto riferimento all’atto della pubblicazione ufficiale. Le modalità di
tale riferimento sono decise dagli Stati membri.
3.                      
Gli Stati membri comunicano alla Commissione e
all’ABE il testo delle disposizioni essenziali di diritto interno che essi
adottano nel settore disciplinato dalla presente direttiva.
Articolo 116
Entrata
in vigore
La presente direttiva entra in vigore il
ventesimo giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta ufficiale
dell’Unione europea.
Articolo 117
Destinatari
Gli Stati membri sono destinatari della
presente direttiva.
Fatto a Bruxelles, il
Per il Parlamento europeo                            Per
il Consiglio
Il Presidente                                                   Il
Presidente
ALLEGATO
SEZIONE A
Informazioni da inserire nei piani di risanamento
Il piano di risanamento riporta le
informazioni seguenti:
(1)                   
sintesi degli elementi fondamentali del piano,
analisi strategica e sintesi della capacità globale di risanamento; 
(2)                   
sintesi delle modifiche sostanziali apportate
all’ente dopo l’ultimo piano di risanamento;
(3)                   
piano di comunicazione e informazione che delinea
in che modo l’impresa intende gestire le eventuali reazioni potenzialmente
negative del mercato;
(4)                   
gamma di azioni sul capitale e sulla liquidità
necessarie per mantenere operative e per finanziare le funzioni essenziali e le
aree di attività principali dell’ente;
(5)                   
stima dei tempi necessari per l’esecuzione di
ciascun aspetto sostanziale del piano;
(6)                   
descrizione dettagliata degli eventuali impedimenti
sostanziali all’esecuzione efficace e tempestiva del piano, tenuto conto anche
dell’impatto sul resto del gruppo, sulla clientela e sulle controparti;
(7)                   
individuazione delle funzioni essenziali;
(8)                   
descrizione dettagliata delle procedure per determinare
il valore e la commerciabilità delle aree di attività principali, delle
operazioni e delle attività dell’ente;
(9)                   
descrizione dettagliata delle modalità con cui la
pianificazione del risanamento è integrata nella struttura di governo
societario dell’ente, nonché delle politiche e procedure che disciplinano
l’approvazione del piano di risanamento e l’identificazione delle persone
responsabili della preparazione e dell’attuazione del piano all’interno
dell’organizzazione;
(10)               
dispositivi e misure per conservare o ripristinare
i fondi propri dell’ente;
(11)               
dispositivi e misure intesi a garantire che l’ente
abbia un accesso adeguato a fonti di finanziamento di emergenza, comprese le
potenziali fonti di liquidità, una valutazione delle garanzie reali disponibili
e una valutazione della possibilità di trasferire liquidità tra entità del
gruppo e aree di attività, affinché l’ente possa svolgere le proprie funzioni e
rispettare i propri obblighi allo loro scadenza;
(12)               
dispositivi e misure intesi a ridurre il rischio e
la leva finanziaria;
(13)               
dispositivi e misure per ristrutturare le
passività;
(14)               
dispositivi e misure per ristrutturare le aree di
attività;
(15)               
dispositivi e misure necessari per assicurare la
continuità dell’accesso alle infrastrutture dei mercati finanziari;
(16)               
dispositivi e misure necessari per assicurare la
continuità del funzionamento dei processi operativi dell’ente, compresi
infrastrutture e servizi informatici;
(17)               
dispositivi preparatori per agevolare la vendita di
attività o di aree di attività in tempi adeguati per il ripristino della
solidità finanziaria;
(18)               
altre azioni o strategie di gestione intese a
ripristinare la solidità finanziaria nonché effetti finanziari previsti di tali
azioni o strategie;
(19)               
misure preparatorie che l’ente ha attuato o intende
attuare al fine di agevolare l’attuazione del piano di risanamento, comprese le
misure necessarie per consentire una ricapitalizzazione tempestiva dell’ente.
SEZIONE B
Informazioni che le autorità di risoluzione delle
crisi possono chiedere agli enti ai fini della preparazione e del mantenimento
dei piani di risoluzione delle crisi
Ai fini della preparazione e del mantenimento
dei piani di risoluzione delle crisi, le autorità di risoluzione delle crisi
possono chiedere agli enti di fornire le informazioni seguenti:
(1)                   
descrizione dettagliata della struttura
organizzativa dell’ente, compreso un elenco di tutte le entità giuridiche; 
(2)                   
identificazione del titolare diretto e percentuale
di titoli con e senza diritto di voto di ciascuna entità giuridica;
(3)                   
ubicazione, giurisdizione di costituzione, licenze
e personale dirigente chiave relativamente a ciascuna entità giuridica;
(4)                   
classificazione delle operazioni essenziali e delle
aree di attività principali dell’ente, comprese le detenzioni di attività
sostanziali e le passività relative a tali operazioni e aree di attività, con
riferimento alle entità giuridiche;
(5)                   
descrizione dettagliata delle componenti delle
passività dell’ente e di tutte le sue entità giuridiche, operando una
separazione almeno per tipo e ammontare dei debiti a breve e lungo termine e
delle passività garantite, non garantite e subordinate;
(6)                   
dettaglio delle passività dell’ente che sono
passività ammissibili;
(7)                   
individuazione delle procedure necessarie per
stabilire a chi l’ente abbia ceduto garanzie reali, il titolare delle stesse e
il paese nel quale sono ubicate;
(8)                   
descrizione delle esposizioni fuori bilancio
dell’ente e delle sue entità giuridiche, compresa l’attribuzione a operazioni
essenziali e aree di attività principali;
(9)                   
coperture rilevanti dell’ente, compresa l’attribuzione
alle singole entità giuridiche;
(10)               
identificazione delle controparti principali o più
critiche dell’ente, nonché analisi dell’impatto del dissesto delle controparti
principali sulla situazione finanziaria dell’ente;
(11)               
ciascun sistema nel quale l’ente effettua un volume
sostanziale di scambi, in termini di numero o di valore, compresa
l’attribuzione alle entità giuridiche, operazioni essenziali e aree di attività
principali dell’ente;
(12)               
ciascun sistema di pagamento, compensazione o
regolamento al quale l’ente partecipa direttamente o indirettamente, compresa
l’attribuzione alle entità giuridiche, operazioni essenziali e aree di attività
principali dell’ente;
(13)               
inventario dettagliato e descrizione dei sistemi
informatici gestionali fondamentali utilizzati dall’ente, compresi quelli per
la gestione del rischio, la contabilità e le informazioni finanziarie e
regolamentari, compresa l’attribuzione alle entità giuridiche, operazioni
essenziali e aree di attività principali dell’ente;
(14)               
identificazione dei proprietari dei sistemi
individuati alla lettera m), i relativi accordi sul livello di servizio ed
eventuali software e sistemi o licenze, compresa l’attribuzione alle entità
giuridiche, operazioni essenziali e aree di attività principali dell’ente;
(15)               
identificazione e classificazione delle entità
giuridiche e delle interconnessioni e interdipendenze tra entità giuridiche
diverse, quali:
–              
personale, strutture e sistemi comuni o condivisi;
–              
accordi su capitali, finanziamenti o liquidità;
–              
esposizioni creditizie effettive o potenziali;
–              
accordi reciproci di garanzia, accordi reciproci su
garanzie reali, disposizioni in materia di inadempimenti reciproci e meccanismi
di netting tra affiliati;
–              
trasferimenti di rischi e accordi di scambio back
to back; accordi sul livello di servizio;
(16)               
autorità di vigilanza e autorità di risoluzione
delle crisi per ciascuna entità giuridica;
(17)               
l’alto dirigente responsabile del piano di
risoluzione delle crisi dell’ente nonché i responsabili, se diversi, per le
varie entità giuridiche, operazioni essenziali e aree di attività principali;
(18)               
descrizione dei meccanismi che l’ente ha istituito
per garantire che, in caso di risoluzione della crisi, l’autorità di
risoluzione della crisi disponga di tutte le informazioni che ha stabilito sono
necessarie per applicazione degli strumenti e l’esercizio dei poteri di
risoluzione delle crisi;
(19)               
tutti gli accordi stipulati dall’ente e dalle sue
entità giuridiche con parti terze che potrebbero essere estinti se le autorità
decidessero di applicare uno strumento di risoluzione delle crisi ed
eventualità che le conseguenze dell’estinzione possano incidere
sull’applicazione di tale strumento;
(20)               
descrizione delle possibili fonti di liquidità a
sostegno della risoluzione della crisi;
(21)               
informazioni concernenti gravami sulle attività,
attività liquide, attività fuori bilancio, strategie di copertura e pratiche di
contabilizzazione.
