CELEX: 62004TJ0068
Language: it
Date: 2008-10-08
Title: Sentenza del Tribunale di primo grado (Quinta Sezione) dell'8 ottobre 2008. # SGL Carbon AG contro Commissione delle Comunità europee. # Concorrenza - Intese - Mercato dei prodotti di carbonio e di grafite per applicazioni elettriche e meccaniche - Orientamenti per il calcolo dell’importo delle ammende - Gravità e durata dell’infrazione - Principio di proporzionalità - Principio della parità di trattamento - Limite massimo del 10% del fatturato - Interessi di mora. # Causa T-68/04.

Causa T‑68/04
      SGL Carbon AG
      contro
      Commissione delle Comunità europee
      «Concorrenza — Intese — Mercato dei prodotti di carbonio e di grafite per applicazioni elettriche e meccaniche — Orientamenti per il calcolo dell’importo delle ammende — Gravità e durata dell’infrazione — Principio di proporzionalità — Principio della parità di trattamento — Limite massimo del 10% del fatturato — Interessi di mora»
      Massime della sentenza
      1.      Concorrenza — Ammende — Decisione con cui vengono inflitte ammende — Obbligo di motivazione
      (Art. 253 CE; regolamento del Consiglio n. 17, art. 15, n. 2; comunicazione della Commissione 98/C 9/03)
      2.      Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Carattere dissuasivo — Potere discrezionale della Commissione 
      (Artt. 81, n. 1, CE e 82 CE; regolamento del Consiglio n. 17, art. 15, n. 2; comunicazione della Commissione 98/C 9/03)
      3.      Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Ripartizione delle imprese interessate in categorie aventi un punto di
            partenza specifico
      (Regolamento del Consiglio n. 17, art. 15, n. 2; comunicazione della Commissione 98/C 9/03, punto 1 A)
      4.      Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Fissazione di un importo di partenza assoluto in base alla natura dell’infrazione
            modulato successivamente per ciascuna impresa
      (Regolamento del Consiglio n. 17, art. 15, n. 2; comunicazione della Commissione 98/C 9/03)
      5.      Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Criteri — Fatturato preso in considerazione
      (Regolamento del Consiglio n. 17, art. 15, n. 2; comunicazione della Commissione 98/C 9/03)
      6.      Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Criteri — Durata dell’infrazione — Infrazioni di lunga durata
      (Regolamento del Consiglio n. 17, art. 15, n. 2; comunicazione della Commissione 98/C 9/03, punto 1 B)
      7.      Concorrenza — Ammende — Importo — Limite fissato dall’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17
      (Art. 81, n. 1, CE; regolamento del Consiglio n. 17, art. 15, n. 2)
      8.      Concorrenza — Ammende — Potere discrezionale della Commissione — Portata — Potere di stabilire le modalità di pagamento delle
            ammende
      (Regolamento del Consiglio n. 17, art. 15, n. 2; regolamento della Commissione n. 2342/2002, art. 86)
      1.      Per quanto riguarda la determinazione di ammende per violazione del diritto della concorrenza, la Commissione adempie al proprio
         obbligo di motivazione quando indica nella sua decisione gli elementi di valutazione che le hanno consentito di stimare la
         gravità e la durata dell’infrazione commessa, e non è tenuta a fornire un’esposizione più dettagliata o i dati numerici relativi
         alle modalità di calcolo dell’ammenda. L’indicazione di dati numerici relativi alle modalità di calcolo delle ammende, per
         quanto utili essi siano, non è indispensabile ai fini del rispetto dell’obbligo di motivazione.
      
      Per quel che riguarda la motivazione degli importi di base in termini assoluti, le ammende sono uno strumento della politica
         della concorrenza della Commissione, la quale deve disporre di un margine di discrezionalità nel fissarne gli importi al fine
         di orientare il comportamento delle imprese verso il rispetto delle regole di concorrenza. Occorre inoltre evitare che le
         ammende siano facilmente prevedibili da parte degli operatori economici. Pertanto, non si può pretendere che la Commissione
         fornisca a questo proposito elementi di motivazione diversi da quelli relativi alla gravità e alla durata dell’infrazione.
      
      (v. punti 31‑32)
      2.      Il potere della Commissione di infliggere ammende alle imprese che, intenzionalmente o per negligenza, trasgrediscono l’art. 81,
         n. 1, CE o l’art. 82 CE costituisce uno dei mezzi di cui la detta istituzione dispone per poter svolgere il compito di sorveglianza
         assegnatole dal diritto comunitario. Questo compito comprende indubbiamente quello di indagare sulle singole infrazioni e
         reprimerle, ma implica pure il dovere di seguire una politica generale mirante ad applicare, in materia di concorrenza, i
         principi fissati dal Trattato e ad orientare in questo senso il comportamento delle imprese. Ne consegue che la Commissione
         ha il potere di decidere in merito al livello dell’importo delle ammende al fine di rafforzare il loro effetto dissuasivo
         qualora infrazioni di un determinato tipo siano ancora relativamente frequenti, benché la loro illegittimità sia stata stabilita
         sin dagli inizi della politica comunitaria della concorrenza, dati i profitti che determinate imprese possono trarne.
      
      Nel caso in cui un’impresa abbia preso contemporaneamente parte a più violazioni distinte delle disposizioni dell’art. 81,
         n. 1, CE, corrispondenti ad una tipologia classica di violazione del diritto della concorrenza e ad un comportamento la cui
         illegittimità è stata reiteratamente affermata dalla Commissione, quest’ultima può legittimamente ritenere necessario fissare
         l’importo dell’ammenda ad un livello sufficientemente dissuasivo, nei limiti fissati dal regolamento n. 17.
      
      (v. punti 52-54, 56)
      3.      Il metodo consistente nel ripartire i membri di un’intesa in categorie ai fini di realizzare un trattamento differenziato
         nella fase della determinazione degli importi di base delle ammende, il cui principio è stato convalidato dal Tribunale, ancorché
         conduca ad ignorare le differenze di dimensioni tra imprese di una stessa categoria, comporta una determinazione forfetaria
         dell’importo di base fissato per le imprese appartenenti ad una stessa categoria.
      
      La Commissione può in particolare suddividere le imprese interessate in più categorie procedendo per scaglioni del 5% delle
         quote di mercato, sebbene un siffatto metodo di ripartizione non sia l’unico che permette di riflettere la proporzionalità
         delle diverse quote di mercato senza errore di valutazione in ogni procedimento promosso dalla Commissione per sanzionare
         un cartello. Nell’esercizio del suo ampio potere discrezionale, la Commissione può anche creare delle categorie sulla base
         di scaglioni del 10% delle quote di mercato.
      
      Nondimeno, una simile ripartizione deve rispettare il principio della parità di trattamento e l’importo delle ammende dev’essere
         quantomeno proporzionato agli elementi presi in considerazione al fine di valutare la gravità dell’infrazione, limitandosi
         il giudice comunitario a controllare che la detta ripartizione sia coerente ed oggettivamente giustificata.
      
      Al riguardo, una ripartizione in tre categorie delle imprese considerate, grandi, medi e piccoli operatori, è una maniera
         ragionevole di prendere in considerazione la loro importanza relativa sul mercato al fine di stabilire l’importo di base delle
         ammende, purché non porti ad una rappresentazione grossolanamente alterata del mercato in questione. Inoltre il metodo della
         Commissione, consistente nello stabilire le soglie delle categorie al 10 e al 20%, non può, a priori, essere considerato privo
         di coerenza interna.
      
      Peraltro, nell’ambito della ripartizione dei membri dell’intesa in categorie, nulla impone alla Commissione di determinare
         il rapporto tra gli importi di base delle ammende stabiliti in funzione del rapporto esistente tra la quota di mercato dell’impresa
         «più grande» della categoria più alta e quella dell’impresa «più piccola» della categoria più bassa.
      
      Infine, sebbene a talune imprese venga applicato, a causa della suddivisione in gruppi, un importo di base identico pur avendo
         esse dimensioni differenti, tale diversità di trattamento è oggettivamente giustificata dalla preminenza attribuita al tipo
         di trasgressione rispetto alla dimensione delle imprese in sede di determinazione della gravità dell’infrazione.
      
      (v. punti 62, 65-66, 68-70, 79, 92)
      4.      Per quanto riguarda le infrazioni al diritto della concorrenza che devono essere qualificate come «molto gravi», gli Orientamenti
         per il calcolo delle ammende inflitte in applicazione dell’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e dell’art. 65, n. 5, del
         Trattato CECA, si limitano a indicare che gli importi delle ammende applicabili vanno «oltre i 20 milioni di [EUR]». I soli
         limiti massimi menzionati negli Orientamenti applicabili a tali infrazioni sono il limite generale del 10% del fatturato globale
         fissato all’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e i limiti relativi alla maggiorazione che può essere prevista a causa della
         durata dell’infrazione. Nulla osta pertanto, negli Orientamenti, nel caso di un’infrazione «molto grave», ad un forte innalzamento
         in valore assoluto dell’importo di base dell’ammenda.
      
      (v. punto 73)
      5.      In sede di determinazione dell’importo delle ammende inflitte a causa di un’infrazione al diritto comunitario della concorrenza,
         la quota del fatturato corrispondente alle merci coinvolte nell’infrazione può fornire una corretta indicazione dell’entità
         di quest’ultima sul mercato interessato. In particolare, il fatturato realizzato sui prodotti oggetto di una pratica restrittiva
         costituisce un elemento oggettivo che fornisce una corretta misura della nocività di tale pratica per il gioco normale della
         concorrenza.
      
      Con riferimento alla determinazione dell’entità di un’infrazione sul mercato e della parte di responsabilità che ne consegue
         a carico di ciascun partecipante all’intesa, la Commissione prende quindi correttamente in considerazione il fatturato realizzato
         con i prodotti di cui trattasi e la quota di mercato di ciascuna delle imprese presenti sul mercato rilevante nell’ultimo
         anno civile completo dell’infrazione, e non la situazione di dette imprese nel giorno dell’adozione della decisione.
      
      (v. punti 99-100)
      6.      Anche ammesso che le intese sui prezzi siano intrinsecamente di lunga durata, non può vietarsi alla Commissione di tener conto
         della loro durata effettiva in ciascun caso concreto. Infatti alcune intese, nonostante una lunga durata progettata, vengono
         scoperte dalla Commissione ovvero denunciate da un partecipante dopo un breve periodo di funzionamento effettivo. Il loro
         effetto dannoso è necessariamente inferiore rispetto al caso in cui tali intese siano state effettivamente messe in opera
         per un lungo periodo. Di conseguenza, è sempre necessario distinguere, in applicazione dell’art. 15, n. 2, del regolamento
         n. 17, tra la durata del funzionamento effettivo delle infrazioni e la loro gravità, quale risulta dalla loro stessa natura.
      
      Peraltro, il punto 1 B, primo comma, terzo trattino, degli Orientamenti per il calcolo delle ammende inflitte in applicazione
         dell’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e dell’art. 65, n. 5, del Trattato CECA non prevede una maggiorazione automatica
         del 10% annuo per le infrazioni di lunga durata, ma lascia, al riguardo, un margine discrezionale alla Commissione. Quest’ultima
         può pertanto decidere di aumentare gli importi di base delle ammende del 10% per ogni anno completo di un’infrazione di lunga
         durata e di un altro 5% per ogni periodo ulteriore superiore a sei mesi, ma inferiore a un anno, e ciò tenuto conto della
         durata del periodo relativo all’infrazione. Il fatto che la Commissione applichi il principio di una maggiorazione del 10%
         annuo per tutte le imprese che hanno partecipato a un’infrazione qualificata come infrazione di lunga durata, non è dunque
         affatto contrario agli Orientamenti. Inoltre, non è dimostrata l’esistenza nel diritto comunitario di un «principio di maggiorazione
         decrescente delle pene» in caso di infrazioni di lunga durata.
      
      Infine, dalle disposizioni del punto 1 B degli Orientamenti non risulta che il primo anno d’infrazione non debba essere calcolato.
         A tale proposito è infatti disposto unicamente che non si applichino maggiorazioni per le infrazioni di breve durata, in genere
         inferiori ad un anno. Al contrario, è praticata una maggiorazione per le infrazioni più durature, che può essere fissata per
         ogni anno al 10% dell’importo di base, qualora l’infrazione si sia protratta per più di cinque anni.
      
      (v. punti 109, 111-112, 120)
      7.      Ancorché la Commissione sia libera di valutare, sotto il controllo del giudice comunitario, la concessione di riduzioni delle
         ammende in base alla comunicazione sulla non imposizione o sulla riduzione delle ammende nei casi d’intesa tra imprese alla
         luce delle circostanze di ciascun caso, essa è, d’altra parte, obbligata a rispettare il tetto del 10% di cui all’art. 15,
         n. 2, del regolamento n. 17. La Commissione non dispone di un potere discrezionale nell’applicazione di tale tetto, che dipende
         unicamente dall’entità del fatturato previsto dalla summenzionata disposizione.
      
      Riguardo al riferimento esplicito al fatturato dell’impresa, il tetto del 10% mira ad evitare che le ammende siano sproporzionate
         rispetto all’importanza dell’impresa e, poiché solo il fatturato complessivo può effettivamente dare un’indicazione approssimativa
         in proposito, è opportuno intendere questa percentuale come riferita al fatturato complessivo. La definizione così fornita
         dell’obiettivo del tetto del 10% è indissociabile dal testo e dalla portata dell’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17, non
         potendo tale obiettivo giustificare un’interpretazione del detto articolo contraria al suo testo.
      
