CELEX: 62009CC0477
Language: it
Date: 2010-11-17 00:00:00
Title: Conclusioni dell'avvocato generale Mengozzi del 17 novembre 2010. # Charles Defossez contro Christian Wiart e altri. # Domanda di pronuncia pregiudiziale: Cour de cassation - Francia. # Rinvio pregiudiziale - Direttive 80/987/CEE e 2002/74/CE - Insolvenza del datore di lavoro - Tutela dei lavoratori subordinati - Pagamento dei crediti insoluti dei lavoratori - Determinazione dell’organismo di garanzia competente - Garanzia più favorevole in forza del diritto nazionale - Possibilità di avvalersene. # Causa C-477/09.

CONCLUSIONI DELL’AVVOCATO GENERALE
      PAOLO Mengozzi
      presentate il 17 novembre 2010 (1)
      
      Causa C‑477/09
      Charles Defossez
      contro
      Christian Wiart, in qualità di commissario liquidatore di Sotimon Sarl,
      contro
      Office national de l’emploi (fonds de fermeture d’entreprises)
      e contro
      CGEA de Lille
      [domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dalla Cour de cassation, chambre sociale (Francia)]
      «Politica sociale – Tutela dei lavoratori subordinati in caso di insolvenza del datore di lavoro – Direttive 80/987/CEE e 2002/74/CE – Determinazione dell’istituzione di garanzia competente per il pagamento dei diritti non pagati dei lavoratori – Possibilità per il lavoratore di avvalersi della garanzia più favorevole dell’istituzione presso la quale il datore di lavoro
         è assicurato e versa i contributi in applicazione del diritto nazionale»
      
      1.        La domanda di pronuncia pregiudiziale in esame verte sull’interpretazione della direttiva del Consiglio 20 ottobre 1980, 80/987/CEE,
         relativa alla tutela dei lavoratori subordinati in caso d’insolvenza del datore di lavoro (2), come modificata dalla direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 23 settembre 2002, 2002/74/CE (3).
      
      2.        Tale domanda è stata presentata nell’ambito di una controversia tra il sig. Defossez e il sig. Wiart, in qualità di liquidatore
         della società presso la quale era impiegato il sig. Defossez prima di essere illegittimamente licenziato, e vertente sui crediti
         salariali non corrisposti a quest’ultimo a seguito dell’insolvenza del suo datore di lavoro. Nel quadro di tale controversia
         si è posta, tra l’altro, la questione della determinazione dell’ente di garanzia competente al pagamento delle spettanze non
         corrisposte al sig. Defossez. 
      
      I –    Contesto normativo 
      A –    Diritto dell’Unione
      3.        La direttiva 80/987 è stata modificata in modo sostanziale a più riprese, prima dalla direttiva 87/164 (4), successivamente dalla direttiva 2002/74 e, infine, dall’Atto di adesione del 1994 (5). Essa è stata abrogata e sostituita dalla direttiva 2008/94 (6).
      
      4.        La direttiva 2002/74 ha, tra l’altro, inserito nel testo della direttiva 80/987 l’art. 8 bis, su cui verte la questione pregiudiziale.
         Tale articolo, che compare nella sezione III bis, intitolata «Disposizioni relative alle situazioni transnazionali», dispone
         quanto segue:
      
      «1. Quando un’impresa avente attività sul territorio di almeno due Stati membri si trovi in stato d’insolvenza ai sensi dell’articolo
         2, paragrafo 1, l’organismo di garanzia competente per il pagamento dei diritti non pagati dei lavoratori è quello dello Stato
         membro sul cui territorio essi esercitano o esercitavano abitualmente il loro lavoro.
      
      2. La portata dei diritti dei lavoratori subordinati è determinata dal diritto cui è soggetto l’organismo di garanzia competente.
      3. Gli Stati membri adottano le misure necessarie per garantire che, nei casi di cui al paragrafo 1, le decisioni adottate
         nel quadro di una procedura d’insolvenza di cui all’articolo 2, paragrafo 1, la cui apertura è stata chiesta in un altro Stato
         membro, siano prese in considerazione per determinare lo stato d’insolvenza del datore di lavoro ai sensi della presente direttiva».
      
      5.        L’art. 9, primo comma, della direttiva 80/987 recita:
      
      «La presente direttiva non pregiudica la facoltà degli Stati membri di applicare e di introdurre disposizioni legislative,
         regolamentari o amministrative più favorevoli per i lavoratori subordinati».
      
      6.        Il secondo comma di tale articolo, anch’esso aggiunto dalla direttiva 2002/74, dispone:
      
      «L’attuazione della presente direttiva non può in nessun caso costituire una ragione per giustificare un regresso rispetto
         alla situazione esistente negli Stati membri per quanto attiene al livello generale di protezione dei lavoratori nel settore
         contemplato dalla direttiva stessa».
      
      7.        In base all’art. 2, n. 1, primo e secondo comma, della direttiva 2002/74:
      
      «1. Gli Stati membri mettono in vigore le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative necessarie per conformarsi
         alla presente direttiva anteriormente all’8 ottobre 2005. Essi ne informano immediatamente la Commissione.
      
      Essi applicano le disposizioni di cui al primo comma ad ogni stato di insolvenza dei datori di lavoro intervenuto successivamente
         alla data di entrata in vigore di dette disposizioni».
      
      8.        La direttiva 2002/74 è entrata in vigore l’8 ottobre 2002.
      
      B –    Diritto nazionale
      9.        Ai sensi dell’art. L. 143-11-1, divenuto art. L. 3253-6, del codice del lavoro francese, qualunque imprenditore di diritto
         privato assicura i propri lavoratori subordinati, ivi compresi quelli distaccati all’estero o espatriati di cui all’art. L. 5422-13,
         contro i rischi di mancato pagamento delle loro spettanze in esecuzione del contratto di lavoro, in caso di procedura di salvaguardia,
         di amministrazione controllata o di liquidazione giudiziaria.
      
      10.      La direttiva 2002/74/CE è stata trasposta in diritto francese dal titolo II della legge n. 2008-89 del 30 gennaio 2008, relativa
         all’attuazione delle disposizioni comunitarie concernenti lo statuto della società cooperativa europea e la protezione dei
         lavoratori subordinati in caso di insolvenza del datore di lavoro, il quale ha inserito nel codice del lavoro gli articoli
         da L. 143‑11‑10 a L. 143‑11‑15. In base all’art. 6 della suddetta legge, tali disposizioni si applicano «alle procedure definite
         all’art. 143-11-10 del codice del lavoro aperte a partire dal primo giorno del primo mese successivo alla pubblicazione della
         presente legge».
      
