CELEX: 62006TJ0155
Language: it
Date: 2010-09-09
Title: Sentenza del Tribunale (Quinta Sezione) del 9 settembre 2010.#Tomra Systems ASA e altri contro Commissione europea.#Concorrenza - Abuso di posizione dominante - Mercato delle macchine per la raccolta di imballaggi per bevande usati - Decisione che constata una violazione dell’art. 82 CE e dell’art. 54 dell’accordo SEE - Accordi di esclusiva, impegni sui volumi di acquisti e sconti di fedeltà rientranti in una strategia intesa a escludere concorrenti dal mercato - Ammenda - Proporzionalità.#Causa T-155/06.

Causa T‑155/06
      Tomra Systems ASA e altri 
      contro
      Commissione europea
      «Concorrenza — Abuso di posizione dominante — Mercato delle macchine per la raccolta di imballaggi per bevande usati — Decisione che constata una violazione dell’art. 82 CE e dell’art. 54 dell’accordo SEE — Accordi di esclusiva, impegni sui volumi di acquisti e sconti di fedeltà rientranti in una strategia intesa a escludere i
         concorrenti dal mercato — Ammenda — Proporzionalità»
      
      Massime della sentenza
      1.      Concorrenza — Procedimento amministrativo — Decisione della Commissione con cui viene constatata un’infrazione — Uso della
            documentazione interna di un’impresa che ha partecipato ad un’infrazione come elemento di prova — Ammissibilità
      (Artt. 81 CE e 82 CE)
      2.      Concorrenza — Posizione dominante — Abuso — Clausole di fornitura esclusiva — Contratto concluso tra un’impresa ed una centrale
            di acquisto
      (Art. 82 CE)
      3.      Concorrenza — Posizione dominante — Abuso — Nozione — Nozione oggettiva riguardante i comportamenti atti ad influire sulla
            struttura del mercato e aventi come effetto di ostacolare la conservazione o lo sviluppo della concorrenza — Obblighi incombenti
            all’impresa dominante — Esercizio della concorrenza fondata solo sui meriti
      (Art. 82 CE)
      4.      Concorrenza — Posizione dominante — Abuso — Clausole di fornitura esclusiva — Sconto di fedeltà
      (Art. 82 CE)
      5.      Concorrenza — Posizione dominante — Abuso — Sconti aventi effetto di preclusione sul mercato — Sconto di fedeltà — Qualificazione
            come pratica abusiva 
      (Art. 82 CE) 
      6.      Concorrenza — Posizione dominante — Abuso — Sconti per quantitativo — Ammissibilità — Presupposti — Carattere abusivo del
            sistema di sconti — Criteri di valutazione
      (Art. 82 CE)
      7.      Concorrenza — Procedimento amministrativo — Decisione che constata un’infrazione — Obbligo di motivazione — Portata
      (Artt. 82 CE e 253 CE)
      8.      Concorrenza — Posizione dominante — Abuso — Nozione — Blocco di una parte sostanziale del mercato ad opera di un’impresa dominante
      (Art. 82 CE)
      9.      Concorrenza — Posizione dominante — Abuso — Sconti retroattivi — Carattere abusivo — Criteri di valutazione
      (Art. 82 CE)
      10.    Concorrenza — Posizione dominante — Abuso — Nozione — Comportamenti aventi l’effetto o l’oggetto di ostacolare la conservazione
            o lo sviluppo della concorrenza
      (Art. 82 CE)
      11.    Concorrenza — Posizione dominante — Abuso — Clausole di fornitura esclusiva — Impegni sui quantitativi personalizzati che
            costituiscono uno sfruttamento abusivo
      (Art. 82 CE)
      12.    Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Criteri — Gravità dell’infrazione — Elementi di valutazione — Inasprimento
            generale delle ammende — Ammissibilità — Presupposti
      (Regolamento del Consiglio n. 1/2003, art. 23, n. 2)
      13.    Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Criteri — Gravità dell’infrazione — Presa in considerazione del fatturato
            complessivo o del fatturato rilevante dell’impresa di cui trattasi — Limiti
      (Regolamenti del Consiglio n. 17, art. 15, n. 2, e n. 1/2003, art. 23, n. 2; comunicazione della Commissione 98/C 9/03)
      1.      La documentazione interna di un’impresa può costituire un elemento di prova della violazione delle regole di concorrenza da
         parte di tale impresa. Tale documentazione può, infatti, indicare se l’esclusione della concorrenza era prevista o, al contrario,
         suggerire una spiegazione diversa delle pratiche esaminate. Essa può, ad esempio, permettere alla Commissione di situare tali
         pratiche nel loro contesto e di corroborare la sua valutazione di queste stesse pratiche.
      
      Qualora essa utilizzi tale documentazione per motivare la sua decisione, è assolutamente normale che la Commissione, pur non
         nascondendo l’esistenza di documenti che conferiscono una diversa interpretazione, faccia principalmente riferimento al comportamento
         anticoncorrenziale della ricorrente e non delle sue azioni lecite, menzionate in taluni documenti interni, dato che è esattamente
         siffatto comportamento ciò che essa deve accertare.
      
      (v. punti 35‑36)
      2.      Non è necessario che le pratiche di un’impresa in posizione dominante vincolino gli acquirenti con un obbligo formale di esclusiva
         per dimostrare che esse costituiscono uno sfruttamento abusivo di una posizione dominante ai sensi dell’art. 82 CE. È sufficiente
         che tali pratiche implichino un incentivo nei confronti dei clienti a non passare per fornitori concorrenti e a rifornirsi
         per la totalità o per una parte considerevole del loro fabbisogno esclusivamente presso detta impresa, sicché non è affatto
         necessario analizzare il carattere esclusivo dei contratti controversi sulla base della legislazione nazionale applicabile.
      
      Per quanto riguarda accordi conclusi tra un’impresa e centrali di acquisto, che rivestono carattere vincolante per le parti,
         la questione se essi influiscano anche sul comportamento di acquirente dei loro membri non dipende da un’analisi formale.
         Infatti, qualora le condizioni negoziate dipendano da obiettivi di acquisto in termini quantitativi da parte della centrale
         nel suo insieme, inerisce al negoziato stesso di un siffatto tipo di contratto che questo stesso contratto incentiverà i membri
         della centrale ad effettuare acquisti al fine di raggiungere l’obiettivo fissato.
      
      (v. punti 59, 61‑62)
      3.      La nozione di sfruttamento abusivo è una nozione oggettiva che riguarda il comportamento dell’impresa in posizione dominante
         atto ad influire sulla struttura di un mercato in cui, proprio per il fatto che vi opera detta impresa, il grado di concorrenza
         è già indebolito e che ha come effetto di ostacolare, ricorrendo a mezzi diversi da quelli su cui si impernia la concorrenza
         normale tra prodotti o servizi, fondata sulle prestazioni degli operatori economici, la conservazione del grado di concorrenza
         ancora esistente sul mercato o lo sviluppo di detta concorrenza. Da ciò consegue che l’art. 82 CE vieta ad un’impresa dominante
         di eliminare un concorrente e di rafforzare così la sua posizione facendo ricorso a mezzi diversi da quelli che rientrano
         in una concorrenza per meriti. Il divieto sancito da tale disposizione si giustifica egualmente con la preoccupazione di non
         produrre pregiudizio ai consumatori.
      
      Di conseguenza, sebbene l’accertamento dell’esistenza di una posizione dominante non implichi di per sé alcuna contestazione
         a carico dell’impresa interessata, a quest’ultima incombe, indipendentemente dalle cause di tale posizione, la particolare
         responsabilità di non compromettere, con il proprio comportamento, una concorrenza effettiva e non falsata nel mercato comune.
         Parimenti, se il fatto di detenere una posizione dominante non può privare l’impresa interessata del diritto di tutelare i
         propri interessi commerciali, se questi sono insidiati, e se quindi le si deve consentire, in una misura ragionevole, di compiere
         gli atti che essa ritenga opportuni per la protezione di tali interessi, non è, però, ammissibile un comportamento che abbia
         in realtà lo scopo di rafforzare la posizione dominante e di farne abuso.
      
      (v. punti 38, 206‑207)
      4.      Per un’impresa che si trova in posizione dominante su un mercato, il fatto di vincolare – sia pure a loro richiesta – gli
         acquirenti con l’obbligo o la promessa di rifornirsi per tutto o gran parte del loro fabbisogno esclusivamente presso l’impresa
         in questione costituisce uno sfruttamento abusivo di posizione dominante ai sensi dell’art. 82 CE, tanto se l’obbligo in questione
         è imposto sic et simpliciter, quanto se ha come contropartita la concessione di sconti. Altrettanto dicasi quando detta impresa,
         senza vincolare gli acquirenti con un obbligo formale di esclusiva applica, o in forza di accordi stipulati con gli acquirenti
         o unilateralmente, un sistema di sconti di fedeltà, cioè riduzioni subordinate alla condizione che il cliente si rifornisca
         esclusivamente per la totalità o per una parte considerevole del suo fabbisogno presso l’impresa in posizione dominante.
      
      In effetti, gli impegni di approvvigionamento esclusivo di questo tipo, con o senza contropartita di sconti o concessioni
         di premi di fedeltà onde stimolare l’acquirente ad acquistare unicamente presso l’impresa dominante, sono incompatibili con
         lo scopo che la concorrenza non sia falsata nel mercato comune in quanto non si fondano su una prestazione economica che giustifichi
         questo onere o questo vantaggio, bensì mirano a togliere all’acquirente o a ridurre nei suoi riguardi la possibilità di scelta
         per quel che concerne le sue fonti di approvvigionamento e a precludere l’accesso al mercato agli altri produttori.
      
      (v. punti 208‑209, 295‑296)
      5.      Lo sconto di fedeltà che è concesso in contropartita di un impegno del cliente di approvvigionarsi esclusivamente o quasi
         esclusivamente presso un’impresa in posizione dominante è in contrasto con l’art. 82 CE, a causa dell’effetto di esclusione
         che esso comporta. Un siffatto sconto mira, infatti, ad impedire, mediante la concessione di un vantaggio finanziario, che
         i clienti si riforniscano presso produttori concorrenti.
      
      (v. punti 210‑211)
      6.      I sistemi di sconto quantitativi applicati da un’impresa in posizione dominante, legati esclusivamente al volume degli acquisti
         effettuati presso di essa, sono in genere considerati come non aventi un effetto di esclusione sul mercato vietato dall’art. 82 CE.
         Se l’aumento del quantitativo fornito da detta impresa si traduce in un costo inferiore per il fornitore, quest’ultimo è,
         infatti, in diritto di far fruire il suo cliente di tale riduzione mediante una tariffa più favorevole. Si ritiene pertanto
         che gli sconti di quantità riflettano guadagni in termini di efficienza ed economie di scala realizzate dalle imprese in posizione
         dominante.
      
      Da ciò consegue che un sistema di sconti la cui percentuale aumenta in funzione del volume acquistato presso un’impresa in
         posizione dominante non viola l’art. 82 CE, a meno che dai criteri e dalle modalità di concessione dello sconto emerga che
         il sistema non riposa su una contropartita economicamente giustificata, bensì mira, alla stregua di uno sconto di fedeltà
         e di obiettivo, ad impedire che i clienti si approvvigionino presso produttori concorrenti.
      
      Per stabilire l’eventuale carattere abusivo di un sistema di sconti quantitativi, dunque, si deve valutare l’insieme delle
         circostanze e, in particolare, i criteri e le modalità di concessione degli sconti, ed esaminare se gli sconti mirino, con
         un vantaggio che non riposa su alcuna prestazione economica che li giustifichi, a togliere all’acquirente o a ridurre nei
         suoi riguardi la possibilità di scelta per quel che concerne le sue fonti di approvvigionamento, a precludere l’accesso al
         mercato ai concorrenti, ad applicare a partner commerciali condizioni diseguali per prestazioni equivalenti o a rafforzare
         la posizione dominante mediante una concorrenza falsata.
      
      (v. punti 212‑214)
      7.      La motivazione prescritta dall’art. 253 CE dev’essere adeguata alla natura dell’atto in questione e deve far apparire in forma
         chiara e non equivoca l’iter logico seguito dall’istituzione da cui esso promana, in modo da consentire agli interessati di
         conoscere le ragioni del provvedimento adottato e di tutelare i loro diritti e al giudice competente di esercitare il proprio
         controllo. Trattandosi di una decisione adottata in applicazione dell’art. 82 CE, tale principio richiede che la decisione
         contestata faccia riferimento ai dati di fatto da cui dipende la giustificazione giuridica del provvedimento e alle considerazioni
         che l’hanno indotta ad adottare la decisione.
      
      (v. punto 227)
      8.      Il blocco di una parte sostanziale del mercato ad opera di un’impresa dominante non può essere giustificato con la dimostrazione
         che la quota del mercato che può essere conquistata sia ancora sufficiente per fare posto ad un numero limitato di concorrenti.
         Infatti, da un lato, i clienti che si trovano nella quota bloccata del mercato dovrebbero avere la possibilità di approfittare
         di ogni grado di concorrenza che sia possibile sul mercato e i concorrenti dovrebbero potersi dare alla concorrenza per i
         meriti su tutto il mercato e non soltanto su una parte di questo. Dall’altro lato, il ruolo dell’impresa dominante non è quello
         di stabilire quanti concorrenti validi siano autorizzati a farle concorrenza per la quota della domanda che può ancora essere
         conquistata.
      
      Un’analisi delle circostanze della specie può consentire di stabilire se le pratiche di un’impresa in posizione dominante
         siano tali da escludere la concorrenza e sarebbe artificioso stabilire a priori quale sia la quota di mercato bloccata oltre
         la quale le pratiche di un’impresa in posizione dominante possono produrre un effetto di esclusione dei concorrenti.
      
      (v. punti 241‑242)
      9.      Il meccanismo di esclusione costituito dagli sconti retroattivi non richiede che l’impresa in posizione dominante sacrifichi
         dei profitti, poiché il costo dello sconto si trova ripartito su un grande numero di unità. Con la concessione retroattiva
         dello sconto, il prezzo medio ottenuto dall’impresa dominate può senz’altro essere ampiamente superiore ai costi e procurare
         un margine di utile medio elevato. Tuttavia, il meccanismo di sconto retroattivo fa sì che, per il cliente, il prezzo effettivo
         delle ultime unità sia molto basso in ragione dell’effetto di aspirazione.
      
      (v. punto 267)
      10.    Per accertare una violazione dell’art. 82 CE non è necessario dimostrare che il comportamento abusivo dell’impresa in posizione
         dominante abbia avuto un effetto anticoncorrenziale concreto sui mercati considerati. È a questo proposito sufficiente dimostrare
         che esso mira a restringere la concorrenza o, in altri termini, che è tale da avere o che può avere un simile effetto.
      
      (v. punto 289)
      11.    Quand’anche si ammetta che essi non vincolano l’acquirente con un’obbligazione formale di esclusiva, gli impegni sui quantitativi
         personalizzati, dei quali si afferma, dopo un’analisi non solo formale dal punto di vista giuridico, ma che tenga parimenti
         conto del contesto economico specifico nel quale essi si inseriscono, che vincolano de facto o incentivano l’acquirente a
         rifornirsi esclusivamente o per una parte considerevole del suo fabbisogno presso l’impresa in posizione dominante, e che
         non riposano su una prestazione economica che giustifichi tale onere o tale vantaggio, ma mirano a togliere all’acquirente
         o a limitargli la possibilità di scelta per quanto riguarda le sue fonti di approvvigionamento e a impedire l’accesso al mercato
         ai produttori, costituiscono uno sfruttamento abusivo di una posizione dominante ai sensi dell’art. 82 CE.
      
      (v. punti 297‑298)
      12.    Né l’obbligo di rispettare il principio di parità di trattamento né il fatto che essa abbia applicato, in passato, ammende
         di un certo livello a taluni tipi di infrazioni valgono a privare la Commissione della possibilità di aumentare tale livello
         entro i limiti indicati dal regolamento n. 1/2003, concernente l’applicazione delle regole di concorrenza di cui agli articoli
         81 e 82 del Trattato, ove ciò sia necessario per garantire l’attuazione della politica comunitaria in materia di concorrenza.
      
      La gravità delle infrazioni dev’essere accertata sulla scorta di un gran numero di elementi, come, segnatamente, le circostanze
         proprie del caso di specie, il suo contesto e l’effetto dissuasivo delle ammende, e ciò senza che sia stato redatto un elenco
         vincolante o esaustivo di criteri da tenere obbligatoriamente in considerazione. Orbene, i dati pertinenti, quali i mercati,
         i prodotti, i paesi, le imprese e i periodi in questione, variano da caso a caso. Ne consegue che la Commissione non può essere
         obbligata ad infliggere ad imprese ammende il cui importo rispecchi la medesima proporzione delle infrazioni del loro rispettivo
         fatturato in tutti i casi paragonabili sotto il profilo della gravità delle infrazioni.
      
      Poiché le ammende sono uno strumento della politica della concorrenza della Commissione, questa deve disporre di un margine
         di discrezionalità nel fissare il loro importo al fine di orientare il comportamento delle imprese verso il rispetto delle
         regole di concorrenza.
      
      (v. punti 310‑313)
      13.    Per quanto riguarda la determinazione dell’importo dell’ammenda che sanziona la violazione delle regole di concorrenza comunitarie,
         fatto salvo il rispetto del limite massimo previsto dall’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003, concernente l’applicazione
         delle regole di concorrenza di cui agli articoli 81 e 82 del Trattato, e che si riferisce al fatturato complessivo dell’impresa
         di cui trattasi, la Commissione può tenere conto del fatturato dell’impresa in questione al fine di valutare la gravità dell’infrazione
         nel determinare l’importo dell’ammenda, senza, tuttavia, attribuirvi un’importanza sproporzionata rispetto ad altri elementi
         di valutazione.
      
      Il metodo di calcolo definito negli orientamenti per il calcolo delle ammende inflitte in applicazione dell’art. 15, n. 2,
         del regolamento n. 17 e dell’art. 65, n. 5, del Trattato CECA prevede che, all’atto della valutazione della gravità dell’infrazione
         per fissare l’importo dell’ammenda siano presi in considerazione un gran numero di elementi, tra cui, in particolare, figurano
         la natura propria dell’infrazione, l’impatto concreto di questa quando sia misurabile, l’estensione geografica del mercato
         rilevante e la necessaria efficacia dissuasiva dell’ammenda. Gli orientamenti, benché non prevedano che l’importo delle ammende
         sia calcolato in funzione del giro d’affari globale o del giro d’affari pertinente, non ostano a che tali giri d’affari vengano
         presi in considerazione all’atto della fissazione dell’importo dell’ammenda al fine di rispettare i principi generali del
         diritto comunitario e qualora le circostanze lo esigano.
      
      Da ciò consegue che, se non può negarsi che il giro d’affari inerente ai prodotti considerati può costituire una base appropriata
         ai fini della valutazione dei danni alla concorrenza sul mercato dei prodotti di cui trattasi in seno allo Spazio economico
         europeo, resta ciò nondimeno che tale elemento non costituisce l’unico criterio sulla base del quale la Commissione deve valutare
         la gravità dell’infrazione.
      
      (v. punti 316‑318)
SENTENZA DEL TRIBUNALE (Quinta Sezione)
      9 settembre 2010 (*)
      
      «Concorrenza – Abuso di posizione dominante – Mercato delle macchine per la raccolta di imballaggi per bevande usati – Decisione che constata una violazione dell’art. 82 CE e dell’art. 54 dell’accordo SEE – Accordi di esclusiva, impegni sui volumi di acquisti e sconti di fedeltà rientranti in una strategia intesa a escludere concorrenti
         dal mercato – Ammenda – Proporzionalità»
      
      Nella causa T‑155/06,
      Tomra Systems ASA, con sede in Asker (Norvegia),
      
      Tomra Europe AS, con sede in Asker (Norvegia),
      
      Tomra Systems GmbH, con sede in Hilden (Germania),
      
      Tomra Systems BV, con sede in Apeldoorn (Paesi Bassi),
      
      Tomra Leergutsysteme GmbH, con sede in Vienna (Austria),
      
      Tomra Systems AB, con sede in Sollentuna (Svezia),
      
      Tomra Butikksystemer AS, con sede in Asker (Norvegia),
      
      rappresentate inizialmente dal sig. A. Ryan, solicitor, e dall’avv. J. Midthjell, successivamente dai sigg. A. Ryan e N. Frey,
         solicitor,
      
      ricorrenti,
      contro
      Commissione delle Comunità europee, rappresentata dal sig. E. Gippini Fournier, in qualità di agente,
      
      convenuta,
      avente ad oggetto la domanda di annullamento della decisione della Commissione 29 marzo 2006, C (2006) 734 def., relativa
         ad un procedimento di applicazione dell’art. 82 CE e dell’art. 54 dell’accordo SEE (caso COMP/E‑1/38‑113/Prokent-Tomra),
      
      IL TRIBUNALE (Quinta Sezione),
      composto dai sigg. M. Vilaras, presidente, M. Prek e V.M. Ciucă (relatore), giudici,
      cancelliere: sig. Norel Rosner, amministratore
      vista la fase scritta del procedimento e in seguito all’udienza del 14 gennaio 2010,
      ha pronunciato la seguente
      Sentenza
       Fatti all’origine della controversia
      1        La Tomra Systems ASA è la società madre del gruppo Tomra. La Tomra Europe AS coordina l’attività delle filiali di distribuzione
         europee in seno al gruppo. Le filiali di distribuzione interessate dalla presente causa sono la Tomra Systems GmbH in Germania,
         la Tomra Systems BV nei Paesi Bassi, la Tomra Leergutsysteme GmbH in Austria, la Tomra System AB in Svezia e la Tomra Butikksystemer
         AS in Norvegia (in prosieguo, considerate unitamente alla Tomra Systems ASA e alla Tomra Europe AS: le «ricorrenti»). Il gruppo
         Tomra produce macchine per la raccolta di imballaggi per bevande usati (in prosieguo: le «RVM»), che sono apparecchi per la
         raccolta degli imballaggi per bibite usati che identificano l’imballaggio inserito in funzione di taluni parametri come la
         forma e/o il codice a barre e calcolano l’importo della restituzione da rimborsare al cliente. Fornisce altresì servizi subordinati
         alle RVM nel mondo intero. Nel 2005, il gruppo Tomra aveva un fatturato pari a EUR 300 milioni e contava 1 900 impiegati.
      
      2        Il 26 marzo 2001, la Commissione delle Comunità europee riceveva una denuncia dalla Prokent AG, una società tedesca che operava
         anch’essa nel settore della raccolta degli imballaggi per bevande usati, nonché dei prodotti e servizi connessi. La Prokent
         chiedeva alla Commissione di accertare se le ricorrenti fossero incorse in un abuso di posizione dominante, che le impediva
         di accedere sul mercato. 
      
      3        Il 26 e 27 settembre 2001, la Commissione ispezionava i locali della Tomra Systems GmbH, in Germania, e della Tomra Systems
         BV, nei Paesi Bassi. L’Autorità di sorveglianza dell’Associazione europea del libero scambio (AELS) ispezionava, su richiesta
         della Commissione, i locali della Tomra Systems ASA e delle sue filiali in Norvegia. Successivamente, la Commissione chiedeva
         informazioni alla Tomra Systems ASA, e ad alcuni suoi concorrenti e clienti, in applicazione dell’art. 11 del regolamento
         del Consiglio 6 febbraio 1962, n. 17, primo regolamento di applicazione degli artt. [81 CE] e [82 CE] (GU 1962, n. 13, pag. 204).
      