      La Commissione può legittimamente infliggere ad un’impresa più ammende distinte, ciascuna nel rispetto dei limiti stabiliti
         dall’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17, a condizione che tale impresa abbia commesso altrettante distinte violazioni delle
         disposizioni dell’art. 81, n. 1, CE. A questo scopo, la Commissione può avviare un solo procedimento, che conduce all’adozione
         di una decisione unica, con cui accerta l’esistenza di più distinte violazioni ed infligge all’impresa più ammende distinte,
         ovvero più procedimenti, il che non costituisce una «elusione illegittima» del tetto previsto dall’art. 15, n. 2, del regolamento
         n. 17. Infatti è indifferente, per l’applicazione del tetto summenzionato, che diverse violazioni delle regole della concorrenza
         siano sanzionate nel corso di un procedimento unico o nel corso di procedimenti separati, scaglionati nel tempo, poiché il
         tetto massimo del 10% si applica separatamente a ciascuna violazione dell’art. 81 CE sanzionata dalla Commissione.
      
      (v. punti 124, 127, 131-132)
      8.      Il potere di cui la Commissione è investita ai sensi dell’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 comprende la facoltà di determinare
         la data di esigibilità delle ammende e quella relativa al decorso degli interessi di mora, di fissare il tasso di questi interessi
         e di stabilire le modalità di esecuzione della sua decisione esigendo, all’occorrenza, la costituzione di una garanzia bancaria
         a copertura dell’importo del capitale e degli interessi delle ammende inflitte. In mancanza di siffatto potere, il vantaggio
         che le imprese potrebbero trarre dal pagamento tardivo delle ammende avrebbe l’effetto di attenuare le sanzioni inflitte dalla
         Commissione nell’esercizio del suo compito di vigilare sull’applicazione delle norme in materia di concorrenza. L’applicazione
         di interessi di mora alle ammende è giustificata quindi dall’intento di evitare che l’effetto utile del Trattato sia eluso
         mediante prassi applicate unilateralmente da imprese che tardino a pagare le ammende alle quali sono state condannate, nonché
         di evitare che tali imprese siano avvantaggiate rispetto a quelle che effettuano il pagamento delle ammende alla scadenza
         loro impartita.
      
      La Commissione ha il diritto di fissare gli interessi moratori al tasso di mercato aumentato di 3,5 punti percentuali e, nell’ipotesi
         di costituzione di una garanzia bancaria, al tasso di mercato aumentato di 1,5 punti percentuali.
      
      Essa può adottare un valore di riferimento più elevato rispetto al tasso di interesse passivo medio applicabile sul mercato
         quando ciò sia necessario per scoraggiare manovre dilatorie, senza violare il diritto ad una tutela giurisdizionale effettiva,
         che costituisce un principio generale del diritto comunitario. 
      
      A tale riguardo, per prevenire le conseguenze dell’alea della durata del procedimento giurisdizionale sull’importo degli interessi,
         un’impresa ha la possibilità di chiedere la sospensione dell’esecuzione della decisione della Commissione che le infligge
         l’ammenda o di costituire una garanzia bancaria, che le consente di ridurre il tasso d’interesse dal 5,5% al 3,5%. 
      
      Peraltro, remunerando con un interesse, superiore dello 0,1% al tasso d’interesse minimo offerto per le operazioni di rifinanziamento
         della Banca centrale europea, versamenti provvisori effettuati dalle imprese per pagare le ammende ad esse inflitte, la Commissione
         concede all’impresa interessata il beneficio di un privilegio che non risulta dalle disposizioni del Trattato, né da quelle
         del regolamento n. 17, né da quelle del regolamento n. 2342/2002, recante modalità d’esecuzione del regolamento n. 1605/2002
         del Consiglio che stabilisce il regolamento finanziario applicabile al bilancio generale delle Comunità europee. Il tasso
         d’interesse applicato dalla Commissione alle ammende che successivamente risultino infine indebitamente pagate, persegue una
         finalità totalmente diversa rispetto a quella sottesa agli interessi di mora: il primo tasso d’interesse ha lo scopo d’impedire
         un arricchimento senza causa delle Comunità a scapito di un’impresa il cui ricorso diretto all’annullamento dell’ammenda inflittale
         sia stato accolto, mentre il secondo tasso d’interesse mira ad impedire i ritardi ingiustificati nel pagamento di un’ammenda.
      
      (v. punti 143-144, 146, 148-149, 152)
SENTENZA DEL TRIBUNALE (Quinta Sezione)
      8 ottobre 2008 (*)
      
      «Concorrenza − Intese − Mercato dei prodotti di carbonio e di grafite per applicazioni elettriche e meccaniche − Orientamenti
         per il calcolo dell’importo delle ammende − Gravità e durata dell’infrazione − Principio di proporzionalità − Principio della
         parità di trattamento − Limite massimo del 10% del fatturato − Interessi di mora»
      
      Nella causa T‑68/04,
      SGL Carbon AG, con sede in Wiesbaden (Germania), rappresentata dagli avv.ti M. Klusmann e A. von Bonin,
      
      ricorrente,
      contro
      Commissione delle Comunità europee, rappresentata dai sigg. F. Castillo de la Torre e W. Mölls, in qualità di agenti, assistiti dall’avv. H.-J. Freund,
      
      convenuta,
      avente ad oggetto una domanda di annullamento della decisione della Commissione 3 dicembre 2003, 2004/420/CE, relativa ad
         un procedimento ai sensi dell’articolo 81 [CE] e dell’articolo 53 dell’accordo SEE (Caso n. C.38.359 - Prodotti di carbonio
         e di grafite per applicazioni elettriche e meccaniche), nonché, in subordine, una domanda di riduzione dell’ammenda inflitta
         alla ricorrente con tale decisione,
      
      IL TRIBUNALE DI PRIMO GRADO DELLE COMUNITÀ EUROPEE (Quinta Sezione),
      
      composto dal sig. M. Vilaras (relatore), presidente, dai sigg. M. Prek e V. Ciucǎ, giudici,
      cancelliere: sig.ra K. Andová, amministratore
      vista la fase scritta del procedimento e in seguito all’udienza del 27 febbraio 2008,
      ha pronunciato la seguente
      Sentenza
       Fatti all’origine della controversia
      1        La SGL Carbon AG (in prosieguo: la «SGL» o la «ricorrente») è un’impresa tedesca che fabbrica, in particolare, prodotti di
         carbonio e di grafite destinati ad essere utilizzati nei settori elettrico e meccanico.
      
      2        Il 18 settembre 2001 i rappresentanti della Morgan Crucible Company plc (in prosieguo: la «Morgan») incontravano alcuni agenti
         della Commissione per offrire la loro cooperazione al fine di accertare l’esistenza di un cartello sul mercato europeo dei
         prodotti di carbonio per applicazioni elettriche e meccaniche e chiedere il beneficio delle misure di clemenza previste dalla
         comunicazione della Commissione 96/C 207/04 sulla non imposizione o sulla riduzione delle ammende nei casi d’intesa tra imprese
         (GU 1996, C 207, pag. 4; in prosieguo: la «comunicazione sulla cooperazione»). 
      
      3        Il 2 agosto 2002 la Commissione, ai sensi dell’art. 11 del regolamento del Consiglio 6 febbraio 1962, n. 17, primo regolamento
         d’applicazione degli articoli [81 CE] e [82 CE] (GU 1962, n. 13, pag. 204), inviava alla C. Conradty Nürnberg GmbH (in prosieguo:
         la «Conradty»), alla Le Carbone-Lorraine (in prosieguo: la «LCL»), alla Schunk GmbH e alla sua controllata Schunk Kohlenstoff-Technik
         GmbH (in prosieguo, congiuntamente: la «Schunk»), alla Eurocarbo SpA, alla Luckerath BV, alla Gerken Europe SA nonché alla
         ricorrente delle domande di informazioni riguardo al loro comportamento sul mercato di cui trattasi. La lettera indirizzata
         alla Schunk riguardava altresì le attività della Hoffmann & Co. Elektrokohle AG (in prosieguo: la «Hoffmann»), acquistata
         dalla Schunk il 28 ottobre 1999.
      
      4        Con lettera 30 settembre 2002 la ricorrente rispondeva alla domanda di informazioni. 
      
      5        Con lettera 17 marzo 2003 essa sollecitava l’applicazione della comunicazione sulla cooperazione e trasmetteva alla Commissione
         elementi di prova riguardanti l’intesa di cui trattasi.
      
      6        Il 23 maggio 2003, in base alle informazioni già comunicatele, la Commissione inviava una comunicazione degli addebiti alla
         ricorrente e alle altre società interessate, vale a dire la Morgan, la Conradty, la LCL, la Schunk e la Hoffmann. Nella sua
         risposta la ricorrente dichiarava di non contestare, in sostanza, i fatti esposti nella comunicazione degli addebiti.
      
      7         A seguito dell’audizione delle società interessate, ad eccezione della Morgan e della Conradty, la Commissione adottava la
         decisione 3 dicembre 2003, 2004/420/CE, relativa ad un procedimento ai sensi dell’articolo 81 [CE] e dell’articolo 53 dell’accordo
         SEE (Caso n. C.38.359 - Prodotti di carbonio e di grafite per applicazioni elettriche e meccaniche) (in prosieguo: la «Decisione»),
         che veniva notificata alla ricorrente con lettera 11 dicembre 2003. Una sintesi della Decisione veniva pubblicata sulla Gazzetta
         ufficiale del 28 aprile 2004 (GU L 125, pag. 45).
      
      8        La Commissione indicava, nella Decisione, che le imprese destinatarie di quest’ultima avevano partecipato ad un’infrazione
         unica e continuata dell’art. 81, n. 1, CE e, dal 1° gennaio 1994, dell’art. 53, n. 1, dell’accordo sullo Spazio economico
         europeo (SEE), consistente nel fissare in modo diretto o indiretto i prezzi di vendita e altre condizioni di transazione applicabili
         ai clienti, nel ripartire i mercati, in particolare mediante l’attribuzione di clienti, e nell’intraprendere azioni coordinate
         (restrizioni quantitative, aumenti di prezzo e boicottaggi) nei confronti di concorrenti estranei al cartello (punto 2 della
         Decisione).
      
      9        La Decisione contiene le seguenti disposizioni:
      
      «Articolo 1
      Le imprese seguenti hanno violato le disposizioni dell’articolo 81, paragrafo 1, [CE] e, dal 1° gennaio 1994, dell’articolo
         53, paragrafo  1, dell’accordo SEE partecipando, per i periodi indicati, ad una serie di accordi e pratiche concordate nel
         settore dei prodotti di carbonio e di grafite per applicazioni elettriche e meccaniche:
      
      –        [Conradty], dall’ottobre 1988 al dicembre 1999;
      –        [Hoffmann], dal settembre 1994 all’ottobre 1999;
      –        [LCL], dall’ottobre 1988 al giugno 1999;
      –        [Morgan], dall’ottobre 1988 al dicembre 1999;
      –        [Schunk], dall’ottobre 1988 al dicembre 1999;
      –        [SGL], dall’ottobre 1988 al dicembre 1999.
      Articolo 2
       Per le infrazioni indicate all’articolo 1 sono inflitte le seguenti ammende:
      –        [Conradty]: EUR 1 060 000;
      –        [Hoffmann]: EUR 2 820 000;
      –        [LCL]: EUR 43 050 000;
      –        [Morgan]: EUR 0;
      –        [Schunk]: EUR 30 870 000;
      –        [SGL]: EUR 23 640 000.
      Le ammende devono essere versate entro tre mesi dalla notifica della presente decisione (...).
      Dopo la scadenza di tale termine, sono automaticamente dovuti interessi al tasso applicato dalla Banca centrale europea alle
         sue principali operazioni di rifinanziamento il primo giorno del mese nel corso del quale la presente decisione è stata adottata,
         maggiorato di 3,5 punti percentuali».
      
      10      Con riferimento al calcolo dell’importo delle ammende, la Commissione ha qualificato l’infrazione come molto grave, tenuto
         conto della sua natura, del suo impatto sul mercato del SEE per i prodotti di cui trattasi, anche se quest’ultimo non era
         misurabile con precisione, e dell’estensione del mercato geografico rilevante (punto 288 della Decisione).
      
      11      Al fine di tener conto dell’importanza specifica del comportamento illecito di ciascuna impresa coinvolta nel cartello e,
         quindi, del suo impatto concreto sulla concorrenza, la Commissione ha suddiviso le imprese interessate in tre categorie, in
         base alla loro importanza relativa sul mercato in parola determinata dalle quote di mercato da esse detenute (punti 289‑297
         della Decisione).
      
      12      Di conseguenza, la LCL e la Morgan, considerate i due maggiori operatori con quote di mercato superiori al 20%, sono state
         inserite nella prima categoria. La Schunk e la ricorrente, operatori medi con quote di mercato comprese tra il 10 e il 20%,
         sono state collocate nella seconda categoria. La Hoffmann e la Conradty, considerate piccoli operatori in base alle loro quote
         di mercato inferiori al 10%, sono state raggruppate nella terza categoria (punti 37 e 297 della Decisione). 
      
      13      Sulla base delle precedenti considerazioni, la Commissione ha stabilito un importo di base, determinato in funzione della
         gravità dell’infrazione, pari a EUR 35 milioni per la LCL e la Morgan, a EUR 21 milioni per la Schunk e la ricorrente e a
         EUR 6 milioni per la Hoffmann e la Conradty (punto 298 della Decisione).
      
      14      Riguardo alla durata dell’infrazione, la Commissione ha ritenuto che tutte le imprese interessate avessero commesso un’infrazione
         di lunga durata. In considerazione della durata dell’infrazione di undici anni e due mesi, la Commissione ha maggiorato del
         110% l’importo di base stabilito nei confronti della ricorrente, della Morgan, della Schunk e della Conradty. Con riferimento
         alla LCL, la Commissione ha accertato una durata dell’infrazione di dieci anni e otto mesi e ha maggiorato l’importo iniziale
         del 105%. Nei confronti della Hoffmann, l’importo di base è stato maggiorato del 50% in considerazione di una durata dell’infrazione
         di cinque anni e un mese (punti 299 e 300 della Decisione ).
      