      II – Causa principale e questione pregiudiziale
      11.      Il sig. Defossez, ricorrente nella causa principale, è stato impiegato, dapprima come capo cantiere poi come capo squadra,
         presso un cantiere della società VPK in Belgio, inizialmente, a partire dal marzo 1997, alle dipendenze della società EBM
         e, successivamente, dal settembre 2000, della società Sotimon, entrambe francesi. 
      
      12.      In seguito al suo licenziamento, avvenuto nel dicembre 2003, il 15 gennaio 2004 il sig. Defossez adiva il Conseil de prud’hommes
         di Dunkerque. 
      
      13.      Con sentenza del Tribunal de commerce di Dunkerque datata 1° giugno 2004, la società Sotimon veniva posta in liquidazione
         giudiziaria. Al fine di ottenere il pagamento dei propri crediti salariali, il sig. Defossez chiedeva, in via principale,
         l’intervento del CGEA (Centre de gestion et d’étude de l’AGS (7)) di Lille e, in subordine, quello del Fond de fermeture d’entreprises (FFE) dell’Ufficio nazionale del lavoro (ONEM) in Belgio.
         
      
      14.      Con decisione del 30 giugno 2006, il Conseil de prud’hommes di Dunkerque dichiarava senza causa «reale e seria» il licenziamento
         del sig. Defossez e fissava l’ammontare dei diritti non pagati di quest’ultimo da iscrivere al passivo della liquidazione
         giudiziaria della società Sotimon. Tale pronuncia veniva dichiarata opponibile al CGEA.
      
      15.      Con sentenza del 31 gennaio 2008, la Cour d’appel di Douai modificava l’ammontare dei diritti non pagati del sig. Defossez
         e dichiarava la pronuncia opponibile al FFE, estromettendo dal procedimento il CGEA di Lille.
      
      16.      Il sig. Defossez ricorreva in cassazione contro tale sentenza. 
      
      17.      Ritenendo necessaria un’interpretazione dell’art. 8 bis della direttiva 80/987, come modificata dalla direttiva 2002/74, la
         Cour de cassation poneva alla Corte la seguente questione pregiudiziale:
      
      «Se l’art. 8 bis della direttiva [80/987], come modificata dalla direttiva [2002/74], il quale prevede, al n. 1, che, quando
         un’impresa avente attività sul territorio di almeno due Stati membri si trovi in stato d’insolvenza, l’organismo di garanzia
         competente per il pagamento delle spettanze insolute dei lavoratori è quello dello Stato membro sul cui territorio essi esercitano
         o esercitavano abitualmente il loro lavoro e, al n. 2, che la portata dei diritti dei lavoratori subordinati è determinata
         dall’ordinamento giuridico cui è soggetto l’organismo di garanzia competente, debba essere interpretato nel senso che esso
         designa l’organismo di garanzia competente, escludendone ogni altro, o se, tenuto conto della finalità della direttiva, che
         è quella di consolidare i diritti dei lavoratori che si avvalgano della libertà di circolazione, nonché dell’art. 9, n. 1,
         della medesima direttiva, ai sensi del quale quest’ultima non pregiudica la facoltà degli Stati membri di applicare e di introdurre
         disposizioni legislative, regolamentari o amministrative più favorevoli per i lavoratori subordinati, il suddetto articolo
         sia da intendersi nel senso che esso non priva il lavoratore subordinato del diritto di avvalersi, in luogo della garanzia
         di detto organismo, di quella più favorevole dell’organismo presso il quale il suo datore di lavoro si sia assicurato e abbia
         versato i contributi in applicazione del diritto nazionale».
      
      III – Procedimento dinanzi alla Corte 
      18.      Hanno depositato osservazioni scritte, conformemente all’art. 23 dello Statuto della Corte, il sig. Defossez, il CGEA di Lille,
         i governi francese, spagnolo, finlandese, danese, svedese, irlandese e del Regno Unito, nonché la Commissione. 
      
      19.      All’udienza del 7 ottobre 2010 sono intervenuti il CGEA di Lille, i governi francese, danese, irlandese, finlandese e la Commissione.
      
      IV – Sulla questione pregiudiziale
      A –    Sull’applicabilità dell’art. 8 bis della direttiva 80/987 ai fatti della causa principale
      1.      Sull’applicabilità ratione temporis
      20.      In base all’art. 2, n. 1, secondo comma, della direttiva 2002/74, gli Stati membri applicano le disposizioni necessarie alla
         sua trasposizione in diritto interno «ad ogni stato di insolvenza dei datori di lavoro intervenuto successivamente alla data di entrata in vigore di dette disposizioni» (8). Il termine previsto per il recepimento della direttiva scadeva l’8 ottobre 2005 (art. 2, n. 1, primo comma, della direttiva
         2002/74).
      
      21.      La legge n. 2008-89, recante le disposizioni di trasposizione della direttiva 2002/74 in diritto francese, è stata adottata
         il 30 gennaio 2008. Conformemente al suo art. 6, dette disposizioni si applicano alle procedure aperte posteriormente alla
         data di pubblicazione della legge.
      
      22.      Nella specie, Sotimon è stata messa in liquidazione giudiziaria con sentenza del Tribunal de commerce di Dunkerque del 1° giugno
         2004. Tale data è anteriore sia all’entrata in vigore delle norme di trasposizione della direttiva 2002/74 in diritto francese
         sia alla scadenza del termine fissato da quest’ultima agli Stati membri per il suo recepimento (8 ottobre 2005). Essa è tuttavia
         posteriore all’entrata in vigore della direttiva 2002/74 (8 ottobre 2002).
      
      23.      Si pone dunque, preliminarmente, la questione dell’applicabilità ai fatti di causa dell’art. 8 bis della direttiva 2002/74,
         su cui verte il quesito pregiudiziale.
      
      24.      Al riguardo, il sig. Defossez e il governo francese osservano che, sebbene la normativa nazionale di trasposizione della direttiva
         2002/74 sia stata adottata oltre il termine impartito da quest’ultima, la giurisprudenza francese aveva già da tempo recepito
         i principi stabiliti dal citato art. 8 bis (9), sulla base delle pronunce della Corte di cui si dirà più in dettaglio nel prosieguo delle presenti conclusioni. Il sig.
         Defossez ritiene che la sua situazione debba essere valutata in base all’art. 8 bis della direttiva 2002/74, poiché il diritto
         francese era già conforme a tale disposizione prima della scadenza del termine per la sua trasposizione in diritto nazionale.
         
