CELEX: 62007CJ0540
Language: it
Date: 2009-11-19 00:00:00
Title: Sentenza della Corte (Seconda Sezione) del 19 novembre 2009.#Commissione delle Comunità europee contro Repubblica italiana.#Inadempimento di uno Stato - Libera circolazione dei capitali - Art. 56 CE - Artt. 31 e 40 dell’Accordo SEE - Fiscalità diretta - Ritenuta alla fonte sui dividendi in uscita - Imputazione presso la sede del beneficiario del dividendo, in forza di una convenzione contro la doppia imposizione.#Causa C-540/07.

Causa C‑540/07
      Commissione delle Comunità europee
      contro
      Repubblica italiana
      «Inadempimento di uno Stato — Libera circolazione dei capitali — Art. 56 CE — Artt. 31 e 40 dell’Accordo SEE — Fiscalità diretta — Ritenuta alla fonte sui dividendi in uscita — Imputazione presso la sede del beneficiario del dividendo, in forza di una convenzione contro la doppia imposizione»
      Massime della sentenza
      1.        Libera circolazione dei capitali — Restrizioni — Normativa tributaria — Imposta sulle società — Tassazione dei dividendi
      (Art. 56, n. 1, CE)
      2.        Accordi internazionali — Accordo che istituisce lo Spazio economico europeo — Libertà di stabilimento — Libera circolazione
            dei capitali — Restrizioni — Normativa tributaria — Imposta sulle società — Tassazione dei dividendi
      (Accordo SEE, artt. 31 e 40)
      1.        Viene meno agli obblighi che gli incombono in forza dell’art. 56, n. 1, CE uno Stato membro che assoggetta i dividendi distribuiti
         a società stabilite in altri Stati membri ad un regime fiscale meno favorevole di quello applicato ai dividendi distribuiti
         alle società residenti, esentando dalla tassazione, fino al 95%, i dividendi distribuiti a società residenti e assoggettando
         i dividendi distribuiti a società non residenti ad una ritenuta alla fonte del 27%, potendosi peraltro ottenere, su domanda,
         un rimborso di una parte di tale somma.
      
      Infatti, una differenza di trattamento di questo tipo non può essere rimessa in discussione a causa dell’applicazione delle
         convenzioni contro la doppia imposizione. È certamente vero che non può escludersi che uno Stato membro garantisca il rispetto
         dei suoi obblighi derivanti dal Trattato stipulando una convenzione contro la doppia imposizione con un altro Stato membro.
         È tuttavia necessario che l’applicazione della convenzione contro la doppia imposizione permetta di compensare gli effetti
         della differenza di trattamento derivante dalla normativa nazionale. Infatti, solo nell’ipotesi in cui l’imposta trattenuta
         alla fonte, in applicazione della normativa nazionale, possa essere detratta dall’imposta, dovuta nell’altro Stato membro,
         per un ammontare pari alla differenza di trattamento derivante dalla normativa nazionale la differenza di trattamento tra
         i dividendi distribuiti a società stabilite in altri Stati membri e i dividendi distribuiti alle società residenti scompare
         totalmente. Poiché tale imputazione sull’imposta dovuta nell’altro Stato membro non è garantita dalla normativa nazionale
         in oggetto e la scelta di tassare, nell’altro Stato membro, i redditi provenienti dallo Stato membro di cui trattasi o il
         livello di tale tassazione non dipende da quest’ultimo, ma dalle modalità di tassazione definite dall’altro Stato membro,
         l’imputazione dell’imposta ritenuta alla fonte sull’imposta dovuta nell’altro Stato membro, in applicazione delle previsioni
         delle convenzioni contro la doppia imposizione, non consente in tutti i casi di compensare la differenza di trattamento derivante
         dall’applicazione della normativa nazionale. 
      
      Tale differenza di trattamento non è neppure rimessa in discussione in ragione del fatto che si dovrebbe tener conto del complesso
         del sistema di tassazione nazionale, che avrebbe lo scopo di assicurare in modo diretto o indiretto la tassazione delle persone
         fisiche beneficiarie finali dei dividendi e, in particolare, della circostanza che la persona fisica residente ed azionista
         è assoggettata all’imposta personale sui suoi redditi, cosicché il livello di tassazione tra l’azionista persona fisica residente
         e l’azionista non residente sarebbe in realtà equivalente. Infatti, ciò equivale a comparare regimi e situazioni non comparabili,
         cioè, da un lato, persone fisiche beneficiarie di dividendi domestici e il loro regime di tassazione dei redditi e, dall’altro,
         società di capitali beneficiarie di dividendi in uscita e la ritenuta alla fonte prelevata dallo Stato membro interessato.
         A tale riguardo, è irrilevante la circostanza secondo la quale la normativa di quest’ultimo Stato sarebbe diretta a correggere
         un eventuale squilibrio a livello di tassazione delle persone fisiche che detengono partecipazioni nelle società a cui i dividendi
         sono versati.
      
      Orbene, una differenza di trattamento di questo tipo può dissuadere le società stabilite in altri Stati membri dall’effettuare
         investimenti nello Stato membro di cui trattasi e costituisce, di conseguenza, una restrizione alla libera circolazione dei
         capitali vietata, in linea di principio, dall’art. 56, n. 1, CE. 
      
      È vero che, riguardo ai provvedimenti adottati da uno Stato membro al fine di prevenire o attenuare l’imposizione a catena
         ovvero la doppia imposizione economica sugli utili distribuiti da una società residente, gli azionisti beneficiari residenti
         non si trovano necessariamente in una situazione analoga a quella di azionisti beneficiari che risiedono in un altro Stato
         membro. Tuttavia, a partire dal momento in cui uno Stato membro, in modo unilaterale o per via di accordi, assoggetta all’imposta
         sui redditi non soltanto gli azionisti residenti, ma anche gli azionisti non residenti, per i dividendi che essi percepiscono
         da una società residente, la situazione di tali azionisti non residenti si avvicina a quella degli azionisti residenti. Infatti,
         l’esercizio da parte di questo stesso Stato della sua competenza tributaria genera in quanto tale, indipendentemente da ogni
         imposizione in un altro Stato membro, un rischio di imposizione a catena o di doppia imposizione economica. In un caso siffatto,
         affinché i beneficiari non residenti non si trovino di fronte ad una limitazione della libera circolazione dei capitali vietata,
         in via di principio, dall’art. 56 CE, lo Stato di residenza della società distributrice deve vigilare affinché, in relazione
         alla procedura prevista dal suo diritto nazionale allo scopo di prevenire o attenuare l’imposizione a catena o la doppia imposizione
         economica, i non residenti siano assoggettati ad un trattamento equivalente a quello di cui beneficiano i residenti. Quindi,
         quando tale Stato ha scelto di esercitare la sua competenza fiscale sui dividendi distribuiti a società stabilite in altri
         Stati membri, i non residenti beneficiari di tali dividendi si trovano in una situazione analoga a quella dei residenti per
         quanto riguarda il rischio di doppia imposizione economica dei dividendi distribuiti dalle società residenti, per cui i beneficiari
         non residenti non possono essere trattati diversamente dai beneficiari residenti. 
      
