CELEX: 62007CJ0014
Language: it
Date: 2008-05-08
Title: Sentenza della Corte (Terza Sezione) dell'8 maggio 2008.#Ingenieurbüro Michael Weiss und Partner GbR contro Industrie- und Handelskammer Berlin.#Domanda di pronuncia pregiudiziale: Bundesgerichtshof - Germania.#Cooperazione giudiziaria in materia civile - Regolamento (CE) n. 1348/2000 - Notificazione e comunicazione degli atti giudiziari ed extragiudiziali - Mancata traduzione degli allegati dell’atto - Conseguenze.#Causa C-14/07.

Causa C‑14/07
      Ingenieurbüro Michael Weiss und Partner GbR
      contro
      Industrie- und Handelskammer Berlin
      (domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Bundesgerichtshof)
      «Cooperazione giudiziaria in materia civile — Regolamento (CE) n. 1348/2000 — Notificazione e comunicazione degli atti giudiziari ed extragiudiziali — Mancata traduzione degli allegati dell’atto — Conseguenze»
      Massime della sentenza
      1.        Cooperazione giudiziaria in materia civile — Notificazione e comunicazione degli atti giudiziari ed extragiudiziali — Regolamento
            n. 1348/2000 — Atto introduttivo del ricorso — Nozione
      (Regolamento del Consiglio n. 1348/2000, art. 8, n. 1)
      2.        Cooperazione giudiziaria in materia civile — Notificazione e comunicazione degli atti giudiziari ed extragiudiziali — Regolamento
            n. 1348/2000 — Comunicazione di un atto redatto in una lingua diversa dalla lingua ufficiale dello Stato membro destinatario
      (Regolamento del Consiglio n. 1348/2000, art. 8, n. 1)
      3.        Cooperazione giudiziaria in materia civile — Notificazione e comunicazione degli atti giudiziari ed extragiudiziali — Regolamento
            n. 1348/2000 — Comunicazione di un atto redatto in una lingua diversa dalla lingua ufficiale dello Stato membro destinatario
      [Regolamento del Consiglio n. 1348/2000, art. 8, n. 1, lett. b)]
      4.        Cooperazione giudiziaria in materia civile — Notificazione e comunicazione degli atti giudiziari ed extragiudiziali — Regolamento
            n. 1348/2000 — Comunicazione di un atto redatto in una lingua diversa dalla lingua ufficiale dello Stato membro destinatario
      (Regolamento del Consiglio n. 1348/2000, art. 8, n. 1)
      1.        La nozione di «atto oggetto di comunicazione o di notificazione» di cui all’art. 8, n. 1, del regolamento n. 1348/2000, relativo
         alla notificazione e alla comunicazione negli Stati membri degli atti giudiziari ed extragiudiziali in materia civile o commerciale,
         va interpretata, qualora tale atto consista in una domanda giudiziale, nel senso che essa designa l’atto o gli atti la cui
         notificazione o comunicazione al convenuto, effettuata in tempo utile, pone l’interessato in grado di far valere i suoi diritti
         nel contesto di un procedimento giurisdizionale nello Stato mittente. Tale atto deve consentire di identificare in modo certo
         quantomeno l’oggetto e la causa della domanda, nonché l’invito a comparire dinanzi al giudice, ovvero, a seconda della natura
         del procedimento, la possibilità di esperire un ricorso giurisdizionale. Documenti che svolgano esclusivamente una funzione
         probatoria e non siano indispensabili alla comprensione dell’oggetto e della causa della domanda non costituiscono parte integrante
         della domanda giudiziale ai sensi del citato regolamento.
      
      (v. punto 73)
      2.        L’art. 8, n. 1, del regolamento n. 1348/2000, relativo alla notificazione e alla comunicazione negli Stati membri degli atti
         giudiziari ed extragiudiziali in materia civile o commerciale, deve essere interpretato nel senso che il destinatario di una
         domanda giudiziale oggetto di notificazione o di comunicazione non ha il diritto di rifiutare la ricezione di tale atto nei
         limiti in cui esso lo ponga in grado di far valere i suoi diritti nel contesto di un procedimento giurisdizionale nello Stato
         mittente, qualora il detto atto sia accompagnato da allegati costituiti da documenti giustificativi che non sono redatti nella
         lingua dello Stato membro richiesto o in una lingua dello Stato membro mittente compresa dal destinatario, ma che hanno esclusivamente
         una funzione probatoria e non sono indispensabili per comprendere l’oggetto e la causa della domanda.
      
      Infatti, da un lato, dall’esame di diverse disposizioni, rispettivamente, delle convenzioni dell’Aia del 1965, di Bruxelles
         del 27 settembre 1968 concernente la competenza giurisdizionale e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale,
         come modificata, e dalla convenzione del 26 maggio 1997, relativa alla notificazione e alla comunicazione negli Stati membri
         dell’Unione europea degli atti giudiziari ed extragiudiziali in materia civile o commerciale, dei regolamenti nn. 1348/2000
         e 44/2001, nonché delle comunicazioni degli Stati membri in conformità all’art. 14, n. 2, del regolamento n. 1348/2000, risulta
         che la traduzione di una domanda giudiziale effettuata a cura del richiedente non è considerata quale elemento indispensabile
         all’esercizio dei diritti della difesa del convenuto, essendo soltanto necessario che quest’ultimo disponga del tempo sufficiente
         a consentirgli di far tradurre l’atto e di organizzare la sua difesa.
      
      D’altra parte, risulta dall’interpretazione autonoma della nozione di domanda giudiziale che un tale atto deve contenere il
         o i documenti, qualora essi siano intrinsecamente connessi, che consentono al convenuto di comprendere l’oggetto e la motivazione
         del ricorso proposto, nonché l’esistenza di un procedimento giudiziario nel corso del quale egli può far valere i suoi diritti.
         Per contro, documenti giustificativi che assolvano esclusivamente una funzione probatoria, distinta dall’oggetto della notificazione
         o della comunicazione stessa, e non siano intrinsecamente connessi all’atto di ricorso, nei limiti in cui non sono indispensabili
         per comprendere l’oggetto e la causa del ricorso proposto, non costituiscono parte integrante della domanda giudiziale ai
         sensi di tale disposizione. Spetta al giudice nazionale verificare se il contenuto della domanda giudiziale sia sufficiente
         a consentire al convenuto di far valere i suoi diritti o se il mittente sia tenuto a rimediare all’assenza di traduzione di
         un allegato indispensabile.
      
      (v. punti 52, 56, 64‑65, 69, 75, 78, dispositivo 1)
      3.        L’art. 8, n. 1, lett. b), del regolamento n. 1348/2000, relativo alla notificazione e alla comunicazione negli Stati membri
         degli atti giudiziari ed extragiudiziali in materia civile o commerciale, deve essere interpretato nel senso che il fatto
         che il destinatario di un atto notificato o comunicato abbia convenuto, in un contratto concluso con il richiedente nell’ambito
         della sua attività professionale, che la lingua di corrispondenza sia quella dello Stato membro mittente, non costituisce
         una presunzione di conoscenza della lingua, ma è un indizio che il giudice può prendere in considerazione nel momento in cui
         verifica se tale destinatario comprenda la lingua dello Stato membro mittente in modo da poter far valere tali diritti.
      
      (v. punto 88, dispositivo 2)
      4.        L’art. 8, n. 1, del regolamento n. 1348/2000, relativo alla notificazione e alla comunicazione negli Stati membri degli atti
         giudiziari ed extragiudiziali in materia civile o commerciale, deve essere interpretato nel senso che il destinatario di una
         domanda giudiziale notificata o comunicata non può, comunque, avvalersi di tale disposizione per rifiutare la ricezione degli
         allegati ad un atto che non siano redatti nella lingua dello Stato membro richiesto o in una lingua dello Stato membro mittente
         che il destinatario comprende qualora, nell’ambito della sua attività professionale, egli abbia concluso un contratto in cui
         ha convenuto che la lingua di corrispondenza fosse quella dello Stato membro mittente, e qualora gli allegati, da un lato,
         riguardino detta corrispondenza e, dall’altro, siano redatti nella lingua convenuta.
      