      
      25.      Alla medesima conclusione sembra essere giunta la Cour d’appel di Douai e, visto il tenore della questione pregiudiziale sottoposta
         alla Corte, anche la Cour de cassation nella decisione di rinvio. 
      
      26.      La Commissione invece osserva che, all’epoca dei fatti, la Francia non aveva ancora trasposto la direttiva 2002/74 e che tale
         trasposizione è avvenuta solo diverso tempo dopo, come confermerebbe la sentenza del 27 settembre 2007, con cui la Corte ha
         constatato l’inadempimento della Repubblica francese per il ritardo nell’attuazione di detta direttiva (10). 
      
      27.      Essa esclude inoltre che l’art. 8 bis della direttiva 80/987 possa essere invocato nel caso di specie in virtù di un suo eventuale
         effetto diretto. In proposito, essa richiama la sentenza Velasco Navarro, in cui la Corte ha affermato che, «qualora uno Stato
         membro non abbia recepito la direttiva 2002/74 nel termine impartito, l’eventuale effetto diretto di quest’ultima [può] essere
         invocato, a partire dall’8 ottobre 2005, [data di scadenza del termine di recepimento della direttiva] solo in ordine a uno
         stato di insolvenza verificatosi dopo tale data» (11). Tale situazione non ricorrerebbe nel caso di specie, in cui la messa in stato di liquidazione giudiziaria di Sotimon è stata
         pronunciata il 1° giugno 2004. 
      
      28.      In tali circostanze, secondo la Commissione, il quesito pregiudiziale come posto dalla Cour de cassation è privo di pertinenza
         e deve essere riformulato allo scopo di consentire una valutazione della fattispecie della causa principale alla luce del
         contesto normativo precedente alla modifica della direttiva 80/987 da parte della direttiva 2002/74. A suo avviso, la questione
         pregiudiziale dovrebbe essere riformulata come segue: 
      
      «La direttiva 80/987, nella sua versione anteriore alle modifiche operate dalla direttiva 2002/74, può essere interpretata
         nel senso che consente, nel quadro di procedure d’insolvenza caratterizzate dall’esistenza di elementi transfrontalieri, un
         approccio opzionale nella determinazione dell’istituzione competente a garantire i crediti salariali dei lavoratori interessati?».
      
      29.      Ricordo che, secondo costante giurisprudenza, le questioni relative all’interpretazione del diritto dell’Unione sollevate
         dal giudice nazionale nel contesto di diritto e di fatto che egli individua sotto la propria responsabilità, del quale non
         spetta alla Corte verificare l’esattezza, godono di una presunzione di rilevanza. Il diniego di pronuncia, da parte della
         Corte, su un rinvio pregiudiziale proposto da un giudice nazionale è possibile soltanto qualora appaia in modo manifesto che
         l’interpretazione del diritto comunitario richiesta non ha alcun rapporto con la realtà o l’oggetto della causa principale,
         qualora la questione sia di tipo ipotetico o, ancora, qualora la Corte non disponga degli elementi di fatto e di diritto necessari
         per rispondere in modo utile alle questioni che le sono sottoposte (12). 
      
      30.      La proposta della Commissione di riformulare la questione pregiudiziale presuppone che sia superata la presunzione di rilevanza
         di cui tale questione, come formulata dalla giurisdizione di rinvio, gode in base alla citata giurisprudenza della Corte.
         
      
      31.      Nella specie, la Cour de cassation ha ritenuto utile porre alla Corte una questione pregiudiziale vertente sull’art. 8 bis
         della direttiva 80/987. L’utilità della questione riposa sulla considerazione che, all’epoca dei fatti di causa, la giurisprudenza
         di tale giudice aveva già dato attuazione ai principi stabiliti da detta disposizione. Ritenendo di dover applicare la stessa
         giurisprudenza anche nel caso di specie, la Cour de cassation chiede alla Corte di interpretare la disposizione in parola.
         
      
      32.      In tali circostanze, ritengo che la questione pregiudiziale non sia manifestamente priva di rilevanza ai fini della soluzione
         della controversia di cui è investita la giurisdizione di rinvio e che, nel quadro della cooperazione tra giudici nazionali
         e Corte inerente al procedimento pregiudiziale, non spetti a quest’ultima ritornare sulla valutazione effettuata al riguardo
         dalla Cour de cassation riformulando il quesito da essa posto. Peraltro, accettare di fornire l’interpretazione sollecitata
         dalla giurisdizione di rinvio non rimette in alcun modo in questione la declaratoria d’inadempimento pronunciata dalla Corte
         nei confronti della Repubblica francese, giacché non si tratta di riconoscere alla giurisprudenza della Cour de cassation
         il valore di strumento di trasposizione della direttiva 2002/74, ma unicamente di considerare che non esistono, nella specie,
         le condizioni per superare la presunzione di rilevanza di cui gode il quesito pregiudiziale. 
      
      33.      Ragionando in termini più generali, non si comprende la ragione per cui la Corte dovrebbe astenersi, riguardo a fatti intervenuti
         in pendenza del termine per la trasposizione di una direttiva e in assenza di una normativa nazionale di recepimento, dal
         rispondere a un quesito pregiudiziale vertente su una disposizione di detta direttiva e sollevato da un giudice che intende
         interpretare il proprio diritto nazionale alla luce della suddetta disposizione, pur non essendo a ciò tenuto in virtù del
         diritto dell’Unione (13). 
      
      34.      In proposito ricordo peraltro che, nella sentenza Adeneler (14), la Corte ha affermato, sulla scorta in particolare della sentenza Mangold (15), l’obbligo a carico dei giudici degli Stati membri, operante a partire dalla data in cui una direttiva è entrata in vigore,
         di astenersi, per quanto possibile, dall’interpretare il diritto interno in un modo che rischierebbe di compromettere gravemente,
         dopo la scadenza del termine di attuazione, la realizzazione del risultato perseguito da detta direttiva (16).
      
      35.      Anche alla luce di quanto risulta da detta giurisprudenza, la questione pregiudiziale posta alla Corte non mi sembra manifestamente
         priva di rilevanza (17). 
      
      36.      In base all’insieme delle considerazioni che precedono, non ritengo dunque necessario procedere alla riformulazione suggerita
         dalla Commissione (18).
      
