CELEX: 62004CJ0411
Language: it
Date: 2007-01-25
Title: Sentenza della Corte (Prima Sezione) del 25 gennaio 2007.#Salzgitter Mannesmann GmbH contro Commissione delle Comunità europee.#Ricorso contro una pronuncia del Tribunale di primo grado - Concorrenza - Intesa - Mercati dei tubi in acciaio senza saldatura - Processo equo - Elementi probatori di origine anonima - Ammenda - Cooperazione - Parità di trattamento.#Causa C-411/04 P.

Causa C-411/04 P
      Salzgitter Mannesmann GmbH, già Mannesmannröhren-Werke GmbH
      contro
      Commissione delle Comunità europee
      «Ricorso contro una pronuncia del Tribunale di primo grado — Concorrenza — Intesa — Mercato dei tubi in acciaio senza saldatura — Processo equo — Elementi probatori di origine anonima — Ammenda — Cooperazione — Parità di trattamento»
      Massime della sentenza
      1.        Concorrenza — Procedimento amministrativo — Diritto ad un processo equo 
      2.        Ricorso contro una pronuncia del Tribunale di primo grado — Motivi — Errata valutazione dei fatti — Irricevibilità — Controllo
            da parte della Corte della valutazione degli elementi probatori — Esclusione, salvo il caso di snaturamento 
      (Art. 225 CE; Statuto della Corte di giustizia, art. 51)
      3.        Ricorso contro una pronuncia del Tribunale di primo grado — Competenza della Corte 
      (Art. 81, n. 1, CE; regolamento del Consiglio n. 17, art. 15, n. 2)
      4.        Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione 
      (Regolamento del Consiglio n. 17, art. 15, n. 2; comunicazione della Commissione 96/C 207/04, titolo D, punto 2)
      1.        Il principio in forza del quale ogni persona ha diritto ad un processo equo è un principio generale di diritto comunitario.
      Tale principio si ispira ai diritti fondamentali che fanno parte integrante dei principi generali del diritto comunitario
         dei quali la Corte garantisce l’osservanza ispirandosi alle tradizioni costituzionali comuni degli Stati membri e alle indicazioni
         fornite in particolare dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
      
      Nelle cause in materia di diritto comunitario della concorrenza, la prova testimoniale svolge solo un ruolo secondario, mentre
         i documenti scritti vi svolgono un ruolo principale.
      
      La produzione di prove nelle cause riguardanti il diritto comunitario della concorrenza è caratterizzata dal fatto che i documenti
         esaminati contengono spesso segreti commerciali o altre informazioni che non possono essere divulgate o possono esserlo solo
         nell’osservanza di notevoli limiti.
      
      Nelle condizioni specifiche delle indagini della Commissione riguardanti pratiche anticoncorrenziali, il principio secondo
         il quale ogni persona ha diritto ad un processo equo non può essere interpretato nel senso che debbano essere automaticamente
         esclusi come mezzi di prova i documenti contenenti elementi di prova a carico qualora talune informazioni debbano restare
         riservate. Siffatta riservatezza può riguardare anche l’identità degli autori dei documenti e delle persone che li hanno fatti
         pervenire alla Commissione.
      
      (v. punti 40-44)
      2.        In caso di ricorso contro una pronuncia del Tribunale, la Corte non è competente ad accertare i fatti né, in linea di principio,
         ad esaminare le prove sulle quali il Tribunale ha basato il proprio accertamento dei fatti. Infatti, una volta che tali prove
         sono state acquisite regolarmente e che i principi generali del diritto e le norme di procedura in materia di onere e di produzione
         della prova sono stati rispettati, spetta unicamente al Tribunale pronunciarsi sul valore da attribuire agli elementi dinanzi
         ad esso prodotti. Questa valutazione non costituisce pertanto una questione di diritto soggetta al controllo della Corte,
         salvo il caso di snaturamento degli elementi di prova prodotti dinanzi al Tribunale.
      
      (v. punto 55)
      3.        Anche se la Corte, nell’ambito di un giudizio di impugnazione, non può sostituire, per motivi di equità, la propria valutazione
         a quella del Tribunale che statuisce, nell’esercizio della sua competenza anche di merito, sull’ammontare delle ammende inflitte
         a talune imprese per una loro violazione del diritto comunitario, nondimeno, l’esercizio di siffatta competenza non può comportare,
         in sede di determinazione dell’importo delle dette ammende, una discriminazione tra le imprese che hanno preso parte ad un
         accordo o ad una pratica concordata in contrasto con l’art. 81, n. 1, CE.
      
      Tuttavia, il ricorso avverso una sentenza del Tribunale deve indicare argomenti di diritto dedotti a specifico sostegno del
         motivo relativo alla violazione del principio della parità di trattamento, a pena di irricevibilità del motivo di cui trattasi.
      
      (v. punti 68-69)
      4.        Nell’applicare la comunicazione sulla non imposizione o sulla riduzione delle ammende nei casi d’intesa tra imprese occorre
         distinguere tra, da un lato, l’espresso riconoscimento di un’infrazione e, d’altro lato, la mera mancanza di contestazione
         di quest’ultima, che non contribuisce ad agevolare il compito della Commissione consistente nella scoperta e nella repressione
         delle infrazioni alle regole comunitarie della concorrenza cosicché il diverso trattamento riservato a due imprese che hanno
         partecipato alla stessa infrazione, ma di cui una ha effettuato il detto riconoscimento e l’altra no, non può costituire una
         discriminazione.
      
      (v. punto 71)
SENTENZA DELLA CORTE (Prima Sezione)
      25 gennaio 2007 (*)
      
      «Ricorso contro una pronuncia del Tribunale di primo grado – Concorrenza – Intesa – Mercato dei tubi in acciaio senza saldatura – Processo equo – Elementi probatori di origine anonima – Ammenda – Cooperazione – Parità di trattamento»
      Nel procedimento C‑411/04 P,
      avente ad oggetto il ricorso contro una pronuncia del Tribunale di primo grado, ai sensi dell’art. 56 dello Statuto della
         Corte di giustizia, proposto il 23 settembre 2004,
      
