CELEX: 62007TJ0138
Language: it
Date: 2011-07-13
Title: Sentenza del Tribunale (Ottava Sezione) del 13 luglio 2011.#Schindler Holding Ltd e altri contro Commissione europea.#Concorrenza - Intese - Mercato dell'installazione e della manutenzione degli ascensori e delle scale mobili - Decisione che constata una violazione dell'art. 81 CE - Manipolazione delle gare d'appalto - Ripartizione dei mercati - Fissazione dei prezzi.#Causa T-138/07.

Causa T‑138/07
      Schindler Holding Ltd e altri 
      contro
      Commissione europea
      «Concorrenza — Intese — Mercato dell’installazione e della manutenzione degli ascensori e delle scale mobili — Decisione che constata un’infrazione all’art. 81 CE — Manipolazione delle gare d’appalto — Ripartizione dei mercati — Fissazione dei prezzi»
      Massime della sentenza
      1.      Concorrenza — Procedimento amministrativo — Diritto ad un processo equo — Inapplicabilità dell’art. 6 della Convenzione europea
            dei diritti dell’uomo
      (Art. 81 CE; Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, art. 47)
      2.      Concorrenza — Procedimento amministrativo — Decisione con cui la Commissione constata un’infrazione e infligge ammende — Natura
            penale — Insussistenza
      (Artt. 81 CE e 229 CE; regolamento n. 1/2003, artt. 23, n. 5, e 31)
      3.      Concorrenza — Procedimento amministrativo — Decisione della Commissione con cui viene constatata un’infrazione — Utilizzo
            di dichiarazioni di altre imprese che hanno partecipato all’infrazione come elemento di prova — Ammissibilità — Presupposti
      (Artt. 81 CE e 82 CE)
      4.      Atti delle istituzioni — Notifica — Irregolarità — Effetti — Sospensione del termine di ricorso
      (Artt. 230, quinto comma, CE, e 254, n. 3, CE)
      5.      Concorrenza — Regole dell’Unione — Infrazioni — Imputazione — Società controllante e sue controllate — Unità economica — Criteri
            di valutazione — Presunzione di un’influenza determinante esercitata dalla società controllante sulle controllate da essa
            detenute al 100% 
      (Art. 81 CE; regolamento del Consiglio n. 1/2003, art. 23, n. 2)
      6.      Concorrenza — Regole dell’Unione — Infrazioni — Imputazione — Società controllante e sue controllate — Presunzione di un’influenza
            determinante esercitata dalla società controllante sulle controllate da essa detenute al 100% 
      (Art. 81 CE; regolamento del Consiglio n. 1/2003, art. 23, n. 2)
      7.      Diritto dell’Unione — Principi generali del diritto — Certezza del diritto — Legalità delle pene — Portata
      8.      Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Potere discrezionale conferito alla Commissione dall’art. 23, n. 2, del
            regolamento n. 1/2003 — Violazione del principio di legalità delle pene — Insussistenza — Prevedibilità delle modifiche introdotte
            dagli orientamenti 
      (Art. 229 CE; regolamenti del Consiglio n. 17, art. 15, n. 2, e n. 1/2003, artt. 23, n. 2, e 31; comunicazioni della Commissione
            98/C 9/03 e 2002/C 45/03)
      9.      Concorrenza — Regole dell’Unione – Infrazioni — Ammende — Determinazione — Criteri — Inasprimento generale delle ammende
      (Regolamenti n. 17, art. 15, n. 2, e n. 1/2003, art. 23, n. 2)
      10.    Concorrenza — Ammende — Competenza propria della Commissione derivante dal Trattato
      [Artt. 81 CE, 82 CE, 83, nn. 1 e 2, lett. a) e d), CE, 202, terzo trattino, CE e 211, primo trattino, CE; regolamenti del
            Consiglio n. 17 e n. 1/2003]
      11.    Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Applicazione degli orientamenti per il calcolo delle ammende — Violazione
            del principio di irretroattività delle leggi penali — Insussistenza
      (Regolamento del Consiglio n. 1/2003, art. 23; comunicazione della Commissione 98/C 9/03)
      12.    Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Applicazione degli orientamenti per il calcolo delle ammende — Ammissibilità
            — Violazione dei principi di tutela del legittimo affidamento, di trasparenza e di prevedibilità — Insussistenza
      (Comunicazione della Commissione 1998/C 9/03)
      13.    Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Applicazione della comunicazione sulla cooperazione — Violazione dei principi
            di irretroattività e di tutela del legittimo affidamento — Insussistenza
      (Comunicazione della Commissione 2002/C 45/03)
      14.    Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Non imposizione o riduzione dell’ammenda in contropartita della cooperazione
            dell’impresa incriminata — Violazione del diritto a non contribuire alla propria incriminazione e dei principi di presunzione
            di innocenza e di proporzionalità — Insussistenza — Eccesso di potere discrezionale della Commissione nell’adozione della
            comunicazione sulla cooperazione — Insussistenza
      (Art. 81 CE; Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, art. 48; regolamento del Consiglio n. 1/2003, artt. 18‑21
            e 23; comunicazione della Commissione 2002/C 45/03, punti 11 e 23)
      15.    Diritto dell’Unione — Principi — Diritti fondamentali — Diritto di proprietà — Restrizioni — Ammissibilità
      (Artt. 81 CE, 82 CE e 295 CE; regolamento del Consiglio n. 1/2003, art. 23, n. 2)
      16.    Concorrenza — Ammende — Orientamenti per il calcolo delle ammende — Natura giuridica
      (Comunicazione della Commissione 98/C 9/03)
      17.    Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Criteri — Gravità dell’infrazione — Obbligo di prendere in considerazione
            l’impatto concreto sul mercato — Insussistenza — Ruolo fondamentale del criterio vertente sulla natura dell’infrazione
      (Regolamento del Consiglio n. 1/2003, art. 23, n. 2; comunicazione della Commissione 98/C 9/03, punto 1 A)
      18.    Concorrenza — Ammende — Decisione con cui vengono inflitte ammende — Obbligo di motivazione — Portata
      (Art. 253 CE; comunicazione della Commissione 98/C 9/03)
      19.    Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Criteri — Gravità dell’infrazione — Obbligo di prendere in considerazione
            le dimensioni del mercato — Insussistenza
      (Comunicazione della Commissione 98/C 9/03, punto 1 A, secondo comma, terzo trattino)
      20.    Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Criteri — Gravità dell’infrazione — Presa in considerazione dell’effettiva
            capacità economica dell’impresa di arrecare un danno — Obbligo di fissare l’importo dell’ammenda in modo proporzionale alle
            dimensioni dell’impresa — Insussistenza — Determinazione dell’importo dell’ammenda in funzione di una ripartizione dei membri
            dell’intesa in categorie — Presupposti — Sindacato giurisdizionale
      (Regolamento del Consiglio n. 1/2003, art. 23, n. 2; comunicazione della Commissione 98/C 9/03, punto 1 A)
      21.    Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Criteri — Circostanze attenuanti — Cessazione dell’infrazione prima dell’intervento
            della Commissione — Ipotesi di un’infrazione grave — Esclusione
      (Art. 81 CE; regolamento del Consiglio n. 1/2003, art. 23, n. 2; comunicazione della Commissione 98/C 9/03, punto 3, terzo
            trattino)
      22.    Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Criteri — Circostanze attenuanti — Obbligo per la Commissione di prendere
            in considerazione un programma di messa in conformità dell’impresa interessata alle regole di concorrenza — Insussistenza
      (Art. 81 CE; regolamento n. 1/2003, art. 23, n. 2; comunicazione della Commissione 98/C 9/03)
      23.    Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Criteri — Riduzione dell’importo dell’ammenda in contropartita di una cooperazione
            dell’impresa incriminata
      (Regolamento del Consiglio n. 1/2003, art. 23, n. 2; comunicazione della Commissione 2002/C 45/03)
      24.    Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Criteri — Comportamento dell’impresa durante il procedimento amministrativo
            — Valutazione del grado della cooperazione fornita da ciascuna delle imprese partecipanti all’intesa
      (Regolamento del Consiglio n. 1/2003, art. 23, n. 2; comunicazione della Commissione 2002/C 45/03)
      25.    Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Margine di discrezionalità riservato alla Commissione — Limiti — Rispetto
            del principio di proporzionalità — Presupposti
      (Regolamento del Consiglio n. 1/2003, art. 23, n. 2)
      1.      Il principio in forza del quale ogni persona ha diritto ad un processo equo è un principio generale del diritto dell’Unione,
         riaffermato dall’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e garantito dall’art. 6 della Convenzione
         europea dei diritti dell’uomo. Tale principio si ispira ai diritti fondamentali che fanno parte integrante dei principi generali
         del diritto dell’Unione dei quali la Corte garantisce l’osservanza ispirandosi alle tradizioni costituzionali comuni degli
         Stati membri e alle indicazioni fornite in particolare dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Anche se, adottando un’interpretazione
         autonoma della nozione di «accusa penale», gli organi della Convenzione europea dei diritti dell’uomo hanno gettato le basi
         per una progressiva estensione dell’applicazione della parte penale dell’art. 6 a settori che formalmente non rientrano nelle
         categorie classiche del diritto penale, quali le sanzioni pecuniarie inflitte per violazione delle norme in materia di concorrenza,
         tuttavia, per quanto riguarda le categorie che non fanno parte del nucleo centrale del diritto penale, le garanzie penalistiche
         scaturenti dall’art. 6 non devono essere necessariamente applicate in tutto il loro rigore.
      
      (v. punti 51-52)
      2.      Le decisioni della Commissione mediante le quali vengono inflitte ammende per violazione del diritto della concorrenza non
         hanno carattere penale. Pertanto, un procedimento nel quale la Commissione adotta una decisione con cui constata un’infrazione
         e infligge ammende che può essere successivamente sottoposta al controllo del giudice dell’Unione soddisfa i requisiti di
         cui all’art. 6, n. 1, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Sebbene la Commissione non sia un tribunale ai sensi
         dell’art. 6 di tale Convenzione, tuttavia, essa ha l’obbligo di rispettare i principi generali dell’ordinamento giuridico
         dell’Unione durante il procedimento amministrativo. 
      
      Peraltro, il controllo esercitato dal giudice dell’Unione sulle decisioni della Commissione garantisce che siano soddisfatti
         i requisiti di un processo equo, quale previsto dall’art. 6, n. 1, della suddetta Convenzione. A tal riguardo, occorre che
         l’impresa interessata possa impugnare qualsiasi decisione presa nei suoi confronti dinanzi ad un organo giurisdizionale dotato
         di una competenza anche di merito, che possa in particolare riformare in qualunque punto, in fatto come in diritto, la decisione
         adottata. Orbene, allorché verifica la legittimità di una decisione che constata un’infrazione all’art. 81 CE, il giudice
         dell’Unione può essere invitato dai ricorrenti a procedere ad un esame esaustivo sia della ricostruzione materiale dei fatti,
         sia della loro valutazione giuridica da parte della Commissione. Inoltre, per quanto concerne le ammende, esso dispone di
         una competenza giurisdizionale estesa anche al merito, in forza dell’art. 229 CE e dell’art. 31 del regolamento n. 1/2003.
         
      
      (v. punti 53-56)
      3.      Nessuna disposizione né alcun principio generale del diritto dell’Unione vieta alla Commissione di avvalersi, nei confronti
         di un’impresa, delle dichiarazioni di altre imprese. Se ciò non fosse, l’onere della prova dei comportamenti contrari agli
         artt. 81 CE e 82 CE, che incombe alla Commissione, sarebbe insostenibile e incompatibile con il compito di vigilanza sulla
         corretta applicazione di tali disposizioni ad essa attribuita dal Trattato. Tuttavia, la dichiarazione di un’impresa accusata
         di avere preso parte ad un’intesa, la cui esattezza viene contestata da varie imprese incriminate, non può essere considerata
         una prova sufficiente dei fatti controversi qualora non sia confermata da altri elementi probatori. 
      
      (v. punto 57)
      4.      Le irregolarità nel procedimento di notifica di una decisione sono estranee all’atto e non possono quindi inficiarne la legittimità.
         Irregolarità del genere possono solo ostacolare, in talune circostanze, la decorrenza del termine d’impugnazione di cui all’art. 230,
         quinto comma, CE. Non è questo il caso nell’ipotesi in cui la ricorrente abbia incontestabilmente preso conoscenza del contenuto
         della decisione e si sia avvalsa del proprio diritto di ricorso entro il termine previsto da detto articolo. 
      
      (v. punto 61)
      5.      Il comportamento di una controllata può essere imputato alla società controllante in particolare qualora, pur avendo personalità
         giuridica distinta, tale controllata non determini in modo autonomo la sua linea di condotta sul mercato, ma si attenga, in
         sostanza, alle istruzioni che le vengono impartite dalla società controllante, in considerazione, in particolare, dei vincoli
         economici, organizzativi e giuridici che intercorrono tra i due soggetti giuridici. Infatti, in una simile situazione la società
         controllante e la sua controllata fanno parte di una stessa unità economica e, pertanto, formano una sola impresa. Così, il
         fatto che una società controllante e la propria controllata costituiscano una sola impresa ai sensi dell’art. 81 CE consente
         alla Commissione di emanare una decisione che infligge ammende alla società controllante, senza necessità di dimostrare l’implicazione
         personale di quest’ultima nell’infrazione. 
      
      Nel caso particolare in cui una società controllante detenga il 100% del capitale della propria controllata, la quale abbia
         infranto le norme dell’Unione in materia di concorrenza, da un lato, tale società controllante può esercitare un’influenza
         determinante sul comportamento della controllata e, dall’altro, esiste una presunzione relativa secondo cui detta società
         controllante esercita effettivamente un’influenza determinante sul comportamento della propria controllata. 
      
      In simili circostanze, è sufficiente che la Commissione dimostri che l’intero capitale di una controllata è detenuto dalla
         sua società controllante per presumere che quest’ultima eserciti un’influenza determinante sulla politica commerciale di tale
         controllata. La Commissione potrà poi ritenere la società controllante solidalmente responsabile per il pagamento dell’ammenda
         inflitta alla propria controllata, a meno che tale società controllante, cui incombe l’onere di confutare la suddetta presunzione,
         non fornisca sufficienti elementi di prova idonei a dimostrare che la propria controllata si comporta in maniera autonoma
         sul mercato.
      
      (v. punti 69-72, 82)
      6.      Nel caso particolare in cui una società controllante detenga il 100% del capitale della propria controllata, la quale abbia
         infranto le norme dell’Unione in materia di concorrenza, ai fini dell’imputazione del comportamento illecito di una controllata
         alla sua società controllante non occorre la prova che la società controllante influenzi la politica della propria controllata
         nel settore specifico oggetto dell’infrazione. Per contro, i vincoli organizzativi, economici e giuridici esistenti tra la
         società controllante e la sua controllata possono provare l’esistenza di un’influenza della prima sulla strategia della seconda
         e, pertanto, giustificare il fatto di considerarle come un’unica entità economica. Pertanto, se la Commissione dimostra che
         tutto il capitale di una controllata è detenuto dalla sua controllante, può considerare la società controllante come responsabile
         in solido per il pagamento dell’ammenda inflitta alla sua controllata, salvo quando la società controllante dimostri che la
         sua controllata agisce autonomamente sul mercato. Infatti, non è una relazione di istigazione a commettere l’illecito tra
         la controllante e la sua controllata né, a maggior ragione, un’implicazione della prima in tale illecito, ma il fatto che
         esse costituiscono un’unica impresa ai sensi dell’art. 81 CE che permette alla Commissione di adottare la decisione che impone
         ammende nei confronti della società controllante di un gruppo di società. 
      
      La circostanza che la società controllante non abbia fornito alle proprie controllate istruzioni che abbiano consentito o
         favorito contatti contrari all’art. 81 CE e non abbia avuto conoscenza di simili contatti non costituisce un elemento idoneo
         a dimostrare l’autonomia di dette controllate. Neanche il fatto che le controllate abbiano partecipato ad infrazioni distinte,
         di natura diversa, in quattro differenti paesi, può confutare la presunzione di responsabilità, in quanto la Commissione non
         si è basata su un eventuale parallelismo tra le infrazioni accertate per imputare alla società controllante la responsabilità
         del comportamento delle sue controllate. Analogamente, il fatto che la controllante abbia adottato un codice di condotta diretto
         ad impedire le violazioni da parte delle sue controllate del diritto della concorrenza e degli orientamenti ad esso relativi,
         da un lato, non muta in nulla la realtà dell’infrazione rilevata nei suoi confronti e, dall’altro, non consente di dimostrare
         che dette controllate determinassero autonomamente la loro politica commerciale. Al contrario, l’applicazione in seno alle
         controllate del menzionato codice di condotta sembra indicare semmai che la società controllante esercitava un controllo effettivo
         sulla politica commerciale delle sue controllate. 
      
      (v. punti 82, 85, 87-88)
      7.      Il principio di legalità delle pene è un corollario del principio della certezza del diritto, che costituisce un principio
         generale del diritto dell’Unione ed esige, segnatamente, che la normativa dell’Unione, in particolare quando impone o consente
         di imporre sanzioni, sia chiara e precisa, affinché le persone interessate possano essere inequivocabilmente consapevoli dei
         diritti e degli obblighi che ne derivano e possano agire in modo adeguato. 
      
      Il principio della legalità delle pene, che fa parte dei principi generali del diritto dell’Unione e che fonda le tradizioni
         costituzionali comuni agli Stati membri, è stato anche riconosciuto da molteplici trattati internazionali e, in particolare,
         dall’art. 7 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. 
      
      Detto principio postula che la legge definisca chiaramente gli illeciti e le pene che li reprimono. Tale condizione è soddisfatta
         quando il singolo può conoscere, sulla base del testo della disposizione rilevante e, se necessario, mediante l’aiuto della
         sua interpretazione da parte dei giudici, quali atti o omissioni fanno sorgere la sua responsabilità penale. Inoltre, secondo
         la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, la chiarezza della legge si valuta con riguardo non solo al tenore
         della disposizione rilevante, ma anche alle precisazioni apportate da una giurisprudenza costante e pubblicata.
      
      Tale principio si impone sia alle disposizioni penali che agli strumenti amministrativi specifici che impongono o consentono
         di imporre sanzioni amministrative. Esso si applica non soltanto alle norme che stabiliscono gli elementi costitutivi di un’infrazione,
         ma altresì a quelle che definiscono le conseguenze derivanti da una violazione delle prime.
      
      L’art. 7, n. 1, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo non esige una precisione dei termini delle disposizioni a
         norma delle quali queste sanzioni vengono inflitte tale da rendere prevedibili con assoluta certezza le conseguenze potenzialmente
         risultanti da un’infrazione alle disposizioni stesse. Infatti, secondo la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo,
         il fatto che una legge conferisca un potere discrezionale non è di per sé incompatibile con l’esigenza di prevedibilità, a
         condizione che l’estensione e le modalità di esercizio di un potere siffatto vengano definite con sufficiente chiarezza, in
         considerazione del legittimo obiettivo in gioco, per fornire all’individuo una protezione adeguata contro l’arbitrio. Al riguardo,
         oltre al testo normativo stesso, la Corte europea dei diritti dell’uomo tiene conto del fatto se le nozioni indeterminate
         utilizzate siano state precisate da una giurisprudenza costante e pubblicata. 
      
      (v. punti 95-97, 99)
      8.      Per quanto riguarda la legittimità dell’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003 rispetto al principio di legalità delle pene,
         il legislatore dell’Unione non ha attribuito alla Commissione un potere discrezionale eccessivo o arbitrario per la determinazione
         delle ammende per violazione delle regole di concorrenza.
      
      Infatti, in primo luogo, detta disposizione limita l’esercizio del summenzionato potere discrezionale, stabilendo criteri
         oggettivi ai quali la Commissione deve attenersi. A tal proposito, da un lato, l’importo dell’ammenda applicabile è soggetta
         ad un limite massimo calcolabile e assoluto, calcolato in rapporto a ciascuna impresa e per ciascuna ipotesi di infrazione,
         di talché l’importo massimo dell’ammenda che può essere inflitta a un’impresa è determinabile anticipatamente. Dall’altro,
         questa disposizione impone alla Commissione di stabilire le ammende in ciascuna fattispecie prendendo in considerazione, oltre
         alla gravità dell’infrazione, la durata della stessa.
      
      In secondo luogo, nell’esercizio del suo potere discrezionale per quanto riguarda le ammende inflitte in forza dell’art. 23,
         n. 2, del regolamento n. 1/2003, la Commissione deve rispettare i principi generali del diritto, e particolarmente i principi
         di parità di trattamento e di proporzionalità. 
      
      In terzo luogo, per garantire la prevedibilità e la trasparenza della sua azione, l’esercizio da parte della Commissione del
         suo potere discrezionale è limitato altresì dalle regole di condotta che essa si è imposta con la comunicazione relativa all’immunità
         dalle ammende e alla riduzione dell’importo delle ammende nei casi di cartelli tra imprese e con gli orientamenti per il calcolo
         delle ammende inflitte in applicazione dell’articolo 15, paragrafo 2, del regolamento n. 17 e dell’articolo 65, paragrafo 5,
         del Trattato CECA. Al riguardo, tale comunicazione e tali orientamenti, da un lato, enunciano regole di condotta dalle quali
         la Commissione non può discostarsi, pena una sanzione a titolo di violazione dei principi giuridici generali, quali la parità
         di trattamento o la tutela del legittimo affidamento, e, dall’altro, garantiscono la certezza del diritto nei confronti delle
         imprese interessate stabilendo la metodologia che la Commissione si è imposta ai fini della determinazione dell’ammontare
         delle ammende inflitte in forza dell’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003. 
      
      Peraltro, l’adozione da parte della Commissione dei suddetti orientamenti e, successivamente, degli orientamenti per il calcolo
         delle ammende inflitte in applicazione dell’articolo 23, paragrafo 2, lettera a), del regolamento n. 1/2003, dal momento che
         rientra nel contesto normativo stabilito dall’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e dall’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003,
         ha soltanto contribuito a precisare i limiti dell’esercizio del potere discrezionale della Commissione già risultante da tali
         disposizioni, senza che se ne possa dedurre l’insufficiente determinazione iniziale, da parte del legislatore dell’Unione,
         dei limiti della competenza della Commissione nel settore in parola. 
      
      In quarto luogo, ai sensi dell’art. 229 CE e dell’art. 31 del regolamento n. 1/2003, il giudice dell’Unione ha competenza
         giurisdizionale estesa anche al merito sui ricorsi proposti avverso le decisioni con le quali la Commissione fissa un’ammenda
         e possono, quindi, non solo annullare queste ultime, ma anche eliminare, ridurre o aumentare l’ammenda inflitta. Conseguentemente,
         la prassi amministrativa nota e accessibile della Commissione è sottoposta al sindacato anche nel merito del giudice dell’Unione. Tale
         controllo ha permesso, secondo giurisprudenza costante e pubblicata, di precisare le nozioni indeterminate che l’art. 15,
         n. 2, del regolamento n. 17 e successivamente l’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003 potevano contenere. Quindi, un operatore
         avveduto, avvalendosi se necessario dell’assistenza legale, può prevedere con sufficiente precisione il metodo di calcolo
         e l’ordine di grandezza delle ammende nelle quali può incorrere per un dato comportamento. La circostanza che detto operatore
         non possa conoscere in anticipo l’importo delle ammende che la Commissione infliggerà in ciascuna fattispecie non può costituire
         una violazione del principio di legalità delle pene. 
      
      (v. punti 101-102, 105-108)
      9.      Per quanto riguarda l’aumento del livello delle ammende a seguito dell’adozione degli orientamenti per il calcolo delle ammende
         inflitte in applicazione dell’articolo 15, paragrafo 2, del regolamento n. 17 e dell’articolo 65, paragrafo 5, del Trattato CECA,
         la Commissione può adattare in ogni momento il livello delle ammende qualora l’efficace applicazione delle regole di concorrenza
         dell’Unione lo richieda e una siffatta modificazione di una prassi amministrativa può essere considerata oggettivamente giustificata
         dall’obiettivo di prevenzione generale delle infrazioni alle regole di concorrenza dell’Unione. L’aumento dell’entità delle
         ammende non può pertanto, di per sé, essere considerato illegittimo rispetto al principio di legalità delle pene, poiché esso
         rimane all’interno del contesto normativo definito nell’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e nell’art. 23, n. 2, del regolamento
         n. 1/2003. 
      
      (v. punto 112)
      10.    Per quanto attiene alla competenza della Commissione di imporre ammende per violazioni alle norme dell’Unione in materia di
         concorrenza, il potere di infliggere siffatte ammende non può essere considerato come appartenente originariamente al Consiglio,
         il quale l’avrebbe trasferito o ne avrebbe delegato l’esecuzione alla Commissione, ai sensi dell’art. 202, terzo trattino, CE.
         Conformemente agli artt. 81 CE, 82 CE, 83, nn. 1 e 2, lett. a) e d), CE e 202, terzo trattino, CE, tale potere è connaturato
         al ruolo, proprio della Commissione, di vigilare sull’applicazione del diritto dell’Unione, ruolo che è stato precisato, delimitato
         e formalizzato, relativamente all’applicazione degli artt. 81 CE e 82 CE, dai regolamenti n. 17 e n. 1/2003. Il potere di
         infliggere sanzioni, che tali regolamenti attribuiscono alla Commissione, proviene quindi dalle previsioni del Trattato stesso
         ed è diretto a consentire l’applicazione effettiva dei divieti previsti nei detti articoli. 
      
