CELEX: 62003TJ0023
Language: it
Date: 2007-02-06
Title: Sentenza del Tribunale di primo grado (Quinta Sezione) del 6 febbraio 2007. # CAS SpA contro Commissione delle Comunità europee. # Accordo di associazione tra la CEE e la Repubblica di Turchia - Sgravio di dazi all'importazione - Concentrato di succhi di frutta proveniente dalla Turchia - Codice doganale comunitario - Certificati di circolazione - Situazione particolare - Diritti della difesa. # Causa T-23/03.

Causa T-23/03
      CAS SpA
      contro
      Commissione delle Comunità europee
      «Accordo di associazione tra la CEE e la Repubblica di Turchia — Sgravio di dazi all’importazione — Concentrato di succhi di frutta proveniente dalla Turchia — Codice doganale comunitario — Certificati di circolazione — Situazione particolare — Diritti della difesa»
      Massime della sentenza
      1.      Risorse proprie delle Comunità europee — Rimborso o sgravio dei dazi all’importazione o all’esportazione
      (Regolamento del Consiglio n. 2913/92, art. 239)
      2.      Diritto comunitario — Principi — Diritti della difesa
      (Art. 255 CE; regolamento del Consiglio n. 2913/92, art. 239)
      3.      Accordi internazionali — Accordo di associazione CEE-Turchia — Unione doganale — Origine delle merci 
      (Accordo di associazione CEE-Turchia)
      4.      Ricorso di annullamento — Interesse ad agire 
      (Art. 230 CE)
      5.      Accordi internazionali — Accordo di associazione CEE-Turchia — Obblighi della Commissione 
      (Art. 211 CE; accordo di associazione CEE-Turchia)
      6.      Risorse proprie delle Comunità europee — Recupero dei dazi all’importazione o all’esportazione 
      [Regolamento del Consiglio n. 2913/92, art. 220, n. 2, lett. b)]
      1.      Il rispetto del diritto al contraddittorio dev’essere garantito nell’ambito dei procedimenti di sgravio di dazi all’importazione,
         tenuto conto in particolare del potere discrezionale di cui dispone la Commissione quando adotta una decisione in applicazione
         della clausola generale di equità prevista dall’art. 239 del regolamento n. 2913/92, che istituisce un codice doganale comunitario.
      
      (v. punto 87)
      2.      Nell’ambito di un procedimento amministrativo in materia di sgravio dei dazi all’importazione, il principio del rispetto dei
         diritti della difesa implica unicamente che l’interessato possa illustrare utilmente le proprie opinioni sugli elementi, ivi
         compresi i documenti che la Commissione, nel fondare la propria decisione, abbia contestato all’interessato medesimo. Tale
         principio non esige pertanto che la Commissione consenta, di propria iniziativa, l’accesso a tutti i documenti eventualmente
         connessi con il caso di specie sottoposto al suo esame nell’ambito di una domanda di sgravio. Incombe all’interessato, ove
         ritenga che tali documenti siano utili per dimostrare l’esistenza di una situazione particolare e/o la mancanza di negligenza
         manifesta o di manovra fraudolenta da parte sua, chiedere l’accesso ai documenti stessi ai sensi delle disposizioni emanate
         dalle istituzioni sulla base dell’art. 255 CE.
      
      Infatti, è su richiesta della parte interessata che la Commissione è tenuta a consentire l’accesso a tutti i documenti amministrativi
         non riservati relativi alla decisione impugnata. In mancanza di una domanda in tal senso, non vi è quindi accesso automatico
         ai documenti in possesso della Commissione.
      
      (v. punto 88-89)
      3.      La determinazione dell’origine delle merci nell’ambito, in particolare, dell’Unione doganale istituita dall’Accordo di associazione
         CEE-Turchia, si basa sulla ripartizione delle competenze fra le autorità dello Stato d’esportazione e quelle dello Stato d’importazione,
         nel senso che l’origine viene accertata dalle autorità dello Stato d’esportazione, mentre il controllo del funzionamento di
         tale regime viene garantito dalla collaborazione fra le amministrazioni interessate. Questo sistema si spiega con il fatto
         che le autorità dello Stato esportatore possono più agevolmente accertare direttamente i fatti che condizionano l’origine.
      
      Il sistema previsto può funzionare solo qualora l’amministrazione doganale dello Stato importatore accetti le valutazioni
         effettuate legalmente dalle autorità dello Stato esportatore. Il riconoscimento di tali decisioni da parte delle amministrazioni
         doganali degli Stati membri è necessario perché la Comunità possa pretendere, a sua volta, dalle autorità degli altri Stati
         legati nei suoi confronti nell’ambito di regimi di libero scambio, l’osservanza delle decisioni adottate dalle autorità doganali
         degli Stati membri relative all’origine delle merci esportate dalla Comunità in tali Stati.
      
      (v. punti 120-121)
      4.      Un ricorrente non ha alcun interesse legittimo all’annullamento per vizio di forma di una decisione nel caso in cui l’annullamento
         della decisione possa solo dar luogo all’adozione di una nuova decisione, identica, nella sostanza, alla decisione annullata.
      
      (v. punto 132)
      5.      Ai sensi dell’art. 211 CE e del principio di buona amministrazione, la Commissione ha l’obbligo di garantire una corretta
         applicazione dell’Accordo di associazione CEE-Turchia. Tale obbligo risulta inoltre dallo stesso Accordo di associazione e
         da talune decisioni adottate dal Consiglio di associazione.
      
      (v. punto 234)
      6.      L’art. 220, n. 2, lett. b), del regolamento n. 2913/92, che istituisce un codice doganale comunitario, prevede che le autorità
         competenti possano omettere di procedere alla contabilizzazione a posteriori dei dazi all’importazione, allorché sono soddisfatte
         tre condizioni cumulative. Occorre, innanzi tutto, che i dazi non siano stati riscossi per un errore delle stesse autorità
         competenti; poi, che l’errore in cui esse sono incorse sia tale da non poter ragionevolmente essere scoperto da un debitore
         in buona fede e, infine, che quest’ultimo abbia rispettato tutte le disposizioni previste dalla normativa in vigore riguardo
         alla sua dichiarazione in dogana.
      
      Tale disposizione ha lo scopo di tutelare il legittimo affidamento del debitore circa la fondatezza dell’insieme degli elementi
         che intervengono nella decisione di recuperare o meno i dazi doganali. Tuttavia, il legittimo affidamento del debitore merita
         la tutela conferita da tale disposizione solo se sono state le autorità competenti medesime a porre in essere i presupposti
         sui quali si fondava il detto affidamento. Quindi, solo gli errori imputabili ad un comportamento attivo delle autorità competenti
         e che il debitore non ha potuto ragionevolmente individuare danno diritto al mancato recupero a posteriori dei dazi doganali.
      
      (v. punti 303-304)
SENTENZA DEL TRIBUNALE (Quinta Sezione)
      6 febbraio 2007 (*)
      
      «Accordo di associazione tra la CEE e la Repubblica di Turchia – Sgravio di dazi all’importazione – Concentrato di succhi di frutta proveniente dalla Turchia – Codice doganale comunitario – Certificati di circolazione – Situazione particolare – Diritti della difesa»
      Nella causa T‑23/03,
      CAS SpA, con sede in Verona, rappresentata dall’avv. D. Ehle,
      
      ricorrente,
      contro
      Commissione delle Comunità europee, rappresentata dal sig. X. Lewis, in qualità di agente, assistito dall’avv. M. Nuñez Müller, con domicilio eletto in Lussemburgo,
      
      convenuta,
      avente ad oggetto una domanda diretta all’annullamento parziale della decisione della Commissione 18 ottobre 2002 (REC 10/01),
         relativa ad una domanda di sgravio di dazi all’importazione, 
      
      IL TRIBUNALE DI PRIMO GRADO DELLE COMUNITÀ EUROPEE (Quinta Sezione),
      
      composto dal sig. M. Vilaras, presidente, dalle sig.re M.E. Martins Ribeiro e K. Jürimäe, giudici,
      cancelliere: sig.ra K. Andová, amministratore
      vista la fase scritta del procedimento e in seguito alla trattazione orale del 15 novembre 2005,
      ha pronunciato la seguente
      Sentenza
       Contesto normativo
      A –  Normativa relativa al regime preferenziale 
      1        La presente causa si colloca nell’ambito dell’Accordo di associazione che ha istituito un’associazione tra la Comunità economica
         europea (CEE) e la Repubblica di Turchia (in prosieguo: l’«Accordo di associazione»), sottoscritto ad Ankara dalla Repubblica
         di Turchia, da un lato, e dagli Stati membri della CEE e dalla Comunità, dall’altro (in prosieguo: le «parti contraenti»).
         L’Accordo di associazione è stato approvato con decisione del Consiglio 23 dicembre 1963, 64/732/CEE (GU 1964, n. 217, pag. 3685),
         ed è entrato in vigore il 1º dicembre 1964.
      
      2        Ai sensi dell’art. 2, collocato nel titolo I, relativo ai principi, l’Accordo di associazione ha lo scopo di promuovere il
         rafforzamento continuo ed equilibrato delle relazioni commerciali ed economiche fra le parti contraenti. 
      
      3        Esso comporta una fase preparatoria volta a consentire alla Repubblica di Turchia, ai sensi dell’art. 3, di rafforzare la
         propria economia con l’aiuto della Comunità, una fase transitoria diretta, secondo l’art. 4, alla progressiva attuazione di
         un’unione doganale e al ravvicinamento delle politiche economiche ed una fase definitiva che, ai sensi dell’art. 5, è basata
         sull’unione doganale ed implica il rafforzamento della coordinazione delle politiche economiche. 
      
      4        Ai sensi dell’art. 7, le parti contraenti adottano tutte le misure di carattere generale o particolare atte ad assicurare
         l’esecuzione degli obblighi che discendono dall’Accordo di associazione e si astengono da qualsiasi misura che possa compromettere
         la realizzazione degli scopi dello stesso.
      
      5        Gli artt. 22 e 23, nel titolo III, dedicato alle disposizioni generali e finali, prevedono l’istituzione di un Consiglio di
         associazione che si compone, da un lato, di membri dei governi degli Stati membri, del Consiglio e della Commissione, e, dall’altro,
         di membri del governo turco (in prosieguo: il «Consiglio di associazione»), e che, deliberando all’unanimità, dispone di un
         potere decisionale ai fini della realizzazione degli obiettivi determinati dall’Accordo di associazione. L’art. 25 conferisce
         a tale Consiglio, su ricorso di ciascuna delle parti contraenti, la competenza per dirimere qualsiasi controversia relativa
         all’applicazione o all’interpretazione dell’Accordo di associazione o per sottoporla alla Corte.
      
      6        La fase finale dell’unione doganale è entrata in vigore il 31 dicembre 1995 [art. 1 e art. 65, n. 1, della decisione del Consiglio
         di associazione 22 dicembre 1995, n. 1, relativa all’attuazione della fase finale dell’unione doganale (GU 1996, L 35, pag. 1); in prosieguo: la «decisione n. 1/95» o «decisione di base»].
      
      7        Ai sensi dell’art. 11 dell’Accordo di associazione, il regime di associazione si estende all’agricoltura e agli scambi di
         prodotti agricoli, secondo modalità particolari che tengono conto della politica agricola comune della Comunità. 
      
      1.     Normativa in vigore nella fase transitoria
      8        Con decisione 19 settembre 1980, n. 1, relativa allo sviluppo dell’associazione, il Consiglio di associazione ha deciso di
         abolire i dazi doganali che restano applicabili all’importazione, nella Comunità, dei prodotti agricoli originari della Turchia
         e non ancora ammessi in esenzione tariffaria nella Comunità.
      
      9        Ai sensi dell’art. 1, n. 1, del regolamento (CEE) del Consiglio 22 dicembre 1986, n. 4115, relativo all’importazione nella
         Comunità di prodotti agricoli originari della Turchia (GU L 380, pag. 16), i prodotti elencati nell’allegato II del Trattato
         CEE, originari della Turchia, esclusi i prodotti che figurano nell’allegato del detto regolamento, sono stati immessi in libera
         pratica nella Comunità in esenzione dei dazi doganali. Ai sensi dell’art. 2, n. 2, del regolamento n. 4115/86, si consideravano
         come prodotti originari della Turchia i prodotti conformi alle condizioni definite nella decisione del Consiglio di associazione
         29 dicembre 1972, n. 4, relativa alla definizione della nozione di «prodotti originari» della Turchia per l’applicazione delle
         disposizioni dell’allegato n. 6, capitolo I, del protocollo addizionale all’Accordo di associazione, acclusa al regolamento
         (CEE) del Consiglio 5 febbraio 1973, n. 428, relativo all’applicazione delle decisioni nn. 5/72 e 4/72 del Consiglio di associazione
         (GU L 59, pag. 73), modificata dalla decisione del Consiglio di associazione 26 maggio 1975, n. 1, allegata al regolamento
         (CEE) del Consiglio n. 1431/75, che modifica il regolamento n. 428/73 (GU L 142, pag. 1).
      
      10      Ai sensi dell’art. 1 della decisione n. 4/72, sono considerati prodotti originari della Turchia:
      
      «a)      i prodotti del regno vegetale raccolti in Turchia;
      (…)
      f)       le merci ottenute in Turchia con la lavorazione o la trasformazione di prodotti di cui ai punti da a) ad e), anche se altri
         prodotti entrano nella loro fabbricazione, a condizione che i prodotti che non sono stati ottenuti in Turchia o nella Comunità
         siano entrati solo accessoriamente in questa fabbricazione».
      
      11      Il regolamento (CEE) della Commissione 16 novembre 1988, n. 3719, che stabilisce le modalità comuni d’applicazione del regime
         dei titoli d’importazione, di esportazione e di fissazione anticipata relativi ai prodotti agricoli (GU L 331, pag. 1), è
         applicabile ai titoli istituiti dai regolamenti previsti dall’art. 1. Ai sensi dell’art. 28, n. 4:
      
      «4. Gli Stati membri trasmettono inoltre alla Commissione le impronte dei timbri ufficiali e, se del caso, dei timbri a secco
         delle autorità competenti. La Commissione ne informa immediatamente gli altri Stati membri».
      
      12      Con decisione 29 dicembre 1972, n. 5, relativa ai metodi di cooperazione amministrativa per l’applicazione degli artt. 2 e
         3 del protocollo addizionale all’Accordo di associazione (GU 1973, L 59, pag. 74), il Consiglio di associazione ha posto la
         regola secondo la quale, per poter usufruire del regime preferenziale, era necessaria la presentazione di un titolo giustificativo
         rilasciato su richiesta dell’esportatore dalle autorità doganali della Repubblica di Turchia o di uno Stato membro. Per le
         merci trasportate direttamente dalla Turchia ad uno Stato membro, si tratta del certificato di circolazione delle merci A.TR.1
         (in prosieguo: il «certificato A.TR.1»), di cui un modello è allegato alla decisione (art. 2). Tale modello è stato sostituito
         dal formulario allegato alla decisione del Consiglio di associazione 18 luglio 1978, n. 1, che modifica la decisione n. 5/72
         (GU L 253, pag. 2). Tale modello è stato a sua volta lievemente modificato dalla decisione del Consiglio di associazione 22
         dicembre 1995, n. 4, che ha modificato la decisione n. 5/72 (GU 1996, L 35, pag. 48). 
      
      13      L’art. 11 della decisione n. 5/72 prevede che gli Stati membri e la Repubblica di Turchia si prestino mutua assistenza, tramite
         le rispettive amministrazioni doganali, per il controllo dell’autenticità e regolarità dei certificati, «allo scopo di garantire
         l’esatta applicazione delle disposizioni della presente decisione». 
      
      14      L’art. 12 della decisione n. 5/72 dispone inoltre quanto segue:
      
      «La [Repubblica di] Turchia, gli Stati membri e la Comunità prendono, ciascuno per quanto lo riguarda, tutte le misure che
         l’esecuzione delle disposizioni della decisione comporta».
      
      15      Ai sensi dell’art. 2, n. 3, del regolamento n. 4115/86, i metodi di cooperazione amministrativa che devono garantire ai prodotti
         di cui all’art. 1 l’ammissione al beneficio dei dazi doganali ridotti sono quelli stabiliti dalla decisione n. 5/72, da ultimo
         modificata dalla decisione n. 1/78.
      
      2.     Normativa in vigore nella fase finale
      16      La decisione n. 1/95 disciplina dettagliatamente l’attuazione della fase finale dell’unione doganale. Il suo art. 29 dispone
         quanto segue: 
      
      «La reciproca assistenza nel settore doganale tra le autorità amministrative delle parti contraenti è disciplinata dalle disposizioni
         dell’allegato 7 che, per quanto riguarda la Comunità, si applica[no] alle questioni di competenza di quest’ultima».
      
      17      L’allegato 7 alla decisione n. 1/95, relativo all’assistenza reciproca tra le autorità amministrative nel settore doganale,
         così dispone al suo art. 2, n. 1:
      
      «Nei limiti delle rispettive competenze, le parti contraenti si prestano reciprocamente assistenza (…) per garantire la corretta
         applicazione della legislazione doganale, segnatamente per quanto concerne la prevenzione, l’individuazione e l’esame delle
         operazioni che violano detta normativa».
      
      18      L’art. 3, n. 6, della decisione n. 1/95 dispone che il comitato di cooperazione doganale stabilisce i metodi di cooperazione
         amministrativa.
      
      19      L’art. 5, n. 2, della decisione del comitato di cooperazione doganale 20 maggio 1996, n. 1, recante modalità d’applicazione della decisione n. 1/95
         (GU L 200, pag. 14) dispone che la convalida del documento necessario alla libera pratica delle merci in questione crea un’obbligazione
         doganale all’importazione. Ai sensi dell’art. 6 di tale decisione, il trattamento preferenziale dei prodotti agricoli importati
         dalla Turchia è subordinato al rilascio di un titolo giustificativo costituito dal certificato A.TR.1. Un modello di tale
         certificato figura nell’allegato I, ma, ai sensi dell’art. 7, n. 1, della detta decisione, i moduli previsti dalla decisione
         n. 5/72 potevano continuare ad essere utilizzati fino al 30 giugno 1997. 
      
      20      L’art. 15 della decisione n. 1/96 prevede quanto segue:
      
      «Allo scopo di garantire la corretta [applicazione] delle disposizioni della presente decisione, gli Stati membri e la [Repubblica
         di] Turchia si prestano mutua assistenza, tramite le rispettive amministrazioni doganali, e nell’ambito della mutua assistenza
         prevista dall’articolo 29 e dall’allegato 7 della decisione di base, per il controllo dell’autenticità e della regolarità
         dei certificati».
      
      21      L’art. 13, n. 2, della decisione n. 1/96 prevede quanto segue:
      
      «(…) Nella casella 12 dell’estratto devono essere menzionati il numero di registrazione, la data, l’ufficio e il paese di
         rilascio del certificato iniziale (…)».
      
      22      Ai sensi dell’allegato II, punto II, n. 12, della decisione n. 1/96, le indicazioni relative alla casella 12 del certificato
         di circolazione A.TR.1 sono da completare da parte dell’autorità competente.
      
      23      Infine, l’art. 4 della decisione n. 1/96 dispone quanto segue: 
      
      «Fatte salve le disposizioni in materia di libera pratica previste nella decisione di base, si applicano agli scambi commerciali
         tra le due parti dell’unione doganale, alle condizioni previste nella presente decisione, il codice doganale comunitario con
         le relative disposizioni d’applicazione, applicabile nel territorio doganale della Comunità, e il codice doganale turco con
         le relative disposizioni d’applicazione, applicabile nel territorio doganale della [Repubblica di] Turchia».
      
      B –  Normativa doganale
      1.     Normativa relativa allo sgravio dei dazi doganali
      24      Per quanto riguarda la possibilità di uno sgravio dei dazi all’importazione, l’art. 239 del regolamento (CEE) del Consiglio
         12 ottobre 1992, n. 2913, che istituisce un codice doganale comunitario (GU L 302, pag. 1; in prosieguo: il «CDC»), enuncia
         quanto segue:
      
      «Si può procedere (…) allo sgravio dei dazi all’importazione (…) in situazioni (…) dovute a circostanze che non implicano
         frode o manifesta negligenza da parte dell’interessato. Le situazioni in cui si applica la presente disposizione e le modalità
         procedurali da osservare sono definite secondo la procedura del comitato».
      
      25      L’art. 905 del regolamento (CEE) della Commissione 2 luglio 1993, n. 2454, che fissa talune disposizioni d’applicazione del
         regolamento n. 2913/92 (GU L 253, pag. 1; in prosieguo: il «regolamento d’applicazione del CDC»), al n. 1, prevede quanto
         segue: 
      
      «Quando l’autorità doganale di decisione, alla quale è stata presentata la domanda di rimborso o di sgravio in virtù dell’articolo
         239, paragrafo 2 del [CDC], non sia in grado di decidere, sulla base dell’articolo 899, e la domanda sia corredata di giustificazioni
         tali da costituire una situazione particolare risultante da circostanze che non implicano alcuna manovra fraudolenta o negligenza
         manifesta da parte dell’interessato, lo Stato membro da cui dipende tale autorità trasmette il caso alla Commissione affinché
         sia evaso conformemente alla procedura di cui agli articoli da 906 a 909 (…)». 
      
      26      L’art. 904, lett. c), del regolamento d’applicazione del CDC dispone quanto segue:
      
      «Non si procede al rimborso o allo sgravio dei dazi all’importazione quando, secondo il caso, l’unico motivo a sostegno della
         domanda di rimborso o di sgravio è costituito:
      
      (…)
      c)      dalla presentazione, anche in buona fede, per la concessione di un trattamento tariffario preferenziale per merci dichiarate
         per la libera pratica, di documenti rivelatisi in un secondo tempo falsi, falsificati o non validi per la concessione di tale
         trattamento». 
      
      27      Ai sensi dell’art. 236 del CDC:
      
      «1. Si procede al rimborso dei dazi all’importazione o dei dazi all’esportazione quando si constati che al momento del pagamento
         il loro importo non era legalmente dovuto o che l’importo è stato contabilizzato contrariamente all’articolo 220, paragrafo
         2.
      
      Si procede allo sgravio dei dazi all’importazione o dei dazi all’esportazione quando si constati che al momento della contabilizzazione
         il loro importo non era legalmente dovuto o che l’importo è stato contabilizzato contrariamente all’articolo 220, paragrafo
         2.
      
      Non vengono accordati né rimborso né sgravio qualora i fatti che hanno dato luogo al pagamento o alla contabilizzazione di
         un importo che non era legalmente dovuto risultano da una frode dell’interessato. 
      
      (…)».
      28      L’art. 220, n. 2, lett. b), del CDC dispone che non si procede alla contabilizzazione a posteriori dei dazi risultanti da
         un’obbligazione doganale quando l’importo dei dazi legalmente dovuti non è stato contabilizzato per un errore dell’autorità
         doganale stessa, che non poteva ragionevolmente essere scoperto dal debitore avendo questi agito in buona fede e rispettato
         tutte le disposizioni previste dalla normativa in vigore riguardo alla dichiarazione in dogana. 
      
      2.     Normativa relativa alle regole in materia di origine
      29      L’art. 20 del CDC così prevede, in particolare:
      
      «1. I dazi doganali dovuti per legge quando sorge un’obbligazione doganale sono basati sulla tariffa doganale delle Comunità
         europee. 
      
      2. Le altre misure stabilite con disposizioni comunitarie specifiche nel quadro degli scambi di merci sono applicabili, se
         del caso, in base alla classificazione tariffaria delle merci di cui trattasi. 
      
      3. La tariffa doganale delle Comunità europee comprende:
      (…)
      d)      le misure tariffarie preferenziali contenute in accordi che la Comunità ha concluso con taluni paesi o gruppi di paesi e che
         prevedono la concessione di un trattamento tariffario preferenziale».
      
      30      Da parte sua, l’art. 27, lett. a), del CDC così prevede:
      
      «Le regole relative all’origine preferenziale determinano le condizioni di acquisizione dell’origine che le merci devono soddisfare
         per beneficiare delle misure di cui all’articolo 20, paragrafo 3, lettera d) o e). Tali regole sono stabilite: 
      
      a)      per le merci figuranti negli accordi di cui all’articolo 20, paragrafo 3, lettera d), nell’ambito di tali accordi».
      31      Il regolamento d’applicazione del CDC, nella sua versione applicabile alla presente controversia [art. 93, modificato e numerato
         come art. 92 dal regolamento (CE) della Commissione 19 dicembre 1994, n. 3254 (GU L 346, pag. 1); in prosieguo: l’«art. 93
         del regolamento d’applicazione del CDC»), dispone quanto segue:
      
      «1. I paesi beneficiari comunicano alla Commissione i nomi e gli indirizzi delle autorità pubbliche aventi sede nel loro territorio
         autorizzate a rilasciare i certificati d’origine, modulo A, e le impronte dei timbri usati da dette autorità. La Commissione
         inoltra queste informazioni alle autorità doganali degli Stati membri.
      
      2. I paesi beneficiari comunicano inoltre alla Commissione i nomi e gli indirizzi delle autorità pubbliche autorizzate a rilasciare
         le attestazioni di autenticità di cui all’articolo 86 e le impronte del timbro usato. La Commissione inoltra queste informazioni
         alle autorità doganali degli Stati membri.
      
      3. La Commissione pubblica nella Gazzetta ufficiale delle Comunità europee (serie C) la data in cui i nuovi paesi beneficiari ai sensi dell’articolo 97 hanno adempiuto gli obblighi previsti dai paragrafi
         1 e 2».
      
      C –  Normativa relativa alla riservatezza di alcuni documenti
      32      L’art. 8, n. 1, del regolamento (CE) del Parlamento europeo e del Consiglio 25 maggio 1999, n. 1073, relativo alle indagini
         svolte dall’Ufficio per la lotta antifrode (OLAF) (GU L 136, pag. 1), prevede quanto segue:
      
      «Riservatezza e tutela dei dati 
      1. Le informazioni ottenute in qualsiasi forma nell’ambito di indagini esterne sono protette dalle disposizioni relative a
         tali inchieste».
      
