CELEX: 62008CJ0436
Language: it
Date: 2011-02-10
Title: Sentenza della Corte (Terza Sezione) del 10 febbraio 2011.#Haribo Lakritzen Hans Riegel BetriebsgmbH (C-436/08) e Österreichische Salinen AG (C-437/08) contro Finanzamt Linz.#Domanda di pronuncia pregiudiziale: Unabhängiger Finanzsenat, Außenstelle Linz - Austria.#Libera circolazione dei capitali - Imposta sulle società - Esenzione dei dividendi di origine nazionale - Esenzione dei dividendi di origine estera subordinata al rispetto di determinate condizioni - Applicazione di un sistema di imputazione ai dividendi di origine estera non esentati - Prove richieste riguardo all’imposta estera imputabile.#Cause riunite C-436/08 e C-437/08.

SENTENZA DELLA CORTE (Terza Sezione)
      10 febbraio 2011 (*)
      
      «Libera circolazione dei capitali – Imposta sulle società – Esenzione dei dividendi di origine nazionale – Esenzione dei dividendi di origine estera subordinata al rispetto di determinate condizioni – Applicazione di un sistema di imputazione ai dividendi di origine estera non esentati – Prove richieste riguardo all’imposta estera imputabile»
      Nei procedimenti riuniti C‑436/08 e C‑437/08,
      aventi ad oggetto alcune domande di pronuncia pregiudiziale proposte alla Corte, ai sensi dell’art. 234 CE, dall’Unabhängiger
         Finanzsenat, Außenstelle Linz (Austria), con decisioni 29 settembre 2008, pervenute in cancelleria il 3 ottobre 2008, e riformulate
         da detto giudice in data 30 ottobre 2009, nelle cause
      
      Haribo Lakritzen Hans Riegel BetriebsgmbH (C‑436/08),
      
      Österreichische Salinen AG (C‑437/08)
      
      contro
      Finanzamt Linz,
      LA CORTE (Terza Sezione),
      composta dal sig. K. Lenaerts (relatore), presidente di sezione, dal sig. D. Šváby, dalla sig.ra R. Silva de Lapuerta, dai
         sigg. J. Malenovský e T. von Danwitz, giudici,
      
      avvocato generale: sig.ra J. Kokott
      cancelliere: sig. K. Malacek, amministratore
      vista la fase scritta del procedimento e in seguito all’udienza del 15 settembre 2010,
      considerate le osservazioni presentate:
      –        per la Haribo Lakritzen Hans Riegel BetriebsgmbH, dai sigg. R. Leitner, Wirtschaftsprüfer und Steuerberater, e G. Gahleitner,
         Steuerberater, nonché dalla sig.ra B. Prechtl;
      
      –        per il governo austriaco, dal sig. J. Bauer e dalla sig.ra C. Pesendorfer, in qualità di agenti;
      –        per il governo tedesco, dai sigg. J. Möller e C. Blaschke, in qualità di agenti;
      –        per il governo italiano, dalla sig.ra G. Palmieri, in qualità di agente, assistita dal sig. P. Gentili, avvocato dello Stato;
      –        per il governo dei Paesi Bassi, dal sig. J. Langer nonché dalle sig.re C. Wissels, M. Noort e B. Koopman, in qualità di agenti;
      –        per il governo finlandese, dal sig. J. Heliskoski, in qualità di agente;
      –        per il governo del Regno Unito, inizialmente dalla sig.ra V. Jackson, successivamente dai sigg. S. Hathaway e L. Seeboruth,
         in qualità di agenti, assistiti dal sig. R. Hill, barrister;
      
      –        per la Commissione europea, dai sigg. R. Lyal e W. Mölls, in qualità di agenti,
      sentite le conclusioni dell’avvocato generale, presentate all’udienza dell’11 novembre 2010,
      ha pronunciato la seguente
      Sentenza
      1        Le domande di pronuncia pregiudiziale vertono sull’interpretazione del diritto dell’Unione.
      
      2        Tali domande sono state presentate nell’ambito di controversie instaurate dalla Haribo Lakritzen Hans Riegel BetriebsgmbH
         (in prosieguo: la «Haribo»), società a responsabilità limitata di diritto austriaco, nonché dalla Österreichische Salinen
         AG (in prosieguo: la «Salinen»), società per azioni di diritto austriaco, contro il Finanzamt Linz (Ufficio delle entrate
         di Linz), in merito alla tassazione in Austria di dividendi pagati da società stabilite in altri Stati membri nonché in Stati
         terzi.
      
      I –  Contesto normativo nazionale
      3        Al fine di prevenire la doppia imposizione economica dei dividendi distribuiti da una società residente o non residente e
         percepiti da una società residente, la normativa tributaria austriaca prevede, in presenza di determinati presupposti, che
         essi siano assoggettati o al «metodo dell’esenzione» – nel qual caso i dividendi percepiti dalla società beneficiaria sono
         esentati dall’imposta sulle società – o al «metodo dell’imputazione» – il quale comporta che l’imposta sulle società pagata
         sugli utili all’origine dei dividendi distribuiti viene imputata all’imposta sulle società dovuta in Austria dalla società
         beneficiaria.
      
      4        L’art. 10 della legge del 1988 relativa all’imposta sulle società (Körperschaftsteuergesetz 1988, BGBl. 401/1988), come modificata
         dalla legge finanziaria del 2009 (BGBl. I, 52/2009; in prosieguo: il «KStG»), ed applicabile, a norma dell’art. 26c, punto
         16, lett. b), del medesimo KStG, a tutti gli accertamenti di imposta ancora in corso, dispone quanto segue:
      
      «1)      I proventi da partecipazioni sono esenti dall’imposta sulle società. Costituiscono proventi da partecipazioni:
      1.      le quote di utili di qualsiasi genere derivanti da partecipazioni in società di capitali austriache o in cooperative di produzione
         e consumo austriache sotto forma di quote in tali enti societari;
      
      (...)
      5.      le quote di utili (...) derivanti da una partecipazione in una società straniera, la quale soddisfi i presupposti di cui all’art. 2
         della direttiva del Consiglio 23 luglio 1990, 90/435/CEE[, concernente il regime fiscale comune applicabile alle società madri
         e figlie di Stati membri diversi] (GU L 255, pag. 6), quali contemplati nell’allegato 2 della legge del 1988 relativa all’imposta
         sul reddito, e non ricada sotto il punto 7 del presente paragrafo;
      
      6.      le quote di utili (...) derivanti da una partecipazione in una società residente in uno Stato [terzo parte contraente dell’Accordo
         sullo] Spazio economico europeo [del 2 maggio 1992 (GU 1994, L 1, pag. 1; in prosieguo: l’«Accordo SEE»)], (...) e con il
         cui Stato di residenza sussista un accordo di cooperazione informativa e di assistenza nelle procedure esecutive a carattere
         generale, qualora essa non ricada sotto il punto 7 del presente paragrafo;
      
      7.      le quote di utili di qualsiasi genere derivanti da una partecipazione internazionale qualificata ai sensi del n. 2 del presente
         articolo.
      
      2)      Sussiste una partecipazione internazionale qualificata nel caso in cui dei soggetti d’imposta (...) siano comprovatamente
         titolari, per un periodo ininterrotto di almeno un anno, di una partecipazione del 10% almeno, sotto forma di quote di capitale,
         in [una società straniera].
      
      (...)
      4)      In deroga al n. 1, punto 7, di cui sopra, le quote di utili (...) derivanti da partecipazioni internazionali qualificate ai
         sensi del n. 2 del presente articolo non sono esentate dall’imposta sulle società, nei termini delle disposizioni che seguono,
         nel caso in cui sussistano motivi per cui il Ministro federale delle Finanze ritenga di disporre in tal senso tramite regolamento,
         al fine di impedire l’evasione fiscale o altre forme di abuso (art. 22 della legge federale generale in materia di tributi).
         La sussistenza di motivi di tal genere può in particolare essere presunta, quando:
      
      1.      l’attività fondamentale della persona giuridica straniera consiste direttamente o indirettamente nel realizzare profitti tramite
         la riscossione di interessi, la cessione di beni patrimoniali mobili materiali o immateriali e l’alienazione di partecipazioni,
         e
      
      2.      il reddito della persona giuridica straniera non è soggetto ad alcuna imposta estera che sia equiparabile, sotto il profilo
         della determinazione della base imponibile o delle aliquote fiscali applicabili, all’imposta sulle società austriaca.
      
      5)      In deroga al n. 1, punti 5 e 6, di cui sopra, le quote di utili non sono esentate dall’imposta sulle società qualora sussista
         uno dei seguenti presupposti:
      
      1.      la persona giuridica straniera non sia effettivamente assoggettata all’estero, in forma diretta o indiretta, ad alcuna imposta
         paragonabile all’imposta sulle società austriaca;
      
      2.      gli utili della persona giuridica straniera siano assoggettati all’estero ad un’imposta paragonabile all’imposta sulle società
         austriaca, la cui aliquota applicabile sia inferiore di oltre 10 punti percentuali all’imposta sulle società austriaca (...);
      
      3.      la persona giuridica straniera goda all’estero di una generale esenzione ratione personae o ratione materiae. (...)
      6)      Nei casi di cui ai precedenti nn. 4 e 5 occorre procedere, relativamente alle quote di utili, allo sgravio di un’imposta estera
         corrispondente all’imposta sulle società [austriaca], secondo le seguenti modalità: l’imposta estera da considerarsi quale
         onere preliminare gravante sulla distribuzione di utili viene imputata, su richiesta, a quella parte dell’imposta sulle società
         austriaca dovuta sulle quote di utili di qualsiasi tipo percepite in virtù della partecipazione internazionale qualificata.
         In sede di accertamento dei redditi, l’imposta estera imputabile deve essere computata in aggiunta agli utili di qualsiasi
         tipo derivanti dalla partecipazione internazionale qualificata».
      
      5        Il 13 giugno 2008, il Bundesministerium für Finanzen (Ministero federale delle Finanze) ha pubblicato, a seguito della decisione
         del Verwaltungsgerichtshof in data 17 aprile 2008 illustrata al punto 13 della presente sentenza, una circolare riguardante
         l’art. 10, n. 2, del KStG nel testo vigente prima della legge finanziaria del 2009 (BMF‑010216/0090‑VI/6/2008). Tale norma
         stabiliva che i proventi derivanti da partecipazioni detenute in una società residente erano esentati dall’imposta sulle società,
         mentre i proventi derivanti da partecipazioni detenute in una società non residente erano esentati soltanto qualora la partecipazione
         del beneficiario di tali proventi nel capitale sociale della società distributrice fosse di entità pari al 25% almeno.
      
      6        Per quanto riguarda i dividendi provenienti da partecipazioni in società di capitali non residenti di entità inferiore alla
         soglia del 25%, la circolare del 13 giugno 2008 prevede che vengano imputate all’imposta sulle società austriaca tanto l’imposta
         sulle società applicata sugli utili distribuiti nello Stato di residenza della società distributrice, quanto la ritenuta alla
         fonte effettivamente prelevata in questo medesimo Stato in conformità alla pertinente convenzione bilaterale contro le doppie
         imposizioni.
      
      7        In tale contesto, la circolare sopra citata stabilisce che il contribuente, per poter ottenere l’imputazione dell’imposta
         estera all’imposta dovuta in Austria, deve fornire i seguenti dati:
      
      –        esatta denominazione della società partecipata che distribuisce gli utili;
      –        esatta indicazione della quota di partecipazione detenuta;
      –        esatta indicazione dell’aliquota dell’imposta sulle società che viene applicata nello Stato di residenza alla società che
         distribuisce gli utili. Nel caso in cui tale società non sia soggetta al regime fiscale ordinario dello Stato di residenza
         (ma usufruisca, ad esempio, di un’aliquota fiscale privilegiata, di un’esenzione ratione personae o di rilevanti esenzioni
         o riduzioni ratione materiae), si deve indicare l’aliquota effettivamente applicabile;
      
      –        indicazione dell’importo dell’imposta sulle società prelevata all’estero che grava sulla quota di partecipazione del dichiarante,
         calcolato sulla base dei parametri precedentemente indicati;
      
      –        esatta indicazione dell’aliquota della ritenuta alla fonte effettivamente applicata, sino a concorrenza dell’aliquota della
         ritenuta alla fonte prevista dalla pertinente convenzione contro le doppie imposizioni;
      
      –        un calcolo delle imposte imputabili.
      8        Il giudice del rinvio ritiene che la circolare del 13 giugno 2008 resti applicabile malgrado le modifiche legislative intervenute
         nel corso del 2009.
      
      II –  Cause principali e questioni pregiudiziali
      9        Nel corso dell’esercizio fiscale 2001, la Haribo ha percepito redditi derivanti da una partecipazione in un fondo di investimento
         e consistenti in dividendi pagati da società di capitali stabilite in Stati membri diversi dalla Repubblica d’Austria nonché
         in Stati terzi. La Salinen ha percepito analoghi redditi nel corso dell’esercizio fiscale 2002. Durante questo stesso esercizio
         fiscale, quest’ultima società ha subìto perdite di esercizio.
      
      10      Avendo il Finanzamt Linz rigettato le domande da esse proposte al fine di ottenere che i dividendi provenienti da società
         di capitali non residenti fossero esenti da imposta, la Haribo e la Salinen hanno proposto ricorsi dinanzi al giudice del
         rinvio.
      
      11      Nelle sue decisioni in data 13 gennaio 2005, il giudice del rinvio ha ritenuto che l’art. 10, n. 2, del KStG nel testo vigente
         prima della legge finanziaria del 2009 fosse contrario al principio della libera circolazione dei capitali nella misura in
         cui assoggettava i dividendi provenienti da società non residenti, ivi compresi quelli provenienti da società stabilite in
         Stati terzi, ad una tassazione meno favorevole di quella applicabile ai dividendi provenienti da società residenti, senza
         che tale diversità di trattamento fosse giustificata. Il detto giudice, applicando in via analogica il regime fiscale previsto
         dall’art. 10, n. 1, del KStG per i dividendi provenienti da società di capitali nazionali, ha trattato i dividendi pagati
         da società di capitali stabilite in altri Stati membri o in Stati terzi come proventi esenti da imposta.
      
      12      Il Finanzamt Linz ha interposto appello contro tali pronunce dinanzi al Verwaltungsgerichtshof (Corte amministrativa suprema)
         facendo valere, in particolare, che le quote di partecipazione in fondi di investimento nazionali non ricadono nella sfera
         di applicazione dell’art. 63 TFUE.
      
      13      Con decisione in data 17 aprile 2008, il citato giudice di appello ha statuito, anzitutto, che ricadono nella sfera di applicazione
         dell’art. 63 TFUE l’acquisto e la detenzione, in società non residenti, di partecipazioni che non consentano di esercitare
         un’influenza notevole su tali società, ivi compreso il caso in cui tali partecipazioni siano detenute attraverso un fondo
         di investimento.
      
      14      Al pari del giudice del rinvio, il Verwaltungsgerichtshof ha poi ritenuto che le disposizioni dell’art. 10, n. 2, del KStG
         nella versione antecedente alla legge finanziaria del 2009 violassero il principio della libertà di circolazione dei capitali
         e potessero, di conseguenza, essere applicate unicamente in maniera conforme al diritto dell’Unione. Il detto giudice d’appello
         ha ritenuto che, qualora sussistano più soluzioni conformi al diritto dell’Unione, debba essere scelta quella che consente
         di rispettare nella maggior misura possibile la volontà del legislatore nazionale.
      
