CELEX: 62001CJ0494
Language: it
Date: 2005-04-26 00:00:00
Title: Sentenza della Corte (grande sezione) del 26 aprile 2005. # Commissione delle Comunità europee contro Irlanda. # Inadempimento di uno Stato - Ambiente - Gestione dei rifiuti - Direttiva 75/442/CEE, come modificata dalla direttiva 91/156/CE - Artt. 4, 5, 8, 9, 10, 12, 13 e 14. # Causa C-494/01.

Causa C-494/01
      Commissione delle Comunità europee
      contro
      Irlanda
      «Inadempimento di uno Stato — Ambiente — Gestione dei rifiuti — Direttiva 75/442/CEE, come modificata dalla direttiva 91/156/CE — Artt. 4, 5, 8, 9, 10, 12, 13 e 14»
      Conclusioni dell’avvocato generale L.A. Geelhoed, presentate il 23 settembre 2004 
      Sentenza della Corte (Grande Sezione) 26 aprile 2005. 
      Massime della sentenza
      1.     Ricorso per inadempimento — Oggetto della controversia — Determinazione nel corso della fase precontenziosa — Inadempimento
            d’ordine generale alle disposizioni di una direttiva — Produzione dinanzi alla Corte di elementi supplementari diretti a dimostrare
            la generalità e la persistenza dell’inadempimento — Ammissibilità
      (Art. 226 CE)
      2.     Ricorso per inadempimento — Prova dell’inadempimento — Onere che incombe alla Commissione — Presentazione di elementi da cui
            risulti l’inadempimento — Confutazione a carico dello Stato membro considerato 
      (Art. 226 CE)
      3.     Stati membri — Obblighi — Compito di vigilanza affidato alla Commissione — Dovere degli Stati membri — Collaborazione alle
            indagini in materia di applicazione delle direttive — Obbligo di verifica e di informazione
      (Artt. 10 CE, 211 CE e 226 CE; direttiva del Consiglio 75/442/CEE, come modificata dalla direttiva 91/156/CE)
      4.     Ambiente — Smaltimento dei rifiuti ─ Direttiva 75/442 — Attuazione da parte degli Stati membri — Obbligo di risultato — Obbligo
            per gli operatori di aver ottenuto un’autorizzazione prima di qualsiasi operazione di smaltimento o di recupero dei rifiuti
            — Obblighi di controllo degli Stati membri
      (Art. 249, terzo comma, CE; direttiva del Consiglio 75/442, come modificata dalla direttiva 91/156, artt. 9 e 10)
      5.     Ambiente — Smaltimento dei rifiuti — Direttiva 75/442 — Art. 12 — Assoggettamento della raccolta e del trasporto dei rifiuti
            ad un sistema di previa autorizzazione ovvero ad una procedura di registrazione — Scelta da parte di uno Stato membro del
            sistema di autorizzazione — Conseguenze — Irrilevanza, ai fini della corretta attuazione della direttiva, di una qualsiasi
            registrazione 
      (Direttiva del Consiglio 75/442, come modificata dalla direttiva 91/156, art. 12)
      6.     Ambiente — Smaltimento dei rifiuti — Direttiva 75/442 — Art. 5 — Obbligo di creare una rete integrata ed adeguata di impianti
            di smaltimento — Obbligo non ottemperato in presenza di un gran numero di impianti privi di autorizzazione e con capacità
            di smaltimento globalmente insufficiente 
      (Direttiva del Consiglio 75/442, come modificata dalla direttiva 91/156, art. 5)
      7.     Ambiente — Smaltimento dei rifiuti — Direttiva 75/442 — Obbligo per gli Stati membri derivante dall’art. 4, primo comma —
            Obbligo non osservato in caso di violazione persistente degli artt. 9 e 10
      (Direttiva del Consiglio 75/442, come modificata dalla direttiva 91/156, artt. 4, primo comma, 9 e 10)
      8.     Ambiente — Smaltimento dei rifiuti — Direttiva 75/442 — Art. 8 — Obblighi per gli Stati membri nei confronti dei detentori
            di rifiuti — Obblighi vigenti anche nei confronti del gestore o del proprietario di una discarica abusiva che non possono
            essere soddisfatti con una mera azione repressiva
      (Direttiva del Consiglio 75/442, come modificata dalla direttiva 91/156, art. 8)
      9.     Ambiente — Smaltimento dei rifiuti — Direttiva 75/442 — Artt. 13 e 14 — Obbligo di assoggettare a controlli periodici gli
            impianti che procedono allo smaltimento e al recupero — Oggetto del controllo — Rispetto delle condizioni stabilite nell’autorizzazione
            — Controllo che non può rispondere alle prescrizioni della direttiva, qualora l’impianto non disponga di un’autorizzazione
            in debita forma
      (Direttiva del Consiglio 75/442, come modificata dalla direttiva 91/156, artt. 13 e 14)
      1.     L’oggetto di un ricorso proposto ai sensi dell’art. 226 CE è determinato dal procedimento precontenzioso previsto dalla medesima
         disposizione. Pertanto la Commissione non può pretendere di ottenere l’accertamento di un inadempimento specifico con riferimento
         ad una situazione fattuale particolare che non è stata fatta valere nell’ambito del procedimento precontenzioso.
      
      Tuttavia, nel caso in cui il ricorso miri a denunciare un inadempimento di carattere generale alle disposizioni della direttiva,
         basato, segnatamente, sull’atteggiamento sistematico e costante di tolleranza adottato dalle autorità nazionali rispetto a
         situazioni non conformi alla direttiva stessa, non può escludersi, in linea di principio, la produzione da parte della Commissione
         di elementi complementari, nella fase procedurale dinanzi alla Corte, che siano intesi a dar prova della generalità e della
         persistenza dell’asserito inadempimento.
      
      Poiché, infatti, la Commissione può precisare i suoi addebiti iniziali nel suo ricorso, a condizione di non modificare l’oggetto
         della controversia, la produzione di nuovi elementi destinati ad illustrare gli addebiti formulati nel suo parere motivato,
         basati su un inadempimento di carattere generale alle disposizioni della direttiva, non modifica l’oggetto della controversia.
         Così i fatti di cui la Commissione viene a conoscenza dopo l’emissione del parere motivato possono essere validamente invocati
         da quest’ultima, a sostegno del proprio ricorso, al fine di illustrare gli inadempimenti di carattere generale che essa denuncia.
      
      (v. punti 35-39)
      2.     Nell’ambito di un procedimento per inadempimento ai sensi dell’art. 226 CE, incombe alla Commissione provare la sussistenza
         dell’asserito inadempimento. Essa deve fornire alla Corte gli elementi necessari perché questa accerti l’esistenza di tale
         inadempimento, senza potersi fondare su alcuna presunzione. Tuttavia, quando la Commissione fornisce elementi sufficienti
         a dimostrare che determinati fatti si sono verificati sul territorio dello Stato membro convenuto e che le autorità di uno
         Stato membro hanno sviluppato una prassi reiterata e persistente contraria alle disposizioni di una direttiva, spetta a tale
         Stato membro contestare in modo sostanziale e dettagliato i dati in tal modo forniti nonché le conseguenze che ne derivano.
      
      (v. punti 41, 44, 47)
      3.     Gli Stati membri sono tenuti, a norma dell’art. 10 CE, ad agevolare la Commissione nello svolgimento del suo compito, che
         consiste in particolare, ai sensi dell’art. 211 CE, nel vegliare sull’applicazione delle norme del Trattato nonché delle disposizioni
         adottate dalle istituzioni in forza dello stesso Trattato. In materia di verifica della corretta applicazione pratica delle
         disposizioni nazionali destinate a garantire la concreta attuazione di una direttiva riguardante settori nei quali la Commissione
         non dispone di propri poteri di indagine, come è il caso della direttiva 75/442, relativa ai rifiuti, come modificata dalla
         direttiva 91/156, la Commissione dipende in ampia misura dagli elementi forniti da eventuali denuncianti nonché dallo Stato
         membro interessato. In simili circostanze, spetta innanzi tutto alle autorità nazionali effettuare i controlli necessari sul
         posto, in uno spirito di cooperazione leale, conformemente al dovere di ogni Stato membro di facilitare l’adempimento del
         compito generale della Commissione e di fornirle tutte le informazioni che essa loro richieda all’uopo.
      
      (v. punti 42-43, 45, 197-198)
      4.     Gli artt. 9 e 10 della direttiva 75/442, relativa ai rifiuti, come modificata dalla direttiva 91/156, impongono agli Stati
         membri taluni obblighi di risultato espressi in modo chiaro e inequivoco, in forza dei quali le imprese o gli stabilimenti
         che svolgono operazioni di smaltimento o di recupero di rifiuti sul territorio di tali Stati devono essere provvisti di autorizzazione.
         Ne discende che uno Stato membro adempie gli obblighi che gli derivano da tali disposizioni solamente se, dopo aver correttamente
         trasposto queste ultime nel diritto interno, verifichi che gli operatori dispongano effettivamente di un’autorizzazione rilasciata
         in conformità dell’art. 9 della direttiva, non potendo ad essa supplire la mera introduzione di una domanda. Esso è tenuto
         quindi a garantire che il regime d’autorizzazione posto in essere sia effettivamente applicato e rispettato, segnatamente
         effettuando controlli adeguati a tal fine e garantendo la cessazione delle operazioni svolte senza autorizzazione, nonché
         l’effettiva applicazione di sanzioni alle stesse.
      
      (v. punti 116-118)
      5.     L’art. 12 della direttiva 75/442, relativa ai rifiuti, come modificata dalla direttiva 91/156, prevede, segnatamente, che
         gli stabilimenti o le imprese che provvedono alla raccolta o al trasporto di rifiuti a titolo professionale debbano essere
         iscritti presso le competenti autorità qualora non siano soggetti ad autorizzazione. Tale disposizione obbliga gli Stati membri
         ad effettuare una scelta tra un sistema di autorizzazione ovvero una procedura di registrazione.
      
      Allorché ha scelto il sistema di autorizzazione, uno Stato membro non può affermare di aver ottemperato agli obblighi, benché,
         a causa dei ritardi che gli erano imputabili, gli operatori non disponessero di autorizzazione alla data pertinente, sostenendo
         che la presentazione di una domanda di autorizzazione equivale alla registrazione.
      
      (v. punti 142, 144-145)
      6.     Ai sensi dell’art. 5, della della direttiva 75/442, come modificata dalla direttiva 91/156, rientra tra gli obiettivi della
         direttiva la creazione di una rete integrata e adeguata di impianti di smaltimento dei rifiuti, che tenga conto delle tecnologie
         più perfezionate a disposizione che non comportino costi eccessivi e che consenta lo smaltimento dei rifiuti in uno degli
         impianti appropriati più vicini. Pertanto viene meno agli obblighi dettati dal detto art. 5 uno Stato membro che tolleri che
         un gran numero di impianti per lo smaltimento di rifiuti funzioni senza autorizzazione e nel cui territorio la rete di smaltimento
         considerata nel suo complesso sia vicina al limite di saturazione e non sia sufficiente ad assorbire i rifiuti prodotti.
      
      (v. punti 149-158)
      7.     Se non è possibile in via di principio dedurre direttamente dalla mancata conformità di una situazione di fatto agli obiettivi
         fissati all’art. 4, primo comma, della direttiva 75/442, relativa ai rifiuti, come modificata dalla direttiva 91/156, che
         uno Stato membro interessato sia necessariamente venuto meno agli obblighi imposti da questa disposizione, cioè adottare le
         misure necessarie per assicurare che i rifiuti siano smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e senza arrecare pregiudizio
         all’ambiente, è tuttavia pacifico che la persistenza di una tale situazione di fatto, in particolare quando comporta un degrado
         rilevante dell’ambiente per un periodo prolungato senza intervento delle autorità competenti, può rivelare che gli Stati membri
         hanno oltrepassato il potere discrezionale che questa disposizione conferisce loro.
      
      Allorché uno Stato membro si è reso inadempiente, in modo generale e persistente, rispetto al suo obbligo di garantire la
         corretta attuazione degli artt. 9 e 10 della direttiva, relativi al regime di autorizzazione delle operazioni di smaltimento
         e di recupero dei rifiuti, questa sola circostanza è sufficiente a dimostrare che esso si è reso inadempiente, in modo generale
         e persistente, agli obblighi derivanti dall’art. 4 della direttiva, disposizione questa strettamente collegata agli artt.
         9 e 10 della stessa.
      
      (v. punti 169-171)
      8.     L’art. 8 della direttiva 75/442, relativa ai rifiuti, come modificata dalla direttiva 91/156, che garantisce segnatamente
         l’attuazione del principio dell’azione preventiva, prevede che gli Stati membri siano tenuti ad accertare che il detentore
         di rifiuti li consegni ad un raccoglitore privato o pubblico o ad un’impresa che effettua le operazioni di smaltimento e di
         recupero oppure che il detentore di rifiuti provveda egli stesso al recupero o allo smaltimento, conformandosi alle disposizioni
         della direttiva.
      
      Gli Stati membri hanno l’obbligo di adottare tali misure anche nei confronti del gestore o del proprietario di una discarica
         abusiva, che dev’essere considerato detentore dei rifiuti ai sensi del detto articolo. Tale obbligo non è soddisfatto quando
         lo Stato membro si limiti ad ordinare il sequestro della discarica abusiva e ad avviare un procedimento penale contro il gestore
         di tale discarica.
      
      (v. punti 179, 181-182)
      9.     Ai sensi dell’art. 13 della direttiva 75/442, relativa ai rifiuti, come modificata dalla direttiva 91/156, gli adeguati controlli
         periodici richiesti da tale disposizione devono avere ad oggetto, segnatamente, gli stabilimenti o le imprese che effettuano
         le operazioni previste agli artt. 9 e 10 della direttiva stessa, i quali devono ottenere, ai sensi di queste due ultime disposizioni,
         una previa autorizzazione individuale contenente un certo numero di prescrizioni e condizioni.
      
      In mancanza di siffatte autorizzazioni e, di conseguenza, in mancanza di prescrizioni e di condizioni stabilite da queste
         ultime con riferimento ad un’impresa o ad uno stabilimento determinato, i controlli eventualmente effettuati presso questi
         ultimi non possono, in ipotesi, rispondere alle esigenze di cui all’art. 13 della direttiva. Infatti, uno degli scopi essenziali
         dei controlli previsti da tale disposizione è quello di verificare l’osservanza delle prescrizioni e delle condizioni stabilite
         nell’autorizzazione rilasciata ai sensi degli artt. 9 e 10 della direttiva. Lo stesso vale con riferimento alla tenuta dei
         registri da parte degli stabilimenti o delle imprese considerate da queste ultime disposizioni, che, come precisato dall’art. 14
         della direttiva, devono indicare in particolare la quantità e la natura dei rifiuti, o anche la modalità di trattamento degli
         stessi.
      
      (v. punti 190-192)
SENTENZA DELLA CORTE (Grande Sezione)
      26 aprile 2005 (*)
      
      «Inadempimento di uno Stato – Ambiente – Gestione dei rifiuti – Direttiva 75/442/CEE, come modificata dalla direttiva 91/156/CE – Artt. 4, 5, 8, 9, 10, 12, 13 e 14»
      Nella causa C‑494/01,
      avente ad oggetto un ricorso per inadempimento ai sensi dell’art. 226 CE, proposto il 20 dicembre 2001,
      Commissione delle Comunità europee, rappresentata dai sigg. R. Wainwright e X. Lewis, in qualità di agenti, con domicilio eletto in Lussemburgo,
      
      ricorrente,
      contro
      Irlanda, rappresentata dal sig. D. O’Hagan, in qualità di agente, assistito dai sigg. P. Charleton, SC, e A. Collins, BL, con domicilio
         eletto in Lussemburgo, 
      
      convenuta,
       
      LA CORTE (Grande Sezione),
      composta dai sigg. V. Skouris, presidente, P. Jann (relatore), C. W. A. Timmermans e A. Rosas, presidenti di sezione, dai
         sigg. J.‑P. Puissochet e R. Schintgen, dalla sig.ra N. Colneric, dai sigg. S. von Bahr, J.N. Cunha Rodrigues, M. Ilešič, J. Malenovský,
         U. Lõhmus ed E. Levits, giudici,
      
      avvocato generale: sig. L.A. Geelhoed
      cancelliere: sig.ra L. Hewlett, amministratore principale
      vista la fase scritta e a seguito dell’udienza del 6 luglio 2004,
      sentite le conclusioni dell’avvocato generale, presentate all’udienza del 23 settembre 2004,
      ha pronunciato la seguente
      Sentenza
      1       Con il suo ricorso, la Commissione delle Comunità europee chiede alla Corte di dichiarare che:
      –       non avendo adottato tutte le misure necessarie a garantire la corretta attuazione degli artt. 4, 5, 8, 9, 10, 12, 13 e 14
         della direttiva del Consiglio 15 luglio 1975, 75/442/CEE, relativa ai rifiuti (GU L 194, pag. 39), come modificata dalla direttiva
         del Consiglio 18 marzo 1991, 91/156/CEE (GU L 78, pag. 32; in prosieguo: la «direttiva»), l’Irlanda non ha ottemperato agli
         obblighi che le incombono ai sensi delle disposizioni citate;
      
      –       non avendo risposto in modo completo e soddisfacente a una richiesta di informazioni, datata 20 settembre 1999, relativa ad
         un’operazione concernente taluni rifiuti a Fermoy, nella contea di Cork, l’Irlanda non ha ottemperato agli obblighi che le
         incombono ai sensi dell’art. 10 CE.
      
