CELEX: 62008TJ0107
Language: it
Date: 2011-11-30
Title: Sentenza del Tribunale (Terza Sezione) del 30 novembre 2011. # Transnational Company "Kazchrome" AO e ENRC Marketing AG contro Consiglio dell'Unione europea e Commissione europea. # Dumping - Importazioni di silico-manganese originario della Repubblica popolare cinese e del Kazakstan - Ricorso di annullamento - Prezzo all’esportazione - Confronto tra il prezzo all’esportazione e il valore normale - Calcolo del margine di sotto-quotazione - Responsabilità non contrattuale. # Causa T-107/08.

Causa T‑107/08
      Transnational Company «Kazchrome» AO e ENRC Marketing AG
      contro
      Consiglio dell’Unione europea e Commissione europea
      «Dumping — Importazioni di silico-manganese originario della Repubblica popolare cinese e del Kazakstan — Ricorso di annullamento — Prezzo all’esportazione — Confronto tra il prezzo all’esportazione e il valore normale — Calcolo del margine di sottoquotazione — Responsabilità extracontrattuale»
      Massime della sentenza
      1.      Ricorso di annullamento — Regolamento del Consiglio che istituisce un dazio antidumping definitivo — Ricorso proposto contro
            la Commissione — Irricevibilità
      (Art. 230 CE; regolamento del Consiglio n. 1420/2007)
      2.      Atti delle istituzioni — Motivazione — Obbligo — Portata — Regolamento che istituisce dei dazi antidumping — Adeguamenti del
            prezzo all’esportazione al fine di garantire un equo confronto tra il valore normale e il prezzo all’esportazione — Difetto
            di adeguata motivazione 
      (Art. 253 CE; regolamento del Consiglio n. 1420/2007)
      3.      Politica commerciale comune — Difesa contro le pratiche di dumping — Imposizione di un dazio antidumping — Presupposto — Danno
            — Determinazione — Confronto tra il valore normale e il prezzo all’esportazione — Calcolo del margine di sottoquotazione
      (Regolamenti del Consiglio n. 384/96, art. 3, nn. 2 e 3, n. 1225/2009, art. 3, nn. 2 e 3, e n. 1420/2007, ‘considerando’ 104
            e 105)
      4.      Responsabilità extracontrattuale — Presupposti — Illecito — Danno — Nesso causale — Regolamento che istituisce dei dazi antidumping
            — Diminuzione del volume delle vendite di un’impresa soggetta a tale regolamento — Insussistenza di nesso di causalità
      (Art. 288 CE; regolamento del Consiglio n. 1420/2007)
      5.      Responsabilità extracontrattuale — Presupposti — Illecito — Danno — Nesso causale — Spese sostenute ai fini della partecipazione
            a un procedimento antidumping riguardante un regolamento viziato da illegittimità — Insussistenza di nesso di causalità
      (Art. 288, secondo comma, CE)
      1.      Il ruolo della Commissione nei procedimenti antidumping si inserisce nell’ambito del processo decisionale del Consiglio. Essa
         è incaricata di condurre le inchieste e di decidere in base ad esse di porre termine al procedimento o al contrario di proseguirlo,
         adottando misure provvisorie e proponendo al Consiglio l’adozione di misure definitive come un regolamento che istituisce
         un dazio antidumping. Il potere decisionale spetta tuttavia al Consiglio, che può astenersi da qualsiasi decisione se è in
         disaccordo con la Commissione o, al contrario, adottare una decisione sulla base delle proposte di quest’ultima. Di conseguenza,
         un ricorso di annullamento di un regolamento adottato unicamente dal Consiglio è irricevibile nella parte in cui è diretto
         contro la Commissione.
      
      (v. punto 26)
      2.      La motivazione prescritta dall’art. 253 CE dev’essere adeguata alla natura dell’atto di cui trattasi e deve fare apparire
         in forma chiara e non equivoca l’iter logico seguito dall’istituzione da cui esso promana, in modo da consentire agli interessati
         di conoscere le ragioni del provvedimento adottato e permettere al giudice competente di esercitare il proprio controllo.
         La necessità della motivazione dev’essere valutata in funzione delle circostanze del caso, in particolare del contenuto dell’atto,
         della natura dei motivi esposti e dell’interesse che i destinatari dell’atto o altre persone da questo riguardate direttamente
         e individualmente possano avere a ricevere spiegazioni. La motivazione non deve necessariamente specificare tutti gli elementi
         di fatto e di diritto pertinenti, in quanto, per accertare se la motivazione di un atto soddisfi i requisiti del suddetto
         art. 253 CE, occorre tener conto non solo del suo tenore, ma anche del suo contesto e del complesso delle norme giuridiche
         che disciplinano la materia.
      
      Nel caso di un regolamento del Consiglio che istituisce un dazio antidumping, la valutazione secondo cui una società di vendita
         dei prodotti colpiti dal dazio antidumping ha, nel circuito delle vendite dell’impresa produttrice, funzioni assimilabili
         a quelle di un agente operante sulla base di commissioni è viziata da un difetto di motivazione qualora, per effettuare un
         confronto equo tra il valore normale e il prezzo all’esportazione ed effettuare adeguamenti del prezzo all’esportazione in
         particolare a titolo di commissioni, il Consiglio si limiti a menzionare che tali imprese intrattengono una relazione commerciale
         basata su condizioni di concorrenza normali e che, in tali circostanze, la società di vendita non può considerarsi operante
         come un dipartimento interno di vendite dell’impresa produttrice, nonostante gli elementi dedotti dalle imprese interessate
         volti a dimostrare che la relazione tra di esse era quella che intercorre tra una società e un dipartimento interno di vendite.
      
      (v. punti 31, 34, 36-37, 40)
      3.      L’art. 1, n. 1, del regolamento antidumping di base n. 384/96 (divenuto art. 1, n. 1, del regolamento n. 1225/2009) fissa
         la regola essenziale per l’imposizione dei dazi antidumping secondo cui non è sufficiente che le merci importate costituiscano
         oggetto di dumping, ma occorre inoltre che la loro immissione in libera pratica provochi un pregiudizio. Proprio ai fini della
         determinazione dell’esistenza di un pregiudizio il suddetto regolamento, all’art. 3, nn. 2 e 3 (divenuto art. 3, nn. 2 e 3,
         del regolamento n. 1225/2009), prevede che deve essere effettuato un esame obiettivo dell’effetto delle importazioni sui prezzi
         dei prodotti simili sul mercato dell’Unione e che a tal fine si deve esaminare se, per le importazioni oggetto di dumping,
         vi sia una notevole sottoquotazione del prezzo rispetto al prezzo di un prodotto simile o se tali importazioni abbiano comunque
         l’effetto di deprimere notevolmente i prezzi o di impedire in misura notevole aumenti di prezzo che altrimenti sarebbero intervenuti.
      
      In tali circostanze, qualora, nel regolamento n. 1420/2007 che istituisce un dazio antidumping definitivo sulle importazioni
         di silico-manganese originario della Repubblica popolare cinese e del Kazakstan e chiude il procedimento riguardante le importazioni
         di silico-manganese originario dell’Ucraina, il Consiglio calcoli, ai fini del confronto tra i prezzi delle importazioni e
         i prezzi dell’industria dell’Unione e della determinazione dell’esistenza di un pregiudizio arrecato a quest’ultima dalle
         importazioni oggetto di dumping, la sottoquotazione dei prodotti importati, esso commette un errore manifesto di valutazione
         allorché consideri che il confronto obiettivo tra i prezzi dell’industria dell’Unione e quelli delle importazioni rende necessario
         che il punto di riferimento ai fini della determinazione del prezzo di queste ultime sia quello del loro primo ingresso nel
         territorio dell’Unione e non il loro punto di sdoganamento, malgrado la distanza che separa questi due punti, in tal modo
         escludendo dal loro prezzo i costi significativi di trasporto tra detti punti.
      