      (v. punto 115)
      11.    Il principio di irretroattività delle leggi penali, sancito dall’art. 7 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, costituisce
         un principio generale del diritto dell’Unione il cui rispetto si impone ove vengano inflitte ammende per violazione delle
         norme sulla concorrenza e richiede che le sanzioni irrogate corrispondano a quelle che erano state fissate all’epoca in cui
         la violazione è stata commessa. L’adozione di orientamenti atti a modificare la politica generale della Commissione in materia
         di concorrenza per quanto riguarda le ammende può rientrare, in linea di principio, nell’ambito di applicazione del principio
         di irretroattività.
      
      Per quanto riguarda il rispetto del principio di irretroattività da parte degli orientamenti per il calcolo delle ammende
         inflitte in applicazione dell’articolo 15, paragrafo 2, del regolamento n. 17 e dell’articolo 65, paragrafo 5, del Trattato CECA,
         l’aumento dell’entità delle ammende rimane nel contesto normativo definito dall’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e dall’art. 23,
         n. 2, del regolamento n. 1/2003, dato che gli orientamenti prevedono espressamente, al punto 5, lett. a), che le ammende irrogate
         non possono in alcun caso superare il limite del 10% del fatturato, previsto da dette disposizioni. 
      
      La principale innovazione di detti orientamenti consiste nel prendere come punto di partenza per il calcolo un importo di
         base, determinato a partire da forcelle a tale riguardo previste, le quali riflettono i differenti gradi di gravità delle
         infrazioni, ma che, in quanto tali, non sono in rapporto con il fatturato pertinente. Questo metodo essenzialmente si fonda
         quindi su di una tariffazione, per quanto relativa e flessibile, delle ammende. 
      
      Il fatto che la Commissione abbia inflitto, in passato, ammende di una certa entità per determinati tipi di infrazioni non
         può impedirle di aumentare tale entità entro i limiti stabiliti dai regolamenti n. 17 e n. 1/2003, se ciò è necessario per
         garantire l’attuazione della politica della concorrenza dell’Unione. Al contrario, l’efficace applicazione delle norme della
         concorrenza implica che la Commissione possa sempre adeguare il livello delle ammende alle esigenze di questa politica. 
      
      Ne consegue che le imprese implicate in un procedimento amministrativo che può dare luogo ad un’ammenda non possono riporre
         un legittimo affidamento nel fatto che la Commissione non supererà il livello delle ammende precedentemente praticato né nel
         metodo di calcolo di queste ultime. Di conseguenza, tali imprese devono tenere conto della possibilità che, in qualsiasi momento,
         la Commissione decida di aumentare il livello delle ammende rispetto a quello praticato nel passato. 
      
      In tali condizioni, i detti orientamenti non violano il principio di irretroattività, in quanto avrebbero condotto all’imposizione
         di ammende più elevate rispetto a quelle irrogate in passato, o in quanto siano stati superati i limiti della prevedibilità.
         Gli orientamenti e, in particolare, il nuovo metodo di calcolo delle ammende da essi previsto, supposto che esso abbia un
         effetto aggravante sul livello delle ammende inflitte erano ragionevolmente prevedibili. 
      
      (v. punti 118-119, 123-128, 133)
      12.    La Commissione ha pubblicato gli orientamenti per il calcolo delle ammende inflitte in applicazione dell’articolo 15, paragrafo
         2, del regolamento n. 17 e dell’articolo 65, paragrafo 5, del Trattato CECA e vi ha indicato il metodo di calcolo che la stessa
         si è imposta in ciascuna fattispecie per ragioni di trasparenza e di maggior certezza del diritto nei confronti delle imprese
         interessate. Adottando siffatte norme di comportamento e annunciando, con la loro pubblicazione, che esse verranno da quel
         momento in poi applicate alle fattispecie cui si riferiscono, la Commissione si autolimita nell’esercizio del suo potere discrezionale
         e non può discostarsi da tali norme, pena una sanzione, eventualmente, a titolo di violazione di principi giuridici generali
         quali la parità di trattamento e la tutela del legittimo affidamento. Gli orientamenti stabiliscono, in modo generale e astratto,
         la metodologia che la Commissione si è imposta ai fini della determinazione dell’ammontare delle ammende e garantiscono, di
         conseguenza, la certezza del diritto nei confronti delle imprese. D’altra parte, un operatore accorto può, ricorrendo eventualmente
         ad un legale, prevedere in modo sufficientemente preciso il metodo di calcolo e l’ordine di grandezza delle ammende in cui
         egli incorre per un determinato comportamento. È vero che un operatore non può prevedere in base agli orientamenti l’importo
         esatto dell’ammenda che la Commissione infliggerà in ogni singolo caso. Tuttavia, in ragione della gravità delle infrazioni
         che la Commissione è chiamata a sanzionare, gli obiettivi di repressione e dissuasione giustificano la volontà di evitare
         che le imprese siano in grado di valutare i benefici che trarrebbero dalla loro partecipazione ad un’infrazione, tenendo conto,
         a monte, dell’importo della sanzione che sarebbe loro inflitta a causa di tale comportamento illecito. 
      
      (v. punti 135-136, 201-202)
      13.    Non viola né il principio di irretroattività né quello di tutela del legittimo affidamento la presa in considerazione, nella
         determinazione dell’importo delle ammende inflitte per infrazione alle norme sulla concorrenza dell’Unione, della comunicazione
         relativa all’immunità dalle ammende e alla riduzione dell’importo delle ammende nei casi di cartelli tra imprese. Infatti,
         di tali due principi, il primo non osta all’applicazione di orientamenti che abbiano, per ipotesi, un effetto aggravante sul
         livello delle ammende, a condizione che la politica che essi attuano sia ragionevolmente prevedibile. Quanto al secondo, gli
         operatori economici non possono riporre il loro legittimo affidamento nella conservazione di una situazione in atto che può
         essere modificata dalle istituzioni nell’ambito del loro potere discrezionale. 
      
      (v. punti 143-144)
      14.    Sebbene sia vero che, in virtù dei principi generali del diritto dell’Unione, dei quali i diritti fondamentali costituiscono
         parte integrante e alla luce dei quali vanno interpretate tutte le norme di diritto dell’Unione, le imprese hanno il diritto
         di non essere costrette dalla Commissione ad ammettere la loro partecipazione ad un’infrazione alle norme in materia di concorrenza,
         tuttavia non per questo viene impedito a quest’ultima di tener conto, nella fissazione dell’importo dell’ammenda, dell’aiuto
         che tale impresa, di sua iniziativa, le ha fornito al fine di accertare l’esistenza dell’infrazione. In proposito, la cooperazione
         a titolo della comunicazione relativa all’immunità dalle ammende e alla riduzione dell’importo delle ammende nei casi di cartelli
         tra imprese riveste un carattere puramente volontario da parte dell’impresa interessata. Infatti, quest’ultima non è in alcun
         modo costretta a fornire elementi di prova relativi alla presunta intesa. Il grado di cooperazione che l’impresa intende offrire
         nel corso del procedimento amministrativo dipende dunque esclusivamente dalla sua libera scelta e non è, in nessun caso, imposto
         dalla comunicazione sulla cooperazione. Inoltre, nessuna disposizione della summenzionata comunicazione esige che l’impresa
         interessata si astenga dal contestare o dal rettificare i fatti erronei presentati da un’altra impresa. 
      
      Tale comunicazione non viola neanche il principio in dubio pro reo o il principio della presunzione di innocenza, quale risulta
         in particolare dall’art. 6, n. 2, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che del pari fa parte dei diritti fondamentali
         che, secondo la giurisprudenza della Corte, peraltro riaffermata dall’art. 6, n. 2, UE e dall’art. 48 della Carta dei diritti
         fondamentali dell’Unione europea, sono riconosciuti nell’ordinamento giuridico dell’Unione. Difatti, la cooperazione ai sensi
         di tale comunicazione, da un lato, riveste un carattere puramente volontario da parte dell’impresa interessata e non comporta
         alcun obbligo per l’impresa di fornire elementi di prova e, dall’altro, non incide sull’obbligo che incombe alla Commissione,
         la quale ha l’onere di provare le infrazioni da essa accertate, di addurre elementi di prova idonei a dimostrare in modo giuridicamente
         valido l’esistenza dei fatti che costituiscono l’infrazione. A questo fine la Commissione, senza violare il principio della
         presunzione di innocenza, può basarsi non solo sui documenti raccolti in occasione di accertamenti ai sensi dei regolamenti
         nn. 17 e 1/2003 o che le siano pervenuti in risposta a richieste di informazioni a norma di detti regolamenti, ma anche sugli
         elementi di prova che un’impresa le abbia fornito volontariamente a titolo della suddetta comunicazione. 
      
      La comunicazione sulla cooperazione non viola neanche il principio di proporzionalità. Tale comunicazione rappresenta uno
         strumento adeguato e indispensabile per accertare l’esistenza delle intese orizzontali segrete e, pertanto, per orientare
         il comportamento delle imprese verso il rispetto delle regole di concorrenza. Infatti, sebbene gli strumenti previsti agli
         artt. 18‑21 del regolamento n. 1/2003, vale a dire le richieste di informazioni e gli accertamenti, costituiscano misure indispensabili
         nell’ambito della repressione delle infrazioni al diritto della concorrenza, le intese segrete sono spesso difficili da scoprire
         e da investigare senza la cooperazione delle imprese interessate. Pertanto, il soggetto membro di un’intesa, che intenda porre
         fine alla propria partecipazione, può essere dissuaso dall’informarne la Commissione in ragione dell’ammenda elevata che rischia
         di vedersi infliggere. Prevedendo la concessione di un’immunità dalle ammende o di una riduzione significativa dell’ammenda
         per le imprese che forniscano alla Commissione elementi di prova dell’esistenza di un’intesa orizzontale, la comunicazione
         sulla cooperazione tende ad evitare che tale soggetto rinunci ad informare la Commissione dell’esistenza di un’intesa. 
      
      Infine, la Commissione non ha superato i limiti dei poteri ad essa conferiti dal regolamento n. 1/2003 dotandosi delle regole
         di condotta nella comunicazione sulla cooperazione destinate a guidarla nell’esercizio del suo potere discrezionale in materia
         di fissazione delle ammende, per tenere conto in particolare del comportamento delle imprese nel corso del procedimento amministrativo
         e, così, meglio garantire la parità di trattamento fra le imprese interessate. Invero, la Commissione ha la facoltà, ma non
         l’obbligo, di imporre un’ammenda ad un’impresa autrice di una violazione dell’art. 81 CE. Inoltre, l’art. 23, nn. 2 e 3, del
         regolamento n. 1/2003 non elenca in modo tassativo i criteri di cui la Commissione può tenere conto per fissare l’importo
         dell’ammenda. Il comportamento dell’impresa nel corso del procedimento amministrativo può quindi far parte degli elementi
         di cui si deve tenere conto in sede di tale fissazione. 
      
      (v. punti 149-150, 153, 155, 160, 162-163, 168-169, 171, 174-176)
      15.    Le competenze della Comunità devono essere esercitate nel rispetto del diritto internazionale. Il diritto di proprietà non
         è solo protetto dal diritto internazionale, ma fa anche parte dei principi generali del diritto dell’Unione. Tuttavia, la
         prevalenza del diritto internazionale sul diritto dell’Unione non si estende al diritto primario e, in particolare, ai principi
         generali nel cui novero vi sono i diritti fondamentali. A tal riguardo, il diritto di proprietà non è una prerogativa assoluta,
         ma deve essere valutato alla luce della sua funzione sociale. Conseguentemente, possono essere apportate restrizioni all’esercizio
         del diritto di proprietà, a condizione che esse rispondano effettivamente ad obiettivi di interesse generale perseguiti dalla
         Comunità e non costituiscano, rispetto allo scopo perseguito, un intervento sproporzionato e inaccettabile, tale da ledere
         la sostanza stessa del diritto garantito. Dal momento che l’applicazione degli artt. 81 CE e 82 CE costituisce uno degli aspetti
         dell’interesse pubblico comunitario, possono essere apportate restrizioni, in applicazione di questi articoli, all’uso del
         diritto di proprietà, a condizione che non siano sproporzionate e non pregiudichino la sostanza stessa di tale diritto. 
      
      (v. punti 187-190)
      16.    Anche se gli orientamenti per il calcolo delle ammende inflitte in applicazione dell’articolo 15, paragrafo 2, del regolamento
         n. 17 e dell’articolo 65, paragrafo 5, del Trattato CECA non possono essere qualificati come norme giuridiche alla cui osservanza
         l’amministrazione è comunque tenuta, essi enunciano tuttavia una norma di comportamento indicativa della prassi da seguire,
         dalla quale l’amministrazione non può discostarsi, in un caso specifico, senza fornire ragioni compatibili con il principio
         di parità di trattamento. Adottando siffatte norme di comportamento ed annunciando, con la loro pubblicazione, che esse verranno
         da quel momento in avanti applicate ai casi a cui esse si riferiscono, la Commissione si autolimita nell’esercizio del suo
         potere discrezionale e non può discostarsi da tali norme, pena una sanzione, eventualmente, a titolo di violazione di principi
         giuridici generali, quali la parità di trattamento o la tutela del legittimo affidamento. Inoltre, detti orientamenti stabiliscono,
         in modo generale e astratto, la metodologia che la Commissione si è imposta ai fini della determinazione dell’ammontare delle
         ammende e garantiscono, di conseguenza, la certezza del diritto nei confronti delle imprese. 
      
      (v. punti 200-202)
      17.    La gravità delle infrazioni al diritto della concorrenza dell’Unione deve essere accertata in funzione di un gran numero di
         elementi, quali, segnatamente, le particolari circostanze del procedimento, il suo contesto e la portata dissuasiva delle
         ammende, e ciò senza che sia stato redatto un elenco vincolante o esaustivo di criteri da tenere obbligatoriamente in considerazione.
         
      
      Conformemente al punto 1 A, primo comma, degli orientamenti per il calcolo delle ammende inflitte in applicazione dell’articolo
         15, paragrafo 2, del regolamento n. 17 e dell’articolo 65, paragrafo 5, del Trattato CECA, nel valutare la gravità dell’infrazione
         la Commissione deve procedere ad un esame dell’impatto concreto sul mercato unicamente quando risulti che tale impatto è misurabile.
         Per valutare tale impatto, è compito della Commissione riferirsi al gioco della concorrenza che di regola sarebbe esistito
         in mancanza d’infrazione. Pertanto, atteso che le ricorrenti non dimostrano che l’impatto concreto delle intese fosse misurabile,
         la Commissione non ha l’obbligo di tenere conto dell’impatto concreto delle infrazioni al fine di valutarne la gravità. L’effetto
         di una pratica anticoncorrenziale, infatti, non è un criterio decisivo ai fini della valutazione della gravità di un’infrazione.
         Elementi attinenti all’intenzionalità possono essere più rilevanti di quelli relativi ai detti effetti, soprattutto quando
         si tratti di violazioni intrinsecamente gravi, quali la ripartizione dei mercati. La natura dell’infrazione svolge quindi
         un ruolo preminente, in particolare, al fine di qualificare le infrazioni come «molto gravi». Dalla descrizione delle infrazioni
         molto gravi operata negli orientamenti risulta che accordi o pratiche concordate miranti specificamente alla ripartizione
         dei mercati possono già solo per questa loro natura essere qualificati come «molto gravi», senza che sia necessario che tali
         comportamenti siano caratterizzati da un impatto o da un’estensione geografica particolare e senza che la mancata presa in
         considerazione dell’impatto concreto delle infrazioni possa comportare una violazione del principio della presunzione di innocenza.
         
      
      In tali condizioni, a prescindere dalla struttura asseritamente varia delle intese, le infrazioni alle norme in materia di
         concorrenza accertate in una decisione della Commissione rientrano per loro stessa natura nel novero delle violazioni più
         gravi dell’art. 81 CE, in quanto hanno ad oggetto un accordo collusivo segreto tra concorrenti per ripartirsi i mercati o
         congelare le quote di mercato attribuendosi i progetti relativi alla vendita e all’installazione di ascensori e/o di scale
         mobili nuovi, e per non farsi concorrenza nel settore della manutenzione e dell’ammodernamento di ascensori e scale mobili.
         Oltre alla grave alterazione del gioco della concorrenza che esse comportano, queste intese, in quanto obbligano le parti
         a rispettare mercati distinti, spesso delimitati dalle frontiere nazionali, provocano l’isolamento di questi mercati, ostacolando
         così l’obiettivo principale del Trattato di integrazione del mercato comune. Anche infrazioni di questo tipo, in particolare
         quando si tratta di intese orizzontali, sono qualificate dalla giurisprudenza come particolarmente gravi o come infrazioni
         patenti. 
      
      (v. punti 198, 214-215, 221-223, 234-235, 254)
      18.    Per quanto riguarda le decisioni con cui la Commissione constata un’infrazione alle norme dell’Unione in materia di concorrenza
         e infligge ammende, il requisito di forma sostanziale costituito dall’obbligo di motivazione è soddisfatto quando la Commissione
         precisa, nella sua decisione, gli elementi di giudizio che le hanno consentito di misurare la gravità e la durata dell’infrazione,
         senza essere tenuta ad inserirvi una spiegazione più dettagliata ovvero i dati relativi al metodo di calcolo dell’ammenda.
         Dal momento che la Commissione, nella decisione impugnata, afferma che gli importi di partenza delle ammende sono stati determinati
         tenendo conto della natura delle infrazioni e dell’estensione del mercato geografico interessato e che essa ha analizzato
         la gravità delle infrazioni rispetto alle caratteristiche dei partecipanti procedendo, per ciascuna infrazione, ad una differenziazione
         tra le imprese interessate in funzione dei loro fatturati relativi ai prodotti costituenti l’oggetto dell’intesa nel paese
         interessato dall’infrazione, gli elementi di valutazione che hanno permesso alla Commissione di quantificare la gravità delle
         infrazioni accertate sono stati pertanto sufficientemente indicati nella decisione impugnata, nel rispetto dell’art. 253 CE.
         
      
      (v. punti 203, 240, 243-245)
      19.    Per quanto riguarda le decisioni con cui la Commissione constata un’infrazione alle norme dell’Unione in materia di concorrenza
         e infligge ammende, le dimensioni del mercato rilevante non costituiscono, in linea di principio, un fattore indispensabile,
         ma solo uno fra più fattori pertinenti per valutare la gravità dell’infrazione, e la Commissione non è peraltro obbligata
         a procedere ad una delimitazione del mercato rilevante o ad una valutazione delle sue dimensioni, dal momento che l’infrazione
         in questione ha un oggetto anticoncorrenziale. Infatti, gli orientamenti per il calcolo delle ammende inflitte in applicazione
         dell’articolo 15, paragrafo 2, del regolamento n. 17 e dell’articolo 65, paragrafo 5, del Trattato CECA non prevedono che
         l’importo delle ammende sia calcolato in funzione del fatturato complessivo o del fatturato realizzato dalle imprese sul mercato
         in questione. Tuttavia, essi non ostano nemmeno a che tali fatturati siano presi in considerazione per la determinazione dell’importo
         dell’ammenda affinché siano rispettati i principi generali del diritto dell’Unione e qualora le circostanze lo richiedano.
         
      
      In tali circostanze, non hanno carattere eccessivo importi di partenza di ammende determinati per un’infrazione commessa in
         Lussemburgo e che rappresentino la metà del limite minimo normalmente previsto dagli orientamenti per un’infrazione molto
         grave.
      
      (v. punti 247-248)
      20.    Nell’ambito del calcolo delle ammende inflitte ai sensi dell’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003, un trattamento differenziato
         tra le imprese interessate rientra nell’esercizio dei poteri spettanti alla Commissione in forza di tale disposizione. Infatti,
         nell’ambito del suo margine discrezionale, la Commissione è chiamata a individualizzare la sanzione in funzione dei comportamenti
         e delle caratteristiche propri delle imprese interessate, al fine di garantire, in ogni caso di specie, la piena efficacia
         delle norme dell’Unione in materia di concorrenza. Pertanto, secondo gli orientamenti per il calcolo delle ammende inflitte
         in applicazione dell’articolo 15, paragrafo 2, del regolamento n. 17 e dell’articolo 65, paragrafo 5, del Trattato CECA, per
         un’infrazione di una determinata gravità, può essere opportuno, nei casi che coinvolgono più imprese, come i cartelli, ponderare
         l’importo di partenza generale per stabilire un importo di partenza specifico tenendo conto del peso e, dunque, dell’impatto
         reale sulla concorrenza del comportamento configurante infrazione di ciascuna impresa, in particolare qualora esista una disparità
         considerevole nella dimensione delle imprese che commettono il medesimo tipo di infrazione. È necessario, segnatamente, valutare
         in che misura gli autori dell’infrazione abbiano l’effettiva capacità economica di arrecare un danno consistente agli altri
         operatori, in particolare ai consumatori. 
      
      Peraltro, il diritto dell’Unione non contempla un principio di applicazione generale secondo cui la sanzione dev’essere proporzionata
         all’importanza dell’impresa sul mercato dei prodotti oggetto dell’infrazione.
      
      Infine, quanto alla valutazione della gravità dell’infrazione in funzione della classificazione dei membri di un’intesa in
         categorie, per verificare se una simile ripartizione sia conforme ai principi di parità di trattamento e di proporzionalità,
         il giudice dell’Unione, nell’ambito del suo controllo di legittimità sull’esercizio del potere discrezionale di cui la Commissione
         dispone in materia, deve limitarsi a verificare che la detta ripartizione sia coerente ed oggettivamente giustificata. Inoltre,
         secondo i summenzionati orientamenti per il calcolo delle ammende, il principio di parità della sanzione per un medesimo comportamento
         può dar luogo all’applicazione di importi differenziati per le imprese interessate, senza che tale differenziazione derivi
         da un calcolo rigorosamente aritmetico. 
      
      (v. punti 255-258, 263, 265)
      21.    Una circostanza attenuante non può essere concessa ai sensi del punto 3, terzo trattino, degli orientamenti per il calcolo
         delle ammende inflitte in applicazione dell’articolo 15, paragrafo 2, del regolamento n. 17 e dell’articolo 65, paragrafo
         5, del Trattato CECA, nel caso in cui l’infrazione sia già terminata anteriormente ai primi interventi della Commissione.
         Si può logicamente parlare di una circostanza attenuante, ai sensi della suddetta disposizione, soltanto se le imprese di
         cui trattasi sono state indotte a terminare i loro comportamenti anticoncorrenziali dagli interventi della Commissione. Tale
         disposizione mira a indurre le imprese a cessare i loro comportamenti anticoncorrenziali immediatamente quando la Commissione
         avvia un’indagine in proposito, di modo che una riduzione di ammenda a tale titolo non può essere applicata quando l’infrazione
         è già terminata anteriormente alla data dei primi interventi della Commissione. Infatti, l’applicazione di una riduzione in
         tali circostanze costituirebbe una ripetizione della presa in considerazione della durata delle infrazioni per calcolare l’importo
         delle ammende. 
      
      (v. punto 274)
      22.    L’adozione, da parte di un’impresa che abbia commesso un’infrazione alle regole del diritto dell’Unione in materia di concorrenza,
         di un programma di messa in conformità non obbliga la Commissione a concedere una riduzione dell’ammenda in ragione di detta
         circostanza. Inoltre, se è certamente importante che una impresa adotti provvedimenti per impedire che in futuro siano commesse
         da parte di propri collaboratori nuove infrazioni al diritto dell’Unione in materia di concorrenza, l’adozione di siffatti
         provvedimenti non muta affatto la realtà dell’infrazione constatata. La Commissione non è quindi tenuta a considerare tale
         elemento come circostanza attenuante, tanto più quando le infrazioni accertate nella decisione impugnata costituiscono una
         manifesta violazione dell’art. 81 CE. 
      
      (v. punto 282)
      23.    La comunicazione relativa all’immunità dalle ammende e alla riduzione dell’importo delle ammende nei casi di cartelli tra
         imprese configura uno strumento destinato a precisare, nel rispetto delle norme di rango superiore, i criteri che la Commissione
         intende applicare nell’esercizio del suo potere discrezionale nella fissazione delle ammende inflitte per infrazioni alle
         regole di concorrenza dell’Unione. Ne risulta un’autolimitazione di tale potere che non è tuttavia incompatibile con il mantenimento
         da parte della Commissione di un margine di valutazione sostanziale.
      
      Pertanto, la Commissione dispone di un ampio margine di valutazione allorché è chiamata a stabilire se gli elementi di prova
         forniti da un’impresa che abbia espresso la propria intenzione di beneficiare della comunicazione sulla cooperazione costituiscano
         un valore aggiunto significativo ai sensi del punto 21 di detta comunicazione. 
      