      Infatti, la traduzione degli allegati può essere necessaria qualora il contenuto dell’atto che è stato tradotto sia insufficiente
         per individuare l’oggetto e la causa della domanda e consentire così al convenuto di far valere i suoi diritti. Tale traduzione,
         tuttavia, non è necessaria qualora risulti dalle circostanze in fatto che il destinatario della domanda giudiziale è a conoscenza
         del contenuto di tali allegati. Ciò accade quando egli ne è l’autore, ovvero si suppone che ne comprenda il contenuto, ad
         esempio, in quanto ha firmato un contratto nell’ambito della sua attività professionale, in cui ha convenuto che la lingua
         di corrispondenza sia quella dello Stato membro mittente, e gli allegati riguardano detta corrispondenza e sono redatti nella
         lingua convenuta.
      
      (v. punti 90‑92, dispositivo 3)
SENTENZA DELLA CORTE (Terza Sezione)
      8 maggio 2008 (*)
      
      «Cooperazione giudiziaria in materia civile – Regolamento (CE) n. 1348/2000 – Notificazione e comunicazione degli atti giudiziari ed extragiudiziali – Mancata traduzione degli allegati dell’atto – Conseguenze»
      Nel procedimento C‑14/07,
      avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi degli artt. 68 CE e 234 CE, dal Bundesgerichtshof
         (Germania), con decisione 21 dicembre 2006, pervenuta in cancelleria il 22 gennaio 2007, nella causa tra
      
      Ingenieurbüro Michael Weiss und Partner GbR
      e
      Industrie‑und Handelskammer Berlin,
      con l’intervento di:
      Nicholas Grimshaw & Partners Ltd,
      LA CORTE (Terza Sezione),
      composta dal sig. A. Rosas (relatore), presidente di sezione, dai sigg. U. Lõhmus e J. Klučka, dalla sig.ra P. Lindh, e dal
         sig. A. Arabadjiev, giudici,
      
      avvocato generale: sig.ra V. Trstenjak
      cancelliere: sig. B. Fülöp, amministratore
      vista la fase scritta del procedimento e in seguito alla trattazione orale del 24 ottobre 2007,
      considerate le osservazioni presentate:
      –        per la Ingenieurbüro Michael Weiss und Partner GbR, dall’avv. N. Tretter, Rechtsanwalt;
      –        per la Industrie‑und Handelskammer Berlino, dall’avv. H. Raeschke‑Kessler, Rechtsanwalt;
      –        per la Nicholas Grimshaw & Partners Ltd, dagli avv.ti P.‑A. Brand e U. Karpenstein, Rechtsanwälte;
      –        per il governo ceco, dal sig. T. Boček, in qualità di agente;
      –        per il governo francese, dal sig. G. de Bergues e dalla sig.ra A.‑L. During, in qualità di agenti;
      –        per il governo italiano, dal sig. I.M. Braguglia, in qualità di agente, assistito dalla sig.ra W. Ferrante, avvocato dello
         Stato;
      
      –        per il governo slovacco, dal sig. J. Čorba, in qualità di agente;
      –        per la Commissione delle Comunità europee, dal sig. W. Bogensberger, successivamente dalle sig.re A.‑M. Rouchaud‑Joët e S. Grünheid,
         in qualità di agenti,
      
      sentite le conclusioni dell’avvocato generale, presentate all’udienza del 29 novembre 2007,
      ha pronunciato la seguente
      Sentenza
      1        La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione dell’art. 8 del regolamento (CE) del Consiglio 29 maggio
         2000, n. 1348, relativo alla notificazione e alla comunicazione negli Stati membri degli atti giudiziari ed extragiudiziali
         in materia civile o commerciale (GU L 160, pag. 37).
      
      2        Tale domanda è stata presentata nell’ambito della controversia tra l’Industrie‑und Handelskammer Berlin (camera del commercio
         e dell’industria di Berlino; in prosieguo: la «IHK Berlin») e lo studio di architetti Nicholas Grimshaw & Partners Ltd (in
         prosieguo: lo «studio Grimshaw»), società di diritto inglese, in merito ad una domanda di risarcimento danni per la progettazione
         difettosa di un immobile; quest’ultima società ha chiamato in causa l’Ingenieurbüro Michael Weiss und Partner GbR (in prosieguo:
         lo «studio Weiss») con sede ad Aquisgrana.
      
       Contesto normativo
       Diritto comunitario e internazionale
      3        L’ottavo e il decimo ‘considerando’ del regolamento n. 1348/2000 sono formulati come segue:
      
      «(8)      Per garantire l’efficacia del regolamento, la facoltà di denegare la notificazione o la comunicazione degli atti deve essere
         limitata a situazioni eccezionali.
      
      (...)
      (10)      A tutela degli interessi del destinatario è opportuno che la notificazione o la comunicazione sia redatta nella lingua o in
         una delle lingue ufficiale/i del luogo in cui deve effettuarsi oppure in un’altra lingua dello Stato membro mittente compresa
         dal destinatario».
      
      4        L’art. 4, n. 1, di tale regolamento prevede:
      
      «Gli atti giudiziari sono trasmessi direttamente e nel più breve tempo possibile tra gli organi designati a norma dell’articolo 2».
      5        L’art. 5 di detto regolamento, intitolato «Traduzione dell’atto», così dispone:
      
      «1.      Il richiedente è informato dall’organo mittente a cui consegna l’atto per la trasmissione che il destinatario può rifiutare
         di ricevere l’atto se esso non è compilato in una delle lingue di cui all’articolo 8.
      
      2.      Il richiedente sostiene le eventuali spese di traduzione prima della trasmissione dell’atto, fatta salva un’eventuale decisione
         successiva del giudice o dell’autorità competente sull’addebito di tale spesa».
      
      6        L’art. 8 del regolamento n. 1348/2000, intitolato «Rifiuto di ricezione dell’atto», prevede quanto segue:
      
      «1.      L’organo ricevente informa il destinatario che può rifiutare di ricevere l’atto oggetto della notificazione o della comunicazione
         se è redatto in una lingua diversa da una delle seguenti lingue:
      
      a)      la lingua ufficiale dello Stato membro richiesto oppure, qualora lo Stato membro richiesto abbia più lingue ufficiali, la
         lingua o una delle lingue ufficiali del luogo in cui deve essere eseguita la notificazione o la comunicazione,
      
      oppure
      b)      una lingua dello Stato membro mittente compresa dal destinatario.
      2.      Se l’organo ricevente è informato del fatto che il destinatario rifiuta di ricevere l’atto a norma del paragrafo 1, ne informa
         immediatamente l’organo mittente utilizzando il certificato di cui all’articolo 10 e gli restituisce la domanda e i documenti
         di cui si chiede la traduzione».
      
      7        L’art. 19, n. 1, dello stesso regolamento così dispone:
      
      «Quando un atto di citazione o un atto equivalente sia stato trasmesso ad un altro Stato membro per la notificazione o la
         comunicazione, secondo le disposizioni del presente regolamento, ed il convenuto non compare, il giudice è tenuto a soprassedere
         alla decisione fintanto che non si abbia la prova:
      
      a)      o che l’atto è stato notificato o comunicato secondo le forme prescritte dalla legislazione dello Stato membro richiesto per
         la notificazione o la comunicazione degli atti redatti in tale paese e destinati alle persone che si trovano sul suo territorio;
      
      b)      o che l’atto è stato effettivamente consegnato al convenuto o nella sua residenza abituale secondo un’altra procedura prevista
         dal presente regolamento;
      
      e che, in ciascuna di tali eventualità, sia la notificazione o comunicazione sia la consegna ha avuto luogo in tempo utile
         perché il convenuto abbia avuto la possibilità di difendersi».
      
      8        Gli altri paragrafi dell’art. 19 del regolamento n. 1348/2000 trattano ipotesi particolari relative alla mancata comparizione
         del convenuto.
      
      9        L’art. 26 del regolamento (CE) del Consiglio 22 dicembre 2000, n. 44/2001, concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento
         e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale (GU 2001, L 12, pag. 1), è redatto come segue:
      
      «1.      Se il convenuto domiciliato nel territorio di uno Stato membro è citato davanti ad un giudice di un altro Stato membro e non
         compare, il giudice, se non è competente in base al presente regolamento, dichiara d’ufficio la propria incompetenza.
      
      2.      Il giudice è tenuto a sospendere il processo fin quando non si sarà accertato che al convenuto è stata data la possibilità
         di ricevere la domanda giudiziale o un atto equivalente in tempo utile per poter presentare le proprie difese, ovvero che
         è stato fatto tutto il possibile in tal senso.
      