      15      L’importo di base dell’ammenda, determinato in funzione della gravità e della durata dell’infrazione, è stato pertanto fissato
         a EUR 73,5 milioni per quanto riguarda la Morgan, a EUR 71,75 milioni per la LCL, a EUR 44,1 milioni per la ricorrente e per
         la Schunk, a EUR 12,6 milioni per la Conradty e a EUR 9 milioni per la Hoffmann (punto 301 della Decisione). 
      
      16      La Commissione non ha rilevato nessuna circostanza aggravante o attenuante a carico o a favore delle imprese interessate (punto
         316 della Decisione).
      
      17      Riguardo all’applicazione della comunicazione sulla cooperazione, la Morgan ha beneficiato di un’immunità dalle ammende per
         essere stata la prima impresa a segnalare alla Commissione l’esistenza del cartello. (punti 319‑321 della Decisione). 
      
      18      Ai sensi del punto D di detta comunicazione, la Commissione ha accordato una riduzione dell’importo dell’ammenda, che sarebbe
         stata loro inflitta in assenza di cooperazione, del 40% alla LCL, del 30% alla Schunk e alla Hoffmann e del 20% alla ricorrente,
         che è stata l’ultima a cooperare (punti 322‑338 della Decisione).
      
      19      Nella Decisione, al titolo «Capacità di pagare e altri fattori», la Commissione, dopo aver respinto l’argomento della ricorrente
         diretto a provare un’incapacità di pagamento dell’ammenda, ha ricordato di aver recentemente inflitto alla ricorrente tre
         pesanti ammende per la sua partecipazione ad altre attività di cartello.
      
      20      La Commissione ha precisato che con la decisione 18 luglio 2001, 2002/271/CE, relativa ad un procedimento ai sensi dell’articolo 81
         [CE] e dell’articolo 53 dell’accordo SEE (Caso COMP/E-1/36.490 – Elettrodi di grafite) (GU 2002, L 100, pag. 1), nel caso
         detto «Elettrodi di grafite» e con la decisione 17 dicembre 2002, 2006/460/CE, riguardante un procedimento a norma dell’articolo
         81 [CE] e dell’articolo 53 dell’accordo SEE (caso n. C.37.667 – grafiti speciali) (GU 2006, L 180, pag. 20), nel caso detto
         «grafiti speciali», la ricorrente si era vista infliggere un’ammenda di EUR 80,2 milioni per la sua partecipazione al cartello
         degli elettrodi di grafite e due ammende di importo pari a EUR 18,94 milioni e 8,81 milioni, vale a dire pari ad un totale
         di EUR 27,75 milioni, per la sua partecipazione all’intesa per le grafiti isostatiche e all’intesa per le grafiti estruse
         (punto 358 della Decisione).
      
      21      Tenuto conto delle gravi difficoltà finanziarie della ricorrente e del fatto che le diverse attività di cartello ad essa imputate
         si erano svolte simultaneamente, la Commissione ha ritenuto che, in queste condizioni particolari, non fosse necessario, al
         fine di garantire un concreto effetto dissuasivo, infliggere alla ricorrente l’importo complessivo dell’ammenda e l’ha pertanto
         ridotto del 33%, portandolo a EUR 23,64 milioni (punto 360 della Decisione).
      
       Procedimento e conclusioni delle parti
      22      Con atto depositato presso la cancelleria del Tribunale il 20 febbraio 2004 la ricorrente ha proposto il presente ricorso.
      
      23      Poiché la composizione delle sezioni del Tribunale è stata modificata, il giudice relatore è stato assegnato, in qualità di
         presidente, alla Quinta Sezione, alla quale la presente causa è stata conseguentemente attribuita.
      
      24      A seguito della relazione del giudice relatore, il Tribunale (Quinta Sezione) ha deciso di avviare la fase orale. Le difese
         svolte dalle parti e le risposte ai quesiti loro rivolti dal Tribunale sono state sentite all’udienza del 27 febbraio 2008.
         
      
      25      La ricorrente chiede che il Tribunale voglia: 
      
      –        annullare la Decisione, nella parte che la riguarda;
      –        in subordine, ridurre, in misura adeguata, l’importo dell’ammenda inflitta;
      –        condannare la Commissione alle spese.
      26      La Commissione chiede che il Tribunale voglia:
      
      –        respingere il ricorso;
      –        condannare la ricorrente alle spese.
       In diritto
      27      Con lettera depositata nella cancelleria del Tribunale il 22 febbraio 2008, la ricorrente ha dichiarato di rinunciare ai motivi
         quarto, quinto e sesto menzionati nel ricorso, relativi, rispettivamente, ad un’erronea valutazione, da parte della Commissione,
         della sua cooperazione nel corso del procedimento amministrativo, alla mancata presa in considerazione, da parte della Commissione,
         della sua mancanza di liquidità e del presunto carattere sproporzionato dell’ammenda rispetto alla valutazione della necessità
         di una dissuasione effettiva. 
      
      28      In udienza la ricorrente ha confermato la sua rinuncia ai motivi summenzionati e ha precisato che le domande di annullamento
         della Decisione, formulate nel ricorso, dovevano essere intese come dirette esclusivamente all’annullamento dell’art. 2 della
         Decisione, con il quale la Commissione infligge le ammende alle imprese interessate. Queste dichiarazioni della ricorrente
         sono state inserite nel verbale d’udienza.
      
       Sulla determinazione dell’importo di base
      29      La ricorrente sostiene che nel fissare l’importo di base dell’ammenda la Commissione ha violato i principi di proporzionalità
         e della parità di trattamento, nonché l’obbligo di motivazione ad essa incombente.
      
       Sulla gravità dell’infrazione
      –       Sulla violazione dell’obbligo di motivazione
      30      Da una giurisprudenza costante risulta che la motivazione di una decisione individuale deve far apparire in forma chiara e
         non equivoca l’iter logico seguito dall’istituzione da cui essa promana, in modo da consentire agli interessati di conoscere
         le ragioni del provvedimento adottato e permettere al giudice competente di esercitare il proprio sindacato. La necessità
         della motivazione dev’essere valutata in funzione delle circostanze del caso di specie. La motivazione non deve necessariamente
         specificare tutti gli elementi di fatto e di diritto pertinenti, in quanto l’accertamento se essa soddisfi i requisiti di
         cui all’art. 253 CE va effettuato alla luce non solo del tenore dell’atto di cui trattasi, ma anche del contesto in cui tale
         atto è stato adottato (v. sentenza della Corte 2 aprile 1998, causa C‑367/95 P, Commissione/Sytraval e Brink’s France, Racc. pag. I‑1719,
         punto 63 e giurisprudenza ivi citata). 
      
      31      Per quanto riguarda la determinazione di ammende per violazione del diritto della concorrenza, la Commissione adempie al proprio
         obbligo di motivazione quando indica nella sua decisione gli elementi di valutazione che le hanno consentito di stimare la
         gravità e la durata dell’infrazione commessa, e non è tenuta a fornire un’esposizione più dettagliata o i dati numerici relativi
         alle modalità di calcolo dell’ammenda (v., in tal senso, sentenza della Corte 16 novembre 2000, causa C‑279/98 P, Cascades/Commissione,
         Racc. pag. I‑9693, punti 38‑47; sentenza del Tribunale 30 settembre 2003, cause riunite T‑191/98, da T‑212/98 a T‑214/98,
         Atlantic Container Line e a./Commissione, Racc. pag. II‑3275, punto 1532). L’indicazione di dati numerici relativi alle modalità
         di calcolo delle ammende, per quanto utili essi siano, non è indispensabile ai fini del rispetto dell’obbligo di motivazione
         (sentenza della Corte 2 ottobre 2003, causa C‑182/99 P, Salzgitter/Commissione, Racc. pag. I‑10761, punto 75). 
      
      32      Per quel che riguarda la motivazione degli importi di base in termini assoluti, va ricordato che le ammende sono uno strumento
         della politica della concorrenza della Commissione, la quale deve disporre di un margine di discrezionalità nel fissarne gli
         importi al fine di orientare il comportamento delle imprese verso il rispetto delle regole di concorrenza (sentenza del Tribunale
         6 aprile 1995, causa T‑150/89, Martinelli/Commissione, Racc. pag. II‑1165, punto 59). Occorre inoltre evitare che le ammende
         siano facilmente prevedibili da parte degli operatori economici. Pertanto, non si può pretendere che la Commissione fornisca
         a questo proposito elementi di motivazione diversi da quelli relativi alla gravità e alla durata dell’infrazione. 
      
      33      Nel caso di specie, dalla Decisione risulta che le ammende sono state inflitte in forza dell’art. 15, n. 2, del regolamento
         n. 17 e che la Commissione – anche se la Decisione non si riferisce esplicitamente agli orientamenti per il calcolo delle
         ammende inflitte in applicazione dell’articolo 15, paragrafo 2, del regolamento n. 17 e dell’articolo 65, paragrafo 5, [CA]
         (GU 1998, C 9, pag. 3; in prosieguo: gli «orientamenti») – ha determinato l’importo delle ammende applicando il metodo definito
         negli orientamenti. 
      
      34      Riguardo all’affermazione da parte della ricorrente di un’insufficiente motivazione della Decisione relativamente alla valutazione
         della gravità dell’infrazione e alla fissazione dell’importo di base, è sufficiente osservare che dai punti 277-288 della
         Decisione risulta che la Commissione ha chiaramente indicato gli elementi di cui ha tenuto conto per valutare la gravità dell’infrazione,
         vale a dire la sua natura, il suo impatto sul mercato del SEE per i prodotti interessati e l’estensione del mercato geografico
         rilevante, e ha spiegato, per ciascuno di tali elementi, la sua applicazione al caso di specie.
      
      35      Nella Decisione la Commissione ha pertanto considerato che:
      
      –        l’infrazione in questione era consistita essenzialmente nel fissare in modo diretto o indiretto i prezzi di vendita ed altre
         condizioni di transazione applicabili ai clienti, nel ripartire i mercati, in particolare mediante l’attribuzione di clienti,
         e nell’intraprendere azioni coordinate nei confronti di concorrenti estranei al cartello, pratiche costituenti, per loro stessa
         natura, il tipo di infrazione più grave alle disposizioni dell’art. 81, n. 1, CE e dell’art. 53, n. 1, dell’accordo SEE (punto
         278 della Decisione);
      
      –        gli accordi collusivi erano stati posti in esecuzione e avevano avuto un impatto sul mercato del SEE per i prodotti interessati,
         anche se tale impatto non poteva essere misurato con precisione (punto 286 della Decisione);
      
      –        il cartello era esteso a tutto il mercato comune e, dopo la sua creazione, a tutto il SEE (punto 287 della Decisione).
      36      Alla luce di tutti questi elementi, la Commissione ha ritenuto che le imprese avessero commesso un’infrazione molto grave,
         per la quale il punto 1 A, secondo comma, terzo trattino, degli orientamenti prevede l’applicazione di un’ammenda di importo
         superiore a EUR 20 milioni.
      
      37      La Commissione ha in seguito precisato che, nell’ambito della categoria delle infrazioni molto gravi, la forcella delle ammende
         applicabili consentiva di applicare un trattamento differenziato alle imprese, per tener conto della loro effettiva capacità
         economica di arrecare un danno consistente alla concorrenza e di fissare l’importo dell’ammenda a un livello tale da garantirle
         un effetto sufficientemente dissuasivo.
      
      38      Nell’ambito di tale trattamento differenziato, reso tanto più necessario dalle considerevoli differenze, in termini di importanza
         sul mercato, tra le imprese partecipanti all’infrazione, la Commissione ha suddiviso le imprese interessate in tre categorie,
         in relazione alla loro importanza relativa sul mercato in parola determinata dalle quote di mercato da esse detenute. Tenuto
         conto di una quota di mercato stimata del 14%, la ricorrente è stata inserita nella seconda categoria (punti 288‑297 della
         Decisione).
      
      39      Sulla base delle precedenti considerazioni, la Commissione ha stabilito un importo di base, determinato in funzione della
         gravità dell’infrazione, pari a EUR 21 milioni per la ricorrente (punto 298 della Decisione).
      
      40      Una siffatta motivazione non può essere ridotta, come invece fa la ricorrente, ad una ripetizione pura e semplice del testo
         degli orientamenti e si deve ritenere che essa soddisfi le prescrizioni dell’art. 253 CE, quale interpretato dalla giurisprudenza
         richiamata ai precedenti punti 30‑32. 
      
      41      Ne consegue che il motivo relativo alla violazione da parte della Commissione dell’obbligo di motivazione nella fissazione
         dell’importo di base dell’ammenda dev’essere respinto.
      
      –       Sulla prassi decisionale della Commissione
      42      La ricorrente asserisce che gli importi di base stabiliti in funzione della gravità dell’infrazione sono sproporzionati e/o
         discriminatori rispetto a quelli fissati, secondo la stessa procedura, per altre imprese in casi analoghi. 
      
      43      Secondo una giurisprudenza costante, la prassi decisionale della Commissione non può fungere da contesto normativo per le
         ammende in materia di concorrenza, poiché quest’ultimo è costituito esclusivamente dal regolamento n. 17 (sentenza del Tribunale
         20 marzo 2002, causa T‑23/99, LR AF 1998/Commissione, Racc. pag. II‑1705, punto 234) e le decisioni relative ad altri casi
         hanno un carattere meramente indicativo dell’eventuale esistenza di discriminazioni, essendo poco verosimile un’identità delle
         circostanze proprie di tali casi, come i mercati, i prodotti, le imprese e i periodi di riferimento (sentenze della Corte
         21 settembre 2006, causa C‑167/04 P, JCB Service/Commissione, Racc. pag. I‑8935, punti 201 e 205), e 7 giugno 2007, causa
         C‑76/06 P, Britannia Alloys & Chemicals/Commissione, Racc. pag. I‑4405, punto 60).
      