      Infatti, sono i prezzi negoziati tra le società esportatrici ed i clienti con riferimento al punto di sdoganamento, e non
         i prezzi calcolati dal Consiglio facendo riferimento ad uno stadio intermedio del trasporto, sia pur esso avvenuto sul territorio
         dell’Unione, quelli che possono determinare la decisione dei clienti di acquistare i prodotti delle società esportatrici piuttosto
         che quelli dell’industria dell’Unione. Il Consiglio e la Commissione devono nondimeno prendere in considerazione, nell’ambito
         del loro margine discrezionale, tutti gli elementi pertinenti di ciascuna fattispecie, compresi gli indizi che consentano
         di ritenere che la scelta delle vie di trasporto e dei punti di sdoganamento miri a falsare il confronto dei prezzi delle
         importazioni e dei prodotti dell’Unione.
      
      (v. punti 58, 63, 67-68)
      4.      Un semplice riferimento alla diminuzione del volume delle vendite di un’impresa soggetta all’applicazione del regolamento
         n. 1420/2007, che istituisce un dazio antidumping definitivo sulle importazioni di silico-manganese originario della Repubblica
         popolare cinese e del Kazakstan e chiude il procedimento riguardante le importazioni di silico-manganese originario dell’Ucraina,
         non può essere sufficiente a dimostrare il nesso di causalità tra la perdita di utili di detta impresa e gli illeciti invocati
         contro tale regolamento, nesso richiesto per l’insorgere della responsabilità extracontrattuale dell’Unione, e ciò a causa
         delle forti variazioni dei volumi di vendita da un anno all’altro, indipendentemente dall’adozione del suddetto regolamento.
      
      (v. punti 76-77)
      5.      In materia di responsabilità extracontrattuale dell’Unione, il danno deve risultare direttamente dall’illecito dedotto e non
         dalla scelta del ricorrente circa il modo di reagire all’atto asseritamente illegittimo. Così, il semplice fatto che il comportamento
         illegittimo abbia costituito una condizione necessaria del sopravvenire del danno, nel senso che questo non si sarebbe prodotto
         in assenza di tale comportamento, non è sufficiente a stabilire un nesso di causalità.
      
      In tal senso, le spese sostenute ai fini della partecipazione di un’impresa ad un procedimento antidumping non possono essere
         considerate un danno derivante dall’adozione di un regolamento antidumping viziato da illegittimità, dato che tale partecipazione
         dei produttori-esportatori o di altre parti interessate non è richiesta e che essi sono liberi di valutare l’opportunità e
         l’interesse di partecipare nonché l’intensità della loro partecipazione e i costi a tal fine sostenuti. Inoltre, le spese
         corrispondenti al lavoro del personale di un simile produttore-esportatore non possono essere considerate presentare un nesso
         diretto con l’inchiesta, dal momento che gli stipendi del personale dovevano essere corrisposti a prescindere dall’esistenza
         di un procedimento antidumping in corso.
      
      (v. punti 80-82)
SENTENZA DEL TRIBUNALE (Terza Sezione)
      30 novembre 2011 (*)
      
      «Dumping – Importazioni di silico‑manganese originario della Repubblica popolare cinese e del Kazakstan – Ricorso di annullamento – Prezzo all’esportazione – Confronto tra il prezzo all’esportazione e il valore normale – Calcolo del margine di sottoquotazione – Responsabilità extracontrattuale»
      Nella causa T‑107/08,
      Transnational Company «Kazchrome» AO, con sede in Aktioubé (Kazakstan), 
      
      ENRC Marketing AG, con sede in Kloten (Svizzera),
      
      rappresentate inizialmente dagli avv.ti L. Ruessmann e A. Willems, successivamente dagli avv.ti Willems e S. De Knop,
      ricorrenti,
      contro
      Consiglio dell’Unione europea, rappresentato inizialmente dal sig. J.-P. Hix, in qualità di agente, assistito dagli avv.ti G. Berrisch e G. Wolf, successivamente
         dai sigg. Hix e B. Driessen, in qualità di agenti, assistiti dall’avv. Berrisch, 
      
      e
      Commissione europea, rappresentata dal sig. H. van Vliet e dalla sig.ra K. Talabér-Ritz, in qualità di agenti,
      
      convenuti,
      sostenuti da
      Euroalliages, con sede in Bruxelles (Belgio), rappresentata dagli avv.ti J. Bourgeois, Y. van Gerven e N. McNelis,
      
      interveniente,
      aventi ad oggetto da un lato, la domanda di annullamento del regolamento (CE) del Consiglio 4 dicembre 2007, n. 1420, che
         istituisce un dazio antidumping definitivo sulle importazioni di silico-manganese originario della Repubblica popolare cinese
         e del Kazakstan e chiude il procedimento riguardante le importazioni di silico-manganese originario dell’Ucraina (GU L 317,
         pag. 5), nella parte in cui verte sulle importazioni di silico‑manganese prodotto dalla Transnational Company «Kazchrome»
         AO, e, dall’altro, una domanda di risarcimento danni,
      
      IL TRIBUNALE (Terza Sezione),
      composto dal sig. O. Czúcz (relatore), presidente, dalla sig.ra I. Labucka e dal sig. D. Gratsias, giudici,
      cancelliere: sig. N. Rosner, amministratore
      vista la fase scritta del procedimento e in seguito all’udienza del 18 maggio 2011,
      ha pronunciato la seguente
      Sentenza
       Fatti
      1        Il 24 luglio 2006 la Euroalliages presentava alla Commissione delle Comunità europee una denuncia contro le importazioni di
         silico‑manganese (in prosieguo: il «SiMn») originario della Repubblica popolare cinese, del Kazakstan e dell’Ucraina. 
      
      2        Il 6 settembre 2006, la Commissione pubblicava l’avviso di apertura di un procedimento antidumping riguardante le importazioni
         di [SiMn] originarie della Repubblica popolare cinese, del Kazakstan e dell’Ucraina (GU C 214, pag. 14). 
      
      3        Le ricorrenti, la Transnational Company «Kazchrome» AO (in prosieguo: la «Kazchrome») e la ENRC Marketing AG (in prosieguo:
         la «ENRC») – rispettivamente, una società di diritto kazako che produce, in particolare, ferro‑silico‑manganese e una società
         di diritto svizzero operante nella commercializzazione di tale prodotto, entrambe facenti parte del gruppo controllato dalla
         Eurasian Natural Resources Corporation plc – criticavano, con lettera 14 settembre 2006, l’avvio dell’inchiesta per il motivo,
         in particolare, che, a loro avviso, la denuncia non conteneva elementi di prova sufficienti circa l’esistenza del dumping
         di cui costituiva oggetto il SiMn originario del Kazakstan e il grave pregiudizio che ne derivava per l’industria comunitaria.
         
      
      4        Il 25 luglio 2007 la Commissione comunicava alle ricorrenti le sue conclusioni provvisorie. Impartiva alle parti interessate
         il termine dell’8 agosto 2007 per presentare il loro punto di vista su tale documento. Le ricorrenti presentavano le loro
         osservazioni il 14 agosto 2007.
      
      5        Il 5 ottobre 2007 la Commissione redigeva il documento d’informazione finale. Alle parti interessate veniva impartito il termine
         del 15 ottobre 2007 per presentare il loro punto di vista su tale documento. Le ricorrenti presentavano le loro osservazioni
         il 15 ottobre 2007. 
      
      6        Con lettera 31 ottobre 2007 la Commissione inviava alle ricorrenti il documento d’informazione finale rivisto. Veniva impartito
         alle ricorrenti e alle altre parti interessate il termine delle 12.00 del 12 novembre 2007 per presentare osservazioni. Le
         ricorrenti presentavano le loro osservazioni iniziali il 7 novembre 2007. Il 12 novembre 2007 le ricorrenti presentavano le
         loro osservazioni complementari sul documento d’informazione finale rivisto. 
      
      7        Il 4 dicembre 2007 il Consiglio dell’Unione europea adottava il regolamento (CE) n. 1420/2007, che istituisce un dazio antidumping
         definitivo sulle importazioni di [SiMn] originario della Repubblica popolare cinese e del Kazakstan e chiude il procedimento
         riguardante le importazioni di [SiMn] originario dell’Ucraina (GU L 317, pag. 5; in prosieguo: il «regolamento impugnato»).
      