      Salzgitter Mannesmann GmbH, già Mannesmannröhren-Werke GmbH, con sede in Mülheim an der Ruhr (Germania), rappresentata dagli avv.ti M. Klusmann e F. Wiemer,
         Rechtsanwälte,
      
      ricorrente,
      procedimento in cui l’altra parte è:
      Commissione delle Comunità europee, rappresentata dal sig. A. Whelan e dalla sig.ra H. Gading, in qualità di agenti, assistiti dall’avv. H.‑J. Freund, Rechtsanwalt,
         con domicilio eletto in Lussemburgo,
      
      convenuta in primo grado
      LA CORTE (Prima Sezione),
      composta dal sig. P. Jann, presidente di sezione, dai sigg. K. Lenaerts, E. Juhász, K. Schiemann e M. Ilešič (relatore), giudici,
      avvocato generale: sig. L.A. Geelhoed
      cancelliere: sig. B. Fülöp, amministratore
      vista la fase scritta del procedimento e in seguito alla trattazione orale dell’8 dicembre 2005,
      sentite le conclusioni dell’avvocato generale, presentate all’udienza del 12 settembre 2006,
      ha pronunciato la seguente
      Sentenza
      1        Con il suo ricorso, la società Salzgitter Mannesmann GmbH, già Mannesmannröhren-Werke GmbH e, in precedenza, Mannesmannröhren-Werke
         AG (in prosieguo: la «Mannesmann» o la «ricorrente») chiede l’annullamento della sentenza del Tribunale di primo grado delle
         Comunità europee 8 luglio 2004, causa T‑44/00, Mannesmannröhren-Werke/Commissione (Racc. pag. II‑2223; in prosieguo: la «sentenza
         impugnata»), nella parte in cui tale sentenza ha respinto il suo ricorso proposto contro la decisione della Commissione 8
         dicembre 1999, 2003/382/CE, relativa ad un procedimento di applicazione dell’art. 81 CE (Caso IV/E‑1/35.860‑B – Tubi di acciaio
         senza saldatura) (GU 2003, L 140, pag. 1, in prosieguo: la «decisione controversa»).
      
       La decisione controversa
       L’intesa
      2        La Commissione delle Comunità europee ha inviato la decisione controversa a otto imprese produttrici di tubi di acciaio senza
         saldatura. Fra tali imprese figurano quattro società europee (in prosieguo: i «produttori comunitari»): la Mannesmann, la
         Vallourec SA (in prosieguo: la «Vallourec»), la Corus UK Ltd (già British Steel Ltd; in prosieguo: la «Corus») e la Dalmine
         SpA (in prosieguo: la «Dalmine»). Le altre quattro destinatarie della decisione impugnata sono società giapponesi (in prosieguo:
         i «produttori giapponesi»): la NKK Corp., la Nippon Steel Corp., la Kawasaki Steel Corp. e la Sumitomo Metal Industries Ltd
         (in prosieguo: la «Sumitomo»).
      
      3        I tubi in acciaio senza saldatura sono utilizzati dall’industria petrolifera e del gas e si suddividono in due grandi categorie
         di prodotti.
      
      4        La prima di tali categorie è quella dei tubi per il sondaggio, comunemente denominati «Oil Country Tubular Goods» ovvero «OCTG».
         Essi possono essere venduti senza filettatura («tubi lisci») o filettati. La filettatura è un’operazione volta a consentire
         il raccordo dei tubi OCTG. Essa può essere realizzata secondo i parametri fissati dall’American Petroleum Institute (API),
         e i tubi filettati secondo tale metodo sono denominati «tubi OCTG standard», oppure realizzata con tecniche particolari, solitamente
         brevettate. In quest’ultimo caso si parla di filettatura o, eventualmente, di «giunti di prima qualità» ovvero «premium»,
         e i tubi così filettati sono denominati «tubi OCTG premium».
      
      5        Alla seconda categoria appartengono i tubi per il trasporto di petrolio e di gas («linepipe»), tra i quali rientrano, da un
         lato, i tubi fabbricati secondo norme standard e, d’altro lato, quelli fabbricati su misura nell’ambito di progetti specifici
         (in prosieguo: i «linepipe “project”»).
      
      6        Nel novembre 1994 la Commissione decideva di avviare un’indagine sull’esistenza di pratiche anticoncorrenziali riguardanti
         tali prodotti. Nel dicembre dello stesso anno essa effettuava ispezioni presso diverse imprese, tra le quali la Mannesmann. Tra
         il settembre 1996 e il dicembre 1997 la Commissione effettuava ulteriori accertamenti presso la Vallourec, la Dalmine e la
         Mannesmann. Nel corso di un’ispezione presso la Vallourec effettuata il 17 settembre 1996, il presidente della Vallourec Oil
         & Gas, sig. Verluca, rilasciava talune dichiarazioni (in prosieguo: le «dichiarazioni del sig. Verluca»). Nel corso di un’ispezione
         presso la Mannesmann, avvenuta nell’aprile 1997, il dirigente di tale impresa, sig. Becher, rilasciava, del pari, talune dichiarazioni
         (in prosieguo: le «dichiarazioni del sig. Becher»).
      
      7        La Commissione inviava inoltre a diverse imprese una richiesta di informazioni, ex art. 11 del regolamento del Consiglio 6
         febbraio 1962, n. 17, primo regolamento d’applicazione degli articoli [81 CE e 82 CE] (GU 1962, n. 13, pag. 204). Poiché la
         Dalmine aveva rifiutato di fornire alcune delle informazioni richieste, le veniva inviata la decisione della Commissione 6
         ottobre 1997, C(97) 3036, relativa ad una procedura ai sensi dell’articolo 11, paragrafo 5, del regolamento n. 17 del Consiglio.
         La Dalmine presentava un ricorso di annullamento contro tale decisione, ricorso che veniva dichiarato manifestamente irricevibile
         con ordinanza del Tribunale 24 giugno 1998, causa T‑596/97, Dalmine/Commissione (Racc. pag. II‑2383). Anche la Mannesmann
         si rifiutava di fornire talune informazioni richieste dalla Commissione. Nonostante l’adozione nei suoi confronti della decisione
         della Commissione 15 maggio 1998, C(98) 1204, relativa ad una procedura ai sensi dell’articolo 11, paragrafo 5, del regolamento
         n. 17 del Consiglio (in prosieguo: la «decisione 15 maggio 1998»), la Mannesmann perseverava in tale rifiuto. Essa presentava
         un ricorso dinanzi al Tribunale contro tale decisione. Con sentenza 20 febbraio 2001, causa T‑112/98, Mannesmannröhren-Werke/Commissione
         (Racc. pag. II‑729), il Tribunale parzialmente annullava la detta decisione e respingeva il ricorso quanto al resto.
      