      2.      Sull’esistenza delle condizioni materiali di applicazione dell’art. 8 bis
      37.      Il ricorrente sostiene che la sua situazione rientra nella sfera di applicazione materiale dell’art. 8 bis della direttiva
         80/987, poiché, a suo avviso, Sotimon aveva una presenza economica stabile in Belgio. Nelle sue osservazioni scritte il governo
         irlandese sembra dubitare che il solo fatto che Sotimon gestisse un cantiere in Belgio possa condurre a concludere nel senso
         di una sua presenza economica stabile in tale Stato. 
      
      38.      La Cour de cassation non ha posto alla Corte alcun quesito in merito. Mi limiterò dunque a rinviare alla sentenza Holmqvist (19), che fissa i criteri in base ai quali deve intendersi la condizione di cui all’art. 8 bis relativa all’esercizio di un’«attività
         sul territorio di almeno due Stati membri». Spetta al giudice di rinvio valutare se tale condizione sia soddisfatta nel caso
         di specie.
      
      B –    Sull’interpretazione dell’art. 8 bis della direttiva 80/987
      1.      Sulla genesi dell’articolo
      39.      Come si è già avuto modo di accennare, la questione della determinazione dell’organismo di garanzia competente in situazioni
         caratterizzate da elementi transfrontalieri aveva già fatto l’oggetto di alcune pronunce della Corte prima che la direttiva
         80/987 fosse modificata dalla direttiva 2002/74. 
      
      40.      Nella causa che ha dato origine alla sentenza Mosbaek (20), l’Ostre Landsret danese chiedeva in sostanza alla Corte quale fosse l’ente competente a garantire il pagamento delle spettanze
         di un lavoratore in caso d’insolvenza del suo datore di lavoro, allorché quest’ultimo è stabilito in uno Stato membro diverso
         da quello nel cui territorio il lavoratore risiede e svolgeva la sua attività.
      
      41.      La Corte rispondeva che, in tali casi, la competenza è da riconoscersi in capo all’ente dello Stato nel cui territorio, ai
         termini dell’art. 2, n. 1, della direttiva, «viene decisa l’apertura del procedimento concorsuale, oppure viene dichiarata
         la chiusura definitiva dell’impresa» (21). La Corte rilevava che, nella maggior parte dei casi, tale Stato corrisponde a quello di stabilimento del datore di lavoro (22). Secondo la Corte, tale soluzione discende dalla struttura stessa della direttiva 80/987. Da un lato, essa rilevava che l’entrata
         in azione del regime di garanzia istituito dalla direttiva era subordinata alla presentazione di un’istanza di apertura di
         un procedimento concorsuale che consentisse la presa in considerazione dei crediti da lavoro (23). Dall’altro, essa osservava che, poiché, ai sensi dell’art. 5, lett. b), della direttiva, il regime di garanzia è, in linea
         di principio, finanziato dal datore di lavoro, era conforme alla struttura della direttiva riconoscere la competenza all’ente
         di garanzia che ha riscosso o avrebbe dovuto riscuotere i contributi del datore di lavoro insolvente (24). Infine, secondo la Corte, il fatto che la direttiva non avesse previsto un sistema di compensazione o di rimborso dei pagamenti
         fra gli enti di garanzia dei vari Stati membri confermava che il legislatore comunitario volesse, in caso di insolvenza di
         un datore di lavoro, «l’intervento dell’ente di garanzia di un solo Stato membro al fine di evitare confusioni inutili fra
         i regime nazionali e, in particolare, fra le situazioni nelle quali un lavoratore potrebbe avere diritto all’applicazione
         della direttiva in più Stati membri» (25).
      
      42.      Nella causa oggetto della sentenza Everson e Barrass (26), la Corte era confrontata a una fattispecie diversa. Mentre la ditta inglese per cui lavorava la sig.ra Mosbaek disponeva
         unicamente di un ufficio di rappresentanza in Danimarca, la società di diritto irlandese presso cui erano impiegati i sigg. Everson
         e Barrass operava nel Regno Unito per il tramite di diverse sedi commerciali i cui dipendenti erano assicurati presso l’organismo
         di garanzia di tale Stato membro. Nelle sue osservazioni dinanzi alla Corte, il Regno Unito riteneva che, conformemente alla
         sentenza Mosbaek, si dovesse dichiarare competente l’ente di garanzia irlandese, poiché in Irlanda era stata decisa l’apertura
         del procedimento concorsuale. I ricorrenti nella causa principale, invece, ritenevano che l’obbligo di versare le spettanze
         loro dovute incombesse all’ente di garanzia del Regno Unito, giacché in tale paese essi avevano svolto la propria attività
         lavorativa. 
      
      43.      La Corte, distinguendo la situazione della causa principale da quella che aveva dato luogo alla sentenza Mosbaek, affermava
         che, se nel caso in cui il datore di lavoro sia stabilito in un solo Stato membro deve ritenersi competente l’organismo di
         garanzia dello Stato membro del luogo di stabilimento, nei casi invece in cui il datore di lavoro disponga di numerosi stabilimenti
         nei vari Stati membri è opportuno far riferimento, a titolo di criterio supplementare e tenuto conto della finalità sociale
         della direttiva, al luogo di attività dei lavoratori. La Corte aggiungeva che quest’ultimo corrisponde infatti, nella maggior
         parte dei casi, «all’ambiente sociale e linguistico che è loro familiare» (27). 
      
      44.      Prendendo spunto in particolare da quest’ultima pronuncia della Corte, il legislatore comunitario inseriva l’art. 8 bis nel
         testo della direttiva 80/987, colmando in tal modo la lacuna esistente nella versione originaria di tale atto. Nella sua proposta
         iniziale di modifica della direttiva 80/987, la Commissione sottolineava che tale lacuna era stata risentita come una fonte
         di insicurezza giuridica e aveva condotto a controversie dinanzi a tribunali nazionali. Essa rilevava che il numero di tali
         casi di portata comunitaria era destinato ad aumentare con il continuo sviluppo del mercato interno e della transnazionalizzazione
         delle attività delle imprese. Secondo la Commissione, il nuovo articolo avrebbe dovuto garantire la sicurezza giuridica necessaria,
         consolidare i diritti dei lavoratori subordinati nel senso indicato dalla Corte nella sentenza Everson e Barrass ed evitare
         situazioni suscettibili di creare conflitti negativi tra le leggi (28). Quanto al criterio di collegamento proposto, la Commissione sottolineava che l’organismo di garanzia del paese nel quale
         il lavoratore svolge abitualmente il suo lavoro, oltre a essere normalmente quello che riceve o dovrebbe ricevere i contributi
         previsti per il finanziamento del regime della garanzia salariale, è quello che più si avvicina al lavoratore, «che potrà
         far valere i suoi diritti nel paese in cui lavora abitualmente, senza dover fronteggiare problemi linguistici o di allontanamento»,
         né essere obbligato a intervenire presso un organismo situato in un altro Stato membro con il quale non intrattiene alcun
         legame e di cui non conosce le procedure in vigore. Infine, secondo la Commissione, tale soluzione avrebbe altresì consentito
         di rispettare il principio della parità di trattamento nel senso che tutti coloro i quali lavorano nello stesso paese beneficiano
         di una protezione equivalente (29).
      