      33      Da parte sua, l’art. 9, n. 2, dello stesso regolamento così prevede:
      
      «Relazione sulle indagini e provvedimenti conseguenti alle indagini 
      (…)
      2.      Queste relazioni sono redatte tenendo conto delle prescrizioni di procedura previste nella legislazione nazionale dello Stato
         membro interessato. Le relazioni così elaborate costituiscono elementi di prova nei procedimenti amministrativi o giudiziari
         dello Stato membro nel quale risulti necessario avvalersene al medesimo titolo e alle medesime condizioni delle relazioni
         amministrative redatte dagli ispettori amministrativi nazionali. Le relazioni sono soggette alle medesime regole di valutazione
         riguardanti le relazioni amministrative nazionali e hanno valore identico ad esse».
      
      34      L’art. 8, n. 1, del regolamento (Euratom, CE) del Consiglio 11 novembre 1996, n. 2185, relativo ai controlli e alle verifiche
         sul posto effettuati dalla Commissione ai fini della tutela degli interessi finanziari delle Comunità europee contro le frodi
         e altre irregolarità (GU L 292, pag. 2), dispone quanto segue:
      
      «1. Le informazioni comunicate o ottenute sotto qualsiasi forma a norma del presente regolamento sono coperte dal segreto
         professionale e beneficiano della tutela accordata alle informazioni analoghe dalla legislazione nazionale dello Stato membro
         che le ha ricevute e dalle disposizioni corrispondenti applicabili alle istituzioni comunitarie».
      
      35      L’art. 4 del regolamento (CE) del Parlamento europeo e del Consiglio 30 maggio 2001, n. 1049, relativo all’accesso del pubblico
         ai documenti del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione (GU L 145, pag. 43), così dispone:
      
      «Eccezioni 
      1. Le istituzioni rifiutano l’accesso a un documento la cui divulgazione arrechi pregiudizio alla tutela di quanto segue:
      a)      l’interesse pubblico, in ordine:
      –        alla sicurezza pubblica,
      –        alla difesa e alle questioni militari,
      –        alle relazioni internazionali,
      –        alla politica finanziaria, monetaria o economica della Comunità o di uno Stato membro;
      b)      la vita privata e l’integrità dell’individuo, in particolare in conformità con la legislazione comunitaria sulla protezione
         dei dati personali.
      
      2. Le istituzioni rifiutano l’accesso a un documento la cui divulgazione arrechi pregiudizio alla tutela di quanto segue:
      –        gli interessi commerciali di una persona fisica o giuridica, ivi compresa la proprietà intellettuale, 
      –        le procedure giurisdizionali e la consulenza legale, 
      –        gli obiettivi delle attività ispettive, d’indagine e di revisione contabile,
      a meno che vi sia un interesse pubblico prevalente alla divulgazione».
       Fatti all’origine della controversia
      A –  Importazioni controverse
      36      La ricorrente CAS SpA è una società di diritto italiano, controllata al 95,1% dalla società Steinhauser GmbH (in prosieguo:
         la «Steinhauser»), con sede in Ravensburg (Germania). L’attività principale della ricorrente consiste nella trasformazione
         di concentrati di succhi di frutta importati e, parallelamente, essa esercita un’attività di importazione di tali prodotti
         in Italia. Fondamentalmente, è la società Steinhauser ad intrattenere i rapporti commerciali con i fornitori stranieri. 
      
      37      Tra il 5 aprile 1995 e il 20 novembre 1997, la ricorrente ha importato ed immesso in libera pratica nella Comunità succo di
         mela e succo di pera concentrati, dichiarati di provenienza ed originari dalla Turchia. Tali tipi di prodotti, essendo stati
         importati nella Comunità tramite certificati A.TR.1, hanno beneficiato dell’esenzione dei dazi doganali prevista dall’Accordo
         di associazione e dal protocollo addizionale. 
      
      38      Ai sensi dell’art. 29 della decisione n. 1/95, il servizio doganale di Ravenna ha effettuato un controllo documentale a posteriori
         relativo all’autenticità del certificato A.TR.1 D 141591, presentato dalla ricorrente in occasione di una delle operazioni
         di importazione effettuate nel periodo compreso tra il 5 aprile 1995 e il 20 novembre 1997. Ai sensi delle disposizioni applicabili
         in tale materia, è stato chiesto alle autorità turche di verificare l’autenticità del detto certificato. 
      
      39      Con lettera del 15 maggio 1998, le autorità turche hanno comunicato al servizio doganale di Ravenna che dal controllo effettuato
         risultava che tale certificato non era autentico, non essendo stato rilasciato dalle autorità doganali turche e che, comunque,
         sarebbero stati effettuati ulteriori controlli. 
      
      40      Di conseguenza, le autorità italiane hanno proceduto al controllo a posteriori di 103 certificati A.TR.1 presentati dalla
         ricorrente in occasione di varie operazioni d’importazione. 
      
      41      Con lettera del 10 luglio 1998, la Rappresentanza permanente della Repubblica di Turchia presso l’Unione europea (in prosieguo:
         la «Rappresentanza permanente turca») ha informato la Commissione del fatto che 22 certificati A.TR.1 presentati dalla ricorrente,
         elencati nell’allegato a tale lettera e relativi alle esportazioni della società turca Akman verso l’Italia, erano falsi («false»).
         La Commissione ha inoltrato tale comunicazione alle autorità doganali italiane con lettera del 20 luglio 1998. 
      
      42      Tra il 12 e il 15 ottobre 1998, nonché il 30 novembre e il 2 dicembre 1998, l’Unità di coordinamento della lotta antifrode
         della Commissione [(UCLAF), precursore dell’OLAF] ha effettuato alcune verifiche in Turchia. 
      
      43      Con lettera dell’8 marzo 1999, la Rappresentanza permanente turca ha comunicato ai servizi doganali di Ravenna che 32 certificati
         A.TR.1 presentati dalla ricorrente (in prosieguo: i «certificati controversi»), ivi inclusi 18 certificati elencati in allegato
         alla lettera del 10 luglio 1998, non erano stati né emessi né convalidati dalle autorità turche. I detti certificati sono
         indicati in allegato a tale lettera. 
      
      44      Secondo le autorità doganali italiane, dal complesso della corrispondenza scambiata tra di esse, la Commissione, l’UCLAF e
         le autorità turche emergeva che queste ultime ritenevano che 48 certificati A.TR.1, ivi inclusi i certificati controversi,
         relativi ad esportazioni verso l’Italia effettuate dalla ricorrente tramite la società turca Akman, fossero falsi o irregolari.
      
      45      Nella fattispecie, i 32 certificati controversi [corrispondenti a dazi doganali per un importo totale di 3 296 190 371 lire
         italiane (LIT), pari a EUR 1 702 340,25] erano considerati falsi, non essendo stati né rilasciati né convalidati dagli uffici
         doganali turchi. Invece, gli altri 16 certificati (corrispondenti a dazi per un importo totale di LIT 1 904 763 758, pari
         a EUR 983 728,38) erano considerati invalidi, in quanto, benché fossero stati rilasciati dalle autorità doganali turche, le
         merci interessate non erano originarie della Turchia. 
      
      46      Poiché l’insieme dei 48 certificati era stato qualificato falso o invalido, le merci contemplate dagli stessi non potevano
         beneficiare del trattamento preferenziale accordato alle importazioni di prodotti agricoli turchi. 
      
      47      Di conseguenza, l’amministrazione doganale italiana ha richiesto alla ricorrente il pagamento dei dazi doganali dovuti, per
         un importo totale di LIT 5 200 954 129, pari a EUR 2 686 068,63. 
      
      B –  Procedimento penale ed amministrativo dinanzi alle autorità italiane e comunitarie
      48      Con lettera del 28 marzo 2000, la ricorrente, fondandosi sull’art. 220, n. 2, lett. b), e sugli artt. 236 e 239 del CDC, ha
         chiesto ai servizi doganali di Ravenna che i dazi all’importazione non venissero contabilizzati a posteriori ed il rimborso
         dei dazi all’importazione reclamati. A sostegno della sua domanda, la ricorrente invocava la propria buona fede, gli errori
         non rilevabili delle autorità competenti nonché alcuni inadempimenti imputabili alle stesse. 
      
      49      Con lettera del 15 maggio 2000, le autorità doganali italiane hanno informato la Procura di Ravenna dei fatti relativi alle
         importazioni effettuate dalla ricorrente tramite certificati falsificati. La Procura di Ravenna, appresi tali fatti, ha aperto
         un’indagine. 
      
      50      Con sentenza 20 dicembre 2000, il Tribunale civile e penale di Ravenna ha chiuso il procedimento penale avviato nei confronti
         dell’amministratore della ricorrente, il sig. B. Steinhauser, giudicando che i fatti contestati a quest’ultimo non erano provati.
         
      
      51      Con lettera del 30 novembre 2001, ricevuta dalla Commissione il 12 dicembre 2001, la Repubblica italiana ha chiesto alla Commissione
         di pronunciarsi sulla questione se fosse giustificata la non contabilizzazione a posteriori dei dazi all’importazioni richiesti
         alla ricorrente a titolo dell’art. 220, n. 2, lett. b), del CDC o la concessione del rimborso di tali dazi in forza dell’art. 239
         del CDC. 
      
      52      Ai sensi degli artt. 871 e 905 del regolamento d’applicazione del CDC, la ricorrente ha dichiarato di aver preso conoscenza
         del fascicolo trasmesso dalle autorità italiane alla Commissione. Inoltre, la ricorrente ha reso nota la sua posizione e le
         sue osservazioni, che sono state trasmesse alla Commissione dalle autorità italiane in allegato alla loro lettera del 30 novembre
         2001. 
      
      53      Con lettera del 3 giugno 2002, la Commissione ha chiesto alcune informazioni complementari alle autorità italiane, che hanno
         risposto con lettera del 7 giugno 2002. 
      
      54      Con lettera del 25 luglio 2002, la Commissione ha informato la ricorrente della propria intenzione di non accogliere la sua
         domanda. Tuttavia, prima di prendere una decisione definitiva, la Commissione ha invitato la ricorrente a renderle note le
         sue eventuali osservazioni e a prendere visione del fascicolo al fine di consultare i documenti non riservati.
      
      55      Il 6 agosto 2002, i rappresentanti della ricorrente hanno preso visione del fascicolo amministrativo presso i locali della
         Commissione. Essi hanno inoltre firmato una dichiarazione relativa all’avvenuta consultazione dei documenti menzionati in
         allegato alla stessa. 
      
      56      Con lettera del 15 agosto 2002, la ricorrente ha presentato le sue osservazioni alla Commissione. In particolare, essa ha
         ribadito la propria posizione secondo cui le competenti autorità doganali avrebbero commesso errori nel loro operato da essa
         non rilevabili ed equiparabili anche ad inadempimenti atti a configurare una situazione particolare ai sensi dell’art. 239
         del CDC. 
      
      57      Il 18 ottobre 2002, la Commissione ha adottato la decisione REC 10/01 (in prosieguo: la «decisione impugnata»), notificata
         alla ricorrente il 21 novembre 2002. 
      
      58      Innanzi tutto, la Commissione ha dichiarato che la contabilizzazione dei dazi all’importazione oggetto della domanda era giustificata.
         
      
      59      In secondo luogo, la Commissione ha però affermato che il rimborso dei dazi all’importazione per la parte della domanda relativa
         ai 16 certificati invalidi era giustificato poiché, quanto ad essi, la ricorrente si trovava in una situazione particolare
         ai sensi dell’art. 239 del CDC. 
      
      60      In terzo luogo, per quanto riguarda i 32 certificati controversi, la Commissione ha invece concluso che le circostanze invocate
         dalla ricorrente non erano atte a configurare una situazione particolare ai sensi dell’art. 239 del CDC. Pertanto, all’art. 2
         della decisione impugnata, la Commissione ha deciso che il rimborso dei corrispondenti dazi all’importazione, pari a EUR 1 702 340,25,
         non era giustificato. 
      
      61      Infine, con lettera del 20 giugno 2003, la ricorrente ha chiesto alla Commissione di poter consultare altri documenti del
         fascicolo. La Commissione ha accolto tale domanda con lettera del 10 luglio 2003. La ricorrente non ha però proceduto ad una
         nuova consultazione del fascicolo. 
      
      C –  Certificato D 437214
      62      Con lettera del 17 dicembre 2002, la ricorrente ha fatto notare alla Commissione che il certificato A.TR.1 D 437214, che fa
         parte dei certificati controversi, non era stato qualificato come falso dalle autorità turche, ma solo invalido. Il 6 gennaio
         2003 la Commissione ha trasmesso tale lettera alle autorità doganali italiane. 
      
      63      Con lettera del 24 gennaio 2003, le autorità doganali italiane, in riferimento alla lettera delle autorità doganali turche
         dell’8 marzo 1999, nonché ad una lettera dell’UCLAF del 6 maggio 1999, hanno affermato che tale certificato era falso. 
      
      64      Con lettera del 4 marzo 2003, la Commissione ha invitato le autorità doganali italiane ad informare la ricorrente del risultato
         dell’indagine relativa al certificato A.TR.1 D 437214. Con lettera del 18 marzo 2003, inviata alla ricorrente, l’amministrazione
         italiana delle dogane ha confermato che tale certificato era falso, in quanto non emesso dalle autorità turche. 
      
       Procedimento e conclusioni delle parti
      65      Con atto introduttivo depositato presso la cancelleria del Tribunale il 29 gennaio 2003, la ricorrente ha proposto il presente
         ricorso. 
      
      66      Su relazione del giudice relatore, è stato deciso di avviare la fase orale. Nell’ambito delle misure di organizzazione del
         procedimento, le parti sono state invitate a produrre alcuni documenti e a rispondere ad alcuni quesiti scritti del Tribunale.
         Le parti hanno risposto a tali domande.
      
      67      Le parti sono state sentite nelle loro difese orali e nelle loro risposte ai quesiti orali del Tribunale nell’udienza del
         15 novembre 2005.
      
      68      La ricorrente chiede che il Tribunale voglia:
      
      –        annullare l’art. 2 della decisione impugnata;
      –        condannare la Commissione alle spese. 
      69      La Commissione chiede che il Tribunale voglia:
      
      –        respingere il ricorso;
      –        condannare la ricorrente alle spese.
       In diritto
      70      La ricorrente deduce tre motivi a sostegno delle sue conclusioni, relativi, innanzi tutto, ad una violazione dei diritti della
         difesa, in secondo luogo, ad una violazione dell’art. 239 del CDC e, in terzo luogo, ad una violazione dell’art. 220, n. 2,
         lett. b), del CDC. 
      
      A –  Sul primo motivo, relativo ad una violazione dei diritti della difesa
      1.     Argomenti delle parti
      71      La ricorrente sostiene che i suoi diritti della difesa sono stati violati nel corso del procedimento amministrativo. Sostanzialmente,
         essa sostiene che, benché abbia preso visione del fascicolo contenente i documenti sui quali la Commissione ha fondato la
         decisione impugnata, essa non ha, tuttavia, potuto consultare alcuni documenti di importanza decisiva ai fini della valutazione
         globale della situazione da parte della Commissione. Inoltre, secondo la ricorrente, alcuni documenti che essa ha potuto consultare
         sarebbero incompleti. Infine, l’esame del fascicolo non le avrebbe permesso di distinguere i documenti considerati riservati
         da quelli che non lo erano, né di discernere i criteri impiegati a tal fine.
      
      72      Innanzi tutto, la ricorrente sostiene che non le sono stati comunicati i seguenti documenti del fascicolo: 1) le relazioni
         integrali delle missioni dell’UCLAF in Turchia; 2) la totalità della corrispondenza scambiata dall’UCLAF e dalla Commissione
         con la Rappresentanza permanente turca e con le autorità competenti in Turchia; 3) la totalità della corrispondenza tra la
         Commissione e/o l’UCLAF e le autorità doganali nazionali, in particolare le autorità doganali italiane, e 4) i verbali delle
         riunioni del comitato di cooperazione doganale relativi ai certificati A.TR.1 giudicati irregolari o falsi nell’ambito dell’esportazione
         di succhi di frutta concentrati e di altre merci originarie della Turchia. 
      
      73      Peraltro, nella sua replica, la ricorrente sostiene di non aver potuto raccogliere informazioni sulla missione svolta dall’UCLAF
         in Turchia nell’ottobre 1998, alla quale la Commissione fa riferimento al punto 32 della decisione impugnata. Secondo la ricorrente,
         dalla consultazione del fascicolo emerge solo che il 13 e il 14 ottobre 1998 c’è stata una riunione dell’UCLAF con la Rappresentanza
         permanente turca, essendo tale riunione menzionata in una lettera dell’UCLAF del 21 ottobre 1998. La ricorrente afferma di
         non avere preso visione neppure delle lettere dell’UCLAF indirizzate alla Rappresentanza permanente turca, datate 1º e 9 dicembre 1998
         e menzionate dalla Commissione nel suo controricorso. 
      
      74      La ricorrente sostiene che i documenti da essa indicati presentano un nesso non meramente eventuale, ma, al contrario, diretto
         e molto stretto con la questione se i certificati controversi siano realmente falsi o solo irregolari. 
      
      75      In secondo luogo, la ricorrente contesta la tesi della Commissione secondo cui il fatto che il suo mandatario abbia firmato
         un’attestazione con cui dichiara di aver preso visione di tutti documenti relativi alla causa confermerebbe che essa aveva
         potuto consultare tutti i documenti contenuti nel fascicolo. Al riguardo, la ricorrente sottolinea che tale attestazione costituisce
         un modulo predisposto e che, senza conoscere l’insieme dei documenti del fascicolo, la parte che procede alla consultazione
         non può in definitiva ritenersi soddisfatta. Quindi, la ricorrente afferma di essere venuta a conoscenza della detta dichiarazione,
         contenente l’elenco di documenti REC 10/01 ed allegata al controricorso della Commissione, solo nel momento in cui ha preso
         visione di tale allegato. 
      
      76      In terzo luogo, la ricorrente afferma che alcuni documenti da essa consultati erano incompleti e, quindi, che essa non ha
         avuto accesso alla totalità dei documenti allegati alla detta dichiarazione. Pertanto, la ricorrente contesta l’affermazione
         della Commissione secondo cui essa avrebbe potuto consultare l’integralità delle relazioni di missione dell’UCLAF in Turchia
         e dichiara di avere solo potuto prendere visione dei documenti relativi alle relazioni di missione del 9 e del 23 dicembre 1998,
         composte di due o tre pagine. 
      
      77      In quarto luogo, nella sua replica, la ricorrente contesta l’argomento della Commissione in base al quale essa non avrebbe,
         in ogni caso, il diritto di consultare alcuni documenti, tra i quali le relazioni di missione dell’UCLAF, essendo questi riservati.
         La ricorrente sostiene che non solo tali relazioni non sono riservate, non avendo del resto la Commissione dimostrato il loro
         carattere confidenziale, ma anche che relazioni simili sono state messe a disposizione ai fini di consultazione nell’ambito
         di analoghi procedimenti dinanzi al Tribunale. 
      
      78      La non riservatezza delle relazioni d’indagine deriverebbe dalle disposizioni del regolamento n. 1073/1999. Secondo la ricorrente,
         ai sensi dell’art. 9, n. 2, del detto regolamento, le relazioni d’indagine costituiscono elementi di prova nei procedimenti
         amministrativi o giudiziari dello Stato membro nel quale risulti necessario avvalersene al medesimo titolo e alle medesime
         condizioni delle relazioni amministrative redatte dagli ispettori amministrativi nazionali, e lo stesso dovrebbe valere, a
         fortiori, per i procedimenti avviati dinanzi ai giudici comunitari.
      
      79      Infine, la ricorrente dichiara di aver presentato, con lettera del 20 giugno 2003, una nuova domanda di consultazione del
         fascicolo, conformemente all’art. 255 CE, successivamente all’introduzione del presente ricorso. Tuttavia, in seguito alla
         risposta scritta della Commissione, in data 10 luglio 2003, essa non avrebbe consultato il fascicolo per la ragione che la
         Commissione avrebbe dichiarato che tale consultazione avrebbe riguardato esclusivamente documenti già esaminati dalla ricorrente,
         tra i quali, in particolare, i documenti relativi alle relazioni di missione dell’UCLAF. 
      
      80      La Commissione respinge in sostanza gli argomenti della ricorrente. 
      
      81      Innanzi tutto, essa fa valere che la decisione impugnata si fonda esclusivamente su elementi che la ricorrente ha avuto modo
         di esaminare, che figuravano già nelle osservazioni provvisorie della Commissione esposte nella lettera di quest’ultima datata
         25 luglio 2002. Inoltre, la Commissione fa valere che, il 6 agosto 2002, la ricorrente ha avuto accesso al fascicolo sul quale
         si è fondata l’adozione della decisione impugnata e che essa ha espressamente riconosciuto, tramite una conferma scritta,
         di aver potuto consultare tutti i documenti che presentavano un nesso diretto o indiretto con il fascicolo. La Commissione
         afferma che l’elenco di documenti ai quali la ricorrente ha avuto accesso include le relazioni di missione dell’UCLAF, l’ampia
         corrispondenza tra l’UCLAF e le varie autorità turche, nonché la corrispondenza intercorsa tra la Commissione e/o l’UCLAF
         e le autorità doganali nazionali. 
      
      82      Nella sua controreplica, la Commissione contesta l’affermazione della ricorrente secondo cui il fascicolo da essa consultato
         il 6 agosto 2002 non conteneva le relazioni di missione dell’UCLAF, ma solo documenti ad esse relativi. La Commissione sostiene
         che, nel caso dei documenti in questione, si tratta effettivamente delle brevi relazioni originali redatte dall’UCLAF, in
         data 9 dicembre 1998 (n. 8279) e 23 dicembre 1998 (n. 8673), e non di mere dichiarazioni riassuntive. 
      
      83      In secondo luogo, la Commissione ricorda che non è richiesto che la Commissione dia accesso, di propria iniziativa, all’insieme
         dei «documenti contestuali» [Kontext-Dokumente] che presentano un nesso solo eventuale con il caso di specie, ma che, piuttosto,
         incombe all’interessato chiedere, se del caso, di poter consultare tali documenti conformemente all’art. 255 CE. 
      
      84      Nella fattispecie, i documenti che la ricorrente non ha potuto consultare costituirebbero «documenti contestuali». Orbene,
         la Commissione sottolinea che la nuova domanda di consultazione del fascicolo presentata dalla ricorrente il 20 giugno 2003,
         ossia dopo l’adozione della decisione impugnata, e accettata con lettera del 10 luglio 2003, non può avere alcuna incidenza
         dal punto di vista giuridico. Infatti, non solo la ricorrente non avrebbe dato seguito a tale domanda, ma, ad ogni modo, una
         domanda presentata dopo la conclusione di un procedimento amministrativo e in pendenza di una causa non potrebbe, a priori,
         implicare una lesione dei diritti procedurali nel procedimento amministrativo anteriore a tale domanda. 
      
      85      In terzo luogo, la Commissione sostiene che, ad ogni modo, i documenti in questione, essendo riservati, non sono oggetto del
         diritto di accesso al fascicolo. Al riguardo, la Commissione ricorda che il diritto di accesso al fascicolo non include la
         consultazione dei documenti riservati, quali le relazioni dell’UCLAF o dell’OLAF, la corrispondenza scambiata dalla Commissione
         con i paesi terzi e i verbali di riunioni a cui hanno partecipato parsi terzi, nonché la corrispondenza intercorsa tra la
         Commissione e le autorità degli Stati membri.
      
      86      Peraltro, la Commissione contesta la pertinenza dell’interpretazione dell’art. 9, n. 2, del regolamento n. 1073/1999, suggerita
         dalla ricorrente. Secondo la Commissione, tale disposizione fa riferimento alla relazione finale redatta dall’UCLAF ai sensi
         dell’art. 9, n. 1, del regolamento, mentre l’art. 8 del regolamento verte sulla riservatezza e sulla tutela dei dati contenuti
         nei documenti adottati dall’OLAF. 
      
      2.     Giudizio del Tribunale
      87      In via preliminare, occorre ricordare che il rispetto del diritto al contraddittorio dev’essere garantito nell’ambito dei
         procedimenti di sgravio di dazi all’importazione, tenuto conto in particolare del potere discrezionale di cui dispone la Commissione
         quando adotta una decisione in applicazione della clausola generale di equità prevista dall’art. 239 del CDC (sentenze del
         Tribunale 10 maggio 2001, cause riunite T‑186/97, T‑187/97, da T‑190/97 a T‑192/97, T‑210/97, T‑211/97, da T‑216/97 a T‑218/97, T‑279/97, T‑280/97, T‑293/97 e T‑147/99, Kaufring e a./Commissione, detta «Televisori turchi», Racc. pag. II‑1337, punto 152, e 27 febbraio 2003, causa T‑329/00, Bonn Fleisch Ex- und Import/Commissione, Racc. pag. II‑287, punto 45). 
      
      88      Tuttavia, occorre anche ricordare che, in tale ambito, il principio del rispetto dei diritti della difesa implica unicamente
         che l’interessato possa illustrare utilmente le proprie opinioni sugli elementi, ivi compresi i documenti che la Commissione,
         nel fondare la propria decisione, abbia contestato all’interessato medesimo. Tale principio non esige pertanto che la Commissione
         consenta, di propria iniziativa, l’accesso a tutti i documenti eventualmente connessi con il caso di specie sottoposto al
         suo esame nell’ambito di una domanda di sgravio. Incombe all’interessato, ove ritenga che tali documenti siano utili al fine
         di dimostrare l’esistenza di una situazione particolare e/o la mancanza di negligenza manifesta o di manovra fraudolenta da
         parte sua, chiedere l’accesso ai documenti stessi ai sensi delle disposizioni emanate dalle istituzioni sulla base dell’art. 255 CE
         (sentenze del Tribunale 11 luglio 2002, causa T-205/99, Hyper/Commissione, Racc. pag. II-3141, punto 63, e Bonn Fleisch Ex- und Import/Commissione, cit., punto 46).
      