      Analogamente, la Commissione, dopo avere constatato che taluni elementi di prova costituiscono un valore aggiunto significativo
         ai sensi del punto 21 della comunicazione sulla cooperazione, dispone di un margine di valutazione quando è chiamata a stabilire
         il livello esatto della riduzione dell’importo dell’ammenda da concedere all’impresa interessata. Infatti, il punto 23, lett. b),
         primo comma, della comunicazione sulla cooperazione prevede forcelle per la riduzione dell’importo dell’ammenda per le diverse
         categorie di imprese considerate. Riguardo a detto margine di valutazione, solo il manifesto superamento di tale margine può
         essere censurato dal giudice dell’Unione.
      
      Ciò premesso, la Commissione non supera i propri margini di valutazione discrezionale quando ritiene che non presenti un valore
         aggiunto significativo una dichiarazione che si limiti a corroborare, in una certa misura, una dichiarazione di cui la Commissione
         disponeva già, dal momento che una simile dichiarazione non agevola in misura significativa l’assolvimento dei propri compiti
         da parte di quest’ultima e, quindi, non è sufficiente a giustificare una riduzione dell’importo dell’ammenda in considerazione
         della cooperazione. 
      
      (v. punti 295-296, 298-300, 309, 311)
      24.    Nell’ambito della valutazione della cooperazione fornita dai membri di un’intesa durante il procedimento amministrativo, la
         Commissione non può violare il principio di parità di trattamento. Infatti, dal momento che le situazioni delle diverse imprese,
         sanzionate con un’ammenda per infrazione alle norme dell’Unione in materia di concorrenza, non sono comparabili, la Commissione
         non ha violato il principio di parità di trattamento concedendo a talune imprese, in funzione del valore aggiunto della loro
         rispettiva cooperazione, riduzioni dell’importo delle ammende e negando ad un’altra impresa il beneficio di una simile riduzione
         ai sensi della comunicazione relativa all’immunità dalle ammende e alla riduzione dell’importo delle ammende nei casi di cartelli
         tra imprese. A tale proposito, la valutazione del valore aggiunto di una cooperazione va effettuata in funzione degli elementi
         di prova già in possesso della Commissione. Pertanto, quando un’impresa fornisce elementi di prova che non sono determinanti
         per dimostrare l’esistenza di un’intesa ma che rafforzano meramente la capacità della Commissione di dimostrare l’infrazione,
         corroborando gli elementi di prova già in suo possesso, o quando siffatta impresa comunica alla Commissione gli elementi di
         prova che costituiscono un valore aggiunto significativo solo svariati mesi dopo le comunicazioni di altre imprese e, in ogni
         caso, non comunica prove documentali contemporanee, la Commissione non supera manifestamente i limiti del suo potere discrezionale
         fissando la riduzione dell’importo dell’ammenda per tale impresa in una percentuale notevolmente ridotta.
      
      (v. punti 313, 315, 319, 335-336, 344, 347)
      25.    Per quanto riguarda il rispetto del principio di proporzionalità nella determinazione dell’importo delle ammende per le infrazioni
         alle norme dell’Unione in materia di concorrenza, siffatte ammende non devono essere sproporzionate rispetto agli scopi perseguiti,
         vale a dire rispetto alle norme in materia di concorrenza, e l’importo dell’ammenda inflitta ad un’impresa per un’infrazione
         in materia di concorrenza deve essere proporzionata all’infrazione, valutata complessivamente, tenendo conto in particolare
         della sua gravità. Inoltre, nella determinazione dell’importo delle ammende, la Commissione può tenere conto dell’esigenza
         di garantire alle stesse un effetto sufficientemente dissuasivo.
      
      Al riguardo, in primo luogo, le intese consistenti principalmente in un accordo collusivo segreto tra concorrenti per ripartirsi
         i mercati o congelare le quote di mercato attribuendosi i progetti relativi alla vendita e all’installazione di ascensori
         e/o di scale mobili nuovi, e per non farsi concorrenza nel settore della manutenzione e dell’ammodernamento di ascensori e
         scale mobili configurano infrazioni che rientrano per loro stessa natura tra le violazioni più gravi dell’art. 81 CE.
      
      In secondo luogo, nel calcolo dell’importo delle ammende la Commissione può prendere in considerazione segnatamente le dimensioni
         e la potenza economica dell’unità economica che agisce in qualità di impresa ai sensi dell’art. 81 CE. Tuttavia, l’impresa
         pertinente da prendere in considerazione non corrisponde a ciascuna controllata che ha partecipato alle infrazioni constatate,
         ma alla società controllante e alle sue controllate. In terzo luogo, per quanto concerne la proporzionalità delle ammende
         rispetto alle dimensioni e alla potenza economica delle unità economiche interessate, la Commissione è vincolata al tetto
         del 10% di cui all’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003, inteso ad evitare che le ammende siano sproporzionate rispetto
         all’importanza dell’impresa. Orbene, un importo totale delle ammende che rappresenti circa il 2% del fatturato consolidato
         dell’impresa interessata nel corso dell’esercizio sociale precedente all’adozione della decisione impugnata non può considerarsi
         sproporzionato rispetto alla dimensione di detta impresa. 
      
      (v. punti 367-370)
SENTENZA DEL TRIBUNALE (Ottava Sezione)
      13 luglio 2011 (*)
      
      «Concorrenza – Intese – Mercato dell’installazione e della manutenzione degli ascensori e delle scale mobili – Decisione che constata un’infrazione all’art. 81 CE – Manipolazione delle gare d’appalto – Ripartizione dei mercati – Fissazione dei prezzi»
      Nella causa T‑138/07,
      Schindler Holding Ltd, con sede in Hergiswil (Svizzera),
      
      Schindler Management AG, con sede in Ebikon (Svizzera),
      
      Schindler SA, con sede in Bruxelles (Belgio),
      
      Schindler Deutschland Holding GmbH, con sede in Berlino (Germania),
      
      Schindler Sàrl, con sede in Lussemburgo (Lussemburgo),
      
      Schindler Liften BV, con sede in L’Aia (Paesi Bassi),
      
      rappresentate dagli avv.ti R. Bechtold, W. Bosch, U. Soltész e S. Hirsbrunner,
      ricorrenti,
      contro
      Commissione europea, rappresentata dalla sig.ra K. Mojzesowicz e dal sig. R. Sauer, in qualità di agenti,
      
      convenuta,
      sostenuta da
      Consiglio dell’Unione europea, rappresentato dalle sig.re M. Simm e G. Kimberley, in qualità di agenti,
      
      interveniente,
      avente ad oggetto una domanda di annullamento della decisione della Commissione 21 febbraio 2007, C (2007) 512 def., relativa
         ad un procedimento ai sensi dell’articolo 81 [CE] (Caso COMP/E-1/38.823 – Ascensori e scale mobili), o, in subordine, di riduzione
         dell’importo delle ammende inflitte alle ricorrenti,
      
      IL TRIBUNALE (Ottava Sezione),
      composto dalla sig.ra M. E. Martins Ribeiro (relatore), presidente, dai sigg. N. Wahl e A. Dittrich, giudici,
      cancelliere: sig.ra K. Andová, amministratore
      vista la fase scritta del procedimento e in seguito all’udienza del 17 settembre 2009,
      ha pronunciato la seguente
      Sentenza
      1        La presente causa ha ad oggetto una domanda di annullamento della decisione della Commissione 21 febbraio 2007, C (2007) 512
         def., relativa ad un procedimento ai sensi dell’articolo 81 [CE] (Caso COMP/E-1/38.823 – Ascensori e scale mobili) (in prosieguo:
         la «decisione impugnata»), di cui è stato pubblicato un sunto nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea del 26 marzo 2008 (GU C 75, pag. 19), o, in subordine, di riduzione dell’importo delle ammende inflitte alle ricorrenti.
      
      2        Nella decisione impugnata la Commissione delle Comunità europee ha considerato che le seguenti società hanno violato l’art. 81 CE:
      
      –        Kone Belgium SA (in prosieguo: «Kone Belgio»), Kone GmbH (in prosieguo: «Kone Germania»), Kone Luxembourg Sàrl (in prosieguo:
         «Kone Lussemburgo»), Kone BV Liften en Roltrappen (in prosieguo: «Kone Paesi Bassi») e Kone Oyj (in prosieguo: «KC») (in prosieguo
         indicate congiuntamente o separatamente come «Kone»);
      
      –        Otis SA (in prosieguo: «Otis Belgio»), Otis GmbH & Co. OHG (in prosieguo: «Otis Germania»), General Technic-Otis Sàrl (in
         prosieguo: «GTO»), General Technic Sàrl (in prosieguo: «GT»), Otis BV (in prosieguo: «Otis Paesi Bassi»), Otis Elevator Company
         (in prosieguo: «OEC») e United Technologies Corporation (in prosieguo: «UTC») (in prosieguo indicate congiuntamente o separatamente
         come «Otis»);
      
      –        Schindler SA (in prosieguo: «Schindler Belgio»), Schindler Deutschland Holding GmbH (in prosieguo: «Schindler Germania»),
         Schindler Sàrl (in prosieguo: «Schindler Lussemburgo»), Schindler Liften BV (in prosieguo: «Schindler Paesi Bassi») e Schindler
         Holding Ltd (in prosieguo indicate congiuntamente o separatamente come «Schindler»);
      
      –        ThyssenKrupp Liften Ascenseurs NV (in prosieguo: «TKLA»), ThyssenKrupp Aufzüge GmbH (in prosieguo: «TKA»), ThyssenKrupp Fahrtreppen
         GmbH (in prosieguo: «TKF»), ThyssenKrupp Elevator AG (in prosieguo: «TKE»), ThyssenKrupp AG (in prosieguo: «TKAG»), ThyssenKrupp
         Ascenseurs Luxembourg Sàrl (in prosieguo: «TKAL») e ThyssenKrupp Liften BV (in prosieguo: «TKL») (in prosieguo indicate congiuntamente
         o separatamente come «ThyssenKrupp»); e 
      
      –        Mitsubishi Elevator Europe BV (in prosieguo: «MEE»).
      3        Schindler è uno dei primi gruppi mondiali fornitori di ascensori e scale mobili. La sua società capogruppo è la Schindler
         Holding, con sede in Svizzera (punto 27 della decisione impugnata). Schindler esercita le sue attività nel settore degli ascensori
         e delle scale mobili tramite controllate nazionali. Queste ultime sono, in particolare, in Belgio Schindler Belgio, in Germania
         Schindler Germania, in Lussemburgo Schindler Lussemburgo e nei Paesi Bassi Schindler Paesi Bassi (punti 28‑32 della decisione
         impugnata).
      
       Procedimento amministrativo
      1.     Indagine della Commissione
      4        Nell’estate del 2003 sono state trasmesse alla Commissione informazioni relative alla possibile esistenza di un’intesa tra
         i quattro principali produttori europei di ascensori e scale mobili che esercitano attività commerciali nell’Unione, vale
         a dire Kone, Otis, Schindler e ThyssenKrupp (punti 3 e 91 della decisione impugnata).
      
       Belgio
      5        A partire dal 28 gennaio 2004 e durante il mese di marzo 2004 la Commissione ha effettuato accertamenti, in applicazione dell’art. 14,
         nn. 2 e 3, del regolamento del Consiglio 6 febbraio 1962, n. 17, primo regolamento d’applicazione degli articoli [81 CE] e
         [82 CE] (GU 19612, 13, pag. 204), in particolare presso i locali delle controllate di Kone, Otis, Schindler e ThyssenKrupp
         in Belgio (punti 92, 93, 95 e 97 della decisione impugnata).
      
      6        Successivamente, Kone, Otis, ThyssenKrupp e Schindler hanno presentato domande a titolo della comunicazione della Commissione
         relativa all’immunità dalle ammende e alla riduzione dell’importo delle ammende nei casi di cartelli tra imprese (GU 2002,
         C 45, pag. 3) (in prosieguo: la «comunicazione sulla cooperazione del 2002»). Tali domande sono state integrate dalle imprese
         interessate (punti 94, 96, 98 e 103 della decisione impugnata).
      
      7        Il 29 giugno 2004 è stata concessa a Kone un’immunità condizionata in applicazione del punto 8, lett. b), della suddetta comunicazione
         (punto 99 della decisione impugnata).
      
      8        Tra settembre e dicembre 2004 la Commissione ha inviato inoltre richieste di informazioni a norma dell’art. 18 del regolamento (CE)
         del Consiglio 16 dicembre 2002, n. 1/2003, concernente l’applicazione delle regole di concorrenza di cui agli articoli 81 [CE]
         e 82 [CE] (GU 2003, L 1, pag. 1), alle imprese partecipanti all’infrazione in Belgio, a vari clienti in tale Stato membro
         e all’associazione belga Agoria (punti 101 e 102 della decisione impugnata).
      
       Germania
      9        A partire dal 28 gennaio 2004 e durante il mese di marzo 2004 la Commissione ha effettuato accertamenti, in applicazione dell’art. 14,
         n. 3, del regolamento n. 17, in particolare presso i locali delle controllate di Otis e di ThyssenKrupp in Germania (punti
         104 e 106 della decisione impugnata).
      
      10      Il 12 e il 18 febbraio 2004 Kone ha integrato la sua domanda a titolo della comunicazione sulla cooperazione del 2002, del
         2 febbraio 2004, relativa al Belgio, con informazioni concernenti la Germania. Analogamente, tra marzo 2004 e febbraio 2005
         Otis ha integrato la sua domanda relativa al Belgio con informazioni concernenti la Germania. Il 25 novembre 2004 Schindler
         ha presentato una domanda a titolo di detta comunicazione contenente informazioni relative alla Germania, che è stata completata
         tra dicembre 2004 e febbraio 2005. Infine, nel dicembre 2005 ThyssenKrupp ha trasmesso alla Commissione una domanda, relativa
         alla Germania, sempre a titolo della suddetta comunicazione (punti 105, 107, 112 e 114 della decisione impugnata).
      
      11      Tra settembre e novembre 2004 la Commissione ha inviato inoltre richieste di informazioni, in applicazione dell’art. 18 del
         regolamento n. 1/2003, alle imprese partecipanti all’infrazione in Germania, a vari clienti in tale Stato membro e alle associazioni
         VDMA, VFA e VMA (punti 110, 111 e 113 della decisione impugnata).
      
       Lussemburgo
      12      Il 5 febbraio 2004 Kone ha integrato la sua domanda del 2 febbraio 2004, relativa al Belgio, con informazioni concernenti
         il Lussemburgo. Otis e ThyssenKrupp hanno presentato oralmente una domanda a titolo della comunicazione sulla cooperazione
         del 2002 con riferimento al Lussemburgo. Una domanda a titolo della medesima comunicazione, con riferimento al Lussemburgo,
         è stata presentata da Schindler (punti 115, 118, 119 e 124 della decisione impugnata).
      
      13      A partire dal 9 marzo 2004 la Commissione ha effettuato accertamenti, in applicazione dell’art. 14, n. 3, del regolamento
         n. 17, segnatamente presso i locali delle controllate di Schindler e di ThyssenKrupp in Lussemburgo (punto 116 della decisione
         impugnata).
      
      14      Il 29 giugno 2004 è stata concessa a Kone un’immunità condizionata in applicazione del punto 8, lett. b), della comunicazione
         sulla cooperazione del 2002 per la parte della sua domanda relativa al Lussemburgo (punto 120 della decisione impugnata).
      
      15      Nel settembre e nell’ottobre 2004 la Commissione ha inviato richieste di informazioni a norma dell’art. 18 del regolamento
         n. 1/2003 alle imprese partecipanti all’infrazione in Lussemburgo, a vari clienti in tale Stato membro e alla Fédération luxembourgeoise
         des ascensoristes (punti 122 e 123 della decisione impugnata).
      
       Paesi Bassi
      16      Nel marzo 2004 Otis ha presentato una domanda a titolo della comunicazione sulla cooperazione del 2002 con riferimento ai
         Paesi Bassi, che veniva successivamente completata. Nell’aprile 2004 è stata presentata da ThyssenKrupp una domanda a titolo
         di detta comunicazione, anch’essa successivamente completata a più riprese. Infine, il 19 luglio 2004 Kone ha integrato la
         sua domanda del 2 febbraio 2004, relativa al Belgio, con informazioni concernenti i Paesi Bassi (punti 127, 129 e 130 della
         decisione impugnata).
      
      17      Il 27 luglio 2004 è stata concessa un’immunità condizionata ad Otis in applicazione del punto 8, lett. a), della suddetta
         comunicazione (punto 131 della decisione impugnata).
      
      18      A partire dal 28 aprile 2004 la Commissione ha effettuato accertamenti, in applicazione dell’art. 14, n. 3, del regolamento
         n. 17, segnatamente presso i locali delle controllate di Kone, Schindler, ThyssenKrupp e MEE nei Paesi Bassi, nonché presso
         i locali dell’associazione Boschduin (punto 128 della decisione impugnata).
      
      19      Nel settembre 2004 la Commissione ha inviato richieste di informazioni in applicazione dell’art. 18 del regolamento n. 1/2003
         alle imprese partecipanti all’infrazione nei Paesi Bassi, a vari clienti in tale Stato membro e alle associazioni VLR e Boschduin
         (punti 133 e 134 della decisione impugnata).
      
      2.     Comunicazione degli addebiti
      20      Il 7 ottobre 2005 la Commissione ha adottato una comunicazione degli addebiti, rivolta in particolare alle società menzionate
         supra al punto 2. Tutti i destinatari della comunicazione degli addebiti hanno trasmesso osservazioni scritte in risposta
         alle censure mosse dalla Commissione (punti 135 e 137 della decisione impugnata).
      
      21      Poiché nessuno dei destinatari della comunicazione degli addebiti ne aveva fatto domanda, non si è tenuta un’audizione (punto
         138 della decisione impugnata).
      
      3.     Decisione impugnata
      22      Il 21 febbraio 2007 la Commissione ha adottato la decisione impugnata, in cui ha constatato che le società destinatarie avevano
         partecipato a quattro infrazioni singole, complesse e continuate all’art. 81, n. 1, CE, in quattro Stati membri, ripartendosi
         i mercati attraverso accordi o concertazioni per l’attribuzione di appalti e di contratti relativi alla vendita, all’installazione,
         alla manutenzione e all’ammodernamento di ascensori e scale mobili (punto 2 della decisione impugnata).
      
      23      Per quanto riguarda i destinatari della decisione impugnata, la Commissione ha ritenuto che, oltre alle controllate delle
         imprese interessate in Belgio, in Germania, in Lussemburgo e nei Paesi Bassi, le società capogruppo di dette controllate dovessero
         essere considerate solidalmente responsabili per le violazioni dell’art. 81 CE commesse dalle rispettive controllate, per
         il fatto che avevano potuto esercitare un’influenza decisiva sulla loro politica commerciale nel periodo dell’infrazione e
         si poteva presumere che si fossero avvalse di tale potere (punti 608, 615, 622, 627 e 634‑641 della decisione impugnata).
         Le società controllanti di MEE non sono state considerate solidalmente responsabili del comportamento della loro controllata,
         poiché non è stato possibile dimostrare che esse avessero esercitato un’influenza decisiva sul suo comportamento (punto 643
         della decisione impugnata).
      
      24      Per calcolare l’importo delle ammende, nella decisione impugnata la Commissione ha applicato il metodo descritto negli orientamenti
         per il calcolo delle ammende inflitte in applicazione dell’articolo 15, paragrafo 2 del regolamento n. 17 e dell’articolo
         65, paragrafo 5 [CA] (GU 1998, C 9, pag. 3; in prosieguo: gli «orientamenti del 1998»). Essa ha inoltre esaminato se, e in
         quale misura, le imprese interessate soddisfacessero le condizioni previste dalla comunicazione sulla cooperazione del 2002.
      
      25      La Commissione ha qualificato le infrazioni come «molto gravi» in considerazione della loro natura e del fatto che ciascuna
         di esse riguardava l’intero ambito territoriale di uno Stato membro (Belgio, Germania, Lussemburgo o Paesi Bassi), anche se
         il loro impatto reale non poteva essere misurato (punto 671 della decisione impugnata).
      
      26      Per tenere conto dell’effettiva capacità economica delle imprese interessate di arrecare un pregiudizio significativo alla
         concorrenza, la Commissione le ha suddivise, per ciascun paese, in varie categorie a seconda del volume d’affari realizzato
         sul mercato degli ascensori e/o delle scale mobili, compresi, se del caso, i servizi di manutenzione e di ammodernamento (punti
         672 e 673 della decisione impugnata).
      
      27      Per quanto riguarda l’intesa in Belgio, Kone e Schindler sono state classificate nella prima categoria, con un importo di
         partenza dell’ammenda, determinato in funzione della gravità dell’infrazione, di EUR 40 000 000. Otis è stata classificata
         nella seconda categoria, con un importo di partenza dell’ammenda di EUR 27 000 000. ThyssenKrupp è stata classificata nella
         terza categoria, con un importo di partenza dell’ammenda di EUR 16 500 000 (punti 674 e 675 della decisione impugnata). All’importo
         di partenza dell’ammenda da infliggere a Otis è stato applicato un coefficiente moltiplicatore di 1,7 e all’importo di partenza
         dell’ammenda di ThyssenKrupp è stato applicato un coefficiente moltiplicatore di 2, per tenere conto delle loro dimensioni
         e delle loro risorse globali, portando così gli importi di partenza delle loro ammende rispettivamente ad EUR 45 900 000 ed
         EUR 33 000 000 (punti 690 e 691 della decisione impugnata). Poiché l’infrazione è durata sette anni e otto mesi (dal 9 maggio
         1996 al 29 gennaio 2004), la Commissione ha aumentato del 75% l’importo di partenza dell’ammenda per le imprese interessate.
         L’importo di base dell’ammenda è stato quindi fissato in EUR 70 000 000 per Kone, in EUR 80 325 000 per Otis, in EUR 70 000 000
         per Schindler e in EUR 57 750 000 per ThyssenKrupp (punti 692 e 696 della decisione impugnata). La Commissione ha ritenuto
         che ThyssenKrupp dovesse essere considerata recidiva e ha aumentato l’importo della sua ammenda del 50% a titolo di tale circostanza
         aggravante (punti 697, 698 e 708‑710 della decisione impugnata). Non sono state riconosciute circostanze attenuanti a favore
         delle imprese interessate (punti 733, 734, 749, 750 e 753‑755 della decisione impugnata). In applicazione della comunicazione
         sulla cooperazione del 2002, Kone ha beneficiato di un’immunità totale dalle ammende. Otis ha beneficiato, da una parte, di
         una riduzione del 40% dell’importo dell’ammenda entro la forcella prevista dal punto 23, lett. b), primo comma, primo trattino,
         della detta comunicazione e, dall’altro, di una riduzione dell’1% dell’importo dell’ammenda per la mancata contestazione dei
         fatti. ThyssenKrupp ha beneficiato, da un lato, di una riduzione del 20% dell’importo dell’ammenda entro la forcella prevista
         dal punto 23, lett. b), primo comma, secondo trattino, di tale comunicazione e, dall’altro, di una riduzione dell’1% dell’importo
         dell’ammenda per la mancata contestazione dei fatti. Schindler ha beneficiato di una riduzione dell’1% dell’importo dell’ammenda
         per la mancata contestazione dei fatti (punti 760‑777 della decisione impugnata).
      