      45.      La continuità esistente tra la direttiva 2002/74 e la giurisprudenza anteriore alla sua adozione è stata recentemente confermata
         dalla Corte nella sentenza Holmqvist (30). 
      
      2.      Sul criterio di collegamento contenuto all’art. 8 bis della direttiva 80/987
      46.      Come si è visto, il criterio di collegamento rilevante in base all’art. 8 bis della direttiva 80/987 ai fini di determinare
         l’organismo di garanzia competente nelle situazioni transnazionali si fonda sulla nozione di «lavoro abituale». 
      
      47.      Il ricorrente nella causa principale sostiene che la Corte dovrebbe, in via preliminare, procedere all’interpretazione di
         tale nozione. Egli ritiene, infatti, che da tale interpretazione potrebbe risultare affermata, nel caso di specie, la competenza
         dell’AGS in luogo di quella del FFS. In tal caso, non sarebbe necessario per la Corte spingere oltre la propria analisi. 
      
      48.      Tuttavia, il quesito posto dalla Cour de cassation non verte su tale nozione e la Corte non è dunque tenuta a pronunciarsi
         in merito. Mi limiterò pertanto a riprendere succintamente la tesi interpretativa propugnata dal ricorrente nella causa principale
         e a svolgere qualche breve riflessione in proposito. 
      
      49.      Riferendosi alle conclusioni presentate dall’avvocato generale Ruiz-Jarabo Colomer nella causa Holmqvist (31), il sig. Defossez fa valere, in sostanza, che, per determinare il luogo in cui il lavoratore esercita abitualmente il proprio
         lavoro ai sensi dell’art. 8 bis della direttiva 80/987, è necessario ricercare il territorio con il quale egli presenta il
         collegamento più stretto. Nel caso di specie, poiché il sig. Defossez era impiegato presso una società francese che emetteva
         le sue buste paga in Francia e versava ad un organismo francese i contributi destinati a finanziare la garanzia salariale
         in caso di insolvenza, e poiché tale società era stata posta in liquidazione giudiziaria in applicazione del diritto francese,
         la Francia sarebbe il luogo con cui egli presenta i collegamenti sociali, giuridici e personali più stretti. 
      
      50.      La tesi del sig. Defossez ha senz’altro il merito di privilegiare un approccio flessibile, in linea con le finalità sociali
         della direttiva. Tale approccio consente, inoltre, di ridurre le distorsioni originate dalla mancanza di identità tra organismo
         competente a fornire la garanzia salariale e organismo destinatario dei contributi diretti a finanziare tale garanzia (32). 
      
      51.      Tale tesi appare però in contrasto con il dato normativo. A differenza che in altri sistemi normativi destinati ad applicarsi
         ai rapporti di lavoro subordinato che danno luogo a un conflitto di legge o di giurisdizione (33), nella direttiva 80/987 il legislatore comunitario ha optato, all’art. 8 bis, per un criterio di collegamento unico, fondato appunto sul luogo di svolgimento abituale dell’attività lavorativa. 
      
      52.      È certo probabile che, data la genesi della disposizione in questione, la scelta di tale criterio tragga la sua origine dalla
         presunzione, istituita dalla Corte nella sentenza Everson e Barrass, secondo cui il luogo dell’attività lavorativa corrisponde,
         nella maggior parte dei casi, all’ambiente sociale e linguistico familiare al lavoratore. Ciò nondimeno non rispetta una tale
         scelta l’interpretazione della disposizione in questione avanzata dal sig. Defossez in quanto impone di ricercare sistematicamente
         il luogo con cui il lavoratore presenta i collegamenti sociali, giuridici e personali più stretti. Accettare una tale interpretazione
         si risolverebbe in una sostituzione di fatto del criterio di cui all’art. 8 bis con un diverso criterio di collegamento. 
      
      53.      Allo stesso modo, è giocoforza rilevare che il legislatore comunitario non ha dato, quanto meno esplicitamente, alcun rilievo
         autonomo al criterio del luogo in cui sono versati i contributi previdenziali destinati a garantire i crediti da lavoro, sebbene,
         nella sentenza Mosbaek, la Corte abbia riconosciuto un peso significativo, se non determinante, a tale fattore – pur senza
         adottarlo direttamente quale criterio di collegamento (34) – e, nella causa Everson e Barrass, la soluzione indicata dalla Corte individuasse, di fatto, come competente l’ente di garanzia
         presso il quale erano stati versati i contributi per i ricorrenti nella causa principale (35). 
      
      54.      Nella citata proposta di modifica della direttiva 80/987, la Commissione sottolineava la normale corrispondenza tra l’organismo
         di garanzia del paese nel quale il lavoratore svolge abitualmente il suo lavoro e quello che riceve o dovrebbe ricevere i
         contributi previsti per il finanziamento del regime della garanzia salariale (36). Il testo dell’art. 8 bis inizialmente proposto dalla Commissione faceva espresso riferimento alla nozione di «stabilimento» (37) del datore di lavoro, intendendo in tal senso una presenza commerciale sufficientemente permanente in un determinato Stato
         membro che implicasse, in particolare, la retribuzione dei lavoratori subordinati in quest’ultimo paese, legami con l’amministrazione
         di questo Stato e contributi sociali ivi versati (38). 
      
      55.      Tuttavia, come si è visto, la formulazione da ultimo accolta nell’art. 8 bis non fa più riferimento alla nozione di «stabilimento».
         Peraltro, dato che, nella sentenza Holmqvist, la Corte ha interpretato l’ambito di applicazione materiale di tale articolo
         in termini particolarmente ampi, tali da comprendere anche situazioni quali quella che era alla base della citata sentenza
         Mosbaek (39), la sua applicazione condurrà, di fatto, in un numero rilevante di casi, a riconoscere la competenza di un ente di garanzia
         diverso da quello destinatario di detti contributi.
      