      89      Si deve inoltre ricordare che, per quanto attiene al procedimento amministrativo in materia di sgravio di dazi doganali, il
         Tribunale ha chiaramente precisato che è su richiesta della parte interessata che la convenuta è tenuta a consentire l’accesso
         a tutti i documenti amministrativi non riservati relativi alla decisione impugnata. In mancanza di una domanda in tal senso,
         non vi è quindi accesso automatico ai documenti in possesso della Commissione (sentenze del Tribunale 19 febbraio 1998, causa T‑42/96, Eyckeler & Malt/Commissione, Racc. pag. II‑401, punto 81; 17 settembre 1998, causa T‑50/96, Primex Produkte Import-Export e a./Commissione, Racc. pag. II‑3773, punto 64, e Bonn Fleisch Ex- und Import/Commissione,
         cit., punto 46).
      
      90      È alla luce di tali principi che occorre esaminare il motivo relativo ad una violazione dei diritti della difesa.
      
      91      È giocoforza constatare che nel suo ricorso la ricorrente riconosce esplicitamente di aver preso visione di tutti i documenti
         sui quali la Commissione ha fondato la sua decisione. Tuttavia essa non avrebbe potuto consultare taluni documenti di importanza
         decisiva ai fini della valutazione globale della situazione da parte della Commissione. Al riguardo, essa dichiara che i documenti
         che le sono stati trasmessi nell’ambito della consultazione del fascicolo sono incompleti. Infatti, la ricorrente afferma
         di non aver potuto consultare le due relazioni di missione dell’UCLAF del 9 e del 23 dicembre 1998 nella loro interezza, ma
         solo alcune «relazioni relative alle relazioni di missione». Allo stesso modo, essa afferma di non aver potuto consultare
         il rapporto della missione comunitaria del mese di ottobre 1998, menzionata al punto 32 della decisione impugnata, nonché
         le lettere dell’UCLAF del 1º e del 9 dicembre 1998 indirizzate alla Rappresentanza permanente turca, menzionate dalla Commissione
         nel suo controricorso. 
      
      92      Al riguardo, occorre constatare che i documenti ai quali fa riferimento la ricorrente non sono esplicitamente menzionati nella
         decisione impugnata. Ciò non esclude che alcuni di questi documenti abbiano potuto fondare tale decisione. Tuttavia, non si
         può ammettere che lo stesso valga per l’insieme dell’ampia corrispondenza alla quale fa riferimento la ricorrente. Essi costituiscono
         quindi, per lo meno per quanto riguarda un certo numero di essi, documenti che semplicemente attengono al contesto in cui
         si iscrive la causa. 
      
      93      In particolare, non si può affermare, e nessun elemento della decisione impugnata lo lascia supporre, che i verbali delle
         riunioni del comitato di cooperazione doganale relativi ai certificati A.TR.1 giudicati irregolari o falsi nell’ambito dell’esportazione
         di succhi di frutta concentrati e di altre merci originarie della Turchia siano serviti da fondamento alla decisione impugnata.
         La medesima conclusione si impone relativamente a un parere del servizio doganale di Ravenna del 12 giugno 1998, menzionato
         dalla Commissione nel suo controricorso, che la ricorrente sostiene di non aver potuto consultare. 
      
      94      Ad ogni modo, l’omessa trasmissione di documenti che non sono serviti da fondamento alla decisione impugnata è irrilevante,
         dato che siffatti documenti non possono in nessun caso incidere sulla stessa. Pertanto, il presente motivo, nella parte in
         cui verte sulla mancata trasmissione di tali documenti, dev’essere respinto in quanto inconferente. 
      
      95      Invece, la situazione è diversa in caso di mancata comunicazione di documenti di cui la Commissione ha tenuto conto per fondare
         la propria decisione. 
      
      96      Nell’ambito dell’esame di tali documenti, si deve ricordare che, nel caso di specie, con lettera del 25 luglio 2002, la Commissione
         ha comunicato alla ricorrente la sua analisi provvisoria secondo cui non erano riunite le condizioni per riconoscere uno sgravio
         dei dazi all’importazione. È quindi pacifico che, con tale lettera della Commissione, la ricorrente è stata messa in grado,
         prima dell’adozione della decisione impugnata, di prendere posizione e di rendere noto il suo punto di vista sugli elementi
         che giustificavano, secondo la Commissione, il rigetto della domanda di sgravio. 
      
      97      Del resto la ricorrente non contesta tale allegazione, ma sostiene che il principio del rispetto dei diritti della difesa
         è stato violato nella misura in cui le è stato negato l’accesso ad alcuni documenti sui quali la Commissione aveva fondato
         la sua decisione o, quanto meno, nella misura in cui tali documenti non erano completi. 
      
      98      Tuttavia, è giocoforza constatare che, in seguito alla lettera della Commissione del 25 luglio 2002, il rappresentante della
         ricorrente ha consultato il fascicolo relativo alla decisione impugnata presso i locali della Commissione, il 6 agosto 2002.
         In tale occasione, il detto rappresentante ha firmato una dichiarazione scritta con la quale confermava esplicitamente di
         aver preso visione di tutti i documenti connessi direttamente e indirettamente con il fascicolo controverso. Inoltre, a tale
         dichiarazione è stato allegato un elenco che enumerava tutti i documenti consultati dal detto rappresentante. 
      
      99      Orbene, occorre rilevare che tale elenco menziona le relazioni di missione dell’UCLAF del 9 e del 23 dicembre 1998, recanti,
         rispettivamente, i numeri 8279 e 8673. In risposta ad un quesito scritto del Tribunale, la Commissione ha depositato due relazioni
         recanti gli stessi numeri. In udienza, la Commissione ha comunicato al Tribunale che tali relazioni corrispondevano effettivamente
         alle brevi relazioni complete, da un lato, del 9 dicembre 1998, relativa alla missione eseguita dal 12 al 15 ottobre 1998
         (n. 8279), e, dall’altro, del 23 dicembre 1998, relativa alla missione d’indagine condotta dal 30 novembre al 2 dicembre 1998
         (n. 8673), e che nessun’altra relazione era stata redatta relativamente alle due missioni dell’UCLAF. Il Tribunale dichiara
         che la coincidenza tra i numeri indicati nella prima pagina della relazione ed i numeri riportati nell’elenco allegato alla
         dichiarazione del rappresentante della ricorrente, in data 6 agosto 2002, dimostra che la ricorrente, contrariamente a quanto
         da essa sostenuto, ha avuto accesso alle relazioni di missione. Per quanto riguarda la domanda, presentata dalla ricorrente,
         di accesso al rapporto della missione comunitaria del mese di ottobre 1998, è sufficiente rilevare che un tale rapporto non
         esiste. Infatti, da un lato, come precisato dalla Commissione in udienza, la relazione n. 8279 è la sola relazione redatta
         in riferimento alla missione svolta dal 12 al 15 ottobre 1998 e, dall’altro, la decisione impugnata non contiene nessun riferimento
         ad un tale rapporto.
      
      100    Per quanto riguarda, poi, le lettere dell’UCLAF del 1º dicembre e del 9 dicembre 1998 menzionate dalla ricorrente, si rileva,
         da un lato, che l’elenco dei documenti da essa consultati, datato 6 agosto 2002, fa riferimento alla lettera dell’UCLAF n. 8281,
         datata 9 dicembre 1998, indirizzata alla Rappresentanza permanente turca. Pertanto, occorre constatare che la ricorrente ha
         senz’altro preso visione di tale documento. Dall’altro, per quanto riguarda la lettera del 1º dicembre 1998, la Commissione
         ha precisato, nell’ambito di un quesito scritto del Tribunale, che tale lettera non esisteva e che il riferimento operato
         nel suo controricorso ad una lettera dell’UCLAF del 1º dicembre 1998 costituiva un errore. Al riguardo, si rileva che tale
         precisazione è confermata dall’elenco del 6 agosto 2002, che, per il 1º dicembre 1998, indica solo una lettera del Ministero
         turco della Giustizia indirizzata all’UCLAF. 
      
      101    Quanto alle comunicazioni scambiate dalla Commissione e dall’UCLAF con le autorità turche e le autorità doganali nazionali
         degli Stati membri, è sufficiente rilevare che nessun elemento lascia supporre che la Commissione abbia fondato la decisione
         impugnata su documenti diversi da quelli contenuti nel fascicolo consultato dalla ricorrente il 6 agosto 2002. 
      
      102    Nel corso del procedimento amministrativo la ricorrente non ha presentato nessuna domanda di accesso ad altri elementi del
         fascicolo. Per quanto riguarda la domanda di consultazione presentata dalla ricorrente successivamente all’adozione della
         decisione impugnata e all’introduzione del presente ricorso, è giocoforza constatare che essa non rileva ai fini della valutazione
         di un’eventuale lesione dei diritti della difesa della ricorrente durante il procedimento amministrativo e non può che restare
         senza incidenza alcuna sulla legittimità della detta decisione. Ad ogni modo, si rileva che, con lettera del 10 luglio 2003,
         la Commissione ha comunicato alla ricorrente che quest’ultima era autorizzata a consultare i documenti in questione conformemente
         alla domanda presentata ai sensi dell’art. 255 CE. Orbene, la ricorrente non ha seguito tale invito. 
      
      103    Il primo motivo deve quindi essere respinto. 
      
      B –  Sul secondo motivo, relativo ad una violazione dell’art. 239 del CDC 
      104    Il presente motivo si articola intorno a quattro capi. Il primo capo verte sull’erronea qualifica del certificato di circolazione
         A.TR.1 D 437214. Il secondo e il terzo capo espongono, rispettivamente, i gravi inadempimenti imputati alle autorità turche
         e quelli addebitati alla Commissione. Infine, il quarto capo verte sull’assenza di negligenza manifesta in capo alla ricorrente
         e sulla valutazione dei rischi commerciali. 
      
      1.     1. Sul certificato di circolazione A.TR.1 D 437214
      a)     Argomenti delle parti
      105    La ricorrente afferma che la Commissione ha commesso un errore nella parte controversa della decisione impugnata includendo
         il certificato A.TR.1 D 437214 tra i certificati qualificati come non autentici. Secondo la ricorrente, dagli elementi del
         fascicolo emerge che tale certificato andava considerato semplicemente invalido e, quindi, i relativi dazi all’importazione
         avrebbero dovuto essere rimborsati. Svariati elementi del fascicolo dimostrerebbero che le autorità turche non hanno qualificato
         il certificato D 437214 come non autentico. La ricorrente avrebbe segnalato tale errore alla Commissione con lettera del 17
         dicembre 2002. 
      
      106    Innanzi tutto, la ricorrente fa valere che solo la lettera dell’amministrazione delle dogane turca (Prime Minister, Undersecretariate
         for Customs) dell’8 marzo 1999, indirizzata all’amministrazione doganale italiana, potrebbe avallare la tesi della non autenticità
         del detto certificato. Tuttavia, non vi sarebbe specificato se questo sia irregolare o non autentico, ma solo che esso «non
         è stato rilasciato e vistato dal[l’]ufficio doganale [turco]» (was not issued and endorsed by our customs office). 
      
      107    In secondo luogo, la ricorrente sostiene che tale lettera è stata, però, revocata dalle autorità turche, in particolare con
         la lettera della Rappresentanza permanente turca del 22 aprile 1999, in cui si affermerebbe, in chiari termini, che il certificato
         in questione «non [era] esatto e non [era] stato rilasciato secondo le regole» ([was] not correct and [was] not issued according
         to the rules), ossia che esso era stato rilasciato a torto. 
      
      108    Nella sua replica, la ricorrente rileva che i termini «not correct» indicherebbero, in modo inequivocabile, che il certificato
         in questione era irregolare. L’aggiunta «not issued according to the rules» consentirebbe una sola interpretazione, ossia
         che l’autorità doganale turca ha redatto e rilasciato il detto certificato contravvenendo alle regole in materia di origine
         delle merci in Turchia. Tale tesi sarebbe avallata dalla frase «è stato ritenuto che tali documenti fossero stati rilasciati
         nell’ambito del regime di transito» (it has been understood that these documents had been issued for transit trade), contenuta
         nella stessa lettera. L’autorità doganale turca avrebbe quindi ammesso di avere anche rilasciato certificati di circolazione
         delle merci sotto un regime di transito, ossia per succo di mela concentrato di provenienza dall’Iran, che non sarebbe stato
         trasformato nell’ambito del regime di perfezionamento attivo in Turchia. 
      
      109    In terzo luogo, la ricorrente sottolinea che la lettera del 22 aprile 1999 della Rappresentanza permanente turca menziona,
         oltre al certificato A.TR.1 D 437214, altri due certificati di circolazione delle merci, ossia quelli recanti i numeri di
         riferimento C 982920 e C 982938. La Rappresentanza permanente turca avrebbe stimato che tali certificati «non [erano] esatti
         e non erano stati rilasciati secondo le regole» ([were] not correct and were not issued according to the rules), senza operare
         alcuna distinzione tra di essi. Orbene, la ricorrente avrebbe chiesto il rimborso dei dazi all’importazione relativi a tali
         due certificati. Le autorità doganali italiane li avrebbero qualificati come invalidi ed essi rientrerebbero nel lotto di
         certificati relativamente ai quali la decisione impugnata concede il rimborso dei dazi. La ricorrente afferma quindi di non
         vedere alcun motivo per il quale il certificato D 437214 debba essere oggetto, sul piano giuridico e su quello fattuale, di
         una valutazione diversa da quella formulata per i certificati C 982920 e C 982938. Contrariamente a quanto dichiarato dalla
         Commissione, la lettera del 22 aprile 1999 non apporterebbe alcuna rettifica esplicita alla lettera dell’8 marzo 1999, non
         contenendo alcun espresso riferimento a quest’ultima e limitandosi a menzionare comunicazioni anteriori. 
      
      110    In quarto luogo, la ricorrente sostiene che l’esattezza della sua tesi è anche confermata da una lettera del 10 agosto 1999
         della Rappresentanza permanente turca. Alla pagina 3, sub X, della detta lettera, sarebbe nuovamente confermato che i certificati
         di circolazione delle merci menzionati nella lettera del 22 aprile 1999, ivi incluso il certificato D 437214, sono stati rilasciati
         in regime di transito per succo di mela non originario della Turchia. Tale lettera non affermerebbe invece che i certificati
         menzionati erano non autentici o falsificati. La lettera dell’UCLAF alla Rappresentanza permanente turca del 9 dicembre 1998
         conterrebbe la medesima valutazione, laddove qualifica il certificato A.TR.1 D 437214 come «inesatto» (not correct). 
      
      111    Infine, nella sua replica, la ricorrente contesta la tesi della Commissione secondo cui la lettera dell’amministrazione doganale
         italiana del 24 marzo 2003 confermerebbe la non autenticità del certificato in questione. Secondo la ricorrente, in tale lettera
         le autorità italiane fanno riferimento solo alla lettera dell’amministrazione doganale turca dell’8 marzo 1999, senza però
         commentare la lettera, a sua volta allegata, della Rappresentanza permanente turca del 22 aprile 1999. Inoltre, una lettera
         del Ministero italiano delle Finanze del 18 maggio 1999, contenuta in allegato al fascicolo, verterebbe verosimilmente sulla
         lettera della Rappresentanza permanente turca del 22 aprile 1999 e sul certificato D 437214, dichiarando che si trattava di
         un certificato irregolare. Le autorità doganali italiane avrebbero perfino indirizzato una nuova richiesta di precisazioni
         all’amministrazione doganale turca in merito alla qualifica del certificato D 437214, senza che questa abbia ancora risposto.
         
      
      112    La Commissione sottolinea che, ai sensi alla normativa applicabile nel caso di specie nell’ambito dell’Accordo di associazione,
         spetta alle autorità turche verificare l’autenticità dei certificati di origine turchi. Al riguardo, la Commissione ricorda
         che il Tribunale, nella sua citata sentenza Bonn Fleisch Ex- und Import/Commissione (punto 77), ha statuito che la Commissione
         poteva accettare le dichiarazioni delle autorità spagnole relative alla non autenticità di estratti di certificati d’importazione
         e che nessuna indagine supplementare da parte sua era necessaria a tal riguardo. Secondo la Commissione, se essa può fidarsi
         delle dichiarazioni di autorità di Stati membri relativamente all’autenticità di tali documenti, lo stesso vale, a fortiori,
         per le autorità di un paese terzo, che non è vincolato dal Trattato CE e non è soggetto alle competenze della Commissione
         in materia. 
      
      113    Quindi, la Commissione contesta l’interpretazione data dalla ricorrente alle varie lettere menzionate e sostiene che nessun
         errore può esserle imputato, considerato che il certificato in questione è stato qualificato come falso dalle autorità turche.
         
      
      114    Infatti, la Commissione ritiene che la lettera dell’8 marzo 1999 dell’amministrazione doganale turca vada letta nel senso
         che la qualifica del certificato in questione come falso era dovuta al fatto che esso non era stato rilasciato dalle autorità
         doganali turche. Orbene, secondo la Commissione, le autorità turche non hanno ritrattato in nessun momento e in nessun documento
         la propria dichiarazione dell’8 marzo 1999, secondo cui il certificato di circolazione delle merci in questione non era stato
         rilasciato dai loro servizi. 
      
      115    Innanzi tutto, la Commissione afferma che, nella sua lettera del 22 aprile 1999, la Rappresentanza permanente turca non ha
         ritrattato la dichiarazione precedente, secondo cui il certificato era falso, ma ha solo dichiarato che esso non era esatto
         e non era stato rilasciato secondo la normativa applicabile. 
      
      116    In secondo luogo, la falsificazione del detto certificato sarebbe stata confermata dall’UCLAF, con lettera del 6 maggio 1999,
         nonché dall’amministrazione centrale delle dogane italiana, con lettera del 18 maggio 1999. A tali due lettere fanno riferimento
         le autorità doganali italiane in una comunicazione inviata alla Commissione il 24 gennaio 2003. La ricorrente sarebbe stata
         informata di tali dichiarazioni con lettera del 18 marzo 2003. 
      
      117    In terzo luogo, le autorità doganali italiane, nelle loro lettere del 7 giugno 2002 e del 10 settembre 2003, avrebbero anche
         confermato alla Commissione che l’amministrazione delle dogane turca era giunta alla conclusione che il certificato era stato
         falsificato. 
      
      118    In quarto luogo, la Commissione sostiene che, con lettera del 22 agosto 2003 indirizzata all’amministrazione doganale italiana,
         l’amministrazione delle dogane turca ha, ancora una volta, confermato la sua dichiarazione dell’8 marzo 1999, affermando che
         il detto certificato era falsificato. In essa si preciserebbe, inoltre, che l’ispettore dell’amministrazione doganale turca
         competente in materia aveva riesaminato tale caso e aveva concluso per la falsificazione del detto certificato. 
      
      119    Infine, la Commissione insiste sull’irrilevanza della dichiarazione della ricorrente secondo cui l’amministrazione delle dogane
         turca avrebbe anche rilasciato certificati di circolazione delle merci per un commercio di transito. Secondo la Commissione,
         da un lato, la ricorrente si riferisce a certificati di circolazione delle merci inesatti, i quali non formano l’oggetto del
         presente procedimento. Dall’altro, i certificati inesatti ai quali la ricorrente si riferisce non sarebbero stati rilasciati
         dalle autorità turche per un commercio di transito, ma, al contrario, riguarderebbero le merci provenienti da un commercio
         di transito. 
      
      b)     Giudizio del Tribunale
      120    Per giurisprudenza costante, la determinazione dell’origine delle merci si basa sulla ripartizione delle competenze fra le
         autorità dello Stato d’esportazione e quelle dello Stato d’importazione, nel senso che l’origine viene accertata dalle autorità
         dello Stato d’esportazione, mentre il controllo del funzionamento di tale regime viene garantito dalla collaborazione fra
         le amministrazioni interessate. Questo sistema si spiega con il fatto che le autorità dello Stato esportatore possono più
         agevolmente accertare direttamente i fatti che condizionano l’origine (sentenza della Corte 14 maggio 1996, cause riunite C‑153/94 e C‑204/94, Faroe Seafood e a., Racc. pag. I‑2465, punto 19).
      
      121    Il sistema previsto può funzionare solo qualora l’amministrazione doganale dello Stato importatore accetti le valutazioni
         effettuate legalmente dalle autorità dello Stato esportatore (sentenza Faroe Seafood e a., cit., pag. 20). Il riconoscimento
         di tali decisioni da parte delle amministrazioni doganali degli Stati membri è necessario perché la Comunità possa pretendere,
         a sua volta, dalle autorità degli altri Stati legati nei suoi confronti nell’ambito di regimi di libero scambio, l’osservanza
         delle decisioni adottate dalle autorità doganali degli Stati membri relative all’origine delle merci esportate dalla Comunità
         in tali Stati (sentenza della Corte 12 luglio 1984, causa 218/83, Les Rapides Savoyards, Racc. pag. 3105, punto 27).
      
      122    Nel caso di specie, al fine di determinare se sia a ragione che la Commissione ha concluso per la falsificazione del certificato
         D 437214, occorre esaminare la corrispondenza intercorsa tra questa, le autorità doganali italiane e le competenti autorità
         turche. Al riguardo occorre rilevare che la Commissione si è fondata essenzialmente sulla lettera delle autorità turche dell’8
         marzo 1999, indirizzata al servizio doganale di Ravenna, per quanto riguarda la parte della decisione impugnata relativa ai
         certificati falsificati. 
      
      123    Orbene, tale lettera contiene in allegato l’elenco dei 32 certificati che, secondo le autorità turche, costituiscono falsificazioni
         e tra i quali si trova il certificato D 437214. Al riguardo occorre constatare che i termini impiegati dalle autorità turche
         in tale lettera, secondo cui «i certificati elencati in allegato non sono esatti e non sono stati rilasciati e vistati dal
         nostro ufficio doganale» (the certificates that have been listed in annex are not correct and were not issued and endorsed
         by our customs office), indicano chiaramente che esse erano giunte alla conclusione che i certificati enumerati erano falsificati.
         
      
      124    Tuttavia, si deve rilevare che da una comparazione tra il contenuto della lettera dell’8 marzo 1999 e quello delle comunicazioni
         successive delle autorità turche emergono alcune ambiguità relativamente alla qualifica del certificato D 437214. Infatti,
         la lettera della Rappresentanza permanente turca all’UCLAF del 22 aprile 1999, redatta in inglese, menziona sei certificati,
         tra i quali il certificato in questione, qualificandoli come «inesatti e non conformi alle regole in materia d’origine» (not
         correct and (…) not issued according to the rules). Secondo questa stessa lettera, tali sei certificati sarebbero stati emessi
         per un commercio di transito. 
      
      125    Sembra quindi che la differenza tra le dichiarazioni contenute nella lettera dell’8 marzo 1999 e quelle del 22 aprile 1999
         derivi dall’interpretazione da dare all’espressione «not correct (…) and not issued according to the rules». Anche se la formulazione
         «not correct», ripresa nella lettera dell’UCLAF del 9 dicembre 1998, non risolve la questione di un’eventuale falsificazione,
         ciò nondimeno tale espressione avrebbe potuto essere interpretata nel senso che i certificati in questione non erano falsificati.
         
      
      126    Alla luce di tali ambiguità, il carattere falsificato o semplicemente irregolare del certificato D 437214 non poteva essere
         dedotto con certezza dagli elementi di cui disponeva la Commissione prima dell’adozione della decisione impugnata. Gli argomenti
         della Commissione, fondandosi sul contenuto delle lettere delle autorità italiane del 24 gennaio 2003 e del 7 giugno 2002,
         non inficiano in alcun modo tale conclusione. 
      
      127    Innanzi tutto, la lettera del 24 gennaio 2003 menziona due lettere, ossia una lettera dell’UCLAF del 6 maggio 1999 ed una
         lettera della direzione centrale delle dogane di Roma del 18 maggio 1999. Orbene, è giocoforza constatare che le ultime due
         lettere si fondano sulle affermazioni contenute nella lettera delle autorità turche del 22 aprile 1999. Inoltre, per quanto
         riguarda la lettera del 7 giugno 2002, si rileva che questa si limita ad enumerare i certificati considerati falsificati,
         fondandosi in particolare sulla lettera delle autorità turche dell’8 marzo 1999, senza aggiungervi elementi nuovi. Orbene,
         con lettera del 12 novembre 2001, la ricorrente avrebbe segnalato alla Commissione che dalla lettera della Rappresentanza
         permanente turca del 22 aprile 1999 emergeva che il certificato D 437214 andava qualificato come inesatto e non come falsificato.
         
      
      128    Da quanto precede risulta che, alla luce delle differenze rilevate, la Commissione non era in grado di concludere validamente
         che il certificato D 437214 era stato falsificato prima dell’adozione della decisione impugnata. 
      
      129    Tuttavia, occorre rilevare che, in seguito ad una domanda presentata dalla ricorrente con una lettera del 17 dicembre 2002,
         ossia successivamente all’adozione dell’atto impugnato, la Commissione ha nuovamente interrogato le autorità italiane in merito
         alla qualifica del certificato in questione. Queste hanno ritenuto necessario chiedere delucidazioni ulteriori alle autorità
         turche. Con lettera del 22 agosto 2003, le autorità turche hanno non solo confermato le conclusioni contenute nella loro lettera
         dell’8 marzo 1999, ma hanno anche affermato che il loro ispettore doganale aveva concluso che si trattava di una falsificazione,
         dissipando così tutti i dubbi relativi alla falsificazione del certificato D 437214.
      