SEZIONE C
Aspetti di cui l’autorità di risoluzione delle crisi
deve tenere conto nel valutare la possibilità di risoluzione delle crisi di un
ente
Nel valutare la possibilità di risoluzione
delle crisi di un ente, l’autorità di risoluzione delle crisi tiene conto degli
aspetti seguenti: 
(1)                   
misura in cui l’ente o il gruppo sono in grado di
attribuire le aree di attività principali e operazioni essenziali a entità
giuridiche;
(2)                   
misura in cui le strutture giuridiche e societarie
sono allineate rispetto alle aree di attività principali e operazioni
essenziali;
(3)                   
misura in cui sono predisposti dispositivi per
fornire personale essenziale, infrastrutture, finanziamenti, liquidità e
capitali per sostenere e mantenere in essere le aree di attività principali e
le operazioni essenziali;
(4)                   
misura in cui i contratti di servizio mantenuti
dall’ente o dal gruppo sono pienamente opponibili in caso di risoluzione della
crisi dell’ente o del gruppo;
(5)                   
misura in cui la struttura di governo dell’ente o
del gruppo è adeguata per assicurare la gestione e l’osservanza delle politiche
interne dell’ente o del gruppo a fronte dei suoi accordi sul livello di
servizio;
(6)                   
misura in cui l’ente o il gruppo dispongono di una
procedura per trasferire a terzi i servizi forniti in virtù di accordi sul
livello di servizio in caso di separazione delle operazioni essenziali o delle
aree di attività principali;
(7)                   
misura in cui sono predisposti piani di emergenza
per assicurare la continuità dell’accesso a sistemi di pagamento e regolamento;
(8)                   
adeguatezza dei sistemi informatici gestionali per
permettere alle autorità di risoluzione delle crisi di raccogliere informazioni
accurate e complete sulle aree di attività principali e sulle operazioni
essenziali, al fine di agevolare decisioni rapide;
(9)                   
capacità dei sistemi informatici gestionali di
fornire le informazioni essenziali per una risoluzione efficace della crisi
dell’ente o del gruppo in qualsiasi momento, anche in situazioni in rapida
evoluzione;
(10)               
misura in cui l’ente o il gruppo hanno testato i
propri sistemi informatici gestionali in scenari di stress definiti
dall’autorità di risoluzione delle crisi;
(11)               
misura in cui l’ente o il gruppo sono in grado di
assicurare la continuità dei sistemi informatici gestionali sia per l’ente
interessato sia per l’ente nuovo nel caso in cui le operazioni essenziali e le
aree di attività principali siano separate dal resto delle operazioni e aree di
attività;
(12)               
misura in cui l’ente o il gruppo hanno instaurato
procedure adeguate affinché le autorità di risoluzione delle crisi possano
disporre delle informazioni necessarie per individuare i depositanti e gli
importi coperti dai sistemi di garanzia dei depositi;
(13)               
se il gruppo prevede garanzie infragruppo, misura
in cui tali garanzie sono fornite a condizioni di mercato e solidità dei
relativi sistemi di gestione del rischio;
(14)               
quando il gruppo effettua operazioni back to
back, misura in cui tali operazioni sono effettuate a condizioni di mercato
e solidità dei relativi sistemi di gestione del rischio;
(15)               
misura in cui il ricorso a garanzie infragruppo o a
operazioni di contabilizzazione back to back aumenta il rischio di
contagio nel gruppo;
(16)               
misura in cui la struttura giuridica del gruppo
ostacola l’applicazione degli strumenti di risoluzione delle crisi in
conseguenza del numero di entità giuridiche, della complessità della struttura
del gruppo o della difficoltà di associare le aree di attività alle entità del
gruppo;
(17)               
ammontare o percentuale delle passività ammissibili
dell’ente;
(18)               
quando la valutazione coinvolge una società di
partecipazione mista, misura in cui la risoluzione delle crisi di entità del
gruppo che sono enti o enti finanziari può esercitare un impatto negativo sul
ramo non finanziario del gruppo;
(19)               
esistenza e solidità di accordi sul livello di
servizio;
(20)               
disponibilità, presso le autorità dei paesi terzi,
degli strumenti di risoluzione delle crisi necessari per sostenere le autorità
di risoluzione delle crisi dell’Unione nelle azioni di risoluzione delle crisi
e margini per un’azione coordinata fra autorità dell’Unione e autorità dei
paesi terzi;
(21)               
possibilità di applicare gli strumenti di
risoluzione delle crisi in modo da conseguire gli obiettivi di risoluzione
delle crisi, tenuto conto degli strumenti disponibili e della struttura
dell’ente;
(22)               
misura in cui la struttura del gruppo permette
all’autorità di risoluzione delle crisi di procedere alla risoluzione della
crisi del gruppo nel suo complesso o di una o più delle sue entità senza provocare,
direttamente o indirettamente, un impatto negativo significativo sul sistema
finanziario, sulla fiducia del mercato o sull’economia in generale, e al fine
di massimizzare il valore del gruppo nel suo complesso;
(23)               
accordi e mezzi che potrebbero agevolare la
risoluzione delle crisi in caso di gruppi con filiazioni stabilite in
giurisdizioni diverse;
(24)               
credibilità dell’uso degli strumenti di risoluzione
delle crisi in modo da conseguire gli obiettivi di risoluzione delle crisi,
tenuto conto delle possibili ripercussioni su creditori, controparti, clientela
e dipendenti e delle azioni eventualmente avviate da autorità di paesi terzi;
(25)               
possibilità di valutare adeguatamente l’impatto
della risoluzione della crisi dell’ente sul sistema finanziario e sulla fiducia
dei mercati finanziari;
(26)               
eventualità che la risoluzione della crisi
dell’ente provochi, direttamente o indirettamente, un impatto negativo
significativo sul sistema finanziario, sulla fiducia del mercato o
sull’economia in generale;
(27)               
possibilità di contenere, mediante l’applicazione
degli strumenti o l’esercizio dei poteri di risoluzione delle crisi, il
contagio di altri enti finanziari o dei mercati finanziari; 
(28)               
possibile effetto significativo della risoluzione
della crisi dell’ente sul funzionamento di sistemi di pagamento e regolamento.