      Il trattamento meno favorevole illustrato non può essere giustificato dalla necessità di assicurare la coerenza del sistema
         tributario o il mantenimento di una distribuzione equilibrata del potere impositivo. Non può inoltre essere giustificato con
         riferimento alla lotta alla frode fiscale. Infatti, tale giustificazione è ammissibile solamente qualora essa abbia ad oggetto
         costruzioni puramente artificiose, aventi lo scopo di aggirare la legge fiscale, il che esclude qualsiasi presunzione generale
         di frode. Orbene, è in modo generale che tutti i dividendi distribuiti a società stabilite in altri Stati membri sono assoggettati
         ad un regime fiscale meno favorevole. Del resto, la direttiva 77/799, relativa alla reciproca assistenza fra le autorità competenti
         degli Stati membri nel settore delle imposte dirette e indirette, può essere invocata dallo Stato membro per ottenere, da
         parte delle competenti autorità di un altro Stato membro, ogni informazione necessaria a consentirgli di determinare correttamente
         l’ammontare delle imposte rientranti nell’ambito applicativo della citata direttiva. 
      
      Il trattamento meno favorevole cui la normativa nazionale in oggetto assoggetta i dividendi distribuiti a società stabilite
         in altri Stati membri costituisce, di conseguenza, una restrizione alla libera circolazione dei capitali incompatibile con
         l’art. 56, n. 1, CE. 
      
      (v. punti 32, 36-40, 42-45, 51-54, 56, 58-61, 64, dispositivo 1)
      2.        Non viene meno agli obblighi che gli incombono in forza degli artt. 31 e 40 dell’Accordo sullo Spazio economico europeo (SEE)
         uno Stato membro che assoggetta i dividendi distribuiti a società stabilite in altri Stati del SEE ad un regime fiscale meno
         favorevole di quello applicato ai dividendi distribuiti alle società residenti, esentando dall’imposizione, fino al 95%, i
         dividendi distribuiti a società residenti e assoggettando i dividendi distribuiti a società non residenti ad una ritenuta
         alla fonte del 27%, potendosi peraltro ottenere, su domanda, un rimborso di una parte di tale somma.
      
      Vero è che il trattamento meno favorevole a cui la normativa nazionale in oggetto assoggetta i dividendi distribuiti a società
         stabilite negli Stati parti dell’Accordo SEE costituisce una restrizione alla libera circolazione dei capitali ai sensi dell’art. 40
         dell’Accordo SEE nonché alla libertà di stabilimento garantita dall’art. 31 del medesimo accordo.
      
      Tuttavia, tale restrizione è giustificata dal motivo imperativo di interesse generale che attiene alla lotta contro la frode
         fiscale. Infatti, i principi relativi alle restrizioni all’esercizio delle libertà di circolazione in seno alla Comunità non
         possono essere integralmente applicati ai movimenti di capitali tra gli Stati membri e gli Stati terzi, in quanto tali movimenti
         si collocano in un contesto giuridico diverso. A tale proposito, il quadro di cooperazione tra le autorità competenti degli
         Stati membri stabilito dalla direttiva 77/799, relativa alla reciproca assistenza delle autorità competenti degli Stati membri
         nel campo delle imposte dirette e indirette, non esiste tra queste ultime e le autorità competenti di uno Stato terzo qualora
         esso non abbia assunto alcun impegno di reciproca assistenza. In mancanza di qualsiasi dispositivo di scambio di informazioni
         con uno Stato parte dell’Accordo SEE, e allorché le convenzioni contro la doppia imposizione firmate con altri Stati parti
         dell’Accordo SEE non prevedono l’obbligo di fornire informazioni, la normativa nazionale in oggetto deve considerarsi giustificata
         nei confronti degli Stati parti dell’Accordo SEE per il motivo imperativo di interesse generale relativo alla lotta contro
         la frode fiscale, nonché idonea a garantire la realizzazione di detto obiettivo, senza eccedere quanto necessario per conseguirlo.
         
      
      (v. punti 67-72, 74-75)
SENTENZA DELLA CORTE (Seconda Sezione)
      19 novembre 2009 (*)
      
      «Inadempimento di uno Stato – Libera circolazione dei capitali – Art. 56 CE – Artt. 31 e 40 dell’Accordo SEE – Fiscalità diretta – Ritenuta alla fonte sui dividendi in uscita – Imputazione presso la sede del beneficiario del dividendo, in forza di una convenzione contro la doppia imposizione»
      Nella causa C‑540/07,
      avente ad oggetto il ricorso per inadempimento, ai sensi dell’art. 226 CE, proposto il 30 novembre 2007,
      Commissione delle Comunità europee, rappresentata dai sigg. R. Lyal e A. Aresu, in qualità di agenti, con domicilio eletto in Lussemburgo,
      
      ricorrente,
      contro
      Repubblica italiana, rappresentata dal sig. R. Adam, in qualità di agente, assistito dal sig. P. Gentili, avvocato dello Stato, con domicilio
         eletto in Lussemburgo,
      
      convenuta,
      LA CORTE (Seconda Sezione),
      composta dal sig. J.‑C. Bonichot (relatore), presidente della Quarta Sezione, facente funzione di presidente della Seconda
         Sezione, dalla sig.ra C. Toader, dai sigg. C.W.A. Timmermans, K. Schiemann e P. Kūris, giudici,
      
      avvocato generale: sig.ra J. Kokott
      cancelliere: sig. R. Grass
      vista la fase scritta del procedimento,
      sentite le conclusioni dell’avvocato generale, presentate all’udienza del 16 luglio 2009,
      ha pronunciato la seguente
      Sentenza
      1        Con il presente ricorso, la Commissione delle Comunità europee chiede alla Corte di dichiarare che la Repubblica italiana,
         avendo mantenuto in vigore un regime fiscale più oneroso per i dividendi distribuiti a società stabilite negli altri Stati
         membri e negli Stati aderenti all’Accordo sullo Spazio economico europeo 2 maggio 1992 (GU 1994, L 1, pag. 3; in prosieguo:
         l’«Accordo SEE») rispetto a quello applicato ai dividendi domestici, è venuta meno agli obblighi impostile dagli artt. 56 CE
         e 40 dell’Accordo SEE per quanto riguarda la libera circolazione dei capitali tra gli Stati membri e tra gli Stati aderenti
         all’Accordo in questione, nonché agli obblighi di cui all’art. 31 dello stesso Accordo in relazione alla libertà di stabilimento
         tra gli Stati aderenti a tale Accordo.
      
