CELEX: 62005CJ0393
Language: it
Date: 2007-11-29 00:00:00
Title: Sentenza della Corte (Prima Sezione) del 29 novembre 2007. # Commissione delle Comunità europee contro Repubblica d'Austria. # Regolamento (CEE) n. 2092/91 - Produzione biologica di prodotti agricoli - Organismi di controllo privati - Requisito di uno stabilimento o di un’infrastruttura permanente nello Stato membro della prestazione - Giustificazioni - Partecipazione all’esercizio dei pubblici poteri - Art. 55 CE - Tutela dei consumatori. # Causa C-393/05.

Causa C‑393/05
      Commissione delle Comunità europee
      contro
      Repubblica d’Austria
      «Regolamento (CEE) n. 2092/91 — Produzione biologica di prodotti agricoli — Organismi di controllo privati — Requisito di uno stabilimento o di un’infrastruttura permanente nello Stato membro della prestazione — Giustificazioni — Partecipazione all’esercizio dei pubblici poteri — Art. 55 CE — Tutela dei consumatori»
      Conclusioni dell’avvocato generale E. Sharpston, presentate il 12 luglio 2007 
      Sentenza della Corte (Prima Sezione) 29 novembre 2007 
      Massime della sentenza
      Libera prestazione dei servizi — Restrizioni 
      (Artt. 45 CE, 49 CE e 55 CE; regolamento del Consiglio n. 2092/91)
      Viene meno agli obblighi ad esso incombenti ai sensi dell’art. 49 CE lo Stato membro che richieda ad organismi privati di
         controllo dei prodotti dell’agricoltura biologica riconosciuti in un altro Stato membro di disporre di uno stabilimento sul
         territorio nazionale per potervi fornire prestazioni di controllo.
      
      Infatti, da una parte, il ruolo ausiliario e preparatorio riconosciuto agli organismi privati nei confronti dell’autorità
         di sorveglianza dal regolamento n. 2092/91, relativo al metodo di produzione biologico di prodotti agricoli e alla indicazione
         di tale metodo sui prodotti agricoli e sulle derrate alimentari, non può essere considerato come una partecipazione diretta
         e specifica all’esercizio dei pubblici poteri ai sensi dell’art. 55 CE in combinato disposto con l’art. 45, primo comma, CE,
         che giustifichi un’eccezione a norma di tali disposizioni, bensì come un’attività ulteriore separabile dall’esercizio di tali
         poteri. D’altra parte, siffatto obbligo eccede quanto è oggettivamente necessario per raggiungere l’obiettivo di tutela dei
         consumatori che è idoneo a giustificare ostacoli alla libera prestazione dei servizi.
      
      (v. punti 31-32, 42, 46, 52-54 e dispositivo)
      
SENTENZA DELLA CORTE (Prima Sezione)
      29 novembre 2007 (*)
      
      «Regolamento (CEE) n. 2092/91 – Produzione biologica di prodotti agricoli – Organismi di controllo privati – Requisito di uno stabilimento o di un’infrastruttura permanente nello Stato membro della prestazione – Giustificazioni – Partecipazione all’esercizio dei pubblici poteri – Art. 55 CE – Tutela dei consumatori»
      Nella causa C‑393/05,
      avente ad oggetto un ricorso per inadempimento ai sensi dell’art. 226 CE, proposto il 4 novembre 2005,
      Commissione delle Comunità europee, rappresentata dai sigg. E. Traversa e G. Braun, in qualità di agenti, con domicilio eletto in Lussemburgo,
      
      ricorrente,
      contro
      Repubblica d’Austria, rappresentata dalla sig.ra C. Pesendorfer, in qualità di agente, con domicilio eletto in Lussemburgo,
      
      convenuta,
      LA CORTE (Prima Sezione),
      composta dal sig. P. Jann, presidente di sezione, nonché dai sigg. A. Tizzano, A. Borg Barthet, M. Ilešič e E. Levits (relatore),
         giudici,
      
      avvocato generale: sig.ra E. Sharpston
      cancelliere: sig. R. Grass
      vista la fase scritta del procedimento,
      sentite le conclusioni dell’avvocato generale, presentate all’udienza del 12 luglio 2007,
      ha pronunciato la seguente
      Sentenza
      1       Col suo ricorso la Commissione delle Comunità europee chiede alla Corte di dichiarare che, imponendo ad organismi privati
         di controllo dei prodotti dell’agricoltura biologica (in prosieguo: gli «organismi privati»), stabiliti e riconosciuti in
         un altro Stato membro, di avere una sede sociale o altra infrastruttura permanente in Austria per potervi esercitare la propria
         attività, la Repubblica d’Austria è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti ai sensi dell’art. 49 CE.
      