       Ambito normativo
      2       L’art. 4 della direttiva prevede quanto segue: 
      «Gli Stati membri adottano le misure necessarie per assicurare che i rifiuti siano ricuperati o smaltiti senza pericolo per
         la salute dell’uomo e senza usare procedimenti o metodi che potrebbero recare pregiudizio all’ambiente e in particolare: 
      
      –       senza creare rischi per l’acqua, l’aria, il suolo e per la fauna e la flora; 
      –       senza causare inconvenienti da rumori od odori;
      –       senza danneggiare il paesaggio e i siti di particolare interesse. 
      Gli Stati membri adottano inoltre le misure necessarie per vietare l’abbandono, lo scarico e lo smaltimento incontrollato
         dei rifiuti».
      
      3       Ai sensi dell’art. 5 della direttiva: 
      «1.       Gli Stati membri, di concerto con altri Stati membri qualora ciò risulti necessario od opportuno, adottano le misure appropriate
         per la creazione di una rete integrata e adeguata di impianti di smaltimento, che tenga conto delle tecnologie più perfezionate
         a disposizione che non comportino costi eccessivi. Questa rete deve consentire alla Comunità nel suo insieme di raggiungere
         l’autosufficienza in materia di smaltimento dei rifiuti e ai singoli Stati membri di mirare al conseguimento di tale obiettivo,
         tenendo conto del contesto geografico o della necessità di impianti specializzati per determinati tipi di rifiuti.
      
      2.        Tale rete deve inoltre permettere lo smaltimento dei rifiuti in uno degli impianti appropriati più vicini, grazie all’utilizzazione
         dei metodi e delle tecnologie più idonei a garantire un alto grado di protezione dell’ambiente e della salute pubblica».
      
      4       L’art. 8 della direttiva così dispone: 
      «Gli Stati membri adottano le disposizioni necessarie affinché ogni detentore di rifiuti: 
      –       li consegni ad un raccoglitore privato o pubblico, o ad un’impresa che effettua le operazioni previste nell’allegato II A
         o II B, oppure 
      
      –       provveda egli stesso al ricupero o allo smaltimento, conformandosi alle disposizioni della presente direttiva».
      5       L’art. 9 della direttiva prevede quanto segue: 
      «1.        Ai fini dell’applicazione degli articoli 4, 5 e 7 tutti gli stabilimenti o imprese che effettuano le operazioni elencate
         nell’allegato II A debbono ottenere l’autorizzazione dell’autorità competente di cui all’articolo 6. 
      
      Tale autorizzazione riguarda in particolare: 
      –       i tipi ed i quantitativi di rifiuti, 
      –       i requisiti tecnici, 
      –       le precauzioni da prendere in materia di sicurezza, 
      –       il luogo di smaltimento, 
      –       il metodo di trattamento. 
      2. Le autorizzazioni possono essere concesse per un periodo determinato, essere rinnovate, essere accompagnate da condizioni
         e obblighi, o essere rifiutate segnatamente quando il metodo di smaltimento previsto non è accettabile dal punto di vista
         della protezione dell’ambiente». 
      
      6       L’art. 10 della direttiva così dispone: 
      «Ai fini dell’applicazione dell’articolo 4, tutti gli stabilimenti o imprese che effettuano le operazioni elencate nell’allegato
         II B devono ottenere un’autorizzazione a tal fine».
      
      7       Ai sensi dell’art. 12 della direttiva: 
      «Gli stabilimenti o le imprese che provvedono alla raccolta o al trasporto di rifiuti a titolo professionale, o che provvedono
         allo smaltimento o al ricupero di rifiuti per conto di terzi (commercianti o intermediari), devono essere iscritti presso
         le competenti autorità qualora non siano soggetti ad autorizzazione».
      
      8       L’art. 13 della direttiva prevede: 
      «Gli stabilimenti o le imprese che effettuano le operazioni previste agli articoli 9‑12 sono sottoposti a adeguati controlli
         periodici da parte delle autorità competenti». 
      
      9       Secondo l’art. 14 della direttiva: 
      «Ogni stabilimento o impresa di cui agli articoli 9 e 10 deve: 
      –       tenere un registro in cui siano indicati la quantità, la natura, l’origine nonché, se opportuno, la destinazione, la frequenza
         della raccolta, il mezzo di trasporto e il modo di trattamento dei rifiuti, per i rifiuti di cui all’allegato I e per le operazioni
         previste nell’allegato II A o II B; 
      
      –       fornire, dietro richiesta, tali informazioni alle autorità competenti di cui all’articolo 6. 
      Gli Stati membri possono esigere che anche i produttori adempiano le disposizioni di questo articolo» .
      10     Gli allegati II A e II B della direttiva contengono, rispettivamente, una sintesi delle operazioni di smaltimento di rifiuti
         e di quelle di recupero di rifiuti, come effettuate nella pratica.
      
       Fase precontenziosa del procedimento
      11     La Commissione è stata investita di tre denunce riguardanti l’Irlanda. La prima di queste si riferiva a scarichi di rifiuti
         da costruzione e da demolizione in una zona umida sul territorio della città di Limerik (in prosieguo: la «denuncia 1997/4705»).
         La seconda riguardava il deposito di rifiuti organici in taluni bacini a Ballard, Fermoy, nella contea di Cork, e lo smaltimento
         degli stessi mediante spargimento ad opera di un gestore privato senza autorizzazione (in prosieguo: la «denuncia 1997/4792»).
         La terza aveva ad oggetto il deposito di rifiuti di vario genere a Pembrokestown, Whiterock Hill, nella contea di Wexford,
         ad opera di un gestore privato senza autorizzazione (in prosieguo: la «denuncia 1997/4847»). 
      
      12     Il 30 ottobre 1998 la Commissione ha inviato all’Irlanda una lettera di diffida relativa alle denunce citate. A questa ha
         fatto seguito, il 14 luglio 1999, un parere motivato relativo alle sole denunce 1997/4705 e 1997/4792, con cui si contestava
         a tale Stato membro la violazione degli artt. 4, secondo comma, 9 e 10 della direttiva. Quest’ultimo veniva invitato ad assumere
         le misure richieste per conformarsi a tale parere entro un termine di due mesi dalla sua notificazione. 
      
      13     Con le sue risposte del 7 ottobre e del 23 novembre 1999, l’Irlanda ha contestato qualsivoglia inadempimento in relazione
         alle due denunce di cui al punto precedente.
      
      14     La Commissione è stata quindi investita di altre cinque denunce riguardanti l’Irlanda. La prima di queste riguardava l’esercizio
         abusivo, a partire dal 1975, di una discarica municipale a Powerstown, nella contea di Carlow (in prosieguo: la «denuncia
         1999/4351»). La seconda aveva ad oggetto scarichi di rifiuti (materiali di sgombero) e l’esercizio non autorizzato di un impianto
         privato di trattamento dei rifiuti in un’area verde situata nella penisola di Poolbeg, a Dublino (in prosieguo: la «denuncia
         1999/4801»). La terza riguardava l’esercizio non autorizzato di due discariche municipali a Tramore e a Kilbarry, nella contea
         di Waterford, rispettivamente a partire dal 1939 e dal 1970, adiacenti e/o sconfinanti su aree protette (in prosieguo la «denuncia
         1999/5008»). La quarta riguardava la gestione, a partire dagli anni ’80, da parte di un operatore privato senza autorizzazione,
         di impianti di trattamento di rifiuti all’interno di cave in disuso a Lea Road e a Ballymorris, Portarlington, nella contea
         di Laois (in prosieguo: la «denuncia 1999/5112»). Quanto alla quinta denuncia, essa si riferiva alla gestione non autorizzata
         di una discarica municipale a Drumnaboden, nella contea di Donegal (in prosieguo la «denuncia 2000/4408»). 
      
      15     In base alle denunce citate ed alle informazioni raccolte nell’ambito della relativa attività istruttoria, in data 25 ottobre
         la Commissione ha inviato all’Irlanda una lettera di diffida.
      
      16     La Commissione ha poi ricevuto altre quattro denunce nei confronti dell’Irlanda. La prima si riferiva alla gestione non autorizzata
         di un impianto privato di scarico e di trattamento di rifiuti a Cullinagh, Fermoy, nella contea di Cork (in prosieguo: la
         «denuncia 1999/4478»). La seconda riguardava depositi di rifiuti da demolizione e da costruzione da parte di un operatore
         privato, a partire dal 1990, in un’area situata sul bordo del mare a Carlingford Lough, Greenore, nella contea di Louth (in
         prosieguo: la «denuncia 2000/4145»). La terza si riferiva alla raccolta generalizzata di rifiuti ad opera di imprese private
         non autorizzate ovvero non registrate e non sottoposte ad alcun controllo, a Bray, nella contea di Wicklow (in prosieguo la
         «denuncia 2000/4157»). La quarta denuncia aveva ad oggetto taluni depositi di rifiuti di vario genere, principalmente da demolizione
         e da costruzione, in quattro zone umide nella contea di Waterford, a Ballynattin, a Pickardstown, a Ballygunner Bog e a Castletown
         (in prosieguo: la «denuncia 2000/4633»). 
      
      17     Il 17 aprile 2000 la Commissione ha inviato all’Irlanda una nuova lettera di diffida relativa a queste ultime quattro denunce,
         che si richiamava alla lettera di diffida del 25 ottobre 2000.
      
      18     Inoltre, non avendo ricevuto alcuna risposta ad una richiesta di informazioni datata 20 settembre 1999 ed inviata all’Irlanda
         con riferimento alla denuncia 1999/4478, in data 28 aprile 2000 la Commissione ha notificato a tale Stato membro una lettera
         di diffida con la quale gli contestava una violazione dell’art. 10 CE. 
      
      19     Il 26 luglio 2001 la Commissione ha inviato all’Irlanda un parere motivato che riprendeva l’esame delle dodici denunce sopra
         indicate, riferendosi alle lettere di diffida del 30 ottobre 1998, del 28 aprile e del 25 ottobre 2000, nonché del 17 aprile
         2001, ed al parere motivato del 14 luglio 1999. La Commissione rimproverava a tale Stato membro di non aver ottemperato all’obbligo
         di assumere tutte le misure necessarie per garantire la corretta attuazione degli artt. 4, 5, 8, 9, 10, 12, 13 e 14 della
         direttiva, e di non aver ottemperato agli obblighi derivanti dall’art. 10 CE, invitandolo ad assumere le misure richieste
         per conformarsi al citato parere entro il termine di due mesi decorrenti dalla sua notifica.
      
      20     La Commissione precisava in tal sede che le citate denunce non rappresentavano gli unici casi di inadempimento della direttiva,
         e che essa si riservava, segnatamente, il diritto di citare altri esempi al fine di evidenziare gli inadempimenti di carattere
         generale nell’attuazione delle disposizioni della direttiva, da essa addebitati alle autorità irlandesi.
      
      21     Ritenendo che l’Irlanda non si fosse conformata ai pareri motivati del 14 luglio 1999 e del 26 luglio 2001, la Commissione
         ha introdotto il presente ricorso. 
      
       Sul ricorso 
       Sulle violazioni della direttiva
       Sull’oggetto del ricorso, sulla data in cui deve valutarsi l’eventuale esistenza degli asseriti inadempimenti e sulla ricevibilità
         di talune censure sollevate dalla Commissione
      
      22     La Commissione rileva, in via preliminare, che, a seguito di una procedura per inadempimento nei confronti dell’Irlanda e
         della successiva adozione del Waste Management Act 1996 (legge del 1996 relativa alla gestione dei rifiuti; in prosieguo la
         «legge del 1996») nonché dei regolamenti attuativi di quest’ultima legge, destinata, segnatamente, a creare un sistema di
         autorizzazioni rilasciate dall’Environmental Protection Agency (Agenzia di tutela dell’ambiente; in prosieguo: l’«EPA»), cui
         andavano sottoposte le operazioni relative ai rifiuti gestiti dalle autorità locali (in prosieguo: i «rifiuti urbani»), il
         contesto giuridico relativo alla gestione dei rifiuti nell’ambito di tale Stato membro è risultato sostanzialmente migliorato.
         Fatta eccezione per la mancata trasposizione dell’art. 12 della direttiva, l’attuale procedimento mirerebbe quindi, principalmente,
         a far rilevare che le autorità irlandesi non si conformano agli obblighi di risultato cui sono tenute, in quanto non garantiscono
         la concreta attuazione delle disposizioni della direttiva in esame.
      
      23     In proposito, la Commissione precisa inoltre che l’oggetto del ricorso è di far accertare un inadempimento non solo in ragione
         delle carenze rilevate nelle specifiche situazioni cui si riferiscono le 12 denunce citate ai punti 11, 14 e 16 della presente
         sentenza, ma anche, e in modo più sostanziale, in ragione del carattere generale e persistente delle carenze che contraddistinguono
         la concreta attuazione della direttiva in Irlanda, di cui le specifiche situazioni richiamate in tali denunce rappresentano
         altrettanti esempi. Si tratterebbe di garantire il pieno riconoscimento e l’attuazione, in tale Stato membro, della catena
         ininterrotta di responsabilità attuata dalla direttiva con riferimento ai rifiuti, richiedendo che i detentori di questi ultimi
         se ne liberino consegnandoli ad operatori ben determinati, che gli operatori che raccolgono o che trattano tali rifiuti siano
         soggetti ad un regime di autorizzazione o di registrazione, nonché a un controllo, e che siano vietati l’abbandono, lo scarico
         o lo smaltimento incontrollato degli stessi.
      
      24     A parere della Commissione, quindi, poiché il ricorso mira segnatamente a denunciare prassi amministrative sistematicamente
         inadeguate, essa sarebbe legittimata a produrre nuovi elementi di prova, destinati a dimostrare l’esistenza di tali prassi
         e la sistematicità delle stesse. Del pari, non avrebbe incidenza determinante sull’inadempimento collegato all’esistenza di
         tali prassi il fatto che, in taluni casi concreti denunciati dalla Commissione, sia stata infine concessa un’autorizzazione
         ovvero siano stati compiuti taluni progressi prima della scadenza del termine stabilito nel parere motivato. 
      
      25     Il governo irlandese ritiene, da parte sua, che le dodici denunce cui fa riferimento la Commissione nel citato parere motivato
         devono circoscrivere l’oggetto della controversia. Per un verso, ulteriori fatti o denunce che non siano stati comunicati
         all’Irlanda nel corso del procedimento precontenzioso non potrebbero essere invocati a sostegno del ricorso e, per altro verso,
         la Commissione non sarebbe autorizzata a trarre conclusioni generali dall’esame di specifiche denunce, presumendo l’esistenza
         di asserite mancanze sistematiche da parte di tale Stato membro.
      
      26     L’esistenza di un eventuale inadempimento dovrebbe essere pertanto valutata con riferimento alla situazione che si presentava
         alla data di scadenza del termine di due mesi stabilito nel parere motivato del 26 luglio 2001. 
      
      27     In merito a queste diverse questioni, va rilevato in primis, quanto all’oggetto della presente controversia, che, fatto salvo
         l’obbligo della Commissione di adempiere, in entrambi i casi, all’onere della prova su di essa gravante, nulla vieta a quest’ultima,
         a priori, di perseguire simultaneamente l’accertamento di inadempimenti a talune disposizioni della direttiva in base all’atteggiamento
         adottato dalle autorità di uno Stato membro con riferimento a situazioni concrete, specificamente identificate, e l’accertamento
         di inadempimenti a tali disposizioni derivanti dall’adozione, da parte di tali autorità, di una prassi generalizzata contraria
         alle stesse, di cui le situazioni specifiche citate rappresenterebbero, eventualmente, l’esempio.
      
      28     È infatti ammesso che una prassi amministrativa possa costituire oggetto di ricorso per inadempimento, qualora risulti in
         una certa misura costante e generale (v., segnatamente, sentenza 29 aprile 2004, causa C‑387/99, Commissione/Germania, Racc. pag. I‑3751,
         punto 42 e giurisprudenza ivi citata). 
      
      29     In secondo luogo, per costante giurisprudenza, l’esistenza di un inadempimento deve essere valutata in relazione alla situazione
         dello Stato membro quale si presentava alla scadenza del termine stabilito nel parere motivato (v., segnatamente, sentenza
         12 giugno 2003, causa C‑446/01, Commissione/Spagna, Racc. pag. I‑6053, punto 15). 
      
      30     Nella fattispecie, benché si rimproveri all’Irlanda di non essersi conformata ai pareri motivati del 14 luglio 1999 e del
         26 luglio 2001 entro i termini da questi stabiliti, la Commissione ha precisato, in risposta ad una domanda scritta della
         Corte, che il secondo dei pareri citati era destinato a consolidare e a riunire tutti gli elementi e gli argomenti precedentemente
         discussi tra le parti e che, di conseguenza, esso sostituiva il primo. 
      
