CELEX: 31991D0464
Language: it
Date: 1991-07-29 00:00:00
Title: DECISIONE DEL CONSIGLIO del 29 luglio 1991 che adotta la relazione annuale 1990/1991 sulla situazione economica della Comunità e che fissa gli orientamenti di politica economica da seguire nella Commissione nel 1991 (91/464/CEE) #

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31991D0464

DECISIONE DEL CONSIGLIO del 29 luglio 1991 che adotta la relazione annuale 1990/1991 sulla situazione economica della Comunità e che fissa gli orientamenti di politica economica da seguire nella Commissione nel 1991 (91/464/CEE)  -   

Gazzetta ufficiale n. L 252 del 07/09/1991 pag. 0017 - 0043

DECISIONE DEL CONSIGLIO del 29 luglio 1991 che adotta la relazione annuale 1990/1991 sulla situazione economica della Comunità e che fissa gli orientamenti di politica economica da seguire nella Commissione nel 1991 (91/464/CEE)IL  CONSIGLIO DELLE COMUNITÀ EUROPEE,  visto il trattato che istituisce la Comunità economica europea,  vista la decisione 90/141/CEE del Consiglio, del 12 marzo 1990, relativa alla realizzazione di una convergenza progressiva delle politiche e dei risultati economici durante la prima fase dell'unione economica e monetaria (1), in particolare l'articolo  4,  vista la proposta della Commissione,  visto il parere del Parlamento europeo (2),  visto il parere del Comitato economico e sociale (3),  HA ADOTTATO LA PRESENTE DECISIONE:  Articolo 1  È adottata la relazione annuale 1990/1991 acclusa alla presente decisione e sono adottati gli orientamenti di politica economica da seguire nella Comunità nel 1991, enunciati nel rapporto summenzionato.  Articolo 2  Gli Stati membri sono destinatari della presente decisione.  Fatto a Bruxelles, addì 29 luglio 1991.  Per il Consiglio Il Presidente H. VAN DEN BROEK  (1) GU n. L 78 del 24. 3. 1990, pag. 23. (2) GU n. C 183 del 15. 7. 1991. (3) Parere reso il 4 luglio 1991 (non ancora pubblicato nella Gazzetta ufficiale).  INDICE    Pagina Introduzione .  19  III.  La situazione economica nel 1990 e all'inizio del 1991 .  20  A.  Rallentamento della crescita nella Comunità .  20  1.  Peggioramento del contesto internazionale .  20  1.1.  Stati Uniti d'America .  20  1.2.  Europa centrale ed orientale .  21  1.3.  Le oscillazioni del dollaro USA .  21  2.  Aggiustamento ciclico nella Comunità .  22  3.  La crisi del Golfo ed il crollo del clima di fiducia .  24  B.  Recessione nel Regno Unito .  24  C.  Unificazione tedesca .  25  D.  Inflazione ed occupazione .  26  III.  Le prospettive per il 1991 e il 1992 .  27  A.  I fattori di rischio .  27  B.  Le preoccupazioni per la politica economica .  28  1.  Redditività, crescita ed occupazione .  28  2.  Inflazione .  29  3.  Convergenza delle situazioni di bilancio .  30  4.  Insufficienza del risparmio .  31  III.  Conclusioni per la politica economica .  32  A.  Mantenere un clima favorevole alla stabilità e alla crescita .  32  B.  Sviluppo del potenziale comunitario .  32  1.  Realizzare appieno il mercato interno .  33  2.  Migliorare la coesione economica e sociale .  33  3.  Aggiustamento strutturale .  34  4.  La sfida ecologica .  35  C.  Politiche volte a realizzare una maggiore convergenza .  35  1.  Convergenza dei prezzi e dei costi .  35  2.  Convergenza delle politiche di bilancio .  37  3.  Convergenza dei saldi della bilancia dei pagamenti .  40 LA COMUNITÀ EUROPEA NEGLI ANNI '90: VERSO L'UNIONE ECONOMICA E MONETARIA (UEM)   INTRODUZIONE  Le prospettive economiche per la Comunità nell'anno in corso sono molto meno favorevoli di quanto non si presentassero nell'autunno dell'anno passato. Si prevede che, nella Comunità, la produzione aumenti nel 1991 di meno dell'1,5 %, vale a dire ad un  tasso dimezzato rispetto a quello del 1990. Di conseguenza, anche l'occupazione non aumenterà che ad un ritmo più lento, nettamente inferiore a 0,25 %. Questo leggero incremento sarà però più che controbilanciato dall'aumento previsto della forza  lavoro, il che farà salire il tasso di disoccupazione all'8,7 % nel 1991. Nonostante questo rallentamento dell'attività, si prevede che l'inflazione resti grosso modo stabile ad un livello relativamente elevato (5 %).   Il peggioramento dei risultati dell'economia attesi per la Comunità nel 1991 è spiegato solo in parte dagli avvenimenti nell'area del Golfo Persico. L'aumento dei prezzi del petrolio nella seconda metà del 1990 ed il conseguente cedimento del clima di  fiducia nell'economia presso gli imprenditori e i consumatori sono indubbiamente risultato diretto della crisi del Golfo. Alcuni paesi della Comunità si trovavano peraltro già in preda a difficoltà molto prima dell'agosto del 1990, registrando un  rallentamento della domanda esterna con effetti negativi sulla crescita degli investimenti, mentre l'indispensabile correzione degli squilibri macroeconomici esercitava in alcuni casi un effetto di freno sulla domanda interna.   Nonostante l'attuale rallentamento dell'attività economica a livello mondiale, le prospettive di ripresa di una crescita più vigorosa sono favorevoli. Parrebbe ora che la crisi del Golfo abbia avuto sul clima economico, sull'inflazione e sulla crescita  effetti più contenuti e probabilmente più transitori di quanto inizialmente temuto. Si riscontrano inoltre i primi segni che la flessione ciclica relativamente pronunciata in alcuni paesi industriali - tra cui gli Stati Uniti ed il Regno Unito - si sta  esaurendo.   Dovrebbero pertanto essere ristabilite le condizioni di base sostanzialmente sane su cui si fonda la crescita economica nella Comunità, che comprendono: il ripristino della redditività operato negli anni '80, un certo progresso fatto nel ridurre  disavanzi di bilancio di entità insostenibile, l'attuazione nello scorso decennio di riforme strutturali intese ad un migliore funzionamento dei mercati, il conseguimento di una struttura più sostenibile dei saldi della bilancia dei pagamenti e, infine,  le prospettive di integrazione europea.   Questi fattori hanno contribuito ai relativamente buoni risultati ottenuti nel periodo 1983-1990. Per migliorare ulteriormente le basi di una crescita durevole e non inflazionista nel prossimo futuro, in vista del perseguimento della fase finale  dell'UEM, i responsabili della politica economica debbono cercare di consolidare e migliorare i progressi già conseguiti, continuando a porre in atto le strategie che sono state all'origine dei miglioramenti della situazione economica nel decennio 1980.    Dando per scontata l'applicazione di tali politiche, il recente rallentamento economico subito dalla Comunità dovrebbe giungere al punto di svolta nel corso dell'anno. Nel 1992 si prevede che la situazione generale migliori e che la crescita economica  raggiunga il 2,25 %. Tuttavia, tenuto conto degli effetti di sfasamento temporale, la crescita dell'occupazione rimarrà, secondo le previsioni, al livello del 1991 (0,2 %), il che comporterà un ulteriore lieve aumento del tasso di disoccupazione, che  salirebbe al 9,2 %.   Un clima di stabilità costituisce un requisito preliminare essenziale per sviluppare il potenziale economico della Comunità. La politica monetaria e quella fiscale debbono pertanto mantenere un indirizzo prudente e la politica della finanza pubblica  dovrebbe apportare un maggior sostegno alla politica monetaria. Sotto questo profilo, l'arresto del processo di risanamento dei bilanci è motivo di preoccupazione, tanto più che la prima fase dell'unione economica e monetaria rende più rigorose le  esigenze di convergenza in materia di prezzi e costi e di saldi del bilancio pubblico e della bilancia dei pagamenti. Alcuni Stati membri debbono compiere ancora un aggiustamento di notevole portata. Una rapida applicazione delle raccomandazioni di  politica economica è pertanto essenziale per preparare il buon esito della transizione all'unione economica e monetaria completa.  I.  LA SITUAZIONE ECONOMICA NEL 1990 E ALL'INIZIO DEL 1991 A.  Rallentamento della crescita nella Comunità Nello scorso anno l'economia mondiale ha dovuto adattarsi a vari nuovi eventi: lo smantellamento delle economie a pianificazione centrale dell'Europa orientale, l'unificazione tedesca, l'addensarsi delle incertezze nell'Unione Sovietica e, infine, la  crisi del Golfo. La Comunità ha resistito relativamente bene a questa difficile situazione internazionale, grazie anche ai potenti impulsi provenienti nel breve periodo dal processo di unificazione tedesca e, più durevolmente, dalla progressiva  realizzazione del programma relativo al mercato unico. In generale, tuttavia, non si è potuto evitare un ulteriore rallentamento della crescita del PIL reale nella Comunità, cosicché la crescita in termini reali non sarà probabilmente che dell'1,5 % nel  1991, tasso che rappresenta la metà circa di quello ottenuto nel 1990 ed è inferiore di quasi due punti percentuali a quello del 1989 (vedi tabella 1).   Tabella 1 L'economia della CE all'inizio del nuovo decennio (variazione annua percentuale)        1984-1987 1988 1989 1990 1991 (¹) 1992 (¹) PIL in termini reali +2,6  +4,0 +3,3 +2,7 +1,4 +2,3 Occupazione +0,6  +1,6 +1,6 +1,6 +0,2 +0,2 Inflazione (²) +5,1  +3,7 +4,9 +5,0 +5,0 +4,6 Investimenti +3,3  +9,0 +6,7 +4,3 +0,8 +3,7  di cui attrezzature +6,1 +10,4 +8,4 +4,7 +0,2 +4,4 Costo unitario del lavoro in termini reali -1,1  -1,1 -0,7 +0,6 +0,3 -0,7 (¹) Dati previsionali.  (²) Deflatore dei prezzi dei consumi privati.   Questo risultato è il frutto dell'interazione di vari fattori, fra cui:  - il peggioramento del contesto internazionale;  - un aggiustamento ciclico nella Comunità;  - la crisi del Golfo ed il concomitante crollo del clima di fiducia di imprenditori e consumatori.   1.  Peggioramento del contesto internazionale Tra l'inizio del 1990 ed il primo trimestre del 1991 il contesto internazionale non ha fatto che peggiorare: l'attività economica è rallentata notevolmente negli Stati Uniti, nel Canada e nell'Australia, mentre la ristrutturazione delle economie  dell'Europa centrale ed orientale ha provocato una contrazione dell'attività. In ultimo, la crisi del Golfo ha esacerbato le tendenze già deboli nella maggior parte dei paesi e particolarmente in quelli del Medio Oriente e dell'America Latina. La  crescita del PIL reale al di fuori della Comunità è scesa da un tasso del 3,2 % nel 1989 a quello dell'1,7 % nel 1990 e rallenterà ancora nel 1991, scendendo al di sotto dell'1 %. Di conseguenza, la domanda di importazioni mondiali nei paesi al di fuori  della Comunità è aumentata solo del 4 % circa nel 1990 e si prevede che non aumenterà del 2,75 % nel 1991, con un dimezzamento rispetto ai tassi precedenti (7,4 % nel 1989).  