      8        Il n. 1 dell’art. 1 del regolamento impugnato così dispone:
      
      «È istituito un dazio antidumping definitivo sulle importazioni di silico‑manganese (incluso il ferro-silico-manganese) di
         cui ai codici NC 7202 30 00 ed ex 8111 00 11 (codice TARIC 8111 00 11 10), originario della RPC e del Kazakstan».
      
      9        Conformemente al n. 2 dell’art. 1 del regolamento impugnato, l’aliquota del dazio antidumping applicabile al prezzo netto
         franco frontiera comunitaria, prima del dazio, per le importazioni originarie del Kazakstan è del 6,5%.
      
      10      Con decisione della Commissione 4 dicembre 2007, 2007/789/CE, che sospende il dazio antidumping definitivo istituito dal regolamento
         impugnato sulle importazioni di [SiMn] originario della Repubblica popolare cinese e del Kazakstan (GU L 317, pag. 79), il
         dazio antidumping è stato sospeso per un periodo di nove mesi.
      
      11      Con lettera 5 dicembre 2007 la Commissione rispondeva alle osservazioni delle ricorrenti del 7 e 12 novembre 2007. 
      
      12      La sospensione derivante dalla decisione 2007/789 veniva prorogata fino al 6 settembre 2009 con il regolamento (CE) del Consiglio
         27 agosto 2008, n. 865, che proroga la sospensione del dazio antidumping definitivo istituito dal [regolamento impugnato]
         sulle importazioni di [SiMn] originario della Repubblica popolare cinese e del Kazakstan (GU L 237, pag. 1). 
      
       Procedimento e conclusioni delle parti
      13      Con atto introduttivo depositato presso la cancelleria del Tribunale il 29 febbraio 2008, le ricorrenti hanno proposto il
         presente ricorso. 
      
      14      Con atto depositato presso la cancelleria del Tribunale il 23 giugno 2008, la Euroalliages chiedeva di intervenire nel presente
         procedimento a sostegno delle conclusioni del Consiglio e della Commissione.
      
      15      Con ordinanza 19 gennaio 2009, il presidente della Quarta Sezione del Tribunale ammetteva tale intervento per quanto riguarda
         la domanda di annullamento e lo respingeva per quanto riguarda la domanda di risarcimento danni.
      
      16      A seguito della modifica della composizione delle sezioni del Tribunale, il giudice relatore è stato assegnato alla Terza
         Sezione, alla quale di conseguenza la presente causa è stata attribuita.
      
      17      Su relazione del giudice relatore, il Tribunale (Terza Sezione) ha deciso di aprire la fase orale del procedimento. Le difese
         delle parti e le risposte ai quesiti loro rivolti dal Tribunale sono state sentite all’udienza del 18 maggio 2011.
      
      18      Le ricorrenti, in sostanza, concludono che il Tribunale voglia:
      
      –        annullare il regolamento impugnato nella parte in cui impone un dazio antidumping sulle importazioni di SiMn da esse prodotto
         e/o venduto;
      
      –        condannare in solido il Consiglio e la Commissione a risarcire alle ricorrenti i danni, maggiorati degli interessi, derivanti
         in particolare dall’avvio dell’inchiesta e dall’adozione del regolamento impugnato;
      
      –        condannare il Consiglio e la Commissione alle spese.
      19      Il Consiglio conclude in sostanza che il Tribunale voglia:
      
      –        respingere il ricorso; 
      –        condannare le ricorrenti alle spese.
      20      La Commissione conclude, in sostanza, che il Tribunale voglia:
      
      –        dichiarare irricevibili sia la domanda di annullamento sia la domanda di risarcimento danni e respingerle;
      –        in subordine, dichiarare infondate le due domande e respingerle; 
      –        condannare le ricorrenti alle spese.
      21      La Euroalliages conclude, in sostanza, che il Tribunale voglia:
      
      –        respingere la domanda di annullamento; 
      –        condannare le ricorrenti alle spese.
      22      Nel corso dell’udienza, rispondendo ai quesiti del Tribunale, le ricorrenti hanno fatto presente, da un lato, che la loro
         domanda di annullamento era intesa a far annullare il regolamento impugnato unicamente nella parte in cui verte sulle importazioni
         di SiMn prodotto dalla Kazchrome e, dall’altro, che la domanda di risarcimento danni era rivolta unicamente nei confronti
         del Consiglio.
      
      23      Peraltro, sempre in risposta ad un quesito del Tribunale, le ricorrenti hanno precisato che la loro domanda di trattamento
         riservato nei confronti della Euroalliage doveva essere intesa, per quanto riguarda la domanda di risarcimento danni, nel
         senso che essa riguarda gli elementi fattuali di tale domanda e non l’argomentazione giuridica.
      
       In diritto
       Sulla domanda di annullamento
      24      La Commissione contesta la ricevibilità della domanda di annullamento in quanto diretta nei suoi confronti per il motivo che
         il regolamento impugnato è stato adottato dal Consiglio. 
      
      25      Le ricorrenti non hanno dedotto argomenti a tale proposito.
      
      26      È giocoforza constatare che la domanda intesa a far annullare il regolamento impugnato è irricevibile nella parte in cui è
         diretta nei confronti della Commissione, dato che il regolamento di cui trattasi è stato adottato unicamente dal Consiglio.
         Infatti, conformemente alla giurisprudenza, il ruolo della Commissione nei procedimenti antidumping si inserisce nell’ambito
         del processo decisionale del Consiglio. Essa è incaricata di condurre le inchieste e di decidere in base ad esse di porre
         termine al procedimento o al contrario di proseguirlo, adottando misure provvisorie e proponendo al Consiglio l’adozione di
         misure definitive come il regolamento impugnato. Il potere decisionale spetta tuttavia al Consiglio, che può astenersi da
         qualsiasi decisione se è in disaccordo con la Commissione o, al contrario, adottare una decisione sulla base delle proposte
         di quest’ultima (v. ordinanza della Corte 11 novembre 1987, causa 150/87, Nashua e a./Consiglio e Commissione, Racc. pag. 4421,
         punti 6 e 7 e la giurisprudenza ivi citata).
      
      27      A sostegno della loro domanda, le ricorrenti deducono dodici motivi o gruppi di motivi.
      
      28      Si deve esaminare anzitutto il quarto gruppo di motivi, avente ad oggetto il confronto tra il valore normale e il prezzo all’esportazione,
         nonché il quinto gruppo di motivi, vertente sul calcolo della sottoquotazione dei prezzi
      
       Sul quarto gruppo di motivi, avente ad oggetto il confronto del prezzo all’esportazione con il valore normale
      29      Le ricorrenti sostengono in particolare che il Consiglio è venuto meno al suo obbligo di motivazione e ha violato il regolamento
         (CE) del Consiglio 22 dicembre 1995, n. 384/96, relativo alla difesa contro le importazioni oggetto di dumping da parte di
         paesi non membri della Comunità europea (GU 1996, L 56, pag. 1), come modificato (in prosieguo: il «regolamento di base»)
         [sostituito dal regolamento (CE) del Consiglio 30 novembre 2009, n. 1225, relativo alla difesa contro le importazioni oggetto
         di dumping da parte di paesi non membri della Comunità europea (GU L 343, pag. 51, rettifica in GU 2010, L 7, pag. 22)], in
         particolare l’art. 2, n. 10, lett. i) [divenuto art. 2, n. 10, lett. i), del regolamento n. 1225/2009], effettuando un adeguamento
         al ribasso del prezzo all’esportazione della Kazchrome a titolo delle asserite commissioni della ENRC in quanto quest’ultima
         avrebbe funzioni assimilabili a quelle di un agente operante sulla base di commissioni.
      
      30      Il Consiglio sostiene che la motivazione fornita dal regolamento impugnato era sufficiente, in particolare in considerazione
         dei fatti e degli scambi intervenuti tra la Commissione e le ricorrenti durante il procedimento antidumping e che queste non
         dimostrano che esso sia incorso in un errore manifesto di valutazione nell’effettuare l’adeguamento contestato e quindi che
         abbia violato l’art. 2, n. 10, lett. i), del regolamento di base.
      