       Contesto normativo 
       L’Accordo SEE
      2        L’art. 6 dell’Accordo SEE dispone quanto segue:
      
      «Fatti salvi futuri sviluppi [giurisprudenziali], le disposizioni del presente accordo, nella misura in cui sono identiche
         nella sostanza alle corrispondenti norme del Trattato che istituisce la Comunità economica europea e del Trattato che istituisce
         la Comunità europea del carbone e dell’acciaio e degli atti adottati in applicazione di questi due Trattati, devono essere
         interpretate, nella loro attuazione ed applicazione, in conformità delle pertinenti sentenze pronunciate dalla Corte di giustizia
         delle Comunità europee prima della data della firma del presente accordo».
      
      3        L’art. 31, n. 1, dell’Accordo SEE è così redatto:
      
      «Nel quadro delle disposizioni del presente accordo, non sussistono restrizioni alla libertà di stabilimento dei cittadini
         di uno Stato membro della [Comunità europea] o di uno Stato dell’[Associazione europea di libero scambio (EFTA)] nel territorio
         di un altro di questi Stati. Parimenti non sussistono restrizioni all’apertura di agenzie, succursali o filiali da parte dei
         cittadini di uno Stato membro della [Comunità] o di uno Stato EFTA, stabiliti sul territorio di un altro di questi Stati.
      
      La libertà di stabilimento comporta l’accesso ad attività di lavoro autonomo e il loro esercizio, nonché la costituzione e
         la gestione di imprese e in particolare di società ai sensi dell’articolo 34, [secondo] comma, alle condizioni definite dalla
         legislazione del paese di stabilimento nei confronti dei propri cittadini, fatte salve le disposizioni del capo 4».
      
      4        L’art. 40 dell’Accordo SEE dispone a sua volta quanto segue:
      
      «Nel quadro delle disposizioni del presente accordo, non sussistono fra le Parti contraenti restrizioni ai movimenti di capitali
         appartenenti a persone residenti negli Stati membri della [Comunità] o negli Stati EFTA né discriminazioni di trattamento
         fondate sulla nazionalità o sulla residenza delle parti o sul luogo del collocamento dei capitali. L’allegato XII contiene
         le disposizioni necessarie ai fini dell’applicazione del presente articolo».
      
       La normativa comunitaria
      5        L’art. 3, n. 1, della direttiva del Consiglio 23 luglio 1990, 90/435/CEE, concernente il regime fiscale comune applicabile
         alle società madri e figlie di Stati membri diversi (GU L 225, pag. 6), come modificata dalla direttiva del Consiglio 22 dicembre
         2003, 2003/123/CE (GU 2004, L 7, pag. 41; in prosieguo: la «direttiva 90/435»), dispone quanto segue:
      
      «(...) 
      a)      la qualità di società madre è riconosciuta almeno ad ogni società di uno Stato membro che soddisfi le condizioni di cui all’articolo
         2 e che detenga una partecipazione minima del 20% nel capitale di una società di un altro Stato membro che soddisfi le medesime
         condizioni.
      
      Siffatta qualità è anche riconosciuta, alle stesse condizioni, ad una società di uno Stato membro che detenga nel capitale
         di una società dello stesso Stato membro una partecipazione minima del 20%, parzialmente o totalmente attraverso una stabile
         organizzazione della prima società situata in un altro Stato membro.
      
      (...)». 
      6        A termini dell’art. 4, n. 1, della direttiva 90/435:
      
      «Quando una società madre o la sua stabile organizzazione, in virtù del rapporto di partecipazione tra la società madre e
         la sua società figlia, riceve utili distribuiti in occasione diversa dalla liquidazione della società figlia, lo Stato della
         società madre e lo Stato della sua stabile organizzazione:
      
      –        si astengono dal sottoporre tali utili ad imposizione, o
      –        li sottopongono ad imposizione, autorizzando però detta società madre o la sua stabile organizzazione a dedurre dalla sua
         imposta la frazione dell’imposta societaria relativa ai suddetti utili e pagata dalla società figlia e da una sua sub-affiliata,
         a condizione che a ciascun livello la società e la sua sub-affiliata soddisfino i requisiti di cui agli articoli 2 e 3 entro
         i limiti dell’ammontare dell’imposta corrispondente dovuta».
      
      7        L’art. 5, n. 1, della direttiva 90/435 così dispone:
      
      «Gli utili distribuiti da una società figlia alla sua società madre sono esenti dalla ritenuta alla fonte». 
       La normativa nazionale
       Il regime dei dividendi domestici
      8        Il regime italiano d’imposizione fiscale dei dividendi domestici versati a società ed enti commerciali soggetti in Italia
         all’imposta sul reddito delle società risulta dal decreto legislativo 12 dicembre 2003, n. 344, recante riforma dell’imposizione
         sul reddito delle società, a norma dell’articolo 4 della legge 7 aprile 2003, n. 80 (Supplemento ordinario alla GURI n. 291
         del 16 dicembre 2003), entrato in vigore il 1° gennaio 2005.
      
      9        In seguito a tale riforma, il regime in parola è disciplinato dall’art. 89, intitolato «Dividendi ed interessi», secondo comma,
         del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917,
         che così recita:
      
      «Gli utili distribuiti, in qualsiasi forma e sotto qualsiasi denominazione, anche nei casi di cui all’articolo 47, comma 7,
         dalle società ed enti di cui all’articolo 73, comma l, lettere a) e b), non concorrono a formare il reddito dell’esercizio
         in cui sono percepiti in quanto esclusi dalla formazione del reddito della società o dell’ente ricevente per il 95 per cento
         del loro ammontare».
      
      10      Ai sensi dell’art. 73, primo comma, lett. a) e b), del detto testo unico:
      
      «Sono soggetti all’imposta sul reddito delle società:
      a)      le società per azioni e in accomandita per azioni, le società a responsabilità limitata, le società cooperative e le società
         di mutua assicurazione residenti nel territorio dello Stato;
      
      b)      gli enti pubblici e privati diversi dalle società, residenti nel territorio dello Stato, ch[e] hanno per oggetto esclusivo
         o principale l’esercizio di attività commerciali».
      
       Il regime dei dividendi in uscita
      11      L’art. 27, intitolato «Ritenuta sui dividendi», terzo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973,
         n. 600, recante disposizioni comuni in materia di accertamento delle imposte sui redditi, così dispone: 
      
      «La ritenuta è operata a titolo d’imposta e con l’aliquota del 27 per cento sugli utili corrisposti a soggetti non residenti
         nel territorio dello Stato. L’aliquota della ritenuta è ridotta al 12,50 per cento per gli utili pagati ad azionisti di risparmio.
         I soggetti non residenti, diversi dagli azionisti di risparmio, hanno diritto al rimborso, fino a concorrenza dei quattro
         noni della ritenuta, dell’imposta che dimostrino di aver pagato all’estero in via definitiva sugli stessi utili mediante certificazione
         del competente ufficio fiscale dello Stato estero».
      