      8        Tenuto conto delle dichiarazioni dei sigg. Verluca e Becher, nonché di altri elementi probatori, nella decisione controversa
         la Commissione constatava che le otto imprese destinatarie di tale decisione avevano concluso un accordo che prevedeva, in
         particolare, la reciproca protezione dei loro mercati nazionali. In base all’accordo, ogni impresa si impegnava a non vendere
         tubi OCTG standard e linepipe «project» nel mercato nazionale di un’altra parte aderente all’accordo.
      
      9        L’accordo sarebbe stato concluso nell’ambito di riunioni tra i produttori comunitari e quelli giapponesi, conosciute con il
         nome di «club Europa-Giappone».
      
      10      Il principio della protezione dei mercati nazionali era denominato «regole di base dell’accordo» («fundamentals»). La Commissione
         rilevava che i «fundamentals» erano stati effettivamente osservati e che pertanto l’accordo aveva sortito effetti anticoncorrenziali
         sul mercato comune.
      
      11      L’accordo nel suo complesso sarebbe stato costituito da tre parti: la prima rappresentata dai «fundamentals» per la protezione
         dei mercati nazionali, menzionati supra, i quali integrano l’infrazione constatata all’art. 1 della decisione controversa;
         la seconda parte consistente nella fissazione dei prezzi per le gare d’appalto e di prezzi minimi per i «mercati speciali»
         («special markets»), e la terza parte consistente nella ripartizione degli altri mercati mondiali, eccetto quelli del Canada
         e degli Stati Uniti d’America, mediante apposite chiavi di ripartizione («sharing keys»). 
      
      12      Quanto all’esistenza dei «fundamentals», la Commissione si fondava su una serie di indizi documentali elencati ai punti 62‑67
         della motivazione della decisione impugnata, nonché sulla tabella di cui al punto 68 di quest’ultima. Dalla detta tabella
         risulterebbe che la quota del produttore nazionale nelle forniture effettuate dalle destinatarie della decisione controversa
         in Giappone e nel mercato interno di ciascuno dei quattro produttori comunitari è molto elevata. La Commissione ne deduce
         che, nel complesso, i mercati nazionali erano effettivamente rispettati dalle parti dell’accordo.
      
      13      Il 5 novembre 1993 i membri del club Europa‑Giappone si sarebbero incontrati a Tokyo, per tentare di raggiungere un nuovo
         accordo di ripartizione dei mercati con i produttori dell’America latina. Il contenuto dell’accordo stipulato in tale occasione
         comparirebbe in un documento consegnato alla Commissione il 12 novembre 1997 da un informatore estraneo al procedimento, che
         contiene in particolare una chiave di ripartizione (in prosieguo: il documento «Sharing key»).
      
       La durata dell’intesa
      14      A partire dal 1977 il club Europa-Giappone si sarebbe riunito, al ritmo di circa due volte l’anno, fino al 1994.
      
      15      La Commissione riteneva tuttavia che si dovesse prendere in considerazione il 1990 quale momento iniziale dell’intesa ai fini
         della fissazione dell’importo delle ammende, in quanto tra il 1977 e il 1990 erano stati conclusi tra la Comunità europea
         e il Giappone accordi di autolimitazione delle esportazioni. Secondo la Commissione, l’infrazione è terminata nel 1995.
      
       Le ammende
      16      Ai fini della fissazione dell’importo delle ammende, la Commissione qualificava l’infrazione come molto grave, giacché l’accordo
         aveva ad oggetto la protezione dei mercati nazionali e pregiudicava il buon funzionamento del mercato interno. Essa tuttavia
         rilevava che le vendite di tubi in acciaio senza saldatura effettuate dalle imprese destinatarie della decisione controversa
         nei quattro Stati membri interessati ammontavano a soli 73 milioni circa di euro all’anno.
      
      17      Alla luce di tali elementi, la Commissione fissava l’ammontare dell’ammenda, in base alla gravità dell’infrazione, in 10 milioni
         di euro per ognuna delle otto imprese. Queste ultime sono tutte imprese di grandi dimensioni, sicché la Commissione ha ritenuto
         di non dover differenziare, a tale titolo, gli importi stabiliti.
      
      18      Ritenendo che si trattasse di un’infrazione di durata media, per fissare l’importo di base dell’ammenda irrogata a ciascuna
         impresa di cui trattasi, la Commissione applicava una maggiorazione del 10% della somma stabilita in funzione della gravità
         per ogni anno di partecipazione all’intesa. Tuttavia, considerato che il settore dei tubi in acciaio versava da lungo tempo
         in uno stato di crisi e che tale situazione si era deteriorata a partire dal 1991, la Commissione riduceva i detti importi
         di base del 10% in considerazione delle circostanze attenuanti.
      
      19      Infine, la Commissione applicava una riduzione pari al 40% dell’importo dell’ammenda irrogata alla Vallourec e una riduzione
         pari al 20% dell’importo dell’ammenda inflitta alla Dalmine, ai sensi del punto D 2 della sua comunicazione sulla non imposizione
         o sulla riduzione delle ammende nei casi d’intesa tra imprese (GU 1996, C 207, pag. 4; in prosieguo: la «comunicazione sulla
         cooperazione»), in considerazione del fatto che queste due imprese avevano collaborato con la Commissione nella fase del procedimento
         amministrativo.
      
       Il dispositivo della decisione controversa
      20      Ai sensi dell’art. 1, n. 1, della decisione controversa, le otto imprese destinatarie della stessa «hanno violato le disposizioni
         dell’articolo 81, paragrafo 1, (…) CE, partecipando (...) ad un accordo che prevedeva fra l’altro la protezione dei rispettivi
         mercati nazionali dei tubi OCTG (…) standard e linepipe project senza saldatura».
      
      21      Ai termini dell’art. 1, n. 2, della decisione impugnata l’infrazione è durata dal 1990 al 1995 per le società Mannesmann,
         Vallourec, Dalmine, Sumitomo, Nippon Steel Corp., Kawasaki Steel Corp. e NKK Corp. Con riferimento alla Corus si indica che
         l’infrazione è durata dal 1990 al febbraio 1994.
      
      22      Le altre disposizioni rilevanti della decisione impugnata sono formulate nei termini seguenti:
      
      «Articolo 2
      1.      [Mannesmann], Vallourec (…), [Corus] e Dalmine (…) hanno violato le disposizioni dell’articolo 81, paragrafo 1, (...) CE,
         concludendo, nell’ambito dell’infrazione di cui all’articolo 1, contratti risultanti in una ripartizione delle forniture di
         tubi OCTG lisci a [Corus] (Vallourec SA a partire dal 1994).
      