      31      A questo proposito si deve ricordare che, secondo una costante giurisprudenza, la motivazione prescritta dall’art. 253 CE
         dev’essere adeguata alla natura dell’atto di cui trattasi e deve fare apparire in forma chiara e non equivoca l’iter logico
         seguito dall’istituzione da cui esso promana, in modo da consentire agli interessati di conoscere le ragioni del provvedimento
         adottato e permettere al giudice competente di esercitare il proprio controllo. La necessità della motivazione dev’essere
         valutata in funzione delle circostanze del caso, in particolare del contenuto dell’atto, della natura dei motivi esposti e
         dell’interesse che i destinatari dell’atto o altre persone da questo riguardate direttamente e individualmente possano avere
         a ricevere spiegazioni. La motivazione non deve necessariamente specificare tutti gli elementi di fatto e di diritto pertinenti,
         in quanto per accertare se la motivazione di un atto soddisfi i requisiti del suddetto art. 253 CEoccorre tener conto non
         solo del suo tenore, ma anche del suo contesto e del complesso delle norme giuridiche che disciplinano la materia (v. sentenza
         della Corte 30 settembre 2003, causa C‑76/01 P, Eurocoton e a./Consiglio, Racc. pag. I‑10091, punto 88 e la giurisprudenza
         ivi citata).
      
      32      L’art. 2, n. 10, del regolamento di base prevede: 
      
      «Tra il valore normale e il prezzo all’esportazione deve essere effettuato un confronto equo, allo stesso stadio commerciale
         e prendendo in considerazione vendite realizzate in date per quanto possibile ravvicinate, tenendo debitamente conto di altre
         differenze incidenti sulla comparabilità dei prezzi. (...) 
      
      Quando sono soddisfatte le condizioni specificate, possono essere applicati adeguamenti per i fattori qui di seguito elencati:
      (...)
      i) Commissioni
      Si applica un adeguamento per le differenze relative alle commissioni pagate per le vendite in esame.
      Nel termine “commissione” si intende incluso il rialzo ricevuto da un commerciante del prodotto o del prodotto simile, se
         le funzioni di tale commerciante sono analoghe a quelle di un agente che opera sulla base di commissioni.
      
      (...)».
      33      Nella specie, dal ‘considerando’ 67 del regolamento impugnato risulta che, poiché la Kazchrome ha esportato il prodotto di
         cui trattasi verso la Comunità con l’intermediazione della ENRC, definita società commerciale collegata situata in un paese
         terzo, il prezzo all’esportazione è stato calcolato in base al prezzo di rivendita pagato alla ENRC dal primo cliente indipendente
         nella Comunità.
      
      34      Ai ‘considerando’ 73‑75 del regolamento impugnato, il Consiglio ha ritenuto che, al fine di effettuare un confronto equo tra
         il valore normale e il prezzo all’esportazione, occorresse effettuare adeguamenti del prezzo all’esportazione, quale stabilito
         al ‘considerando’ 67, in particolare a titolo delle commissioni. A questo proposito ha affermato che, nel circuito delle vendite
         della Kazchrome verso la Comunità, la ENRC aveva funzioni simili a quelle di un agente che opera sulla base di commissioni
         e che la ENRC non faceva parte del canale di vendite interne della Kazchrome.
      
      35      In risposta ad un quesito rivoltogli dal Tribunale nel corso dell’udienza, il Consiglio ha confermato che, come sembra risultare
         dalla formulazione del ‘considerando’ 74 del regolamento impugnato, il riferimento ivi figurante alla circostanza che la ENRC
         non faceva parte del canale di vendite interne della Kazchrome voleva solo indicare la ragione per la quale ha considerato
         che vi era una differenza tra le vendite interne e le vendite all’esportazione che giustificava l’adeguamento e non era inteso
         a fondare la qualificazione dei rapporti fra le ricorrenti come assimilabili a quelli esistenti tra un committente e un commissionario
         e, di conseguenza, a motivare l’esistenza di «commissioni» incluse nel prezzo all’esportazione. Questo elemento riguardava
         pertanto l’incidenza sulla comparabilità dei prezzi del fattore a titolo del quale l’adeguamento è stato operato e non la
         sua stessa esistenza.
      
      36      Si deve pertanto rilevare che la conclusione del regolamento impugnato secondo la quale la ENRC aveva funzioni simili a quelle
         di un agente operante sulla base di commissioni riposa su due elementi menzionati al ‘considerando’ 74: il fatto che le ricorrenti
         sono entità giuridiche distinte e il fatto che esse opererebbero sulla base di un rapporto acquirente/venditore.
      
      37      Peraltro, dal regolamento impugnato, come pure dalle precisazioni fornite dal Consiglio dinanzi al Tribunale, risulta che,
         con tali motivi, il Consiglio intendeva affermare che le ricorrenti intrattenevano un rapporto commerciale accertato in condizioni
         di concorrenza normali e che, in tali circostanze, la ENRC non poteva considerarsi operante come un dipartimento interno di
         vendite.
      
      38      È tuttavia giocoforza constatare che, limitandosi a menzionare questi due elementi, la formulazione del regolamento impugnato
         non consente di conoscere le considerazioni di fatto e di diritto a fondamento della conclusione alla quale è pervenuto il
         Consiglio.
      
      39      Infatti, da un lato, sebbene sia evidente che le ricorrenti sono entità giuridiche distinte e, quindi, che la ENRC non è un
         dipartimento interno di vendita, tale considerazione non è sufficiente a suffragare la conclusione secondo la quale le funzioni
         della ENRC non erano quelle di un dipartimento interno di vendite, ma quelle di un agente operante sulla base di commissioni.
      
      40      Dall’altro lato, la semplice affermazione secondo la quale le ricorrenti «agivano in base ad un rapporto di venditore/acquirente»
         non consente di comprendere le ragioni per le quali il Consiglio ha considerato, nonostante gli elementi dedotti dalle ricorrenti,
         che la relazione commerciale tra esse intercorrente era basata su condizioni di concorrenza normali e che, di conseguenza,
         le funzioni della ENRC non erano quelle di un dipartimento interno di vendita, ma quelle di un agente operante sulla base
         di commissioni. Si deve rilevare infatti che, nel corso di tutta l’inchiesta, le ricorrenti deducevano elementi intesi a dimostrare
         che la ENRC non operava come un venditore collegato, ma come un dipartimento interno di vendita per le fabbriche della Kazchrome.
      
      41      Inoltre, se è vero che il Consiglio sostiene a ragione che la questione se la motivazione del regolamento impugnato soddisfi
         i requisiti dell’art. 253 CE deve essere valutata con riferimento non solo alla sua formulazione (v. punto 31 supra), ma anche
         alla luce degli scambi intervenuti tra la Commissione e le ricorrenti durante il procedimento antidumping, tale considerazione
         non consente di constatare che nella specie sia stato rispettato l’obbligo di motivazione.
      
      42      Si deve infatti rilevare che il Consiglio non ha fornito né nei nuovi atti scritti, né all’udienza, precisazioni circa i documenti
         del fascicolo in cui si troverebbero gli scambi pertinenti. Peraltro, precisazioni supplementari circa le ragioni per le quali
         la Commissione ha proposto al Consiglio di considerare che le ricorrenti intrattenevano una relazione acquirente/venditore
         non figurano né nel documento di informazione finale del 5 ottobre 2007 (‘considerando’ 72) né nel documento di informazione
         finale rivisto del 31 ottobre 2007 (‘considerando’ 74). Questi due documenti sono infatti redatti in modo identico al regolamento
         impugnato e non forniscono ulteriori precisazioni. Informazioni supplementari non figurano neppure nei documenti specificamente
         riguardanti le ricorrenti e inviati contemporaneamente ai due documenti qui sopra menzionati o successivamente, come la lettera
         della Commissione 5 dicembre 2007 inviata in risposta alle reazioni delle ricorrenti al documento di informazione finale rivisto.
      
      43      È quindi giocoforza constatare che la valutazione del Consiglio, secondo cui la ENRC aveva, nel canale di vendita della Kazchrome
         verso la Comunità, funzioni simili a quelle di un agente operante sulla base di commissioni, è inficiato da difetto di motivazione.
      
      44      Gli altri argomenti sollevati dal Consiglio nel corso del procedimento non sono tali da mutare questa valutazione.
      