      4        Il 23 dicembre 2002, in una lettera indirizzata alla Commissione, le ricorrenti dichiaravano di porre termine agli accordi
         di esclusiva e di non applicare più sconti di fedeltà.
      
      5        Il 30 marzo 2004, le ricorrenti presentavano un programma di conformità alla concorrenza per il gruppo Tomra, applicabile
         dal 1º aprile 2004.
      
      6        Il 1º settembre 2004, la Commissione indirizzava alla Tomra Systems ASA, alla Tomra Europe AS e alle filiali del gruppo Tomra
         in sei Stati parti contraenti dell’accordo sullo Spazio economico europeo (SEE) una comunicazione di addebiti alla quale le
         ricorrenti rispondevano il 22 novembre 2004. L’audizione si teneva il 7 dicembre 2004. Il 19 aprile 2005, la Commissione chiedeva
         ulteriori informazioni, che le ricorrenti fornivano il 25 aprile 2005 e il 3 maggio 2005.
      
       Decisione impugnata
      7        Il 29 marzo 2006, la Commissione adottava la decisione C (2006) 734 def., relativa ad un procedimento ai sensi dell’art. 82 [CE]
         e dell’art. 54 dell’accordo SEE [(in prosieguo: la «decisione impugnata», una sintesi di tale decisione è pubblicata nella
         Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea del 28 agosto, GU 2008, C 219, pag. 11)]. In tale decisione, rileva che le ricorrenti hanno violato l’art. 82 CE e l’art. 54
         dell’accordo SEE nel periodo 1998 ‑ 2002, ponendo in essere una strategia di esclusione sui mercati tedesco, olandese, austriaco,
         svedese e norvegese delle RVM, mediante accordi di esclusiva, impegni in materia di volumi di acquisti e sistemi di sconti
         retroattivi personalizzati, chiudendo così i mercati alla concorrenza.
      
      I –  Mercato rilevante
      8        Per quanto riguarda il mercato dei prodotti in considerazione, la decisione impugnata afferma che la Commissione, ai fini
         della sua valutazione, è partita dal principio che esisteva un mercato specifico di macchine per la restituzione di vuoti
         usati o sistemi high-end, che comprendono in particolare tutte le RVM installabili attraverso un muro e collegate ad un locale
         tecnico, e un mercato globale che comprende tanto le macchine high-end quanto quelle low-end. La Commissione ha deciso di
         usare come base di lavoro la definizione più larga di mercato perché approdava a cifre più favorevoli per le ricorrenti.
      
      9        Per quanto riguarda il mercato geografico di cui trattasi, la Commissione, nella decisione impugnata, ha considerato che nel
         corso del periodo in esame le condizioni di concorrenza non erano state omogenee nel SEE e che i mercati geografici di cui
         trattasi erano di dimensione nazionale.
      
      II –  Posizione dominante
      10      Nella decisione impugnata, la Commissione, dopo aver considerato, tra l’altro, che le quote di mercato delle ricorrenti in
         Europa erano costantemente superiori al 70% prima del 1997, che, dopo il 1997, esse superavano il 95% e che, in qualsiasi
         mercato rilevante, la quota di mercato detenuta dalle ricorrenti era varie volte superiore alle quote di mercato dei loro
         concorrenti, è giunta alla conclusione che il gruppo Tomra è un’impresa che occupa una posizione dominante ai sensi dell’art. 82 CE
         e dell’art. 54 dell’accordo SEE.
      
      III –  Comportamento abusivo
      11      Nella decisione impugnata viene affermato che le ricorrenti hanno concepito una strategia avente un oggetto o un effetto anticoncorrenziale,
         sia nella loro pratica che in seno alle discussioni interne al gruppo. La Commissione vi afferma che le ricorrenti intendevano
         preservare la loro posizione dominante e le loro quote di mercato attraverso mezzi consistenti, tra l’altro, nell’impedire
         l’entrata di nuovi operatori sul mercato, nel fare in modo da mantenere piccola la dimensione dei concorrenti limitandone
         le possibilità di crescita, nell’indebolirli e nell’eliminarli, mediante acquisizione ovvero in altro modo. Tale strategia,
         viene ivi precisato, è stata messa in opera con la firma tra le ricorrenti e talune catene di supermercati di 49 accordi,
         tra il 1998 e il 2002, che hanno assunto la forma di accordi di esclusiva, di accordi che imponevano un obiettivo quantitativo
         individuale e di accordi che istituivano regimi di sconto retroattivo individuali.
      
      12      Nella decisione impugnata si legge altresì che, per quanto gli accordi, le clausole e le condizioni applicabili nel caso di
         specie includessero diversi elementi, tra cui clausole esplicite o di fatto di esclusiva, impegni o promesse, da parte dei
         clienti, di acquistare quantitativi corrispondenti ad una proporzione significativa del loro fabbisogno o regimi di sconti
         retroattivi in funzione del fabbisogno dei clienti, o ancora una combinazione di tali elementi, tutti gli elementi così menzionati,
         secondo la Commissione, debbono essere analizzati nel contesto della politica generale delle ricorrenti intesa a impedire
         l’entrata sul mercato, l’accesso agli sbocchi e le possibilità di crescita di concorrenti esistenti e potenziali spingendoli,
         in ultima analisi, fuori dal mercato in modo da creare una situazione di quasi monopolio.
      
      13      Innanzitutto, secondo la decisione impugnata, le clausole di esclusiva, nella misura in cui fanno obbligo ai clienti di rifornirsi
         presso un fornitore dominante per soddisfare la totalità o una parte significativa del loro fabbisogno, sono, per loro natura,
         atte a produrre un effetto di preclusione. Nella specie, poiché le ricorrenti occupano una posizione dominante sul mercato
         e poiché tali clausole di esclusiva sono state applicate ad una parte della domanda totale che riteneva potersi qualificare
         sostanziale, la Commissione ha da ciò dedotto che tali clausole di esclusiva, concluse dalle ricorrenti, erano tali da provocare,
         ed effettivamente hanno provocato, un effetto di preclusione che ha alterato il mercato. Orbene, nella decisione impugnata,
         è stato constatato che non esistevano, nella specie, circostanze che potessero eccezionalmente giustificare l’esclusiva o
         clausole analoghe, e che le ricorrenti non sono riuscite neanche loro a giustificare le loro pratiche con economie di costi.
      
      14      La decisione impugnata aggiunge, inoltre, che gli sconti concessi per quantitativi personalizzati corrispondenti alla totalità
         o alla quasi totalità della domanda hanno lo stesso effetto delle clausole esplicite di esclusiva, nel senso che inducono
         il cliente ad acquistare per la totalità o la quasi totalità del suo fabbisogno da un fornitore in posizione dominante. Altrettanto
         vale per gli sconti di fedeltà, ossia gli sconti subordinati alla condizione che i clienti si riforniscano per la totalità
         o per la quasi totalità del loro fabbisogno presso un fornitore in posizione dominate. Il fatto che l’impegno avente ad oggetto
         il volume degli acquisti sia espresso in termini assoluti o in percentuale non è, secondo la Commissione, determinante, ai
         fini del carattere esclusivo degli accordi o delle condizioni in esame. Per quanto riguarda gli accordi conclusi dalle ricorrenti,
         la decisione impugnata precisa che gli obiettivi quantitativi stipulati costituivano impegni personalizzati che variavano
         da un cliente all’altro, a prescindere dalla sua dimensione e dal suo volume di acquisti, e che corrispondevano alla totalità
         o alla quasi totalità del fabbisogno del cliente, o addirittura lo superavano. La decisione impugnata aggiunge che la politica
         delle ricorrenti consistente nel vincolare i loro clienti, in particolare i loro clienti chiave, mediante accordi volti a
         escludere i concorrenti dal mercato e a negare loro qualsiasi possibilità di crescita, risulta chiaramente dai documenti concernenti
         la strategia delle ricorrenti, le loro negoziazioni e le loro offerte ai propri clienti. Tenuto conto della natura del mercato
         delle RVM e delle caratteristiche del prodotto stesso, in particolare della trasparenza e della ragionevole prevedibilità
         della domanda di RVM per cliente e per anno, la Commissione ha rilevato che le ricorrenti disponevano delle necessarie conoscenze
         del mercato per avere una stima realistica della domanda approssimativa di ogni singolo cliente.
      
      15      Inoltre, per quanto riguarda le pratiche di sconti, la Commissione ha rilevato, nella decisione impugnata, che i regimi di
         sconto erano adattati al singolo cliente e che le soglie erano fissate in funzione della totalità o di una parte elevata del
         fabbisogno di ciascun singolo cliente. Esse erano stabilite sulla base del fabbisogno stimato del cliente e/o dei volumi di
         acquisti realizzati negli anni precedenti. Orbene, l’incentivo ad acquistare esclusivamente o quasi esclusivamente presso
         le ricorrenti era, secondo la decisione impugnata, particolarmente forte laddove le soglie, quali quelle applicate dalle ricorrenti,
         erano combinate a un meccanismo attraverso il quale il vantaggio connesso al superamento, a seconda dei casi, della soglia
         di bonus o di una soglia di bonus più vantaggiosa si ripercuoteva su tutti gli acquisti effettuati dal cliente durante il
         periodo considerato e non esclusivamente sul volume di acquisti eccedente la soglia di cui trattasi. Per un cliente che avesse
         iniziato ad effettuare i suoi acquisti presso le ricorrenti, ipotesi molto probabile data la forte posizione di queste sul
         mercato, un sistema retroattivo avrebbe generato un forte incentivo a raggiungere la soglia voluta in modo da ridurre il prezzo
         di tutti i suoi acquisti presso le ricorrenti. Tale incentivo aumentava, viene ivi indicato, man mano che il cliente si avvicinava
         alla soglia in questione. Orbene, la Commissione ha constatato che la combinazione di un sistema di sconti retroattivi e con
         una o più soglie corrispondenti all’intero fabbisogno o a una proporzione elevata del fabbisogno rappresentava un notevole
         incentivo ad acquistare la totalità o la quasi totalità delle macchine necessarie presso le ricorrenti e aumentava artificialmente
         il costo connesso al passaggio ad un altro fornitore, perfino per un piccolo numero di unità. La Commissione ha da ciò tratto
         la conclusione che, conformemente alla giurisprudenza, i regimi di sconto di cui trattasi dovevano essere qualificati come
         mezzi di mantenimento della clientela e, quindi, sconti di fedeltà.
      
      16      Infine, dalla decisione impugnata risulta che, benché, come giudicato dalla Corte nelle cause conclusesi con le sentenze del
         Tribunale 30 settembre 2003, Michelin/Commissione (T‑203/01, Racc. pag. II‑4071; in prosieguo: la «sentenza Michelin II»,
         punto 239), e 17 dicembre 2003, British Airways/Commissione (T‑219/99, Racc. pag. II‑5917, punto 293), ai fini dell’accertamento
         di una violazione dell’art. 82 CE sia sufficiente «dimostrare che il comportamento abusivo delle imprese in posizione dominante
         tende a restringere la concorrenza o, in altri termini, che il comportamento è tale da produrre o da poter produrre un effetto
         del genere», la Commissione ha tuttavia completato la sua analisi esaminando i probabili effetti delle pratiche delle ricorrenti
         sul mercato delle RVM. A tale titolo, la decisione impugnata fa presente che durante tutto il periodo esaminato, cioè dal
         1998 al 2002, la quota di mercato delle ricorrenti in ciascuno dei cinque mercati nazionali esaminati si è mantenuta relativamente
         stabile. Allo stesso tempo, la posizione dei loro rivali concorrenti è rimasta alquanto debole e instabile. Uno di questi,
         che ha avuto qualche successo, il denunciante, ha abbandonato il mercato nel 2003 dopo essere riuscito ad acquisire una quota
         del 18% del mercato tedesco nel 2001. Altre società concorrenti che avevano dimostrato di possedere la potenzialità e la capacità
         necessarie per acquisire quote di mercato più grandi sono state eliminate dalle ricorrenti mediante la loro acquisizione da
         parte delle ricorrenti, come la Halton e la Eleiko. Inoltre, secondo la Commissione, la strategia di esclusione praticata
         dalle ricorrenti durante tutto il periodo 1998‑2002 si è tradotta in cambiamenti nelle quote del mercato subordinato e nelle
         vendite degli operatori del mercato. Peraltro, a tenore della decisione impugnata, taluni clienti avevano cominciato ad acquistare
         maggiori quantitativi di prodotti concorrenti, una volta scaduti gli accordi di esclusiva che avevano concluso con le ricorrenti.
         In aggiunta all’assenza di incrementi di efficienza in termini di costi che siano tali da giustificare le pratiche delle ricorrenti,
         non era neanche dato di riscontrare, nella specie, vantaggi per i consumatori. Dalla decisione impugnata risulta così che
         i prezzi delle RVM offerte dalle ricorrenti non sono diminuiti in seguito all’aumento del volume delle vendite, ma, anzi,
         che tali prezzi avevano stagnato, ovvero che erano aumentati durante il periodo oggetto dell’indagine.
      
      IV –  Ammenda
      17      La decisione impugnata precisa che la valutazione della gravità dell’abuso commesso dalle ricorrenti deve tener conto del
         fatto che esse hanno deliberatamente attuato le pratiche di cui trattasi nel quadro della loro politica di esclusione, nonché
         della portata geografica di tale comportamento abusivo, cioè che esso ha coperto il territorio di cinque Stati parti contraenti
         dell’accordo SEE: Germania, Paesi Bassi, Austria, Svezia e Norvegia. Secondo la Commissione, si deve egualmente, per contro,
         prendere in considerazione il fatto che l’infrazione non ha coperto la totalità del periodo sotto esame su tutti i mercati
         nazionali considerati e che nell’ambito di ciascuno di tali mercati la sua intensità può essere variata nel tempo.
      
      18      In particolare, la decisione impugnata, al punto 394, precisa che l’infrazione riguarda i territori e i periodi seguenti:
      
      –        Germania: 1998‑2002
      –        Paesi Bassi: 1998‑2002
      –        Austria: 1999‑2001
      –        Svezia: 1999‑2002
      –        Norvegia: 1998‑2001.
      19      La Commissione ha concluso che si trattava di un’infrazione grave e ha fissato l’importo iniziale dell’ammenda in EUR 16 milioni,
         basandosi sul periodo di cinque anni che va dal 1998 al 2002. L’importo iniziale dell’ammenda è stato maggiorato del 10% per
         ciascun anno completo dell’infrazione. Infine, la decisione impugnata afferma che non esistono circostanze né aggravanti né
         attenuanti.
      
      20      Il dispositivo della decisione impugnata è così formulato:
      
      «Articolo 1
      [Le ricorrenti] hanno violato l’art. 82 [CE] e l’art. 54 dell’accordo SEE nel periodo 1998‑2002, attuando una strategia di
         esclusione sui mercati [tedesco, olandese, austriaco, svedese e norvegese] delle [RVM], attraverso accordi di esclusiva, accordi
         individuali che contenevano impegni in termini di quantitativi da acquistare, o regimi individuali di sconti retroattivi,
         impedendo in tal modo la concorrenza sui mercati.
      
      Articolo 2
      Per l’infrazione di cui sopra, è inflitta un’ammenda di 24 milioni di euro [alle ricorrenti], congiuntamente e in solido.
      (…)».
       Procedimento e conclusioni delle parti
      21      Con atto introduttivo depositato presso la cancelleria del Tribunale il 14 giugno 2006, le ricorrenti hanno proposto il presente
         ricorso.
      
      22      Poiché la composizione delle sezioni del Tribunale è stata modificata, il giudice relatore è stato assegnato alla Quinta Sezione,
         alla quale, di conseguenza, la presente causa è stata attribuita.
      
      23      Su relazione del giudice relatore, il Tribunale (Quinta Sezione) ha deciso di aprire la fase orale. Le difese svolte dalle
         parti e le risposte ai quesiti orali loro rivolti dal Tribunale sono state sentite nel corso dell’udienza del 14 gennaio 2010.
      
      24      Le ricorrenti concludono che il Tribunale voglia:
      
      –        annullare la decisione impugnata; 
      –        in subordine, annullare o ridurre in modo sostanziale l’importo dell’ammenda;
      –        condannare la Commissione alle spese, comprese quelle da loro esposte per la costituzione di una garanzia bancaria, a fronte
         del loro obbligo di pagare l’ammenda.
      
      25      La Commissione conclude che il Tribunale voglia:
      
      –        respingere il ricorso;
      –        condannare le ricorrenti alle spese.
       In diritto
      26      Le ricorrenti deducono sei motivi. I cinque primi motivi sono, in sostanza, intesi a far annullare la decisione impugnata,
         il sesto è inteso a far annullare o ridurre l’ammenda. Con il primo motivo viene dedotto l’uso da parte della Commissione
         di prove manifestamente inesatte e poco affidabili per constatare che le ricorrenti conducevano una politica di esclusione.
         Il secondo motivo deduce l’errore manifesto di valutazione nel quale la Commissione sarebbe incorsa nel considerare che le
         pratiche delle ricorrenti erano atte a eliminare la concorrenza e l’assenza di motivazione. Il terzo motivo deduce l’esistenza
         di errori manifesti nella valutazione da parte della Commissione della questione se le pratiche considerate eliminassero effettivamente
         la concorrenza. Con il quarto motivo viene dedotto l’errore manifesto di diritto che sarebbe dato dalla qualificazione delle
         pratiche delle ricorrenti come di per sé illegali. Con il quinto motivo viene dedotto l’errore manifesto nel quale sarebbe
         incorsa la Commissione nel ritenere che impegni non vincolanti potessero violare l’art. 82 CE. Infine, il sesto motivo deduce
         la violazione dei principi di proporzionalità e di non discriminazione nell’infliggere l’ammenda.
      
       I – Sulle conclusioni intese all’annullamento della decisione impugnata
      A –  Sul primo motivo, relativo all’uso di prove manifestamente inesatte e poco affidabili per constatare la politica di esclusione
            e per dimostrare l’esistenza e determinare il contenuto di taluni accordi tra le ricorrenti e i loro clienti
      27      Questo motivo si articola su due parti. In primo luogo, le ricorrenti sostengono che la decisione impugnata non contiene elementi
         di prova affidabili atti a dimostrare che esse hanno concepito una strategia intesa ad eliminare la concorrenza. In secondo
         luogo, le ricorrenti sostengono che la decisione impugnata riposa su elementi di prova inesatti e poco affidabili per dimostrare
         l’esistenza e il contenuto di almeno 26 dei 49 accordi ai quali la decisione impugnata fa riferimento.
      
      1.     Sulla prima parte, relativa all’assenza di elementi di prova affidabili atti a dimostrare l’esistenza di una politica di esclusione
      a)     Argomenti delle parti
      28      In primo luogo, le ricorrenti contestano l’utilizzo in quanto prova da parte della Commissione della loro corrispondenza interna.
         A questo titolo, le ricorrenti sostengono che i documenti raccolti dalla Commissione non hanno nessi tra loro e sono avulsi
         completamente dal loro contesto. Inoltre, le ricorrenti assumono che la Commissione ha pretermesso elementi di prova che,
         al contrario, dimostrano che esse avevano l’intenzione di attenersi al gioco normale della concorrenza con i loro concorrenti.
         Le ricorrenti sostengono che la decisione impugnata non tiene conto dei documenti che esprimono la loro intenzione di avvalersi
         di mezzi di concorrenza legittimi.
      
      29      In secondo luogo, le ricorrenti dichiarano di constatare che la Commissione, nella decisione impugnata, non ha esaminato la
         questione se il gruppo Tomra abbia avuto successo sul mercato delle RVM tra il 1998 e il 2002 dato che, dal 1997 al 2001,
         è stato l’unico fornitore di RVM dotate di «una nuova tecnologia rivoluzionaria». Secondo le ricorrenti, ciò costituisce un
         errore idoneo a comportare l’annullamento della decisione impugnata: il loro vantaggio concorrenziale era la loro tecnologia
         e proprio sulla base di tale vantaggio esse avrebbero deciso di operare sul mercato.
      
      30      In terzo luogo, le ricorrenti fanno presente che, nell’invocare gli accordi assertivamente anticoncorrenziali di per sé come
         prove di una strategia di esclusione, la Commissione argomenta chiudendosi in un circolo vizioso, perché, a più riprese in
         altri punti della decisione impugnata, menziona la loro strategia di esclusione per dimostrare che i medesimi accordi erano
         anticoncorrenziali. Tali accordi, di conseguenza, non potrebbero servire come prova di una strategia di esclusione. Anche
         se la Commissione fosse stata in grado di fornire esempi di accordi in violazione dell’art. 82 CE, non avrebbe purtuttavia
         offerto spiegazioni circa il modo con cui tale fatto confermerebbe una politica al livello dell’intera impresa intesa ad escludere
         la concorrenza tra il 1998 e il 2002.
      
      31      In quarto luogo, le ricorrenti affermano che la Commissione nella decisione impugnata, da un lato, non prende in considerazione
         i loro procedimenti per violazione di brevetto o le loro acquisizioni come facenti parte dell’infrazione e, dall’altro lato,
         considera invece che tali procedimenti e tali acquisizioni rappresentano fattori che dimostrano la politica di esclusione
         da esse perseguita. Tuttavia, la Commissione non avrebbe presentato la minima prova che dimostri che la salvaguardia da parte
         delle ricorrenti dei loro brevetti o le loro pratiche di cooperazione con altre società o di acquisizione di queste ultime
         abbiano messo alla luce una strategia di esclusione. In particolare, le ricorrenti sostengono che, in base alla costante giurisprudenza,
         secondo cui l’esistenza di diritti di proprietà industriali non viola il diritto della concorrenza, a meno che non sia vessatoria,
         un tentativo di far convalidare un brevetto o un altro diritto di proprietà industriale dinanzi a giudici nazionali non può
         violare il diritto comunitario di concorrenza.
      
      32      La Commissione contesta gli argomenti dedotti dalle ricorrenti.
      
      b)     Giudizio del Tribunale
      33      Si deve, innanzitutto, rilevare che la decisione impugnata, ai punti 97 e seguenti, riassume quanto la Commissione ha considerato
         come politica anticoncorrenziale delle ricorrenti. A tal riguardo afferma quanto segue:
      
      «La strategia [del gruppo] Tomra si basava su una politica volta a preservare la sua posizione dominante e le sue quote di
         mercato attraverso mezzi consistenti, in particolare, i) nell’impedire l’entrata sul mercato di nuovi operatori, (...) nel
         mantenere piccola la dimensione dei concorrenti limitandone la possibilità di crescita (...) nel finire per indebolire o eliminare,
         o mediante acquisizioni, o in altri modi, [in particolare] i concorrenti che [il gruppo] Tomra considerava possedessero il
         potenziale per diventare rivali più agguerriti. Per conseguire tale obiettivo, [il gruppo] Tomra ha fatto ricorso a varie
         pratiche anticoncorrenziali, inclusi accordi di esclusiva e accordi preferenziali di fornitura, nonché accordi contenenti
         impegni in termini di quantità oppure regimi di sconti retroattivi personalizzati».
      
      34      La decisione impugnata precisa poi che «[l]a strategia globale [del gruppo] Tomra non solo è confermata dalle diverse pratiche
         utilizzate dal gruppo, [ma] era stata anche ampliamente discussa nell’ambito del gruppo in varie riprese, sia nel corso di
         riunioni e di conferenze che in occasione di scambi di corrispondenza, ad esempio, di posta elettronica».
      