      44      Al riguardo la ricorrente si limita ad asserire che gli importi di base stabiliti dalla Commissione si collocano e si collocavano,
         nel caso di intese sui prezzi riguardanti mercati di analoga importanza, in generale al di sotto di EUR 20 milioni e che l’importo
         di base rappresenta «in media», nella Decisione, il 48% del fatturato realizzato dalle imprese sul mercato rilevante contro
         il 38,8% nel caso degli elettrodi in grafite e il 32,2% nella decisione della Commissione 21 ottobre 1998, 1999/60/CE, relativa
         ad un procedimento a norma dell’articolo [81 CE] (Caso n. IV/35.691/E-4: intesa «tubi preisolati») (GU 1999, L 24, pag. 1).
         Si deve tuttavia constatare che tali considerazioni di ordine generale e imprecise, costituite da riferimenti a dati corrispondenti
         a medie, non sono idonee a provare l’esistenza di un trattamento sproporzionato e/o discriminatorio nei confronti della ricorrente.
      
      45      Né ha maggiore pertinenza il più specifico riferimento alla decisione della Commissione relativa al caso delle grafiti speciali,
         nel quale gli importi di base sarebbero stati chiaramente inferiori a quelli stabiliti nel caso di specie, malgrado quote
         di mercato delle imprese interessate complessivamente più elevate.
      
      46      Come sottolinea giustamente la Commissione, il dato di fatto particolare relativo all’entità dei mercati rilevanti consente
         di differenziare il caso summenzionato dalla presente fattispecie. Anche ammesso che, come afferma la ricorrente, i volumi
         dei mercati del SEE per la grafite isostatica e per i prodotti estrusi fossero compresi, nell’ambito del caso delle grafiti
         speciali, rispettivamente, tra EUR 100 e 120 milioni e tra EUR 60 e 70 milioni, essi sono innegabilmente e largamente inferiori
         al valore complessivo del mercato del SEE per i prodotti di carbonio e di grafite per applicazioni elettriche e meccaniche,
         il quale ammontava ad EUR 291 milioni nel 1998 (punto 37 della Decisione).
      
      47      In udienza la ricorrente ha contestato per la prima volta il detto importo di EUR 291 milioni accolto dalla Commissione, censurando,
         più in particolare, il fatto che quest’ultima avesse tenuto conto del valore del consumo vincolato nel calcolo del fatturato
         e della quota di mercato delle imprese interessate.
      
      48      Il Tribunale considera tale censura come un motivo nuovo la cui deduzione è vietata in corso di causa a norma dell’art. 48,
         n. 2, del regolamento di procedura del Tribunale. La contestazione della valutazione del valore complessivo del mercato rilevante,
         esposta peraltro in udienza in modo molto sintetico, non si fonda su elementi nuovi che sarebbero emersi nel corso del procedimento,
         poiché l’importo di EUR 291 milioni considerato dalla Commissione e il ragionamento che giustifica la presa in considerazione
         del valore del consumo vincolato nel calcolo del fatturato e della quota di mercato delle imprese interessate sono chiaramente
         enunciati ai punti 37, 291‑295 della Decisione. La semplice affermazione della ricorrente secondo la quale essa ha contestato,
         già nel ricorso, la determinazione dell’importo di base dell’ammenda non permette di considerare che il motivo di cui trattasi
         costituisca un’estensione di un motivo precedentemente dedotto, direttamente o implicitamente, nell’atto introduttivo del
         giudizio e che sia strettamente connesso con quest’ultimo. Esso deve essere pertanto dichiarato irricevibile.
      
      49      Si deve inoltre ricordare che la Commissione dispone di un margine di discrezionalità nel fissare gli importi delle ammende
         al fine di orientare il comportamento delle imprese verso il rispetto delle regole di concorrenza (sentenza del Tribunale
         21 ottobre 1997, causa T‑229/94, Deutsche Bahn/Commissione, Racc. pag. II‑1689, punto 127). Il fatto che la Commissione abbia
         inflitto, in passato, ammende di una certa entità per determinati tipi di infrazione non può impedirle di aumentare, in ogni
         momento, tale entità per garantire l’attuazione della politica comunitaria della concorrenza (sentenza della Corte 7 giugno
         1983, cause riunite 100/80-103/80, Musique diffusion française e a./Commissione, Racc. pag. 1825, punto 109) e per rinforzare
         l’effetto dissuasivo delle ammende (sentenza del Tribunale 14 maggio 1998, causa T‑327/94, SCA Holding/Commissione, Racc. pag. II‑1373,
         punto 179), confermata a seguito di impugnazione con sentenza della Corte 16 novembre 2000, causa C‑297/98 P, SCA Holding/Commissione,
         Racc. pag. I‑10101).
      
      50      L’affermazione della ricorrente secondo la quale l’aumento dell’entità delle ammende non era affatto necessario nei suoi confronti,
         tenuto conto delle sanzioni di cui essa era già stata destinataria in procedimenti paralleli, rientra nella contestazione
         della valutazione effettuata da parte della Commissione della nozione di dissuasione effettiva, quale illustrata al punto
         359 della Decisione. Orbene, la ricorrente ha espressamente rinunciato al motivo con cui deduceva l’erronea valutazione di
         tale nozione da parte della Commissione.
      
      51      Si deve, in ogni caso, sottolineare che la Commissione ha giustamente effettuato una distinzione, nell’ambito dei procedimenti
         e delle sanzioni, tra l’intesa relativa agli elettrodi di grafite, le intese riguardanti la grafite isostatica e la grafite
         estrusa e l’intesa relativa ai prodotti di carbonio e di grafite per applicazioni elettriche e meccaniche, dal momento che
         si tratta di quattro distinte violazioni delle disposizioni dell’art. 81, n. 1, CE. 
      
      52      Ne consegue che la Commissione poteva infliggere alla SGL una nuova ammenda, a titolo della sua partecipazione all’intesa
         sui prodotti di carbonio e di grafite per applicazioni elettriche e meccaniche, volta a dissuadere l’impresa con una sanzione
         eccedente l’entità di una sanzione puramente simbolica, considerato che nelle particolari circostanze del caso di specie,
         caratterizzate dalla parziale concomitanza delle diverse attività collusive cui la ricorrente ha partecipato, la Commissione
         ha ritenuto che un importo dell’ammenda ridotto del 33% fosse sufficiente a garantire l’effetto dissuasivo voluto (v., in
         tal senso, sentenza del Tribunale 15 giugno 2005, cause riunite T‑71/03, T‑74/03, T‑87/03 e T‑91/03, Tokai Carbon e a./Commissione;
         in prosieguo: la «sentenza Tokai II», punto 336).
      
      53      Si deve infine ricordare che, secondo la giurisprudenza, il potere della Commissione di infliggere ammende alle imprese che,
         intenzionalmente o per negligenza, trasgrediscono l’art. 81, n. 1, CE o l’art. 82 CE costituisce uno dei mezzi di cui la detta
         istituzione dispone per poter svolgere il compito di sorveglianza assegnatole dal diritto comunitario. Questo compito comprende
         indubbiamente quello di indagare sulle singole infrazioni e reprimerle, ma implica pure il dovere di seguire una politica
         generale mirante ad applicare, in materia di concorrenza, i principi fissati dal Trattato e ad orientare in questo senso il
         comportamento delle imprese (sentenza Musique diffusion française e a./Commissione, cit. supra al punto 49, punto 105 e sentenza
         del Tribunale 9 luglio 2003, causa T‑224/00, Archer Daniels Midland e Archer Daniels Midland Ingredients/Commissione, Racc. pag. II‑2597,
         punto 105). 
      
      54      Ne consegue che la Commissione ha il potere di decidere in merito al livello dell’importo delle ammende al fine di rafforzare
         il loro effetto dissuasivo qualora infrazioni di un determinato tipo siano ancora relativamente frequenti, benché la loro
         illegittimità sia stata stabilita sin dagli inizi della politica comunitaria della concorrenza, dati i profitti che determinate
         imprese possono trarne (sentenze Musique diffusion française e a./Commissione, cit. supra al punto 49, punto 108, e Archer
         Daniels Midland e Archer Daniels Midland Ingredients/Commissione, cit. supra al punto 53, punto 106).
      
      55      Come risulta dalla giurisprudenza di cui sopra, lo scopo dissuasivo che la Commissione legittimamente persegue fissando l’importo
         di un’ammenda è volto a garantire l’osservanza da parte delle imprese delle regole di concorrenza stabilite dal Trattato per
         lo svolgimento delle loro attività all’interno della Comunità o del SEE. Ne consegue che il carattere dissuasivo di un’ammenda
         inflitta a causa di una violazione della normativa comunitaria sulla concorrenza non può essere determinato soltanto in funzione
         della situazione particolare dell’impresa condannata (sentenza Archer Daniels Midland e Archer Daniels Midland Ingredients/Commissione,
         cit. supra al punto 53, punto 110). 
      
      56      Nel caso di specie, che corrisponde ad una tipologia classica di violazione del diritto della concorrenza e ad un comportamento
         la cui illegittimità è stata reiteratamente affermata dalla Commissione fin dai suoi primi interventi nella materia, la Commissione
         stessa poteva legittimamente ritenere necessario fissare l’importo dell’ammenda ad un livello sufficientemente dissuasivo
         nei limiti fissati dal regolamento n. 17. 
      
      57      Ne consegue che il motivo relativo al trattamento sproporzionato e/o discriminatorio della ricorrente, riguardo alla fissazione
         dell’importo di base dell’ammenda e alla prassi decisionale della Commissione, deve essere respinto.
      
      –       Sulla suddivisione dei membri dell’intesa in categorie 
      58      Si deve ricordare che, considerata la grande diversità di dimensioni tra le imprese interessate e al fine di tener conto del
         peso specifico di ognuna di esse e, pertanto, della concreta incidenza del loro comportamento illecito sulla concorrenza,
         la Commissione, in conformità al punto 1 A, commi quarto e sesto, degli orientamenti, ha effettuato nella Decisione un trattamento
         differenziato delle imprese che hanno partecipato all’infrazione. A tal fine essa ha ripartito le imprese interessate in tre
         categorie, in base al fatturato realizzato da ciascuna di esse per i prodotti interessati dal presente procedimento su scala
         del SEE, includendovi il valore del consumo vincolato di ogni impresa. Ne risulta un fatturato per quota di mercato che rappresenta
         l’importanza relativa di ciascuna impresa nell’infrazione e la sua effettiva capacità economica di arrecare un danno consistente
         alla concorrenza (punti 289‑291 della Decisione). 
      
      59      Il raffronto è stato basato sui dati relativi al fatturato (espresso in milioni di euro) relativo ai prodotti in parola riguardante
         l’ultimo anno dell’infrazione, vale a dire il 1998, quali risultano dalla tabella 1 che figura al punto 37 della Decisione
         e intitolata «Stima del fatturato (compreso il valore corrispondente all’uso vincolato) e delle quote di mercato nel SEE,
         nel 1998, per il gruppo di prodotti costituenti oggetto del procedimento»:
      
      
               Fornitori
            
            
               Fatturato (compreso il valore dell’uso vincolato)
            
            
               Quota di mercato nel SEE (in %)
            
         
               Conradty
            
            
               9
            
            
               3%
            
         
               Hoffmann
            
            
               17
            
            
               6%
            
         
               [LCL]
            
            
               84
            
            
               29%
            
         
               Morgan
            
            
               68
            
            
               23%
            
         
               Schunk
            
            
               52
            
            
               18%
            
         
               SGL
            
            
               41
            
            
               14%
            
         
               Altre
            
            
               20
            
            
               7%
            
         
               Totale
            
            
               291
            
            
               100%
            
         
      60      Di conseguenza, la LCL e la Morgan, considerate come i due maggiori operatori con quote di mercato superiori al 20%, sono
         state classificate nella prima categoria. La Schunk e la SGL, che sono operatori medi con quote di mercato comprese tra il
         10 e il 20%, sono state collocate nella seconda categoria. La Hoffmann e la Conradty, considerate piccoli operatori per quote
         di mercato inferiori al 10%, sono state raggruppate nella terza categoria (punti 37 e 297 della Decisione).
      
      61      Sulla base delle precedenti considerazioni la Commissione ha stabilito un importo di base, determinato in funzione della gravità
         dell’infrazione, di EUR 35 milioni per la LCL e la Morgan, di EUR 21 milioni per la Schunk e la SGL e di EUR 6 milioni per
         la Hoffmann e la Conradty (punto 298 della Decisione). 
      
      62      Occorre sottolineare il fatto che la ricorrente non contesta di per sé il metodo consistente ne ripartire i membri di un’intesa
         in categorie ai fini di realizzare un trattamento differenziato nella fase della determinazione degli importi di base delle
         ammende. Orbene, tale metodo, il cui principio è stato peraltro convalidato dalla giurisprudenza del Tribunale, ancorché conduca
         ad ignorare le differenze di dimensioni tra imprese di una stessa categoria (sentenze del Tribunale 19 marzo 2003, causa T‑213/00,
         CMA CGM e a./Commissione, Racc. pag. II‑913, punto 385, e 29 aprile 2004, cause riunite T‑236/01, T‑239/01, da T‑244/01 a
         T‑246/01, T‑251/01 e T‑252/01, Tokai Carbon e a./Commissione, Racc. pag. II‑1181; in prosieguo: la «sentenza Tokai I», punto 217),
         comporta una determinazione forfetaria dell’importo di base fissato per le imprese appartenenti ad una stessa categoria.
      
