CELEX: 62006CC0206
Language: it
Date: 2008-01-24
Title: Conclusioni dell'avvocato generale Mengozzi del 24 gennaio 2008. # Essent Netwerk Noord BV con l’intervento di Nederlands Elektriciteit Administratiekantoor BV contro Aluminium Delfzijl BV, e nel procedimento cautelare tra Aluminium Delfzijl BV e Stato dei Paesi Bassi e nel procedimento cautelare tra Essent Netwerk Noord BV e Nederlands Elektriciteit Administratiekantoor BV e Saranne BV. # Domanda di pronuncia pregiudiziale: Rechtbank Groningen - Paesi Bassi. # Mercato interno dell’energia elettrica - Normativa nazionale che permette di percepire un supplemento del prezzo di trasporto dell’energia elettrica a favore di una società designata per legge, tenuta al pagamento dei costi non recuperabili - Tasse di effetto equivalente a dazi doganali - Imposizioni interne discriminatorie - Aiuti accordati dagli Stati membri. # Causa C-206/06.

CONCLUSIONI DELL’AVVOCATO GENERALE
      PAOLO MENGOZZI
      presentate il 24 gennaio 2008 (1)
      
      Causa C‑206/06
      Essent Netwerk Noord BV,
      sostenuta da 
      Nederlands Elektriciteit Administratiekantoor BV
      contro
      Aluminium Delfzijl BV,
      Aluminium Delfzijl BV
      contro 
      Staat der Nederlanden 
      e
      Essent Netwerk Noord BV
      contro
      Nederlands Elektriciteit Administratiekantoor BV e Saranne BV
      [domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Rechtbank Groningen (Paesi Bassi)]
      «Energia elettrica – Disciplina nazionale che impone a carico dei consumatori una maggiorazione della tariffa per il trasporto di energia elettrica
         – Tasse di effetto equivalente a un dazio doganale – Imposizioni interne discriminatorie – Aiuti di Stato – Nozione»
      1.        Con decisione del 19 aprile 2006 il Rechtbank Groningen (Paesi Bassi) ha sottoposto alla Corte, in forza dell’art. 234 CE,
         due questioni pregiudiziali, la prima vertente sull’interpretazione degli artt. 25 CE e 90 CE e la seconda sull’interpretazione
         dell’art. 87, n. 1, CE.
      
      2.        Tali questioni sono state sollevate nell’ambito di una procedura intentata da Essent Netwerk Noord B.V. (in prosieguo: «Essent»)
         nei confronti di Aluminium Delfzijl B.V. (in prosieguo: «Aldel») e diretta a ottenere il pagamento di un importo calcolato
         sulla quantità di energia elettrica trasportata dalla ricorrente alla convenuta, la cui riscossione è imposta da una disposizione
         di legge ed è finalizzata a coprire i costi non recuperabili sostenuti dalle imprese nazionali produttrici di energia elettrica
         nel periodo precedente l’avvio del processo di liberalizzazione del mercato elettrico nei Paesi Bassi. 
      
      I –    Contesto giuridico e normativo
      A –    Diritto comunitario 
      3.        L’art. 25 CE dispone quanto segue:
      
      «I dazi doganali all’importazione o all’esportazione o le tasse di effetto equivalente sono vietati tra gli Stati membri.
         Tale divieto si applica anche ai dazi doganali di carattere fiscale».
      
      4.        In base all’art. 90 CE:
      
      «Nessuno Stato membro applica direttamente o indirettamente ai prodotti degli altri Stati membri imposizioni interne, di qualsivoglia
         natura, superiori a quelle applicate direttamente o indirettamente ai prodotti nazionali similari.
      
      Inoltre, nessuno Stato membro applica ai prodotti degli altri Stati membri imposizioni interne intese a proteggere indirettamente
         altre produzioni».
      
      B –    Normativa nazionale
      5.        Fino all’entrata in vigore, il 1° agosto 1998, dell’Elektriciteitswet 1998 (legge sull’elettricità del 1998), che ha dato
         avvio al processo di liberalizzazione del settore elettrico in attuazione della direttiva 96/92/CE del Parlamento europeo
         e del Consiglio, del 19 dicembre 1996, concernente norme comuni per il mercato interno dell’energia elettrica (2), l’offerta di energia elettrica nei Paesi Bassi era soggetta a regolamentazione in virtù dell’Elektriciteitswet 1989.
      
      6.        Nel periodo rilevante ai fini della causa principale, compreso tra il 1° agosto e il 31 dicembre 2000, la generazione, l’importazione
         e la trasmissione di energia elettrica era assicurata da quattro imprese produttrici (in prosieguo: le «IPE») (3) e dalla loro filiale comune, N.V. Samenwerkende Elektriciteitsproductiebedrijven (SEP) (4). Secondo quanto riportato nella decisione di rinvio, fino al 1999 tutte le IPE erano controllate da comuni e province, mentre
         nel periodo di riferimento solo EPZ restava indirettamente in mano pubblica per il tramite dei suoi azionisti, Essent e Delta (5). Le IPE e SEP operavano congiuntamente sulla base di una «Convenzione di cooperazione» (6).
      
      7.        In vigenza dell’Elektriciteitswet 1989, SEP, isolatamente o congiuntamente alle IPE, ha effettuato taluni investimenti a lungo
         termine imposti dai pubblici poteri nel quadro di scelte di politica energetica e/o ambientale, tra i quali figurano, in particolare,
         la conclusione di convenzioni nell’ambito di progetti di riscaldamento urbano e la costruzione di un impianto sperimentale
         di gassificazione del carbone (Demkolec). Tali investimenti hanno generato costi non recuperabili in un regime aperto alla
         concorrenza (c.d. «stranded costs» o «costi non recuperabili»; in prosieguo: i «costi NR»).
      
      8.        In vista dell’imminente liberalizzazione, e allo scopo di consentire al settore della generazione elettrica il recupero dei
         suddetti costi, il 21 gennaio 1997 SEP e le IPE hanno concluso con le imprese operanti nella distribuzione di elettricità (7) un protocollo di accordo relativo alla fornitura nel periodo 1997−2000 (in prosieguo: il «protocollo»). In base a tale protocollo,
         le imprese di distribuzione si impegnavano a versare a SEP, per ciascun anno, un importo di 400 milioni di fiorini olandesi
         (NLG) a titolo di copertura dei costi NR, ripartito in funzione delle quantità di energia che SEP avrebbe fornito alle singole
         imprese. Tali importi dovevano essere finanziati attraverso un aumento delle tariffe applicate dalle imprese di distribuzione
         ad alcune categorie di utenti (piccoli, medi e grandi «clienti ordinari»). 
      
      9.        L’art. 97 dell’Elektriciteitswet 1998 ha imposto il rispetto del protocollo fino al 1° gennaio 2001, data in cui doveva concludersi
         il processo di liberalizzazione del mercato elettrico nei Paesi Bassi. 
      
      10.      Per il 2000 tuttavia, a causa dell’entrata in vigore di nuove disposizioni tariffarie che imponevano alle imprese di distribuzione
         la fatturazione separata dei corrispettivi relativi alla fornitura di energia elettrica e di quelli per il trasporto, tali
         imprese si sono trovate nell’impossibilità di traslare sui consumatori finali gli importi che, in virtù del protocollo, erano
         tenute a versare a SEP a copertura dei costi NR.
      
      11.      È in tale contesto che, il 21 dicembre 2000, è stata adottata l’Overgangswet Elektriciteitsproductiesector (legge transitoria
         sul settore della produzione di energia elettrica; in prosieguo: l’«OEPS»), il cui art. 9, a proposito del quale si interroga
         il giudice di rinvio, stabilisce quanto segue: 
      
      «1. Oltre a quanto deve al gestore della rete del territorio in cui è stabilito in virtù dell’accordo, ogni cliente diverso
         da un cliente protetto è debitore verso il gestore della rete di un ammontare di 0,0117 NLG per chilowattora, calcolato sulla
         quantità totale di elettricità che il gestore della rete ha trasportato verso la sua utenza nel periodo dal 1° agosto 2000
         al 31 dicembre 2000.
      
      2. Oltre a quanto deve al titolare di autorizzazione del territorio in cui è stabilito in virtù dell’accordo, ogni cliente
         protetto è debitore verso il titolare di autorizzazione di un ammontare di 0,0117 NLG per chilowattora, calcolato sulla quantità
         totale di elettricità che il titolare di autorizzazione gli ha fornito nel periodo dal 1° agosto 2000 al 31 dicembre 2000.
      
      3. (…)
      4. Gli importi di cui i clienti sono debitori in virtù dei nn. 1 e 2 sono ceduti rispettivamente dal gestore della rete o
         dal titolare di autorizzazione alla società designata (8) prima del 1° luglio 2001.
      
      5. La società designata informa il ministro del totale degli importi di cui al paragrafo 4 e allega la dichiarazione di un
         contabile ai sensi dell’art. 393, n. 1, del libro 2 del codice civile, che certifica la veridicità dell’informazione. Se l’ammontare
         totale eccede 400 milioni di NLG, la società designata cede il surplus al ministro che lo destina al finanziamento dei costi
         di cui all’art. 7».
      
      12.      Conformemente all’art. 25 dell’OEPS, le disposizioni sopra riportate sono entrate in vigore il 29 dicembre 2000 e sono state
         applicate retroattivamente a partire dal 1° agosto 2000. Secondo quanto indicato dal giudice di rinvio, l’art. 9 dell’OEPS,
         non è stato oggetto di una distinta notifica alla Commissione. Tuttavia, con lettera del 30 agosto 2000, le autorità dei Paesi
         Bassi hanno trasmesso alla Commissione il testo integrale del disegno di legge dell’OEPS, incluso l’art. 9.
      
      13.      Giova ancora ricordare le vicende collegate all’elaborazione degli artt. 6‑8 dell’OEPS, sebbene essi non assumano direttamente
         rilievo nella controversia principale. 
      
      14.      Nel testo del disegno di legge dell’OEPS tali articoli definivano la procedura di finanziamento per la copertura dei costi
         NR nel periodo successivo al 1° gennaio 2001. Tale procedura prevedeva la fissazione da parte del governo, con scadenza annuale,
         di un supplemento posto a carico di tutti i clienti, ad eccezione dei gestori della rete, espresso in percentuale su quanto
         dovuto per il trasporto di elettricità e i servizi connessi. Detti articoli sono stati notificati alla Commissione una prima
         volta il 20 febbraio 1998, in base all’art. 24 della direttiva 96/92 e una seconda volta il 16 ottobre 1998, in base agli
         artt. 87 CE e 88 CE. Con decisione dell’8 luglio 1999 la Commissione ha informato il governo dei Paesi Bassi che le disposizioni
         notificate non contenevano misure ai sensi dell’art. 24 della predetta direttiva ma che dovevano essere esaminate in base
         all’art. 87, n. 3, lett. c), CE. 
      
      15.      Il 30 agosto 2000 i Paesi Bassi hanno informato la Commissione che erano state apportate alcune modifiche alle disposizioni
         in questione. In tale occasione, come accennato sopra, l’intero testo dell’OEPS contenente le suddette modifiche è stato trasmesso
         alla Commissione. Successivamente, gli artt. 6‑8 dell’OEPS sono stati ulteriormente modificati e il meccanismo da essi previsto
         sostituito con un sistema di finanziamento mediante fondi pubblici (attuali artt. 7 e 8 dell’OEPS). Con decisione del 25 luglio
         2001 la Commissione ha autorizzato le nuove misure ai sensi dell’art. 87, n. 3., lett. c), CE.
      
      II – Fatti e questioni pregiudiziali
      16.      Nel dicembre 1996, utilizzando la facoltà di concludere particolari contratti di fornitura con grandi clienti industriali
         accordata alla società designata dall’art. 32 dell’Elektriciteitswet 1989, SEP, una delle IPE (Epon) e la società di distribuzione
         Edon (9) hanno stipulato con Aldel, convenuta nel giudizio a quo, un «contratto di messa a disposizione di potenza elettrica, di consegna
         di energia elettrica, nonché di ‘load management’». Tale contratto fissava un prezzo unico per i diversi servizi offerti,
         non comprensivo dei costi NR.
      
      17.      Dal 1° gennaio 2000 il trasporto di energia elettrica verso Aldel è assicurato, nella sua qualità di gestore della rete locale (10), da Essent, ricorrente nel giudizio a quo, nata dalla separazione delle attività della società di distribuzione Edon. Essent
         non è parte del sopramenzionato contratto di fornitura. Sia Essent che Aldel sono stabilite nei Paesi Bassi. 
      