SCHEDA FINANZIARIA LEGISLATIVA
1.           CONTESTO DELLA PROPOSTA
              1.1.    Denominazione della proposta
              1.2.    Settore/settori
interessati nella struttura ABM/ABB
              1.3.    Natura
della proposta
              1.4.    Obiettivi
              1.5.    Motivazione
della proposta
              1.6.    Durata
e incidenza finanziaria
              1.7.    Modalità
di gestione previste
2.           MISURE DI GESTIONE
              2.1.    Disposizioni
in materia di monitoraggio e di relazioni
              2.2.    Sistema
di gestione e di controllo
              2.3.    Misure
di prevenzione delle frodi e delle irregolarità
3.           INCIDENZA FINANZIARIA PREVISTA DELLA
PROPOSTA
              3.1.    Rubrica/rubriche
del quadro finanziario pluriennale e linea/linee di bilancio di spesa
interessate
              3.2.    Incidenza
prevista sulle spese
              3.2.1. Sintesi
dell’incidenza prevista sulle spese
              3.2.2. Incidenza prevista
sugli stanziamenti operativi
              3.2.3. Incidenza prevista
sugli stanziamenti di natura amministrativa
              3.2.4. Compatibilità con il
quadro finanziario pluriennale attuale
              3.2.5. Partecipazione di
terzi al finanziamento
              3.3.    Incidenza prevista sulle
entrate
SCHEDA
FINANZIARIA LEGISLATIVA
1.           CONTESTO DELLA PROPOSTA
1.1.        Denominazione della proposta
DIRETTIVA
DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO che istituisce un quadro di risanamento
e risoluzione delle crisi degli enti creditizi e delle imprese di investimento
e che modifica le direttive del Consiglio 77/91/CEE e 82/891/CE, le direttive 2001/24/CE,
2002/47/CE, 2004/25/CE, 2005/56/CE, 2007/36/CE e 2011/35/UE e il regolamento
(UE) n. 1093/2011
1.2.        Settore/settori interessati
nella struttura ABM/ABB[40]
Mercato
interno – mercati finanziari
1.3.        Natura della proposta 
ý La
proposta/iniziativa riguarda una nuova azione
¨ La
proposta/iniziativa riguarda una nuova azione a seguito di un progetto
pilota/un’azione preparatoria[41]
¨ La proposta/iniziativa riguarda la proroga
di un’azione esistente
¨ La
proposta/iniziativa riguarda un’azione riorientata verso una nuova azione
1.4.        Obiettivi
1.4.1.     Obiettivo/obiettivi strategici
pluriennali della Commissione oggetto della proposta/iniziativa 
·              
Mantenere la stabilità finanziaria e la fiducia
nelle banche, garantire la continuità dei servizi finanziari essenziali,
evitare il contagio;
·              
minimizzare le perdite per la società nel suo
insieme ed in particolare per i contribuenti, proteggere i depositanti e ridurre
l’azzardo morale;
·              
rafforzare il mercato interno dei servizi bancari
mantenendo parità di condizioni operative per tutti gli operatori che competono
nei mercati finanziari dell’UE. 
1.4.2.     Obiettivo/obiettivi specifici
e attività ABM/ABB interessate 
Obiettivi specifici:
Alla luce degli obiettivi generali riportati
sopra, si perseguono i seguenti obiettivi specifici:
preparazione e prevenzione:
·              
aumentare la preparazione delle autorità di
vigilanza e delle banche a fronte delle situazioni di crisi e
·              
consentire misure di risoluzione delle crisi per
tutte le banche
intervento precoce:
·              
migliorare le disposizioni di intervento precoce
per le autorità di vigilanza
risoluzione delle crisi bancarie:
·              
consentire la risoluzione delle crisi bancarie in
modo tempestivo e incisivo
·              
garantire la certezza giuridica per la risoluzione
delle crisi delle banche
gestione transfrontaliera delle crisi:
·              
favorire un’efficace collaborazione tra le autorità
in materia di risoluzione transfrontaliera delle crisi
finanziamento:
·              
garantire che siano disponibili fondi privati per
finanziare la risoluzione delle crisi bancarie 
1.4.3.     Risultati e incidenza previsti
Precisare gli effetti
che la proposta/iniziativa dovrebbe avere sui beneficiari/gruppi interessati.
Il quadro proposto a livello di Unione per la
gestione delle crisi intende rafforzare ulteriormente la stabilità finanziaria,
ridurre l’azzardo morale e proteggere i depositanti, i servizi bancari
essenziali e il denaro dei contribuenti. Esso mira inoltre a proteggere e a
sviluppare ulteriormente il mercato interno degli enti finanziari.
Il quadro dovrebbe avere in primo luogo il
vantaggio di ridurre la probabilità di crisi bancarie sistemiche ed evitare il
crollo del PIL derivante da tali crisi. In secondo luogo dovrebbe ridurre le
possibilità che per salvare le banche in eventuali crisi future sia nuovamente
utilizzato il denaro dei contribuenti. Il costo delle crisi bancarie, qualora
esse si verifichino, dovrebbe essere sostenuto in primo luogo dai detentori del
capitale e del debito delle banche. L’eliminazione della garanzia statale
implicita sul debito delle banche dovrebbe inoltre ridurre il costo di
finanziamento del debito degli Stati membri.