       Contesto normativo
       La normativa comunitaria
      2       Il regolamento (CEE) del Consiglio 24 giugno 1991, n. 2092, relativo al metodo di produzione biologico di prodotti agricoli
         e alla indicazione di tale metodo sui prodotti agricoli e sulle derrate alimentari (GU L 198, pag. 1), come modificato dal
         regolamento (CE) del Consiglio 19 luglio 1999, n. 1804 (GU L 222, pag. 1; in prosieguo: il «regolamento n. 2092/91»), definisce
         requisiti minimi in materia di produzione biologica dei prodotti agricoli, le procedure di controllo di tale metodo e i sistemi
         di certificazione dei prodotti così ottenuti. In applicazione di detto regolamento i prodotti che soddisfano i suoi criteri
         possono recare l’indicazione «Agricoltura Biologica – Regime di controllo CE», segnatamente sull’etichetta.
      
      3       Gli artt. 1, 2 e 4 del regolamento n. 2092/91 elencano i prodotti cui esso è applicabile e le indicazioni concernenti il metodo
         di produzione biologico e definiscono diversi termini. L’art. 3 dispone che il regolamento si applica, fatte salve le altre
         disposizioni comunitarie o nazionali, in conformità con il diritto comunitario. L’art. 5 stabilisce le condizioni alle quali
         è consentito fare riferimento al metodo di produzione biologico nell’etichettatura o nella pubblicità di un prodotto, mentre
         l’art. 6 enuncia le norme di produzione che la nozione di «metodo di produzione biologico» implica.
      
      4       L’art. 8 del regolamento n. 2092/91 recita quanto segue:
      «1.      Gli operatori che producono, preparano o importano da un paese terzo i prodotti di cui all’art. 1 ai fini della loro commercializzazione
         devono:
      
      a)      notificare tale attività all’autorità competente dello Stato membro in cui l’attività stessa è esercitata; la notifica comprende
         i dati ripresi nell’allegato IV;
      
      b)      assoggettare la loro azienda al regime di controllo di cui all’art. 9.
      2.      Gli Stati membri designano un’autorità o un organismo per la ricezione delle notifiche.
      Gli Stati membri possono disporre che vengano comunicate eventuali informazioni complementari da essi ritenute indispensabili
         ai fini di un controllo efficace degli operatori.
      
      3.      L’autorità competente ha cura che un elenco aggiornato contenente i nomi e gli indirizzi degli operatori soggetti al sistema
         di controllo sia reso disponibile agli interessati».
      
      5       Ai sensi dell’art. 9 del regolamento n. 2092/91:
      «1.      Gli Stati membri istituiscono un sistema di controllo gestito da una o più autorità di controllo designate e/o da organismi
         privati riconosciuti ai quali gli operatori che producono, preparano o importano da paesi terzi i prodotti di cui all’articolo
         1 debbono essere soggetti.
      
      2.      Gli Stati membri prendono le misure necessarie affinché un operatore che rispetti le disposizioni del presente regolamento
         e paghi il contributo alle spese di controllo goda della garanzia di accesso al sistema di controllo.
      
      3.      Il sistema di controllo comprende quanto meno le misure di controllo e le misure precauzionali figuranti all’allegato III.
      4.      Per l’attuazione del sistema di controllo affidato ad organismi privati, gli Stati membri designano un’autorità incaricata
         del riconoscimento e della sorveglianza di tali organismi.
      
      5.      Per il riconoscimento di un organismo di controllo privato sono presi in considerazione gli elementi seguenti:
      a)      il piano tipo di controllo elaborato dall’organismo, contenente una descrizione particolareggiata delle misure di controllo
         e delle misure precauzionali che detto organismo s’impegna ad imporre agli operatori che controlla;
      
      b)      le sanzioni che l’organismo prevede di imporre nei casi in cui si accertino irregolarità e/o infrazioni;
      c)      le risorse adeguate di personale qualificato e di attrezzature di carattere amministrativo e tecnico, nonché l’esperienza
         in materia di controllo e l’affidabilità;
      
      d)      l’obiettività dell’organismo di controllo nei confronti degli operatori da esso controllati.
      6.      Quando un organismo di controllo è stato riconosciuto, l’autorità competente provvede a:
      a)      garantire l’obiettività dei controlli effettuati dall’organismo di controllo;
      b)      accertare l’efficienza dei controlli;
      c)      prendere conoscenza delle irregolarità e/o infrazioni accertate e delle sanzioni comminate;
      d)      revocare il riconoscimento di un organismo di controllo qualora questo non soddisfi i requisiti di cui alle lett. a) e b),
         non sia più conforme ai criteri di cui al paragrafo 5 o non soddisfi i requisiti di cui ai paragrafi 7, 8, 9 e 11.
      
      6 bis. Anteriormente al 1° gennaio 1996 gli Stati membri attribuiscono un numero di codice a ogni organismo o autorità di controllo
         riconosciuti o designati conformemente alle disposizioni del presente articolo. Essi ne informano gli altri Stati membri e
         la Commissione, che pubblicherà tali numeri di codice nell’elenco di cui all’ultimo comma dell’articolo 15.
      
      7.      L’autorità di controllo e gli organismi di controllo riconosciuti di cui al paragrafo 1:
      a)      procurano che siano applicate, nelle aziende da essi controllate, almeno le misure di controllo e le misure precauzionali
         di cui all’allegato III;
      
      b)      comunicano le informazioni e i dati che essi acquisiscono a seguito degli interventi di controllo esclusivamente al responsabile
         dell’azienda e alle autorità pubbliche competenti.
      