      12      L’art. 27 bis di tale decreto prevede il rimborso o, a determinate condizioni, la disapplicazione della ritenuta prevista
         dall’art. 27 nel caso di società residenti in uno degli Stati membri che posseggano i requisiti relativi al livello di partecipazione
         nel capitale della società distributrice e di durata della partecipazione stessa previsti dalla direttiva 90/435.
      
       Procedura precontenziosa
      13      La Commissione, considerando il regime fiscale dei dividendi di provenienza italiana distribuiti a società stabilite in un
         altro Stato membro o in uno Stato aderente all’Accordo SEE incompatibile con la libera circolazione dei capitali e con la
         libertà di stabilimento, ha deciso di avviare la procedura prevista all’art. 226 CE e ha diffidato la Repubblica italiana
         con lettera del 18 ottobre 2005.
      
      14      Non convinta dagli argomenti esposti dalla Repubblica italiana nella sua lettera del 9 febbraio 2006, la Commissione, con
         lettera datata 4 luglio 2006, ha trasmesso a tale Stato membro un parere motivato, invitandolo ad adottare le misure necessarie
         per adeguarsi a tale parere entro il termine di due mesi dal ricevimento del medesimo. 
      
      15      La Repubblica italiana ha risposto al parere motivato con lettera del 30 gennaio 2007. La Commissione, ritenendo che tale
         Stato membro non avesse posto fine all’infrazione addebitatagli, ha deciso di proporre il presente ricorso.
      
       Sul ricorso 
       Sulla ricevibilità 
      16      La Repubblica italiana sostiene che il ricorso è irricevibile perché non sarebbe sufficientemente preciso nell’oggetto. La
         Commissione si sarebbe limitata ad accostare diversi testi legislativi, constatando che essi prevedono ritenute sui dividendi
         in uscita superiori al livello di tassazione previsto per i dividendi distribuiti a società stabilite in Italia, senza procedere
         ad un’analisi precisa e completa di ciascuna di tali normative e senza provare in modo specifico l’incompatibilità di ciascuna
         di esse con i principi a cui fa riferimento.
      
      17      Si deve ricordare, a questo proposito, che l’art. 38, n. 1, lett. c), del regolamento di procedura prevede che il ricorso
         debba contenere, tra l’altro, l’oggetto della controversia e l’esposizione sommaria dei motivi invocati. Di conseguenza, spetta
         alla Commissione, in ogni ricorso depositato ai sensi dell’art. 226 CE, indicare in modo sufficientemente coerente e preciso
         le censure dedotte, così da consentire allo Stato membro di preparare la propria difesa e alla Corte di verificare l’esistenza
         dell’inadempimento addotto (v., in tal senso, sentenze 13 dicembre 1990, causa C‑347/88, Commissione/Grecia, Racc. pag. I‑4747,
         punto 28, e 4 maggio 2006, causa C‑98/04, Commissione/Regno Unito, Racc. pag. I‑4003, punto 18).
      
      18      Nella fattispecie, risulta in modo sufficientemente chiaro e preciso dalla motivazione e dalle conclusioni del ricorso della
         Commissione che quest’ultimo riguarda la compatibilità con i principi della libera circolazione dei capitali e della libertà
         di stabilimento della differenza tra il regime fiscale dei dividendi distribuiti a residenti italiani e quello dei dividendi
         distribuiti a società stabilite in altri Stati membri o in Stati aderenti all’Accordo SEE. 
      
      19      Poiché il ricorso è privo di ambiguità occorre respingere l’eccezione di irricevibilità sollevata dalla Repubblica italiana.
      
       Nel merito
       Argomenti delle parti 
      20      La Commissione afferma, in sostanza, che i dividendi versati alle società stabilite in altri Stati membri o negli Stati aderenti
         all’Accordo SEE sono trattati in modo meno favorevole di quelli versati alle società residenti in Italia. Ciò scoraggerebbe
         gli investimenti in società stabilite in Italia da parte di società stabilite in altri Stati membri o in Stati aderenti all’Accordo
         SEE e, in tal modo, costituirebbe un ostacolo alla libera circolazione dei capitali. 
      
      21      Poiché la direttiva 90/435 non è applicabile alle società stabilite negli Stati aderenti all’Accordo SEE, e in considerazione
         del fatto che il regime fiscale italiano dei dividendi in uscita riguarda anche le partecipazioni di controllo su società
         italiane detenute da società stabilite negli Stati aderenti all’Accordo SEE, la Commissione sostiene che sia altresì violato
         l’art. 31 dell’Accordo SEE, che vieta in modo analogo alle disposizioni corrispondenti del Trattato CE qualsiasi restrizione
         alla libertà di stabilimento. 
      
      22      La Repubblica italiana sostiene che la circostanza di esentare dalle imposte i dividendi domestici, ma di assoggettare ad
         una ritenuta i dividendi in uscita a destinazione di altri Stati membri, non è necessariamente e in ogni caso contraria al
         diritto comunitario. L’incompatibilità con il diritto comunitario potrebbe essere dichiarata solo nella situazione concreta
         in cui, a seguito dall’applicazione delle disposizioni della convenzione bilaterale contro le doppie imposizioni, la società
         dell’altro Stato membro che percepisce i dividendi non fosse in grado di eliminare nello Stato membro in cui si trova la sua
         sede la doppia imposizione, per esempio imputando sul proprio reddito imponibile a livello nazionale la ritenuta applicata
         nello Stato membro della società che ha distribuito i dividendi. Così, nell’ipotesi in cui la convenzione bilaterale contro
         le doppie imposizioni preveda, nello Stato membro di destinazione, un meccanismo di imputazione in tale Stato della ritenuta
         applicata nello Stato membro della fonte, la Repubblica italiana ritiene che non possa esservi discriminazione contraria all’art. 56 CE.
         Le clausole di imputazione previste da tali convenzioni bilaterali corrisponderebbero al potere di cui dispongono gli Stati
         membri di condividere la loro competenza in materia fiscale.
      
      23      A tale proposito, la Commissione non fornirebbe la prova del fatto che nessuna delle convenzioni bilaterali concluse dalla
         Repubblica italiana consenta di eliminare l’impatto della ritenuta applicata in tale Stato membro. 
      