      35      Si deve, pertanto, rilevare che la Commissione, dopo aver menzionato varie pratiche anticoncorrenziali utilizzate dalle ricorrenti,
         ha, giustamente, esaminato la documentazione interna delle ricorrenti. Tale documentazione di una società può indicare se
         l’esclusione della concorrenza era prevista o, al contrario, suggerire una spiegazione diversa delle pratiche esaminate. Nella
         specie, la corrispondenza interna delle ricorrenti ha consentito alla Commissione di situare le loro pratiche nel loro contesto
         e di corroborare la sua valutazione di queste stesse pratiche. Inoltre, si deve aggiungere che le conclusioni della Commissione
         esposte nella decisione impugnata non sono mai fondate soltanto sull’uno o sull’altro documento singolarmente considerato,
         ma su tutta una serie di elementi differenti.
      
      36      In primo luogo, per quanto riguarda l’affermazione secondo la quale la decisione impugnata darebbe adito all’ipotesi che la
         Commissione non abbia tenuto conto di documenti che esprimono l’intenzione delle ricorrenti di utilizzare mezzi di concorrenza
         legittimi, si deve osservare che è assolutamente normale che la decisione impugnata faccia principalmente menzione del comportamento
         anticoncorrenziale delle ricorrenti e non delle loro azioni lecite, dato che è esattamente siffatto comportamento ciò che
         la Commissione deve accertare. Si deve, del resto, sottolineare che la decisione impugnata non nasconde la circostanza che
         taluni documenti interni delle ricorrenti menzionano anche altri metodi del tutto legittimi di attenersi al gioco della concorrenza
         (v., per esempio, punto 100 della decisione impugnata).
      
      37      In secondo luogo, per quanto riguarda l’asserito vantaggio tecnologico delle ricorrenti, si deve rilevare che la menzione
         nella decisione impugnata di tale vantaggio non avrebbe avuto alcun impatto sulle conclusioni della Commissione. Infatti,
         le ricorrenti non dimostrano in quale modo la tecnologia da esse sviluppata avrebbe potuto essere utile per giustificare le
         loro pratiche. Per altro, se tale tecnologia fosse stata effettivamente a tal punto nettamente superiore a quella dei loro
         concorrenti che i clienti non avrebbero, comunque, mai acquistato i prodotti di questi ultimi, diventa ancora più difficile
         giustificare il ricorso ad accordi di esclusiva, nonché ad impegni in termini di quantità e ad altri sistemi di sconti retroattivi
         personalizzati.
      
      38      In terzo luogo, per quanto riguarda l’asserito ragionamento a circolo vizioso della Commissione nella decisione impugnata
         circa il rapporto tra gli accordi anticoncorrenziali e la politica di esclusione, si deve rilevare che, secondo una costante
         giurisprudenza, la nozione di sfruttamento abusivo di posizione dominante è una nozione oggettiva che riguarda il comportamento
         dell’impresa in posizione dominante atto ad influire sulla struttura di un mercato in cui, proprio per il fatto che vi opera
         detta impresa, il grado di concorrenza è già indebolito e che ha come effetto di ostacolare, ricorrendo a mezzi diversi da
         quelli su cui si impernia la concorrenza normale tra prodotti o servizi, fondata sulle prestazioni degli operatori economici,
         la conservazione del grado di concorrenza ancora esistente sul mercato o lo sviluppo di detta concorrenza (sentenza della
         Corte 13 febbraio 1979, causa 85/76, Hoffmann-La Roche/Commissione, Racc. pag. 461, punto 91, e sentenza del Tribunale 14
         dicembre 2005, causa T‑210/01, General Electric/Commissione, Racc. pag. II‑5575, punto 549).
      
      39      In applicazione di tale giurisprudenza, la Commissione, ai punti 97 e seguenti della decisione impugnata, ha stabilito che
         le pratiche delle ricorrenti, esaminate nel loro contesto e combinate con una serie di altri elementi, ivi compresi i documenti
         interni delle ricorrenti, erano tali da escludere la concorrenza. Di conseguenza, contrariamente a quanto sostenuto dalle
         ricorrenti, la Commissione non si è affatto fondata in modo esclusivo sull’intenzione o sulla politica delle ricorrenti per
         giustificare la sua conclusione circa l’esistenza di una violazione del diritto della concorrenza.
      
      40      Infine, per quanto riguarda i procedimenti per violazione di brevetto e le acquisizioni delle ricorrenti, basta rilevare che
         la decisione impugnata, ai punti 106 e 107, fa chiaramente presente che tali pratiche non rientrano nell’abuso di posizione
         dominante. Si tratta, pertanto, unicamente di fatti pertinenti che consentono di collocare le pratiche delle ricorrenti nel
         loro contesto, ma che non hanno alcun impatto sulla constatazione dell’infrazione.
      
      41      La prima parte del primo motivo va, pertanto, respinta.
      
      2.     Sulla seconda parte, relativa all’uso di prove inesatte e poco affidabili per dimostrare l’esistenza e determinare il contenuto
         di taluni degli accordi tra le ricorrenti e i loro clienti
      
      42      Questa parte può essere divisa in quattro sottoparti. La prima sottoparte verte sugli accordi di esclusiva anteriori al 1998,
         la seconda riguarda gli accordi che designano le ricorrenti come «il fornitore preferito, principale o primo fornitore», la
         terza sottoparte riguarda gli impegni in termini di quantità e i meccanismi di sconti retroattivi personalizzati e, infine,
         la quarta sottoparte verte su una parte dei contratti relativi a quattro dei cinque paesi esaminati nella decisione impugnata,
         contratti che, secondo le ricorrenti, sono stati valutati in modo incoerente dalla Commissione.
      
      a)     Sugli accordi di esclusiva anteriori al 1998
       Argomenti delle parti
      43      Le ricorrenti sottolineano il fatto che 9 dei 21 accordi di esclusiva sono anteriori al periodo coperto dalla decisione impugnata
         (1998‑2002) e non possono quindi aver contribuito all’esclusione dei concorrenti durante tale periodo. Le ricorrenti da ciò
         concludono che tali 9 accordi non dovevano essere menzionati nella decisione impugnata e dovevano altresì essere esclusi dal
         calcolo dell’ammenda.
      
      44      Anche se la Commissione afferma, nel suo controricorso, che non ha preso in considerazione nella sua valutazione alcuni di
         tali accordi, le ricorrenti si chiedono per quale ragione essi figurino nella decisione impugnata al punto 296, come se fossero
         pertinenti.
      
      45      La Commissione contesta gli argomenti dedotti dalle ricorrenti.
      
       Giudizio del Tribunale
      46      Si deve a questo proposito considerare che, in effetti, 9 degli accordi di esclusiva (cioè gli accordi conclusi con l’AS Butikkdrift
         per il 1995 e il 1996, la Kiwi Minipris Norge per il 1996, la Køff Hedmark per il 1996, la Rema 1000 per il 1996, l’AKA/Spar
         Norge per il mese di agosto 1997, la Rewe Wiesloch e la Rewe Hungen per il 1997, la De Boer Unigro per il 1997 e la Samenwekende
         van den Broek Bedrijven per il 1997) menzionati al punto 296 della decisione impugnata come accordi conclusi in violazione
         degli artt. 82 CE e dell’art. 54 dell’Accordo SEE riguardano un periodo anteriore a quello coperto dalla decisione impugnata
         (1998‑2002). È, pertanto, evidente che la Commissione è incorsa in errore menzionando tali accordi in tale punto della decisione,
         circostanza questa peraltro ammessa dalla Commissione stessa nelle sue memorie.
      
      47      Si deve, tuttavia, osservare che, da un lato, il calcolo dell’ammenda non ha preso in considerazione alcun fatto anteriore
         al 1998 e, dall’altro lato, che la Commissione afferma, senza essere contraddetta dalle ricorrenti, che gli accordi applicabili
         prima del 1998 non erano mai stati presi in considerazione nella valutazione da lei operata della parte della domanda che
         non poteva essere conquistata dai concorrenti delle ricorrenti e che, pertanto, le constatazioni relative alla politica di
         esclusione sono del tutto indipendenti da tali nove accordi.
      
      48      La lettura di altre parti della decisione impugnata nel suo insieme consente di rimuovere ogni ambiguità a tal riguardo (v.,
         per esempio, i punti 134, 159, 166, 242, 264, 269, 374, 417 e 418 della decisione impugnata) e di considerare che la Commissione
         non ha mai, in nessuna circostanza, preso in considerazione una qualsivoglia infrazione precedente al 1998. Da ciò consegue
         che tale censura non può essere accolta.
      
      b)     Sugli accordi che designano le ricorrenti come «fornitore preferito, principale o primo fornitore»
       Argomenti delle parti
      49      Le ricorrenti affermano che la Commissione ha «automaticamente» qualificato come accordi di esclusiva gli accordi con i quali
         il cliente si impegnava a mantenere le ricorrenti come «fornitore preferenziale, principale o primo fornitore», mentre tali
         termini sono troppo vaghi perché gli accordi possano essere qualificati esclusivi secondo il diritto in materia di contratti.
         Per di più, la Commissione li avrebbe considerati esclusivi, nonostante che i clienti qui considerati abbiano acquistato RVM
         presso concorrenti delle ricorrenti nel corso dell’asserito contratto esclusivo e che questi stessi clienti avessero affermato
         che di fatto gli accordi non erano esclusivi.
      
      50      Secondo le ricorrenti, la Commissione, nella decisione impugnata, ha trascurato di analizzare se dal punto di vista del diritto
         nazionale in materia di contratti sia stato posto in essere un diritto di esclusiva eseguibile. Infatti, la decisione impugnata
         non conterrebbe alcuna analisi dei contratti sulla base della normativa nazionale. La decisione impugnata e le richieste di
         informazioni inviate dalla Commissione prima della sua adozione porrebbero sullo stesso piano contratti vaghi, che non creano
         obblighi contrattuali vincolanti ed eseguibili, e contratti formali eseguibili. Le ricorrenti sostengono che, se ciò pare
         concepibile nel contesto di un’intesa ai sensi dell’art. 81 CE, ciò non ricorre nel quadro di un accordo di esclusiva ai sensi
         dell’art. 82 CE. Salvo che il suo rispetto non possa essere imposto sulla base del diritto nazionale in materia di contratti,
         un obbligo di esclusiva non impedisce che un concorrente venda al cliente né che il cliente accetti l’offerta. Parimenti,
         non potrebbe produrre alcun effetto dissuasivo ex ante sui clienti.
      
      51      Inoltre, la decisione impugnata menzionerebbe, a sostegno delle conclusioni della Commissione circa lo statuto contrattuale dei documenti, prove prive di pertinenza, come
         memorandum interni delle ricorrenti, comunicati stampa o la relazione annuale del gruppo Tomra, che sono essi pure dichiarazioni
         unilaterali di quest’ultimo, alle quali il cliente non ha aderito. La Commissione non avrebbe effettuato alcuna analisi del
         valore probatorio di tali dichiarazioni con riferimento al diritto nazionale applicabile ai contratti.
      
      52      Infine, le ricorrenti sostengono che gli accordi stipulati con i due gruppi di acquisto Superunie (accordo concluso nei Paesi
         Bassi, nel 2001) e ICA/Hakon (accordo concluso in Svezia e in Norvegia, per il periodo 2000‑2002) non imponevano giuridicamente
         agli affiliati di tali gruppi di acquistare RVM solo presso le ricorrenti stesse e che non vi è alcuna prova che tali accordi
         abbiano esercitato fortemente «una pressione o costituito un forte incentivo» affinché i dettaglianti indipendenti acquistassero
         tutte le loro RVM presso di loro.
      
      53      In particolare, le ricorrenti, per quanto riguarda l’accordo concluso con la Superunie, sostengono che la decisione impugnata
         non offre alcuna prova che consenta di considerare come tale accordo potesse vincolare i magazzini indipendenti membri della
         Superunie per costringerli ad acquistare 130 RVM presso di loro. A questo proposito, la Commissione avrebbe piuttosto invertito
         l’onere della prova affermando che «non vi [erano] prove che suggeri[ssero] che i membri individuali non si sentivano vincolati
         (…)» dall’accordo. Se i membri avessero potuto concludere un migliore affare presso un concorrente delle ricorrenti, la Commissione
         non avrebbe cercato, secondo le ricorrenti, di dare spiegazioni sul perché i membri decidevano cionondimeno di acquistare
         presso di loro, in forza di un accordo non vincolante concluso con il livello centrale della loro organizzazione.
      
      54      La Commissione contesta gli argomenti dedotti dalle ricorrenti.
      
       Giudizio del Tribunale
      55      Si deve innanzitutto contestare l’affermazione delle ricorrenti secondo la quale la Commissione avrebbe qualificato «automaticamente»
         come accordi di esclusiva gli accordi con i quali il cliente si impegnava a mantenere le ricorrenti come «fornitore preferenziale,
         principale o primo fornitore». I punti 114‑122 nonché 286 e seguenti della decisione impugnata depongono peraltro in senso
         contrario, dato che spiegano nei dettagli l’approccio e le constatazioni della Commissione a questo proposito.
      
      56      Inoltre, se è vero che taluni clienti cercavano di includere nei contratti di «fornitore preferenziale» una clausola che consentisse
         loro di acquistare apparecchi concorrenti «a fini di prova», ciò conforta la conclusione secondo la quale tali contratti erano
         concepiti come esclusivi e la possibilità di acquistare apparecchi concorrenti era un’eccezione limitata soltanto alla prova
         di tali macchine.
      
      57      Peraltro, è sulla base degli elementi di prova disponibili circa l’intenzione delle parti che la Commissione, nella decisione
         impugnata, ha qualificato come esclusivi i contratti di «fornitore preferenziale». Tali elementi di prova dimostrano che detti
         contratti contemplavano in effetti l’esclusiva e come tali erano intesi, a prescindere dalla questione della loro eseguibilità
         nel diritto nazionale in materia di contratti.
      
      58      Il contratto con la Royal Ahold, per esempio, qualifica il gruppo Tomra come «fornitore principale». Il presidente della Tomra
         Systems ASA, nel corso delle trattative con tale cliente, aveva tuttavia dichiarato (v. il punto 139 e la nota a piè di pagina
         n. 267 della decisione impugnata) quanto segue:
      
      «[N]oi preferiamo pertanto che [il gruppo] Tomra sia designata come il fornitore “esclusivo” mondiale dei servizi subordinati
         alle macchine per la restituzione di vuoti alla Ahold. Parole diverse da “esclusivo” potrebbero essere inventate per esprimere
         l’intenzione di fondo delle parti. Tuttavia, indipendentemente dalla scelta dei termini, l’accordo quale da noi negoziato
         in ogni momento è che [il gruppo] Tomra deve avere il diritto di installare le macchine (...) in ogni nuovo magazzino che
         necessiti di macchine per la restituzione di vuoti e (...,) allo scadere degli accordi esistenti, in ogni magazzino attualmente
         servito da un altro fornitore di macchine per la restituzione di vuoti».
      
      59      Per quanto riguarda l’affermazione delle ricorrenti circa il fatto che la Commissione, nella decisione impugnata, non avrebbe
         analizzato il carattere esclusivo dei contratti sulla base della legislazione nazionale applicabile, va ricordato che non
         è necessario che le pratiche di un’impresa in posizione dominante vincolino gli acquirenti con un obbligo formale per dimostrare
         che esse costituiscono uno sfruttamento abusivo di una posizione dominante ai sensi dell’art. 82 CE. È sufficiente che tali
         pratiche implichino un incentivo nei confronti dei clienti a non passare per fornitori concorrenti e a rifornirsi per la totalità
         o per una parte considerevole del loro fabbisogno esclusivamente presso la detta impresa (v., in tal senso, sentenza della
         Corte 13 febbraio 1979, causa 85/76, Hoffmann-La Roche/Commissione, cit., punti 89 e 90).
      
      60      Si deve, a questo proposito, rilevare che, sovente, gli accordi in considerazione non solo qualificavano il gruppo Tomra come
         «fornitore preferenziale, principale o primo fornitore» del cliente di cui trattasi, ma contenevano anche impegni in termini
         quantitativi o sconti retroattivi progressivi subordinati all’acquisto di un certo volume. Gli accordi per gli anni 2000‑2002
         conclusi con il gruppo olandese Royal Ahold e con l’ICA/Hakon/Ahold per la Svezia e la Norvegia costituiscono esempi di questo
         tipo di accordi.
      
      61      Infine, per quanto riguarda accordi conclusi tra le ricorrenti e centrali di acquisto come la Superunie e l’ICA/Hakon, si
         deve rilevare, da un lato, che le ricorrenti non contestano che tali accordi rivestivano carattere vincolante per le centrali
         di acquisto che le avevano sottoscritte e, dall’altro lato, che la questione se essi influissero anche sul comportamento di
         acquirente dei loro membri non dipende da un’analisi formale.
      
      62      Si deve, infatti, rilevare, alla stregua della Commissione, che, qualora le condizioni negoziate dipendano da obiettivi di
         acquisti in termini quantitativi da parte della centrale nel suo insieme, inerisce al negoziato stesso di un siffatto tipo
         di contratto che questo stesso contratto incentiverà i membri della centrale ad effettuare acquisti al fine di raggiungere
         l’obiettivo fissato.
      
      63      Peraltro, la circostanza che l’obiettivo di acquisti fissato dal contratto concluso con l’ICA Ahold/Hakon è stato raggiunto
         (v. punto 171 della decisione impugnata) sta a dimostrare a che punto l’organizzazione centrale di acquisto aveva il potere
         di influire sui comportamenti dei dettaglianti indipendenti.
      
      64      Peraltro, l’accordo con la Superunie menzionava espressamente ciascuno dei diversi aderenti e il numero di apparecchi che
         ciascuno di essi si presumeva avrebbe acquistato (v. allegato A‑15 al ricorso).
      
      65      Si deve, infine, rilevare, come giustamente sottolineato dalla Commissione, che effettivamente dagli atti emergono varie indicazioni
         che dimostrano che il rispetto dell’accordo era strettamente sorvegliato e che pressioni erano esercitate sui distributori
         indipendenti.
      
      66      Si deve a questo proposito menzionare, a titolo di esempio, la lettera 16 febbraio 2001 indirizzata dalla Tomra Europe alla
         ICA Ahold in merito all’accordo del 13 ottobre 2000, che esprime le inquietudini delle ricorrenti circa il ritmo degli acquisti
         della ICA in forza dell’accordo, e che ricorda che la ICA «si è impegnata a fare del suo meglio a livello centrale per sostenere
         [il gruppo] Tomra in tutta la sua catena di magazzini e per incoraggiare i suoi operatori in franchising ad accelerare la
         sostituzione di vecchi apparecchi e a restare al 100% fedele a tale accordo». La lettera precisa che il sostegno centrale
         della ICA «non è stato palesemente efficace finora», e che la comunicazione da parte della ICA degli incentivi offerti in
         forza dell’accordo ai suoi operatori in franchising non è stata sufficiente. La Tomra Europe invitava quindi l’ICA a prendere
         misure urgenti per dare esecuzione al piano conformemente all’accordo.
      
      67      Alla luce di quanto sopra precede, tale motivo delle ricorrenti dev’essere pertanto respinto.
      
      c)     Sugli impegni personalizzati in materia di quantitativi e i meccanismi individuali di sconti retroattivi
       Argomenti delle parti
      68      Le ricorrenti assumono che non è assolutamente dimostrato che esse fossero state in grado di stimare con precisione il fabbisogno
         del cliente.
      
      69      Sostengono, in primo luogo, che la Commissione nella decisione impugnata ammette che i clienti non le informavano del volume
         del loro fabbisogno totale o quasi totale di RVM durante il periodo contrattuale.
      
      70      In secondo luogo, esse sostengono che, se la domanda di RVM fosse stata non ricorrente e irregolare come affermato nella decisione
         impugnata, allora il numero di RVM che un cliente acquistava durante l’anno precedente non poteva consentire loro di stimare
         la domanda totale o quasi totale del medesimo cliente per l’anno successivo.
      
      71      Le ricorrenti contestano per di più l’affermazione della Commissione secondo cui la domanda di ciascun cliente sarebbe facilmente
         prevedibile «poiché essa è creata o aumentata mediante l’introduzione di sistemi di restituzione obbligatoria». A questo proposito
         le ricorrenti fanno presente che nessuno dei cinque Stati dove si sono verificate le asserite infrazioni ha introdotto un
         sistema di restituzione obbligatoria tra il 1998 e il 2002.
      
      72      In terzo luogo, la Commissione avrebbe indirettamente riconosciuto che le ricorrenti non erano capaci di stimare il fabbisogno
         totale o quasi totale dei loro clienti di RVM, cancellando, in quanto segreti d’affari, tutte le cifre inerenti direttamente
         o indirettamente agli acquisti annui storici di RVM, e questo nell’integralità della decisione impugnata.
      
      73      Infine, le ricorrenti affermano che era raro che gli impegni e gli obiettivi in termini quantitativi coincidevano con gli
         acquisti effettivi dei clienti. Gli acquisti effettivi erano o molto inferiori, o molto superiori all’impegno relativo agli
         asseriti quantitativi, mentre il cliente acquistava egualmente RVM presso loro concorrenti. A sostegno di tale affermazione,
         le ricorrenti producono una relazione preparata da economisti che hanno rilevato gli acquisti realmente effettuati da ciascun
         cliente pertinente e li hanno confrontati con gli impegni sui quantitativi allegati.
      
      74      Le ricorrenti fanno presente che le constatazioni empiriche di tale relazione mostrano che gli acquisti effettivi di RVM sono
         stati sistematicamente più importanti dei quantitativi contrattuali. Ciò sarebbe dovuto al fatto che le ricorrenti erano in
         grado di offrire una tecnologia rivoluzionaria, della quale i clienti volevano per forza disporre nei loro punti di vendita.
         Ciò non si concilierebbe per contro con la decisione impugnata (v. punto 123), laddove viene affermato che gli acquisti previsti
         negli accordi corrispondevano «integralmente o pressoché» al numero di RVM che il cliente finiva per acquistare nel corso
         del periodo contrattuale.
      
      75      La Commissione contesta gli argomenti dedotti dalle ricorrenti.
      
       Giudizio del Tribunale
      76      Per quanto riguarda gli impegni in materia di quantitativi personalizzati e i sistemi individuali di sconti retroattivi, le
         ricorrenti assumono che nulla dimostra che esse siano state in grado, durante il periodo esaminato, di stimare in concreto
         il fabbisogno di RVM dei clienti. Orbene, secondo le ricorrenti, l’illegalità di tale tipo di pratiche dipende proprio dalla
         capacità del fornitore di stimare il fabbisogno dei clienti.
      
      77      Si deve rilevare, in limine, che la Commissione, nella decisione impugnata, ha effettivamente considerato che gli impegni
         sui quantitativi e i meccanismi di sconto erano stati personalizzati per ciascun cliente e che le soglie avevano come riferimento
         il fabbisogno totale di un cliente o di una grande parte di esso (v., per esempio, punto 319 della decisione impugnata).
      
      78      Può, pertanto, affermarsi, come fanno le ricorrenti, che la decisione impugnata, per quanto riguarda la tesi relativa agli
         impegni sui quantitativi e ai meccanismi di sconto ivi esposti, si basa sulla circostanza che le ricorrenti erano in grado
         di personalizzare tale tipo di accordi conoscendo il fabbisogno di ciascun cliente. Orbene, l’argomento delle ricorrenti è
         dedotto dalla circostanza che esse non erano in realtà capaci di stimare con esattezza il fabbisogno dei clienti e, quindi,
         che la Commissione non poteva parlare di accordi personalizzati. Si deve, pertanto, verificare se la Commissione sia incorsa
         in errore a tal proposito.
      