      3.      Le disposizioni del paragrafo 2 sono sostituite da quelle dell’articolo 19 del regolamento (CE) n. 1348/2000 [...] qualora
         sia stato necessario trasmettere da uno Stato membro a un altro la domanda giudiziale o un atto equivalente in esecuzione
         del presente regolamento.
      
      4.      Ove le disposizioni del regolamento (CE) n. 1348/2000 non siano applicabili, si applica l’articolo 15 della convenzione dell’Aia
         del [...] 1965, relativa alla notificazione e alla comunicazione all’estero degli atti giudiziari ed extragiudiziali in materia
         civile o commerciale, qualora sia stato necessario trasmettere la domanda giudiziale o un atto equivalente in esecuzione della
         suddetta convenzione».
      
      10      Peraltro, l’art. 34, punto 2, del regolamento n. 44/2001 prevede che una decisione emessa in uno Stato membro non sia riconosciuta
         in un altro Stato membro «se la domanda giudiziale od un atto equivalente non è stato notificato o comunicato al convenuto
         contumace in tempo utile e in modo tale da poter presentare le proprie difese eccetto qualora, pur avendone avuto la possibilità,
         egli non abbia impugnato la decisione».
      
      11      Simili disposizioni sono parimenti previste nella convenzione del 27 settembre 1968 concernente la competenza giurisdizionale
         e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale (GU 1972, L 299, pag. 32), come modificata dalla convenzione
         del 9 ottobre 1978 relativa all’adesione del Regno di Danimarca, dell’Irlanda e del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda
         del Nord (GU L 304, pag. 1, e – testo modificato – pag. 77), dalla convenzione del 25 ottobre 1982 relativa all’adesione della
         Repubblica ellenica (GU L 388, pag. 1), dalla convenzione del 26 maggio 1989 relativa all’adesione del Regno di Spagna e della
         Repubblica portoghese (GU L 285, pag. 1), nonché dalla convenzione del 29 novembre 1996 relativa all’adesione della Repubblica
         d’Austria, della Repubblica di Finlandia e del Regno di Svezia (GU 1997, C 15, pag. 1; in prosieguo: la «convenzione di Bruxelles»).
      
      12      L’art. 20 di tale convenzione è relativo al procedimento in contumacia.
      
      13      L’art. 27, punto 2, di detta convenzione prevede quanto segue:
      
      «Le decisioni non sono riconosciute:
      (…)
      2.      se la domanda giudiziale od un atto equivalente non è stato notificato o comunicato al convenuto contumace regolarmente ed
         in tempo utile perché questi possa presentare le proprie difese;
      
      (…)».
      14      L’art. 5 della convenzione dell’Aia del 15 novembre 1965, relativa alla notificazione e alla comunicazione all’estero degli
         atti giudiziari ed extragiudiziali in materia civile o commerciale (in prosieguo: la «convenzione dell’Aia del 1965»), così
         prevede:
      
      «L’Autorità centrale dello Stato richiesto procede o fa procedere alla notificazione o alla comunicazione dell’atto:
      a)      o secondo le forme prescritte dalla normativa dello Stato richiesto per la comunicazione o la notificazione degli atti redatti
         in tale paese e che sono destinati alle persone che si trovano sul suo territorio,
      
      b)      o secondo la forma particolare richiesta dal richiedente, a condizione che essa non sia incompatibile con la legge dello Stato
         richiesto.
      
      (…)
      Se l’atto deve essere notificato o comunicato in conformità al primo comma, l’Autorità centrale può chiedere che l’atto sia
         redatto o tradotto nella lingua o in una delle lingue ufficiali del suo paese (…)».
      
      15      L’art. 15, primo comma, di tale convenzione così dispone:
      
      «Qualora una domanda giudiziale o un atto equivalente abbiano dovuto essere trasmessi all’estero a fini di notificazione o
         di comunicazione secondo le disposizioni della presente convenzione, e qualora il convenuto non compaia, il giudice è tenuto
         a sospendere il giudizio finché non sia provato:
      
      a) o che l’atto è stato notificato o comunicato secondo le forme prescritte dalla normativa dello Stato richiesto per la notificazione
         o la comunicazione degli atti redatti in tale paese e destinati alle persone che si trovano sul suo territorio,
      
      b) o che l’atto sia stato effettivamente consegnato al convenuto o presso il suo domicilio secondo un altro procedimento previsto
         dalla presente convenzione,
      
      e che, in ciascuna di tali eventualità, la notificazione o la comunicazione, oppure la consegna, abbiano avuto luogo in tempo
         utile perché il convenuto potesse presentare le sue difese». 
      
      16      L’art. 20, primo comma, lett. b), della convenzione dell’Aia del 1965 indica che la convenzione non si oppone a che gli Stati
         contraenti si accordino per derogare, in particolare, all’art. 5, terzo comma, per quanto riguarda l’impiego delle lingue.
      
       Diritto nazionale
      17      La domanda giudiziale è definita dall’art. 253 del codice di procedura civile tedesco («Zivilprozessordnung»; in prosieguo:
         la «ZPO) nei seguenti termini:
      
      «(1)      Il ricorso viene proposto mediante la notifica della relativa memoria (atto di ricorso). 
      (2)      Tale atto deve contenere:
      1.      la designazione delle parti e del tribunale;
      2.      l’indicazione precisa dell’oggetto e della causa del diritto fatto valere, nonché una precisa domanda.
      (3)      L’atto di ricorso deve inoltre indicare, qualora ne dipenda la determinazione del giudice competente, il valore dell’oggetto
         della controversia, a meno che quest’ultimo consista in una somma di denaro determinata, e deve inoltre precisare se sussistano
         ragioni che ostano alla decisione della controversia da parte del giudice monocratico.
      
      (4)      Peraltro, le disposizioni generali relative alle memorie preparatorie sono applicabili anche all’atto di ricorso». 
      18      L’art. 131 della ZPO è intitolato «Documenti allegati». Esso è formulato come segue:
      
      «(1)      I documenti di cui la parte è in possesso ed ai quali la memoria preparatoria fa riferimento devono essere allegati a quest’ultima,
         in originale o in copia.
      
      (2)      Se il ricorso riguarda soltanto passi isolati di un documento, è sufficiente allegarne un estratto che indichi la parte introduttiva
         del documento, il passo che si riferisce alla controversia, la fine, la data e la firma.
      
      (3)      Se la controparte conosce già tali documenti o se essi sono voluminosi, è sufficiente indicare con precisione quali siano
         questi documenti, proponendoglieli in consultazione».
      
       Causa principale e questioni pregiudiziali
      19      La IHK Berlin, sulla base di un contratto di prestazioni professionali di architettura, chiede allo studio Grimshaw un risarcimento
         danni per progettazione difettosa. Nel predetto contratto lo studio Grimshaw si era impegnato a fornire prestazioni di progettazione
         per un intervento edilizio a Berlino.
      
      20      Al punto 3.2.6 del contratto di prestazioni professionali di architettura, le parti hanno convenuto quanto segue:
      
      «Le prestazioni saranno fornite in lingua tedesca. La corrispondenza tra [la IHK Berlin] e [lo studio Grimshaw] e le autorità
         ed istituzioni pubbliche sarà scambiata in lingua tedesca».
      
      21      Risulta dal fascicolo sottoposto alla Corte che, come è stato confermato anche in udienza, al contratto si applica il diritto
         tedesco (punto 10.4 del contratto) e che, per eventuali controversie, il foro competente è quello di Berlino (punto 10.2 del
         contratto).
      
      22      Lo studio Grimshaw ha chiamato in causa lo studio Weiss.
      
      23      Nel ricorso della IHK Berlin incluso nel fascicolo sottoposto alla Corte sono elencati i diversi mezzi di prova dedotti a
         sostegno dei motivi di ricorso. Tali documenti giustificativi sono allegati all’atto di ricorso, in un fascicolo che contiene
         circa 150 pagine. 
      
      24      Come espone il giudice a quo, il loro contenuto è, d’altra parte, parzialmente riprodotto nell’atto di ricorso. Detti allegati
         comprendono il contratto di prestazioni professionali di architettura concluso tra le parti, un accordo successivo relativo
         a tale contratto con relativa bozza, un estratto del capitolato, vari altri documenti o estratti di documenti quali le relazioni
         tecniche o i conteggi, nonché svariate lettere, anche dello studio Grimshaw, che riguardano la corrispondenza scambiata con
         le ditte incaricate di accertare ed eliminare i difetti in questione nella causa principale.
      