      24      La Repubblica italiana sostiene altresì che il trattamento fiscale dei dividendi in uscita deve essere valutato con riferimento
         all’integralità del sistema di imposizione dei dividendi distribuiti a beneficiari all’interno di tale Stato membro. In quest’ultimo
         caso, la distribuzione di un dividendo ad un azionista persona fisica, residente in Italia, è assoggettata ad un’imposta.
         L’esenzione del 95% dei dividendi percepiti dai contribuenti costituirebbe semplicemente uno stadio preparatorio alla tassazione
         degli azionisti persone fisiche. Nell’ipotesi in cui l’azionista sia una società non residente, che distribuirà di norma i
         dividendi a persone fisiche non residenti, non vi sarebbe tassazione delle persone fisiche. La società non residente verrebbe
         maggiormente tassata, sostiene la Repubblica Italiana, per tener conto del fatto che il livello di imposizione sui profitti
         delle società deve essere coerente con quello previsto per le persone fisiche. In tal modo, il livello di tassazione tra l’azionista
         persona fisica residente e l’azionista non residente sarebbe equivalente.
      
      25      La Repubblica italiana sostiene in subordine che la disparità di trattamento sarebbe giustificata dalla differenza di situazioni,
         che consiste nel fatto che le società non residenti non hanno alcun obbligo di comunicare al fisco italiano la presenza, nel
         capitale di tali società, di persone fisiche residenti in Italia. 
      
      26      Anche supponendo, prosegue la Repubblica italiana, che le situazioni non siano diverse, la discriminazione sarebbe giustificata
         dalle esigenze di coerenza del sistema tributario nonché dalla necessità di prevenire la frode o l’evasione fiscale.
      
      27      La Repubblica italiana sostiene infine che la Commissione non potrebbe comunque rimproverarle di non aver anticipato l’evoluzione
         della giurisprudenza della Corte e le sentenze 14 dicembre 2006, causa C‑170/05, Denkavit Internationaal e Denkavit France
         (Racc. pag. I‑11949), e 8 novembre 2007, causa C‑379/05, Amurta (Racc. pag. I‑9569), pronunciate dopo la scadenza del termine
         assegnatole dal parere motivato. 
      
       Giudizio della Corte 
      –       Sulla violazione dell’art. 56, n. 1, CE
      28      Si deve rammentare preliminarmente che, se è pur vero che la materia delle imposte dirette rientra nella competenza degli
         Stati membri, questi ultimi devono tuttavia esercitare tale competenza nel rispetto del diritto comunitario (v., in particolare,
         sentenza 13 dicembre 2005, causa C‑446/03, Marks & Spencer, Racc. pag. I‑10837, punto 29).
      
      29      Infatti, in mancanza di disposizioni di unificazione o di armonizzazione comunitaria, gli Stati membri rimangono competenti
         a definire, in via convenzionale o unilaterale, i criteri di ripartizione del loro potere impositivo, in particolare, al fine
         di eliminare le doppie imposizioni (sentenze 12 maggio 1998, causa C‑336/96, Gilly, Racc. pag. I‑2793, punti 24 e 30, nonché
         7 settembre 2006, causa C‑470/04, N, Racc. pag. I‑7409, punto 44).
      
      30      La direttiva 90/435 mira ad eliminare, instaurando un regime fiscale comune, qualsiasi penalizzazione della cooperazione tra
         società di Stati membri diversi rispetto alla cooperazione tra società di uno stesso Stato membro ed a facilitare così il
         raggruppamento di società su scala comunitaria (sentenza 12 dicembre 2006, causa C‑446/04, Test Claimants in the FII Group
         Litigation, Racc. pag. I‑11753, punto 103).
      
      31      Per partecipazioni non rientranti nella direttiva 90/435 spetta agli Stati membri determinare se, ed in quale misura, la doppia
         imposizione economica degli utili distribuiti debba essere evitata e introdurre, a tale scopo, in modo unilaterale o mediante
         convenzioni concluse con altri Stati membri, procedure che mirino a prevenire o ad attenuare tale doppia imposizione economica.
         Tuttavia tale unico fatto non consente loro di applicare misure contrarie alle libertà di circolazione garantite dal Trattato CE
         (v., in tal senso, sentenza 12 dicembre 2006, causa C‑374/04, Test Claimants in Class IV of the ACT Group Litigation, Racc. pag. I‑11673,
         punto 54).
      
      32      Nella fattispecie, la legislazione italiana esenta dall’imposizione, fino al 95%, i dividendi distribuiti a società residenti,
         e assoggetta il restante 5% all’aliquota normale dell’imposta sui redditi delle società, pari al 33%. I dividendi distribuiti
         a società stabilite in altri Stati membri sono assoggettati ad una ritenuta alla fonte del 27%. Su domanda, peraltro, è possibile
         ottenere un rimborso fino a un massimo di quattro noni di tale imposta. Una ritenuta alla fonte a tasso ridotto può anche
         essere applicata, in forza delle previsioni delle diverse convenzioni preventive contro la doppia imposizione, quando sono
         soddisfatti taluni requisiti di partecipazione e di durata della partecipazione, ma tale tasso rimane superiore a quello imposto
         ai dividendi distribuiti alle società residenti. 
      
      33      È in definitiva pacifico che la normativa italiana assoggetti i dividendi distribuiti a società stabilite in altri Stati membri
         ad un tasso d’imposizione superiore a quello applicato ai dividendi distribuiti alle società residenti. 
      
      34      La Repubblica italiana sostiene tuttavia che tale differenza di trattamento sarebbe solo apparente, poiché si dovrebbe tener
         conto, da un lato, delle convenzioni contro la doppia imposizione e, dall’altro, del complesso del sistema tributario italiano.
         
      
      35      In ordine al primo punto, la Repubblica italiana sostiene che i dividendi distribuiti a società stabilite in altri Stati membri
         non sarebbero in realtà trattati diversamente dai dividendi distribuiti a società residenti, in quanto le convenzioni contro
         la doppia imposizione permetterebbero di detrarre l’imposta trattenuta alla fonte in Italia da quella dovuta nell’altro Stato
         membro. 
      
      36      A questo proposito, la Corte ha in effetti dichiarato che non può escludersi che uno Stato membro garantisca il rispetto dei
         suoi obblighi derivanti dal Trattato stipulando una convenzione contro la doppia imposizione con un altro Stato membro (v.,
         in tal senso, citate sentenze Test Claimants in Class IV of the ACT Group Litigation, punto 71, e Amurta, punto 79).
      
      37      A tal fine è tuttavia necessario che l’applicazione della convenzione contro la doppia imposizione permetta di compensare
         gli effetti della differenza di trattamento derivante dalla normativa nazionale. Infatti, solo nell’ipotesi in cui l’imposta
         trattenuta alla fonte, in applicazione della normativa nazionale, possa essere detratta dall’imposta, dovuta nell’altro Stato
         membro, per un ammontare pari alla differenza di trattamento derivante dalla normativa nazionale la differenza di trattamento
         tra i dividendi distribuiti a società stabilite in altri Stati membri e i dividendi distribuiti alle società residenti scompare
         totalmente. 
      