      15      A questo proposito, il Verwaltungsgerichtshof ha affermato che, per rimediare al trattamento fiscale meno favorevole cui sono
         sottoposti i dividendi provenienti da società non residenti nelle quali l’azionista detiene meno del 25% del capitale rispetto
         al trattamento accordato ai dividendi provenienti da società residenti, occorreva applicare alla prima categoria di dividendi
         non già il metodo dell’esenzione, bensì quello consistente nell’imputare all’imposta dovuta in Austria l’onere tributario
         assolto sui dividendi nello Stato di residenza della società distributrice.
      
      16      Infine, a giudizio del Verwaltungsgerichtshof, il metodo dell’imputazione corrisponderebbe maggiormente al sistema concepito
         dal legislatore austriaco che non il metodo dell’esenzione. Infatti, allorché lo Stato di residenza della società distributrice
         assoggetta i dividendi ad un’imposta identica o superiore a quella applicata dallo Stato dell’azionista, il metodo dell’imputazione
         e quello dell’esenzione porterebbero al medesimo risultato. Se però il livello impositivo applicabile nel primo Stato citato
         è meno elevato di quello applicato nello Stato dell’azionista, soltanto il metodo dell’imputazione porterebbe in quest’ultimo
         Stato ad una tassazione di entità uguale a quella gravante sui dividendi di origine nazionale.
      
      17      Ritenendo che l’applicazione analogica del metodo dell’esenzione previsto dall’art. 10, n. 2, del KStG nella versione antecedente
         alla legge finanziaria del 2009 avesse determinato l’illegittimità delle decisioni adottate dal giudice del rinvio, il Verwaltungsgerichtshof
         ha annullato tali decisioni e ha rinviato le cause dinanzi a questo medesimo giudice.
      
      18      Con ordinanze pervenute alla Corte il 3 ottobre 2008, il giudice del rinvio chiede a quest’ultima se il metodo dell’esenzione
         e quello dell’imputazione possano essere considerati equivalenti in rapporto al diritto dell’Unione.
      
      19      L’art. 10 del KStG, nella sua versione originaria, è stato modificato retroattivamente dalla legge finanziaria del 2009. Poiché
         tale nuova disposizione prevede l’applicazione, a determinate condizioni, del metodo dell’esenzione anche per i dividendi
         che una società residente percepisce da società non residenti, la Corte ha inviato, l’8 ottobre 2009, una richiesta di chiarimenti
         al giudice del rinvio a norma dell’art. 104, n. 5, del proprio regolamento di procedura. Tale giudice è stato invitato a precisare
         le conseguenze derivanti per il testo delle questioni pregiudiziali a seguito della modifica legislativa intervenuta.
      
      20      Nella sua risposta del 30 ottobre 2009 a tale richiesta di chiarimenti, il giudice del rinvio ha riformulato i quesiti sollevati
         in ciascuna delle cause.
      
      21      Nella causa C‑436/08, esso chiarisce anzitutto che il KStG subordina l’esenzione dei dividendi provenienti da partecipazioni
         inferiori al 10% del capitale sociale di una società distributrice – vale a dire i dividendi di portafoglio – pagati da una
         società stabilita in uno Stato terzo aderente all’Accordo SEE all’esistenza di un accordo generale di reciproca assistenza
         in materia amministrativa e di riscossioni tra la Repubblica d’Austria e lo Stato terzo interessato. Una condizione del genere
         non sarebbe prevista per le partecipazioni internazionali qualificate contemplate dall’art. 10, n. 2, del KStG.
      
      22      Il detto giudice sottolinea poi che l’esenzione fiscale dei dividendi di portafoglio pagati da società non residenti stabilite
         in Stati membri diversi dall’Austria o in uno Stato terzo aderente all’Accordo SEE non trova comunque applicazione nella maggior
         parte dei casi, a motivo delle informazioni che il contribuente è tenuto a fornire all’amministrazione tributaria per poter
         beneficiare di tale vantaggio fiscale. Infatti, incombe al contribuente l’onere di fornire la prova dell’insussistenza delle
         condizioni fissate dall’art. 10, n. 5, del KStG. In concreto, il contribuente dovrebbe effettuare un raffronto tra le diverse
         tassazioni (art. 10, n. 5, punto 1, del KStG), determinare l’aliquota di imposta applicabile (art. 10, n. 5, punto 2, del
         KStG) nonché le esenzioni ratione personae o rationae materiae di cui beneficia la persona giuridica non residente (art. 10,
         n. 5, punto 3, del KStG), procurarsi i corrispondenti documenti giustificativi e tenerli a disposizione dell’amministrazione
         tributaria nell’eventualità di un controllo. In particolare, per quanto concerne le partecipazioni in fondi di investimento,
         sarebbe praticamente impossibile provare che non sussistono le situazioni contemplate dall’art. 10, n. 5, del KStG.
      
      23      Il giudice del rinvio non condivide la posizione espressa dal Verwaltungsgerichtshof nella sua decisione in data 17 aprile
         2008, secondo cui il metodo dell’esenzione e quello dell’imputazione dovrebbero essere sempre considerati equivalenti.
      
      24      Infine, il giudice del rinvio fa osservare come il legislatore, all’art. 10 del KStG, non abbia previsto alcun vantaggio fiscale
         a favore dei dividendi provenienti da partecipazioni inferiori al 10% nel capitale di persone giuridiche stabilite in Stati
         terzi, tenendo presente che in passato la soglia al di sotto della quale tale vantaggio non veniva accordato era del 25%.
         Qualora tale disciplina violasse il diritto dell’Unione, il giudice del rinvio dovrebbe di norma applicare il metodo dell’imputazione,
         in conformità della decisione del Verwaltungsgerichtshof del 17 aprile 2008.
      
      25      Alla luce di tali circostanze, l’Unabhängiger Finanzsenat, Außenstelle Linz, ha deciso di sospendere il procedimento e di
         sottoporre alla Corte, nella causa C‑436/08, le seguenti questioni pregiudiziali, come riformulate:
      
      «1)      Se contrasti con il diritto [dell’Unione] il fatto che le partecipazioni di portafoglio estere in società residenti in Stati
         aderenti all’Accordo SEE siano esenti da imposta soltanto qualora sussistano strumenti internazionali di cooperazione informativa
         e assistenza nelle procedure esecutive, quando invece l’esenzione fiscale prevista per le partecipazioni internazionali qualificate
         (anche per dividendi provenienti da Stati terzi e persino in caso di switchover al metodo dell’imputazione) non è subordinata
         a tale presupposto.
      
      2)      Se contrasti con il diritto [dell’Unione] il fatto che ai dividendi di portafoglio esteri provenienti da società residenti
         in Stati dell’Unione [europea] o in Stati aderenti all’Accordo SEE debba applicarsi il metodo dell’imputazione qualora non
         sussistano i presupposti per il metodo dell’esenzione, malgrado che sia impossibile o assai difficile per il titolare della
         partecipazione tanto fornire la prova dell’esistenza dei presupposti per il metodo dell’esenzione (tassazione in misura paragonabile,
         entità dell’aliquota fiscale estera, insussistenza di esenzioni ratione personae o ratione materiae a favore della società
         estera), quanto produrre i dati necessari per l’imputazione dell’imposta sulle società estera.
      
      3)      Se contrasti con il diritto [dell’Unione] il fatto che, per i proventi derivanti da partecipazioni in società residenti in
         Stati terzi, la legge non conceda né un’esenzione dall’imposta sulle società, né l’imputazione dell’imposta sulle società
         già versata, qualora l’entità della partecipazione sia inferiore al 10% (25%), mentre i proventi derivanti da partecipazioni
         in società austriache sono esenti da imposta indipendentemente dalla quota di partecipazione.
      
      4)      a)      In caso di soluzione affermativa della questione sub 3), se contrasti con il diritto [dell’Unione] il fatto che un’autorità
         nazionale, al fine di rimuovere la discriminazione a danno delle partecipazioni in società residenti in Stati terzi, applichi
         il metodo dell’imputazione – nel qual caso, in considerazione del livello ridotto della partecipazione, la prova dell’avvenuto
         assolvimento dell’imposta (sulle società) all’estero non è possibile o è possibile solo a prezzo di sforzi sproporzionati
         –, e ciò faccia a motivo del fatto che, secondo una decisione del Verwaltungsgerichtshof austriaco, questa soluzione è quella
         che corrisponde maggiormente alla volontà (ipotetica) del legislatore, mentre dalla semplice disapplicazione del limite discriminatorio
         del 10% (25%) per i dividendi provenienti da società residenti in Stati terzi deriverebbe un’esenzione dall’imposta.
      
      b)      In caso di soluzione affermativa della questione sub 4), lett. a), se contrasti con il diritto [dell’Unione] il fatto che
         venga negata l’esenzione degli utili derivanti da partecipazioni in società residenti in Stati terzi qualora la quota di partecipazione
         sia inferiore al 10% (25%), quando invece nel caso di partecipazioni a partire dal 10% (25%) l’esenzione degli utili non è
         subordinata all’esistenza di uno strumento internazionale di cooperazione amministrativa e assistenza nelle procedure esecutive
         a carattere generale.
      
      c)      In caso di soluzione negativa della questione sub 4), lett. a), se contrasti con il diritto [dell’Unione] il fatto che per
         gli utili derivanti da partecipazioni in società residenti in Stati terzi venga negata l’imputazione dell’imposta sulle società
         assolta all’estero, qualora la misura della partecipazione sia inferiore al 10% (25%), quando invece l’imputazione di imposta
         – disposta in determinati casi – per gli utili derivanti da partecipazioni di entità pari o superiore al 10% (25%) in società
         residenti in Stati terzi non è subordinata all’esistenza di uno strumento internazionale di cooperazione amministrativa e
         assistenza nelle procedure esecutive a carattere generale».
      
      26      Nella causa C‑437/08, il giudice del rinvio fa osservare come la decisione del Verwaltungsgerichtshof del 17 aprile 2008 lasci
         aperto il quesito se l’imposta da imputare comprenda non soltanto l’imposta sulle società pagata nello Stato di residenza
         della società distributrice, ma anche l’imposta che tale Stato ha trattenuto alla fonte ai sensi della pertinente convenzione
         bilaterale contro le doppie imposizioni.
      
      27      Inoltre, nel caso di un esercizio fiscale nel corso del quale la società residente beneficiaria dei dividendi abbia subìto
         una perdita di esercizio, si pone il quesito se, al fine di evitare una discriminazione connessa al differente trattamento
         dei dividendi provenienti da società non residenti rispetto a quelli provenienti da società residenti, l’amministrazione non
         debba riportare agli esercizi successivi l’imputazione dell’imposta pagata all’estero.
      
      28      Alla luce di tali circostanze, l’Unabhängiger Finanzsenat, Außenstelle Linz, ha deciso di sospendere il procedimento e di
         sottoporre alla Corte, nella causa C‑437/08, le seguenti questioni pregiudiziali, come riformulate:
      
      «1)      Se contrasti con il diritto [dell’Unione] il fatto che ai dividendi esteri debba essere applicato, nelle ipotesi di cambio
         di metodo, il metodo dell’imputazione, e tuttavia, in relazione all’imposta sulle società imputabile e/o alla ritenuta alla
         fonte imputabile, non venga accordato al tempo stesso un riporto dell’imputazione per gli anni successivi o un credito d’imposta
         nell’anno in perdita.
      
      2)      Se contrasti con il diritto [dell’Unione] il fatto che ai dividendi provenienti da Stati terzi debba essere applicato il metodo
         dell’imputazione, in quanto, secondo una decisione del Verwaltungsgerichtshof austriaco, questa soluzione è quella che corrisponde
         maggiormente alla volontà (ipotetica) del legislatore, e tuttavia non venga accordato al tempo stesso un riporto dell’imputazione
         o un credito d’imposta nell’anno in perdita». 
      
      29      Con ordinanza del presidente della Corte 16 gennaio 2009, le cause C‑436/08 e C‑437/08 sono state riunite ai fini delle fasi
         orale e scritta del procedimento nonché della sentenza.
      
      30      Inoltre, alla luce del testo delle questioni pregiudiziali come riformulato dal giudice del rinvio nella sua risposta del
         30 ottobre 2009 alla richiesta di chiarimenti inviatagli, la Corte ha deciso, il 18 novembre 2009, di riaprire la fase scritta
         del procedimento nelle presenti cause.
      
      III –  Sulle questioni pregiudiziali
      A –  Sulla libertà in questione nelle cause principali
      31      Occorre constatare come le questioni sollevate nelle due cause non indichino alcuna disposizione precisa del Trattato FUE
         la cui interpretazione sarebbe necessaria per consentire al giudice del rinvio di emettere la propria decisione nelle controversie
         dinanzi ad esso pendenti. Dette questioni fanno riferimento unicamente, in modo generico, al diritto dell’Unione.
      
      32      Secondo una giurisprudenza consolidata, spetta alla Corte, di fronte a questioni formulate in modo impreciso, ricavare dal
         complesso dei dati forniti dal giudice nazionale e dal fascicolo della causa principale i punti del diritto dell’Unione che
         vanno interpretati, tenuto conto dell’oggetto della lite (sentenze 18 novembre 1999, causa C‑107/98, Teckal, Racc. pag. I‑8121,
         punto 34, nonché 23 gennaio 2003, causa C‑57/01, Makedoniko Metro e Michaniki, Racc. pag. I‑1091, punto 56).
      
      33      A questo proposito, occorre ricordare che il trattamento fiscale dei dividendi può ricadere nella sfera di applicazione dell’art. 49 TFUE,
         riguardante la libertà di stabilimento, e in quella dell’art. 63 TFUE, relativo alla libera circolazione dei capitali (v.,
         in tal senso, sentenza 12 dicembre 2006, causa C‑446/04, Test Claimants in the FII Group Litigation, Racc. pag. I‑11753, punto 36).
      
      34      Quanto al punto se una legislazione nazionale rientri nell’una o nell’altra libertà di circolazione, risulta da una giurisprudenza
         ora consolidata che occorre prendere in considerazione l’oggetto della legislazione di cui trattasi (v., in tal senso, sentenze
         12 settembre 2006, causa C‑196/04, Cadbury Schweppes e Cadbury Schweppes Overseas, Racc. pag. I‑7995, punti 31‑33; 3 ottobre
         2006, causa C‑452/04, Fidium Finanz, Racc. pag. I‑9521, punti 34 e 44‑49; 12 dicembre 2006, causa C‑374/04, Test Claimants
         in Class IV of the ACT Group Litigation, Racc. pag. I‑11673, punti 37 e 38; Test Claimants in the FII Group Litigation, cit.,
         punto 36, e 13 marzo 2007, causa C‑524/04, Test Claimants in the Thin Cap Group Litigation, Racc. pag. I‑2107, punti 26‑34).
      