      25      Dopo che lo studio Grimshaw in un primo momento aveva rifiutato di ricevere l’atto di ricorso per difetto di traduzione in
         lingua inglese, il 23 maggio 2003 gli venivano recapitati a Londra l’atto di ricorso tradotto in lingua inglese, nonché gli
         allegati redatti in lingua tedesca senza relativa traduzione.
      
      26      Con memoria del 13 giugno 2003, lo studio Grimshaw contestava la regolarità della notificazione, in quanto gli allegati non
         erano stati tradotti in inglese. Per questo motivo, esso rifiutava di ricevere l’atto di ricorso sul fondamento dell’art. 8,
         n. 1, del regolamento n. 1348/2000 e riteneva che detto atto non fosse stato regolarmente notificato. Lo studio Grimshaw eccepisce
         la prescrizione.
      
      27      Il Landgericht Berlin ha dichiarato che l’atto di ricorso è stato regolarmente notificato il 23 maggio 2003. L’appello presentato
         dallo studio Grimshaw è stato respinto dal Kammergericht Berlin. Contro la sentenza d’appello lo studio Weiss ha presentato
         ricorso per «Revision» (cassazione) dinanzi al Bundesgerichtshof. 
      
      28      Il giudice a quo rileva che, in base al codice di procedura tedesco, l’atto di ricorso, il quale faccia rinvio a documenti
         ivi allegati, costituisce con essi un tutt’uno, e che il convenuto deve ricevere tutti gli elementi invocati dal ricorrente
         che sono necessari per la sua difesa. Pertanto, non sarebbe ammissibile valutare la validità della notificazione di un atto
         di ricorso indipendentemente dalla notificazione degli allegati, con il pretesto che le informazioni essenziali sarebbero
         già ricavabili dall’atto di ricorso e che il diritto alla difesa sarebbe salvo in quanto, per ciò che riguarda il contenuto
         degli allegati, il convenuto potrebbe ancora adeguatamente difendersi nel corso del procedimento.
      
      29      Una deroga a tale principio sarebbe ammessa allorché l’esigenza del convenuto di essere informato non risulti pregiudicata
         in modo sostanziale, ad esempio perché un allegato, non accluso all’atto di ricorso, gli è stato trasmesso praticamente nello
         stesso momento della proposizione del ricorso, oppure perché il convenuto conosceva i documenti già prima della proposizione
         del ricorso.
      
      30      Il giudice a quo rileva che, nel caso di specie, lo studio Grimshaw non conosceva tutti gli atti, in particolare non conosceva
         quelli concernenti l’accertamento e l’eliminazione dei difetti e i relativi costi. Tali atti non potrebbero essere considerati
         quali dettagli insignificanti, giacché dalla loro valutazione potrebbe dipendere la decisione di depositare una memoria difensiva.
      
      31      Il giudice a quo si chiede se lo studio Grimshaw fosse legittimato a rifiutare il ricorso. Precisa inoltre che nessuno degli
         organi legittimati a rappresentare il detto studio comprende il tedesco.
      
      32      Secondo il Bundesgerichtshof, l’art. 8, n. 1, del regolamento n. 1348/2000 può essere interpretato nel senso che non sarebbe
         possibile rifiutare la notificazione per la ragione che gli allegati non sono stati tradotti.
      
      33      Infatti, tale disposizione non menzionerebbe il rifiuto della ricezione di allegati. Peraltro, il formulario previsto da tale
         regolamento, in virtù dell’art. 4, n. 3, prima frase, per le domande di notificazione negli Stati membri dell’Unione europea,
         esige indicazioni sulla natura dell’atto e sulla lingua utilizzata solo in relazione all’atto da notificare (punti 6.1 e 6.3),
         ma non in relazione ai documenti allegati, dei quali è richiesto soltanto che sia menzionato il numero (punto 6.4). 
      
      34      Per il caso in cui si ritenga possibile rifiutare la notificazione sulla base del solo motivo che gli allegati non sono tradotti,
         il giudice a quo ritiene che il contratto, in cui la ricorrente e la convenuta hanno stabilito che la lingua della corrispondenza
         fosse il tedesco, non basterebbe per negare il diritto della convenuta di rifiutare la ricezione in virtù dell’art. 8, n. 1,
         lett. b), del regolamento n. 1348/2000. 
      
      35      Tale clausola, infatti, non significherebbe che la convenuta comprende questa lingua ai sensi di tale regolamento. Tuttavia,
         come indicato dal giudice a quo, la dottrina sarebbe divisa, in quanto taluni autori ritengono che la clausola di utilizzo
         di una lingua nelle relazioni contrattuali possa svolgere il ruolo di presunzione di conoscenza di tale lingua ai sensi di
         detto regolamento.
      
      36      Infine, per il caso in cui una clausola contrattuale non possa fondare una presunzione di conoscenza della lingua considerata,
         il giudice a quo si chiede se sia possibile rifiutare, in tutti i casi, la notificazione di un ricorso i cui allegati non
         siano tradotti oppure se siano ammesse eccezioni, ad esempio nell’ipotesi in cui il convenuto già disponga di una traduzione
         degli allegati o il contenuto dell’allegato sia riprodotto alla lettera nell’atto di ricorso tradotto.
      
      37      Ciò potrebbe valere anche nel caso in cui gli atti in allegato siano redatti nella lingua validamente concordata dalle parti
         nell’ambito del contratto. Il giudice a quo richiama l’ipotesi di contraenti deboli, eventualmente da tutelare, come i consumatori
         frontalieri, i quali potrebbero aver acconsentito, per contratto, a che la lingua della corrispondenza fosse quella del contraente
         professionista.
      
      38      Il giudice a quo rileva tuttavia che, nel caso di specie, lo studio Grimshaw ha concluso il contratto nel contesto della sua
         attività professionale. Non ravvisa alcuna particolare esigenza di tutela di tale studio e non vede, quindi, alcuna necessità
         di riconoscergli il diritto di rifiutare la ricezione.
      
      39      In tale contesto, il Bundesgerichtshof ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni
         pregiudiziali:
      
      «1)      Se l’art. 8, n. 1, del regolamento n. 1348/2000 debba essere interpretato nel senso che non sussiste il diritto del destinatario
         di rifiutare la ricezione (…), qualora soltanto gli allegati di un atto oggetto della notificazione non siano redatti nella
         lingua dello Stato membro richiesto oppure in una lingua dello Stato membro mittente compresa dal destinatario.
      
      2)      In caso di soluzione negativa della prima questione:
               Se l’art. 8, n. 1, lett. b), del regolamento n. 1348/2000 debba essere interpretato nel senso che la lingua dello Stato membro
         mittente è “compresa” dal destinatario ai sensi del suddetto regolamento già per il fatto che questi, nell’esercizio della
         sua attività professionale, ha convenuto in un contratto concluso con il richiedente che la corrispondenza sia scambiata nella
         lingua dello Stato membro mittente.
      
      3)      In caso di soluzione negativa della seconda questione:
               Se l’art. 8, n. 1, del regolamento n. 1348/2000 debba essere interpretato nel senso che il destinatario in ogni caso non può
         invocare tale disposizione per rifiutare la ricezione di tali allegati ad un atto redatti in una lingua diversa dalla lingua
         dello Stato membro richiesto o da una lingua dello Stato membro mittente compresa dal destinatario, qualora egli, nell’esercizio
         della sua attività professionale, concluda un contratto in cui convenga che la corrispondenza sia scambiata nella lingua dello
         Stato membro mittente, e gli allegati trasmessi riguardino tale corrispondenza e siano redatti nella lingua convenuta». 
      
       Sulle questioni pregiudiziali
       Sulla prima questione 
      40      Con la prima questione, il giudice a quo chiede se l’art. 8, n. 1, del regolamento n. 1348/2000 debba essere interpretato
         nel senso che il destinatario di un atto oggetto di notificazione o di comunicazione non ha diritto di rifiutarne la ricezione
         nel caso in cui soltanto gli allegati dell’atto non siano redatti nella lingua dello Stato membro richiesto, o in una lingua
         dello Stato membro mittente compresa dal destinatario.
      