      45      Il Consiglio sostiene che la fondatezza della sua valutazione risulta, da un lato, da un asserito elevato grado di formalismo
         del contratto di acquisto/vendita che vincola le ricorrenti [riservato] (1) e, dall’altro, da taluni elementi da queste dedotti nel ricorso per dimostrare che la ENRC non funzionerebbe come un agente
         operante sulla base di commissioni. Esso sostiene così che le funzioni della ENRC non potevano essere percepite come complementari
         a quelle della Kazchrome [riservato] e che la struttura del gruppo al quale le ricorrenti appartengono conferma che la relazione tra esse esistente poteva essere
         soltanto considerata come equivalente ad una relazione tra un mandante e un mandatario operante sulla base di commissioni.
         Orbene, secondo il Consiglio, il fatto che il contratto che disciplina le relazioni tra le ricorrenti sia, a suo parere, particolarmente
         formale era un fatto manifesto che non necessitava essere esplicitamente menzionato.
      
      46      Tuttavia, quand’anche si ammettesse che l’asserito elevato grado di formalismo del contratto fosse manifesto, si deve rilevare
         che le ricorrenti avevano dedotto nel corso del procedimento antidumping tutta una serie di elementi relativi alla relazione
         intercorrente tra loro e alle funzioni della ENRC che, a loro avviso, dimostravano che quest’ultima aveva funzioni proprie
         di un dipartimento interno di vendita di un produttore. Orbene, è giocoforza constatare che, alla lettura del regolamento
         impugnato e dei documenti versati agli atti, non è possibile per le ricorrenti – e per il Tribunale – comprendere che la valutazione
         secondo la quale queste intrattenevano una relazione acquirente/venditore accertata in condizioni normali di concorrenza riposava
         sull’asserito formalismo del contratto che le vincolava né, a fortiori, quali fossero le ragioni per le quali tale formalismo
         giustificasse di per sé la valutazione contestata, nonostante le altre circostanze invocate. Si deve così, in particolare,
         osservare che in risposta al riferimento al contratto operato nel controricorso dal Consiglio, le ricorrenti sostengono nella
         replica che tale eventuale formalismo risponde a obblighi esterni privi di rapporti con la natura della relazione che esse
         intrattengono.
      
      47      Alla luce di tali circostanze, il riferimento operato dal Consiglio al formalismo del contratto che vincola le ricorrenti
         deve considerarsi una motivazione nuova dedotta nella fase del ricorso contenzioso che non è idonea a porre rimedio al difetto
         di motivazione qui sopra constatato.
      
      48      Altrettanto vale per quanto riguarda il riferimento operato dal Consiglio ad altri elementi menzionati dalle ricorrenti nel
         ricorso, che, secondo il Consiglio, confermerebbero la fondatezza della sua valutazione (v. punto 45 supra), ma che non sono
         stati menzionati né nel regolamento impugnato né negli scritti della Commissione nel corso del procedimento amministrativo.
         Peraltro, il Consiglio non deduce alcun elemento che consenta di constatare che le ricorrenti dovevano necessariamente comprendere
         che questi elementi sono quelli che lo hanno indotto ad adottare la sua posizione.
      
      49      Va pertanto accolta la censura vertente su un difetto di motivazione sollevata dalle ricorrenti nell’ambito del loro quarto
         gruppo di motivi.
      
       Sul quinto gruppo di motivi, vertente sul calcolo della sottoquotazione
      50      Il regolamento impugnato ha concluso che, per quanto riguarda il prodotto originario del Kazakstan, esisteva una sottoquotazione
         globale del 4,5% su una base media ponderata, cioè che i prezzi ai quali esso era venduto nella Comunità erano del 4,5% inferiori
         al prezzo dell’industria comunitaria (‘considerando’ 104).
      
      51      Secondo il regolamento impugnato, il margine di sottoquotazione è stato calcolato, per tutti i paesi, comparando i prezzi
         «franco fabbrica» dell’industria comunitaria con i prezzi dei prodotti importati al momento dell’ingresso fisico nel territorio
         della Comunità, debitamente adeguati per tenere conto dei costi relativi alle operazioni di scarico e di sdoganamento (‘considerando’
         105).
      
      52      Taluni prodotti delle ricorrenti, essendo stati trasportati per ferrovia dal Kazakstan ai porti di Klaïpeda (Lituania) o Kaliningrad
         (Russia), hanno attraversato la Lituania sotto il regime doganale di «transito esterno», prima di essere imbarcati e trasportati
         attraverso acque internazionali, fino al porto di destinazione, in genere Rotterdam (Paesi Bassi). Quindi, conformemente al
         metodo supra menzionato al punto 51, i prezzi di tali prodotti delle ricorrenti, ai fini del confronto con i prezzi dell’industria
         comunitaria, sono stati calcolati deducendo dai prezzi all’esportazione «franco sdoganamento» i costi corrispondenti al trasporto
         tra il punto della frontiera tra la Bielorussia e la Lituania attraverso il quale i prodotti sono entrati in quest’ultimo
         Stato e il porto di destinazione.
      
      53      Le ricorrenti sostengono che, nel calcolare il margine di sottoquotazione facendo riferimento ai prezzi dei loro prodotti
         al momento del loro primo ingresso nel territorio terrestre della Comunità, mentre essi sono stati sdoganati altrove, il Consiglio
         ha violato, in particolare, l’art. 3, n. 2, del regolamento di base (divenuto art. 3, n. 2, del regolamento n. 1225/2009)
         ed è incorso in un errore manifesto di valutazione. Esse ricordano che l’art. 3, n. 2, del regolamento di base esige un esame
         obiettivo dell’effetto delle importazioni sui prezzi sul mercato comunitario e sostengono che il Consiglio ha violato tale
         disposizione dal momento che l’adeguamento operato sarebbe manifestamente iniquo e discriminatorio.
      
      54      Il Consiglio sostiene che il regolamento di base non indica nei dettagli come l’analisi della sottoquotazione debba essere
         effettuata e afferma di disporre, di conseguenza, di un ampio margine discrezionale a tal riguardo. Esso considera che il
         metodo utilizzato per il calcolo dei prezzi all’importazione ai fini del calcolo della sottoquotazione non è manifestamente
         iniquo e discriminatorio e rispetta, di conseguenza, l’art. 3, n. 2, del regolamento di base.
      
      55      Si deve osservare che dagli argomenti svolti dalle parti risulta che il modo più preciso per calcolare la sottoquotazione
         dei prezzi sarebbe quello di comparare i prezzi delle importazioni e quelli dei prodotti dell’industria comunitaria includendovi
         tutti i costi fino agli impianti dei clienti. Poiché questo approccio non è praticabile a causa dei numerosi calcoli che comporterebbe,
         le parti concordano nel considerare che una comparazione equa può essere effettuata comparando i prezzi «franco fabbrica»,
         senza costi di trasporto, dei prodotti dell’industria comunitaria con i prezzi delle importazioni inclusivi di una parte dei
         suddetti costi al fine di tener conto del fatto che le importazioni non fanno concorrenza ai prodotti comunitari al loro prezzo
         «franco fabbrica» e che essi debbono essere trasportati su distanze più lunghe per giungere agli impianti dei clienti comunitari.
      
      56      Le parti sono tuttavia in disaccordo per quanto riguarda la questione se il punto di riferimento a partire dal quale i costi
         di trasporto delle importazioni non debbono essere inclusi nei prezzi delle importazioni, al fine di assicurare il carattere
         equo della comparazione con i prodotti dell’industria comunitaria, sia il punto di sdoganamento, come sostenuto dalle ricorrenti,
         o il punto attraverso il quale le importazioni entrano per la prima volta nel territorio terrestre della Comunità, come sostenuto
         dal Consiglio.
      
      57      Orbene, si deve osservare che, ai fini della presente causa, non è necessario prendere posizione sul punto di riferimento
         che sarebbe più appropriato in linea generale ed è sufficiente esaminare se, nelle circostanze della specie, la scelta accolta
         dal Consiglio non fosse manifestamente inappropriata.
      