      35      A questo proposito, la Corte ha già avuto modo di dichiarare che una normativa nazionale destinata ad applicarsi esclusivamente
         alle partecipazioni che consentono di esercitare una sicura influenza sulle decisioni di una società e di determinare le attività
         di quest’ultima ricade nella sfera di applicazione delle disposizioni del Trattato relative alla libertà di stabilimento (v.
         sentenze Test Claimants in the FII Group Litigation, cit., punto 37, e 21 ottobre 2010, causa C‑81/09, Idryma Typou, non ancora
         pubblicata nella Raccolta, punto 47). Per contro, eventuali disposizioni nazionali che siano applicabili a partecipazioni
         effettuate al solo scopo di realizzare un investimento finanziario, senza intenzione di influire sulla gestione e sul controllo
         dell’impresa, devono essere esaminate esclusivamente alla luce della libera circolazione dei capitali (v., in tal senso, sentenze
         Test Claimants in the FII Group Litigation, cit., punto 38, e 17 settembre 2009, causa C‑182/08, Glaxo Wellcome, Racc. pag. I‑8591,
         punti 40 e 45‑52).
      
      36      Nel caso di specie occorre constatare, da un lato, che le due cause principali vertono sulla tassazione in Austria di dividendi
         percepiti da società residenti in virtù di partecipazioni che queste detengono in società non residenti e la cui entità è
         inferiore al 10% del capitale di tali società estere. Orbene, partecipazioni di tale entità non consentono di esercitare una
         sicura influenza sulle decisioni delle società partecipate e di determinare le attività di queste ultime.
      
      37      Dall’altro lato, si deve constatare come la normativa tributaria nazionale in questione nella causa principale operi una distinzione
         a seconda dell’origine nazionale o meno dei dividendi qualora questi ultimi provengano da partecipazioni inferiori al 10%
         del capitale della società distributrice. Infatti, ai sensi dell’art. 10, n. 1, punto 1, del KStG, i dividendi di portafoglio
         sono sempre esentati dall’imposta sulle società qualora le partecipazioni in questione siano detenute in società residenti.
         Per contro, i dividendi di portafoglio non beneficiano né di un’esenzione né di un’imputazione dell’imposta pagata sugli utili
         alla base dei dividendi distribuiti nel caso in cui le partecipazioni di cui trattasi siano detenute in società stabilite
         in uno Stato terzo aderente all’Accordo SEE con il quale non esista alcun accordo di reciproca assistenza in materia amministrativa
         e di riscossioni, giusta quanto previsto dall’art. 10, n. 1, punto 6, del KStG, ovvero in società stabilite in un altro Stato
         terzo. Per quanto riguarda i dividendi di portafoglio provenienti da altri Stati membri o da Stati aderenti all’Accordo SEE
         con i quali sia stato concluso un accordo generale di reciproca assistenza in materia amministrativa e di riscossioni, tali
         dividendi si vedono applicare il metodo dell’imputazione, e non già quello dell’esenzione, nel caso in cui – in sostanza –
         gli utili della società distributrice non siano stati effettivamente assoggettati, nello Stato di residenza della società
         medesima, ad un’imposta sulle società paragonabile a quella applicabile in Austria, secondo quanto previsto dall’art. 10,
         n. 5, del KStG.
      
      38      Alla luce di tali circostanze, occorre ritenere che una normativa quale quella in questione nella causa principale ricada
         esclusivamente nella sfera di applicazione delle disposizioni del Trattato riguardanti la libera circolazione dei capitali.
      
      B –  Sulle questioni pregiudiziali nella causa C‑436/08
      1.     Sulla prima questione
      39      Con tale questione, il giudice del rinvio intende sapere, in sostanza, se l’art. 63 TFUE osti ad una normativa nazionale la
         quale subordini l’esenzione fiscale dei dividendi di portafoglio pagati da società stabilite negli Stati aderenti all’Accordo
         SEE all’esistenza di un accordo generale di reciproca assistenza in materia amministrativa e di riscossioni, mentre invece
         nessuna analoga condizione viene imposta per le «partecipazioni internazionali qualificate».
      
      a)     Sulla ricevibilità
      40      Il governo austriaco ritiene che tale questione sia irricevibile. Esso sottolinea che, in base all’esposizione dei fatti contenuta
         nella decisione di rinvio, la ricorrente nella causa principale detiene partecipazioni in fondi di investimento il cui patrimonio
         non sarebbe stato composto da quote di partecipazione in società aventi la propria sede in uno Stato terzo aderente all’Accordo
         SEE. Pertanto, la questione non avrebbe alcuna relazione con l’oggetto della causa principale.
      
      41      A tale riguardo occorre ricordare che, nell’ambito di un procedimento ex art. 267 TFUE, basato sulla netta separazione di
         funzioni tra i giudici nazionali e la Corte, ogni valutazione dei fatti di causa rientra nella competenza del giudice nazionale.
         Parimenti, spetta esclusivamente al giudice nazionale, cui è stata sottoposta la controversia e che deve assumersi la responsabilità
         dell’emananda decisione giurisdizionale, valutare, alla luce delle particolari circostanze della causa, sia la necessità di
         una pronuncia pregiudiziale per essere in grado di emettere la propria sentenza, sia la rilevanza delle questioni che sottopone
         alla Corte. Di conseguenza, se le questioni sollevate riguardano l’interpretazione del diritto dell’Unione, la Corte, in via
         di principio, è tenuta a pronunciarsi (v., in particolare, sentenza 22 ottobre 2009, cause riunite C‑261/08 e C‑348/08, Zurita
         García e Choque Cabrera, Racc. pag. I‑10143, punto 34 e la giurisprudenza ivi citata).
      
      42      Il rifiuto di statuire su una questione pregiudiziale sollevata da un giudice nazionale è possibile solo qualora risulti manifestamente
         che la richiesta interpretazione del diritto dell’Unione non ha alcuna relazione con la realtà effettiva o con l’oggetto della
         causa principale, qualora il problema sia di natura ipotetica, oppure qualora la Corte non disponga degli elementi di fatto
         o di diritto necessari per fornire una soluzione utile alle questioni che le sono sottoposte (v., in particolare, sentenze
         13 marzo 2001, causa C‑379/98, PreussenElektra, Racc. pag. I‑2099, punto 39; 22 gennaio 2002, causa C‑390/99, Canal Satélite
         Digital, Racc. pag. I‑607, punto 19, nonché Zurita García e Choque Cabrera, cit., punto 35).
      
      43      Nella decisione di rinvio viene precisato che la ricorrente nella causa principale ha percepito, nel corso dell’esercizio
         fiscale pertinente, dividendi di portafoglio provenienti da società di capitali aventi la propria sede in Stati membri diversi
         dalla Repubblica d’Austria e in Stati terzi. Orbene, è lecito ritenere che il giudice del rinvio, nel riferirsi alle partecipazioni
         detenute in società stabilite in «Stati terzi», abbia utilizzato tale espressione in opposizione a quella di «Stati membri».
         Stanti tali circostanze, il riferimento agli Stati terzi deve ritenersi comprensivo anche degli Stati parti contraenti dell’Accordo
         SEE.
      
      44      Tenuto conto, da un lato, che il giudice del rinvio nutre dubbi in merito alla compatibilità della normativa nazionale applicabile
         ai dividendi di portafoglio provenienti da partecipazioni detenute in società stabilite negli Stati aderenti all’Accordo SEE
         e, dall’altro lato, che la decisione di rinvio non offre alcun elemento riguardo al fatto che la ricorrente nella causa principale
         non deterrebbe alcuna partecipazione in società di questo tipo, non consta in maniera manifesta che la richiesta interpretazione
         del diritto dell’Unione sia priva di rilevanza rispetto alla decisione che il giudice del rinvio è chiamato a emettere.
      
      45      Di conseguenza, la prima questione dev’essere dichiarata ricevibile.
      
      b)     Nel merito
      i)     Osservazioni preliminari
      46      È importante ricordare che l’art. 63, n. 1, TFUE dà attuazione alla liberalizzazione dei capitali tra gli Stati membri nonché
         tra gli Stati membri e gli Stati terzi. A tal fine esso dispone che, nell’ambito del capitolo del Trattato FUE intitolato
         «Capitali e pagamenti», sono vietate tutte le restrizioni ai movimenti di capitali tra Stati membri, nonché tra Stati membri
         e Stati terzi.
      
      47      Con il suo quesito, il giudice del rinvio si interroga in merito all’interpretazione dell’art. 63 TFUE, al fine di valutare
         la compatibilità con tale disposizione della normativa in questione nella causa principale, la quale concede ai dividendi
         provenienti da «partecipazioni internazionali qualificate» – ossia le partecipazioni del 10% almeno nel capitale di società
         non residenti – un trattamento fiscale più favorevole di quello riservato ai dividendi di portafoglio pagati da società stabilite
         negli Stati terzi aderenti all’Accordo SEE.
      
      48      Tuttavia, come rilevato dai governi austriaco, tedesco e neerlandese nonché dalla Commissione europea, in un caso quale quello
         di cui alla causa principale occorre procedere ad un raffronto tra, da un lato, il trattamento fiscale riservato ai dividendi
         di portafoglio distribuiti da società residenti e, dall’altro, quello riservato ai dividendi di portafoglio pagati da società
         stabilite negli Stati terzi aderenti all’Accordo SEE. Infatti, l’art. 63 TFUE osta, in linea di principio, a che in uno Stato
         membro venga riservato ai dividendi provenienti da società stabilite in uno Stato terzo un trattamento differenziato rispetto
         a quello accordato ai dividendi provenienti da società aventi la propria sede nel detto Stato membro (v. ordinanza 4 giugno
         2009, cause riunite C‑439/07 e C‑499/07, KBC Bank e Beleggen, Risicokapitaal, Beheer, Racc. pag. I‑4409, punto 71). Per contro,
         il trattamento differenziato accordato ai redditi provenienti da uno Stato terzo rispetto ai redditi provenienti da un altro
         Stato terzo non ricade, in quanto tale, nell’ambito di applicazione della disposizione sopra citata.
      
      49      Nell’ambito della presente questione, occorre dunque esaminare se l’art. 63 TFUE debba essere interpretato nel senso che esso
         osta ad una normativa nazionale la quale stabilisca che i dividendi di portafoglio provenienti da partecipazioni detenute
         in società residenti sono sempre esentati dall’imposta sulle società, così come previsto dall’art. 10, n. 1, punto 1, del
         KStG, mentre invece, giusta quanto disposto dall’art. 10, n. 1, punto 6, di tale legge, i dividendi di portafoglio provenienti
         da una società stabilita in uno Stato terzo aderente all’Accordo SEE beneficiano di tale esenzione soltanto qualora la Repubblica
         d’Austria e lo Stato terzo interessato abbiano concluso un accordo generale di reciproca assistenza in materia amministrativa
         e di riscossioni.
      
      ii)  Sull’esistenza di una restrizione dei movimenti di capitali
      50      Risulta da una costante giurisprudenza che le misure vietate dall’art. 63, n. 1, TFUE, in quanto restrizioni dei movimenti
         di capitali, comprendono quelle che sono idonee a dissuadere i non residenti dal fare investimenti in uno Stato membro o a
         dissuadere i residenti di questo Stato membro dal farne in altri Stati (sentenze 25 gennaio 2007, causa C‑370/05, Festersen,
         Racc. pag. I‑1129, punto 24, e 18 dicembre 2007, causa C‑101/05, A, Racc. pag. I‑11531, punto 40).
      
      51      Riguardo alla questione se una normativa nazionale quale quella controversa nella causa principale costituisca una restrizione
         dei movimenti di capitali, occorre constatare che, per poter beneficiare dell’esenzione dall’imposta sulle società, le società
         residenti che percepiscono dividendi di portafoglio provenienti da società stabilite in uno Stato terzo aderente all’Accordo
         SEE sono assoggettate – a differenza delle società residenti che percepiscono dividendi di portafoglio provenienti da società
         residenti – ad una condizione supplementare, vale a dire quella dell’esistenza di un accordo generale di reciproca assistenza
         in materia amministrativa e di riscossioni tra la Repubblica d’Austria e lo Stato terzo interessato. Orbene, tenuto conto
         del fatto che spetta soltanto agli Stati interessati decidere se assumere obblighi per via pattizia, appare chiaro che la
         condizione consistente nell’esistenza di un accordo generale di reciproca assistenza in materia amministrativa e di riscossioni
         è idonea a determinare di fatto, per i dividendi di portafoglio provenienti da una società stabilita in uno Stato terzo aderente
         all’Accordo SEE, un regime permanente di non esenzione dall’imposta sulle società (v., per analogia, sentenza 28 ottobre 2010,
         causa C‑72/09, Établissements Rimbaud, non ancora pubblicata nella Raccolta, punto 25).
      
      52      Ne consegue che, a motivo delle condizioni che la normativa in questione nella causa principale impone affinché i dividendi
         di portafoglio provenienti da società stabilite negli Stati terzi aderenti all’Accordo SEE e percepiti dalle società stabilite
         in Austria possano essere esentati dall’imposta sulle società in tale Stato, l’investimento nelle prime società che potrebbe
         essere realizzato da queste seconde società risulta meno attraente rispetto all’investimento che potrebbe essere realizzato
         in una società stabilita in Austria o in un altro Stato membro. Una simile disparità di trattamento è idonea a dissuadere
         le società stabilite in Austria dal procedere all’acquisizione di azioni in società stabilite negli Stati terzi aderenti all’Accordo
         SEE.
      
      53      Pertanto, la suddetta normativa costituisce una restrizione della libera circolazione dei capitali tra uno Stato membro e
         alcuni Stati terzi, la quale è in linea di principio vietata dall’art. 63 TFUE.
      
      54      Occorre tuttavia esaminare se tale restrizione della libera circolazione dei capitali possa essere giustificata alla luce
         delle disposizioni del Trattato riguardanti tale libertà.
      
      iii)  Sulle eventuali giustificazioni della misura in questione
      55      A norma dell’art. 65, n. 1, lett. a), TFUE, «[l]e disposizioni dell’articolo 63 [TFUE] non pregiudicano il diritto degli Stati
         membri (...) di applicare le pertinenti disposizioni della loro legislazione tributaria in cui si opera una distinzione tra
         i contribuenti che non si trovano nella medesima situazione per quanto riguarda il loro luogo di residenza o il luogo di collocamento
         del loro capitale».
      
      56      Tale disposizione, in quanto costituente una deroga al principio fondamentale della libera circolazione dei capitali, deve
         essere oggetto di un’interpretazione restrittiva. Pertanto, essa non può essere interpretata nel senso che qualsiasi legislazione
         tributaria operante una distinzione tra i contribuenti in base al luogo in cui essi risiedono o allo Stato in cui investono
         i loro capitali sia automaticamente compatibile con il Trattato (v. sentenze 11 settembre 2008, causa C‑11/07, Eckelkamp e a.,
         Racc. pag. I‑6845, punto 57, e 22 aprile 2010, causa C‑510/08, Mattner, Racc. pag. I-3553, punto 32).
      
      57      Infatti, la deroga prevista dall’art. 65, n. 1, lett. a), TFUE subisce a sua volta una limitazione per effetto del n. 3 del
         medesimo articolo, il quale prevede che le disposizioni nazionali contemplate dal citato n. 1 «non devono costituire un mezzo
         di discriminazione arbitraria, né una restrizione dissimulata al libero movimento dei capitali e dei pagamenti di cui all’articolo
         63».
      