      41      Occorre sottolineare preliminarmente che il regolamento n. 1348/2000 si applica ad atti oggetto di notificazione o di comunicazione
         che possono essere di natura assai diversa, a seconda che si tratti di atti giudiziari o extragiudiziali e, nel primo caso,
         a seconda che si tratti di una domanda giudiziale, di una sentenza, di un provvedimento esecutivo o di qualsiasi altro atto.
         La questione presentata alla Corte riguarda una domanda giudiziale. 
      
      42      Poiché il ruolo e l’importanza degli allegati ad un atto da notificare o comunicare possono essere diversi a seconda della
         natura dell’atto, occorre limitare il ragionamento e le soluzioni che compaiono nella presente sentenza alla sola domanda
         giudiziale.
      
      43      Risulta, al riguardo, dalle osservazioni presentate dinanzi alla Corte che il numero e la natura dei documenti che devono
         essere allegati a una domanda giudiziale variano considerevolmente a seconda degli ordinamenti giuridici. In taluni di essi,
         infatti, tale atto deve contenere soltanto l’oggetto e l’esposizione dei motivi in fatto e in diritto della domanda, mentre
         i documenti giustificativi vengono comunicati separatamente, laddove in altri ordinamenti giuridici, come nel diritto tedesco,
         gli allegati devono essere comunicati contemporaneamente all’atto di ricorso e ne fanno parte integrante. 
      
      44      Occorre constatare che l’art. 8 del regolamento n. 1348/2000 non menziona gli allegati ad un atto oggetto di notificazione
         o di comunicazione. Tuttavia, l’indicazione «documenti di cui si chiede la traduzione», che compare al n. 2 di questo articolo,
         lascia intendere che un atto può essere composto da diversi documenti.
      
      45      In mancanza di indicazioni utili contenute nel testo dell’art. 8 del regolamento n. 1348/2000, occorre interpretare tale disposizione
         alla luce dei suoi obiettivi e del suo contesto e, più ampiamente, degli obiettivi e del contesto del regolamento n. 1348/2000
         stesso (v., in tal senso, sentenza 19 settembre 2000, causa C‑287/98, Linster, Racc. pag. I‑6917, punto 43). 
      
      46      Come risulta dal suo secondo ‘considerando’, il regolamento n. 1348/2000 ha l’obiettivo di migliorare ed accelerare la trasmissione
         degli atti. Tali obiettivi sono ricordati ai ‘considerando’ da sesto ad ottavo. Quest’ultimo indica, infatti, che «[p]er garantire
         l’efficacia del regolamento, la facoltà di denegare la notificazione o la comunicazione degli atti deve essere limitata a
         situazioni eccezionali». L’art. 4, n. 1, di detto regolamento prevede, peraltro, che gli atti giudiziari vengono trasmessi
         nel più breve tempo possibile.
      
      47      Tali obiettivi non possono tuttavia essere raggiunti indebolendo, in qualsiasi modo, i diritti della difesa (v., per analogia,
         per quanto riguarda il regolamento n. 44/2001, sentenza 14 dicembre 2006, causa C‑283/05, ASML, Racc. pag. I‑12041, punto 24).
         Infatti, tali diritti, che derivano dal diritto al giusto processo sancito dall’art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia
         dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (in prosieguo: la «CEDU»), costituiscono un diritto fondamentale che forma
         parte integrante dei principi generali di diritto dei quali la Corte garantisce l’osservanza (v., in particolare, sentenza
         ASML, cit., punto 26). 
      
      48      Occorre, pertanto, cercare di conciliare gli obiettivi di efficacia e di rapidità di trasmissione degli atti processuali,
         necessari ad una corretta amministrazione della giustizia, con l’obiettivo di tutela dei diritti della difesa, in particolare
         in sede di interpretazione dell’art. 8 del regolamento n. 1348/2000 e, segnatamente, della nozione di atto oggetto di notificazione
         o di comunicazione, qualora quest’ultimo consista in una domanda giudiziale, per poter determinare se tale atto debba includere
         allegati costituiti da documenti giustificativi. 
      
      49      È, tuttavia, giocoforza constatare che detti obiettivi del regolamento n. 1348/2000 non consentono di per sé di interpretare
         la nozione di domanda giudiziale, nel contesto dell’art. 8, n. 1, del regolamento n. 1348/2000, per stabilire se tale atto
         possa o debba includere allegati. Essi non consentono neppure di stabilire se la traduzione della domanda giudiziale sia elemento
         essenziale dei diritti della difesa del convenuto, il che potrebbe chiarire quale sia l’ampiezza dell’obbligo di traduzione
         di cui all’art. 8 del regolamento in parola. 
      
      50      L’interpretazione del regolamento n. 1348/2000 non può tuttavia essere dissociata dal contesto dello sviluppo nell’ambito
         della cooperazione giudiziaria in materia civile in cui tale regolamento s’inscrive e, più in particolare, del regolamento
         n. 44/2001, che, all’art. 26, nn. 3 e 4, fa espresso riferimento al regolamento n. 1348/2000.
      
      51      Infatti, diverse disposizioni impongono al giudice di verificare, prima di emettere una sentenza in contumacia o di riconoscere
         una pronuncia giurisdizionale, se le modalità di notificazione della domanda giudiziale siano state tali da garantire il rispetto
         dei diritti della difesa (v., in particolare, per quanto riguarda la contumacia, l’art. 19, n. 1, del regolamento n. 1348/2000,
         l’art. 26, n. 2, del regolamento n. 44/2001 nonché l’art. 20, secondo comma, della convenzione di Bruxelles; per quanto riguarda
         il riconoscimento delle decisioni, v. in particolare l’art. 34, punto 2, del regolamento n. 44/2001 e l’art. 27, punto 2,
         della convenzione di Bruxelles). 
      
      52      Prima dell’entrata in vigore del regolamento n. 1348/2000, le notificazioni transfrontaliere tra gli Stati membri venivano
         effettuate in conformità alla convenzione dell’Aia del 1965, alla quale rinviano l’art. 26, n. 4, del regolamento n. 44/2001
         e l’art. 20, terzo comma, della convenzione di Bruxelles, o ad accordi bilaterali conclusi tra Stati membri. Orbene, la convenzione
         dell’Aia e la maggior parte di tali accordi non prevedono un obbligo generale di tradurre tutti gli atti da notificare o da
         comunicare, tanto che i giudici nazionali hanno dichiarato che i diritti della difesa sono sufficientemente protetti quando
         il destinatario di un atto notificato o comunicato abbia potuto disporre di un periodo di tempo che gli ha permesso di far
         tradurre tale atto e di organizzare la propria difesa.
      
      53      D’altra parte, lo stesso regolamento n. 1348/2000 non precisa se il diritto di rifiutare un atto in mancanza di traduzione
         sussista anche nel caso di una notificazione o di una comunicazione per via postale, eseguita in conformità all’art. 14 di
         tale regolamento. Per interpretare quest’ultima disposizione, occorre esaminare la relazione esplicativa concernente la convenzione
         relativa alla notificazione negli Stati membri dell’Unione europea di atti giudiziari ed extragiudiziali in materia civile
         e commerciale, adottata con atto del Consiglio dell’Unione europea del 26 maggio 1997 (GU C 261, pag. 1; in prosieguo: la
         «convenzione del 1997»; relazione esplicativa, pag. 26) sul fondamento dell’art. K. 3 del Trattato UE, il cui testo ha ispirato
         il regolamento n. 1348/2000 (v., in tal senso, sentenza 8 novembre 2005, causa C‑443/03, Leffler, Racc. pag. I‑9611, punto 47).
      
      54      Il commentario dell’art. 14, n. 2, della convenzione del 1997, relativo alla notificazione per posta, indica quanto segue:
      
      «Il presente articolo sancisce il principio in base al quale è ammessa la notificazione per posta.
      Gli Stati membri possono tuttavia precisare le condizioni, volte a fornire garanzie ai destinatari residenti nel loro territorio,
         in base alle quali può essere effettuata la notificazione per posta. Potrebbero ad esempio richiedere un invio per raccomandata,
         ovvero l’applicazione di norme della convenzione relative alla traduzione degli atti».
      