      8.      Gli organismi di controllo riconosciuti:
      a)      consentono all’autorità competente, ai fini d’ispezione, il libero accesso ai loro uffici e impianti, comunicano qualsiasi
         informazione e forniscono tutta la collaborazione ritenuta necessaria dall’autorità competente per l’adempimento degli obblighi
         ad essa incombenti in forza del presente regolamento;
      
      b)      trasmettono entro il 31 gennaio di ogni anno all’autorità competente dello Stato membro l’elenco degli operatori da essi controllati
         al 31 dicembre dell’anno precedente e le presentano una breve relazione annuale.
      
      9.      L’autorità di controllo e gli organismi di controllo di cui al paragrafo 1 devono:
      a)      ove sia accertata un’irregolarità nell’applicazione delle disposizioni degli artt. 5. 6 e 7 o nell’applicazione delle misure
         di cui all’allegato III, far sopprimere le indicazioni previste dall’art. 2 per l’intera partita o per l’intera produzione
         interessata dall’irregolarità;
      
      b)      qualora venga accertata un’infrazione manifesta o avente effetti prolungati, ritirare all’operatore in questione il diritto
         di commercializzare prodotti con indicazioni concernenti il metodo di produzione biologico per un periodo da convenirsi con
         l’autorità competente dello Stato membro.
      
      (…)
      11.      A decorrere dal 1° gennaio 1998 e fatti salvi i paragrafi 5 e 6, gli organismi di controllo riconosciuti devono soddisfare
         i requisiti di cui alle condizioni della norma EN 45011.
      
      (…)».
      6       L’art. 10 del regolamento n. 2092/91 stabilisce che possono essere apposti un’indicazione e/o un logo conformi all’allegato
         V del regolamento sull’etichettatura dei prodotti assoggettati al regime di controllo di cui all’art. 9 del regolamento; a
         tale proposito, il n. 3 dell’art. 10 impone agli organismi di controllo obblighi di applicazione equivalenti a quelli fissati
         all’art. 9, n. 9.
      
      7       L’art. 10 bis del regolamento n. 2092/91, relativo alle misure generali di applicazione, dispone quanto segue:
      «1.      Qualora uno Stato membro constati, su un prodotto proveniente da un altro Stato membro e recante indicazioni di cui all’art. 2
         e/o all’allegato V, irregolarità o infrazioni circa l’applicazione del presente regolamento, esso ne informa lo Stato membro
         che ha nominato l’autorità di controllo o riconosciuto l’organismo di controllo e la Commissione.
      
      2.      Gli Stati membri prendono le misure necessarie per evitare l’uso fraudolento delle indicazioni di cui all’art. 2 e/o all’allegato
         V».
      
      8       L’allegato III del regolamento n. 2092/91 precisa i requisiti minimi di controllo e le misure precauzionali previste nell’ambito
         del regime di controllo di cui agli artt. 8 e 9 dello stesso regolamento.
      
      9       In particolare, fra le disposizioni generali contenute in tale allegato è stabilito, ai punti 9, secondo comma, e 10, che
         gli organismi privati possono esigere che, in via provvisoria, un operatore controllato non commercializzi con riferimenti
         al metodo di produzione biologico un prodotto sospettato di non soddisfare i requisiti del regolamento, e che tali organismi
         hanno libero accesso agli impianti e ai libri contabili del detto operatore.
      
       La normativa nazionale
      10     Conformemente all’art. 9, n. 1, del regolamento n. 2092/91, la Repubblica d’Austria ha stabilito un sistema di controllo dei
         prodotti dell’agricoltura biologica per opera di organismi privati. Secondo la prassi amministrativa qui controversa di applicazione
         del detto regolamento, l’esercizio, in Austria, di un’attività di controllo da parte di un organismo privato richiede che
         quest’ultimo disponga sul territorio austriaco di uno stabilimento dotato di adeguate risorse di personale e di attrezzature
         di carattere amministrativo e tecnico ai sensi del detto regolamento, sempre che tale organismo sia già riconosciuto e, dunque,
         stabilito in un altro Stato membro.
      
      11     La legge austriaca sui prodotti alimentari del 1975 (Lebensmittelgesetz 1975, BGBl. n. 86/1975) enuncia, all’art. 35, che
         il riconoscimento e la sorveglianza degli organismi privati competono ai Landeshauptmänner (capi degli esecutivi regionali).
         Inoltre, ai sensi dell’art. 10, n. 4, della stessa legge, questi ultimi adottano, inter alia, le misure di divieto di cui
         all’art. 9, n. 9, lett. b), del regolamento n. 2092/91 su proposta di tali organismi.
      