      31     Di conseguenza, gli inadempimenti fatti valere dalla Commissione devono essere valutati con riferimento alla situazione quale
         si presentava alla scadenza del termine di due mesi stabilito nel parere motivato del 26 luglio 2001 (in prosieguo: il «parere
         motivato del 2001»). 
      
      32     Ne deriva, indubbiamente, che la Corte non può accertare un inadempimento dell’Irlanda ai suoi obblighi derivanti dalla direttiva
         con riferimento ad una determinata situazione concreta qualora risulti che, alla data di scadenza del termine citato, era
         stato posto rimedio alle insufficienze rilevate dalla Commissione. Al contrario, come correttamente rilevato da quest’ultima,
         laddove il ricorso mira altresì a far rilevare un inadempimento generalizzato in capo alle autorità nazionali competenti,
         il fatto che sia stato posto rimedio alle insufficienze rilevate nell’uno o nell’altro caso specifico non significa necessariamente
         che sia venuto meno l’atteggiamento generale e continuo di tali autorità, attestato eventualmente da tali insufficienze specifiche.
      
      33     Si deve rilevare, in terzo luogo, che, nell’ambito di un ricorso per inadempimento, il procedimento precontenzioso ha lo scopo
         di offrire allo Stato membro interessato l’opportunità, da un lato, di conformarsi agli obblighi ad esso incombenti in forza
         del diritto comunitario e, dall’altro, di far valere utilmente i suoi motivi di difesa contro gli addebiti formulati dalla
         Commissione (v., segnatamente, sentenza 24 giugno 2004, causa C‑350/02, Commissione/Paesi Bassi, Racc. pag. I‑6213, punto
         18 e giurisprudenza ivi citata). 
      
      34     La regolarità di tale procedimento costituisce una garanzia essenziale prevista dal Trattato CE non soltanto a tutela dei
         diritti dello Stato membro di cui trattasi, ma anche per garantire che l’eventuale procedimento contenzioso verta su una controversia
         chiaramente definita (v., segnatamente, sentenza Commissione/Paesi Bassi, cit., punto 19 e giurisprudenza ivi citata). 
      
      35     Ne consegue che l’oggetto di un ricorso proposto ai sensi dell’art. 226 CE è determinato dal procedimento precontenzioso previsto
         dalla medesima disposizione. Il parere motivato della Commissione ed il ricorso devono essere basati sui medesimi motivi e
         mezzi, di modo che la Corte non può esaminare una censura che non sia stata sollevata nel parere motivato, il quale deve contenere
         un’esposizione coerente e particolareggiata delle ragioni che hanno indotto la Commissione al convincimento che lo Stato membro
         interessato sia venuto meno ad un obbligo ad esso incombente in forza del Trattato (v., segnatamente, sentenza Commissione/Paesi
         Bassi, cit., punto 20 e giurisprudenza ivi citata). 
      
      36     Ne deriva, indubbiamente, che la Commissione non può pretendere di ottenere l’accertamento di un inadempimento specifico dell’Irlanda
         ai suoi obblighi derivanti dalla direttiva con riferimento ad una situazione fattuale particolare che non è stata fatta valere
         nell’ambito del procedimento precontenzioso. Infatti, una tale censura specifica dev’essere stata necessariamente sollevata
         nella fase precontenziosa, di modo che lo Stato membro interessato abbia la possibilità di porre rimedio alla situazione concreta
         così denunciata o di far valere utilmente i suoi mezzi di difesa in proposito, in quanto, segnatamente, una tale difesa può
         indurre la Commissione a rinunciare alla censura stessa e/o può contribuire alla delimitazione dell’oggetto della controversia
         di cui la Corte sarà successivamente investita. 
      
      37     Tuttavia, nel caso in cui il ricorso miri a denunciare un inadempimento di carattere generale alle disposizioni della direttiva,
         basato, segnatamente, sull’atteggiamento sistematico e costante di tolleranza adottato dalle autorità irlandesi rispetto a
         situazioni non conformi alla direttiva stessa, non può escludersi, in linea di principio, la produzione di elementi complementari,
         nella fase procedurale dinanzi alla Corte, che siano intesi a dar prova della generalità e della persistenza dell’asserito
         inadempimento. 
      
      38      Si deve rilevare che la Commissione può precisare i suoi addebiti iniziali nel suo ricorso, a condizione, tuttavia, che non
         modifichi l’oggetto della controversia. Orbene, producendo nuovi elementi destinati ad illustrare gli addebiti formulati nel
         suo parere motivato, basati su un inadempimento di carattere generale alle disposizioni della direttiva, la Commissione non
         modifica l’oggetto della controversia (v., per analogia, sentenza 12 ottobre 2004, causa C‑328/02, Commissione/Grecia, non
         pubblicata nella Raccolta, punti 32 e 36). 
      
      39     Nella fattispecie, contrariamente a quanto affermato dal governo irlandese, i fatti relativi ai massicci scarichi abusivi
         di rifiuti, a volte pericolosi, nella contea di Wicklow, di cui la Commissione è venuta a conoscenza dopo l’emissione del
         citato parere motivato, ancorché non richiamati nel corso della fase precontenziosa del procedimento, sono stati validamente
         invocati da quest’ultima, a sostegno del proprio ricorso, al fine di illustrare gli inadempimenti di carattere generale che
         essa denuncia.
      
       Sull’onere della prova 
      40     Nel suo controricorso, il governo irlandese ha sollevato numerose contestazioni riguardanti l’onere della prova. In particolare,
         esso ha messo in dubbio la rispondenza al vero di varie circostanze richiamate dalla Commissione al termine dell’istruttoria
         sulle dodici denunce di cui era stata investita. Tale governo ha altresì affermato che la Commissione non è legittimata a
         trarre conclusioni generali dall’esame delle dette specifiche denunce, presumendo l’esistenza di inadempimenti sistematici
         dell’Irlanda ai suoi obblighi.
      
      41      Si deve ricordare in proposito che, nell’ambito di un procedimento per inadempimento ai sensi dell’art. 226 CE, incombe alla
         Commissione provare la sussistenza dell’asserito inadempimento. Essa deve fornire alla Corte gli elementi necessari perché
         questa accerti l’esistenza di tale inadempimento, senza potersi fondare su alcuna presunzione (v., segnatamente, sentenze
         25 maggio 1982, causa 96/81, Commissione/Paesi Bassi, Racc. pag. 1791, punto 6, e 12 settembre 2000, causa C‑408/97, Commissione/Paesi
         Bassi, Racc. pag. I‑6417, punto 15). 
      
      42      Tuttavia, gli Stati membri sono tenuti, a norma dell’art. 10 CE, ad agevolare la Commissione nello svolgimento del suo compito,
         che consiste in particolare, ai sensi dell’art. 211 CE, nel vegliare sull’applicazione delle norme del Trattato nonché delle
         disposizioni adottate dalle istituzioni in forza dello stesso Trattato (citate sentenze 25 maggio 1982, Commissione/Paesi
         Bassi, punto 7, e 12 settembre 2000, Commissione/Paesi Bassi, punto 16). 
      
      43     In una simile prospettiva, si deve tener conto del fatto che, nel verificare la corretta applicazione pratica delle disposizioni
         nazionali destinate a garantire la concreta attuazione della direttiva, la Commissione, che, come rilevato dall’avvocato generale
         al punto 53 delle sue conclusioni, non dispone di propri poteri di indagine in materia, dipende in ampia misura dagli elementi
         forniti da eventuali denuncianti nonché dallo Stato membro interessato (v., per analogia, sentenza 12 settembre 2000, Commissione/Paesi
         Bassi, cit., punto 17). 
      
      44     Ne discende, in particolare, che, quando la Commissione fornisce elementi sufficienti a dimostrare che determinati fatti si
         sono verificati sul territorio dello Stato membro convenuto, spetta a quest’ultimo contestare in modo sostanziale e dettagliato
         i dati forniti dalla Commissione e le conseguenze che ne derivano (v., in tal senso, sentenza 9 novembre 1999, causa C‑365/97,
         Commissione/Italia, detta «San Rocco», Racc. pag. I‑7773, punti 84 e 86). 
      
      45     In simili circostanze, infatti, spetta innanzi tutto alle autorità nazionali effettuare i controlli necessari sul posto, in
         uno spirito di cooperazione leale, conformemente al dovere di ogni Stato membro, ricordato al punto 42 della presente sentenza,
         di facilitare l’adempimento del compito generale della Commissione (sentenza San Rocco, cit., punto 85). 
      
      46     Pertanto, quando la Commissione si richiama a denunce circostanziate, dalle quali emergono ripetuti inadempimenti alle disposizioni
         della direttiva, spetta allo Stato membro interessato contestare in modo concreto i fatti da cui traggono origine tali denunce
         (v., per analogia, sentenza 22 settembre 1988, causa 272/86, Commissione/ Grecia, Racc. pag. 4875, punto 19). 
      
      47     Del pari, quando la Commissione ha fornito elementi sufficienti da cui risulti che le autorità di uno Stato membro hanno sviluppato
         una prassi reiterata e persistente contraria alle disposizioni di una direttiva, spetta a tale Stato membro contestare in
         modo sostanziale e dettagliato i dati in tal modo forniti nonché le conseguenze che ne derivano (v., per analogia, citate
         sentenze 22 settembre 1998, Commissione/Grecia, cit., punto 21, e San Rocco, cit., punti 84 e 86). 
      
       Sui fatti relativi alle denunce esaminate dalla Commissione 
      48     Come emerge dai punti 11-21 della presente sentenza, la Commissione basa il suo ricorso, segnatamente, sull’atteggiamento
         adottato dalle autorità irlandesi in varie situazioni concrete esaminate a seguito di 12 denunce sporte da privati. Poiché
         l’Irlanda ha contestato le circostanze fattuali sulle quali la Commissione intende basarsi, è necessario verificare se queste
         ultime siano state sufficientemente dimostrate. 
      
      –       Gli scarichi di rifiuti a Limerick (denuncia 1997/4705)
      49     La Commissione afferma che nel 1997 la Limerick Corporation, autorità locale incaricata di applicare la legislazione sui rifiuti,
         ha tollerato scarichi di rifiuti derivanti da costruzioni e da demolizioni in una zona umida a Limerick. Essa rileva peraltro
         che in una lettera del 23 gennaio 1998 l’EPA ha affermato che tali scarichi rappresentavano operazioni di recupero non soggette
         ad autorizzazione. Inoltre, tali rifiuti non sarebbero stati completamente rimossi, mentre gli scarichi sarebbero continuati
         in tale area e in altre zone umide contigue.
      
      50     La Commissione si basa, in tal senso, sulla denuncia 1997/4705. Oltre alla citata lettera dell’EPA, essa produce cliché fotografici
         forniti dal denunciante, in cui possono vedersi cumuli di detriti in mezzo ad una vegetazione palustre, taluni articoli di
         giornali da cui emerge che i casi di scarichi abusivi di rifiuti nelle zone umide a Limerick erano noti al pubblico, nonché
         talune fotografie del 2002, fornite dai denuncianti, che attestano la presenza di rifiuti da demolizione e da costruzione
         nelle zone umide in esame.
      
      51     Il governo irlandese replica che, secondo la Limerick Corporation, nella zona cui si riferisce la denuncia 1997/4705 sono
         stati riversati per errore solamente tre carichi di camion, nel corso del mese di ottobre 1997, e che i rifiuti sono stati
         rimossi qualche ora dopo gli scarichi stessi. I fatti denunciati non sarebbero dimostrati, singolarmente, allo scadere del
         termine impartito nel parere motivato del 2001. Quanto agli scarichi più recenti intervenuti nella zona cui si riferisce tale
         denuncia, il governo citato afferma che il loro livello risulta ridotto e garantisce che essi saranno rapidamente rimossi.
         Gli altri scarichi fatti valere dalla Commissione non sarebbero rilevanti nell’ambito del presente procedimento e sarebbero
         intervenuti a fini di colmata e di assestamento dei luoghi. Peraltro, in ordine ad un progetto di colmata per l’installazione
         di infrastrutture sportive, la posizione assunta dall’EPA sarebbe stata conforme alla legislazione irlandese, la quale, fino
         al 20 maggio 1998, non richiedeva alcuna autorizzazione in caso di recupero di rifiuti. 
      
      52     Nella fattispecie la Corte ritiene che, dato il carattere circostanziato della denuncia 1997/4705 e considerati gli elementi
         forniti dalla Commissione, il governo irlandese non può, come emerge dai punti 42-47 della presente sentenza, trincerarsi
         dietro le affermazioni non altrimenti comprovate della Limerick Corporation, né può limitarsi a sostenere che i fatti addebitatigli
         non sono provati ovvero che gli scarichi di rifiuti in questione sono intervenuti nell’ambito di una politica controllata
         di recupero o di installazione di infrastrutture, senza contestare in modo sostanziale e dettagliato i dati così forniti dalla
         Commissione e senza suffragare con elementi concreti le proprie affermazioni. 
      
      53     Contrariamente a quanto affermato dal governo irlandese, tutti gli elementi forniti dalla Commissione sono, inoltre, pertinenti
         al fine di corroborare la censura formulata da quest’ultima e basata sull’atteggiamento di persistente tolleranza delle autorità
         locali con riferimento agli scarichi di rifiuti non autorizzati nelle zone umide a Limerick. 
      
      54     Alla luce di quanto sopra, la Corte rileva che risulta adeguatamente dimostrato dagli elementi indicati al punto 50 della
         presente sentenza che nel 1997 l’autorità locale competente ha tollerato scarichi non autorizzati di rifiuti da costruzione
         e da demolizione in un’area umida a Limerick, che simili scarichi si sono succeduti nell’area considerata, segnatamente nel
         corso del presente procedimento, e che sono altresì intervenuti altri scarichi in due altre zone umide contigue. Risulta del
         pari dimostrato che l’EPA ha sostenuto, in una lettera inviata il 23 gennaio 1998 alla Limerick Corporation, che, in forza
         della legislazione irlandese all’epoca vigente, simili scarichi non erano soggetti ad autorizzazione se avvenivano a fini
         di recupero.
      
      55     Il fatto che le zone umide in questione presentino un particolare interesse ecologico non è messo in dubbio dal governo irlandese,
         ed emerge chiaramente dal fascicolo, segnatamente dal fatto che si è considerata l’ipotesi di classificare una di tali aree
         quale area speciale di conservazione ai sensi della direttiva del Consiglio 21 maggio 1992, 92/43/CEE, relativa alla conservazione
         degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche (GU L 206, pag. 7). Peraltro, dalle fotografie
         e dagli articoli di giornali prodotti dalla Commissione, nonché da una lettera del Department of Arts, Heritage, Gaeltacht
         and the Islands dell’8 dicembre 1997, emerge che le aree umide in questione sono state gravemente danneggiate. 
      
      –       Le operazioni non autorizzate di lagunaggio e di spargimento di rifiuti a Ballard, Fermoy, nella contea di Cork (denuncia
         1997/4792)
      
      56     La Commissione afferma che il consiglio della contea di Cork, autorità competente in materia di gestione dei rifiuti, ha tollerato
         sin dal 1990 che un operatore privato non autorizzato effettuasse operazioni di deposito su vasta scala di rifiuti organici
         in taluni bacini situati a Ballard e di smaltimento degli stessi mediante spargimento, senza garantire la cessazione di tali
         operazioni e l’applicazione di sanzioni alle stesse. Inoltre, le infrastrutture in questione sarebbero state costruite senza
         la richiesta autorizzazione urbanistica e questa sarebbe stata concessa nel 1998, favorendo così il proseguimento delle operazioni
         citate. 
      
      57     Nel suo controricorso, il governo irlandese ammette che le operazioni di deposito e di spargimento svolte dall’operatore in
         questione richiedevano il possesso di un’autorizzazione. Esso ritiene, tuttavia, che il consiglio della contea di Cork abbia
         adottato un atteggiamento adeguato. Tale autorità, infatti, avrebbe rilevato che le operazioni in questione si erano concluse
         nell’aprile 1992. Poiché queste ultime erano state riprese, l’autorità citata avrebbe assunto, nel corso del 1996, taluni
         provvedimenti per garantire la cessazione di ogni nuovo deposito nei bacini di cui trattasi. Avendo tuttavia rilevato, in
         occasione di un’ispezione effettuata nell’agosto 2001, che le operazioni di lagunaggio erano riprese, il consiglio della contea
         di Cork avrebbe avviato un procedimento giurisdizionale che, nel marzo 2002, avrebbe portato alla condanna del responsabile
         al pagamento di un’ammenda pari a EUR 1 800. Da quel momento sarebbero cessati tutti i depositi abusivi, ed i rifiuti ancora
         presenti sarebbero stati rimossi.
      
      58     Nella sua replica, la Commissione afferma che gli operatori di cui trattasi non hanno mai cessato le loro attività. A tal
         fine, essa produce varie missive, tra cui talune provenienti dallo stesso consiglio della contea di Cork, da cui emerge che
         a Ballard sono stati depositati rifiuti quanto meno sino al mese di giugno 2002. Inoltre, la sola sanzione applicata all’operatore
         responsabile sarebbe stata inflitta per la mancata comunicazione di informazioni al consiglio stesso. 
      