      79      In primo luogo, si deve rilevare che il cliente indicava talvolta una previsione circa la propria domanda futura, come nel
         contesto dell’accordo con la Rimi Svenska. Inoltre, nella loro risposta alla comunicazione degli addebiti, le ricorrenti sostengono
         che, durante la fase di negoziazione del contratto, «[era] normale e necessario che le due parti avessero un’idea approssimativa
         del quantitativo, cioè del numero di unità che poteva costituire l’oggetto del contratto».
      
      80      In secondo luogo, l’affermazione delle ricorrenti secondo la quale la Commissione avrebbe constatato che gli obiettivi erano
         fissati sulla base delle passate soglie acquisti è errata. Al contrario, la Commissione, nella decisione impugnata, ha, giustamente,
         considerato che, viste le caratteristiche del mercato delle RVM, la domanda di ciascun cliente era relativamente facile da
         prevedersi. Per prevedere i fabbisogni futuri dei lori clienti, le ricorrenti avevano a loro disposizione vari elementi: le
         indicazioni fornite dai clienti stessi, gli acquisti fatti dai clienti nel corso dell’anno precedente o di anni precedenti,
         i dati trasparenti sui fattori più pertinenti (numero e dimensione dei punti vendita, esistenza o prevedibile istituzione
         di un sistema di restituzione) nonché gli studi di mercato effettuati dalle ricorrenti stesse sulla base della loro conoscenza
         approfondita del mercato (v. punto 298 della decisione impugnata).
      
      81      In particolare, per quanto riguarda l’argomento delle ricorrenti secondo cui nessuno tra i cinque paesi interessati dalla
         decisione impugnata ha introdotto un sistema di restituzione obbligatoria tra il 1998 e il 2002, si deve rilevare che la domanda
         di RVM è aumentata in previsione dell’introduzione di un sistema di restituzione, come si è verificato in Germania durante
         il periodo 2000‑2001, anche se il sistema è stato effettivamente introdotto solo alla fine del 2002 (v. punti 188, 219 e 221
         della decisione impugnata). Altrettanto dicasi dei sistemi «volontari» di raccolta di contenitori di bibite usati, come quelli
         esistenti in Norvegia, che hanno anch’essi avuto un’incidenza manifesta e prevedibile sulla domanda di RVM (v. punto 242 della
         decisione impugnata).
      
      82      Da ciò consegue che, contrariamente a quanto sostenuto dalle ricorrenti, una domanda «non ricorrente» e «irregolare» può cionondimeno
         essere facile da prevedersi, come nel caso di specie.
      
      83      Per quanto riguarda il trattamento riservato, nella decisione impugnata, delle informazioni dei clienti circa acquisti effettuati
         presso fornitori concorrenti, si deve osservare che questa circostanza non può consentire di concludere che le ricorrenti
         non erano in grado di fare stime circa la domanda dei loro clienti. La domanda di riservatezza dei clienti sta ad indicare
         semplicemente che essi non volevano rivelare alle ricorrenti gli acquisti che essi avevano effettuato presso concorrenti.
      
      84      Infine, per quanto riguarda la mancanza di correlazione sistematica tra gli asseriti impegni sui quantitativi e gli acquisti
         effettivamente realizzati dai clienti, si deve rilevare che lo studio fornito dalle ricorrenti riposa su un’erronea lettura
         della decisione impugnata. Infatti, la decisione impugnata indica che i contratti di cui trattasi in genere corrispondevano
         alla totalità o ad una porzione elevata del fabbisogno effettivo dei clienti durante un determinato periodo contrattuale e
         non che gli impegni sui quantitativi dovevano corrispondere esattamente all’effettiva domanda totale quale osservata ex post
         (v. punti 102, 108, 123, 124 e 127 della decisione impugnata).
      
      85      Inoltre, la decisione impugnata precisa che, quando gli obiettivi fissati dagli accordi non corrispondevano al fabbisogno
         totale del cliente, essi corrispondevano almeno a un valore collocantesi tra il 75% e l’80% della sua domanda totale (v.,
         per esempio, punto 159 della decisione impugnata).
      
      86      Comunque, si deve rilevare che lo studio statistico presentato dalle ricorrenti sembra confermare la tesi sulla quale si fonda
         la decisione impugnata. Infatti, l’analisi effettuata a posteriori dalle ricorrenti mostra, in sostanza, che i volumi degli
         acquisti effettivi sono nella maggior parte dei casi leggermente superiori ai volumi previsti dagli impegni quantitativi.
         Tale constatazione è confermata dalla tabella comparativa fornita dalla Commissione dove gli impegni quantitativi e gli sconti
         per obiettivo praticati sono comparati con gli acquisti realmente effettuati dai clienti.
      
      87      Alla luce di quanto sopra considerato, anche tale motivo delle ricorrenti dev’essere respinto.
      
      d)     Sulla valutazione di taluni contratti conclusi nel territorio della Germania, dei Paesi Bassi, della Svezia e della Norvegia
      88      Le ricorrenti sostengono che, per quattro dei cinque paesi nel cui territorio l’infrazione sarebbe stata commessa, la maggior
         parte dei contratti menzionati nella decisione impugnata sono stati valutati in modo incoerente. Tali contratti non avrebbero,
         pertanto, dovuto essere stati presi in considerazione dalla Commissione e tale motivo sarebbe sufficiente per giustificare
         l’annullamento della decisione impugnata. Le ricorrenti non contestano l’analisi dei contratti in Austria. Il primo motivo
         del ricorso non riguarda pertanto tale mercato.
      
      89      Occorre, pertanto, esaminare qui di seguito le censure relative ai contratti riguardanti la Germania, i Paesi Bassi, la Svezia
         e la Norvegia.
      
       Germania
      90      Le ricorrenti sostengono che oltre la metà degli accordi riguardanti la Germania invocati dalla Commissione non esistevano
         o non comprendevano clausole di esclusiva, impegni in termini quantitativi o sconti retroattivi.
      
      91      La Commissione contesta gli argomenti dedotti dalle ricorrenti.
      
      –       Edeka Bayern-Sachsen-Thüringen (1998‑1999)
      92      Le ricorrenti affermano che tale contratto non era esclusivo e che prevedeva soltanto che il cliente dovesse acquistare RVM
         presso di loro in modo concentrato. Il cliente era tuttavia autorizzato a provare apparecchi concorrenti nonché ad acquistarli
         se essi presentavano vantaggi significativi.
      
      93      Le ricorrenti aggiungono che la Commissione non fornisce la prova che l’accordo potrebbe essere qualificato esclusivo.
      
      94      Si deve rilevare che, contrariamente a quanto affermato dalle ricorrenti, l’accordo era concepito fin dall’origine come un
         accordo di esclusiva. Un contatto verbale tra le due società, il cui contenuto è stato diffuso per posta elettronica in seno
         alla filiale tedesca del gruppo Tomra, corrobora tale argomento.
      
      95      Inoltre, si deve sottolineare che, quando un accordo non è esclusivo, il cliente resta libero delle sue scelte e può acquistare
         presso qualsiasi concorrente. Non è necessario normalmente che il cliente dimostri che il concorrente possiede un «vantaggio
         significativo», come avviene nel caso di specie.
      
      96      Per quanto riguarda l’argomento che deduce che l’accordo in esame prevede che l’Edeka Bayern-Sachsen-Thüringen possa effettivamente
         provare apparecchi di concorrenti delle ricorrenti, si deve considerare che un cliente, affinché ordini apparecchi ad un nuovo
         fornitore, deve averli provati per un certo periodo di tempo; un periodo di esclusiva non è pertanto incompatibile con il
         fatto di riservarsi il diritto di provare apparecchi concorrenti. Peraltro, un contratto che non è esclusivo non contiene,
         in linea di principio, una siffatta clausola.
      
      97      Si deve, pertanto, rilevare che, come giustamente sottolineato dalla Commissione, un contratto non contiene normalmente clausole
         che inquadrino o orientino le scelte di acquisto operate dal cliente. Infatti, clausole quali quelle che lasciano la possibilità
         al cliente di effettuare prove sugli apparecchi concorrenti per un periodo limitato o una clausola che consente di approvvigionarsi
         presso concorrenti solo se il vantaggio è significativo non può stare ad indicare che l’accordo non sia esclusivo.
      
      98      Tale censura dev’essere, pertanto, respinta.
      
      –       Edeka Handelsgesellschaft Hessenring (1999)
      99      Le ricorrenti contestano il modo in cui la Commissione ha analizzato l’accordo del 1999, sostenendo che non fornisce alcuna
         prova a sostegno dell’affermazione secondo la quale la soglia di 2 milioni di marchi tedeschi (DEM), richiesta per ottenere
         un asserito sconto individuale dello 0,5%, rappresentava un sistema di sconti personalizzati fondato sulla totalità o sulla
         quasi totalità del fabbisogno del cliente. Le ricorrenti aggiungono che questa soglia non è stata raggiunta dall’Edeka Handelsgesellschaft
         Hessenring nel 1999. Pertanto, quand’anche una siffatta clausola di sconto subordinata all’importo degli acquisti fosse esistita,
         essa non avrebbe potuto applicarsi.
      
      100    Si deve, a questo proposito, rilevare, alla stregua delle ricorrenti, che, in effetti, la Commissione non dimostra, nella
         decisione impugnata, che l’accordo con l’Edeka Handelsgesellschaft Hessenring costituisse un sistema di sconti personalizzati
         basato sulla totalità o quasi totalità del fabbisogno del cliente. In assenza di altri elementi, il fatto che l’Edeka Handelsgesellschaft
         Hessenring non abbia acquistato prodotti per un importo superiore alla soglia specifica per ottenere lo sconto sembra confermare
         tale circostanza.
      
      101    Si deve, tuttavia, sottolineare che, anche se la Commissione non ha dimostrato che si trattasse di un accordo personalizzato,
         non può negarsi che si tratta, comunque, di un accordo di sconto progressivo e retroattivo. Inoltre, nel caso che il cliente
         avesse acquistato un quantitativo inferiore alla soglia, si deve rilevare che la Commissione, senza essere contraddetta dalle
         ricorrenti, afferma che ha incluso nella «parte subordinata» solo gli acquisti effettivi presso l’impresa in posizione dominante
         durante il periodo dell’accordo.
      
      102    Tale censura delle ricorrenti non può, pertanto, essere accolta.
      
      –       Edeka Baden-Würtemberg (2000)
      103    Le ricorrenti assumono che il contratto in esame non può essere qualificato come esclusivo. A loro avviso, si tratterebbe
         di una conferma di un ordinativo relativo all’1,7% dei punti dell’Edeka. L’accordo non conterrebbe alcun’altra informazione
         circa l’eventualità che possa trattarsi di un accordo di esclusiva.
      
      104    L’argomento avanzato dalle ricorrenti non è convincente, nella misura in cui la Commissione fornisce la prova a due riprese
         che si trattava senz’altro di un contratto di esclusiva. Infatti, a sostegno del suo argomento, la Commissione presenta una
         nota interna del 24 settembre 2000, che fa riferimento ad un accordo di esclusiva in corso («bestehenden Exclusivvertrag»).
      
      105    Inoltre, per quanto riguarda l’argomento relativo al fatto che la Commissione contempli l’Edeka nel suo insieme, si deve precisare
         che tale non è il caso. Infatti, la Commissione specifica che l’accordo è limitato ai nuovi punti vendita dell’Edeka.
      
      106    Si deve, pertanto, respingere tale censura.
      
      –       COOP Schleswig-Holstein (2000)
      107    Le ricorrenti assumono che non si tratterebbe di un contratto di esclusiva. Precisano che la Commissione ha avuto tra le sue
         mani solo una corrispondenza tra esse stesse e la COOP che conferma l’acquisto da parte della COOP di 25 RVM. Non si tratterebbe
         di un contratto di esclusiva, tanto più che, secondo le ricorrenti, la COOP avrebbe acquistato solo sette RVM. Le ricorrenti
         da ciò concludono che le parti non si sentivano vincolate da tale lettera.
      
      108    Le ricorrenti aggiungono che nella lettera del 10 marzo 2000 nessuna clausola impediva alla COOP di rifornirsi presso le loro
         concorrenti.
      
      109    Tuttavia, la prova fornita dalla Commissione, secondo la quale la lettera del 10 marzo 2000 della Tomra Systems GmbH alla
         COOP contemplava un «accordo quadro di esclusiva», era sufficiente a dimostrare che l’accordo di cui trattasi era senz’altro
         un contratto di esclusiva.
      
      110    Per la ragione sopra esposta, tale censura delle ricorrenti dev’essere respinta.
      
      –       Netto
      111    Le ricorrenti sostengono che il bonus progressivo incluso nel contratto non ha potuto essere stato distribuito in quanto il
         cliente non aveva ordinato il numero di RVM necessario per fruire del detto bonus. Per aver diritto a due RVM gratuite la
         Netto avrebbe dovuto ordinare 150 RVM. Orbene l’ordinativo, secondo le ricorrenti, è stato nel 2001 solo di 109 unità e nel
         2002 di 126.
      
      112    Le ricorrenti aggiungono che l’obiettivo non è stato raggiunto, poiché gli acquisti effettivi sono stati nettamente inferiori,
         e che il fatto che il contratto sia stato da loro unilateralmente prorogato oltre la data inizialmente prevista è privo di
         pertinenza, poiché il cliente non poteva aspettarsi che esse procedessero a tale estensione, circostanza che escluderebbe
         nella specie qualsiasi effetto dissuasivo.
      
      113    Per quanto riguarda il contratto con la Netto, si deve rilevare che, se è vero che le soglie non sono state raggiunte, la
         decisione impugnata al punto 202 afferma che detto contratto era stato prorogato probabilmente con l’obiettivo di consentire
         al cliente di raggiungere le soglie successivamente. Le ricorrenti non hanno dimostrato che tale circostanza non si sia verificata.
         Tale motivo dev’essere, pertanto, respinto.
      
      –       Rewe Wiesloch e Rewe-Hungen (1997)
      114    Le ricorrenti contestano il fatto di essere state fornitori esclusivi di RVM di tali due organizzazioni, e affermano che l’appalto
         per la fornitura di RVM è stato attribuito nel 1997 alla Halton.
      
      115    Su tale censura non occorre tuttavia statuire, dato che l’accordo si pone al di fuori del periodo esaminato dalla decisione
         impugnata.
      
      –       Rewe Hungen (2000)
      116    Le ricorrenti sostengono che l’accordo non è in contrasto con l’art. 82 CE poiché l’ordinativo effettuato dalla Rewe presso
         di loro era nettamente inferiore (meno del 50%) al fabbisogno del cliente. Inoltre, volendo dare loro credito, il volume effettivamente
         acquistato era sensibilmente superiore all’obiettivo convenuto tra le parti.
      
      117    Si deve rilevare che il fatto che un cliente non superi la soglia fissata nel contratto nulla toglie all’incentivo supplementare
         prodotto dallo sconto fintantoché non sarà stato raggiunto il volume obiettivo. Inoltre, si deve sottolineare che, all’atto
         del calcolo della consistenza del volume non offerto alla concorrenza, la Commissione ha preso in considerazione solo il volume
         che va fino alla soglia (nella specie 20 apparecchi) e ha considerato il resto degli acquisti del cliente come domanda che
         poteva essere conquistata.
      
      118    Si deve, di conseguenza, respingere tale censura delle ricorrenti.
      
      119    Alla luce di quanto sopra precede, si deve concludere che la decisione impugnata non è inficiata da errori manifesti di valutazione
         per quanto riguarda gli accordi conclusi in Germania.
      
       Paesi Bassi
      120    Le ricorrenti contestano la valutazione operata dalla Commissione su quattro contratti esaminati nella sezione della decisione
         impugnata che tratta dei Paesi Bassi. Secondo le ricorrenti, la decisione impugnata qualifica erroneamente tali contratti
         che non potevano essere pertinenti ai sensi di una violazione dell’art. 82 CE.
      
      121    La Commissione contesta gli argomenti dedotti dalle ricorrenti.
      
      –       Albert Heijn (1998‑2000)
      122    Le ricorrenti sostengono che la loro conferma dell’ordinativo non firmato datato 30 ottobre 1998, ove viene menzionato il
         fatto che l’Albert Heijn aveva ordinato per telefono 200 RVM, non contiene alcuna informazione che consenta di suffragare
         l’affermazione secondo la quale l’Albert Heijn era tenuta ad acquistare 200 RVM o che il prezzo sarebbe cambiato se il cliente
         avesse scelto di acquistare un volume inferiore di RVM, o che ciò costituiva il fabbisogno totale o pressoché totale del cliente.
         In effetti, la Commissione riconoscerebbe che, nell’aprile 2000, l’Albert Heijn aveva acquistato solo 121 RVM presso le ricorrenti.
      
      123    Si deve, tuttavia, rilevare che il documento qui in esame stabilisce espressamente che l’Albert Heijn era tenuta ad acquistare
         200 RVM: «Albert Heijn si impegna ad acquistare 200 apparecchi automatici Tomra T600 entro il 31 dicembre 2000, con proroga
         sino al 31 marzo 2001 incluso».
      
      124    Si deve, inoltre, rilevare che, come sostenuto dalla Commissione, le ricorrenti le hanno fatto pervenire tale accordo nel
         contesto della loro risposta del 14 marzo 2002 alla richiesta di informazioni da essa formulate a titolo dell’art. 11 del
         regolamento n. 17, e che, in occasione della loro risposta alla comunicazione degli addebiti, non hanno in nessun momento
         fatto valere che l’accordo, incluso nella medesima comunicazione, non era firmato o non era mai esistito.
      
      125    Inoltre, per quanto riguarda la constatazione che, nell’aprile 2000, l’Albert Heijn aveva acquistato solo 121 RVM presso le
         ricorrenti, si deve rilevare che a tale data restava un intero anno prima della scadenza prevista nell’accordo. Non è pertanto
         possibile considerare, alla luce di tali elementi, che l’accordo non sia stato rispettato.
      
      126    Si deve aggiungere che l’esistenza di tale accordo è confermata dall’accordo Royal Ahold Global Master, qui di seguito esaminato,
         che era un accordo di esclusiva più ampio concluso con la Royal Ahold, gruppo al quale apparteneva l’Albert Heijn. L’art. 4.2
         di tale accordo menziona il precedente accordo intervenuto con l’Albert Heijn e ricorda che, «in forza dell’accordo 30 ottobre
         1998», l’Albert Heijn è ancora «tenuta ad acquistare 79 apparecchi supplementari presso la [Tomra Systems BV]», il che corrisponde
         alla differenza tra l’impegno iniziale di acquistare 200 apparecchi e i 121 apparecchi già acquistati.
      
      127    Alla luce di quanto precede, si deve concludere che il documento di cui trattasi testimonia l’esistenza di un contratto in
         forza del quale l’Albert Heijn era tenuta ad acquistare 200 RVM presso le ricorrenti.
      
      –       Royal Ahold (2000‑2002)
      128    Le ricorrenti contestano il fatto che l’accordo Royal Ahold Global Master fosse esclusivo, e sostengono che nulla in questo
         accordo impediva alla Royal Ahold di acquistare apparecchi concorrenti. Sostengono che il paragrafo 1.2 dell’accordo fa esplicita
         menzione del fatto che la Royal Ahold è libera di acquistare presso altri fornitori, e che la Royal Ahold non è tenuta a porre
         fine ad accordi esistenti con altri fornitori di RVM. Le ricorrenti sostengono infatti che esse erano considerate soltanto
         il «fornitore principale», e non esclusivo.
      
      129    Le ricorrenti aggiungono che la Commissione, nella decisione impugnata stessa, riconosce che la Royal Ahold ha acquistato
         RVM presso altri fornitori durante il periodo contrattuale. Inoltre, sostengono che le dichiarazioni citate nel controricorso
         e le loro indicazioni per dare spiegazione degli accordi non costituiscono, a termini del diritto in materia contrattuale
         applicabile nella specie [cioè quello di New York (Stati Uniti)], prove tali da convincere un giudice a far rispettare l’esclusiva
         nei confronti della Royal Ahold. Il fatto che la Royal Ahold abbia proceduto ad acquisti presso fornitori concorrenti porrebbe
         la questione di sapere quale sarebbe abbia potuto essere il reale effetto dissuasivo di tale contratto.
      
      130    Gli argomenti della ricorrente relativi all’accordo con la Royal Ahold non possono essere accolti.
      
      131    Infatti, i documenti citati nella decisione impugnata confermano che tale contratto era esclusivo. Il comunicato stampa delle
         ricorrenti del 13 aprile 2000 indica che: «[il gruppo] Tomra e (...) Royal Ahold hanno firmato un accordo mondiale che fa
         [del gruppo] Tomra il fornitore esclusivo della Royal Ahold per apparecchi di riconsegna di vuoti e i servizi inerenti per
         un periodo di tre anni» (v. punto 139 della decisione impugnata). Si deve inoltre rilevare che ciò è stato espressamente riconosciuto
         dalle ricorrenti, nella loro risposta alla comunicazione degli addebiti.
      
      132    È certamente vero, come peraltro ammesso dalla Commissione, che l’accordo non obbliga la Royal Ahold a disdire accordi esistenti
         con altri fornitori di RVM prima della scadenza. Tuttavia si deve osservare che la sezione 1.2 dell’accordo stabiliva che
         gli acquisti di altre RVM presso concorrenti «non era vietato», «a condizione tuttavia che la durata per quanto riguarda tali
         apparecchi supplementari non ecceda la più lunga durata da coprire nel punto di vendita al dettaglio dove sono installati
         apparecchi supplementari».
      
      133    La sezione 1.2 dell’accordo qui in esame prevede, pertanto, che gli accordi con altri fornitori dovessero essere progressivamente
         soppressi, e che non sarebbero stati accettati contratti con i concorrenti la cui durata avrebbe superato la più lunga durata
         che restava da coprire a livello di ciascun punto di vendita.
      
      134    Pertanto, tale censura delle ricorrenti dev’essere respinta.
      
      –       Lidl (1999‑2000)
      135    Le ricorrenti sostengono che, per quanto riguarda l’accordo del mese di aprile 1999, la Commissione ha omesso di unire agli
         elementi di prova il fatto che l’ordinativo di Lidl menzioni esplicitamente che la Lidl Nederland GmbH non si impegna in un
         accordo di esclusiva.
      
      136    Inoltre, la Commissione deformerebbe gli elementi di prova laddove afferma che l’intenzione della Lidl era di acquistare «quantomeno»
         40 RVM poiché la lettera menziona semplicemente il fatto che la Lidl aveva l’intenzione di acquistare 40 RVM. La Commissione
         avrebbe egualmente riconosciuto che la Lidl aveva acquistato soltanto 21 RVM dalle ricorrenti nel 1999.
      
      137    Le ricorrenti osservano che, al punto 142 della decisione impugnata, la Commissione fa riferimento ad un accordo del 2000
         concluso allo scopo di «sostituire 44 vecchie macchine Halton e 33 vecchie macchine Tomra con 77 nuove RVM Tomra entro la
         fine del detto anno». Poiché non viene specificato alcun quantitativo minimo, la lettera confermerebbe piuttosto che la Lidl
         aveva ordinato 77 RVM per sostituire un medesimo numero di vecchie RVM nei suoi magazzini. La Commissione avrebbe riconosciuto
         che la Lidl aveva in effetti acquistato 82 RVM presso le ricorrenti nel 2000. Secondo le ricorrenti, la lettera sta chiaramente
         a dimostrare che la Lidl aveva chiesto loro di sostituire le sue macchine, perché la loro tecnologia avanzata poteva essere
         più specificamente adattata al fabbisogno della Lidl.
      