      63      La ricorrente si basa, al contrario, sul testo della sentenza Tokai I, cit. supra al punto 62, per affermare che se è pur
         vero che, come afferma il Tribunale al punto 223 di detta sentenza, la suddivisione in categorie dev’essere effettuata per
         scaglioni del 5% circa delle quote di mercato, poiché ciò consente di riflettere la proporzionalità delle diverse quote di
         mercato senza errore di valutazione, la graduazione per scaglioni del 10% scelta dalla Commissione nel caso di specie risulta
         troppo approssimativa e non riflette i rapporti sul mercato. 
      
      64      Essa afferma che una suddivisione delle imprese in sei categorie per scaglioni del 5% delle quote di mercato avrebbe condotto,
         a partire da una considerazione delle quote di mercato medie per categoria o da un’analisi delle soglie, ad un importo di
         base massimo di EUR 15,9 milioni o 14 milioni. 
      
      65      Anche se è accertato che nel caso degli elettrodi in grafite la Commissione aveva suddiviso le imprese interessate in tre
         categorie procedendo per scaglioni del 5% delle quote di mercato, non risulta assolutamente dal punto 223 della sentenza Tokai
         I, cit. supra al punto 62, né dalla motivazione del Tribunale nel suo complesso, che un siffatto modo di ripartire i membri
         di un’intesa in categorie sia considerato come l’unico che permetta di riflettere la proporzionalità delle diverse quote di
         mercato senza errore di valutazione in ogni procedimento promosso dalla Commissione per sanzionare un cartello.
      
      66      La ricorrente non può dedurre dalla sentenza Tokai I, cit. supra al punto 62, l’asserito carattere approssimativo o discriminatorio
         della suddivisione in categorie delle imprese coinvolte nell’intesa oggetto della Decisione per il solo fatto che la Commissione
         ha seguito nel caso di specie, nell’esercizio del suo ampio potere discrezionale, un metodo di suddivisione diverso decidendo
         di creare tre categorie sulla base di scaglioni del 10% delle quote di mercato, tenendo presente che il numero degli operatori
         destinatari della decisione nel caso degli elettrodi di grafite e la suddivisione delle loro quote di mercato erano diversi
         da quelli che caratterizzano la presente fattispecie. 
      
      67      Si deve del resto rilevare che il ragionamento della ricorrente conduce, nella specie, alla creazione di sei categorie, sulla
         base di scaglioni del 5% delle quote di mercato (dalla fascia che va dallo 0 al 5% sino alla fascia che va dal 25 al 30%),
         comprendenti ognuna una sola impresa, il che contraddice il principio stesso della suddivisione in categorie.
      
      68      Nondimeno, la ripartizione in categorie cui la Commissione ha proceduto nella Decisione deve rispettare il principio della
         parità di trattamento secondo cui è vietato trattare situazioni analoghe in maniera differente e situazioni diverse in maniera
         identica, a meno che un tale trattamento non sia obiettivamente giustificato. Peraltro, secondo la giurisprudenza, l’importo
         delle ammende dev’essere quantomeno proporzionato agli elementi presi in considerazione al fine di valutare la gravità dell’infrazione
         (v. sentenza Tokai I, cit. supra al punto 62, punto 219 e giurisprudenza citata).
      
      69      Per verificare se una ripartizione in categorie dei membri di un’intesa sia conforme ai principi della parità di trattamento
         e di proporzionalità, il Tribunale, nell’ambito del suo controllo di legittimità sull’esercizio del potere discrezionale di
         cui la Commissione dispone in materia, deve tuttavia limitarsi a controllare che la detta ripartizione sia coerente ed oggettivamente
         giustificata (sentenze CMA CGM e a./Commissione, cit. supra al punto 62, punto 416, e sentenza Tokai I, cit. supra al punto
         62, punti 220 e 222).
      
      70      Occorre al riguardo considerare che una ripartizione delle imprese in tre categorie, grandi, medi e piccoli operatori, è una
         maniera ragionevole di prendere in considerazione la loro importanza relativa sul mercato al fine di stabilire l’importo di
         base, purché non porti ad una rappresentazione grossolanamente alterata del mercato in questione. Si deve inoltre rilevare
         che, con percentuali del 3, 6, 14, 18, 23 e 29%, le quote di mercato dei membri dell’intesa si ripartiscono in modo relativamente
         equilibrato su una scala da 0 a 30 e che il metodo della Commissione, consistente nello stabilire le soglie delle categorie
         al 10 e al 20% non può, a priori, essere considerata priva di coerenza interna.
      
      71      Con riferimento alla prima categoria, la Commissione vi ha raggruppato le imprese LCL e Morgan e ha stabilito un importo di
         base pari a EUR 35 milioni. Contrariamente alle affermazioni della ricorrente, questa scelta della Commissione non può essere
         qualificata arbitraria e non oltrepassa i limiti dell’ampio potere discrezionale di cui essa dispone in materia.
      
      72      Si deve in primo luogo sottolineare che la fissazione dell’importo di base di EUR 35 milioni al punto 298 della Decisione
         costituisce la conclusione dell’analisi condotta dalla Commissione quale esposta ai punti 277‑297 della Decisione, nell’ambito
         della quale essa ha, da un lato, qualificato l’infrazione in quanto tale, tenendo conto di elementi obiettivi, cioè la natura
         stessa dell’infrazione, il suo impatto sul mercato e la portata geografica di tale mercato, e, dall’altro, preso in considerazione
         elementi soggettivi, vale a dire l’importanza specifica di ciascuna delle imprese coinvolte nell’intesa e, pertanto, la concreta
         incidenza del loro comportamento illecito sulla concorrenza. Proprio nell’ambito di questa seconda parte della sua analisi
         essa ha, in particolare, perseguito l’obiettivo di assicurare un livello dissuasivo dell’ammenda, riguardo all’importanza
         relativa di ciascuna impresa nell’infrazione e alla sua capacità economica effettiva di arrecare un danno consistente alla
         concorrenza sul mercato di cui trattasi. A conclusione della sua valutazione della gravità dell’infrazione la Commissione
         ha stabilito direttamente un importo di base, nel caso di specie pari a EUR 35 milioni per la LCL e la Morgan, tenendo conto
         di tutti gli elementi summenzionati, compreso l’obiettivo di dissuasione.
      
      73      Si deve rilevare, in secondo luogo, che per quanto riguarda specificamente le infrazioni che devono essere qualificate come
         «molto gravi», gli orientamenti si limitano a indicare che gli importi delle ammende applicabili vanno «oltre i 20 milioni
         di [EUR]». I soli limiti massimi menzionati negli orientamenti applicabili a tali infrazioni sono il limite generale del 10%
         del fatturato globale fissato all’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 [v. preambolo e punto 5, lett. a), degli orientamenti]
         – la cui violazione non è denunciata nel caso di specie – e i limiti relativi alla maggiorazione che può essere prevista a
         causa della durata dell’infrazione (v. punto 1 B, primo comma, secondo e terzo trattino, degli orientamenti). Nulla osta,
         negli orientamenti, nel caso di un’infrazione «molto grave», all’innalzamento di una soglia in valore assoluto identico a
         quello applicato dalla Commissione nel caso di specie. 
      
      74      Si deve considerare, in terzo luogo, che, contrariamente a quanto sostiene la ricorrente, limitando la valutazione del carattere
         proporzionato dell’importo di base dell’ammenda previsto dalla Commissione alla considerazione della relazione tra il detto
         importo e il fatturato summenzionato, si attribuirebbe un’importanza eccessiva all’elemento costituito dal fatturato realizzato
         con i prodotti di cui trattasi. La natura stessa dell’infrazione, l’impatto concreto di quest’ultima, l’estensione geografica
         del mercato rilevante e la necessaria portata dissuasiva dell’ammenda sono tanti altri elementi, che la Commissione ha preso
         in considerazione nella fattispecie, idonei a giustificare l’importo summenzionato. Al riguardo la Commissione ha giustamente
         qualificato l’infrazione come «molto grave», in quanto la ricorrente ha partecipato ad un’intesa orizzontale, mirante essenzialmente
         a fissare in modo diretto o indiretto i prezzi di vendita ed altre condizioni di transazione applicabili ai clienti, a ripartire
         i mercati, in particolare mediante l’attribuzione di clienti, e a intraprendere azioni coordinate nei confronti di concorrenti
         estranei al cartello e che ha avuto un impatto concreto sul mercato dei prodotti di cui trattasi nel SEE.
      
      75      Si deve, in quarto luogo, sottolineare che il fatturato rilevante della LCL e della Morgan era pari rispettivamente a EUR 84
         e a 68 milioni, con quote di mercato corrispondenti rispettivamente al 29% e al 23%. Correttamente quindi la Commissione ha
         ritenuto opportuno inserire queste due imprese in una stessa categoria, con un fatturato medio pari a EUR 76 milioni e una
         quota di mercato media di circa il 26%. 
      
      76      Poiché la composizione della prima categoria così come il corrispondente importo di base possono quindi essere considerati
         coerenti e obiettivamente giustificati, occorre esaminare se anche la seconda categoria, composta dalla ricorrente e dalla
         Schunk, sia stata costituita anch’essa in modo coerente e obiettivamente giustificato.
      
      77      La ricorrente afferma che se, in conformità alla motivazione della sentenza Tokai I, cit. supra al punto 62, il rispettivo
         rapporto tra le diverse quote di mercato deve riflettersi negli importi di base stabiliti per le diverse categorie, si deve
         necessariamente comparare «la quota di mercato più elevata della categoria più alta con la quota di mercato meno elevata della
         categoria più bassa». Il rapporto fra queste due quote di mercato dovrebbe quantomeno corrispondere alla differenza relativa
         fra le quote di mercato in valore assoluto. Poiché il rapporto tra le quote di mercato della LCL e della ricorrente è di 2,07,
         l’importo di base dell’ammenda di quest’ultima, nonché dell’altra impresa inclusa nella seconda categoria, avrebbe dunque
         dovuto riflettere tale rapporto ed essere fissato, al massimo, a EUR 16,9 milioni.
      
      78      Occorre nuovamente sottolineare le differenze tra la causa che ha dato luogo alla sentenza Tokai I, cit. supra al punto 62,
         e la presente fattispecie, tenuto conto del numero degli operatori interessati, della ripartizione delle quote di mercato
         e del fatto che, nel caso degli elettrodi di grafite, la Commissione aveva scelto di applicare un metodo aritmetico specifico
         consistente nel procedere per scaglioni di circa il 5% delle quote di mercato, ognuna delle quali corrispondente ad un importo
         di circa EUR 8 milioni. Nella sentenza Tokai I, cit. supra al punto 62 (punto 232), il Tribunale ha verificato la coerenza
         di tale metodo di differenziazione precisando che la Commissione, una volta effettuata volontariamente la scelta di applicare
         un simile metodo aritmetico, è vincolata al rispetto delle regole ad esso inerenti, salva esplicita giustificazione, nei confronti
         di tutti i membri di una stessa intesa. 
      
      79      In ogni caso, nessun elemento della sentenza Tokai I, cit. supra al punto 62, consente di desumere che il rapporto tra gli
         importi di base delle ammende fissati nell’ambito di una ripartizione dei membri dell’intesa in categorie debba essere determinato
         in funzione del rapporto esistente tra la quota di mercato dell’impresa «più grande» della categoria più alta e quella dell’impresa
         «più piccola» della categoria più bassa.
      
      80      L’analisi della ricorrente consistente nell’isolare la sua quota di mercato e nel compararla esclusivamente con quella della
         LCL al fine di determinare il rapporto tra gli importi di base stabiliti nei confronti della stessa e della LCL, che sarebbe
         in seguito applicabile alle due imprese della seconda categoria, equivale, in realtà, a negare il principio della ripartizione
         per categorie e la forfetizzazione degli importi di base che esso comporta, ammesso dalla giurisprudenza.
      
      81      Al contrario, la considerazione dei valori medi delle imprese di una stessa categoria rivela che la ripartizione per categorie
         operata nella Decisione è coerente e oggettivamente giustificata.
      
      82      Il fatturato medio e la quota di mercato media della LCL e della Morgan (prima categoria) erano di EUR 76 milioni e del 26%,
         mentre per la Schunk e per la ricorrente (seconda categoria) questi stessi valori medi erano di EUR 46,5 milioni e del 16%.
         Il rapporto tra i due valori medi risulta pertanto pari a 1,634 (per il fatturato) e a 1,625 (per la quota di mercato).
      
      83      Tali rapporti sono molto vicini al rapporto tra l’importo di base per la prima categoria (EUR 35 milioni) e quello per la
         seconda categoria (EUR 21 milioni), che è pari a 1,66. Di conseguenza, tale rapporto non svantaggia la ricorrente, ma al contrario
         la avvantaggia, poiché il rapporto tra i due valori medi è pari a 1,634 (per il fatturato) e a 1,625 (per la quota di mercato).
         
      
      84      Con riferimento alla terza categoria, composta dalla Hoffmann e dalla Conradty, il fatturato medio e la quota di mercato media
         di tali imprese erano pari a EUR 13 milioni e al 4,5%. Tenuto conto dei dati relativi alla LCL e alla Morgan (prima categoria),
         il rapporto tra i due valori medi è pari a 5,846 (per il fatturato) e a 5,777 (per la quota di mercato). Esso si avvicina
         molto, anche in questo caso, al rapporto tra l’importo di base per la prima categoria (EUR 35 milioni) e quello per la terza
         categoria (EUR 6 milioni) che è pari a 5,83.
      