      38      Nel caso di specie, occorre constatare che tale imputazione sull’imposta dovuta nell’altro Stato membro dell’imposta trattenuta
         alla fonte in Italia non è garantita dalla normativa italiana. Infatti, l’imputazione presuppone segnatamente che i dividendi
         provenienti dall’Italia siano sufficientemente tassati nell’altro Stato membro. Come ha giustamente rilevato l’avvocato generale
         ai paragrafi 58 e 59 delle sue conclusioni, se tali dividendi non sono tassati o se non lo sono a sufficienza, la somma ritenuta
         alla fonte in Italia o una frazione di essa non può essere detratta. In tal caso la differenza di trattamento derivante dall’applicazione
         della normativa nazionale non può essere compensata dall’applicazione delle previsioni della convenzione contro la doppia
         imposizione.
      
      39      Orbene, la scelta di tassare nell’altro Stato membro i redditi provenienti dall’Italia o il livello a cui sono tassati non
         dipende dalla Repubblica italiana, ma dalle modalità di imposizione definite dall’altro Stato membro. La Repubblica italiana
         non ha, di conseguenza, alcun fondamento nel sostenere che l’imputazione dell’imposta ritenuta alla fonte in Italia sull’imposta
         dovuta nell’altro Stato membro, in applicazione delle previsioni delle convenzioni contro la doppia imposizione, consenta
         in ogni caso di compensare la differenza di trattamento derivante dall’applicazione della normativa nazionale. 
      
      40      Ne consegue che la Repubblica italiana non può sostenere che, a causa dell’applicazione delle convenzioni contro la doppia
         imposizione, i dividendi distribuiti a società stabilite in altri Stati membri non siano, in definitiva, trattati diversamente
         dai dividendi distribuiti alle società residenti. 
      
      41      D’altra parte, la Repubblica italiana ha affermato nel corso del procedimento di non aver concluso una convenzione contro
         la doppia imposizione con la Slovenia. La sua argomentazione non può quindi comunque essere accolta per quanto riguarda i
         dividendi distribuiti a società stabilite in Slovenia. 
      
      42      Per quanto riguarda il secondo punto, la Repubblica italiana non può neppure sostenere che la differenza di trattamento rilevata
         al punto 33 della presente sentenza non esista, in quanto si dovrebbe tener conto del complesso del sistema di tassazione
         italiano, che avrebbe lo scopo di assicurare in modo diretto o indiretto la tassazione delle persone fisiche beneficiarie
         finali dei dividendi e, in particolare, della circostanza che la persona fisica residente ed azionista è assoggettata all’imposta
         personale sui suoi redditi, cosicché il livello di tassazione tra l’azionista persona fisica residente e l’azionista non residente
         sarebbe in realtà equivalente. 
      
      43      Infatti, per respingere tale argomento è sufficiente rilevare che esso equivale a comparare regimi e situazioni non comparabili,
         cioè, da un lato, persone fisiche beneficiarie di dividendi domestici e il loro regime di tassazione dei redditi e, dall’altro,
         società di capitali beneficiarie di dividendi in uscita e la ritenuta alla fonte prelevata dalla Repubblica italiana. A tale
         riguardo, è irrilevante la circostanza secondo la quale la normativa italiana sarebbe diretta, secondo la Repubblica italiana,
         a correggere un eventuale squilibrio a livello di tassazione delle persone fisiche che detengono partecipazioni nelle società
         a cui i dividendi sono versati. 
      
      44      Tale Stato membro non può, di conseguenza, sostenere che non vi sia una differenza di trattamento tra le modalità di tassazione
         dei dividendi distribuiti a società stabilite in altri Stati membri e quelle dei dividendi distribuiti alle società residenti.
         
      
      45      Orbene, una differenza di trattamento di questo tipo può dissuadere le società stabilite in altri Stati membri dall’effettuare
         investimenti in Italia. Essa costituisce, di conseguenza, una restrizione alla libera circolazione dei capitali vietata, in
         linea di principio, dall’art. 56, n. 1, CE.
      
      46      Tuttavia, occorre esaminare se tale restrizione alla libera circolazione dei capitali possa essere giustificata con riferimento
         alle disposizioni del Trattato.
      
      47      Conformemente all’art. 58, n. 1, CE, «[l]’articolo 56 non pregiudic[a] il diritto degli Stati membri (…) di applicare le pertinenti
         disposizioni della loro legislazione tributaria in cui si opera una distinzione tra i contribuenti che non si trovano nella
         medesima situazione per quanto riguarda il loro luogo di residenza (…)».
      
      48      La deroga prevista in tale disposizione è a sua volta limitata dall’art. 58, n. 3, CE, il quale stabilisce che le disposizioni
         nazionali di cui all’art. 58, n. 1, «non devono costituire un mezzo di discriminazione arbitraria, né una restrizione dissimulata
         al libero movimento dei capitali e dei pagamenti di cui all’articolo 56».
      
      49      Le differenze di trattamento autorizzate dall’art. 58, n. 1, lett. a), CE devono essere pertanto distinte dalle discriminazioni
         vietate dall’art. 58, n. 3. Orbene, dalla giurisprudenza risulta che, perché una normativa tributaria nazionale, quale quella
         di cui alla causa principale, possa essere considerata compatibile con le disposizioni del Trattato relative alla libera circolazione
         dei capitali, è necessario che la differenza di trattamento riguardi situazioni che non siano oggettivamente paragonabili
         o sia giustificata da motivi imperativi di interesse generale (v. sentenze 6 giugno 2000, causa C‑35/98, Verkooijen, Racc. pag. I‑4071,
         punto 43; 7 settembre 2004, causa C‑319/02, Manninen, Racc. pag. I‑7477, punto 29, e 8 settembre 2005, causa C‑512/03, Blanckaert,
         Racc. pag. I‑7685, punto 42).
      
      50      Di conseguenza, si deve verificare se, con riferimento all’obiettivo della normativa nazionale di cui trattasi, le società
         beneficiarie di dividendi residenti in Italia e quelle stabilite in un altro Stato membro si trovino o meno in situazioni
         analoghe. 
      
      51      La Corte ha già dichiarato che, riguardo ai provvedimenti adottati da uno Stato membro al fine di prevenire o attenuare l’imposizione
         a catena ovvero la doppia imposizione sugli utili distribuiti da una società residente, gli azionisti beneficiari residenti
         non si trovano necessariamente in una situazione analoga a quella di azionisti beneficiari che risiedono in un altro Stato
         membro (sentenza Denkavit Internationaal e Denkavit France, cit., punto 34).
      
      52      Tuttavia, a partire dal momento in cui uno Stato membro, in modo unilaterale o per via di accordi, assoggetta all’imposta
         sui redditi non soltanto gli azionisti residenti, ma anche gli azionisti non residenti, per i dividendi che essi percepiscono
         da una società residente, la situazione di tali azionisti non residenti si avvicina a quella degli azionisti residenti (citate
         sentenze Test Claimants in Class IV of the ACT Group Litigation, punto 68; Denkavit Internationaal e Denkavit France, punto 35,
         nonché Amurta, punto 38).
      