1.4.4.     Indicatori di risultato e di
incidenza 
Precisare gli
indicatori che permettono di seguire la realizzazione della
proposta/iniziativa.
Poiché i fallimenti bancari sono imprevedibili e
per quanto possibile sono evitati, è impossibile monitorare regolarmente il
funzionamento della risoluzione delle crisi in base all’andamento dei casi
concreti di fallimenti bancari. Tuttavia alcune delle misure potrebbero essere
monitorate utilizzando i seguenti indicatori possibili:
·              
il numero di collegi di risoluzione istituiti;
·              
il numero di piani di risanamento e risoluzione
delle crisi presentati e approvati dalle autorità di risoluzione delle crisi e
dai collegi di risoluzione delle crisi;
·              
il numero di casi in cui modificazioni del modo di
operare di banche (e di gruppi bancari) sono stati imposti dalle autorità di
risoluzione delle crisi;
·              
il numero di accordi di finanziamento intragruppo
conclusi;
·              
il numero di banche per le quali è richiesta una
capacità minima di assorbimento delle perdite (capitale + debito ammesso al
bail-in);
·              
livello globale di capacità di assorbimento delle
perdite delle banche negli Stati membri e nell’UNIONE;
·              
il numero di banche soggette a risoluzione delle
crisi;
·              
il numero di casi di applicazione dei diversi
strumenti e poteri di risoluzione delle crisi (ad esempio cessione di attività,
banca-ponte, bail-in);
·              
il costo della risoluzione delle crisi bancarie a
livello di singoli Stati membri e a livello aggregato UE (milioni di EUR) (il
costo include il costo di bail-in, la ricapitalizzazione, il contributo dei
DGS/RF, altri costi).
È proposta la partecipazione dell’ABE in tutte le
fasi previste dal quadro per il risanamento e la risoluzione delle crisi
bancarie; tale proposta è condivisa dalle categorie interessate, anche se il
regolamento ABE non assegna attualmente alcuna competenza all’ABE in un
processo di risoluzione delle crisi. Sulla base di questa partecipazione, l’ABE
potrebbe eseguire i relativi compiti di monitoraggio. Il recepimento di
qualsiasi nuovo atto legislativo unionale sarà monitorato a norma del trattato
sul funzionamento dell’Unione.
1.5.        Motivazione della proposta
1.5.1.     Necessità da coprire nel breve
e lungo termine 
 La crisi finanziaria ha messo a dura prova la capacità delle autorità di gestire i problemi delle banche. I mercati finanziari dell’Unione europea sono ormai integrati a tal punto che le crisi a livello nazionale si possono trasmettere rapidamente alle imprese e ai mercati di altri Stati membri. A livello internazionale, i leader del G20 hanno sollecitato un riesame dei regimi di risoluzione delle crisi e delle legislazioni fallimentari alla luce delle recenti esperienze, per garantire che essi consentano la liquidazione ordinata degli enti transfrontalieri grandi e complessi[42]. Al vertice di Pittsburgh, del 25 settembre 2009, si sono impegnati ad agire di concerto per creare strumenti più incisivi che obblighino le grandi imprese internazionali a rendere conto dei rischi assunti e, in particolare, a sviluppare strumenti e quadri per la risoluzione effettiva delle crisi dei gruppi finanziari, in modo da mitigare le disfunzioni derivanti dal dissesto di enti finanziari e ridurre l’azzardo morale in futuro. Nel novembre 2010, a Seul, il G20 ha approvato la relazione dell’FSB-SIFI[43] che raccomandava a tutti i paesi di intraprendere le necessarie riforme giuridiche per porre in atto un regime in grado di consentire la risoluzione delle crisi di qualsiasi ente finanziario senza che ciò incida sul contribuente, che sarebbe altrimenti esposto a perdite derivanti dal sostegno alla solvibilità, pur tutelando allo stesso tempo la continuità delle funzioni economiche fondamentali attraverso meccanismi che rendono possibile l’assorbimento delle perdite in base al rango dei crediti per azionisti e creditori non garantiti e non assicurati. Nell’ottobre 2011 il Consiglio per la stabilità finanziaria (FSB) ha adottato un documento intitolato “Key Attributes of Effective Resolution Regimes for Financial Institutions”[44] che descrive gli elementi fondamentali che l’FSB ritiene necessari per un regime efficace di risoluzione delle crisi. La loro attuazione dovrebbe consentire alle autorità di risolvere le crisi degli enti finanziari in modo ordinato, evitando che i contribuenti debbano sopportare le perdite derivanti dal sostegno alla solvibilità, mantenendo però nel contempo la continuità delle funzioni economiche fondamentali esercitate da tali enti. 
1.5.2.     Valore aggiunto
dell’intervento dell’Unione europea
 In virtù del principio di sussidiarietà, di cui all’articolo 5, paragrafo 3, del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, nei settori che non sono di sua competenza esclusiva l’Unione interviene soltanto se e in quanto gli obiettivi dell’azione prevista non possono essere conseguiti in misura sufficiente dagli Stati membri, né a livello centrale né a livello regionale e locale, ma possono, a motivo della portata o degli effetti dell’azione in questione, essere conseguiti meglio a livello di Unione. Solo un intervento a livello dell’Unione può garantire che gli Stati membri applichino misure compatibili quando si occupano di banche in dissesto. Sebbene il settore bancario dell’Unione sia fortemente integrato, gli strumenti di gestione delle crisi bancarie hanno carattere nazionale. Attualmente, molti ordinamenti giuridici nazionali non conferiscono alle autorità i poteri necessari a procedere a una liquidazione ordinata degli enti finanziari, preservando contemporaneamente i servizi essenziali per la stabilità finanziaria, senza far ricorso al denaro dei contribuenti. Norme nazionali divergenti mal si prestano ad affrontare adeguatamente il problema della dimensione transfrontaliera delle crisi; inoltre, le intese di cooperazione tra lo Stato membro di origine e lo Stato membro ospitante sono insufficienti. La limitatezza delle opzioni di risoluzione delle crisi aumenta l’azzardo morale e genera aspettative rispetto al fatto che banche di grandi dimensioni, complesse e interconnesse, dovrebbero nuovamente ricorrere al sostegno pubblico in caso di problemi. È quindi evidente che un quadro efficace per il risanamento e la risoluzione in un mercato integrato non può essere realizzato a livello degli Stati membri ma dell’Unione. In virtù del principio di proporzionalità, il contenuto e la forma dell’azione dell’Unione si limitano a quanto necessario per il conseguimento degli obiettivi dei trattati. La presente proposta mira a mantenere la stabilità finanziaria e la fiducia nelle banche, ridurre al minimo le perdite per i contribuenti e rafforzare il mercato interno dei servizi bancari mantenendo nel contempo parità di condizioni operative. Ciò richiede la convergenza delle legislazioni nazionali, onde fornire alle autorità un insieme coerente di strumenti di gestione e risoluzione delle crisi. Solo una misura a livello dell’Unione può raggiungere questo obiettivo. Le disposizioni sono proporzionate rispetto agli obiettivi preposti. Le limitazioni del diritto di proprietà che l’esercizio dei poteri proposti può comportare sono conformi alla Carta dei diritti fondamentali, secondo l’interpretazione della Corte europea dei diritti dell’uomo. Tali restrizioni si limitano a quanto necessario per conseguire un obiettivo di interesse generale, segnatamente il mantenimento della stabilità finanziaria nell’Unione. La risoluzione delle crisi è strettamente legata a settori non armonizzati della legislazione nazionale, come il diritto fallimentare e di proprietà. Pertanto, la direttiva è lo strumento giuridico appropriato in quanto il suo recepimento è necessario per garantire che il quadro sia attuato in modo da consentire il raggiungimento del risultato perseguito nel rispetto delle specificità della pertinente legislazione nazionale. 