      28      Per quanto riguarda l’intesa in Germania, Kone, Otis e ThyssenKrupp sono state classificate nella prima categoria, con un
         importo di partenza dell’ammenda di EUR 70 000 000. Schindler è stata classificata nella seconda categoria, con un importo
         di partenza dell’ammenda di EUR 17 000 000 (punti 676‑679 della decisione impugnata). All’importo di partenza dell’ammenda
         da infliggere a Otis è stato applicato un coefficiente moltiplicatore di 1,7 e all’importo di partenza dell’ammenda di ThyssenKrupp
         è stato applicato un coefficiente moltiplicatore di 2, per tenere conto delle loro dimensioni e delle loro risorse globali,
         portando così gli importi di partenza delle loro ammende rispettivamente ad EUR 119 000 000 ed EUR 140 000 000 (punti 690
         e 691 della decisione impugnata). Poiché l’infrazione commessa da Kone, Otis e ThyssenKrupp è durata otto anni e quattro mesi
         (dal 1° agosto 1995 al 5 dicembre 2003), la Commissione ha aumentato l’importo di partenza dell’ammenda per tali imprese dell’80%.
         Poiché l’infrazione commessa da Schindler è durata cinque anni e quattro mesi (dal 1° agosto 1995 al 6 dicembre 2000), la
         Commissione ha aumentato l’importo di partenza dell’ammenda per tale impresa del 50%. L’importo di base dell’ammenda è stato
         così portato ad EUR 126 000 000 per Kone, ad EUR 214 200 000 per Otis, ad EUR 25 500 000 per Schindler e ad EUR 252 000 000
         per ThyssenKrupp (punti 693 e 696 della decisione impugnata). La Commissione ha ritenuto che ThyssenKrupp dovesse essere considerata
         recidiva e ha aumentato l’importo della sua ammenda del 50% a titolo di tale circostanza aggravante (punti 697‑707 della decisione
         impugnata). Non è stata applicata alcuna circostanza attenuante a favore delle imprese interessate (punti 727‑729, 735, 736,
         742‑744, 749, 750 e 753‑755 della decisione impugnata). Kone ha beneficiato, da una parte, della riduzione massima del 50%
         dell’importo dell’ammenda prevista dal punto 23, lett. b), primo comma, primo trattino, della comunicazione sulla cooperazione
         del 2002 e, dall’altra, di una riduzione dell’1% dell’importo dell’ammenda per la mancata contestazione dei fatti. Otis ha
         beneficiato, da una parte, di una riduzione del 25% dell’importo dell’ammenda entro la forcella prevista dal punto 23, lett. b),
         primo comma, secondo trattino, della detta comunicazione e, dall’altra, di una riduzione dell’1% dell’importo dell’ammenda
         per la mancata contestazione dei fatti. Schindler ha beneficiato, da una parte, di una riduzione del 15% dell’importo dell’ammenda
         entro la forcella prevista dal punto 23, lett. b), primo comma, terzo trattino, di tale comunicazione e, dall’altra, di una
         riduzione dell’1% dell’importo dell’ammenda per la mancata contestazione dei fatti. ThyssenKrupp ha beneficiato di una riduzione
         dell’1% dell’importo dell’ammenda per la mancata contestazione dei fatti (punti 778‑813 della decisione impugnata).
      
      29      Per quanto riguarda l’intesa in Lussemburgo, Otis e Schindler sono state classificate nella prima categoria, con un importo
         di partenza dell’ammenda di EUR 10 000 000. Kone e ThyssenKrupp sono state classificate nella seconda categoria, con un importo
         di partenza dell’ammenda di EUR 2 500 000 (punti 680-683 della decisione impugnata). All’importo di partenza dell’ammenda
         da infliggere a Otis è stato applicato un coefficiente moltiplicatore di 1,7 e all’importo di partenza dell’ammenda di ThyssenKrupp
         è stato applicato un coefficiente moltiplicatore di 2, per tenere conto delle loro dimensioni e delle loro risorse globali,
         portando così gli importi di partenza delle loro ammende rispettivamente ad EUR 17 000 000 ed EUR 5 000 000 (punti 690 e 691
         della decisione impugnata). Poiché l’infrazione è durata otto anni e tre mesi (dal 7 dicembre 1995 al 9 marzo 2004), la Commissione
         ha aumentato l’importo di partenza dell’ammenda per le imprese interessate dell’80%. L’importo di base dell’ammenda è stato
         così portato ad EUR 4 500 000 per Kone, ad EUR 30 600 000 per Otis, ad EUR 18 000 000 per Schindler e ad EUR 9 000 000 per
         ThyssenKrupp (punti 694 e 696 della decisione impugnata). La Commissione ha ritenuto che ThyssenKrupp dovesse essere considerata
         recidiva e ha aumentato l’importo della sua ammenda del 50% a titolo di tale circostanza aggravante (punti 697, 698 e 711‑714
         della decisione impugnata). Non è stata applicata alcuna circostanza attenuante a favore delle imprese interessate (punti
         730, 749, 750 e 753‑755 della decisione impugnata). In applicazione della comunicazione sulla cooperazione del 2002, Kone
         ha beneficiato dell’immunità totale dalle ammende. Otis ha beneficiato, da una parte, di una riduzione del 40% dell’importo
         dell’ammenda entro la forcella prevista dal punto 23, lett. b), primo comma, primo trattino, della detta comunicazione e,
         dall’altro, di una riduzione dell’1% dell’importo dell’ammenda per la mancata contestazione dei fatti. Schindler e ThyssenKrupp
         hanno beneficiato soltanto di una riduzione dell’1% dell’importo dell’ammenda per la mancata contestazione dei fatti (punti
         814‑835 della decisione impugnata).
      
      30      Per quanto concerne l’intesa nei Paesi Bassi, Kone è stata classificata nella prima categoria, con un importo di partenza
         dell’ammenda di EUR 55 000 000. Otis è stata classificata nella seconda categoria, con un importo di partenza dell’ammenda
         di EUR 41 000 000. Schindler è stata classificata nella terza categoria, con un importo di partenza dell’ammenda di EUR 24 500 000.
         ThyssenKrupp e MEE sono state classificate nella quarta categoria, con un importo di partenza dell’ammenda di EUR 8 500 000
         (punti 684 e 685 della decisione impugnata). All’importo di partenza dell’ammenda da infliggere a Otis è stato applicato un
         coefficiente moltiplicatore di 1,7 e all’importo di partenza dell’ammenda di ThyssenKrupp è stato applicato un coefficiente
         moltiplicatore di 2, per tenere conto delle loro dimensioni e delle loro risorse globali, portando così gli importi di partenza
         delle loro ammende rispettivamente ad EUR 69 700 000 ed EUR 17 000 000 (punti 690 e 691 della decisione impugnata). Poiché
         l’infrazione commessa da Otis e ThyssenKrupp è durata cinque anni e dieci mesi (dal 15 aprile 1998 al 5 marzo 2004), la Commissione
         ha aumentato l’importo di partenza dell’ammenda per tali imprese del 55%. Poiché l’infrazione commessa da Kone e Schindler
         è durata quattro anni e nove mesi (dal 1° giugno 1999 al 5 marzo 2004), la Commissione ha aumentato l’importo di partenza
         dell’ammenda per tali imprese del 45%. Poiché l’infrazione commessa da MEE è durata quattro anni e un mese (dall’11 gennaio
         2000 al 5 marzo 2004), la Commissione ha aumentato l’importo di partenza dell’ammenda per tale impresa del 40%. L’importo
         di base dell’ammenda è stato così portato ad EUR 79 750 000 per Kone, ad EUR 108 035 000 per Otis, ad EUR 35 525 000 per Schindler,
         ad EUR 26 350 000 per ThyssenKrupp e ad EUR 11 900 000 per MEE (punti 695 e 696 della decisione impugnata). La Commissione
         ha ritenuto che ThyssenKrupp dovesse essere considerata recidiva e ha aumentato l’importo della sua ammenda del 50% a titolo
         di tale circostanza aggravante (punti 697, 698 e 715‑720 della decisione impugnata). Non è stata applicata alcuna circostanza
         attenuante a favore delle imprese interessate (punti 724‑726, 731, 732, 737, 739‑741, 745-748 e 751-755 della decisione impugnata).
         In applicazione della comunicazione sulla cooperazione del 2002, Otis ha beneficiato dell’immunità totale dalle ammende. ThyssenKrupp
         ha beneficiato, da una parte, di una riduzione del 40% dell’importo dell’ammenda entro la forcella prevista dal punto 23,
         lett. b), primo comma, primo trattino, della detta comunicazione e, dall’altra, di una riduzione dell’1% dell’importo dell’ammenda
         per la mancata contestazione dei fatti. Schindler e MEE hanno beneficiato di una riduzione dell’1% dell’importo dell’ammenda
         per la mancata contestazione dei fatti (punti 836‑855 della decisione impugnata).
      
      31      Il dispositivo della decisione impugnata così recita:
      
      «Articolo 1
      1.      Per quanto riguarda il Belgio, le seguenti imprese hanno violato l’articolo 81 [CE], accordandosi regolarmente e collettivamente,
         nei periodi indicati, nell’ambito di accordi e pratiche concordate a livello nazionale concernenti gli ascensori e le scale
         mobili, al fine di ripartirsi i mercati ed attribuirsi gli appalti pubblici e privati nonché altri contratti per la vendita
         e l’installazione di ascensori e scale mobili conformemente alle quote preconcordate, e di non farsi concorrenza per i contratti
         di manutenzione e di ammodernamento:
      
      –        Kone: [KC] e [Kone Belgio]: dal 9 maggio 1996 al 29 gennaio 2004;
      –        Otis: [UTC], [OEC] e [Otis Belgio]: dal 9 maggio 1996 al 29 gennaio 2004;
      –        Schindler: Schindler Holding (…) e [Schindler Belgio]: dal 9 maggio 1996 al 29 gennaio 2004; e
      –        ThyssenKrupp: [TKAG], [TKE] e [TKLA]: dal 9 maggio 1996 al 29 gennaio 2004.
      2.      Per quanto riguarda la Germania, le seguenti imprese hanno violato l’articolo 81 [CE], accordandosi regolarmente e collettivamente,
         nei periodi indicati, nell’ambito di accordi e pratiche concordate a livello nazionale concernenti gli ascensori e le scale
         mobili, al fine di ripartirsi i mercati ed attribuirsi gli appalti pubblici e privati nonché altri contratti per la vendita
         e l’installazione conformemente alle quote preconcordate:
      
      –        Kone: [KC] e [Kone Germania]: dal 1° agosto 1995 al 5 dicembre 2003;
      –        Otis: [UTC], [OEC] e [Otis Germania]: dal 1° agosto 1995 al 5 dicembre 2003;
      –        Schindler: Schindler Holding (…) e [Schindler Germania]: dal 1° agosto 1995 al 6 dicembre 2000; e
      –        ThyssenKrupp: [TKAG], [TKE], [TKA] e [TKF]: dal 1° agosto 1995 al 5 dicembre 2003.
      3.      Per quanto riguarda il Lussemburgo, le seguenti imprese hanno violato l’articolo 81 [CE], accordandosi regolarmente e collettivamente,
         nei periodi indicati, nell’ambito di accordi e pratiche concordate a livello nazionale concernenti gli ascensori e le scale
         mobili, al fine di ripartirsi i mercati ed attribuirsi gli appalti pubblici e privati nonché altri contratti per la vendita
         e l’installazione conformemente alle quote preconcordate, e di non farsi concorrenza per i contratti di manutenzione e di
         ammodernamento:
      
      –        Kone: [KC] e [Kone Lussemburgo]: dal 7 dicembre 1995 al 29 gennaio 2004;
      –        Otis: [UTC], [OEC], [Otis Belgio], [GTO] e [GT]: dal 7 dicembre 1995 al 9 marzo 2004;
      –        Schindler: Schindler Holding (…) e [Schindler Lussemburgo]: dal 7 dicembre 1995 al 9 marzo 2004; e 
      –        ThyssenKrupp: [TKAG], [TKE] e [TKAL]: dal 7 dicembre 1995 al 9 marzo 2004.
      4.      Per quanto riguarda i Paesi Bassi, le seguenti imprese hanno violato l’articolo 81 [CE], accordandosi regolarmente e collettivamente,
         nei periodi indicati, nell’ambito di accordi e pratiche concordate a livello nazionale concernenti gli ascensori e le scale
         mobili, al fine di ripartirsi i mercati ed attribuirsi gli appalti pubblici e privati nonché altri contratti per la vendita
         e l’installazione conformemente alle quote preconcordate, e di non farsi concorrenza per i contratti di manutenzione e di
         ammodernamento:
      
      –        Kone: [KC] e [Kone Paesi Bassi]: dal 1° giugno 1999 al 5 marzo 2004;
      –        Otis: [UTC], [OEC] e [Otis Paesi Bassi]: dal 15 aprile 1998 al 5 marzo 2004;
      –        Schindler: Schindler Holding (…) e [Schindler Paesi Bassi]: dal 1° giugno 1999 al 5 marzo 2004;
      –        ThyssenKrupp: [TKAG] e [TKL]: dal 15 aprile 1998 al 5 marzo 2004; e 
      –        [MEE]: dall’11 gennaio 2000 al 5 marzo 2004.
      Articolo 2
      1.      Per le infrazioni in Belgio di cui all’articolo 1, paragrafo 1, sono inflitte le seguenti ammende: 
      –        Kone: [KC] e [Kone Belgio], in solido: 0 EUR;
      –        Otis: [UTC], [OEC] e [Otis Belgio], in solido: 47 713 050 EUR;
      –        Schindler: Schindler Holding (…) e [Schindler Belgio], in solido: 69 300 000 EUR; e
      –        ThyssenKrupp: [TKAG], [TKE] e [TKLA], in solido: 68 607 000 EUR.
      2.      Per le infrazioni in Germania di cui all’articolo 1, paragrafo 2, sono inflitte le seguenti ammende:
      –        Kone: [KC] e [Kone Germania], in solido: 62 370 000 EUR;
      –        Otis: [UTC], [OEC] e [Otis Germania], in solido: 159 043 500 EUR;
      –        Schindler: Schindler Holding (…) e [Schindler Germania], in solido: 21 458 250 EUR; e
      –        ThyssenKrupp: [TKAG], [TKE], [TKA] e [TKF], in solido: 374 220 000 EUR.
      3.      Per le infrazioni in Lussemburgo di cui all’articolo 1, paragrafo 3, sono inflitte le seguenti ammende:
      –        Kone: [KC] e [Kone Lussemburgo], in solido: 0 EUR;
      –        Otis: [UTC], [OEC], [Otis Belgio], [GTO] e [GT], in solido: 18 176 400 EUR;
      –        Schindler: Schindler Holding (…) e [Schindler Lussemburgo], in solido: 17 820 000 EUR; e
      –        ThyssenKrupp: [TKAG], [TKE] e [TKAL], in solido: 13 365 000 EUR.
      4.      Per le infrazioni nei Paesi Bassi di cui all’articolo 1, paragrafo 4, sono inflitte le seguenti ammende:
      –        Kone: [KC] e [Kone Paesi Bassi], in solido: 79 750 000 EUR;
      –        Otis: [UTC], [OEC] e [Otis Paesi Bassi], in solido: 0 EUR;
      –        Schindler: Schindler Holding (…) e [Schindler Paesi Bassi], in solido: 35 169 750 EUR;
      –        ThyssenKrupp: [TKAG] e [TKL], in solido: 23 477 850 EUR; e
      –        [MEE]: 1 841 400 EUR.
      (…)».
       Procedimento e conclusioni delle parti 
      32      Con atto introduttivo depositato presso la cancelleria del Tribunale il 4 maggio 2007, Schindler Holding, Schindler Management
         AG, Schindler Belgio, Schindler Germania, Schindler Lussemburgo e Schindler Paesi Bassi, ricorrenti, hanno proposto il ricorso
         in esame.
      
      33      Con atto depositato nella cancelleria del Tribunale il 25 luglio 2007, il Consiglio dell’Unione ha chiesto di intervenire
         a sostegno delle conclusioni della Commissione. Con ordinanza 8 ottobre 2007, il presidente dell’Ottava Sezione del Tribunale
         ha accolto tale istanza di intervento.
      
      34      Il 26 novembre 2007, il Consiglio ha depositato la sua memoria di intervento. Le parti principali hanno presentato le loro
         osservazioni su detta memoria.
      
      35      Sulla base della relazione del giudice relatore il Tribunale (Ottava Sezione) ha deciso di passare alla fase orale e, nell’ambito
         delle misure di organizzazione del procedimento di cui all’art. 64 del suo regolamento di procedura, ha sottoposto quesiti
         per iscritto alle ricorrenti ed ha chiesto alla Commissione di presentare un documento. Le parti hanno ottemperato a tali
         misure nei termini impartiti.
      
      36      Le parti hanno svolto le loro difese e hanno risposto ai quesiti orali loro posti dal Tribunale nel corso dell’udienza del
         17 settembre 2009.
      
      37      Le ricorrenti chiedono che il Tribunale voglia:
      
      –        annullare la decisione impugnata;
      –        in subordine, ridurre l’ammontare dell’ammenda inflitta;
      –        accertare, in conformità all’art. 113 del regolamento di procedura, il non luogo a provvedere sul ricorso, per quanto riguarda
         Schindler Management;condannare la Commissione alle spese, comprese quelle risultanti dal non luogo a provvedere, per quanto
         riguarda il ricorso come proposto da Schindler Management.
      
      38      La Commissione chiede che il Tribunale voglia:
      
      –        respingere il ricorso;
      –        condannare le ricorrenti alle spese.
      39      Il Consiglio chiede che il Tribunale voglia:
      
      –        respingere il ricorso;
      –        pronunciarsi equamente sulle spese.
       Sulla domanda di non luogo a provvedere nei confronti di Schindler Management 
      40      Nella versione anteriore alla presentazione del ricorso, l’art. 4 della decisione impugnata menzionava Schindler Management
         tra i destinatari della stessa.
      
      41      Con decisione 4 settembre 2007, comunicata al Tribunale il 30 giugno 2009, la Commissione ha rettificato l’art. 4 della decisione
         impugnata e ha notificato tale rettifica a Schindler Holding e a Schindler Management. L’art. 4 rettificato della decisione
         impugnata non menziona più Schindler Management.
      
      42      Secondo le ricorrenti, la rettifica della decisione impugnata ha privato il ricorso del suo oggetto nei limiti in cui è stato
         proposto da Schindler Management.
      
      43      Si deve constatare, in base alle conclusioni delle ricorrenti, che il presente ricorso è divenuto privo di oggetto nella parte
         relativa a Schindler Management a seguito della rettifica della decisione impugnata.
      
      44      Pertanto, non occorre più statuire sul ricorso nei limiti in cui è stato proposto da Schindler Management.
      
       Nel merito
      1.     Osservazioni preliminari
      45      A sostegno del ricorso, nelle loro memorie le ricorrenti hanno sollevato argomenti nell’ambito di tredici motivi, che esse
         hanno presentato come segue. Il primo motivo verte sulla violazione del principio di legalità delle pene, in ragione del fatto
         che l’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003 conferirebbe alla Commissione un potere discrezionale illimitato per il calcolo
         delle ammende. Il secondo motivo verte sulla violazione del principio di irretroattività nell’applicazione degli orientamenti
         del 1998 e della comunicazione sulla cooperazione del 2002. Il terzo motivo verte sulla violazione del principio di legalità
         delle pene e sulla carenza di competenza della Commissione ad adottare gli orientamenti del 1998. Il quarto motivo verte sull’illegittimità
         della comunicazione sulla cooperazione del 2002, per violazione dei principi nemo tenetur se ipsum accusare, nemo tenetur
         se ipsum prodere (in prosieguo, congiuntamente, «il principio nemo tenetur»), in dubio pro reo e di proporzionalità. Il quinto
         motivo verte sulla violazione del principio della separazione dei poteri e del diritto ad un procedimento fondato sul rispetto
         dei principi dello Stato di diritto. Il sesto motivo verte sulla natura confiscatoria delle ammende inflitte alle ricorrenti.
         Il settimo e l’ottavo motivo vertono sulla violazione degli orientamenti del 1998 nella fissazione dell’importo di partenza
         delle ammende e nella valutazione delle circostanze attenuanti. Il nono motivo verte sulla violazione degli orientamenti del
         1998 e della comunicazione sulla cooperazione del 2002 per quanto riguarda la determinazione dell’importo delle ammende per
         le infrazioni in Belgio, in Germania e in Lussemburgo. Il decimo motivo verte sul carattere sproporzionato dell’importo delle
         ammende. L’undicesimo motivo verte sulla mancanza di valida notifica della decisione impugnata a Schindler Holding. Il dodicesimo
         motivo verte sull’inesistenza della responsabilità di Schindler Holding. Infine, il tredicesimo motivo verte sulla violazione
         dell’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003.
      
      46      Anche se il ricorso proposto dalle ricorrenti presenta un duplice oggetto, vale a dire, in via principale, una domanda di
         annullamento della decisione impugnata e, in subordine, una domanda di riduzione dell’importo delle ammende, le ricorrenti,
         nelle loro memorie, hanno dedotto i singoli motivi, senza che fossero precisate le rispettive pretese. In udienza, le ricorrenti
         hanno sostanzialmente indicato, in risposta ad un quesito del Tribunale, che i primi dieci motivi e il tredicesimo motivo
         hanno ad oggetto l’annullamento dell’art. 2 della decisione impugnata, che l’undicesimo motivo ha ad oggetto l’annullamento
         della decisione impugnata in toto, nella parte in cui riguarda Schindler Holding, e che il dodicesimo motivo ha ad oggetto
         l’annullamento degli artt. 1, 2 e 3 della decisione impugnata, nella parte in cui riguarda Schindler Holding.
      
      47      A tal proposito, si deve osservare che varie censure delle ricorrenti riguardano la legittimità della decisione impugnata
         nel suo complesso e verranno quindi esaminate per prime. Ciò vale per la censura delle ricorrenti formulata nell’ambito del
         loro quinto motivo, vertente, in sostanza, su una violazione dell’art. 6, n. 1, della Convenzione europea per la salvaguardia
         dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950 (in prosieguo: la «CEDU»). Tra le censure
         concernenti la legittimità della decisione impugnata nel suo complesso rientrano anche quelle sollevate nell’ambito dell’undicesimo
         e del dodicesimo motivo, vertenti rispettivamente sull’illegittimità della decisione impugnata nella parte in cui riguarda
         Schindler Holding per la mancanza di una valida notifica e sull’illegittimità della decisione impugnata nella parte in cui
         vi si afferma la responsabilità in solido di Schindler Holding.
      
      48      Verranno poi esaminate le censure relative alla legittimità dell’art. 2 della decisione impugnata, sollevate nell’ambito degli
         altri motivi di ricorso. A tal proposito, il Tribunale ritiene opportuno esaminare le censure delle ricorrenti nel modo seguente.
         Anzitutto, saranno analizzati il primo, il secondo, il terzo e il quarto motivo, nell’ambito dei quali le ricorrenti sollevano
         varie eccezioni di illegittimità relative all’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003, agli orientamenti del 1998 e alla
         comunicazione sulla cooperazione del 2002. Il Tribunale esaminerà poi il sesto motivo, secondo cui la decisione impugnata
         avrebbe natura confiscatoria. Infine, il Tribunale esaminerà il settimo, l’ottavo, il nono, il decimo e il tredicesimo motivo,
         nell’ambito dei quali le ricorrenti hanno invocato varie censure relative alla determinazione dell’importo delle loro ammende.
      
      2.     Sulla domanda di annullamento in toto della decisione impugnata
       Sul motivo vertente sulla violazione dell’art. 6, n. 1, della CEDU
      49      Le ricorrenti sostengono che, dal momento che le infrazioni alle disposizioni del Trattato CE in materia di diritto della
         concorrenza rientrano nell’ambito del diritto penale, il procedimento dinanzi alla Commissione deve soddisfare i requisiti
         di cui all’art. 6, n. 1, della CEDU. Orbene, le autorità amministrative potrebbero infliggere sanzioni penali solo qualora
         le stesse possano essere sottoposte a sindacato giurisdizionale, ipotesi che non ricorrerebbe nel caso di specie. Infatti,
         un ricorso di annullamento dinanzi al giudice dell’Unione sarebbe solo un procedimento di cassazione amministrativo, limitato
         ai motivi concretamente addotti dal ricorrente, che non soddisferebbe i requisiti definiti dalla Corte europea dei diritti
         dell’uomo (in prosieguo: la «Corte EDU»), in particolare nella sentenza 21 febbraio 1984, Öztürk c. Germania (serie A n. 73).
         Inoltre, il procedimento dinanzi alla Commissione non potrebbe essere considerato un procedimento dinanzi ad un giudice indipendente
         e imparziale, dato che l’amministrazione della prova da parte della Commissione nell’ambito della comunicazione sulla cooperazione
         del 2002, consistente nel basarsi su descrizioni dei fatti ottenute nel contesto di un’«autoincriminazione», non risponde
         ai requisiti di un procedimento in uno Stato di diritto, tanto più che le imprese non avrebbero alcuna possibilità di verificare
         la rilevanza degli addebiti, ad esempio ponendo domande ai testimoni a carico.
      
      50      L’art. 6, n. 1, della CEDU così recita:
      
      «Ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale
         indipendente e imparziale, costituito per legge, il quale sia chiamato a pronunciarsi (…) sulla fondatezza di ogni accusa
         penale formulata nei suoi confronti».
      
      51      Si deve ricordare che la Corte ha riconosciuto il principio generale di diritto dell’Unione in forza del quale ogni persona
         ha diritto ad un processo equo (v. sentenza della Corte 25 gennaio 2007, causa C‑411/04 P, Salzgitter Mannesmann/Commissione,
         Racc. pag. I‑959, punto 40 e la giurisprudenza ivi citata). Tale principio, peraltro riaffermato dall’art. 47 della Carta
         dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 (GU C 364, p. 1) (in prosieguo: la «Carta»),
         si ispira ai diritti fondamentali che fanno parte integrante dei principi generali del diritto dell’Unione dei quali la Corte
         garantisce l’osservanza ispirandosi alle tradizioni costituzionali comuni degli Stati membri e alle indicazioni fornite in
         particolare dalla Corte EDU (sentenza Salzgitter Mannesmann/Commissione, cit., punto 41).
      