      59     Senza contestare quest’ultima affermazione della Commissione, il governo irlandese precisa, nella sua controreplica depositata
         presso la cancelleria della Corte in data 10 gennaio 2003, che il consiglio della contea di Cork sta esaminando l’opportunità
         di avviare azioni giudiziarie nei confronti dell’operatore di cui trattasi. La rimozione dei rifiuti ancora presenti nell’area
         interessata sarebbe peraltro imminente. 
      
      60     Alla luce di quanto precede, la Corte ritiene sufficientemente dimostrato il fatto che si sono verificate rilevanti operazioni
         non autorizzate di lagunaggio e/o di spargimento di rifiuti da parte di un operatore privato a Ballard, nella contea di Cork,
         tra il 1990 e quanto meno fino al mese di giugno 2002, senza che le autorità competenti abbiano assunto i provvedimenti adeguati
         per porre fine a tali operazioni e senza che queste ultime abbiano dato luogo all’applicazione di sanzioni. Peraltro, non
         è contestato il fatto che le infrastrutture necessarie a siffatte operazioni sono state mantenute, ancorché non beneficiassero
         dell’autorizzazione urbanistica richiesta, e che nel 1998 le autorità competenti hanno rilasciato una tale autorizzazione
         che consentiva la conservazione delle infrastrutture stesse.
      
      –       Le operazioni non autorizzate di deposito di rifiuti a Pembrokestown, Whiterock Hill, nella contea di Wexford (denuncia 1997/4847)
      61     La Commissione afferma che tra il 1995 e il 2001 un gestore privato ha effettuato operazioni di deposito di rifiuti in un
         luogo situato a Pembrokestown, nonostante tre decisioni della District Court, del 1996 e del 1997, con le quali era stato
         condannato, in base a tale capo d’imputazione, ad ammende successive di IEP 100, e poi di due volte IEP 400, il che dimostrerebbe,
         segnatamente, l’inadeguatezza delle sanzioni inflitte. Tali operazioni avrebbero inoltre esposto gli abitanti delle zone contigue
         a notevoli fattori nocivi, di cui il consiglio della contea di Wexford era al corrente, come emerge, in particolare, dal testo
         della sua decisione datata 23 febbraio 1996, con la quale respingeva una domanda di autorizzazione urbanistica relativa al
         sito in questione, decisione che è prodotta dalla Commissione.
      
      62     Secondo il governo irlandese, simili ammende erano conformi alle disposizioni delle European Communities (Waste) Regulations
         (1979), in vigore all’epoca dei fatti contestati, che prevedevano la possibilità di infliggere, a seguito di procedimento
         sommario, sanzioni in forma d’ammenda per un importo massimo di IEP 600 e/o di reclusione per un massimo di sei mesi. Data
         l’intermittenza delle operazioni in questione, il consiglio della contea di Wexford avrebbe peraltro ritenuto inutile ottenere
         nei confronti dell’interessato un’ingiunzione destinata a prevenire le operazioni stesse. Infine, tali operazioni sono state
         oggetto di una decisione di autorizzazione, datata 24 gennaio 2001, che viene prodotta dal citato governo.
      
      63     Nella fattispecie, la Corte rileva che dagli elementi del fascicolo emerge con sufficiente chiarezza che tra il 1995 e il
         gennaio 2001 vi sono state operazioni di deposito di rifiuti su un sito privato, localizzato a Pembrokestown, in circostanze
         che hanno prodotto effetti nocivi per i residenti, in assenza di qualsivoglia autorizzazione, senza che le autorità competenti
         abbiano assunto i provvedimenti adeguati per porre fine a tali operazioni e senza che a queste ultime siano state applicate
         sanzioni sufficientemente efficaci per esercitare un effetto dissuasivo. È del pari dimostrato che il 24 gennaio 2001 l’EPA
         ha rilasciato, a favore del gestore di tale sito, l’autorizzazione prevista dalla legge del 1996. 
      
      –       L’esercizio non autorizzato della discarica municipale di Powerstown, nella contea di Carlow (denuncia 1999/4351)
      64     La Commissione afferma, nel suo ricorso, che la discarica municipale di Powerstown, nella contea di Carlow, funziona senza
         autorizzazione dal 1975 e che, pur essendo stata presentata una domanda di autorizzazione il 24 febbraio 1998 in base alla
         legge del 1996, il 23 febbraio 2000 non era stata ancora assunta alcuna decisione, mentre l’impianto continuava a funzionare
         dalla data di presentazione di tale domanda.
      
      65     Senza contestare tali affermazioni, il governo irlandese produce una decisione di autorizzazione relativa a tale discarica
         adottata dall’EPA il 24 marzo 2000. 
      
      –       La gestione non autorizzata di un impianto di deposito e trattamento dei rifiuti a Cullinagh, Fermoy, nella contea di Cork
         (denuncia 1999/4478)
      
      66     La Commissione afferma che il consiglio della contea di Cork ha tollerato, sin dal 1991, il fatto che un operatore privato
         non autorizzato gestisse un impianto di deposito e di trattamento di rifiuti situato a Cullinagh, in un’area in cui si trovano
         acque sotterranee, senza garantire la cessazione di tali operazioni e senza applicare sanzioni alle stesse, nonostante siano
         state più volte respinte le domande di autorizzazione urbanistica presentate dall’operatore medesimo tra il 1991 e il 1994.
      
      67     Il governo irlandese sostiene che, nell’aprile del 2002, è stata adottata una decisione volta ad autorizzare la citata impresa
         ad effettuare operazioni di recupero nell’ordine di 6 500 tonnellate annue di rifiuti. Tale decisione, tuttavia, non viene
         prodotta. Secondo tale governo, non è stata dimostrata alcuna contaminazione delle acque sotterranee a causa dell’impianto
         in questione, e la decisione di autorizzazione richiede l’attuazione di un procedimento di sorveglianza e di valutazione della
         qualità di queste ultime. Quanto alle autorizzazioni urbanistiche, esse sarebbero state concesse dal consiglio della contea
         di Cork, e successivamente annullate dall’autorità di ricorso.
      
      68     In tali circostanze, la Corte ritiene sia sufficientemente dimostrato che vi è stata una gestione non autorizzata di un’area
         di deposito e di trattamento di rifiuti, nel periodo che va, quanto meno, dal 1991 al mese d’aprile 2002, in un’area in cui
         non poteva essere escluso un rischio di contaminazione delle acque sotterranee, senza che le autorità competenti abbiano assunto
         le misure adeguate per garantirne la cessazione e senza che fossero applicate sanzioni. Come emerge dal punto precedente,
         il governo irlandese ammette, peraltro, che tali autorità hanno concesso autorizzazioni urbanistiche relative a detti impianti
         in un’epoca in cui queste ultime non disponevano dell’autorizzazione prevista dalla direttiva. 
      
      –       Gi scarichi di rifiuti e la gestione non autorizzata di impianti di trattamento di rifiuti nella penisola di Poolbeg, a Dublino
         (denuncia 1999/4801)
      
      69     La Commissione afferma, per un verso, che le autorità competenti della città di Dublino hanno tollerato, sin dal 1997, scarichi
         di rifiuti da costruzione e da demolizione in un’area verde, situata nella penisola di Poolbeg, senza garantire né la cessazione
         né l’applicazione di sanzioni per tali scarichi, e nemmeno la rimozione dei rifiuti in questione. Per altro verso, queste
         stesse autorità avrebbero tollerato l’esercizio, in tale penisola, di due impianti non autorizzati di trattamento di rifiuti
         metallici, senza garantire né la cessazione di tali attività né l’applicazione di sanzioni alle stesse, arrivando al punto
         di far sì che gli impianti in questione beneficiassero di sussidi finanziari comunitari. 
      
      70     Quanto ai due impianti citati, il governo irlandese ha precisato nelle sue lettere del 12 dicembre 2000 e del 26 giugno 2001,
         le quali hanno fatto seguito a talune richieste di informazioni indirizzategli dalla Commissione, che, a seguito delle domande
         di autorizzazione presentate rispettivamente il 23 settembre e il 15 ottobre 1998, queste erano state oggetto di decisioni
         di autorizzazione nelle date del 3 agosto 2000 e del 1° marzo 2001. Quanto agli aiuti comunitari, il governo citato afferma,
         nel suo controricorso, che sono stati concessi per errore. 
      
      71     Peraltro, il governo irlandese afferma che vi è stato, nel passato, un solo caso di scarico abusivo di rifiuti, che l’area
         è stata riabilitata prima dello scadere del termine impartito nel parere motivato del 2001 e che sulla stessa non permane
         alcuna traccia di deterioramento ambientale. Non essendo stati identificati gli autori, ai medesimi non si sarebbe potuta
         comminare alcuna sanzione.
      
      72     Nella sua replica, la Commissione rileva che dalle informazioni dettagliate fornite da denuncianti che hanno avuto regolari
         contatti con la Dublin Port Company, incaricata della penisola di Poolberg, e con la Dublin Corporation, che è l’autorità
         responsabile in materia di gestione dei rifiuti, nonché da fotografie che essa produce, emerge che gli scarichi di rifiuti
         sarebbero proseguiti sino all’inizio del 2000 e che l’area interessata sarebbe stata effettivamente ripristinata dalle autorità
         irlandesi solamente alla fine dello stesso anno.
      
      73     Nella sua controreplica, il governo irlandese contesta tali affermazioni della Commissione e sostiene che le fotografie prodotte
         da quest’ultima non sono sufficienti a dimostrarne la veridicità.
      
      74     La Corte rileva, per un verso, che, nelle sue lettere datate 12 dicembre 2000 e 26 giugno 2001, il governo irlandese ha ammesso
         che vi sono stati nel passato rilevanti scarichi di calcinacci nella zona in esame, e ha precisato che gli stessi sarebbero
         stati livellati per servire da materiali di fondazione per una piattaforma di operazioni di assemblaggio di canalizzazioni.
         Per altro verso, le affermazioni dei denuncianti, nonché le fotografie prodotte dalla Commissione, sono sufficientemente precise
         e circostanziate da far sì che il governo citato non possa, come ricordato ai punti 42-47 della presente sentenza, limitarsi
         ad affermare che i fatti contestati non sono dimostrati, senza contestare in modo sostanziale e dettagliato i dati così presentati
         dalla Commissione né suffragare con elementi concreti le proprie affermazioni.
      
      75     Alla luce di quanto precede, la Corte ritiene sufficientemente dimostrato il fatto che le autorità competenti della città
         di Dublino hanno tollerato, dal 1997 al 2000, la presenza non autorizzata di calcinacci scaricati in un’area verde nella penisola
         di Poolbeg, senza garantire la cessazione di tali pratiche né la rimozione dei rifiuti in questione. Le citate autorità hanno
         inoltre tollerato l’esercizio non autorizzato, sulla medesima penisola, di due impianti di trattamento di rifiuti, rispettivamente
         fino al 3 agosto 2000 e al 1° marzo 2001, date nelle quali sono state accolte le relative domande da autorizzazione, senza
         garantire la cessazione dell’attività né l’applicazione di sanzioni al gestore. Tali impianti hanno inoltre beneficiato di
         una sovvenzione finanziaria comunitaria.
      
      –       L’esercizio non autorizzato di discariche municipali a Tramore e a Kilbarry, nella contea di Waterford (denuncia 1999/5008)
      76     Dai documenti e dalle memorie prodotti dalle parti emerge che la discarica di Tramore, che funziona senza autorizzazione sin
         dagli anni ’30, è contigua ad una speciale area protetta ai sensi della direttiva del Consiglio 2 aprile 1979, 79/409/CEE,
         concernente la conservazione degli uccelli selvatici (GU L 103, pag. 1), e si trova, in parte, in una zona che è stata proposta
         come sito del patrimonio nazionale e come area speciale di conservazione ai sensi della direttiva 92/43. Dai citati documenti
         emerge altresì che la domanda di autorizzazione relativa a tale discarica, presentata solo il 30 settembre 1998, ha condotto
         ad una decisione positiva dell’EPA datata 25 settembre 2001.
      
      77     Quanto alla discarica di Kilbarry, che funziona sin dall’inizio degli anni ’70, essa è adiacente ad una zona umida proposta
         come sito del patrimonio naturale e sconfina su un’area di interesse scientifico. La relativa domanda di autorizzazione, presentata
         il 30 settembre 1997, ha portato ad una decisione favorevole dell’EPA in data 19 ottobre 2001. 
      
      78     Secondo la Commissione, l’esercizio non autorizzato di tali due discariche ha inoltre cagionato danni e rilevanti conseguenze
         nocive sull’ambiente, consistenti, segnatamente, in sconfinamenti sulle adiacenti zone umide e in una progressiva riduzione
         della loro superficie.
      
      79      Nella sua lettera inviata alla Commissione il 30 novembre 2002, in risposta ad una sua richiesta di informazioni, il governo
         irlandese afferma che la riduzione della zona umida contigua alla discarica di Kilbarry è intervenuta dieci anni prima. Quanto
         agli asseriti effetti nocivi sull’ambiente, tale governo nega qualsivoglia impatto negativo rilevante della discarica di Tramore
         sull’adiacente area speciale di conservazione, ma riconosce, tuttavia, che l’EPA avrebbe manifestato preoccupazioni con riferimento
         alla discarica di Kilbarry. 
      
      80     Nel suo controricorso, il governo irlandese precisa peraltro che, a seguito di una modifica dei confini dell’area speciale
         di conservazione prevista a Tramore dal Duchas, che è l’autorità responsabile della conservazione della natura, la discarica
         non sconfinerebbe più sull’area di cui trattasi. Esso afferma inoltre che tutti gli effetti nocivi sull’ambiente e, segnatamente,
         sulle varie aree ecologicamente sensibili contigue alle discariche in oggetto sono ormai affontati in maniera adeguata nelle
         decisioni di autorizzazione del 25 settembre e del 19 ottobre 2001.
      
      81     A tal proposito la Corte rileva che il governo irlandese ammette lo sconfinamento della discarica di Kilbarry nella zona umida
         circostante, nonché la conseguente riduzione della superficie di quest’ultima. 
      
      82     Quanto alla discarica di Tramore, emerge da una lettera del 29 maggio 2000, proveniente dall’autorità irlandese incaricata
         della tutela della natura, che questa rimprovera al consiglio della contea di Waterford sia gli sconfinamenti di tale discarica
         sull’area speciale di conservazione prevista, sia i danni cagionati a quest’ultima. Un progetto di piano conservativo adottato
         da questa stessa autorità il 20 luglio 2000, prodotto altresì dalla Commissione, conferma che su tale area sono intervenuti
         sconfinamenti in epoca successiva al 1993, che hanno cagionato un grave degrado della stessa nonché danni nei luoghi adiacenti
         alla discarica in oggetto. In alcune fotografie datate maggio 2001 e prodotte dalla Commissione si possono vedere rifiuti
         posti sui bordi della discarica stessa che sconfinano sulla natura circostante. 
      
      83     Infine, taluni rilievi contenuti nelle relazioni ispettive effettuate nell’ambito dei procedimenti di autorizzazione di tali
         due discariche e nelle stesse decisioni di autorizzazione, nonché varie condizioni specifiche imposte da queste ultime, attestano
         che l’attività delle discariche in esame ha cagionato rilevanti danni all’ambiente, segnatamente acquifero. L’effettiva osservanza
         delle varie condizioni imposte da tali decisioni implica inoltre l’adozione di provvedimenti attuativi e la realizzazione
         di lavori, cosicché la semplice concessione delle autorizzazioni non è tale da garantire l’immediata cessazione dei danni
         ambientali risultanti dall’esercizio delle due discariche in oggetto. Quanto meno, tale rilievo risulta confermato, segnatamente,
         dalla relazione ambientale annuale redatta nel corso del mese di ottobre 2002 dal consiglio della contea di Waterford, in
         conformità alle condizioni dettate dalla decisione di autorizzazione relativa alla discarica di Tramore. 
      
      84     Tenuto conto di quanto sopra, la Corte ritiene sufficientemente dimostrato che le discariche municipali di Tramore e di Kilbarry,
         la cui creazione risale agli anni ’30 e ’70, hanno continuato a funzionare senza autorizzazione fino al 25 settembre e al
         19 ottobre 2001, date nelle quali l’EPA ha accolto le domande di autorizzazione ad esse relative, presentate rispettivamente
         il 30 settembre 1998 e il 30 settembre 1997. Risulta del pari sufficientemente dimostrato il fatto che le discariche in esame
         hanno sconfinato su zone umide sensibili e dotate di un particolare interesse ecologico, provocando, segnatamente, un’alterazione
         di tali zone ed una riduzione della loro superficie, e che esse hanno prodotto significativi effetti nocivi sull’ambiente
         i quali, come risulta dal punto precedente, non sono stati completamente superati con la semplice concessione delle autorizzazioni
         citate.
      