      58      Le differenze di trattamento autorizzate dall’art. 65, n. 1, lett. a), TFUE devono pertanto essere mantenute distinte dalle
         discriminazioni vietate dal n. 3 del medesimo articolo. Orbene, dalla giurisprudenza risulta che, perché una normativa tributaria
         nazionale quale quella oggetto della causa principale possa essere considerata compatibile con le disposizioni del Trattato
         relative alla libera circolazione dei capitali, è necessario che la differenza di trattamento da essa prevista, tra dividendi
         di portafoglio provenienti da società residenti e analoghi dividendi provenienti da società stabilite in uno Stato terzo aderente
         all’Accordo SEE, riguardi situazioni che non sono oggettivamente paragonabili o sia giustificata da motivi imperativi di interesse
         generale (v. sentenze 6 giugno 2000, causa C‑35/98, Verkooijen, Racc. pag. I‑4071, punto 43; 7 settembre 2004, causa C‑319/02,
         Manninen, Racc. pag. I‑7477, punto 29; 8 settembre 2005, causa C‑512/03, Blanckaert, Racc. pag. I‑7685, punto 42, e 19 novembre
         2009, causa C‑540/07, Commissione/Italia, Racc. pag. I‑10983, punto 49).
      
      59      Occorre qui ricordare che, rispetto ad una disciplina tributaria quale quella in questione nella causa principale, volta a
         prevenire la doppia imposizione economica degli utili distribuiti, la situazione di una società azionista che percepisce dividendi
         di origine estera è paragonabile a quella di una società azionista che percepisce dividendi di origine nazionale, dal momento
         che, in entrambi i casi, gli utili realizzati possono, in linea di principio, essere oggetto di un’imposizione a catena (v.
         sentenza Test Claimants in the FII Group Litigation, cit., punto 62).
      
      60      Date tali premesse, l’art. 63 TFUE impone ad uno Stato membro, che applichi un sistema per prevenire la doppia imposizione
         economica nel caso di dividendi versati a società residenti da altre società residenti, l’obbligo di concedere un trattamento
         equivalente ai dividendi versati a società residenti da società stabilite negli Stati terzi aderenti all’Accordo SEE (v.,
         in tal senso, sentenza Test Claimants in the FII Group Litigation, cit., punto 72).
      
      61      Tuttavia, la normativa nazionale oggetto della causa principale non prevede un simile trattamento equivalente. Infatti, tale
         normativa, pur prevenendo sistematicamente la doppia imposizione economica dei dividendi di portafoglio di origine nazionale
         percepiti da una società residente, non elimina né attenua tale doppia imposizione nel caso in cui una società residente percepisca
         dividendi di portafoglio provenienti da una società stabilita in uno Stato terzo aderente all’Accordo SEE con il quale la
         Repubblica d’Austria non abbia concluso un accordo generale di reciproca assistenza in materia amministrativa e di riscossioni.
         In quest’ultima ipotesi, la citata normativa nazionale non prevede né l’esenzione fiscale dei dividendi percepiti, né l’imputazione
         dell’imposta pagata nello Stato terzo in questione sugli utili così distribuiti, sebbene la necessità di prevenire la doppia
         imposizione economica si ponga in termini identici per le società residenti, tanto che esse percepiscano dividendi da altre
         società residenti quanto che esse li percepiscano da società stabilite in uno Stato terzo aderente all’Accordo SEE.
      
      62      Ne consegue che la differenza di trattamento, sotto il profilo dell’imposta sulle società, tra i dividendi di origine nazionale
         e quelli provenienti da una società stabilita in uno Stato terzo aderente all’Accordo SEE non può essere giustificata da una
         diversità di situazioni inerente al luogo in cui i capitali sono stati investiti.
      
      63      Resta da esaminare se la restrizione risultante da una normativa nazionale quale quella in questione nella causa principale
         sia giustificata da ragioni imperative di interesse generale (v. sentenza 11 ottobre 2007, causa C‑451/05, ELISA, Racc. pag. I‑8251,
         punto 79).
      
      64      I governi austriaco, tedesco, italiano, neerlandese e del Regno Unito fanno presente al riguardo che, in mancanza di un sistema
         di cooperazione tra le autorità competenti interessate, quale quello istituito dalla direttiva del Consiglio 19 dicembre 1977,
         77/799/CEE, relativa alla reciproca assistenza fra le autorità competenti degli Stati membri nel settore delle imposte dirette
         e indirette (GU L 336, pag. 15), come modificata dalla direttiva del Consiglio 25 febbraio 1992, 92/12/CEE (GU L 76, pag. 1;
         in prosieguo: la «direttiva 77/799»), uno Stato membro è legittimato a subordinare l’esenzione di dividendi di portafoglio
         pagati da società stabilite in uno Stato terzo aderente all’Accordo SEE all’esistenza di un accordo di reciproca assistenza
         con lo Stato terzo interessato. Infatti, la verifica dell’imposta pagata dalla società distributrice di dividendi implicherebbe
         uno scambio di informazioni con l’amministrazione tributaria dello Stato nel quale tale società è stabilita.
      
      65      Occorre ricordare che la giurisprudenza relativa alle restrizioni all’esercizio delle libertà di circolazione in seno all’Unione
         non può essere integralmente trasposta ai movimenti di capitali tra gli Stati membri e gli Stati terzi, in quanto tali movimenti
         si iscrivono in un contesto giuridico differente (v. citate sentenze A, punto 60, e Commissione/Italia, punto 69).
      
      66      Al riguardo occorre rilevare che il quadro di cooperazione tra le autorità competenti degli Stati membri istituito dalla direttiva
         77/799 non sussiste tra tali autorità e le autorità competenti di uno Stato terzo qualora quest’ultimo non abbia assunto alcun
         impegno di reciproca assistenza (citate sentenze Commissione/Italia, punto 70, e Établissements Rimbaud, punto 41).
      
      67      Ne consegue che, quando la normativa di uno Stato membro fa dipendere il beneficio di un vantaggio fiscale dal soddisfacimento
         di condizioni il cui rispetto può essere verificato solo ottenendo determinate informazioni dalle autorità competenti di uno
         Stato terzo aderente all’Accordo SEE, il citato Stato membro può, in linea di principio, legittimamente negare la concessione
         del vantaggio di cui trattasi nell’ipotesi in cui, segnatamente a causa dell’assenza di un obbligo pattizio di fornire informazioni
         gravante sullo Stato terzo interessato, risulti impossibile conseguire da quest’ultimo le informazioni di cui sopra (sentenza
         Établissements Rimbaud, cit., punto 44).
      
      68      Risulta dalla normativa in questione nella causa principale che l’art. 10, n. 5, del KStG esclude l’esenzione dei dividendi
         di portafoglio provenienti da società stabilite negli Stati terzi aderenti all’Accordo SEE nel caso in cui, in sostanza, gli
         utili della società distributrice non siano stati effettivamente assoggettati, nello Stato terzo di cui trattasi, ad un’imposta
         sulle società paragonabile a quella applicabile in Austria. È lecito dunque ritenere che i presupposti di applicazione dell’esenzione
         fiscale non possano essere verificati dallo Stato membro interessato in assenza di un obbligo pattizio dello Stato terzo di
         fornire determinate informazioni alle autorità tributarie di detto Stato membro.
      
      69      Ne consegue che una normativa di uno Stato membro, come quella in questione nella causa principale, la quale subordini l’esenzione
         di dividendi pagati da società stabilite in uno Stato terzo aderente all’Accordo SEE all’esistenza di un accordo di reciproca
         assistenza con lo Stato terzo interessato, può essere giustificata da ragioni imperative di interesse generale inerenti all’efficacia
         dei controlli fiscali e alla lotta contro le frodi tributarie.
      
      70      Tuttavia, la restrizione di una libertà di circolazione, quand’anche sia appropriata rispetto all’obiettivo perseguito, non
         può andare oltre quanto è necessario per il conseguimento di quest’ultimo (v. sentenza ELISA, cit., punto 82 e la giurisprudenza
         ivi citata). Occorre dunque esaminare se la restrizione derivante da una normativa quale quella in questione nella causa principale
         rispetti il principio di proporzionalità.
      
      71      Al riguardo occorre constatare, in primo luogo, che, alla luce delle considerazioni sopra svolte, è in linea di principio
         consentito ad uno Stato membro subordinare l’esenzione dei dividendi provenienti da società stabilite in uno Stato terzo aderente
         all’Accordo SEE all’esistenza di un accordo di reciproca assistenza concluso con tale Stato. Il carattere proporzionato di
         una normativa siffatta non viene quindi rimesso in discussione per il solo fatto che uno Stato membro non preveda tale presupposto
         ai fini dell’esenzione dei dividendi provenienti dalle partecipazioni di entità pari al 10% almeno del capitale della società
         distributrice.
      
      72      In secondo luogo, si deve constatare che la normativa in questione nella causa principale subordina l’esenzione dei dividendi
         di portafoglio provenienti da società stabilite in uno Stato terzo aderente all’Accordo SEE all’esistenza, con tale Stato,
         di un accordo di reciproca assistenza non soltanto a livello amministrativo, ma anche in materia di riscossioni.
      
      73      Orbene, soltanto l’esistenza di un accordo di reciproca assistenza in materia amministrativa può essere considerata come necessaria
         al fine di consentire allo Stato membro interessato di verificare l’effettivo livello di tassazione applicato alla società
         non residente distributrice dei dividendi. Infatti, la norma nazionale in questione riguarda la tassazione in Austria, a titolo
         dell’imposta sulle società, di redditi percepiti in tale Stato da società residenti. La riscossione di tali imposte da parte
         delle autorità austriache non può esigere l’assistenza delle autorità di uno Stato terzo.
      
      74      L’argomento addotto all’udienza dal governo austriaco, secondo cui l’assistenza in materia di riscossioni sarebbe necessaria
         in caso di trasferimento in altro luogo del contribuente, deve essere respinto. Infatti, come rilevato dall’avvocato generale
         al paragrafo 90 delle sue conclusioni, il trasferimento è un’ipotesi troppo lontana perché possa giustificare il fatto di
         subordinare in tutti i casi l’eliminazione della doppia imposizione economica sui dividendi di portafoglio provenienti da
         uno Stato terzo aderente all’Accordo SEE all’esistenza di un accordo di assistenza in materia di riscossioni.
      
      75      Occorre dunque risolvere la prima questione sollevata dichiarando che l’art. 63 TFUE deve essere interpretato nel senso che
         esso osta ad una normativa di uno Stato membro, la quale preveda l’esenzione dall’imposta sulle società per i dividendi di
         portafoglio provenienti da partecipazioni detenute in società residenti, e che subordini tale esenzione per i dividendi di
         portafoglio provenienti da società stabilite negli Stati terzi aderenti all’Accordo SEE all’esistenza di un accordo generale
         di reciproca assistenza in materia amministrativa e di riscossioni tra lo Stato membro e lo Stato terzo interessati, nella
         misura in cui soltanto l’esistenza di un accordo di reciproca assistenza in materia amministrativa risulta necessaria per
         raggiungere gli obiettivi della normativa in questione.
      
      2.     Sulla seconda questione
      a)     Osservazioni preliminari
      76      Il giudice del rinvio ricorda che, a norma dell’art. 10 del KStG, nel caso in cui esista un accordo generale di reciproca
         assistenza, i dividendi di portafoglio provenienti da società residenti, da società stabilite in altri Stati membri e da società
         stabilite in Stati terzi aderenti all’Accordo SEE beneficiano di un’esenzione fiscale. Tuttavia, secondo il detto giudice,
         l’esenzione fiscale dei dividendi versati da società non residenti non trova applicazione nella maggior parte dei casi, a
         motivo delle informazioni che la società beneficiaria è tenuta a fornire all’amministrazione tributaria per poter beneficiare
         di tale vantaggio. Il metodo dell’imputazione sarebbe dunque generalmente applicabile per i dividendi provenienti da società
         non residenti. Secondo il giudice del rinvio, il contribuente potrebbe soltanto con difficoltà fornire le prove relative all’imposta
         estera imputabile.
      
      77      Con il suo secondo quesito, il giudice del rinvio chiede dunque, in sostanza, se l’art. 63 TFUE osti ad una normativa nazionale,
         quale quella in questione nella causa principale, la quale applichi il metodo dell’imputazione ai dividendi di portafoglio
         distribuiti da società stabilite in altri Stati membri e in Stati terzi aderenti all’Accordo SEE nel caso in cui non sia dimostrato
         il soddisfacimento dei presupposti di applicazione dell’esenzione fiscale, malgrado che sia difficile o addirittura impossibile,
         per l’azionista, tanto fornire la prova dell’esistenza di tali presupposti – vale a dire la tassazione in misura paragonabile,
         l’entità dell’aliquota fiscale estera e l’insussistenza di esenzioni ratione personae o ratione materiae a favore della società
         estera – quanto produrre i dati necessari per l’imputazione dell’imposta estera sulle società.
      
      78      La risposta che la Corte sarà portata a fornire dovrà consentire al giudice del rinvio di valutare se siano compatibili con
         l’art. 63 TFUE, in primo luogo, il «passaggio» dal metodo dell’esenzione a quello dell’imputazione previsto dalla normativa
         nazionale in questione nella causa principale nel caso in cui il beneficiario di dividendi provenienti da società non residenti
         non disponga di alcuni elementi di prova e, in secondo luogo, l’applicazione di un metodo di imputazione che imponga al detto
         beneficiario oneri amministrativi considerevoli o, addirittura, eccessivi.
      
      b)     Sull’esistenza di una restrizione dei movimenti di capitali
      79      Occorre ricordare che l’art. 10, n. 1, punto 1, del KStG esenta dall’imposta sulle società i dividendi di portafoglio pagati
         da società residenti in Austria. A norma dell’art. 10, nn. 1, punti 5 e 6, e 5, del KStG, la doppia imposizione economica
         dei dividendi pagati da società stabilite negli Stati membri diversi dalla Repubblica d’Austria o negli Stati terzi aderenti
         all’Accordo SEE viene evitata, grazie all’esenzione fiscale o al metodo dell’imputazione, soltanto nel caso in cui il beneficiario
         dei dividendi stessi disponga di elementi di prova riguardanti il livello dell’imposta cui sono assoggettate le società distributrici
         di tali dividendi nel loro Stato di residenza.
      
      80      Orbene, la differenza di trattamento cui sono assoggettati i dividendi di portafoglio ha l’effetto di dissuadere le società
         residenti in Austria dall’investire i loro capitali in società stabilite in altri Stati membri nonché in Stati terzi aderenti
         all’Accordo SEE. Infatti, poiché in Austria i dividendi pagati da società stabilite in altri Stati membri e in Stati terzi
         aderenti all’Accordo SEE ricevono un trattamento fiscale meno favorevole di quello accordato ai dividendi pagati da società
         stabilite in Austria, le azioni delle società della prima categoria sono meno attraenti per gli investitori residenti in Austria
         rispetto a quelle delle società stabilite in quest’ultimo Stato membro.
      
      81      Una disciplina come quella controversa nella causa principale comporta pertanto una restrizione dei movimenti di capitali
         tra gli Stati membri e tra gli Stati membri e gli Stati terzi, che è in linea di principio vietata dall’art. 63, n. 1, TFUE.
      
      82      Occorre tuttavia esaminare se tale restrizione della libera circolazione dei capitali possa essere giustificata alla luce
         delle disposizioni del Trattato disciplinanti tale libertà.
      
      c)     Sulle eventuali giustificazioni della misura in questione
      83      Risulta dalla giurisprudenza citata al punto 58 della presente sentenza che, affinché una normativa tributaria nazionale quale
         quella di cui alla causa principale possa essere considerata compatibile con le disposizioni del Trattato relative alla libera
         circolazione dei capitali, è necessario che la differenza di trattamento riguardi situazioni che non sono oggettivamente paragonabili
         oppure sia giustificata da motivi imperativi di interesse generale.
      