      2.      Per [Corus] l’infrazione è durata dal 24 luglio 1991 al febbraio 1994. Per Vallourec (…) è durata dal 24 luglio 1991 al 30
         marzo 1999. Per Dalmine (…) è durata dal 4 dicembre 1991 al 30 marzo 1999. Per [Mannesmann] è durata dal 9 agosto 1993 al
         24 aprile 1997.
      
      (…)
      Articolo 4
      A motivo dell’infrazione constatata all’articolo 1, alle imprese ivi elencate sono irrogate le seguenti ammende:
      1.      [Mannesmann]          13 500 000 EUR
      2.      Vallourec (…)           8 100 000 EUR
      3.      [Corus]                   12 600 000 EUR
      4.      Dalmine (…)          10 800 000 EUR
      5.      Sumitomo (…)          13 500 000 EUR
      6.      Nippon Steel (…) 13 500 000 EUR
      7.      Kawasaki Steel (…) 13 500 000 EUR
      8.      NKK (…)          13 500 000 EUR».
       Il procedimento dinanzi al Tribunale e la sentenza impugnata
      23      Con atti introduttivi depositati presso la cancelleria del Tribunale, sette delle otto imprese sanzionate dalla decisione
         controversa, tra le quali la Mannesmann, hanno proposto ricorsi diretti tutti all’annullamento, totale o parziale, di tale
         decisione e, in subordine, all’annullamento dell’ammenda che era stata inflitta loro oppure alla riduzione dell’importo di
         quest’ultima.
      
      24      Con la sentenza impugnata il Tribunale ha:
      
      –        annullato l’art. 1, n. 2, della decisione controversa nella parte in cui accertava in capo alla Mannesmann l’esistenza dell’infrazione
         sanzionata da tale disposizione anteriormente al 1º gennaio 1991;
      
      –        fissato in EUR 12 600 000 l’importo dell’ammenda inflitta alla Mannesmann;
      –        respinto il ricorso quanto al resto;
      –        condannato ciascuna delle parti a sopportare le proprie spese.
       Procedimento dinanzi alla Corte
      25      Nel suo ricorso la Mannesmann conclude che la Corte voglia:
      
      –        annullare la sentenza impugnata nella parte in cui respinge il ricorso proposto contro la decisione controversa;
      –        annullare la decisione controversa;
      –        in subordine, ridurre l’ammenda fissata all’art. 4 della decisione controversa e gli interessi di mora fissati all’art. 5
         di quest’ultima;
      
      –        in ulteriore subordine, rinviare la causa al Tribunale per un nuovo giudizio dello stesso sulla base della decisione della
         Corte;
      
      –        condannare la Commissione alle spese.
      26      La Commissione chiede alla Corte di respingere il ricorso e di condannare la ricorrente alle spese.
      
       Sul ricorso dinanzi alla Corte
      27      La Mannesmann deduce tre motivi di annullamento della sentenza impugnata, vertenti rispettivamente su una violazione del diritto
         ad un processo equo, su un’errata applicazione dell’art. 81 CE all’art. 2 della decisione controversa e su una violazione
         del principio della parità di trattamento.
      
       Sul primo motivo, vertente su una violazione del principio del diritto ad un processo equo
       Argomenti delle parti
      28      Secondo la Mannesmann, il Tribunale ha a torto considerato che il documento «Sharing key», menzionato al punto 13 della presente
         sentenza e sul quale la Commissione ha fondato la decisione controversa, in particolare i punti 85 e 86 della motivazione
         di quest’ultima, fosse ammissibile quale elemento probatorio a carico.
      
      29      Il Tribunale avrebbe violato, in tal modo, il diritto ad un processo equo. Infatti, giacché tale documento sarebbe stato trasmesso
         alla Commissione da un terzo ignoto alla Mannesmann, quest’ultima non avrebbe potuto verificarne l’autenticità e non avrebbe
         potuto difendersi utilmente.
      
      30      Inoltre, dal momento che tale terzo ha dichiarato alla Commissione di aver ottenuto il documento «Sharing key» da un agente
         commerciale di una delle imprese interessate, senza identificarlo, neppure la Commissione conosceva l’identità della persona
         all’origine del documento.
      
      31      Secondo la Mannesmann, risulta dalla giurisprudenza che un elemento probatorio non è utilizzabile laddove non ne sia stato
         rivelato l’autore. Il Tribunale non avrebbe interpretato correttamente tale giurisprudenza, secondo la quale, nella valutazione
         degli elementi di prova, si deve verificare l’origine di questi ultimi. A tale proposito, la Mannesmann fa rilevare che non
         è escluso che terzi trasmettano alla Commissione elementi probatori falsificati per nuocere ad un’impresa per ragioni personali
         o commerciali. Di conseguenza, l’impresa interessata deve potersi pronunciare sulla credibilità dell’informatore. 
      
      32      La Mannesmann ricorda anche la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo riguardante il diritto ad un processo
         equo, che è sancito all’art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali,
         firmata a Roma il 4 novembre 1950 (in prosieguo: la «CEDU»). Secondo tale giurisprudenza, il convenuto dovrebbe avere la possibilità
         di contestare non solo l’autenticità di dichiarazioni anonime, ma anche la credibilità della persona protetta dall’anonimato.
         Inoltre, tale giurisprudenza confermerebbe che, seppure l’uso di dichiarazioni anonime è ammissibile nel corso della fase
         di indagine di un procedimento, tali dichiarazioni non possono essere utilizzate quali elementi probatori a carico della parte
         incriminata.
      
      33      La ricorrente invoca del pari gli artt. 46 e 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata a Nizza
         il 7 dicembre 2000 (GU C 364, pag. 1, in prosieguo: la «Carta»), che corrispondono all’art. 6 della CEDU e garantiscono il
         diritto ad un processo equo. Essa sottolinea che, ai sensi del suo art. 52, n. 3, la Carta deve essere interpretata dagli
         organi giurisdizionali in modo da garantire un livello di protezione non inferiore a quello offerto dalla CEDU.
      
      34      La Mannesmann considera, inoltre, che l’utilizzo di un elemento probatorio di origine anonima sia incompatibile con il principio
         dello Stato di diritto, quale sancito all’art. 6, n. 1, UE. Qualora, infatti, non si possa verificare che tale elemento probatorio
         sia stato effettivamente trasmesso alla Commissione da un terzo, sussiste un rischio di manipolazione e di arbitrio.
      