      130    È quindi giocoforza constatare che è solo sulla base della conferma contenuta in quest’ultima comunicazione che gli elementi
         del fascicolo amministrativo permettevano alla Commissione di affermare con certezza che il certificato in questione era un
         falso. Di conseguenza, tenuto conto degli elementi summenzionati, all’epoca dell’adozione della decisione impugnata la Commissione
         non poteva validamente rifiutare il rimborso dei dazi doganali relativi alle merci coperte dal certificato D 437214, bensì
         avrebbe dovuto limitarsi a sospendere il detto rimborso. 
      
      131    Tuttavia, tale considerazione non basta, di per sé, ai fini dell’annullamento della decisione impugnata. 
      
      132    Infatti, un ricorrente non ha alcun interesse legittimo all’annullamento per vizio di forma di una decisione nel caso in cui
         l’annullamento della decisione possa solo dar luogo all’adozione di una nuova decisione, identica, nella sostanza, alla decisione
         annullata [v. sentenza del Tribunale 3 dicembre 2003, causa T‑16/02, Audi/UAMI (TDI), Racc. pag. II‑5167, punti 97 e 98 e giurisprudenza ivi citata]. Orbene, nel caso di specie, dal precedente
         punto 129 risulta che il certificato D 437214 dev’essere qualificato come falso. 
      
      133    Pertanto, si rileva che il ricorrente non ha alcun interesse legittimo all’annullamento parziale della decisione impugnata,
         dato che tale annullamento porterebbe solo all’adozione di una nuova decisione identica nel merito. Pertanto, il presente
         capo del secondo motivo dev’essere respinto in quanto inconferente. 
      
      2.     Sugli inadempimenti imputabili alle autorità turche
      134    In sostanza, la ricorrente sostiene che le autorità turche hanno commesso una grave violazione degli obblighi ad esse incombenti
         in forza dell’Accordo di associazione e delle sue disposizioni complementari. Infatti, esse non avrebbero solo dissimulato
         la verità qualificando i 32 certificati controversi come falsi, ma avrebbero anche sistematicamente adottato comportamenti
         illeciti rilasciando certificati di circolazione per merci non originarie della Turchia. Secondo la ricorrente, il regime
         preferenziale previsto dall’Accordo di associazione è stato eluso allo scopo di esportare nell’Unione europea, a tassi preferenziali,
         rilevanti quantità di merci originarie di paesi terzi, presentandole come prodotti turchi grazie alla compilazione di certificati
         di circolazione delle merci. Tale politica emergerebbe chiaramente dal ritmo, assai elevato, di crescita delle importazioni
         ed esportazioni turche dal 1993 al 1996. Nel caso di specie, i certificati controversi costituirebbero documenti autentici,
         essendo stati registrati e rilasciati dall’ufficio doganale di Mersin (Turchia). 
      
      135    La Commissione respinge in sostanza gli argomenti della ricorrente e sostiene che tutto il ricorso si fonda sull’affermazione
         secondo cui i 32 certificati controversi non costituiscono falsificazioni, ma, al contrario, sarebbero stati rilasciati dalle
         autorità doganali turche di Mersin, che avrebbero rilasciato dichiarazioni mendaci in merito ad essi. Tuttavia, secondo la
         Commissione, la ricorrente non è in grado di fornire la minima prova a sostegno di tale tesi, peraltro smentita dalle dichiarazioni
         chiare e circostanziate delle autorità turche. 
      
      a)     Sui facsimile dei timbri e delle firme
       Argomenti delle parti
      136    Innanzi tutto, la ricorrente sostiene che le impronte dei timbri e le firme apposte sui certificati controversi dimostrano
         che essi sono stati verosimilmente rilasciati ed autenticati dalle autorità turche. 
      
      137    Secondo la ricorrente, l’amministrazione centrale turca delle dogane ha confermato di aver inviato alla Commissione i facsimile
         delle impronte dei timbri, i quali sono stati inoltrati a tutte le autorità doganali nazionali della Comunità prima del 1995.
         A sostegno di tale affermazione, la ricorrente adduce che il Ministero italiano delle Finanze le ha permesso di fotocopiare
         cinque documenti, di cui disporrebbe anche la Commissione, che attestano che le autorità turche avevano trasmesso alle autorità
         italiane e alla Commissione le copie dei facsimile in questione.
      
      138    Orbene, le autorità doganali italiane, che disporrebbero quindi di copie dei timbri originali, avrebbero proceduto a comparazioni
         con i timbri e le firme apposti sui certificati controversi e li avrebbero ciò nondimeno accettati. Inoltre, le copie dei
         certificati controversi, considerati non autentici o falsificati, non sarebbero distinguibili da altri certificati qualificati
         come regolari. Peraltro, i timbri apposti sui certificati, o perlomeno sulle copie, sarebbero, in parte, stampati male e appena
         leggibili. Orbene, i servizi doganali di Mersin avrebbero confermato alla ricorrente che i timbri da essi utilizzati erano
         appena leggibili. 
      
      139    In secondo luogo, la ricorrente afferma che l’obbligo, per le autorità turche, di trasmettere alla Commissione i facsimile
         delle impronte dei timbri e delle firme utilizzati dai loro uffici doganali per vistare i certificati di trasporto delle merci
         deriva sia dal regime preferenziale istituito con la Repubblica di Turchia, sia dall’art. 93 del regolamento d’applicazione
         del CDC. Contrariamente alla tesi della Commissione, l’art. 4 della decisione n. 1/96 opererebbe un rinvio all’art. 93 del
         regolamento d’applicazione del CDC e lo adatterebbe ove i termini «modulo A» ivi impiegati venissero sostituiti dai termini
         «A.TR.1». Non sarebbe quindi necessario prevedere espressamente l’obbligo di comunicazione dei facsimile nelle decisioni del
         Consiglio di associazione. La Commissione avrebbe torto nel sostenere che, per quanto riguarda le norme in materia di origine,
         il rinvio all’Accordo di associazione ed alle disposizioni rilevanti del Consiglio di associazione operato dall’art. 27, lett.
         a), e dall’art. 20, n. 3, lett. d), del CDC esclude l’obbligo di trasmettere i detti facsimile. 
      
      140    Inoltre, l’obbligo di comunicare i facsimile varrebbe non solo per i certificati rilasciati secondo la procedura semplificata
         prevista dall’art. 12, n. 5, della decisione n. 1/96, ma sarebbe imposto in via generale e costituirebbe la base del controllo
         sull’autentiticità e sulla regolarità dei detti certificati. Tale obbligo deriverebbe anche dall’art. 26 della decisione n. 1/95,
         relativo al miglioramento progressivo del regime preferenziale per gli scambi di prodotti agricoli. 
      
      141    All’argomento della Commissione secondo cui, non essendo la Repubblica di Turchia membro della Comunità, rientrerebbe nel
         suo potere sovrano di imporre o meno un tale obbligo di comunicazione, la ricorrente controbatte che vi sono altri Stati sovrani
         con cui è stata convenuta la comunicazione dei timbri e delle firme nell’ambito della cooperazione amministrativa. La ricorrente
         cita, a titolo di esempio, l’accordo euromediterraneo concluso con lo Stato d’Israele il 21 giugno 2000 (GU L 147, pag. 1).
      
      142    Infine, la ricorrente sottolinea che, se, nell’ambito dei certificati che erano stati emessi in applicazione dell’Accordo
         generale sulle tariffe doganali e sul commercio (GATT) del 1994, l’obbligo di trasmettere alla Commissione i timbri e le firme
         dell’autorità doganale nazionale esiste perfino all’interno dell’Unione europea, con la sua unione doganale ed un mercato
         agricolo comune, esso dovrebbe, a fortiori, valere, sulla base delle disposizioni summenzionate, nelle relazioni tra la Comunità
         e la Repubblica di Turchia. 
      
      143    La Commissione afferma, innanzi tutto, che le autorità turche non erano tenute a trasmetterle i facsimile dei timbri e delle
         firme usati nei loro uffici doganali. Secondo la Commissione, l’art. 93 del regolamento d’applicazione del CDC non è applicabile
         nella fattispecie, in quanto, da un lato, esso riguarda solo i formulari APR ed i certificati d’origine «modulo A», relativi
         solo all’importazione di merci provenienti da paesi in via di sviluppo e, dall’altro, l’art. 20 del CDC non lo dichiara applicabile,
         per analogia, nell’ambito dell’Accordo di associazione. 
      
      144    Inoltre, la Commissione sostiene che nemmeno l’art. 28, n. 4, del regolamento (CEE) 16 novembre 1988, n. 3719, che stabilisce
         le modalità comuni d’applicazione del regime dei titoli d’importazione, di esportazione e di fissazione anticipata relativi
         ai prodotti agricoli (GU L 331, pag. 1), quale interpretato nella citata sentenza Bonn Fleisch Ex- und Import/Commissione,
         impone un tale obbligo di comunicazione, in quanto l’art. 1 del detto regolamento ne limiterebbe l’ambito di applicazione.
         Infatti, l’unione doganale e/o l’Accordo di associazione non vi sarebbero menzionati, mentre le decisioni del Consiglio di
         associazione e/o i regolamenti della Comunità che li approvano non dichiarerebbero che il regolamento n. 3719/88 è applicabile
         per analogia a tale ambito. 
      
      145    Peraltro, la Commissione ritiene che l’analogia con la convenzione mediterranea tra l’Unione europea e lo Stato d’Israele
         non permetta di concludere per l’applicabilità dell’art. 93 del regolamento d’applicazione del CDC. Infatti, a ciò osterebbe
         la formulazione esplicita dell’Accordo di associazione e delle decisioni del Consiglio di associazione.
      
      146    Inoltre, la Commissione sostiene che la ricorrente non tiene in debita considerazione il fatto che, ai sensi del regime previsto
         dall’Accordo di associazione, il controllo e la constatazione eventuali del carattere non autentico dei certificati di circolazione
         delle merci A.TR.1 spettano alle competenti autorità turche e non alle istituzioni comunitarie. Orbene, secondo la Commissione,
         le autorità turche hanno chiaramente dichiarato a più riprese, e in particolare nella summenzionata lettera dell’8 marzo 1999,
         che i 32 certificati controversi non erano autentici, in quanto falsificati. Pertanto, le supposizioni della ricorrente relativamente
         all’autenticità dei certificati controversi sarebbero prive di rilevanza. 
      
      147    Infine, alle affermazioni della ricorrente circa la vetustà dei timbri e la scarsa leggibilità delle loro impronte la Commissione
         controbatte che ciò non implica necessariamente che i timbri usati dalle autorità turche sull’originale fossero vetusti o
         illeggibili, in quanto la ricorrente fa riferimento alle copie. Inoltre, la vetustà dei timbri ed il grado di leggibilità
         delle loro impronte non costituirebbero assolutamente indizi del fatto che i certificati in questione siano stati rilasciati
         dalle autorità turche. 
      
       Giudizio del Tribunale
      –       Osservazioni preliminari
      148    In via preliminare occorre rilevare che, per giurisprudenza consolidata, al fine di valutare l’esistenza di inadempimenti
         da parte delle autorità di paesi terzi e/o della Commissione, idonei ad integrare situazioni particolari ai sensi dell’art. 239
         del CDC, occorre esaminare, caso per caso, la natura effettiva degli obblighi incombenti, rispettivamente, alle autorità medesime
         e alla Commissione sulla base della normativa pertinente (sentenza Hyper/Commissione, cit., punto 117).
      
      149    A tale titolo, si rileva che l’argomento della ricorrente si fonda sostanzialmente sulla tesi secondo cui le autorità turche
         hanno effettivamente rilasciato e vistato i certificati controversi. I vari inadempimenti addebitati dalla ricorrente alle
         autorità turche costituirebbero indizi della fondatezza della sua tesi. Quindi, la ricorrente sostiene che la situazione particolare
         in cui si trovava risulta dall’insieme delle circostanze del caso di specie, ed in particolare da quelle relative agli inadempimenti
         da essa imputati alle autorità turche. 
      
      –       Nel merito
      150    Per quanto riguarda gli inadempimenti relativi ai timbri e alle firme imputati alle autorità turche, occorre rilevare che
         gli argomenti della ricorrente aventi ad oggetto l’asserita originalità dei timbri e delle firme apposti sui certificati controversi
         sono privi di rilevanza. Infatti, l’accertamento del carattere originale o falsificato dei documenti emessi dalle autorità
         spetta esclusivamente a queste ultime, come ricordato ai precedenti punti 120 e 121. Orbene, nel caso di specie le autorità
         turche hanno concluso per la natura falsificata dei certificati controversi. Pertanto, anche ammettendo che i timbri originali
         di cui disponevano le autorità doganali di Mersin fossero poco leggibili, il fatto che i timbri apposti sui certificati controversi
         siano parimenti poco leggibili è irrilevante. Un’identica conclusione s’impone per quanto riguarda gli argomenti della ricorrente
         relativi alla somiglianza tra le copie dei certificati controversi in suo possesso e dei certificati non falsificati. 
      
      151    Infine, occorre anche respingere l’argomento della ricorrente secondo cui il fatto che le autorità doganali italiane abbiano
         paragonato le impronte dei timbri di cui disponevano con i certificati controversi prima di accettarli permetterebbe di concludere
         per l’autenticità degli stessi. Infatti, per giurisprudenza costante, il debitore non può nutrire un legittimo affidamento
         quanto alla validità dei certificati per il fatto che essi siano stati ritenuti inizialmente veritieri dalle autorità doganali
         di uno Stato membro, dato che le operazioni effettuate dai detti uffici nell’ambito dell’accettazione iniziale delle dichiarazioni
         non ostano affatto all’esercizio di controlli successivi (v. sentenza Faroe Seafood e a., cit., punto 93, e la giurisprudenza
         ivi citata). 
      
      152    Di conseguenza, gli argomenti della ricorrente al riguardo, non consentendole di dimostrare l’esistenza di giustificazioni
         atte a configurare una situazione particolare, devono essere respinti.
      
      b)     Sulla registrazione dei certificati da parte delle autorità turche
       Argomenti delle parti
      153    La ricorrente sostiene che l’autenticità dei certificati controversi è confermata dal fatto che essi sono stati ufficialmente
         registrati. Al riguardo, la ricorrente afferma che l’ufficio doganale di Mersin possiede un registro recante i numeri di registrazione
         dei 32 certificati controversi. A sostegno di tale affermazione, la ricorrente fa valere che suoi mandatari hanno preso visione
         di tali registri alla dogana di Mersin e hanno chiesto a un funzionario turco presso tale ufficio doganale di fornirne una
         copia. Questi, benché inizialmente disponibile ad accogliere la richiesta, avrebbe poi rifiutato in seguito a minacce. 
      
      154    Relativamente all’obbligo, incombente alle autorità turche, di registrare i numeri dei certificati A.TR.1 in registri doganali,
         la ricorrente respinge l’argomento della Commissione secondo cui ciò non sarebbe imposto da nessuna decisione del Consiglio
         di associazione. Secondo la ricorrente, una tale registrazione costituisce una questione interna all’ordinamento giuridico
         turco, e sarebbe così ovvia da rendere superflua una decisione del Consiglio di associazione. 
      
      155    Ciò nondimeno, una buona reciproca assistenza esigerebbe non solo la registrazione dei certificati A.TR.1, ma anche la loro
         archiviazione in Turchia. Al riguardo, la ricorrente rinvia all’art. 7, n. 2, dell’allegato 7 alla decisione n. 1/95, ai sensi
         del quale le domande di assistenza vengono trattate conformemente alle disposizioni legislative della parte contraente interpellata.
         Tale disposizione obbligherebbe anche le autorità doganali turche a registrare i certificati da esse rilasciati trascrivendo
         per lo meno i dati che devono essere indicati nella casella 12 degli A.TR.1. In assenza di una registrazione dei certificati,
         sarebbe assolutamente impossibile fornire le informazioni relative alla loro autenticità e regolarità. Pertanto, tale registrazione
         rappresenterebbe il fondamento principale di una cooperazione tra le amministrazioni turche e quelle comunitarie nell’ambito
         del regime preferenziale. 
      
      156    Inoltre, secondo la ricorrente, l’art. 8, n. 1, della decisione n. 1/96 prescrive che il certificato di circolazione delle
         merci A.TR.1 sia vistato dalle autorità doganali dello Stato di esportazione. Ai sensi dell’allegato II, punto II, n. 12,
         della decisione n. 1/96, la casella 12 andrebbe completata dall’autorità competente. Nel caso concreto, la casella 12 di ciascuno
         dei 32 A.TR.1 controversi riporterebbe non solo un timbro accompagnato da una firma, ma anche uno speciale numero di registrazione
         per una data precisa, il quale dev’essere riportato in un registro tenuto dall’autorità doganale competente. 
      
      157    Infine, la ricorrente fa valere che da un esame dei 32 certificati controversi risulta che essi corrispondono ai modelli legali
         vigenti (art. 10, n. 2, secondo comma, e allegato 1 della decisione n. 1/96). Nel caso di specie, nel loro margine inferiore
         sinistro, essi farebbero riferimento ad una tipografia autorizzata e recherebbero il nome, l’indirizzo ed un marchio distintivo
         della stessa, nonché un numero di serie, che ne permettono l’identificazione. Per quanto riguarda l’argomento della Commissione
         secondo cui falsari avrebbero potuto riprodurre quanto più fedelmente possibile i numeri di certificati originali, la ricorrente
         afferma che si tratta di una pura speculazione. 
      
      158    La Commissione evidenzia, in via preliminare, che né l’Accordo di associazione né le decisioni del Consiglio di associazione
         prevedevano la tenuta di registri per l’iscrizione dei certificati doganali. 
      
      159    Inoltre, anche ammettendo che tali registri esistano, si potrebbe immaginare che le autorità doganali turche abbiano rilasciato
         alla ricorrente 32 certificati A.TR.1 per lotti diversi dalle forniture controverse. Sarebbe quindi possibile che falsari
         abbiano riprodotto 32 certificati autentici che non riguardavano le forniture controverse alla ricorrente, al fine di utilizzarli
         in seguito per queste ultime. 
      
      160    Infine, la Commissione sostiene che l’affermazione della ricorrente secondo cui i certificati falsificati corrispondono ai
         modelli legali è irrilevante, essendo questi generalmente noti. Quanto alla dichiarazione secondo cui i certificati controversi
         recavano anche il nome, l’indirizzo, le caratteristiche ed il numero di serie della tipografia autorizzata in Turchia, la
         Commissione fa valere che soli alcuni dei 32 certificati controversi contengono tali indicazioni e che è difficile stabilire
         con certezza se tali diciture stampate corrispondano effettivamente alle caratteristiche delle tipografie o se si tratti solo
         di dati di fantasia. Al riguardo, la Commissione evidenzia che, anche supponendo che si trattasse di dati relativi a tipografie
         autorizzate, si potrebbe ciò nondimeno anche supporre che un numero sufficientemente elevato di certificati autentici provenienti
         da tipografie autorizzate era in circolazione, il che avrebbe permesso ad un falsario di procurarsene un esemplare o una copia
         al fine di produrre un falso. 
      
       Giudizio del Tribunale
      161    Per quanto riguarda la registrazione dei certificati da parte delle autorità turche, occorre rilevare che né l’Accordo di
         associazione né le sue disposizioni d’applicazione prevedono esplicitamente la tenuta di tali registri. Ciò nonostante, l’allegato
         II, punto II, n. 12, della decisione n. 1/96 prevede l’iscrizione, nella casella 12 dei certificati A.TR.1, del numero del
         documento. Inoltre, l’art. 13 della stessa decisione dispone che in caso di frazionamento dei certificati, la casella 12 dell’estratto
         indichi, in particolare, il numero di registrazione del certificato iniziale. È quindi possibile che i certificati A.TR.1
         siano registrati dalle autorità del rilascio, nonostante la ricorrente non fornisca alcun elemento di prova circa l’esistenza
         di tali registri.
      
      162    Occorre però rilevare che, anche qualora si ammettesse che i numeri indicati nella casella 12 dei certificati controversi
         siano riportati nei registri degli uffici doganali turchi, ciò non implicherebbe l’autenticità dei certificati. Infatti, come
         giustamente rilevato dalla Commissione, i falsari avrebbero tutto l’interesse ad utilizzare per i certificati falsificati
         un numero di registrazione corrispondente ad un certificato regolare. 
      
      163    Orbene, la ricorrente non adduce alcun elemento di prova che permetta di stabilire che i numeri iscritti in tali registri
         corrispondano ai certificati controversi. Essa si limita ad affermare che i suoi rappresentanti hanno constatato l’esistenza
         di tali registri ed offre di ricorrere alla loro testimonianza. 
      
      164    Ne consegue che gli argomenti della ricorrente sono privi di rilevanza e devono quindi essere respinti. 
      
      c)     Sul concorso delle autorità doganali turche
       Argomenti delle parti
      165    La ricorrente sostiene che sarebbe stato impossibile ottenere un certificato A.TR.1 di accompagnamento delle merci in questione
         senza il concorso delle autorità doganali turche. Infatti, la legislazione rilevante avrebbe ampiamente previsto il rischio
         di un utilizzo abusivo dei certificati A.TR.1: oltre alla convalida – con concomitante registrazione – di tali certificati
         da parte delle autorità doganali dello Stato esportatore, sarebbe anche previsto un controllo delle merci da essi coperte
         al fine di garantirne la reale esportazione. I certificati A.TR.1 sarebbero tenuti a disposizione dell’esportatore fino all’esportazione
         ed un certificato potrebbe essere vistato dopo l’esportazione solo in via eccezionale (v. art. 8, n. 1, della decisione n. 1/96,
         nonché art. 4, n. 1, della decisione n. 5/72). Tali disposizioni garantirebbero all’autorità doganale competente la possibilità,
         una volta che il certificato A.TR.1 è stato messo a disposizione dell’esportatore, di verificare se questo corrisponda all’origine
         delle merci. 
      
      166    La Commissione ribatte che gli argomenti della ricorrente relativi al concorso delle autorità turche nel rilascio dei certificati
         controversi sono irrilevanti. La Commissione sottolinea che è pacifico che la normativa legale debba escludere la presentazione
         di certificati A.TR.1 per prodotti non originari della Turchia. Nel presente caso, la presentazione di certificati A.TR.1
         per le esportazioni controverse non indicherebbe che vi sia stata collusione con le autorità doganali turche. 
      
       Giudizio del Tribunale
      167    Per quanto riguarda l’argomento relativo al concorso delle autorità turche, è sufficiente ricordare che i certificati controversi
         si sono rivelati dei falsi. Orbene, la presentazione di documenti che si rivelano falsi non consente, di per sé, di concludere
         per una collusione tra gli esportatori e le autorità doganali che li hanno rilasciati. 
      
      168    Tale argomento è quindi privo di qualsiasi fondamento e deve pertanto essere respinto.
      
      d)     Sulla violazione delle norme in materia di assistenza amministrativa
       Argomenti delle parti
      169    La ricorrente sostiene innanzi tutto che le autorità doganali turche sono soggette ad un obbligo di assistenza amministrativa
         ai sensi delle disposizioni d’applicazione dell’Accordo di associazione. Al riguardo, la ricorrente invoca l’art. 15 della
         decisione n. 1/96 nonché l’art. 26 e l’allegato 7 della decisione n. 1/95. Per quanto riguarda l’argomento della Commissione
         secondo cui le decisioni nn. 1/95 e 1/96 si applicherebbero solo a partire dal 31 dicembre 1995, la ricorrente afferma, da
         un lato, che il regime di assistenza amministrativa si applicava già in forza delle decisioni precedenti e, dall’altro, che
         le decisioni nn. 1/95 e 1/96 sanciscono, in merito, un diritto formale che si applica anche per il passato. 
      
      170    Orbene, nel caso di specie le autorità doganali turche avrebbero violato l’obbligo di apportare un contributo rapido ed efficace
         all’indagine relativa ai certificati di circolazione e, in particolare, l’obbligo ad esse incombente di comunicare rapidamente
         informazioni esatte relativamente all’autenticità dei certificati controversi. Tali violazioni giustificherebbero la conclusione
         circa l’elevata probabilità di una loro partecipazione nella compilazione degli stessi.
      
      171    Inoltre, la ricorrente illustra i principi che le autorità turche sembrano avere seguito al fine di qualificare un certificato
         A.TR.1 come irregolare o falso. Orbene, i certificati relativi a concentrati di succo di frutta originari di paesi terzi,
         trasformati in Turchia nell’ambito del regime di perfezionamento e poi esportati, sarebbero stati considerati irregolari,
         in quanto vistati a torto. Invece, i certificati A.TR.1 rilasciati per succo di frutta concentrato, soggetto in Turchia ad
         un regime di commercio di transito (Transit-Trade-Regime) sarebbero stati considerati falsi. Tale distinzione emergerebbe
         nelle lettere della Rappresentanza permanente turca del 10 luglio 1998 e del 1º ottobre 1999, indirizzate rispettivamente
         alla Commissione e all’OLAF, nonché nella lettera del 12 ottobre 1999 inviata dall’UCLAF alla Guardia di Finanza (ente incaricato
         della repressione delle infrazioni di natura finanziaria). La tesi della ricorrente sarebbe confermata dalla relazione di
         missione dell’UCLAF del 21 dicembre 1998, in cui si afferma che gli esportatori non sarebbero i soli responsabili della situazione
         e che si imponevano ricerche approfondite presso l’ufficio di Mersin. 
      
      172    Al fine di dimostrare la mancanza di cooperazione delle autorità turche nell’ambito dell’assistenza amministrativa, la ricorrente
         invoca, innanzi tutto, una lettera del 9 gennaio 1998 indirizzata dalla Rappresentanza permanente turca all’UCLAF, in cui
         le autorità turche dichiaravano che non era necessario, in quel momento, che i rappresentanti dell’UCLAF venissero in Turchia.
         Al riguardo, la ricorrente contesta l’affermazione della Commissione secondo cui tale lettera non riguarderebbe l’esportazione
         di concentrati di succo di mela. 
      