      18.      Nel periodo tra il 1° agosto e il 31 dicembre 2000, Essent ha trasportato 717 413 761 chilowattora di elettricità all’utenza
         di Aldel. Per i servizi forniti a Aldel in detto periodo Essent ha fatturato un ammontare totale comprensivo della maggiorazione
         di cui all’art. 9 dell’OEPS. 
      
      19.      A fronte del rifiuto di Aldel di pagare gli importi relativi a detta maggiorazione, Essent ha adito il Rechtbank Groningen,
         dinanzi al quale Aldel ha fatto valere l’incompatibilità con il diritto comunitario dell’art. 9 dell’OEPS (11). 
      
      20.      Il giudice adito ha ritenuto necessario, ai fini della soluzione della controversia, porre alla Corte le seguenti questioni
         pregiudiziali:
      
      «1) Se gli artt. 25 e 90 CE debbano essere interpretati nel senso che ostano a una disposizione di legge che obbliga gli acquirenti
         nazionali di energia elettrica, durante un periodo transitorio (dal 1° agosto al 31 dicembre 2000), a pagare al gestore della
         rete una maggiorazione tariffaria per le quantità di energia elettrica che sono state loro erogate ove tale maggiorazione
         debba essere versata dal gestore della rete a una società designata a tal fine dal legislatore allo scopo di neutralizzare
         i costi non recuperabili che risultano da impegni assunti o da investimenti realizzati da detta società prima della liberalizzazione
         del mercato elettrico e ove tale società:
      
      –        sia la filiale comune di quattro imprese nazionali produttrici di energia elettrica;
      –        nel periodo preso in considerazione (2000) sia l’unica responsabile per i costi non recuperabili relativi all’anno di riferimento;
      –        necessiti incontestabilmente di un ammontare di 400 milioni NLG (pari a 181 512 086,40 euro) per coprire i predetti costi
         nell’anno in questione, e, 
      
      –        qualora i proventi di detta maggiorazione superino tale ammontare, debba versare l’eccedenza al ministro.
      2) Se il regime delineato nella prima questione soddisfi le condizioni di cui all’art. 87, n. 1, CE».
      III – Procedura dinanzi alla Corte 
      21.      Essent, Aldel, NEA (precedentemente SEP), il governo dei Paesi Bassi e la Commissione hanno presentato osservazioni ai sensi
         dell’art. 23 dello Statuto della Corte e sono stati sentiti all’udienza tenutasi il 10 maggio 2007. 
      
      22.      Essent, Aldel, NEA, il governo dei Paesi Bassi e la Commissione sono stati invitati dalla Corte a rispondere ad alcuni quesiti
         scritti prima dell’udienza. 
      
      IV – Analisi giuridica
      A –    Sulla prima questione pregiudiziale 
      1.      Osservazioni preliminari
      23.      Con la prima questione pregiudiziale il giudice di rinvio chiede alla Corte se gli artt. 25 CE e 90 CE ostano all’applicazione
         di una maggiorazione tariffaria quale quella prevista dall’art. 9 dell’OEPS. 
      
      24.      In via preliminare si deve osservare che dalla decisione di rinvio non emerge in modo evidente la rilevanza di tale quesito
         ai fini della soluzione della causa principale. In effetti, non si evince dalle informazioni fornite alla Corte se e in che
         misura l’energia elettrica trasportata in favore di Aldel nel periodo tra il 1° agosto e il 31 dicembre 2000 è stata importata
         da altri Stati membri.
      
      25.      Orbene, occorre rilevare che un’eventuale declaratoria d’illegittimità della maggiorazione tariffaria controversa per contrarietà
         agli artt. 25 CE o 90 CE concernerebbe solamente gli importi percepiti sull’energia elettrica importata. In altri termini
         detta declaratoria consentirebbe ad Aldel di opporsi esclusivamente alla riscossione degli oneri gravanti su tale prodotto
         e nei soli limiti della loro incompatibilità con le disposizioni del Trattato.
      
      26.      Ne consegue che ove dovesse risultare che l’energia trasportata all’utenza di Aldel era esclusivamente di origine nazionale,
         la risposta della Corte al primo quesito pregiudiziale non avrebbe alcun rilievo ai fini dell’accoglimento o del rigetto delle
         pretese avanzate da Essent nei confronti di Aldel nella causa principale (12). 
      
      27.      Tuttavia, secondo una giurisprudenza consolidata, nell’ambito della procedura di cooperazione tra i giudici nazionali e la
         Corte, istituita dall’art. 234 CE, spetta ai primi valutare sia la necessità di una pronuncia pregiudiziale ai fini della
         soluzione della controversia per la quale sono stati aditi, sia la rilevanza dei quesiti che sottopongono alla Corte, potendo
         quest’ultima sindacare tale valutazione solo qualora risulti manifestamente che l’interpretazione del diritto comunitario richiesta non ha alcuna relazione con l’effettività o con l’oggetto della causa
         principale (13). 
      
      28.      Non essendo questo il caso nella specie, propongo alla Corte di procedere all’esame della prima questione pregiudiziale, sebbene
         l’utilità della risposta che ne risulterà dipenderà dall’esito di ulteriori accertamenti che incombe al giudice nazionale
         condurre. 
      
      2.      Valutazione 
      a)      Brevi cenni sulla giurisprudenza 
      29.      Nel sistema del Trattato, gli artt. 25 CE e 90 CE, che sanciscono rispettivamente il divieto di dazi doganali e di tasse di
         effetto equivalente e il divieto di imposizioni interne discriminatorie, perseguono, con funzioni complementari, l’obiettivo
         di censurare qualsiasi dispositivo fiscale nazionale idoneo a discriminare i prodotti in provenienza o a destinazione di altri
         Stati membri ostacolandone la libera circolazione all’interno della Comunità in condizioni normali di concorrenza.
      
      30.      Pur riconoscendo, in linea di principio, la loro complementarietà (14), la giurisprudenza della Corte ha mantenuto la distinzione formale tra i due divieti voluta dal Trattato, precisando a più
         riprese che gli artt. 25 CE e 90 CE non possono essere applicati cumulativamente (15); pertanto la legittimità di un regime fiscale nazionale che rientri nell’ambito di applicazione del primo non può essere
         contestualmente valutata in base al secondo (16). 
      
      31.      Il discrimen fra tasse di effetto equivalente e tributi interni è individuato dalla giurisprudenza nel fatto che le prime
         gravano solo sui prodotti importati o esportati e non sui prodotti nazionali similari o concorrenti, mentre i secondi colpiscono
         sia gli uni che gli altri. 
      
      32.      In base alla definizione accolta dalla giurisprudenza della Corte, costituisce una tassa di effetto equivalente ai sensi dell’art.
         25 CE qualsiasi onere pecuniario, sia pur minimo, imposto unilateralmente, a prescindere dalla sua denominazione e dalla sua
         struttura, che colpisca le merci nazionali o estere in ragione del passaggio della frontiera, anche se non è riscosso a profitto
         dello Stato, non ha alcun effetto discriminatorio o protezionistico e il prodotto colpito non è in concorrenza con un prodotto
         nazionale (17). Secondo la Corte un tale onere, gravando specificamente il prodotto importato a esclusione del prodotto nazionale similare
         e alterandone il prezzo, produce il medesimo effetto restrittivo sulla circolazione delle merci di un dazio doganale (18). 
      
      33.      I tributi che rientrano in un regime generale di imposizioni interne gravanti sistematicamente sui prodotti nazionali e su
         quelli importati, secondo i medesimi criteri, ricadono invece nella sfera di applicazione dell’art. 90 CE (19).
      
      34.      La Corte ha tuttavia precisato che, ai fini della qualificazione e della valutazione giuridica di tributi che gravano indistintamente
         su prodotti nazionali e importati, può risultare necessario tener conto della destinazione del loro gettito, poiché è proprio
         in funzione di tale destinazione che tributi formalmente neutri quanto a struttura e modalità di riscossione possono assumere
         un’incidenza economica reale diversa sulle due categorie di prodotti. 
      
      35.      In effetti, qualora il gettito derivante da oneri fiscali prelevati tanto sui prodotti importati quanto su quelli nazionali
         sia destinato a finanziare attività che vanno a specifico vantaggio di questi ultimi, l’esborso per il prodotto nazionale
         viene, in misura più o meno ampia, compensato dai vantaggi erogati, mentre per il prodotto importato rappresenta un onere
         netto (20).
      
      36.      Pertanto, ove si tratti di esaminare la compatibilità di un tributo parafiscale con gli artt. 25 CE e 90 CE, occorre, secondo
         una giurisprudenza ormai consolidata, valutare in che misura gli oneri riscossi sul prodotto nazionale sono compensati dai
         vantaggi finanziati dal gettito del tributo. 
      
      37.      Se la compensazione è totale, il tributo costituisce una tassa di effetto equivalente, poiché grava, di fatto, esclusivamente
         sul prodotto importato e dovrà essere considerato illegittimo in toto; ove invece la compensazione sia solo parziale, il tributo va qualificato come imposizione interna discriminatoria dal momento
         che incide in misura maggiore sul prodotto importato che su quello nazionale e dovrà di conseguenza essere ridotto proporzionalmente (21).
      
      38.      È peraltro pacifico in giurisprudenza che siffatta valutazione spetta al giudice nazionale, che è il solo a disporre di tutti
         gli elementi, anche di fatto, necessari a procedervi (22). A tal fine, egli dovrà anzitutto verificare che vi sia identità tra prodotto tassato e prodotto nazionale favorito (23). Egli dovrà inoltre accertare, con riferimento a un determinato periodo di tempo, se vi sia equivalenza pecuniaria tra l’ammontare
         dell’onere del tributo sopportato dalla produzione nazionale e i vantaggi di cui essa ha fruito in via esclusiva. Al riguardo
         la Corte ha precisato che tale accertamento prescinde da parametri diversi dalla sola equivalenza pecuniaria − quali la natura,
         l’importanza o il carattere indispensabile di detti vantaggi − considerati non sufficientemente oggettivi al fine di valutare
         la compatibilità di un provvedimento tributario nazionale con le disposizioni del Trattato (24). 
      
      39.      Al termine di questo breve riepilogo della giurisprudenza, ritengo utile rilevare, come diversi avvocati generali hanno fatto
         prima di me, che la giurisprudenza appena ricordata, poiché demanda ai giudici nazionali valutazioni di carattere economico
         spesso complesse e aleatorie, presenta indubbie difficoltà applicative (25) malgrado essa risulti chiara nei suoi termini essenziali (26). A fronte di tali difficoltà, non va dimenticato che, ove si tratti di valutare la legittimità in base al diritto comunitario
         di una tassa parafiscale il cui gettito serve a finanziare un regime statale di incentivi alla produzione nazionale, il ricorso
         ai divieti di cui agli artt. 25 CE e 90 CE può essere visto come una semplice alternativa rispetto all’applicazione delle
         disposizioni del trattato in materia di aiuti di Stato (27). 
      
      b)      Se la maggiorazione istituita dall’art. 9, n. 1, dell’OEPS costituisca una tassa di effetto equivalente ai sensi dell’art.
         25 CE o un’imposizione interna discriminatoria in base all’art. 90 CE
      
      40.      In via preliminare conviene esaminare alcuni degli argomenti sollevati da SEP e dal governo dei Paesi Bassi in quanto appaiono
         volti a mettere in discussione la natura stessa di tributo della maggiorazione in causa. In particolare, secondo SEP l’art.
         9 dell’OEPS non è altro che uno strumento mediante il quale è stato consentito alle società di distribuzione di ripercuotere
         sui loro clienti i contributi che esse si sono impegnate a versare alle società produttrici in virtù del protocollo. Anche
         i Paesi Bassi sottolineano che la maggiorazione in questione trova la sua giustificazione nel protocollo e insiste sul fatto
         che essa rappresenta un elemento del corrispettivo dovuto per i servizi di trasporto. 
      
      41.      Non mi sembra che tali argomenti consentano di concludere che la maggiorazione in questione, pur presentando caratteristiche
         che la distinguono da un tributo classico, non è tale da ricadere nella nozione di tassa di effetto equivalente ai sensi dell’art.
         25 CE o di imposizione interna ai sensi dell’art. 90 CE. 
      