      52      In primo luogo, per quanto riguarda l’argomento secondo cui il procedimento dinanzi alla Commissione non soddisferebbe i requisiti
         di cui all’art. 6, n. 1, della CEDU, va rilevato che, secondo la giurisprudenza della Corte EDU, affinché sia applicabile
         l’art. 6 della CEDU è sufficiente che l’infrazione di cui trattasi abbia natura penale o abbia esposto l’interessato ad una
         sanzione che, per natura e grado di gravità, rientri in generale nella materia penale (v. Corte EDU, sentenza 23 novembre
         2006, Jussila c. Finlandia, Recueil des arrêts et décisions, 2006‑XIII, § 31 e la giurisprudenza ivi citata). A tal proposito, come risulta dalla giurisprudenza della Corte EDU, adottando
         un’interpretazione autonoma della nozione di «accusa penale», gli organi della CEDU hanno gettato le basi per una progressiva
         estensione dell’applicazione della parte penale dell’art. 6 a settori che formalmente non rientrano nelle categorie classiche
         del diritto penale, quali le sanzioni pecuniarie inflitte per violazione delle norme in materia di concorrenza. Tuttavia,
         per quanto riguarda le categorie che non fanno parte del nucleo centrale del diritto penale, la Corte EDU ha precisato che
         le garanzie penalistiche scaturenti dall’art. 6 non devono essere necessariamente applicate in tutto il loro rigore (v., in
         tal senso, Corte EDU, sentenza Jussila c. Finlandia, cit., § 43 e la giurisprudenza ivi citata).
      
      53      Inoltre, secondo la giurisprudenza del giudice dell’Unione e, come espressamente affermato all’art. 23, n. 5, del regolamento
         n. 1/2003, le decisioni della Commissione mediante le quali vengono inflitte ammende per violazione del diritto della concorrenza
         non hanno carattere penale (v., in tal senso, sentenze del Tribunale 6 ottobre 1994, T‑83/91, Tetra Pak/Commissione, Racc. pag. II‑755,
         punto 235; 15 marzo 2000, cause riunite T‑25/95, T‑26/95, T‑30/95‑T‑32/95, T‑34/95‑T‑39/95, T‑42/95‑T‑46/95, T‑48/95, T‑50/95‑T‑65/95,
         T‑68/95‑T‑71/95, T‑87/95, T‑88/95, T‑103/95 e T‑104/95, Cimenteries CBR e a./Commissione, Racc. pag. II‑491, punto 717, e
         20 marzo 2002, causa T‑9/99, HFB e a./Commissione, Racc. pag. II‑1487, punto 390).
      
      54      Contrariamente a quanto sostenuto dalle ricorrenti, si deve rilevare che un procedimento nel quale la Commissione adotta una
         decisione con cui constata un’infrazione e infligge ammende che può essere successivamente sottoposta al controllo del giudice
         dell’Unione soddisfa i requisiti di cui all’art. 6, n. 1, della CEDU. È vero che la Commissione non è un tribunale ai sensi
         dell’art. 6 della CEDU (v., in tal senso, sentenze della Corte 29 ottobre 1980, cause riunite 209/78‑215/78 e 218/78, van
         Landewyck e a./Commissione, Racc. pag. 3125, punto 81, e 7 giugno 1983, cause riunite 100/80‑103/80, Musique Diffusion française
         e a./Commissione, Racc. pag. 1825, punto 7). Tuttavia, la Commissione ha l’obbligo di rispettare i principi generali dell’ordinamento
         giuridico dell’Unione durante il procedimento amministrativo (sentenze del Tribunale 10 marzo 1992, causa T‑11/89, Shell/Commissione,
         Racc. pag. II‑757, punto 39; Cimenteries CBR e a./Commissione, cit. al punto 53 supra, punto 718, e HFB e a./Commissione,
         cit. al punto 53 supra, punto 391).
      
      55      Peraltro, il controllo esercitato dal giudice dell’Unione sulle decisioni della Commissione garantisce che siano soddisfatti
         i requisiti di un processo equo, quale previsto dall’art. 6, n. 1, della CEDU (v. punto 50 supra).
      
      56      A tal riguardo, secondo la Corte EDU, occorre che l’impresa interessata possa impugnare qualsiasi decisione presa nei suoi
         confronti dinanzi ad un organo giurisdizionale dotato di una competenza anche di merito, che possa in particolare riformare
         in qualunque punto, in fatto come in diritto, la decisione adottata (v., per analogia, Corte EDU, sentenza 23 luglio 2002,
         Janosevic c. Svezia, Recueil des arrêts et décisions, 2002‑VII, § 81 e la giurisprudenza ivi citata). Orbene, allorché verifica la legittimità di una decisione che constata un’infrazione
         all’art. 81 CE, il Tribunale può essere invitato dai ricorrenti a procedere ad un esame esaustivo sia della ricostruzione
         materiale dei fatti, sia della loro valutazione giuridica da parte della Commissione. Inoltre, per quanto concerne le ammende,
         esso dispone di una competenza giurisdizionale estesa anche al merito, in forza dell’art. 229 CE e dell’art. 31 del regolamento
         n. 1/2003 (v., in tal senso, sentenza Cimenteries CBR e a./Commissione, cit. al punto 53 supra, punto 719).
      
      57      In secondo luogo, occorre respingere l’argomento delle ricorrenti per cui le imprese interessate non avrebbero avuto la possibilità
         di verificare la rilevanza delle censure sollevate dalla Commissione, ad esempio interrogando gli eventuali testimoni a carico.
         Infatti, secondo la giurisprudenza, nessuna disposizione né alcun principio generale del diritto dell’Unione vieta alla Commissione
         di avvalersi, nei confronti di un’impresa, delle dichiarazioni di altre imprese incriminate. Se ciò non fosse, l’onere della
         prova dei comportamenti contrari agli artt. 81 CE e 82 CE, che incombe alla Commissione, sarebbe insostenibile e incompatibile
         con il compito di vigilanza sulla corretta applicazione di tali disposizioni ad essa attribuita dal Trattato CE. Tuttavia,
         la dichiarazione di un’impresa accusata di avere preso parte ad un’intesa, la cui esattezza viene contestata da varie imprese
         sottoposte ad indagine, non può essere considerata una prova sufficiente dei fatti controversi qualora non sia confermata
         da altri elementi probatori (v. sentenza del Tribunale 25 ottobre 2005, causa T‑38/02, Groupe Danone/Commissione, Racc. pag. II‑4407,
         punto 285 e la giurisprudenza ivi citata). Inoltre, è giocoforza constatare che, in ogni caso, nella fattispecie le ricorrenti
         hanno espressamente riconosciuto i fatti risultanti dalla comunicazione degli addebiti.
      
      58      In terzo luogo, riguardo al resto del motivo, per quanto concerne l’amministrazione della prova da parte della Commissione
         nell’ambito della comunicazione sulla cooperazione del 2002, la censura delle ricorrenti si confonde con quella relativa all’illegittimità
         di detta comunicazione per violazione dei principi nemo tenetur e in dubio pro reo, che deve essere respinta per i motivi
         esposti ai punti 146‑164 infra.
      
      59      Ne consegue che va respinto il motivo concernente la violazione dell’art. 6, n. 1, della CEDU.
      
       Sul motivo vertente sull’illegittimità della decisione impugnata, nella parte in cui è indirizzata a Schindler Holding, in
            ragione della mancanza di valida notifica
      60      Le ricorrenti riconoscono che la decisione impugnata è stata comunicata a Schindler Holding, che ha sede in Svizzera. Tuttavia,
         essa non sarebbe stata notificata conformemente all’art. 254, n. 3, CE. Il comportamento della Commissione violerebbe il diritto
         penale svizzero e sarebbe in contrasto con il diritto internazionale. Infatti, la notifica in Svizzera presupporrebbe l’esistenza
         di una convenzione di diritto internazionale con la Svizzera, convenzione che non esisterebbe, di modo che, in mancanza di
         notifica, la decisione impugnata, nella parte in cui è indirizzata a Schindler Holding, non sarebbe valida e pertanto sarebbe
         giuridicamente inesistente.
      
      61      A tal proposito, si deve ricordare che la Corte ha già dichiarato che le irregolarità nel procedimento di notifica di una
         decisione sono estranee all’atto e non possono quindi inficiarne la legittimità (sentenza della Corte 14 luglio 1972, causa
         48/69, Imperial Chemical Industries/Commissione, Racc. pag. 619, punto 39). Irregolarità del genere possono solo ostacolare,
         in talune circostanze, la decorrenza del termine d’impugnazione di cui all’art. 230, quinto comma, CE. Nella fattispecie Schindler
         Holding ha incontestabilmente preso conoscenza del contenuto della decisione impugnata e si è avvalsa del proprio diritto
         di ricorso entro il termine di cui all’art. 230, quinto comma, CE.
      
      62      Si deve quindi respingere il presente motivo.
      
       Sul motivo vertente sull’illegittimità della decisione impugnata, nella parte in cui vi si afferma la responsabilità in solido
            di Schindler Holding
      63      Con questo motivo le ricorrenti mettono in discussione la responsabilità in solido di Schindler Holding, la società capogruppo
         del gruppo Schindler, per le condotte anticoncorrenziali delle sue controllate in Belgio, Germania, Lussemburgo e Paesi Bassi.
      
      64      Per quel che riguarda la responsabilità in solido di una società controllante per il comportamento della sua controllata,
         occorre rammentare che la circostanza che la società controllata abbia personalità giuridica distinta non basta ad escludere
         la possibilità di imputare alla società controllante il suo comportamento (sentenza Imperial Chemical Industries/Commissione,
         cit. al punto 61 supra, punto 132).
      
      65      Infatti, il diritto dell’Unione in materia di concorrenza riguarda le attività delle imprese e la nozione di impresa abbraccia
         qualsiasi soggetto che eserciti un’attività economica, a prescindere dallo status giuridico del soggetto stesso e dalle sue
         modalità di finanziamento (v. sentenza della Corte 10 settembre 2009, causa C-97/08 P, Akzo Nobel e a./Commissione, Racc. pag. I-8237,
         punto 54 e la giurisprudenza ivi citata).
      
      66      Il giudice dell’Unione ha inoltre precisato che la nozione di impresa, nell’ambito di tale contesto, dev’essere intesa nel
         senso che essa si riferisce ad un’unità economica anche qualora, sotto il profilo giuridico, questa unità economica sia costituita
         da più persone, fisiche o giuridiche (v. sentenze della Corte 12 luglio 1984, causa 170/83, Hydrotherm Gerätebau, Racc. pag. 2999,
         punto 11, e Akzo Nobel e a./Commissione, cit. al punto 65 supra, punto 55 e la giurisprudenza ivi citata; v. anche, in tal
         senso, sentenza del Tribunale 29 giugno 2000, causa T‑234/95, DSG/Commissione, Racc. pag. II-2603, punto 124). Esso ha infatti
         sottolineato che, ai fini dell’applicazione delle regole di concorrenza, la formale separazione tra due società, conseguente
         alla loro personalità giuridica distinta, non è decisiva, mentre è decisiva l’unità o meno del loro comportamento sul mercato.
         Può quindi risultare necessario accertare se due società aventi personalità giuridiche distinte formino, ovvero appartengano
         ad una sola ed unica impresa o soggetto economico che attui un comportamento unitario sul mercato (sentenza Imperial Chemical
         Industries/Commissione, cit. al punto 61 supra, punto 140, e sentenza del Tribunale 15 settembre 2005, causa T‑325/01, DaimlerChrysler/Commissione,
         Racc. pag. II‑3319, punto 85).
      
      67      Qualora tale soggetto economico violi le norme in materia di concorrenza, è tenuto, secondo il principio della responsabilità
         personale, a rispondere di tale infrazione (v. sentenza Akzo Nobel e a./Commissione, cit. al punto 65 supra, punto 56 e la
         giurisprudenza ivi citata).
      
      68      L’infrazione al diritto dell’Unione in materia di concorrenza deve essere imputata in maniera inequivocabile alla persona
         giuridica alla quale potranno essere inflitte ammende e la comunicazione degli addebiti dev’essere inviata a quest’ultima.
         È parimenti necessario che la comunicazione degli addebiti indichi in che qualità a una persona giuridica vengano addebitati
         i fatti invocati (v. sentenza Akzo Nobel e a./Commissione, cit. al punto 65 supra, punto 57 e la giurisprudenza ivi citata).
      
      69      Secondo costante giurisprudenza, il comportamento di una controllata può essere imputato alla società controllante in particolare
         qualora, pur avendo personalità giuridica distinta, tale controllata non determini in modo autonomo la sua linea di condotta
         sul mercato, ma si attenga, in sostanza, alle istruzioni che le vengono impartite dalla società controllante, in considerazione,
         in particolare, dei vincoli economici, organizzativi e giuridici che intercorrono tra i due soggetti giuridici (v. sentenza
         Akzo Nobel e a./Commissione, cit. al punto 65 supra, punto 58 e la giurisprudenza ivi citata).
      
      70      Infatti, in una simile situazione la società madre e la sua affiliata fanno parte di una stessa unità economica e, pertanto,
         formano una sola impresa, ai sensi della giurisprudenza menzionata ai precedenti punti 65 e 66. Così, il fatto che una società
         controllante e la propria controllata costituiscano una sola impresa ai sensi dell’art. 81 CE consente alla Commissione di
         emanare una decisione che infligge ammende alla società controllante, senza necessità di dimostrare l’implicazione personale
         di quest’ultima nell’infrazione (sentenza Akzo Nobel e a./Commissione, cit. al punto 65 supra, punto 59).
      
      71      Nel caso particolare in cui una società controllante detenga il 100% del capitale della propria controllata, la quale abbia
         infranto le norme dell’Unione in materia di concorrenza, da un lato, tale società controllante può esercitare un’influenza
         determinante sul comportamento della controllata e, dall’altro, esiste una presunzione relativa secondo cui detta società
         controllante esercita effettivamente un’influenza determinante sul comportamento della propria controllata (v. sentenza Akzo
         Nobel e a./Commissione, cit. al punto 65 supra, punto 60 e la giurisprudenza ivi citata).
      
      72      In simili circostanze, è sufficiente che la Commissione dimostri che l’intero capitale di una controllata è detenuto dalla
         sua società controllante per presumere che quest’ultima eserciti un’influenza determinante sulla politica commerciale di tale
         controllata. La Commissione potrà poi ritenere la società controllante solidalmente responsabile per il pagamento dell’ammenda
         inflitta alla propria controllata, a meno che tale società controllante, cui incombe l’onere di confutare la suddetta presunzione,
         non fornisca sufficienti elementi di prova idonei a dimostrare che la propria controllata si comporta in maniera autonoma
         sul mercato (v. sentenza Akzo Nobel e a./Commissione, cit. al punto 65 supra, punto 61 e la giurisprudenza ivi citata).
      
      73      Inoltre, se è pur vero che, ai punti 28 e 29 della sentenza 16 novembre 2000, causa C‑286/98 P, Stora Kopparbergs Bergslags/Commissione
         (Racc. pag. I‑9925), la Corte ha menzionato altre circostanze diverse dalla detenzione del 100% del capitale della controllata,
         quali la mancata contestazione dell’influenza esercitata dalla controllante sulla politica commerciale della propria controllata
         e la rappresentanza comune delle due società durante il procedimento amministrativo, ciò non toglie che tali circostanze siano
         state rilevate solo con l’obiettivo di mostrare tutti gli elementi su cui il Tribunale aveva fondato il suo ragionamento e
         non per subordinare l’applicazione della presunzione menzionata supra al punto 71 alla produzione di indizi supplementari
         relativi all’effettivo esercizio di un’influenza della società controllante (sentenza Akzo Nobel e a./Commissione, cit. al
         punto 65 supra, punto 62).
      
      74      Alla luce dei principi sopra ricordati, occorre esaminare il presente motivo.
      
      75      Al punto 627 della decisione impugnata la Commissione ha affermato che Schindler Holding doveva essere considerata responsabile
         in solido del comportamento illecito delle sue controllate Schindler Belgio, Schindler Germania, Schindler Lussemburgo e Schindler
         Paesi Bassi, dato che, «in quanto unica proprietaria e società al vertice del gruppo, [essa] aveva potuto esercitare un’influenza
         decisiva sulla politica commerciale di ciascuna delle controllate per la durata dell’infrazione e si poteva presumere che
         si fosse avvalsa di tale potere».
      
      76      Ai punti 628 e 629 della decisione impugnata, la Commissione ha osservato che l’argomento di Schindler Holding secondo cui
         dette controllate esercitano la loro attività sul mercato come entità giuridiche autonome che determinano da sé gli elementi
         essenziali della loro politica commerciale, così come l’argomento secondo cui essa non aveva alcuna influenza sulle attività
         correnti di tali controllate, «non [erano] sufficient[i] per confutare la presunzione secondo cui le controllate di Schindler
         Holding non determinavano in piena autonomia la loro condotta sul mercato».
      
      77      La Commissione ha inoltre rilevato, al punto 630 della decisione impugnata, che, «durante il procedimento amministrativo,
         [Schindler Holding] avrebbe potuto fornire prove atte a dimostrare che essa non aveva esercitato un’influenza decisiva sulle
         proprie controllate (…)». Secondo la Commissione, «tuttavia, [Schindler Holding] e le sue controllate [non le] hanno fornito
         (…) elementi di prova che chiarissero i loro rapporti societari, la struttura gerarchica e gli obblighi di relazione al fine
         di smentire [la] presunzione [secondo cui] (…) [Schindler Holding], in quanto proprietaria unica delle sue controllate, destinatarie
         [della] decisione [impugnata], ha esercitato i suoi diritti di controllo e ha utilizzato tutti gli altri strumenti di cui
         disponeva per esercitare la propria influenza decisiva».
      
      78      Al punto 631 della decisione impugnata la Commissione ha considerato che «la mera esistenza di un programma di adeguamento
         alle regole di concorrenza in seno a Schindler non consent[iva] di stabilire se [Schindler Holding] [avesse] o meno impartito
         istruzioni relativamente all’infrazione». Pertanto, secondo la Commissione, «[r]esta valida la presunzione secondo cui la
         controllata al 100% di [Schindler Holding] non determinava autonomamente la propria politica commerciale sul mercato».
      
      79      Alla luce di quanto precede, al punto 632 della decisione impugnata la Commissione ha concluso che «[Schindler Holding] e
         le sue controllate al 100% non [avevano] confutato la presunzione di responsabilità per le infrazioni commesse in Belgio,
         Germania, Lussemburgo e Paesi Bassi [e che,] [p]ertanto, [Schindler Holding] [doveva] essere considerata responsabile in solido
         con le sue controllate interessate delle infrazioni all’articolo 81 CE che formano oggetto [della] decisione [impugnata]».
      
      80      Anzitutto, è pacifico che, durante il periodo dell’infrazione, Schindler Holding deteneva direttamente il 100% del capitale
         di Schindler Belgio, Schindler Germania e Schindler Paesi Bassi e, indirettamente, tramite Schindler Belgio, il 100% del capitale
         di Schindler Lussemburgo. Sussisteva quindi una presunzione secondo la quale Schindler Holding esercitava un’influenza determinante
         sul comportamento delle sue controllate (v. punto 72 supra).
      
      81      Schindler non può sostenere che la Commissione avrebbe dovuto dimostrare che le attività operative di dette controllate, compreso
         il loro comportamento contrario all’art. 81 CE, sono state realmente influenzate da Schindler Holding e che quest’ultima ha
         causato o sostenuto l’infrazione.
      
      82      Infatti, ai fini dell’imputazione del comportamento illecito di una controllata alla sua società controllante non occorre
         la prova che la società controllante influenzi la politica della propria controllata nel settore specifico oggetto dell’infrazione.
         Per contro, i vincoli organizzativi, economici e giuridici esistenti tra la società controllante e la sua controllata possono
         provare l’esistenza di un’influenza della prima sulla strategia della seconda e, pertanto, giustificare il fatto di considerarle
         come un’unica entità economica (sentenza del Tribunale 12 dicembre 2007, causa T‑112/05, Akzo Nobel e a./Commissione, Racc. pag. II‑5049,
         punto 83). Pertanto, se la Commissione dimostra che tutto il capitale di una controllata è detenuto dalla sua controllante,
         può considerare la società controllante come responsabile in solido per il pagamento dell’ammenda inflitta alla sua controllata,
         salvo quando la società controllante dimostri che la sua controllata agisce autonomamente sul mercato (v. punto 72 supra).
         Occorre anche sottolineare che non è una relazione di istigazione a commettere l’illecito tra la controllante e la sua controllata
         né, a maggior ragione, un’implicazione della prima in tale illecito, ma il fatto che esse costituiscono un’unica impresa ai
         sensi dell’art. 81 CE che permette alla Commissione di adottare la decisione che impone ammende nei confronti della società
         controllante di un gruppo di società (sentenza del Tribunale 12 dicembre 2007, Akzo Nobel e a./Commissione, cit., punto 58).
      
      83      Le ricorrenti non possono nemmeno basarsi su un’asserita violazione del principio di colpevolezza (Schuldprinzip) o sull’esclusione
         del principio della responsabilità dell’azionista di una società a responsabilità limitata o di una società per azioni per
         i debiti della società e gli atti dei suoi organi direttivi. Al riguardo è sufficiente constatare che tale argomento si fonda
         sulla premessa erronea secondo la quale non sarebbe stata accertata alcuna infrazione a carico della società controllante,
         ipotesi che non ricorre nel caso di specie, posto che dal punto 632 e dagli artt. 1 e 2 della decisione impugnata risulta
         che Schindler Holding è stata personalmente condannata per infrazioni che si reputa abbia commesso essa stessa in ragione
         degli stretti vincoli economici e giuridici che la uniscono alle sue controllate (v., in tal senso, sentenza della Corte 16
         novembre 2000, causa C‑294/98 P, Metsä-Serla e a./Commissione, Racc. pag. I‑10065, punti 28 e 34, e sentenza del Tribunale
         8 ottobre 2008, causa T‑69/04, Schunk e Schunk Kohlenstoff-Technik/Commissione, Racc. pag. II‑2567, punto 74).
      
      84      Occorre poi analizzare gli argomenti addotti dalle ricorrenti, che mirano a confutare la presunzione citata al precedente
         punto 71, secondo i quali le controllate di Schindler Holding avrebbero stabilito la propria politica commerciale in modo
         autonomo.
      
      85      In primo luogo, il fatto addotto dalle ricorrenti per cui Schindler Holding non ha fornito alle proprie controllate istruzioni
         che, nel caso di specie, avrebbero consentito o favorito contatti contrari all’art. 81 CE e non ha avuto conoscenza di simili
         contatti, ammesso che sia accertato, non costituisce un elemento idoneo a dimostrare l’autonomia di queste ultime. Come rammentato
         supra al punto 82, ai fini dell’imputazione del comportamento illecito di una controllata alla sua società controllante non
         occorre infatti che la società controllante influenzi la politica della propria controllata nel settore specifico dell’oggetto
         dell’infrazione.
      
      86      In secondo luogo, dev’essere respinto anche l’argomento secondo cui le controllate di Schindler Holding operavano sempre in
         modo autonomo nei loro rispettivi paesi, senza subire l’influenza di Schindler Holding sulle loro attività correnti, sulle
         «acquisizioni di appalti», sulla conclusione di contratti o sulla loro politica di prezzo, in quanto Schindler Holding veniva
         informata solo degli appalti che potevano provocare perdite. Infatti, da un lato, le ricorrenti interessate non hanno presentato
         elementi di prova a sostegno di tali affermazioni e, dall’altro, in ogni caso, dette affermazioni, anche ammesso che siano
         dimostrate, non sarebbero sufficienti per confutare la presunzione esposta al punto 71 supra, poiché dalla giurisprudenza
         risulta che nella nozione di politica commerciale di una controllata ai fini dell’applicazione dell’art. 81 CE nei confronti
         della società controllante rientrano anche elementi diversi da quelli menzionati dalle ricorrenti. A tale titolo, è necessario
         menzionare che, nell’ambito dell’analisi dell’esistenza di un’entità economica unica tra diverse società che fanno parte di
         un gruppo, il giudice dell’Unione ha esaminato in particolare se la società controllante potesse esercitare un’influenza per
         quanto riguarda la politica dei prezzi, le attività di produzione e di distribuzione, gli obiettivi di vendita, i margini
         lordi, le spese di vendita, la liquidità, le scorte e il marketing. Tuttavia, non può dedursene che solo tali aspetti rientrino
         nella nozione della politica commerciale di una controllata ai fini dell’applicazione degli artt. 81 CE e 82 CE nei confronti
         della società controllante (v. sentenza 12 dicembre 2007, Akzo Nobel e a./Commissione, cit. al punto 82 supra, punto 64 e
         la giurisprudenza ivi citata).
      