      56.      Quanto fin qui detto non implica che, in situazioni particolarmente complesse ovvero in situazioni eccezionali, in cui l’applicazione
         del criterio di cui all’art. 8 bis condurrebbe a privare il lavoratore di tutela, possano venire in rilievo anche fattori
         di collegamento diversi da quello del luogo di svolgimento abituale dell’attività lavorativa (quali, ad esempio, quello del
         luogo in cui sono versati i contributi destinati a finanziare la garanzia dei crediti da lavoro o in cui è stabilito il datore
         di lavoro o ancora in cui è domiciliato il lavoratore).
      
      57.      La situazione del sig. Defossez non sembra tuttavia rientrare in tale casistica. In effetti, da un lato, egli ha prestato
         per tutto il periodo in cui è stato impiegato per la società Sotimon la sua attività lavorativa in un solo Stato membro, in
         cui sembra aver risieduto in modo continuativo, e, dall’altro, nonostante emerga dalla decisione di rinvio che, a causa del
         massimale previsto dalla legislazione belga, la competenza del FFS si risolve in una diminuzione dei diritti di cui egli godrebbe
         se fosse riconosciuta la competenza dell’AGS, non risulta tuttavia che egli sia privato della tutela prevista dalla direttiva.
      
      3.      La risposta alla questione pregiudiziale 
      58.      Mi sembra che il quesito sottoposto alla Corte racchiuda in sostanza i tre interrogativi seguenti: 
      
      a)      L’art. 8 bis della direttiva 80/987 prevede la possibilità per il lavoratore di optare per la garanzia offerta da un organismo
         diverso da quello identificato in base al criterio di collegamento previsto da tale articolo nel caso in cui tale garanzia
         sia per lui più favorevole?
      
      b)      Tale disposizione si oppone alla possibilità per il lavoratore di avvalersi della garanzia più favorevole offerta da un organismo
         diverso da quello identificato in base al criterio di collegamento da essa previsto? 
      
      c)      Le disposizioni della direttiva 80/987, come modificata dalla direttiva 2002/74, consentono alla normativa di uno Stato membro
         di prevedere che il lavoratore possa avvalersi della garanzia offerta dall’organismo presso il quale il datore di lavoro ha
         versato i contributi in base al diritto nazionale laddove tale garanzia sia più favorevole per il lavoratore rispetto a quella
         offerta dall’organismo identificato in base al criterio di collegamento di cui all’art. 8 bis di tale direttiva? 
      
      59.      Per le ragioni che seguono ritengo che la risposta debba essere negativa per i quesiti sub a) e b) e affermativa per quello
         sub c). 
      
      60.      Né l’enunciato, né la genesi e la ratio dell’art. 8 bis della direttiva 80/987 permettono di concludere che il lavoratore
         dispone, in base a tale disposizione, della possibilità di optare, in presenza di determinate circostanze, in favore della
         competenza di un organismo di garanzia diverso da quello individuato in base a tale articolo. 
      
      61.      Come emerge dal settimo ‘considerando’ della direttiva 2002/74, tale disposizione persegue essenzialmente un obiettivo di
         certezza del diritto. Essa mira altresì a evitare che il carattere transnazionale dell’attività svolta dall’impresa insolvente
         possa risolversi in un ritardo nel pagamento delle spettanze non corrisposte ai lavoratori.
      
      62.      Coerentemente con tali obiettivi, il disposto dell’art. 8 bis della direttiva 80/987 enuncia il criterio di collegamento mediante
         il quale identificare l’organismo di garanzia competente. Come si è visto sopra, il legislatore comunitario ha optato per
         un criterio di collegamento unico, che, nella maggior parte dei casi, dovrebbe consentire di determinare tale organismo in
         modo semplice e veloce. Tale disposizione non prevede alcun criterio di collegamento sussidiario o alternativo. Allo stesso
         modo, essa non prevede espressamente alcuna possibilità di scelta da parte del lavoratore, anche nel caso in cui, in conseguenza
         della sua applicazione, quest’ultimo si trovi a beneficiare di un livello di garanzia inferiore rispetto a quello di cui avrebbe
         goduto se, in applicazione di un diverso criterio di collegamento, fosse stata riconosciuta la competenza dell’organismo di
         un altro Stato membro. Una tale possibilità di scelta sembra peraltro in contrasto con gli obiettivi di chiarezza e di certezza
         del diritto che hanno condotto il legislatore comunitario a modificare la direttiva 80/987 e a introdurre nel testo di quest’ultima
         l’art. 8 bis.
      
      63.      La possibilità che l’applicazione di tale articolo conduca di fatto a un livello di garanzia inferiore per il lavoratore non
         deve considerarsi di per sé contraria all’obiettivo sociale della direttiva 80/987, che, come la Corte ha più volte affermato,
         mira ad assicurare una tutela minima ai lavoratori subordinati in caso di insolvenza del datore di lavoro (40) e consente che permanga, al di là di tale limite, una diversità nel livello di tutela accordato da ciascuno Stato membro.
         
      
      64.      L’interpretazione sopra suggerita è condivisa da tutti i governi intervenienti e dalla Commissione. 
      
      65.      Pur non attribuendo al lavoratore la facoltà di scegliere tra i diversi organismi di garanzia con i quali la sua situazione
         presenta fattori di collegamento, la disposizione in parola non preclude tuttavia al lavoratore di avvalersi, quando ciò volga
         a suo favore e sia previsto dal diritto nazionale applicabile, della garanzia di un organismo diverso da quello individuato
         in base alla sua applicazione.
      
      66.      Affermare che la competenza stabilita in forza di detta disposizione sia tale da escludere l’intervento, in via complementare
         o anche sostitutiva, di un diverso organismo nazionale di garanzia laddove tale intervento abbia come risultato di aumentare
         il livello di tutela del lavoratore risultante dall’applicazione della direttiva mi sembra in contrasto sia con l’obiettivo
         sociale di quest’ultima sia con l’articolazione tra norme nazionali e norme comunitarie che essa istituisce. 
      
      67.      A tale proposito ricordo che, in base all’art. 9, primo comma, della direttiva 90/897, quest’ultima non pregiudica la facoltà
         degli Stati membri di applicare e di introdurre disposizioni legislative, regolamentari o amministrative più favorevoli per
         i lavoratori subordinati. Il secondo comma di tale articolo, inserito dalla direttiva 2002/74, prevede inoltre che l’attuazione
         della direttiva «non può in nessun caso costituire una ragione per giustificare un regresso rispetto alla situazione esistente
         negli Stati membri per quanto attiene al livello generale di protezione dei lavoratori nel settore contemplato dalla direttiva
         stessa». 
      