      42.      In primo luogo, come si è visto sopra, la nozione di tassa di effetto equivalente è definita dalla giurisprudenza in termini
         particolarmente ampi. Da tale definizione emerge che l’essenza della nozione giuridica in parola risiede negli effetti che
         un determinato onere pecuniario produce sul commercio tra Stati membri. Gli aspetti formali − quali la denominazione, il quantum, la struttura, le modalità di percezione, la destinazione, il beneficiario del gettito e gli obbiettivi perseguiti − non
         assumono invece alcun rilievo ai fini della qualificazione come tassa di effetto equivalente, sempreché l’onere in questione
         abbia carattere giuridicamente obbligatorio («unilateralmente imposto») (28). Orbene, nel caso di specie, l’obbligatorietà del tributo, dovuto da ogni utente che soddisfa le condizioni di cui all’art.
         9, n. 1, dell’OEPS, non è revocata in dubbio, così come pacifica è l’obbligatorietà del ricorso ai servizi del gestore della
         rete del luogo in cui l’utente è stabilito.
      
      43.      Altrettanto ampia risulta la nozione di imposizione interna ai sensi dell’art. 90 CE (29).
      
      44.      In secondo luogo, la Corte ha già avuto modo di valutare in base agli artt. 25 CE e 90 CE oneri pecuniari che si presentavano
         quali elementi di una tariffa o di un prezzo regolamentato per legge (30). 
      
      45.      Sempre in via preliminare occorre esaminare l’argomento avanzato da SEP in base al quale l’art. 25 CE sarebbe inapplicabile
         poiché la maggiorazione controversa concerne la tariffa per il servizio di trasporto e non il prezzo dell’energia elettrica.
         SEP fa inoltre osservare che tale servizio è fornito da gestori di rete neerlandesi sul territorio dei Paesi Bassi. 
      
      46.      Come è noto, l’art. 25 CE concerne unicamente gli oneri gravanti sulle merci. Se si dovesse seguire la tesi di SEP, l’applicazione
         di tale disposizione sarebbe dunque esclusa nel caso di specie per il solo motivo che non esisterebbe alcun prodotto gravato. 
      
      47.      In proposito si deve anzitutto rilevare che la Corte ha già avuto modo di affermare che l’energia elettrica costituisce una
         merce ai sensi delle disposizioni del Trattato in materia di libera circolazione delle merci (31). Pronunciandosi su un ricorso per inadempimento per violazione dell’art. 31 CE, essa ha inoltre precisato che «i servizi
         necessari all’importazione o all’esportazione di energia elettrica nonché al suo trasporto e alla sua distribuzione altro
         non sono se non gli strumenti della fornitura all’utente di una merce ai sensi del Trattato» (32), riconoscendo pertanto il carattere accessorio di detti servizi rispetto all’oggetto della prestazione. 
      
      48.      Occorre poi ricordare che è idoneo a rientrare nella nozione di tassa di effetto equivalente qualunque onere che colpisce
         le merci nazionali o estere in ragione del passaggio della frontiera, a prescindere dalle sue modalità di riscossione. Soddisfa
         tali condizioni anche un tributo il cui fatto generatore è individuato non nell’importazione o nell’esportazione di un bene,
         ma nella prestazione di un servizio necessario o collegato all’espletamento di tali operazioni (33), ove sia comunque idoneo a incidere sulla circolazione del bene di cui trattasi all’interno della Comunità. Orbene, mi sembra
         evidente che un onere riscosso sulla prestazione di servizi di trasporto e determinato in funzione della quantità del bene
         trasportato, gravando indirettamente su quest’ultimo, sia, in linea di principio, atto a determinare una tale incidenza. 
      
      49.      La Corte ha peraltro già avuto l’occasione di pronunciarsi su una questione analoga a quella in esame, sebbene con riferimento
         al solo art. 90 CE. Nella sentenza Schöttle (34), richiamata dalla Commissione nelle sue osservazioni, la Corte era stata investita di alcuni quesiti vertenti sull’interpretazione
         di detta disposizione in relazione a un’imposta sui trasporti di merci su strada in vigore in Germania. Disattendendo le argomentazioni
         svolte dal governo tedesco, il quale riteneva che il tributo in questione non rientrasse nella sfera di applicazione dell’art.
         90 CE poiché non colpiva il prodotto in quanto tale, la Corte ha ritenuto che un’imposta quale quella in esame, «riscossa
         sui trasporti internazionali stradali di merci in funzione della distanza percorsa nel territorio nazionale e del peso della
         merce trasportata» (35), andasse qualificata «come un’imposta ‘applicata indirettamente ai prodotti’» (36). La Corte ha, in effetti, considerato che, «poiché un’imposta di questo genere si ripercuote immediatamente sul costo del
         prodotto nazionale e di quello importato, l’art. 9[0] esige che essa sia applicata in modo tale da non discriminare i prodotti
         importati» (37). 
      
      50.      Per le ragioni suesposte non ritengo che una valutazione della legittimità dell’onere controverso in base all’art. 25 CE debba
         essere esclusa in considerazione della sola circostanza che il fatto generatore di tale onere è individuato in un servizio
         (quello di trasporto) necessario alla commercializzazione del bene di cui trattasi. 
      
      51.      Tutto ciò chiarito, occorre esaminare le caratteristiche della maggiorazione tariffaria controversa al fine di valutare se
         essa incorre nel divieto di cui all’art. 25 CE o in quello di cui all’art. 90 CE.
      
      52.      È pacifico che l’onere in questione grava indistintamente sull’elettricità prodotta nei Paesi Bassi e su quella importata
         secondo le medesime modalità di riscossione. La sua apparente neutralità sembrerebbe dunque escludere l’applicazione dell’art.
         25 CE e far propendere per una sua valutazione in base all’art. 90 CE. 
      
      53.      Tuttavia, conformemente alla giurisprudenza sopra ricordata (38), prima di giungere a tale conclusione, si deve verificare se tale neutralità viene meno in considerazione della destinazione
         del gettito riscosso. Ove infatti l’onere gravante sul prodotto nazionale fosse integralmente compensato dai vantaggi di cui
         quest’ultimo eventualmente beneficia in funzione dell’allocazione del gettito prodotto dall’applicazione della maggiorazione
         controversa, sarebbe l’art. 25 CE e non l’art. 90 CE ad applicarsi, poiché, al di là delle apparenze, detta maggiorazione
         colpirebbe in realtà unicamente il prodotto importato. 
      
      54.      Nonostante per giurisprudenza costante detta verifica spetti al giudice nazionale, ritengo nondimeno opportuno che la Corte,
         nei limiti della sua competenza, fornisca qualche indicazione in merito, tenendo conto in particolare degli argomenti sollevati
         dalle parti nel procedimento nazionale. 
      
      55.      È in tale ottica che si svolgono le osservazioni che seguono.
      
      56.      Emerge dalla normativa nazionale in causa e dall’ordinanza di rinvio che gli importi riscossi dai gestori della rete in applicazione
         dell’art. 9, n. 1, dell’OEPS dovevano essere versati da questi ultimi a SEP. Detti importi, insieme a quelli riscossi in base
         al n. 2 del medesimo articolo, dovevano servire, nei limiti di un ammontare di 400 milioni NLG, a coprire i costi NR per il
         2000, mentre l’eventuale eccedenza doveva essere versata da SEP al Ministro dell’Economia ed era destinata a finanziare la
         copertura dei costi NR di cui all’art. 7 dell’OEPS per gli anni successivi al 2000 (art. 9, n. 5, in fine). 
      
      57.      In base a tale meccanismo la totalità degli importi percepiti era vincolata alla copertura dei costi NR e doveva essere versata a SEP (o alle IPE) in applicazione rispettivamente dell’art. 9, n. 4, dell’OEPS o, per gli importi
         superiori a 400 milioni di NLG, dell’art. 7 dell’OEPS. 
      
      58.      Pertanto, ove dovesse risultare che i versamenti previsti da tali disposizioni sono realmente avvenuti e che i relativi importi
         sono stati impiegati effettivamente e interamente a beneficio dei produttori nazionali di energia elettrica − in modo che
         ne sia derivata un’equivalenza pecuniaria tra oneri e vantaggi − parrebbe logico concludere (39), come fa la Commissione nelle sue osservazioni, che l’incidenza economica della maggiorazione controversa sull’energia elettrica
         nazionale è stata integralmente neutralizzata.
      
      59.      Tuttavia, per poter pervenire a tale conclusione il giudice di rinvio dovrà preliminarmente determinare se: i) gli importi
         derivanti dalla percezione della maggiorazione controversa sono effettivamente destinati a un impiego che torna a specifico vantaggio del prodotto nazionale e ii) vi è «identità tra prodotto tassato e prodotto nazionale favorito». 
      
      60.      Per quanto concerne la questione sub i), il giudice di rinvio dovrà accertare se e in che misura, in assenza della copertura assicurata dal gettito della maggiorazione
         tariffaria controversa o di ogni altro intervento pubblico, i costi NR di cui trattasi avrebbero gravato, direttamente o indirettamente,
         sul bilancio delle IPE. 
      
      61.      Dato che il giudice di rinvio sembra muovere dal presupposto che la responsabilità di tali costi incombeva in via esclusiva
         a SEP (40), tale accertamento implica essenzialmente la presa in considerazione dei meccanismi finanziari attraverso i quali si realizzava,
         per il tramite di SEP, la cooperazione regolamentata tra le quattro IPE nel periodo di imputazione dei costi in questione (41). 
      
      62.      Non è peraltro escluso che nella sua valutazione il giudice di rinvio debba tener conto anche del protocollo, allo scopo di
         verificare in quali termini sia stata prevista la sostanziale traslazione dei costi NR sulle società di distribuzione (o comunque
         sui soggetti tenuti alla riscossione della maggiorazione controversa) (42). In proposito occorre rilevare che, secondo quanto sostenuto da SEP, Essent aveva proceduto al pagamento di quanto dovutole
         in base al protocollo per il 2000 prima ancora dell’entrata in vigore dell’art. 9 dell’OEPS. La maggiorazione prevista dalle
         disposizioni di tale articolo sembra quindi beneficiare in prima battuta il settore della distribuzione (43), consentendo alle singole società di recuperare dai consumatori quanto già versato o comunque dovuto a SEP; spetta dunque
         al giudice di rinvio valutare se, nell’impossibilità di un tale recupero, permanga in capo a dette società l’obbligo di pagamento
         previsto dal protocollo.
      
      63.      Se da tale esame, che a giudicare dalle risposte delle parti ai quesiti scritti posti dalla Corte non si preannuncia agevole,
         dovesse emergere che, nel periodo tra il 1° agosto e il 31 dicembre 2000, le IPE erano, direttamente o per il tramite della
         loro partecipazione finanziaria a SEP, a titolo principale o sussidiario, responsabili dei costi NR in causa, il requisito
         attinente all’esistenza di un vantaggio specifico per la produzione nazionale ai fini dell’applicazione del criterio della
         compensazione potrebbe considerarsi soddisfatto. Non mi sembra invece che la sola circostanza che i versamenti previsti dagli
         artt. 9, n. 4, e 7 dell’OEPS siano avvenuti in favore di SEP e non delle IPE sia tale da escludere in radice, come sostenuto
         dal governo dei Paesi Bassi e da SEP, l’esistenza di un siffatto vantaggio, ove fosse comunque possibile accertare che gli
         importi versati sono stati effettivamente e integralmente utilizzati per la copertura di costi che in modo diretto o indiretto
         gravavano su queste ultime. 
      
      64.      Il governo dei Paesi Bassi contesta inoltre l’esistenza di un vantaggio a favore del prodotto domestico basandosi sul rilievo
         che i versamenti previsti in favore di SEP dall’art. 9, n. 4, dell’OEPS non si sono tradotti in una riduzione del prezzo dell’energia
         elettrica di produzione nazionale. 
      
      65.      In proposito è sufficiente osservare che, in base alla giurisprudenza, non si richiede che il gettito del tributo sia utilizzato
         per coprire i costi di produzione, ben potendo gli oneri pecuniari derivanti per il prodotto nazionale dall’applicazione di
         tale tributo essere compensati attraverso il finanziamento, ad esempio, di attività promozionali o di ricerca, che, pur avvantaggiando
         il prodotto nazionale, non comportano benefici idonei a ripercuotersi immediatamente sul suo prezzo di vendita.
      