1.1.  Stati Uniti d'America Il rallentamento negli Stati Uniti, atteso ormai da tempo e di natura essenzialmente congiunturale, è iniziato verso la metà del 1989 e si è fatto più accentuato nel 1990. Decise flessioni sono state registrate nella spesa dei consumatori, nell'edilizia  residenziale e negli investimenti delle imprese. L'irrigidimento inevitabile della politica monetaria nel 1989, accompagnato dal crescente indebitamento del settore privato, cui hanno fatto seguito nel 1990 restrizioni creditizie derivanti dalla  fissazione di norme più rigorose per gli istituti finanziari, hanno frenato la domanda interna, che è stata ancora ulteriormente ridotta dall'aumento dei prezzi del petrolio nella seconda metà del 1990. Di conseguenza la crescita del PIL reale è scesa  dal 4,6 % nel 1988 all'1 % nel 1990 e sarà di nuovo molto esigua nel 1991, anche nell'ipotesi di una ripresa nella seconda metà dell'anno (vedi tabella 2).  Tabella 2 USA - Principali indicatori economici (variazione in % o quota del PNL)       1984-1988 1989 1990 1991 (¹) 1992 (¹) PNL in termini reali +4,4 +2,8 +1,0 +0,1 +1,6 Domanda interna +4,6 +2,2 +0,5 -0,5 +1,4 Investimenti +6,5 +2,7 -0,1 -3,1 +5,7 Prezzi al consumo +3,5 +4,5 +5,0 +4,5 +4,9 Saldo del bilancio (²) -3,9 -1,7 -2,4 -1,8-2,4 Bilancia dei pagamenti correnti -2,9 -1,9 -1,8 -0,3 -0,9 (¹) Dati previsionali.  (²) Amministrazione pubblica.  1.2.  Europa centrale ed orientale Per integrare i loro paesi nell'economia mondiale, i nuovi governi democraticamente eletti dei paesi dell'Europa centrale ed orientale hanno intrapreso vasti programmi di riforme. L'aspetto radicale delle riforme e la loro immediatezza fanno dell'inizio  del processo una fase critica. Mentre vengono progressivamente applicate le politiche decisive orientate al mercato, il comportamento degli agenti economici si adatta solo gradualmente al nuovo contesto e la produzione si trova a subire severi  condizionamenti, poiché l'obsolescenza dello stock di capitale è stata rivelata dall'apertura al sistema dei prezzi di mercato. In una tale situazione, un declino della produzione nella fase iniziale è assolutamente inevitabile.  La necessaria ristrutturazione deve per di più essere operata in un contesto alquanto sfavorevole: la maggior parte dei paesi devono far fronte a consistenti squilibri interni ed esterni accumulati nel corso degli anni, mentre è crollato nel contempo il  sistema d'interscambio nel quadro del Consiglio per l'assistenza economica reciproca, con gravi perdite nelle ragioni di scambio per i paesi dell'Europa centrale ed orientale. Queste difficoltà sono state aggravate dall'aumento del prezzo del petrolio e  dal rallentamento della domanda nei paesi dell'area occidentale.  1.3.  Le oscillazioni del dollaro USA Le esportazioni della Comunità verso il resto del mondo hanno sofferto nel 1990 non solo della flessione della domanda consecutiva alla recessione degli Stati Uniti, ma anche di una perdita di competitività dovuta all'apprezzamento delle valute europee  nei confronti del dollaro. A fine febbraio 1991 il valore dell'ecu in dollari era superiore del 15 % circa alla media del 1989. Da allora il dollaro ha recuperato gran parte del suo deprezzamento. Nel corso dello stesso periodo la fluttuazione dello yen  è stata ancora più accentuata: nell'agosto 1990 il suo valore rispetto all'ecu era più del 28 % inferiore alla media del 1989.  La perdita di competitività dovuta al cambio è stata uno dei fattori che sono alla radice del rallentamento delle esportazioni e conseguentemente della crescita degli investimenti nella Comunità dal 1989. Ciò spiega come, nonostante la crescita interna,  la Comunità non abbia potuto evitare che la sensibile perdita di competitività desse luogo ad una flessione della crescita delle esportazioni che ha influito a sua volta sugli investimenti.  La crescita delle esportazioni della Comunità (Europa dei Dieci senza Germania e Regno Unito) è conseguentemente diminuita dal 7,3 % nel 1989 al 5,4 % nel 1990 e rallenterà ulteriormente nel 1991, scendendo al tasso del 4,2 %. Il rallentamento,  particolarmente marcato nel caso dell'Italia, della Francia, del Belgio e del Lussemburgo, ha riguardato soprattutto le esportazioni dirette ai mercati extracomunitari, solo in parte compensate dalle maggiori esportazioni verso la Germania.  Nonostante questi ampi movimenti dei tassi di cambio e la liberalizzazione del movimento di capitali, lo SME non ha resistito bene alle tensioni, anche quando la posizione relativa di ciascuna valuta all'interno del meccanismo di cambio è variata nel  tempo. Benché i differenziali tra tassi d'interesse si siano gradatamente ridotti, il livello persistentemente alto dei tassi nominali in alcuni paesi ha comportato, nel 1990 e nei primi mesi del 1991, ripetute difficoltà nella gestione giornaliera  dello SME.  2.  Aggiustamento ciclico nella Comunità Il rallentamento della domanda è stato a sua volta in parte un fenomeno ciclico, dopo la forte ripresa della seconda metà del decennio dopo il 1980. In particolare, gli investimenti hanno avuto una fortissima espansione nel periodo 1987-1990, con un  tasso di crescita medio superiore al 7 %. Era pertanto inevitabile un certo aggiustamento verso il basso, parallelamente all'indebolimento della domanda estera e all'aumento delle capacità non utilizzate (vedi grafico 1), mentre si irrigidiva la  politica monetaria.  Anche se il rallentamento ciclico nella Comunità non ne ha fondamentalmente compromesso il potenziale di crescita economica, le prospettive di redditività degli investimenti appaiono peraltro peggiorate rispetto al 1990: si è infatti arrestata la  flessione del costo del lavoro per unità di prodotto (grandezza che rappresenta la migliore approssimazione della redditività delle imprese) che proseguiva ininterrotta dal 1981. Dal 1989 non si sono più osservati miglioramenti della redditività. Il  deterioramento è stato particolarmente accentuato nel Regno Unito tra il 1989 e il 1991 ed è da scontare per la Germania nel 1991. Ma anche in Italia, Irlanda, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo si è arrestata o invertita la tendenza al miglioramento dei  profitti osservata negli anni precedenti. Per alcuni paesi l'aumento del costo reale pro capite del lavoro dipendente è dovuto soprattutto al forte incremento dei redditi nominali da lavoro dipendente pro capite, superiore al 7 % annuo nel 1990 e 1991  nella media della Comunità (vedi tabella 3).   Tabella 3 Salari nominali, salari reali e costo reale del lavoro per unità di prodotto (variazione in %)       1986-1988 1989 1990 1991 (¹) 1992 (¹) Redditi nominali da lavoro dipendente pro capite EUR-10 (²) +6,2 +6,6 + 7,7 +6,9 +6,3 Germania +3,3 +2,8 + 4,1 +6,4 +5,5 Regno Unito +7,9 +8,9 +10,9 +8,5 +6,8 EUR-12 +6,0 +6,2 + 7,5 +7,1 +6,2 1986-1988 1989 1990 1991 (¹) 1992 (¹) Redditi reali da lavoro dipendente pro capite EUR-10 (²) +1,9 +1,2 + 2,4 +1,6 +1,5 Germania +2,5 -0,2 + 1,5 +2,8 +1,2 Regno Unito +3,2 +2,8 + 3,4 +1,9 +1,6 EUR-12 +2,2 +1,2 + 2,4 +1,9 +1,5 Costo reale del lavoro per unità di prodotto EUR-10 (²) -1,2 -1,3 + 0,5 -0,2 -0,5 Germania -0,7 -1,6 - 1,2 +1,0 +0,1 Regno Unito +0,  +2,6 + 3,0 +1,3 -2,3 EUR-12 -0,9 -0,7 + 0,6 +0,3 -0,7 (¹) Dati previsionali.  (²) EUR-10 = EUR-12 meno Germania e Regno Unito.   A questi andamenti hanno contribuito in una certa misura le politiche economiche applicate negli ultimi anni. Il coefficiente di liquidità (rapporto fra M2/3 e PIL nominale) nella Comunità ha avuto un incremento relativamente rapido nel 1987, e di nuovo  nel 1989, sebbene questa grandezza sia influenzata anche dall'innovazione finanziaria e da altri aggiustamenti strutturali sui mercati monetari e dei capitali (vedi grafico 2). Occorre quindi chiedersi se, nonostante l'aumento dei tassi di interesse a  breve termine, la politica monetaria applicata sia stata sufficientemente coerente con la crescita potenziale nel periodo fino al 1989, giacché ha permesso l'accumularsi di un eccesso di liquidità, offrendo così la base ad ampie rivendicazioni  salariali. Nel 1990 l'aumento del coefficiente di liquidità è stato molto più contenuto, il che riflette l'irrigidimento della politica monetaria, nell'intento di evitare che l'aumento del prezzo del petrolio innescasse una spirale salari-prezzi.  3.  La crisi del Golfo ed il crollo del clima di fiducia  In aggiunta ai fattori suddetti, l'aumento rapido ma passeggero dei prezzi del petrolio dovuto alla crisi del Golfo ha causato un peggioramento delle ragioni di scambio della Comunità ed una flessione del reddito reale disponibile, che ha avuto  ripercussioni sui consumi e sugli investimenti. Se il prezzo del petrolio si fosse attestato su livelli così elevati, gli effetti sulle economie dei paesi membri sarebbero stati alquanto differenti. In effetti, mentre l'intensità energetica totale della  produzione è stata notevolmente ridotta in nove paesi comunitari a partire dal 1973, la stessa è aumentata in Spagna e particolarmente in Grecia e Portogallo a causa della transizione di queste economie verso una struttura a maggiore contenuto  industriale.  Il successivo ritorno dei prezzi del petrolio ai livelli di prima della guerra ha invertito la maggior parte degli effetti diretti sfavorevoli esercitati dall'aumento del prezzo del petrolio sui redditi e sui prezzi. A metà aprile del 1991 il prezzo del  petrolio era all'incirca di 19 dollari USA per barile (prezzo sul mercato «spot» per il petrolio Brent) a fronte di circa 32 dollari USA per barile nell'ultimo trimestre del 1990.  