      173    In secondo luogo, la ricorrente sostiene che la lettera della Rappresentanza permanente turca del 10 luglio 1998, menzionata
         al precedente punto 41, non preciserebbe, conformemente alle indicazioni contenute nella casella 14 di ogni certificato A.TR.1,
         se i 22 certificati ivi menzionati erano non autentici o irregolari, limitandosi a qualificarli come «falsi», termine questo
         che racchiuderebbe entrambe le possibilità. Al riguardo, la ricorrente fa valere che, benché la casella 14 di ogni certificato
         A.TR.1 si intitoli «Domanda di controllo» e la casella 15 «Risultato del controllo», i documenti relativi alla riposta concreta
         data alle domande di controllo dei certificati controversi non sono stati prodotti. 
      
      174    In terzo luogo, la ricorrente sottolinea che la Commissione, al punto C di una lettera del 26 agosto 1999 indirizzata alla
         polizia criminale doganale di Colonia (Germania), avrebbe dichiarato che l’OLAF intendeva richiedere alle autorità turche
         di precisare, per ogni certificato non valido, se si trattasse di una falsificazione o piuttosto di un certificato irregolare.
         La ricorrente afferma però di non sapere se tale richiesta sia stata presentata. 
      
      175    Per quanto riguarda le affermazioni contraddittorie delle autorità turche, la ricorrente fa valere che certificati di contenuto
         identico sono stati considerati in alcuni casi regolari e in altri irregolari e, infine, che alcuni certificati qualificati
         in un primo momento come falsi sono stati in seguito qualificati come irregolari. Dall’elenco di documenti allegato dalla
         Commissione al suo controricorso emergerebbe che sono state scambiate 28 lettere con le autorità turche tra il 1998 e il 1999,
         senza che i fatti siano stati in definitiva accertati, e che la corrispondenza con la Rappresentanza permanente turca ha avuto
         termine nel 1999, poiché dal 2000 le autorità turche si sono rifiutate di proseguire qualunque collaborazione con la Commissione.
         
      
      176    A titolo di esempio, la ricorrente indica il certificato A.TR.1 D 437214, che sarebbe passato dalla qualifica di falso, nella
         lettera dell’8 marzo 1999, a quella di irregolare in un momento successivo. 
      
      177    Parimenti, tra il 16 luglio e il 27 settembre 1999, in tre comunicazioni distinte e adottate in successione, il certificato
         A.TR.1 D 412662 sarebbe stato qualificato dalle autorità turche come inesatto, parzialmente esatto ed infine autentico (lettere
         del 16 luglio, 19 agosto e 27 settembre 1999). 
      
      178    Inoltre, il certificato A.TR.1 D 141591 sarebbe stato qualificato in un primo momento come falso (lettera del 15 maggio 1998)
         e in seguito come inesatto (lettera del 19 agosto 1999) in forza del fatto che le merci a cui esso si riferisce non erano
         di origine turca. Secondo la ricorrente, il certificato A.TR.1 D 141591 dev’essere raffrontato con i certificati A.TR.1 C 982920
         e C 982938, i quali sono stati considerati inesatti e rispetto ai quali la Commissione ha rinunciato ad un recupero a posteriori
         dei dazi doganali. Quanto all’affermazione della Commissione secondo cui il servizio doganale di Ravenna avrebbe dichiarato,
         con parere del 12 giugno 1998, che il certificato A.TR.1 D 141591 era falso, la ricorrente risponde che essa non ha potuto
         prendere visione di tale documento nel corso del procedimento di consultazione del fascicolo. 
      
      179    La contraddittorietà delle informazioni fornite sarebbe stata confermata dal Tribunale civile e penale di Ravenna. Al riguardo,
         la ricorrente fa valere che la Procura di Verona ha anche chiesto l’archiviazione del procedimento penale nei suoi confronti,
         rilevando, in particolare, che le ripetute richieste della polizia giudiziaria al fine di ottenere elementi probatori non
         avevano mai trovato riscontro. Secondo la ricorrente, il Pubblico Ministero competente di Verona avrebbe chiesto alla Guardia
         di Finanza di indicargli i documenti, gli elementi e le prove sulla cui base i certificati rilasciati dalle autorità turche
         erano stati considerati come falsi materiali, senza che le autorità italiane abbiano potuto ottenere risposta. 
      
      180    Inoltre, la ricorrente ritiene che il fatto che le autorità doganali turche abbiano ammesso che, tra i 103 certificati oggetto
         di un controllo, 17 – o 16, se si esclude il certificato A.TR.1 D 437214 – erano irregolari, significa che esse li hanno scientemente
         vistati a torto e, pertanto, è sufficiente per mettere in discussione la qualità del controllo sui detti certificati nonché
         l’esattezza delle informazioni fornite nell’ambito della reciproca assistenza amministrativa. 
      
      181    Al riguardo, la ricorrente stabilisce un parallelismo con le cause che hanno dato luogo alla citata sentenza Televisori turchi,
         rispetto alle quali il caso di specie presenterebbe, contrariamente a quanto sostiene la Commissione, nessi profondi, tra
         i quali, in particolare, il fatto che le autorità turche non abbiano mai dichiarato di essere state ingannate da terzi ed
         abbiano impedito l’accertamento dei fatti con le loro affermazioni contraddittorie.
      
      182    Quanto all’argomento della Commissione secondo cui essa tenterebbe di creare confusione invocando le dichiarazioni delle autorità
         turche relative ai certificati considerati irregolari, nella fattispecie non vistati, la ricorrente afferma che la contraddittorietà
         delle informazioni fornite dalle varie autorità turche relativamente a certificati diversi da quelli controversi è determinante
         ai fini dell’analisi di tutte le dichiarazioni delle autorità turche, ivi incluse quelle afferenti i certificati controversi.
         
      
      183    Infine, in merito all’argomento della Commissione in base il quale alcune comunicazioni delle autorità turche rappresenterebbero
         solo conclusioni intermedie, la ricorrente fa valere che le disposizioni sulla reciproca assistenza non prevedono la comunicazione
         né di siffatte conclusioni né di relazioni provvisorie. 
      
      184    La Commissione respinge le affermazioni della ricorrente dirette a dimostrare varie violazioni da parte delle autorità turche
         relativamente al loro obbligo di cooperazione e nega l’esistenza di dichiarazioni contraddittorie da parte loro. 
      
      185    Innanzi tutto, per quanto riguarda l’obbligo di cooperazione, la Commissione evidenzia, in primo luogo, che le decisioni nn. 1/95
         e 1/96, sulle quali la ricorrente fonda un obbligo di cooperazione d’ufficio in capo alle autorità turche, erano in vigore
         solo nella fase definitiva del regime di associazione e non si applicano ai certificati controversi, emessi durante la fase
         transitoria. A questi si applicherebbero solo, a tale proposito, l’art. 2, n. 3, del regolamento n. 4115/86 e l’art. 11 della
         decisione n. 5/72, come modificata dalla decisione n. 1/78, come già precisato al punto 12. 
      
      186    Inoltre, la Commissione sostiene che l’analogia con la citata sentenza Televisori turchi non è rilevante nel caso di specie,
         in quanto la presente causa si fonda su fatti totalmente diversi. Al riguardo, la Commissione ricorda che le cause che hanno
         dato luogo a tale sentenza non vertevano su certificati falsificati, ma su certificati rilasciati dalle autorità turche che
         si erano rivelati invalidi in quanto non conformi ai requisiti di legge. In tale sentenza, il Tribunale avrebbe constatato
         che le autorità turche avevano indugiato nel chiarire la situazione, in quanto la loro cooperazione avrebbe reso manifeste
         le loro proprie infrazioni. Nel caso di specie, le autorità turche non potrebbero avere l’intenzione di nascondere le loro
         eventuali infrazioni, non avendo partecipato alla compilazione dei certificati controversi. Inoltre, il Tribunale non avrebbe
         assolutamente affermato che la mancanza di cooperazione delle autorità turche costituiva un indizio rilevante della loro partecipazione
         ad azioni illecite, come sosterrebbe la ricorrente. 
      
      187    Peraltro, quanto all’argomento della ricorrente secondo cui le autorità turche sapevano che esse rilasciavano a torto 16 o
         17 certificati A.TR.1, la Commissione fa valere che esso è privo di interesse, in quanto i detti certificati non formano l’oggetto
         del presente procedimento ed i dazi all’importazione afferenti sono già stati rimborsati alla ricorrente, conformemente all’art. 239
         del CDC. Al contrario, l’ammissione, da parte delle autorità turche, di aver consapevolmente rilasciato a torto 16 o 17 certificati
         indicherebbe che esse hanno collaborato al chiarimento dei fatti senza preoccuparsi del proprio prestigio e rappresenterebbe
         un indizio della credibilità delle loro dichiarazioni in merito alla non autenticità dei certificati controversi. 
      
      188    Inoltre, per quanto riguarda l’argomento della ricorrente secondo cui le autorità turche hanno omesso di compilare le caselle
         14 e 15 dei certificati controversi, la Commissione evidenzia che tali caselle erano previste unicamente per i casi di controlli
         relativi al contenuto dei certificati, ossia sulla reale origine delle merci da essi contemplate. Costituendo i certificati
         controversi dei falsi, le autorità turche non avrebbero avuto alcuna ragione di autenticarli successivamente compilando le
         caselle 14 e 15. 
      
      189    Infine, la Commissione dichiara di non condividere la tesi della ricorrente secondo cui le dichiarazioni delle autorità turche
         contenute nella lettera del 9 gennaio 1998 all’UCLAF, in base alle quali non era necessario che l’UCLAF procedesse ad una
         verifica in Turchia, costituirebbero un indizio della loro complicità. Secondo la Commissione, tale comunicazione si riferisce
         al controllo a posteriori dei certificati controversi, il quale, in tale data, non era ancora inziato. Inoltre, la Commissione
         evidenzia che, dopo l’esecuzione delle indagini preliminari ad hoc, l’UCLAF ha svolto una missione di controllo in Turchia
         nel dicembre 1998, avendo le indagini, del resto, permesso di accertare in tempi rapidi, già dall’8 marzo 1999, che i certificati
         controversi non erano autentici, in quanto falsificati. 
      
      190    In secondo luogo, la Commissione sostiene che le tesi della ricorrente secondo cui le autorità turche avrebbero rilasciato
         dichiarazioni contraddittorie sono parimenti irrilevanti. 
      
      191    Innanzi tutto, la Commissione afferma che la corrispondenza indicata dalla ricorrente verte su certificati considerati invalidi,
         ma ciò nondimeno autentici, non controversi nel caso di specie. Inoltre, si tratterebbe di conclusioni intermedie comunicate
         nella prima fase dell’indagine, quindi necessariamente provvisorie. Le autorità turche non sarebbero più tornate sulla conclusione,
         contenuta nella lettera dell’8 marzo 1999, secondo cui i certificati controversi costituivano dei falsi, in quanto non rilasciati
         da esse. 
      
      192    Infine, per quanto riguarda, in particolare, le affermazioni della ricorrente relative al certificato n. D 141591, la Commissione
         le ritiene irrilevanti, considerato che il detto certificato non figura nell’elenco dei certificati falsificati contenuto
         nella lettera delle autorità turche dell’8 marzo 1999, e non forma quindi l’oggetto del presente procedimento. Tuttavia, la
         Commissione ricorda che, con lettera del 3 giugno 2002, essa ha richiesto espressamente alle autorità doganali italiane se
         il certificato in questione fosse falsificato o solo inesatto quanto al suo contenuto. Con lettera del 6 giugno 2002, trasmessa
         alla Commissione con lettera del 7 giugno 2002, il servizio doganale di Ravenna avrebbe segnalato ai suoi superiori gerarchici,
         a Bologna e a Roma, che tale certificato di circolazione era stato qualificato come falso dalle autorità turche, in una loro
         nota del 15 maggio 1998. La falsificazione sarebbe stata confermata anche dall’UCLAF, in seguito ad una missione d’indagine
         in Ankara nell’ottobre 1998. Inoltre, il servizio doganale di Ravenna avrebbe dichiarato che la ricorrente non aveva né proposto
         ricorso contro il susseguente prelievo di tasse derivante dall’accertamento della falsificazione, né presentato una domanda
         di rimborso, così manifestamente riconoscendo che il detto certificato era un falso. 
      
       Giudizio del Tribunale
      193    Occorre ricordare che, ai sensi della normativa rilevante applicabile ai fatti del caso di specie, le parti contraenti dell’Accordo
         di associazione si prestano reciprocamente assistenza per garantire la corretta applicazione della legislazione doganale.
         La mutua assistenza mira in particolare a garantire il controllo dell’autenticità e della regolarità dei certificati di circolazione
         delle merci (per quanto riguarda la fase transitoria dell’unione doganale, v. art. 2, n. 3, del regolamento n. 4115/86 e art. 11
         della decisione n. 5/72, quale modificata dalla decisione n. 1/78; per quanto riguarda la fase finale dell’unione doganale,
         v. art. 2 dell’allegato 7 e art. 29 della decisione n. 1/95, nonché art. 15 della decisione n. 1/96). 
      
      194    Innanzi tutto, relativamente all’argomento della ricorrente secondo cui l’assenza di un contributo rapido ed efficace delle
         autorità turche all’indagine indicherebbe che esse hanno partecipato alla compilazione e al rilascio dei certificati falsificati,
         occorre, in primo luogo, constatare che il controllo a posteriori dei certificati relativi alle importazioni effettuate dalla
         ricorrente è stato innescato dalla lettera delle autorità turche del 15 maggio 1998, indirizzata ai servizi doganali di Ravenna,
         in cui si dichiarava che il certificato D 141591 era falso. In seguito a tale segnalazione, l’UCLAF ha intrapreso una prima
         missione d’indagine in Turchia nel periodo compreso tra il 12 e il 15 ottobre 1998, ossia solo cinque mesi dopo la segnalazione
         delle autorità turche. Una seconda missione ha avuto luogo nel periodo compreso tra il 30 novembre e il 2 dicembre 1998. Al
         riguardo si rileva che, secondo la ricorrente, una lettera delle autorità turche del 9 gennaio 1998, in cui si dichiarava
         che una missione dell’UCLAF non sembrava necessaria, rivelerebbe la loro mancanza di cooperazione. Orbene, da un lato, è pacifico
         che le indagini relative ai certificati controversi sono iniziate solo dopo il 15 maggio 1998 e, dall’altro, che missioni
         dell’UCLAF sono state intraprese entro termini ragionevoli dalla segnalazione della prima falsificazione. 
      
      195    Peraltro, occorre rilevare che i controlli svolti dalle autorità turche vertevano su un numero assai elevato di certificati
         – varie centinaia, di cui 103 presentati dalla ricorrente –, ma che, ciò nondimeno, l’elenco dei certificati da esse considerati
         falsificati è stato trasmesso al servizio doganale di Ravenna con lettera dell’8 marzo 1999, ossia meno di tre mesi dopo la
         fine dell’ultima missione dell’UCLAF in Turchia. 
      
      196    Infine, occorre rilevare la copiosità della corrispondenza intercorsa tra le autorità comunitarie e le autorità turche relativamente
         ai certificati controversi. Al riguardo si deve constatare che la tesi della ricorrente secondo cui le autorità turche, e
         in particolare la Rappresentanza permanente turca, avrebbero rifiutato di collaborare con la Commissione a partire dall’anno
         2000 non è avallata da nessuna prova. Parimenti, il contenuto della decisione della Procura di Verona che pone fine all’indagine
         avviata nei confronti della ricorrente non permette a quest’ultima di trarre alcuna valida conclusione per il caso di specie.
         Infatti, in tale decisione, il Pubblico Ministero competente si limita a menzionare le difficoltà riscontrate nel tentativo
         di ottenere elementi di prova, senza però indicare i responsabili di tali difficoltà. Di conseguenza, tale argomento non è
         fondato e dev’essere respinto. 
      
      197    In secondo luogo, occorre rilevare che la ricorrente sostiene che le autorità turche hanno impedito l’accertamento dei fatti
         fornendo informazioni contraddittorie relativamente al controllo della regolarità e dell’autenticità dei certificati di circolazione.
         Al riguardo, la ricorrente cita tre certificati precisi, ossia gli A.TR.1 D 437214, D 141591 e D 412662, i quali sarebbero
         stati oggetto di diverse qualifiche in comunicazioni delle autorità turche adottate in successione. 
      
      198    È vero, come rilevato dalla Commissione, che solo il certificato A.TR.1 D 437214 rientra tra i certificati controversi, gli
         altri due non essendo oggetto del presente procedimento. Tuttavia, occorre rilevare che la ricorrente fa riferimento ad eventuali
         contraddizioni relativamente ai tre certificati in questione al fine di dimostrare la mancanza di rigore nelle verifiche effettuate
         dalle autorità turche sulla totalità dei certificati di circolazioni presentati. Posto che una procedura lacunosa nel controllo
         dell’autenticità dei certificati può costituire un grave inadempimento delle autorità turche rispetto agli obblighi ad esse
         incombenti in forza dell’Accordo di associazione, occorre esaminare la rilevanza delle affermazioni della ricorrente anche
         per quanto riguarda i certificati non controversi nel caso di specie. 
      
      199    Per quanto riguarda il certificato D 141591, occorre rilevare che dalle comunicazioni oggetto del fascicolo emerge che, in
         un primo tempo, le autorità turche lo hanno qualificato come falso e, in seguito, come inesatto. L’ambiguità di tale qualifica
         ha indotto la Commissione a richiedere chiarimenti, in data 3 giugno 2002. Orbene, dalla risposta a tale richiesta, fornita
         dalle autorità italiane con lettera del 7 giugno 2002, risulta che l’accertamento della falsità del certificato in questione
         è stato ulteriormente confermato dalle autorità turche nella lettera dell’8 marzo 1999, con cui sono stati comunicati i risultati
         definitivi delle indagini svolte in Turchia. Da tale comunicazione del 7 giugno 2002 risulta anche che la constatazione della
         falsità del detto certificato si fonda anche sulle conclusioni della missione d’indagine svolta dall’UCLAF in Turchia nell’ottobre
         1998. Occorre quindi concludere che ogni eventuale contraddizione relativa alla qualifica di tale certificato ha potuto essere
         chiarita a partire dall’ottobre 1998, e che la sua non autenticità non era più in dubbio dall’8 marzo 1999. Infine, occorre
         rilevare che tale certificato non fa parte dei certificati controversi nel caso di specie. Infatti, la ricorrente non ha né
         presentato ricorso contro il prelievo di dazi derivante dall’accertamento del falso, né richiesto il rimborso dei dazi riscossi,
         così implicitamente riconoscendo la non autenticità del certificato in questione. 
      
      200    Per quanto riguarda il certificato D 412662, occorre rilevare che, con lettera del 16 luglio 1999, le autorità turche lo hanno
         qualificato come inesatto in forza del fatto che le merci a cui esso si riferiva non erano originarie della Turchia. In seguito,
         con lettera del 10 agosto 1999, le autorità turche hanno comunicato all’OLAF di aver commesso un errore e che il certificato
         in questione andava qualificato come parzialmente inesatto, in quanto solo una parte delle merci ad esso relative non era
         di origine turca. Tale ultima dichiarazione è stata confermata da una lettera del 19 agosto 1999, indirizzata al servizio
         doganale di Ravenna. Dalle tre comunicazioni summenzionate risulta che le autorità turche non sono cadute in contraddizione
         nell’ambito della cooperazione amministrativa con le autorità comunitarie, ma che esse hanno semplicemente completato e parzialmente
         modificato la comunicazione iniziale del 16 luglio 1999.
      
      201    Infatti, la contraddizione riscontrata dalla ricorrente risulta dal contenuto di una comunicazione successiva del 27 settembre
         1999, indirizzata alla sua controllante, la Steinhauser, in cui le autorità turche dichiarano che il certificato D 411262
         è esatto. Al riguardo, occorre innanzi tutto rilevare che tale lettera non è stata trasmessa nell’ambito della cooperazione
         tra amministrazioni doganali e non costituisce quindi un risultato ufficiale del procedimento di controllo sui certificati
         di circolazione delle merci. Inoltre, è possibile che le autorità doganali turche non si siano mostrate particolarmente zelanti
         nei loro rapporti con la ricorrente, e abbiano quindi omesso di informarla del fatto che il certificato in questione era solo
         parzialmente esatto. Pertanto, occorre concludere che la ricorrente non può validamente dedurne alcunché per il caso di specie.
         Tale conclusione non è inficiata dal fatto che il Tribunale civile e penale di Ravenna abbia, con sentenza 20 dicembre 2000,
         fatto riferimento all’errore commesso dalle autorità turche nel qualificare tale certificato. 
      
      202    Per quanto riguarda il certificato D 437214, dalle considerazioni esposte ai precedenti punti 120 e seguenti emerge che le
         autorità turche sembrano, a un certo punto, avere ritrattato la propria dichiarazione iniziale secondo cui tale certificato
         era un falso. Si deve ciò nondimeno osservare che una tale contraddizione non è evidente, a causa della mancanza di precisione
         dei termini usati nelle comunicazioni scritte delle autorità turche. Inoltre, occorre rilevare che le informazioni ambigue
         fornite dalle autorità turche hanno dato luogo ad una richiesta di chiarimenti da parte della Commissione. Orbene, una verifica
         posteriore ha permesso di confermare senza alcun possibile dubbio che la qualifica iniziale del detto certificato era corretta,
         e che si trattava effettivamente di un falso. 
      
      203    Da quanto precede risulta che le contraddizioni dedotte dalla ricorrente non permettono di concludere per l’irregolarità manifesta
         del procedimento di controllo sull’autenticità dei certificati svolto dalle autorità turche. Infatti, le ambiguità rilevate
         nell’ambito della cooperazione tra amministrazioni doganali riguarda solo due certificati, ossia gli A.TR.1 D 437214 e D 141591.
         In aggiunta, occorre rilevare che le dichiarazioni ambigue relative alla qualifica dei detti certificati sono state oggetto
         di richieste di chiarimenti e che è stato possibile stabilire con certezza la loro qualifica definitiva. Orbene, le dichiarazioni
         ambigue puntualmente rilasciate dalle autorità turche riguardano, rispetto al numero totale di certificati controllati, solo
         un numero assai limitato di essi. Di conseguenza, tali dichiarazioni, che sono state chiarite in seguito, non possono di per
         sé essere considerate costitutive di inadempimenti significativi rispetto agli obblighi di assistenza amministrativa derivanti
         dall’Accordo di associazione e dalle disposizioni d’applicazione dello stesso. Pertanto, alle autorità turche non può essere
         addebitato alcun inadempimento in tal senso. 
      
      204    In terzo luogo, per quanto riguarda l’argomento della ricorrente secondo cui le autorità turche avrebbero omesso di compilare
         le caselle 14 e 15 dei certificati di circolazione, basta osservare che tali caselle riguardano il controllo della reale origine
         delle merci e la loro conformità con il contenuto del certificato. Avendo le autorità turche concluso per la falsificazione
         dei certificati, esse non erano tenute a compilare le caselle 14 e 15, in quanto, per definizione, non si può porre la questione
         della conformità delle merci a documenti non autentici. 
      
      205    Infine, si rileva che la ricorrente si fonda su una tesi con cui tenta di ricostruire il metodo che le autorità turche avrebbero
         adottato per qualificare alcuni certificati come inesatti ed altri certificati come falsi, seppur identici. Al riguardo occorre
         constatare che la tesi della ricorrente non è avallata da nessun elemento di prova, cosicché essa dev’essere respinta per
         mancanza di prove. 
      
      206    Alla luce di quanto precede, occorre respingere, in quanto infondati, l’integralità degli argomenti della ricorrente relativi
         alle violazioni, da parte delle autorità turche, delle norme in materia di assistenza amministrativa. 
      
      e)     Sugli indizi aggiuntivi
       Argomenti della ricorrente 
      207    La ricorrente afferma che anche altri elementi provano inadempimenti delle autorità turche costitutivi di una situazione particolare
         in capo ad essa. 
      
      208    Innanzi tutto, la ricorrente afferma che il particolare inadempimento delle autorità doganali di Mersin era la conseguenza
         dell’inadempimento generale e strutturale delle autorità turche. A sostegno di tali affermazioni, essa deduce in primo luogo
         il fatto che, in occasione di un colloquio in Ankara con un responsabile dell’amministrazione centrale delle dogane turca,
         il suo rappresentante, sig. Nothelfer, è stato informato del fatto che un’indagine penale era stata disposta al fine di verificare
         tutti i certificati di trasporto delle merci. All’argomento della Commissione, secondo cui una tale indagine penale aveva
         il solo effetto di rafforzare la credibilità dell’amministrazione doganale turca, la ricorrente controbatte che la Commissione
         avrebbe dovuto sapere che si trattava solo di una delle scuse fornite dalla detta amministrazione per dare l’impressione di
         essersi attivata. In realtà i certificati rilasciati non sarebbero stati oggetto di nessuna indagine penale. 
      
      209    Inoltre, dal contenuto di un altro colloquio, condotto dai rappresentanti della ricorrente con il sig. Dogran, dell’ufficio
         degli affari economici del Primo Ministro turco, emergerebbe che la Repubblica di Turchia si preoccupava essenzialmente dello
         sviluppo economico delle sue imprese, ignorando il contenuto e l’importanza delle norme in materia di regime preferenziale
         e di origine delle merci. Tale atteggiamento corrisponderebbe a quanto riscontrato nelle cause che hanno dato luogo alla citata
         sentenza Televisori turchi, e solo più tardi l’UCLAF avrebbe informato le autorità turche dell’importanza dell’obbligo di
         rispettare le norme preferenziali. Al riguardo, nella sua replica, la ricorrente sottolinea che, contrariamente all’affermazione
         della Commissione, i servizi dell’ufficio del Primo Ministro turco avrebbero dovuto avere cognizione dei requisiti per la
         compilazione dei certificati di circolazione. 
      
