CELEX: 61955CC0005
Language: it
Date: 1955-06-02
Title: Conclusioni dell'avvocato generale Lagrange del 2 giugno 1955. # Associazione Industrie Siderurgiche Italiane (ASSIDER) contro l'Alta Autorità della Comunità europea del Carbone e dell'Acciaio. # Interpretazione della sentenza n. 2-54. # Causa 5-55.

Conclusioni dell'Avvocato generale
   MAURICE LAGRANGE
   
      Signor Presidente, signori Giudici,
   Siete chiamati a decidere sul ricorso dell'Associazione Industrie Siderurgiche Italiane (ASSIDER) con cui vi si chiede d'interpretare il punto undecimo del capo II parte A della motivazione «in diritto» della vostra sentenza No 2-54 (sentenza pronunciata sul ricorso del Governo italiano), passo che, secondo la ricorrente, sarebbe integralmente richiamato nella sentenza della Corte No 3-54 (cioè in quella pronunciata sul ricorso dell'ASSIDER stessa).
   Il passo della sentenza No 2-54 di cui vi si chiede l'interpretazione è quello nel quale avete ritenuto fondato il mezzo che il Governo italiano ha tratto dalla violazione, mediante l'art. 1 della decisione No 2-54, del paragrafo 30 della Convenzione relativa alle Disposizioni Transitorie.
   Dopo aver esposto il suo punto di vista l'associazione ricorrente così conclude:
   «E confidiamo che la Corte ecc.ma interpreterà la sentenza richiamata nel senso che il paragrafo 30 No 2 della Convenzione relativa alle Disposizioni Transitorie vieta l'allineamento delle imprese non italiane sul mercato italiano; non vieta invece nell'interno del mercato italiano, l'allineamento di imprese italiane sui prezzi di altre imprese italiane, o l'allineamento di imprese italiane sui prezzi di altre imprese non italiane, ma appartenenti alla Comunità».
   Il ricorso che risponde a quanto prescrivono gli artt. 20 e 22 dello Statuto e 29 del Regolamento della Corte, è regolare in quanto alla forma. Va ricordato che in questa materia non vi è alcun termine per la presentazione del ricorso.
   I
   Si tratta però di stabilire se il ricorso è ricevibile con riguardo alle prescrizioni dell'art. 37 dello Statuto il quale espressamente prevede le domande d'interpretazione.
   Il citato articolo così recita: «In caso di difficoltà sul senso e la portata di una decisione, spetta alla Corte di interpretarla su richiesta di una parte o di un organo della Comunità che abbia interesse a tal fine.»
   Orbene l'ASSIDER non era «parte» nel processo che ha dato luogo alla pronuncia No 2-54 di cui si chiede l'interpretazione: tale sentenza è stata pronunciata fra il Governo italiano e l'Alta Autorità. L'ASSIDER era parte nel processo definito con la sentenza No 3-54 e non è affatto esatto, come essa sostiene, che quest'ultima richiami integralmente il No 11 della sentenza No 2-54. A dir vero la sentenza No 3-54 non fa nemmeno richiamo alla sentenza No 2-54 o per lo meno, non lo fa in merito alla questione di cui ora si tratta, cioè alla domanda di annullamento dell'art. 1 della decisione No 2-54: a tale proposito la sentenza No 3-54 si limita a dichiarare che il ricorso è privo di oggetto perchè l'art. 1 della decisione No 2-54 è stato «annullato erga omnes dalla sentenza del 21 dicembre 1954nella causa No 1-54». Ora la sentenza No 1-54 è quella che ha deciso sul ricorso del Governo francese e nella quale vi è soltanto un breve accenno al paragrafo 30: l'argomentazione che ha dato luogo all'attuale domanda d'interpretazione non vi appare il che facilmente si spiega, dato che il Governo francese non aveva invocato il mezzo tratto dalla violazione di quella disposizione che specificamente interessa il mercato italiano.
   Si dovrà perciò respingere, quale irricevibile, il ricorso dell'ASSIDER pel solo motivo che essa non era parte nella controversia che ha dato luogo alla pronuncia di cui oggi essa chiede l'interpretazione, cioè nella sentenza No 2-54?
   Io non lo penso.
   Non va dimenticato che siamo nel campo dei ricorsi d'annullamento i quali sono retti da norme speciali, in particolare per ciò che ha tratto all'autorità della res judicata. Se anche il principio generale dell'autorità relativa della res judicata continui a trovare applicazione quando il ricorso sia stato respinto, esso ammette eccezioni in caso d'annullamento perchè questo è pronunciato erga omnes: è esattamente quello che avete detto nella vostra sentenza No 3-54 ed è ciò che vi ha permesso di dichiarare priva di oggetto la domanda d'annullamento dell'ASSIDER nei limiti in cui tale annullamento era già stato pronunciato in sede dell'esame del primo ricorso, cioè di quello del Governo francese. Non vi è dubbio che a stretto rigor di diritto la Corte avrebbe perfettamente potuto emettere un'identica decisione anche nella causa No 2-54 posto che non era stata disposta la riunione dei processi. Ma non è certo dipeso dall'ASSIDER che, per quanto la riguarda, voi non abbiate adottato diversa soluzione altrettanto giuridicamente fondata, del resto. Mi sembra dunque che di fronte a pluralità di ricorsi contro la stessa decisione e quando in accoglimento di uno solo di essi la decisione sia stata annullata, gli altri ricorrenti possano essere considerati «parti» nel senso voluto dall'art. 37 dello Statuto e che essi debbano essere legittimati a chiedere l'interpretazione di una sentenza la quale, se anche mediante un semplice «non luogo», è stata pronunciata nei loro confronti. (Ben diversa sarebbe naturalmente la situazione ove il ricorso fosse stato respinto come irricevibile). E mi sembra pure che nel caso particolarissimo in cui la Corte, pur non essendovi giuridicamente tenuta, abbia esplicitamente statuito sul ricorso d'annullamento di una parte, quando già l'annullamento era stato pronunciato in esito ad altro ricorso, in tale ipotesi qualsiasi parte che abbia regolarmente concluso per l'annullamento della decisione, ha veste per chiedere l'interpretazione dell'una o dell'altra sentenza che ha raccolto le domande d'annullamento (ed entro i limiti del loro accoglimento). Così dovrebbe essere in ogni caso in cui, come in quello di cui ci occupiamo, il mezzo di annullamento che la Corte riconobbe fondato era stato fatto valere anche dal ricorrente nei cui confronti fu pronunciato il non luogo.
   II
   Ma, o Signori, se anche mi sembra che l'ASSIDER abbia superato questo primo ostacolo e che essa, grazie ad uno sforzo interpretativo invero abbastanza grande ma che ritengo giustificato, possa venir considerata «una parte» nel senso dell'art. 37 dello Statuto, io penso però che il suo ricorso non risponde ad un'altra condizione che detto articolo pone e cioè al requisito che sussista una «difficoltà sul senso e la portata di una decisione».
   