       Il procedimento precontenzioso
      12     A seguito della denuncia di un organismo privato riconosciuto e stabilito in Germania, la Commissione rivolgeva alle autorità
         austriache due richieste di informazioni sui requisiti che gli organismi privati riconosciuti in un altro Stato membro dovevano
         soddisfare per esercitare la propria attività in Austria. Dette richieste facevano riferimento, in particolare, all’obbligo
         di disporre di uno stabilimento o di un’infrastruttura permanente in Austria. Viste le risposte ricevute, la Commissione inviava
         una lettera di diffida alla Repubblica d’Austria, l’8 novembre 2000, sollevando la questione della compatibilità di tale requisito
         con l’art. 49 CE.
      
      13     Tenuto conto della risposta delle autorità austriache alla diffida, il 16 ottobre 2002 la Commissione inviava alla Repubblica
         d’Austria un parere motivato invitandola a conformarsi ai suoi obblighi entro due mesi dalla notifica. Nel parere la Commissione
         sosteneva che il requisito imposto agli organismi privati riconosciuti e stabiliti in un altro Stato membro di disporre di
         uno stabilimento o di un’infrastruttura permanente in Austria contravveniva all’art. 49 CE e che, sebbene ogni Stato membro
         abbia il diritto di assicurarsi che tali organismi siano effettivamente riconosciuti nello Stato membro di stabilimento, un
         procedimento di autorizzazione semplificato sarebbe stato sufficiente allo scopo.
      
      14     Con lettera 23 dicembre 2002 la Repubblica d’Austria replicava che l’attività degli organismi privati beneficia della deroga
         all’art. 49 CE sancita dall’art. 55 CE in combinato disposto con l’art. 45, primo comma, CE. In subordine, essa ribadiva che
         è interesse dei produttori e dei consumatori di prodotti dell’agricoltura biologica che gli organismi privati dispongano di
         uno stabilimento o di un’infrastruttura permanente sul territorio austriaco, perché le autorità nazionali possano verificare
         le condizioni in cui essi operano i loro controlli.
      
      15     Ritenendo la situazione ancora insoddisfacente, la Commissione proponeva il presente ricorso.
       Sul ricorso
       Argomenti delle parti
      16     La Commissione ritiene che la prassi amministrativa austriaca qui controversa rientri in un settore armonizzato dal regolamento
         n. 2092/91. Nell’adottare quest’ultimo, infatti, il Consiglio dell’Unione europea non si sarebbe riferito all’art. 66 del
         Trattato CEE (divenuto art. 66 del Trattato CE e poi art. 55 CE), in combinato disposto con l’art. 55 del Trattato CEE (divenuto
         art. 55 del Trattato CE e poi art. 45 CE), sicché il controllo e l’etichettatura dei prodotti dell’agricoltura biologica non
         sarebbero attività estranee all’ambito di applicazione del principio della libera prestazione dei servizi sancito dall’art. 49 CE.
      
      17     Del resto, corroborerebbero questa conclusione diversi elementi che dimostrano che l’attività degli organismi privati non
         esprime una partecipazione diretta e specifica all’esercizio dei pubblici poteri nel senso della giurisprudenza della Corte;
         la Commissione fa riferimento in proposito alla sentenza 21 giugno 1974, causa 2/74, Reyners (Racc. pag. 631).
      
      18     Da un canto, il rapporto giuridico tra l’organismo di controllo e l’operatore controllato, che giunge al rilascio o meno di
         un semplice attestato di conformità, rientrerebbe a rigore nel diritto privato.
      
      19     Dall’altro canto, il divieto per un operatore di fare riferimento al metodo di produzione biologico e le altre misure previste
         agli artt. 9, n. 9, e 10, n. 3, del regolamento n. 2092/91 in caso di irregolarità potrebbero essere imposti, in ultima istanza,
         solo dalle autorità pubbliche o giudiziarie competenti e non dagli organismi privati in quanto tali. Il divieto di indicare
         il metodo di produzione biologico non impedirebbe, peraltro, la commercializzazione classica dei prodotti in questione.
      
      20     Quanto alla conformità della prassi amministrativa controversa al principio della libera prestazione dei servizi, la Commissione
         ammette che le autorità austriache sono libere di assicurarsi che gli organismi privati siano effettivamente riconosciuti
         nello Stato membro di origine per mezzo, ad esempio, di un procedimento di autorizzazione semplificato. Tuttavia, il requisito
         di uno stabilimento permanente in Austria non solo costituirebbe una restrizione alla libera prestazione di servizi sancita
         dall’art. 49 CE, in quanto a causa dei costi connessi renderebbe tale prestazione meno attraente per un organismo privato
         che è già stabilito in un altro Stato membro, ma poi non terrebbe conto del fatto che un tale organismo già soddisfa nello
         Stato membro di riconoscimento i requisiti fissati dal regolamento n. 2092/91. Il riconoscimento in quest’ultimo Stato garantirebbe,
         infatti, che l’organismo privato in questione dispone delle competenze, dell’esperienza e dei mezzi necessari per fornire
         prestazioni di controllo in Austria.
      
      21     In ordine alla necessità, invocata dal governo austriaco, di poter verificare l’oggettività e l’efficacia dei controlli operati
         dagli organismi privati per tutelare i consumatori, la Commissione fa valere che il regolamento n. 2092/91 prevede sanzioni
         specifiche in caso di inosservanza dei criteri di controllo e che spetta solo alle autorità competenti dello Stato membro
         di riconoscimento adottare le misure di cui, in particolare, all’art. 9, nn. 5, 7-9 e 11, di tale regolamento.
      