      66.      Per quanto riguarda la questione enunciata supra al paragrafo 59, sub ii), spetta in primo luogo al giudice di rinvio valutare se la necessaria identità tra prodotto tassato e prodotto nazionale
         favorito sia esclusa dalle modalità di riscossione della maggiorazione controversa e, in particolare, dalla circostanza che
         essa non è versata dai produttori di energia elettrica, ma è fatturata ai consumatori finali. Secondo Essent e il governo
         dei Paesi Bassi detta circostanza escluderebbe la possibilità di una compensazione nel senso richiesto dalla giurisprudenza
         della Corte. 
      
      67.      Tale tesi non appare completamente priva di fondamento.
      
      68.      In effetti, è pur vero che una maggiorazione tariffaria o un supplemento di prezzo fatturato al consumatore finale può, in
         un regime aperto alla concorrenza, risolversi in un onere per il prodotto direttamente o indirettamente gravato, in quanto
         incide sul suo costo di mercato. Ciò nondimeno ci si può chiedere se tale onere possa essere preso in considerazione per valutare
         se esiste compensazione ai sensi della giurisprudenza sopra richiamata, poiché, come si è visto, tale valutazione si basa
         su una comparazione tra esborso e vantaggi in termini esclusivamente pecuniari. 
      
      69.      Sembra inoltre legittimo chiedersi se, alla luce del fatto che la maggiorazione controversa è percepita a carico del consumatore,
         è integrata nella tariffa di trasporto e non nel prezzo dell’elettricità e si applica secondo modalità non discriminatorie,
         si possa concretamente ritenere che il prodotto importato è gravato da un qualsivoglia onere finanziario ovvero che la circolazione di tale prodotto è in qualche modo alterata oppure
         che esso subisce, per effetto dell’applicazione di detta maggiorazione, un concreto svantaggio concorrenziale, distinto da quello che emerge dalla destinazione del gettito della stessa al finanziamento di interventi in favore dei produttori
         nazionali (censurabile in base alle disposizioni del Trattato in materia di aiuti di Stato).
      
      70.      Tuttavia la tesi di Essent e del governo dei Paesi Bassi non sembra reggere all’esame della giurisprudenza, che richiede un’identità
         non già tra soggetti obbligati al versamento del tributo e soggetti beneficiari delle attività finanziate dal gettito dello
         stesso, bensì unicamente tra prodotto (nazionale) gravato e prodotto favorito, in modo da escludere che vi sia possibile compensazione
         qualora i proventi del prelievo siano utilizzati a vantaggio di un’attività produttiva diversa da quella onerata. Laddove
         tale identità di prodotti esista, parrebbe dunque indifferente che il prelievo di cui trattasi sia riscosso sulla produzione (e sull’importazione) ovvero sul consumo di un bene. 
      
      71.      D’altro canto la situazione in cui il consumatore è soggetto passivo di un tributo e quella in cui è invece il soggetto sul quale il tributo, riscosso a caricodel produttore e dell’importatore, si ripercuote, attraverso un aumento del prezzo di vendita del bene colpito, non mi sembrano differire granché dal punto
         di vista economico, poiché in entrambe le ipotesi gli oneri finanziari risultanti dall’imposizione sono sopportati da soggetti
         diversi dal produttore e dall’importatore. Eppure nel secondo caso, la giurisprudenza ammette che vi sia possibile compensazione (44). 
      
      72.      Qualora, al termine del suo esame, il giudice di rinvio giunga alla conclusione che il gettito della maggiorazione controversa
         è stato concretamente destinato al finanziamento di costi direttamente o indirettamente gravanti sull’energia elettrica nazionale
         e che ciò ha consentito ai produttori di quest’ultima di compensare oneri effettivamente sopportati in applicazione di detta
         maggiorazione, egli dovrà valutare se la compensazione è stata integrale, come parrebbe dato il tenore dell’art. 9 dell’OEPS,
         o solamente parziale. Nel primo caso la maggiorazione in causa sarebbe qualificabile come tassa di effetto equivalente ai
         sensi dell’art. 25 CE, nel secondo come imposizione interna discriminatoria ex art. 90 CE. 
      
      73.      Qualora invece il giudice di rinvio giunga alla conclusione che non vi è stata compensazione, né l’uno né l’altro di tali
         articoli sarà applicabile, dato che la maggiorazione controversa è applicata indistintamente sul prodotto nazionale e su quello
         importato secondo modalità non discriminatorie. 
      
      c)      Conclusioni sulla prima questione pregiudiziale
      74.      In base all’insieme delle considerazioni che precedono, suggerisco alla Corte di rispondere come segue alla prima domanda
         pregiudiziale:
      
      «Una maggiorazione tariffaria quale quella in questione nella causa principale, riscossa indistintamente e alle stesse condizioni
         sul trasporto di energia elettrica sia nazionale sia importata, costituisce una tassa di effetto equivalente a un dazio doganale,
         vietata dall’art. 25 CE, quando il suo gettito sia destinato a finanziare attività di cui beneficia unicamente il prodotto
         nazionale e i vantaggi che ne derivano compensino interamente l’onere gravante su detto prodotto; qualora tali vantaggi compensino
         soltanto parzialmente l’onere gravante sul prodotto nazionale, detta maggiorazione costituisce un’imposizione interna discriminatoria,
         vietata dall’art. 90 CE.
      
      Spetta al giudice nazionale procedere alle verifiche necessarie al fine di determinare la qualificazione giuridica del tributo
         di cui trattasi. In tale contesto, il giudice nazionale esaminerà se e in che misura i costi a copertura dei quali è destinato
         il gettito della maggiorazione tariffaria di cui trattasi gravano direttamente o indirettamente sui produttori nazionali di
         energia elettrica».
      
      B –    Sulla seconda questione pregiudiziale
      1.      Osservazioni preliminari 
      75.      Con la seconda questione pregiudiziale, il giudice nazionale chiede se il regime istituito dall’art. 9, n. 1, dell’OEPS costituisca
         un aiuto di Stato ai sensi dell’art. 87, n. 1, CE. 
      
      76.      A tale proposito occorre ricordare che il giudice nazionale può essere indotto ad interpretare la nozione di aiuto di cui
         all’art. 87, n. 1, CE in virtù dell’efficacia diretta riconosciuta dalla giurisprudenza all’art. 88, n. 3, ultima frase, CE (45). Per giurisprudenza costante spetta infatti ai giudici nazionali salvaguardare i diritti dei singoli in caso di eventuale
         inosservanza da parte delle autorità nazionali del divieto di dare esecuzione agli aiuti sancito da tale disposizione (46). 
      
      77.      Quanto alle misure che possono o devono essere adottate per garantire detta tutela giurisdizionale, la Corte ha precisato
         che «il giudice nazionale deve trarre tutte le conseguenze da tale inosservanza, fatta valere dai singoli, conformemente ai
         loro rimedi giurisdizionali nazionali, sia per quanto concerne la validità degli atti che comportano l’attuazione delle misure
         d’aiuto, sia per quanto attiene al recupero degli aiuti finanziari concessi in violazione dell’art. 88, n. 3, CE» (47).
      
      78.      Sebbene il giudice di rinvio non abbia posto alcun quesito a questo proposito, è comunque utile ricordare che, conformemente
         alla giurisprudenza della Corte, l’esame di una misura di aiuto non può essere disgiunto dalla valutazione degli effetti delle
         sue modalità di finanziamento nel caso in cui queste ultime costituiscano parte integrante di tale misura (48). Le modalità di finanziamento di un aiuto possono infatti rendere quest’ultimo incompatibile con il mercato comune e ciò
         anche qualora soddisfino le condizioni stabilite da altre disposizioni del Trattato, in particolare dagli artt. 25 CE e 90
         CE (49). 
      
      79.      Nella sentenza Van Calster, la Corte ha altresì chiarito che, in simile ipotesi, «al fine di assicurare l’effetto utile dell’obbligo
         di notifica nonché un esame adeguato e completo da parte della Commissione di un aiuto statale, lo Stato membro è tenuto,
         per rispettare il detto obbligo, a notificare non soltanto il progetto relativo all’aiuto propriamente detto, ma anche le
         modalità di finanziamento di quest’ultimo in quanto costituenti parte integrante della misura prevista» (50). Peraltro, secondo la Corte, «considerato che l’obbligo di notifica è esteso anche alle modalità di finanziamento dell’aiuto,
         le conseguenze derivanti dalla violazione, da parte delle autorità nazionali, dell’art. [88, n. 3, ultima frase, CE] devono
         trovare applicazione anche relativamente a tale aspetto della misura di aiuto» (51). Ne consegue che «quando una misura di aiuto, le cui modalità di finanziamento costituisc[o]no parte integrante della medesima,
         abbia avuto esecuzione in violazione dell’obbligo di notifica, i giudici nazionali sono tenuti, in linea di principio, ad
         ordinare il rimborso delle tasse o dei contributi specificamente applicati per finanziare tale aiuto» (52).
      
      80.      Nella sentenza Streekgewest la Corte ha precisato che, «affinché un tributo possa ritenersi parte integrante di una misura
         di aiuto, deve necessariamente sussistere un vincolo di destinazione tra il tributo e l’aiuto in forza della normativa nazionale
         pertinente, nel senso che il gettito del tributo viene necessariamente destinato al finanziamento dell’aiuto» e incide direttamente
         sulla sua entità e, conseguentemente, sulla valutazione della compatibilità dell’aiuto medesimo con il mercato comune (53).
      
      81.      Nel caso di specie la maggiorazione di cui è causa viene riscossa specificamente ed esclusivamente per consentire a SEP e/o
         alle IPE la copertura dei costi NR ad esse incombenti. Il vincolo di destinazione richiesto dalla Corte tra gettito del tributo
         e finanziamento della misura pubblica di cui spetta al giudice di rinvio valutare se costituisca aiuto di Stato mi sembra
         dunque sussistente. 
      
      82.      In base alla giurisprudenza sopra menzionata, le pretese avanzate da Essent nei confronti di Aldel in virtù dell’art. 9, n. 1,
         dell’OEPS potrebbero dunque essere respinte ove fosse accertato che il regime istituito da tale articolo comporta una misura
         di aiuto ai sensi dell’art. 87, n. 1, CE e che tale misura non è stata notificata alla Commissione. 
      
      83.      Procederò dunque ad esaminare successivamente questi due aspetti.
      
      2.      Se il combinato disposto dei nn. 1 e 4 dell’art. 9 dell’OEPS comporti una misura di aiuto ai sensi dell’art. 87, n. 1, CE
      84.      Conformemente a una giurisprudenza costante della Corte, per valutare se una misura pubblica costituisca un aiuto di Stato
         occorre verificare che siano soddisfatte quattro condizioni cumulative, cioè l’esistenza di un vantaggio per un’impresa, il
         carattere selettivo della misura, il finanziamento di quest’ultima da parte dello Stato o con risorse statali, nonché l’incidenza
         della stessa sugli scambi tra Stati membri e la distorsione della concorrenza che ne risulta (54).
      
      85.      Riguardo alla prima e alla seconda di tali condizioni mi pare evidente che la misura contestata comporti un vantaggio per
         SEP e/o per le IPE e che tale vantaggio, essendo limitato al settore della generazione elettrica, abbia carattere selettivo.
         
      
      86.      La circostanza, evidenziata dal governo dei Paesi Bassi, che i gestori della rete fossero comunque tenuti a contribuire alla
         copertura dei costi NR in virtù del protocollo d’accordo non mi sembra rivestire un’importanza decisiva. In effetti, l’art.
         9 dell’OEPS fa sorgere in capo ai soggetti tenuti alla riscossione della maggiorazione un obbligo giuridico di versare a SEP
         il relativo gettito autonomo e indipendente da quello eventualmente gravante sui medesimi soggetti in virtù del protocollo
         di accordo (55). Inoltre il meccanismo previsto dall’art. 9 dell’OEPS consente a SEP di contare su una maggiore sicurezza dei versamenti,
         i cui fondi provengono dalla riscossione di oneri parafiscali, e di ridurre o escludere pertanto l’alea di un eventuale inadempimento
         o di un’impossibilità di esecuzione da parte dei soggetti vincolati dal protocollo (56). 
      
      87.      Tuttavia, se dovesse risultare che, al momento in cui sono stati effettuati i versamenti previsti dall’art. 9, n. 4, dell’OEPS,
         SEP aveva già ricevuto in tutto o in parte, a titolo di esecuzione del protocollo di accordo, i 400 milioni di NLG previsti
         dal n. 5 del medesimo articolo (57), il vantaggio derivante per SEP e/o per le IPE dal regime considerato si ridurrebbe in modo corrispondente, fino ad essere
         eventualmente limitato al solo surplus (58). 
      