      87      In terzo luogo, non è atto a confutare tale presunzione di responsabilità nemmeno il fatto che le controllate di Schindler
         Holding abbiano partecipato nei quattro paesi interessati dall’infrazione ad infrazioni distinte, di natura diversa, il che
         deporrebbe contro l’esistenza di un’effettiva influenza di detta impresa sulle attività operative delle sue controllate. Infatti,
         dai punti 627‑632 della decisione impugnata risulta che la Commissione non si è basata su un eventuale parallelismo tra le
         infrazioni accertate nei quattro paesi interessati per imputare a Schindler Holding la responsabilità del comportamento delle
         sue controllate. Inoltre, l’affermazione delle ricorrenti secondo cui le infrazioni sarebbero di natura diversa è errata,
         dato che le controllate di Schindler Holding hanno partecipato, nei quattro paesi interessati, per periodi in ampia misura
         coincidenti (dal 9 maggio 1996 al 29 gennaio 2004 in Belgio, dal 1° agosto 1995 al 6 dicembre 2000 in Germania, dal 7 dicembre
         1995 al 9 marzo 2004 in Lussemburgo e dal 1° giugno 1999 al 5 marzo 2004 nei Paesi Bassi), ad infrazioni aventi un analogo
         oggetto, consistente in «un accordo collusivo segreto tra concorrenti per ripartirsi i mercati o congelare le quote di mercato
         attribuendosi i progetti relativi alla vendita e all’installazione di ascensori e/o di scale mobili nuovi, e per non farsi
         concorrenza nel settore della manutenzione e dell’ammodernamento di ascensori e scale mobili (tranne in Germania, in cui l’attività
         di manutenzione e di ammodernamento non è stata oggetto di discussioni tra i membri dell’intesa)» (punto 658 della decisione
         impugnata).
      
      88      In quarto luogo, il fatto che Schindler Holding possa aver fatto tutto il possibile per impedire i comportamenti delle sue
         controllate contrari all’art. 81 CE, in particolare adottando un codice di condotta diretto ad impedire le violazioni da parte
         loro del diritto della concorrenza e degli orientamenti ad esso relativi, da un lato, non muta in nulla la realtà dell’infrazione
         rilevata nei suoi confronti (v., per analogia, sentenza della Corte 28 giugno 2005, cause riunite C‑189/02 P, C‑202/02 P,
         C‑205/02 P‑C‑208/02 P e C‑213/02 P, Dansk Rørindustri e a./Commissione, Racc. pag. I‑5425, punto 373) e, dall’altro, non consente
         di dimostrare che dette controllate determinassero autonomamente la loro politica commerciale. Al contrario, l’applicazione
         in seno alle controllate di Schindler Holding del menzionato codice di condotta sembra indicare semmai che la società controllante
         esercitava un controllo effettivo sulla politica commerciale delle sue controllate, tanto più che le stesse ricorrenti hanno
         affermato che il rispetto del codice di condotta veniva controllato mediante verifiche periodiche ed altre misure adottate
         da un dipendente di Schindler Holding incaricato dell’applicazione di detto codice (compliance officer).
      
      89      In quinto luogo, per quanto concerne i rapporti all’interno del gruppo, la struttura gestionale e le linee direttive sulle
         relazioni che dovevano essere trasmesse in seno a Schindler Holding, al punto 630 della decisione impugnata la Commissione
         ha affermato che Schindler Holding e le sue controllate non le hanno fornito elementi di informazione che chiarissero i loro
         rapporti societari. È vero che dagli atti emerge che durante il procedimento amministrativo le ricorrenti hanno effettivamente
         fornito alla Commissione alcune informazioni sui rapporti all’interno del gruppo, la struttura gestionale e le linee direttrici
         concernenti le relazioni che dovevano essere trasmesse (reporting lines).
      
      90      Tuttavia, tali informazioni non consentono di concludere che le controllate di Schindler fossero autonome. Infatti, le informazioni
         fornite, che peraltro non sono accompagnate da elementi di prova, presentano varie lacune, poiché riguardano essenzialmente
         le responsabilità e gli obblighi di relazione (reporting obligations) di taluni dipendenti di Schindler Lussemburgo e di Schindler
         Belgio nonché di un dipendente di Schindler Germania e non forniscono maggiori chiarimenti in merito ai rapporti societari
         tra Schindler Holding e le sue controllate attive nei paesi interessati o all’influenza esercitata su queste ultime da Schindler
         Holding.
      
      91      Tenuto conto della presunzione di responsabilità esposta al punto 72 supra e del fatto che, come risulta dai punti 84‑90 supra,
         tale presunzione non è stata confutata dalle ricorrenti, la Commissione ha giustamente imputato a Schindler Holding le infrazioni
         commesse dalle sue controllate.
      
      92      Occorre pertanto respingere il presente motivo.
      
      3.     Sulla domanda di annullamento dell’art. 2 della decisione impugnata
       Sull’eccezione di illegittimità relativa all’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003, vertente sulla violazione del principio
            di legalità delle pene
      93      Le ricorrenti sostengono che l’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003 conferisce alla Commissione un potere discrezionale
         quasi illimitato per quanto riguarda la determinazione dell’importo delle ammende, il che sarebbe in contrasto con il principio
         di legalità delle pene, definito all’art. 7, n. 1, della CEDU, principio che deriverebbe anche dai principi generali di diritto
         alla base delle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri.
      
      94      Si deve ricordare il testo dell’art. 7, n. 1, della CEDU:
      
      «Nessuno può essere condannato per una azione o una omissione che, al momento in cui è stata commessa, non costituiva reato
         secondo il diritto interno o internazionale. Parimenti, non può essere inflitta una pena più grave di quella applicabile al
         momento in cui il reato è stato commesso».
      
      95      Dalla giurisprudenza risulta che il principio di legalità delle pene è un corollario del principio della certezza del diritto,
         che costituisce un principio generale del diritto dell’Unione ed esige, segnatamente, che la normativa dell’Unione, in particolare
         quando impone o consente di imporre sanzioni, sia chiara e precisa, affinché le persone interessate possano essere inequivocabilmente
         consapevoli dei diritti e degli obblighi che ne derivano e possano agire in modo adeguato (v. sentenze del Tribunale 5 aprile
         2006, causa T‑279/02, Degussa/Commissione, Racc. pag. II‑897, punto 66, e 27 settembre 2006, causa T‑43/02, Jungbunzlauer/Commissione,
         Racc. pag. II‑3435, punto 71 e la giurisprudenza ivi citata).
      
      96      Il principio della legalità delle pene, che fa parte dei principi generali del diritto dell’Unione e che fonda le tradizioni
         costituzionali comuni agli Stati membri, è stato anche riconosciuto da molteplici trattati internazionali e, in particolare,
         dall’art. 7 della CEDU. Detto principio postula che la legge definisca chiaramente gli illeciti e le pene che li reprimono.
         Tale condizione è soddisfatta quando il singolo può conoscere, sulla base del testo della disposizione rilevante e, se necessario,
         mediante l’aiuto della sua interpretazione da parte dei giudici, quali atti o omissioni fanno sorgere la sua responsabilità
         penale. Inoltre, secondo la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, la chiarezza della legge si valuta con
         riguardo non solo al tenore della disposizione rilevante, ma anche alle precisazioni apportate da una giurisprudenza costante
         e pubblicata (v. sentenza della Corte 22 maggio 2008, causa C‑266/06 P, Evonik Degussa/Commissione e Consiglio, non pubblicata
         nella Raccolta, punti 38‑40 e la giurisprudenza ivi citata).
      
      97      Detto principio si impone sia alle disposizioni penali che agli strumenti amministrativi specifici che impongono o consentono
         di imporre sanzioni amministrative (v., in tal senso, sentenza della Corte 18 novembre 1987, causa 137/85, Maizena e a., Racc.
         pag. 4587, punto 15 e la giurisprudenza ivi citata). Esso si applica non soltanto alle norme che stabiliscono gli elementi
         costitutivi di un’infrazione, ma altresì a quelle che definiscono le conseguenze derivanti da una violazione delle prime (v.
         sentenze Degussa/Commissione, cit. al punto 95 supra, punto 67, e Schunk e Schunk Kohlenstoff-Technik/Commissione, cit. al
         punto 83 supra, punto 29 e la giurisprudenza ivi citata).
      
      98      Risulta, peraltro, da una giurisprudenza costante che i diritti fondamentali fanno parte integrante dei principi generali
         del diritto, dei quali il giudice dell’Unione garantisce l’osservanza (parere della Corte 28 marzo 1996, 2/94, Racc. pag. I‑1759,
         punto 33, e sentenza della Corte 29 maggio 1997, causa C‑299/95, Kremzow, Racc. pag. I‑2629, punto 14). A tal fine la Corte
         e il Tribunale s’ispirano alle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri e alle indicazioni fornite dai trattati
         internazionali relativi alla tutela dei diritti dell’uomo cui gli Stati membri hanno cooperato e aderito. La CEDU riveste,
         a questo proposito, un significato particolare (sentenze della Corte 22 ottobre 2002, causa C‑94/00, Roquettes Frères, Racc. pag. I‑9011,
         punto 23, e Kremzow, cit., punto 14). Peraltro, ai sensi dell’art. 6, n. 2, TUE, «[l]’Unione rispetta i diritti fondamentali
         quali sono garantiti dalla [CEDU] e quali risultano dalle tradizioni costituzionali comuni degli Stati membri, in quanto principi
         generali del diritto [dell’Unione]».
      
      99      Come ha già ricordato il Tribunale (sentenza Degussa/Commissione, cit. al punto 95 supra, punto 71), l’art. 7, n. 1, della
         CEDU non esige una precisione dei termini delle disposizioni a norma delle quali queste sanzioni vengono inflitte tale da
         rendere prevedibili con assoluta certezza le conseguenze potenzialmente risultanti da un’infrazione alle disposizioni stesse.
         Infatti, secondo la giurisprudenza della Corte EDU, il fatto che una legge conferisca un potere discrezionale non è di per
         sé incompatibile con l’esigenza di prevedibilità, a condizione che l’estensione e le modalità di esercizio di un potere siffatto
         vengano definite con sufficiente chiarezza, in considerazione del legittimo obiettivo in gioco, per fornire all’individuo
         una protezione adeguata contro l’arbitrio (v. Corte EDU, sentenza 25 febbraio 1992, Margareta e Roger Andersson c. Svezia,
         serie A n. 226, § 75). Al riguardo, oltre al testo normativo stesso, la Corte EDU tiene conto del fatto se le nozioni indeterminate
         utilizzate siano state precisate da una giurisprudenza costante e pubblicata (v. Corte EDU, sentenza 27 settembre 1995, G. c. Francia,
         serie A, n. 325‑B, § 25).
      
      100    La presa in considerazione delle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri non induce a fornire al principio generale
         del diritto dell’Unione costituito dal principio di legalità una interpretazione diversa da quella risultante dai suddetti
         rilievi (sentenza Degussa/Commissione, cit. al punto 95 supra, punto 73). L’argomento delle ricorrenti secondo cui, a livello
         nazionale, nessuna autorità disporrebbe di poteri tali da consentire a quest’ultima di infliggere ammende in modo «quasi illimitato»
         deve quindi essere respinto.
      
      101    Nella fattispecie, per quanto riguarda la legittimità dell’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003 rispetto al principio
         di legalità delle pene, si deve rilevare anzitutto che, contrariamente a quanto sostenuto dalle ricorrenti, il legislatore
         dell’Unione non ha attribuito alla Commissione un potere discrezionale eccessivo o arbitrario per la determinazione delle
         ammende per violazione delle regole di concorrenza (sentenza Degussa/Commissione, cit. al punto 95 supra, punto 74).
      
      102    Infatti, in primo luogo, occorre evidenziare che, se è vero che l’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003 lascia alla Commissione
         un ampio potere discrezionale, esso ne limita nondimeno l’esercizio, stabilendo criteri oggettivi ai quali essa deve attenersi.
         A tal proposito, da un lato, deve ricordarsi che l’importo dell’ammenda applicabile è soggetta ad un limite massimo calcolabile
         e assoluto, calcolato in rapporto a ciascuna impresa e per ciascuna ipotesi di infrazione, di talché l’importo massimo dell’ammenda
         che può essere inflitta a un’impresa è determinabile anticipatamente. Dall’altro, questa disposizione impone alla Commissione
         di stabilire le ammende in ciascuna fattispecie prendendo in considerazione, oltre alla gravità dell’infrazione, la durata
         della stessa (sentenza Evonik Degussa/Commissione e Consiglio, cit. al punto 96 supra, punto 50, e sentenza Degussa/Commissione,
         cit. al punto 95 supra, punto 75).
      
      103    Le ricorrenti non possono sostenere che la sentenza Degussa/Commissione, citata al punto 95 supra (punti 66‑88), o la sentenza
         Jungbunzlauer/Commissione, citata al punto 95 supra (punti 69‑92), nella quale l’interpretazione del principio di legalità
         delle pene adottata corrisponde a quella accolta nella sentenza Degussa/Commissione (cit. al punto 95 supra), si basano su
         una «concezione giuridica erronea». Infatti, nella sentenza Evonik Degussa/Commissione e Consiglio, citata al punto 96 supra
         (punti 36‑63), la Corte ha confermato l’interpretazione data dal Tribunale al principio di legalità delle pene nella sentenza
         Degussa/Commissione, citata al punto 95 supra.
      
      104    È vero che le sentenze menzionate al punto precedente riguardano l’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17, mentre le ammende
         inflitte dalla decisione impugnata sono basate sull’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003. Tuttavia, poiché i criteri e
         il tetto massimo per l’imposizione delle ammende sono identici in queste due disposizioni, la giurisprudenza citata al punto
         precedente è trasponibile all’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003.
      
      105    In secondo luogo, nell’esercizio del suo potere discrezionale per quanto riguarda le ammende inflitte in forza dell’art. 23,
         n. 2, del regolamento n. 1/2003, la Commissione deve rispettare i principi generali del diritto, e particolarmente i principi
         di parità di trattamento e di proporzionalità, quali elaborati dalla giurisprudenza della Corte e del Tribunale (sentenza
         Evonik Degussa/Commissione e Consiglio, cit. al punto 96 supra, punto 51, e sentenza Degussa/Commissione, cit. al punto 95
         supra, punto 77).
      
      106    In terzo luogo, per garantire la prevedibilità e la trasparenza della sua azione, l’esercizio da parte della Commissione del
         suo potere discrezionale è limitato altresì dalle regole di condotta che essa si è imposta con la comunicazione sulla cooperazione
         del 2002 e con gli orientamenti del 1998. Al riguardo occorre rilevare che tale comunicazione e tali orientamenti, da un lato,
         enunciano regole di condotta dalle quali la Commissione non può discostarsi, pena una sanzione a titolo di violazione dei
         principi giuridici generali, quali la parità di trattamento o la tutela del legittimo affidamento, e, dall’altro, garantiscono
         la certezza del diritto nei confronti delle imprese interessate stabilendo la metodologia che la Commissione si è imposta
         ai fini della determinazione dell’ammontare delle ammende inflitte in forza dell’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003
         (v., in tal senso, sentenze della Corte Evonik Degussa/Commissione e Consiglio, cit. al punto 96 supra, punti 52 e 53, e 19 marzo
         2009, causa C‑510/06 P, Archer Daniels Midland/Commissione, Racc. pag. I‑1843, punto 60; sentenza Degussa/Commissione, cit.
         al punto 95 supra, punti 78 e 82). Peraltro, contrariamente a quanto sostenuto dalle ricorrenti, l’adozione da parte della
         Commissione degli orientamenti del 1998 e successivamente, nel 2006, degli orientamenti per il calcolo delle ammende inflitte
         in applicazione dell’articolo 23, paragrafo 2, lettera a), del regolamento n. 1/2003 (GU C 210, pag. 2), dal momento che rientra
         nel contesto normativo stabilito dall’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e dall’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003,
         ha soltanto contribuito a precisare i limiti dell’esercizio del potere discrezionale della Commissione già risultante da tali
         disposizioni, senza che se ne possa dedurre l’insufficiente determinazione iniziale, da parte del legislatore dell’Unione,
         dei limiti della competenza della Commissione nel settore in parola (v., in tal senso, sentenza Schunk e Schunk Kohlenstoff-Technik/Commissione,
         cit. al punto 83 supra, punto 44).
      
      107    In quarto luogo, occorre aggiungere che, ai sensi dell’art. 229 CE e dell’art. 31 del regolamento n. 1/2003, la Corte e il
         Tribunale hanno competenza giurisdizionale estesa anche al merito sui ricorsi proposti avverso le decisioni con le quali la
         Commissione fissa un’ammenda e possono, quindi, non solo annullare queste ultime, ma anche eliminare, ridurre o aumentare
         l’ammenda inflitta. Conseguentemente, la prassi amministrativa nota e accessibile della Commissione è sottoposta al sindacato
         anche nel merito del giudice dell’Unione. Tale controllo ha permesso, secondo giurisprudenza costante e pubblicata, di precisare
         le nozioni indeterminate che l’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e successivamente l’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003
         potevano contenere (v., in tal senso, sentenza Evonik Degussa/Commissione e Consiglio, cit. al punto 96 supra, punto 54, e
         sentenza Degussa/Commissione, cit. al punto 95 supra, punto 79).
      
      108    Alla luce dei diversi elementi sopra rilevati, quindi, un operatore avveduto, avvalendosi se necessario dell’assistenza legale,
         può prevedere con sufficiente precisione il metodo di calcolo e l’ordine di grandezza delle ammende nelle quali può incorrere
         per un dato comportamento. La circostanza che detto operatore non possa conoscere in anticipo l’importo delle ammende che
         la Commissione infliggerà in ciascuna fattispecie non può costituire una violazione del principio di legalità delle pene (sentenza
         Evonik Degussa/Commissione e Consiglio, cit. al punto 96 supra, punto 55, e sentenza Degussa/Commissione, cit. al punto 95
         supra, punto 83).
      
      109    Pertanto, le ricorrenti non possono sostenere che il dettato dell’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003 non garantisca
         il grado di prevedibilità richiesto dai principi fondamentali del diritto penale e dello Stato di diritto. Infatti, detta
         disposizione consente di prevedere in modo sufficientemente preciso il metodo di calcolo e il livello delle ammende inflitte
         (v., in tal senso, sentenza Evonik Degussa/Commissione e Consiglio, cit. al punto 96 supra, punto 58).
      
      110    Inoltre, contrariamente a quanto asserito dalle ricorrenti, la prassi decisionale della Commissione in tema di ammende non
         si è evoluta in maniera imprevedibile o aleatoria.
      
      111    In primo luogo, nel periodo per il quale sono state constatate nella decisione impugnata le quattro infrazioni, ha avuto luogo
         solo una riorganizzazione del metodo di determinazione delle ammende, attraverso la pubblicazione degli orientamenti del 1998,
         che è stata dichiarata dalla Corte ragionevolmente prevedibile (sentenza Dansk Rørindustri e a./Commissione, cit. al punto
         88 supra, punto 231).
      
      112    In secondo luogo, per quanto riguarda l’aumento del livello delle ammende a seguito dell’adozione degli orientamenti del 1998,
         secondo costante giurisprudenza la Commissione può adattare in ogni momento il livello delle ammende qualora l’efficace applicazione
         delle regole di concorrenza dell’Unione lo richieda (sentenza Musique Diffusion française e a./Commissione, cit. al punto
         54 supra, punto 109, e sentenza del Tribunale 20 marzo 2002, causa T‑23/99, LR AF 1998/Commissione, Racc. pag. II‑1705, punto
         237) e una siffatta modificazione di una prassi amministrativa può essere considerata oggettivamente giustificata dall’obiettivo
         di prevenzione generale delle infrazioni alle regole di concorrenza dell’Unione. Il recente aumento dell’entità delle ammende
         sottolineato e contestato dalle ricorrenti non può pertanto, di per sé, essere considerato illegittimo rispetto al principio
         di legalità delle pene, poiché esso rimane all’interno del contesto normativo definito nell’art. 15, n. 2, del regolamento
         n. 17 e nell’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003, quali interpretati dai giudici dell’Unione (v., in tal senso, sentenza
         Degussa/Commissione, cit. al punto 95 supra, punto 81, e Schunk e Schunk Kohlenstoff-Technik/Commissione, cit. al punto 83
         supra, punto 43).
      
      113    In terzo luogo, deve essere considerato infondato l’argomento secondo il quale, nell’adottare l’art. 15, n. 2, del regolamento
         n. 17 e l’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003, il Consiglio sarebbe venuto meno al proprio obbligo di indicare chiaramente
         i limiti della competenza attribuita alla Commissione e, di fatto, avrebbe trasferito a quest’ultima una competenza ad esso
         appartenente in forza del Trattato CE, in violazione dell’art. 83 CE. 
      
      114    Da un lato, come già precedentemente esposto, anche se l’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e l’art. 23, n. 2, del regolamento
         n. 1/2003 lasciano alla Commissione un ampio potere discrezionale, essi ne limitano tuttavia l’esercizio, stabilendo criteri
         oggettivi ai quali la Commissione deve attenersi. Dall’altro, si deve ricordare che il regolamento n. 17 ed il regolamento
         n. 1/2003 sono stati adottati in base all’art. 83, n. 1, CE, il quale prevede che «[i] regolamenti e le direttive utili ai
         fini dell’applicazione dei principi contemplati dagli articoli 81 [CE] e 82 [CE] sono stabiliti dal Consiglio (…) su proposta
         della Commissione e previa consultazione del Parlamento europeo». Tali regolamenti o direttive hanno in particolare lo scopo,
         ai sensi dell’art. 83, n. 2, lett. a) e d), CE, di «garantire l’osservanza dei divieti di cui all’articolo 81, paragrafo 1, [CE]
         e all’articolo 82 [CE], comminando ammende e penalità di mora» e di «definire i rispettivi compiti della Commissione e della
         Corte di giustizia nell’applicazione delle disposizioni contemplate dal presente paragrafo». Occorre ricordare, peraltro,
         che, in forza dell’art. 211, primo trattino, CE, la Commissione «vigila sull’applicazione delle disposizioni del presente
         trattato e delle disposizioni adottate dalle istituzioni in virtù del trattato stesso» e dispone, in forza del terzo trattino
         dello stesso articolo, di un «proprio potere di decisione» (sentenze Degussa/Commissione, cit. al punto 95 supra, punto 86,
         e Schunk e Schunk Kohlenstoff‑Technik/Commissione, cit. al punto 83 supra, punto 48).
      
      115    Ne consegue che il potere di infliggere ammende in caso di violazione degli artt. 81 CE e 82 CE non può essere considerato
         come appartenente originariamente al Consiglio, il quale l’avrebbe trasferito o ne avrebbe delegato l’esecuzione alla Commissione,
         ai sensi dell’art. 202, terzo trattino, CE. In conformità alle disposizioni del Trattato CE precedentemente citate, tale potere
         è infatti connaturato al ruolo, proprio della Commissione, di vigilare sull’applicazione del diritto dell’Unione, ruolo che
         è stato precisato, delimitato e formalizzato, relativamente all’applicazione degli artt. 81 CE e 82 CE, dai regolamenti n. 17
         e n. 1/2003. Il potere di infliggere sanzioni, che tali regolamenti attribuiscono alla Commissione, proviene quindi dalle
         previsioni del Trattato CE stesso ed è diretto a consentire l’applicazione effettiva dei divieti previsti nei detti articoli
         (v., in tal senso, sentenze Degussa/Commissione, cit. supra al punto 95, punto 87, e Schunk e Schunk Kohlenstoff-Technik/Commissione,
         cit. supra al punto 83, punto 49).
      
      116    Da queste considerazioni discende che l’eccezione di illegittimità sollevata nei confronti dell’art. 23, n. 2, del regolamento
         n. 1/2003, vertente sulla violazione del principio di legalità delle pene, deve essere respinta.
      
       Sull’eccezione di illegittimità degli orientamenti del 1998, vertente sulla violazione del principio di irretroattività
      117    Le ricorrenti ricordano che un atto dell’Unione non è applicabile prima della sua pubblicazione e che l’art. 49, n. 1, seconda
         frase, della Carta prevede che non può essere inflitta una pena più grave di quella applicabile al momento in cui il reato
         è stato commesso. Nella fattispecie, gli orientamenti del 1998 violerebbero il principio di irretroattività, poiché supererebbero
         i limiti della prevedibilità. Le ricorrenti sottolineano al riguardo che l’inasprimento della politica decisionale in materia
         di ammende è opera della Commissione, e non del legislatore.
      
      118    Dalla giurisprudenza risulta che il principio di irretroattività delle leggi penali, sancito dall’art. 7 della CEDU, costituisce
         un principio generale del diritto dell’Unione il cui rispetto si impone ove vengano inflitte ammende per violazione delle
         norme sulla concorrenza e che tale principio richiede che le sanzioni irrogate corrispondano a quelle che erano state fissate
         all’epoca in cui la violazione è stata commessa (sentenza Dansk Rørindustri e a./Commissione, cit. al punto 88 supra, punto
         202; sentenze del Tribunale LR AF 1998/Commissione, cit. al punto 112 supra, punti 218‑221, e 9 luglio 2003, causa T‑224/00,
         Archer Daniels Midland e Archer Daniels Midland Ingredients/Commissione, Racc. pag. II‑2597, punti 39‑41).
      