      22     Da parte sua la Repubblica d’Austria non nega che il requisito imposto agli organismi privati stabiliti e riconosciuti in
         un altro Stato membro di disporre in Austria di una sede per poter ivi svolgere la propria attività sia atto ad ostacolare
         la libera prestazione dei servizi garantita dall’art. 49 CE.
      
      23     Sostiene, tuttavia, che l’attività degli organismi privati quale prevista dal regolamento n. 2092/91 costituisce una partecipazione
         diretta e specifica all’esercizio dei pubblici poteri ai sensi dell’art. 55 CE in combinato disposto con l’art. 45, primo
         comma, CE.
      
      24     Tale punto di vista sarebbe fondato su diverse disposizioni del regolamento n. 2092/91.
      25     L’art. 10 del regolamento, per esempio, prevede che gli organismi privati rilascino certificati di conformità. Ebbene, secondo
         il diritto amministrativo austriaco, il rilascio di documenti pubblici è un atto autoritativo e non una semplice prestazione
         amministrativa. Anche il divieto di far riferimento al metodo di produzione biologico avrebbe una portata decisiva, poiché
         potrebbe in taluni casi equivalere a un divieto di commercializzazione.
      
      26     Gli stessi ampi poteri di controllo riconosciuti agli organismi privati all’art. 9, n. 3, del regolamento n. 2092/91, in combinato
         disposto con l’allegato III dello stesso, testimonierebbero una partecipazione diretta e specifica all’esercizio dei pubblici
         poteri. A tale riguardo, la circostanza che gli organismi incaricati della parte amministrativa e tecnica dei controlli siano
         privati e in più legati da un contratto di diritto privato agli operatori che controllano sarebbe irrilevante ai fini della
         qualificazione della loro attività, come risulterebbe dalla giurisprudenza della Corte, in particolare dalla sentenza 5 ottobre
         1994, causa C‑55/93, van Schaik (Racc. pag. I‑4837, punto 16).
      
      27     La Repubblica d’Austria è peraltro dell’avviso che il regolamento n. 2092/91 non armonizzi tutti gli aspetti del procedimento
         di controllo e di riconoscimento degli organismi privati, per la qual cosa ciascuno Stato membro sarebbe libero di sottomettere
         quanti intendono offrire i propri servizi sul suo territorio a condizioni che permettano alle autorità competenti di attuare
         nei loro confronti le misure di sorveglianza e di controllo previste dal regolamento. Orbene, la sorveglianza sarebbe difficile,
         se non impossibile, se tali organismi non disponessero di uno stabilimento permanente sul territorio dello Stato membro della
         prestazione. Sarebbe, in particolare, l’esigenza di tutelare i consumatori di prodotti dell’agricoltura biologica a rendere
         necessario un tale stabilimento.
      
       Giudizio della Corte
      28     Occorre rilevare in limine che, nell’ipotesi in cui gli Stati membri abbiano optato per un sistema secondo il quale il controllo
         dei prodotti di produzione biologica è affidato ad organismi privati riconosciuti, il regolamento n. 2092/91 stabilisce la
         procedura e le condizioni per il riconoscimento di tali organismi, le modalità di controllo che questi devono applicare nonché
         il procedimento di sorveglianza cui essi stessi sono assoggettati nello Stato membro di riconoscimento. Tale regolamento nulla
         dispone, però, in merito alla fornitura di prestazioni di controllo da parte degli organismi privati in uno Stato membro diverso
         da quello in cui sono stati riconosciuti.
      
      29     Vero è che, in settori non completamente armonizzati a livello comunitario gli Stati membri restano, in linea di principio,
         competenti a definire le condizioni di esercizio delle attività pertinenti. Ciò non toglie, però, che essi devono esercitare
         i loro poteri in tali settori nel rispetto delle libertà fondamentali garantite dal Trattato (v. sentenze 26 gennaio 2006,
         causa C‑514/03, Commissione/Spagna, Racc. pag. I‑963, punto 23, e 14 dicembre 2006, causa C‑257/05, Commissione/Austria, non
         pubblicata nella Raccolta, punto 18).
      
      30     Nel caso di specie si pone il problema della conformità con l’art. 49 CE del requisito di avere uno stabilimento sul territorio
         austriaco quale imposto dalla prassi amministrativa controversa di tale Stato agli organismi privati già riconosciuti e, perciò,
         stabiliti in un altro Stato membro.
      
      31     Secondo giurisprudenza costante, infatti, devono essere considerate restrizioni alla libera prestazione dei servizi tutte
         le misure che vietano, ostacolano o rendono meno attraente l’esercizio di tale libertà (v. sentenza 3 ottobre 2006, causa
         C‑452/04, Fidium Finanz, Racc. pag. I‑9521, punto 46 e giurisprudenza ivi citata).
      