      85      Quanto al raffronto tra le imprese raggruppate nella seconda e nella terza categoria, il rapporto tra i due valori medi è
         pari a 3,576 (per il fatturato) e a 3,555 (per la quota di mercato), corrispondente pressappoco al rapporto tra l’importo
         di base per la seconda categoria (EUR 21 milioni) e quello per la terza categoria (EUR 6 milioni), pari a 3,5.
      
      86      Si deve rilevare che, nella replica, la ricorrente sostiene che una valutazione fondata sui valori medi conduce parimenti
         ad un risultato discriminatorio e sproporzionato e sottolinea, a tale titolo, che la Commissione ha stabilito un importo di
         base per la LCL e la Hoffman, corrispondente, rispettivamente, a EUR 1,207 milioni e a EUR 1 milione per punto di quota di
         mercato (35: 29 = 1,207 e 6: 6 = 1), il che, applicato alla sua situazione, avrebbe dovuto condurre ad un importo di base
         di EUR 16,9 o 14 milioni.
      
      87      È sufficiente constatare che, in tal modo, la ricorrente si limita a riprendere, con una formulazione diversa, il ragionamento
         riassunto al precedente punto 77 e basato sulla pretesa di un rigido rispetto della proporzionalità nei rapporti tra ciascuna
         impresa.
      
      88      Com’è stato esposto, tale ragionamento conduce a negare il principio della ripartizione delle imprese per categorie, quale
         applicato dalla Commissione nella Decisione e ammesso dalla giurisprudenza, e non può essere accolta dal Tribunale, salvo
         dimostrazione che la classificazione della ricorrente nella seconda categoria sia contraria ai principi di proporzionalità
         e della parità di trattamento. 
      
      89      Nell’ambito del suo ragionamento la ricorrente rileva appunto che la sua classificazione nella stessa categoria della Schunk
         determina una disparità di trattamento a suo danno, in quanto quest’ultima detiene una quota di mercato del 18%, che rappresenta
         un fatturato superiore al suo di circa EUR 12 milioni. 
      
      90      Si deve ricordare che la Schunk e la ricorrente sono state classificate in una stessa categoria con quote di mercato del 18%
         e del 14%, che rappresentano un fatturato sul mercato rilevante rispettivamente di EUR 52 e 41 milioni, dati che le collocavano
         chiaramente nella fascia delle imprese con quote di mercato comprese tra il 10 e il 20%.
      
      91      Si deve sottolineare che la differenza di dimensioni tra la Schunk e la ricorrente, appartenenti ad una stessa categoria,
         è meno rilevante di quella tra la ricorrente e la Hoffman, che fanno parte di due categorie diverse. La quota di mercato della
         ricorrente (14%) era più vicina a quella della Schunk (18%) che a quella del più importante operatore della terza categoria
         (la Hoffman, 6%), dal momento che essa è separata dall’una e dall’altra, rispettivamente, da 4 e 8 punti percentuali. La limitata
         differenza tra la Schunk e la ricorrente (4 punti percentuali), tenuto conto della quota di mercato non particolarmente elevata
         della Schunk, ha così permesso alla Commissione, in piena coerenza e obiettività e, dunque, senza violare i principi della
         parità di trattamento e di proporzionalità, di trattare la ricorrente al pari della Schunk, e, a differenza della Hoffman
         e della Conradty, come un operatore medio, fissando, pertanto, per la ricorrente medesima lo stesso importo di base stabilito
         per la Schunk, superiore all’importo di base imposto alla Hoffman e alla Conradty, detentrici di una posizione molto marginale
         sul mercato di cui trattasi (6 e 3%).
      
      92      Si deve inoltre ricordare che sebbene a talune imprese venga applicato, a causa della suddivisione in gruppi, un importo di
         base identico pur avendo esse dimensioni differenti, si deve concludere che detta diversità di trattamento è oggettivamente
         giustificata dalla preminenza attribuita al tipo di trasgressione rispetto alla dimensione delle imprese in sede di determinazione
         della gravità dell’infrazione (v. sentenza CMA CGM e a./Commissione, cit. supra al punto 62, punto 411, e giurisprudenza citata).
      
      93      La ricorrente asserisce, infine, che la ripartizione per categorie effettuata dalla Commissione è erronea, in quanto quest’ultima
         avrebbe dovuto sommare le quote di mercato della Schunk e della Hoffmann, dal momento che le imprese devono essere considerate
         quali si presentano al momento dell’adozione della decisione che infligge un’ammenda. Pertanto, la ricorrente avrebbe dovuto
         essere classificata in una terza categoria, corrispondente ad una quota di mercato inferiore al 20%, dato che la prima e la
         seconda categoria sono rispettivamente costituite dalla LCL, con una quota di mercato superiore al 25%, e dalla Schunk e la
         Hoffmann, con una quota di mercato complessiva compresa tra il 20% e il 25%, specificamente del 24%. Quindi, conformemente
         alla prassi decisionale della Commissione, l’importo di base stabilito nei confronti della ricorrente avrebbe dovuto essere
         inferiore di EUR 17,5-13 milioni rispetto a quello previsto nel caso di specie.
      
      94      Si deve ricordare che la Commissione ha sancito la responsabilità specifica della Hoffman per il fatto che tale impresa ha
         partecipato in modo autonomo all’infrazione dal settembre 1994 all’ottobre 1999, con la precisazione che la Schunk ha assunto
         il controllo della Hoffman soltanto a partire dal 28 ottobre 1999. 
      
      95      Sulla base di tale valutazione, che non è direttamente contestata dalla ricorrente, la Commissione ha ripartito le imprese
         interessate, compresa la Hoffman, in tre categorie, in base al fatturato realizzato da ciascuna per i prodotti interessati
         dal presente procedimento su scala del SEE, includendovi il valore del consumo vincolato di ogni impresa. Ne risulta un fatturato
         per quota di mercato che rappresenta l’importanza relativa di ciascuna impresa nell’infrazione e la sua effettiva capacità
         economica di arrecare un danno consistente alla concorrenza. 
      
      96      Il raffronto è stato basato sui dati relativi al fatturato relativo ai prodotti in parola riguardante l’ultimo anno dell’infrazione,
         vale a dire il 1998, cosa che la ricorrente contesta, asserendo, in nome del rispetto del principio della parità di trattamento,
         che la Commissione avrebbe dovuto valutare la situazione delle imprese nel giorno in cui infliggeva l’ammenda e, di conseguenza,
         sommare le quote di mercato della Schunk e della Hoffmann.
      
      97      Tale tesi, oltre al fatto di essere diretta a contestare la responsabilità autonoma della Hoffmann, quale affermata dalla
         Commissione nella Decisione, deve essere respinta in quanto del tutto infondata.
      
      98      Si deve rilevare che la censura della ricorrente riguarda una fase del calcolo dell’ammenda in funzione della gravità dell’infrazione
         nel corso della quale la Commissione adegua l’importo dell’ammenda previsto superiore a EUR 20 milioni, determinato dalla
         qualificazione dell’infrazione come «molto grave», tenendo conto dell’importanza specifica di ciascuna delle imprese coinvolte
         nell’intesa e, quindi, della concreta incidenza del loro comportamento illecito sulla concorrenza.
      
      99      Orbene, con riferimento alla determinazione dell’entità dell’infrazione sul mercato e alla parte di responsabilità che ne
         consegue a carico di ciascun partecipante all’intesa, la Corte ha dichiarato che la parte del fatturato corrispondente alle
         merci coinvolte nell’infrazione può fornire una corretta indicazione dell’entità di un’infrazione sul mercato interessato
         (v., in particolare, sentenza Musique diffusion française e a./Commissione, cit. supra al punto 49, punto 121, e sentenza
         del Tribunale 14 maggio 1998, causa T-347/94, Mayr-Melnhof/Commissione, Racc. pag. II‑1751, punto 369). In particolare, come
         ha sottolineato il Tribunale, il fatturato realizzato sui prodotti oggetto di una pratica restrittiva costituisce un elemento
         oggettivo che fornisce una corretta misura della nocività di tale pratica per il gioco normale della concorrenza ([sentenza
         del Tribunale 11 marzo 1999, causa T‑151/94, British Steel/Commissione, Racc. pag. II‑629, punto 643).
      
      100    Giustamente pertanto la Commissione ha preso in considerazione, in tale contesto, il fatturato realizzato con i prodotti di
         cui trattasi e la quota di mercato nel SEE di ciascuna delle imprese presenti sul mercato rilevante nel 1998, nell’ultimo
         anno civile completo dell’infrazione, e non la situazione di dette imprese nel giorno dell’adozione della Decisione, quattro
         anni dopo la fine dell’infrazione.
      
      101    Risulta dalle precedenti considerazioni che tutte le censure relative alla ripartizione dei membri dell’intesa in categorie
         effettuata dalla Commissione nella Decisione devono essere respinte.
      
       Sulla durata dell’infrazione
      102    Conformemente all’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17, la durata dell’infrazione costituisce uno degli elementi da prendere
         in considerazione per determinare l’importo dell’ammenda da infliggere alle imprese responsabili di violazioni delle regole
         di concorrenza. 
      
      103    Per quanto riguarda il fattore relativo alla durata dell’infrazione, gli orientamenti distinguono tra le infrazioni di breve
         durata (in generale per periodi inferiori a un anno), per le quali l’importo di base applicato in considerazione della gravità
         non dovrebbe essere maggiorato, le infrazioni di media durata (in generale per periodi da uno a cinque anni), per le quali
         il detto importo può essere maggiorato del 50%, e le infrazioni di lunga durata (in generale per periodi superiori a cinque
         anni), per le quali l’importo in questione può essere maggiorato del 10% per ciascun anno (punto 1 B, primo comma, primo-terzo
         trattino).
      
      104    È pacifico che la ricorrente ha partecipato all’intesa dall’ottobre 1988 al dicembre 1999, vale a dire per un periodo di undici
         anni e due mesi, corrispondente ad un’infrazione di lunga durata, e che l’importo di base della sua ammenda è stato di conseguenza
         maggiorato del 110% in considerazione della durata dell’infrazione.
      
      105    La ricorrente sostiene che tale maggiorazione del 110% sia sproporzionata e violi sia il metodo di calcolo delle ammende previsto
         dagli orientamenti sia la precedente prassi decisionale della Commissione.
      
      106    Riguardo, in primo luogo, alla presunta violazione degli orientamenti, la ricorrente sostiene, contemporaneamente e in modo
         contraddittorio, che la maggiorazione contestata conduca a privare di significato la fase preliminare della valutazione della
         gravità dell’infrazione e a tenere conto una seconda volta di questa stessa gravità, in quanto le intese sui prezzi, qualificate
         dalla Commissione come infrazioni «molto gravi», sono, per loro natura, infrazioni di lunga durata.
      
      107    La prima asserzione della ricorrente costituisce una mera affermazione di principio del tutto irrilevante. E’ sufficiente
         osservare che, al termine della sua valutazione della gravità dell’infrazione, la Commissione ha fissato un importo di base,
         nella fattispecie pari a EUR 21 milioni per la ricorrente. Completata questa prima fase, la Commissione ha preso in considerazione
         la durata dell’infrazione e, tenuto conto della lunga durata di quest’ultima, ha aumentato l’importo di base preliminarmente
         definito. Il solo fatto che l’importo aggiuntivo dell’ammenda rappresenti una maggiorazione superiore al 100% dell’importo
         di base non significa affatto che la fissazione dell’importo di base in funzione della gravità dell’infrazione sia privata
         di significato.
      
      108    La seconda affermazione non ha maggior fondamento, in quanto si basa sulla erronea premessa di una necessaria correlazione
         tra la natura di determinate infrazioni e la loro durata e perviene ad una confusione dei criteri della gravità e della durata
         previsti all’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17.
      
      109    Anche ammesso che le intese sui prezzi siano intrinsecamente di lunga durata, non può vietarsi alla Commissione di tener conto
         della loro durata effettiva in ciascun caso concreto. Infatti alcune intese, nonostante una lunga durata progettata, vengono
         scoperte dalla Commissione ovvero denunciate da un partecipante dopo un breve periodo di funzionamento effettivo. Il loro
         effetto dannoso è necessariamente inferiore rispetto al caso in cui tali intese siano state effettivamente messe in opera
         per un lungo periodo. Di conseguenza, è sempre necessario distinguere, in applicazione dell’art. 15, n. 2, del regolamento
         n. 17, tra la durata effettiva delle infrazioni e la loro gravità, quale risulta dalla loro stessa natura (sentenze Tokai
         I, cit. supra al punto 62, punto 259, e Tokai II, cit. supra al punto 52, punto 275).
      
      110    Legittimamente la Commissione poteva quindi dichiarare, al punto 1 B, terzo comma, degli orientamenti, che la maggiorazione
         per le infrazioni di lunga durata sarebbe stata più consistente che in precedenza, nell’intento di sanzionare realmente le
         restrizioni «che hanno arrecato un pregiudizio durevole» ai consumatori (sentenza Tokai I, cit. supra al punto 62, punto 260).
         
      
      111    Peraltro, il punto 1 B, primo comma, terzo trattino, degli orientamenti non prevede una maggiorazione automatica del 10% annuo
         per le infrazioni di lunga durata, ma lascia, al riguardo, un margine discrezionale alla Commissione. Risulta chiaramente
         dai punti 299 e 300 della Decisione che la Commissione ha esercitato il suo potere discrezionale decidendo di aumentare gli
         importi di base delle ammende del 10% per ogni anno completo di infrazione e di un altro 5% per ogni periodo ulteriore superiore
         a sei mesi, ma inferiore a un anno, e ciò tenuto conto della durata del periodo relativo all’infrazione, di gran lunga superiore
         a quello di cinque anni che delimita la categoria delle infrazioni denominate di «media durata».
      