      –       L’esercizio non autorizzato di impianti di trattamento di rifiuti a Lea Road e a Ballymorris, nella contea di Laois (denuncia
         1999/5112)
      
      85     La Commissione sostiene che le autorità locali competenti hanno tollerato che un operatore privato gestisse senza autorizzazione,
         sin dagli anni ’80, impianti di trattamento di rifiuti nelle cave abbandonate di Lea Road e di Ballymorris, vicino a Portarlington,
         nella contea di Laois, impianti situati entrambi nel bacino idrografico del fiume Barrow, caratterizzato da una rilevante
         falda acquifera, e che le autorità in questione non hanno garantito la cessazione delle citate attività né l’applicazione
         di sanzioni alle stesse. 
      
      86     Pur avendo ammesso, in una lettera inviata alla Commissione il 28 novembre 2000, che vi sono effettivamente state attività
         di gestione di rifiuti in tali due luoghi senza la richiesta autorizzazione, il governo irlandese precisa tuttavia, nel suo
         controricorso, che il consiglio della contea di Laois gli ha confermato, nel settembre 2001, che erano nel frattempo cessate
         tutte le attività sul sito di Lea Road. Quanto al sito di Ballymorris, esso sostiene che nel febbraio 2002 l’EPA ha reso pubblico
         un progetto di decisione col quale negava l’autorizzazione richiesta.
      
      87     Nella sua replica, la Commissione contesta il fatto che le operazioni di gestione di rifiuti effettuate a Lea Road siano cessate.
         In tal senso, essa produce varie relazioni redatte a seguito di visite ispettive dei luoghi, tra cui una, datata 6 giugno
         2002 e accompagnata da cliché fotografici, che attestano la prosecuzione di rilevanti attività di gestione e di deposito di
         rifiuti nell’area, almeno fino a quest’ultima data. La Commissione produce altresì varie relazioni ispettive e cliché fotografici
         che dimostrano l’ampiezza delle operazioni di gestione di rifiuti condotte a Ballymorris. 
      
      88     Nella sua controreplica, depositata presso la cancelleria della Corte il 10 gennaio 2003, il governo irlandese specifica che
         per il mese di marzo 2003 è attesa una decisione in merito alla domanda di autorizzazione concernente l’area di Ballymorris.
         
      
      89      Alla luce di quanto precede, la Corte ritiene sufficientemente dimostrato che le autorità irlandesi competenti hanno tollerato
         che un operatore privato gestisse senza autorizzazione, sin dagli anni ’80, due importanti impianti di trattamento di rifiuti
         nelle cave abbandonate di Lea Road e di Ballymorris, vicino a Portarlington, nella contea di Laois, impianti situati entrambi
         nel bacino idrografico del fiume Barrow, caratterizzato da una rilevante falda acquifera, e che le autorità in questione non
         hanno garantito la cessazione delle citate attività né l’applicazione di sanzioni alle stesse. Nel caso dell’area di Lea Road,
         tale situazione è durata quantomeno sino al 6 giugno 2002 e, nel caso dell’area di Ballymorris, sino al 10 gennaio 2003. 
      
      –       La gestione non autorizzata delle discariche municipali di Drumnaboden, di Muckish e di Glenalla, nella contea di Donegal
         (denuncia 2000/4408)
      
      90     È pacifico tra le parti che, a seguito della richiesta d’autorizzazione per la discarica municipale di Drumnaboden, presentata
         il 30 settembre 1998 in applicazione della legge del 1996, è stata disposta la chiusura della discarica stessa con decisione
         del consiglio della contea di Donegal in data 26 aprile 1999. Tale autorità è stata di conseguenza indotta a disporre la prosecuzione
         dell’attività delle discariche municipali di Muckish e di Glenalla, la cui chiusura era intervenuta poco prima del 1° marzo
         1999, data ultima entro la quale doveva essere presentata una domanda di autorizzazione, in base alla legge citata, per tutte
         le discariche municipali esistenti. Di conseguenza, le attività di trattamento di rifiuti sono riprese in queste due ultime
         discariche, mentre le domande di autorizzazione ad esse relative sono state presentate solamente il 5 ottobre 1999. Nonostante
         la tardività di tali domande, l’EPA non ha formulato alcuna obiezione quanto al proseguimento dell’attività delle discariche
         stesse.
      
      –       Gli scarichi e i depositi non autorizzati di rifiuti a Carlingford Lough, Greenore, nella contea di Louth (denuncia 2000/4145)
      91     La Commissione afferma che le autorità irlandesi hanno tollerato, sin dal 1990, scarichi non autorizzati di rifiuti da costruzione
         e da demolizione in un’area situata sulla riva del mare, a Carlingford Lough, Greenore, nella contea di Louth, senza garantire
         né la cessazione di tali operazioni né l’applicazione di sanzioni alle stesse, come neppure la rimozione dei rifiuti. 
      
      92     Il governo irlandese ha precisato, in una lettera inviata alla Commissione il 9 aprile 2001, che il Department of the Marine
         and Natural Resources aveva ritenuto che la questione relativa a tali rifiuti sarebbe stata risolta nell’ambito di un progetto
         di sviluppo locale in corso di valutazione. Peraltro, il Department of the Environment and Local Government ha inviato alla
         Commissione copia di una relazione, datata 23 ottobre 2000, nella quale si identificavano i rifiuti depositati a Carlingford
         Lough come residui di demolizioni. 
      
      93     Nel suo controricorso, il governo irlandese afferma, tuttavia, che quest’ultima valutazione è erronea. A seguito di prelievi
         effettuati in loco, nel corso del mese di gennaio 2002, su richiesta del consiglio della contea di Louth, sarebbe risultato
         che i materiali presenti sul sito erano costituiti da rocce e da pietre estratte da una cava e depositate in tale area dall’impresa
         Greenore Port per valorizzare il suolo, cosicché non vi sarebbe stato smaltimento di rifiuti. Inoltre, sarebbe attualmente
         in esame l’ipotesi di utilizzare tali materiali nell’ambito della costruzione di una diga.
      
      94     Nella fattispecie, la Corte rileva che dagli elementi prodotti dalla Commissione, tra cui vi sono, in particolare, lettere
         provenienti da denuncianti e dal Department of the Marine and Natural Resources, due relazioni ispettive redatte da funzionari
         di tale Ministero a seguito di ispezioni svolte in loco nel 1993 e nel 1997, nonché varie fotografie del gennaio 2002, emerge
         che i rifiuti di cui trattasi sono effettivamente costituiti da detriti derivanti da demolizioni ossia, segnatamente, da cemento
         armato e da residui metallici. Del pari, risulta sufficientemente dimostrato dagli elementi citati che, sin dal 1990, simili
         rifiuti da demolizione e da costruzione sono effettivamente stati scaricati e accumulati da un operatore privato non autorizzato
         in un’area situata sulla riva del mare, a Carlingford Lough, e che questa situazione è stata tollerata dalle autorità irlandesi
         competenti quantomeno fino al mese di gennaio 2002, senza che queste ultime abbiano garantito la cessazione di tali attività
         e l’applicazione di sanzioni alle stesse, e senza che sia intervenuta la rimozione dei rifiuti in oggetto. 
      
      –       La raccolta di rifiuti ad opera di imprese private non autorizzate o non registrate, a Bray, nella contea di Wicklow (denuncia
         2000/4157)
      
      95     La Commissione afferma che, nel mese di gennaio 2000, il consiglio municipale di Bray ha deciso di abbandonare l’attività
         di raccolta dei rifiuti domestici e ha invitato gli abitanti a rivolgersi a taluni raccoglitori privati, dei quali è stato
         comunicato l’elenco. Orbene, secondo la Commissione, questi ultimi non sono stati sottoposti a registrazione o ad autorizzazione
         ai sensi dell’art. 12 della direttiva, per la mancata trasposizione di tale norma nel diritto irlandese.
      
      96     Nella sua lettera inviata alla Commissione il 4 ottobre 2000, il governo irlandese ha precisato, per un verso, che il comune
         di Bray teneva un registro di tutti i raccoglitori di rifiuti operanti sul suo territorio. Per altro verso, esso ha informato
         la Commissione della futura adozione di una normativa che sottoporrà ad un regime d’autorizzazione la raccolta dei rifiuti
         in Irlanda. 
      
      –       I depositi non autorizzati di rifiuti sulle aree di Ballynattin, di Pickardstown, di Ballygunner Bog e di Castletown, nella
         contea di Waterford (denuncia 2000/4633)
      
      97     Nel suo ricorso la Commissione afferma che il consiglio della contea di Waterford ha tollerato, quantomeno fino al mese di
         dicembre 2001, depositi non autorizzati di vari tipi di rifiuti, principalmente calcinacci da costruzione e da demolizione,
         in varie zone umide della contea citata, tra cui vi sono le aree di Ballynattin, di Pickardstown, di Ballygunner Bog e di
         Castletown, senza garantire la cessazione di tali attività e l’applicazione di sanzioni alle stesse, come neppure la rimozione
         dei rifiuti medesimi. 
      
      98     Nel suo controricorso, depositato presso la cancelleria della Corte il 19 agosto 2002, il governo irlandese afferma che, alla
         data di scadenza del termine stabilito nel parere motivato del 2001, gli scarichi erano cessati sulle aree di Pickardstown,
         di Castletown e di Ballygunner Bog. Il consiglio della contea di Waterford avrebbe peraltro assunto taluni provvedimenti per
         ottenere la rimozione dei rifiuti scaricati sulle prime due aree. Quanto alla terza, vi sarebbe stato nel frattempo seminato
         un tappeto erboso e, a parere di tale consiglio, la rimozione dei rifiuti non consentirebbe di ripristinare lo stato originale
         dell’area umida in questione. Tale governo afferma inoltre che nel gennaio 2002 sono state avviate azioni giudiziarie aventi
         ad oggetto l’area di Ballynattin, dopo che un’ingiunzione del giugno 2000 del consiglio citato, con cui si ordinava la cessazione
         degli scarichi e la rimozione dei rifiuti, è rimasta priva di effetti. 
      
      99     A sostegno della sua replica, la Commissione produce taluni cliché fotografici del settembre 2002, che dimostrano la presenza
         di rifiuti da demolizione nelle aree di Ballynattin, di Pickardstown e di Castletown, nonché una costruzione in corso sulla
         prima di queste tre aree.
      
      100   Nella sua controreplica, depositata presso la cancelleria della Corte il 10 gennaio 2003, il governo irlandese sostiene che
         gli scarichi di rifiuti a Ballynattin, a Pickardstown, a Ballygunner Bog e a Castletown sono intervenuti su superfici che
         rappresentano, rispettivamente, 0,1, 0,8, 0,4 e 1 ettaro, cioè lo 0,15%, il 27%, il 6% e il 17% delle aree umide in questione.
         Nel caso dell’area di Ballynattin, un’ordinanza della Circuit Court avrebbe imposto la rimozione dei rifiuti nonché la demolizione
         della costruzione in corso e, nel dicembre 2002, sarebbe stato introdotto un ricorso dinanzi alla citata giurisdizione per
         far incarcerare il proprietario dell’area. Essendo stato di recente informato di nuovi scarichi di rifiuti nell’area di Castletown,
         il consiglio della contea di Waterford avrebbe espresso la sua intenzione di richiedere la rimozione dei rifiuti depositati
         su tale sito, nonché su quello di Pickardstown.
      
      101   Alla luce di quanto precede, la Corte ritiene sufficientemente dimostrato che sono stati effettuati depositi di rifiuti, principalmente
         da costruzione e da demolizione, in varie zone umide della contea di Waterford, nelle aree di Ballynattin, di Pickardstown,
         di Ballygunner Bog e di Castletown, ad iniziativa di operatori privati, e che, alla data di scadenza del termine impartito
         nel parere motivato del 2001, l’autorità locale competente non aveva garantito la cessazione di tali scarichi né l’applicazione
         di sanzioni agli stessi, come neppure la rimozione dei rifiuti in questione, situazione che si è peraltro protratta dopo l’introduzione
         del presente ricorso. 
      
       Sulla violazione degli artt. 9 e 10 della direttiva
      –       Argomenti delle parti
      102   La Commissione afferma che, ai sensi degli artt. 9 e 10 della direttiva, a partire dal 1977 tutte le operazioni di trattamento
         di rifiuti richiedono il previo ottenimento di un’autorizzazione. Una siffatta autorizzazione, che è emanata ai fini dell’applicazione
         dell’art. 4 della direttiva e che deve precisare le condizioni cui devono rispondere tali operazioni ai fini della tutela
         dell’ambiente, dovrebbe necessariamente avere carattere preliminare. 
      
      103   A parere della Commissione, tuttavia, numerose operazioni di trattamento di rifiuti urbani in Irlanda sono effettuate senza
         autorizzazione, come dimostrato, ad esempio, dai casi delle discariche di Powerstown, di Tramore e di Kilbarry, di cui, rispettivamente,
         alle denunce 1999/4351 e 1999/5008. 
      
      104   Inoltre, la durata del trattamento delle domande d’autorizzazione presentate ai sensi della legge del 1996 risulterebbe eccessiva,
         con riferimento agli impianti esistenti, in quanto questi ultimi continuerebbero sistematicamente a funzionare nel corso del
         procedimento di autorizzazione. Così, dalla risposta inviata dal governo irlandese alla Commissione il 23 febbraio 2000 emergerebbe
         che, su 137 domande di autorizzazione di tal genere, 102 sarebbero ancora in sospeso alla data del 2 febbraio 2000. Nel caso
         delle discariche di Muckish e di Glenalla, di cui alla denuncia 2000/4408, l’EPA avrebbe addirittura tollerato la continuazione
         dell’attività in assenza di domanda d’autorizzazione introdotta entro i termini previsti dalla legge citata. 
      
      105   Secondo la Commissione, l’Irlanda viola altresì gli obblighi che le incombono altresì omettendo di sottoporre al procedimento
         di autorizzazione, previsto dall’art. 9 della direttiva, le discariche municipali chiuse prima dello scadere dei termini in
         questione.
      
      106   Quanto al trattamento dei rifiuti da parte di operatori privati, la Commissione afferma che le autorità irlandesi, a vari
         livelli, tollerano altresì il perpetuarsi, in numerose aree del territorio, di operazioni non autorizzate, senza garantirne
         la cessazione né la sottoposizione a sanzioni, come risulterebbe, segnatamente, dall’istruttoria relativa alle denunce 1997/4705,
         1997/4792, 1999/4478, 1999/4801, 1999/5112, 2000/4145 e 2000/4633. Le sanzioni eccezionalmente inflitte sarebbero inoltre
         prive di effetto dissuasivo, come risulta, segnatamente, dall’esame della denuncia 1997/4847. Gli operatori disonesti sarebbero
         in tal modo incoraggiati, in base ad un semplice calcolo economico, a continuare le loro attività illecite, mentre risulterebbero
         penalizzati i loro concorrenti che agiscono nel rispetto della direttiva.
      
      107   In caso di domande di autorizzazione o di concessione urbanistica relative a impianti abusivi esistenti, le autorità irlandesi
         competenti tollererebbero altresì la continuazione delle attività stesse, in quanto l’autorizzazione infine concessa copre,
         in simili casi, le irregolarità precedenti, come emergerebbe in particolare dall’esame delle denunce 1997/4792, 1999/4478,
         1999/4801, 1999/5112 e 2000/4145. Nel caso di cui alla denuncia 1997/4705, l’EPA avrebbe addirittura ammesso che un’attività
         di colmata nell’ambito di un’area umida equivale ad un recupero e che, in tal caso, non è richiesta alcuna autorizzazione
         ai sensi del diritto nazionale. 
      
      108   Nel suo controricorso, il governo irlandese sostiene, quanto alle operazioni relative ai rifiuti urbani, che, alla fine del
         mese di settembre 2001, solamente quattordici discariche municipali operative dovevano ancora ottenere un’autorizzazione e
         che la situazione risultava completamente regolarizzata il 29 novembre 2002, data in cui è stata concessa l’ultima autorizzazione.
         La durata di trattamento delle domande sarebbe, in tal senso, normale, se si tiene conto dell’afflusso di richieste simultanee
         relative ad impianti esistenti, della complessità dei fascicoli e della laboriosità del procedimento di autorizzazione. Il
         caso delle discariche di Glenalla e Muckish sarebbe eccezionale. 
      
      109   Peraltro, secondo il governo irlandese, l’art. 9 della direttiva non richiede che un impianto chiuso prima dello spirare del
         termine legale entro il quale dev’essere introdotta una domanda d’autorizzazione sia sottoposto retroattivamente ad autorizzazione.
      
      110   Quanto ai rifiuti trattati dal settore privato, il governo citato nega che vi sia una generale tendenza delle autorità irlandesi
         a tollerare operazioni non autorizzate. Così, tra il maggio 1998 e l’agosto 2002, sarebbero state presentate 651 domande per
         ottenere il permesso di gestire attività esistenti o progettate, e sarebbero stati rilasciati 384 permessi.
      