      119    Inoltre, è stato già dichiarato che l’adozione di orientamenti atti a modificare la politica generale della Commissione in
         materia di concorrenza per quanto riguarda le ammende può rientrare, in linea di principio, nell’ambito di applicazione del
         principio di irretroattività (sentenza Dansk Rørindustri e a./Commissione, cit. al punto 88 supra, punto 222).
      
      120    Infatti, da un lato, gli orientamenti del 1998 possono produrre effetti giuridici. Tali effetti giuridici derivano non già
         da una forza normativa propria degli orientamenti del 1998, bensì dalla loro adozione e pubblicazione da parte della Commissione.
         Tale adozione e tale pubblicazione degli orientamenti del 1998 implica un’autolimitazione del potere discrezionale di valutazione
         della Commissione, che non può discostarsi da essi, pena, se del caso, la sanzione a titolo di violazione di principi generali
         del diritto, come la parità di trattamento, la tutela del legittimo affidamento e la certezza del diritto (v., in tal senso,
         sentenza Dansk Rørindustri e a./Commissione, cit. al punto 88 supra, punti 209‑212).
      
      121    Dall’altro, secondo la giurisprudenza della Corte EDU relativa all’art. 7, n. 1, della CEDU, tale disposizione osta all’applicazione
         retroattiva, a scapito dell’accusato, di una nuova interpretazione di una norma che prevede un’infrazione (v., in tal senso,
         Corte EDU, sentenze 22 novembre 1995, S.W. c. Regno Unito, serie A n. 335‑B, §§ 34‑36; 22 novembre 1995, C.R. c. Regno Unito,
         serie A n. 335‑C, §§ 32‑34; 15 novembre 1996, Cantoni c. Francia, Recueil des arrêts et décisions, 1996‑V, §§ 29‑32, e 22 giugno 2000, Coëme e a. c. Belgio, Recueil des arrêts et décisions, 2000‑VII, § 145). Secondo tale giurisprudenza, ciò vale in particolare nel caso di un’interpretazione giurisprudenziale il
         cui risultato non fosse ragionevolmente prevedibile nel momento in cui è stata commessa l’infrazione, tenuto conto, in particolare,
         dell’interpretazione data dalla giurisprudenza nel momento considerato alla disposizione di legge di cui trattasi. Si deve
         tuttavia precisare che da questa stessa giurisprudenza risulta che la portata della nozione di prevedibilità dipende in ampia
         misura dal contenuto del testo in esame, dal settore nel quale esso si colloca nonché dal numero e dalla qualità dei suoi
         destinatari. Pertanto, la prevedibilità della legge non impedisce che l’interessato sia portato a ricorrere a consulenti esperti
         in materia al fine di valutare, in misura ragionevole, in base alle circostanze del caso, le possibili conseguenze risultanti
         da un atto determinato. Più nello specifico, secondo la sentenza Cantoni c. Francia (cit., § 35), ciò vale in particolare
         per i professionisti, abituati a dover dar prova di grande prudenza nello svolgimento del loro lavoro. Ci si può quindi attendere
         dai medesimi una cura particolare nel valutare i rischi che esso comporta.
      
      122    Alla luce di quanto precede, e al fine di verificare il rispetto del principio di irretroattività, occorre esaminare se la
         modifica in questione, costituita dall’adozione degli orientamenti del 1998, fosse ragionevolmente prevedibile all’epoca in
         cui le infrazioni interessate sono state commesse (v., in tal senso, sentenza Dansk Rørindustri e a./Commissione, cit. al
         punto 88 supra, punto 224).
      
      123    A tal proposito, si deve anzitutto constatare che l’asserito aumento dell’entità delle ammende conseguente all’applicazione
         degli orientamenti del 1998 rimane nel contesto normativo definito dall’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e dall’art. 23,
         n. 2, del regolamento n. 1/2003, dato che gli orientamenti prevedono espressamente, al punto 5, lett. a), che le ammende irrogate
         non possono in alcun caso superare il limite del 10% del fatturato previsto da dette disposizioni.
      
      124    Si deve poi constatare che la principale innovazione degli orientamenti del 1998 consiste nel prendere come punto di partenza
         per il calcolo un importo di base determinato a partire da forcelle a tale riguardo previste nei detti orientamenti, le quali
         riflettono i differenti gradi di gravità delle infrazioni, ma che, in quanto tali, non sono in rapporto con il fatturato pertinente.
         Questo metodo essenzialmente si fonda quindi su di una tariffazione, per quanto relativa e flessibile, delle ammende (sentenze
         Dansk Rørindustri e a./Commissione, cit. al punto 88 supra, punto 225, e Archer Daniels Midland/Commissione, cit. al punto
         106 supra, punto 61).
      
      125    Deve infine ricordarsi che il fatto che la Commissione abbia inflitto, in passato, ammende di una certa entità per determinati
         tipi di infrazioni non può impedirle di aumentare tale entità entro i limiti stabiliti dai regolamenti n. 17 e n. 1/2003,
         se ciò è necessario per garantire l’attuazione della politica della concorrenza dell’Unione, ma che, al contrario, l’efficace
         applicazione delle norme della concorrenza dell’Unione implica che la Commissione possa sempre adeguare il livello delle ammende
         alle esigenze di questa politica (v., in tal senso, sentenza della Corte Musique Diffusion française e a./Commissione, cit.
         al punto 54 supra, punto 109; 2 ottobre 2003, causa C‑196/99 P, Aristrain/Commissione, Racc. pag. I‑11005, punto 81, e Dansk
         Rørindustri e a./Commissione, cit. al punto 88 supra, punto 227; sentenze del Tribunale 10 marzo 1992, causa T‑12/89, Solvay/Commissione,
         Racc. pag. II‑907, punto 309, e 14 maggio 1998, causa T‑304/94, Europa Carton/Commissione, Racc. pag. II‑869, punto 89).
      
      126    Ne consegue che le imprese implicate in un procedimento amministrativo che può dare luogo ad un’ammenda non possono riporre
         un legittimo affidamento nel fatto che la Commissione non supererà il livello delle ammende precedentemente praticato né nel
         metodo di calcolo di queste ultime (sentenza Dansk Rørindustri e a./Commissione, cit. al punto 88 supra, punto 228).
      
      127    Di conseguenza, tali imprese devono tenere conto della possibilità che, in qualsiasi momento, la Commissione decida di aumentare
         il livello delle ammende rispetto a quello praticato nel passato. Questo vale non soltanto allorché la Commissione procede
         ad un innalzamento del livello dell’importo delle ammende pronunciando ammende in decisioni individuali, ma anche quando tale
         innalzamento viene operato applicando a casi specifici regole di condotta aventi portata generale, come gli orientamenti del
         1998 (sentenze Dansk Rørindustri e a./Commissione, cit. al punto 88 supra, punti 229 e 230, e Archer Daniels Midland/Commissione,
         cit. al punto 106 supra, punto 59).
      
      128    Le ricorrenti ritengono dunque erroneamente che gli orientamenti del 1998 contravvengano al principio di irretroattività in
         quanto avrebbero condotto all’imposizione di ammende più elevate rispetto a quelle irrogate in passato, o che nella fattispecie
         siano stati superati i limiti della prevedibilità. Gli orientamenti e, in particolare, il nuovo metodo di calcolo delle ammende
         da essi previsto, supposto che esso abbia un effetto aggravante sul livello delle ammende inflitte, difatti, erano ragionevolmente
         prevedibili per imprese quali le ricorrenti nel momento in cui le infrazioni di cui trattasi sono state commesse (v., in tal
         senso, sentenza Dansk Rørindustri e a./Commissione, cit. al punto 88 supra, punto 231). Per gli stessi motivi, la Commissione
         non era nemmeno tenuta a spiegare negli orientamenti del 1998 che l’aumento del livello delle ammende era necessario per garantire
         l’attuazione della politica comunitaria della concorrenza.
      
      129    Per quanto concerne l’argomento secondo cui l’inasprimento della politica decisionale in materia di ammende sarebbe opera
         della Commissione e non del legislatore, tale argomento si confonde con quello invocato nell’ambito dell’eccezione di illegittimità
         basata sulla carenza di competenza della Commissione e sarà esaminato ai punti 131‑137 infra.
      
      130    Da tutto quel che precede risulta che anche la presente eccezione di illegittimità deve essere respinta.
      
       Sull’eccezione di illegittimità degli orientamenti del 1998, vertente sulla carenza di competenza della Commissione e, in
            subordine, sulla mancanza di trasparenza e prevedibilità degli stessi
      131    Le ricorrenti sostengono che il notevole potere discrezionale conferito alla Commissione dall’art. 23, n. 2, del regolamento
         n. 1/2003 deve concretizzarsi in maniera astratta e generale, vale a dire in una norma di diritto sostanziale. Orbene, a differenza
         del Consiglio, la Commissione non sarebbe competente ad adottare una norma del genere. Inoltre, quand’anche la concretizzazione
         dell’«ambito dell’ammenda» da parte della Commissione fosse legittima, gli orientamenti del 1998 sarebbero comunque inefficaci,
         dato che non sono atti a garantire il livello minimo di trasparenza e prevedibilità necessario nel contesto della fissazione
         dell’importo dell’ammenda.
      
      132    In primo luogo, va rilevato che, nelle loro memorie, le ricorrenti non hanno precisato quale disposizione sarebbe stata violata
         dalla Commissione in occasione dell’adozione degli orientamenti del 1998. Interrogate al riguardo in udienza, le ricorrenti
         hanno indicato che, secondo il principio di legalità delle pene, sarebbe spettato al Consiglio adottare le norme astratte
         per il calcolo delle ammende.
      
      133    Orbene, l’adozione degli orientamenti del 1998 da parte della Commissione, rientrando nel contesto normativo imposto dall’art. 15,
         n. 2, del regolamento n. 17 e, da ultimo, dall’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003, ha soltanto contribuito a precisare
         i limiti dell’esercizio del potere discrezionale della Commissione già risultante da tali disposizioni (v., in tal senso,
         sentenza Schunk e Schunk Kohlenstoff-Technik/Commissione, cit. al punto 83 supra, punto 44). Premesso ciò, l’argomento vertente
         sull’incompetenza della Commissione ad adottare gli orientamenti deve essere respinto.
      
      134    In secondo luogo, anche gli argomenti vertenti sulla mancanza di trasparenza e di prevedibilità degli orientamenti del 1998
         devono essere respinti.
      
      135    Invero, da un lato, è per ragioni di trasparenza e di maggior certezza del diritto nei confronti delle imprese interessate
         che la Commissione ha pubblicato i suddetti orientamenti e vi ha indicato il metodo di calcolo che la stessa si è imposta
         in ciascuna fattispecie. Al riguardo, la Corte ha peraltro considerato che, adottando siffatte norme di comportamento e annunciando,
         con la loro pubblicazione, che esse verranno da quel momento in poi applicate alle fattispecie cui si riferiscono, la Commissione
         si autolimita nell’esercizio del suo potere discrezionale e non può discostarsi da tali norme, pena una sanzione, eventualmente,
         a titolo di violazione di principi giuridici generali quali la parità di trattamento e la tutela del legittimo affidamento.
         La Corte ha inoltre dichiarato che gli orientamenti stabiliscono, in modo generale e astratto, la metodologia che la Commissione
         si è imposta ai fini della determinazione dell’ammontare delle ammende e garantiscono, di conseguenza, la certezza del diritto
         nei confronti delle imprese (sentenza Dansk Rørindustri e a./Commissione, cit. al punto 88 supra, punti 211 e 213; v. anche
         sentenza Archer Daniels Midland/Commissione, cit. al punto 106 supra, punto 60).
      
      136    Dall’altro, un operatore accorto può, ricorrendo eventualmente ad un legale, prevedere in modo sufficientemente preciso il
         metodo di calcolo e l’ordine di grandezza delle ammende in cui egli incorre per un determinato comportamento (sentenza Evonik
         Degussa/Commissione e Consiglio, cit. al punto 96 supra, punto 55). È vero che un operatore non può prevedere in base agli
         orientamenti del 1998 l’importo esatto dell’ammenda che la Commissione infliggerà in ogni singolo caso. Tuttavia, in ragione
         della gravità delle infrazioni che la Commissione è chiamata a sanzionare, gli obiettivi di repressione e dissuasione giustificano
         la volontà di evitare che le imprese siano in grado di valutare i benefici che trarrebbero dalla loro partecipazione ad un’infrazione,
         tenendo conto, a monte, dell’importo della sanzione che sarebbe loro inflitta a causa di tale comportamento illecito (sentenza
         Degussa/Commissione, cit. al punto 95 supra, punto 83).
      
      137    Da quanto precede discende che l’eccezione di illegittimità degli orientamenti del 1998, vertente sulla carenza di competenza
         della Commissione e, in subordine, sulla loro mancanza di trasparenza e prevedibilità, non è fondata.
      
       Sull’eccezione di illegittimità della comunicazione sulla cooperazione del 2002, vertente sulla violazione del principio di
            irretroattività e del principio di tutela del legittimo affidamento
      138    Le ricorrenti sostengono che l’applicazione nel caso di specie della comunicazione sulla cooperazione del 2002, mentre la
         maggior parte dei fatti indicati nella decisione impugnata era anteriore alla sua entrata in vigore, contravviene al principio
         di irretroattività. Secondo le ricorrenti, la Commissione avrebbe dovuto applicare la sua comunicazione sulla non imposizione
         o sulla riduzione delle ammende nei casi d’intesa tra imprese (GU 1996 C 207, pag. 4) (in prosieguo: la «comunicazione sulla
         cooperazione del 1996»), il che avrebbe consentito loro di beneficiare di una riduzione dell’ammenda dal 10 al 50% per la
         mancata contestazione dei fatti anziché della riduzione simbolica dell’1% di cui hanno beneficiato nella decisione impugnata
         (punti 777, 806, 835 e 854 della decisione impugnata). Applicando la comunicazione sulla cooperazione del 2002, la Commissione
         avrebbe inoltre violato il principio del legittimo affidamento.
      
      139    Occorre rammentare che la comunicazione sulla cooperazione del 1996 stabiliva alla sezione D che un’impresa poteva beneficiare
         «di una riduzione dal 10 al 50% dell’ammontare dell’ammenda che le sarebbe stata inflitta in assenza di cooperazione (…) se
         (…), dopo aver ricevuto la comunicazione degli addebiti, [essa] informa[va] la Commissione che non contesta[va] i fatti materiali
         sui quali la Commissione fonda[va] le sue accuse». La comunicazione sulla cooperazione del 2002, da parte sua, non prevede
         più riduzioni di ammenda per tale motivo.
      
      140    Per quanto riguarda l’asserita retroattività della comunicazione sulla cooperazione del 2002, si deve rilevare che il punto
         28 di detta comunicazione dispone che, «[d]al 14 febbraio 2002 la presente comunicazione sostituisce la comunicazione [sulla
         cooperazione] del 1996 per tutti i casi in cui nessuna impresa abbia contattato la Commissione al fine di beneficiare del
         trattamento favorevole previsto da tale comunicazione». Tenuto conto del fatto che la comunicazione sulla cooperazione del
         2002 è stata pubblicata il 19 febbraio 2002, è quindi vero che detta comunicazione prevede l’applicazione retroattiva delle
         sue disposizioni, ma essa è limitata al periodo dal 14 febbraio 2002 al 18 febbraio 2002 compreso. Poiché nessuno dei partecipanti
         all’intesa ha presentato una domanda ai sensi della comunicazione sulla cooperazione del 2002 prima del 2 febbraio 2004 (punti
         94, 105, 115 e 127 della decisione impugnata), l’eventuale illegittimità risultante da tale retroattività della comunicazione
         sulla cooperazione del 2002 non può avere inficiato la legittimità della decisione impugnata.
      
      141    Tuttavia, nel caso di specie, le ricorrenti contestano l’applicazione immediata della comunicazione sulla cooperazione del
         2002 ai fini del calcolo delle ammende per fatti, in parte, anteriori al 2002.
      
      142    In primo luogo, come risulta dal fascicolo, occorre notare che, almeno a sei riprese nel corso del procedimento amministrativo,
         le ricorrenti hanno esplicitamente chiesto l’applicazione della comunicazione sulla cooperazione del 2002.
      
      143    In secondo luogo, e in ogni caso, dalla giurisprudenza risulta che il principio di irretroattività non osta all’applicazione
         di orientamenti che abbiano, per ipotesi, un effetto aggravante sul livello delle ammende inflitte per infrazioni commesse
         prima della loro adozione, a condizione che la politica che essi attuano sia ragionevolmente prevedibile all’epoca in cui
         le infrazioni in questione sono state commesse (sentenza Dansk Rørindustri e a./Commissione, cit. al punto 88 supra, punti
         202‑232; sentenza del Tribunale 12 dicembre 2007, cause riunite T‑101/05 e T‑111/05, BASF e UCB/Commissione, Racc. pag. II‑4949,
         punto 233; v. anche sentenza Archer Daniels Midland/Commissione, cit. al punto 106 supra, punto 66). Orbene, le ricorrenti
         non hanno sostenuto che il cambiamento intervenuto in occasione dell’adozione della comunicazione sulla cooperazione del 2002
         non fosse prevedibile.
      
      144    Quanto all’asserita violazione del legittimo affidamento delle ricorrenti derivante dall’applicazione della comunicazione
         sulla cooperazione del 2002 ad infrazioni parzialmente commesse prima della sua entrata in vigore, è sufficiente constatare
         che, secondo una costante giurisprudenza, gli operatori economici non possono riporre il loro legittimo affidamento nella
         conservazione di una situazione in atto che può essere modificata dalle istituzioni nell’ambito del loro potere discrezionale
         (v. sentenze della Corte 5 ottobre 1994, causa C‑280/93, Germania/Consiglio, Racc. pag. I‑4973, punto 80, e 30 giugno 2005,
         causa C‑295/03 P, Alessandrini e a./Commissione, Racc. pag. I‑5673, punto 89 e giurisprudenza ivi citata). Inoltre, in ogni
         caso, le ricorrenti avrebbero potuto far scattare l’applicazione della comunicazione sulla cooperazione del 1996 in qualsiasi
         momento presentando una domanda a titolo di tale comunicazione alla Commissione prima dell’entrata in vigore della comunicazione
         sulla cooperazione del 2002. Ne consegue che tale censura deve essere respinta.
      
      145    Di conseguenza, l’eccezione di illegittimità della comunicazione sulla cooperazione del 2002, vertente sulla violazione del
         principio di irretroattività, e la censura vertente sulla violazione del principio di legittimo affidamento devono essere
         respinte.
      
       Sull’eccezione di illegittimità della comunicazione sulla cooperazione del 2002, vertente sulla violazione dei principi generali
            del diritto nemo tenetur, in dubio pro reo e di proporzionalità, nonché sull’abuso di potere discrezionale
      146    Le ricorrenti sostengono che la comunicazione sulla cooperazione del 2002 è illegittima in quanto contravviene ai principi
         generali del diritto e travalica i limiti del potere discrezionale conferito alla Commissione. Così, la comunicazione sulla
         cooperazione del 2002 violerebbe il principio nemo tenetur, il principio in dubio pro reo e il principio di proporzionalità.
         La sua adozione costituirebbe un abuso del potere discrezionale della Commissione ed essa sarebbe quindi inapplicabile alla
         presente causa, sicché gli elementi di prova forniti nell’ambito della comunicazione sulla cooperazione del 2002 non potrebbero
         essere utilizzati, stante il divieto di utilizzare prove acquisite illegittimamente.
      
      147    Occorre analizzare separatamente le diverse censure formulate nel contesto della presente eccezione.
      
       Sulla prima censura, vertente sulla violazione del principio nemo tenetur
      148    Le ricorrenti ricordano che, conformemente al principio nemo tenetur, nessuno può essere costretto ad autoaccusarsi o a testimoniare
         contro sé stesso. La comunicazione sulla cooperazione del 2002 violerebbe tale principio, dato che, in pratica, costringerebbe
         le imprese a collaborare con la Commissione e a fornirle una confessione. Infatti, da un lato, solo la prima impresa che presenti
         prove rispondenti ai requisiti di cui al punto 8, lett. a) o b), della comunicazione sulla cooperazione del 2002 potrebbe
         pretendere l’immunità da un’ammenda, di modo che tutte le imprese, in «corsa per il primo posto», fornirebbero confessioni
         complete (e talora esagerate) alla Commissione, senza che possa confrontarsi l’utilità di una cooperazione che riveste la
         forma della riduzione sperata dell’ammenda con gli svantaggi che tale cooperazione comporta. Dall’altro, cooperando nell’ambito
         della comunicazione sulla cooperazione del 2002, un’impresa si priverebbe della possibilità di contestare i fatti, anche erronei,
         presentati da altre imprese, poiché la Commissione considererebbe qualsiasi contestazione come una mancanza di cooperazione
         ai sensi dei punti 11 e 23 della comunicazione sulla cooperazione del 2002, il che comporterebbe il grave rischio di non beneficiare
         di una riduzione dell’ammenda a titolo di tale comunicazione.
      
      149    Dalla giurisprudenza risulta, da un lato, che in virtù dei principi generali del diritto dell’Unione, dei quali i diritti
         fondamentali costituiscono parte integrante e alla luce dei quali vanno interpretate tutte le norme di diritto dell’Unione,
         le imprese hanno il diritto di non essere costrette dalla Commissione ad ammettere la loro partecipazione ad un’infrazione
         (v., in tal senso, sentenze della Corte 18 ottobre 1989, causa 374/87, Orkem/Commissione, Racc. pag. 3283, punto 35, e 15 ottobre
         2002, cause riunite C‑238/99 P, C‑244/99 P, C‑245/99 P, C‑247/99 P, C‑250/99 P‑C‑252/99 P e C‑254/99 P, Limburgse Vinyl Maatschappij
         e a./Commissione, Racc. pag. I‑8375, punto 273).
      
      150    Dall’altro lato, se la Commissione non può costringere un’impresa ad ammettere la sua partecipazione a un’infrazione, non
         per questo le viene impedito di tener conto, nella fissazione dell’importo dell’ammenda, dell’aiuto che tale impresa, di sua
         iniziativa, le ha fornito al fine di accertare l’esistenza dell’infrazione (sentenze della Corte 14 luglio 2005, causa C‑57/02 P,
         Acerinox/Commissione, Racc. pag. I‑6689, punto 87, e cause riunite C‑65/02 P e C‑73/02 P, ThyssenKrupp/Commissione, Racc. pag. I‑6773,
         punto 50).
      
      151    Le ricorrenti non possono sostenere che la giurisprudenza citata ai punti 149 e 150 supra è «superata». Al contrario, la Corte
         l’ha espressamente confermata dopo aver preso conoscenza degli sviluppi intervenuti nella giurisprudenza della Corte EDU,
         in particolare delle sentenze 25 febbraio 1993, Funke c. Francia (serie A n. 256 A), e 17 dicembre 1996, Saunders c. Regno
         Unito (Recueil des arrêts et décisions, 1996‑VI), alle quali fanno riferimento le ricorrenti (sentenza Limburgse Vinyl Maatschappij e a./Commissione, cit. al punto
         149 supra, punti 273‑280).
      
      152    La legittimità della comunicazione sulla cooperazione del 2002 con riguardo al principio nemo tenetur va quindi esaminata
         alla luce dei principi elaborati dalla giurisprudenza citata ai punti 149 e 150 supra.
      
      153    A tal proposito, si deve rilevare che la cooperazione a titolo della comunicazione sulla cooperazione del 2002 riveste un
         carattere puramente volontario da parte dell’impresa interessata. Infatti, quest’ultima non è in alcun modo costretta a fornire
         elementi di prova relativi alla presunta intesa. Il grado di cooperazione che l’impresa intende offrire nel corso del procedimento
         amministrativo dipende dunque esclusivamente dalla sua libera scelta e non è, in nessun caso, imposto dalla comunicazione
         sulla cooperazione del 2002 (v., in tal senso, sentenza ThyssenKrupp/Commissione, cit. al punto 150 supra, punto 52, e conclusioni
         dell’avvocato generale Léger relative a detta causa, Racc. pag. I‑6777, paragrafo 140).
      
      154    L’argomento secondo cui, cooperando, un’impresa si priverebbe della possibilità di contestare i fatti, anche se falsi, presentati
         da altre imprese, si fonda su di una lettura erronea della comunicazione sulla cooperazione del 2002.
      
      155    Da un lato, contrariamente a quanto sostenuto dalle ricorrenti, né il punto 11 di tale comunicazione, che esige dall’impresa
         interessata la «piena collaborazione, permanente e tempestiva, per tutta la durata del procedimento amministrativo», né il
         punto 23 della stessa, secondo cui la Commissione «potrà (…) tenere conto dell’entità e della continuità della cooperazione
         dimostrata dall’impresa a partire della data del suo contributo», esigono che l’impresa interessata si astenga dal contestare
         o dal rettificare i fatti erronei presentati da un’altra impresa. Inoltre, l’affermazione delle ricorrenti si basa sulla premessa
         errata secondo cui le dichiarazioni unilaterali erronee di un’unica impresa che ha partecipato ad un’intesa, non corroborate
         da elementi di prova, sarebbero sufficienti per dimostrare un’infrazione.
      