      88.      Spetta al giudice di rinvio effettuare i relativi accertamenti. 
      
      89.      Mi sembra si possa altresì considerare soddisfatta la quarta condizione relativa agli effetti sulla concorrenza della misura
         in causa e alla sua incidenza sugli scambi tra Stati membri. In proposito mi limiterò a osservare che l’approccio della Corte
         al riguardo è particolarmente ampio. In effetti, secondo una giurisprudenza costante «non è necessario dimostrare un’incidenza
         effettiva dell’aiuto concesso sugli scambi tra gli Stati membri e un’effettiva distorsione della concorrenza, ma basta esaminare
         se tale aiuto sia idoneo a incidere sugli scambi e a falsare la concorrenza» (59). In particolare, quando l’aiuto concesso da uno Stato membro rafforza la posizione di un’impresa rispetto ad altre imprese
         concorrenti nell’ambito degli scambi intracomunitari, questi ultimi devono ritenersi influenzati da tale aiuto (60). 
      
      90.      Ora, per quanto non direttamente implicata nell’attività di produzione di energia elettrica, SEP provvedeva, in quanto filiale
         comune delle quattro IPE, alla commercializzazione dell’energia da queste prodotta e di quella importata. Essa agiva, quanto
         meno formalmente, in regime di concorrenza nel mercato dell’importazione di energia elettrica non a uso pubblico (61), gestiva la stazione di gassificazione del carbone Demkolec ed era attiva nel settore del riscaldamento urbano. Relativamente
         all’incidenza della misura in causa sugli scambi intracomunitari emerge da quanto appena ricordato che l’attività di SEP non
         era limitata al solo ambito nazionale, ma che essa partecipava agli scambi trasfrontalieri. 
      
      91.      Spetta comunque al giudice di rinvio effettuare i relativi accertamenti (62).
      
      92.      Più complesso è invece il discorso per quanto concerne la sussistenza della terza condizione, relativa al finanziamento della
         misura mediante risorse pubbliche. Tale questione è stata ampiamente dibattuta sia dinanzi al giudice di rinvio che dinanzi
         alla Corte. Procederò dunque con l’esaminare se tale condizione è soddisfatta. 
      
      93.      In tale esame non entrerò volutamente nel merito della discussione, alimentata tra l’altro da alcune pregresse pronunce della
         Corte (63), circa la necessarietà del finanziamento pubblico ai fini della qualificazione di una misura statale come aiuto ai sensi
         dell’art. 87 CE. Mi limito in proposito a rilevare che a partire dalla sentenza Sloman Neptun (64) la Corte ha ripetutamente, e senza esitazioni, affermato il principio secondo cui un aiuto deve essere finanziato direttamente o indirettamente mediante risorse statali (65), mostrando quindi di considerare tale requisito come uno degli elementi costitutivi della nozione di aiuto. 
      
      94.      Detto principio risulta riconfermato (66) nella sentenza PreussenElektra (67) in cui la Corte ha escluso che comportasse un aiuto di Stato ai sensi dell’art. 87, n. 1, CE una normativa statale che, da
         un lato, imponeva alle imprese private di fornitura di energia elettrica un obbligo di acquisto di energia elettrica prodotta
         da fonti rinnovabili a prezzi minimi superiori al valore economico di tale tipo di energia e, dall’altro, ripartiva l’onere
         finanziario derivante da tale obbligo tra le imprese di fornitura e i gestori privati delle reti di energia elettrica situati
         a monte. Secondo la Corte, in assenza di un trasferimento diretto o indiretto di risorse statali, il fatto che tale normativa
         conferisse un indubbio vantaggio economico alle imprese produttrici di energia elettrica ottenuta da fonti rinnovabili e che
         tale vantaggio fosse la conseguenza dell’intervento dei pubblici poteri non era sufficiente a qualificare la misura in questione
         come aiuto (68). 
      
      95.      Più recentemente, nella sentenza Pearle (69), la Corte ha considerato che non implicassero misure di aiuto i regolamenti emanati da un’organizzazione di categoria di
         diritto pubblico con l’intento di finanziare, mediante risorse prelevate presso i propri membri e obbligatoriamente destinate
         a tale scopo, una campagna pubblicitaria collettiva decisa dagli stessi membri, qualora risultasse accertato che tale finanziamento
         era stato realizzato per mezzo di risorse delle quali l’organizzazione non aveva mai potuto disporre liberamente. In particolare,
         la Corte attribuiva rilievo alla circostanza che le spese sopportate dall’ente pubblico ai fini della campagna pubblicitaria
         erano state interamente compensate dai contributi imposti alle imprese beneficiarie. Ne conseguiva, secondo la Corte, che
         l’intervento di detto ente «non era volto alla creazione di un vantaggio costitutivo di un onere supplementare per lo Stato
         o per tale ente» (70), il quale giocava il ruolo di «mero strumento per la riscossione e la destinazione delle risorse raccolte ai fini del conseguimento
         di un obiettivo puramente commerciale, previamente fissato dal settore interessato e che non si collocava minimamente nel
         contesto di una politica definita dalle autorità olandesi» (71). 
      
      96.      È anzitutto con riferimento ai principi sanciti e alle soluzioni seguite dalla Corte in questi due precedenti che occorre
         valutare se la misura disposta in favore di SEP dalla normativa nazionale in causa soddisfa la condizione del finanziamento
         mediante risorse statali. In particolare, i Paesi Bassi sostengono che tale valutazione non può che dare esito negativo proprio
         alla luce di quanto affermato dalla Corte in tali sentenze.
      
      97.      In proposito osservo preliminarmente che la pronuncia della Corte nella causa PreussenElektra è tale da determinare un impatto
         particolarmente importante nei mercati in fase di deregolamentazione in cui, e questo è specialmente il caso del mercato elettrico,
         i costi non recuperabili generati dalla liberalizzazione sono particolarmente significativi. In tali ambiti, i poteri di controllo
         della Commissione sulle misure nazionali di sostegno alle imprese gravate da tali costi risultano notevolmente diminuiti da
         una rigida applicazione della condizione attinente al finanziamento mediante risorse statali, specie se si considera che tali
         misure sono spesso concepite in modo da far ricadere sui consumatori finali il peso economico della reintegrazione dei suddetti
         costi, non di rado attraverso l’istituzione di oneri parafiscali (72). Il rischio è dunque che misure statali idonee a incidere anche sensibilmente sui risultati dei processi di liberalizzazione
         in atto negli Stati membri siano di fatto sottratte a ogni controllo in base alle disposizioni comunitarie in materia di aiuti
         e sfuggano al rigido inquadramento cui le misure sottoposte a tale controllo sono invece assoggettate in applicazione delle
         linee-guida per l’esame degli aiuti connessi a costi non recuperabili emanate dalla Commissione (73). 
      
      98.      È principalmente per questa ragione che ritengo che non si debba estendere la soluzione seguita dalla Corte nella sentenza
         PreussenElektra al di là delle specifiche circostanze fattuali che ne hanno giustificato l’accoglimento. 
      
      99.      Orbene, uno degli elementi che la Corte ha mostrato di ritenere essenziale ai fini della decisione nella causa PreussenElektra
         è costituito dalla natura privata dei soggetti cui incombevano gli oneri imposti dallo Stromeinspeisungsgesetz. La rilevanza
         di tale circostanza risulta chiaramente, oltre che dal dispositivo, dai punti 55 e 56 della sentenza, in cui la Corte, a fronte
         dei dati forniti dal governo tedesco circa la composizione dell’azionariato delle imprese coinvolte (PreussenElektra e Schleswag),
         ha riformulato la questione pregiudiziale posta dal Landgericht di Kiel come diretta, in sostanza, ad accertare se costituiscono
         aiuti di Stato gli oneri imposti dalla normativa tedesca (obbligo di acquisto a un prezzo prefissato e ripartizione dei relativi
         oneri) a imprese private di fornitura di energia elettrica e ai gestori privati delle reti situati a monte (74). Inoltre, il meccanismo dello Stromeinspeisungsgesetz non prevedeva l’intervento di intermediari, in funzione di percettori
         e/o gestori delle somme da destinare alla sovvenzione; poiché il vantaggio goduto dalle imprese beneficiarie consisteva nella
         garanzia di vendita dell’energia da esse prodotta e nella differenza tra il valore economico della stessa e il prezzo, superiore
         a tale valore, stabilito per legge, detto vantaggio veniva erogato automaticamente al momento della conclusione dei contratti
         di fornitura e del pagamento del corrispettivo.
      
      100. Facendo leva su tali elementi è dunque possibile considerare la portata della sentenza PreussenElektra come limitata alle
         ipotesi in cui una sovvenzione concessa dai pubblici poteri a determinate imprese sia esclusivamente finanziata mediante l’imposizione
         di oneri gravanti su operatori privati e sia versata ai beneficiari direttamente da tali operatori. 
      
      101. Viceversa, la pronuncia della Corte non concernerebbe i) il caso in cui la sovvenzione è finanziata tramite l’imposizione
         di oneri a imprese pubbliche o mediante fondi a disposizione di siffatte imprese e ii) il caso in cui le risorse destinate
         al finanziamento della sovvenzione, derivanti da oneri imposti a soggetti privati (ad esempio contributi parafiscali), transitino
         attraverso imprese o organismi che intervengono quali intermediari prima di essere attribuite ai soggetti beneficiari. 
      
      102. In tali ipotesi la sovvenzione di cui trattasi potrebbe ricadere nella nozione di aiuto ai sensi dell’art. 87, n. 1, CE, ove
         risulti finanziata mediante risorse statali. Conformemente alla giurisprudenza della Corte tale condizione sussiste quando
         le risorse utilizzate sono direttamente o indirettamente soggette al controllo dello Stato. Nella sentenza Ladbroke Racing (75) e, più di recente nella sentenza Stardust (76), la Corte ha espressamente affermato che la nozione di risorse statali ai sensi dell’art. 87, n. 1, CE «comprende tutti gli
         strumenti pecuniari che il settore pubblico può realmente usare per sostenere imprese, a prescindere dal fatto che questi
         strumenti appartengano o meno permanentemente al patrimonio del suddetto settore». Pertanto, «anche se le somme corrispondenti
         alla misura in questione non sono permanentemente in possesso dell’[Erario], il fatto che restino costantemente sotto il controllo
         pubblico, e dunque a disposizione delle autorità nazionali competenti, è sufficiente perché esse siano qualificate risorse
         statali» (77).
      
      103. Per quanto concerne più specificamente l’ipotesi, enunciata supra al paragrafo 101, sub i), di una misura sovvenzionata tramite l’imposizione di oneri a carico di imprese pubbliche o comunque mediante il ricorso
         a fondi provenienti da tali imprese, la Corte ha precisato, nella sopramenzionata sentenza Stardust, che detti fondi devono
         considerarsi come risorse statali qualora lo Stato sia in grado, «esercitando la sua influenza dominante su tali imprese,
         di orientare l’utilizzazione delle risorse di queste ultime per finanziare, se del caso, [interventi] specifici a favore di
         altre imprese» (78). A tal fine non è necessario dimostrare l’avvenuto trasferimento da parte dello Stato a tali imprese di dotazioni specifiche
         in vista del finanziamento della misura di aiuto.
      
      104. La natura pubblica di un organismo non implica tuttavia che le risorse a sua disposizione siano automaticamente da qualificarsi
         come «statali» ai sensi dell’art. 87, n. 1, CE. Come si è visto sopra (79), infatti, detta qualificazione può ad esempio essere esclusa laddove tale organismo agisca quale «mero strumento per la riscossione
         e la destinazione delle risorse raccolte» e il suo intervento non sia volto «alla creazione di un vantaggio costitutivo di
         un onere supplementare per lo Stato». 
      
      105. Inoltre, affinché una misura messa in atto da un’impresa pubblica possa considerarsi aiuto ai termini dell’art. 87, n. 1,
         CE è necessario che essa sia comunque imputabile allo Stato, nel senso che sia il risultato di un’azione dei pubblici poteri (80). 
      
      106. Trattandosi invece dell’ipotesi enunciata supra al paragrafo 101, sub ii), in cui i fondi necessari al finanziamento della sovvenzione siano prelevati a carico di soggetti privati e assegnati
         ai beneficiari della stessa tramite imprese o organismi intermediari, si deve anzitutto ricordare che da costante giurisprudenza
         risulta che non occorre distinguere tra le ipotesi in cui l’aiuto viene concesso direttamente dallo Stato e quelle in cui
         viene concesso per mezzo di un ente pubblico o privato, designato o istituito dallo Stato medesimo (81). 
      