      55      Taluni Stati membri hanno, a torto o a ragione, interpretato l’art. 14, n. 1, del regolamento n. 1348/2000 nel senso che la
         traduzione dell’atto non è richiesta nel caso della notificazione o della comunicazione per via postale e hanno ritenuto necessario
         precisare, in conformità alla possibilità prevista dall’art. 14, n. 2, di detto regolamento, che essi sono contrari alla notificazione
         o alla comunicazione di atti giudiziari senza traduzione [v., a questo proposito, le comunicazioni degli Stati membri a norma
         dell’art. 23 del regolamento n. 1348/2000 (GU 2001, C 151, pag. 4), ed il primo aggiornamento delle comunicazioni degli Stati
         membri (GU 2001, C 202, pag. 10)].
      
      56      Dall’esame delle disposizioni, rispettivamente, delle convenzioni dell’Aia del 1965, di Bruxelles e del 1997, dei regolamenti
         nn. 1348/2000 e 44/2001, nonché delle comunicazioni degli Stati membri in conformità all’art. 14, n. 2, del regolamento n. 1348/2000
         risulta che, nelle materie disciplinate da tali disposizioni, la traduzione di una domanda giudiziale effettuata a cura del
         richiedente non è considerata, né dal legislatore comunitario né dagli Stati membri, quale elemento indispensabile all’esercizio
         dei diritti della difesa del convenuto, essendo soltanto necessario che quest’ultimo disponga del tempo sufficiente a consentirgli
         di far tradurre l’atto e di organizzare la sua difesa.
      
      57      Una tale scelta del legislatore comunitario e degli Stati membri non è in contrasto con la tutela dei diritti fondamentali
         quale risulta dalla CEDU. Infatti, l’art. 6, n. 3, lett. a), di questa convenzione, secondo il quale ogni accusato ha, in
         particolare, diritto a essere informato, nel più breve tempo possibile, in una lingua a lui comprensibile e in un modo dettagliato,
         della natura e dei motivi dell’accusa elevata a suo carico, è applicabile soltanto in materia penale. Nessuna disposizione
         della CEDU impone la traduzione di una domanda giudiziale in materia civile e commerciale. 
      
      58      Di conseguenza, se il legislatore comunitario ha scelto, con l’art. 8 del regolamento n. 1348/2000, di permettere al destinatario
         di un atto di rifiutarlo qualora questo non sia tradotto in una lingua ufficiale dello Stato membro richiesto, o in una lingua
         dello Stato membro mittente da lui compresa, è stato principalmente allo scopo di determinare, in modo uniforme, chi debba
         assicurare la traduzione di tale atto ed assumerne il costo nella fase della sua notificazione o comunicazione.
      
      59      Poiché l’esame del diritto internazionale e del diritto comunitario con riferimento alla portata del principio di tutela dei
         diritti della difesa e, in particolare, alla necessità della traduzione della domanda giudiziale, ha consentito di precisare
         la finalità dell’art. 8 del regolamento n. 1348/2000, è alla luce di quest’ultima che occorre stabilire che cosa la nozione
         di atto oggetto di notificazione o di comunicazione ai sensi del medesimo articolo debba contemplare, qualora l’atto consista
         in una domanda giudiziale, e se tale atto possa o debba includere allegati costituiti da documenti giustificativi.
      
      60      Il regolamento n. 1348/2000 deve essere oggetto di interpretazione autonoma affinché sia consentita la sua applicazione uniforme
         (sentenza Leffler, cit., punti 45 e 46). Lo stesso vale per il regolamento n. 44/2001 e, in particolare, per la nozione di
         «domanda giudiziale» ai sensi degli artt. 26 e 34, punto 2, di tale regolamento nonché delle disposizioni equivalenti della
         convenzione di Bruxelles.
      
      61      Statuendo sull’interpretazione dell’art. 27, punto 2, della convenzione di Bruxelles, relativo al riconoscimento delle decisioni,
         la Corte ha definito la nozione di domanda giudiziale o atto equivalente ai sensi di tale disposizione, dichiarando che essa
         si riferisce all’atto, o agli atti, la cui comunicazione o notificazione al convenuto, effettuata regolarmente e in tempo
         utile, pone quest’ultimo in grado di far valere i suoi diritti prima che venga emesso un provvedimento esecutivo nello Stato
         d’origine (v., in tal senso, sentenza 13 luglio 1995, causa C‑474/93, Hengst Import, Racc. pag. I‑2113, punto 19).
      
      62      La Corte ha quindi statuito che, nella causa che ha dato luogo alla citata sentenza Hengst Import, la domanda giudiziale era
         costituita dall’insieme del decreto ingiuntivo, emesso da un giudice italiano in conformità all’art. 641 del codice di procedura
         civile italiano, e del ricorso del richiedente. Infatti, la comunicazione congiunta di questi due documenti fa decorrere un
         termine entro il quale l’intimato può proporre opposizione. D’altra parte, il richiedente non può ottenere un provvedimento
         esecutivo prima della scadenza di questo termine (sentenza Hengst Import, cit., punto 20).
      
      63      La Corte ha rilevato che il decreto ingiuntivo è un semplice modulo che, per poter essere compreso, dev’essere letto unitamente
         al ricorso. Inversamente, la comunicazione del solo ricorso non consentirebbe all’intimato di stabilire se egli debba provvedere
         alla propria difesa, poiché, senza il decreto ingiuntivo, non potrebbe sapere se il giudice abbia accolto o meno il ricorso.
         In ultima analisi, la necessità della duplice comunicazione del decreto ingiuntivo e del ricorso era confermata dall’art. 643 c.p.c.,
         da cui risultava che essa costituiva il punto di partenza del procedimento (sentenza Hengst Import, cit., punto 21).
      
      64      Da questa nozione autonoma di domanda giudiziale, come interpretata dalla Corte, risulta che tale atto deve contenere il o
         i documenti, qualora essi siano intrinsecamente connessi, che consentono al convenuto di comprendere l’oggetto e la motivazione
         del ricorso proposto, nonché l’esistenza di un procedimento giudiziario nel corso del quale egli può far valere i suoi diritti
         o difendendosi nell’ambito di una causa in corso, ovvero, come nella causa sfociata nella citata sentenza Hengst Import, proponendo
         un ricorso contro una decisione emessa inaudita altera parte.
      
      65      Peraltro, come si è osservato al punto 43 della presente sentenza, taluni diritti nazionali non prevedono che i documenti
         giustificativi di un fascicolo debbano essere allegati a quello che essi definiscono domanda giudiziale, bensì autorizzano
         la loro comunicazione separata. Tali documenti non sono pertanto considerati intrinsecamente connessi alla domanda giudiziale,
         nel senso che sarebbero indispensabili perché il convenuto sia in grado di comprendere la domanda proposta contro di lui e
         l’esistenza del procedimento giurisdizionale, ma hanno funzione probatoria, distinta dall’oggetto della notificazione o della
         comunicazione stessa.
      
      66      Al riguardo, giova osservare che le condizioni di riconoscimento delle decisioni previste dal regolamento n. 44/2001 sono
         state rese più flessibili rispetto alle condizioni previste dalla convenzione di Bruxelles.
      
      67      Infatti, l’art. 34, punto 2, di tale regolamento abbandona il requisito della regolarità della domanda giudiziale, prevista
         all’art. 27, punto 2, della convenzione di Bruxelles, per mettere l’accento sul rispetto effettivo dei diritti della difesa;
         questi ultimi sono considerati rispettati quando il convenuto ha avuto conoscenza del procedimento giudiziario in corso e
         ha potuto esercitare un ricorso contro una decisione emessa nei suoi confronti (v., in questo senso, sentenza ASML, cit.,
         punti 20 e 21).
      
      68      Tale modifica del regolamento n. 44/2001 rispetto alla convenzione di Bruxelles corrobora l’interpretazione della nozione
         di atto oggetto di notificazione o di comunicazione, quando esso consista in una domanda giudiziale, secondo cui tale atto
         deve includere gli elementi essenziali perché il convenuto comprenda anzitutto l’esistenza del procedimento giudiziale, ma
         non ciascun documento giustificativo che consenta di fornire la prova dei diversi elementi in fatto e in diritto sulla base
         dei quali la domanda è proposta.
      