   Il ricorso d'interpretazione è un mezzo giuridico particolare che consente di ottenere l'interpretazione di una disposizione oscura ed ambigua contenuta in un giudicato, da parte dello stesso tribunale che lo ha pronunciato: è un caso d'applicazione — uno dei rari che sussistono nel diritto moderno — della massima eius est interpretavi cuius est candere e che rappresenta un'eccezione al principio in virtù del quale il giudice esaurisce la sua competenza.
   Nel diritto interno dei paesi della Comunità il ricorso d'interpretazione vero e proprio è noto soltanto in Francia e in Belgio; ma anche in questi due paesi esso è soltanto una creazione giurisprudenziale. Negli altri Stati membri le difficoltà che possono sorgere dalla esecuzione di una sentenza non possono essere risolte che in occasione di una nuova lite per la cui soluzione il tribunale competente (che in generale potrà essere lo stesso od un altro foro) avrà da interpretare, se del caso, la sentenza per applicarla, esattamente come se si trattasse di un testo di legge o di un regolamento.
   Il ricorso d'interpretazione esiste pure presso certe giurisdizioni internazionali ove esso è formalmente previsto dai testi: ciò è il caso in particolare presse la Corte Internazionale di Giustizia — art. 60 dello Statuto e 79 del Regolamento.
   Ma tanto nei diritti interni come nel diritto internazionale valgono gli stessi principi. Essi si possono così riassumere:
   