      32     Il requisito dello stabilimento previsto dalla prassi amministrativa controversa è, pertanto, in diretto contrasto con la
         libera prestazione dei servizi, in quanto rende impossibile ad organismi privati stabiliti unicamente in altri Stati membri
         fornire nella Repubblica d’Austria i servizi per i quali è causa (v., per analogia, sentenza 9 marzo 2000, causa C‑355/98,
         Commissione/Belgio, Racc. pag. I‑1221, punto 27 e giurisprudenza ivi citata).
      
      33     Si deve perciò verificare se la prassi amministrativa controversa rientri in una dalle deroghe previste dal Trattato o possa
         essere giustificata da motivi imperativi di interesse generale.
      
      34     A tale riguardo la Repubblica d’Austria, che non contesta che questo requisito integri una restrizione alla libera prestazione
         dei servizi, fa valere, in via principale, che l’attività degli organismi privati costituisce una partecipazione diretta e
         specifica all’esercizio dei pubblici poteri ai sensi dell’art. 55 CE in combinato disposto con l’art. 45, primo comma, CE
         e, in subordine, che la prassi amministrativa controversa è giustificata dall’obiettivo di tutelare i consumatori.
      
      35     Quanto al primo argomento, occorre ricordare che l’art. 55 CE, in combinato disposto con l’art. 45, primo comma, CE, ponendo
         una deroga alla regola fondamentale della libera prestazione dei servizi, deve essere interpretato in modo che la sua portata
         si limiti a quanto è strettamente necessario per tutelare gli interessi che esso permette agli Stati membri di proteggere
         (v., in tal senso, sentenza 30 marzo 2006, causa C‑451/03, Servizi Ausiliari Dottori Commercialisti, Racc. pag. I‑2941, punto
         45 e giurisprudenza ivi citata).
      
      36     Così, secondo una giurisprudenza costante, la deroga prevista dai detti articoli va limitata alle attività che costituiscono
         una partecipazione diretta e specifica all’esercizio dei pubblici poteri considerate di per sé (v. sentenza Servizi Ausiliari
         Dottori Commercialisti, cit., punto 46 e giurisprudenza ivi citata); i meri compiti ausiliari e preparatori nei confronti
         di un ente il quale, dal canto suo, effettivamente esercita pubblici poteri adottando la decisione finale non possono, dunque,
         essere considerati una partecipazione all’esercizio dei pubblici poteri ai sensi di tale deroga (sentenza 13 luglio 1993,
         causa C‑42/92, Thijssen, Racc. pag. I‑4047, punto 22).
      
      37     Dal regolamento n. 2092/91 risulta che l’attività degli organismi privati e le sue modalità di esercizio possono essere descritte
         come segue.
      
      38     In primo luogo, gli organismi privati mettono in atto, conformemente all’art. 9, n. 3, del regolamento n. 2092/91, le misure
         di controllo e le misure precauzionali elencate all’allegato III dello stesso.
      
      39     In secondo luogo, ai sensi dell’art. 9, n. 9, lett. a) e b), del regolamento n. 2092/91, tali organismi possono, sulla scorta
         dei controlli effettuati, permettere o meno agli operatori controllati di utilizzare indicazioni relative al metodo di produzione
         biologico per i prodotti messi in commercio e, qualora accertino un’infrazione manifesta o avente effetti prolungati, ritirare
         al singolo operatore il diritto di commercializzare prodotti recanti indicazioni siffatte per un periodo da convenirsi con
         l’autorità pubblica competente.
      
      40     In terzo luogo, in forza dell’art. 9, nn. 6, lett. c), e 8, lett. a) e b), sempre del regolamento n. 2092/91, i detti organismi
         devono rendere conto della loro attività all’autorità incaricata del riconoscimento e della sorveglianza, rispettivamente,
         informandola delle irregolarità e delle infrazioni constatate nonché delle sanzioni inflitte, fornendole tutte le informazioni
         richieste e trasmettendole ogni anno un elenco degli operatori da essi controllati ed un rapporto di attività. L’art. 9, n. 8,
         lett. a), prevede, peraltro, che gli organismi privati consentano all’autorità competente da cui dipendono l’accesso ai loro
         uffici e impianti ai fini d’ispezione, comunichino qualsiasi informazione e forniscano tutta la collaborazione ritenuta necessaria
         dalla detta autorità per l’adempimento degli obblighi ad essa incombenti.
      
      41     Sebbene risulti da questi elementi che l’attività degli organismi privati non si limita all’organizzazione di semplici controlli
         di conformità dei prodotti dell’agricoltura biologica, ma comprende anche il potere di trarre conseguenze da tali controlli,
         si deve nondimeno osservare che proprio il regolamento n. 2092/91 prevede l’inquadramento dei detti organismi da parte dell’autorità
         pubblica competente. Così, all’art. 9, n. 4, esso assoggetta gli organismi privati alla sorveglianza di questa autorità e,
         fra le altre disposizioni, all’art. 9, n. 6, precisa le modalità di esercizio di tale sorveglianza prevedendo, in particolare,
         che l’autorità incaricata, già competente a concedere o a revocare il riconoscimento, garantisca l’obiettività e accerti l’efficienza
         dei controlli effettuati dagli organismi privati. L’art. 9, n. 8, lett. a), impone, inoltre, a tali organismi di consentire
         all’autorità competente, ai fini d’ispezione, l’accesso ai loro uffici e impianti.
      