1.5.3.     Insegnamenti tratti da
esperienze analoghe
Non
pertinente
1.5.4.     Coerenza ed eventuale sinergia
con altri strumenti pertinenti
Il quadro per la gestione delle crisi è strettamente collegato al regime
dei sistemi di garanzia dei depositi (DGS) dell’Unione. La modifica
della pertinente direttiva 94/19/CE è attualmente discussa in sede di Consiglio
e di Parlamento. Le sinergie tra i fondi dei DGS e le misure di risoluzione
delle crisi bancarie sono significative, specialmente in materia di
finanziamento. Quando esiste un quadro per la risoluzione delle crisi che
arresta il contagio, i fondi dei DGS devono finanziare solo le poche banche che
falliscono in un primo tempo. Per contro, se non sono disponibili misure di
risoluzione delle crisi e il contagio si diffonde in tutto il sistema
finanziario, l’importo dei fondi che il DGS deve pagare in uno Stato membro è
considerevolmente più elevato.
La proposta è collegata anche alla direttiva sui requisiti patrimoniali
(CRD), che armonizza i requisiti prudenziali per le banche e le imprese di
investimento. Recenti modifiche alla CRD mirano ad incrementare la quantità e
la qualità del capitale detenuto dalle banche, in modo che queste possano
effettivamente assorbire le potenziali perdite. Nuovi requisiti di liquidità
sono intesi a garantire che le banche restino liquide anche in periodi di
stress di mercato e sviluppino strutture del passivo che le rendano più
stabili. Tutte queste misure renderanno il settore bancario più sicuro e
ridurranno le probabilità di fallimenti di banche e la necessità di interventi
pubblici. Nonostante tutte queste misure è impossibile escludere la possibilità
che in futuro si verifichino fallimenti di banche. Di qui la necessità di sviluppare
un quadro giuridico complementare (risanamento e risoluzione delle crisi delle
banche) che garantisca la stabilità finanziaria anche in scenari negativi.
1.6.        Durata e incidenza
finanziaria
¨ Proposta/iniziativa di durata limitata
–     
¨  Proposta/iniziativa in vigore a decorrere dal [GG/MM]AAAA fino al
[GG/MM]AAAA 
–     
¨  Incidenza finanziaria dal AAAA al AAAA 
ý Proposta di durata illimitata
–     
Attuazione con un periodo di avviamento dal 2013 al
2015,
–     
seguito da un funzionamento a pieno ritmo.
1.7.        Modalità di gestione prevista[45] 
¨ Gestione centralizzata diretta da parte della Commissione 
¨ Gestione centralizzata indiretta con delega delle funzioni di esecuzione a:
–     
¨  agenzie esecutive 
–     
ý  organismi creati dalle Comunità[46]
–     
¨  organismi pubblici nazionali/organismi investiti di attribuzioni di
servizio pubblico 
–     
¨  persone incaricate di attuare azioni specifiche di cui al titolo V
del trattato sull’Unione europea, che devono essere indicate nel pertinente
atto di base ai sensi dell’articolo 49 del regolamento finanziario 
¨ Gestione concorrente
con gli Stati membri 
¨ Gestione decentrata
con paesi terzi 
¨ Gestione congiunta
con organizzazioni internazionali (specificare)
Se è indicata più di
una modalità, fornire ulteriori informazioni alla voce “Osservazioni”.
Osservazioni 
-
2.           MISURE DI GESTIONE
2.1.        Disposizioni in materia di
monitoraggio e di relazioni
Precisare frequenza e
condizioni.
L’articolo
81 del regolamento che istituisce l’Autorità bancaria europea (ABE) prescrive
alla Commissione di presentare, entro il 2 gennaio 2014 e successivamente ogni
tre anni, una relazione generale sull’esperienza acquisita a seguito del
funzionamento dell’ABE. A tal fine, la Commissione pubblicherà una relazione
generale che sarà trasmessa al Parlamento europeo e al Consiglio.
2.2.        Sistema di gestione e di
controllo
2.2.1.     Rischi individuati 
 Per quanto riguarda l’uso giuridico, economico, efficiente ed efficace degli stanziamenti derivanti dalla proposta, è previsto che essa non determini nuovi rischi che non siano già coperti dall’attuale quadro di controllo interno dell’ABE. 
2.2.2. Modalità
di controllo previste
-
2.3.        Misure di prevenzione delle
frodi e delle irregolarità 
Precisare le misure di
prevenzione e di tutela in vigore o previste.
Ai
fini della lotta contro la frode, la corruzione e qualsiasi altra attività
illegale, all’ABE saranno applicate senza restrizioni le disposizioni del
regolamento (CE) n. 1073/1999 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25
maggio 1999 relativo alle indagini svolte dall’Ufficio per la lotta antifrode
(OLAF).
L’ABE
aderisce all’accordo interistituzionale del 25 maggio 1999, fra il Parlamento
europeo, il Consiglio dell’Unione europea e la Commissione delle Comunità
europee, relativo alle inchieste interne effettuate dall’Ufficio europeo per la
lotta antifrode (OLAF) e adotta immediatamente le disposizioni opportune che si
applicano a tutto il personale dell’ABE.
Le
decisioni di finanziamento, gli accordi e gli strumenti di applicazione che ne
derivano prevedono espressamente che la Corte dei conti e l’OLAF possono, se
necessario, effettuare un controllo in loco presso i beneficiari degli
stanziamenti dell’ABE e presso gli agenti responsabili della loro allocazione.
Gli
articoli 64 e 65 del regolamento che istituisce l’Autorità bancaria europea
(ABE) contengono le disposizioni in materia di attuazione e controllo del
bilancio dell’ABE e le norme finanziarie applicabili.