      58      Si deve, in limine, rilevare che l’art. 1, n. 1, del regolamento di base (divenuto art. 1, n. 1, del regolamento n. 1225/2009)
         prevede che «[u]n dazio antidumping può essere imposto su qualsiasi prodotto oggetto di dumping la cui immissione in libera
         pratica nella Comunità causi un pregiudizio». Tale disposizione, figurante all’art. 1, intitolato «Principi», fissa la regola
         essenziale per l’imposizione dei dazi antidumping secondo cui non è sufficiente che le merci importate costituiscano oggetto
         di dumping, ma occorre inoltre che la loro immissione in libera pratica provochi un pregiudizio. Proprio ai fini della determinazione
         dell’esistenza di un pregiudizio il regolamento di base, all’art. 3, nn. 2 e 3 (divenuto art. 3, nn. 2 e 3, del regolamento
         n. 1225/2009), prevede che deve essere effettuato un esame obiettivo dell’effetto delle importazioni sui prezzi dei prodotti
         simili sul mercato della Comunità e che a tal fine si deve esaminare se, per le importazioni oggetto di dumping, vi sia una
         notevole sottoquotazione del prezzo rispetto al prezzo di un prodotto simile o se tali importazioni abbiano comunque l’effetto
         di deprimere notevolmente i prezzi o di impedire in misura notevole aumenti di prezzo che altrimenti sarebbero intervenuti.
      
      59      Da ciò consegue che è con riferimento alla possibilità che si produca un pregiudizio a causa delle importazioni oggetto di
         dumping che si deve esaminare la questione se il Consiglio sia incorso in un errore manifesto di valutazione nel determinare
         il punto di riferimento rispetto al quale nella presente fattispecie si dovevano calcolare i prezzi dei prodotti delle ricorrenti
         da comparare con i prezzi dell’industria comunitaria. Il Consiglio stesso, del resto, riconosce il rapporto esistente tra
         la sottoquotazione e il nesso di causalità quando afferma che «il calcolo della sottoquotazione riveste una particolare importanza
         nell’ambito dell’esame dei prezzi delle importazioni al fine di valutare il nesso di causalità tra le importazioni oggetto
         di dumping e il pregiudizio constatato» e che il presente gruppo di motivi «riguarda un aspetto tecnico che è pertinente per
         determinare sia il pregiudizio che il nesso di causalità».
      
      60      Le ricorrenti sostengono che i prezzi delle importazioni avrebbero dovuto essere calcolati partendo dai prezzi all’esportazione
         «franco sdoganamento», e quindi al porto di sdoganamento e non al punto di ingresso nel territorio fisico della Comunità.
         Esse rilevano tra l’altro che la scelta di quest’ultimo punto è iniqua in quanto implica che merci per le quali il cliente
         paga un prezzo identico e che gli vengono consegnate al medesimo posto rechino o meno pregiudizio all’industria comunitaria
         a seconda che la strada seguita per il loro trasporto fino al porto di sdoganamento includa o meno un primo passaggio attraverso
         il territorio della Comunità, e questo anche se tale passaggio avviene sotto il regime doganale del «transito esterno» e non
         implica l’importazione delle merci.
      
      61      Il Consiglio ribatte che le importazioni arrivano sul mercato comunitario quando entrano per la prima volta nel territorio
         della Comunità, mentre per i prodotti dell’industria comunitaria ciò avviene quando essi lasciano la fabbrica e, pertanto,
         è in questi due luoghi che è dato ritenere che i prodotti siano in concorrenza diretta gli uni con gli altri, rendendo così
         possibile un equo confronto.
      
      62      Si deve osservare che, come sostenuto dalle ricorrenti, i prezzi utilizzati dal Consiglio non riflettono i prezzi negoziati
         con i clienti nella Comunità, e cioè, generalmente, i prezzi cif (costo, assicurazione e nolo) al porto di sdoganamento e
         rappresentano solo un valore da esso costruito. Anche se è vero che ogni procedimento antidumping implica calcoli complicati,
         e sovente la presa in considerazione di valori costruiti, resta ciò non di meno il fatto che, siccome il valore utilizzato
         dal Consiglio ai fini dell’esame della sottoquotazione è stato calcolato nel corso dell’inchiesta sulla base delle informazioni
         fornite dalle ricorrenti, un siffatto valore non può essere stato preso in considerazione dai clienti al fine di decidere
         se acquistare presso l’industria comunitaria o presso le ricorrenti. Tale valore non poteva neanche essere stimato dai suddetti
         clienti, dal momento che nulla consente di considerare che essi fossero a conoscenza dell’esatto tragitto seguito dalle merci
         prima di giungere al punto di sdoganamento e che fossero di conseguenza a conoscenza del fatto che i prodotti erano, per una
         parte del loro tragitto, già transitati attraverso il territorio comunitario. Il Consiglio ha così riconosciuto, rispondendo
         ad un quesito del Tribunale in udienza, di non sapere se i clienti fossero a conoscenza del percorso delle merci, ma che,
         comunque, tale percorso non era di loro interesse e che l’unica cosa che per loro importava era il prezzo finale del prodotto
         al momento dell’ingresso nella loro fabbrica.
      
      63      Da ciò consegue che sono i prezzi negoziati tra le ricorrenti e i clienti e non i prezzi in uno stadio intermedio del trasporto,
         sia pur esso avvenuto sul territorio comunitario, quelli che hanno potuto determinare la decisione dei clienti di acquistare
         i prodotti delle ricorrenti piuttosto che quelli dell’industria comunitaria. Infatti, anche se, come sostenuto dal Consiglio,
         ciò che interessa i clienti è il prezzo finale del prodotto quando arriva nella loro fabbrica, resta cionondimeno che, come
         sottolineato dalle ricorrenti in risposta ad un quesito del Tribunale in udienza, i clienti ben conoscono i costi di trasporto
         a partire dal porto di sdoganamento fino alle loro fabbriche e potevano quindi facilmente calcolare il prezzo finale a partire
         dai prezzi cif al porto di sdoganamento con esse convenuto. 
      
      64      Da ciò risulta altresì che, come affermato dalle ricorrenti, tutti i prodotti che esse o altri produttori di altri paesi esportatori
         hanno venduto ai clienti comunitari hanno prodotto il medesimo pregiudizio, quale che sia il tragitto seguito per il trasporto,
         se sono stati venduti ai clienti nello stesso posto e a un prezzo identico o molto simile.
      
      65      Si deve inoltre rilevare che nel caso delle merci delle ricorrenti o di altri esportatori entrate nel territorio comunitario
         al porto di sdoganamento, il Consiglio ha considerato che i costi del trasporto tra i porti e gli impianti del cliente erano
         equivalenti a quelli del trasporto tra la fabbrica del produttore comunitario e questi stessi impianti. Orbene, il Consiglio
         non dimostra che la detrazione supplementare di una parte significativa dei costi di trasporto sostenuti prima dell’arrivo
         al porto di sdoganamento fosse indispensabile al fine di assicurare un equo confronto, cioè al fine di non includere nel prezzo
         delle importazioni costi non inclusi nel prezzo dell’industria comunitaria, quando le merci hanno attraversato la Lituania,
         in transito esterno, per qualche centinaio di chilometri prima di essere imbarcate e trasportate in acque internazionali.
      
      66      Tale considerazione può essere illustrata facendo riferimento all’esempio proposto dal Consiglio stesso nella controreplica.
         Esso si chiede infatti per quale ragione i prezzi di una parte delle merci delle ricorrenti non dovrebbero essere calcolati
         con riferimento al loro passaggio alla frontiera tra la Lituania e la Bielorussia, mentre i prodotti dei produttori polacchi
         debbono anch’essi essere trasportati a partire dalle loro fabbriche in Polonia. Tuttavia, poiché i costi a partire dalla fabbrica
         in Polonia sono stati considerati equivalenti ai costi a partire dal porto di Rotterdam per le importazioni che sono arrivate
         direttamente in tale punto e ivi sono state sdoganate, non è assolutamente dimostrato che la detrazione nella specie dei considerevoli
         costi connessi con il trasporto tra la frontiera fra la Lituania e la Bielorussia e il porto di Rotterdam fosse indispensabile
         per assicurare un equo confronto tra i prezzi delle merci delle ricorrenti e i prezzi di quelle di un produttore polacco.
      