      35      A parere della Commissione, tale motivo è irricevibile in quanto la ricorrente fa valere per la prima volta una violazione
         della CEDU, mentre dinanzi al Tribunale aveva dedotto, in modo generico, una violazione dei diritti della difesa. Inoltre,
         la Mannesmann non può imputare alla Commissione una violazione della Carta, poiché quest’ultima è stata proclamata solo il
         7 dicembre 2000, mentre la decisione controversa è datata 8 dicembre 1999.
      
      36      In ogni caso la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo citata dalla Mannesmann non sarebbe pertinente nella
         fattispecie, in quanto riguarda l’impiego di deposizioni anonime nell’ambito di un procedimento penale, mentre la presente
         controversia riguarda un procedimento diretto all’irrogazione di un’ammenda nell’ambito del diritto della concorrenza.
      
      37      La Commissione sostiene poi che una violazione dei diritti della difesa potrebbe essere pertinente solo nel caso in cui il
         Tribunale poteva valutare elementi probatori che gli sono stati sottoposti in base ad informazioni sulle quali la difesa non
         ha potuto pronunciarsi. Orbene, la Mannesmann avrebbe potuto pronunciarsi sugli argomenti formulati dalla Commissione nei
         punti 121 e 122 della motivazione della decisione controversa riguardo all’autenticità del documento di cui trattasi. Inoltre,
         l’anonimato dell’autore di tale documento e del terzo che l’ha trasmesso alla Commissione non avrebbe impedito alla ricorrente
         di verificare la plausibilità e la pertinenza del contenuto del detto documento.
      
      38      La Commissione aggiunge che il Tribunale ha riconosciuto al documento di cui trattasi solo un’affidabilità limitata, proprio
         perché il contesto della sua redazione era, in larga misura, ignoto. Se il Tribunale ha nondimeno riconosciuto un certo valore
         probatorio a tale documento, ciò è dovuto al fatto che quest’ultimo conteneva informazioni particolari che concordavano con
         le informazioni contenute in altri documenti.
      
      39      La Commissione sostiene infine che, quand’anche non fosse stata abilitata ad utilizzare il detto documento come prova a carico,
         tale circostanza non avrebbe modificato in alcun modo la constatazione delle infrazioni di cui agli artt. 1 e 2 della decisione
         controversa. Infatti, lo stralcio di taluni documenti utilizzati dalla Commissione in violazione dei diritti della difesa
         avrebbe rilevanza solo nel caso in cui le censure formulate dalla Commissione potessero essere provate solo con riferimento
         a tali documenti, il che non avviene nella fattispecie.
      
       Giudizio della Corte
      40      La Corte ha riconosciuto il principio generale di diritto comunitario in forza del quale ogni persona ha diritto ad un processo
         equo (sentenze 17 dicembre 1998, causa C‑185/95 P, Baustahlgewebe/Commissione, Racc. pag. I‑8417, punto 21; 11 gennaio 2000,
         cause riunite C‑174/98 P e C‑189/98 P, Paesi Bassi e Van der Wal/Commissione, Racc. pag. I‑1, punto 17, e 2 maggio 2006, causa
         C‑341/04, Eurofood IFSC, Racc. pag. I‑3813, punto 65).
      
      41      Essa ha anche dichiarato che tale principio si ispira ai diritti fondamentali che fanno parte integrante dei principi generali
         del diritto comunitario dei quali la Corte garantisce l’osservanza ispirandosi alle tradizioni costituzionali comuni degli
         Stati membri e alle indicazioni fornite in particolare dalla CEDU (sentenza Eurofood IFSC, cit., punto 65). 
      
      42      Nondimeno, come fa valere giustamente la Commissione, la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo citata dalla
         ricorrente non è determinante nella fattispecie. Come ha rilevato l’avvocato generale nei paragrafi 54-56 delle sue conclusioni,
         infatti, tale giurisprudenza riguarda specificamente la prova testimoniale nei procedimenti penali, mentre la presente controversia
         riguarda un documento scritto nell’ambito di un procedimento di applicazione dell’art. 81 CE. Orbene, nelle cause in materia
         di diritto comunitario della concorrenza, la prova testimoniale svolge solo un ruolo secondario, mentre i documenti scritti
         vi svolgono un ruolo principale.
      
      43      Come ha rilevato anche l’avvocato generale nei paragrafi 57‑60 delle sue conclusioni, la produzione di prove nelle cause riguardanti
         il diritto comunitario della concorrenza è caratterizzata dal fatto che i documenti esaminati contengono spesso segreti commerciali
         o altre informazioni che non possono essere divulgate o possono esserlo solo nell’osservanza di notevoli limiti.
      
      44      Nelle condizioni specifiche delle indagini della Commissione riguardanti pratiche anticoncorrenziali, il principio secondo
         il quale ogni persona ha diritto ad un processo equo non può essere interpretato nel senso che debbano essere automaticamente
         esclusi come mezzi di prova i documenti contenenti elementi di prova a carico qualora talune informazioni debbano restare
         riservate. Siffatta riservatezza può riguardare anche l’identità degli autori dei documenti e delle persone che li hanno fatti
         pervenire alla Commissione.
      
      45      Alla luce delle considerazioni che precedono, il Tribunale ha giustamente dichiarato che:
      
      «84      (...) per quanto riguarda la ricevibilità del documento «Sharing key» quale prova dell’infrazione di cui all’art. 1 della
         decisione impugnata, (...) il principio che prevale in diritto comunitario è quello della libertà di forma dei mezzi probatori
         e (...) l’unico criterio pertinente per la valutazione delle prove prodotte risiede nella loro credibilità (...). Inoltre,
         può essere necessario che la Commissione tuteli l’anonimato dei suoi informatori (...) e tale circostanza non può essere sufficiente
         per obbligare la Commissione a non utilizzare una prova in suo possesso.
      
      85      Di conseguenza, se gli argomenti della Mannesmann possono essere pertinenti per valutare l’affidabilità e, pertanto, il valore
         probatorio del documento «Sharing key», quest’ultimo non va considerato una prova irricevibile che occorre dichiarare inutilizzabile».
      
      46      Dalla sentenza impugnata risulta, inoltre, che il Tribunale, nel valutare la credibilità del documento «Sharing key», ha preso
         in considerazione l’origine anonima di quest’ultimo. Esso ha infatti statuito, al punto 86 della sentenza impugnata, che «poiché
         la Mannesmann trae dai suoi argomenti relativi alla ricevibilità di tale documento una censura vertente sull’affidabilità
         dello stesso, è giocoforza rilevare che tale affidabilità è necessariamente ridotta dal fatto che le circostanze delle sua
         redazione sono in larga parte sconosciute e che le affermazioni della Commissione al riguardo non possono essere verificate».
      