      111   Inoltre, la legge del 1996 prevedrebbe sanzioni adeguate, quali l’ammenda e la reclusione, e le violazioni delle norme previste
         da tale legge darebbero effettivamente luogo all’applicazione di sanzioni. Nel suo controricorso, depositato presso la cancelleria
         della Corte il 19 agosto 2002, il governo irlandese sostiene che da informazioni che esso non produce, ma che gli sono state
         comunicate da 33 delle 34 autorità locali competenti, emerge che, dal mese di maggio 1996, sono stati stesi più di 930 verbali
         che ingiungevano la cessazione delle operazioni non autorizzate ed il trasferimento dei rifiuti in questione in un impianto
         autorizzato, nonché 76 verbali che ingiungevano altri tipi di azioni, inoltre dal 1998 le citate autorità hanno portato a
         termine 111 procedimenti, mentre 84 procedimenti risultano pendenti. Quanto all’EPA, essa avrebbe avviato 14 procedimenti
         ai sensi della legge del 1996. 
      
      112   I tribunali avrebbero inoltre pronunciato varie condanne. A sostegno di tale affermazione, il governo irlandese produce una
         sentenza della High Court del 31 luglio 2002 che condanna i responsabili al ripristino di un’area, situata nella contea di
         Wicklow, in cui erano stati abusivamente depositati rifiuti pericolosi provenienti da ospedali. Esso si richiama altresì ad
         una sentenza che sarebbe stata pronunciata dalla Naas District Court, che prevedeva tre condanne alla reclusione per detenzione
         abusiva di rifiuti.
      
      113   Quanto ai casi concreti esposti nelle denunce inviate alla Commissione, il governo irlandese nega, nella parte in cui essi
         sono pertinenti ai fini del presente ricorso, che le autorità irlandesi abbiano dato prova di inerzia. Peraltro, la direttiva
         non vieterebbe lo svolgimento, nel corso del procedimento d’autorizzazione, di operazioni di recupero, che non implicano alcun
         danno significativo all’ambiente. Quanto alla lettera dell’EPA del 20 marzo 1998, essa avrebbe semplicemente richiamato lo
         stato della legislazione irlandese dell’epoca, laddove le attività di recupero dei rifiuti sarebbero state sottoposte ad autorizzazione
         solo in forza delle Waste Management (Licensing) (Amendment) Regulations 1998, entrate in vigore il 19 maggio 1998.
      
      –       Giudizio della Corte
      114   Si deve preliminarmente rilevare che, in Irlanda, i rifiuti urbani sono stati sottoposti ad un regime d’autorizzazione solamente
         con l’adozione della legge del 1996 e dei suoi regolamenti applicativi. Quanto ai rifiuti gestiti da operatori privati, talune
         affermazioni del governo irlandese rivelano che lo smaltimento degli stessi è stato sottoposto ad un tale regime dal 1980,
         mentre il loro recupero lo è stato solamente dal 1998. 
      
      115   Come emerge dai punti 22 e 23 di questa sentenza, il ricorso mira tuttavia a far rilevare che, alla data di scadenza del termine
         di due mesi impartito nel parere motivato del 2001, l’Irlanda non ottemperava agli obblighi derivanti dagli artt. 9 e 10 della
         direttiva, che impongono di garantire che tutte le operazioni di trattamento di rifiuti abbiano effettivamente luogo a seguito
         dell’ottenimento di un’autorizzazione.
      
      116   A tal proposito si deve innanzitutto ricordare che, ai sensi dell’art. 249, terzo comma, CE, la direttiva vincola lo Stato
         membro cui è rivolta per quanto riguarda il risultato da raggiungere. Orbene, nel caso di specie, gli artt. 9 e 10 della direttiva
         impongono agli Stati membri taluni obblighi di risultato espressi in modo chiaro e inequivoco, in forza dei quali le imprese
         o gli stabilimenti che svolgono operazioni di smaltimento o di recupero di rifiuti sul territorio di tali Stati devono essere
         provvisti di autorizzazione. Ne discende che uno Stato membro adempie gli obblighi che gli derivano da tali disposizioni solamente
         se, oltre a trasporre correttamente queste ultime nel diritto interno, provvede a far sì che gli operatori interessati dispongano
         dell’autorizzazione richiesta [v., per analogia, in merito ad autorizzazioni preliminari per l’esercizio di impianti di incenerimento
         di cui all’art. 2 della direttiva del Consiglio 8 giugno 1989, 89/369/CEE, concernente la prevenzione dell’inquinamento atmosferico
         provocato dai nuovi impianti di incenerimento dei rifiuti urbani (GU L 163, pag. 32), sentenza 11 luglio 2002, causa C‑139/00,
         Commissione/Spagna, Racc. pag. I‑6407, punto 27]. 
      
      117   Come rilevato dall’avvocato generale ai punti 27-29 delle sue conclusioni, spetta pertanto agli Stati membri garantire che
         il regime d’autorizzazione posto in essere sia effettivamente applicato e rispettato, segnatamente effettuando controlli adeguati
         a tal fine e garantendo la cessazione delle operazioni svolte senza autorizzazione, nonché l’effettiva applicazione di sanzioni
         alle stesse. 
      
      118   Si deve inoltre rilevare che, come emerge dalla lettera stessa di tali disposizioni, i regimi d’autorizzazione di cui agli
         artt. 9 e 10 della direttiva sono destinati a consentire la corretta applicazione dell’art. 4 di quest’ultima, in particolare
         garantendo che le operazioni di smaltimento e di recupero effettuate a seguito dell’ottenimento di tali autorizzazioni rispondano
         ai diversi criteri previsti da quest’ultima disposizione. A tal fine, queste autorizzazioni devono contenere un certo numero
         di precisazioni e di condizioni, com’è espressamente previsto dall’art. 9 della direttiva per quanto concerne le operazioni
         di smaltimento. Ne discende che i meccanismi d’autorizzazione di cui ai citati artt. 9 e 10 della direttiva devono necessariamente
         presentare carattere preliminare rispetto a tutte le operazioni di smaltimento o di recupero (v., in tal senso, sentenza 14
         giugno 2001, causa C‑230/00, Commissione/Belgio, Racc. pag. I‑4591, punto 16). Contrariamente a quanto sostenuto dal governo
         irlandese, la semplice presentazione di una domanda d’autorizzazione non può avere la conseguenza di rendere tali operazioni
         conformi ai requisiti delle disposizioni in esame.
      
      119   A tal proposito, nell’ambito del presente ricorso non può essere accolto l’argomento del governo irlandese, secondo cui l’applicazione
         concreta di un regime d’autorizzazione introdotto da una legislazione nazionale richiederebbe un periodo transitorio nel corso
         del quale gli impianti esistenti devono poter rimanere in funzione.
      
      120    Infatti, ai sensi dell’art. 13 della direttiva 75/442, gli Stati membri erano tenuti ad adottare i provvedimenti necessari
         per conformarsi alla stessa entro un termine di ventiquattro mesi decorrenti dalla sua notificazione. Si deve rilevare in
         proposito che gli artt. 9 e 10 della direttiva si sono sostituiti all’art. 8 della direttiva 75/442 e, in una prospettiva
         di continuità rispetto agli obblighi preesistenti, hanno rafforzato gli stessi, che già prevedevano un regime d’autorizzazione
         degli impianti di trattamento, stoccaggio e deposito di rifiuti (v., in tal senso, segnatamente, sentenza San Rocco, cit.,
         punto 37). 
      
      121   Il governo irlandese era quindi tenuto ad avviare in tempo utile le procedure necessarie per trasporre nell’ordinamento giuridico
         nazionale, in un primo tempo, l’art. 8 della direttiva 75/442 e, in un secondo tempo, gli artt. 9 e 10 della direttiva, facendo
         sì che tali procedure fossero completate nei termini prescritti dalle direttive stesse e che fossero realizzati gli obblighi
         di risultato espressi in modo chiaro ed inequivoco da tali disposizioni, ossia che le operazioni in questione si svolgessero
         solo previo ottenimento delle autorizzazioni richieste. Poiché le misure di trasposizione adottate dall’Irlanda sono state
         tardive, esse non possono essere invocate per giustificare l’inadempimento (v., per analogia, sentenza 18 giugno 2002, causa
         C‑60/01, Commissione/Francia, Racc. pag. I‑5679, punti 33, 37 e 39). 
      
      122   Fatte salve queste precisazioni preliminari, va rilevato che, quanto alle discariche municipali, emerge dal punto 108 di questa
         sentenza che lo stesso governo irlandese ha ammesso che, alla data di scadenza del termine impartito nel parere motivato del
         2001, vi erano quattordici discariche operative che non disponevano di autorizzazione. 
      
      123   Il citato governo ammette inoltre che, allo scadere del termine citato, le autorità irlandesi osservavano la prassi sistematica
         di tollerare che gli impianti esistenti proseguissero le loro attività nel corso del periodo che va dalla data di presentazione
         della domanda d’autorizzazione a quella della decisione assunta a seguito dell’esame della domanda stessa. Come emerge dal
         punto 34 di questa sentenza, ciò è avvenuto, segnatamente, nel caso delle discariche di Tramore e di Kilbarry. 
      
      124   A tal proposito emerge inoltre dai documenti presentati alla Corte che, nella stessa epoca, l’adozione di una decisione di
         autorizzazione o di diniego relativamente a simili impianti esistenti richiedeva, in pratica, tempi nel complesso assai lunghi,
         al punto che lo stesso governo irlandese ha ammesso, nella sua lettera inviata alla Commissione il 30 novembre 2000, che si
         trattava di tempi preoccupanti. 
      
      125   Da un articolo intitolato «Waste Licensing 1997‑2002: Lessons from the Application process», pubblicato nel 2002 nell’Irish Planning and Environmental Law Journal, prodotto dal governo irlandese, si evince che la durata media della procedura d’esame delle domande d’autorizzazione era
         pari a 808 giorni. Dal punto 84 della presente sentenza risulta che il rilascio delle autorizzazioni relative alle discariche
         municipali di Tramore e di Kilbarry, la cui creazione risale tuttavia agli anni ’30 e ’70, è intervenuto solo a conclusione
         di procedure di durata rispettivamente pari a 36 e a 48 mesi, e ciò nonostante il fatto che le discariche in questione provocassero
         rilevanti danni all’ambiente e compromettessero aree di particolare interesse ecologico.
      
      126   Secondo l’articolo citato, le cause principali di tale lentezza sono il numero assai elevato di domande concomitanti relative
         ad aree esistenti, spesso difficilmente raggiungibili e poco controllate, nonché un personale effettivo nettamente insufficiente
         nell’ambito dell’EPA. Orbene, come rilevato dall’avvocato generale al punto 75 delle sue conclusioni, quando uno Stato membro
         è inadempiente da circa vent’anni al suo obbligo di raggiungere il risultato stabilito all’art. 9 della direttiva, esso è
         tenuto ad assumere ogni provvedimento necessario per rimediare il più rapidamente possibile all’inadempimento stesso.
      
      127   Da quanto precede risulta che, alla data di scadenza del termine stabilito nel parere motivato del 2001, l’Irlanda non aveva
         ancora adempiuto il suo obbligo, cui era tenuta sin dal 1977, di garantire che tutte le discariche municipali fossero provviste
         dell’autorizzazione richiesta. Un simile inadempimento, che è il risultato complessivo di una trasposizione estremamente tardiva
         dell’art. 9 della direttiva, di un’astensione sistematica dal richiedere la cessazione di attività esistenti non autorizzate
         nel corso dello svolgimento del procedimento d’autorizzazione e di un’assenza di misure atte a garantire la rapida sottoposizione
         degli impianti al regime interno conclusivamente attuato, risultava essere, a tale data, di natura generalizzata e persistente.
      
      128   Quanto alle discariche municipali abbandonate prima dello scadere dei termini previsti per la presentazione di una domanda
         di autorizzazione, ai sensi della legge del 1996 e dei suoi regolamenti applicativi, è sufficiente rilevare che la Commissione
         non ha sostenuto che tale legislazione abbia effettuato una trasposizione erronea della direttiva per il fatto che non era
         previsto che tali discariche dovessero essere soggette ad autorizzazione. Come emerge dal punto 22 della presente sentenza,
         la Commissione ha invece sottolineato, sia nel corso della fase precontenziosa del procedimento sia dinanzi alla Corte, che,
         fatta eccezione per l’art. 12 della direttiva, il suo ricorso mirava a denunciare non la mancata trasposizione di quest’ultima,
         bensì talune carenze nell’applicazione concreta delle disposizioni nazionali adottate ai fini della trasposizione stessa.
         In tali circostanze, la Commissione non può pretendere, nell’ambito del presente ricorso, di ottenere l’accertamento di un
         inadempimento del’Irlanda per il fatto che le sue autorità amministrative avrebbero omesso, nell’ambito dell’attuazione della
         legge del 1996 e dei suoi regolamenti applicativi che non prevedono una siffatta possibilità, di sottoporre simili discariche
         abbandonate al procedimento di autorizzazione previsto all’art. 9 della direttiva. 
      
      129   Quanto al trattamento di rifiuti da parte di operatori privati, la Corte rileva che, come emerge dai rilievi effettuati ai
         punti 60, 63, 68, 75, 89, 94 e 101 di questa sentenza, numerose autorità locali irlandesi hanno dato prova di tolleranza nei
         confronti di operazioni non autorizzate aventi ad oggetto rilevanti quantità di rifiuti in numerose aree del territorio, spesso
         nel corso di periodi assai lunghi, senza assumere provvedimenti adeguati per garantire la cessazione di siffatte operazioni
         nonché l’applicazione alle stesse di un’effettiva sanzione, e senza prevenirne la ripetizione.
      
      130   Dai rilievi di cui sopra emerge altresì che tale atteggiamento perdurava alla data in cui è scaduto il termine impartito nel
         parere motivato del 2001.
      
      131   Per un verso, come emerge dai punti 118 e 119 di questa sentenza, il fatto che sia stata eventualmente presentata una domanda
         di autorizzazione con riferimento ad un impianto esistente non consente assolutamente di ritenere, contrariamente alla prassi
         seguita dalle autorità irlandesi, che fossero soddisfatti i requisiti di cui agli artt. 9 o 10 della direttiva, né che nel
         corso del procedimento d’autorizzazione potesse essere tollerata la prosecuzione dell’attività in questione.
      
      132   Per altro verso, come giustamente rilevato dalla Commissione, il fatto che in due situazioni specifiche, considerate ai punti
         60 e 75 di questa sentenza, sia stata infine concessa un’autorizzazione prima dello scadere del termine impartito nel parere
         motivato del 2001, non incide né sul fatto che nel passato non è stata applicata alcuna sanzione con riferimento alle operazioni
         non autorizzate in questione, né sul rilievo secondo cui, all’epoca in esame, vi era in Irlanda una tendenza generalizzata,
         da parte delle autorità locali competenti, a tollerare situazioni di inosservanza delle disposizioni in esame. 
      
      133    Poiché, come rilevato dall’avvocato generale al punto 121 delle sue conclusioni, tale atteggiamento di tolleranza era rivelatore
         di un problema amministrativo di grande portata, esso presentava un livello sufficiente di generalità e di durata perché si
         potesse concludere nel senso di una prassi imputabile alle autorità irlandesi e consistente nel non garantire la corretta
         attuazione degli artt. 9 e 10 della direttiva. 
      
      134   Tale giudizio è corroborato, quantomeno, da vari documenti prodotti dalla Commissione. Emerge così, segnatamente, da uno studio
         analitico particolarmente elaborato, dal titolo «Strategic review & outlook for Waste Management capacity and the impact on the Irish Economy», del luglio 2002, che alla data di scadenza del termine impartito nel parere motivato del 2001 la rete irlandese degli impianti
         di smaltimento di rifiuti era prossima alla saturazione e che tale situazione era accompagnata dall’apparizione di un elevato
         numero di discariche e di depositi abusivi. Lo stesso rilievo è effettuato in un documento dal titolo «National Waste management strategy», sottoposto al governo irlandese nel gennaio 2002 da The Institution of the Engineers of Ireland, che sottolinea il fatto
         che centinaia, se non migliaia, di discariche abusive erano disseminate un po’ ovunque nel territorio irlandese.
      
      135   Per quanto concerne, in particolare, la contea di Wicklow, taluni articoli di giornale apparsi tra l’8 dicembre 2001 e il
         9 aprile 2002, nonché una relazione datata 7 settembre 2001, redatta dal consiglio di tale contea, attestano, segnatamente,
         che, all’epoca in cui è scaduto il termine impartito nel parere motivato in questione, nella contea era stato censito circa
         un centinaio di siti abusivi, tra cui taluni erano di dimensioni rilevanti e contenevano rifiuti pericolosi provenienti, segnatamente,
         da ospedali. 
      
      136   Poiché la Commissione ha in tal modo fornito elementi sufficienti a dimostrare che le autorità irlandesi hanno assunto un
         atteggiamento generale e persistente di tolleranza nei confronti di varie situazioni che integravano una violazione delle
         condizioni stabilite dagli artt. 9 e 10 della direttiva, senza garantire la cessazione delle medesime né l’effettiva applicazione
         di sanzioni alle stesse, spettava all’Irlanda, come emerge dai punti 42‑47 di questa sentenza, contestare in modo sostanziale
         e dettagliato gli elementi e le conseguenze che ne derivano.
      