      69      Da tali elementi risulta che la nozione di atto oggetto di notificazione o di comunicazione di cui all’art. 8 del regolamento
         n. 1348/2000 dev’essere interpretata, laddove tale atto consista in una domanda giudiziale, nel senso che i documenti giustificativi
         che assolvono esclusivamente una funzione probatoria e non sono intrinsecamente connessi all’atto di ricorso, nei limiti in
         cui non sono indispensabili per comprendere l’oggetto e la causa del ricorso proposto, non costituiscono parte integrante
         di esso.
      
      70      L’esame della nozione di atto quale emerge dalla CEDU e, in particolare, dal suo art. 6, n. 3, lett. a), richiamato al punto 57
         della presente sentenza, permette di giungere ad una simile conclusione in materia penale. Infatti, secondo la Corte europea
         dei diritti dell’uomo, un atto d’accusa deve consentire all’imputato di essere informato non soltanto dei motivi dell’accusa,
         cioè dei fatti materiali che sono posti a suo carico e sui quali l’accusa si basa, ma anche, e dettagliatamente, della qualificazione
         giuridica che di questi fatti viene data (v. Corte eur. D.U., sentenze Pélissier e Sassi c. Francia del 25 marzo 1999, Recueil des arrêts et décisions 1999‑II, § 51, nonché Mattei c. Francia del 19 dicembre 2006, n. 34043/02, § 34). Ne deriva, argomentando a contrario, che
         il diritto alla difesa non è compromesso per il solo fatto che l’atto d’accusa non include i documenti giustificativi dei
         fatti posti a carico dell’imputato.
      
      71      La Corte europea ha peraltro dichiarato, statuendo alla luce dell’art. 6, n. 3, lett. e), della CEDU, in base al quale viene
         riconosciuto all’accusato il diritto a farsi assistere da un interprete, che tale diritto non si spinge fino a poter esigere
         la traduzione scritta di tutte le prove documentali o di tutti i documenti ufficiali del fascicolo (Corte eur. D.U., sentenza
         Kamasinski c. Austria del 19 dicembre 1989, serie A n. 168, § 74). 
      
      72      Orbene, come risulta dalla constatazione operata al punto 57 della presente sentenza, la tutela dei diritti della difesa in
         materia civile e commerciale non comporta garanzie tanto ampie come in materia penalistica. 
      
      73      Alla luce di tutti questi elementi, occorre interpretare la nozione di «atto oggetto di comunicazione o di notificazione»
         di cui all’art. 8, n. 1, del regolamento n. 1348/2000, qualora tale atto consista in una domanda giudiziale, nel senso che
         essa designa l’atto o gli atti la cui notificazione o comunicazione al convenuto, effettuata in tempo utile, pone l’interessato
         in grado di far valere i suoi diritti nel contesto di un procedimento giurisdizionale nello Stato mittente. Tale atto deve
         consentire di identificare in modo certo quantomeno l’oggetto e la causa della domanda, nonché l’invito a comparire dinanzi
         al giudice, ovvero, a seconda della natura del procedimento, la possibilità di esperire un ricorso giurisdizionale. Documenti
         che svolgano esclusivamente una funzione probatoria e non siano indispensabili alla comprensione dell’oggetto e della causa
         della domanda non costituiscono parte integrante della domanda giudiziale ai sensi del regolamento n. 1348/2000.
      
      74      Una tale interpretazione è conforme agli obiettivi del regolamento n. 1348/2000 di migliorare ed accelerare la trasmissione
         degli atti. Infatti, la traduzione dei documenti giustificativi può richiedere un tempo considerevole laddove, comunque, tale
         traduzione non è richiesta ai fini del procedimento che si svolgerà dinanzi al giudice dello Stato membro mittente e nella
         lingua di tale Stato.
      
      75      Spetta al giudice nazionale verificare se il contenuto della domanda giudiziale ponga il convenuto in grado di far valere
         i suoi diritti nello Stato mittente e gli consenta, in particolare, di individuare l’oggetto e la causa della domanda contro
         di esso diretta, nonché l’esistenza del procedimento giurisdizionale. 
      
      76      Se il giudice nazionale ritiene che tale contenuto non sia sufficiente a questo scopo in ragione del fatto che alcuni elementi
         essenziali relativi alla domanda si trovano negli allegati, è tenuto a sforzarsi di risolvere il problema nell’ambito del
         suo diritto processuale nazionale, vegliando affinché sia assicurata la piena efficacia del regolamento n. 1348/2000, nel
         rispetto della sua finalità (v., in questo senso, sentenza Leffler, cit., punto 69), preservando al contempo nel miglior modo
         possibile gli interessi delle diverse parti in causa.
      
      77      All’autore della domanda giudiziale potrebbe ad esempio essere riconosciuta la possibilità di rimediare all’assenza di traduzione
         di un allegato indispensabile inviandola secondo le modalità previste dal regolamento n. 1348/2000 nel tempo più breve possibile.
         Per quanto riguarda l’effetto dell’invio di una traduzione sulla data della comunicazione o della notificazione, la Corte
         ha considerato che deve essere determinato per analogia con il sistema della doppia data istituito dall’art. 9, nn. 1 e 2,
         del regolamento n. 1348/2000 (sentenza Leffler, cit., punti 65‑67), al fine di preservare gli interessi delle parti.
      
      78      Alla luce di tutti questi elementi, occorre risolvere la prima questione dichiarando che l’art. 8, n. 1, del regolamento n. 1348/2000
         deve essere interpretato nel senso che il destinatario di una domanda giudiziale oggetto di notificazione o di comunicazione
         non ha il diritto di rifiutare la ricezione di tale atto nei limiti in cui esso ponga tale destinatario in grado di far valere
         i suoi diritti nel contesto di un procedimento giurisdizionale nello Stato mittente, qualora il detto atto sia accompagnato
         da allegati costituiti da documenti giustificativi che non sono redatti nella lingua dello Stato membro richiesto o in una
         lingua dello Stato membro mittente compresa dal destinatario, ma che hanno esclusivamente una funzione probatoria e non sono
         indispensabili per comprendere l’oggetto e la causa della domanda. Spetta al giudice nazionale verificare se il contenuto
         della domanda giudiziale sia sufficiente a consentire al convenuto di far valere i suoi diritti o se il mittente sia tenuto
         a rimediare all’assenza di traduzione di un allegato indispensabile.
      
       Sulla seconda questione 
      79      Con la seconda questione, posta per il caso in cui si risponda nel senso che il destinatario dell’atto può rifiutarne la ricezione
         qualora gli allegati non siano tradotti, il giudice a quo chiede se l’art. 8, n. 1, lett. b), del regolamento n. 1348/2000
         debba essere interpretato nel senso che il destinatario dell’atto oggetto di notificazione o di comunicazione viene reputato
         in grado di «comprendere» la lingua di uno Stato membro mittente ai sensi di tale regolamento qualora abbia convenuto, in
         un contratto concluso con il ricorrente nell’ambito della sua attività professionale, che la lingua della corrispondenza è
         quella dello Stato membro mittente. Considerata la riserva formulata nel risolvere la prima questione, occorre risolvere la
         seconda questione.
      
      80      Per determinare se il destinatario di un atto notificato o comunicato comprende la lingua dello Stato membro mittente nella
         quale l’atto è redatto, il giudice deve esaminare l’insieme degli indizi che gli sono forniti a tale proposito dal richiedente.
      
      81      Le parti che hanno presentato osservazioni non sono concordi sulla questione se si debba ritenere che il destinatario di un
         atto comprenda la lingua dello Stato membro mittente per il fatto che ha sottoscritto una clausola relativa all’uso della
         lingua come quella descritta dal giudice del rinvio.
      
      82      Lo studio Grimshaw afferma di essere il solo in grado di dire se comprende l’atto notificato. La IHK Berlin sostiene la posizione
         opposta, cioè che la sottoscrizione di tale clausola vale come accettazione di detta lingua in quanto lingua di notificazione
         di un atto giudiziario, allo stesso modo in cui una clausola attributiva della giurisdizione è valida tra le parti. 
      
      83      Le altre parti che hanno presentato osservazioni considerano che non si può dedurre da tale clausola una conoscenza della
         lingua dell’atto ai sensi dell’art. 8, n. 1, lett. b), del regolamento n. 1348/2000, ma che essa costituisce un indizio della
         conoscenza di tale lingua. Lo studio Weiss nonché i governi ceco e slovacco sottolineano, in particolare, che il grado di
         conoscenza di una lingua necessario alla corrispondenza non è lo stesso indispensabile a svolgere le proprie difese in giudizio.
      