      47      Per di più, il Tribunale ha riconosciuto che un elemento di prova d’origine anonima, quale il documento «Sharing key», non
         può da solo comprovare l’esistenza di un’infrazione al diritto comunitario della concorrenza. Nel punto 87 della sentenza
         impugnata esso ha dichiarato, infatti, che unicamente «laddove il documento “Sharing key” contiene informazioni specifiche
         che corrispondono a quelle contenute in altri documenti, in particolare nelle dichiarazioni del sig. Verluca, occorre considerare
         che tali elementi si possono rafforzare reciprocamente». Già nei punti 81 e 82 di tale sentenza, il Tribunale aveva sottolineato
         che il documento «Sharing key» faceva parte di un complesso di elementi probatori e che aveva solo un’importanza accessoria.
         Tale valutazione compare anche al punto 94 della stessa sentenza, nel quale il Tribunale conclude che il detto documento conserva
         un valore probatorio unicamente «per rafforzare, nell’ambito di un insieme di indizi concordanti accolto dalla Commissione,
         alcune delle informazioni essenziali riportate nelle dichiarazioni del sig. Verluca».
      
      48      In considerazione dei limiti posti dal Tribunale all’efficacia probatoria del documento «Sharing key», si deve concludere
         che non è stato commesso alcun errore di diritto nell’analisi dell’ammissibilità e dell’utilità di tale documento quale elemento
         probatorio.
      
      49      E’ inoltre pacifico che la Mannesmann è stata in condizione di pronunciarsi sul documento «Sharing key» e di formulare i propri
         argomenti contro il valore probatorio di tale documento, in considerazione dell’origine anonima di quest’ultimo.
      
      50      Tenuto conto di tutto quel che precede, il primo motivo deve essere respinto senza che sia necessario pronunciarsi sulla questione
         se, in sostanza, la Mannesmann avesse fatto valere dinanzi al Tribunale il diritto ad un processo equo, e neppure su quella
         se la Mannesmann potesse, nella presente causa, invocare la Carta, che è stata proclamata successivamente all’adozione della
         decisione controversa.
      
       Sul secondo motivo, vertente su un’applicazione errata dell’art. 81 CE all’art. 2 della decisione controversa
       Argomenti delle parti
      51      Secondo la Mannesmann, il Tribunale ha a torto confermato la sussistenza della violazione del diritto della concorrenza di
         cui all’art. 2 della decisione controversa. La Commissione non avrebbe dimostrato che, concludendo un contratto di fornitura
         con la Corus nel 1993, la Mannesmann aveva concluso un accordo orizzontale con la Vallourec e la Dalmine o instaurato una
         pratica concordata con tali imprese. In particolare, la Commissione non avrebbe provato che la Mannesmann fosse a conoscenza
         dell’esistenza del contratto di fornitura concluso tra la Corus e la Vallourec, nonché di quello concluso tra la Corus e la
         Dalmine, e del piano globale che si asserisce messo in atto dalla Vallourec. Il Tribunale avrebbe confermato tale produzione
         della prova errata e incompleta da parte della Commissione.
      
      52      Il Tribunale avrebbe, inoltre, commesso un errore non tenendo conto del fatto che i contratti di fornitura di cui trattasi
         non sono stati conclusi contemporaneamente, considerando che la durata relativamente lunga di questi ultimi dimostrasse l’esistenza
         di un accordo orizzontale e giudicando che non fosse applicabile nella fattispecie alcuna esenzione.
      
      53      A proposito di quest’ultimo punto, la ricorrente fa rilevare che il Tribunale ha erroneamente respinto i suoi argomenti relativi
         all’applicabilità, con riferimento ai rapporti verticali tra la Corus e la Mannesmann, del regolamento (CE) della Commissione
         22 dicembre 1999, n. 2790, relativo all’applicazione dell’articolo 81, paragrafo 3, del trattato CE a categorie di accordi
         verticali e pratiche concordate (GU L 336, pag. 21). Il Tribunale avrebbe, inoltre, mancato di tener conto del regolamento
         (CEE) della Commissione 22 giugno 1983, n. 1983, relativo all’applicazione dell’articolo [81, n. 3, CE] a categorie di accordi
         di distribuzione esclusiva (GU L 173, pag. 1), nonché del regolamento (CEE) della Commissione 22 giugno 1983, n. 1984, relativo
         all’applicazione dell’articolo [81, n. 3, CE] a categorie di accordi di acquisto esclusivo (GU L 173, pag. 5), e  di respingere,
         su tale base, l’applicazione dell’art. 81, n. 1, CE al contratto tra la Mannesmann e la Corus.
      
      54      La Commissione ritiene che tale motivo sia irricevibile in quanto verte sulla valutazione dei fatti. Peraltro, quand’anche
         esso fosse ricevibile e fondato, potrebbe condurre all’annullamento della sentenza impugnata e della decisione controversa
         solo nella parte in cui riguarda l’art. 2 della decisione di cui trattasi.
      
       Giudizio della Corte
      55      Occorre ricordare che, in caso di ricorso contro una pronuncia del Tribunale, la Corte non è competente ad accertare i fatti
         né, in linea di principio, ad esaminare le prove sulle quali il Tribunale ha basato il proprio accertamento dei fatti. Infatti,
         una volta che tali prove sono state acquisite regolarmente e che i principi generali del diritto e le norme di procedura in
         materia di onere e di produzione della prova sono stati rispettati, spetta unicamente al Tribunale pronunciarsi sul valore
         da attribuire agli elementi dinanzi ad esso prodotti (sentenza 28 maggio 1998, causa C‑7/95 P, Deere/Commissione, Racc. pag. I‑3111,
         punto 22). Questa valutazione non costituisce pertanto una questione di diritto, come tale soggetta al controllo della Corte,
         salvo il caso di snaturamento degli elementi di prova prodotti dinanzi al Tribunale (sentenze 2 marzo 1994, causa C‑53/92 P,
         Hilti/Commissione, Racc. pag. I‑667, punto 42, e 7 gennaio 2004, cause riunite C‑204/00 P, C‑205/00 P, C‑211/00 P, C‑213/00 P,
         C‑217/00 P e C‑219/00 P, Aalborg Portland e a./Commissione, Racc. pag. I‑123, punto 49).
      