      137   È giocoforza rilevare che, nella fattispecie, l’Irlanda non ha adempiuto a tale onere, limitandosi a formulare osservazioni
         generali non altrimenti suffragate, quali quelle riferite ai punti 110‑112 della presente sentenza, e a produrre una decisione
         giudiziaria la quale, essendo posteriore alla data in cui è scaduto il termine impartito dal parere motivato del 2001, non
         può, quantomeno, essere rilevante al fine di valutare l’atteggiamento delle autorità irlandesi a tale data. 
      
      138   Peraltro, nella sua controreplica, depositata presso la cancelleria della Corte il 10 gennaio 2003, il governo irlandese ha
         esso stesso precisato di aver recentemente assunto varie iniziative per sostenere un approccio coerente dell’attuazione delle
         norme ambientali, implicanti, segnatamente, la concessione alle autorità locali di fondi destinati a consentire loro di vigilare
         sull’osservanza di tali norme, la soggezione di tali autorità ad un sistema di gestione dell’ambiente elaborato dall’EPA,
         un approccio maggiormente strutturato ed efficace in materia di ispezioni, l’elaborazione di un progetto di legge contenente
         disposizioni rafforzate in materia ambientale e l’attuazione di un ufficio specializzato a tal fine. Un articolo pubblicato
         il 14 agosto 2002 nell’Irish Times, prodotto dalla Commissione, riferisce, inoltre, che il Ministro irlandese dell’Ambiente ha precisato che la creazione di
         un ufficio di tal genere era una delle sue priorità, tenuto conto dell’evidente necessità di garantire un rispetto più rigoroso
         e sistematico della legislazione sui rifiuti. 
      
      139   Da quanto precede, nonché da quanto rilevato al punto 127 di questa sentenza con riferimento alle discariche municipali, risulta
         sufficientemente dimostrato che, alla data in cui è scaduto il termine di due mesi impartito nel parere motivato del 2001,
         l’Irlanda era inadempiente, in modo generale e persistente, al suo obbligo di garantire la corretta attuazione degli artt.
         9 e 10 della direttiva, cosicché la censura della Commissione in tal senso deve essere accolta. 
      
       Sulla violazione dell’art. 12 della direttiva
      –       Argomenti delle parti
      140   La Commissione sostiene che le Waste Management (Collection Permit) Regulations 2001 (in prosieguo: le «Regulations 2001»),
         ad essa notificate il 23 settembre 2001, effettuano una trasposizione tardiva ed insoddisfacente dell’art. 12 della direttiva.
         Infatti, le Regulations 2001 stabilirebbero la data ultima per la presentazione delle domande di autorizzazione al 30 novembre
         2001. Fatta salva l’introduzione della domanda di autorizzazione prima di tale data, gli operatori interessati sarebbero inoltre
         autorizzati a proseguire le loro attività fino al termine del procedimento. Tale trasposizione tardiva avrebbe avuto la conseguenza
         di sottrarre le imprese che svolgono la raccolta ed il trasporto di rifiuti a qualsiasi requisito di autorizzazione o di registrazione,
         come sarebbe dimostrato, in particolare, dai fatti di cui alla denuncia 2000/4157. 
      
      141   Secondo il governo irlandese, le Regulations 2001 garantiscono una corretta trasposizione dell’art. 12 della direttiva e hanno
         posto fine all’inadempimento. Quanto alle misure transitorie denunciate dalla Commissione, tale governo afferma che l’introduzione
         di una domanda di autorizzazione equivale, quantomeno, a una registrazione ai sensi del citato art. 12. Tale nozione andrebbe
         infatti intesa come semplice notificazione formale alle autorità, senza necessità di soddisfare requisiti preliminari. Peraltro,
         il caso concreto richiamato dalla Commissione non significherebbe un ulteriore inadempimento dell’Irlanda ai suoi obblighi.
      
      –       Giudizio della Corte
      142   L’art. 12 della direttiva prevede, segnatamente, che gli stabilimenti o le imprese che provvedono alla raccolta o al trasporto
         di rifiuti a titolo professionale debbano essere iscritti presso le competenti autorità qualora non siano soggetti ad autorizzazione.
      
      143   Il governo irlandese non contesta l’affermazione della Commissione, secondo cui il regime di autorizzazione tardivamente posto
         in essere dalle Regulations 2001 prevede che, a partire dal 30 novembre 2001, la raccolta di rifiuti sia effettuata in conformità
         alle disposizioni contenute in un’autorizzazione rilasciata dall’autorità locale, e che ogni domanda di autorizzazione relativa
         ad attività esistenti sia presentata prima di tale data.
      
      144   Ne discende che, alla data di scadenza del termine di due mesi stabilito nel parere motivato del 2001, le operazioni di raccolta
         di rifiuti non erano ancora obbligatoriamente soggette al requisito dell’ottenimento di un’autorizzazione. Peraltro, anche
         a supporre che tutti gli operatori interessati abbiano presentato una domanda di autorizzazione in applicazione delle Regulations
         2001 prima di tale data – il che non è stato dimostrato dal governo irlandese – contrariamente a quanto affermato da quest’ultimo,
         la presentazione di una siffatta domanda non può essere considerata equivalente ad una registrazione ai sensi dell’art. 12
         della direttiva e, di conseguenza, non può ritenersi conforme ai requisiti previsti da tale disposizione. Infatti, quest’ultima
         obbliga gli Stati membri ad effettuare una scelta tra un sistema di autorizzazione ovvero una procedura di registrazione,
         e l’Irlanda non ha optato per questa seconda soluzione. 
      
      145   Da quanto precede risulta che la censura della Commissione deve essere accolta nella parte in cui mira a far rilevare che
         l’Irlanda non ha trasposto correttamente l’art. 12 della direttiva. 
      
       Sulla violazione dell’art. 5 della direttiva
      –       Argomenti delle parti
      146   La Commissione afferma che l’Irlanda non ha assunto le misure idonee per creare una rete integrata e adeguata di impianti
         di smaltimento dei rifiuti, in quanto numerosi impianti funzionano senza autorizzazione, generando inoltre danni ambientali,
         come attestato, in particolare, dal caso delle discariche di Tramore e di Kilbarry di cui alla denuncia 1999/5008. 
      
      147   L’inadeguatezza della rete irlandese di smaltimento emergerebbe altresì dal fatto che quest’ultima avrebbe raggiunto la soglia
         della saturazione, il che avrebbe peraltro contribuito alla comparsa di discariche abusive di rifiuti su vasta scala.
      
      148   Il governo irlandese nega qualsiasi violazione dell’art. 5 della direttiva. Per un verso, la Commissione non avrebbe dimostrato
         l’assenza di un sistema di autorizzazione conforme all’art. 9 di tale direttiva alla data di scadenza del termine impartito
         nel parere motivato del 2001. Per altro verso, interpretando il termine «adeguato» come riferito ad uno spazio disponibile
         sufficiente a rispondere alle necessità attuali di smaltimento di uno Stato membro, tale governo afferma che i vari documenti
         prodotti dalla Commissione per dimostrare un’asserita insufficienza della capacità di smaltimento in Irlanda non sarebbero
         persuasivi. La Commissione, in particolare, non avrebbe dimostrato l’impossibilità di smaltire taluni rifiuti a causa della
         capacità insufficiente delle discariche, mentre la circostanza che talune di queste siano prossime alla saturazione non avrebbe
         niente di anormale. Essa ometterebbe inoltre di tener conto di fattori quali la possibilità di ripartizione delle capacità
         di smaltimento tra le autorità locali o di estensione delle discariche esistenti, i progetti di apertura di nuove discariche
         in corso di esame ovvero lo sviluppo di infrastrutture per il recupero. 
      
      –       Giudizio della Corte 
      149   Tra gli obiettivi della direttiva vi è, ai sensi dell’art. 5, nn. 1 e 2, della stessa, la creazione di una rete integrata
         e adeguata di impianti di smaltimento, che tenga conto delle tecnologie più perfezionate a disposizione che non comportino
         costi eccessivi e che consenta, inoltre, lo smaltimento dei rifiuti in uno degli impianti appropriati più vicini (sentenza
         1° aprile 2004, cause riunite C‑53/02 e C‑217/02, Commune de Braine‑le‑Château e a., Racc. pag. I‑3251, punto 33).
      
      150   Ai sensi dell’art. 9, n. 1, primo comma, della direttiva, è «[a]i fini dell’applicazione degli articoli 4, 5 e 7» di quest’ultima
         che tutti gli stabilimenti o imprese che effettuano operazioni di smaltimento debbono ottenere un’autorizzazione. Tale espressione
         significa che l’attuazione dell’art. 5 della direttiva si presume realizzata segnatamente con il rilascio di autorizzazioni
         individuali (v., in tal senso, citata sentenza Commune de Braine‑le‑Château e a., punti 40, 41 e 43). 
      
      151   Orbene, come emerge dal punto 139 di questa sentenza, alla data in cui è scaduto il termine di due mesi impartito nel parere
         motivato del 2001, l’Irlanda era inadempiente, in modo generale e persistente, al suo obbligo di garantire l’attuazione corretta
         dell’art. 9 della direttiva, tollerando il funzionamento non autorizzato di un gran numero di impianti di smaltimento di rifiuti.
      
      152   Come giustamente sostenuto dalla Commissione, questa circostanza permette di concludere che, a tale data, l’Irlanda non ottemperava
         agli obblighi previsti dall’art. 5 della direttiva. 
      
      153   Infatti, come emerge dai punti 118, 149 e 150 della presente sentenza, il regime d’autorizzazione previsto dall’art. 9 della
         direttiva è inteso a garantire che le operazioni di smaltimento dei rifiuti corrispondano ai diversi obiettivi perseguiti
         da quest’ultima. Come emerge dalla lettera stessa di tale disposizione, le autorizzazioni devono a tal fine contenere un certo
         numero di requisiti riguardanti, segnatamente, i tipi ed i quantitativi di rifiuti, i requisiti tecnici, le precauzioni da
         prendere in materia di sicurezza, il luogo di smaltimento e il metodo di trattamento. 
      
      154   Combinate ai piani di gestione di cui all’art. 7 della direttiva, le disposizioni che devono essere contenute nelle autorizzazioni
         individuali rappresentano quindi, manifestamente, una condizione indispensabile per la creazione, ai sensi dell’art. 5 della
         stessa direttiva, di una rete integrata e adeguata di impianti di smaltimento che tenga conto, come previsto da quest’ultima
         disposizione, delle tecnologie più perfezionate a disposizione che non comportino costi eccessivi, nonché del contesto geografico
         o della necessità di impianti specializzati per determinati tipi di rifiuti, permettendo lo smaltimento dei rifiuti in uno
         degli impianti appropriati più vicini, grazie all’utilizzazione dei metodi e delle tecnologie più idonei a garantire un alto
         grado di protezione dell’ambiente e della salute pubblica
      
      155   Peraltro, dai documenti prodotti dalla Commissione, in particolare dalla relazione richiamata al punto 92 delle conclusioni
         dell’avvocato generale, nonché dallo studio datato luglio 2002 e citato al punto 134 di questa sentenza, emerge che alla data
         di scadenza del termine impartito nel parere motivato del 2001 la rete irlandese degli impianti di smaltimento considerata
         nel suo complesso era prossima alla saturazione e non era sufficiente ad assorbire i rifiuti prodotti in tale Stato membro.
         Risulta inoltre dai documenti citati che tale situazione era accompagnata dalla comparsa di un elevato numero di discariche
         e di depositi abusivi in tutto il paese.
      
      156   È giocoforza rilevare che le informazioni precise e circostanziate contenute in questi vari documenti non sono state contestate
         in modo sostanziale e dettagliato dall’Irlanda, la quale si è limitata a mettere in dubbio, in termini assai generali, la
         loro valenza probatoria, senza rispondere quindi ai requisiti indicati ai punti 42-47 di questa sentenza.
      
      157   Di conseguenza, si deve rilevare che, alla data di scadenza del termine stabilito nel parere motivato del 2001, l’Irlanda
         non aveva assunto le misure appropriate ai fini della creazione di una rete integrata e adeguata di impianti di smaltimento
         che, come emerge dall’art. 5 della direttiva, deve consentire alla Comunità nel suo insieme di garantire lo smaltimento dei
         suoi rifiuti e agli Stati membri di mirare individualmente al conseguimento di tale obiettivo. 
      
      158   Risulta da quanto precede che dev’essere accolta la censura della Commissione basata sulla violazione dell’art. 5 della direttiva.
         
      
       Sulla violazione dell’art. 4 della direttiva
      –       Argomenti delle parti
      159   La Commissione afferma che l’assenza prolungata di un regime di autorizzazione operativo e conforme agli artt. 9 e 10 della
         direttiva è sufficiente, di per sé stessa, a dimostrare che l’Irlanda non ha adottato le misure necessarie per assicurare
         che i rifiuti fossero ricuperati o smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e senza usare procedimenti o metodi che
         potrebbero arrecare pregiudizio all’ambiente, come era tenuta a fare ai sensi dell’art. 4, primo comma, della direttiva. 
      
      160   Poiché quest’ultima disposizione va interpretata alla luce dei principi di precauzione e di prevenzione, la sua violazione
         non richiederebbe l’esistenza di un danno effettivo. Nella fattispecie, come risulterebbe, in particolare, dall’istruttoria
         svolta con riferimento alle denunce 1997/4705, 1997/4792, 1999/4801, 1999/5008, 2000/4408, 2000/4145 e 2000/4633, le operazioni
         illecite denunciate da queste ultime avrebbero effettivamente cagionato numerosi casi di deterioramento di aree che presentano
         un particolare interesse, nonché concreti danni all’ambiente, senza che l’Irlanda abbia assunto le misure necessarie per porvi
         rimedio, segnatamente vigilando sul risanamento delle aree nonché sullo smaltimento o sul recupero, in forma adeguata, dei
         rifiuti abusivamente depositati sulle aree stesse.
      
      161   Il governo irlandese non avrebbe neppure ottemperato al suo obbligo di vietare lo scarico o lo smaltimento incontrollato dei
         rifiuti, ai sensi dell’art. 4, secondo comma, della direttiva. 
      
      162   Quanto al primo comma del citato art. 4, il governo irlandese ritiene che la Commissione non abbia dimostrato né l’assenza
         di un sistema di autorizzazioni conforme all’art. 9 della direttiva alla scadenza del termine stabilito nel parere motivato
         del 2001, né l’esistenza di concrete ripercussioni ambientali imputabili alle autorità irlandesi. Peraltro, la direttiva non
         vieterebbe di autorizzare un’attività di discarica di rifiuti in aree ecologicamente sensibili.
      
      163   La Commissione non avrebbe neppure dimostrato che le autorità irlandesi si sono astenute dal disciplinare i problemi persistenti
         generati da precedenti attività. Sarebbero state previste misure appropriate nell’ambito delle autorizzazioni concesse con
         riferimento ad aree esistenti, quali quelle di Kilbarry e di Tramore, nonché quella di Drumnaboden, considerate, rispettivamente,
         nelle denunce 1999/5008 e 2000/4408, mentre l’individuazione e la valutazione delle discariche chiuse prima di essere sottoposte
         ad autorizzazione sarebbe prevista dall’art. 22, n. 7, lett. h), della legge del 1996, cosicché potrebbero intervenire eventuali
         provvedimenti di riassetto, tenendo conto del rapporto costo-efficacia.
      
      164   La Commissione non avrebbe neppure dato prova di una violazione dell’art. 4, secondo comma, della direttiva alla data di scadenza
         del termine impartito nel citato parere motivato.
      
      –       Giudizio della Corte
      165   Si deve rilevare che l’obbligo di smaltire i rifiuti senza pericoli per la salute umana né danni per l’ambiente fa parte degli
         obiettivi stessi della politica della Comunità nel settore ambientale, e che l’art. 4 della direttiva mira ad attuare il principio
         dell’azione preventiva di cui all’art. 174, n. 2, primo comma, seconda frase, CE, in forza del quale spetta alla Comunità
         e agli Stati membri prevenire, ridurre e, nei limiti del possibile, eliminare sin dall’origine le fonti di inquinamento o
         di inconvenienti mediante l’adozione di provvedimenti atti a sradicare i rischi noti (v. sentenze 5 ottobre 1999, cause riunite
         C‑175/98 e C‑177/98, Lirussi e Bizzaro, Racc. pag. I‑6881, punto 51, e 4 luglio 2000, causa C‑387/97, Commissione/Grecia,
         Racc. pag. I‑5047, punto 94). 
      
      166   Per un verso, il citato art. 4 enuncia gli obiettivi che gli Stati membri devono rispettare nell’adempimento degli obblighi
         più specifici loro imposti da altre disposizioni della direttiva (v., in tal senso, sentenza 23 febbraio 1994, causa C‑236/92,
         Comitato di coordinamento per la difesa della cava e a., Racc. pag. I‑483, punto 12). 
      