      42     Sembra dunque che gli organismi privati esercitino la propria attività sotto la sorveglianza attiva dell’autorità pubblica
         competente che è, in ultimo luogo, responsabile dei loro controlli e delle loro decisioni, come dimostrano gli obblighi ad
         essa incombenti menzionati al punto precedente della presente sentenza. Questa conclusione è corroborata peraltro dal sistema
         di controllo degli organismi privati attuato dalla legge sui prodotti alimentari del 1975, ai sensi della quale sono i Landeshauptmänner,
         in quanto autorità di sorveglianza, che adottano le misure di cui all’art. 9, n. 9, lett. b), del regolamento n. 2092/91,
         mentre gli organismi privati dispongono in tale settore solo di una competenza propositiva. Ne discende che il ruolo ausiliario
         e preparatorio attribuito agli organismi privati da tale regolamento nei confronti dell’autorità di sorveglianza non può essere
         considerato una partecipazione diretta e specifica all’esercizio dei pubblici poteri ai sensi dell’art. 55 CE in combinato
         disposto con l’art. 45, primo comma, CE.
      
      43     La Repubblica d’Austria sostiene, tuttavia, che il rilascio di certificati di conformità da parte degli organismi privati
         corrisponde, secondo il diritto amministrativo austriaco, a un atto del potere pubblico. Gli organismi disporrebbero, del
         resto, di prerogative che esorbitano dal diritto comune per condurre a buon fine il loro compito, segnatamente nell’ambito
         dei poteri di controllo e di sanzione loro conferiti.
      
      44     In proposito si deve osservare, da un lato, che, come è stato ricordato supra, al punto 35, la deroga prevista all’art. 55 CE,
         in combinato disposto con l’art. 45, primo comma, CE, deve essere interpretata in modo che la sua portata si limiti allo stretto
         necessario per tutelare gli interessi che la norma consente agli Stati membri di proteggere.
      
      45     Dall’altro lato, se è vero che il regolamento n. 2092/91 non osta a che gli Stati membri conferiscano agli organismi privati
         prerogative dei pubblici poteri per condurre a buon fine la loro attività di controllo, o addirittura attribuiscano ad essi
         altre funzioni che, di per sé considerate, costituiscono una partecipazione diretta e specifica all’esercizio dei pubblici
         poteri, risulta tuttavia dalla giurisprudenza della Corte che la deroga di cui agli artt. 45 CE e 55 CE può essere estesa
         a un’intera professione solo quando le attività eventualmente partecipi all’esercizio dei pubblici poteri rappresentano un
         elemento scindibile dall’insieme dell’attività professionale considerata (v., per quanto riguarda l’art. 45 CE, sentenza Reyners,
         cit., punto 47).
      
      46     Ebbene, si deve ricordare che, com’è stato constatato supra, al punto 42, l’attività degli organismi privati quale definita
         dal regolamento n. 2092/91 non costituisce di per sé una partecipazione diretta e specifica all’esercizio dei pubblici poteri,
         tale che ogni ulteriore attività che partecipi ai pubblici poteri ne sia necessariamente separabile.
      
      47     Occorre infine rilevare che il sistema di controllo attuato dal regolamento n. 2092/91 va tenuto distinto da quello stabilito
         dalla direttiva del Consiglio 29 dicembre 1976, 77/143/CEE, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri
         relative al controllo tecnico dei veicoli a motore e dei loro rimorchi (GU L 47, pag. 47), oggetto della causa definita dalla
         citata sentenza van Schaik, che la Repubblica d’Austria invoca a favore della propria tesi.
      
      48     Se, infatti, la Corte constatava al punto 22 di quella sentenza che, a causa del carattere parziale dell’armonizzazione dei
         criteri di controllo, la direttiva 77/143 non obbligava ogni Stato membro a riconoscere, per veicoli immatricolati nel proprio
         territorio, certificati di controllo rilasciati in altri Stati membri tenuto conto della mole di procedimenti e procedure
         di verifica, il regolamento n. 2092/91 mira, a termini del suo tredicesimo ‘considerando’, ad attuare un regime di controllo
         dei prodotti agricoli di produzione biologica che, se rispondono a requisiti comunitari minimi, avranno diritto ad utilizzare
         un’indicazione comunitaria di conformità.
      
      49     Pertanto, nella misura in cui il regolamento n. 2092/91 procede ad un’armonizzazione dell’indicazione di conformità dei detti
         prodotti agricoli, il riferimento della Repubblica d’Austria alla citata sentenza van Schaik diventa inconferente.
      
      50     Poiché la Repubblica d’Austria non può utilmente invocare l’art. 55 CE nel caso di specie, occorre esaminare il secondo argomento
         da essa dedotto, relativo alla giustificazione della prassi amministrativa controversa alla luce della tutela dei consumatori.
      