      67      Alla luce di quanto sopra considerato si deve ritenere che il Consiglio sia incorso, nella specie, in un errore manifesto
         di valutazione allorché ha considerato che il confronto obiettivo tra i prezzi delle importazioni e quelli dell’industria
         comunitaria rendeva, nella specie, necessario che il punto di riferimento ai fini della determinazione dei prezzi delle prime
         fosse, per i prodotti delle ricorrenti instradati attraverso i porti di Klaïpeda e Kaliningrad, la frontiera tra la Bielorussia
         e la Lituania.
      
      68      Infine, per quanto riguarda l’argomento del Consiglio secondo cui considerare che il punto di riferimento ai fini della determinazione
         dei prezzi delle importazioni era il porto di sdoganamento falserebbe il sistema in quanto incentiverebbe gli esportatori
         ad accordarsi con i loro clienti su uno sdoganamento più prossimo alle loro fabbriche, si deve ricordare che la conclusione
         che risulta dall’esame di cui sopra riguarda solo la presente fattispecie e che la Commissione e il Consiglio devono prendere
         in considerazione, nell’ambito del loro margine discrezionale, tutti gli elementi pertinenti di ciascuna causa, compresi indizi
         che consentano di considerare che, a differenza della presente fattispecie, la scelta delle vie di trasporto e dei punti di
         sdoganamento mira a falsare il confronto dei prezzi delle importazioni e dei prodotti comunitari.
      
      69      Va pertanto accolta la censura con la quale si deduce un errore manifesto di valutazione sollevata dalle ricorrenti nell’ambito
         del loro quinto gruppo di motivi.
      
      70      Si deve osservare che, senza l’adeguamento applicato al prezzo all’esportazione della Kazchrome quale fissato al ‘considerando’
         67 del regolamento impugnato, i prodotti delle ricorrenti non sarebbero stati considerati oggetto di dumping o, quantomeno,
         il margine di dumping accertato sarebbe stato inferiore a quello calcolato nel regolamento impugnato e che è servito ai fini
         della determinazione del dazio antidumping imposto (‘considerando’ 170). Peraltro, dagli atti risulta che il calcolo dei prezzi
         delle esportazioni delle ricorrenti a destinazione della Comunità al momento del loro passaggio attraverso la frontiera tra
         la Bielorussia e la Lituania ha avuto per effetto una sottoquotazione dei prezzi rispetto a quelli dell’industria comunitaria
         che è alla base della conclusione secondo cui l’importazione dei prodotti della ricorrente era all’origine del pregiudizio
         subito dall’industria comunitaria (‘considerando’ 145 del regolamento impugnato). Da ciò risulta che le due censure accolte
         dal Tribunale vertono su valutazioni che costituiscono il fondamento necessario per l’imposizione di un dazio antidumping
         sulle importazioni di SiMn prodotto dalla Kazchrome.
      
      71      In considerazione di quanto precede, il regolamento impugnato va annullato nella parte in cui verte sulle importazioni di
         SiMn prodotto dalla Kazchrome, senza che si renda necessario pronunciarsi sugli altri motivi e argomenti sollevati dalle ricorrenti.
      
       Sulla domanda di risarcimento
      72      Con tale domanda le ricorrenti intendono ottenere il risarcimento di tre tipi di danni consistenti in una perdita di utili,
         nelle spese intraprese per il procedimento e nelle perdite in temini di quotazioni delle azioni subite dalla loro società
         controllante il 7 dicembre 2007.
      
      73      Conformemente alla costante giurisprudenza, il sorgere della responsabilità extracontrattuale della Comunità per illecito
         comportamento dei suoi organi dipende dalla sussistenza di un complesso di presupposti, e cioè l’illegittimità del comportamento
         contestato alle istituzioni, l’effettività del danno e l’esistenza di un nesso di causalità fra tale comportamento e il danno
         lamentato (sentenze della Corte 29 settembre 1982, causa 26/81, Oleifici Mediterranei/CEE, Racc. pag. 3057, punto 16, e del
         Tribunale 16 luglio 1998, causa T‑199/96, Bergaderm e Goupil/Commissione, Racc. pag. II‑2805, punto 48). Quando una di queste
         condizioni per il sorgere della responsabilità extracontrattuale della Comunità non è integrata, il ricorso deve essere respinto,
         senza che sia necessario esaminare gli altri presupposti (v. sentenza del Tribunale 20 febbraio 2002, causa T‑170/00, Förde-Reederei/Consiglio
         e Commissione, Racc. pag. II‑515, punto 37 e la giurisprudenza ivi citata).
      
      74      Nella specie si deve procedere all’esame iniziando dalla condizione relativa all’esistenza di un nesso di causalità tra gli
         asseriti illeciti e il danno invocato.
      
      75      Per quanto riguarda, in primo luogo, il nesso di causalità tra la perdita di utili e gli illeciti invocati, le ricorrenti
         sostengono che, se la condotta illegittima della Commissione nell’aprire il procedimento contro il Kazakstan, portandolo a
         termine e proponendo misure, e l’illegittima adozione del regolamento impugnato da parte del Consiglio non vi fossero state,
         esse avrebbero realizzato utili ben più consistenti di quelli che effettivamente hanno realizzato sul mercato comunitario.
         Esse sostengono a questo proposito che le vendite della ENRC alla Comunità dimostrano, dopo l’avvio del procedimento antidumping
         e fino alla presentazione del ricorso, una considerevole riduzione del loro valore totale [riservato].
      
      76      È giocoforza constatare che un semplice riferimento alla diminuzione del volume delle vendite non può essere sufficiente a
         dimostrare il nesso di causalità richiesto dalla giurisprudenza per l’insorgere della responsabilità extracontrattuale della
         Comunità. Infatti, si deve constatare che dal fascicolo risulta che i volumi di importazioni e di vendite dell’industria comunitaria
         variano fortemente da un anno all’altro. In tal senso, in particolare, mentre le ricorrenti assumono che la differenza tra
         il volume delle vendite del 2006 e quello del 2007 è sufficiente a dimostrare il nesso di causalità, dagli argomenti da esse
         addotti nell’ambito della domanda di annullamento, in particolare dal motivo relativo al cumulo tra le loro importazioni e
         quelle della Repubblica popolare cinese, risulta che le loro esportazioni verso la Comunità nel 2004 [riservato] sono state inferiori a quelle del 2007 [riservato], quando all’epoca non era pendente alcuna inchiesta che le riguardasse. Parimenti, il confronto del fatturato delle esportazioni
         del 2006 [riservato] con quello del 2007 [riservato] e del fatturato delle esportazioni del 2002 e del 2003 [riservato] con quello del 2004 [riservato] dimostra che forti diminuzioni delle importazioni originarie del Kazakstan non sono unicamente la conseguenza dell’apertura
         di un procedimento antidumping o dell’imposizione di dazi antidumping.
      
      77      Il confronto dei volumi di vendite indicati nel regolamento impugnato per altri paesi conferma la variabilità dei detti volumi
         a seconda delle annate sul mercato di cui trattasi. Infatti, la tabella figurante al ‘considerando’ 137 del regolamento impugnato
         e vertente sulle importazioni nella Comunità provenienti dal Sudafrica indica un aumento del 70% nel 2003 (81 330 tonnellate)
         rispetto al 2002 (47 808 tonnellate), seguito da una diminuzione del 27,76% nel 2004 (58 753 tonnellate) rispetto al 2003.
         La tabella figurante al ‘considerando’ 138 del regolamento impugnato e vertente sulle importazioni nella Comunità provenienti
         da paesi terzi diversi dalla Norvegia, dall’India, dal Sudafrica e dai paesi interessati dall’inchiesta indica un aumento
         del 28 % nel 2003 (108 539 tonnellate) rispetto al 2002 (84 904 tonnellate), seguito da un nuovo aumento del 15,05% nel 2004
         (124 872 tonnellate) rispetto al 2003, mentre il confronto delle cifre relative agli anni 2004 e 2005 (63 178 tonnellate)
         evidenzia una diminuzione del 49,41%.
      