La crisi del Golfo ha causato tuttavia un forte aumento dell'incertezza nella seconda metà del 1990 e agli inizi del 1991. Il clima di fiducia si è trovato gravemente compromesso presso i consumatori, nell'industria e nell'edilizia (vedi grafico 3), con  ripercussioni negative sui consumi e sui programmi di investimento. Sebbene il principale fattore responsabile del deciso peggioramento del clima congiunturale, cioè la guerra del Golfo, sia ormai venuto meno, si hanno solo pochi segni di ristabilimento  di un clima più favorevole: in base alla prima indagine congiunturale svolta dopo la fine del conflitto, soltanto i consumatori e il settore dell'edilizia sembrano aver ritrovato una certa fiducia, mentre nell'industria, sebbene si sia arrestato il  peggioramento d'umore, non si hanno ancora chiari segni di ripresa. Un ritorno della fiducia nell'industria è peraltro essenziale ai fini di una ripresa degli investimenti.   B.  Recessione nel Regno Unito Al vertice ciclico del 1988 il tasso di espansione della domanda interna nel Regno Unito aveva raggiunto l'8 % circa, livello decisamente superiore alle possibilità di crescita delle capacità produttive. Sotto la spinta di questa forte espansione si  sono manifestate, sul fronte dei prezzi e dei salari nonché nei conti con l'estero, tensioni inflazioniste che hanno trovato un terreno favorevole inizialmente anche in una politica monetaria permissiva. Il successivo mutamento di indirizzo della politica monetaria in senso più restrittivo dava  luogo ad un progressivo aumento del tasso di interesse a breve termine nel corso della seconda parte del 1988 e nel 1989. La stretta monetaria attuata tardava peraltro a produrre i risultati scontati. L'inflazione è rimasta elevata, influenzando a sua  volta le contrattazioni salariali. La politica monetaria fortemente restrittiva ha dato luogo ad una forte caduta dell'attività a partire dalla seconda metà del 1990: il tasso di crescita del PIL è sceso allo 0,6 % nel 1990, mentre per il 1991 si sconta  una netta caduta della produzione, pari al 2 % circa, soprattutto in seguito alla brusca caduta degli investimenti (-10,5 % nel 1991) e alla flessione dei consumi privati (-1,75 % nel 1991). Nonostante questo rallentamento dell'attività, la dinamica  salariale è rimasta sostenuta, con aumenti del 10,5 % nel 1990 ed un probabile leggero rallentamento solo all'8,5 % nel 1991. Per il 1992 è prevista una ripresa dell'attività.  Il disavanzo della bilancia di parte corrente ha toccato il massimo nel 1989 situandosi al 4,8 % del PIL, per migliorare poi notevolmente con un ridimensionamento al livello del 2,3 % del PIL nel 1990 e, stando alle previsioni, dell'1 % per il 1991, in  seguito alla flessione delle importazioni in linea con la caduta della domanda interna.  C.  Unificazione tedesca Contrariamente al resto della Comunità, l'attività economica ha avuto un'ulteriore accelerazione in Germania, per effetto della riforma fiscale, dell'unificazione e del conseguente indirizzo espansionista della politica delle finanze pubbliche. Il tasso  di crescita del PIL reale è passato dal 3,3 % nel 1989 al 4,7 % nel 1990 (questi dati riguardano la Germania occidentale). Sono stati stimolati soprattutto i consumi privati, ma anche l'espansione degli investimenti è stata vigorosa.    PROBLEMI STATISTICI PER LA GERMANIA  Tutti i dati concernenti la Germania pubblicati nel rapporto economico annuale di quest'anno riguardano la Germania ovest. A causa di rilevanti problemi statistici non si possono fornire dati affidabili per l'intera Germania. Naturalmente, i dati  relativi al disavanzo di bilancio e alla situazione delle partite correnti incorporano i trasferimenti dalla Germania occidentale verso la Germania orientale.  L'alto livello di attività ha comportato un netto incremento dell'occupazione nel 1990 e nel 1991, con conseguente forte flessione del tasso di disoccupazione dal 6,1 % nel 1988 al 4,5 % nel 1991 (in base alla definizione armonizzata dell'Istituto  statistico delle Comunità europee). Le maggiori tensioni sul mercato del lavoro hanno peraltro alimentato richieste di incrementi salariali che hanno segnato la fine della continua flessione del costo reale unitario del lavoro. La produzione interna non  ha potuto seguire l'espansione della domanda interna e il ritmo dei movimenti commerciali verso le regioni orientali del paese, con conseguente forte incremento delle importazioni.  La brusca integrazione dell'economia pianificata dell'ex Repubblica democratica tedesca in un sistema di mercato, per effetto dell'unificazione, ha comportato un aggiustamento rapido e di forte entità dell'economia della Germania orientale, con costi  notevoli per superare il periodo di transizione. Il costo dell'unificazione trasformerà il saldo del bilancio statale, che era lievemente positivo nel 1989,  in un disavanzo pari a circa il 2,2 % del PIL nel 1990 e del 4,7 % del PIL nel 1991 (disavanzo tedesco-occidentale, compreso il disavanzo delle amministrazioni territoriali tedesco-orientali e le spese effettuate dal governo federale nella Germania  orientale, in rapporto al PIL tedesco occidentale), nonostante sensibili incrementi delle imposte.  I massicci trasferimenti alla Germania orientale hanno causato inoltre un'inversione radicale della situazione della bilancia dei pagamenti correnti, che nel 1989 presentava un forte eccedente e si chiuderà probabilmente con un lieve disavanzo nel 1991.   La situazione economica nella parte occidentale della Germania è in forte contrasto con quella della parte orientale, in preda ad un drastico processo di aggiustamento: crollo del 50 % circa della produzione industriale e sottoccupazione pari al 35 %  circa della forza lavoro (tenuto conto dei lavoratori ad orario ridotto) sono previsti per la fine del 1991. Si ammette generalmente che la produzione registrerà flessioni a tassi dell'ordine di due cifre tanto nel 1990 che nel 1991, poiché i nuovi  investimenti e la creazione di posti di lavoro non sono ancora sufficienti per compensare la perdita di produzione e di occupazione nelle vecchie industrie. Si prevede una leggera ripresa nel 1992 grazie alla crescita degli investimenti sia in  attrezzature che in costruzioni.  D.  Inflazione ed occupazione L'inflazione è stata relativamente ben contenuta fin dall'inizio della crisi del Golfo. Sebbene i più alti prezzi del petrolio abbiano esercitato una spinta al rialzo dei prezzi al consumo tra agosto ed ottobre del 1990, pochi sono i segni secondo i  quali si sarebbero integrati nel processo in corso di determinazione dei salari e dei prezzi. Finora pare che la politica monetaria sia riuscita ad evitare l'innescarsi di una spirale salari-prezzi. L'inflazione dei prezzi al consumo sembra anzi avviare  un rientro: il tasso medio d'incremento dei prezzi al consumo nella Comunità, che nell'ottobre del 1990 aveva raggiunto il vertice del 6,3 %, era sceso al 5,3 % nel marzo 1991.  Ciononostante, il tasso d'inflazione del 5 % previsto per la Comunità nel 1991 appare paurosamente elevato in un periodo di crescita lenta. Tenuto conto dei minori prezzi del petrolio, un tale livello potrebbe indicare pressioni tendenziali sul lato dei  costi (vedi grafico 4). È inoltre preoccupante, nella prospettiva dell'UEM, il fatto che tra il 1988 e il 1990 i prezzi abbiano presentato un andamento divergente nei vari paesi della Comunità (vedi grafico 5).  L'andamento dell'occupazione presenta uno sfasamento temporale rispetto al rallentamento dell'attività, con la conseguenza di un rallentamento ciclico della produttività (vedi grafico 6). L'occupazione ha continuato ad aumentare nel 1990 allo stesso  ritmo del 1989 (1,6 %): la crescita è stata particolarmente vigorosa in Germania, il che riflette in parte la maggiore disponibilità di manodopera qualificata proveniente dalla Germania orientale e dai paesi dell'Europa orientale. Ma la crescita  dell'occupazione è stata sostenuta anche in altri paesi della Comunità, con l'eccezione della Grecia, del Regno Unito e della Danimarca. Nel 1991 si prevede che la crescita dell'occupazione nella Comunità rallenti allo 0,2 %. Questo modesto incremento  dell'occupazione sarà peraltro più che compensato dall'aumento atteso della forza lavoro. Si prevede quindi un'inversione della tendenza discendente della disoccupazione in atto dal 1986, con passaggio da un saggio di disoccupazione dell'8,2 % nel 1990  ad un livello dell'8,7 % nel 1991.  II.  LE PROSPETTIVE PER IL 1991 E IL 1992  Alla fine del primo trimestre del 1991 i principali fattori all'origine dell'attuale flessione congiunturale sono ormai venuti meno o si sono invertiti: la crisi del Golfo ha avuto una soluzione, i prezzi del petrolio sono ritornati ai livelli di prima  della guerra, l'attività economica negli Stati Uniti dovrebbe segnare una ripresa nella seconda metà dell'anno, il dollaro ha invertito la tendenza discendente, mentre si sta gradualmente ristabilendo il clima di fiducia nell'economia.  Dovrebbero pertanto ristabilirsi le condizioni fondamentalmente sane su cui si fonda la crescita nella Comunità. La flessione della crescita reale dovrebbe esaurirsi nel corso dell'anno e nel secondo semestre si avrebbe una graduale ripresa  dell'attività: la crescita del PIL reale salirebbe così da un tasso dell'1,25 % nel 1991 al 2,25 % nel 1992, soprattutto in seguito ad una ripresa della domanda per consumi ed investimenti.  A.  I fattori di rischio Queste aspettative relativamente favorevoli dipendono essenzialmente da una ripresa del clima di fiducia presso i consumatori e le imprese. Qualsiasi ritardo nell'arrestare l'erosione della fiducia potrebbe indebolire i risultati dell'economia nei paesi  della Comunità. Una volta restaurato peraltro l'ottimismo dei consumatori, con redditi reali fondamentalmente invariati o in lieve miglioramento, la domanda sul lato dei consumi dovrebbe gradualmente risalire.  La ripresa degli investimenti nel 1992 riposa in parte sull'ipotesi che l'accelerazione della dinamica salariale sia stata solo temporanea e che gli incrementi dei salari reali pro capite torneranno a scendere dal 2,25 % in media tra il 1986 e il 1991  ad 1,25 % nel 1992. Se la realtà dei fatti dovesse mostrare un diverso andamento, la redditività si troverebbe a non migliorare per il terzo anno consecutivo nella Comunità nel suo complesso, il che eserciterebbe un effetto negativo sulle aspettative di  investimento. Un ulteriore indebolimento dell'attività economica, unito alla continua flessione dei profitti, potrebbe peggiorare ulteriormente la situazione.  