      107. Occorre poi riferirsi più specificamente alla giurisprudenza relativa alle misure di aiuto finanziate mediante tributi parafiscali
         o contributi obbligatori. In base a tale giurisprudenza, i «fondi [che] sono alimentati mediante contributi obbligatori imposti
         dalla legge e vengono gestiti e ripartiti (…) in conformità alla legislazione statale (…) vanno considerati “risorse statali”
         ai sensi dell’art. [87, n. 1, CE], anche qualora siano amministrati da enti distinti dagli organi statali» (82). 
      
      108. È certo possibile obiettare che tale giurisprudenza è stata implicitamente superata dalla sentenza PreussenElektra, quanto
         meno nell’ipotesi in cui il ruolo svolto dall’intermediario sia esclusivamente quello di percettore del contributo ovvero
         sia comunque limitato a un controllo puramente contabile dei fondi raccolti ed escluda quindi l’esercizio di un qualsivoglia
         margine di discrezionalità nell’utilizzazione e nella destinazione dei fondi. In effetti, obiettivamente tale situazione è
         difficilmente distinguibile, dal punto di vista economico, da quella in cui le somme destinate al finanziamento della misura
         di sostegno sono trasferite direttamente dai soggetti su cui grava l’obbligo di contribuzione alle imprese beneficiarie della
         misura (83). 
      
      109. Ritengo tuttavia che tale obiezione possa essere superata ove si consideri l’intervento di un intermediario designato dallo
         Stato, anche qualora sia semplicemente incaricato della riscossione o di un controllo puramente contabile, come idoneo a interrompere
         il flusso diretto dei fondi dalla sfera dei soggetti passivi a quella dei beneficiari, consentendo di individuare un momento
         in cui tali fondi sono, almeno indirettamente, sotto il controllo dello Stato, per quanto vincolati nella destinazione, acquisendo
         in tal modo la natura di risorse pubbliche. In particolare, una siffatta interpretazione mi sembra possibile quanto meno in
         due situazioni, quando, cioè, l’intermediario è pubblico e quando i contributi obbligatori prelevati a carico di imprese o
         singoli sono versati a un fondo, pubblico o privato, istituito o designato dallo Stato allo scopo di assegnare l’aiuto in
         conformità della legge, indipendentemente dal grado di autonomia di tale fondo nella gestione e nella ripartizione delle somme
         percepite. 
      
      110. Non mi sembra che la sentenza Pearle sopramenzionata possa considerarsi un ostacolo a quanto appena sostenuto. Come si è visto,
         in tale occasione la Corte ha escluso che costituissero risorse dello Stato fondi risultanti dai contributi obbligatori versati
         a un organismo professionale dai propri membri, la cui imposizione è stata resa possibile grazie al regime legale applicabile
         a detto organismo e la cui riscossione era finalizzata al finanziamento di una campagna pubblicitaria collettiva a favore
         degli stessi membri. Orbene, tra i vari elementi addotti dalla Corte per motivare tale conclusione (indisponibilità dei fondi
         da parte dell’organismo, ruolo di quest’ultimo limitato alla riscossione dei contributi, attribuzione di un vantaggio senza
         relativo onere per lo Stato o per l’organismo pubblico coinvolto) la circostanza che l’iniziativa di promuovere la campagna
         pubblicitaria in questione e la proposta circa le modalità di ripartizione dei relativi oneri venissero dal settore commerciale
         interessato e non dalle autorità pubbliche mi pare, nell’economia del ragionamento della Corte, assumere carattere decisivo,
         in quanto idonea ad escludere la stessa riferibilità della misura in causa allo Stato (84). 
      
      111. Alla luce di quanto fin qui esposto occorre chiedersi se i versamenti a favore di SEP effettuati in applicazione del combinato
         disposto dei nn. 1 e 4 dell’art. 9 dell’OEPS implichino l’impiego di «risorse dello Stato» ai sensi dell’art. 87, n. 1, CE.
         
      
      112. Come si è visto, il meccanismo previsto dalla disposizione nazionale in questione prevedeva l’imposizione di una maggiorazione
         per il servizio di trasporto a carico dei consumatori di energia elettrica, la riscossione di tale maggiorazione da parte
         dei gestori della rete e il trasferimento del gettito da questi ultimi alla «società designata» (SEP), incaricata di un controllo
         contabile sui fondi trasferiti e tenuta a versare al Ministro dell’Economia le somme eventualmente eccedenti i 400 milioni
         di NLG. La controversia pendente dinanzi al giudice di rinvio concerne segnatamente le somme dovute da un utente privato,
         Aldel, in applicazione della suddetta maggiorazione, al gestore della rete del territorio in cui è stabilito, Essent. 
      
      113. Occorre in primo luogo rilevare che, in risposta a un quesito scritto posto dalla Corte, Essent ha precisato che, nel periodo
         di riferimento, vale a dire tra il 1° agosto e il 31 dicembre 2000, il suo capitale era controllato al 100% da Essent NV,
         il cui capitale era a sua volta detenuto al 100% da comuni e province e dunque interamente in mano pubblica. Ne consegue,
         come correttamente sostenuto dalla Commissione nelle sue osservazioni, che Essent era, in detto periodo, un’impresa pubblica
         ai sensi dell’art. 2, n. 1, lett. b), della direttiva 80/723/CEE della Commissione, del 25 giugno 1980, relativa alla trasparenza
         delle relazioni finanziarie fra gli Stati membri e le loro imprese pubbliche (85).
      
      114. In virtù della giurisprudenza della Corte, le risorse a disposizione di Essent (86) devono quindi considerarsi, in linea di principio, come risorse pubbliche. Quanto all’obiezione sollevata dal governo dei
         Paesi Bassi circa il ruolo di mero percettore d’imposta svolto da Essent, rinvio a quanto già esposto ai paragrafi 108‑110
         supra (87). 
      
      115. In secondo luogo, mi sembra rilevante la circostanza che SEP fosse tenuta a un controllo contabile delle somme derivanti dal
         gettito della maggiorazione in causa, di cui doveva rendere conto al Ministro dell’Economia. È presumibilmente solo al termine
         di tale controllo che le somme in questione venivano messe a disposizione di SEP, la quale era comunque tenuta a impiegarle
         a fini specifici, vale a dire per la copertura di costi conseguenti a investimenti effettuati per volere dei pubblici poteri.
      
      116. Infine, altrettanto rilevante è la circostanza che, in virtù del n. 5 dell’art. 9 dell’OEPS, le somme eccedenti i 400 milioni
         di NLG dovessero essere versate da SEP al Ministero dell’Economia. 
      
      117. In base alle considerazioni che precedono, mi sembra possibile concludere che i versamenti disposti in favore di SEP in virtù
         del combinato disposto dei nn. 1 e 4 dell’art. 9 dell’OEPS comportano l’impiego di «risorse dello Stato» ai sensi dell’art
         87, n. 1, CE. 
      
      118. Alla luce dell’insieme delle considerazioni che precedono suggerisco quindi alla Corte di rispondere come segue alla seconda
         questione pregiudiziale:
      
      «Una normativa nazionale in base alla quale il gettito di una maggiorazione tariffaria imposta in via transitoria sul consumo
         di energia elettrica e riscossa dai gestori della rete è da questi ultimi versato a una società che è la filiale comune dei
         produttori nazionali di energia elettrica e che è tenuta, in virtù di detta normativa, a trattenere una parte di tale gettito
         a copertura dei costi non recuperabili derivanti da investimenti effettuati dalla società medesima o dalle imprese produttrici
         prima dell’apertura del mercato alla concorrenza, nonché a versare allo Stato l’eventuale surplus, del pari destinato a coprire
         i suddetti costi, può comportare un aiuto di Stato ai sensi dell’art. 87, n. 1, CE. 
      
      Spetta al giudice del rinvio valutare se sussistono le condizioni per l’applicazione di detto articolo».
      3.      Sul rispetto dell’obbligo di notifica 
      119. Sebbene il giudice di rinvio non interroghi la Corte circa l’interpretazione dell’art. 88, n. 3, CE, muovendo dal presupposto
         che l’obbligo di notifica sancito da tale disposizione sia stato disatteso dai Paesi Bassi, ritengo comunque utile consacrare
         qualche breve riflessione in merito agli argomenti sollevati dal governo neerlandese per contestare l’inosservanza addebitatagli.
         
      
      120. I Paesi Bassi sostengono di «aver portato a conoscenza» della Commissione, nel quadro della procedura in materia di aiuti N 597/1998, il testo integrale del progetto di legge dell’OEPS. Tale comunicazione sarebbe avvenuta con lettera del 30 agosto 2000 in
         cui i Paesi Bassi avrebbero specificamente attirato l’attenzione della Commissione sul testo dell’art. 9 di tale progetto.
         La Commissione non contesta che l’intero progetto di legge figurasse in allegato alla lettera del 30 agosto 2000. Inoltre,
         risulta dal testo di tale lettera, depositata dal governo dei Paesi Bassi in seguito a richiesta della Corte, che detto governo
         vi fa esplicito riferimento all’art. 9 dell’OEPS, sebbene unicamente nel paragrafo intitolato «Informazioni complementari
         sul protocollo ai fini dell’applicazione dell’art. 24 della direttiva 92/96».
      
      121. Occorre rilevare che la procedura N 597/1998 si è conclusa con la decisione del 25 luglio 2001.
      
      122. Orbene, il regime di cui all’art. 9 dell’OEPS è entrato in vigore il 29 dicembre 2000 e prevedeva che il gettito della maggiorazione
         riscossa ai sensi del n. 1 di tale articolo dovesse essere versato dai gestori della rete a SEP entro il 1° luglio 2001 (n. 4
         dell’art. 9). I Paesi Bassi hanno dunque dato attuazione a detto regime senza attendere la decisione con cui la Commissione
         ha chiuso la procedura nell’ambito della quale la disposizione che lo istituiva è stata comunicata a detta istituzione. 
      
      123. Inoltre, nell’ambito di tale attuazione è stata prevista la riscossione della maggiorazione di cui all’art. 9, n. 1, dell’OEPS
         con effetto retroattivo al 1° agosto 2000, vale a dire a una data precedente alla stessa lettera con la quale si comunicavano
         alla Commissione le misure previste da detto articolo. In proposito può essere utile ricordare che nella sentenza Van Calster,
         citata supra, la Corte ha ritenuto illegittimi tributi parafiscali diretti al finanziamento di misure di sostegno in favore di alcuni
         settori agricoli che erano stati riscossi con effetto retroattivo a un periodo antecedente alla decisione della Commissione
         che aveva statuito sulla compatibilità di dette misure. Secondo la Corte, disponendo l’effetto retroattivo dell’imposizione
         di tali contributi, lo Stato interessato aveva agito in violazione dell’obbligo di notifica preliminare all’attuazione dell’aiuto.
         
      
      124. Ne consegue che, quand’anche dovesse considerarsi la comunicazione contenuta nella lettera del 30 agosto 2000 come notifica
         ai sensi dell’art. 88, n. 3, CE, ciò non sarebbe sufficiente a ritenere assolto l’obbligo previsto da detta disposizione.
         
      
      V –    Conclusioni
      125. Alla luce di quanto precede propongo alla Corte di dichiarare che:
      
      «1) Una maggiorazione tariffaria quale quella in questione nella causa principale, riscossa indistintamente e alle stesse
         condizioni sul trasporto di energia elettrica sia nazionale sia importata, costituisce una tassa di effetto equivalente a
         un dazio doganale, vietata dall’art. 25 CE, quando il suo gettito sia destinato a finanziare attività di cui beneficia unicamente
         il prodotto nazionale e i vantaggi che ne derivano compensino interamente l’onere gravante su detto prodotto; qualora tali
         vantaggi compensino soltanto parzialmente l’onere gravante sul prodotto nazionale, detta maggiorazione costituisce un’imposizione
         interna discriminatoria, vietata dall’art. 90 CE.
      
      Spetta al giudice nazionale procedere alle verifiche necessarie al fine di determinare la qualificazione giuridica del tributo
         di cui trattasi. In tale contesto, il giudice nazionale esaminerà se e in che misura i costi a copertura dei quali è destinato
         il gettito della maggiorazione tariffaria di cui trattasi gravano direttamente o indirettamente sui produttori nazionali di
         energia elettrica.
      