      53      Infatti, l’esercizio da parte di questo stesso Stato della sua competenza tributaria genera in quanto tale, indipendentemente
         da ogni imposizione in un altro Stato membro, un rischio di imposizione a catena o di doppia imposizione economica. In un
         caso siffatto, affinché le società beneficiarie non residenti non si trovino di fronte ad una limitazione della libera circolazione
         dei capitali vietata, in via di principio, dall’art. 56 CE, lo Stato di residenza della società distributrice deve vigilare
         affinché, in relazione alla procedura prevista dal suo diritto nazionale allo scopo di prevenire o attenuare l’imposizione
         a catena o la doppia imposizione economica, le società azioniste non residenti siano assoggettate ad un trattamento equivalente
         a quello di cui beneficiano le società azioniste residenti (v. citate sentenze Test Claimants in Class IV of the ACT Group
         Litigation, punto 70, nonché Amurta, punto 39).
      
      54      Orbene, nella fattispecie occorre constatare che il legislatore italiano ha scelto di esercitare la sua competenza fiscale
         sui dividendi distribuiti a società stabilite in altri Stati membri. I non residenti beneficiari di tali dividendi si trovano,
         di conseguenza, in una situazione analoga a quella dei residenti per quanto riguarda il rischio di doppia imposizione economica
         dei dividendi distribuiti dalle società residenti, per cui i beneficiari non residenti non possono essere trattati diversamente
         dai beneficiari residenti. 
      
      55      A tale riguardo, la Repubblica italiana afferma che la differenza di trattamento sarebbe giustificata da motivi imperativi
         di interesse generale inerenti alla coerenza del sistema tributario, al mantenimento di una ripartizione equilibrata del potere
         impositivo e alla lotta contro la frode fiscale, motivi che la Corte ha effettivamente riconosciuto come idonei a giustificare
         tali differenze (v., in tal senso, sentenze Marks & Spencer, cit., punto 51; 15 maggio 2008, causa C‑414/06, Lidl Belgium,
         Racc. pag. I‑3601, punto 42, nonché, per quanto riguarda la giustificazione relativa alla coerenza del sistema tributario,
         sentenze 28 gennaio 1992, causa C‑204/90, Bachmann, Racc. pag. I‑249, punto 28, e 13 marzo 2007, causa C‑524/04, Test Claimants
         in the Thin Cap Group Litigation, Racc. pag. I‑2107, punto 68).
      
      56      Quanto alla giustificazione relativa alla coerenza del sistema tributario e al mantenimento di una distribuzione equilibrata
         del potere impositivo, per respingerla è sufficiente rilevare che la Repubblica italiana riprende in sostanza gli argomenti
         esposti per difendere la tesi secondo cui la differenza di trattamento rilevata al punto 33 della presente sentenza non esisterebbe,
         in quanto bisognerebbe anche tener conto del fatto che gli azionisti persone fisiche residenti sono assoggettati in Italia
         all’imposta sui redditi. Per le ragioni esposte al punto 43 della presente sentenza, il suddetto argomento non può essere
         accolto.
      
      57      Per quanto riguarda la giustificazione relativa alla lotta contro la frode fiscale, occorre ricordare che una restrizione
         alla libera circolazione dei capitali può essere ammessa a questo titolo solo a condizione che essa sia idonea a garantire
         il conseguimento dello scopo in tal modo perseguito e non ecceda quanto necessario per raggiungerlo (sentenze Marks & Spencer,
         cit., punto 35; 12 settembre 2006, causa C‑196/04, Cadbury Schweppes e Cadbury Schweppes Overseas, Racc. pag. I‑7995, punto 47,
         nonché Test Claimants in the Thin Cap Group Litigation, cit., punto 64).
      
      58      Una giustificazione basata sulla lotta alla frode fiscale è quindi ammissibile solamente qualora essa abbia ad oggetto costruzioni
         puramente artificiose, aventi lo scopo di aggirare la legge fiscale, il che esclude qualsiasi presunzione generale di frode.
         Pertanto, una presunzione generale di evasione o di frode fiscale non può essere sufficiente per giustificare una misura fiscale
         che pregiudichi gli obiettivi del Trattato (v., in tal senso, sentenze 26 settembre 2000, causa C‑478/98, Commissione/Belgio,
         Racc. pag. I‑7587, punto 45, nonché Cadbury Schweppes e Cadbury Schweppes Overseas, cit., punto 50 e giurisprudenza ivi citata).
      
      59      Orbene, nella fattispecie, tutti i dividendi distribuiti a società stabilite in altri Stati membri sono assoggettati, in modo
         generale, ad un regime fiscale meno favorevole. Tale trattamento meno favorevole non può, pertanto, essere giustificato con
         riferimento alla lotta contro la frode fiscale. 
      
      60      Del resto, la direttiva del Consiglio 19 dicembre 1977, 77/799/CEE, relativa alla reciproca assistenza fra le autorità competenti
         degli Stati membri nel settore delle imposte dirette e indirette (GU L 336, pag. 15), come modificata con direttiva del Consiglio
         25 febbraio 1992, 92/12/CEE (GU L 76, pag. 1; in prosieguo: la «direttiva 77/799»), può essere invocata da uno Stato membro
         per ottenere, da parte delle competenti autorità di un altro Stato membro, ogni informazione necessaria a consentirgli di
         determinare correttamente l’ammontare delle imposte rientranti nell’ambito applicativo della citata direttiva (v. sentenza
         Cadbury Schweppes e Cadbury Schweppes Overseas, cit., punto 71).
      
      61      Il trattamento meno favorevole cui la normativa italiana assoggetta i dividendi distribuiti a società stabilite in altri Stati
         membri costituisce, di conseguenza, una restrizione alla libera circolazione dei capitali incompatibile con l’art. 56, n. 1,
         CE. 
      
      62      Infine, la Repubblica italiana non può sostenere che il ricorso per inadempimento dovrebbe comunque essere respinto in quanto
         l’incompatibilità della sua normativa con l’art. 56, n. 1, CE risulterebbe dall’interpretazione che la Corte di giustizia
         ha dato di tale articolo nelle sentenze emesse su rinvio pregiudiziale in data successiva a quella del parere motivato nella
         presente causa. 
      
      63      Infatti, l’interpretazione che la Corte, nell’esercizio della competenza attribuitale dall’art. 234 CE, fornisce di una norma
         di diritto comunitario chiarisce e precisa il significato e la portata della norma stessa, quale deve o avrebbe dovuto essere
         intesa ed applicata sin dal momento della sua entrata in vigore (v., in tal senso, sentenza 27 marzo 1980, causa 61/79, Denkavit
         italiana, Racc. pag. 1205, punto 16), a meno che la Corte non abbia limitato per il passato la possibilità di invocare la
         disposizione così interpretata (v., in tal senso, sentenza Denkavit italiana, cit., punto 17).
      