      84      A questo proposito occorre ricordare anzitutto che, rispetto ad una disciplina tributaria quale quella in questione nella
         causa principale, volta a prevenire la doppia imposizione economica degli utili distribuiti, la situazione di una società
         azionista che percepisce dividendi di origine estera è paragonabile a quella di una società azionista che percepisce dividendi
         di origine nazionale, dal momento che, in entrambi i casi, gli utili realizzati possono, in linea di principio, essere oggetto
         di un’imposizione a catena (v. sentenza Test Claimants in the FII Group Litigation, cit., punto 62).
      
      85      Stanti tali premesse, l’art. 63 TFUE impone ad uno Stato membro, che applichi un sistema per prevenire la doppia imposizione
         economica nel caso di dividendi versati a residenti da società residenti, l’obbligo di concedere un trattamento equivalente
         ai dividendi versati a residenti da società non residenti (v., in tal senso, sentenza Test Claimants in the FII Group Litigation,
         cit., punto 72).
      
      86      Orbene, la Corte ha già statuito che il diritto dell’Unione non vieta che uno Stato membro prevenga l’imposizione a catena
         di dividendi percepiti da una società residente applicando disposizioni che esentano da imposta tali dividendi allorché vengono
         versati da una società residente, evitando al tempo stesso la suddetta imposizione a catena, attraverso un sistema di imputazione,
         nel caso in cui i dividendi in questione vengano versati da una società non residente, a condizione però che l’aliquota d’imposta
         sui dividendi di origine estera non sia superiore a quella applicata ai dividendi di origine nazionale e che il credito d’imposta
         sia perlomeno pari all’importo versato nello Stato della società distributrice, sino a concorrenza dell’importo dell’imposta
         applicata nello Stato membro della società beneficiaria (v. sentenza Test Claimants in the FII Group Litigation, cit., punti 48
         e 57, nonché ordinanza 23 aprile 2008, causa C‑201/05, Test Claimants in the CFC and Dividend Group Litigation, Racc. pag. I‑2875,
         punto 39).
      
      87      Quindi, allorché gli utili alla base dei dividendi di origine estera sono assoggettati nello Stato della società distributrice
         ad un’imposta inferiore al prelievo effettuato dallo Stato membro della società beneficiaria, quest’ultimo deve concedere
         un credito d’imposta complessivo corrispondente all’imposta versata dalla società distributrice nel suo Stato di residenza
         (sentenza Test Claimants in the FII Group Litigation, cit., punto 51).
      
      88      Se invece tali utili soggiacciono nello Stato membro della società distributrice ad un’imposta superiore al prelievo effettuato
         dallo Stato membro della società beneficiaria, quest’ultimo deve concedere un credito d’imposta soltanto nei limiti dell’importo
         dell’imposta sulle società dovuto dalla società beneficiaria. Esso non è tenuto a rimborsare la differenza, vale a dire l’ammontare
         versato nello Stato della società distributrice che eccede l’importo dell’imposta dovuto nello Stato membro della società
         beneficiaria (v. sentenza Test Claimants in the FII Group Litigation, cit., punto 52).
      
      89      Il metodo dell’imputazione consente, in tali circostanze, di accordare ai dividendi provenienti da società non residenti un
         trattamento equivalente a quello concesso, tramite il metodo dell’esenzione, ai dividendi versati da società residenti. L’applicazione
         del metodo dell’imputazione ai dividendi provenienti da società non residenti consente infatti di garantire che i dividendi
         di portafoglio di origine estera e quelli di origine nazionale sopportino il medesimo carico fiscale, segnatamente nel caso
         in cui lo Stato da cui provengono i dividendi applichi, nell’ambito dell’imposta sulle società, un’aliquota fiscale inferiore
         a quella applicabile nello Stato membro nel quale è stabilita la società beneficiaria dei dividendi. In un simile caso, l’eventuale
         esenzione dei dividendi provenienti da società non residenti avvantaggerebbe i contribuenti che avessero investito in partecipazioni
         estere rispetto a quelli che avessero investito i loro capitali in partecipazioni nazionali.
      
      90      Tenuto conto dell’equivalenza dei metodi dell’esenzione e dell’imputazione, le difficoltà che il contribuente potrebbe incontrare
         ai fini della prova del soddisfacimento dei presupposti per l’esenzione fiscale dei dividendi distribuiti da società non residenti
         sono, in linea di principio, irrilevanti ai fini della decisione se l’art. 63 TFUE osti ad una normativa quale quella in questione
         nella causa principale. Infatti, tali difficoltà, o perfino l’impossibilità per il contribuente di fornire le prove richieste,
         avranno come unica conseguenza che ai dividendi a costui versati da società non residenti verrà applicato il metodo dell’imputazione,
         equivalente a quello dell’esenzione.
      
      91      Quanto agli oneri amministrativi imposti al contribuente perché egli possa beneficiare del metodo dell’imputazione, la Corte
         ha già dichiarato che il solo fatto che, in confronto ad un sistema di esenzione, un sistema di imputazione imponga ai contribuenti
         oneri amministrativi supplementari non può essere considerato come una differenza di trattamento contraria alla libera circolazione
         dei capitali (v., in tal senso, sentenza Test Claimants in the FII Group Litigation, cit., punto 53).
      
      92      Tuttavia, secondo il giudice del rinvio, gli oneri amministrativi così imposti alla società beneficiaria di dividendi di portafoglio
         dalla normativa nazionale in questione nella causa principale potrebbero risultare eccessivi.
      
      93      La Haribo chiarisce al riguardo che, contrariamente ai dividendi di portafoglio versati da società residenti, i quali beneficiano
         di esenzione, i dividendi di portafoglio versati in Austria da società stabilite in un altro Stato membro o in uno Stato terzo
         aderente all’Accordo SEE e percepiti per il tramite di un fondo di investimento sono normalmente assoggettati, in Austria,
         ad un’imposta sulle società del 25%, a motivo degli oneri amministrativi eccessivi imposti al contribuente. Secondo la Haribo,
         il metodo dell’esenzione e quello dell’imputazione sarebbero equivalenti soltanto nel caso in cui la prova dell’imposta sulle
         società pagata all’estero potesse essere effettivamente fornita o potesse esserlo senza sforzi sproporzionati.
      
      94      Per contro, i governi austriaco, tedesco, italiano, neerlandese e del Regno Unito nonché la Commissione sostengono che gli
         oneri amministrativi imposti alla società beneficiaria di dividendi di portafoglio non sono eccessivi. Il governo austriaco
         insiste al riguardo sul fatto che la circolare del 13 giugno 2008 ha sostanzialmente semplificato le prove necessarie per
         ottenere l’imputazione dell’imposta estera.
      
      95      A questo proposito, è importante ricordare che le autorità tributarie di uno Stato membro hanno il diritto di esigere dal
         contribuente le prove a loro avviso necessarie per valutare se siano soddisfatti i presupposti per la concessione di un vantaggio
         fiscale previsto dalla normativa in questione e, di conseguenza, se si debba o no concedere tale vantaggio (v., in tal senso,
         sentenze 3 ottobre 2002, causa C‑136/00, Danner, Racc. pag. I‑8147, punto 50; 26 giugno 2003, causa C‑422/01, Skandia e Ramstedt,
         Racc. pag. I‑6817, punto 43, e 27 gennaio 2009, causa C‑318/07, Persche, Racc. pag. I‑359, punto 54).
      
      96      Certo, qualora dovesse risultare che le società beneficiarie di dividendi di portafoglio provenienti da società stabilite
         in Stati membri diversi dalla Repubblica d’Austria e in Stati terzi aderenti all’Accordo SEE si trovano, a causa di oneri
         amministrativi eccessivi, nell’effettiva impossibilità di beneficiare del metodo dell’imputazione, una normativa siffatta
         non consentirebbe di prevenire, e neppure di attenuare, la doppia imposizione economica di tali dividendi. In tali circostanze,
         non si potrebbe ritenere che il metodo dell’imputazione e quello dell’esenzione – che invece consente di evitare l’imposizione
         a catena dei dividendi distribuiti – conducano ad un risultato equivalente.
      
      97      Tuttavia, poiché uno Stato membro è, in linea di principio, libero di evitare l’imposizione a catena dei dividendi di portafoglio
         percepiti da una società residente optando per il metodo dell’esenzione nel caso in cui tali dividendi vengano versati da
         una società residente e per il metodo dell’imputazione nel caso in cui essi vengano versati da una società non residente stabilita
         in un altro Stato membro o in uno Stato terzo aderente all’Accordo SEE, gli oneri amministrativi supplementari che risultano
         imposti alla società residente – e in particolare il fatto che l’amministrazione tributaria nazionale richieda informazioni
         riguardanti l’imposta effettivamente applicata sugli utili della società distributrice di dividendi nello Stato di residenza
         di quest’ultima – sono inerenti al funzionamento stesso del metodo dell’imputazione e non possono essere considerati eccessivi
         (v., in tal senso, sentenza Test Claimants in the FII Group Litigation, cit., punti 48 e 53). Infatti, in assenza di tali
         informazioni, le autorità tributarie dello Stato membro in cui è stabilita la società beneficiaria dei dividendi di origine
         estera non sono in grado, in linea di massima, di determinare l’importo dell’imposta sulle società pagato nello Stato della
         società distributrice che deve essere imputato all’importo dell’imposta dovuto dalla società beneficiaria.
      
      98      Se è certo vero che la società beneficiaria dei dividendi non dispone personalmente dell’insieme delle informazioni riguardanti
         l’imposta sulle società applicata sui dividendi distribuiti da una società stabilita in un altro Stato membro o in uno Stato
         terzo aderente all’Accordo SEE, tali informazioni sono comunque note a quest’ultima società. Orbene, in tali circostanze,
         qualsiasi difficoltà per la società beneficiaria di fornire le informazioni richieste in merito all’imposta pagata dalla società
         distributrice di dividendi deriva non già dall’intrinseca complessità di tali informazioni, bensì dall’eventuale mancanza
         di cooperazione da parte della società che dispone di queste ultime. Come sottolineato dall’avvocato generale al paragrafo 58
         delle sue conclusioni, il venir meno del flusso di informazioni verso l’investitore non è un problema di cui debba occuparsi
         lo Stato membro interessato.
      
      99      Inoltre, si deve constatare che, come rilevato dal governo austriaco, la circolare del 13 giugno 2008 ha semplificato le prove
         necessarie per ottenere l’imputazione dell’imposta estera nel senso che, per calcolare l’imposta pagata all’estero, viene
         applicata la seguente formula: l’utile della società distributrice di dividendi deve essere moltiplicato per l’aliquota nominale
         dell’imposta sulle società applicabile nello Stato nel quale è stabilita la società suddetta e per la quota di partecipazione
         detenuta dalla società beneficiaria nel capitale della società distributrice. Orbene, un simile calcolo richiede soltanto
         una cooperazione limitata da parte della società distributrice dei dividendi, ovvero da parte del fondo di investimenti qualora
         la partecipazione in questione sia detenuta per il tramite di un fondo di questo tipo.
      
      100    Infine, come sottolineato dai governi austriaco, tedesco, neerlandese e del Regno Unito nonché dalla Commissione, il fatto
         che, per i dividendi distribuiti da società stabilite in Stati membri diversi dalla Repubblica d’Austria, l’amministrazione
         tributaria di tale Stato membro possa ricorrere al meccanismo di reciproca assistenza previsto dalla direttiva 77/799 non
         implica che essa sia tenuta a dispensare la società beneficiaria dei dividendi dal fornirle la prova dell’imposta pagata dalla
         società distributrice in un altro Stato membro.
      
      101    Infatti, poiché la direttiva 77/799 prevede la facoltà per le autorità tributarie nazionali di chiedere informazioni che esse
         non possono ottenere da sole, la Corte ha rilevato che l’impiego, all’art. 2, n. 1, di questa direttiva, del termine «può»
         evidenzia che le suddette autorità, pur avendo certo la possibilità di chiedere informazioni alla competente autorità di un
         altro Stato membro, non hanno affatto un obbligo in tal senso. Spetta a ciascuno Stato membro valutare i casi specifici nei
         quali manchino informazioni in merito alle transazioni effettuate dai soggetti d’imposta stabiliti nel suo territorio e decidere
         se tali casi giustifichino la presentazione di una richiesta di informazioni ad un altro Stato membro (sentenze 27 settembre
         2007, causa C‑184/05, Twoh International, Racc. pag. I‑7897, punto 32, e Persche, cit., punto 65).
      
      102    Di conseguenza, la direttiva 77/799 non impone allo Stato membro in cui è stabilita la società beneficiaria dei dividendi
         di far ricorso al meccanismo di reciproca assistenza previsto da tale direttiva ogni volta che le informazioni fornite dalla
         società suddetta non siano sufficienti per verificare se essa soddisfi i presupposti dettati dalla normativa nazionale per
         l’applicazione del metodo dell’imputazione.
      
      103    Per gli stessi motivi, l’eventuale esistenza di un accordo di reciproca assistenza tra la Repubblica d’Austria e uno Stato
         terzo aderente all’Accordo SEE, il quale preveda la facoltà per tale Stato membro di chiedere alle autorità dello Stato terzo
         interessato informazioni pertinenti ai fini dell’applicazione del metodo dell’imputazione, non implicherebbe che gli oneri
         amministrativi imposti alla società beneficiaria dei dividendi ai fini della prova dell’imposta pagata nello Stato terzo in
         questione siano eccessivi.
      
      104    Di conseguenza, tenuto conto di quanto precede, occorre risolvere la seconda questione sollevata dichiarando che l’art. 63 TFUE
         deve essere interpretato nel senso che esso non osta ad una normativa di uno Stato membro, la quale esenti dall’imposta sulle
         società i dividendi di portafoglio che una società residente percepisce da un’altra società residente, assoggettando invece
         a tale imposta i dividendi di portafoglio che una società residente percepisce da una società stabilita in un altro Stato
         membro o in uno Stato terzo aderente all’Accordo SEE, a condizione però che l’imposta pagata nello Stato di residenza di quest’ultima
         società venga imputata all’imposta dovuta nello Stato membro della società beneficiaria e che gli oneri amministrativi imposti
         a quest’ultima per poter beneficiare di tale imputazione non siano eccessivi. Eventuali informazioni che vengano richieste
         dall’amministrazione tributaria nazionale alla società beneficiaria dei dividendi in merito all’imposta effettivamente applicata
         sugli utili della società distributrice dei dividendi nello Stato di residenza di quest’ultima sono inerenti al funzionamento
         stesso del metodo dell’imputazione e non possono essere considerate come un onere amministrativo eccessivo.
      
      3.     Sulla terza questione
      a)     Osservazioni preliminari
      105    Con la sua terza questione, il giudice del rinvio chiede se l’art. 63 TFUE osti ad una normativa nazionale, quale quella in
         questione nella causa principale, la quale escluda tanto l’esenzione dall’imposta sulle società quanto l’imputazione dell’imposta
         sulle società pagata all’estero in relazione ai dividendi provenienti da partecipazioni detenute in società stabilite in Stati
         terzi, qualora la partecipazione della società beneficiaria sia inferiore al 10% (in passato, al 25%) del capitale della società
         distributrice, mentre invece i dividendi provenienti da partecipazioni detenute in società residenti sono esentati quale che
         sia il livello della partecipazione detenuta.
      