      56      Si deve necessariamente constatare che, con il suo esame della sussistenza dell’infrazione di cui all’art. 2 della decisione
         controversa, il Tribunale ha determinato elementi di fatto il cui controllo è sottratto alla competenza della Corte nell’ambito
         di un ricorso contro una pronuncia del Tribunale. Di conseguenza, non essendo stati rilevati uno snaturamento degli elementi
         probatori, un’inesattezza materiale o un’inosservanza delle norme in materia di onere e produzione della prova, va dichiarato
         irricevibile l’argomento della ricorrente vertente sulle questioni se, da un lato, essa avesse concluso un accordo orizzontale
         o instaurato una pratica concordata con la Vallourec e la Dalmine, e, d’altro lato, se essa fosse a conoscenza dei contratti
         conclusi tra queste altre imprese o di un piano globale messo in atto dalla Vallourec. Ciò vale anche con riferimento all’argomento
         secondo cui il Tribunale avrebbe dovuto valutare in modo diverso talune circostanze di fatto, quali la durata dei contratti
         in questione e il fatto che questi ultimi non erano stati conclusi contemporaneamente.
      
      57      Per quanto riguarda i regolamenti nn. 1983/83 e 1984/83, si deve necessariamente constatare che essi sono stati fatti valere
         per la prima volta nella fase del ricorso dinanzi alla Corte. La censura basata su tali regolamenti è quindi irricevibile.
      
      58      Nei limiti in cui la ricorrente invoca il regolamento n. 2790/1999, è sufficiente constatare che il Tribunale ha giustamente
         statuito, al punto 171 della sentenza impugnata, che «tale regolamento non può essere applicato direttamente nel caso di specie,
         dato che la decisione [controversa] è stata adottata l’8 dicembre 1999 e che l’art. 2 della stessa riguarda, per quanto concerne
         la Mannesmann, un periodo compreso fra il 1993 e il 1997, vale a dire un periodo precedente all’entrata in vigore delle disposizioni
         pertinenti del regolamento n. 2790/1999, avvenuta il 1° giugno 2000» Al punto 172 della stessa sentenza, il Tribunale ha aggiunto,
         del pari a giusto titolo, che «poiché il detto regolamento potrebbe comunque essere rilevante a titolo indicativo nel caso
         di specie, in quanto costituisce una presa di posizione della Commissione nel dicembre 1999 in merito alla natura poco pregiudizievole
         per la concorrenza degli accordi verticali, occorre rilevare che tale regolamento applica l’art. 81, n. 3, CE. Orbene, dall’art. 4
         del regolamento n. 17 risulta che gli accordi tra imprese possono beneficiare di un’esenzione individuale in funzione di tale
         disposizione solo se sono notificati alla Commissione a tal fine, il che non si è verificato nel caso di specie».
      
      59      Da tutto quel che precede risulta che il secondo motivo deve essere respinto in quanto parzialmente irricevibile e parzialmente
         infondato.
      
       Sul terzo motivo, vertente su una violazione del principio della parità di trattamento
       Argomenti delle parti
      60      La Mannesmann sostiene che il Tribunale ha violato il principio della parità di trattamento non avendole accordato una riduzione
         dell’ammenda in base alla comunicazione sulla cooperazione.
      
      61      In proposito, la Mannesmann ricorda che, con le dichiarazioni del sig. Becher, essa ha contribuito all’accertamento dei fatti
         e che non ha contestato quelli accertati nella comunicazione degli addebiti. La Mannesmann fa anche osservare che la Vallourec
         ha ottenuto una riduzione pari al 40% dell’importo dell’ammenda a titolo della cooperazione poiché, con le dichiarazioni del
         sig. Verluca, essa aveva contribuito all’accertamento dei fatti e che la Dalmine ha ottenuto una riduzione pari al 20%, in
         quanto non aveva contestato i fatti. La circostanza che alla Mannesmann non sia stata accordata una riduzione costituirebbe
         quindi una disparità di trattamento.
      
      62      La ricorrente contesta del pari la valutazione del Tribunale sulla portata del suo ricorso diretto contro la decisione 15 maggio
         1998, menzionato al punto 7 della presente sentenza.
      
      63      Essa considera, anzitutto, che le motivazioni della sentenza impugnata relative a tale ricorso esulino dalla presente controversia.
      
      64      Il Tribunale avrebbe, inoltre, tratto errate conseguenze dalla conclusione della controversia relativa alla decisione 15 maggio
         1998. A tal proposito, la ricorrente fa rilevare di aver accettato di desistere dal suo ricorso contro la sentenza pronunciata
         dal Tribunale in quella causa solo dopo aver raggiunto un compromesso con la Commissione in base al quale quest’ultima rinunciava
         alla sua domanda di informazioni.
      
      65      La Mannesmann ricorda ancora che il suo ricorso rivolto contro la decisione 15 maggio 1998 è stato dichiarato parzialmente
         fondato. Essa fa infine osservare che, contrariamente a quanto ha fatto il Tribunale nel punto 310 della sentenza impugnata,
         non può esserle addebitato il fatto di aver tenuto fermo il proprio rifiuto di fornire le informazioni richieste.
      
      66      La Commissione ritiene che il presente motivo attenga alla valutazione dei fatti e sia quindi irricevibile. A tal proposito,
         essa sottolinea che la ricorrente non sostiene che il Tribunale abbia snaturato fatti o elementi probatori nel constatare,
         al punto 309 della sentenza impugnata, che la Mannesmann non aveva dimostrato che la sua cooperazione avesse effettivamente
         agevolato il compito della Commissione consistente nell’accertare e reprimere le infrazioni.
      
      67      Quanto al merito, la Commissione osserva che il Tribunale ha a giusto titolo constatato, nei punti 302 e 305 della sentenza
         impugnata, che le informazioni fornite dalla Mannesmann alla Commissione non erano equiparabili a quelle fornite dalla Vallourec,
         e che, al contrario della Dalmine, la Mannesmann non aveva espressamente indicato di non contestare i fatti.
      