      2) Una normativa nazionale in base alla quale il gettito di una maggiorazione tariffaria imposta in via transitoria sul consumo
         di energia elettrica e riscossa dai gestori della rete è da questi ultimi versato a una società che è la filiale comune dei
         produttori nazionali di energia elettrica e che è tenuta, in virtù di detta normativa, a trattenere una parte di tale gettito
         a copertura dei costi non recuperabili derivanti da investimenti effettuati dalla società medesima o dalle imprese produttrici
         prima dell’apertura del mercato alla concorrenza, nonché a versare allo Stato l’eventuale surplus, del pari destinato a coprire
         i suddetti costi, può comportare un aiuto di Stato ai sensi dell’art. 87, n. 1, CE. 
      
      Spetta al giudice del rinvio valutare se sussistono le condizioni per l’applicazione di detto articolo».
      1 –	Lingua originale: l'italiano.
      
      2 –	GU L 27, pag. 20.
      
      3 –	Le quattro IPE erano: N.V. Elektriciteits-Produktiemaatschappij Oost-en Noord-Nederland (EPON), N.V. Elektriciteits-Produktiemaatschappij
         Zuid-Nederland (EPZ), N.V. Elektriciteitsproduktiemaatschappij Zuid-Nederland (EZH) e N.V. Energieproductiebedrijf UNA (UNA).
      
      4 –	Creata nel giugno del 1949, SEP era una società per azioni incaricata inizialmente di organizzare l'assistenza reciproca
         tra produttori in caso di guasti attraverso un uso ottimale della rete di interconnessioni nazionali e internazionali (v.
         decisione 91/50/CEE della Commissione, del 16 gennaio 1991, relativa a un procedimento a norma dell'articolo 85 del trattato
         CEE, IV/32.732-Ijsselcentrale e altri). Il 29 dicembre 2000 SEP è divenuta B.V. Nederlands Elektriciteit Administratiekantoor
         (NEA).
      
      5 –	Nel novembre 1999 EPON è stata ripresa dal gruppo belga Electrabel e EZH dalla società tedesca Preussen Elektra. Sempre
         nel 1999 UNA è stata acquistata dalla statunitense Reliant e nel 2002 è passata a NUON, controllata da province e comuni.
         
      
      6 –	In virtù dell'art. 2 dell'Elektriciteitswet 1989, SEP, in qualità di «società designata», era, congiuntamente alle IPE,
         incaricata di una missione di interesse economico generale, consistente nell'assicurare la fornitura pubblica nazionale di
         energia elettrica al più basso costo possibile (v. causa C-157/94). 
      
      7 –	Essent tuttavia contesta che le società di distribuzione fossero, in quanto tali, parti dell'accordo.
      
      8 –      Si tratta di SEP.
      
      9 –	NEA, Elektrabel Groep BV e Edon Groep BV sono succedute nel contratto rispettivamente a SEP, Epon e Edon.
      
      10 –	Ai sensi dell'art. 1, n. 1, lett. k), dell'Elektriciteitswet 1998.
      
      11 –	Nell'ambito del giudizio principale, SEP e Saranne sono state chiamate in garanzia da Essent e lo Stato da Aldel. 
      
      12 –	In vigenza dell'Elektriciteitswet 1998, SEP, in qualità di società designata, godeva di un monopolio per l'importazione
         dell'energia elettrica destinata a uso pubblico e di tensione superiore a 500 V (v. sentenza 27 aprile 1994, causa C‑393/92,
         Almelo, Racc. pag. I‑1477). Un utente privato come Aldel era dunque legittimato già in base a tale legge ad importare energia
         elettrica per uso proprio. Inoltre, il 1° gennaio del 2000 si è conclusa la prima tappa della liberalizzazione del mercato
         elettrico olandese in attuazione della direttiva 96/92, con l'apertura al mercato del segmento comprendente i grandi consumatori.
         La questione se, nel periodo di applicazione della maggiorazione controversa, a tale facoltà corrispondesse un'effettiva possibilità
         per Aldel di importare elettricità dipende sia dai rapporti contrattuali che la legavano all'epoca alle imprese produttrici
         nazionali sia dai comportamenti sul mercato di queste ultime e di SEP (in proposito v. la decisione della Commissione 91/50/CEE,
         citata supra, nota 4). 
      
      13 –	V., in particolare, sentenze 15 giugno 1999, causa C-421/97, Tarantik (Racc. pag. I‑3633, punto 33); 22 gennaio 2002, causa
         C-390/99, Canal Satélite Digital (Racc. pag. I‑607, punto 19), e 15 giugno 2006, cause riunite C-393/04 e C-41/05, Air Liquide
         Industrie Belgium (Racc. pag. I‑5293, punto 24). 
      
      14 –	In tal senso, v. sentenza 5 maggio 1982, causa 15/81, Schul Douane Expéditeur (Racc. pag. 1409, punto 26); v. anche sentenza
         14 dicembre 1962, cause riunite 2/62 e 3/62, Commissione/Lussemburgo e Belgio (Racc. pag. 813, in particolare pag. 827).
      
      15 –	V. in tal senso già sentenze 8 luglio 1965, causa 10/65, Deutschmann (Racc. pag. 601), e 16 giugno 1966, causa 57/65, Lütticke
         (Racc. pag. 293), cui hanno fatto seguito numerose altre pronunce. 
      
      16 –	Praticamente in tutti i casi in cui la Corte è stata chiamata a interpretare detti articoli con riferimento a un determinato
         dispositivo fiscale nazionale, ovvero a valutare la legittimità di quest'ultimo sulla base delle disposizioni in essi contenute,
         essa ha ritenuto necessario pronunciarsi sulla riconducibilità del tributo all'ambito di applicazione dell'uno o dell'altro
         articolo. Un approccio meno dicotomico è seguito dalla Corte nella sentenza 3 febbraio 2000, causa C‑228/98, Dounias (Racc.
         pag. I‑577, punto 50).
      
      17 –	V., inter alia, sentenze 1° luglio 1969, causa 24/68, Commissione/Italia (Racc. pag. 193, punto 9); 9 novembre 1983, causa 158/82, Commissione/Danimarca
         (Racc. pag. 3573, punto 18), e 17 settembre 1997, causa C‑347/95, UCAL (Racc. pag. I‑4911, punto 18).
      
      18 –	V. sentenze Commissione/Lussemburgo e Belgio, citata supra, nota 14, pag. 828; 18 giugno 1975, causa 94/74, IGAV (Racc. pag. 699, punto 10), e 25 maggio 1977, causa 77/76, Cucchi (Racc.
         pag. 987, punto 13).
      
      19 –	V., inter alia, sentenza UCAL, citata supra, nota 17, punto 19.
      
      20 –	V., inter alia, sentenze 21 maggio 1980, causa 73/79, Commissione/Italia (Racc. pag. 1533, punto 15); 11 marzo 1992, cause riunite da C‑78/90
         a C‑83/90, Compagnie commerciale de l'Ouest e a. (Racc. pag. I‑1847, punto 26), e UCAL citata supra, nota 17, punto 21.
      
      21 –	V. sentenze 16 dicembre 1992, causa C‑17/91, Lornoy e a. (Racc. pag. I‑6523, punto 21); 27 ottobre 1993, causa C‑72/92,
         Scharbatke (Racc. pag. I‑5509, punto 10); Compagnie commerciale de l'Ouest e a., citata supra, nota 20, punto 27, e UCAL, citata supra, nota 17, punto 22. 
      
      22 –	V, inter alia, sentenze Compagnie commerciale de l'Ouest e.a., citata supra, nota 20, punto 28 e Lornoy e.a , citata supra, nota 21, punto 22.
      
      23 –	V. sentenze 25 maggio 1977, causa 105/76, Interzuccheri (Racc. pag. 1029, punto 12), e Cucchi, citata supra, nota 18, punto 19.
      
      24 –	V. sentenza 2 agosto 1993, causa C‑266/91, CELBI (Racc. pag. I‑4337, punto 18).
      
      25 –	Tali difficoltà sono peraltro attestate dal numero di questioni pregiudiziali sollevate sul punto, a fronte di una giurisprudenza
         non ambigua. 
      
      26 –	Perplessità collegate alla complessità delle valutazioni richieste per verificare l'entità della compensazione erano già
         state espresse dall'avvocato generale Roemer nelle conclusioni presentate nella causa Capolongo (causa 77/72, Racc. pag. 611,
         in particolare pag. 632), nella cui sentenza si ritrova la prima affermazione giurisprudenziale del criterio della compensazione.
         Qualche anno più tardi, l'avvocato generale Trabucchi nelle conclusioni relative alla causa IGAV (citata supra, nota 18) e l'avvocato generale Reischl nella causa Cucchi (citata supra, nota 18) proponevano un'applicazione restrittiva di tale criterio, ritenendo che la giurisprudenza Capolongo si dovesse
         riferire ai soli casi di «frode sostanziale alla legge». Osservazioni apertamente critiche sono state formulate dagli avvocati
         generali Mayras (causa 222/78, ICAP, Racc. 1979, pag. 1163) e Gulmann (causa CELBI, citata supra, nota 24, paragrafo 15). Infine, l'avvocato generale Tesauro ha a più riprese sottolineato le difficoltà di applicazione
         del criterio della compensazione ai singoli casi di specie (v., ad esempio, le sue conclusioni nella causa UCAL, citata supra, nota 17).
      
      27 –	In questo senso, v. le conclusioni dell'avvocato generale Gulmann nella causa CELBI, citata supra, nota 24, paragrafo 15, e, prima di lui, le conclusioni dell'avvocato generale Mayras nella causa ICAP, citata supra, nota 24. 
      
      28 –	Così, ad esempio, nel quadro di un ricorso d'infrazione contro l'Italia la Corte ha escluso che una tariffa stabilita da
         un ordine professionale e imposta per legge costituisse una tassa di effetto equivalente, poiché il ricorso ai servizi ai
         quali detta tariffa si applicava non era obbligatorio (v. sentenza 9 febbraio 1994, causa C‑119/92, Commissione/Italia, Racc.
         pag. I‑393, punti 46 e 47). 
      
      29 –	V., ad esempio, sentenza 16 febbraio 1977, causa 20/76, Schöttle (Racc. pag. 247, punti 12 e 13).
      
      30 –	V., inter alia, la causa Interzuccheri, citata supra, nota 23, in cui si verteva su due diverse maggiorazioni del prezzo dello zucchero stabilite dal Comitato interministeriale
         prezzi al fine di alimentare una cassa di conguaglio per lo zucchero. Nel caso di specie, emerge dalle osservazioni presentate
         alla Corte da SEP che, nel periodo di applicazione della maggiorazione controversa, la tariffa per il trasporto di energia
         elettrica era stabilita da un organismo pubblico.
      
      31 –	V. sentenza 15 luglio 1964, causa 6/64, Costa/ENEL (Racc. pag. 1141), in cui si afferma che l'energia elettrica può rientrare
         nell'ambito di applicazione dell'art. 31 CE in materia di monopoli nazionali a carattere commerciale, e sentenze 23 ottobre
         1997, causa C‑158/94, Commissione/Italia (Racc. 1997 pag. I‑5789, punto 17), e Almelo, citata supra, nota 12, punto 28, in cui la Corte considera pacifico che l'energia elettrica costituisce una merce ai sensi dell'art. 28
         CE. Nella sentenza 2 aprile 1998, causa C‑213/96, Outokumpu (Racc. pag. I‑1777), la Corte ha valutato la compatibilità con
         gli artt. 25 CE e 90 CE di un'imposta sulla produzione di energia elettrica. 
      
      32 –	V. sentenza Commissione/Italia, causa C-158/94, citata supra, nota 31, punto 18.
      
      33 –	Come ad esempio nel caso in cui l'onere è costituito dal corrispettivo per il rilascio di licenze di importazione o per
         controlli sanitari. 
      
      34 –	Sentenza Schöttle, citata supra, nota 29.
      
      35 –	Punto 16.
      
      36 –	Dispositivo.
      
      37 –	Punto 15.
      
      38 –	V. supra, paragrafi 34‑37.
      
      39 –	Sembra possibile giungere a tale conclusione anche in assenza di dati circa l'ammontare totale degli importi risultanti
         dall'applicazione della maggiorazione di cui è causa e circa la percentuale di energia elettrica importata da altri Stati
         membri e fornita − sia direttamente sia indirettamente attraverso SEP − nel periodo di vigenza di detta maggiorazione ai soggetti
         tenuti al suo pagamento.
      