            1o
            
         
         
            
               Vi deve essere una difficoltà. Tale difficoltà deve essere concreta e tale da incidere sull'esecuzione della sentenza, dando qui al termine «esecuzione» il suo significato più ampio e non già quello di «atti esecutivi». Non sta ai giudici dare consultazioni di carattere accademico sulle sentenze che han pronunciate. Non è peraltro necessario vi sia una vera lite che comporti contrastanti conclusioni delle parti. Ciò in ogni caso non potrebbe essere richiesto davanti alla nostra Corte perchè l'art. 37 parla di «difficoltà» sul senso e la portata d'una decisione e non di «contestazione» come fa lo Statuto della Corte dell'Aia (il termine «contestation» richiama maggiormente l'idea di una lite), e d'altra parte lo stesso art. 37 attribuisce il diritto di ricorrere alle Istituzioni della Comunità anche ove non siano state parti del processo principale: in un simile caso può accadere benissimo che le due parti siano pienamente d'accordo.
            Dunque, prima condizione: esistenza di una difficoltà concreta e attinente alle esecuzione della sentenza.
         
      
            2o
            
         
         
            La difficoltà deve riguardare un punto su cui la decisione ha statuito senza tuttavia rimettere in questione ciò che è stato giudicato. Ciò è molto importante. Non si potrebbe violare la res judicata col pretesto di dare un'interpretazione.
            Da ciò consegue che il tribunale non può valersi di un ricorso di interpretazione per restringere, estendere o modificare i diritti che la sua sentenza ha consacrati ed egli si deve limitare a darne l'interpretazione quando, per l'ambiguità dei suoi termini, tale sentenza lascia indecisa la portata degli effetti che ne derivano:
            Corte di Cassazione francese, ricorso 10 dicembre 1902 (
                  1
               ); Corte di Cassazione francese, Civ. 15 luglio 1902 (
                  2
               ); Corte di Cassazione francese, Civ. 23 giugno 1924 (
                  3
               ); Consiglio di Stato francese, Héritier S. Berton, 8 agosto 1895 (
                  4
               ).
            Da ciò consegue pure che il ricorso d'interpretazione può soltanto investire quella parte della sentenza che ha autorità di giudicato cioè, in linea di principio, il dispositivo. Di regola infatti l'autorità del giudicato investe soltanto il dispositivo ma questo può tuttavia risultare chiarito dalla motivazione: questa regola, a quanto mi consta, è comunemente ammessa nei nostri sei paesi. Cito in tal senso, in Francia, una sentenza particolarmente chiara e precisa: Tribunal des Conflits, 12 dicembre 1942, Murard (
                  5
               ).
            Da ciò infine consegue ancora che il tribunale che ha emesso la pronuncia di cui si chiede l'interpretazione non può sostituirsi al tribunale competente per gli atti esecutivi. (In questo senso «a contrario» Corte di Cassazione francese 7 maggio 1946) (
                  6
               ). Ciò si spiega perchè il procedimento d'interpretazione non deve turbare l'ordine delle competenze e non deve quindi intaccare la competenza del giudice dell'esecuzione, d'altronde, la principale utilità, se non l'unica, di tale procedimento un po' singolare, consiste precisamente nel cercare di evitare, prevenendole, le difficoltà ulteriori e nuove liti nel corso dell'esecuzione.
            Ecco ciò che avevo da dire per il diritto interno.
            Nel diritto internazionale troviamo un precedente molto interessante; trattasi della sentenza 16 dicembre 1926 della Corte permanente di giustizia internazionale, pronunciata fra il Governo germanico e quello polacco nella causa detta dell'officina di Chorzow. In quella causa la Corte dell'Aia ha dato l'interpretazione d'un passo di una precedente sentenza sul cui significato e sulla cui portata le parti erano discordi.
            In quell'occasione la Corte è stata indotta a precisare quali sono le condizioni di ricevibilità d'un ricorso d'interpretazione ed essa ha nettamente subordinato la ricevibilità all'esistenza d'una divergenza d'opinioni fra le parti in merito a ciò che, nella sentenza da interpretare, è stato deciso con forza obbligatoria; essa ha pure ammesso che spettava a lei, se del caso, di decidere se una od altra parte della sentenza avesse o non forza obbligatoria.
            Uno dei giudici, il Prof. Anzilotti che faceva parte della minoranza, ha pubblicato la sua opinione dissidente: ma in realtà risulta chiaro che il Prof. Anzilotti, se anche con maggior rigore giuridico, partiva dagli stessi principi che informarono l'opinione della maggioranza della Corte e che divergeva da essa piuttosto nell'applicazione alla fattispecie. Egli ritenne che su un punto non vi era contestazione fra le parti e quindi non vi era difficoltà; inoltre, su un altro punto che il ricorso d'interpretazione tendeva in realtà a far decidere una nuova questione e che si trovava in quel momento pendente davanti alla Corte. Egli ne ha concluso che il ricorso era irricevibile.
         