Un altro fattore di rischio è insito nell'instabilità del dollaro degli Stati Uniti che, di fatto, ha avuto negli ultimi anni un comportamento estremamente volatile. Anche se pare ora improbabile un ulteriore declino, non è possibile escluderlo del  tutto qualora la ripresa prevista negli Stati Uniti non dovesse concretarsi nel 1991. D'altra parte, anche un deciso apprezzamento del valore del dollaro avrebbe conseguenze negative per la Comunità: mentre ne migliorerebbe la competitività,  rafforzerebbe peraltro notevolmente le spinte inflazioniste, provenienti dai prezzi più elevati delle importazioni dall'esterno della Comunità.  B.  Le preoccupazioni per la politica economica Il raffreddamento ancora in corso non richiede modifiche significative delle politiche economiche. In un contesto di condizioni fondamentali della crescita che continuano ad essere positive, si manifestano gradualmente forze che dovrebbero indurre ad  una rapida ripresa dell'attività: aumento dei redditi delle famiglie, tendenza discendente dei tassi d'interesse a lungo termine, basso livello delle scorte nel corso del 1991, sono tutti fattori che indicano come imminente una nuova accelerazione della  crescita. Vi sono tuttavia alcuni settori in cui la situazione in atto è meno soddisfacente e sarebbero necessari ulteriori progressi.  1.  Redditività, crescita ed occupazione Il miglioramento delle condizioni fondamentali della crescita osservato negli anni '80 non è stato un fenomeno spontaneo, ma è stato la risultante di una serie coerente di politiche economiche dirette a rafforzare i risultati della crescita economica in  Europa aiutate da un contesto internazionale alquanto favorevole. Oltre alle aspettative di una domanda sostenuta, l'andamento dei salari avrà un ruolo critico nel dare avvio alla ripresa. Il proseguimento di una dinamica salariale moderata è essenziale  per rafforzare gli investimenti che creano posti di lavoro ed è necessario per tentare nuovi tagli al tasso di disoccupazione tuttora elevato.  Le evoluzioni salariali recenti, relativamente sfavorevoli, non hanno ancora gravemente compromesso le prospettive a medio termine dei profitti nella Comunità. La redditività è migliorata notevolmente negli anni '80 e il recente peggioramento non ha  sostanzialmente modificato il quadro d'insieme. Il rendimento netto dello stock capitale non ha tuttavia ancora recuperato il livello medio del periodo 1961-1973, essendo attualmente maggiore la quantità di capitale impiegata per unità di prodotto (vedi  grafico 7). Un ulteriore aumento del saggio degli investimenti sarebbe opportuno, tenuto conto del livello tuttora elevato della disoccupazione. Ciò richiederebbe il ristabilimento di aspettative non ambigue di un ulteriore miglioramento del livello di  redditività.  Una dinamica salariale contenuta rappresenta un requisito essenziale per stimolare gli investimenti che creano occupazione. Gli aumenti dei salari reali debbono restare al di sotto degli incrementi della produttività totale dei fattori, per evitare  spostamenti verso forme di produzione a più alta intensità di capitale e per migliorare ulteriormente il contenuto occupazionale della crescita economica. Di fatto, il tasso di disoccupazione, pari all'8,2 % nel 1990, si situa tuttora ad un livello  inaccettabilmente elevato, e tornerà ad aumentare nel 1991 e nel 1992. È indispensabile adoprarsi per un suo ulteriore ridimensionamento. L'intensificarsi delle tensioni salariali, pur in presenza di livelli di disoccupazione così elevati, sembra  indicare l'esistenza di rigidità nel mercato del lavoro.  Mentre le prospettive per il 1991 non causano per ora preoccupazioni, i forti incrementi salariali concessi in Germania rappresentano una minaccia potenziale. Tali incrementi rischiano di mettere in pericolo la stabilità dei prezzi nel paese che in  passato ha ottenuto, sotto questo profilo, i migliori risultati dei paesi dello SME e la cui moneta ha avuto pertanto la funzione di punto di ancoraggio. Per di più, se tali aumenti dovessero diffondersi ai paesi vicini, la situazione potrebbe diventare  effettivamente grave e creare un'inflazione da spinta dei costi. La situazione è tanto più preoccupante, in quanto potrebbe manifestarsi in questi paesi la tendenza ad accettare più facilmente i forti aumenti salariali, dato che non comprometterebbero  la competitività esterna. Tuttavia, gli aumenti potrebbero compromettere la redditività e minare quindi alla base il potenziale di crescita, investimenti ed occupazione dell'economia.  Anche nel Regno Unito la dinamica salariale resta insoddisfacente, nonostante i miglioramenti attesi nel 1991 e nel 1992. L'appartenenza al meccanismo di cambio dello SME sta fornendo la struttura per una formazione più razionale dei salari.  Anche in Portogallo, Grecia, Italia e Spagna la dinamica salariale attesa, pur non minacciando la redditività, non appare ancora tale da poter indurre una migliore convergenza nominale. Negli altri paesi della Comunità sembrano sussistere minori motivi  di preoccupazione, purché il comportamento salariale previsto trovi conferma nella realtà.  2.  Inflazione Una dinamica salariale moderata è importante non solo per migliorare la situazione occupazionale ma anche ai fini di una migliore convergenza nominale nella Comunità. Accanto alla dinamica salariale, anche quella dell'inflazione deve essere  accuratamente controllata.  Mentre si prevede una migliore convergenza dell'andamento dei prezzi al consumo, ciò avviene purtroppo ad un livello d'inflazione più elevato, soprattutto in seguito al peggioramento della dinamica dei prezzi in Germania. Dal punto di vista della  convergenza nominale necessaria per l'UEM la situazione non è soddisfacente.  3.  Convergenza delle situazioni di bilancio Un'assenza di progressi verso la convergenza si osserva, oltre che in relazione ai prezzi, anche per quanto riguarda i bilanci, dove la situazione non è più migliorata dal 1989. Il processo di risanamento delle finanze pubbliche, avviato in molti paesi  intorno al 1983, si è arrestato. In realtà gran parte dei miglioramenti registrati negli ultimi anni sembra dovuta principalmente alla favorevole situazione congiunturale, e può anzi occultare un peggioramento strutturale dei saldi di bilancio (vedi grafico 8). Per la Comunità nel suo complesso, si stima che l'indebitamento netto sarà passato dal 3 % del PIL nel 1989 al 4 % nel 1990 e al 4,5 % nel 1991. Di qui la necessità inequivocabile di rafforzare l'impegno per un  risanamento dei bilanci nella maggior parte dei paesi.  4.  Insufficienza del risparmio Le recenti tendenze dei bilanci nella Comunità sono inquietanti non solo alla luce dell'auspicabile convergenza in vista dell'UEM ma anche in un contesto di crescente scarsità di capitali nell'economia mondiale, esacerbato dall'apertura delle economie  dell'Europa orientale. È aumentato per di più, negli ultimi anni, il prelievo dei grandi paesi industriali dal risparmio netto del resto del mondo, soprattutto in seguito alla riduzione dell'offerta eccedentaria di risparmio da parte del Giappone e in  particolare della Germania (vedi grafico 9). Il risparmio privato è rimasto sostanzialmente stabile negli anni '80, giacché la flessione del risparmio delle famiglie è stata compensata da un aumento di quello del settore imprese. Il principale dei  fattori che spiegano la flessione del risparmio nei paesi industriali è rappresentato dai disavanzi pubblici eccessivi in alcuni grandi paesi. Il mancato ripristino di una situazione più sana verrebbe non solo a ridurre il potenziale di crescita interna  di questi paesi, ma annichilirebbe gli sforzi per invertire la direzione del flusso di risorse nette che va dai paesi in via di sviluppo verso i paesi industrializzati, fenomeno inopportuno ed insostenibile che si è costantemente manifestato nel corso  degli anni '80.  Un'insufficienza globale del risparmio potrebbe provocare tensioni consistenti e durevoli sui mercati globali dei capitali, comportando tassi d'interesse a lungo termine molto elevati. Non va dimenticato al proposito che la riduzione della domanda di  investimenti nel 1990 e nel 1991 ha permesso al settore pubblico di assorbire una quota maggiore dei risparmi, senza esercitare finora pressioni eccessive sul tasso d'interesse reale. In questa situazione, i tassi d'interesse reali a lungo termine  potrebbero restare elevati o anche salire ancora, in caso di decisa ripresa della domanda di investimenti.  III.  CONCLUSIONI PER LA POLITICA ECONOMICA Per sostenere la crescita economica e l'occupazione la Comunità dovrà fare maggiore affidamento sul potenziale suo proprio. Un clima di stabilità rappresenta un presupposto essenziale per il suo sviluppo. La Comunità dovrà pertanto continuare ad  applicare politiche monetarie e fiscali prudenti ed equilibrate, che contribuiranno nel contempo a mantenere i presupposti favorevoli alla crescita economica. Il completamento del mercato interno, la messa in atto di politiche strutturali, gli ulteriori  miglioramenti della coesione economica e sociale ed una politica dell'ambiente rafforzeranno a loro volta il potenziale della Comunità.  Il deterioramento delle prospettive di crescita a breve termine della Comunità non modifica la valutazione sostanzialmente positiva delle potenzialità di fondo dell'economia comunitaria. Purché si applichino politiche adeguate, il clima di fiducia  dovrebbe riprendere e gli investimenti riprendere la loro forte crescita, permettendo nuovamente una sensibile ripresa nella creazione di posti di lavoro.  Per essere all'altezza di queste esigenze è più che mai importante rafforzare il coordinamento delle politiche economiche conformemente alla decisione sulla sorveglianza multilaterale per la prima fase dell'UEM. La sorveglianza multilaterale sta  coprendo un'ampia gamma di politiche macroeconomiche e strutturali per assicurare la convergenza delle politiche economiche e dei risultati negli Stati membri allo scopo di mantenere o migliorare le condizioni per una crescita sostenuta e creatrice  d'occupazione.  A.  