      78      Per quanto riguarda, in secondo luogo, il nesso di causalità tra le spese sostenute per la loro partecipazione al procedimento
         amministrativo e gli illeciti invocati, le ricorrenti sostengono che, se la Commissione non avesse, a torto, incluso il Kazakstan
         nell’inchiesta, esse non avrebbero sostenuto tali spese e che, se, una volta aperto il procedimento, la Commissione non avesse
         agito violando in modo grave e manifesto il suo potere discrezionale e/o sviando il suo potere, la loro cooperazione e le
         spese connesse avrebbero evitato loro l’imposizione di un dazio antidumping.
      
      79      Si deve, in primo luogo, osservare che, come affermato dal Consiglio, le spese sostenute ai fini della partecipazione al procedimento
         amministrativo possono al massimo derivare dall’apertura dell’inchiesta e dal suo svolgimento e non dall’adozione del regolamento
         impugnato stesso.
      
      80      In secondo luogo, va ricordato che, conformemente alla giurisprudenza, il danno deve risultare direttamente dall’illecito
         dedotto e non dalla scelta del ricorrente circa il modo di reagire all’atto asseritamente illegittimo. È stato così considerato
         che il semplice fatto che il comportamento illegittimo abbia costituito una condizione necessaria (conditio sine qua non)
         del sopravvenire del danno, nel senso che questo non si sarebbe prodotto in assenza di tale comportamento, non è sufficiente
         a stabilire un nesso di causalità (v., in tal senso, ordinanza del Tribunale 12 dicembre 2007, causa T‑113/04, Atlantic Container
         Line e a./Commissione, non pubblicata nella Raccolta, punti 31‑40).
      
      81      Orbene, la partecipazione a un procedimento antidumping dei produttori‑esportatori (o di altre parti interessate) non è richiesta
         (ordinanza del Tribunale 14 marzo 1996, causa T‑134/95, Dysan Magnetics e Review Magnetics/Commissione, Racc. pag. II‑181,
         punto 27) ed essi sono liberi di valutare l’opportunità e l’interesse di partecipare nonché l’intensità della loro partecipazione
         e i costi a tal fine sostenuti. Essi sono peraltro liberi di scegliere, in particolare, di partecipare unicamente chiedendo
         al loro personale di raccogliere le informazioni pertinenti e di farsi rappresentare dal personale del loro servizio giuridico
         o di ricorrere ai servizi di uno studio legale.
      
      82      Ad ogni modo, come sostenuto dal Consiglio, le spese invocate corrispondenti al lavoro del personale delle ricorrenti non
         possono essere considerate presentare un nesso diretto con l’inchiesta, dal momento che gli stipendi del personale dovevano
         essere corrisposti a prescindere dall’esistenza di un procedimento antidumping in corso. Inoltre, le ricorrenti non sostengono
         neppure che le persone che hanno partecipato al procedimento siano state assunte per seguirne lo svolgimento o che sarebbero
         state licenziate in assenza di un carico di lavoro supplementare derivante dalla necessità di seguire l’inchiesta.
      
      83      Per quanto riguarda gli onorari degli avvocati, basta rilevare che le ricorrenti si limitano ad invocare tali spese senza
         neppure tentare di dimostrare che esse erano indispensabili e che non erano dovute alla loro scelta circa il modo di reagire
         all’apertura dell’inchiesta.
      
      84      Alla luce delle circostanze di cui sopra, si deve ritenere che le ricorrenti non dimostrino l’esistenza di un nesso di causalità
         tra gli illeciti dedotti e i primi due tipi di pregiudizio che esse invocano. La domanda di risarcimento danni deve, di conseguenza,
         essere respinta per quanto riguarda tali asseriti danni senza che si renda necessario esaminare l’esistenza di una violazione
         sufficientemente qualificata o l’effettività dei pregiudizi invocati.
      
      85      Per quanto riguarda, in terzo luogo, il pregiudizio consistente nelle perdite sofferte a causa del calo del corso delle azioni
         della società controllante delle ricorrenti il 7 dicembre 2007, è giocoforza constatare che esso non è in alcun modo menzionato
         nell’ambito dei loro argomenti sul nesso di causalità. Orbene, in forza dell’art. 21, primo comma, dello Statuto della Corte
         di giustizia dell’Unione europea, applicabile al procedimento dinanzi al Tribunale conformemente all’art. 53, primo comma,
         del medesimo Statuto, e dell’art. 44, n. 1, lett. c), del regolamento di procedura del Tribunale, il ricorso deve, in particolare,
         contenere l’oggetto della controversia e l’esposizione sommaria dei motivi dedotti. Tali elementi devono essere sufficientemente
         chiari e precisi per consentire al convenuto di preparare la sua difesa e al Tribunale di statuire sul ricorso, se del caso,
         senza altre informazioni (ordinanze del Tribunale 28 aprile 1993, causa T‑85/92, De Hoe/Commissione, Racc. pag. II‑523, punto 20;
         21 maggio 1999, causa T‑154/98, Asia Motor France e a./Commissione, Racc. pag. II‑1703, punto 49, e sentenza del Tribunale
         15 giugno 1999, causa T‑277/97, Ismeri Europa/Corte dei conti, Racc. pag. II‑1825, punto 29). Per quanto riguarda quest’ultimo
         pregiudizio invocato, la domanda di risarcimento danni va pertanto respinta in quanto irricevibile.
      
      86      Alla luce di quanto sopra, la domanda di risarcimento danni va respinta in toto.
      
       Sulla domanda di misure di organizzazione del procedimento e istruttorie
      87      Le ricorrenti hanno chiesto al Tribunale di invitare il Consiglio e la Commissione a produrre tutta una serie di documenti
         relativi a talune delle censure da esse sollevate, nonché di disporre la designazione di un esperto economista indipendente
         incaricato di redigere una relazione su più aspetti della controversia.
      
      88      Alla luce di quanto sopra, non vi è luogo di chiedere la produzione dei documenti menzionati dalle ricorrenti né di designare
         un esperto economista indipendente.
      
       Sulle spese
      89      Ai sensi dell’art. 87, n. 2, del regolamento di procedura, la parte soccombente è condannata alle spese se ne è stata fatta
         domanda. Poiché le ricorrenti sono rimaste soccombenti nella parte in cui il ricorso è diretto contro la Commissione, vanno
         condannate alle spese di quest’ultima.
      
      90      Peraltro, a tenore dell’art. 87, n. 3, del regolamento di procedura, il Tribunale può ripartire le spese o decidere che ciascuna
         parte sopporti le proprie spese se queste soccombono rispettivamente su uno o più capi. Nelle circostanze del caso di specie
         si deve disporre che le ricorrenti sopporteranno la metà delle loro spese e che il Consiglio sopporterà l’altra metà delle
         loro spese nonché le proprie spese.
      
      91      Conformemente all’art. 87, n. 4, terzo comma, del regolamento di procedura, il Tribunale può ordinare che una parte interveniente
         diversa da quelle indicate al primo e al secondo comma di tale disposizione sopporti le proprie spese. Nelle circostanze del
         caso di specie si deve disporre che la Euroalliage sopporterà le proprie spese.
      
      Per questi motivi,
      IL TRIBUNALE (Terza Sezione)
      dichiara e statuisce:
      1)      L’art. 1 del regolamento (CE) del Consiglio 4 dicembre 2007, n. 1420, che istituisce un dazio antidumping definitivo sulle
            importazioni di silico-manganese originario della Repubblica popolare cinese e del Kazakstan e chiude il procedimento riguardante
            le importazioni di silico-manganese originario dell’Ucraina, è annullato nella misura in cui si applica alle importazioni
            di silico‑manganese prodotto dalla Transnational Company «Kazchrome» AO.
      2)      Per il resto, il ricorso è respinto.
      3)      La Transnational Company «Kazchrome» e la ENRC Marketing AG sopporteranno la metà delle proprie spese nonché le spese della
            Commissione europea.
      4)      Il Consiglio dell’Unione europea sopporterà la metà delle spese della Transnational Company «Kazchrome» e della ENRC Marketing
            nonché le proprie spese.
      5)      La Euroalliages sopporterà le proprie spese.
      
               Czúcz 
            
            
               Labucka 
            
            
               Gratsias
            
         Così deciso e pronunciato a Lussemburgo il 30 novembre 2011.
      Firme
      *Lingua processuale: l’inglese.
      
      1 –	Dati riservati occultati.