      112    Il fatto che la Commissione abbia applicato il principio di una maggiorazione del 10% annuo per tutte le imprese che hanno
         partecipato all’infrazione qualificata, giustamente, come infrazione di lunga durata, non è affatto contrario agli orientamenti,
         e l’argomento della ricorrente relativo alla violazione di un «principio di maggiorazione decrescente delle pene» in caso
         di infrazioni di lunga durata, la cui esistenza nel diritto comunitario non è dimostrata, non tiene conto del carattere continuativo
         dell’infrazione, accertato dalla Commissione unitamente all’unicità di quest’ultima, e che non è contestato dalla ricorrente.
      
      113    Nulla osta, pertanto, al fatto che la Commissione, in applicazione della disciplina che essa stessa si è imposta negli orientamenti,
         abbia aumentato del 110%, in considerazione di una durata dell’infrazione di undici anni e due mesi, l’importo di base dell’ammenda
         della ricorrente. Inoltre, tale maggiorazione del 110% non può essere considerata manifestamente sproporzionata tenuto conto
         della lunga durata dell’infrazione.
      
      114    Riguardo, in secondo luogo, all’asserita violazione della prassi decisionale della Commissione, si deve ricordare che tale
         prassi non può fungere da contesto normativo per le ammende in materia di concorrenza, il quale è esclusivamente costituito
         dal regolamento n. 17 (sentenza LR AF 1998/Commissione, cit. supra al punto 43, punto 234), e che le decisioni relative ad
         altri casi hanno un carattere meramente indicativo dell’esistenza eventuale di discriminazioni, essendo poco verosimile un’identità
         delle circostanze proprie di tali casi, come i mercati, i prodotti, le imprese e i periodi di riferimento (sentenze JCB Service/Commissione,
         cit. supra al punto 43, punti 201 e 205, e Britannia Alloys & Chemicals/Commissione, cit. supra al punto 43, punto 60).
      
      115    A tale riguardo, la ricorrente richiama tre decisioni della Commissione nelle quali quest’ultima ha aumentato l’importo di
         base dell’ammenda tenendo conto della durata dell’infrazione a decorrere soltanto dal secondo anno del periodo di durata dell’infrazione,
         e ciò in quanto gli orientamenti prevedono maggiorazioni dell’ammenda soltanto per periodi che superino una durata dell’infrazione
         considerata «media».
      
      116    Si deve tuttavia osservare che le cause richiamate dalla ricorrente non possono essere paragonate alla presente causa.
      
      117    In tal senso, nella decisione relativa al caso dei tubi preisolati e nella decisione della Commissione 5 luglio 2000, 2001/135/CE,
         relativa ad un procedimento in applicazione dell’articolo 81 [CE] (Caso COMP.F.1.36.516 - Nathan-Bricolux) (GU 2001, L 54,
         pag. 1), la Commissione ha preso in considerazione il fatto che, contrariamente alla presente causa, le restrizioni in parola
         non erano state operate in maniera sistematica nel corso del periodo controverso.
      
      118    Nella decisione 7 giugno 2000, 2001/418/CE, relativa ad un procedimento a norma dell’articolo 81 [CE] e dell’articolo 53 dell’accordo
         SEE (Caso COMP/36.545/F3 - Aminoacidi) (GU 2001, L 152, pag. 24), la Commissione ha sanzionato diverse imprese per la loro
         partecipazione ad un’intesa sul mercato della lisina. La Commissione aveva stabilito il principio di una maggiorazione del
         10% per anno di infrazione, ma non l’aveva mai applicato in maniera uniforme, senza fornire spiegazioni al riguardo. Il Tribunale,
         nella sentenza 9 luglio 2003, causa T‑220/00, Cheil Jedang/Commissione (Racc. pag. II‑2473, punti 130‑139), ha operato una
         rettifica, diminuendo la maggiorazione prevista in considerazione della durata in favore dell’impresa, cui era stato applicato
         il principio di una maggiorazione del 10% annuo.
      
      119    In ogni caso, si deve rammentare che il rispetto del principio della parità di trattamento deve conciliarsi con il rispetto
         del principio di legalità, secondo il quale nessuno può invocare a proprio vantaggio un’illegittimità commessa a favore di
         altri ([sentenza della Corte 4 luglio 1985, causa 134/84, Williams/Corte dei conti (Racc. pag. 2225, punto 14; sentenze 14
         maggio 1998, SCA Holding/Commissione, cit. supra al punto 49, punto 160, e LR AF 1998/Commissione, cit. supra al punto 43,
         punto 367).
      
      120    Orbene, contrariamente alle affermazioni della ricorrente, dalle disposizioni del punto 1 B, degli orientamenti non risulta
         che il primo anno d’infrazione non debba essere calcolato. A tale proposito è infatti disposto unicamente che non si applichino
         maggiorazioni per le infrazioni di breve durata, in genere inferiori ad un anno. Al contrario, è praticata una maggiorazione
         per le infrazioni più durature, che può essere fissata per «ogni anno» al 10% dell’importo di base, qualora, come nella fattispecie,
         l’infrazione si sia protratta per più di cinque anni (sentenza Cheil Jedang/Commissione, cit. supra al punto 118, punto 133).
      
      121    Ne consegue che il motivo relativo al trattamento sproporzionato e/o discriminatorio della ricorrente, riguardo alla fissazione
         della maggiorazione dell’importo di base dell’ammenda in considerazione della durata dell’infrazione e tenuto conto della
         prassi decisionale della Commissione, deve essere respinto.
      
       Sul limite massimo dell’ammenda previsto all’art 15, n. 2, del regolamento n. 17
       Sulla non applicazione alla ricorrente del tetto del 10% del fatturato mondiale
      122    L’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 prevede che le ammende inflitte dalla Commissione a imprese che abbiano violato l’art. 81 CE
         o l’art. 82 CE possano essere aumentate fino al «10 per cento del volume d’affari realizzato durante l’esercizio sociale precedente
         da ciascuna delle imprese che hanno partecipato all’infrazione».
      
      123    La ricorrente sostiene, in primo luogo, che la Commissione ha violato l’articolo summenzionato, in quanto essa avrebbe dovuto,
         nel caso di specie, ridurre d’ufficio l’importo di base dell’ammenda in applicazione di tale articolo, e ciò tenuto conto
         delle ammende, che si tratti dell’importo di base o dell’importo finale, di cui essa è già stata destinataria nei casi degli
         elettrodi di grafite e delle grafiti speciali, poiché l’importo complessivo di tali ammende, compresa quella imposta nella
         Decisione, supera nettamente il 10% del suo fatturato mondiale. Tale soluzione sarebbe dettata dall’obiettivo del rispetto
         del tetto del 10%, stabilito all’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17, consistente nel proteggere l’impresa da un’ammenda
         eccessiva che possa mettere in pericolo la sua esistenza economica.
      
      124    Si deve precisare che la Commissione, ancorché sia libera di valutare, sotto il controllo del Tribunale, la concessione di
         riduzioni delle ammende in base alla comunicazione sulla cooperazione alla luce delle circostanze di ciascun caso, è, d’altra
         parte, obbligata a rispettare il tetto del 10%. La Commissione non dispone di un potere discrezionale nell’applicazione del
         tetto del 10%, che dipende unicamente dall’entità del fatturato di cui all’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17. Come sottolineato
         dall’avvocato generale Tizzano, nelle sue conclusioni per la sentenza della Corte 28 giugno 2005, cause riunite C‑189/02 P,
         C‑202/02 P, da C‑205/02 P a C‑208/02 P e C‑213/02 P, Dansk Rørindustri e a./Commissione (Racc. pag. I‑5439, paragrafo 125),
         «per definizione, un tetto rappresenta un limite assoluto che si applica automaticamente, qualora venga raggiunta una determinata
         soglia, e indipendentemente da ogni altro elemento di valutazione». 
      
      125    Nel presente caso, l’importo di base dell’ammenda, determinato in funzione della gravità e della durata dell’infrazione, è
         stato fissato a EUR 44,1 milioni nei confronti della ricorrente, importo rimasto invariato a seguito dell’esame della Commissione
         di eventuali circostanze aggravanti o attenuanti, poiché nessuna di esse è stata accertata a carico o a favore della ricorrente.
         Orbene, questo importo di EUR 44,1 milioni è manifestamente inferiore al limite del 10% del fatturato globale di detta impresa,
         che per l’anno 2002 ammontava a EUR 1 112 milioni. Nessuna riduzione dell’importo di base dell’ammenda poteva pertanto essere
         concessa alla ricorrente e la Commissione ha effettuato una corretta applicazione dell’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17.
      
      126    L’argomento della ricorrente ricordato al precedente punto 123 contrasta la chiara formulazione dell’articolo summenzionato
         da cui risulta che il tetto del 10% si applica separatamente a ciascuna infrazione sanzionata dalla Commissione (sentenza
         Tokai II, cit. supra al punto 52, punto 377). Si deve al riguardo ricordare che, per determinare l’importo dell’ammenda all’interno
         dei limiti fissati dall’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17, quest’ultimo prevede la presa in considerazione della gravità
         e della durata dell’«infrazione».
      
      127    Nell’interpretare il riferimento esplicito al fatturato dell’impresa, il giudice comunitario ha indicato che il previsto tetto
         massimo del 10% mira ad evitare che le ammende siano sproporzionate rispetto all’importanza dell’impresa, e, poiché solo il
         fatturato complessivo può effettivamente dare un’indicazione approssimativa in proposito, è opportuno intendere questa percentuale
         come riferita al fatturato complessivo (sentenza Musique diffusion française e a./Commissione, cit. supra al punto 49, punto 119).
         La definizione così fornita dell’obiettivo del tetto del 10% è tuttavia indissociabile dal testo e dalla portata dell’art. 15,
         n. 2, del regolamento n. 17 ricordati al punto precedente e tale obiettivo non può giustificare un’interpretazione del detto
         articolo, come quella avanzata dalla ricorrente, contraria al suo testo. 
      
      128    A sostegno della sua censura, la ricorrente fa altresì riferimento alla decisione della Commissione 21 novembre 2001, 2003/2/CE,
         relativa ad un procedimento a norma dell’articolo 81 [CE] e dell’articolo 53 dell’accordo SEE (Caso COMP/E-1/37.512 - Vitamine)
         (GU 2003, L 6, pag. 1), nella quale la Commissione ha ritenuto che due imprese avessero commesso ognuna otto violazioni dell’art. 81 CE,
         infliggendo di conseguenza a queste ultime otto ammende. Si deve al riguardo rilevare che l’importo di ciascuna di queste
         otto ammende rispetta il tetto del 10% e che l’osservazione della ricorrente secondo la quale la somma delle ammende inflitte
         a ciascuna impresa era inferiore al 10% del fatturato globale di detta impresa non può dimostrare una violazione da parte
         della Commissione, nel presente caso, dell’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17. 
      
      129    La ricorrente sostiene, in secondo luogo, che la Commissione ha, in sostanza, commesso uno sviamento di potere. La Commissione
         avrebbe cercato di sottrarsi al rispetto del limite massimo del 10% sanzionando separatamente, in tre decisioni distinte,
         un comportamento in violazione del diritto della concorrenza tenuto nel corso di uno stesso periodo.
      
      130    Interrogata in udienza sull’esatto significato di tale affermazione, la ricorrente ha fatto presente che essa non intendeva
         sostenere che le intese relative ai casi degli elettrodi di grafite e delle grafiti speciali e quella che ha dato luogo all’adozione
         della Decisione costituissero, in realtà, una stessa e unica infrazione. 
      
      131    Si deve sottolineare, in tale contesto, che la Commissione poteva legittimamente infliggere alla ricorrente quattro ammende
         distinte, ciascuna nel rispetto dei limiti stabiliti dall’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17, a condizione che quest’ultima
         avesse commesso quattro distinte violazioni delle disposizioni dell’art. 81, n. 1, CE, ricordando, al tempo stesso, che nel
         caso delle grafiti speciali la Commissione ha avviato un solo procedimento che ha condotto all’adozione di una decisione unica,
         con cui si accertava l’esistenza di due distinte violazioni, una riguardante il mercato della grafite speciale isostatica
         e l’altra il mercato della grafite speciale estrusa, e infliggeva alla ricorrente due ammende distinte.
      
      132    Pertanto, l’argomento della ricorrente relativo ad una presunta «elusione illegittima» del tetto previsto dall’art. 15, n. 2,
         del regolamento n. 17 è del tutto privo di rilevanza. Infatti, come indica giustamente la Commissione, è indifferente, per
         l’applicazione del tetto summenzionato, che diverse violazioni delle regole della concorrenza siano sanzionate nel corso di
         un procedimento unico o nel corso di procedimenti separati, scaglionati nel tempo, poiché il tetto massimo del 10% si applica
         a ciascuna violazione dell’art. 81 CE. 
      
      133    Le considerazioni generali della ricorrente riguardanti il fatto che l’atteggiamento della Commissione nel caso di specie
         avrebbe un effetto demoralizzante per l’impresa, posta nell’impossibilità di riassestare le proprie finanze e sottoposta ad
         una denuncia politica costante, fonte di un ulteriore pregiudizio in forma di danno alla reputazione, sono altresì del tutto
         prive di rilevanza in relazione ai requisiti di prova della presunta violazione dell’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17
         o del presunto sviamento di potere che la Commissione avrebbe commesso.
      
      134    Occorre infine rilevare che la Commissione ha concesso alla ricorrente una riduzione dell’ammenda del 33% tenendo conto delle
         sue gravi difficoltà finanziarie e del fatto che era stata recentemente condannata, nei casi degli elettrodi di grafite e
         delle grafiti speciali, a pesanti ammende per la sua partecipazione a concomitanti attività collusive.
      