      68.      Contrariamente a quanto sostiene il governo finlandese, ritengo che non vi siano elementi per limitare l’ambito di applicazione
         dell’art. 9 della direttiva 90/897 nel senso che esso consente agli Stati membri unicamente di mantenere o introdurre disposizioni
         materiali più favorevoli, ma non permette una deroga alle regole di competenza stabilite dalla direttiva e, in particolare,
         dal suo art. 8 bis. L’unica condizione che detto articolo impone, conformemente all’obiettivo sociale della direttiva e al
         fatto che essa mira ad assicurare ai lavoratori una protezione comunitaria minima, è che le disposizioni nazionali in questione
         siano più favorevoli per il lavoratore.
      
      69.      Ritengo dunque che né l’art. 8 bis né nessun’altra disposizione della direttiva 80/987 si oppongano a che la legislazione
         di uno Stato membro preveda che il lavoratore subordinato possa avvalersi della garanzia salariale dell’organismo nazionale
         presso il quale il suo datore di lavoro ha versato i contributi previdenziali in virtù del diritto di tale Stato membro, in
         via sostitutiva o complementare, rispetto a quella offerta dall’organismo identificato come competente in applicazione della
         direttiva. 
      
      70.      Ove tuttavia l’intervento dell’organismo designato come competente in virtù del diritto nazionale sia previsto in via sostitutiva
         rispetto a quello dell’organismo competente in forza dell’art. 8 bis della direttiva 80/987, una tale normativa può considerarsi
         compatibile con le disposizioni di quest’ultima solo a condizione che detto intervento dia luogo a un livello maggiore di
         tutela del lavoratore e che sia comunque lasciata a quest’ultimo la facoltà di optare per la competenza dell’uno o dell’altro
         organismo di garanzia.
      
      V –    Conclusioni
      71.      Sulla base dell’insieme delle considerazioni che precedono, suggerisco alla Corte di rispondere come segue al quesito posto
         dalla Cour de cassation:
      
      «L’art. 8 bis della direttiva del Consiglio 20 ottobre 1980, 80/987/CEE, relativa alla tutela dei lavoratori subordinati in
         caso d’insolvenza del datore di lavoro, dev’essere interpretato nel senso che esso non conferisce al lavoratore subordinato
         la facoltà di optare per la garanzia di un organismo diverso da quello designato in applicazione di tale articolo, anche qualora
         si tratti dell’organismo presso il quale sono stati versati i contributi previdenziali destinati ad assicurare il rischio
         d’insolvenza del datore di lavoro e qualora le prestazioni di tale organismo offrano un livello di copertura più favorevole
         per il lavoratore. 
      
      Né l’art. 8 bis né nessun’altra disposizione della direttiva 80/987 si oppongono a che la legislazione di uno Stato membro
         preveda che il lavoratore subordinato, in vista di ottenere le spettanze non corrispostegli dal suo datore di lavoro in caso
         d’insolvenza di quest’ultimo, possa rivolgersi, in luogo o in aggiunta alla garanzia offerta dall’organismo designato come
         competente in applicazione dell’art. 8 bis della direttiva 80/987, all’organismo di garanzia presso il quale il suo datore
         di lavoro ha versato i contributi previdenziali in virtù del diritto di tale Stato membro, a condizione che l’intervento di
         tale organismo, ove sia destinato a sostituire quello dell’organismo competente in base alla suddetta direttiva, comporti
         un livello maggiore di tutela per il lavoratore e sia previsto in via meramente opzionale». 
      
      1 –	Lingua originale: l’italiano.
      
      2 –	GU L 283, pag. 23.
      
      3 –	GU L 270, pag. 10.
      
      4 –	Direttiva del Consiglio 2 marzo 1987, 87/164/CEE (GU L 66, pag. 11).
      
      5 –	Atto relativo alle condizioni di adesione del Regno di Norvegia, della Repubblica d’Austria, della Repubblica di Finlandia
         e del Regno di Svezia e agli adattamenti dei trattati sui quali si fonda l’Unione europea (GU C 241, pag. 115).
      
      6 –	V. l’art. 16 della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 22 ottobre 2008, 2008/94/CE, relativa alla tutela dei
         lavoratori subordinati in caso d’insolvenza del datore di lavoro (GU L 283, pag. 36). Tale direttiva ha proceduto alla codificazione
         della direttiva 80/987.
      
      7 –      La sigla sta per: «Association pour la gestion du régime de garantie des créances des salariés».
      
      8 –	Il corsivo è mio.
      
      9 –	Il sig. Defossez cita alcune sentenze della Cour de cassation del 2002 e del 2003, dunque antecedenti alla messa in stato
         di liquidazione giudiziaria di Sotimon. Il governo francese, da parte sua, cita anche sentenze posteriori, del 2006 e del
         2008. 
      
      10 –	Causa C‑9/07, Commissione/Francia (Racc. pag. I‑121).
      
      11 –	Sentenza 17 gennaio 2008, causa C‑246/06 (Racc. pag. I‑105, punto 27). 
      
      12 –	V., in tal senso, sentenza 7 giugno 2007, cause riunite da C‑222/05 a C‑225/05, van der Weerd e a. (Racc. pag I‑4233, punto
         22 e la giurisprudenza ivi citata), nonché sentenza 16 dicembre 2008, causa C‑210/06, Cartesio (Racc. pag. I‑9641, punto 67).
      
      13 –	Allo stato attuale della giurisprudenza comunitaria, l’obbligo generale che incombe ai giudici nazionali di interpretare
         il diritto interno in modo conforme a una direttiva in caso di tardiva o incorretta attuazione della stessa è stato riconosciuto
         solamente a partire dalla scadenza del termine di attuazione di quest’ultima (v. sentenza 4 luglio 2006, causa C‑212/04, Adeneler
         ea., Racc. pag. I‑6057). Diversi avvocati generali, tra cui Jacobs (conclusioni del 20 maggio 1992 nella causa C‑295/90, decisa
         con sentenza 7 luglio 1992, Parlamento/Consiglio, Racc. pag. I-4193, paragrafo 43); Darmon (conclusioni del 17 novembre 1993
         nella causa C-236/92, decisa con sentenza 23 febbraio 1994, Regione Lombardia, Racc. pag. I-483, paragrafo 27); Tizzano (conclusioni
         del 30 giugno 2005 nella causa C‑144/04, decisa con sentenza 21 novembre 2005, Mangold, Racc. pag. I‑9981, e del 27 aprile
         2006 nella citata causa Cordero Alonso) e Kokott (conclusioni del 27 ottobre 2005 nella citata causa Adeneler ea.,), hanno
         presentato argomenti a supporto di un’estensione di tale obbligo anche in pendenza del termine di attuazione della direttiva.
         Nonostante una risalente pronuncia della Corte potesse leggersi come un precedente in tal senso (sentenza 8 octobre 1987,
         causa 80/86, Kolpinghuis Nijmegen, Racc. pag. 3969, punto 15), nella sentenza Adeneler la Corte ha tuttavia escluso una tale
         estensione. Date le caratteristiche del presente giudizio, non ritengo necessario prendere posizione su tale problematica,
         pur riconoscendone l’importanza sostanziale per il diritto dell’Unione. 
      