      84      L’interpretazione dello studio Grimshaw non può essere accolta in quanto ciò equivarrebbe a far dipendere l’effettività della
         notificazione o della comunicazione dalla buona volontà del destinatario dell’atto. 
      
      85      Non è neppure possibile accogliere l’interpretazione proposta dalla IHK Berlin. Infatti, perché sia conferito un effetto utile
         all’art. 8, n. 1, lett. b), del regolamento n. 1348/2000, spetta al giudice competente verificare che i presupposti di applicazione
         di tale disposizione ricorrano effettivamente. Al riguardo, la sottoscrizione di una clausola che prevede l’impiego di una
         data lingua nella corrispondenza e nell’esecuzione di un contratto non può costituire una presunzione di conoscenza della
         lingua convenuta.
      
      86      Per contro, occorre considerare che la sottoscrizione di tale clausola costituisce un indizio della conoscenza della lingua
         dell’atto notificato o comunicato. Tale indizio avrà tanto maggior peso in quanto la clausola riguarda non soltanto la corrispondenza
         tra le parti, ma anche quella con le autorità e le istituzioni pubbliche. Esso potrà essere confortato da altri indizi, come
         l’invio effettivo della corrispondenza da parte del destinatario dell’atto nella lingua dell’atto notificato o comunicato,
         o la presenza, nel contratto iniziale, di clausole attributive della competenza, in caso di lite, ai giudici dello Stato mittente,
         ovvero che assoggettano il contratto al diritto di tale Stato membro.
      
      87      Come lo studio Weiss e i governi ceco e slovacco hanno indicato, il grado di conoscenza di una lingua necessario alla corrispondenza
         non è lo stesso indispensabile a svolgere le proprie difese in giudizio. Si tratta, tuttavia, di un elemento in fatto che
         il giudice deve prendere in considerazione al momento di verificare se il destinatario di un atto notificato o comunicato
         sia in grado di comprendere detto atto in modo tale da potersi difendere. Spetta al giudice adottare come riferimento, in
         conformità al principio di equivalenza, il modo in cui un soggetto di diritto residente nello Stato mittente può intendere
         un atto giurisdizionale redatto nella lingua di tale Stato.
      
      88      Occorre risolvere la seconda questione dichiarando che l’art. 8, n. 1, lett. b), del regolamento n. 1348/2000 deve essere
         interpretato nel senso che il fatto che il destinatario di un atto notificato o comunicato abbia convenuto, in un contratto
         concluso con il richiedente nell’ambito della sua attività professionale, che la lingua della corrispondenza sia quella dello
         Stato membro mittente, non costituisce una presunzione di conoscenza della lingua, ma è un indizio che il giudice può prendere
         in considerazione nel momento in cui verifica se tale destinatario comprende la lingua dello Stato membro mittente.
      
       Sulla terza questione 
      89      Con la terza questione, sollevata per il caso in cui si risolvesse in senso negativo la seconda questione come posta dal giudice
         del rinvio, quest’ultimo chiede se l’art. 8, n. 1, del regolamento n. 1348/2000 debba essere interpretato nel senso che il
         destinatario di un atto notificato o comunicato non può, in ogni caso, avvalersi di tale disposizione per rifiutare la ricezione
         di allegati di un atto che non siano redatti nella lingua dello Stato membro richiesto o in una lingua dello Stato membro
         mittente che il destinatario comprende, qualora, nell’ambito della sua attività professionale, esso concluda un contratto
         in cui si stipula che la lingua di corrispondenza sia quella dello Stato membro mittente e qualora gli allegati, da un lato,
         riguardino detta corrispondenza e, dall’altro, siano redatti nella lingua convenuta. 
      
      90      Dalla soluzione fornita dalla Corte alla prima questione risulta che la traduzione di taluni allegati alla domanda giudiziale
         notificata o comunicata può essere necessaria qualora il contenuto dell’atto che è stato tradotto sia insufficiente per individuare
         l’oggetto e la causa della domanda e consentire così al convenuto di far valere i suoi diritti, in quanto taluni elementi
         essenziali relativi alla domanda si troverebbero in tali allegati. 
      
      91      Tale traduzione, tuttavia, non è necessaria qualora risulti dalle circostanze in fatto che il destinatario della domanda giudiziale
         è a conoscenza del contenuto di tali allegati. Ciò accade quando egli ne è l’autore, ovvero si suppone che ne comprenda il
         contenuto, ad esempio, in quanto ha firmato un contratto nell’ambito della sua attività professionale, in cui ha convenuto
         che la lingua di corrispondenza sia quella dello Stato membro mittente, e gli allegati, da un lato, riguardano detta corrispondenza
         e, dall’altro, sono redatti nella lingua convenuta.
      
      92      Occorre, pertanto, risolvere la terza questione dichiarando che l’art. 8, n. 1, del regolamento n. 1348/2000 deve essere interpretato
         nel senso che il destinatario di una domanda giudiziale notificata o comunicata non può, comunque, avvalersi di tale disposizione
         per rifiutare la ricezione degli allegati ad un atto che non siano redatti nella lingua dello Stato membro richiesto o in
         una lingua dello Stato membro mittente che il destinatario comprende qualora, nell’ambito della sua attività professionale,
         egli abbia concluso un contratto in cui ha convenuto che la lingua di corrispondenza fosse quella dello Stato membro mittente,
         e qualora gli allegati, da un lato, riguardino detta corrispondenza e, dall’altro, siano redatti nella lingua convenuta. 
      
       Sulle spese
      93      Nei confronti delle parti nella causa principale il presente procedimento costituisce un incidente sollevato dinanzi al giudice
         nazionale, cui spetta quindi statuire sulle spese. Le spese sostenute da altri soggetti per presentare osservazioni alla Corte
         non possono dar luogo a rifusione.
      
      Per questi motivi, la Corte (Terza Sezione) dichiara:
      1)      L’art. 8, n. 1, del regolamento (CE) del Consiglio 29 maggio 2000, n. 1348, relativo alla notificazione e alla comunicazione
            negli Stati membri degli atti giudiziari ed extragiudiziali in materia civile o commerciale, deve essere interpretato nel
            senso che il destinatario di una domanda giudiziale oggetto di notifica o di comunicazione non è legittimato a rifiutare la
            ricezione di tale atto, nei limiti in cui esso ponga il destinatario in grado di far valere i propri diritti nell’ambito di
            un procedimento giurisdizionale nello Stato mittente, qualora il detto atto sia accompagnato da allegati costituiti da documenti
            giustificativi che non sono redatti nella lingua dello Stato membro richiesto o in una lingua dello Stato membro mittente
            compresa dal destinatario, ma che hanno esclusivamente una funzione probatoria e non sono indispensabili per comprendere l’oggetto
            e la causa della domanda.
      Spetta al giudice nazionale verificare se il contenuto della domanda giudiziale sia sufficiente a consentire al convenuto
            di far valere i suoi diritti o se il mittente sia tenuto a rimediare all’assenza di traduzione di un allegato indispensabile.
      2)      L’art. 8, n. 1, lett. b), del regolamento n. 1348/2000 deve essere interpretato nel senso che il fatto che il destinatario
            di un atto notificato o comunicato abbia convenuto, in un contratto concluso con il richiedente nell’ambito della sua attività
            professionale, che la lingua di corrispondenza sia quella dello Stato membro mittente, non costituisce una presunzione di
            conoscenza della lingua, ma è un indizio che il giudice può prendere in considerazione nel momento in cui verifica se tale
            destinatario comprende la lingua dello Stato membro mittente. 
      3)      L’art. 8, n. 1, del regolamento n. 1348/2000 deve essere interpretato nel senso che il destinatario di una domanda giudiziale
            notificata o comunicata non può, comunque, avvalersi di tale disposizione per rifiutare la ricezione degli allegati ad un
            atto che non siano redatti nella lingua dello Stato membro richiesto o in una lingua dello Stato membro mittente che il destinatario
            comprende qualora, nell’ambito della sua attività professionale, egli abbia concluso un contratto in cui ha convenuto che
            la lingua di corrispondenza sia quella dello Stato membro mittente, e qualora gli allegati, da un lato, riguardino detta corrispondenza
            e, dall’altro, siano redatti nella lingua convenuta. 
      Firme
      * Lingua processuale: il tedesco.