      51     La Repubblica d’Austria sostiene, più precisamente, che il requisito di disporre di uno stabilimento o di un’infrastruttura
         permanente sul territorio austriaco è indispensabile affinché le autorità austriache si assicurino che gli organismi privati
         che vi forniscono prestazioni di controllo dispongano effettivamente delle infrastrutture e del personale necessari e possano
         svolgere le ispezioni in loco previste dal regolamento n. 2092/91.
      
      52     Al riguardo si deve ricordare che, secondo una giurisprudenza costante, la tutela dei consumatori può giustificare ostacoli
         alla libera prestazione dei servizi (v., in tal senso, in particolare, sentenze 9 luglio 1997, cause riunite da C‑34/95 a
         C‑36/95, De Agostini e TV-Shop, Racc. pag. I‑3843, punto 53; 6 novembre 2003, causa C‑234/01, Gambelli e a., Racc. pag. I‑13031,
         punto 67, nonché 6 marzo 2007, cause riunite C‑338/04, C‑359/04 e C‑360/04, Placanica e a., Racc. pag. I‑1891, punto 46).
      
      53     Occorre, tuttavia, assicurarsi che le misure adottate a tal fine non eccedano quanto oggettivamente necessario (v., in tal
         senso, sentenza 11 marzo 2004, causa C‑496/01, Commissione/Francia, Racc. pag. I‑2351, punto 68).
      
      54     Ebbene, l’obbligo imposto agli organismi privati riconosciuti in un altro Stato membro di disporre di uno stabilimento sul
         territorio austriaco per potervi esercitare la propria attività eccede quanto è oggettivamente necessario per raggiungere
         l’obiettivo di tutela dei consumatori.
      
      55     Si deve ricordare, infatti, che il regolamento n. 2092/91 prescrive criteri minimi in materia di sorveglianza dei detti organismi.
         Tali criteri sono applicabili in tutti gli Stati membri, in modo da garantire che un organismo riconosciuto in uno Stato membro
         ed esercente prestazioni di controllo in Austria soddisfi per l’appunto i diversi criteri del regolamento assicurando, così,
         la tutela dei consumatori.
      
      56     Pertanto, richiedendo ad organismi privati riconosciuti in un altro Stato membro di disporre di uno stabilimento in Austria
         affinché le autorità austriache possano controllare la loro attività, la prassi amministrativa controversa non tiene conto
         degli obblighi e delle misure di controllo cui tali organismi sono già assoggettati nello Stato membro di riconoscimento.
      
      57     Ora, le autorità austriache potrebbero ottenere le garanzie prescritte dal regolamento n. 2092/91 e dalla necessità di tutela
         dei consumatori con misure meno restrittive.
      
      58     Da un lato, infatti, le dette autorità potrebbero, come condizione preliminare di ogni prestazione, esigere dall’organismo
         privato riconosciuto in un altro Stato membro la prova di disporre effettivamente, nello Stato membro di stabilimento, di
         un’autorizzazione nonché delle infrastrutture e del personale necessari per eseguire le prestazioni che intende fornire nel
         territorio austriaco. Tali elementi potrebbero essere confermati dalle autorità competenti dello Stato membro di stabilimento
         incaricate della sorveglianza dell’attività dell’organismo di cui trattasi.
      
      59     Dall’altro lato, se un’irregolarità dovesse essere constatata nei controlli effettuati in Austria da tale organismo, il regolamento
         n. 2092/91 prevede, all’art. 10 bis, un sistema di scambio di informazioni tra gli Stati membri che permetterebbe alle autorità
         austriache di segnalare tale irregolarità alle autorità che sorvegliano l’organismo, affinché queste adottino le misure necessarie,
         come l’ispezione dei locali e, all’occorrenza, la revoca del riconoscimento.
      
      60     Si deve perciò constatare che l’obbligo imposto dalla prassi amministrativa controversa non è proporzionato all’obiettivo
         di tutela dei consumatori invocato dalla Repubblica d’Austria.
      
      61     Risulta, così, da quanto precede che, richiedendo ad organismi privati riconosciuti in un altro Stato membro di disporre di
         uno stabilimento nel territorio austriaco per potervi fornire prestazioni di controllo, la Repubblica d’Austria è venuta meno
         agli obblighi ad essa incombenti ai sensi dell’art. 49 CE.
      
       Sulle spese
      62     Ai sensi dell’art. 69, n. 2, del regolamento di procedura, la parte soccombente è condannata alle spese se ne è stata fatta
         domanda. Poiché la Commissione ne ha fatto domanda, la Repubblica d’Austria, rimasta soccombente, deve essere condannata alle
         spese.
      
      Per questi motivi, la Corte (Prima Sezione) dichiara e statuisce:
      1)      Richiedendo ad organismi privati di controllo dei prodotti dell’agricoltura biologica riconosciuti in un altro Stato membro
            di disporre di uno stabilimento sul territorio austriaco per potervi fornire prestazioni di controllo, la Repubblica d’Austria
            è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti ai sensi dell’art. 49 CE.
      2)      La Repubblica d’Austria è condannata alle spese.
      Firme
      * Lingua processuale: il tedesco.