      14 –	Citata alla nota precedente. 
      
      15 –	Sentenza 22 novembre 2005, causa C‑144/04 (Racc. pag. I‑9981).
      
      16 –	Punti 121‑123.
      
      17 –	V., per analogia, sentenza 23 aprile 2009, cause riunite C‑261/07 e C‑299/07, VTB-VAB (Racc. pag. I‑2949, punti 38‑40).
         
      
      18 –	Come si vedrà meglio in seguito, l’art. 8 bis della direttiva 80/987 è il frutto della codificazione da parte del legislatore
         comunitario di principi elaborati dalla giurisprudenza comunitaria. Sebbene, come ha sottolineato la Commissione in udienza,
         sotto determinati aspetti non vi sia una completa corrispondenza tra il testo della disposizione in parola e la giurisprudenza
         precedente alla sua adozione, ciò non concerne la questione sollevata nel quesito pregiudiziale. Ne consegue che la risposta
         a tale quesito non sarebbe sostanzialmente diversa anche ove si ritenesse necessario procedere a una sua riformulazione nel
         senso preconizzato dalla Commissione. 
      
      19 –	Sentenza 16 ottobre 2008, causa C‑310/07, Holmqvist (Racc. pag. I‑7871).
      
      20 –	Sentenza 17 settembre 1997, causa C‑117/96 (Racc. pag. I‑5017).
      
      21 –	Punto 20 e dispositivo.
      
      22 –	Punto 23.
      
      23 –	Punti 21 e 22. 
      
      24 –	Punto 24.
      
      25 –	Punto 26.
      
      26 –	Sentenza 16 dicembre 1999, causa C‑198/98 (Racc. pag. I‑8903).
      
      27 –	Punto 22.
      
      28 –	Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 15 gennaio 2000, COM(2000) 832 def. (GU C 154 E, pag. 109).
         Nello stesso senso si veda il settimo ‘considerando’ della direttiva 2002/74.
      
      29 –	COM(2000) 832 def., citata alla nota precedente.
      
      30 –	Citata supra alla nota 19.
      
      31 –	Ibidem.
      
      32 –	In proposito ricordo che la direttiva 80/987 non prevede alcun meccanismo di rimborso tra organismi. L’art. 5, lett. c),
         della direttiva prevede tuttavia che l’obbligo di pagamento a carico degli organismi di garanzia esista indipendentemente
         dall’adempimento degli obblighi di contribuire al finanziamento. 
      
      33 –	Si veda, ad esempio, l’art. 19 del regolamento (CE) del Consiglio 22 dicembre 2000, n. 44/2001, concernente la competenza
         giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale (GU 2001, L 12, pag. 1),
         l’art. 8 del regolamento (CE) del Parlamento europeo e del Consiglio 17 giugno 2008, n. 593, sulla legge applicabile alle
         obbligazioni contrattuali (GU L 177, pag. 6), e l’art. 6 della direttiva del Parlamento e del Consiglio 16 dicembre 1996,
         96/71/CE, relativa al distacco dei lavoratori nell’ambito di una prestazione di servizi (GU L 18, pag. 1).
      
      34 –	V., in particolare, punto 24.
      
      35 –	Sul rilievo di un tale fattore di collegamento insiste in particolare il governo irlandese che, nelle sue osservazioni
         dinanzi alla Corte, propone di interpretare l’art. 8 bis della direttiva 80/987 nel senso che il luogo in cui il lavoratore
         esercita la sua attività è quello in cui il suo datore di lavoro versa o avrebbe dovuto versare i contributi in vista del
         finanziamento della garanzia salariale. 
      
      36 –	V. COM(2000) 832 def., citata supra alla nota 28.
      
      37 –	Ibidem. Il testo del n. 1 dell’art. 8 bis inizialmente proposto dalla Commissone recitava: «Quando un’impresa avente stabilimenti
         sul territorio di almeno due Stati membri si trovi in stato d’insolvenza ai sensi dell’articolo 2, paragrafo 1 e quando l’apertura
         della procedura d’insolvenza è stata richiesta in uno Stato membro diverso da quello sul territorio del quale il lavoratore
         compie abitualmente il suo lavoro, l’organismo di garanzia competente è quello di quest’ultimo Stato membro».
      
      38 –	V., in particolare, pag. 9. La proposta della Commissione prevedeva anche l’introduzione, all’art. 2 della direttiva 80/987,
         di un n. 3 che definisse la nozione di «stabilimento» come segue: «Si intende per “stabilimento” ai fini della presente direttiva
         qualsiasi luogo in cui il datore di lavoro esercita in modo non transitorio un’attività economica con mezzi umani e beni».
         In fase di prima lettura, il Parlamento proponeva un emendamento volto a introdurre in tale definizione anche un riferimento
         al versamento dei contributi. L’emendamento proposto aveva il seguente tenore: «Si intende per “stabilimento”, ai fini della
         presente direttiva, qualsiasi luogo in cui il datore di lavoro esercita in modo non transitorio un’attività economica organizzata
         con mezzi umani e beni materiali o immateriali e/o dove esista una presenza aziendale. Ciò implica la retribuzione di lavoratori
         subordinati nel paese interessato, le pratiche con le autorità amministrative di tale Stato e i contributi previdenziali»
         (v. GU C 153 E, pag. 239).
      
      39 –      V. sentenza Holmqvist, citata supra alla nota 19, in particolare punto 27.
      
      40 –	V., inter alia, sentenza Everson e Barrass, citata supra alla nota 26, punto 20; v. anche il secondo ‘considerando’ della
         direttiva 2002/74.