      
            3o
            
         
         
            
               La decisione deve presentare realmente carattere oscuro o ambiguo.
            
            Se essa è chiara non vi è certamente nulla da interpretare ed il ricorso deve essere respinto.
            Cito ad esempio, in Francia: Consiglio di Stato: vedova Guillemain, 9 luglio 1926 (
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               ); id. Segretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, 7 luglio 1950 (
                  8
               ). Quest'ultima sentenza è interessante poichè riguarda l'interpretazione d'una decisione emessa su ricorso di annullamento ed è il solo esempio che si conosca.
            Talvolta la sentenza che dichiara non esservi nè oscurità nè ambiguità è accompagnata da alcuni commenti che sono pure utili. Ad esempio, Consiglio di Stato, Città di Bagnères de Luchon, 28 novembre 1934 (
                  9
               ).
            In diritto internazionale citerò ancora la sentenza 16 dicembre 1927 della Corte permanente di Giustizia Internazionale la quale non ha esitato a dare un'interpretazione, motivandola anche ampiamente, della sua precedente sentenza, riconoscendo in tal modo che essa si presentava con qualche ambiguità.
            Questo sono, secondo me, le tre condizioni richieste per la ricevibilità del ricorso d'interpretazione.
            In quanto al procedimento esso non può essere, a mio avviso, che contenzioso, e ciò nonostante il carattere piuttosto speciale di questi ricorsi ed in particolare perchè essi non esigono necessariamente l'esistenza di una vera «lite».
            È infatti necessario un procedimento in contradittorio: le parti del primo processo devono essere chiamate in causa quali che siano del resto le conclusioni che prendono e le osservazioni che presentano. D'altronde se il ricorso trova accoglimento e se il giudice fa l'interpretazione, questa non può essere data che nella stessa forma in cui è stata resa la sentenza da interpretare: la pronuncia interpretativa deve avere la stessa efficacia di giudicato che ha la sentenza interpretata ed a questa la nuova pronuncia deve incorporarsi. Orbene, vige il principio che l'autorità della res judicata non investe le decisioni rese in volontaria giurisdizione (Solus, Cours de droit judiciaire privé (1953-54) No 646; Cuche, Précis de procedure civile, decima ed. No 77).
            Penso che non vi sia alcun valido motivo perchè la Corte si scosti da questi principi comunemente ammessi. Sul procedimento in particolare, voi avete, secondo me, già espresso il vostro avviso nel senso da me esposto quando avete deciso che: «la Corte provvede sulla domanda d'interpretazione mediante apposita sentenza». (art. 78 del vostro Regolamento.)
         