      106    A questo proposito, si deve constatare che la soglia del 25% cui il giudice del rinvio fa riferimento nel suo quesito si ricollega
         all’art. 10 del KStG così come era formulato prima della modifica legislativa intervenuta nel corso dell’anno 2009. Tuttavia,
         risulta dal fascicolo presentato alla Corte che l’art. 10, nn. 1, punto 7, 2 e 4, del KStG, applicabile retroattivamente alle
         controversie oggetto delle cause principali, prevede che i dividendi derivanti da una partecipazione detenuta in una società
         stabilita in uno Stato terzo siano esentati dall’imposta sulle società in Austria oppure beneficino dell’imputazione dell’imposta
         pagata all’estero nel caso in cui la partecipazione in questione rappresenti il 10% almeno del capitale della società suddetta.
      
      107    Per quanto riguarda le partecipazioni che non raggiungono tale soglia, la normativa nazionale controversa nelle cause principali
         opera una distinzione, nell’ambito dei dividendi di portafoglio provenienti da società stabilite in Stati terzi, tra gli Stati
         aderenti all’Accordo SEE e gli altri Stati terzi. Mentre i dividendi di portafoglio provenienti da società stabilite in uno
         Stato terzo aderente all’Accordo SEE con il quale la Repubblica d’Austria abbia concluso un accordo generale di reciproca
         assistenza in materia amministrativa e di riscossioni sono esentati dall’imposta sulle società ovvero beneficiano dell’imputazione
         dell’imposta pagata nello Stato terzo aderente all’Accordo SEE di cui trattasi nel quale è stabilita la società distributrice
         dei dividendi, lo stesso non vale per i dividendi di portafoglio provenienti da società stabilite in altri Stati terzi.
      
      108    Poiché il trattamento fiscale dei dividendi provenienti da società stabilite negli Stati aderenti all’Accordo SEE costituisce
         l’oggetto della prima questione sollevata, occorre ritenere che, con la sua terza questione, il giudice del rinvio desideri
         sapere se l’art. 63 TFUE osti ad una normativa, quale quella in questione nella causa principale, la quale disponga che i
         dividendi di portafoglio provenienti da partecipazioni in società stabilite in Stati terzi diversi dagli Stati aderenti all’Accordo
         SEE non sono né esentati né assoggettati ad un regime di imputazione dell’imposta estera pagata, mentre invece i dividendi
         provenienti da analoghe partecipazioni detenute in società residenti sono sempre esentati.
      
      b)     Sull’esistenza di una restrizione dei movimenti di capitali
      109    Occorre constatare che una normativa nazionale quale quella in questione nella causa principale ha l’effetto di dissuadere
         le società stabilite in Austria dall’investire i loro capitali in società stabilite in Stati terzi diversi dagli Stati aderenti
         all’Accordo SEE. Infatti, poiché i dividendi che queste ultime società versano alle società stabilite in Austria ricevono
         un trattamento fiscale meno favorevole di quello accordato ai dividendi distribuiti da società stabilite nel detto Stato membro,
         le azioni delle società stabilite in Stati terzi sono per gli investitori residenti in Austria meno attraenti di quelle delle
         società stabilite in tale paese (v., in tal senso, citate sentenze Test Claimants in the FII Group Litigation, punto 166,
         e A, punto 42).
      
      110    Una disciplina come quella controversa nella causa principale comporta dunque una restrizione dei movimenti di capitali tra
         gli Stati membri e gli Stati terzi in questione, la quale è in linea di principio vietata dall’art. 63, n. 1, TFUE.
      
      111    Tuttavia, occorre esaminare se tale restrizione della libera circolazione dei capitali possa essere giustificata alla luce
         delle disposizioni del Trattato che disciplinano tale libertà.
      
      c)     Sulle eventuali giustificazioni della misura in questione
      112    Come ricordato ai punti 58 e 83 della presente sentenza, affinché una normativa tributaria nazionale quale quella di cui alla
         causa principale possa essere considerata compatibile con le disposizioni del Trattato relative alla libera circolazione dei
         capitali, è necessario che la differenza di trattamento riguardi situazioni che non sono oggettivamente paragonabili oppure
         sia giustificata da motivi imperativi di interesse generale.
      
      113    Orbene, rispetto ad una disciplina tributaria quale quella in questione nella causa principale, volta a prevenire la doppia
         imposizione economica degli utili distribuiti, la situazione di una società azionista che percepisce dividendi provenienti
         da Stati terzi è paragonabile a quella di una società azionista che percepisce dividendi di origine nazionale, dal momento
         che, in entrambi i casi, gli utili realizzati possono, in linea di principio, essere oggetto di un’imposizione a catena (sentenza
         Test Claimants in the FII Group Litigation, cit., punto 62).
      
      114    Date tali circostanze, l’art. 63 TFUE impone ad uno Stato membro, il quale applichi un sistema per prevenire la doppia imposizione
         economica nel caso di dividendi versati a società residenti da altre società residenti, l’obbligo di concedere un trattamento
         equivalente ai dividendi versati a società residenti da società stabilite in uno Stato terzo diverso da quelli aderenti all’Accordo
         SEE (v., in tal senso, sentenza Test Claimants in the FII Group Litigation, cit., punto 72).
      
      115    Orbene, la legislazione nazionale in questione nella causa principale non prevede un trattamento equivalente di questo tipo.
         Infatti, tale legislazione, se da un lato previene sistematicamente la doppia imposizione economica dei dividendi di portafoglio
         di origine nazionale percepiti da una società residente, dall’altro non elimina né attenua tale doppia imposizione nel caso
         in cui una società residente percepisca dividendi di portafoglio provenienti da una società stabilita in uno Stato terzo diverso
         da quelli aderenti all’Accordo SEE.
      
      116    Ne consegue che il diverso trattamento accordato, per quel che riguarda l’imposta sulle società, ai dividendi percepiti da
         società residenti, a seconda dell’origine dei dividendi stessi, non può essere giustificato in virtù di una diversità di situazioni
         attinente al luogo in cui i capitali sono investiti.
      
      117    Resta da esaminare se la restrizione risultante da una normativa quale quella in questione nella causa principale sia giustificata
         da motivi imperativi di interesse generale (v. sentenza ELISA, cit., punto 79).
      
      118    Secondo i governi austriaco, tedesco, italiano, finlandese e neerlandese, se è certo vero che una restrizione ai movimenti
         di capitali provenienti da Stati terzi può essere giustificata, lo stesso non vale nel caso in cui tale restrizione riguardi
         i movimenti di capitali tra Stati membri (v. citate sentenze Test Claimants in the FII Group Litigation, punto 171, e A, punto 37).
         I detti governi ritengono che la necessità di garantire una ripartizione equilibrata del potere impositivo nei rapporti tra
         gli Stati membri e gli Stati terzi diversi da quelli aderenti all’Accordo SEE possa costituire un motivo imperativo di interesse
         generale che dispensa gli Stati membri dal riservare ai dividendi originari dei suddetti Stati terzi un trattamento fiscale
         identico a quello accordato ai dividendi provenienti da società residenti. I citati governi chiariscono che, mentre gli Stati
         membri sono tenuti a concedere ad una società stabilita in un altro Stato membro gli stessi vantaggi fiscali che essi accordano
         alle società stabilite nel loro territorio, un simile obbligo non sussiste tra gli Stati membri dell’Unione e gli Stati terzi
         nei confronti delle società stabilite nei rispettivi territori. Se l’art. 63 TFUE dovesse essere inteso nel senso che impone
         a uno Stato membro l’obbligo di trattare i dividendi provenienti da Stati terzi diversi da quelli aderenti all’Accordo SEE
         allo stesso modo dei dividendi versati da società residenti, il margine di manovra degli Stati membri per negoziare le convenzioni
         in materia tributaria e garantirsi così una ripartizione equilibrata del potere impositivo nei loro rapporti con gli Stati
         terzi diverrebbe in pratica inesistente.
      
      119    A questo proposito, occorre ricordare che la giurisprudenza riguardante le restrizioni all’esercizio delle libertà di circolazione
         in seno all’Unione non può essere integralmente applicata ai movimenti di capitali tra gli Stati membri e gli Stati terzi,
         in quanto tali movimenti si iscrivono in un contesto giuridico differente (sentenza Établissements Rimbaud, cit., punto 40
         e la giurisprudenza ivi citata).
      
      120    Ciò premesso, non si può escludere che uno Stato membro possa dimostrare che una restrizione dei movimenti di capitali a destinazione
         di Stati terzi o in provenienza da essi sia giustificata da un determinato motivo in circostanze in cui tale motivo non potrebbe
         costituire una giustificazione valida per una restrizione ai movimenti di capitali tra Stati membri (sentenza A, cit., punti 36
         e 37, nonché citate ordinanze Test Claimants in the CFC and Dividend Group Litigation, punto 93, e KBC Bank e Beleggen, Risicokapitaal,
         Beheer, punto 73).
      
      121    La Corte ha già riconosciuto che una restrizione all’esercizio di una libertà di circolazione in seno all’Unione può essere
         giustificata al fine di preservare la ripartizione del potere impositivo tra gli Stati membri (v., in tal senso, sentenze
         13 dicembre 2005, causa C‑446/03, Marks & Spencer, Racc. pag. I‑10837, punto 45; 18 luglio 2007, causa C‑231/05, Oy AA, Racc. pag. I‑6373,
         punto 51, e 15 maggio 2008, causa C‑414/06, Lidl Belgium, Racc. pag. I‑3601, punto 42). Pertanto, una simile giustificazione,
         costituente un motivo imperativo di interesse generale, può, a fortiori, essere riconosciuta nei rapporti degli Stati membri
         con gli Stati terzi.
      
      122    Tuttavia, perché la diversità di trattamento tra i dividendi di origine nazionale e i dividendi provenienti da Stati terzi
         diversi da quelli aderenti all’Accordo SEE possa essere giustificata da un siffatto motivo imperativo di interesse generale,
         essa dev’essere idonea a garantire il conseguimento dello scopo perseguito e non deve eccedere quanto necessario per raggiungerlo
         (v. sentenze 15 maggio 1997, causa C‑250/95, Futura Participations e Singer, Racc. pag. I‑2471, punto 26; 11 marzo 2004, causa
         C‑9/02, de Lasteyrie du Saillant, Racc. pag. I‑2409, punto 49, nonché Marks & Spencer, cit., punto 35).
      
      123    Occorre precisare che il fatto di assoggettare i dividendi di portafoglio percepiti da una società residente ad un medesimo
         trattamento, indipendentemente dal fatto che essi provengano da un’altra società residente oppure da una società stabilita
         in uno Stato terzo diverso da quelli aderenti all’Accordo SEE, non avrebbe come conseguenza che redditi normalmente imponibili
         nello Stato membro di residenza della società beneficiaria verrebbero spostati verso lo Stato terzo in questione (v., in tal
         senso, sentenza Glaxo Wellcome, cit., punto 87). Come sottolineato dall’avvocato generale al paragrafo 120 delle sue conclusioni,
         nella causa principale viene in questione non già il potere impositivo riguardante le attività economiche nel territorio nazionale,
         bensì la tassazione di redditi esteri.
      
      124    Pertanto, la diversità di trattamento dei dividendi di portafoglio a seconda della loro origine nazionale o estera non può
         essere giustificata sulla base della necessità di preservare la ripartizione del potere impositivo tra gli Stati membri e
         gli Stati terzi diversi da quelli aderenti all’Accordo SEE.
      
      125    Vero è che l’esenzione dei dividendi di portafoglio distribuiti da società stabilite in uno Stato terzo diverso da quelli
         aderenti all’Accordo SEE, ovvero l’imputazione dell’imposta pagata in tale Stato, determinerebbe, per la Repubblica d’Austria,
         una riduzione delle sue entrate tributarie a titolo dell’imposta sulle società.
      
      126    Tuttavia, risulta da una costante giurisprudenza che la riduzione delle entrate tributarie non può essere considerata un motivo
         imperativo di interesse generale invocabile per giustificare una misura contraria, in linea di principio, ad una libertà fondamentale
         (v., in particolare, sentenze Manninen, cit., punto 49, e 14 settembre 2006, causa C‑386/04, Centro di Musicologia Walter
         Stauffer, Racc. pag. I‑8203, punto 59).
      
      127    Quanto alla mancanza di reciprocità nei rapporti tra gli Stati membri e gli Stati terzi, occorre ricordare che, quando il
         principio della libera circolazione dei capitali è stato esteso, dall’art. 56, n. 1, CE, divenuto art. 63, n. 1, TFUE, ai
         movimenti di capitali tra gli Stati terzi e gli Stati membri, questi ultimi hanno scelto di affermare tale principio nello
         stesso articolo e negli stessi termini per i movimenti di capitali che hanno luogo all’interno dell’Unione e per quelli che
         riguardano rapporti con Stati terzi (sentenza A, cit., punto 31).
      
      128    Stanti tali premesse, un’assenza di reciprocità nei rapporti tra gli Stati membri e gli Stati terzi diversi da quelli aderenti
         all’Accordo SEE non può giustificare una restrizione dei movimenti di capitali tra gli Stati membri e tali Stati terzi.
      
      129    Il governo austriaco sostiene poi che il suo regime fiscale è giustificato dalla necessità di garantire l’efficacia dei controlli
         fiscali alla luce del fatto che le attuali convenzioni contro le doppie imposizioni vigenti con gli Stati terzi non garantiscono
         uno scambio di informazioni con le autorità competenti di tali Stati di livello identico a quello previsto, dalla direttiva
         77/799, tra le autorità degli Stati membri.
      
      130    A questo proposito, occorre ricordare che il quadro di cooperazione tra le autorità competenti degli Stati membri istituito
         dalla direttiva 77/799 non sussiste tra tali autorità e le competenti autorità di uno Stato terzo qualora quest’ultimo non
         abbia assunto alcun impegno di reciproca assistenza (v. citate sentenze Commissione/Italia, punto 70, e Établissements Rimbaud,
         punto 41).
      
      131    Ne consegue che, qualora una normativa di uno Stato membro subordini il godimento di un vantaggio fiscale al soddisfacimento
         di condizioni il cui rispetto può essere verificato soltanto ottenendo informazioni dalle autorità competenti di uno Stato
         terzo diverso da quelli aderenti all’Accordo SEE, detto Stato membro può, in linea di principio, legittimamente rifiutare
         la concessione di tale vantaggio qualora, segnatamente a motivo dell’assenza di un obbligo pattizio di fornire informazioni
         gravante sul citato Stato terzo, risulti impossibile ottenere da quest’ultimo le informazioni in questione (v., per analogia,
         sentenza Établissements Rimbaud, cit., punto 44).
      
      132    Tuttavia, occorre constatare che la normativa nazionale in questione nella causa principale non subordina un’eventuale esenzione
         dei dividendi di portafoglio pagati da una società stabilita in uno Stato terzo diverso da quelli aderenti all’Accordo SEE,
         ovvero un’eventuale imputazione dell’imposta pagata in tale Stato terzo, all’esistenza di un accordo di reciproca assistenza
         tra lo Stato membro in questione e lo Stato terzo interessato. Infatti, a norma dell’art. 10 del KStG, i dividendi di portafoglio
         provenienti da Stati terzi diversi da quelli aderenti all’Accordo SEE sono sempre assoggettati all’imposta sulle società in
         Austria, senza che la normativa nazionale controversa preveda alcun vantaggio fiscale a favore di tali dividendi al fine di
         prevenire la loro doppia imposizione economica.
      