3.           INCIDENZA FINANZIARIA PREVISTA DELLA
PROPOSTA
3.1.        Rubrica/rubriche del quadro
finanziario pluriennale e linea/linee di bilancio di spesa interessate 
·      Linee di bilancio di spesa esistenti
Secondo l’ordine delle
rubriche del quadro finanziario pluriennale e delle linee di bilancio.
 Rubrica del quadro finanziario pluriennale || Linea di bilancio || Natura della spesa || Partecipazione 
 Numero [Descrizione………] || Diss./Non diss. ([47]) || di paesi EFTA[48] || di paesi candidati[49] || di paesi terzi || ai sensi dell’articolo 18, paragrafo 1, lettera a bis), del regolamento finanziario 
   || 12.0402.01 ABE – Sovvenzione di cui ai titoli 1, 2 e 3 || Diss. || Sì || NO || NO || NO 
·      Nuove linee di bilancio di cui è chiesta la creazione
Secondo l’ordine delle
rubriche del quadro finanziario pluriennale e delle linee di bilancio.
 Rubrica del quadro finanziario pluriennale || Linea di bilancio || Natura della spesa || Partecipazione 
 Numero [Rubrica ……] || Diss./Non diss. || di paesi EFTA || di paesi candidati || di paesi terzi || ai sensi dell’articolo 18, paragrafo 1, lettera a bis), del regolamento finanziario 
   || [XX.YY.YY.YY]   ||   || Sì/No || Sì/No || Sì/No || Sì/No 
3.2.        Incidenza prevista sulle
spese 
3.2.1.     Sintesi dell’incidenza
prevista sulle spese
Mio EUR (al terzo decimale)
 Rubrica del quadro finanziario pluriennale: || 1A || Competitività per la crescita e l’occupazione 
 DG: MARKT ||   ||   || Anno 2013[50] || Anno 2014 || Anno 2015 ||   ||   || TOTALE 
  Stanziamenti operativi ||   ||   ||   ||   ||   ||   ||   ||   
 12.0402.01 || Impegni || (1) || 0 || 1,080 || 999 ||   ||   ||   ||   || 2,079 
 Pagamenti || (2) || 0 || 1,080 || 999 ||   ||   ||   ||   || 2,079 
 Stanziamenti di natura amministrativa finanziati dai ricavi delle commissioni ||   ||   ||   ||   ||   ||   ||   ||   
 Numero della linea di bilancio ||   || (3) ||   ||   ||   ||   ||   ||   ||   ||   
 TOTALE degli stanziamenti per la DG MARKT || Impegni || =1+1a +3 || 0 || 1,080 || 999 ||   ||   ||   ||   || 2,079 
 Pagamenti || =2+2a+3 || 0 || 1,080 || 999 ||   ||   ||   ||   || 2,079 
  TOTALE degli stanziamenti operativi || Impegni || (4) || 0 || 1,080 || 999 ||   ||   ||   ||   || 2,079 
 Pagamenti || (5) || 0 || 1,080 || 999 ||   ||   ||   ||   || 2,079 
  TOTALE degli stanziamenti di natura amministrativa finanziati dai ricavi delle commissioni || (6) ||   ||   ||   ||   ||   ||   ||   ||   
 TOTALE degli stanziamenti per la RUBRICA 1A del quadro finanziario pluriennale || Impegni || =4+ 6 || 0 || 1,080 || 999 ||   ||   ||   ||   || 2,079 
 Pagamenti || =5+ 6 ||   || 1,080 || 999 ||   ||   ||   ||   || 2,079 
Osservazioni:
Mio EUR (al terzo decimale)
   ||   ||   || Anno 2013[51] || Anno 2014 || Anno 2015 ||   ||   || TOTALE 
 TOTALE degli stanziamenti per le RUBRICHE da 1 a 5 del quadro finanziario pluriennale || Impegni || 0 || 1,080 || 999 ||   ||   ||   ||   || 2,079 
 Pagamenti || 0 || 1,080 || 999 ||   ||   ||   ||   || 2,079 
3.2.2.     Incidenza prevista sugli
stanziamenti operativi 
–     
¨  La proposta/iniziativa non comporta l’utilizzazione di stanziamenti
operativi 
–     
ý  La proposta/iniziativa comporta l’utilizzazione di stanziamenti
operativi, come spiegato di seguito:
 Specificare gli obiettivi e i risultati ò ||   ||   || Anno 2012 || Anno 2013 || Anno 2014 || Anno 2015 || TOTALE || 
 ||
 Tipo[52] || Costo medio || Risultato || Costo totale || Risultato || Costo totale || Risultato || Costo totale || Risultato || Costo totale || Risultato || Costo totale || 
 1. Obiettivi della preparazione e prevenzione: –                         aumentare la preparazione delle autorità di vigilanza e delle banche a fronte delle situazioni di crisi e –                         consentire misure di risoluzione delle crisi per tutte le banche ||   ||   ||   ||   ||   ||   ||   ||   ||   ||   || 
 Numero delle norme tecniche e degli orientamenti || Numerico ||   || 0 || 0 || 0 || 0 || 11 || 517 || 1 || 200 || 12     || 717 || 
 Totale parziale Obiettivo specifico 1 || 0 || 0 || 0 || 0 || 11 || 517 || 1 || 200 || 12 || 717 || 
 2. Obiettivo per l’intervento precoce: –                         migliorare le disposizioni di intervento precoce per le autorità di vigilanza ||   ||   ||   ||   ||   ||   ||   ||   ||   ||   || 
 Numero delle norme tecniche e degli orientamenti || Numerico ||   || 0 || 0 || 0 || 0 || 1 || 47 || 0 || 0 || 1 || 47 || 
 Totale parziale Obiettivo specifico 2 ||   || 0 ||   || 0 || 1 || 47 || 0 || 0 || 1 || 47 || 
 3. Obiettivi per la risoluzione delle crisi delle banche: –                         garantire la risoluzione delle crisi delle banche in modo tempestivo e robusto –                         garantire la certezza giuridica per la risoluzione delle crisi delle banche ||   ||   ||   ||   ||   ||   ||   ||   ||   ||   || 
 Numero delle norme tecniche e degli orientamenti || Numerico ||   || 0 || 0 || 0 || 0 || 10 || 470 || 4 || 799 || 14 || 1,269 || 
 Totale parziale Obiettivo specifico 3 ||   || 0 || 0 || 0 || 10 || 470 || 4 || 799 || 14 || 1,269 || 
 4. Obiettivo della gestione transfrontaliera delle crisi: - favorire un’efficace collaborazione tra le autorità in materia di risoluzione transfrontaliera delle crisi ||   ||   ||   ||   ||   ||   ||   ||   ||   ||   || 
 Numero delle norme tecniche e degli orientamenti || 0 || 0 || 0 || 0 || 1 || 47 || 0 || 0 || 1 || 47 || 
 Totale parziale Obiettivo specifico 4 || 0 || 0 || 0 || 0 || 1 || 47 || 0 || 0 || 1 || 47 || 
 COSTO TOTALE[53] ||   || 0 ||   || 0 || 23 || 1,081 || 5 || 999 || 28 || 2,080 || 
3.3.        Rubrica/rubriche del quadro
finanziario pluriennale e linea/linee di bilancio di spesa interessate 
·      Linee di bilancio di spesa esistenti 
NA
·      Nuove linee di bilancio di cui è chiesta la creazione 
NA
Incidenza prevista sugli stanziamenti di natura
amministrativa
3.3.1.1.  Sintesi 
–     
ý  La proposta/iniziativa non comporta l’utilizzazione di stanziamenti
amministrativi 
–     
¨  La proposta/iniziativa comporta l’utilizzazione di stanziamenti
amministrativi, come spiegato di seguito:
3.3.1.2.  Fabbisogno previsto di risorse
umane
–     
ý  La proposta non comporta l’utilizzazione di risorse umane 
–     
¨  La proposta/iniziativa comporta l’utilizzazione di risorse umane,
come spiegato di seguito:
Osservazioni
La proposta non implica la necessità di risorse
umane e amministrative aggiuntive per la DG MARKT.