Mantenere un clima favorevole alla stabilità e alla crescita La politica monetaria dovrà restare vigilante per stroncare le pressioni inflazioniste. Le posizioni congiunturali divergenti degli Stati membri e la stabilizzazione delle aspettative di cambio lasciano un certo spazio per una riduzione dei  differenziali dei tassi d'interesse, senza compromettere l'impegno in relazione ai tassi di cambio. In ogni caso, in assenza di una politica monetaria comune nel periodo di transizione verso lo stadio finale dell'UEM, l'indirizzo di politica monetaria  dovrà tenere conto sia della situazione interna in materia di prezzi che di considerazioni relative al cambio. A meno che le tensioni inflazioniste non si plachino in maniera inequivocabile e sia possibile ottenere un maggior sostegno da parte della  politica fiscale, non esiste alcuna possibilità per un allentamento della politica monetaria nella Comunità.  La politica fiscale deve essere resa più rigorosa, non solo in vista di una migliore convergenza nella prima fase dell'UEM, ma anche per contribuire all'aumento del risparmio globale e rendere meno pesante l'onere della politica monetaria. Con un minor  afflusso di entrate tributarie in prospettiva e il concomitante aumento delle spese per la disoccupazione, un certo peggioramento dei saldi di bilancio appare inevitabile nel 1991, quale risultato degli stabilizzatori automatici. Parrebbe peraltro  opportuno, per incentivare il processo di risanamento, che il peggioramento ciclico della posizione di bilancio si riflettesse soltanto in parte nel saldo globale di bilancio, in modo da riprendere il miglioramento strutturale. Le regole volte a  limitare i disavanzi del settore pubblico e il debito pubblico, che la Comunità sta elaborando nel quadro della conferenza intergovernativa per l'UEM, potrebbero costituire un importante contributo per il ripristino di situazioni di bilancio sane nel  medio periodo. Tali regole dovrebbero in realtà fungere sin d'ora, nel periodo di transizione, da criterio orientativo informale per valutare i saldi di bilancio, in modo da garantire che nella prima fase verranno compiuti progressi sufficienti.  Le crescenti tensioni salariali in un contesto di livelli di disoccupazione tuttora elevati sono indice della necessità di una riforma strutturale fondamentale sul mercato del lavoro, per rafforzare gli investimenti che creano occupazione. Sembrano  sussistere ragioni valide per incoraggiare una più attiva politica nel mercato del lavoro, volta soprattutto a favorire la riqualificazione professionale invece che semplicemente a mantenere i disoccupati. Gli ulteriori ostacoli alla creazione di posti  di lavoro andranno rimossi, mentre le procedure di determinazione dei salari dovrebbero permettere di tenere più pienamente conto delle differenze di produttività, in modo da migliorare l'aggiustamento tra domanda ed offerta di lavoro.  B.  Sviluppo del potenziale comunitario Le politiche d'indole generale da attuare per impedire che si manifestino rinnovate pressioni inflazionistiche e divergenze nel tasso d'inflazione rispondono al tempo stesso all'esigenza di porre in essere le condizioni per la realizzazione dei grandi  progetti della Comunità: l'unione economica e monetaria, il completamento del mercato interno e la coesione economica e sociale, mentre al tempo stesso i progetti in questi campi completano le politiche attuate a livello nazionale.  1.  Realizzare appieno il mercato interno Per garantire il proprio futuro economico l'Europa ha avviato un programma volto a realizzare un mercato di dimensioni continentali. Uno tra i principali fattori che intralciano la Comunità rispetto ai suoi concorrenti sul piano mondiale è la  frammentazione del suo mercato interno, che rende difficile raggiungere livelli ottimali di produzione, frena il progresso tecnologico ed impedisce l'evoluzione del settore terziario, in cui la crescita è particolarmente vigorosa. L'apertura delle  frontiere nella Comunità stimolerà la concorrenza incrementando la specializzazione e l'efficienza delle attività produttive e migliorando così notevolmente le opportunità di scelta dei consumatori.  Il programma relativo al mercato interno costituisce l'elemento trainante d'importanza decisiva per migliorare le prospettive di crescita della Comunità europea e la sua prosperità. Gli agenti economici stanno sempre più anticipando l'ambiente altamente  concorrenziale e le nuove condizioni operative ed opportunità che esisteranno dopo il 1992. Un numero sempre maggiore di imprese ha cominciato ad operare considerando orizzonti di mercato notevolmente allargati e sta modificando attivamente la proprie  strategie. La crescita futura potrà provenire, oltre che dagli effetti dell'abolizione dei controlli alle frontiere interne e degli ostacoli tecnici al libero movimento di beni e servizi (per quanto riguarda questi ultimi particolarmente nel campo dei  servizi finanziari), anche dagli effetti positivi derivanti dalla necessaria ristrutturazione del settore industriale e di quello terziario nonché dall'evoluzione delle strategie di mercato.  Nel mercato unico un'efficace politica comunitaria della concorrenza sarà essenziale, poiché l'esistenza di misure e pratiche volte a ridurre o ad evitare la concorrenza (quali ad esempio sussidi più elevati od accordi per la suddivisione dei mercati)  andrebbe a scapito dei summenzionati effetti positivi. Il coronamento del mercato interno con una moneta unica nel prossimo futuro darebbe poi - come dimostrano recenti indagini presso le imprese - ulteriori impulsi al già positivio clima  imprenditoriale.  Le grandi aspettative così generate non devono venir deluse. Occorre dunque rispettare la scadenza del 1o gennaio 1993 fissata per la piena realizzazione del mercato interno. È quindi d'importanza fondamentale che le rimanenti decisioni in merito alle  proposte contenute nel libro bianco del 1985 siano prese il più presto possibile. Sono già stati compiuti notevoli progressi e sono state prese decisioni che concernono tutti i settori dell'attività economica; la Commissione ha già presentato tutte le  proposte previste dal libro bianco, più dei due terzi delle quali sono state approvate dal Consiglio. La Commissione rivolge ormai la sua attenzione ai problemi dell'attuazione (finora è stato preso il 72 % circa dei necessari provvedimenti nazionali  d'attuazione) ed al corretto funzionamento del mercato unico. Restano ancora da prendere alcune decisioni in merito ad importanti questioni connesse alla completa eliminazione dei controlli alle frontiere interne; il Consiglio deve trattare in via  prioritaria tali settori (tra i quali rientra il ravvicinamento delle aliquote delle imposte indirette) e seguire periodicamente la situazione, così da garantire che le decisioni prese siano tali da rendere il progresso verso la completa eliminazione  delle frontiere interne altrettanto irreversibile del resto del programma. Entro la fine del 1991 gli Stati membri dovranno accelerare il ritmo d'attuazione delle decisioni ed eliminare ogni eventuale ritardo.  2.  Migliorare la coesione economica e sociale Il conseguimento di una maggiore coesione economica e sociale avrà a sua volta un effetto positivo sulle prospettive di crescita; una crescita superiore alla media nei paesi meno favoriti contribuirebbe infatti ad incrementare il potenziale di crescita  dell'economia comunitaria nel suo insieme.  Il rafforzamento della coesione economica e sociale e lo sviluppo armonioso di tutte le regioni d'Europa sono obiettivi ribaditi dall'articolo 130 del trattato nella formulazione datane dall'atto unico europeo. La crescita superiore alla media dei paesi  e delle regioni in questione, rilevata negli ultimi anni in Spagna, Portogallo ed Irlanda ma non in Grecia, ha cominciato a ridurre il divario esistente tra i redditi (vedi tabella 4), allargando il potenziale di crescita dell'intera Comunità. A questo  rafforzamento della coesione ha giovato il ritmo sostenuto della crescita registrato nella Comunità nel corso del periodo in questione; in alcuni di tali paesi tuttavia il ritmo relativamente più rapido della crescita ha comportato squilibri  significativi la cui indispensabile correzione potrebbe compromettere in certa misura i progressi compiuti, soprattutto nel contesto di una crescita globale più lenta a livello di Comunità. Va parimenti tenuto presente che anche nell'ipotesi di una più  sostenuta crescita futura della Comunità il divario rimane sensibile e la sua eliminazione richiederà un impegno a lungo termine.  Tabella 4  Il processo di recupero nella Comunità. PIL (¹) pro-capite a prezzi di mercato correnti e parità di potere d'acquisto correnti  (EUR-12 = 100)       Grecia Spagna Irlanda Portogallo 1986 55,9 72,8 63,4 52,5 1987 54,1 74,7 64,4 53,7 1988 54,2 75,7 64,7 53,7 1989 54,0 76,9 67,0 54,9 1990 52,9 77,8 68,6 55,6 1991 52,6 79,2 68,7 57,1 1991-1986 -3,3  +6,4  +5,3  +4,6  (¹) Il fatto di far riferimento al PIL può fare apparire superiori alla realtà i progressi compiuti se ed in quanto i trasferimenti di reddito all'estero possono aver superato la crescita nominale del PIL stesso.  I paesi economicamente più forti potranno contribuire a questo processo mantenendo l'andamento dinamico della propria crescita ed aprendo il proprio mercato interno al commercio. Il raddoppiamento dei fondi strutturali ed il simultaneo  rafforzamento degli strumenti finanziari porranno a disposizione di Grecia, Portogallo ed Irlanda nel 1993 risorse di entità compresa tra il 3 ed il 5 % del PIL, andando così a sostenere il notevole miglioramento delle politiche strutturali sinora  realizzato. Le politiche economiche e sociali applicate a livello nazionale e comunitario devono fornire le basi per una crescita continua del PIL reale in termini relativi, senza determinare pressioni inflazionistiche e squilibri insostenibili tanto  interni quanto esterni. La responsabilità primaria del proprio sviluppo continuerà tuttavia a spettare ai paesi impegnati nel processo di recupero, mediante l'applicazione delle politiche più adeguate.  3.  Aggiustamento strutturale Le politiche strutturali migliorano la capacità d'adattamento delle economie degli Stati membri conferendo maggiore flessibilità ai mercati dei beni e dei fattori produttivi e migliorando così l'entità e la rapidità della risposta dei prezzi ai  mutamenti delle condizioni su detti mercati. In tal modo le politiche strutturali riducono l'entità e la durata potenziali dei costi di aggiustamento ai fattori di disturbo.  Al di là del programma relativo al mercato interno, gli Stati membri hanno intrapreso vari miglioramenti strutturali per poter far fronte alla maggiore vivacità della concorrenza nel mercato unico. A tutt'oggi le iniziative principali riguardano la  liberalizzazione dei mercati finanziari e la riforma dei regimi tributari applicabili alle persone fisiche e giuridiche.  