      210    In secondo luogo, la ricorrente sottolinea di avere presentato una denuncia contro il sig. Akman, amministratore della società
         turca recante lo stesso nome, tramite uno studio di avvocati di Ankara. Tuttavia, nel 2001 la Procura di Mersin avrebbe sospeso
         il procedimento penale senza che, a tutt’oggi, i mandatari della ricorrente siano stati informati dei relativi motivi, nonostante
         le ripetute domande in tal senso. La ricorrente suppone sia stato accertato che i 32 certificati A.TR.1 controversi erano
         stati vistati per mezzo di timbri autentici dell’amministrazione doganale turca e che, di conseguenza, la Procura competente
         ha ricevuto da Ankara l’ordine di porre fine al procedimento. 
      
      211    Nella sua replica, la ricorrente respinge l’argomento della Commissione secondo cui la cessazione del procedimento penale
         a carico del sig. Akman potrebbe essere motivata dal fatto che questi non ha partecipato alle falsificazioni. La ricorrente
         ritiene, innanzi tutto, che non sia certo che tale azione giudiziaria sia stata effettivamente promossa. Inoltre, la ricorrente
         evidenzia che, supponendo che vi sia stata falsificazione, il sig. Akman ne sarebbe stato il principale beneficiario. Infine,
         la ricorrente sostiene che dalla relazione di missione dell’UCLAF del 23 dicembre 1998 risulta che alcuni agenti della Commissione
         sono stati a colloquio con il sig. Bolat, della Procura di Mersin, il quale avrebbe reso loro copia di tutti i certificati
         in cui figurava il nome del sig. Akman. Secondo la ricorrente, la Commissione non ha ottenuto risposta alla richiesta, formulata
         in occasione di tale colloquio, di essere tenuta informata sul risultato delle indagini. 
      
      212    In terzo luogo, la ricorrente afferma che la Commissione sembra essersi scontrata con i «limiti del possibile» nelle indagini
         da essa svolte in Turchia in merito alla compilazione dei certificati controversi. La ricorrente dichiara che l’UCLAF non
         ha potuto consultare i registri doganali presso l’ufficio di Mersin, né parlare con i funzionari competenti. Secondo la ricorrente,
         la ragione per la quale l’UCLAF non è stato in grado di svolgere un’indagine più approfondita risiede nel fatto che essa avrebbe
         altrimenti scoperto che un numero elevato di prodotti originari di paesi terzi era stato esportato, ai fini di sviluppo economico
         e con il concorso delle più alte cariche politiche turche, da Mersin verso la Comunità europea utilizzando il certificato
         A.TR.1.
      
      213    La Commissione respinge, in primo luogo, le tesi avanzate dalla ricorrente relativamente ai suoi colloqui con le autorità
         turche. A tale titolo, la Commissione ritiene che l’ammissione, da parte dell’amministrazione centrale delle dogane di Ankara,
         del fatto che tutti i certificati A.TR.1 erano stati oggetto di un’indagine penale rafforzerebbe la credibilità delle conclusioni
         esposte nella summenzionata lettera dell’8 marzo 1999, secondo le quali i detti certificati non sono stati rilasciati dalle
         autorità doganali turche. Inoltre, la Commissione ritiene parimenti irrilevante l’affermazione della ricorrente secondo cui
         il sig. Dogran non conosceva né il contenuto, né il significato delle norme in materia di origine e del regime preferenziale,
         in quanto questi, in qualità di membro della sezione incaricata degli affari economici dell’ufficio del Primo Ministro turco,
         non sarebbe stato tenuto a conoscerli.
      
      214    In secondo luogo, la Commissione evidenzia che la sospensione del procedimento penale avviato nei confronti del sig. Akman
         può derivare dal fatto che egli stesso era in buona fede e non aveva quindi partecipato alle falsificazioni. Inoltre, solo
         un numero assai ridotto di codici di procedura penale prevedrebbe l’obbligo di motivare la sospensione di un procedimento
         d’indagine a carico del denunciante.
      
      215    In terzo luogo, per quanto riguarda l’affermazione della ricorrente secondo cui la Commissione e l’UCLAF, nella loro indagine,
         si sono scontrate con i «limiti del possibile», a causa dell’assenza di cooperazione delle autorità turche, la Commissione
         ricorda che queste hanno pienamente collaborato e che l’UCLAF ha potuto condurre correttamente le sue indagini in Turchia,
         non costatando alcuna falsa dichiarazione, come attestato dalle relazioni di missione del 9 e del 23 dicembre 1998. 
      
       Giudizio del Tribunale
      216    Innanzi tutto, per quanto riguarda le affermazioni della ricorrente relative al contenuto dei colloqui tra i suoi rappresentanti
         ed il sig. Dogran, dell’ufficio degli affari economici del Primo Ministro turco, occorre rilevare che esse sono irrilevanti.
         Infatti, la questione se un funzionario quale il sig. Dogran avesse o meno cognizione delle norme relative al regime preferenziale
         e alla compilazione dei certificati di circolazione non può avere alcuna incidenza sui fatti del caso di specie. Parimenti,
         per quanto riguarda le affermazioni della ricorrente relative alla dichiarazione rilasciata da un funzionario dell’amministrazione
         centrale delle dogane turca secondo cui un’indagine penale era stata ordinata per verificare i certificati di circolazione,
         è sufficiente rilevare che esse non solo sono prive di rilevanza, ma non sono nemmeno avallate da alcun elemento di prova.
         
      
      217    Inoltre, per quanto riguarda l’argomento della ricorrente relativo alla sospensione del procedimento penale contro il sig.
         Akman, amministratore della società turca recante lo stesso nome, ordinata dalla Procura di Mersin, esso non può essere accolto.
         Anche se risultasse che la ricorrente non era stata informata dei motivi sottesi a tale sospensione, ciò non permetterebbe,
         in nessun caso, di supporre che la sua denuncia non ha avuto seguito per la ragione che la Procura di Mersin non si sarebbe
         resa conto del fatto che i certificati controversi non costituivano dei falsi. Al riguardo, si rileva, da un lato, che si
         tratta di una questione interna all’ordinamento giuridico turco in materia penale e, dall’altro, che la ricorrente non ha
         nemmeno tentato di dimostrare che essa aveva diritto, in qualità di denunciante e in forza della legislazione turca applicabile,
         ad essere informata dei motivi sui quali si fondava l’ordine di archiviazione del procedimento. Parimenti, la ricorrente non
         adduce alcun elemento che permetta di affermare che le autorità turche non hanno dato seguito ad una domanda della Commissione
         di essere tenuta informata sui risultati delle indagini penali. 
      
      218    Infine, per quanto riguarda l’argomento della ricorrente secondo cui, in occasione delle indagini condotte in Turchia, l’UCLAF
         si sarebbe scontrata con diversi ostacoli creati dalle autorità turche, occorre rilevare che esso non è avallato da alcuna
         prova. Infatti, la ricorrente non si fonda su nessun elemento che lasci supporre che l’UCLAF non ha potuto condurre un’indagine
         approfondita, in particolare presso l’amministrazione doganale di Mersin. L’assenza di cooperazione è peraltro smentita dal
         contenuto delle relazioni di missione del 9 e del 23 dicembre 1998, dalle quali risulta la collaborazione delle autorità turche.
         
      
      219    Alla luce di quanto precede, occorre dichiarare che nessuno degli elementi invocati dalla rincorrente è tale da integrare
         un grave inadempimento delle autorità turche rispetto agli obblighi ad esse incombenti in forza dell’Accordo di associazione
         e delle sue disposizioni d’applicazione. 
      
      220    Da quanto precede consegue che occorre respingere tale capo del secondo motivo.
      
      3.     Sugli inadempimenti imputabili alla Commissione europea
      221    La ricorrente afferma, in sostanza, che la Commissione ha commesso un grave inadempimento ai propri obblighi di tutela nei
         suoi confronti e nei confronti di altri importatori interessati. Gli inadempimenti addebitabili alla Commissione deriverebbero:
         1) dall’assenza di sorveglianza e di controllo sull’applicazione del regime preferenziale da parte delle autorità turche,
         2) dalla mancata trasmissione alle autorità doganali nazionali dei facsimile dei timbri e delle firme usati dalle autorità
         turche, 3) dalla violazione dell’obbligo di avvertire in tempo utile gli importatori, e 4) da una valutazione erronea dei
         fatti in occasione delle indagini condotte in Turchia. 
      
      a)     Sull’assenza di regolare controllo sul regime preferenziale
       Argomenti delle parti
      222    Innanzi tutto, la ricorrente sostiene che le autorità turche non comprendevano le norme relative all’origine delle merci.
         A sostegno di tale affermazione, essa invoca gli accertamenti effettuati dai suoi rappresentanti in occasione dei loro colloqui
         in Ankara e in Mersin con le autorità turche. Secondo la ricorrente, le autorizzazioni di diversa natura rilasciate dall’ufficio
         degli affari economici del Primo Ministro turco erano sempre collegate al rilascio di un certificato A.TR.1. Inoltre, anche
         in altri casi, le autorità turche competenti avrebbero vistato certificati A.TR.1 senza tenere conto dell’origine delle merci,
         non avendo evidentemente alcuna consapevolezza circa l’illegalità di tali pratiche. Al riguardo, la ricorrente stabilisce
         un parallelismo con le cause che hanno dato luogo alla citata sentenza Televisori turchi, nelle quali il Tribunale avrebbe
         dichiarato che, per un periodo quasi identico a quello a cui si riferiscono i fatti di cui al caso di specie, le autorità
         turche competenti non avevano rispettato la normativa doganale applicabile, al fine di approfittare dell’unione doganale che
         si stava formando con le Comunità europee a vantaggio della propria economia. 
      
      223    Secondo la ricorrente, attualmente le disposizioni sulla compilazione e sul rilascio dei certificati di circolazione delle
         merci A.TR.1 sono sostanzialmente applicate in maniera corretta e più severa. Orbene, tale cambiamento sarebbe però intervenuto
         solo dopo le indagini svolte dall’UCLAF in Turchia e senza dubbio anche grazie ai colloqui intercorsi tra la Commissione e
         le autorità turche in seguito alle cause decise con la citata sentenza Televisori turchi e alla presente causa.
      
      224    In secondo luogo, la ricorrente sostiene che la Commissione non ha vigilato sull’osservanza delle norme derivanti dall’Accordo
         di associazione, che essa era tenuta a garantire ai sensi dell’art. 211 CE e in forza del principio di buona amministrazione.
         La Commissione sarebbe soggetta a un particolare obbligo di sorveglianza sugli accordi preferenziali e di origine conclusi
         tra la Comunità e i paesi terzi. 
      
      225    La ricorrente sottolinea che l’art. 26 della decisione n. 1/95 prevede espressamente la necessità di garantire il funzionamento
         efficace dell’unione doganale e il miglioramento del regime preferenziale, essendosi lo stesso Consiglio di associazione impegnato
         ad esaminare regolarmente i miglioramenti apportati a tale regime. Peraltro, nell’ambito della creazione dell’unione doganale,
         la Commissione sarebbe costantemente in contatto con le autorità competenti in Turchia tramite il Consiglio di associazione
         ed il comitato doganale, in cui essa è rappresentata. La missione principale di questi due organi sarebbe di garantire la
         comprensione, una regolare introduzione nonché il controllo costante delle disposizioni sull’origine delle merci in Turchia.
         
      
      226    Orbene, la ricorrente afferma che la Commissione è venuta meno al suo obbligo di diligenza, omettendo di rivolgersi tempestivamente
         al comitato per la cooperazione doganale al fine di chiarire la situazione e di adottare misure che garantissero il rispetto
         delle decisioni del Consiglio di associazione da parte dell’amministrazione doganale turca. Al riguardo, la ricorrente afferma
         di non capire l’argomento della Commissione secondo cui il Consiglio di associazione o il comitato doganale misto avrebbe
         potuto statuire solo all’unanimità. Poiché il Consiglio di associazione adotta decisioni vincolanti per le amministrazioni
         doganali della Turchia ed europee, il grave inadempimento della Commissione deriverebbe, da un lato, dal fatto che, né in
         sede di comitato doganale né in Turchia, essa si sarebbe informata circa il rispetto delle decisioni del Consiglio di associazione
         e, dall’altro, dal fatto che essa non avrebbe colto l’occasione offertale dalle cause decise con la citata sentenza Televisori
         turchi, per procedere, dal 1993 o dal 1994, ad un controllo rafforzato del rispetto delle norme relative all’origine in materia
         di prodotti agricoli. 
      
      227    In terzo luogo, la ricorrente aggiunge che l’obbligo di diligenza da parte della Commissione era accresciuto per quanto riguarda
         la Repubblica di Turchia, in particolare a causa dei precedenti inadempimenti delle autorità turche constatati nella citata
         sentenza Televisori turchi. Inoltre, la ricorrente rileva che le esportazioni di merci turche verso la Comunità sono notevolmente
         aumentate nel periodo a cui si riferiscono le importazioni controverse. Orbene, la Commissione non avrebbe potuto accettare
         tale rilevante aumento delle esportazioni senza imporre, da un lato, la trasmissione dei facsimile dei timbri e delle firme
         e, dall’altro, una verifica adeguata dei certificati di origine nell’ambito del procedimento di controllo. 
      
      228    Inoltre, il fatto che nel corso di tale procedimento di controllo siano state fornite informazioni contraddittorie ed ingannevoli
         avrebbe dovuto indurre la Commissione ad imporre controlli supplementari. Infine, tale obbligo di controllo sarebbe anche
         rafforzato dalla circostanza che le autorità turche non hanno utilizzato il verso dei certificati A.TR.1 per fornire una risposta
         chiara sulla validità degli stessi. 
      
      229    La Commissione contesta, innanzi tutto, qualsiasi analogia con le cause decise con la citata sentenza Televisori turchi. Infatti,
         la Commissione sostiene, in primo luogo, che il caso di specie presenta una differenza fondamentale rispetto alle dette cause,
         ossia che, nella presente fattispecie, si tratta di una falsificazione di certificati di origine operata da terzi e alla quale
         non hanno partecipato le autorità turche. Le lacune informative o le violazioni delle regole da parte delle autorità turche
         sarebbero quindi prive di rilevanza, non avendo queste ultime partecipato alla falsificazione dei 32 certificati controversi.
         Ciò nondimeno, al fine di dimostrare l’erroneità della tesi della ricorrente, la Commissione ritiene necessario enumerare
         le differenze che il caso di specie presenterebbe rispetto ai fatti di cui alla citata sentenza Televisori turchi. 
      
      230    Quindi, secondo la Commissione, nella sentenza Televisori turchi (punto 261), si dichiara che le autorità turche avevano atteso
         oltre 20 anni prima di recepire le disposizioni dell’Accordo di associazione e del protocollo addizionale relative al prelievo
         di compensazione. Inoltre, la Commissione non aveva correttamente controllato tale recepimento. Orbene, nel caso di specie,
         al contrario, i certificati di origine in questione sarebbero stati falsificati senza alcun concorso delle autorità turche.
         Inoltre, nella stessa sentenza (punto 262), il Tribunale avrebbe constatato che alcune decisioni rilevanti del Consiglio di
         associazione non erano state pubblicate nella Gazzetta ufficiale, mentre nel caso di specie tutti gli atti applicabili sarebbero
         stati regolarmente pubblicati. Infine (punto 263), la Commissione avrebbe reagito solo quattro anni dopo il deposito della
         prima denuncia relativa all’esistenza di problemi nell’applicazione delle disposizioni in questione, mentre nel caso di specie
         la Commissione sarebbe intervenuta tempestivamente nei confronti delle autorità turche.
      
      231    In secondo luogo, la Commissione sostiene che l’ampia corrispondenza scambiata con le competenti autorità turche ed il fatto
         che l’UCLAF ha svolto una missione d’indagine in Turchia entro un termine relativamente breve dai primi sospetti di falsificazione
         basterebbero a dimostrare che la Commissione non è venuta meno ai propri obblighi di esame e di controllo del regime preferenziale.
         
      
      232    In terzo luogo, la Commissione sottolinea che la ricorrente trascura il fatto che, ai sensi dell’Accordo di associazione e
         delle decisioni rilevanti del Consiglio di associazione o del comitato doganale misto, il soggetto competente a far rispettare
         le norme in materia di origine in Turchia era la Repubblica di Turchia, e non la Commissione. Pur non avendo, in nessun caso,
         lasciato la Repubblica di Turchia libera di agire a suo piacimento, la Commissione dichiara di essersi limitata a chiedere
         pareri al governo turco e, eventualmente, ad effettuare controlli in loco. Parimenti, il Consiglio di associazione o il comitato
         doganale misto – anche se fossero stati competenti in materia, cosa che non erano – sarebbero organi misti che potevano decidere
         solo all’unanimità (art. 23, n. 3, dell’Accordo di associazione), e quindi, in tali sedi, la Commissione non avrebbe potuto
         imporre alcunché contro la volontà dei rappresentanti turchi. Ciò nondimeno, tutte le decisioni del Consiglio di associazione
         sarebbero state applicate e controlli puntuali delle amministrazioni doganali degli Stati membri sarebbero stati effettuati.
         Inoltre, la Commissione afferma di aver regolarmente esposto alle autorità turche tutti i problemi sorti nell’ambito del regime
         preferenziale, come chiarito da tali autorità. 
      
      233    Infine, quanto all’argomento della ricorrente secondo cui le dichiarazioni contraddittorie delle autorità turche in merito
         ai certificati controversi avrebbero giustificato un maggiore controllo da parte sua, la Commissione rileva che, in mancanza
         di dichiarazioni contraddittorie, tale argomento è privo di rilevanza. 
      
       Giudizio del Tribunale
      234    Per quanto riguarda gli asseriti inadempimenti relativi alla sorveglianza e al controllo sull’applicazione dell’Accordo di
         associazione, occorre rilevare che, ai sensi dell’art. 211 CE e del principio di buona amministrazione, la Commissione ha
         l’obbligo di garantire una corretta applicazione dell’Accordo di associazione (v. sentenza Televisori turchi, cit., punto
         257 e giurisprudenza ivi citata). Tale obbligo risulta inoltre dalla stesso Accordo di associazione e da talune decisioni
         adottate dal Consiglio di associazione (sentenza Televisori turchi, cit., punto 258).
      
      235    Nel caso di specie, la ricorrente non è riuscita a provare che la Commissione non aveva fatto quanto necessario per garantire
         la corretta applicazione dell’Accordo di associazione. 
      
      236    Infatti, innanzi tutto, per quanto riguarda l’argomento della ricorrente secondo cui le autorità turche non comprenderebbero
         le norme relative all’origine dei prodotti che possono beneficiare del regime preferenziale, è sufficiente dichiararlo irrilevante
         dato che i certificati controversi non sono stati rilasciati da tali autorità. Infatti, come emerge dai precedenti punti 150
         e seguenti, la ricorrente non è stata in grado di dimostrare la partecipazione delle autorità turche nella compilazione dei
         detti certificati. 
      
      237    Inoltre, per quanto riguarda l’argomento della ricorrente secondo cui la Commissione avrebbe dovuto imporre un controllo rafforzato
         sull’applicazione, da parte della Repubblica di Turchia, delle norme in materia di compilazione dei certificati di origine,
         a causa, da un lato, del significativo aumento delle importazioni provenienti dalla Turchia e, dall’altro, dei rilievi emersi
         nelle cause decise con la citata sentenza Televisori turchi, è sufficiente constatare che esso è ugualmente irrilevante. 
      
      238    Infatti, la ricorrente si fonda su affermazioni generali relative a sistematiche violazioni dell’Accordo di associazione da
         parte delle autorità turche, senza però avallarle con elementi di prova. Inoltre, la ricorrente non può validamente pervenire,
         sulla base delle dichiarazioni del Tribunale nella citata sentenza Televisori turchi, alla conclusione generale che tutto
         il procedimento di compilazione di certificati di circolazione da parte delle autorità turche violava sistematicamente le
         norme in materia di origine. Infine, anche ammettendo che la Commissione fosse tenuta ad esercitare un maggiore controllo
         sull’applicazione dell’Accordo di associazione, occorre rilevare che – come risulta dal precedente punto 194 – l’UCLAF ha
         condotto indagini in Turchia dal momento in cui sono emersi i primi indizi di falsificazione di certificati di circolazione
         e, pertanto, che la Commissione ha effettivamente vigilato sulla corretta applicazione dell’Accordo di associazione. 
      
      239    Per quanto riguarda gli argomenti della ricorrente relativi all’obbligo della Commissione di rivolgersi al Consiglio di associazione
         o al comitato misto dell’unione doganale, il quale è istituito dall’art. 52 della decisione n. 1/95, occorre dichiararli irrilevanti.
         Infatti, ai sensi dell’art. 22 dell’Accordo di associazione, il principale obiettivo del Consiglio di associazione è di adottare
         le misure necessarie al fine di assicurare il buon funzionamento del detto accordo ed il rispetto di quest’ultimo ad opera
         delle parti contraenti (sentenza Televisori turchi, cit., punto 274). Parimenti, ai sensi dell’art. 52, n. 1, della decisione
         n. 1/95, il comitato misto dell’unione doganale ha come scopo principale di vigilare sul buon funzionamento dell’unione doganale,
         in particolare formulando raccomandazioni al Consiglio di associazione. Inoltre, l’art. 52, n. 2, della decisione n. 1/95
         prevede che le parti contraenti si consultino nell’ambito del comitato misto su tutti i punti connessi all’attuazione della
         detta decisione che siano fonte di difficoltà per una di esse. 
      
      240    Orbene, alla luce di quanto precede, è giocoforza constatare che la ricorrente non è stata in grado di dimostrare che la Commissione
         ha riscontrato difficoltà nell’ambito dell’assistenza amministrativa convenuta con la Repubblica di Turchia, che giustificassero
         la discussione, in seno a tali organi, sull’adozione di misure specifiche dirette a contrastarle. Per quanto riguarda, in
         particolare, le dichiarazioni ambigue delle autorità turche relative a tre certificati di circolazione, è sufficiente rilevare
         che dal precedente punto 203 risulta non solo che queste non erano tali da mettere in discussione la regolarità del procedimento
         di controllo, ma anche che le autorità turche hanno collaborato con la Commissione quando questa ha rivolto loro le sue richieste
         di chiarimenti. 
      
      241    Per quanto riguarda l’analogia che la ricorrente cerca di stabilire con i fatti di cui alla citata sentenza Televisori turchi,
         occorre osservare che questi ultimi non sono comparabili a quelli esaminati nell’ambito del presente procedimento. Infatti,
         nelle cause decise con la citata sentenza Televisori turchi, il Tribunale ha dichiarato che le autorità turche avevano commesso
         gravi inadempimenti – tra i quali, in particolare, il mancato recepimento delle disposizioni dell’Accordo di associazione
         – che inficiavano tutte le esportazioni di televisori provenienti dalla Turchia. Tali inadempimenti avevano contribuito alla
         sopravvenienza di irregolarità relative alle esportazioni, le quali ponevano gli esportatori in una situazione particolare
         ai sensi dell’art. 239 del CDC (sentenza Televisori turchi, cit., punti 255 e 256). 
      
      242    Orbene, nel caso di specie, inadempimenti del genere relativi all’insieme delle esportazioni di succo di frutta non risultano
         provati per quanto riguarda i certificati controversi. Occorre rilevare che gli inadempimenti delle autorità turche, quali
         costituivi di una situazione particolare, esposti nella decisione impugnata riguardano unicamente i certificati di circolazione
         presentati dalla ricorrente che erano stati emessi irregolarmente dall’amministrazione doganale turca. È in rapporto a tali
         certificati che la Commissione ha ritenuto che le competenti autorità turche sapessero o avrebbero dovuto sapere che le merci
         per le quali esse rilasciavano certificati d’origine non rispondevano alle condizioni richieste per poter beneficiare del
         trattamento preferenziale. Invece, come è già stato rilevato, nessun inadempimento delle autorità turche ha contribuito alla
         compilazione dei 32 certificati controversi. 
      
      243    Alla luce di quanto precede, occorre respingere gli argomenti della ricorrente in quanto infondati. 
      
      b)     Sulla mancata trasmissione dei facsimile dei timbri e delle firme
       Argomenti delle parti
      244    La ricorrente dichiara che la Commissione, non avendo trasmesso agli Stati membri, e in particolare al governo italiano, i
         facsimile delle impronte dei timbri e delle firme utilizzati dagli uffici doganali turchi di uscita, in particolare quelli
         di Mersin, ha commesso un grave inadempimento agli obblighi ad essa incombenti nei confronti di importatori quali la ricorrente.
         Secondo la ricorrente, l’art. 93 del regolamento d’applicazione del CDC, che, ai sensi dell’art. 20 del CDC, si applica anche
         nell’ambito dell’Accordo di associazione, imponeva alla Commissione di vigilare affinché l’amministrazione doganale turca
         le inviasse tali facsimile. 
      
      245    Al riguardo, la ricorrente sostiene che le autorità turche hanno riconosciuto il loro obbligo di trasmettere i detti facsimile
         alla Commissione e hanno affermato di avere effettivamente trasmesso almeno i timbri utilizzati a Mersin. Tale inadempimento
         sarebbe tanto più grave per il fatto che i timbri ufficiali utilizzati dall’ufficio doganale di Mersin erano molto usurati
         e la loro impronta era quindi assai debole. Orbene, la ricorrente ricorda che i timbri e le firme costituiscono mezzi essenziali
         per provare, anche in seno alla Comunità, se l’amministrazione doganale turca abbia o meno contribuito alla compilazione dei
         certificati controversi e, contemporaneamente, agevolerebbero un migliore controllo sui certificati presentati dagli importatori.
      
      246    Nel caso di specie, le competenti autorità doganali italiane sarebbero state facilitate nelle comparazioni se la Commissione
         avesse loro inviato tutti i timbri e i modelli di firme dell’ufficio doganale di Mersin e se avesse vigilato sul rinnovo di
         tutti i timbri entro i termini prescritti. In tale ipotesi, l’addebito relativo alla falsificazione non avrebbe avuto luogo,
         oppure, in caso di falsificazione, questa avrebbe potuto essere scoperta e chiarita già dalle prime importazioni controverse.
         