      133    Considerate tali circostanze, la differenza che esiste, sotto il profilo della cooperazione tra le autorità tributarie, tra
         la situazione caratterizzante i rapporti tra gli Stati membri in seno all’Unione, da un lato, e quella propria dei rapporti
         tra gli Stati membri e gli Stati terzi, dall’altro, non può giustificare una diversità di trattamento fiscale tra i dividendi
         di portafoglio di origine nazionale e quelli provenienti da Stati terzi diversi da quelli aderenti all’Accordo SEE.
      
      134    Infine, il governo austriaco rileva che, se la normativa in questione nella causa principale fosse contraria alla libera circolazione
         dei capitali, occorrerebbe verificare se le partecipazioni in società stabilite in Stati terzi non debbano essere qualificate
         come investimenti diretti ai sensi dell’art. 64, n. 1, TFUE, dal momento che, in tal caso, il regime nazionale potrebbe essere
         considerato come già esistente alla data del 31 dicembre 1993. Tale regime potrebbe dunque in tal caso essere considerato
         giustificato dalla clausola di «standstill» contenuta nel citato articolo del Trattato FUE.
      
      135    Al riguardo, occorre ricordare che, ai sensi dell’art. 64, n. 1, TFUE, le disposizioni di cui all’art. 63 TFUE lasciano impregiudicata
         l’applicazione agli Stati terzi delle restrizioni in vigore alla data del 31 dicembre 1993 in virtù delle legislazioni nazionali
         o della legislazione dell’Unione per quanto concerne i movimenti di capitali da e verso Stati terzi che implichino investimenti
         diretti.
      
      136    Ne consegue che, nel caso in cui, precedentemente al 31 dicembre 1993, uno Stato membro abbia adottato una normativa che stabilisce
         restrizioni ai movimenti di capitali provenienti da Stati terzi o a questi diretti vietate dall’art. 63 TFUE e, dopo la data
         di cui sopra, adotti misure che, pur costituendo anch’esse una restrizione ai suddetti movimenti, siano sostanzialmente identiche
         alla normativa precedente oppure si limitino a ridurre o a sopprimere un ostacolo all’esercizio dei diritti e delle libertà
         dell’Unione previsto dalla normativa precedente, l’art. 63 TFUE non osta all’applicazione agli Stati terzi di queste ultime
         misure quando esse si applichino a movimenti di capitali implicanti investimenti diretti (sentenza Test Claimants in the FII
         Group Litigation, cit., punto 196).
      
      137    La Corte ha già statuito che non possono essere considerate investimenti diretti le partecipazioni in una società che non
         siano acquisite al fine di creare o mantenere legami economici durevoli e diretti tra l’azionista e tale società e non consentano
         all’azionista di partecipare effettivamente alla gestione o al controllo di quest’ultima (sentenza Test Claimants in the FII
         Group Litigation, cit., punto 196). Poiché la normativa esaminata nell’ambito della presente questione riguarda unicamente
         le partecipazioni inferiori al 10% del capitale sociale della società distributrice, si deve ritenere che essa non rientri
         nell’ambito di applicazione ratione materiae dell’art. 64, n. 1, TFUE.
      
      138    Alla luce dell’insieme delle considerazioni che precedono, occorre dunque risolvere la terza questione sollevata dichiarando
         che l’art. 63 TFUE deve essere interpretato nel senso che esso osta ad una normativa nazionale, la quale, al fine di prevenire
         una doppia imposizione economica, esenti dall’imposta sulle società i dividendi di portafoglio percepiti da una società residente
         e distribuiti da un’altra società residente, e che, per i dividendi distribuiti da una società stabilita in uno Stato terzo
         diverso da quelli aderenti all’Accordo SEE, non preveda né l’esenzione dei dividendi, né un sistema di imputazione dell’imposta
         pagata dalla società distributrice nel suo Stato di residenza.
      
      4.     Sulla quarta questione
      139    Con la sua quarta questione, il giudice del rinvio desidera sapere, in sostanza, se l’art. 63 TFUE osti a che un’amministrazione
         nazionale applichi il metodo dell’imputazione per i dividendi di portafoglio provenienti da società stabilite in uno Stato
         terzo aderente all’Accordo SEE con il quale la Repubblica d’Austria non abbia concluso un accordo generale di reciproca assistenza
         in materia amministrativa e di riscossioni, o provenienti da società stabilite in un altro Stato terzo, malgrado che tale
         metodo comporti oneri amministrativi asseritamente eccessivi per il beneficiario dei dividendi, e ciò faccia a motivo del
         fatto che il metodo dell’imputazione sarebbe quello che, secondo una decisione del Verwaltungsgerichtshof, corrisponde meglio
         alla volontà del legislatore, mentre la non applicabilità del limite di partecipazione del 10% avrebbe come conseguenza un’esenzione
         fiscale e dunque la prevenzione automatica della doppia imposizione economica per i dividendi di portafoglio provenienti da
         società stabilite negli Stati terzi.
      
      140    A questo proposito occorre ricordare che il Verwaltungsgerichtshof ha affermato che, per rimediare al trattamento fiscale
         meno favorevole al quale sono assoggettati i dividendi provenienti da società non residenti rispetto a quelli provenienti
         da società residenti, occorreva applicare alla prima categoria di dividendi non già il metodo dell’esenzione, bensì quello
         consistente nell’imputare all’imposta dovuta in Austria l’imposta pagata sui dividendi nello Stato di residenza della società
         distributrice.
      
      141    Come ricordato al punto 86 della presente sentenza, il diritto dell’Unione non vieta che uno Stato membro prevenga l’imposizione
         a catena di dividendi percepiti da una società residente applicando disposizioni che esentano da imposta tali dividendi allorché
         vengono versati da una società residente, evitando al tempo stesso la suddetta imposizione a catena, attraverso un sistema
         di imputazione, nel caso in cui i dividendi in questione vengano versati da una società non residente, a condizione però che
         l’aliquota d’imposta sui dividendi di origine estera non sia superiore a quella applicata ai dividendi di origine nazionale
         e che il credito d’imposta sia perlomeno pari all’importo versato nello Stato della società distributrice, sino a concorrenza
         dell’importo dell’imposta applicata nello Stato membro della società beneficiaria.
      
      142    Inoltre, spetta in linea di principio agli Stati membri, quando introducono meccanismi volti a prevenire o ad attenuare l’imposizione
         a catena di utili distribuiti, determinare la categoria di contribuenti ammessi a beneficiare dei detti meccanismi, e introdurre,
         a tale scopo, soglie basate sulla partecipazione che tali contribuenti detengono nelle società distributrici interessate (sentenza
         Test Claimants in the FII Group Litigation, cit., punto 67). 
      
      143    Pertanto, l’art. 63 TFUE non osta alla prassi di un’autorità tributaria nazionale che, per i dividendi provenienti da alcuni
         Stati terzi, applichi il metodo dell’imputazione al di sotto di una certa soglia di partecipazione della società beneficiaria
         nel capitale della società distributrice ed il metodo dell’esenzione in caso di superamento di tale soglia, ed applichi invece
         sistematicamente il metodo dell’esenzione per i dividendi di origine nazionale, a condizione però che i meccanismi in questione
         intesi a prevenire o ad attenuare l’imposizione a catena di utili distribuiti conducano ad un risultato equivalente.
      
      144    Gli oneri amministrativi asseritamente eccessivi che l’applicazione del metodo dell’imputazione comporta sono già stati presi
         in esame ai punti 92‑99 e 104 della presente sentenza.
      
      145    Con la sua quarta questione, sub b) e c), il giudice del rinvio chiede altresì alla Corte se l’art. 63 TFUE osti ad una normativa
         o ad una prassi nazionale la quale, per i dividendi di portafoglio distribuiti da una società stabilita in uno Stato terzo
         diverso da quelli aderenti all’Accordo SEE, subordini l’applicazione del metodo dell’imputazione all’esistenza di un accordo
         di reciproca assistenza con lo Stato terzo di cui trattasi.
      
      146    Tuttavia, una simile questione ha natura puramente ipotetica ed è pertanto irricevibile (v. sentenza 22 giugno 2010, cause
         riunite C‑188/10 e C‑189/10, Melki e Abdeli, Racc. pag. I-5667, punto 27 e la giurisprudenza ivi citata).
      
      147    Occorre dunque risolvere la quarta questione sollevata dichiarando che l’art. 63 TFUE non osta alla prassi di un’autorità
         tributaria nazionale che, per i dividendi provenienti da alcuni Stati terzi, applichi il metodo dell’imputazione al di sotto
         di una certa soglia di partecipazione della società beneficiaria nel capitale della società distributrice ed il metodo dell’esenzione
         in caso di superamento di tale soglia, ed applichi invece sistematicamente il metodo dell’esenzione per i dividendi di origine
         nazionale, a condizione però che i meccanismi in questione intesi a prevenire o a attenuare l’imposizione a catena di utili
         distribuiti conducano ad un risultato equivalente. Il fatto che l’amministrazione tributaria nazionale richieda alla società
         beneficiaria dei dividendi informazioni in merito all’imposta effettivamente applicata sugli utili della società distributrice
         dei dividendi nello Stato terzo di residenza di quest’ultima è inerente al funzionamento stesso del metodo dell’imputazione
         e non pregiudica, in quanto tale, l’equivalenza dei metodi dell’esenzione e dell’imputazione.
      
      C –  Sulle questioni pregiudiziali nella causa C‑437/08
      148    Con le sue questioni della causa C‑437/08, il giudice del rinvio chiede in sostanza, in primo luogo, se l’art. 63 TFUE osti
         ad una normativa nazionale, come quella in questione nella causa principale, la quale preveda, a determinate condizioni, l’applicazione
         del metodo dell’imputazione ai dividendi provenienti da una società stabilita in un altro Stato membro o in uno Stato terzo,
         mentre invece i dividendi di origine nazionale sono sempre esentati dall’imposta sulle società, e che, per gli esercizi fiscali
         nel corso dei quali la società beneficiaria abbia registrato perdite di esercizio, non preveda alcun riporto dell’imputazione
         agli esercizi successivi.
      
      149    In secondo luogo, il giudice del rinvio desidera sapere se l’art. 63 TFUE obblighi uno Stato membro a tener conto, ai fini
         dell’applicazione del metodo dell’imputazione ai dividendi di origine estera, non soltanto dell’imposta sulle società pagata
         nello Stato in cui la società distributrice dei dividendi è stabilita, ma anche della ritenuta alla fonte applicata in tale
         Stato.
      
      1.     Sulla ricevibilità
      150    Il governo austriaco ritiene che le questioni non abbiano alcun rapporto con la controversia nella causa principale, dato
         che quest’ultima verte soltanto sull’esercizio fiscale 2002, ossia quello durante il quale si sono verificate le perdite di
         esercizio. L’eventuale riporto dell’imputazione dell’imposta pagata all’estero potrebbe riguardare unicamente gli esercizi
         successivi.
      
      151    Tale argomento deve essere respinto.
      
      152    A questo proposito occorre constatare che, anche se la causa principale riguarda soltanto la tassazione a titolo dell’esercizio
         fiscale 2002, ossia l’anno nel corso del quale la Salinen ha subìto delle perdite, il giudice del rinvio mira ad appurare,
         attraverso i suoi quesiti, se l’applicazione, per tale esercizio fiscale, del metodo dell’imputazione ai dividendi che tale
         società percepisce da una società non residente possa essere considerata come equivalente ad un’esenzione fiscale di tali
         dividendi. Esso chiede anche se tale applicazione sia compatibile con l’art. 63 TFUE, nell’ipotesi in cui il metodo suddetto
         non consenta alla società beneficiaria di riportare agli esercizi successivi l’imposta pagata nello Stato di residenza della
         società distributrice dei dividendi.
      
      153    Stanti tali premesse, le questioni sollevate nella causa C‑437/08 sono ricevibili.
      
      2.     Nel merito
      154    Alla luce delle questioni sollevate dal giudice del rinvio, occorre esaminare, in primo luogo, se l’art. 63 TFUE imponga a
         uno Stato membro, che applica il metodo dell’imputazione per i dividendi distribuiti da società non residenti e il metodo
         dell’esenzione per i dividendi provenienti da società residenti, l’obbligo di prevedere il riporto dell’imputazione dell’imposta
         pagata, nel caso in cui, per l’esercizio fiscale nel corso del quale la società beneficiaria percepisce i dividendi, quest’ultima
         registri perdite di esercizio.
      
      155    Il governo austriaco ritiene che l’art. 63 TFUE non gli imponga di prevedere tale riporto. Infatti, se gli utili fossero assoggettati
         nello Stato di residenza della società distributrice ad un’imposta superiore all’imposta prelevata dallo Stato della società
         beneficiaria, quest’ultimo Stato sarebbe tenuto a concedere un credito di imposta soltanto nei limiti dell’importo dell’imposta
         sulle società dovuto dalla società beneficiaria (sentenza Test Claimants in the FII Group Litigation, cit., punto 52). Allo
         stesso modo, nel caso in cui, a motivo di perdite subite dalla società beneficiaria nel corso dell’anno della distribuzione
         dei dividendi, non venga pagata alcuna imposta nazionale sui dividendi percepiti, lo Stato della società beneficiaria non
         sarebbe tenuto ad accordare un credito d’imposta, né per l’esercizio fiscale corrispondente a tale anno né, a fortiori, per
         gli esercizi fiscali successivi.
      
      156    A questo proposito occorre ricordare che l’art. 63 TFUE impone ad uno Stato membro, il quale applichi un sistema di prevenzione
         della doppia imposizione economica nel caso di dividendi versati a società residenti da altre società residenti, l’obbligo
         di concedere un trattamento equivalente ai dividendi versati a società residenti da società non residenti (v. sentenza Test
         Claimants in the FII Group Litigation, cit., punto 72).
      
      157    Nella causa principale, risulta dall’art. 10, n. 6, del KStG che, nell’ambito del sistema di imputazione di cui trattasi,
         i dividendi distribuiti dalle società non residenti vengono integrati nella base imponibile della società beneficiaria, riducendo
         così, nel caso in cui si registrino delle perdite riferite all’esercizio fiscale in questione, l’ammontare di queste ultime
         in misura pari ai dividendi percepiti. Pertanto, l’importo delle perdite riportabili agli esercizi fiscali successivi risulta
         diminuito in identica misura. Al contrario, i dividendi provenienti da società residenti, che sono esentati, non incidono
         in alcun modo sulla base imponibile della società beneficiaria e dunque neppure sulle perdite di quest’ultima eventualmente
         riportabili.
      