I governi e la Comunità hanno preso diverse iniziative per migliorare la capacità del mercato del lavoro a far fronte alle evoluzioni strutturali ed in molti Stati membri è stato attribuito un grado elevato di priorità a politiche d'istruzione e  formazione professionale che costituiscono un importante strumento per riassorbire la disoccupazione di lunga durata. Le iniziative di politica strutturale riguardanti la flessibilità del mercato del lavoro dovranno essere rafforzate.  Anche nel settore del pubblico impiego la riforma strutturale dovrà progredire ulteriormente per migliorarne i livelli d'efficienza e assicurare una concorrenza trasparente e leale tra le imprese pubbliche e private. Una maggiore efficienza economica ed una migliore allocazione delle risorse vanno perseguite non soltanto nella Comunità ma anche sul piano mondiale. L'Uruguay Round è un tentativo di cooperazione volto a promuovere gli scambi commerciali e la crescita  economica; nella sua qualità di principale blocco commerciale a livello mondiale la Comunità ha un naturale interesse al successo di questa iniziativa, che costituisce al tempo stesso uno strumento atto a fornire una piattaforma migliore per i suoi  partner commerciali più deboli, in particolare i paesi dell'Europa centrale ed orientale e quelli in via di sviluppo.  4.  La sfida ecologica Così come i precedenti shock petroliferi hanno contribuito a spezzare il parallelismo individuato negli anni '50 e '60 tra crescita economica e quantità d'energia utilizzata, in modo analogo si sta attualmente facendo strada una sempre maggiore  consapevolezza, alla quale la crisi del Golfo ha dato ulteriore slancio, che occorre rompere il legame esistente tra crescita economica ed inquinamento. L'esperienza compiuta dai paesi dell'Europa orientale, che hanno un livello d'inquinamento molto  superiore a quello dei più prosperi paesi della Comunità, dimostra tuttavia che tale legame non è diretto; i migliori risultati conseguiti dalla Comunità non debbono però essere motivo di autocompiacimento e vanno anzi migliorati in misura sostanziale.  Si è fatto peraltro più chiaro il nesso che esiste tra il meccanismo dei prezzi e l'inquinamento: spesso i prezzi di mercato non rispecchiano pienamente il costo ambientale che la società deve sostenere per la produzione o l'impiego di determinati beni;  inoltre gli operatori economici privati non sono propensi a tener conto degli effetti ambientali delle loro attività all'atto di formulare le loro decisioni di consumo o di investimento.  Il nocciolo di qualsiasi politica globalmente diretta a far fronte al problema dell'inquinamento (al di là degli inevitabili dispositivi di regolamentazione) è quindi costituito dall'esigenza d'internalizzare questi effetti esterni a carico  dell'ambiente per poter fornire le indicazioni corrette ai partecipanti al mercato.  L'obiettivo è di trasformare le strutture della crescita economica in modo da raggiungere un sentiero di sviluppo sostenibile. Una politica più rigorosa di tutela dell'ambiente non rappresenterà necessariamente un impedimento per l'imprenditore privato,  ma potrà offrire significative opportunità di mercato per i prodotti ed i processi produttivi all'avanguardia in termini di rispetto dell'ambiente.  Attualmente riscuote ampi consensi l'opinione secondo la quale nell'ambito della politica ambientale si dovrebbe ricorrere in misura maggiore a strumenti economici e fiscali, fermo restando che la politica ottimale consisterà come sempre in una  combinazione equilibrata di dispositivi basati sul mercato e di strumenti tradizionali di regolamentazione. I principali esempi di strumenti economici e fiscali sono offerti da imposte, tasse od incentivi fiscali, sistemi basati su cauzioni  rimborsabili, licenze trasferibili d'emissione di agenti inquinanti ed aiuti finanziari o sussidi. Nel caso delle imposte e tasse, andrebbero tenute nel debito conto le loro ripercussioni sulla posizione concorrenziale della Comunità e sugli obiettivi  prioritari del mercato interno.  Considerata l'importanza della dimensione internazionale dei fenomeni d'inquinamento è opportuno ricercare uno stretto coordinamento a livello internazionale. Nell'ambito della Comunità occorre un minimo di armonizzazione per evitare che gli strumenti  di questa politica possano entrare in conflitto con altri obiettivi della Comunità, oltre che per garantire la compatibilità degli strumenti stessi tra gli Stati membri quando il problema ha carattere transnazionale.  C.  Politiche volte a realizzare una maggiore convergenza Sebbene la Comunità abbia migliorato in misura significativa la propria convergenza delle economie rispetto agli inizi del decennio, tra il 1988 e il 1990 sono emerse alcune divergenze preoccupanti. Gravi problemi sussistono in alcuni paesi e in alcuni  settori, mentre la sorveglianza multilaterale comporterà esigenze più rigorose in fatto di convergenza. I notevoli progressi già realizzati testimoniano come la disciplina imposta dal meccanismo di cambio dello SME abbia prodotto effetti positivi: la  situazione attuale degli Stati membri sotto il profilo della convergenza risulta infatti strettamente correlata alla misura nella quale si sono sottoposti a tale disciplina.  1.  Convergenza dei prezzi e dei costi La convergenza dei prezzi risulta maggiore tra i paesi che sin dagli inizi si sono vincolati a rispettare la banda stretta di fluttuazione. Il tasso medio d'inflazione (deflatore dei consumi privati) in questo gruppo di paesi è stato, dal 1986 in poi,  prossimo od inferiore al 3 % sebbene sia di recente aumentato. La dispersione dei tassi d'inflazione dei singoli paesi risulta inferiore a quella rilevata negli anni '60 ed il divario tra il tasso più elevato (3,8 % in Lussemburgo) e quello più basso  (2,5 % in Danimarca) per il 1990 è di appena un punto percentuale (vedi tabella 5).  Tabella 5  Convergenza dell'inflazione nella Comunità nella seconda metà degli anni '80 (¹)       1986 1989 1990 1991 (²) 1992 (²) EUR-12 +3,8 +4,9 +5,0 +5,0 +4,6 Paesi con inflazione modesta e convergente (³) EUR-7 +1,2 +3,3 +2,8 +3,2 +3,6 Belgio +0,5 +3,5 +3,5 +3,2 +3,6 Danimarca +2,9 +5,1 +2,5 +2,4 +2,6 Germania -0,2 +3,1 +2,5 +3,5 +4,2 Francia +2,9 +3,5 +3,0 +3,1 +3,2 Irlanda +4,3 +3,9 +2,6 +3,0 +3,0 Lussemburgo +1,1 +3,4 +3,8 +3,5 +3,5 Paesi Bassi +0,2 +2,9 +2,6 +2,8 +2,9 Paesi con elevata inflazione EUR-3 +5,7 +6,0 +6,7 +6,3 +5,3 Italia +5,7 +5,8 +6,2 +6,3 +5,6 Spagna +8,6 +6,6 +6,4 +5,9 +5,3 Regno Unito +4,4 +5,9 +7,2 +6,5 +5,1 Paesi con inflazione a due cifre EUR-2 +18,1 +13,8 +16,9 +14,6 +11,3 Portogallo +13,8 +12,8 +13,6 +11,5 + 9,8 Grecia +22,1 +14,7 +20,5 +18,0 +13,0 (¹) Deflatore dei consumi privati.  (²) Dati previsionali.  (³) Paesi che hanno fatto registrare tassi d'inflazione modesti e convergenti nella seconda metà degli anni '80; si tratta dei paesi che hanno fatto fin dagli inizi parte della banda stretta dello SME.  La convergenza dei prezzi in questi paesi fino al 1990 corrisponde già nelle grandi linee a quella necessaria per passare alla fase finale dell'UEM; la convergenza dei tassi d'inflazione è stata accompagnata da un netto rallentamento del tasso  d'incremento del costo del lavoro per unità di prodotto, in termini tanto nominali quanto reali, che ha a sua volta migliorato la redditività degli investimenti.  L'accelerazione dell'inflazione osservata in questi paesi nel 1990 e 1991 e particolarmente quella prevista per la Germania nel 1992 non può essere considerata come soddisfacente sotto il profilo della stabilità e deve quindi essere arginata al più  presto, tanto più che la principale fonte d'inflazione pare costituita dai maggiori costi salariali. Un secondo gruppo di paesi presentava nel 1990 un tasso d'inflazione ancora doppio rispetto a quello del primo gruppo. L'Italia, che fa parte della banda stretta, e la Spagna, entrata nella banda larga l'anno scorso, hanno realizzato anch'esse progressi  significativi rispetto agli inizi degli anni '80 ma continuano a presentare una situazione molto meno favorevole sotto il profilo della convergenza. L'Italia deve far fronte a forti pressioni salariali con aumenti del costo nominale del lavoro per unità  di prodotto superiore al 9 % nel 1990, a fronte dei valori inferiori al 5 % registrati dalla maggior parte dei paesi che fanno parte della banda stretta sin dagli inizi. Questi due paesi dovrebbero gradualmente migliorare nel corso dei prossimi due o  tre anni i risultati ottenuti nella lotta all'inflazione portandola al livello dei paesi della banda stretta. A questo scopo occorrerà assicurare una maggiore compatibilità tra le richieste di risorse facenti capo ai diversi settori dell'economia. Il  fatto di prefiggersi obiettivi più ambiziosi ma realistici in materia d'inflazione o di perseguirli con una politica monetaria e fiscale orientata alla stabilità può contribuire a determinare un ambiente stabile che fornisca un quadro di riferimento per  la dinamica salariale.  Il Regno Unito, che fa parte della banda larga del meccanismo di cambio, sta attraversando una fase caratterizzata da un elevato tasso d'inflazione (superiore al 7 % circa nel 1990 per il deflatore dei consumi privati, depurato dell'impatto della  riforma delle imposte locali) oltre che da un ingente disavanzo delle partite correnti (pari a circa il 2,25 % del PIL nel 1990). L'attuale recessione economica comporterà qualche miglioramento su entrambi i fronti nel 1991 e nel 1992. Il problema  principale dell'economia britannica è posto dall'eccessivo incremento dei costi salariali, tanto più preoccupante in quanto i rinnovi contrattuali in corso comportano tuttora tassi di aumento elevati e danno pochi segni di reagire al rallentamento  dell'economia. Questa dinamica può in parte essere spiegata anche dalla composizione dell'indice dei prezzi al minuto. L'adesione del governo britannico agli accordi di cambio sta influenzando in senso positivo le aspettative, determinando prospettive  migliori per il Regno Unito in materia di disinflazione.  