3.3.2.     Compatibilità con il quadro
finanziario pluriennale attuale 
–     
ý  La proposta è compatibile con la programmazione finanziaria in
vigore.
–     
¨  La proposta/iniziativa implica una riprogrammazione della pertinente
rubrica del quadro finanziario pluriennale.
–     
¨  La proposta/iniziativa richiede l’applicazione dello strumento di
flessibilità o la revisione del quadro finanziario pluriennale[54].
3.3.3.     Partecipazione di terzi al
finanziamento 
–     
¨  La proposta/iniziativa non prevede il cofinanziamento da parte di
terzi 
–     
ý  La proposta prevede il cofinanziamento indicato di seguito:
Stanziamenti in Mio
EUR (al terzo decimale)
   || Anno 2013 || Anno 2014 || Anno 2015 ||   ||   || Totale 
 Contributo degli Stati membri (60% dei costi complessivi) || 0 || 1,620 || 1,498 ||   ||   ||   ||   || 3,119 
3.4.        Incidenza prevista sulle
entrate 
–     
ý  La proposta non ha alcuna incidenza finanziaria sulle entrate.
–     
¨  La proposta/iniziativa ha la seguente incidenza finanziaria:
–                   
¨         sulle risorse proprie 
–                   
¨         sulle entrate varie 
Allegato alla scheda finanziaria
legislativa relativa alla proposta di direttiva del Parlamento europeo e del
Consiglio che istituisce un quadro di risanamento e risoluzione delle crisi
degli enti creditizi e delle imprese di investimento e che modifica le
direttive del Consiglio 77/91/CEE e 82/891/CE, le direttive 2001/24/CE, 2002/47/CE,
2004/25/CE, 2005/56/CE, 2007/36/CE e 2011/35/UE e il regolamento (UE) n. 1093/2010
I costi relativi ai compiti che devono essere
svolti dall’ABE sono stati stimati in relazione alla spesa per il personale
(titolo 1) ma anche al titolo 2.
Quanto alla tempistica della proposta, si
prevede che la direttiva entrerà in vigore tra giugno e dicembre 2013. L’ABE
deve elaborare norme tecniche 12 mesi dopo l’entrata in vigore, pertanto è
previsto che il lavoro inizi nel gennaio 2014. È stato calcolato personale
aggiuntivo per le 23 norme tecniche e 5 orientamenti, comprese
le azioni collegate per il riconoscimento delle procedure di risoluzione delle
crisi di paesi terzi, per il completamento delle intese quadro di cooperazione
non vincolanti con paesi terzi e per il lavoro continuo di monitoraggio, per la
partecipazione nei collegi e per l’esercizio di una mediazione vincolante da
parte dell’ABE. La proposta della Commissione include compiti a lungo termine
per l’ABE che richiederanno l’istituzione di 5 posti aggiuntivi (agenti
temporanei) a partire dal 2014. È inoltre previsto che 11 esperti nazionali
distaccati eseguiranno compiti temporanei limitatamente agli anni 2014 e 2015.
Altre ipotesi:
·      il coefficiente di ponderazione salariale per Londra è pari a 1,28;
·      a causa della complessità delle norme tecniche e degli orientamenti e
del carico di lavoro per i compiti connessi spiegato in precedenza, si presume
che in media una norma tecnica/un orientamento richiederà 1,15 persone/anno.
Pertanto 23 norme tecniche e 5 orientamenti richiederanno 32 persone/anno per
il 2014 e il 2015;
·      costi di formazione stimati a 1 000 EUR per TPE all’anno;
·      costi di missione di 10 000 EUR, stimati sulla base del progetto
di bilancio del 2012 per persona;
·      costi relativi alle assunzioni (viaggio, albergo, visite mediche, costi
di insediamento e altre indennità, costi di trasferimento, ecc.) pari a 12 700
EUR, stimati sulla base del progetto di bilancio per il 2012 per l’assunzione
di nuovi collaboratori.
Il metodo di calcolo dell’aumento del bilancio
per i prossimi tre anni figura in modo più dettagliato nella tabella che segue.

 Tipologia di costo || Calcolo || Importi (in milioni di euro) 
   ||   || 2013 || 2014 || 2015 || Totale 
   ||   ||   ||   ||   ||   
 Titolo 1: Spese per il personale ||   ||   ||   ||   ||   
   ||   ||   ||   ||   ||   
 11 Stipendi e indennità ||   ||   ||   ||   ||   
 - di cui agenti temporanei || =5*127*1,28 || 0   || 813   || 813   || 1,626 
 - di cui END || =11*73*1,28 || 0 || 1,028 || 1,028   || 2,056   
 - di cui agenti contrattuali ||   || 0 || 0 || 0 || 0 
   ||   ||   ||   ||   ||   
 12 Spese relative all’assunzione || =16*12,7 || 0 || 203 || 0 || 203 
   ||   ||   ||   ||   ||   
 13 Spese di missione || =16*10 || 0 || 160 || 160 || 320 
   ||   ||   ||   ||   ||   
 15 Formazioni || =16*1 || 0 || 16 || 16 || 32 
   ||   ||   ||   ||   ||   
 Totale titolo 1: Spese per il personale ||   || 0 || 2,220 || 2,017 || 4,237 
   ||   ||   ||   ||   ||   
 Titolo 2: Spesa per infrastrutture e spesa di funzionamento || =16*30 || 0 || 480 || 480 || 960 
   ||   ||   ||   ||   ||   
 Titolo 3: Spesa di funzionamento ||   || 0 || 0 || 0 || 0 
   ||   ||   ||   ||   ||   
 Totale ||   || 0 || 2,700 || 2,497 || 5,197 
 Di cui contributo dell’Unione (40%) ||   || 0 || 1,080 || 999 || 2,078 
 Di cui contributo per Stato membro (60%) ||   || 0 || 1,620 || 1,498 || 3,119 
La tabella che segue presenta l’organigramma
proposto per i cinque posti di agente temporaneo:
 Gruppo di funzione e grado || Posti temporanei 
   ||   
 AD 8 || 1 
 AD 7 || 1 
 AD 6 || 1 
 AD 5 || 2 
   ||   
 Totale AD || 5 
[1]               COM(2010) 579 definitivo.