       Sulla presunta applicazione discriminatoria del tetto del 10% a vantaggio della Hoffmann
      135    Si deve rilevare che la ricorrente non sostiene di essersi trovata in una situazione analoga a quella della Hoffmann, bensì
         che la Commissione abbia applicato in modo irregolare il tetto del 10% a vantaggio della Hoffmann, tenendo conto di un fatturato
         globale errato. Essa fa presente che la Hoffmann è stata acquisita dalla Schunk il 28 ottobre 1999 e che la somma degli importi
         di base stabiliti nei confronti delle due imprese (EUR 53,1 milioni) rappresentava meno del 10% del loro fatturato complessivo
         nel 2002 (EUR 624,4 milioni), situazione che impediva qualsiasi riduzione dell’importo dell’ammenda in applicazione del tetto
         del 10%.
      
      136    Poiché la ricorrente invoca una riduzione illegittima dell’ammenda ottenuta dalla Hoffmann e anche ammesso che la Commissione
         abbia illegittimamente concesso una riduzione a tale impresa per effetto di un’erronea applicazione del tetto del 10%, si
         deve ricordare che il rispetto del principio della parità di trattamento invocato dalla ricorrente deve conciliarsi con il
         rispetto del principio di legalità, secondo il quale nessuno può invocare a proprio vantaggio un’illegittimità commessa a
         favore di altri (sentenza Williams/Corte dei Conti, cit. supra al punto 119, punto 14; sentenze 14 maggio 1998, SCA Holding/Commissione,
         cit. supra al punto 49, punto 160, e LR AF 1998/Commissione, cit. supra al punto 43, punto 367).
      
      137    Si deve rammentare, ad abundantiam, che ai fini dell’applicazione del tetto del 10%, la Commissione deve prendere in considerazione
         il fatturato dell’impresa interessata, vale a dire dell’impresa che si è vista imputare l’infrazione e che, per questo fatto,
         è stata dichiarata responsabile e si è vista notificare la decisione che infligge l’ammenda ([sentenza del Tribunale 4 luglio
         2006, causa T‑304/02, Hoek Loos/Commissione, Racc. pag. II‑1887, punto 116).
      
      138    Orbene, è pacifico, nella fattispecie, che la Commissione ha ritenuto che la Hoffmann avesse violato l’art. 81 CE, avendo
         preso parte in modo autonomo e sotto la propria responsabilità all’intesa dal settembre 1994 all’ottobre 1999, vale a dire
         prima della sua acquisizione da parte della Schunk. Inoltre, dopo questa acquisizione, la Hoffmann ha conservato la sua personalità
         giuridica, nonché attività e attivi sufficienti, sebbene essa sia attualmente diretta dalla Schunk (punto 256 della Decisione).
         Pertanto, giustamente la Commissione ha ritenuto che la Hoffmann dovesse essa stessa essere considerata responsabile dell’infrazione
         commessa prima della sua acquisizione da parte della Shunk e si è esclusivamente basata sul fatturato della Hoffmann per l’applicazione
         del tetto del 10% del fatturato menzionato all’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17.
      
      139    Ne consegue che i motivi relativi ad un’applicazione errata o discriminatoria e ad una «elusione illegittima» del tetto del
         10% del fatturato menzionato all’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 devono essere respinti.
      
       Sugli interessi moratori
      140    La ricorrente sottolinea che, a seguito della notifica della Decisione e della scadenza di un termine di tre mesi, l’importo
         dell’ammenda non pagato produce automaticamente interessi moratori al tasso del 5,5%, vale a dire al tasso di rifinanziamento
         della Banca centrale europea (BCE), corrispondente al 2% alla data pertinente, maggiorato del 3,5%, tasso del 5,5% che viene
         ridotto al 3,5% nel caso di presentazione di un ricorso con costituzione di garanzia bancaria. 
      
      141    Essa sostiene che la Commissione non ha affatto motivato, nella Decisione, questo tasso d’interesse molto elevato e arbitrario.
         Si tratterebbe, inoltre, di un tasso d’interesse proibitivo che costituirebbe, senza alcun fondamento normativo, una sanzione
         ulteriore avverso l’utilizzazione di un mezzo di difesa e che violerebbe «il principio generale del diritto comunitario secondo
         il quale ciascuno ha diritto ad un rimedio giurisdizionale efficace, senza che il fatto di ricorrere ad un mezzo di difesa
         possa arrecargli pregiudizio».
      
      142    Si deve osservare che la SGL aveva già sollevato un’analoga censura nell’ambito delle controversie che hanno condotto alla
         sentenza Tokai I, cit. supra al punto 62, e alla sentenza Tokai II, cit. supra al punto 52, nelle quali il Tribunale aveva
         respinto la detta censura, soluzione confermata dalla Corte a seguito delle impugnazioni nelle sentenze 29 giugno 2006, causa
         C‑308/04 P, SGL Carbon/Commissione (Racc. pag. I‑5977, punti 113‑118), e 10 maggio 2007, causa C‑328/05 P, SGL Carbon/Commissione
         (Racc. pag. I‑3921, punti 109‑115).
      
      143    Occorre ricordare al riguardo che, secondo una giurisprudenza consolidata (sentenza della Corte 25 ottobre 1983, causa 107/82,
         AEG/Commissione, Racc. pag. 3151, punti 141‑143; sentenze del Tribunale 14 luglio 1995, causa T‑275/94, CB/Commissione, Racc. pag. II‑2169,
         punti 46-49, e LR AF 1998/Commissione, cit. supra al punto 43, punti 395 e 396), il potere di cui la Commissione è investita
         ai sensi dell’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 comprende la facoltà di determinare la data di esigibilità delle ammende
         e quella relativa al decorso degli interessi di mora, di fissare il tasso di questi interessi e di stabilire le modalità di
         esecuzione della sua decisione esigendo, all’occorrenza, la costituzione di una garanzia bancaria a copertura dell’importo
         del capitale e degli interessi delle ammende inflitte. In mancanza di siffatto potere, il vantaggio che le imprese potrebbero
         trarre dal pagamento tardivo delle ammende avrebbe l’effetto di attenuare le sanzioni inflitte dalla Commissione nell’esercizio
         del suo compito di vigilare sull’applicazione delle norme in materia di concorrenza. L’applicazione di interessi di mora alle
         ammende è giustificata quindi dall’intento di evitare che l’effetto utile del Trattato sia eluso mediante prassi applicate
         unilateralmente da imprese che tardino a pagare le ammende alle quali sono state condannate, nonché di evitare che tali imprese
         siano avvantaggiate rispetto a quelle che effettuano il pagamento delle ammende alla scadenza loro impartita (sentenza Tokai
         I, cit. supra al punto 52, punto 475).
      
      144    In tale contesto, la giurisprudenza ha riconosciuto alla Commissione il diritto di fissare gli interessi moratori al tasso
         di mercato aumentato di 3,5 punti percentuali (sentenze del Tribunale CB/Commissione, cit. supra al punto 143, punto 54; 8
         ottobre 1996, cause riunite da T‑24/93 a T‑26/93 e T‑28/93, Compagnie maritime belge transports e a./Commissione, Racc. pag. II‑1201,
         punto 250, e LR AF 1998/Commissione, cit. supra al punto 43, punto 397), e, nell’ipotesi di costituzione di una garanzia bancaria,
         al tasso di mercato aumentato di 1,5 punti percentuali (sentenza CB/Commissione, cit. supra al punto 143, punto 54).
      
      145    Tali soluzioni hanno oramai un fondamento normativo, poiché esse sono state recepite nel regolamento (CE, Euratom) della Commissione
         23 dicembre 2002, n. 2342, recante modalità d’esecuzione del regolamento (CE, Euratom) n. 1605/2002 del Consiglio che stabilisce
         il regolamento finanziario applicabile al bilancio generale delle Comunità europee (GU L 357, pag. 1), e più precisamente
         nell’art. 86 di tale regolamento, del quale la ricorrente non contesta la legittimità. Questo regolamento è entrato in vigore,
         ai sensi del suo art. 273, il 1° gennaio 2003. 
      
      146    Si deve rilevare che nella sua giurisprudenza il Tribunale ha tollerato interessi di mora del 7,5%, del 13,25% e del 13,75%,
         precisando che la Commissione può adottare un valore di riferimento più elevato rispetto al tasso di interesse passivo medio
         applicabile sul mercato quando ciò sia necessario per scoraggiare manovre dilatorie (v. sentenza Tokai I, cit. supra al punto 62,
         punto 476, e giurisprudenza citata). Pertanto, i tassi d’interesse del 5,5% e del 3,5% stabiliti nel caso di specie non possono
         essere considerati sproporzionati, tenuto conto dell’obiettivo legittimo summenzionato. 
      
      147    L’argomento della ricorrente relativo alla violazione di un presunto principio generale del diritto comunitario secondo il
         quale «ciascuno ha diritto ad un rimedio giurisdizionale efficace, senza che il fatto di ricorrere ad un mezzo di difesa possa
         arrecargli pregiudizio» comporta sostanzialmente la rivendicazione del diritto dell’impresa sanzionata con un’ammenda di presentare
         un ricorso senza incorrere nel rischio relativo alle conseguenze del rigetto di quest’ultimo ed equivale, infine, a negare
         la ratio legis della fissazione degli interessi moratori, vale a dire quella di evitare i ricorsi temerari.
      
      148    La ricorrente non ha dimostrato, in ogni caso, che la Commissione, nell’aver fissato i tassi d’interesse al 5,5% e al 3,5%,
         abbia violato il diritto ad una tutela giurisdizionale effettiva, che costituisce un principio generale del diritto comunitario.
         Si deve del resto rilevare che i tassi d’interesse fissati dalla Commissione nelle sue decisioni relative ai casi degli elettrodi
         di grafite e delle grafiti speciali, nonché nella presente fattispecie, non hanno evidentemente dissuaso la ricorrente dal
         presentare un ricorso dinanzi al giudice comunitario. 
      
      149    Peraltro, le considerazioni della ricorrente sull’impatto della durata del procedimento giurisdizionale, che costituisce un
         dato aleatorio inerente a questo tipo di procedimento, non sono tali da invalidare la conclusione summenzionata. Occorre altresì
         rilevare che, per prevenire le conseguenze dell’alea della durata del procedimento giurisdizionale sull’importo degli interessi,
         un’impresa ha la possibilità di chiedere la sospensione dell’esecuzione della decisione della Commissione che le infligge
         l’ammenda o di costituire una garanzia bancaria, che le consente di ridurre il tasso d’interesse dal 5, 5% al 3,5%. 
      
      150    Inoltre, la ricorrente fa riferimento ad una prassi della Commissione consistente nel remunerare con un interesse, superiore
         dello 0,1% al tasso d’interesse minimo offerto per le operazioni di rifinanziamento della BCE, i versamenti effettuati dalle
         imprese per pagare le ammende ad esse inflitte, operazione che permette di neutralizzare il rischio evocato al punto precedente.
      
      151    Resta il fatto che, a parere della ricorrente, questa prassi proverebbe che, secondo la Commissione stessa, interessi poco
         elevati risulterebbero sufficienti per evitare ricorsi temerari, poiché, altrimenti, nessun interesse verrebbe versato, e
         che, pertanto, l’importo degli interessi richiesti nel caso di specie è comunque ingiustificato, o perlomeno ingiustificato
         a concorrenza dell’importo degli interessi versati.
      
      152    Remunerando con un interesse, superiore dello 0,1% al tasso d’interesse minimo offerto per le operazioni di rifinanziamento
         della BCE, versamenti provvisori effettuati dalle imprese per pagare le ammende ad esse inflitte, la Commissione concede all’impresa
         interessata il beneficio di un privilegio che non risulta dalle disposizioni del Trattato, né da quelle del regolamento n. 17,
         né da quelle del regolamento n. 2342/2002 (v., in tal senso, sentenza CB/Commissione, cit. supra al punto 143, punto 82) e
         che non può costituire valido fondamento per il motivo della ricorrente. Infatti, il tasso d’interesse applicato dalla Commissione
         alle ammende che successivamente risultino infine indebitamente pagate, persegue una finalità totalmente diversa rispetto
         a quella sottesa agli interessi di mora: il primo tasso d’interesse ha lo scopo d’impedire un arricchimento senza causa delle
         Comunità a scapito di un’impresa il cui ricorso diretto all’annullamento dell’ammenda inflittale sia stato accolto, mentre
         il secondo tasso d’interesse mira ad impedire i ritardi ingiustificati nel pagamento di un’ammenda (sentenza Tokai II, cit.
         supra al punto 52, punto 414). 
      
      153    Si deve infine rilevare che la lettura combinata dell’art. 2 della Decisione e della lettera 11 dicembre 2003, con la quale
         la Commissione ha notificato la Decisione alla ricorrente, rivela che le modalità di fissazione degli interessi di mora sono
         state ivi chiaramente precisate e che, così facendo, la Commissione ha assolto l’obbligo di motivazione previsto all’art. 253 CE.
         
      
      154    Pertanto, il motivo relativo ai tassi d’interesse previsti nella Decisone, quale ricordato al precedente punto 141, dev’essere
         respinto.
      
      155    Di conseguenza, il ricorso dev’essere respinto in toto.
      
       Sulle spese
      156    Ai sensi dell’art. 87, n. 2, del regolamento di procedura, la parte soccombente è condannata alle spese se ne è stata fatta
         domanda. Poiché la Commissione ne ha fatto domanda, la ricorrente, rimasta soccombente, va condannata alle spese.
      
      Per questi motivi,
      IL TRIBUNALE (Quinta Sezione)
      dichiara e statuisce:
      1)      Il ricorso è respinto.
      2)      La SGL Carbon AG è condannata alle spese. 
      Vilaras Prek Ciucǎ
      Così deciso e pronunciato a Lussemburgo l’8 ottobre 2008.
      Il cancelliere            Il presidente
      E. Coulon          M. Vilaras
      * Lingua processuale: il tedesco.