       Giudizio della Corte
      68      Occorre ricordare che, anche se la Corte, nell’ambito di un giudizio di impugnazione, non può sostituire, per motivi di equità,
         la propria valutazione a quella del Tribunale che statuisce, nell’esercizio della sua competenza anche di merito, sull’ammontare
         delle ammende inflitte a talune imprese per una loro violazione del diritto comunitario, nondimeno, l’esercizio di siffatta
         competenza non può comportare, in sede di determinazione dell’importo delle dette ammende, una discriminazione tra le imprese
         che hanno preso parte ad un accordo o ad una pratica concordata in contrasto con l’art. 81, n. 1, CE (sentenze 16 novembre
         2000, causa C‑291/98 P, Sarrió/Commissione, Racc. pag. I‑9991, punti 96 e 97, e 15 ottobre 2002, cause riunite C‑238/99 P,
         C‑244/99 P, C‑245/99 P, C‑247/99 P, da C‑250/99 P a C‑252/99 P e C‑254/99 P, Limburgse Vinyl Maatschappij e a./Commissione,
         Racc. pag. I‑8375, punto 617).
      
      69      Tuttavia, il ricorso avverso una sentenza del Tribunale deve indicare in modo preciso gli argomenti di diritto dedotti a specifico
         sostegno del motivo relativo alla violazione del principio della parità di trattamento, a pena di irricevibilità del motivo
         di cui trattasi (sentenza Limburgse Vinyl Maatschappij e a./Commissione, cit., punto 618).
      
      70      Si deve necessariamente constatare che, nei limiti in cui la ricorrente contesta la valutazione del Tribunale, formulata nel
         punto 301 della sentenza impugnata, per le ragioni esposte nei punti 297‑300 di quest’ultima, secondo la quale «l’utilità
         della dichiarazione del sig. Becher si basa esclusivamente sul fatto che lo stesso rafforza, entro certi limiti, quelle del
         sig. Verluca già a disposizione della Commissione, e (...), di conseguenza, la detta dichiarazione non ha agevolato il compito
         della Commissione in maniera significativa e, pertanto, sufficiente per giustificare una riduzione dell’importo dell’ammenda
         inflitta a titolo della cooperazione», il suo è un argomento attinente ai fatti e va quindi dichiarato irricevibile. Non compete
         quindi alla Corte nell’ambito del presente ricorso sindacare la valutazione fatta dal Tribunale al punto 302 della sentenza
         impugnata, secondo la quale «le informazioni fornite alla Commissione da parte della Mannesmann prima dell’invio della [comunicazione
         degli addebiti] non sono paragonabili a quelle fornite dalla Vallourec» e che «[i]n ogni caso, le dette informazioni non sono
         sufficienti a giustificare una riduzione dell’importo dell’ammenda inflitta a titolo della comunicazione sulla cooperazione».
      
      71      Per quanto riguarda, poi, il confronto con la cooperazione della Dalmine, il Tribunale ha dichiarato, ai punti 303-305 della
         sentenza impugnata, che «per beneficiare di una riduzione dell’importo dell’ammenda a titolo della mancata contestazione dei
         fatti, conformemente al punto D 2 della comunicazione sulla cooperazione, un’impresa deve esplicitamente informare la Commissione
         che non intende contestare i fatti materiali, dopo essere venuta a conoscenza della comunicazione degli addebiti». Tale valutazione
         del Tribunale è conforme alla giurisprudenza della Corte, secondo la quale occorre distinguere tra, da un lato, l’espresso
         riconoscimento di un’infrazione e, d’altro lato, la mera mancanza di contestazione di quest’ultima, che non contribuisce ad
         agevolare il compito della Commissione consistente nella scoperta e nella repressione delle infrazioni alle regole comunitarie
         della concorrenza (sentenza 14 luglio 2005, cause riunite C‑65/02 P e C‑73/02 P, ThyssenKrupp/Commissione, Racc. pag. I‑6773,
         punto 58). In mancanza di un siffatto espresso riconoscimento da parte della ricorrente deve pertanto essere dichiarato infondato
         l’argomento di quest’ultima vertente su una discriminazione rispetto alla Dalmine.
      
      72      Per quanto riguarda il ricorso proposto dalla Mannesmann contro la decisione della Commissione adottata ai sensi dell’art. 11,
         n. 5, del regolamento n. 17, il Tribunale ha giudicato, ai punti 310 e 311 della sentenza impugnata, che pur se «[l]’iniziativa
         della Mannesmann diretta a contestare la legittimità della decisione 15 maggio 1998 era, in tutta evidenza, perfettamente
         legittima e non si può affermare che essa costituisca una mancata cooperazione», resta pur sempre il fatto che il suo ricorso
         a tale proposito è stato ampiamente respinto dalla citata sentenza 20 febbraio 2001, Mannesmannröhren-Werke/Commissione, in
         quanto «la maggior parte dei dati che la Mannesmann si è rifiutata di fornire era stata richiesta dalla Commissione legittimamente».
      
      73      Alla luce di tutto ciò, il Tribunale ha potuto concludere a giusto titolo, nel punto 312 della sentenza impugnata, che «a
         causa del comportamento illecito della Mannesmann, la Commissione non ha mai disposto di un numero rilevante di dati di cui
         aveva legalmente richiesto la produzione nella fase del procedimento amministrativo» e che pertanto «non si può ritenere che
         il comportamento della Mannesmann nella fase del procedimento amministrativo, valutato complessivamente, costituisca un comportamento
         di cooperazione effettiva nel caso di specie». Tale conclusione, inoltre, non è inficiata dal fatto che il ricorso inizialmente
         proposto dalla Mannesmann contro la citata sentenza 20 febbraio 2001, Mannesmannröhren-Werke/Commissione, sia stato cancellato
         dal ruolo in quanto le parti avevano raggiunto un compromesso.
      
      74      Da tutto quel che precede risulta che anche il terzo motivo deve essere respinto.
      
      75      Poiché nessuno dei motivi dedotti dalla Mannesmann può essere accolto, il suo ricorso dev’essere respinto.
      
       Sulle spese
      76      A norma dell’art. 122, primo comma, del regolamento di procedura, quando l’impugnazione è respinta, la Corte statuisce sulle
         spese. Ai sensi dell’art. 69, n. 2, del regolamento di procedura, che si applica al procedimento di impugnazione ai sensi
         dell’art. 118 del medesimo regolamento, la parte soccombente è condannata alle spese se ne è stata fatta domanda. Poiché la
         Commissione ha chiesto la condanna della Mannesmann, quest’ultima, risultata soccombente, dev’essere condannata alle spese.
      
      Per questi motivi, la Corte (Prima Sezione) dichiara e statuisce:
      1)      Il ricorso è respinto.
      2)      La Salzgitter Mannesmann GmbH è condannata alle spese.
      Firme
      * Lingua processuale: il tedesco.