Il Portogallo presenta tuttora un tasso d'inflazione elevatissimo (superiore al 13 % circa nel 1990) ed il costo unitario nominale del lavoro continua ad accusare una crescita troppo rapida (intorno al 14,5 %). Per ridurre progressivamente l'inflazione  al livello dei paesi della banda stretta occorrerà dunque uno sforzo protratto, che rimane peraltro possibile come ha dimostrato l'esperienza di altri paesi: nel 1982 e nel 1983, quando la politica dei cambi nell'ambito dello SME si è fatta più  rigorosa, l'Irlanda presentava tassi d'inflazione paragonabili a quelli attuali del Portogallo. La politica di cambio più flessibile applicata da ottobre 1990 e il quadro di una politica di moderazione dei salari recentemente convenuto con le parti  sociali dovrebbero contribuire a domare l'inflazione, permettendo una rapida partecipazione al meccanismo di cambio dello SME.  L'economia della Grecia è caratterizzata da gravi squilibri in numerosi settori, che richiedono misure radicali. Il tasso d'inflazione nel 1990 ha superato il 20 % ed il disavanzo di bilancio ha raggiunto un livello senza precedenti nella Comunità,  determinando un rapido aumento del rapporto debito pubblico/PIL. È dunque essenziale un aggiustamento di vasta portata, che andrebbe protratto nel medio periodo; il programma a medio termine del governo greco propone notevoli aggiustamenti, che  dovrebbero portare ad un consistente declino dell'inflazione nel 1992.  2.  Convergenza delle politiche di bilancio Il miglioramento della convergenza non va perseguito soltanto in relazione ai costi ed ai prezzi: anche le autorità pubbliche devono ridurre la loro domanda di risorse, in modo da evitare squilibri insostenibili, migliorare la componente d'offerta  dell'economia e disporre di uno spazio di manovra per i casi in cui si debba far fronte ad andamenti negativi dell'economia.  Nel settore della finanza pubblica il progresso verso la convergenza risulta nettamente meno marcato di quello realizzato in relazione a prezzi e costi. In circa la metà degli Stati membri i livelli dei disavanzi di bilancio sono fonte di  preoccupazione. Come già detto, il processo di consolidamento si è arrestato. Nuovi progressi sono peraltro indispensabili, poiché il sussistere di posizioni di bilancio insostenibili inficia a medio e lungo termine la credibilità dell'impegno a favore  della stabilità monetaria e compromette inoltre la gestione della politica economica.  Un nuovo problema di bilancio è insorto in Germania, dove l'unificazione ha comportato un notevole peggioramento della situazione delle finanze pubbliche. I provvedimenti recentemente adottati (gennaio e febbraio 1991) per aumentare i contributi  sociali, le imposte sui redditi e le accise, apporteranno al fisco nuove entrate per un importo pari all'incirca all'1 % del PIL nel 1991. Questi provvedimenti riusciranno a limitare l'indebitamento della pubblica amministrazione al 4,7 % circa del PIL  nel 1991 (vedi tabella 6). Un miglioramento della situazione finanziaria è previsto per il 1992 in seguito ai provvedimenti presi per quanto riguarda entrate e spese. Sebbene si possa difficilmente contestare il ricorso al risparmio nazionale per  risolvere problemi interni di natura temporanea, l'entità e la rapidità del capovolgimento della posizione del bilancio federale non è senza rischi dal punto di vista congiunturale. La forte domanda proveniente dal territorio dell'ex Repubblica  democratica tedesca, alimentata da ingenti trasferimenti di bilancio necessari per evitare un crollo economico nei nuovi cinque Laender, può sottoporre a sollecitazioni eccessive la capacità produttiva della Germania occidentale, con conseguente spinta  all'inflazione ed apprezzamento del tasso di cambio in termini reali. Per scongiurare questi pericoli ed evitare un onere eccessivo per la politica monetaria, sarebbe opportuno imprimere un indirizzo più rigoroso alla politica fiscale. Si dovrebbe  inoltre insistere maggiormente sulla riduzione delle spese e in particolare delle sovvenzioni alle regioni che con l'unificazione non si trovano più in posizione periferica.  Tabella 6  Accreditamento (+) o indebitamento (-) netto della pubblica amministrazione (in percentuale del PIL)        1985 1987 1989 1990 1991 (¹) 1992 (¹) CE  -4,6  -4,2  -3,0  -4,1  -4,6  -4,4 Paesi con disavanzo elevato Grecia -13,8 -12,4 -19,2 -18,9 -15,4 -10,7 Italia -12,5 -11,1 -10,1 -10,6 -10,0 -10,0 Paesi con debito pubblico elevato Belgio  -8,5  -7,0  -6,6  -6,0  -6,4  -6,1 Irlanda -11,2  -9,1  -3,5  -3,4  -3,8  -3,5 Paesi Bassi  -4,8  -6,6  -5,2  -5,7  -4,8  -4,9 Portogallo -10,1  -6,8  -3,4  -5,8  -5,5  -5,0 Altri paesi Danimarca  -2,0  +2,4  -0,5  -1,5  -1,3  -1,1 Germania  +1,1  -1,9  +0,2  -2,2  -4,7  -3,9 Spagna  -6,9  -3,2  -2,7  -3,7  -2,7  -2,0 Francia  -2,9  -1,9  -1,4  -1,6  -1,6  -1,5 Lussemburgo  +5,3  +1,2  +3,1  +4,2  +1,7  +1,6 Regno Unito  -2,8  -1,3  +1,0  -0,5  -2,2  -3,1 (¹) Dati previsionali.  I progressi sono stati alquanto limitati in Grecia e in Italia. In Italia la situazione del bilancio è peggiorata di nuovo lievemente nel 1990 e pochi sono i segni di un miglioramento, nonostante i tentativi ripetuti di correzione. La necessaria  riduzione del tasso d'inflazione dovrà essere accompagnata da riduzioni significative dei disavanzi di bilancio, che consentano in un primo tempo di stabilizzare e quindi di ridurre l'entità del debito pubblico in percentuale del PIL, attualmente  superiore al 100 % (vedi tabella 7). Un processo di disinflazione che non fosse accompagnato da un adeguato aggiustamento del bilancio comporterebbe una crescita ancora più rapida dell'incidenza del debito pubblico, come è avvenuto anche in Belgio nella  prima metà degli anni '80. Data la posizione insostenibile del debito pubblico italiano, ogni rinvio di una manovra di correzione non farebbe che aumentare l'entità dello sforzo di aggiustamento che sarà inevitabile operare alla fin fine, dato che  l'accumulo a valanga dell'onere degli interessi si trova a spiazzare le altre spese.    Tabella 7 Debito pubblico lordo nei paesi della Comunità (in percentuale del PIL)       1986 1989 1990 1991 (¹) 1992 (¹) Belgio 123,7 128,9 127,5 128,1 127,8 Italia  88,4  98,6 100,7 103,3 105,8 Irlanda 115,3 103,8  99,8  97,4  95,2 Grecia  65,1  82,9  86,3  86,0  83,3 Paesi Bassi  71,7  78,0  78,5  78,8  79,9 Portogallo  68,4  71,2  67,3  63,8  61,6 Danimarca  66,9  62,5  62,4  62,3  61,7 Germania  42,7  43,6  43,0  45,4  47,2 Spagna  48,0  44,6  45,2  44,5  43,7 Regno Unito  57,7  45,1  43,2  44,4  45,6 Francia  34,1  35,7  36,4  37,3  37,8 Lussemburgo  13,4   8,5   6,3   4,7   3,2 EUR-12  58,3  58,6  58,6  60,0  61,0 (¹) Dati previsionali.  In Grecia il disavanzo di bilancio, superiore al 18 % del PIL nel 1990, ha causato un rapido incremento dell'entità del debito pubblico, passato da meno del 30 % del PIL nel 1980 all'86 % circa nel 1990 (vedi tabella 7). Si prevede che gli sforzi  di aggiustamento intrapresi dal governo greco permettano una notevole riduzione del disavanzo di bilancio nel corso di quest'anno e nel prossimo. Sarà tuttavia necessario protrarre l'impegno per molti anni, prima che si possa raggiungere una sufficiente  convergenza.  Anche in Belgio, nei Paesi Bassi e in Portogallo il livello dei disavanzi pubblici è preoccupante in vista dell'unione economica e monetaria. Il rapporto tra debito pubblico e PIL resta molto elevato e non è stato ancora pienamente stabilizzato. Il  disavanzo fiscale dovrebbe essere ridotto ulteriormente, in modo da portare la quota del debito pubblico su una tendenza chiaramente discendente. In Belgio il livello del debito pubblico risulta a tutt'oggi eccessivamente elevato (128 % del PIL nel  1990) e il disavanzo del bilancio è ancora troppo ingente per riportare il rapporto tra debito pubblico e PIL su un sentiero discendente, in caso di rallentamento della crescita o di aumenti del tasso d'interesse. La duplice norma governativa volta a  congelare in termini reali la spesa pubblica al netto degli interessi e a mantenere costante il disavanzo in termini nominali andrebbe applicata a tutti i livelli della pubblica amministrazione: soltanto applicandola rigorosamente ed ovunque sarà  infatti possibile garantire una graduale riduzione della quota del debito pubblico sul PIL, fondamentale per la stabilità a lungo termine. Nei Paesi Bassi il rapporto debito pubblico/PIL non raggiunge livelli altrettanto elevati che in Belgio e Irlanda  ma non è ancora pienamente stabilizzato; sarebbe perciò opportuno un certo irrigidimento della politica fiscale. La situazione del bilancio del Portogallo va parimenti migliorata parallelamente al processo di disinflazione, per continuare a progredire  nella stabilizzazione della quota del debito pubblico.  L'Irlanda è già riuscita a ridurre sostanzialmente il disavanzo, cosicché la quota del debito pubblico mostra una netta tendenza discendente, che converrebbe ora mantenere.  In un ultimo gruppo di paesi, di cui fanno parte Danimarca, Spagna, Francia, Lussemburgo e Regno Unito, la situazione finanziaria in termini d'accreditamento od indebitamento netto della pubblica amministrazione e di debito pubblico sembra essere sotto  controllo e non pone problemi di convergenza per la Comunità. Dovendo far fronte alla recessione il Regno Unito tollera un deterioramento della sua situazione di bilancio, deterioramento derivante soprattutto dall'azione degli stabilizzatori automatici.  Nella scelta delle politiche s'impone la prudenza per restare coerenti con l'obiettivo a medio termine di un bilancio in pareggio, che garantirebbe la continuità della tendenza positiva del risparmio pubblico. Questa valutazione d'indole generale non riduce tuttavia in alcun modo l'esigenza, valida anche per gli altri paesi, di migliorare le caratteristiche strutturali delle finanze  pubbliche a vantaggio della componente «offerta» dell'economia, di prepararsi al mercato unico del 1992 e d'aumentare la flessibilità dei bilanci necessaria per un più adeguato policy mix. Ciò comporterà in particolare un miglioramento della struttura  delle entrate e delle spese, riducendo in alcuni casi la quota della spesa pubblica sul PIL e alleviando la pressione fiscale.  Inoltre alcuni paesi di quest'ultimo gruppo continuano a risentire di forti tensioni inflazionistiche e d'ingenti disavanzi nei conti con l'estero (è il caso di Regno Unito e Spagna) ovvero di un debito estero elevato (come nel caso della Danimarca); in  questi paesi occorre dunque mantenere un approccio prudente in materia di politica di bilancio.  