      138    Per quanto riguarda l’accordo del mese di aprile 1999, si deve constatare che la decisione impugnata non qualifica l’accordo
         con la Lidl come esclusivo. Tale accordo è descritto sotto la rubrica «Esclusiva e impegni quantitativi» al punto 142 della
         decisione impugnata e sotto la rubrica «Impegni quantitativi e condizioni unilaterali connesse a determinati quantitativi»
         al punto 302 della decisione impugnata. Per quanto riguarda la constatazione delle ricorrenti secondo cui la Lidl aveva acquistato
         solo 21 apparecchi nel 1999, si deve sottolineare che tale circostanza nulla toglie al fatto che tale accordo obbligava il
         cliente ad acquistare 40 apparecchi su un periodo di due anni, dato che il periodo contrattuale di due anni non si era ancora
         concluso.
      
      139    Si deve, pertanto, respingere le osservazioni delle ricorrenti relative a tale accordo.
      
      140    Per quanto riguarda l’accordo firmato il 29 settembre 2000, basta rilevare, da un lato, che le ricorrenti non negano che il
         cliente si era impegnato ad acquistare 77 apparecchi entro la fine dell’anno e, dall’altro lato, che la decisione impugnata
         non ha tenuto conto di tale accordo per calcolare la quota del mercato subordinato, non acquisibile dai concorrenti delle
         ricorrenti (v. punto 163 e nota a piè di pagina n. 335 della decisione impugnata).
      
      141    Di conseguenza, tale motivo non può essere accolto.
      
      –       Superunie (2001)
      142    Le ricorrenti sostengono, in sostanza, che la Superunie è un’organizzazione centrale di acquisto di diritto olandese, che
         i suoi membri prendono le loro decisioni di acquisto indipendentemente e che l’accordo firmato con tale tipo di organizzazione,
         che conteneva un impegno di acquistare un minimo di 130 apparecchi su un periodo di un anno e mezzo, non è vincolante per
         i suoi membri.
      
      143    Gli argomenti delle ricorrenti non possono essere accolti. Basta a questo riguardo rinviare alle considerazioni di cui ai
         punti 61‑66 supra circa gli accordi con le centrali di acquisto.
      
      144    Alla luce di quanto precede, si deve considerare che, per quanto riguarda i quattro contratti dei Paesi Bassi contestati dalle
         ricorrenti, la decisione della Commissione non è inficiata da errori manifesti di valutazione.
      
       Svezia
      145    Le ricorrenti sostengono che la decisione impugnata qualifica erroneamente la maggior parte degli accordi conclusi in Svezia,
         e che per tale ragione è inficiata da errore manifesto.
      
      146    La Commissione contesta gli argomenti avanzati dalle ricorrenti.
      
      –       ICA Handlares (Svezia) e Hakon Gruppen (Norvegia) (2000‑2002)
      147    Le ricorrenti assumono che tale contratto, essendo un allegato del contratto stipulato tra il gruppo Tomra e la Royal Ahold,
         non può essere qualificato esclusivo nella misura in cui l’accordo Royal Ahold non è esso stesso qualificato come esclusivo.
      
      148    Le ricorrenti aggiungono che la ICA, al pari della Hakon, sono «uffici di amministrazione centrale» per punti di vendita totalmente
         indipendenti. Quindi le ricorrenti sostengono che, anche se l’accordo di cui trattasi era stato esclusivo, nulla impedirebbe
         ai punti di vendita di approvvigionarsi di RVM presso concorrenti delle ricorrenti.
      
      149    Per quanto riguarda l’argomento relativo alla qualifica del contratto di esclusiva, si deve rilevare che il contratto con
         la Royal Ahold Global Master è stato già in precedenza esaminato e che si è pervenuti alla conclusione che si trattava di
         un accordo di esclusiva (v. punti 128‑133 supra). La Commissione ha, pertanto, giustamente concluso che l’accordo ICA, essendo
         un allegato di tale contratto, diveniva per definizione esclusivo. Risulta, inoltre, dagli atti e, in particolare, dalla «proposta
         di sconto globale supplementare in Norvegia e in Svezia» che la Commissione ha, giustamente, potuto affermare che l’accordo
         conteneva egualmente una clausola che consentiva di ottenere il beneficio di uno sconto supplementare in occasione dell’acquisto
         di RVM. Infatti, la Commissione ha qualificato l’accordo abusivo, poiché non conteneva soltanto una clausola di esclusiva.
         Uno sconto del 10% veniva versato alla ICA, in aggiunta al sistema di sconto specifico posto in essere in Svezia, qualora
         si impegnasse ad acquistare almeno 1100 nuove RVM per il territorio della Svezia e della Norvegia entro un periodo che va
         dal 2000 al 2002. L’accordo aveva pertanto per oggetto non solo quello di istituire una clausola di esclusiva, ma anche di
         tener fedele la clientela della ICA e della Hakon mediante uno sconto che era versato al superamento di un quantitativo fisso
         di acquisti di RVM.
      
      150    Per quanto riguarda l’argomento delle ricorrenti relativo all’indipendenza dei punti vendita, basta rinviare alle considerazioni
         effettuate supra ai punti 61‑66 a proposito delle organizzazioni centrali di acquisto.
      
      151    Per dette ragioni, tale censura dev’essere totalmente respinta.
      
      –       Rimi Svenska (2000)
      152    Le ricorrenti affermano che non vi era alcun impegno in termini di quantità per quanto riguarda l’ordinativo globale dal mese
         di aprile 2000, poiché la Rimi, nel corso del periodo coperto dall’accordo, aveva acquistato solo 23 RVM per 2,6 milioni di
         corone svedesi (SEK), mentre lo sconto retroattivo doveva essere pagato solo se gli acquisti superavano SEK 7,5 milioni.
      
      153    Le ricorrenti, nella replica, fanno presente che l’obiettivo previsto non ha potuto essere raggiunto nell’ambito del contratto
         più vasto concluso con la ICA.
      
      154    Tali argomenti non possono essere presi in considerazione, nella misura in cui l’accordo con la Rimi Svenska è stato sostituito
         nell’ottobre 2000 dall’accordo più ampio, firmato con la ICA Ahold, di cui la Rimi Svenska è una filiale, che prevedeva i
         medesimi sconti del 10%, ma a condizioni più flessibili ai fini dell’ottenimento dello sconto. La Rimi non ha, pertanto, perduto
         lo sconto cui aveva diritto in forza dell’accordo precedente che pure prevedeva uno sconto qualora designasse il gruppo Tomra
         come fornitore principale.
      
      155    La lettera del 2 novembre 2000, allegata al ricorso, non può essere, a questo proposito, messa da parte, sapendo che essa
         conferma che la Rimi Svenska ha beneficiato di uno sconto retroattivo parziale e che il resto le sarebbe stato versato nel
         novembre 2000. Il documento precisa, inoltre, che l’ordinativo globale è disdetto e sostituito con l’accordo ICA, più generale,
         come ricordato al punto 154 supra. Si deve rilevare, inoltre, che non è suffragata l’affermazione delle ricorrenti secondo
         cui l’obiettivo previsto non ha potuto essere raggiunto nell’ambito del contratto più ampio concluso con la ICA.
      
      156    Si deve, pertanto, parimenti respingere tale censura.
      
      –       Spar, Willys e KB Exonen (gruppoAxfood) (2000)
      157    Le ricorrenti sostengono che la Commissione non ha prodotto alcuna prova dell’esistenza di un accordo che conferisse alla
         Spar il «diritto» agli sconti retroattivi. Le ricorrenti sostengono che, nella loro risposta alla comunicazione degli addebiti,
         esse avevano esplicitamente fatto riferimento alla dichiarazione dell’Axfood, la quale precisa che la Spar e la Willys effettuavano
         i loro acquisti in forza di un accordo concluso tra la D-Gruppen e il gruppo Tomra nel 2000, che non offriva sconti in base
         ai volumi.
      
      158    Si deve, a questo proposito, rilevare che la Commissione, nella decisione impugnata, afferma che l’accordo di cui trattasi
         contiene sconti retroattivi in contropartita dell’acquisto di un quantitativo determinato di prodotti delle ricorrenti. Queste
         ultime sostengono che la Commissione non ha suffragato le sue affermazioni.
      
      159    Tuttavia, le ricorrenti sembrano dedurre argomenti contraddittori. Infatti, in un primo tempo, nell’ambito delle informazioni
         che esse hanno fornito alla Commissione, le ricorrenti hanno riconosciuto di aver concluso accordi con la Spar e la Willys
         contenenti clausole di sconto retroattivo. Poi, in un secondo tempo, le ricorrenti hanno affermato che tali accordi o erano
         compresi in un accordo più ampio che non contiene clausole di sconto o non erano mai esistiti. Infine, hanno sostenuto che
         talune prove sarebbero scomparse.
      
      160    Alla luce degli elementi a disposizione del Tribunale, tale censura deve essere senz’altro respinta.
      
      –       Axfood (2001)
      161    Le ricorrenti sostengono che tale accordo non era vincolante e che l’Axfood non era tenuta ad acquistare i quantitativi di
         cui trattasi. Sostengono che l’Axfood ha acquistato solo la metà del quantitativo convenuto.
      
      162    Non è controverso né che tale accordo non è esclusivo né che contenga impegni in termini quantitativi.
      
      163    Tale accordo viene citato al punto 314 della decisione impugnata sotto il titolo «Sistemi di sconto». Come indicato al punto
         178 e alla nota a piè di pagina n. 389 della detta decisione, si tratta di un accordo che prevede soglie che conferiscono
         al cliente il diritto a sconti retroattivi in funzione del numero di apparecchi acquistati. Poiché le ricorrenti non rimettono
         in discussione tale constatazione, non occorre pronunciarsi su tale censura.
      
      –       Axfood (2003‑2004)
      164    Le ricorrenti considerano che tale accordo non era esclusivo poiché l’Axfood era semplicemente autorizzata a provare apparecchi
         concorrenti e nulla nell’accordo le impediva di acquistare tali apparecchi.
      
      165    A questo proposito, basta constatare che tale accordo non rientra nell’ambito temporale dell’infrazione constatata nella decisione
         impugnata. Non è pertanto necessario statuire su tale censura delle ricorrenti.
      
      166    Alla luce di quanto sopra, si deve concludere che la decisione impugnata non è inficiata da errori manifesti di valutazione
         per quanto riguarda gli accordi conclusi in Svezia.
      
       Norvegia
      167    Le ricorrenti sostengono che tutti gli accordi riguardanti la Norvegia (100% delle vendite delle ricorrenti in Norvegia) invocati
         dalla Commissione non esistevano o non contenevano clausole di esclusiva, impegni sui quantitativi o sconti retroattivi.
      
      168    La Commissione contesta gli argomenti avanzati dalle ricorrenti.
      
      –       Køff Hedmark e Rema 1000 (1996), AKA/Spar Norge (1997)
      169    Le ricorrenti sostengono che gli asseriti accordi con i clienti sopra menzionati non sono contratti di esclusiva, ma semplici
         lettere di offerte che menzionano prezzi.
      
      170    Inoltre, le ricorrenti sottolineano che, poiché gli accordi recano data del 1996 e del 1997, essi si situano al di fuori dell’ambito
         di applicazione temporale della decisione impugnata.
      
      171    In considerazione del fatto che tali tre contratti si collocano effettivamente al di fuori del campo di applicazione ratione
         temporis della decisione, non è necessario pronunciarsi su tale censura.
      
      –       NorgesGruppen, Hakon Gruppen, NKL (COOP) e Rema 1000 (1999‑2000)
      172    Le ricorrenti censurano in limine la Commissione per non avere separato i differenti contratti in considerazione e, con riferimento
         ai punti della decisione che al riguardo vengono in esame, affermano che sono di «difficile lettura».
      
      173    Per quanto riguarda l’accordo con la NorgesGruppen, le ricorrenti sostengono che l’accordo non è esclusivo. Infatti, affermano
         che la domanda totale del cliente era di 1 300 RVM. Orbene, soltanto 635 RVM sarebbero state ordinate presso le ricorrenti.
         Poiché il fabbisogno era più importante della domanda, le ricorrenti da ciò concludono che le forniture complementari sono
         state fatte presso imprese concorrenti. Pertanto, la Commissione avrebbe omesso di prendere in considerazione una lettera
         del 13 ottobre 1998 che conferma il fabbisogno effettivo del cliente.
      
      174    Inoltre, le ricorrenti sostengono che la Commissione stessa avrebbe riconosciuto che la NorgesGruppen non era costretta ad
         acquistare un minimo di RVM presso di loro. L’ordinativo di queste ultime e la sua conferma menzionerebbero esplicitamente
         il fatto che il contratto non era esclusivo.
      
      175    Infine, le ricorrenti sottolineano che la Commissione ha sollevato un argomento pertinente per quanto riguarda lo sconto che
         la NorgesGruppen avrebbe dovuto rimborsare se avesse acquistato meno di 500 RVM. Orbene, la realtà dimostrerebbe che tale
         non è il caso poiché sarebbero stati ordinati 635 apparecchi. La Commissione non avrebbe saputo dimostrare sotto quale aspetto
         l’accordo differirebbe da uno sconto ordinario sui volumi.
      
      176    Per quanto riguarda la Hakon Gruppen, le ricorrenti assumono che non era stata fissata alcuna soglia minima di acquisti in
         quanto nella conferma dell’ordinativo del cliente viene stabilito che questi poteva acquistare un numero inferiore di RVM
         anche se aveva diritto allo sconto solo per le macchine effettivamente acquistate. Tale elemento di prova non sarebbe stato
         peraltro contestato dalla Commissione.
      
      177    Inoltre, le ricorrenti rimproverano alla Commissione di non aver tenuto conto degli elementi di prova che consentivano di
         desumere che il contratto non era esclusivo e, in particolare, del verbale di una riunione del «panel per le boutiques» del
         2 febbraio 1999.
      
      178    Per quanto riguarda la NKL (COOP), le ricorrenti sostengono che il cliente non era tenuto ad acquistare il volume convenuto,
         e che la decisione impugnata non prova che le ricorrenti hanno adeguato l’ordinativo alla domanda individuale del cliente.
         Parimenti, le ricorrenti affermano che la NKL si sarebbe egualmente rifornita presso il concorrente Lindco durante il periodo
         considerato.
      
      179    Per quanto riguarda infine l’accordo concluso con la Rema 1000, le ricorrenti sostengono che l’asserito accordo che propone
         sconti, a fronte di un ordinativo di 200 macchine, non è stato firmato dal cliente e che esso non obbligava la Rema 1000 ad
         acquistare un quantitativo minimo di RVM. Fanno riferimento a dichiarazioni della Rema 1000 secondo le quali altri fornitori
         non potevano concorrere con la qualità e il livello del servizio delle ricorrenti. Aggiungono, infine, che la Rema 1000 si
         sarebbe essenzialmente rifornita presso loro concorrenti.
      
      180    Vanno analizzati contemporaneamente gli accordi NorgesGruppen, Hakon Gruppen, NKL (COOP) e Rema 1000. In sostanza, le ricorrenti
         addebitano alla Commissione di aver qualificato tali contratti come esclusivi e di aver affermato che esse prevedevano uno
         sconto progressivo in cambio di un quantitativo ordinato.
      
      181    Per quanto riguarda l’argomento che deduce l’esistenza di contratti di esclusiva, non occorre pronunciarsi su tale questione
         dato che la decisione impugnata non ha qualificato tali accordi come esclusivi (v. punto 302 della decisione impugnata).
      
      182    Per quanto riguarda l’argomento che deduce la qualifica degli accordi come impegni sui quantitativi in cambio di un conseguente
         sconto, la Commissione ha, giustamente, precisato che ciò che conta per concludere per l’esistenza di accordi di impegno è
         stabilire se le pratiche creino un incentivo a non acquistare presso concorrenti.
      
      183    Infatti, per quanto riguarda l’accordo concluso con la Rema 1000, è dato di rilevare che lo sconto è conseguente poiché proporzionale
         al numero delle macchine da acquistare (14% per 200), sapendo che per gli altri contratti esisteva uno sconto equivalente,
         ma per un quantitativo di acquisti nettamente superiore (500 macchine). Peraltro, per tutti gli altri contratti le ricorrenti
         proponevano di versare lo sconto prima dell’acquisto delle RVM e precisavano che, se il quantitativo previsto non veniva raggiunto,
         sarebbe spettato ai clienti rimborsare tale sconto per il numero di macchine non ordinate. Da ciò risulta, come giustamente
         sottolineato dalla Commissione, un incentivo per il cliente maggiore di quanto lo sarebbe se lo sconto fosse stato versato
         dopo ogni ordinativo.
      
      184    Di conseguenza, tale censura delle ricorrenti dev’essere respinta.
      
      –       NorgesGruppen (2000‑2001)
      185    Per quanto riguarda l’accordo della NorgesGruppen per gli anni 2000 e 2001, le ricorrenti assumono che con tale cliente non
         è stato stipulato alcun accordo, contrariamente a quanto affermato dalla Commissione. Infatti, si tratterebbe di una lettera
         di offerta non firmata.
      
      186    Si deve, a questo proposito, rilevare che la lettera di offerta non firmata, allegata al ricorso, è stata prodotta dalle ricorrenti
         alla Commissione nell’ambito della loro risposta ad una domanda di informazioni, che chiedeva alle ricorrenti di indicare
         tutti gli accordi, compresi quelli che erano stati conclusi in modo informale.
      
      187    Si deve, inoltre, aggiungere che, sulla base degli elementi contenuti nel fascicolo, può affermarsi che le ricorrenti hanno
         offerto uno sconto pagato anticipatamente sulla base di un obiettivo di volume di150 RVM e hanno rifornito il cliente a un
         prezzo ridotto (v. punto 247 e nota a piè di pagina n. 547 della decisione impugnata).
      
      188    Orbene, se è vero che il documento allegato al ricorso è una lettera di offerta non firmata, resta cionondimeno che lo sconto
         è stato concesso e che le vendite sono state effettuate alle condizioni proposte in tale documento. Da ciò risulta, inoltre,
         che il cliente non ha acquistato nulla presso fornitori concorrenti durante tale periodo (v. allegato al ricorso A‑35).
      
      189    Infine, si deve rilevare che la decisione impugnata stessa precisa che si trattava di un’offerta non firmata e che l’obiettivo
         di acquisti non era stato raggiunto. Alla luce di dette considerazioni, tale censura dev’essere respinta.
      
      –       NKL (COOP) e Rema 1000 (2000‑2001)
      190    Per quanto riguarda la NKL (COOP), le ricorrenti riconoscono che uno sconto del 10% era stato proposto alla NKL se l’acquisto
         superava le 150 RVM. Orbene, le ricorrenti affermano che la NKL non ha firmato tale offerta e che l’accordo non sarebbe stato
         infine concluso. Le ricorrenti sostengono che il fatto che gli acquisti effettivi del cliente siano stati inferiori all’obiettivo
         iniziale dell’offerta starebbe a dimostrare l’assenza di impegni vincolanti.
      
      191    Per quanto riguarda la Rema 1000, le ricorrenti riprendono lo stesso ragionamento fatto per l’accordo stipulato con la NKL
         (COOP), nella misura in cui si sarebbe egualmente avuta un’offerta di sconto sull’acquisto di 70 macchine, che il cliente
         avrebbe rifiutato. Le ricorrenti contestano quindi che si sia avuto un accordo concluso tra le parti.
      
      192    L’argomento delle ricorrenti, secondo il quale il fatto che gli acquisti effettivi di questi due clienti siano stati inferiori
         all’obiettivo iniziale dell’offerta proverrebbe l’assenza di impegni vincolanti, deve essere respinto.
      
      193    Si deve a questo proposito, in primo luogo, osservare che la decisione impugnata non afferma che questi due clienti [NKL (COOP)
         e Rema 1000] erano contrattualmente tenuti ad acquistare un dato quantitativo di macchine. Infatti, le due società sono citate
         al punto 302 della decisione impugnata sotto la rubrica «Impegni quantitativi e condizioni unilaterali connesse a determinati
         quantitativi». Si tratterebbe, nei due casi, di sconti subordinati all’acquisto da parte del cliente di un grande quantitativo
         di macchine su un periodo di circa un anno. Nel caso della Rema 1000, il sistema di sconto prevedeva uno sconto condizionato
         diretto (10% per un volume di 70 macchine) ed uno sconto retroattivo supplementare del 3% per 85 macchine. Il cliente ha acquistato
         73 macchine (v. punto 261 della decisione impugnata).
      
      194    In secondo logo, si deve sottolineare che la decisione impugnata prende in considerazione le condizioni contrattuali relativamente
         morbide che erano state offerte, per esempio, alla NKL (COOP) rispetto agli altri clienti norvegesi e ne tiene conto (v. punto
         256 e, per quanto riguarda l’incidenza delle pratiche delle ricorrenti, la nota a piè di pagina n. 604). In effetti, la Commissione indica a questo riguardo, giustamente, che non era necessariamente determinante sapere se un determinato
         obiettivo fosse stato o meno raggiunto, in quanto gli acquisti effettuati presso le ricorrenti erano nulli o di scarsa importanza
         (v. punto 312 della decisione impugnata).
      
      195    Per tali ragioni, la presente censura dev’essere respinta.
      
      196    Alla luce di quanto sopra precede, la tesi delle ricorrenti secondo cui tutti gli accordi riguardanti la Norvegia sono stati
         erroneamente qualificati nella decisione impugnata dev’essere respinta.
      
      197    La seconda parte del primo motivo e, quindi, il primo motivo nel suo complesso devono essere respinti.
      
      B –  Sul secondo e quarto motivo, relativi all’esistenza di errori manifesti di valutazione circa la questione se gli accordi fossero
            tali da escludere la concorrenza e all’assenza di motivazione
      198    Il secondo e il quarto motivo del ricorso sono stati riuniti nel presente motivo, che si articola su tre punti. In primo luogo,
         la Commissione sarebbe incorsa in errore manifesto di diritto giudicando che accordi di esclusiva, impegni in termini di quantità
         personalizzati e regimi individuali di sconti retroattivi sono «di per sé» illegittimi ai sensi dell’art. 82 CE e non applicando
         i criteri di valutazione da essa utilizzati per stabilire se tali accordi fossero idonei a restringere o a escludere la concorrenza.
         In secondo luogo, la Commissione non avrebbe esaminato se la parte del mercato delle RVM che poteva essere conquistata fosse
         sufficientemente consistente per permettere a concorrenti egualmente efficaci di restare sul mercato. In terzo luogo, la valutazione
         della Commissione della capacità che gli asseriti sconti retroattivi avrebbero per escludere la concorrenza sarebbe basata
         su prove e su ipotesi inesatte e ingannevoli.
      
      1.     Sull’asserita illegittimità «di per sé» degli accordi delle ricorrenti e sulla mancanza di spiegazioni circa i criteri utilizzati
         dalla Commissione per valutare se gli accordi fossero idonei a restringere o a escludere la concorrenza
      
      a)     Argomenti delle parti
      199    In primo luogo, le ricorrenti rimproverano alla Commissione di essere incorsa in errore manifesto di diritto non includendo
         nella sua analisi giuridica il contesto del mercato nel quale i tre tipi di accordi si iscrivevano.
      
      200    Le ricorrenti sostengono che la Commissione ha violato il criterio accolto nella sentenza Michelin II. Sostengono che, in
         forza della sentenza Michelin II, la decisione impugnata deve dimostrare che gli accordi sono «idonei» a restringere la concorrenza.
         Ciò esigerebbe un esame del contesto del mercato. Infatti, nulla o pressoché nulla resterebbe del criterio accolto nella sopracitata
         sentenza Hoffmann-La Roche, se, in forza della sentenza Michelin II, la Commissione fosse tenuta unicamente ad esaminare il
         contenuto di un accordo ai sensi dell’art. 82 CE.
      