      40 –	Dalla decisione della Commissione del 25 luglio 2001 nonché dalla relazione premessa al testo dell'OEPS emerge tuttavia
         che le obbligazioni scaturenti dai contratti di riscaldamento urbano resterebbero a carico dell'impresa che le ha contratte.
         Dalle risposte ai quesiti scritti posti dalla Corte sembra invece emergere che la responsabilità per la totalità dei costi
         NR incombeva, fino alla fine del 2000, a SEP. A partire dal 1° gennaio 2001 la responsabilità per le obbligazioni scaturenti
         dai contratti di riscaldamento urbano sarebbero state trasferite alle IPE, in base a determinate percentuali, mentre quella
         relativa ai costi originati da Demkolec sarebbe rimasta a carico di SEP (tramite NV Demkolec, filiale a 100% di SEP), proprietaria
         della centrale, fino alla data del trasferimento di quest'ultima a NUON.
      
      41 –	Le risposte delle parti ai quesiti scritti posti dalla Corte non sembrano contestare il fatto che, nel periodo di riferimento,
         le quattro IPE continuavano a operare sulla base dell'accordo di cooperazione del 1986, che conferiva a SEP il compito di
         procedere alla commercializzazione della totalità dell'energia elettrica prodotta dalle IPE e implicava, tra l'altro, una
         messa in comune dei costi di produzione nonché la loro ripartizione tra le IPE secondo percentuali che riflettevano la partecipazione
         di ciascuna di esse al capitale di SEP. Emerge inoltre che il ruolo attivo di SEP nel settore dell'approvigionamento di energia
         elettrica è venuto meno con la sua trasformazione, il 1° gennaio 2001, in NEA, la quale ha unicamente il compito di condurre
         a termine le operazioni iniziate prima del 2001. 
      
      42 –	Nelle risposte ai quesiti scritti posti dalla Corte, Essent sottolinea che in virtù del protocollo, il settore della produzione
         sarebbe legittimato a richiedere a quello della distribuzione la somma di 400 milioni NLG per il 2000, presumibilmente anche
         qualora non fosse possibile per le imprese di distribuzione recuperare tali somme attraverso le tariffe di trasporto o di
         fornitura.
      
      43 –	Occorre tuttavia rilevare che emerge dalle risposte delle parti ai quesiti scritti posti dalla Corte che Essent è diventata,
         in seguito a fusione, uno dei quattro azionisti di NEA (ex SEP) ed è attiva anche nel settore della produzione.
      
      44 –	V. sentenza Interzuccheri, citata supra, nota 23, punto 15.
      
      45 –	V., inter alia, sentenze 22 marzo 1977, causa 78/76, Steinike & Weinlig (Racc. pag. 595, punto 14); 30 novembre 1993, causa C‑189/91, Kirsammer-Hack
         (Racc. pag. I‑6185 punto 14).
      
      46 –	V. inter alia, sentenze 21 novembre 1991, causa C‑354/90, Fédération nationale du commerce extérieur des produits alimentaires e Syndicat
         national des négociants et transformateurs de saumon (Racc. pag. I‑5505, punto 12), e 16 dicembre 1992, causa C‑17/91, Lornoy
         e a., citata supra, nota 21, punto 30.
      
      47 –	V. sentenza Air Liquide, citata supra, nota 13, punto 42. V. altresì sentenze Fédération nationale du commerce extérieur des produits alimentaires e Syndicat national
         des négociants et transformateurs de saumon, citata supra nota 46, punto 12, e 13 gennaio 2005, causa C‑174/02, Streekgewest (Racc. pag. I-85, punto 17).
      
      48 –	V. sentenze 21 ottobre 2003, cause riunite C‑261/01 e C‑262/01, Van Calster e a. (Racc. pag. I‑12249, punto 49); 27 novembre
         2003, cause riunite da C‑34/01 a C‑38/01, Enirisorse (Racc. pag. I‑14243, punto 44).
      
      49 –	V. sentenza Van Calster e a., citata supra, nota 48, punto 47; v. in questo senso già sentenze 25 giugno 1970, causa 47/69, Francia/Commissione (Racc. pag. 487, punto
         13).
      
      50 –	V. sentenza Van Calster e a., citata supra, nota 48, punto 51.
      
      51 –	Ibidem, punto 52.
      
      52 –	Ibidem, punto 54.
      
      53 –	V. sentenza Streekgewest, citata supra, nota 47, punto 26; nello stesso senso v. altresì sentenze 27 ottobre 2005, cause riunite da C‑266/04 a C‑270/04, C-276/04
         e da C-321/04 a C-325/04, Casino Francia e a. (Racc. pag. I‑9481, punto 40), e Air Liquide, citata supra, nota 13, punto 46. 
      
      54 –	V., inter alia, sentenza Air Liquide Industries Belgium, citata supra, nota 13, punto 28.
      
      55 –	Ciò benché, come rileva il governo neerlandese e come emerge dalla stessa decisione di rinvio, l'imposizione di tale obbligo
         presupponga l'esistenza del protocollo di accordo e la riscossione della maggiorazione sia volta a consentire l'esecuzione dello stesso,
         consentendo al settore della distribuzione di ripercuotere sui consumatori gli oneri che ne derivano. L'art. 9 dell'OEPS non
         prevede peraltro espressamente alcun meccanismo di compensazione per l'ipotesi in cui SEP abbia già ricevuto in tutto o in
         parte i pagamenti che i gestori della rete (o i fornitori) sono tenuti a effettuare in base al protocollo. 
      
      56 –	Osservo per inciso che l'art. 97 dell'Elektriciteitwet ha comunque reso obbligatoria per legge l'esecuzione del protocollo
         d'accordo. Sebbene non direttamente preso in considerazione dal giudice di rinvio, detta disposizione, che non sembra essere
         stata notificata alla Commissione, potrebbe di per sé comportare una misura di aiuto le cui modalità di finanziamento sono
         previste dall'art. 9 dell'OEPS.
      
      57 –	Non è dato sapere se i gestori della rete e/o i fornitori, nel caso in cui avessero già dato esecuzione al protocollo,
         fossero dispensati dai versamenti di cui all'art. 9, n. 4, dell'OEPS per le somme corrispondenti alla loro partecipazione
         ai costi NR o se vi fossero comunque tenuti salvo ottenere ulteriormente da SEP la ripetizione di dette somme.
      
      58 –	In base all'art. 9, n. 5, dell'OEPS, tale surplus è comunque destinato alla copertura dei costi NR. 
      
      59 –	V., inter alia, sentenze 29 aprile 2004, causa C-372/97, Italia/Commissione (Racc. pag. I‑3679, punto 44), e Air Liquide Industries Belgium,
         citata supra, nota 13, punto 34.
      
      60 –	V. sentenze 15 dicembre 2005, causa C‑148/04, Unicredito Italiano (Racc. pag. I‑11137, punto 56, e giurisprudenza ivi citata),
         e Air Liquide Industries Belgium, citata supra, punto 35.
      
      61 –	In base all'Elekriciteitswet 1989, v. sentenza Almelo, citata supra, nota 12, punti 13 e ss. 
      
      62 –	V. sentenza Air Liquide Industries Belgium, citata supra, punto 37.
      
      63 –	V. sentenze 30 gennaio 1985, causa 290/83, Commissione/Francia (Racc. pag. 439, punti 13 e 14); 2 febbraio 1988, cause
         riunite 67/85, 68/85 e 70/85, Kwekerij van der Kooy e a./Commissione (Racc. pag. 219, punti 32‑38), e 7 giugno 1988, causa
         57/86, Grecia/Commissione (Racc. pag. 2855, punto 12), e le conclusioni degli avv. generali VerLoren van Themaat, nelle cause
         riunite 213/81‑215/81, Norddeutsches Vieh- und Fleischkontor Will e a. (sentenza 13 ottobre 1982, Racc. pag. 3583); Slynn
         in Commissione/Grecia, citata supra, e Darmon nelle cause riunite C‑72/91 e C‑73/91, Sloman Neptun (sentenza 17 marzo 1993, Racc. pag. I‑887). 
      
      64 –	Citata supra.
      
      65 –	Tale formulazione era già stata utilizzata nella sentenza 24 gennaio 1978, causa 82/77, van Tiggele (Racc. pag. 25, punto 25).
         
      
      66 –	In tale occasione, la Corte era stata apertamente invitata dalla Commissione a riconsiderare la sua giurisprudenza, in
         particolare alla luce dei recenti sviluppi dell'ordinamento comunitario.
      
      67 –	Sentenza 13 marzo 2001, causa C‑379/98 (Racc. pag. I‑2099).
      
      68 –	Punti 59 e 61.
      
      69 –	Sentenza 15 luglio 2004, causa C‑345/02, Pearle e a. (Racc. pag. I‑7139).
      
      70 –	Punto 36.
      
      71 –	Punto 37.
      
      72 –	Così, ad esempio, citando la sentenza PreussenElektra, la Commissione ha rinunciato a valutare in base all'art. 87, n. 1,
         CE l'imposizione nel Regno Unito di una tassa parafiscale (la Competitive Transition Charge) riscossa nei confronti dei consumatori finali e versata direttamente ai fornitori di energia elettrica (decisione del 27
         febbraio 2002 nella procedura N 661/99).
      
      73 –	Comunicazione della Commissione relativa al metodo per l'analisi degli aiuti di Stato connessi a taluni costi non recuperabili,
         adottata il 26 luglio 2001.
      
      74 –	Tale riformulazione ha permesso alla Corte di limitare la portata della questione pregiudiziale posta dal giudice di rinvio
         − che si estendeva alla valutazione dell'intero sistema di misure di sostegno alla produzione di energia da fonti rinnovabili
         previsto dalla normativa contestata − circoscrivendola all'esame dei soli obblighi imposti alle parti del giudizio a quo in
         applicazione di detta normativa. 
      
      75 –	Sentenza 16 maggio 2000, causa C-83/98 P, Francia/Ladbroke Racing e Commissione (Racc. pag. I‑3271), che ha confermato
         la sentenza del Tribunale 27 gennaio 1998, causa T‑67/94, Ladbroke Racing/Commissione (Racc. pag. II‑1).
      
      76 –	Sentenza 16 maggio 2002, causa C‑482/99, Francia/Commissione (Racc. pag. I‑4397). V. altresì le conclusioni dell'avvocato
         generale Jacobs. 
      
      77 –	Punto 50 della sentenza Francia/Ladbroke Racing e Commissione, citata supra, e punto 37 della sentenza Stardust, citata supra. Tale principio era stato precedentemente affermato dal Tribunale nella sentenza 12 dicembre 1996, causa T‑358/94, Air France/Commissione
         (Racc. pag. II‑2109, punto 67).
      
      78 –	Punto 38.
      
      79 –	Paragrafo 95.
      
      80 –	La Corte ha esplicitato i criteri in base ai quali tale imputabilità deve essere accertata nella sentenza Stardust, citata
         supra, nota 76. 
      
      81 –	V. sentenza PreussenElektra, citata supra, nota 67, punto 58, e giurisprudenza ivi citata. 
      
      82 –	Sentenza 2 luglio 1974, causa 173/73, Italia/Commissione (Racc. pag. 709, punto 35). V. anche sentenza Steinike & Weinlig,
         citata supra, nota 45.
      
      83 –	In tal senso v. decisione 31 ottobre 2001, della Commissione nella procedura N/6/A/2001.
      
      84 –	V. in tal senso anche le conclusioni dell'avvocato generale Ruiz-Jarabo Colomer.
      
      85 –	GU L 195, pag. 35.
      
      86 –	La situazione non sembra essere diversa per gli altri gestori della rete, anch'essi detenuti da enti pubblici. 
      
      87 –	Osservo peraltro che, se è vero che in virtù dell'art. 9, nn. 1 e 4, dell'OEPS Essent era unicamente incaricata di riscuotere
         la maggiorazione in causa e di versarla a SEP, essa era comunque tenuta per legge, in virtù dell'art. 97 dell'Elektriciteitswet
         1998, che rendeva obbligatoria l'esecuzione del protocollo di accordo, a effettuare nei confronti di SEP i pagamenti che le
         incombevano per effetto dell'applicazione di detto protocollo. La questione pregiudiziale posta dal giudice di rinvio non
         si riferisce alla possibilità che l'art. 97 dell'Elektriciteitwet comporti una misura di aiuto ai sensi dell'art. 87, n. 1,
         CE. Non è dunque necessario procedere a tale esame.