      167   A tal proposito emerge dalla lettera stessa degli artt. 9, n. 1, primo comma, e 10 della direttiva che è segnatamente «[a]i
         fini dell’applicazione» dell’art. 4 di quest’ultima che tutti gli stabilimenti o imprese che effettuano operazioni di smaltimento
         o di recupero di rifiuti debbono ottenere un’autorizzazione. Come ricordato al punto 150 della presente sentenza, tale espressione
         significa che l’attuazione del citato art. 4 si presume realizzata segnatamente con il rilascio di autorizzazioni individuali
         (v. citata sentenza Commune de Braine‑le‑Château e a., punti 41 e 43). 
      
      168   Per altro verso, anche se l’art. 4, primo comma, della direttiva non precisa il contenuto concreto delle misure che devono
         essere adottate per assicurare che i rifiuti siano smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e senza arrecare pregiudizio
         all’ambiente, ciò non toglie che tale disposizione, che prevede obblighi autonomi rispetto a quelli derivanti da altre disposizioni
         della direttiva, vincola gli Stati membri circa l’obiettivo da raggiungere, pur lasciando agli stessi un potere discrezionale
         nella valutazione della necessità di tali misure (citate sentenze San Rocco, punto 67, e 4 luglio 2000, Commissione/Grecia,
         punti 55 e 58). 
      
      169   Se non è quindi possibile in via di principio dedurre direttamente dalla mancata conformità di una situazione di fatto agli
         obiettivi fissati all’art. 4, primo comma, della direttiva che lo Stato membro interessato sia necessariamente venuto meno
         agli obblighi imposti da questa disposizione, cioè adottare le misure necessarie per assicurare che i rifiuti siano smaltiti
         senza pericolo per la salute dell’uomo e senza arrecare pregiudizio all’ambiente, è tuttavia pacifico che la persistenza di
         una tale situazione di fatto, in particolare quando comporta un degrado rilevante dell’ambiente per un periodo prolungato
         senza intervento delle autorità competenti, può rivelare che gli Stati membri hanno oltrepassato il potere discrezionale che
         questa disposizione conferisce loro (sentenza San Rocco, cit., punti 67 e 68). 
      
      170   Nella fattispecie, come risulta dal punto 139 di questa sentenza, è dimostrato che, alla data di scadenza del termine di due
         mesi stabilito nel parere motivato del 2001, l’Irlanda si è resa inadempiente, in modo generale e persistente, rispetto al
         suo obbligo di garantire la corretta attuazione degli artt. 9 e 10 della direttiva. 
      
      171   Come rilevato dall’avvocato generale al punto 98 delle sue conclusioni, tale circostanza è sufficiente a dimostrare che l’Irlanda
         si è resa inadempiente, anche in questo caso in modo generale e persistente, agli obblighi derivanti dall’art. 4 della direttiva,
         disposizione questa strettamente collegata agli artt. 9 e 10 della stessa. 
      
      172   Infatti, per un verso, come ricordato ai punti 118 e 167 di questa sentenza, il regime di autorizzazione di cui agli artt.
         9 e 10 della direttiva è destinato a garantire che le operazioni di smaltimento e di recupero di rifiuti, condotte previo
         ottenimento di siffatte autorizzazioni, rispondano agli obiettivi enunciati dall’art. 4, primo comma, di quest’ultima. A tal
         fine le citate autorizzazioni devono necessariamente contenere un certo numero di requisiti espressamente previsti dall’art. 9
         della direttiva, che contempla segnatamente, a tal proposito, i tipi ed i quantitativi di rifiuti, i requisiti tecnici, le
         precauzioni da prendere in materia di sicurezza, il luogo di smaltimento e il metodo di trattamento. Ne discende che il controllo
         esercitato in occasione di tali domande di autorizzazione, nonché le prescrizioni, le condizioni e gli obblighi contenuti
         nelle dette autorizzazioni rappresentano altrettanti strumenti per il perseguimento degli obiettivi enunciati al citato primo
         comma.
      
      173   Per altro verso, emerge dall’art. 4, secondo comma, della direttiva che gli Stati membri sono tenuti, in particolare, a vietare
         lo smaltimento incontrollato dei rifiuti. 
      
      174   Nella fattispecie, l’inadempimento di carattere generale e persistente agli obblighi derivanti dall’art. 4 della direttiva,
         che è stato quindi dimostrato sulla base della violazione dei requisiti di cui agli artt. 9 e 10 di quest’ultima, è accompagnato
         inoltre, in talune situazioni concrete denunciate dalla Commissione, da un inadempimento all’obbligo più specifico richiamato
         ai punti 168 e 169 della presente sentenza. 
      
      175   Emerge infatti dai punti 54, 55, 84, 94 e 101 di questa sentenza che, alla data di scadenza del termine stabilito nel parere
         motivato del 2001, l’Irlanda, trovandosi di fronte a situazioni concrete stabilmente difformi dagli obiettivi di cui all’art. 4,
         primo comma, della direttiva, le quali hanno cagionato un significativo degrado dell’ambiente, si era astenuta dall’assumere
         i provvedimenti necessari per garantire che i rifiuti in questione fossero smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo
         e senza arrecare pregiudizio all’ambiente, di modo che tale Stato membro ha oltrepassato il margine di discrezionalità conferitogli
         da tale disposizione.
      
      176   Da quanto precede emerge che la censura della Commissione basata sulla violazione dell’art. 4 della direttiva è fondata. 
       Sulla violazione dell’art. 8 della direttiva
      –       Argomenti delle parti 
      177   Secondo la Commissione, l’Irlanda ha del pari violato l’art. 8 della direttiva, non avendo controllato che i detentori di
         rifiuti smaltiti senza autorizzazione li consegnassero ad un raccoglitore privato o pubblico ovvero ad un’impresa autorizzata
         a svolgere operazioni di smaltimento o di recupero, ovvero che garantissero essi stessi un tale smaltimento o recupero, dopo
         aver ottenuto un’autorizzazione conforme ai requisiti indicati dalla direttiva. Esempi concreti di violazione di tale disposizione
         emergerebbero, in particolare, dall’esame dei fatti che sono oggetto delle denunce 1997/4792, 1999/4801, 1999/5112, 2000/4145
         e 2000/4633. 
      
      178   Il governo irlandese afferma che la Commissione non ha dimostrato la sussistenza dell’asserito inadempimento.
      –       Giudizio della Corte
      179   L’art. 8 della direttiva, che garantisce segnatamente l’attuazione del principio dell’azione preventiva, prevede che gli Stati
         membri siano tenuti ad accertare che il detentore di rifiuti li consegni ad un raccoglitore privato o pubblico o ad un’impresa
         che effettua le operazioni di smaltimento e di recupero oppure che il detentore di rifiuti provveda egli stesso al recupero
         o allo smaltimento, conformandosi alle disposizioni della direttiva (sentenza Lirussi e Bizzaro, cit., punto 52). 
      
      180   Va rilevato, in primo luogo, che tali obblighi sono il corollario del divieto di abbandono, scarico e smaltimento incontrollato
         dei rifiuti dettato dall’art. 4, secondo comma, della direttiva, disposizione la cui violazione da parte dell’Irlanda è già
         stata rilevata al punto 176 della presente sentenza (v. sentenza 7 settembre 2004, causa C‑1/03, Van de Walle e a., Racc. pag. I‑7613,
         punto 56). 
      
      181   In secondo luogo, il gestore o il proprietario di una discarica abusiva dev’essere considerato detentore dei rifiuti ai sensi
         dell’art. 8 della direttiva, cosicché tale disposizione impone allo Stato membro interessato l’obbligo di adottare nei confronti
         di questo gestore le misure necessarie affinché questi rifiuti siano consegnati ad un raccoglitore privato o pubblico o ad
         un’impresa di smaltimento, salvo che tale gestore provveda egli stesso al loro recupero o smaltimento (v., segnatamente, sentenze
         San Rocco, cit., punto 108; 9 settembre 2004, causa C‑383/02, Commissione/Italia, non pubblicata nella Raccolta, punti 40,
         42 e 44, nonché 25 novembre 2004, causa C‑447/03, Commissione/Italia, non pubblicata nella Raccolta, punti 27, 28 e 30). 
      
      182   La Corte ha peraltro stabilito che tale obbligo non è soddisfatto quando lo Stato membro si limiti ad ordinare il sequestro
         della discarica abusiva e ad avviare un procedimento penale contro il gestore di tale discarica (sentenza San Rocco, cit.,
         punto 109). 
      
      183   Nella fattispecie, è giocoforza rilevare che, come giustamente sottolineato dalla Commissione, alla data di scadenza del termine
         stabilito nel parere motivato del 2001 l’Irlanda non aveva ottemperato al suo obbligo di garantire l’attuazione corretta dell’art. 8
         della direttiva. 
      
      184   Infatti, come emerge dai punti 127 e 139 di questa sentenza, risulta dimostrato che, a tale data, l’Irlanda era inadempiente
         in modo generale e persistente al suo obbligo di garantire la corretta attuazione dell’art. 9 della direttiva, tollerando
         la prosecuzione di attività di smaltimento di rifiuti da parte di imprese o stabilimenti privi dell’autorizzazione prevista
         dalla disposizione citata, senza garantire la cessazione e l’effettiva sottoposizione a sanzioni delle attività in oggetto.
         
      
      185   Dal rilievo di cui al punto precedente può quindi dedursi che l’Irlanda non ha garantito che i detentori di rifiuti si conformassero
         all’obbligo ad essi incombente di consegnare gli stessi ad un raccoglitore privato o pubblico, o ad un’impresa che effettua
         le operazioni previste nell’allegato II A o II B della direttiva, oppure provvedessero essi stessi al ricupero o allo smaltimento,
         conformandosi alle disposizioni della direttiva medesima.
      
      186   Inoltre, dai rilievi effettuati ai punti 60, 89, 94 e 101 della presente sentenza emerge che, alla data di scadenza del termine
         stabilito nel parere motivato del 2001, l’Irlanda si era astenuta, nei vari casi concreti in questione, dall’ottemperare all’obbligo
         richiamato al punto 181 di questa sentenza. 
      
      187   La censura della Commissione basata sulla violazione dell’art. 8 della direttiva deve pertanto essere accolto. 
       Sulla violazione degli artt. 13 e 14 della direttiva
      –       Argomenti delle parti
      188   Secondo la Commissione, l’inosservanza degli artt. 9 e 10 della direttiva implica inevitabilmente una violazione dell’art. 13
         della stessa, il quale prevede che gli stabilimenti o le imprese che effettuano le operazioni previste agli artt. 9 e 10 siano
         sottoposti a controlli periodici, e dell’art. 14 della stessa, relativo alla tenuta dei registri da parte dei detti operatori.
         
      
      189   L’Irlanda afferma di non aver violato gli artt. 9 e 10 della direttiva. Essa nega inoltre di essere venuta meno all’obbligo
         di attuare controlli periodici. L’art. 15 della legge del 1996 trasporrebbe correttamente l’art. 13 della direttiva e nulla,
         in quest’ultima disposizione, indicherebbe che i controlli richiesti possono essere effettuati solamente nei confronti di
         operatori titolari di un’autorizzazione. Secondo l’Irlanda, non vi sarebbe neppure alcun collegamento automatico tra la concessione
         di un’autorizzazione e la tenuta del registro richiesto dall’art. 14 della direttiva.
      
      –       Giudizio della Corte 
      190   Ai sensi dell’art. 13 della direttiva, gli adeguati controlli periodici richiesti da tale disposizione devono avere ad oggetto,
         segnatamente, gli stabilimenti o le imprese che effettuano le operazioni previste agli artt. 9 e 10 della direttiva stessa.
         Peraltro, come emerge in particolare dal punto 118 di questa sentenza, tali stabilimenti o imprese devono ottenere, ai sensi
         di queste due ultime disposizioni, una previa autorizzazione individuale contenente un certo numero di prescrizioni e condizioni.
         
      
      191   Orbene, è giocoforza rilevare che, in mancanza di siffatte autorizzazioni e, di conseguenza, in mancanza di prescrizioni e
         di condizioni stabilite da queste ultime con riferimento ad un’impresa o ad uno stabilimento determinato, i controlli eventualmente
         effettuati presso questi ultimi non possono, in ipotesi, rispondere alle esigenze di cui all’art. 13 della direttiva. Infatti,
         uno degli scopi essenziali dei controlli previsti da tale disposizione è, evidentemente, quello di verificare l’osservanza
         delle prescrizioni e delle condizioni stabilite nell’autorizzazione rilasciata ai sensi degli artt. 9 e 10 della direttiva.
         
      
      192   Lo stesso vale con riferimento alla tenuta dei registri da parte degli stabilimenti o delle imprese considerate da queste
         ultime disposizioni, che, come precisato dall’art. 14 della direttiva, devono indicare in particolare la quantità e la natura
         dei rifiuti, o anche la modalità di trattamento degli stessi. Infatti, indicazioni di tal genere sono intese, segnatamente,
         a consentire alle autorità di controllo di verificare l’osservanza delle prescrizioni e delle condizioni stabilite all’interno
         delle autorizzazioni rilasciate in conformità alla direttiva, le quali, ai sensi dell’art. 9 di quest’ultima, devono avere
         ad oggetto in particolare i tipi e i quantitativi di rifiuti, nonché il metodo di trattamento.
      
      193   Nella fattispecie, dal punto 139 di questa sentenza emerge che, alla data di scadenza del termine di due mesi stabilito nel
         parere motivato del 2001, l’Irlanda era inadempiente, in modo generale e persistente, al suo obbligo di garantire la corretta
         attuazione degli artt. 9 e 10 della direttiva. Ne discende che questo Stato membro era inadempiente, in modo corrispondente,
         al suo obbligo di garantire la corretta attuazione degli artt. 13 e 14 della stessa. 
      
      194   Risulta da quanto precede che la censura della Commissione basata sulla violazione di tali ultime disposizioni è fondata.
         
      
       Sulla violazione dell’art. 10 CE
      195   La Commissione chiede inoltre alla Corte di dichiarare che l’Irlanda è venuta meno agli obblighi che le incombono ai sensi
         dell’art. 10 CE, non avendo risposto alla sua lettera 20 settembre 1999 intesa ad ottenere osservazioni in merito alla denuncia
         1999/4478. 
      
      196   Il governo irlandese non nega di essere stato inadempiente agli obblighi che gli derivano dalla citata disposizione.
      197   Occorre rilevare in proposito che, ai sensi dell’ art. 10 CE, gli Stati membri sono tenuti a facilitare alla Commissione lo
         svolgimento del suo compito, che consiste in particolare, a norma dell’art. 211 CE, nel vigilare sull’applicazione delle disposizioni
         adottate dalle istituzioni in forza del Trattato (v., segnatamente, sentenza 13 dicembre 1991, causa C‑33/90, Commissione/Italia,
         Racc. pag. I‑5987, punto 18). 
      
      198   Ne discende che gli Stati membri hanno l’obbligo di cooperare lealmente ad ogni indagine svolta dalla Commissione ex art. 226
         CE e di fornirle tutte le informazioni che essa loro richieda all’uopo (sentenze 11 dicembre 1985, causa 192/84, Commissione/Grecia,
         Racc. pag. 3967, punto 19, e 13 luglio 2004, causa C‑82/03, Commissione/Italia, Racc. pag. I‑6635, punto 15).
      
      199   Di conseguenza, la censura della Commissione basata su una violazione dell’art. 10 CE deve essere accolta. 
      200   Alla luce di quanto sopra, si deve dichiarare che:
      –       non avendo adottato tutte le misure necessarie a garantire la corretta attuazione degli artt. 4, 5, 8, 9, 10, 12, 13 e 14
         della direttiva, l’Irlanda non ha ottemperato agli obblighi che le incombono ai sensi delle disposizioni citate; 
      
      –       non avendo risposto a una richiesta d’informazioni, datata 20 settembre 1999, relativa ad operazioni aventi ad oggetto rifiuti,
         svoltesi a Fermoy, nella contea di Cork, l’Irlanda non ha ottemperato agli obblighi che le incombono ai sensi dell’art. 10
         CE. 
      
       Sulle spese
      201    Ai sensi dell’art. 69, n. 2, del regolamento di procedura, la parte soccombente è condannata alle spese se ne è stata fatta
         domanda. Poiché la Commissione ne ha fatto domanda, l’Irlanda, rimasta soccombente, dev’essere condannata alle spese.
      
      Per questi motivi, la Corte (Grande Sezione) dichiara e statuisce:
      1)      Non avendo adottato tutte le misure necessarie a garantire la corretta attuazione delle disposizioni degli artt. 4, 5, 8,
            9, 10, 12, 13 e 14 della direttiva del Consiglio 15 luglio 1975, 75/442/CEE, relativa ai rifiuti, come modificata dalla direttiva
            del Consiglio 18 marzo 1991, 91/156/CEE, l’Irlanda è venuta meno agli obblighi che le incombono ai sensi delle disposizioni
            citate.
      2)      Non avendo risposto a una richiesta d’informazioni, datata 20 settembre 1999, relativa ad operazioni aventi ad oggetto rifiuti,
            svoltesi a Fermoy, nella contea di Cork, l’Irlanda è venuta meno agli obblighi che le incombono ai sensi dell’art. 10 CE.
      3)      L’Irlanda è condannata alle spese.
      Firme
      * Lingua processuale: l'inglese.