      201    Le ricorrenti aggiungono che il criterio «di per sé» figurante nella decisione impugnata porterà al divieto di un gran numero
         di accordi in seno ad un mercato interno, in differenti settori, quand’anche rafforzino la concorrenza invece di restringerla,
         secondo il contesto del mercato. Non vi sarebbe alcun fondamento nella teoria economica o nella pratica commerciale per affermare
         che accordi di esclusiva, impegni personalizzati sui quantitativi e sconti individuali inducano sempre o pressoché sempre
         una restrizione della concorrenza, quando sono utilizzati da una società in posizione dominante.
      
      202    Le ricorrenti sostengono che, non esaminando taluni fattori, la Commissione non ha valutato se la loro pratica fosse, in diritto,
         tale da produrre un effetto restrittivo sulla concorrenza.
      
      203    I fattori non esaminati dalla Commissione consisterebbero nel fatto che le ricorrenti erano l’unico produttore di RVM idoneo
         a offrire la tecnologia rivoluzionaria di alimentazione orizzontale tra il 1997 e il 2001, che i concorrenti delle ricorrenti
         potevano sempre offrire le loro macchine ad almeno il 61% dell’insieme del mercato delle RVM tra il 1998 e il 2002, che le
         ricorrenti vendevano le loro macchine direttamente al cliente finale (le catene di supermercati), che gli accordi in esame
         non avrebbero impedito l’accesso dei concorrenti ai distributori e, infine, che le catene di supermercati sarebbero acquirenti
         professionali in grado di confrontare le RVM delle ricorrenti con le RVM concorrenti e, quindi, di decidere essi stessi quali
         RVM avessero il buon prezzo, le buone qualità, l’affidabilità e la tecnologia e il buon livello di servizio.
      
      204    In secondo luogo, le ricorrenti sostengono che la decisione impugnata è fondata sull’ipotesi giuridica che l’art. 82 CE esige
         soltanto che la Commissione dimostri l’esistenza e la forma degli accordi e non motiva adeguatamente perché uno qualunque
         dei 49 accordi fosse idoneo a escludere concorrenti dal mercato delle RVM.
      
      205    La Commissione contesta gli argomenti dedotti dalle ricorrenti.
      
      b)     Giudizio del Tribunale
      206    Si deve ricordare che, secondo una costante giurisprudenza, la nozione di sfruttamento abusivo di posizione dominante è una
         nozione oggettiva che riguarda il comportamento dell’impresa in posizione dominante atto ad influire sulla struttura di un
         mercato in cui, proprio per il fatto che vi opera detta impresa, il grado di concorrenza è già indebolito e che ha come effetto
         di ostacolare, ricorrendo a mezzi diversi da quelli su cui si impernia la concorrenza normale tra prodotti o servizi, fondata
         sulle prestazioni degli operatori economici, la conservazione del grado di concorrenza ancora esistente sul mercato o lo sviluppo
         di detta concorrenza. Da ciò consegue che l’art. 82 CE vieta ad un’impresa dominante di eliminare un concorrente e di rafforzare
         così la sua posizione facendo ricorso a mezzi diversi da quelli che rientrano in una concorrenza per meriti. Il divieto sancito
         da tale disposizione si giustifica egualmente con la preoccupazione di non produrre pregiudizio ai consumatori (v. sentenza
         del Tribunale 23 ottobre 2003, causa T‑65/98, Van den Bergh Foods/Commissione, Racc. pag. II‑4653, punto 157).
      
      207    Sebbene l’accertamento dell’esistenza di una posizione dominante non implichi di per sé alcuna contestazione a carico dell’impresa
         interessata, a quest’ultima incombe, tuttavia, indipendentemente dalle cause di tale posizione, la particolare responsabilità
         di non compromettere, con il proprio comportamento, una concorrenza effettiva e non falsata nel mercato comune (sentenza della
         Corte 9 novembre 1983, causa 322/81, Nederlandsche Banden-Industrie-Michelin/Commissione, Racc. pag. 3461, punto 57, e sentenza
         del Tribunale 17 settembre 2007, causa T‑201/04, Microsoft/Commissione, Racc. pag. II‑3601, punto 229). Parimenti, se il fatto
         di detenere una posizione dominante non può privare l’impresa interessata del diritto di tutelare i propri interessi commerciali,
         se questi sono insidiati, e se quindi le si deve consentire, in una misura ragionevole, di compiere gli atti che essa ritenga
         opportuni per la protezione di tali interessi, non è, però, ammissibile un comportamento che abbia in realtà lo scopo di rafforzare
         la posizione dominante dell’impresa e di farne abuso (sentenza della Corte 14 febbraio 1978, causa 27/76, United Brands e
         United Brands Continentaal/Commissione, Racc. pag. 207, punto 189, e sentenza Michelin II, punto 55).
      
      208    Si deve inoltre ricordare che, secondo la giurisprudenza, per un’impresa che si trova in posizione dominante su un mercato,
         il fatto di vincolare – sia pure a loro richiesta – gli acquirenti con l’obbligo o la promessa di rifornirsi per tutto o gran
         parte del loro fabbisogno esclusivamente presso l’impresa in questione costituisce uno sfruttamento abusivo di posizione dominante
         ai sensi dell’art. 82 CE, tanto se l’obbligo in questione è imposto sic et simpliciter, quanto se ha come contropartita la
         concessione di sconti. Altrettanto dicasi quando la detta impresa, senza vincolare gli acquirenti con un obbligo formale,
         applica, o in forza di accordi stipulati con gli acquirenti o unilateralmente, un sistema di sconti di fedeltà, cioè riduzioni
         subordinate alla condizione che il cliente si rifornisca esclusivamente per la totalità o per una parte considerevole del
         suo fabbisogno presso l’impresa in posizione dominante (sentenza Hoffmann-La Roche/Commissione, cit., punto 89).
      
      209    In effetti, gli impegni di approvvigionamento esclusivo di questo tipo, con o senza contropartita di sconti o concessioni
         di premi di fedeltà onde stimolare l’acquirente ad acquistare unicamente presso l’impresa dominante, sono incompatibili con
         lo scopo che la concorrenza non sia falsata nel mercato comune in quanto non si fondano su una prestazione economica che giustifichi
         questo onere o questo vantaggio, bensì mirano a togliere all’acquirente o a ridurre nei suoi riguardi la possibilità di scelta
         per quel che concerne le sue fonti di approvvigionamento e a precludere l’accesso al mercato e agli altri produttori concorrenti
         (sentenza Hoffmann-La Roche/Commissione, cit., punto 90).
      
      210    Per quanto più particolarmente riguarda la concessione di sconti da parte di un’impresa in posizione dominante, da una costante
         giurisprudenza risulta che lo sconto di fedeltà che è concesso in contropartita di un impegno del cliente di approvvigionarsi
         esclusivamente o quasi esclusivamente presso un’impresa in posizione dominante è in contrasto con l’art. 82 CE. Un siffatto
         sconto mira, infatti, ad impedire, mediante la concessione di un vantaggio finanziario, che i clienti si riforniscano presso
         produttori concorrenti (sentenza della Corte 16 dicembre 1975, cause riunite 40/73‑48/73, 50/73, 54/73‑56/73, 111/73, 113/73
         e 114/73, Suiker Unie e a./Commissione, Racc. pag. 1663, punto 518, e sentenza Michelin II, punto 56).
      
      211    Un siffatto meccanismo di sconti che ha un effetto di esclusione dal mercato deve essere considerato in contrasto con l’art. 82 CE
         se viene applicato da un’impresa in posizione dominante. Per questa ragione, la Corte ha giudicato che uno sconto legato alla
         realizzazione di un obiettivo di acquisti violava l’art. 82 CE (sentenza Michelin II, punto 57).
      
      212    I sistemi di sconto quantitativi, legati esclusivamente al volume degli acquisti effettuati presso un’impresa in posizione
         dominante, sono in genere considerati come non aventi un effetto di esclusione vietato dall’art. 82 CE. Se l’aumento del quantitativo
         fornito si traduce in un costo inferiore per il fornitore, quest’ultimo è, infatti, in diritto di far fruire il suo cliente
         di tale riduzione mediante una tariffa più favorevole. Si ritiene pertanto che gli sconti di quantità riflettano guadagni
         in termini di efficienza ed economie di scala realizzate dalle imprese in posizione dominante (sentenza Michelin II, punto
         58).
      
      213    Da ciò consegue che un sistema di sconti la cui percentuale aumenta in funzione del volume acquistato non viola l’art. 82 CE,
         a meno che dai criteri e dalle modalità di concessione dello sconto emerga che il sistema non riposa su una contropartita
         economicamente giustificata, bensì mira, alla stregua di uno sconto di fedeltà e di obiettivo, ad impedire che i clienti si
         approvvigionino presso produttori concorrenti (sentenze Hoffmann-La Roche/Commissione, cit., punto 90, e Michelin II, punto
         59).
      
      214    Per stabilire l’eventuale carattere abusivo di un sistema di sconti quantitativi, si deve valutare l’insieme delle circostanze
         e, in particolare, i criteri e le modalità di concessione degli sconti, ed esaminare se gli sconti mirino, con un vantaggio
         che non riposa su alcuna prestazione economica che li giustifichi, a togliere all’acquirente o a ridurre nei suoi riguardi
         la possibilità di scelta per quel che concerne le sue fonti di approvvigionamento, a precludere l’accesso al mercato ai concorrenti,
         ad applicare a partner commerciali condizioni diseguali per prestazioni equivalenti o a rafforzare la posizione dominante
         mediante una concorrenza falsata (sentenza Michelin II, punto 60). 
      
      215    Da tale giurisprudenza è dato di dedurre che, come sostenuto peraltro dalle ricorrenti, per verificare se accordi di esclusiva,
         impegni in termini quantitativi personalizzati o sconti retroattivi personalizzati siano compatibili con l’art. 82 CE, si
         deve valutare se, a seguito di una valutazione delle circostanze e, quindi, anche del contesto nel quale tali accordi si inseriscono,
         tali pratiche tendano o siano idonee a restringere o a escludere la concorrenza sul mercato considerato.
      
      216    In primo luogo, si deve, nella specie, esaminare se la Commissione, nella decisione impugnata, abbia trascurato il contesto
         nel quale gli accordi di cui trattasi si inseriscono e, in secondo luogo, se abbia motivato adeguatamente la sua conclusione
         circa il fatto se gli accordi fossero idonei ad escludere la concorrenza.
      
      217    Si deve, a questo proposito, rilevare che la decisione impugnata, dopo aver esaminato la struttura dei mercati in considerazione,
         la posizione che vi occupavano rispettivamente le ricorrenti e i loro concorrenti e dopo aver concluso che esse detenevano
         una posizione dominante molto importante (v. punti 12‑96 della decisione impugnata), ha esaminato una per una ciascuna delle
         pratiche delle ricorrenti (v. punti 97‑133 della decisione impugnata). La decisione impugnata ha, quindi, dedicato lunghe
         argomentazioni all’esame dell’idoneità di tali pratiche a falsare la concorrenza nelle circostanze di specie (v., in particolare,
         punti 159‑166, 180‑187, 218‑226, 234‑240, 264‑277 e 286‑329 della decisione impugnata).
      
      218    Inoltre, la decisione impugnata, dopo aver messo in relazione le pratiche delle ricorrenti in ciascun mercato nazionale interessato,
         con l’importanza dei clienti, la durata degli accordi, l’evoluzione della domanda nel medesimo mercato, la percentuale della
         quota subordinata della domanda, ha stabilito che tali pratiche potevano impedire il sorgere o lo sviluppo della concorrenza
         e ha concluso per l’esistenza di un abuso qualora tali pratiche tendessero a bloccare una quota significativa della domanda.
         Per quanto riguarda in particolare i meccanismi di sconto usati dalle ricorrenti, la decisione impugnata illustra con rappresentazioni
         grafiche «l’effetto di aspirazione» per taluni di tali meccanismi per ciascun paese.
      
      219    La Commissione, anche se ciò non era necessario con riferimento alla giurisprudenza, ha altresì analizzato, alla luce delle
         condizioni del mercato, gli effetti reali delle pratiche delle ricorrenti.
      
      220    Per quanto riguarda altri fattori che, secondo le ricorrenti, la decisione impugnata avrebbe dovuto esaminare per dimostrare
         se le loro pratiche fossero tali da restringere la concorrenza, occorre tener presente le seguenti considerazioni.
      
      221    In primo luogo, l’asserita superiorità tecnica delle ricorrenti, che sarebbero state le sole fabbricanti di RVM capaci di
         offrire una tecnologia rivoluzionaria di alimentazione orizzontale tra il 1997 e il 2001, non può avere alcun impatto sull’analisi
         della questione se gli accordi fossero idonei a restringere la concorrenza. Tale elemento potrebbe eventualmente avere un
         impatto solo sull’analisi della posizione concorrenziale delle ricorrenti sul mercato e, quindi, sulla loro posizione dominante.
      
      222    In secondo luogo, si deve considerare che il fatto che le macchine fossero vendute direttamente al cliente finale sarebbe
         un fattore che suffragherebbe la constatazione dell’abuso di posizione dominante e non il contrario. Infatti, se è certamente
         vero che gli accordi di cui trattasi non impedivano in teoria l’accesso dei concorrenti ai distributori, è tuttavia evidente
         che i distributori non avevano alcun interesse ad acquistarli, dato che gli accordi delle ricorrenti impedivano ai loro concorrenti
         di offrire le loro RVM al cliente finale.
      
      223    In terzo luogo, per quanto riguarda il fatto che le catene di supermercati sono acquirenti professionali che erano in grado
         di confrontare e scegliere tra le RVM delle ricorrenti e quelle degli altri concorrenti, si deve rilevare che il comportamento
         delle ricorrenti era manifestamente concepito per introdurre dispositivi che incentivavano i clienti a non rifornirsi presso
         altri fornitori e a mantenere tale situazione.
      
      224    Si deve, infine, rilevare, alla stregua della Commissione, che le ricorrenti avevano ogni possibilità di presentare una giustificazione
         economica obiettiva, e rispettosa della concorrenza, delle loro pratiche. Esse avrebbero potuto spiegare quali guadagni in
         termini di efficienza intendevano eventualmente trarre dagli accordi di esclusiva, dagli impegni in termini quantitativi e
         dai regimi di sconti personalizzati che praticavano. Tuttavia, le ricorrenti non sostengono dinanzi al Tribunale che il loro
         comportamento abbia prodotto il minimo guadagno apprezzabile in termini di efficienza, sia stato altrimenti giustificato o
         sia approdato ad un calo dei prezzi o ad un altro vantaggio per i consumatori.
      
      225    Alla luce di quanto precede, l’argomento delle ricorrenti secondo cui la Commissione avrebbe analizzato soltanto il contenuto
         degli accordi di cui trattasi e non il contesto nel quale gli accordi si inserivano va respinto.
      
      226    In secondo luogo, è giocoforza rilevare che neppure la censura che deduce insufficienza di motivazione di tale aspetto della
         decisione impugnata può sortire esito fruttuoso.
      
      227    La motivazione prescritta dall’art. 253 CE dev’essere adeguata alla natura dell’atto in questione e deve far apparire in forma
         chiara e non equivoca l’iter logico seguito dall’istituzione da cui esso promana, in modo da consentire agli interessati di
         conoscere le ragioni del provvedimento adottato e di tutelare i propri diritti e permettere al giudice competente di esercitare
         il proprio controllo (sentenze della Corte 13 marzo 1985, cause riunite 296/82 e 318/82, Paesi Bassi e Leeuwarder Papierwarenfabriek/Commissione,
         Racc. pag. 809, punto 19, e 19 settembre 2002, causa C‑114/00, Spagna/Commissione, Racc. pag. I‑7657, punto 62). Trattandosi
         di una decisione adottata in applicazione dell’art. 82 CE, tale principio richiede che la decisione contestata faccia riferimento
         ai dati di fatto da cui dipende la giustificazione giuridica del provvedimento e alle considerazioni che l’hanno indotta ad
         adottare la decisione (v., in tal senso, sentenza del Tribunale 30 gennaio 2007, causa T‑340/03, France Télécom/Commissione,
         Racc. pag. II‑107, punto 57, non impugnata su tale punto).
      
      228    A questo proposito, si deve fare rinvio alle considerazioni operate supra ai punti 216‑218, dalle quali risulta chiaramente
         che la Commissione ha esposto in modo dettagliato le ragioni per cui riteneva che gli accordi di cui trattasi erano tali da
         restringere o escludere la concorrenza.
      
      229    È, pertanto, innegabile che le ricorrenti hanno potuto conoscere tutte le giustificazioni di tale aspetto della decisione
         impugnata. Si deve constatare, inoltre, che il Tribunale è stato pienamente in grado di esercitare il suo controllo della
         legittimità della decisione impugnata. Da ciò risulta che tale aspetto della decisione impugnata è insufficientemente motivato.
      
      230    Alla luce delle considerazioni che precedono, tale parte del secondo motivo dev’essere respinta.
      
      2.     Sulla «copertura insufficiente» della domanda totale di RVM mediante le pratiche delle ricorrenti
      a)     Argomenti delle parti
      231    Le ricorrenti sostengono che, anche se la decisione impugnata avesse dimostrato che tutti i contratti di cui trattasi avevano
         potuto avere effetti di esclusione, ciò dimostrerebbe unicamente che i concorrenti sarebbero stati esclusi dal rifornimento
         dei clienti che avevano già concluso tali contratti (la cui esistenza resta da esse contestata). I concorrenti resterebbero
         cionondimeno liberi di ricercare la clientela di altre imprese. Per accertare una violazione dell’art. 82 CE, la decisione
         impugnata avrebbe dovuto dimostrare che tali accordi coprivano una quota del mercato così estesa da essere in grado di escludere
         dall’insieme del mercato un numero di concorrenti sufficiente, al punto da provocare una riduzione significativa della concorrenza.
         La Commissione non spiegherebbe perché il fatto che alcuni concorrenti non potessero vendere le loro RVM a determinati clienti
         porterebbe all’esclusione di detti concorrenti dal mercato nel suo insieme.
      
      232    Le ricorrenti sostengono che la questione pertinente sarebbe se un concorrente potesse restare in modo redditizio sul mercato
         disimpegnando solo la quota della domanda che poteva essere conquistata, e che la Commissione avrebbe dovuto stabilire la
         dimensione della redditività minima necessaria per operare sul mercato considerato. Se la detta domanda era sufficientemente
         importante, e la scala di redditività sufficientemente ridotta, per consentire a un potenziale concorrente di penetrare o
         di restare sul mercato accanto alle ricorrenti, la Commissione avrebbe dovuto concludere che le pratiche di queste ultime
         non erano abusive. La Commissione, inoltre, non avrebbe chiaramente indicato la quota di mercato che dovrebbe essere coperta
         dagli accordi perché questi fossero tali da escludere alcuni concorrenti. La decisione impugnata non fornirebbe alcun criterio
         obiettivo per stabilire dove la soglia potrebbe collocarsi.
      
      233    Secondo le ricorrenti, se la Commissione avesse effettuato una siffatta analisi, non le sarebbe stato possibile dimostrare
         che i contratti di cui trattasi avrebbero potuto escludere dal mercato concorrenti aventi la stessa efficienza. Esse sottolineano
         che spettava alla Commissione dimostrare nella sua decisione impugnata che le loro pratiche erano tali da produrre un effetto
         di esclusione. In mancanza di sufficiente motivazione nella decisione impugnata, non vi sarebbe alcun obbligo per le ricorrenti
         di dimostrare il contrario.
      
      234    Le ricorrenti fanno presente che la nuova analisi esposta nel controricorso, circa l’effetto di esclusione prodotto dalle
         pratiche delle ricorrenti, è irricevibile. La questione sottoposta al Tribunale è se la decisione impugnata fosse su questo
         punto sufficientemente motivata. Non è infatti possibile consentire, in modo generale, alla convenuta di porre rimedio agli
         errori e alle omissioni della decisione controversa presentando una nuova analisi ed elementi supplementari in occasione del
         procedimento dinanzi al Tribunale.
      
      235    Le ricorrenti respingono, inoltre, l’affermazione secondo cui non spetta all’impresa in posizione dominante stabilire il numero
         dei concorrenti sul mercato, in quanto priva di pertinenza. Mercati differenti possono essere pienamente concorrenziali anche
         se il numero dei concorrenti varia e qualche volta anche quando ve ne sono solo due. Spettava, a loro avviso, alla Commissione
         stabilire nella decisione impugnata la soglia di redditività per le imprese sul mercato rilevante e stabilire se la dimensione
         della quota acquisibile del mercato consentisse ad un numero sufficiente di esse di operarvi in modo che la concorrenza fosse
         effettiva. Nella specie ciò non sarebbe stato fatto.
      
      236    Infine, le ricorrenti sostengono che le loro pratiche non coprivano una quota sufficientemente importante della domanda totale.
         Le ricorrenti ritengono che la quota della domanda che poteva essere conquistata era, per ciascun mercato nazionale, di almeno
         il 30% e di oltre il 50% nella maggioranza dei casi e, per i cinque mercati insieme considerati, era in media di circa il
         61%, cioè oltre 2 000 apparecchi all’anno. Tale cifra sarebbe superiore al livello minimo di vendite necessarie per assicurare
         la redditività di un produttore di RVM, che le ricorrenti ritengono tra le 500 e le 1 000 unità all’anno.
      
      237    La Commissione contesta gli argomenti dedotti dalle ricorrenti.
      
      b)     Giudizio del Tribunale
      238    Si deve, innanzitutto, rilevare che, in sostanza, la questione che si pone è accertare se la Commissione, per dimostrare l’esclusione
         dei concorrenti dal mercato nel suo insieme, avrebbe dovuto stabilire la dimensione della redditività minima necessaria per
         operare sul mercato di cui trattasi e quindi verificare se la quota di mercato che non poteva essere conquistata (cioè la
         quota della domanda vincolata dalle pratiche delle ricorrenti) fosse sufficientemente grande da poter produrre un effetto
         di esclusione dei concorrenti.
      
      239    Nella specie, si deve considerare che la Commissione, nella decisione impugnata, ha constatato che nei paesi e negli anni
         per i quali l’infrazione è stata accertata, la quota bloccata della domanda era «sostanziale» o «non trascurabile» e che soprattutto
         durante gli «anni cruciali» di crescita su ciascuno dei mercati di cui trattasi rappresentava una porzione molto importante
         (v. punto 392 della decisione impugnata). La decisione impugnata, tuttavia, non ha stabilito una soglia precisa oltre la quale
         le pratiche delle ricorrenti sarebbero state tali da poter escludere i concorrenti.
      
      240    Orbene, si deve rilevare che la Commissione ha, giustamente, considerato che, bloccando una parte importante del mercato,
         come nel caso di specie, l’impresa dominante ha limitato l’ingresso solo ad uno o ad alcuni concorrenti e ha, quindi, ristretto
         l’intensità della concorrenza nel mercato nel suo insieme. 
      
      241    Infatti, il blocco di una parte sostanziale del mercato ad opera di un’impresa dominante non può essere giustificato con la
         dimostrazione che la quota del mercato che può essere conquistata sia ancora sufficiente per fare posto ad un numero limitato
         di concorrenti. Infatti, da un lato, i clienti che si trovano nella quota bloccata del mercato dovrebbero avere la possibilità
         di approfittare di ogni grado di concorrenza che sia possibile sul mercato e i concorrenti dovrebbero potersi dare alla concorrenza
         per i meriti su tutto il mercato e non soltanto su una parte di questo. Dall’altro lato, il ruolo dell’impresa dominante non
         è quello di stabilire quanti concorrenti validi siano autorizzati a farle concorrenza per la quota acquisibile della domanda
         che può ancora essere conquistata.
      