3.  Convergenza dei saldi della bilancia dei pagamenti In un'economia in fase d'integrazione, caratterizzata dalla completa liberalizzazione dei movimenti di capitali e da una crescente fissità dei tassi di cambio, la convergenza dei saldi delle bilance dei pagamenti correnti va giudicata in un contesto  differente e l'adeguatezza degli squilibri delle partite correnti va valutata caso per caso.  La Spagna deve far fronte ad un disavanzo elevato e crescente delle partite correnti (superiore al 3,5 % del PIL nel 1990). Un tale disavanzo non sarebbe di per sé preoccupante nel caso spagnolo, purché avesse come contropartita importazioni di capitali  volte a finanziare una rapida crescita degli investimenti produttivi. Tali entrate di capitali hanno però esercitato forti pressioni al rialzo sul tasso di cambio. Ciò che desta preoccupazione, tuttavia, è la rapidità del peggioramento della bilancia di  parte corrente, che era ancora in equilibrio nel 1987. Si prevede peraltro che il disavanzo si stabilizzi nel 1991 e 1992. Per mantenere la stabilità del cambio, occorre che il tasso di aumento del costo unitario del lavoro in Spagna venga rapidamente  portato ad un livello inferiore a quello dei principali partners commerciali, per migliorare la concorrenzialità del paese. Ciò porrebbe parimenti le condizioni per la continuazione della crescita vigorosa che è necessaria tanto per ridurre il livello  di disoccupazione persistentemente elevato quanto per consentire un proseguimento del processo di recupero economico. Queste considerazioni sono valide anche nel caso della Grecia, paese in cui il saldo dei conti con l'estero ha subito un netto  deterioramento negli ultimi anni, mentre il miglioramento atteso nel 1991 e 1992 è soltanto modesto.  In Italia il saldo esterno, pur non dando ancora motivo di preoccupazione, rende tuttavia opportuno un esame critico della dinamica salariale, per salvaguardare la concorrenzialità verso l'estero. Nel Regno Unito si prevede un certo miglioramento della  bilancia dei pagamenti correnti, dovuto in ampia misura alla caduta della domanda interna: occorrerà peraltro continuare a seguire da vicino la dinamica dei costi per evitare un nuovo peggioramento delle partite correnti non appena si abbia una ripresa  della domanda interna.  I saldi delle partite correnti dei paesi che hanno aderito fin dall'inizio alla banda stretta sembrano in linea di massima sostenibili. L'eccedente esterno tedesco, che nel recente passato era causa di preoccupazioni, è in corso di eliminazione dal 1991  come conseguenza del processo d'unificazione. Notevoli progressi sono stati compiuti in Danimarca dove nel 1990, per la prima volta dagli inizi degli anni '60, la bilancia delle partite correnti si è chiusa con un saldo positivo, che si prevede verrà  raggiunto anche nel 1991 e nel 1992. Questo risultato è stato tuttavia ottenuto con considerevoli costi in termini di crescita economica. Un ulteriore incremento della concorrenzialità potrà contribuire a consolidare questo miglioramento a livelli più  elevati di attività economica ed occupazione.  Adottando politiche monetarie, di bilancio e strutturali adeguate, sarà possibile riassorbire le pressioni inflazionistiche interne, salvaguardando così le condizioni fondamentali positive della crescita economica nella Comunità. Nel contempo, lo  sviluppo del potenziale produttivo comunitario migliorerà la componente «offerta» dell'economia e contribuirà alla ripresa della tendenza della crescita nel medio periodo. Una tale combinazione di politiche economiche risponde nel contempo alle esigenze  per poter progredire con successo nella direzione dell'Unione economica e monetaria.   PRINCIPALI INDICATORI ECONOMICI 1988-1992   COMUNITÀ EUROPEA, STATI UNITI E GIAPPONE   (a) PIL prezzi costanti (¹) (variazione percentuale annua)      1988 1989 1990 (*) 1991 (*) 1992 (*) B 4,6 3,9 3,7  2¹/4 2¹/2 DK 0,5 1,2 1,6  1¹/2 2¹/4D 3,7 3,3 4,7  2³/4 1³/4 GR 4,1 2,8 0,1   ³/4 1¹/2 E 5,2 4,8 3,7  3³/4 3¹/2 F 3,6 3,6 2,8  1¹/2 2¹/2 IRL 3,9 5,9 5,2  1³/4 2¹/4 I 4,2 3,2 2,0  1³/4 2¹/2 L 5,5 6,1 3,7  3³/4 3¹/4 NL 2,7 4,0 3,3  2³/4 1³/4 P 3,9 5,4 4,0  2³/4 2³/4 UK 4,6 2,2 0,6 -2¹/4 2¹/4 CE 4,0 3,3 2,7  1¹/4 2¹/4 USA 4,5 2,8 1,0  0¹/4 1¹/2 JAP 5,7 4,9 5,6  3³/4 4¹/2 (b) Domanda interna a prezzi costanti (variazione percentuale annua)        1988 1989 1990 (*) 1991 (*) 1992 (*) B 4,1 4,9  3,6 2¹/4 2¹/2 DK -1,7 0,3 -0,8 ¹/4 1¹/2 D 3,8 2,7  5,1 3¹/4 2¹/2 GR 7,0 3,3  2,5  ³/4 2¹/2 E 7,1 7,8  4,6 3¹/2 4¹/4 F 3,8 3,2  3,2 1³/4 2³/4 IRL 0,4 6,0  5,51¹/2 1³/4 I 5,0 3,6  1,9 2³/4 3¹/4 L 3,6 7,8  3,7 4¹/4 3³/4 NL 1,6 4,9  3,8 2¹/4 1¹/4 P 7,4 4,0  5,8 5¹/4 4¹/2 UK 8,0 3,1 -0,1 -3¹/2 2¹/2 CE 5,0 3,7  2,8 1¹/2 2³/4 USA 3,3 2,2  0,5 -¹/2 1¹/2 JAP 7,3 5,7  5,8 4¹/4 4¹/2    (c) Deflatore dei consumi privati (variazione percentuale annua)        1988 1989 1990 (*) 1991 (*) 1992 (*) B 1,6 3,5 3,5  3¹/4  3¹/2 DK 4,9 5,1 2,6  2¹/2  2¹/2 D 1,3 3,1 2,5  3¹/2  4¹/4 GR 14,2 14,7 20,5 18¹/2 13¹/2 E 5,1 6,6 6,4  6³/4  5¹/4 F 2,9 3,5 3,0  3¹/2  3¹/4 IRL 2,5 3,9 2,6  3¹/2  3¹/2 I 5,2 5,8 6,2  6¹/4  5¹/2 L 2,8 3,4 3,8  3¹/2  3¹/2 NL 0,4 2,9 2,6  2³/4  3¹/2 P 10,0 12,8 13,6 11¹/2  9³/4 UK 4,9 5,9 7,2  6¹/2  5³/4 CE 3,7 4,9 5,0  5¹/4  4³/4 USA 4,0 4,5 5,0  4¹/2  5¹/2 JAP -0,1 1,7 2,4  2³/4  2¹/2 (d) Bilancia dei pagamenti correnti (in % del PIL)        1988 1989 1990 (*) 1991 (*) 1992 (*) B 1,5 1,1 0,7  1  1 DK -1,2 -1,2 0,8  1¹/2  2¹/2 D 4,2 4,7 3,0  0  -¹/4 GR -2,0 -4,8 -5,7 -5 -4 E -1,1 -3,2 -3,5 -3 -3¹/4 F -0,3 -0,1 -1,0  -³/4 -1 IRL 1,7 1,3 2,7  2¹/4  1³/4 I -0,8 -1,4 -1,4 -1¹/4 -1¹/2 L 33,5 34,4 29,3  26¹/2  24³/4 NL 2,5 3,3 4,0  4  4 P -4,4 -2,9 -0,1 -1¹/4 -2¹/4 UK -4,6 -4,8 -2,3 -1 -1¹/4 CE 0,1 -0,1 -0,2  -¹/2  -³/4 USA -2,5 -1,9 -1,8  -¹/4 -1 JAP 2,8 2,1  1,2  1  1 (*) Previsioni, maggio 1991.  (¹)PER LA CONTINUAZIONE DEL TESTO VEDI SOTTO NUMERO : 391D0464.1Per gli Stati Uniti e il Giappone, PNB a partire dal 1989.  (e) Tasso di disoccupazione (in % della popolazione attiva civile)        1988 1989 1990 (*) 1991 (*) 1992 (*) B 10,0 8,5 8,1  8¹/2  8¹/4 DK 6,5 7,7 8,6  9³/4  8³/4 D 6,1 5,5 5,1  4¹/2  4³/4 GR 7,6 7,5 7,5  8³/4  9¹/4 E 19,3 17,1 16,1 16¹/2 15¹/2 F 9,9 9,4 9,0  9¹/4  9¹/2 IRL 17,4 16,0 15,1 16¹/2 16³/4 I 10,8 10,7 9,8  9³/4  9¹/2 L 2,1 1,8 1,7  1¹/2  1¹/2 NL 9,3 8,7 8,1  7³/4  7³/4 P 5,6 4,8 4,6  4³/4  5¹/4 UK 8,5 7,0 5,7  8¹/2 10³/4 CE 9,7 8,9 8,2  8³/4  9¹/4 USA 5,5 5,3 5,4  6¹/2  6¹/2 JAP 2,5 2,3 2,1  2¹/4  2¹/4 (f) Indebitamento (-) o accreditamento (+) netto della PA (in % del PIL)        1988 1989 1990 (*) 1991 (*) 1992 (*) B -6,6 -6,7 -6,0  -6¹/4  -6 DK 0,5 -0,5 -1,5  -1¹/4  -1 D -2,1 0,2 -2,2  -4³/4  -4 GR -15,5 -19,2 -18,9 -15¹/2  -10³/4 E -3,3 -2,7 -3,7  -2³/4  -2 F -1,8 -1,2 -1,6  -1¹/2  -1¹/2 IRL -5,2 -3,5 -3,4  -3³/4  -3¹/2 I -10,9 -10,1 -10,6 -10  -10 L 2,1 3,3 4,2   1³/4   1¹/2 NL -5,2 -5,0 -5,7  -4³/4  -5 P -5,4 -3,4 -5,8  -5¹/2  -5 UK 1,1 1,0 -0,5  -2¹/4  -3¹/4 CE -3,7 -2,9 -4,1  -4¹/2  -4¹/2 USA -2,0 -1,7 -2,4  -1³/4  -2¹/2 JAP 2,1 1,8 2,2  -1³/4   2    (g) Occupazione totale (variazione percentuale annua)        1988 1989 1990 (*) 1991 (*) 1992 (*) B 1,5 1,1 1,0 -0 -0 DK -0,0 -0,6 -0,7  -¹/4 - ¹/4 D 0,8 1,4 2,8 -1³/4 - ³/4 GR 1,6 1,50,4  -¹/4 -0 E 3,5 3,6 2,6 -1¹/2 -1³/4 F 0,7 1,2 1,2 - ¹/2 - ¹/2 IRL 0,4 -0,1 2,1 - ¹/4 - ¹/2 I0,9 0,2 1,4 - ¹/2 - ¹/2 L 3,1 4,0 2,4 -1¹/4 -1¹/2 NL 1,4 1,6 1,9 -1 - ¹/2 P 0,1 1,0 2,5 -1 - ¹/2 UK 3,3 2,8 0,6 -2¹/2 -2 CE 1,6 1,6 1,6 - ¹/4 - ¹/4 USA 2,8 2,3 0,4 -1 -1 JAP 1,6 1,9 2,0 -1¹/2 -1¹/2 (h) Salario reale pro-capite (¹) (variazione percentuale annua)        1988 1989 1990 (*) 1991 (*) 1992 (*) B 0,8 0,6 2,3 -2¹/2  2¹/2 DK -0,9 -1,6 1,0 -1  1-¹/2 D 1,7 -0,2 1,5 -2³/4  1¹/4 GR 3,7 4,1 0,6 -2¹/2  -¹/4 E 1,1 -0,5 1,2 -1¹/4  1 F 1,2 1,2 1,8 -1¹/2  1 IRL 2,9 2,2 3,0 -3¹/4  2¹/2 I 4,0 3,1 3,9 -1³/4  2 L 0,5 3,0 1,8 -2¹/2  2¹/4 NL 1,1 -2,4 1,6 -2¹/2  1³/4 P 3,1 0,8 3,7 -5¹/4  4³/4 UK 2,9 2,8 3,4 -2¹/4  1³/4 CE 2,1 1,2 2,4 -2¹/2  1¹/2 USA 1,9 -0,7 -0,1 -0¹/4   ¹/2 JAP 3,4 2,2 1,7 -1¹/4  1¹/2 (*) Previsioni, maggio 1991.  (¹) Deflazionato con il deflatore dei consumi privati.  (i) Investimenti fissi lordi in costruzioni (variazione % annua, prezzi costanti)        1988 1989 1990 (*) 1991 (*) 1992 (*) B 15,0 9,6 5,7 -1¹/4 3¹/4 DK -3,1 -4,6 -3,8 -3¹/4  ¹/4 D 4,7 5,1 5,2 -3¹/4 2¹/4 GR 7,6 2,1 0,7  0 4¹/2 E 12,6 14,9 10,7 -6¹/2 7¹/2 F 6,2 6,6 2,3 -1¹/4 2¹/4 IRL -0,7 9,8 8,4 -1¹/2 3³/4 I 3,7 3,9 2,5 - ³/4 2¹/2 L 9,9 8,8 5,9 -5¹/2 4¹/2 NL 11,8 2,6 2,5  -¹/4 ¹/4 P 10,1 3,5 6,5 -6¹/4 6¹/2 UK 6,1 -0,5 0,1 -3¹/4 2³/4 CE 6,4 5,3 3,8 -1¹/2 3¹/4 (j) Investimenti fissi lordi in macchinari e attrezzature (variazione % annua, prezzi costanti)        1988 1989 1990 (*) 1991 (*) 1992 (*) B 17,7 19,0 9,9  -3¹/2  4¹/4 DK -7,5 6,62,3  -1¹/4  4³/4 D 7,7 9,8 12,9  -8³/4  5³/4 GR 10,8 17,3 10,4  -6³/4 10³/4 E 16,5 12,1 1,2  -2¹/2  5³/4 F 8,9 8,1 5,3  -1³/4  2¹/2 IRL -5,6 14,1 6,8  -3³/4  4¹/2 I 6,4 5,2 3,5  -1¹/4  5¹/4 L -5,4 14,9 5,6  -6¹/4  5³/4 NL 6,8 5,5 6,0  -2³/4   ¹/4 P 23,2 7,7 8,5  -5¹/4  5¹/2 UK 17,7 8,4 -3,7 -17   3¹/2 CE 10,4 8,6 4,7  -3¹/4  4¹/2    (k) Investimenti fissi lordi totali (variazione % annua, prezzi costanti)       1988 1989 1990 (*) 1991 (*) 1992 (*) B 13,5 13,6 7,6  -1¹/2 3¹/2 DK -6,6 0,2 -1,0  -2¹/4 2¹/4 D 5,1 7,1 8,8  -6¹/2 4³/4 GR 8,8 8,6 5,2  -3³/4 7³/4 E 14,0 13,7 6,7  -5¹/4 6³/4 F 8,5 5,8 4,0  -1¹/4 2¹/2 IRL 4,6 11,3 7,5  -2³/4 3³/4 I 6,7 5,1 3,0  -1¹/4 4³/4 L -5,5 13,4 5,8  -5³/4 5¹/4 NL 9,4 3,0 4,1  -1¹/4 2¹/4 P 15,0 7,5 7,5  -5³/4 5³/4 UK 14,8 4,8 -1,9 -10¹/2 2³/4 CE 9,0 6,7 4,3  - ³/4 3³/4 USA 5,0 2,7 -0,1  -3³/4 5³/4 JAP 12,6 11,0 10,8  -5³/4 6¹/2 (l) PIL pro-capite (CE = 100), prezzi correnti e standard di potere d'acquisto        1960 1973 1986 1991 (*) 1992 (*) B 95,4 101,2 100,6 104,4 105,1 DK 118,3 113,1 117,0 108,5 108,9 D 117,9 111,1 114,0 113,8 112,3 GR 38,6 56,8 55,9  52,5  52,3 E 60,3 79,0 72,8  79,3  80,5 F 105,8 110,4 110,1 108,9 109,1 IRL 60,8 58,9 63,4  68,9  69,0 I 86,5 93,3 103,0 103,6 104,0 L 158,5 141,9 126,2 133,0 134,9 NL 118,6 113,1 106,0 103,9 103,3 P 38,7 56,4 52,5  56,7  57,1 UK 128,6 108,5 105,4 101,3 101,3 CE100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 USA 189,6 161,6 155,7 147,3 145,6 JAP 55,8 96,3 110,7 121,7 124,0 (*) Previsioni, maggio 1991.  Fonte: Servizi della Commissione.