      
      247    La Commissione si limita ad affermare che la Repubblica di Turchia non era tenuta a comunicarle le firme e i timbri originali
         delle autorità doganali di Mersin in forza del fatto che, come da essa già precedentemente esposto (v. al precedente punto
         143), l’art. 93 del regolamento d’applicazione del CDC non è applicabile nel caso di specie. 
      
       Giudizio del Tribunale
      248    Occorre rilevare che la ricorrente addebita alla Commissione la violazione degli obblighi ad essa incombenti in forza della
         normativa applicabile, non avendo trasmesso alle autorità doganali italiane i facsimile dei timbri e delle firme utilizzati
         dall’amministrazione doganale turca. In tal modo, la Commissione avrebbe agevolato la circolazione dei certificati falsificati.
         Si pone quindi la questione se la Commissione fosse tenuta ad ottenere i facsimile di cui trattasi e a trasmetterli poi alle
         autorità doganali degli Stati membri. 
      
      249    Al riguardo occorre rilevare che, contrariamente a quanto asserito dalla ricorrente, l’art. 93 del regolamento d’applicazione
         del CDC non è applicabile nel caso di specie. Pertanto, tale articolo non imporrebbe né alle autorità turche di comunicare
         i facsimile dei timbri e delle firme usati dai loro uffici doganali, né alla Commissione di trasmetterli agli Stati membri.
         Ciò risulta dalla posizione che l’art. 93 occupa nel sistema del regolamento d’applicazione del CDC, ossia nella sottosezione
         3, intitolata «Metodi di cooperazione amministrativa», della sezione 1, intitolata «Sistema delle preferenze generalizzate»,
         del capitolo relativo all’origine preferenziale delle merci. Questo rientra nel titolo IV del regolamento d’applicazione del
         CDC, che tratta dell’origine delle merci. Orbene, come emerge da una lettura combinata dell’art. 67 e dell’art. 93 del regolamento
         d’applicazione del CDC, quest’ultima disposizione prevede metodi di cooperazione amministrativa che si applicano agli scambi
         tra la Comunità e alcuni paesi in via di sviluppo ai quali questa accorda preferenze tariffarie. È quindi giocoforza constatare
         che l’art. 93 del regolamento d’applicazione del CDC non riguarda merci originarie della Turchia. 
      
      250    Inoltre, occorre rilevare che una lettura combinata dell’art. 20, n. 3, lett. d), e dell’art. 27, lett. a), del CDC permette
         di concludere che, nell’ambito degli accordi che stabiliscono regimi tariffari preferenziali conclusi tra la Comunità e paesi
         terzi, le norme relative all’origine delle merci sono determinate da questi stessi accordi. Nel caso di specie è giocoforza
         constatare che l’Accordo di associazione stabilisce un tale regime. Orbene, occorre osservare che né l’Accordo in questione
         né le decisioni del Consiglio di associazione dirette all’attuazione delle sue disposizioni hanno previsto alcun obbligo di
         trasmissione dei facsimile dei timbri e di firme tra le parti contraenti. 
      
      251    Per quanto riguarda la fase finale dell’unione doganale, ossia il periodo successivo al 31 dicembre 1995, la summenzionata
         decisione n. 1/95 dispone, al suo art. 29, che la reciproca assistenza tra le autorità doganali delle parti contraenti è disciplinata
         dalle disposizioni del suo allegato 7 che, per quanto riguarda la Comunità, si applicano alle questioni di competenza di quest’ultima.
         Orbene, le disposizioni di tale allegato 7, che disciplinano esaustivamente i metodi di cooperazione amministrativa, non fanno
         alcun riferimento ad un eventuale obbligo di trasmissione di facsimile di timbri e di firme. Peraltro, occorre rilevare che
         nemmeno la decisione n. 1/96 del Comitato di cooperazione doganale CE‑Repubblica di Turchia, che determina le disposizioni
         di attuazione della decisione n. 1/95, impone un siffatto obbligo. 
      
      252    Tale rilievo non è inficiato dall’argomento della ricorrente secondo cui l’art. 4 della decisione n. 1/96 rinvierebbe all’art. 93
         del CDC. Infatti, tale art. 4 si limita a sancire che le normative doganali comunitarie e turche si applicano agli scambi
         commerciali tra le due parti, nei loro rispettivi territori, alle condizioni previste nella decisione n. 1/96. Il capitolo
         2 di tale decisione, intitolato «Disposizioni concernenti la cooperazione amministrativa per la circolazione delle merci»,
         determina i requisiti sostanziali e formali a cui devono rispondere i certificati di circolazione delle merci rilasciati nell’ambito
         degli scambi commerciali tra la Comunità e la Repubblica di Turchia, senza però imporre un obbligo di trasmissione di timbri
         e firme. Peraltro, l’art. 15 della medesima decisione n. 1/96 dispone che il controllo dell’autenticità e della regolarità
         dei certificati è svolto nell’ambito della reciproca assistenza prevista dall’art. 29 e dall’allegato 7 della decisione n. 1/95.
      
      253    Infine, occorre rilevare che la sola situazione in cui è esplicitamente previsto un tale obbligo di trasmissione dei facsimile
         in questione riguarda la procedura semplificata per il rilascio di certificati [(v. art. 12, n. 5, lett. b), della decisione
         n. 1/96 e art. 9 bis, n. 5, lett. b), della decisione n. 5/72, quale modificata dalla decisione n. 2/94)]. In base alle disposizioni
         applicabili, i certificati rilasciati secondo la procedura semplificata devono specificamente farne menzione (v. art. 9 bis,
         n. 6, della decisione n. 5/72, quale modificata dalla decisione n. 2/94). Orbene, i certificati controversi non accennano
         in alcun modo a tale procedura semplificata. 
      
      254    Per quanto riguarda le merci importate durante la fase transitoria dell’unione doganale, ossia fino al 31 dicembre 1995, occorre
         rilevare che né la decisione n. 5/72 né la decisione n. 4/72 prevedono espressamente l’obbligo di trasmettere i facsimile
         di timbri e di firme. 
      
      255    È giocoforza constatare che, durante il periodo a cui si riferiscono le importazioni controverse, la Repubblica di Turchia
         e la Commissione non erano soggette ad alcun obbligo di trasmettere i facsimile dei timbri e delle firme utilizzati dalle
         loro autorità doganali. Pertanto la Commissione non poteva essere tenuta a trasmettere i facsimile in questione alle autorità
         doganali degli Stati membri. 
      
      256    Tale constatazione non può essere inficiata dall’argomento della ricorrente relativo all’applicabilità del regolamento n. 3719/88.
         Al riguardo basta osservare che l’art. 1 del regolamento n. 3719/88, relativo all’ambito di applicazione, dispone che il regolamento
         si applica ai certificati previsti dalle disposizioni di regolamenti ivi espressamente elencate. Orbene, è giocoforza constatare
         che né l’Accordo di associazione né le disposizioni d’applicazione di quest’ultimo vi sono menzionate. Parimenti, nessuna
         delle disposizioni rilevanti per l’applicazione dell’Accordo di associazione rinvia a tale regolamento. 
      
      257    In mancanza di obblighi in capo alla Commissione di trasmettere i facsimile di timbri e di firme agli Stati membri, occorre
         dichiarare l’infondatezza della presente censura.
      
      258    Ad ogni modo, la presente censura è parimenti irrilevante per il fatto che, come evidenziato dalla Commissione in udienza,
         la Repubblica di Turchia ha trasmesso spontaneamente le impronte dei timbri utilizzati per i certificati A.TR.1.
      
      259    Di conseguenza, la presente censura dev’essere respinta. 
      
      c)     Sulla violazione dell’obbligo di avvertenza tempestiva degli importatori 
       Argomenti delle parti 
      260    La ricorrente rimprovera alla Commissione di essere venuta meno all’obbligo di avvertire tempestivamente gli importatori,
         derivante dalla giurisprudenza De Haan (sentenza della Corte 7 settembre 1999, causa C‑61/98, De Haan, Racc. pag. I‑5003, punto 36). Tale giurisprudenza imporrebbe alla Commissione l’obbligo di avvertire in tempo utile
         gli importatori qualora sia a conoscenza di irregolarità relative ad importazioni di merci da un paese terzo. In forza di
         ciò, la ricorrente riconosce che il Tribunale, nella citata sentenza Hyper/Commissione (punto 126), ha statuito che, in assenza
         di disposizioni comunitarie in tal senso, non esiste alcun obbligo di rendere edotti gli importatori circa i dubbi in merito
         alla validità delle operazioni doganali effettuate da questi ultimi nell’ambito di un regime preferenziale. Ciò nondimeno,
         un tale obbligo sussisterebbe nel momento in cui la Commissione ottenesse informazioni concrete sull’inosservanza delle norme
         in materia di origine in un paese esportatore, e ciò anche se essa non reagisce immediatamente. 
      
      261    Nel caso concreto, dal 1994 o dal 1995, il Parlamento europeo avrebbe attirato l’attenzione della Commissione sull’esistenza
         di irregolarità relative ai certificati di origine emessi in Turchia relativamente a vari prodotti, tra i quali conserve di
         succhi di frutta. Tuttavia, per anni la Commissione non avrebbe preso alcuna iniziativa in merito, intervenendo nel caso dei
         televisori turchi solo 20 anni dopo (sentenza Televisori turchi, cit., punti 261 e 262), e ciò solo dopo la creazione dell’UCLAF
         e le prime indagini svolte in loco da tale organismo. 
      
      262    Inoltre, la ricorrente sostiene che dal contenuto di una lettera dell’UCLAF del 9 dicembre 1998, inviata alla direzione del
         coordinamento della Comunità europea in Ankara, emerge che, dal 1993, la Commissione era senz’altro a conoscenza del fatto
         che i concentrati di succo di mela erano esportati verso l’Unione europea per mezzo di certificati di origine irregolari.
         Ad ogni modo, la Commissione avrebbe dovuto sapere, dalla relazione di missione del 1993, depositata nell’ambito delle cause
         decise con la citata sentenza Televisori turchi, che simili violazioni delle norme in materia di origine erano state commesse
         in sede di esportazione, a partire dalla Turchia, di altri prodotti, quali i succhi di frutta. 
      
      263    Infine, la ricorrente sostiene che, contemporaneamente a tale avvertimento, la Commissione era tenuta a dare alle autorità
         nazionali i mezzi per consentire loro di verificare l’autenticità dei certificati rilasciati dalle autorità turche, come è
         recentemente avvenuto nel caso delle importazioni di zucchero originario della Serbia e Montenegro (Avviso agli importatori,
         GU 2003, C 177, pag. 2). 
      
      264    La Commissione rileva, in via preliminare, che essa non era assolutamente tenuta ad avvisare gli importatori in tempo utile.
         Al riguardo, la Commissione ricorda, innanzi tutto, i principi fissati in materia dal Tribunale nella citata sentenza Hyper/Commissione
         (punti 126-128), ai sensi dei quali nessuna disposizione comunitaria obbliga espressamente la Commissione a rendere edotti
         gli importatori qualora nutra dubbi in merito alla validità delle operazioni doganali effettuate dagli importatori medesimi
         nell’ambito di un regime preferenziale. Come il Tribunale avrebbe parimenti dichiarato nella citata sentenza Hyper/Commissione,
         la Commissione è obbligata, sulla base del proprio obbligo generale di diligenza, ad avvertire sistematicamente gli importatori
         comunitari solo nel caso in cui nutra seri dubbi quanto alla regolarità di un elevato numero di esportazioni effettuate nell’ambito
         di un regime preferenziale. 
      
      265    Nel caso concreto, la Commissione sostiene, contrariamente a quanto affermato dalla ricorrente, di non aver nutrito seri dubbi
         di tal genere già dal 1993, bensì che sarebbe entrata in possesso di informazioni più concrete sui certificati inesatti e
         falsificati solo dal 1998, in seguito all’apertura di un procedimento d’indagine. Per quanto riguarda l’asserita segnalazione
         da parte del Parlamento europeo, la Commissione rileva che la ricorrente non è in grado di citare al riguardo una sola risoluzione
         ad hoc del Parlamento europeo pubblicata sulla Gazzetta ufficiale. Peraltro, la Commissione afferma che, da un lato, le questioni
         parlamentari non hanno lo scopo di dare informazioni alla Commissione, ma, al contrario, di chiederne alla stessa, e, dall’altro,
         la ricorrente non affermerebbe neppure che il Parlamento europeo si sia pronunciato su un’eventuale falsificazione di certificati
         di origine relativi ad importazioni di succo di mela proveniente dalla Turchia. 
      
      266    La Commissione contesta inoltre qualsiasi analogia tra i fatti del caso di specie e quelli di cui alla citata sentenza De
         Haan. Infatti, secondo la Commissione, in tale causa le competenti autorità doganali olandesi erano già a conoscenza o, perlomeno,
         sospettavano seriamente dell’esistenza di una frode ancor prima dell’esecuzione delle operazioni doganali che hanno dato luogo
         alla riscossione. Nella presente fattispecie, al contrario, i primi sospetti relativi alla non autenticità o all’invalidità
         dei certificati di origine sarebbero emersi solo dopo le importazioni controverse. Le importazioni della ricorrente sarebbero
         terminate il 20 novembre 1997, mentre le prime segnalazioni di irregolarità sarebbero pervenute alla Commissione o alle autorità
         doganali italiane solo nel corso dell’anno 1998. 
      
      267    Inoltre, la Commissione afferma che, anche supponendo che essa fosse nel caso concreto tenuta ad avvertire tempestivamente
         gli importatori, tale omessa segnalazione non avrebbe originato il pregiudizio invocato dalla ricorrente, ossia l’insorgenza
         di dazi all’importazione, dato che le sue importazioni erano già cessate alla data in cui la Commissione avrebbe potuto procedere
         con l’avvertimento. La Commissione rileva che, con il suo argomento, la ricorrente mira ad affermare che la Commissione avrebbe
         dovuto, in via generale, sospettare la Repubblica di Turchia di violazioni dell’Accordo d’associazione, il che non rientrerebbe
         tra i suoi compiti. 
      
      268    Infine, la Commissione respinge l’analogia con la situazione relativa alle importazioni di zucchero originarie della Serbia
         e Montenegro. Infatti, in tale caso, l’avviso della Commissione agli importatori sarebbe espressamente dovuto alle lacune
         nella collaborazione amministrativa con le autorità della Serbia e Montenegro. Diverso sarebbe il caso delle autorità turche,
         che, al contrario, avrebbero pienamente collaborato con la Commissione. 
      
       Giudizio del Tribunale
      269    Occorre rilevare che la ricorrente addebita alla Commissione di essere venuta meno al suo obbligo di avvertire in tempo utile
         gli importatori, una volta a conoscenza dell’esistenza di irregolarità nelle esportazioni di prodotti originari della Turchia.
         
      
      270    Al riguardo si ricorda che, secondo una giurisprudenza costante, nessuna disposizione comunitaria obbliga espressamente la
         Commissione a rendere edotti gli importatori qualora nutra dubbi in merito alla validità delle operazioni doganali effettuate
         dagli importatori medesimi nell’ambito di un regime preferenziale (sentenze De Haan, cit., punto 36, e Hyper/Commissione,
         cit., punto 126).
      
      271    È pur vero che, nella citata sentenza Televisori turchi (punto 268), è stato riconosciuto che un siffatto obbligo a carico
         della Commissione poteva essere dedotto, in taluni casi specifici, dal suo obbligo generale di diligenza nei confronti degli
         operatori economici. Infatti, nelle cause da cui è scaturita tale sentenza, la Commissione era a conoscenza del fatto – ovvero
         sospettava seriamente – che le autorità turche avevano commesso gravi inadempimenti nell’ambito dell’applicazione dell’Accordo
         di associazione (segnatamente per la mancata trasposizione della disciplina relativa al prelievo di compensazione) e che tali
         inadempimenti incidevano sulla validità di tutte le esportazioni di televisori verso la Comunità. 
      
      272    Occorre tuttavia ricordare che nella citata sentenza Hyper/Commissione è stato anche dichiarato che la Commissione è obbligata,
         sulla base del proprio obbligo generale di diligenza, ad avvisare sistematicamente gli importatori comunitari solo nel caso
         in cui nutra seri dubbi quanto alla regolarità di un elevato numero di esportazioni effettuate nell’ambito di un regime preferenziale
         (sentenza Hyper/Commissione, cit., punto 128).
      
      273    Orbene, nel caso di specie, la ricorrente non è stata in grado di provare l’esistenza di gravi inadempimenti da parte delle
         autorità turche, che inficiassero l’insieme delle esportazioni di succo di frutta concentrato e che avessero contribuito alla
         circolazione di certificati falsificati. Pertanto, come emerge dal precedente punto 242, non è possibile stabilire alcuna
         analogia con i fatti che hanno dato luogo alla citata sentenza Televisori turchi. 
      
      274    Inoltre, occorre rilevare che, al momento delle importazioni controverse, la Commissione non poteva nutrire seri dubbi relativamente
         alle importazioni di succo di frutta concentrato proveniente dalla Turchia. Infatti, dalla corrispondenza scambiata tra la
         Commissione, le autorità italiane e le autorità turche emerge che è solo dalla fine dell’anno 1998, dopo la scoperta, da parte
         delle autorità doganali italiane, del primo certificato falsificato e l’avvio di un procedimento d’indagine, che la Commissione
         ha potuto rendersi conto dell’esistenza dei certificati falsificati. Pertanto, come giustamente evidenziato dalla Commissione,
         anche supponendo che la Commissione fosse tenuta ad avvertire gli importatori fin dall’insorgere dei primi dubbi sulla regolarità
         dei certificati controversi, essa non sarebbe stata in grado di evitare il pregiudizio subìto dalla ricorrente, dato che le
         ultime importazioni controverse risalgono al 20 novembre 1997. 
      
      275    Per quanto riguarda l’argomento della ricorrente secondo cui la Commissione era senz’altro a conoscenza, dal 1993 o dal 1994,
         del fatto che i concentrati di succo di mela erano esportati dalla Turchia tramite certificati di origine irregolari, occorre
         constatare che la ricorrente non apporta alcun elemento di prova e che esso va quindi respinto. 
      
      276    Lo stesso vale per l’argomento relativo all’asserito avviso ad opera del Parlamento europeo, con cui questo invitava la Commissione
         ad indagare su irregolarità relative ai certificati di circolazione emessi dalla Repubblica di Turchia per un gran numero
         di prodotti. In mancanza di prove, tale argomento dev’essere respinto. 
      
      277    Occorre anche respingere l’affermazione della ricorrente secondo cui la Commissione avrebbe dovuto sapere, sulla base della
         relazione di missione dell’UCLAF nelle cause decise con la citata sentenza Televisori turchi, che simili violazioni delle
         norme in materia di origine erano state commesse nell’ambito dell’esportazione di altri prodotti, quali quelli oggetto del
         caso di specie. Infatti, da un lato, la ricorrente non avalla tale affermazione con nessun elemento di prova, e, dall’altro,
         i fatti sui cui l’UCLAF ha indagato in occasione della detta missione non riguardavano certificati falsificati da terzi, ma
         certificati irregolarmente emessi dalle autorità turche. 
      
      278    Peraltro, per quanto riguarda l’affermazione della ricorrente secondo cui, dal contenuto di una lettera del 9 dicembre 1998,
         inviata alla direzione del coordinamento della Comunità europea in Ankara, emerge che la Commissione sapeva dal 1993 che concentrati
         di succo di mela erano esportati per mezzo di certificati irregolari, si deve constatare che tale lettera, che è stata depositata
         dalla Commissione in seguito a un quesito scritto del Tribunale, non contiene nessuna informazione del genere. Infatti, in
         tale lettera, la Commissione chiede una verifica di tutte le esportazioni di succo di frutta concentrato per il periodo compreso
         tra il 1993 e il 1998, senza però specificare il momento in cui era venuta a conoscenza dell’esistenza delle irregolarità.
         
      
      279    Infine, occorre dichiarare che l’analogia con l’avviso dato dalla Commissione agli importatori nell’ambito delle importazioni
         di zucchero originarie della Serbia e Montenegro è irrilevante. Infatti, tale avviso si basava, da un lato, sull’esistenza
         di dubbi fondati quanto all’esistenza di frodi considerevoli e, dall’altro, sull’esistenza di lacune nella cooperazione amministrativa
         con le autorità competenti. Orbene, nella presente causa, la ricorrente non è stata in grado di provare fatti del genere.
         
      
      280    Da quanto precede risulta che la Commissione non è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti, non avendo avvertito la ricorrente,
         prima delle importazioni controverse, dei dubbi che essa poteva avere sulla regolarità dei certificati controversi. 
      
      281    Ne deriva che la presente censura non è fondata e deve quindi essere respinta. 
      
      d)     Sulla valutazione erronea dei fatti nell’ambito delle indagini svolte in Turchia
       Argomenti delle parti
      282    La ricorrente afferma che dal controricorso emerge che la Commissione non ha correttamente indagato sui fatti in occasione
         della missione effettuata nel dicembre 1998, o che essa non ha potuto procedere ad un’indagine corretta a causa della mancanza
         di cooperazione delle autorità turche, o ancora che essa ha rifiutato di divulgare i risultati di una tale indagine. Secondo
         la ricorrente, le disposizioni relative alla reciproca assistenza, in particolare gli artt. 3, 6, 7 e 8 dell’allegato 7 alla
         decisione n. 1/95, fornivano alla Commissione un fondamento normativo sufficiente per condurre un’indagine che le permettesse
         il corretto accertamento dei fatti. La Commissione avrebbe quindi potuto accertare se i certificati controversi fossero stati
         emessi dalle autorità turche, registrati dall’ufficio doganale di Mersin, e riportassero i timbri di quest’ultimo, nonché
         se un’indagine penale fosse stata condotta nei confronti di eventuali falsari. La Commissione, avendo omesso di procedere
         in tal modo, si sarebbe resa colpevole di un grave inadempimento. 
      
      283    La Commissione sostiene che, contrariamente a quanto affermato dalla ricorrente, essa ha correttamente esaminato e valutato
         l’insieme dei fatti rilevanti. La ricorrente sottovaluterebbe sistematicamente la circostanza che la Repubblica di Turchia
         non è membro dell’Unione e che, pertanto, in Turchia la Commissione dispone solo dei poteri che le sono stati espressamente
         concessi da tale paese. 
      
       Giudizio del Tribunale
      284    Per quanto riguarda gli asseriti inadempimenti della Commissione derivanti dal fatto che l’UCLAF non avrebbe svolto un’indagine
         corretta in Turchia, è sufficiente rilevare che la ricorrente non è in grado di avallare il suo argomento con elementi di
         prova. Peraltro, si deve rilevare che nessuna disposizione applicabile nel caso di specie obbligava l’UCLAF ad adottare i
         metodi d’indagine suggeriti dalla ricorrente. Infine, anche ammettendo che l’UCLAF non abbia condotto un’indagine esauriente
         nell’ambito delle missioni effettuate in Turchia, occorre constatare che la ricorrente non è stata in grado di dimostrare
         la necessità della stessa fornendo elementi idonei a mettere in discussione la validità del controllo sulla regolarità dei
         certificati controversi effettuato dalle autorità turche. 
      
      285    Di conseguenza, le censure della ricorrente relative agli asseriti inadempimenti imputabili alla Commissione sono infondate
         e vanno quindi respinte. 
      
      4.     Sull’assenza di negligenza manifesta in capo alla ricorrente e sulla valutazione dei rischi
      a)     Argomenti delle parti 
      286    Innanzi tutto, relativamente all’assenza di negligenza da parte sua, la ricorrente afferma, in primo luogo, che nella decisione
         impugnata (punti 53-56), la Commissione ha correttamente concluso che, per quanto riguarda i certificati A.TR.1 giudicati
         irregolari, essa era in buona fede ed aveva mostrato la necessaria diligenza. Lo stesso varrebbe per i certificati controversi,
         in quanto non ci sarebbe alcuna differenza apparente tra questi ed i certificati giudicati irregolari. Peraltro, nella decisione
         impugnata, la Commissione non avrebbe, correttamente, in alcun modo addebitato alla ricorrente il fatto di non aver agito
         con prudenza e diligenza anche in rapporto ai certificati controversi. 
      
      287    La ricorrente nega poi di aver dato prova di negligenza manifesta, avendo omesso di accertarsi del fatto che i certificati
         controversi utilizzati nell’ambito dei suoi rapporti commerciali fossero autentici e validi. Al riguardo, la ricorrente sottolinea
         che essa non disponeva di alcun elemento che potesse far sorgere il timore di eventuali falsificazioni di certificati o che
         le lasciasse supporre che le autorità turche rilasciassero certificati A.TR.1 per merci non originarie della Turchia. Essa
         sarebbe giunta alla conclusione che le autorità turche avevano gravemente e durevolmente violato le norme relative ai certificati
         di origine solo in seguito a colloqui tenuti dai suoi responsabili in Turchia, alla corrispondenza scambiata dalla Commissione
         e le autorità italiane con le autorità turche, nonché alla consultazione parziale del fascicolo. 
      
      288    Inoltre, la ricorrente dichiara che le operazioni di importazione effettuate con la società turca Akman erano normali operazioni
         commerciali. Orbene, secondo la giurisprudenza, nel caso in cui le importazioni rientrino in una prassi commerciale normale,
         spetta alla Commissione dimostrare una negligenza manifesta da parte degli importatori (citate sentenze Eyckeler & Malt/Commissione,
         punto 159, e Televisori turchi, punto 297).
      
      289    Infine, nella sua replica, la ricorrente contesta l’argomento della Commissione secondo cui, qualora il Tribunale concludesse
         per l’esistenza di una situazione particolare in capo alla ricorrente, la questione dell’eventuale assenza di negligenza manifesta
         da parte di quest’ultima dovrebbe formare l’oggetto di una nuova valutazione da parte della Commissione. Secondo la ricorrente,
         poiché la Commissione non ha preso posizione nel controricorso sulle condizioni soggettive di applicazione dell’art. 239 del
         CDC, tale argomento le sarebbe ormai precluso, non solo nell’ambito del presente procedimento, ma anche nel caso in cui il
         presente ricorso fosse giudicato fondato. Inoltre, la ricorrente ritiene che, qualora, nella sua controreplica, la Commissione
         concludesse per l’esistenza di una negligenza manifesta, una tale tesi andrebbe respinta a causa di preclusione o alla ricorrente
         dovrebbe essere concessa la possibilità di presentare osservazioni complementari. Infatti, qualsiasi altra soluzione procurerebbe
         alla Commissione un ingiusto vantaggio. 
      