      242    A questo proposito, si deve sottolineare che solo un’analisi delle circostanze della specie, come quella operata dalla Commissione
         nella decisione impugnata, può consentire di stabilire se le pratiche di un’impresa in posizione dominante siano tali da escludere
         la concorrenza. Sarebbe tuttavia artificioso stabilire a priori quale sia la quota di mercato bloccata oltre la quale le pratiche
         di un’impresa in posizione dominante possono produrre un effetto di esclusione dei concorrenti.
      
      243    In particolare, in primo luogo, si deve rilevare che le pratiche delle ricorrenti bloccavano, in media, una quota considerevole
         – cioè due quinti – della domanda totale durante il periodo e nei paesi considerati. Di conseguenza, quand’anche si ammettesse
         la tesi delle ricorrenti secondo cui il blocco di una piccola quota della domanda sarebbe irrilevante, nella specie tale quota
         era lungi dall’essere di scarsa rilevanza.
      
      244    In secondo luogo, le pratiche delle ricorrenti hanno sovente portato ad una quota molto elevata della domanda «subordinata»
         durante «anni cruciali» quando la domanda era più elevata e sarebbe stata quella meglio in grado di produrre ingressi sul
         mercato coronati da successi, in particolare nel corso degli anni 1999 e 2000 in Austria, nel 2001 nei Paesi Bassi, nel 1999
         in Norvegia (v., ad esempio, punti 219 e 237 della decisione impugnata).
      
      245    In terzo luogo, si deve ricordare che le pratiche delle ricorrenti subordinavano la domanda del cliente finale, e non quella
         dei distributori. I concorrenti non potevano, pertanto, avvalersi di metodi di distribuzione differenti che potessero mitigare
         gli effetti delle pratiche delle ricorrenti.
      
      246    Alla luce di quanto sopra considerato, la seconda parte del secondo motivo dev’essere, pertanto, respinta.
      
      3.     Sulle prove e sulle ipotesi assertivamente inesatte e ingannevoli alle quali sarebbe stato fatto ricorso per valutare l’idoneità
         degli sconti retroattivi ad escludere la concorrenza
      
      a)     Argomenti delle parti
      247    Le ricorrenti sostengono che la tesi della Commissione sugli sconti retroattivi riposa su due elementi: in primo luogo, sul
         fatto che i clienti non sarebbero disposti ad acquistare più di un piccolo numero di macchine da un nuovo fornitore e, in
         secondo luogo, sul fatto che gli sconti retroattivi consentirebbero alle ricorrenti di praticare prezzi negativi o molto bassi.
         Fanno presente che, in pressoché tutti gli esempi utilizzati dalla Commissione, i prezzi mai erano stati tali da essere negativi
         e che, comunque, i concorrenti sarebbero stati in grado di ottenere redditi positivi dalle loro vendite. Fanno altresì presente
         che la Commissione non ha neppure esaminato i costi delle ricorrenti al fine di stabilire il livello al di sotto del quale
         i prezzi sarebbero di esclusione o predatori.
      
      248    Secondo le ricorrenti, quando gli sconti retroattivi portano a prezzi positivi, non è dato di presumere che essi saranno necessariamente
         tali da produrre effetti di esclusione. Un siffatto approccio porterebbe infatti ad un divieto di per sé degli sconti retroattivi.
      
      249    Le ricorrenti aggiungono che la decisione impugnata non ha valutato i prezzi risultanti dai loro sconti delle ricorrenti né
         rispetto ad un punto di riferimento né sulla base di un criterio obiettivo utilizzabile. Si limita ad affermare che gli sconti
         hanno imposto ai concorrenti un costo di opportunità, che ha mal definito, e che i prezzi che ne risultano sono, pertanto,
         nella sua opinione soggettiva, «molto bassi» senza che la Commissione definisse cosa debba intendersi con quest’ultima espressione.
         Le ricorrenti ritengono che la convenuta non può avvalersi di tali affermazioni e opinioni soggettive per stabilire se degli
         sconti siano o no idonei a produrre un effetto di esclusione.
      
      250    Le ricorrenti sostengono, inoltre, che la conclusione della decisione impugnata secondo la quale sconti retroattivi erano
         tali da produrre effetti di esclusione si fonda su diagrammi inesatti.
      
      251    In due dei sette casi citati nella decisione impugnata (figure 23 e 24 della decisione impugnata relative all’Austria), la
         Commissione si baserebbe su diagrammi inesatti e ingannevoli. La tesi della Commissione, secondo la quale taluni concorrenti
         avrebbero dovuto in tali casi fatturare prezzi negativi, sarebbe in tutte le circostanze inesatta.
      
      252    In altri quattro casi (figure 15 e 18, relative, rispettivamente, ai Paesi Bassi e alla Svezia, e figure 21 e 22, relative
         alla Germania), la Commissione avrebbe ignorato l’esistenza di sconti di cui potevano fruire i clienti per vendite che si
         collocavano al di sotto della soglia che la Commissione ha utilizzato nella sua analisi. Una volta corretto l’errore, i prezzi
         non sarebbero negativi in nessuna circostanza in tre dei quattro casi e sarebbero negativi solo marginalmente per le vendite
         di una sola unità in un altro caso.
      
      253    Contrariamente a quanto affermato dalla Commissione, in sei dei sette casi, i concorrenti sarebbero stati in grado di fatturare
         prezzi positivi, anche se vendevano solo quantitativi molto ridotti, cioè due o tre macchine.
      
      254    In ciascuno dei sette casi, la Commissione avrebbe a torto supposto che i concorrenti avrebbero dovuto limitarsi a vendere
         un piccolo numero di unità di RVM.
      
      255    In ciascuno dei sette casi, la Commissione avrebbe ignorato le prove pertinenti circa il funzionamento del mercato, il che
         minerebbe le sue conclusioni. La Commissione avrebbe in particolare ignorato gli introiti derivati dai servizi dopo vendita
         e dalle vendite seguenti di RVM. Tenuto conto di tali introiti, i concorrenti avrebbero potuto aspettarsi di percepire introiti
         positivi, anche nel caso di vendite di RVM fatte a prezzi negativi.
      
      256    Le ricorrenti precisano che, anche se i concorrenti fossero stati costretti a vendere solo un piccolo numero di RVM (per esempio
         uno o due macchine), la Commissione, nella decisione impugnata, non avrebbe dimostrato che gli sconti praticati dalle ricorrenti
         sarebbero stati tali da escludere siffatti concorrenti dal mercato.
      
      257    La Commissione contesta gli argomenti dedotti dalle ricorrenti.
      
      b)     Giudizio del Tribunale
      258    Si deve, innanzitutto, rilevare che la presente censura è basata su una premessa errata. Infatti, contrariamente a quanto
         assumono le ricorrenti, la circostanza che i meccanismi di sconti retroattivi forzino i concorrenti a fatturare prezzi negativi
         ai clienti delle ricorrenti beneficiari di sconti non può considerarsi un pilastro sul quale poggia la decisione impugnata
         per dimostrare che i meccanismi di sconto retroattivi delle ricorrenti sono idonei a produrre effetti anticoncorrenziali.
      
      259    Per contro, la decisione impugnata è fondata su tutta una serie di altre considerazioni circa gli sconti retroattivi praticati
         dalle ricorrenti per concludere che tali tipi di pratiche erano tali da escludere i concorrenti in violazione dell’art. 82 CE.
      
      260    In primo luogo, la decisione impugnata rileva che l’incentivo a rifornirsi esclusivamente o pressoché esclusivamente presso
         le ricorrenti è particolarmente forte quando soglie, come quelle applicate dalle ricorrenti, sono combinate con un meccanismo
         in forza del quale il beneficio legato al superamento, a seconda dei casi, della soglia di premio o della soglia più vantaggiosa
         si ripercuote su tutti gli acquisti effettuati dal cliente durante il periodo considerato e non esclusivamente sul volume
         di acquisti eccedente la soglia di cui trattasi (v. punti 132, 297 e 316 della decisione impugnata).
      
      261    In secondo luogo, la Commissione, nella decisione impugnata, osserva che i regimi di sconto erano specifici per ciascun cliente
         e le soglie erano fissate sulla base del fabbisogno stimato del cliente e/o dei volumi di acquisti realizzati in passato.
      
      262    La decisione impugnata menziona, tra l’altro, il fatto che un meccanismo di sconti retroattivi combinato con una o più soglie
         corrispondenti alla totalità o ad un’elevata percentuale del fabbisogno del cliente rappresentava un incentivo rilevante a
         rifornirsi per la totalità o la quasi totalità delle attrezzature necessarie presso le ricorrenti e aumentava artificiosamente
         il costo del passaggio ad un altro fornitore, anche per un piccolo numero di unità (v. punti 131‑133, 297, 321 e 322 della
         decisione impugnata).
      
      263    In terzo luogo, la Commissione rileva che sovente gli sconti retroattivi si applicavano a taluni dei più importanti clienti
         delle ricorrenti con l’obiettivo di assicurare la loro fedeltà (v., per esempio, punti 180 e 240 della decisione impugnata).
      
      264    Infine, la decisione impugnata rileva che le ricorrenti non hanno dimostrato che il loro comportamento era obiettivamente
         giustificato o che produceva incrementi di efficienza sostanziali che prevalevano sugli effetti anticoncorrenziali prodotti
         sui consumatori (v. punto 391 della decisione impugnata).
      
      265    È certamente vero che la decisione impugnata illustra con diagrammi (v. figure 15, 18, 21‑24 e 27) il fatto che gli sconti
         retroattivi delle ricorrenti producevano un effetto di esclusione che induceva i concorrenti a chiedere prezzi molto bassi
         e, talvolta, negativi per le ultime unità prima di superare la soglia fissata dal meccanismo di sconto (v. punti 165, 186,
         224, 235, 236 e 268 della decisione impugnata).
      
      266    Tuttavia, la Commissione, nella decisione impugnata, da un lato, non afferma assolutamente che i regimi di sconto abbiano
         sistematicamente indotto prezzi negativi e, dall’altra parte, non sostiene neppure che una siffatta dimostrazione costituisse
         una previa condizione per constatare che tali meccanismi di sconto sono abusivi. Per altro, la decisione impugnata non contiene
         rappresentazioni grafiche per ciascuno dei regimi di sconto utilizzati dalle ricorrenti. Contiene soltanto uno o due diagrammi
         per paesi che illustrano l’effetto di esclusione dei meccanismi di sconto delle ricorrenti.
      
      267    Si deve ricordare, a questo proposito, che il meccanismo di esclusione costituito dagli sconti retroattivi non richiede che
         l’impresa in posizione dominante sacrifichi dei profitti, poiché il costo dello sconto si trova ripartito su un grande numero
         di unità. Con la concessione retroattiva dello sconto, il prezzo medio ottenuto dall’impresa dominate può senz’altro essere
         ampiamente superiore ai costi e procurare un margine di utile medio elevato. Tuttavia, il meccanismo di sconto retroattivo
         fa sì che, per il cliente, il prezzo effettivo delle ultime unità sia molto basso in ragione dell’effetto di aspirazione.
      
      268    Alla luce di tali considerazioni, si deve rilevare che la circostanza che taluni diagrammi contengano errori non può, di per
         sé, inficiare le conclusioni circa il carattere anticoncorrenziale dei meccanismi di sconto praticati dalle ricorrenti. Tale
         censura delle ricorrenti è pertanto inoperante.
      
      269    Per quanto riguarda l’argomento delle ricorrenti secondo il quale i concorrenti non vedevano la loro azione limitata alla
         vendita di un piccolo numero di unità a ciascun cliente, si deve constatare che è inerente ad una posizione dominante forte,
         quale quella occupata dalle ricorrenti, che, per una buona parte della domanda, non esista un prodotto sostitutivo adeguato
         a quello fornito dall’impresa che detiene tale posizione dominante. Il fornitore in posizione dominante è quindi, in ampia
         misura, un partner commerciale irrinunciabile (v., in questo senso, sentenza Hoffmann-La Roche/Commissione, cit., punto 41).
         Da ciò consegue che, in tali circostanze, nella decisione impugnata è dato correttamente di leggere che i clienti si rivolgevano
         ad altri fornitori solo per una quota limitata dei loro acquisti.
      
      270    Per le stesse ragioni, è difficile condividere l’argomento delle ricorrenti secondo il quale un concorrente può compensare
         i prezzi più bassi che è indotto a chiedere ad un cliente per le unità al di qua della soglia vendendo unità supplementari
         al medesimo cliente (al di là della soglia). Infatti, la restante domanda di tale cliente è, nella migliore delle ipotesi,
         limitata, con la conseguenza che il prezzo medio del concorrente resta strutturalmente poco attraente. 
      
      271    Altrettanto dicasi dell’affermazione secondo la quale i concorrenti potrebbero cercare di compensare perdite o una debole
         redditività iniziale imposte dalle pratiche delle ricorrenti mediante introiti dopo vendita (manutenzione e riparazione).
         Infatti, la larga base posta in essere dalle ricorrenti conferisce loro anche un vantaggio evidente per la riparazione e la
         manutenzione dei loro apparecchi, così che non risulta chiaramente dall’argomentazione delle ricorrenti come i margini strutturalmente
         deboli dei concorrenti sul mercato primario potrebbero essere compensati da profitti sul mercato del dopo vendita.
      
      272    Alla luce di quanto sopra precede, si deve respingere la terza parte del secondo motivo e, quindi, il secondo motivo nel suo
         insieme.
      
      C –  Sul terzo motivo, relativo ad errori manifesti nella valutazione della Commissione circa la questione se gli accordi eliminassero
            effettivamente la concorrenza
      1.     Argomenti delle parti
      273    Le ricorrenti considerano che l’analisi degli effetti reali fa parte integrante delle conclusioni della decisione impugnata
         relative all’esclusione. I passaggi della decisione impugnata relativi all’«impatto» per ciascuno dei cinque paesi confermerebbero
         tale circostanza.
      
      274    Secondo le ricorrenti, gli elementi di prova della Commissione sarebbero contraddittori, speculativi o privi di pertinenza
         e non consentirebbero, di conseguenza, di concludere che gli accordi abbiano effettivamente soppresso la concorrenza.
      
      275    In primo luogo, le ricorrenti sostengono che, nella maggioranza dei cinque mercati nazionali analizzati, la loro quota di
         mercato cala nel corso del periodo durante il quale la Commissione sostiene che esse mettevano in atto pratiche anticoncorrenziali.
      
      276    Le ricorrenti considerano che il grafico presentato dalla Commissione conferma le loro affermazioni circa la loro quota di
         mercato, cioè che questa era in declino in tre dei cinque paesi considerati, il che non può considerarsi come la prova di
         un effetto anticoncorrenziale.
      
      277    In secondo luogo, le ricorrenti contestano la tesi della Commissione secondo la quale la posizione dei loro concorrenti in
         ciascuno dei cinque paesi continuava ad essere debole durante il periodo analizzato. Ritengono che i loro concorrenti abbiano
         conquistato quote di mercato in tre paesi, che le loro quote di mercato siano rimaste ampiamente immutate in Germania e che
         esse abbiano perduto quote di mercato soltanto in Svezia.
      
      278    In terzo luogo, le ricorrenti contestano l’esistenza di un nesso manifesto tra la dimensione del mercato subordinato e la
         loro quota di mercato, in ciascuno dei cinque mercati nazionali dal 1998 al 2002. Esaminando i cinque mercati nazionali nel
         loro insieme, non si avrebbero prove che consentano di ritenere che una quota subordinata di mercato elevata porti ad un aumento
         nella quota di mercato delle ricorrenti. Per esempio, nei Paesi Bassi e in Norvegia, ove la quota di mercato subordinata alle
         pratiche delle ricorrenti era la più elevata, la quota di mercato delle ricorrenti sarebbe scesa, mentre in Germania e in
         Svezia, dove la quota di mercato subordinata era inferiore, la quota di mercato delle ricorrenti sarebbe aumentata o rimasta
         stabile. Solo in Austria la quota di mercato delle ricorrenti sarebbe scesa più rapidamente che nei Paesi Bassi e in Norvegia.
      
      279    Le ricorrenti sostengono, inoltre, che non vi è un nesso statisticamente significativo tra la quota di mercato che non può
         essere conquistata e la loro quota di mercato per i cinque paesi esaminati durante il periodo analizzato.
      
      280    Le ricorrenti osservano che la Commissione si avvale della propria soggettiva interpretazione delle prove respingendo qualsiasi
         criterio obiettivo. La Commissione sosterrebbe che le variabili sono «connesse», ma respingerebbe ogni tentativo di sottoporre
         la sua affermazione ad un esame obiettivo e statisticamente solido. Inoltre, la Commissione non fornirebbe alcuna prova a
         sostegno della sua affermazione secondo la quale l’analisi statistica delle ricorrenti avrebbe potuto essere stata manipolata.
      
      281    In quarto luogo, le ricorrenti contestano la tesi della Commissione secondo la quale i loro prezzi non sarebbero calati, e
         sostengono che la Commissione avrebbe dovuto esaminare i prezzi netti effettivi dopo lo sconto, e non i prezzi di catalogo.
      
      282    Le ricorrenti mettono in evidenza il fatto che un’analisi corretta dei dati, quale effettuata nel ricorso, dimostra che i
         prezzi sono calati in tre paesi su cinque.
      
      283    In quinto luogo, le ricorrenti sostengono che l’uscita di tre concorrenti non dimostra l’esistenza di effetti anticoncorrenziali.
         Da un lato, la Prokent avrebbe fatto fallimento proprio quando le pratiche assertivamente anticoncorrenziali delle ricorrenti
         erano cessate. Dall’altro lato, l’acquisizione da parte delle ricorrenti della Halton e dell’Eleiko contraddirebbe la teoria
         negativa della Commissione, poiché, se era vero che le ricorrenti avevano capacità di contenere e di escludere i loro concorrenti,
         esse non avrebbero avuto bisogno di acquistare tali due società per allontanarle dal mercato.
      
      284    Infine, le ricorrenti sostengono che, anche se taluni fatti invocati dalla Commissione fossero esatti, essi non dimostrebbero
         necessariamente l’effetto anticoncorrenziale dei loro prezzi commerciali. In primo luogo, la quota di mercato dell’operatore
         storico e la posizione sul mercato dei suoi concorrenti possono restare stabili nel tempo per ragioni del tutto legittime;
         in secondo luogo, la Commissione si contraddirebbe circa i prezzi delle ricorrenti e la loro evoluzione nel tempo qualificando
         la loro politica di fissazione dei prezzi predatoria e accusandole allo stesso tempo di mantenere prezzi elevati, e, in terzo
         luogo, l’uscita dal mercato di uno o più concorrenti non dimostrebbe un effetto anticoncorrenziale, ma potrebbe semplicemente
         essere il risultato del normale processo concorrenziale.
      
      285    La Commissione contesta gli argomenti dedotti dalle ricorrenti.
      
      2.     Giudizio del Tribunale
      286    Si deve, a questo proposito, ricordare che, secondo una consolidata giurisprudenza, nei limiti in cui taluni motivi di una
         decisione sono, di per sé, idonei a giustificarla adeguatamente, i vizi di cui potrebbero essere inficiati altri motivi che
         la sorreggono sono, comunque, ininfluenti sul suo dispositivo (v., per analogia, sentenza della Corte 12 luglio 2001, cause
         riunite C‑302/99 P e C‑308/99 P, Commissione e Francia/TF1, Racc. pag. I‑5603, punti 26‑29).
      
      287    Orbene, la decisione impugnata ai punti 285 e 332 afferma che, per quanto, secondo la giurisprudenza, per accertare una violazione
         dell’art. 82 CE, sia sufficiente provare che le pratiche delle ricorrenti erano intese a restringere la concorrenza o che
         il loro comportamento era idoneo o tale da avere un siffatto effetto, essa ha completato la sua analisi nella specie con un
         esame dei probabili effetti delle pratiche delle ricorrenti sul mercato delle RVM.
      
      288    È pertanto chiaro che la Commissione non ha cercato di basare la sua constatazione di un’infrazione dell’art. 82 CE su tale
         esame degli effetti reali delle pratiche delle ricorrenti su ciascuno dei mercati nazionali esaminati, bensì ha semplicemente
         completato la sua constatazione di un’infrazione con un breve esame dei probabili effetti di tali pratiche.
      
      289    Si deve, inoltre, constatare che, effettivamente, per accertare una violazione dell’art. 82 CE, non è necessario dimostrare
         che il comportamento abusivo di cui trattasi abbia avuto un effetto concreto sui mercati considerati. È a questo proposito
         sufficiente dimostrare che il comportamento abusivo delle imprese in posizione dominante mira a restringere la concorrenza
         o, in altri termini, che è tale da avere o che può avere un simile effetto (sentenze Michelin II, punto 239, e British Airways/Commissione,
         cit., punto 293).
      
      290    Alla luce di quanto sopra precede, il terzo motivo è inoperante e dev’essere pertanto respinto senza che si renda necessario
         esaminare se gli elementi di prova forniti dalla Commissione avrebbero consentito di concludere che gli accordi di cui trattasi
         avevano effettivamente soppresso la concorrenza. Infatti, quand’anche la Commissione fosse incorsa in un errore manifesto
         di valutazione, come assunto dalle ricorrenti, nel considerare che gli accordi eliminavano effettivamente la concorrenza,
         la legittimità della decisione impugnata non ne risulterebbe inficiata.
      
      D –  Sul quinto motivo, relativo all’errore manifesto nel quale la Commissione sarebbe incorsa concludendo che impegni in termini
            quantitativi non vincolanti potevano violare l’art. 82 CE
      1.     Argomenti delle parti
      291    Le ricorrenti, facendo riferimento al primo motivo di ricorso, affermano che la maggior parte dei 18 accordi, enumerati al
         punto 302 della decisione impugnata, che prevedono impegni sui quantitativi erano «non vincolanti». Secondo le ricorrenti,
         al pari degli accordi di esclusiva non vincolanti, un impegno sui quantitativi personalizzato non vincolante, anche se rappresenta
         la totalità o la quasi totalità del fabbisogno del cliente, non è idoneo ad escludere la concorrenza. Se un cliente non è
         giuridicamente tenuto a rispettare un impegno di acquistare uno specifico quantitativo presso un fornitore, egli sarà libero
         di accettare offerte migliori da fornitori concorrenti in qualsiasi momento. Un impegno sui quantitativi personalizzato, non
         vincolante, non sarebbe altro che una stima.
      
      292    Le ricorrenti sostengono che non vi è fondamento giuridico nel diritto comunitario che consenta di vietare a un cliente di
         dare ai suoi fornitori una stima della totalità o della quasi totalità del suo fabbisogno nel corso di un determinato periodo,
         anche se uno dei fornitori sia in una posizione dominante. Se così è, questi 18 accordi non sarebbero idonei a produrre effetti
         anticoncorrenziali e non possono pertanto essere invocati nella decisione impugnata. Escludere 18 dei 49 accordi, sui quali
         la decisione impugnata si fonda, ne minerebbe in modo decisivo la fondatezza e comporta, secondo le ricorrenti, l’annullamento
         della decisione impugnata nella sua totalità.
      
      293    Le ricorrenti aggiungono che, contrariamente a quanto affermato nel controricorso, un buon numero di accordi non allineerebbe
         il prezzo al volume acquistato, ma praticherebbe un prezzo unitario unico per ciascun apparecchio ordinato (Lidl, COOP ecc.).
      