      64      Da tutte le considerazioni che precedono risulta che la Repubblica italiana, avendo assoggettato i dividendi distribuiti a
         società stabilite in altri Stati membri ad un regime fiscale meno favorevole di quello applicato ai dividendi distribuiti
         alle società residenti, è venuta meno agli obblighi che le incombono in forza dell’art. 56, n. 1, CE.
      
      –       Sulla violazione dell’Accordo SEE
      65      Uno degli obiettivi principali dell’Accordo SEE è di realizzare nella massima misura possibile la libera circolazione delle
         merci, delle persone, dei servizi e dei capitali nell’intero Spazio economico europeo (SEE), di modo che il mercato interno
         realizzato nel territorio della Comunità sia esteso agli Stati dell’EFTA. In questa prospettiva, diverse convenzioni aventi
         ad oggetto detto Accordo mirano a garantire un’interpretazione dello stesso che sia la più uniforme possibile nell’insieme
         del SEE (v. parere 10 aprile 1992, 1/92, Racc. pag. I‑2821). Spetta alla Corte, in tale ambito, controllare che le norme dell’Accordo
         SEE identiche nella sostanza a quelle del Trattato siano interpretate in maniera uniforme all’interno degli Stati membri (sentenza
         23 settembre 2003, causa C‑452/01, Ospelt e Schlössle Weissenberg, Racc. pag. I‑9743, punto 29).
      
      66      Ne risulta che, anche se restrizioni alla libera circolazione dei capitali tra cittadini di Stati parti dell’Accordo SEE devono
         essere esaminate con riferimento all’art. 40 e all’allegato XII a detto Accordo, tali pattuizioni rivestono la stessa portata
         giuridica delle disposizioni, sostanzialmente identiche, dell’art. 56 CE (v. sentenza 11 giugno 2009, causa C‑521/07, Commissione/Paesi
         Bassi, non ancora pubblicata nella Raccolta, punto 33).
      
      67      Pertanto, e per i motivi esposti in sede di esame del ricorso alla luce dell’art. 56, n. 1, CE, occorre considerare che il
         trattamento meno favorevole a cui la normativa italiana assoggetta i dividendi distribuiti a società stabilite negli Stati
         parti dell’Accordo SEE costituisce una restrizione alla libera circolazione dei capitali ai sensi dell’art. 40 dell’Accordo
         SEE.
      
      68      Tuttavia, occorre constatare che tale restrizione è giustificata dal motivo imperativo di interesse generale che attiene alla
         lotta contro la frode fiscale. 
      
      69      Come già dichiarato dalla Corte, la giurisprudenza vertente su restrizioni all’esercizio delle libertà di circolazione in
         seno alla Comunità non può essere integralmente applicata ai movimenti di capitali tra gli Stati membri e i paesi terzi, in
         quanto tali movimenti si collocano in un contesto giuridico diverso (v., in tal senso, sentenza 18 dicembre 2007, causa C‑101/05,
         A, Racc. pag. I‑11531, punto 60).
      
      70      Nella fattispecie, occorre anzitutto rilevare che il quadro di cooperazione tra le autorità competenti degli Stati membri
         stabilito dalla direttiva 77/799 non esiste tra queste ultime e le autorità competenti di uno Stato terzo qualora esso non
         abbia assunto alcun impegno di mutua assistenza. 
      
      71      La Repubblica italiana ha poi affermato, senza essere contraddetta, che non esiste alcun dispositivo di scambio di informazioni
         tra essa e il Principato del Liechtenstein. Infine, la Repubblica italiana ha sostenuto, senza essere contraddetta neanche
         in questa occasione, che le convenzioni contro la doppia imposizione che aveva firmato con la Repubblica d’Islanda e con il
         Regno di Norvegia non prevedono l’obbligo di fornire informazioni. 
      
      72      Pertanto, la normativa italiana in esame deve essere considerata giustificata riguardo agli Stati parti dell’Accordo SEE per
         il motivo imperativo di interesse generale riguardante la lotta contro la frode fiscale, nonché idonea a garantire la realizzazione
         di detto obiettivo senza eccedere quanto necessario per conseguirlo. 
      
      73      Il ricorso dev’essere pertanto respinto nella parte in cui verte sull’inadempimento, da parte della Repubblica italiana, degli
         obblighi che le incombono in forza dell’art. 40 dell’Accordo SEE.
      
      74      La Commissione sostiene altresì che la normativa italiana configurerebbe una restrizione ingiustificata alla libertà di stabilimento
         garantita dall’art. 31 dell’Accordo SEE.
      
      75      Tuttavia, e per i motivi sviluppati in relazione all’art. 40 dell’Accordo SEE, la normativa italiana di cui trattasi deve
         considerarsi giustificata nei confronti degli Stati parti dell’Accordo SEE per il motivo imperativo di interesse generale
         relativo alla lotta contro la frode fiscale, nonché idonea a garantire la realizzazione di detto obiettivo senza eccedere
         quando necessario per conseguirlo.
      
      76      Il ricorso deve pertanto essere respinto anche nella parte in cui verte sull’inadempimento, da parte della Repubblica italiana,
         degli obblighi che le incombono in forza dell’art. 31 dell’Accordo SEE.
      
       Sulle spese 
      77      Ai sensi dell’art. 69, n. 2, del regolamento di procedura, la parte soccombente è condannata alle spese se ne è stata fatta
         domanda. Ai sensi dell’art. 69, n. 3, dello stesso regolamento, se le parti soccombono rispettivamente su uno o più capi,
         ovvero per motivi eccezionali, la Corte può ripartire le spese o decidere che ciascuna parte sopporti le proprie spese.
      
      78      Nella presente controversia occorre tener conto del fatto che talune censure della Commissione non sono state accolte.
      
      79      Occorre quindi condannare la Repubblica italiana ai tre quarti della totalità delle spese. La Commissione è condannata a sopportare
         il restante quarto. 
      
      Per questi motivi, la Corte (Seconda Sezione) dichiara e statuisce:
      1)      La Repubblica italiana, avendo assoggettato i dividendi distribuiti a società stabilite in altri Stati membri ad un regime
            fiscale meno favorevole di quello applicato ai dividendi distribuiti alle società residenti, è venuta meno agli obblighi che
            le incombono in forza dell’art. 56, n. 1, CE. 
      2)      Per il resto, il ricorso è respinto.
      3)      La Repubblica italiana è condannata a sopportare i tre quarti della totalità delle spese. La Commissione delle Comunità europee
            è condannata a sopportare il restante quarto. 
      Firme
      * Lingua processuale: l’italiano.