      290    In secondo luogo, per quanto riguarda la valutazione dei rischi, la ricorrente sottolinea che dalle circostanze esposte emerge
         che sia la Commissione sia le autorità turche sono incorse in un grave inadempimento agli obblighi ad esse incombenti, contribuendo
         all’autenticazione e al rilascio di certificati asseritamente falsi ma in realtà irregolari. Tali inadempimenti avrebbero
         dato luogo ad una situazione che non rientrerebbe più nel normale rischio che ogni importatore deve accollarsi, ma che, al
         contrario, configurerebbe una situazione particolare, ai sensi dell’art. 239 del CDC, in capo alla ricorrente. 
      
      291    Inoltre, la Commissione sarebbe obbligata, nell’esercizio delle sue funzioni nell’ambito dell’art. 239 del CDC, a tener conto
         non solo dell’interesse della Comunità all’osservanza delle disposizioni doganali, bensì anche dell’interesse dell’importatore
         in buona fede a non subire i danni che vadano oltre l’ordinario rischio commerciale (citate sentenze Eyckeler & Malt/Commissione,
         punto 133, e Hyper/Commissione, punto 95). 
      
      292    Innanzi tutto, la Commissione sostiene che la sezione della decisione impugnata relativa ai certificati controversi, giudicati
         falsificati, non contiene alcun riferimento alla questione della diligenza o della negligenza della ricorrente. Secondo la
         Commissione, tale questione non presentava più alcun interesse una volta stabilita l’assenza di una situazione particolare,
         ai sensi del combinato disposto dell’art. 239 del CDC e dell’art. 905 del regolamento d’applicazione del CDC. Tuttavia, la
         Commissione sottolinea che, qualora nel caso di specie il Tribunale dovesse concludere per l’esistenza di una situazione particolare,
         la Commissione dovrebbe procedere ad una valutazione degli altri presupposti di fatto per l’applicazione dell’art. 239 del
         CDC, dato che i passaggi della decisione impugnata (ai punti 52 e seguenti) relativi alla diligenza e alla buona fede della
         ricorrente in rapporto ai certificati considerati irregolari non sono necessariamente trasponibili. 
      
      293    Inoltre, la Commissione sostiene che gli argomenti della ricorrente relativi alle gravi violazioni delle autorità turche,
         qualora fondati, rivelerebbero una violazione del dovere di diligenza ad essa incombente o una negligenza manifesta da parte
         sua, che escluderebbe qualsiasi rimborso ai sensi dell’art. 239 del CDC. Infatti, se la ricorrente sospettava le autorità
         turche di gravi violazioni delle norme in materia di certificati di origine, essa avrebbe dovuto accertarsi dell’autentiticità
         dei certificati da essa utilizzati nei suoi rapporti commerciali. Orbene, sarebbe solo a partire dall’aprile 1999, ossia quasi
         due anni dopo la fine delle importazioni controverse, che la ricorrente si sarebbe informata circa il metodo con cui la Repubblica
         di Turchia applicava il regime preferenziale. 
      
      294    Infine, per quanto riguarda l’esame dei rischi, la Commissione rileva che dalla sua esposizione risulta che la ricorrente
         ha presentato certificati di origine falsificati, alla cui fabbricazione non hanno partecipato le autorità turche. Ai sensi
         dell’art. 904, lett. c), del regolamento d’applicazione del CDC, tale situazione non costituirebbe una circostanza particolare
         ai sensi dell’art. 239 del CDC, ma la concretizzazione di un normale rischio commerciale contro il quale la ricorrente avrebbe
         dovuto assicurarsi. Pertanto, la Commissione ritiene che da ciò non derivi un’intollerabile discriminazione della ricorrente
         rispetto agli altri importatori. 
      
      b)     Giudizio del Tribunale
      295    Occorre rilevare che la Commissione ha respinto la domanda di sgravio dei dazi all’importazione per la ragione che, «[s]econdo
         [lei], (…) le menzionate circostanze non [erano] costitutive di una situazione particolare ai sensi dell’articolo 239 del
         regolamento (…) n. 2913/92» (punto 39 della decisione impugnata). Come giustamente rilevato dalla Commissione nelle sue osservazioni
         scritte, al fine di dimostrare che non sussisteva una situazione particolare, essa non si è pronunciata, nella sezione della
         decisione impugnata relativa ai certificati falsificati (punti 18-41), sulla questione della diligenza o della negligenza
         in capo alla ricorrente. 
      
      296    Ne consegue che la parte del secondo motivo relativo all’assenza di negligenza manifesta in capo alla ricorrente è inconferente
         e dev’essere quindi respinto (v., in tal senso, sentenza Bonn Fleisch Ex- und Import/Commissione, cit., punto 69).
      
      297    Alla luce di quanto precede, occorre respingere integralmente il secondo motivo.
      
      C –  Sul terzo motivo, relativo ad una violazione dell’art. 220, n. 2, lett. b), del CDC
      1.     Argomenti delle parti
      298    La ricorrente ricorda innanzi tutto che, nella decisione impugnata (punti 18 e segg.), la Commissione ha esaminato principalmente
         l’applicabilità dell’art. 220, n. 1, lett. b), del CDC, per concludere che non sussisteva alcun inadempimento da parte delle
         autorità turche e respingendo quindi l’applicazione dell’art. 220, n. 2, lett. b), del CDC. Secondo la ricorrente, i rilievi
         della Commissione sono inesatti, poiché l’amministrazione doganale turca sapeva per certo che i 32 certificati controversi
         da essa autenticati e registrati erano irregolari. 
      
      299    Peraltro, la ricorrente sostiene che i colloqui tenuti dai suoi rappresentanti nonché le indagini dell’UCLAF in Turchia attestano
         che, anche qualora i certificati controversi non fossero stati scientemente vistati dalle autorità turche, quanto meno queste
         sapevano o avrebbero dovuto sapere dello loro esistenza. Poiché la ricorrente ritiene che non vi sia alcun dubbio circa la
         sua buona fede, ne deriverebbe che i dazi all’importazione riscossi a posteriori debbano esserle rimborsati. 
      
      300    La Commissione afferma, in via principale, che dalla decisione impugnata emerge che, per quanto riguarda i certificati giudicati
         falsificati, i presupposti per l’applicazione dell’art. 220, n. 2, lett. b), del CDC non sussistevano nel caso di specie,
         non essendo stato rilevato alcun errore da parte delle autorità turche, dato che i certificati controversi non erano stati
         né rilasciati né firmati dalle stesse, ma, al contrario, erano stati falsificati da terzi (punti 18-28 della decisione impugnata).
         
      
      301    La Commissione sostiene, peraltro, che, ai sensi di una giurisprudenza costante, il fatto che le autorità doganali italiane
         abbiano inizialmente accettato i certificati di origine falsificati non costituirebbe di per sé un errore ai sensi dell’art. 220,
         n. 2, lett. b), del CDC. 
      
      302    Infine, la Commissione dichiara che, poiché la ricorrente solleva solo argomenti già respinti nell’ambito del motivo relativo
         all’applicazione dell’art. 239 del CDC, essa si permette di rinviare a tali considerazioni anteriori. La Commissione ne deduce
         che, nel caso di specie, non sussistono i presupposti per l’applicazione dell’art. 220, n. 2, lett. b), del CDC e che, quindi,
         i dazi all’importazione controversi potevano essere contabilizzati a posteriori. Pertanto, anche sotto tale profilo, il ricorso
         sarebbe infondato. 
      
      2.     Giudizio del Tribunale
      303    Ai sensi dell’art. 220, n. 2, lett. b), del CDC, affinché le autorità competenti possano omettere di procedere alla contabilizzazione
         a posteriori dei dazi all’importazione, devono essere soddisfatte tre condizioni cumulative. Occorre, innanzi tutto, che i
         dazi non siano stati riscossi per un errore delle stesse autorità competenti; poi, che l’errore in cui esse sono incorse sia
         tale da non poter ragionevolmente essere scoperto da un debitore in buona fede e, infine, che quest’ultimo abbia rispettato
         tutte le disposizioni previste dalla normativa in vigore riguardo alla sua dichiarazione in dogana (v., per analogia, sentenze
         della Corte 12 luglio 1989, causa 161/88, Binder, Racc. pag. 2415, punti 15 e 16; 27 giugno 1991, causa C-348/89, Mecanarte, Racc. pag. I-3277, punto 12; 4 maggio 1993, causa C-292/91, Weis, Racc. pag. I-2219, punto 14, e Faroe Seafood e a., cit., punto 83; ordinanze della Corte 9 dicembre 1999, causa C‑299/98 P, CPL Imperial 2 e Unifrigo/Commissione, Racc. pag. I-8683, punto 22, e 11 ottobre 2001, causa C-30/00, William Hinton & Sons, Racc. pag. I-7511, punti 68, 69, 71 e 72; sentenza del Tribunale 5 giugno 1996, causa T-75/95, Günzler Aluminium/Commissione, Racc. pag. II-497, punto 42).
      
      304    Occorre anche rilevare che, secondo una giurisprudenza costante, l’art. 220, n. 2, lett. b), del CDC ha lo scopo di tutelare
         il legittimo affidamento del debitore circa la fondatezza dell’insieme degli elementi che intervengono nella decisione di
         recuperare o meno i dazi doganali. Tuttavia, il legittimo affidamento del debitore merita la tutela conferita da tale disposizione
         solo se sono state le autorità competenti medesime a porre in essere i presupposti sui quali si fondava il detto affidamento.
         Quindi, solo gli errori imputabili ad un comportamento attivo delle autorità competenti e che il debitore non ha potuto ragionevolmente
         individuare danno diritto al mancato recupero a posteriori dei dazi doganali (sentenza Mecanarte, cit., punti 19 e 23).
      
      305    Nel caso di specie occorre dichiarare che, nella parte controversa della decisione impugnata, la Commissione ha concluso che
         non sussistevano i presupposti per l’applicazione dell’art. 220, n. 2, lett. b), del CDC, non essendo rilevabile nessun errore
         nell’operato delle autorità competenti (punti 25-27).
      
      306    Da quanto precede risulta quindi che la ricorrente non è stata in grado di provare che un comportamento attivo delle autorità
         competenti aveva contribuito all’emissione o all’accettazione dei certificati controversi rivelatisi falsi. 
      
      307    Il presente motivo va quindi respinto. 
      
      308    Alla luce delle considerazioni che precedono, il ricorso dev’essere integralmente respinto.
      
       Sulle misure di organizzazione del procedimento e sui mezzi istruttori richiesti
      309    La ricorrente chiede al Tribunale di disporre vari mezzi istruttori ai sensi dell’art. 64, n. 4, e dell’art. 65 del suo regolamento
         di procedura. 
      
      A –  Sulla produzione di documenti contenuti nel fascicolo amministrativo
      1.     Argomenti delle parti 
      310    La ricorrente chiede che il Tribunale voglia invitare la Commissione a produrre l’insieme dei documenti che essa sostiene
         di non aver potuto consultare nell’ambito dell’accesso al fascicolo amministrativo (v. precedenti punti 72 e seguenti). 
      
      311    Al fine di dimostrare la mancanza di cooperazione delle autorità turche, nonché i loro inadempimenti nell’applicazione dell’Accordo
         di associazione e l’insufficienza delle indagini svolte dalla Commissione, essa chiede, in particolare, la produzione delle
         relazioni di missione dell’UCLAF. Nello specifico, la ricorrente desidera ottenere la relazione dell’UCLAF del 23 dicembre
         1998, o di altra data, sulla natura, sul contenuto e sui risultati delle indagini condotte in Turchia, in particolare presso
         l’ufficio doganale di Mersin. 
      
      312    La Commissione afferma, in sostanza, che la ricorrente ha potuto consultare tutti i documenti rilevanti e, quindi, che tali
         richieste sono prive di effetto.
      
      2.     Giudizio del Tribunale
      313    Innanzi tutto, dal precedente punto 99 risulta che la ricorrente ha potuto consultare le relazioni di missione dell’UCLAF
         del 9 e del 23 dicembre 1998 prima che la decisione impugnata venisse adottata. Inoltre, occorre rilevare che tali relazioni
         sono state depositate dalla Commissione in seguito ad un quesito scritto del Tribunale. In tale contesto, la presente istanza
         è priva di oggetto e deve quindi essere respinta. 
      
      B –  Sugli altri mezzi istruttori
      1.     Argomenti delle parti
      314    Innanzi tutto, al fine di provare l’obbligo di trasmettere i facsimile dei timbri e delle firme utilizzati dall’amministrazione
         doganale turca, in particolare le impronte e le firme dell’ufficio doganale di Mersin, ed il fatto che tali facsimile sono
         stati ufficialmente inviati alla Commissione dalle autorità turche e successivamente trasmessi alle autorità degli Stati membri,
         la ricorrente chiede al Tribunale di ordinare alla Commissione e all’amministrazione doganale italiana di allegarli al fascicolo,
         insieme ai documenti attestanti che le copie dei timbri e le firme autorizzate sono state inviate ai servizi competenti degli
         Stati membri. 
      
      315    In secondo luogo, al fine di dimostrare che i 32 certificati A.TR.1 controversi non sono dei falsi, la ricorrente chiede al
         Tribunale di nominare un esperto, quale il servizio di polizia doganale tedesco di Colonia, che controlli l’autenticità degli
         originali, per mezzo di una comparazione con le impronte originali dei timbri e delle firme rilevanti. 
      
      316    A tal fine, la ricorrente chiede anche che il Tribunale voglia ordinare alla Commissione di sollecitare le autorità doganali
         di Ravenna, oppure inviti direttamente queste ultime, a trasmettere all’esperto designato gli originali dei 103 certificati
         A.TR.1 menzionati nella lettera dell’amministrazione italiana allegata al ricorso. Anche il mandatario ad litem della ricorrente
         dovrebbe avere la possibilità di consultare tali certificati. 
      
      317    Il Tribunale dovrebbe anche richiedere al governo turco, eventualmente per tramite della Commissione, l’invio delle copie
         originali dei certificati controversi in suo possesso, al fine di compararli con gli originali nell’ambito del regime di assistenza
         amministrativa convenuto. 
      
      318    In terzo luogo, allo scopo di dimostrare che i certificati controversi costituiscono documenti autentici e sono stati registrati
         dall’ufficio doganale di Mersin, la ricorrente chiede al Tribunale di invitare l’amministrazione centrale turca delle dogane
         a designare un funzionario che dovrebbe produrre in udienza i modelli dei timbri e delle firme usati dall’ufficio doganale
         di Mersin nel periodo controverso, nonché i registri, e fornire informazioni circa la non autenticità o l’irregolarità dei
         certificati controversi. 
      
      319    A tale proposito, la ricorrente invoca la reciproca assistenza tra le parti contraenti dell’Accordo di associazione. Essa
         sottolinea, in particolare, che, ai sensi dell’art. 29 della decisione n. 1/95, in combinato disposto con il suo allegato
         7 e con l’art. 15 della decisione n. 1/96, le autorità comunitarie e quelle turche si prestano mutua assistenza per il controllo
         dell’autenticità e della regolarità dei certificati A.TR.1. Inoltre, l’art. 12 dell’allegato 7 alla decisione n. 1/96 disporrebbe
         che i funzionari dell’autorità interpellata compaiono in qualità di esperti o di testimoni nella giurisdizione di un’altra
         parte contraente e producono i documenti o le copie autenticate eventualmente necessari ai fini del procedimento. 
      
      320    La Commissione ritiene che le richieste della ricorrente relativamente all’esibizione dei certificati controversi e al loro
         controllo da parte di un esperto debbano essere respinte dal momento che la verifica dell’autenticità dei certificati è di
         esclusiva competenza delle autorità turche. 
      
      321    Parimenti, la richiesta diretta ad accogliere la testimonianza di un agente doganale turco andrebbe dichiarata irricevibile,
         considerato che, secondo la Commissione, l’amministrazione doganale turca ha già confermato più volte le sue affermazioni
         in merito ai certificati controversi.
      
      322    Per quanto riguarda la richiesta di trasmissione di atti provenienti dai registri dell’ufficio doganale di Mersin, la Commissione
         sostiene che essa è parimenti irricevibile, in quanto priva di effetti, avendo la Commissione già fatto riferimento alla possibilità
         dell’esistenza di 32 certificati autentici e che essi siano serviti ai falsari da modello per produrre i certificati controversi.
         
      
      2.     Giudizio del Tribunale
      323    Per quanto riguarda i mezzi istruttori richiesti, ai sensi di una giurisprudenza consolidata, spetta al Tribunale valutare
         l’utilità dei provvedimenti istruttori ai fini della soluzione della lite (sentenza del Tribunale 16 maggio 2001, causa T‑68/99, Toditec/Commissione, Racc. pag. II‑1443, punto 40).
      
      324    Nel caso di specie occorre rilevare che, come evidenziato dalla Commissione, le autorità turche hanno chiaramente affermato
         che i certificati controversi erano stati falsificati. Pertanto, alla luce degli elementi del fascicolo e delle censure formulate
         dalla ricorrente, risulta che siffatte misure dirette a dimostrare che si tratta di documenti autentici non sono né rilevanti
         né necessarie ai fini della decisione della presente controversia. Non occorre quindi ricorrervi. Le richieste della ricorrente
         aventi ad oggetto il deposito dei certificati controversi ed il loro controllo da parte di un esperto devono quindi essere
         respinte.
      
      C –  Sulle offerte di prova
      1.     Argomenti delle parti
      325    La ricorrente offre come prova dei vari fatti allegati l’ascolto, in qualità di testimone, del sig. Thomas Nothelfer, dipendente
         della società Steinhauser, che, nel periodo in questione, era responsabile, in particolare, dell’acquisto di concentrati di
         succo di frutta in Turchia e che avrebbe condotto vari colloqui con le autorità turche in occasione del suo soggiorno in Turchia
         nella prima metà del mese di aprile 1999. Essa offre anche alcune dichiarazioni del prof. Gerd Merke, che avrebbe accompagnato
         il sig. Nothelfer nel suo viaggio in Turchia.
      
      326    Innanzi tutto, al fine di provare che i certificati controversi costituiscono documenti autentici, la ricorrente offre la
         testimonianza del sig. Nothelfer, secondo il quale i competenti agenti doganali di Mersin hanno riconosciuto che i timbri
         utilizzati erano appena leggibili e che l’autorità doganale centrale turca non ne aveva loro fornito di nuovi da più di un
         anno, a dispetto delle loro richieste in tal senso. 
      
      327    Inoltre, al fine di provare che i certificati controversi sono stati registrati dall’ufficio doganale di Mersin, la ricorrente
         offre la testimonianza del sig. Nothelfer, che attesta di aver visto tali registri. Il sig. Nothelfer potrebbe anche attestare
         che, in occasione di un colloquio con il competente agente doganale di Mersin, egli ha chiesto che fosse messa a sua disposizione
         una copia delle pagine del registro recanti i numeri dei 32 certificati A.TR.1 indicati come falsi, ma che, dopo aver accolto
         la sua richiesta, l’agente doganale non gli ha trasmesso alcuna copia. 
      
      328    Inoltre, al fine di provare che i certificati controversi costituiscono documenti autentici, la ricorrente offre le testimonianze
         del sig. Nothelfer e del sig. Merke secondo i quali, in una riunione con l’amministrazione centrale delle dogane in Ankara
         nell’aprile 1999, il sig. Nothelfer ha affermato che, in base alle informazioni in suo possesso, tutti i certificati A.TR.1
         (irregolari o falsi) erano stati vistati e registrati dall’amministrazione doganale. Il rappresentante dell’autorità doganale
         centrale di Ankara gli avrebbe risposto che era stata disposta un’indagine penale al fine di verificare i documenti. 
      
      329    Peraltro, al fine di provare che le autorità turche non erano coscienti del contenuto e dell’importanza delle norme in materia
         di regime preferenziale e di origine delle merci, la ricorrente offre la testimonianza del sig. Nothelfer e del sig. Merke,
         relativamente al loro colloquio con il sig. Dogran, dell’ufficio degli affari economici del Primo Ministro turco. Tale testimonianza
         servirebbe anche a provare che l’UCLAF ha informato solo tardivamente le autorità turche dell’importanza delle norme preferenziali
         e dell’obbligo di osservarle. 
      
      330    Infine, allo scopo di dimostrare che la Commissione ha violato il suo dovere di avvisare gli importatori, la ricorrente offre
         come prova un’«informazione della Commissione europea e [un’]informazione del Parlamento europeo», che riguarderebbero irregolarità
         relative ai certificati di origine di vari prodotti in Turchia. 
      
      331    Secondo la Commissione, le offerte di prova relative ai registri tenuti dall’ufficio doganale di Mersin sono senza importanza.
         Innanzi tutto, le disposizioni rilevanti dell’Accordo di associazione non prevedrebbero la tenuta di tali registri. In secondo
         luogo, la Commissione sostiene che le autorità doganali turche hanno potuto rilasciare i 32 certificati A.TR.1 per lotti diversi
         dalle consegne controverse nel caso di specie. 
      
      332    Per quanto riguarda i colloqui dei rappresentanti della ricorrente con le autorità turche, la Commissione ritiene che essi
         rafforzino la credibilità delle conclusioni da esse trasmesse, e siano quindi irrilevanti. Inoltre, la Commissione sostiene
         che l’affermazione del sig. Nothelfer secondo cui alcuni membri del gruppo del Primo Ministro non conoscevano la normativa
         in materia di origine e di tariffe preferenziali è priva di rilevanza in quanto l’essenziale sarebbe la conoscenza di tali
         norme da parte dei servizi doganali. 
      
      2.     Giudizio del Tribunale
      333    Per quanto riguarda le offerte di prova formulate dalla ricorrente, è sufficiente rilevare che, alla luce di quanto precede
         (v., in particolare, i precedenti punti 150 e seguenti, 161 e seguenti, 216 e 276), esse sono tutte irrilevanti e devono quindi
         essere respinte.
      
       Sulle spese
      334    Ai sensi dell’art. 87, n. 2, del regolamento di procedura del Tribunale, la parte soccombente è condannata alle spese se ne
         è stata fatta domanda. Poiché la convenuta ne ha fatto domanda, la ricorrente, rimasta soccombente, dev’essere condannata
         alle spese. 
      
      Per questi motivi,
      IL TRIBUNALE (Quinta Sezione)
      dichiara e statuisce:
      1)      Il ricorso è respinto.
      2)      La ricorrente è condannata alle spese.
      
               Vilaras 
            
            
                Martins Ribeiro 
            
            
                Jürimäe
            
         Così deciso e pronunciato a Lussemburgo il 6 febbraio 2007.
      
               Il cancelliere 
            
             
            
                      Il presidente
            
         
               E. Coulon 
            
             
            
                      M. Vilaras
            
         Indice
      
      Contesto normativo
      A –  Normativa relativa al regime preferenziale
      1.  Normativa in vigore nella fase transitoria
      2.  Normativa in vigore nella fase finale
      B –  Normativa doganale
      1.  Normativa relativa allo sgravio dei dazi doganali
      2.  Normativa relativa alle regole in materia di origine
      C –  Normativa relativa alla riservatezza di alcuni documenti
      Fatti all’origine della controversia
      A –  Importazioni controverse
      B –  Procedimento penale ed amministrativo dinanzi alle autorità italiane e comunitarie
      C –  Certificato D 437214
      Procedimento e conclusioni delle parti
      In diritto
      A –  Sul primo motivo, relativo ad una violazione dei diritti della difesa
      1.  Argomenti delle parti
      2.  Giudizio del Tribunale
      B –  Sul secondo motivo, relativo ad una violazione dell’art. 239 del CDC
      1.  1. Sul certificato di circolazione A.TR.1 D 437214
      a)  Argomenti delle parti
      b)  Giudizio del Tribunale
      2.  Sugli inadempimenti imputabili alle autorità turche
      a)  Sui facsimile dei timbri e delle firme
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      –  Osservazioni preliminari
      –  Nel merito
      b)  Sulla registrazione dei certificati da parte delle autorità turche
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      c)  Sul concorso delle autorità doganali turche
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      d)  Sulla violazione delle norme in materia di assistenza amministrativa
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      e)  Sugli indizi aggiuntivi
      Argomenti della ricorrente
      Giudizio del Tribunale
      3.  Sugli inadempimenti imputabili alla Commissione europea
      a)  Sull’assenza di regolare controllo sul regime preferenziale
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      b)  Sulla mancata trasmissione dei facsimile dei timbri e delle firme
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      c)  Sulla violazione dell’obbligo di avvertenza tempestiva degli importatori
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      d)  Sulla valutazione erronea dei fatti nell’ambito delle indagini svolte in Turchia
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      4.  Sull’assenza di negligenza manifesta in capo alla ricorrente e sulla valutazione dei rischi
      a)  Argomenti delle parti
      b)  Giudizio del Tribunale
      C –  Sul terzo motivo, relativo ad una violazione dell’art. 220, n. 2, lett. b), del CDC
      1.  Argomenti delle parti
      2.  Giudizio del Tribunale
      Sulle misure di organizzazione del procedimento e sui mezzi istruttori richiesti
      A –  Sulla produzione di documenti contenuti nel fascicolo amministrativo
      1.  Argomenti delle parti
      2.  Giudizio del Tribunale
      B –  Sugli altri mezzi istruttori
      1.  Argomenti delle parti
      2.  Giudizio del Tribunale
      C –  Sulle offerte di prova
      1.  Argomenti delle parti
      2.  Giudizio del Tribunale
      Sulle spese
      * Lingua processuale: il tedesco.