      294    La Commissione contesta gli argomenti dedotti dalle ricorrenti.
      
      2.     Giudizio del Tribunale
      295    Si deve osservare che, come ricordato supra ai punti 208 e 209, per un’impresa che si trova in posizione dominante su un mercato,
         il fatto di vincolare gli acquirenti – quand’anche su loro domanda – con un obbligo o una promessa di rifornirsi per la totalità
         o per una parte considerevole del loro fabbisogno esclusivamente presso la detta impresa costituisce uno sfruttamento abusivo
         di una posizione dominante ai sensi dell’art. 82 CE, sia che l’obbligo considerato sia stipulato sic et simpliciter, sia che
         trovi la sua contropartita nella concessione di sconti. Altrettanto dicasi quando la detta impresa, senza vincolare gli acquirenti
         con un obbligo formale, applica, o in forza di accordi stipulati con tali acquirenti o unilateralmente, un sistema di sconti
         di fedeltà, cioè riduzioni di prezzo subordinate alla condizione che il cliente si rifornisca esclusivamente per la totalità
         o per una parte considerevole del suo fabbisogno presso l’impresa in posizione dominante (sentenza Hoffmann-La Roche/Commissione,
         cit., punto 89).
      
      296    In effetti, gli impegni di approvvigionamento esclusivo di questo tipo, con o senza contropartita di sconti o concessione
         di premi di fedeltà onde stimolare l’acquirente ad acquistare esclusivamente presso l’impresa in posizione dominante, sono
         incompatibili con lo scopo che la concorrenza non sia falsata nel mercato comune, in quanto non si fondano su una prestazione
         economica che giustifichi questo onere o questo vantaggio, bensì mirano a togliere all’acquirente, o a ridurre nei suoi riguardi,
         la possibilità di scelta per quel che concerne le sue fonti di approvvigionamento e a precludere l’accesso al mercato agli
         altri produttori (sentenza Hoffmann-La Roche/Commissione, cit., punto 90).
      
      297    Orbene, nella specie, contrariamente a quanto sostenuto dalle ricorrenti, la Commissione, nella decisione impugnata, ha, giustamente,
         esaminato gli impegni sui quantitativi personalizzati non solo in modo puramente formale, dal punto di vista giuridico, ma
         anche tenendo conto del contesto economico specifico nel quale gli accordi di cui trattasi si inserivano. Proprio su tale
         base la Commissione ha concluso, nella decisione impugnata, che gli accordi di cui trattasi erano idonei ad escludere i concorrenti.
      
      298    Infatti, impegni sui quantitativi personalizzati, come quelli cui fa riferimento la decisione impugnata al punto 302, che
         vincolano de facto o incentivano l’acquirente a rifornirsi esclusivamente o per una parte considerevole del suo fabbisogno
         presso l’impresa in posizione dominante, e che non riposano su una prestazione economica che giustifichi tale onere o tale
         vantaggio, ma mirano a togliere all’acquirente o a limitargli la possibilità di scelta per quanto riguarda le sue fonti di
         approvvigionamento e a impedire l’accesso al mercato ai produttori, costituiscono, quand’anche si ammetta che non vincolino
         l’acquirente con un’obbligazione formale, uno sfruttamento abusivo di una posizione dominante ai sensi dell’art. 82 CE (v.,
         in questo senso, sentenza Van den Bergh Foods/Commissione, cit., punti 84 e 160).
      
      299    Anche se più esempi confermano che, per quanto riguarda gli impegni in termini di quantità e gli sconti, le ricorrenti consentivano
         una certa flessibilità circa il rigoroso rispetto delle scadenze e degli obiettivi, tale flessibilità, applicata altresì a
         taluni accordi che le ricorrenti riconoscono essere «vincolanti», non diminuisce assolutamente l’effetto esclusivo prodotto
         da tali pratiche. Al contrario, la Commissione ha, giustamente, affermato nella decisione impugnata che l’esatto volume degli
         acquisti era per le ricorrenti meno importante della fedeltà del cliente. Infatti, tale flessibilità contribuiva a mantenere
         l’incentivo ad acquistare le RVM delle ricorrenti, anche per quei clienti che altrimenti non avrebbero raggiunto le soglie
         richieste (v. punto 312 della decisione impugnata). 
      
      300    Inoltre, si deve rilevare che la grande maggioranza degli impegni in termini di quantità che le ricorrenti qualificavano non
         vincolanti sono accordi nei quali il prezzo e le condizioni commerciali sono subordinati all’acquisto di un certo volume da
         parte del cliente. Tali accordi contenevano in genere uno sconto subordinato espressamente alla realizzazione dell’obiettivo.
         Il cliente non era giuridicamente obbligato a raggiungere l’obiettivo, ma doveva arrivarvi per ottenere o conservare lo sconto.
         Siffatti accordi sono presenti nella specie, come per esempio quelli conclusi con l’Axfood (2001), la COOP (2000), la NorgesGruppen
         o la Hakon Gruppen. Tali accordi sono simili ad uno sconto retroattivo. Il rischio di perdere lo sconto retroattivamente incentiva
         fortemente il cliente a raggiungere l’obiettivo. Il fatto che le ricorrenti possano infine non aver chiesto il rimborso dello
         sconto, o l’assenza dimostrata di accettazione di un’offerta delle ricorrenti da parte del cliente, non sono pertinenti. Ciò
         che conta sono le aspettative del cliente all’epoca in cui egli ha fatto gli ordinativi conformemente alle condizioni dell’offerta
         ricevuta.
      
      301    Dall’insieme di tutto quanto sopra considerato risulta che il motivo che deduce l’errore manifesto di diritto commesso dalla
         Commissione nel ritenere che impegni non vincolanti sui quantitativi potessero violare l’art. 82 CE dev’essere respinto.
      
       II – Sulle conclusioni dirette all’annullamento o alla riduzione dell’ammenda
       A – Argomenti delle parti
      302    Nell’ambito del sesto motivo, le ricorrenti considerano che la Commissione è incorsa nella violazione dei principi di proporzionalità
         e di non discriminazione fissando l’ammenda all’8% del giro d’affari mondiale del gruppo Tomra.
      
      303    Rispondendo alle affermazioni della Commissione esposte nel controricorso, le ricorrenti reiterano l’affermazione secondo
         cui l’ammenda di EUR 24 milioni inflitta dalla Commissione rappresenta il 7,97% del giro d’affari mondiale del gruppo nel
         2005.
      
      304    In primo luogo, le ricorrenti considerano che, se la Commissione è libera di alzare il livello delle ammende, al fine di rafforzarne
         l’effetto dissuasivo, tuttavia, la politica della Commissione deve rispettare le esigenze di proporzionalità, in forza delle
         quali le ammende che sanzionano le infrazioni qualificate «molto gravi» debbono presentare un effetto dissuasivo maggiore
         di quelle che sanzionano le infrazioni qualificate «gravi». Tale logica sarebbe riconosciuta dagli orientamenti sul calcolo
         delle ammende, che prevedrebbero che le infrazioni «gravi» siano punite con un’ammenda di base da EUR 1 a 20 milioni e le
         infrazioni «molto gravi» con un’ammenda di base superiore a EUR 20 milioni.
      
      305    Secondo le ricorrenti, la Commissione ha seguito questa logica quando ha inflitto un’ammenda alla Microsoft per infrazioni
         «molto gravi». Tuttavia, esse deducono, a titolo di confronto, che l’ammenda della Microsoft rappresentava solo l’1,5% del
         suo giro d’affari mondiale, anche se l’infrazione era stata considerata «molto grave». Le ricorrenti dichiarano di essere
         dell’opinione che ciò induce alla conclusione illogica secondo cui per la Commissione è più importante creare un effetto dissuasivo
         nei confronti delle ricorrenti, cioè un gruppo di società con un giro d’affari inferiore a EUR 300 milioni, per un’infrazione
         «grave», di quanto non lo fosse stato nei confronti della Microsoft, una delle cinque più grandi imprese al mondo, con un
         fatturato (nel 2003) superiore a EUR 30 miliardi, per un’infrazione «molto grave». Parimenti, la Commissione avrebbe inflitto
         all’AstraZeneca un’ammenda per due infrazioni «gravi», la quale, pur avendo tenuto conto della necessità di infliggere un’ammenda
         avente un effetto dissuasivo proporzionale ai benefici pertinenti, sarebbe ammontata a circa solo il 3% del suo giro d’affari
         mondiale. 
      
      306    Le ricorrenti affermano che la Corte ha riconosciuto che ogni significativa modifica dell’approccio da parte della Commissione
         esige una dettagliata spiegazione. La Commissione ciò nondimeno non avrebbe precisato, nella decisione impugnata, per quale
         ragione al gruppo Tomra, un’impresa che non è neppure classificata tra le 50 maggiori imprese in Norvegia, sia stata inflitta
         un’ammenda corrispondente «alla massima percentuale del giro d’affari mondiale di una società cui viene inflitta un’ammenda
         per violazione delle regole di concorrenza».
      
      307    Le ricorrenti sostengono, in sostanza, che la decisione impugnata non contiene spiegazioni dettagliate che permettano di giustificare
         tale significativa modifica dell’approccio della Commissione in materia di ammende.
      
      308    In secondo luogo, le ricorrenti considerano che il livello dell’ammenda è sproporzionato, tenuto conto dell’importo limitato
         del fatturato che esse hanno realizzato sui mercati geografici considerati. Le ricorrenti ritengono che meno del 25% del loro
         giro d’affari viene prodotto in Germania, nei Paesi Bassi, in Austria, in Svezia e in Norvegia e meno del de 34% in seno al
         SEE nel suo insieme. Secondo le ricorrenti, la Corte ha accettato che il principio di proporzionalità possa risultare violato
         se la Commissione ignora il nesso tra il giro d’affari mondiale e il giro d’affari «costituito dai prodotti per i quali l’infrazione
         è stata commessa». La Commissione non poteva, pertanto, limitarsi a tener conto del fatto che le infrazioni non erano continue
         durante tutto il periodo esaminato su tutti i mercati nazionali interessati.
      
      309    La Commissione contesta gli argomenti dedotti dalle ricorrenti.
      
       B – Giudizio del Tribunale
      310    Per quanto riguarda l’argomento delle ricorrenti che deduce la violazione del principio di non discriminazione, in quanto
         la Commissione ha fissato l’ammenda all’8% del giro d’affari mondiale delle ricorrenti, si deve, innanzitutto, ricordare che,
         nell’ambito della determinazione dell’importo delle ammende, la Commissione non può violare il principio di parità di trattamento,
         principio generale di diritto comunitario che, secondo la costante giurisprudenza, risulta violato soltanto quando situazioni
         analoghe vengono trattate in maniera differente o quando situazioni differenti vengono trattate in maniera identica, a meno
         che un tale trattamento non sia obiettivamente giustificato (sentenza del Tribunale 9 luglio 2003, causa T‑220/00, Cheil Jedang/Commissione,
         Racc. pag. II‑2473, punto 104).
      
      311    Occorre, tuttavia, sottolineare a questo proposito che la prassi decisionale antecedente della Commissione non funge di per
         sé quale quadro normativo per le ammende in materia di concorrenza. Il fatto che la Commissione abbia applicato, in passato,
         ammende di un certo livello a taluni tipi di infrazioni non vale a privare la detta istituzione della possibilità di aumentare
         tale livello entro i limiti indicati dal regolamento (CE) del Consiglio 16 dicembre 2002, n. 1/2003, concernente l’applicazione
         delle regole di concorrenza di cui agli articoli [81 CE] e [82 CE] (GU 2003, L 1, pag. 1), ove ciò sia necessario per garantire
         l’attuazione della politica comunitaria in materia di concorrenza (v., per analogia, sentenza della Corte 7 giugno 1983, cause
         riunite 100/80‑103/80, Musique diffusion française e a./ Commissione, Racc. pag. 1825, punto 109).
      
      312    Occorre aggiungere che la gravità delle infrazioni dev’essere accertata sulla scorta di un gran numero di elementi, come,
         segnatamente, le circostanze proprie del caso di specie, il suo contesto e l’effetto dissuasivo delle ammende, e ciò senza
         che sia stato redatto un elenco vincolante o esaustivo di criteri da tenere obbligatoriamente in considerazione (sentenza
         della Corte 17 luglio 1997, causa C‑219/95 P, Ferriere Nord/Commissione, Racc. pag. I‑4411, punto 33). Orbene, i dati pertinenti,
         quali i mercati, i prodotti, i paesi, le imprese e i periodi in questione, variano da caso a caso. Ne consegue che la Commissione
         non può essere obbligata ad infliggere ad imprese ammende il cui importo rispecchi la medesima proporzione delle infrazioni
         del loro rispettivo fatturato in tutti i casi paragonabili sotto il profilo della gravità (v., in questo senso, sentenza del
         Tribunale 13 gennaio 2004, causa T‑67/01, JCB Service/Commissione, Racc. pag. II‑49, punti 187‑189).
      
      313    Poiché le ammende sono uno strumento della politica della concorrenza della Commissione, questa deve disporre di un margine
         di discrezionalità nel fissare il loro importo al fine di orientare il comportamento delle imprese verso il rispetto delle
         regole di concorrenza (sentenza del Tribunale 11 dicembre 1996, causa T‑49/95, Van Megen Sports/Commissione, Racc. pag. II‑1799,
         punto 53).
      
      314    Nella specie si deve, pertanto, respingere di primo acchito l’argomento delle ricorrenti che deduce il confronto tra l’ammenda
         inflitta alle ricorrenti e quelle inflitte dalla Commissione in altre decisioni, poiché, come or ora ricordato, la prassi
         decisionale della Commissione non può servire di per sé come quadro normativo per le ammende in materia di concorrenza. La
         Commissione non può, infatti, essere obbligata a fissare ammende con una perfetta coerenza rispetto a quelle fissate in altri
         casi.
      
      315    Non può avere successo neppure l’argomento delle ricorrenti secondo cui la decisione impugnata segna un cambiamento di politica
         che avrebbe meritato spiegazioni specifiche. Infatti, la Commissione, nel fissare l’ammenda controversa, si è conformata agli
         obblighi che le incombono in forza del regolamento n. 1/2003 e dei suoi orientamenti relativi al calcolo delle ammende, circostanze
         che, peraltro, non sono oggetto di contestazioni da parte delle ricorrenti. Il livello dell’ammenda fissato dalla Commissione
         non costituisce pertanto un cambiamento della sua politica in materia di ammende, bensì, al contrario, un’applicazione classica
         di tale politica.
      
      316    Per quanto riguarda l’asserito carattere sproporzionato dell’ammenda rispetto all’importo limitato del rispettivo giro d’affari
         delle ricorrenti sui mercati geografici considerati, si deve ricordare che, fatto salvo il rispetto del limite massimo previsto
         dall’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003 e che si riferisce al fatturato complessivo (v., per analogia, sentenza Musique
         Diffusion française e a./Commissione, citata al punto 119), la Commissione può tenere conto del fatturato dell’impresa in
         questione al fine di valutare la gravità dell’infrazione nel determinare l’importo dell’ammenda, senza, tuttavia, attribuirvi
         un’importanza sproporzionata rispetto ad altri elementi di valutazione (sentenza della Corte 28 giugno 2005, cause riunite
         C‑189/02 P, C‑202/02 P, da C‑205/02 P a C‑208/02 P e C‑213/02 P, Dansk Rørindustri e a./Commissione, Racc. pag. I‑5425, punto
         257).
      
      317    Nella specie, la Commissione ha applicato il metodo di calcolo definito negli orientamenti, il quale prevede che, all’atto
         della valutazione della gravità dell’infrazione per fissare l’importo dell’ammenda, siano presi in considerazione un gran
         numero di elementi, tra cui, in particolare, figurano la natura propria dell’infrazione, l’impatto concreto sul mercato quando
         sia misurabile, l’estensione geografica del mercato rilevante e la necessaria efficacia dissuasiva dell’ammenda. Gli orientamenti,
         benché non prevedano che l’importo delle ammende sia calcolato in funzione del giro d’affari globale o del giro d’affari pertinente,
         non ostano a che tali giri d’affari vengano presi in considerazione all’atto della fissazione dell’importo dell’ammenda al
         fine di rispettare i principi generali del diritto comunitario e qualora le circostanze lo esigano (sentenza Dansk Rørindustri
         e a./Commissione, cit., punti 258 e 260).
      
      318    Da ciò consegue che, se non può negarsi che il giro d’affari inerente ai prodotti considerati può costituire una base appropriata
         ai fini della valutazione dei danni arrecati alla concorrenza sul mercato dei prodotti di cui trattasi in seno al SEE, resta
         ciò nondimeno che tale elemento non costituisce l’unico criterio sulla base del quale la Commissione deve valutare ed ha,
         nella specie, effettivamente valutato la gravità dell’infrazione.
      
      319    Di conseguenza, contrariamente a quanto sostenuto dalle ricorrenti, si attribuirebbe a tale elemento un’importanza eccessiva
         se si limitasse la valutazione del carattere proporzionato dell’importo dell’ammenda fissato dalla Commissione alla relazione
         del detto importo con il giro d’affari relativo ai prodotti considerati. La natura propria dell’infrazione, l’impatto concreto
         della stessa qualora misurabile, l’estensione geografica del mercato rilevante e la necessaria efficacia dissuasiva dell’ammenda
         sono pure essi elementi presi in considerazione dalla Commissione nella specie, che possono giustificare in diritto l’importo
         dell’ammenda.
      
      320    Ad ogni modo, come giustamente rilevato dalla Commissione, è giocoforza constatare che il giro d’affari realizzato nei mercati
         interessati con l’infrazione commessa dalle ricorrenti rappresenta una quota relativamente importante del loro fatturato globale,
         cioè il 25%. Di conseguenza, non può pretendersi che le ricorrenti abbiano realizzato solo un’esigua parte del loro giro d’affari
         globale sui mercati considerati.
      
      321    Da ciò consegue che il motivo che deduce il trattamento sproporzionato e/o discriminatorio di cui le ricorrenti sarebbero
         state oggetto con riferimento alla prassi decisionale della Commissione e al giro d’affari realizzato nei mercati rilevanti
         dev’essere respinto e debbono, pertanto, essere respinte pure le conclusioni intese all’annullamento e alla riduzione dell’ammenda.
      
      322    Da tutto quanto sopra esposto consegue che il ricorso deve essere integralmente respinto.
      
       Sulle spese
      323    Ai sensi dell’art. 87, n. 2, del regolamento di procedura del Tribunale, la parte soccombente è condannata alle spese se ne
         è stata fatta domanda. Le ricorrenti, poiché sono rimaste soccombenti, devono essere condannate a sopportare, oltre alle proprie
         spese, anche quelle della Commissione, conformemente alle conclusioni di quest’ultima.
      
      Per questi motivi,
      IL TRIBUNALE (Quinta Sezione)
      dichiara e statuisce:
      1)      Il ricorso è respinto.
      2)      La Tomra Systems ASA, la Tomra Europe AS, la Tomra Systems GmbH, la Tomra Systems BV, la Tomra Leergutsysteme GmbH, la Tomra
            Systems AB e la Tomra Butikksystemer AS, e sono condannate a sopportare le proprie spese nonché quelle sostenute dalla Commissione
            europea.
      
               Vilaras 
            
            
                Prek 
            
            
                Ciucă
            
         Così deciso e pronunciato a Lussemburgo il 9 settembre 2010.
      Indice
      
      Fatti all’origine della controversia
      Decisione impugnata
      I –  Mercato rilevante
      II –  Posizione dominante
      III –  Comportamento abusivo
      IV –  Ammenda
      Procedimento e conclusioni delle parti
      In diritto
      I – Sulle conclusioni intese all’annullamento della decisione impugnata
      A –  Sul primo motivo, relativo all’uso di prove manifestamente inesatte e poco affidabili per constatare la politica di esclusione
         e per dimostrare l’esistenza e determinare il contenuto di taluni accordi tra le ricorrenti e i loro clienti
      
      1.  Sulla prima parte, relativa all’assenza di elementi di prova affidabili atti a dimostrare l’esistenza di una politica
         di esclusione
      
      a)  Argomenti delle parti
      b)  Giudizio del Tribunale
      2.  Sulla seconda parte, relativa all’uso di prove inesatte e poco affidabili per dimostrare l’esistenza e determinare il
         contenuto di taluni degli accordi tra le ricorrenti e i loro clienti
      
      a)  Sugli accordi di esclusiva anteriori al 1998
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      b)  Sugli accordi che designano le ricorrenti come «fornitore preferito, principale o primo fornitore»
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      c)  Sugli impegni personalizzati in materia di quantitativi e i meccanismi individuali di sconti retroattivi
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      d)  Sulla valutazione di taluni contratti conclusi nel territorio della Germania, dei Paesi Bassi, della Svezia e della Norvegia
      Germania
      –  Edeka Bayern-Sachsen-Thüringen (1998‑1999)
      –  Edeka Handelsgesellschaft Hessenring (1999)
      –  Edeka Baden-Würtemberg (2000)
      –  COOP Schleswig-Holstein (2000)
      –  Netto
      –  Rewe Wiesloch e Rewe-Hungen (1997)
      –  Rewe Hungen (2000)
      Paesi Bassi
      –  Albert Heijn (1998‑2000)
      –  Royal Ahold (2000‑2002)
      –  Lidl (1999‑2000)
      –  Superunie (2001)
      Svezia
      –  ICA Handlares (Svezia) e Hakon Gruppen (Norvegia) (2000‑2002)
      –  Rimi Svenska (2000)
      –  Spar, Willys e KB Exonen (gruppoAxfood) (2000)
      –  Axfood (2001)
      –  Axfood (2003‑2004)
      Norvegia
      –  Køff Hedmark e Rema 1000 (1996), AKA/Spar Norge (1997)
      –  NorgesGruppen, Hakon Gruppen, NKL (COOP) e Rema 1000 (1999‑2000)
      –  NorgesGruppen (2000‑2001)
      –  NKL (COOP) e Rema 1000 (2000‑2001)
      B –  Sul secondo e quarto motivo, relativi all’esistenza di errori manifesti di valutazione circa la questione se gli accordi
         fossero tali da escludere la concorrenza e all’assenza di motivazione
      
      1.  Sull’asserita illegittimità «di per sé» degli accordi delle ricorrenti e sulla mancanza di spiegazioni circa i criteri
         utilizzati dalla Commissione per valutare se gli accordi fossero idonei a restringere o a escludere la concorrenza
      
      a)  Argomenti delle parti
      b)  Giudizio del Tribunale
      2.  Sulla «copertura insufficiente» della domanda totale di RVM mediante le pratiche delle ricorrenti
      a)  Argomenti delle parti
      b)  Giudizio del Tribunale
      3.  Sulle prove e sulle ipotesi assertivamente inesatte e ingannevoli alle quali sarebbe stato fatto ricorso per valutare
         l’idoneità degli sconti retroattivi ad escludere la concorrenza
      
      a)  Argomenti delle parti
      b)  Giudizio del Tribunale
      C –  Sul terzo motivo, relativo ad errori manifesti nella valutazione della Commissione circa la questione se gli accordi
         eliminassero effettivamente la concorrenza
      
      1.  Argomenti delle parti
      2.  Giudizio del Tribunale
      D –  Sul quinto motivo, relativo all’errore manifesto nel quale la Commissione sarebbe incorsa concludendo che impegni in
         termini quantitativi non vincolanti potevano violare l’art. 82 CE
      
      1.  Argomenti delle parti
      2.  Giudizio del Tribunale
      II – Sulle conclusioni dirette all’annullamento o alla riduzione dell’ammenda
      A – Argomenti delle parti
      B – Giudizio del Tribunale
      Sulle spese
      * Lingua processuale: l’inglese.