[2]               Dichiarazione dei leader dei G20 al vertice su mercati
finanziari ed economia mondiale, aprile 2009.
[3]               http://www.financialstabilityboard.org/publications/r_111104cc.pdf         
[4]               (2010/2006(INI))
[5]               17006/1/10
[6]               http://ec.europa.eu/internal_market/bank/group_of_experts/index_en.htm#High-level_Expert_Group
[7]               http://ec.europa.eu/europe2020/pdf/nd/eccomm2012_en.pdf
[8]               http://ec.europa.eu/internal_market/bank/index_en.htm               
[9]               http://ec.europa.eu/internal_market/bank/index_en.htm               
[10]             “Prevenzione” in questo contesto significa evitare
fallimenti disordinati che potrebbero causare un’instabilità finanziaria, non
la preclusione del fallimento tout court.
[11]             Se le autorità valutano che la stabilità finanziaria e i
contribuenti non sono a rischio, una banca (o parti di essa) potrebbe essere
lasciata fallire normalmente. 
[12]             Per garantire che le autorità di risoluzione delle crisi
siano rappresentate in seno all’ABE e mitigare i conflitti di interesse, il
regolamento (UE) n. 1093/2010 è modificato onde includere le autorità nazionali
di risoluzione delle crisi nel concetto di autorità competenti definito dal
regolamento.
[13]             Direttiva 2006/48/CE relativa all’accesso all’attività
degli enti creditizi ed al suo esercizio e direttiva 2006/49/CE relativa
all’adeguatezza patrimoniale delle imprese di investimento e degli enti
creditizi.
[14]             Le autorità preposte alla risoluzione delle crisi, ad
esempio, possono ritrasferire attività o passività trasferite ad un ente-ponte.
[15]             In questo senso uno strumento che consiste nel separare un
ente dal resto del gruppo non sarebbe compatibile con il quadro. 
[16]             COM(2009) 501, COM(2009) 502, COM(2009) 503.
[17]             GU C del , pag..
[18]             GU C del , pag..
[19]             GU C del , pag..
[20]             GU L 177 del 30.6.2006, pag. 201.
[21]             GU L 35 dell’11.2.2003, pag.1.
[22]             GU L [...] del [...], pag. [...].
[23]             GU L 331 del 15.12.2010,
pag. 1.
[24]             GU L 177 del 30.6.2006,
pag. 1.
[25]             GU L 96 del 12.4.2003, pag. 16.
[26]             GU L 135 del 31.5.1994, pagg. 5.
[27]             GU L 125 del 5.5.2001,
pag. 15.
[28]             GU L 26 del 31.1.1977, pag. 1.
[29]             GU L 110 del 29.4.2011, pag. 1.
[30]             GU L 378 del 31.12.1982, pag. 47.
[31]             GU L 310 del 25.11.2005, pag. 1.
[32]             GU L 142 del 30.4.2004, pag. 12.
[33]             GU L 184 del 14.7.2007, pag. 17.
[34]             GU C 369 del 17.12.2011, pag. 14.
[35]             Direttiva 2004/49/CE del Parlamento europeo e del
Consiglio, del 21 aprile 2004, relativa ai mercati degli strumenti finanziari,
che modifica le direttive 85/611/CEE e 93/6/CEE del Consiglio e la direttiva 2000/12/CE
del Parlamento europeo e del Consiglio e che abroga la direttiva 93/22/CEE del
Consiglio – GU L 145 del 30.4.2004, pag.1.
[36]             GU L 168 del 27.6.2002, pag. 43.
[37]             GU L 166 dell’11.6.1998, pag. 45.
[38]             Direttiva 85/611/CEE del Consiglio, del 20 dicembre 1985,
concernente il coordinamento delle disposizioni legislative, regolamentari ed
amministrative in materia di taluni organismi d’investimento collettivo in
valori mobiliari (OICVM) (GU L 375 del 31.12.1985, pag. 3). Direttiva
modificata da ultimo dalla direttiva 2008/18/CE.
[39]             GU L 390 del 31.12.2004,
pag. 38.
[40]             ABM: Activity Based Management (gestione per attività)
– ABB: Activity Based Budgeting (bilancio per attività).
[41]             A norma dell’articolo 49, paragrafo 6, lettera a) o b),
del regolamento finanziario.
[42]             Dichiarazione dei leader del G20 al vertice su mercati
finanziari ed economia mondiale, aprile 2009.
[43]             “Reducing the moral hazard posed by systemically
important financial institutions”: http://www.financialstabilityboard.org/press/pr_101111a.pd      
[44]             http://www.financialstabilityboard.org/publications/r_111104cc.pdf         
[45]             Le spiegazioni sulle modalità di gestione e i riferimenti
al regolamento finanziario sono disponibili sul sito BudgWeb: http://www.cc.cec/budg/man/budgmanag/budgmanag_en.html.
[46]             A norma dell’articolo 185 del regolamento
finanziario.
[47]             SD = Stanziamenti dissociati / SND = Stanziamenti non
dissociati.
[48]             EFTA: Associazione europea di libero scambio. 
[49]             Paesi candidati e, se del caso, paesi potenziali candidati
dei Balcani occidentali.
[50]             L’anno N è l’anno di inizio dell’attuazione della
proposta/iniziativa.
[51]             L’anno N è l’anno di inizio dell’attuazione della
proposta/iniziativa.
[52]             I risultati sono i prodotti e servizi da fornire (ad
esempio: numero di scambi di studenti finanziati, numero di km di strade
costruiti ecc.).
[53]             Gli stanziamenti assegnati a diversi obiettivi includono
anche le spese generali, che sono proporzionate ai costi diretti per le risorse
umane.
[54]             Cfr. punti 19 e 24 dell’Accordo interistituzionale.