      III
   Se si ammettono questi principi conviene ora darvi applicazione alla fattispecie che vi è sottoposta. Su questo punto la mia esposizione sarà breve.
   Io penso anzitutto che la prima condizione, cioè l'esistenza di una difficoltà, sicuramente ricorre. È certo che il paragrafo 30 della Convenzione cosi come è redatto, lascia impregiudicata la questione se con esso si siano volute vietare le così dette pratiche di allineamento (cioè l'applicazione delle norme contenute dell' l'art. 60 No 2 b) del Trattato), nel mercato italiano anche fra imprese italiane. C'è qui un problema da risolvere. D'altronde si tratta di una difficoltà concreta tanto è vero che l'Alta Autorità dopo essersi dimostrata favorevole al diritto di allineamento fra imprese italiane, dopo la prima sentenza della Corte, ha creduto dover assumere un opposto atteggiamento. Ritengo invece che il ricorso su cui dovete decidere non risponda alla seconda condizione e ciò perchè la domanda di interpretazione non verte su un punto deciso dalla Corte.
   Che cosa ha statuito la Corte con la sentenza di cui si chiede l'interpretazione?
   Essa ha statuito che l'art. 1 della decisione 2-54 è contrario non solo all'art. 60 ma contrario pure al paragrafo 30 della Convenzione relativa alle Disposizioni Transitorie. Perchè (ed io cito) «Anche se si ritenesse che il paragrafo 30 della Convenzione sulle Disposizioni Transitorie miri particolarmente a vietare l'allineamento sui prezzi delle imprese italiane, non ne deriva necessariamente che i termini di tale disposizione escludono una protezione sotto altra forma. Sostenere il contrario costituirebbe una vera petizione di principio poichè, in assenza di un testo chiaro e preciso, è legittimo ammettere che la Convenzione abbia voluto accordare alle imprese italiane, integralmente, a titolo transitorio ed in via eccezionale, il vantaggio della protezione che essa ha istituito a loro beneficio. Così la Convenzione ha lo scopo effettivo di impedire alle imprese non italiane di mettersi in concorrenza con le imprese italiane sul mercato italiano, praticando prezzi inferiori a quelli dei loro listini».
   Si tratta dunque unicamente della salvaguardia del mercato italiano nei confronti delle imprese non italiane.
   
   È vero che nella sentenza sono usate in prosieguo formule molto generiche ma in alcun passo vi si dichiara che il paragrafo 30, oltre allo scopo di salvaguardare il mercato italiano contro i mercati esterni che in tal paragrafo si ravvisa, avrebbe anche quello di attuare determinate forme di tutela puramente interne al mercato italiano. È questa una questione ben diversa e che nel corso del procedimento non ha dato luogo ad alcuna discussione, che non poteva essere esaminata e sulla quale non vi fu alcuna pronuncia.
   Ecco perchè ritengo il ricorso irricevibile.
   Ai sensi dell'art. 60 del vostro Regolamento, «in materia contenziosa la parte soccombente è condannata alle spese». Questa norma è inderogabile. Essa vieta — e ne sono ben spiacente — che si tenga conto di considerazioni di equità ed in particolare del fatto che l'ASSIDER si è decisa a procedere in sede d'interpretazione spintavi dall'Alta Autorità.
   Concludo per la reiezione del ricorso e la condanna dell'ASSI-DER alle spese di causa.
   (
         1
      )	Dalloz, pag. 109.
   (
         2
      )	Sirey, 1907, 1. 162.
   (
         3
      )	Sirey, 1925, 1. 337.
   (
         4
      )	Recueil, 1895, pag. 666.
   (
         5
      )	Recueil, 1943, pag. 319.
   (
         6
      )	Dalloz, 1947, Jurisprudence, pag. 3.
   (
         7
      )	Recueil, 1926, pag. 730.
   (
         8
      )	Recueil, 1950, pag. 427.
   (
         9
      )	Recueil, 1934, pag. 1122.