      158    Ne consegue che, anche se i dividendi distribuiti da una società non residente e percepiti da una società residente non vengono
         assoggettati all’imposta sulle società nello Stato membro in cui quest’ultima società è stabilita a titolo dell’esercizio
         fiscale nel corso del quale essi sono stati percepiti, la riduzione delle perdite della società beneficiaria è idonea a determinare
         per quest’ultima, ove essa non benefici di un riporto dell’imputazione dell’imposta pagata dalla società distributrice, una
         doppia imposizione economica a carico di tali dividendi in occasione degli esercizi fiscali successivi, qualora il risultato
         di detta società beneficiaria sia positivo (v., in tal senso, sentenza 12 febbraio 2009, causa C‑138/07, Cobelfret, Racc. pag. I‑731,
         punti 39 e 40, e ordinanza KBC Bank e Beleggen, Risicokapitaal, Beheer, cit., punti 39 e 40). Al contrario, nessun rischio
         di doppia imposizione economica grava sui dividendi di origine nazionale, a motivo dell’applicazione nei loro confronti del
         metodo dell’esenzione.
      
      159    Qualora una normativa nazionale, quale quella in questione nella causa principale, non preveda il riporto dell’imputazione
         dell’imposta sulle società pagata nello Stato di stabilimento della società distributrice dei dividendi, i dividendi di origine
         estera subiscono, in un sistema come quello oggetto del procedimento a quo, una tassazione superiore a quella risultante dall’applicazione
         del metodo dell’esenzione per i dividendi di origine nazionale.
      
      160    Tenuto conto di quanto chiarito al punto 156 della presente sentenza, occorre dichiarare che l’art. 63 TFUE osta ad una normativa
         siffatta.
      
      161    Contrariamente a quanto affermato dal governo austriaco, una normativa quale quella in questione nella causa principale non
         può essere giustificata dal fatto che, nell’ambito dell’applicazione del metodo dell’imputazione, uno Stato membro è tenuto
         ad accordare un credito d’imposta soltanto entro il limite dell’importo dell’imposta sulle società dovuto dalle società beneficiarie
         (v. sentenza Test Claimants in the FII Group Litigation, cit., punti 50 e 52).
      
      162    Indubbiamente, risulta dalla giurisprudenza che l’equivalenza dei metodi dell’esenzione e dell’imputazione non impone che,
         nell’ambito di quest’ultimo metodo, venga concesso un credito d’imposta per i dividendi provenienti da società non residenti
         che sia superiore al livello di tassazione nazionale (v. sentenza Test Claimants in the FII Group Litigation, cit., punti 50
         e 52). Infatti, la concessione di un credito d’imposta entro i limiti dell’importo dell’imposta sulle società dovuto dalle
         società beneficiarie è sufficiente per eliminare la doppia imposizione economica dei dividendi distribuiti.
      
      163    Tuttavia, come risulta dal punto 158 della presente sentenza, una normativa nazionale che non consenta, per i dividendi provenienti
         da società non residenti, il riporto dell’imputazione dell’imposta pagata all’estero, e che esenti invece dall’imposta sulle
         società i dividendi di origine nazionale, non previene la doppia imposizione economica nei confronti dei dividendi di origine
         estera.
      
      164    Orbene, in considerazione del fatto che, rispetto ad una disciplina tributaria volta a prevenire o ad attenuare la doppia
         imposizione degli utili distribuiti, la situazione di una società che percepisce dividendi di origine estera è paragonabile
         a quella di una società che percepisce dividendi di origine nazionale, dal momento che, in entrambi i casi, gli utili realizzati
         possono, in linea di principio, essere oggetto di un’imposizione a catena (v. sentenza Test Claimants in the FII Group Litigation,
         cit., punto 62), una differenza di trattamento, quale quella in questione nella causa principale, tra i dividendi di origine
         nazionale, da un lato, e i dividendi di origine estera, dall’altro, non può essere giustificata da una diversità di situazione
         correlata al luogo in cui i capitali sono investiti.
      
      165    Infine, e diversamente da quanto asserito dal governo italiano, la differenza di trattamento in questione nella causa principale
         non può essere giustificata dalla necessità di evitare che, in seno ad un gruppo di società cui appartengono la società beneficiaria
         dei dividendi e la società non residente distributrice degli stessi, vengano realizzate costruzioni di puro artificio dirette
         a modificare l’origine dei dividendi al solo scopo di ottenere vantaggi fiscali. A questo riguardo, è sufficiente constatare
         che la misura nazionale in questione nella causa principale, che restringe la libera circolazione dei capitali, non concerne
         specificamente le costruzioni di puro artificio, prive di realtà economica, il cui solo scopo sia di ottenere un vantaggio
         fiscale (v., in tal senso, sentenza Glaxo Wellcome, cit., punto 89 e la giurisprudenza ivi citata). Inoltre, come sottolineato
         dall’avvocato generale al paragrafo 160 delle sue conclusioni, l’esistenza di costruzioni di puro artificio in seno ad un
         gruppo societario sembra essere esclusa in un caso quale quello oggetto della causa principale, dato che la Salinen ha percepito
         dividendi derivanti da partecipazioni inferiori al 10% del capitale della società distributrice e detenute in comproprietà
         con altri investitori per il tramite di un fondo di investimento nazionale.
      
      166    In secondo luogo, quanto alla questione se, nell’ambito dell’applicazione del metodo dell’imputazione, si debba tener conto
         dell’imposta ritenuta alla fonte nello Stato della società distributrice, occorre ricordare che tale imposta, ove non venga
         imputata nello Stato in cui è stabilita la società che percepisce i dividendi in questione, crea i presupposti per una doppia
         imposizione giuridica.
      
      167    A questo proposito occorre ricordare che spetta a ciascuno Stato membro organizzare, in osservanza del diritto dell’Unione,
         il proprio sistema di tassazione degli utili distribuiti e definire, in tale ambito, la base imponibile nonché il tasso d’imposizione
         che vengono applicati in capo all’azionista beneficiario (v., in particolare, sentenze Test Claimants in Class IV of the ACT
         Group Litigation, cit., punto 50; Test Claimants in the FII Group Litigation, cit., punto 47, e 20 maggio 2008, causa C‑194/06,
         Orange European Smallcap Fund, Racc. pag. I‑3747, punto 30).
      
      168    Ne consegue, da un lato, che i dividendi distribuiti da una società stabilita in uno Stato membro a un azionista residente
         in un altro Stato membro possono subire una doppia imposizione giuridica qualora i due Stati membri decidano di esercitare
         la propria competenza fiscale e di assoggettare tali dividendi a tassazione in capo all’azionista (sentenza 16 luglio 2009,
         causa C‑128/08, Damseaux, Racc. pag. I‑6823, punto 26).
      
      169    Dall’altro lato, la Corte ha già avuto modo di affermare che le conseguenze svantaggiose che possono derivare dall’esercizio
         parallelo da parte di diversi Stati membri della loro competenza fiscale, se e in quanto tale esercizio non sia discriminatorio,
         non costituiscono restrizioni vietate dal Trattato (sentenza 3 giugno 2010, causa C‑487/08, Commissione/Spagna, Racc. pag. I-4843,
         punto 56 e la giurisprudenza ivi citata).
      
      170    Poiché il diritto dell’Unione, al suo stato attuale, non stabilisce criteri generali per la ripartizione delle competenze
         tra gli Stati membri per quanto riguarda l’eliminazione della doppia imposizione all’interno dell’Unione, la circostanza che
         tanto lo Stato membro della fonte dei dividendi quanto lo Stato membro di residenza dell’azionista possano tassare tali dividendi
         non implica che lo Stato membro di residenza sia tenuto, in forza del diritto dell’Unione, a prevenire gli svantaggi che potrebbero
         derivare dall’esercizio della competenza così ripartita da parte dei due Stati membri (v. sentenze Damseaux, cit., punti 30
         e 34, e 15 aprile 2010, causa C‑96/08, CIBA, Racc. pag. I-2911, punti 27 e 28).
      
      171    Stanti tali premesse, l’art. 63 TFUE non può essere interpretato nel senso che esso obblighi uno Stato membro a prevedere,
         nella propria normativa tributaria, l’imputazione dell’imposta prelevata sui dividendi mediante ritenuta alla fonte in un
         altro Stato membro al fine di prevenire la doppia imposizione giuridica dei dividendi percepiti da una società stabilita nel
         primo Stato membro, doppia imposizione che consegue dall’esercizio parallelo, da parte degli Stati membri in questione, della
         loro rispettiva competenza fiscale (v., in tal senso, sentenza 14 novembre 2006, causa C‑513/04, Kerckhaert e Morres, Racc. pag. I‑10967,
         punti 22‑24).
      
      172    La medesima constatazione si impone a fortiori nel caso in cui la doppia imposizione giuridica consegua dall’esercizio parallelo,
         da parte di uno Stato membro e di uno Stato terzo, della loro rispettiva competenza fiscale, così come risulta dai punti 119
         e 120 della presente sentenza.
      
      173    Alla luce dell’insieme delle considerazioni che precedono, occorre risolvere le questioni sollevate dichiarando che l’art. 63 TFUE
         deve essere interpretato nel senso:
      
      –        che esso osta ad una normativa nazionale, la quale conceda alle società residenti la possibilità di riportare perdite subite
         nel corso di un esercizio fiscale agli esercizi fiscali successivi, e che prevenga la doppia imposizione economica dei dividendi
         applicando il metodo dell’esenzione ai dividendi di origine nazionale e, per contro, il metodo dell’imputazione ai dividendi
         distribuiti da società stabilite in un altro Stato membro o in uno Stato terzo, se e in quanto tale normativa non consenta,
         in ipotesi di applicazione del metodo dell’imputazione, di riportare l’imputazione dell’imposta sulle società pagata nello
         Stato di residenza della società distributrice dei dividendi agli esercizi successivi nel caso in cui, per l’esercizio nel
         corso del quale la società beneficiaria ha percepito i dividendi di origine estera, tale società abbia registrato perdite
         di esercizio, e
      
      –        che esso non obbliga uno Stato membro a prevedere, nella propria normativa tributaria, l’imputazione dell’imposta prelevata
         sui dividendi mediante ritenuta alla fonte in un altro Stato membro o in uno Stato terzo, al fine di prevenire la doppia imposizione
         giuridica dei dividendi percepiti da una società stabilita nel primo Stato membro, doppia imposizione che consegue dall’esercizio
         parallelo, da parte degli Stati in questione, della loro rispettiva competenza fiscale.
      
      IV –  Sulle spese
      174    Nei confronti delle parti nella causa principale il presente procedimento costituisce un incidente sollevato dinanzi al giudice
         nazionale, cui spetta quindi statuire sulle spese. Le spese sostenute da altri soggetti per presentare osservazioni alla Corte
         non possono dar luogo a rifusione.
      
      Per questi motivi, la Corte (Terza Sezione) dichiara:
      1)      L’art. 63 TFUE deve essere interpretato nel senso che esso osta ad una normativa di uno Stato membro, la quale preveda l’esenzione
            dall’imposta sulle società per i dividendi di portafoglio provenienti da partecipazioni detenute in società residenti, e che
            subordini tale esenzione per i dividendi di portafoglio provenienti da società stabilite negli Stati terzi aderenti all’Accordo
            sullo Spazio economico europeo, del 2 maggio 1992, all’esistenza di un accordo generale di reciproca assistenza in materia
            amministrativa e di riscossioni tra lo Stato membro e lo Stato terzo interessati, nella misura in cui soltanto l’esistenza
            di un accordo di reciproca assistenza in materia amministrativa risulta necessaria per raggiungere gli obiettivi della normativa
            in questione.
      2)      L’art. 63 TFUE deve essere interpretato nel senso che esso non osta ad una normativa di uno Stato membro, la quale esenti
            dall’imposta sulle società i dividendi di portafoglio che una società residente percepisce da un’altra società residente,
            assoggettando invece a tale imposta i dividendi di portafoglio che una società residente percepisce da una società stabilita
            in un altro Stato membro o in uno Stato terzo aderente all’Accordo sullo Spazio economico europeo, del 2 maggio 1992, a condizione
            però che l’imposta pagata nello Stato di residenza di quest’ultima società venga imputata all’imposta dovuta nello Stato membro
            della società beneficiaria e che gli oneri amministrativi imposti a quest’ultima per poter beneficiare di tale imputazione
            non siano eccessivi. Eventuali informazioni che vengano richieste dall’amministrazione tributaria nazionale alla società beneficiaria
            dei dividendi in merito all’imposta effettivamente applicata sugli utili della società distributrice dei dividendi nello Stato
            di residenza di quest’ultima sono inerenti al funzionamento stesso del metodo dell’imputazione e non possono essere considerate
            come un onere amministrativo eccessivo.
      3)      L’art. 63 TFUE deve essere interpretato nel senso che esso osta ad una normativa nazionale, la quale, al fine di prevenire
            una doppia imposizione economica, esenti dall’imposta sulle società i dividendi di portafoglio percepiti da una società residente
            e distribuiti da un’altra società residente, e che, per i dividendi distribuiti da una società stabilita in uno Stato terzo
            diverso da quelli aderenti all’Accordo sullo Spazio economico europeo, del 2 maggio 1992, non preveda né l’esenzione dei dividendi,
            né un sistema di imputazione dell’imposta pagata dalla società distributrice nel suo Stato di residenza.
      4)      L’art. 63 TFUE non osta alla prassi di un’autorità tributaria nazionale che, per i dividendi provenienti da alcuni Stati terzi,
            applichi il metodo dell’imputazione al di sotto di una certa soglia di partecipazione della società beneficiaria nel capitale
            della società distributrice ed il metodo dell’esenzione in caso di superamento di tale soglia, ed applichi invece sistematicamente
            il metodo dell’esenzione per i dividendi di origine nazionale, a condizione però che i meccanismi in questione intesi a prevenire
            o a attenuare l’imposizione a catena di utili distribuiti conducano ad un risultato equivalente. Il fatto che l’amministrazione
            tributaria nazionale richieda alla società beneficiaria dei dividendi informazioni in merito all’imposta effettivamente applicata
            sugli utili della società distributrice dei dividendi nello Stato terzo di residenza di quest’ultima è inerente al funzionamento
            stesso del metodo dell’imputazione e non pregiudica, in quanto tale, l’equivalenza dei metodi dell’esenzione e dell’imputazione.
      5)      L’art. 63 TFUE deve essere interpretato nel senso: 
      –        che esso osta ad una normativa nazionale, la quale conceda alle società residenti la possibilità di riportare perdite subite
            nel corso di un esercizio fiscale agli esercizi fiscali successivi, e che prevenga la doppia imposizione economica dei dividendi
            applicando il metodo dell’esenzione ai dividendi di origine nazionale e, per contro, il metodo dell’imputazione ai dividendi
            distribuiti da società stabilite in un altro Stato membro o in uno Stato terzo, se e in quanto tale normativa non consenta,
            in ipotesi di applicazione del metodo dell’imputazione, di riportare l’imputazione dell’imposta sulle società pagata nello
            Stato di residenza della società distributrice dei dividendi agli esercizi successivi nel caso in cui, per l’esercizio nel
            corso del quale la società beneficiaria ha percepito i dividendi di origine estera, tale società abbia registrato perdite
            di esercizio, e
      –        che esso non obbliga uno Stato membro a prevedere, nella propria normativa tributaria, l’imputazione dell’imposta prelevata
            sui dividendi mediante ritenuta alla fonte in un altro Stato membro o in uno Stato terzo, al fine di prevenire la doppia imposizione
            giuridica dei dividendi percepiti da una società stabilita nel primo Stato membro, doppia imposizione che consegue dall’esercizio
            parallelo, da parte degli Stati in questione, della loro rispettiva competenza fiscale.
      Firme
      * Lingua processuale: il tedesco.