      156    Dall’altro, diversamente dalla comunicazione sulla cooperazione del 1996, la comunicazione del 2002 non prevede alcuna riduzione
         dell’ammenda per la mancata contestazione dei fatti. Pertanto, non si può ritenere che la comunicazione sulla cooperazione
         del 2002 «obblighi» le imprese che intendano beneficiare dell’applicazione della stessa a non contestare i fatti presentati
         da altre imprese.
      
      157    In ogni caso, il presunto obbligo di un’impresa di non contestare fatti ai quali è estranea riposa sull’ipotesi puramente
         teorica di un’impresa che accusa se stessa di un’infrazione che non ha commesso, nella speranza di beneficiare di una riduzione
         dell’ammenda che, ciononostante, essa teme di vedersi infliggere. Un tale pronostico non può fondare un argomento attinente
         alla violazione del principio nemo tenetur (v., in tal senso, sentenza della Corte 16 novembre 2000, causa C‑298/98 P, Finnboard/Commissione,
         Racc. pag. I‑10157, punto 58).
      
      158    Ne consegue che la prima censura sollevata nell’ambito dell’eccezione di illegittimità della comunicazione sulla cooperazione
         del 2002 deve essere respinta.
      
       Sulla seconda censura, vertente sulla violazione del principio in dubio pro reo
      159    Le ricorrenti sostengono che, conformemente al principio in dubio pro reo o al principio della presunzione di innocenza, spetta
         alla Commissione produrre la prova del comportamento illecito e della colpevolezza di un’impresa. La comunicazione sulla cooperazione
         del 2002 violerebbe il principio della presunzione di innocenza, dato che, in pratica, farebbe sì che siano le imprese a fornire
         la prova della propria infrazione e della propria colpevolezza nonché delle infrazioni e della colpevolezza delle altre imprese.
      
      160    Si deve rilevare che il principio della presunzione di innocenza, quale risulta in particolare dall’art. 6, n. 2, della CEDU,
         fa parte dei diritti fondamentali che, secondo la giurisprudenza della Corte, peraltro riaffermata dall’art. 6, n. 2, UE e
         dall’art. 48 della Carta, sono riconosciuti nell’ordinamento giuridico dell’Unione. Tenuto conto della natura delle infrazioni
         in parola, nonché della natura e del grado di severità delle sanzioni che vi sono connesse, il principio della presunzione
         di innocenza si applica in particolare ai procedimenti relativi a violazioni delle norme sulla concorrenza applicabili alle
         imprese che possano sfociare nella pronuncia di ammende o penalità di mora (v. sentenza Degussa/Commissione, cit. al punto
         95 supra, punto 115 e la giurisprudenza ivi citata).
      
      161    Contrariamente a quanto asseriscono le ricorrenti, la comunicazione sulla cooperazione del 2002 non contravviene al principio
         della presunzione di innocenza.
      
      162    Anzitutto, come si è ricordato al punto 153 supra, la cooperazione ai sensi di tale comunicazione riveste un carattere puramente
         volontario da parte dell’impresa interessata. Essa non comporta alcun obbligo per l’impresa di fornire elementi di prova dell’infrazione
         cui avrebbe partecipato.
      
      163    Inoltre, la comunicazione sulla cooperazione del 2002 non incide sull’obbligo che incombe alla Commissione, la quale ha l’onere
         di provare le infrazioni da essa accertate, di addurre elementi di prova idonei a dimostrare in modo giuridicamente valido
         l’esistenza dei fatti che costituiscono l’infrazione. Tuttavia, per dimostrare l’esistenza di un’infrazione, la Commissione
         può basarsi su ogni elemento utile di cui dispone. Così, senza violare il principio della presunzione di innocenza, essa può
         basarsi non solo sui documenti raccolti in occasione di accertamenti ai sensi dei regolamenti nn. 17 e 1/2003 o che le siano
         pervenuti in risposta a richieste di informazioni a norma di detti regolamenti, ma anche sugli elementi di prova che un’impresa
         le abbia fornito volontariamente a titolo della suddetta comunicazione.
      
      164    Da quanto precede risulta che neppure la censura vertente sull’illegittimità della comunicazione sulla cooperazione del 2002,
         in quanto violerebbe il principio della presunzione di non colpevolezza, può essere accolta.
      
       Sulla terza censura, vertente sulla violazione del principio di proporzionalità
      165    Le ricorrenti sostengono che la comunicazione sulla cooperazione del 2002 non è né necessaria né adeguata e, pertanto, contravviene
         al principio di proporzionalità. Essa non sarebbe necessaria in quanto il regolamento n. 1/2003, in particolare agli artt. 18‑21,
         fornirebbe alla Commissione mezzi sufficienti per svolgere indagini sulle intese. Inoltre non sarebbe né adeguata né proporzionata.
         Infatti, quand’anche detta comunicazione consentisse di meglio dimostrare l’esistenza di intese, promuovendo così l’interesse
         comunitario, essa ricompenserebbe le imprese che hanno violato l’art. 81 CE e porrebbe in una situazione di svantaggio le
         imprese oneste, in quanto osterebbe a che vengano inflitte ammende ad imprese che hanno partecipato ad un’intesa e ne hanno
         tratto vantaggio. La comunicazione sulla cooperazione del 2002 lederebbe anche l’interesse comunitario consistente nella repressione
         delle infrazioni al diritto delle concorrenza.
      
      166    Occorre rammentare che, secondo costante giurisprudenza, il principio di proporzionalità, che fa parte dei principi generali
         del diritto dell’Unione, richiede che gli atti delle istituzioni dell’Unione non superino i limiti di quanto idoneo e necessario
         al conseguimento degli scopi legittimi perseguiti dalla normativa di cui trattasi, fermo restando che, qualora sia possibile
         una scelta fra più misure appropriate, si deve ricorrere alla meno restrittiva e che gli inconvenienti causati non devono
         essere sproporzionati rispetto agli scopi perseguiti (v. sentenza della Corte 12 luglio 2001, C‑189/01, Jippes e a., Racc. pag. I‑5689,
         punto 81 e la giurisprudenza ivi citata).
      
      167    Si deve inoltre ricordare che la Commissione dispone, nell’ambito del regolamento n. 1/2003, di un margine di discrezionalità
         nel fissare l’importo delle ammende al fine di orientare il comportamento delle imprese verso il rispetto delle regole di
         concorrenza (v., in tal senso, sentenza Groupe Danone/Commissione, cit. al punto 57 supra, punto 134 e la giurisprudenza ivi
         citata). Poiché la comunicazione sulla cooperazione del 2002 si colloco nell’ambito della politica della Commissione relativa
         alla fissazione di ammende per le intese orizzontali che contravvengono all’art. 81 CE, occorre tenere conto di tale margine
         di discrezionalità nell’esame della censura relativa al principio di proporzionalità.
      
      168    Orbene, è giocoforza constatare che la comunicazione sulla cooperazione del 2002 rappresenta uno strumento adeguato e indispensabile
         per accertare l’esistenza delle intese orizzontali segrete e, pertanto, per orientare il comportamento delle imprese verso
         il rispetto delle regole di concorrenza.
      
      169    Infatti, sebbene gli strumenti previsti agli artt. 18‑21 del regolamento n. 1/2003, vale a dire le richieste di informazioni
         e gli accertamenti, costituiscano misure indispensabili nell’ambito della repressione delle infrazioni al diritto della concorrenza,
         si deve rilevare che le intese segrete sono spesso difficili da scoprire e da investigare senza la cooperazione delle imprese
         interessate. Anche se esiste sempre il rischio, per un partecipante a un’intesa, che quest’ultima venga scoperta, in particolare
         a seguito di una denuncia alla Commissione o ad un’autorità nazionale, il soggetto che intenda porre fine alla propria partecipazione
         può essere dissuaso dall’informarne la Commissione in ragione dell’ammenda elevata che rischia di vedersi infliggere. Prevedendo
         la concessione di un’immunità dalle ammende o di una riduzione significativa dell’ammenda per le imprese che forniscano alla
         Commissione elementi di prova dell’esistenza di un’intesa orizzontale, la comunicazione sulla cooperazione del 2002 tende
         ad evitare che tale soggetto rinunci ad informare la Commissione dell’esistenza di un’intesa.
      
      170    L’argomento per cui la comunicazione sulla cooperazione del 2002 consente di ricompensare talune imprese che hanno partecipato
         ad intese vietate dall’art. 81 CE deve essere respinto. Infatti, come sottolinea la Commissione al punto 4 della suddetta
         comunicazione, «[i]l vantaggio che i consumatori e i cittadini traggono dalla certezza che le intese segrete siano scoperte
         e sanzionate è primario rispetto all’interesse d’infliggere sanzioni pecuniarie alle imprese che consentono alla Commissione
         di scoprire e vietare pratiche di questo tipo».
      
      171    Pertanto, la comunicazione sulla cooperazione del 2002 non supera in modo manifesto il limite di quanto è appropriato e necessario
         al conseguimento dell’obiettivo legittimo che la stessa persegue.
      
      172    Da quanto precede risulta che la censura vertente sull’illegittimità della comunicazione sulla cooperazione del 2002, in quanto
         la stessa violerebbe il principio di proporzionalità, non è fondata.
      
       Sulla quarta censura, relativa ad un abuso di potere discrezionale
      173    Secondo le ricorrenti, adottando la comunicazione sulla cooperazione del 2002, la Commissione avrebbe travalicato i limiti
         del potere discrezionale conferitole dall’art. 23, nn. 2 e 3, del regolamento n. 1/2003. Tale disposizione imporrebbe alla
         Commissione, nell’ambito della fissazione dell’importo dell’ammenda, di prendere in considerazione la gravità e la durata
         dell’infrazione, il che sarebbe impossibile nell’ambito di una «riduzione totale della pena». Pertanto, il titolo A della
         comunicazione sulla cooperazione del 2002 sarebbe illegittimo, il che comporterebbe l’illegittimità della comunicazione in
         toto.
      
      174    Occorre rammentare che, ai sensi dell’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003, «[l]a Commissione può, mediante decisione,
         infliggere ammende alle imprese (…) quando, intenzionalmente o per negligenza[,] (…) commettano un’infrazione alle disposizioni
         dell’art. 81 CE o dell’art. 82 [CE]». Ne consegue che dal tenore stesso di detta disposizione risulta che la Commissione ha
         la facoltà, ma non l’obbligo, di imporre un’ammenda ad un’impresa autrice di una violazione dell’art. 81 CE.
      
      175    Inoltre, l’art. 23, nn. 2 e 3, del regolamento n. 1/2003 non elenca in modo tassativo i criteri di cui la Commissione può
         tenere conto per fissare l’importo dell’ammenda. Il comportamento dell’impresa nel corso del procedimento amministrativo può
         quindi far parte degli elementi di cui si deve tenere conto in sede di tale fissazione (v., in tal senso, sentenza Finnboard/Commissione,
         cit. al punto 157 supra, punto 56 e la giurisprudenza ivi citata).
      
      176    Pertanto, la Commissione non ha superato i limiti dei poteri ad essa conferiti dal regolamento n. 1/2003 dotandosi delle regole
         di condotta nella comunicazione sulla cooperazione del 2002 destinate a guidarla nell’esercizio del suo potere discrezionale
         in materia di fissazione delle ammende, per tenere conto in particolare del comportamento delle imprese nel corso del procedimento
         amministrativo e, così, meglio garantire la parità di trattamento fra le imprese interessate (v., in tal senso, sentenza Finnboard/Commissione,
         cit. al punto 157 supra, punto 57).
      
      177    Ne consegue che nemmeno quest’ultima censura è fondata.
      
      178    Da quanto precede discende che l’eccezione di illegittimità della comunicazione sulla cooperazione del 2002 deve essere respinta
         in toto.
      
       Sul motivo vertente sulla natura confiscatoria, in violazione del diritto internazionale, della decisione impugnata
       Sulla ricevibilità
      179    La Commissione sottolinea che il motivo concernente la natura confiscatoria, in violazione del diritto internazionale, della
         decisione impugnata non soddisfa i requisiti di cui all’art. 44, n. 1, lett. c), del regolamento di procedura ed è quindi
         irricevibile. Dal punto di vista fattuale, il ricorso non spiega in alcun modo perché le ammende inflitte avrebbero effettivamente
         ripercussioni drammatiche sulla capacità di sopravvivenza economica delle controllate di Schindler Holding. Dal punto di vista
         giuridico, le ricorrenti non identificherebbero i trattati applicabili né le norme che sarebbero state violate.
      
      180    Occorre ricordare che, in forza dell’art. 21, primo comma, dello Statuto della Corte di giustizia, applicabile al procedimento
         dinanzi al Tribunale in conformità all’art. 53, primo comma, del medesimo Statuto e all’art. 44, n. 1, lett. c), del regolamento
         di procedura del Tribunale, qualsiasi ricorso deve contenere, in particolare, un’esposizione sommaria dei motivi invocati.
         Tali indicazioni devono essere sufficientemente chiare e precise al fine di consentire alla parte convenuta di predisporre
         le proprie difese e al Tribunale di decidere sul ricorso, se del caso, senza altre informazioni a sostegno. Al fine di garantire
         la certezza del diritto e una corretta amministrazione della giustizia è necessario, affinché un ricorso sia considerato ricevibile,
         che gli elementi essenziali di fatto e di diritto sui quali esso è fondato emergano, anche sommariamente, purché in modo coerente
         e comprensibile, dall’atto introduttivo stesso (sentenze del Tribunale 6 maggio 1997, causa T‑195/95, Guérin automobiles/Commissione,
         Racc. pag. II‑679, punto 20, 25 maggio 2004, causa T‑154/01, Distilleria Palma/Commissione, Racc. pag. II‑1493, punto 58,
         e 12 marzo 2008, causa T‑332/03, European Service Network/Commissione, non pubblicata nella Raccolta, punto 229).
      
      181    Nel caso di specie, le ricorrenti, nel proprio ricorso, hanno esposto in modo sufficientemente chiaro e preciso che l’imposizione
         delle ammende a Schindler, tramite la decisione impugnata, è confiscatoria e viola il diritto internazionale.
      
      182    La Commissione non può criticare il fatto che il ricorso non identifica i trattati applicabili. Infatti, le ricorrenti non
         hanno invocato nel ricorso alcuna violazione di un accordo bilaterale o multilaterale concernente la tutela dell’investimento.
         Esse fanno riferimento all’esistenza di tali accordi solo al fine di dimostrare l’esistenza di una norma di diritto consuetudinario
         internazionale che sarebbe stata violata nel caso di specie. Così, nel loro ricorso, le ricorrenti spiegano che, sebbene non
         esista alcuna convenzione generale per la tutela dell’investimento tra la Comunità europea e la Svizzera, il divieto di espropriazione
         senza indennizzo degli investitori stranieri sancito dal diritto consuetudinario internazionale non può essere rimesso seriamente
         in discussione. Contrariamente a quanto sostenuto dalla Commissione, la norma violata, ossia una norma di diritto consuetudinario
         internazionale, è chiaramente indicata nel ricorso.
      
      183    Le ricorrenti spiegano inoltre che la natura confiscatoria delle ammende irrogate va rapportata alla grave svalutazione degli
         investimenti di Schindler in Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi. Secondo le ricorrenti, la gravità del pregiudizio ai valori
         patrimoniali di Schindler Holding emergerebbe dal confronto tra le ammende e i capitali propri, il fatturato annuo e il risultato
         di esercizio di Schindler Belgio, Schindler Lussemburgo e Schindler Paesi Bassi.
      
      184    Da quanto precede risulta che il presente motivo soddisfa le esigenze delle disposizioni menzionate al precedente punto 180.
         Di conseguenza, il presente motivo è ricevibile.
      
       Nel merito
      185    Le ricorrenti rilevano che la tutela degli investitori stranieri è prevista da numerosi accordi bilaterali e multilaterali
         per la tutela dell’investimento. In base a tali convenzioni, la detenzione transfrontaliera di quote di un’impresa di un altro
         Stato membro rientrerebbe nella nozione di investimento e godrebbe di una tutela che, da un lato, consentirebbe l’espropriazione
         solo nel rispetto di condizioni molto rigorose e, dall’altro, esigerebbe che gli investitori stranieri vengano trattati in
         modo equo e leale nello Stato in cui effettuano investimenti. Tale protezione sarebbe riconosciuta anche dal diritto consuetudinario
         internazionale.
      
      186    Le ammende inflitte a Schindler Holding, società di diritto svizzero, equivarrebbero, dal punto di vista del loro effetto
         economico, ad un’espropriazione, in violazione del diritto internazionale, degli investimenti di Schindler Holding in Belgio,
         Lussemburgo e Paesi Bassi. Quand’anche la condanna ad un’ammenda non costituisse un’espropriazione formale, essa costituirebbe
         comunque un’espropriazione materiale, in quanto gli investimenti di Schindler Holding in Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi
         avrebbero subito una notevole svalutazione. La gravità del pregiudizio ai valori patrimoniali di Schindler Holding emergerebbe
         soprattutto dal confronto tra le ammende e i capitali propri, il fatturato annuo e il risultato di esercizio di Schindler
         Belgio, Schindler Lussemburgo e Schindler Paesi Bassi.
      
      187    Occorre rammentare che le competenze della Comunità devono essere esercitate nel rispetto del diritto internazionale (v. sentenza
         della Corte 3 settembre 2008, cause riunite C‑402/05 P e C‑415/05 P, Kadi e Al Barakaat International Foundation/Consiglio
         e Commissione, Racc. pag. I‑6351, punto 291 e la giurisprudenza ivi citata).
      
      188    Il diritto di proprietà non è solo protetto dal diritto internazionale, ma fa anche parte dei principi generali del diritto
         dell’Unione (v. sentenza Kadi e Al Barakaat International Foundation/Consiglio e Commissione, cit. al punto 187 supra, punto
         355 e la giurisprudenza ivi citata). Tuttavia, poiché la prevalenza del diritto internazionale sul diritto dell’Unione non
         si estende al diritto primario e, in particolare, ai principi generali nel cui novero vi sono i diritti fondamentali (sentenza
         Kadi e Al Barakaat International Foundation/Consiglio e Commissione, cit. al punto 187 supra, punto 308), occorre esaminare,
         nell’ambito del presente motivo, se le ammende inflitte a Schindler Holding ledano il diritto fondamentale al rispetto della
         proprietà.
      
      189    A tal riguardo, deve ricordarsi che il diritto di proprietà non è una prerogativa assoluta, ma deve essere valutato alla luce
         della sua funzione sociale. Conseguentemente, possono essere apportate restrizioni all’esercizio del diritto di proprietà,
         a condizione che esse rispondano effettivamente ad obiettivi di interesse generale perseguiti dalla Comunità e non costituiscano,
         rispetto allo scopo perseguito, un intervento sproporzionato e inaccettabile, tale da ledere la sostanza stessa del diritto
         garantito (v. sentenze della Corte 11 luglio 1989, 265/87, Schräder HS Kraftfutter, Racc. pag. 2237, punto 15, Germania/Consiglio,
         cit. al punto 144 supra, punto 78, e Kadi e Al Barakaat International Foundation/Consiglio e Commissione, cit. al punto 187
         supra, punto 355).
      
      190    L’art. 3, n. 1, lett. g), CE prevede che, per conseguire gli obiettivi della Comunità, l’azione della stessa comporta «un
         regime inteso a garantire che la concorrenza non sia falsata nel mercato interno». Ne deriva che l’applicazione degli artt. 81 CE
         e 82 CE costituisce uno degli aspetti dell’interesse pubblico comunitario. Di conseguenza, possono essere apportate restrizioni,
         in applicazione di questi articoli, all’uso del diritto di proprietà, a condizione che non siano sproporzionate e non pregiudichino
         la sostanza stessa di tale diritto (sentenza del Tribunale 23 ottobre 2003, causa T‑65/98, Van den Bergh Foods/Commissione,
         Racc. pag. II‑4653, punto 170).
      
      191    Occorre quindi accertare se le ammende inflitte alla Schindler Holding costituiscano un intervento eccessivo ed intollerabile
         che arreca pregiudizio alla sostanza stessa del diritto fondamentale al rispetto della proprietà.
      
      192    In primo luogo, deve constatarsi come la decisione controversa non pregiudichi la struttura della proprietà in seno alla Schindler.
      
      193    In secondo luogo, se è vero che il pagamento dell’ammenda incide sul valore patrimoniale della società debitrice, tuttavia
         nella fattispecie non si può ritenere che le ammende inflitte a Schindler Holding e alle sue controllate abbiano azzerato
         il valore di tali società. Infatti, dal fascicolo risulta che l’insieme delle ammende inflitte alle società del gruppo Schindler
         nella decisione impugnata non raggiunge il tetto massimo del 10% del fatturato consolidato di Schindler Holding nell’esercizio
         sociale precedente alla data della decisione impugnata. Orbene, il tetto massimo del 10% previsto dall’art. 23, n. 2, del
         regolamento n. 1/2003 mira, inter alia, a proteggere le imprese da ammende di importo eccessivo che potrebbe distruggerle
         dal punto di vista commerciale (sentenza del Tribunale 15 giugno 2005, cause riunite T‑71/03, T‑74/03, T‑87/03 e T‑91/03,
         Tokai Carbon e a./Commissione, non pubblicata nella Raccolta, punto 389).
      
      194    In terzo luogo, poiché le ricorrenti criticano l’imposizione di un’ammenda eccessiva alle controllate nei quattro paesi interessati,
         si deve rilevare che, nella decisione impugnata, per ciascuna infrazione Schindler Holding è stata condannata in solido con
         la controllata interessata al pagamento dell’ammenda (v. anche punti 63‑91 supra). Come sottolineato dalla Commissione, la
         determinazione del rispettivo contributo delle società appartenenti ad un medesimo gruppo, tenute in solido al pagamento di
         una medesima ammenda, spetta a queste ultime. Pertanto, la decisione impugnata non incide necessariamente sul valore degli
         investimenti detenuti da Schindler Holding nelle sue controllate.
      
      195    In quarto luogo, nei limiti in cui le ricorrenti lamentano l’imposizione di ammende per le infrazioni che risulterebbero eccessive
         se confrontate con il fatturato e l’utile annuo delle controllate interessate, tale argomento si confonde con il motivo concernente
         l’illegittimità della decisione impugnata nella parte in cui dichiara la responsabilità in solido di Schindler Holding. Infatti,
         le ammende inflitte nel caso di specie potrebbero recare pregiudizio al diritto di proprietà solo se fosse vero che le controllate
         nazionali non costituiscono con Schindler Holding un’unica impresa, nel senso di entità economica responsabile delle infrazioni
         sanzionate. Tali ammende sarebbero comunque illegittime in quanto violerebbero l’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003.
         Tuttavia, dai punti 63‑91 supra risulta che la Commissione ha giustamente imputato a Schindler Holding le infrazioni delle
         controllate nazionali interessate.
      
      196    Ne consegue che il presente motivo dev’essere respinto.
      
       Sul motivo vertente sulla violazione degli orientamenti del 1998 e dell’obbligo di motivazione nella fissazione dell’importo
            di partenza delle ammende
       Osservazioni preliminari
      197    In limine, occorre rammentare che risulta da una costante giurisprudenza che la Commissione gode di un ampio potere discrezionale
         per quanto riguarda il metodo di calcolo delle ammende. Tale metodo, delimitato dagli orientamenti del 1998, prevede vari
         elementi di flessibilità che consentono alla Commissione di esercitare il proprio potere discrezionale in conformità al disposto
         dell’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003 (v., in tal senso, sentenza della Corte 3 settembre 2009, cause riunite C‑322/07 P,
         C‑327/07 P e C‑338/07 P, Papierfabrik August Koehler e a./Commissione, Racc. pag. I‑7191, punto 112 e la giurisprudenza ivi
         citata).
      
      198    La gravità delle infrazioni al diritto della concorrenza dell’Unione deve essere accertata in funzione di un gran numero di
         elementi, quali, segnatamente, le particolari circostanze del procedimento, il suo contesto e la portata dissuasiva delle
         ammende, e ciò senza che sia stato redatto un elenco vincolante o esaustivo di criteri da tenere obbligatoriamente in considerazione
         (sentenze della Corte Archer Daniels Midland/Commissione, cit. al punto 106 supra, punto 72, e 3 settembre 2009, causa C‑534/07 P,
         Prym e Prym Consumer/Commissione, Racc. pag. I‑7415, punto 54).
      
      199    Come è stato esposto supra al punto 24, nella fattispecie la Commissione ha determinato l’importo delle ammende applicando
         il metodo definito negli orientamenti del 1998.
      
      200    Anche se gli orientamenti del 1998 non possono essere qualificati come norme giuridiche alla cui osservanza l’amministrazione
         è comunque tenuta, essi enunciano tuttavia una norma di comportamento indicativa della prassi da seguire dalla quale l’amministrazione
         non può discostarsi, in un caso specifico, senza fornire ragioni compatibili con il principio di parità di trattamento (v.
         sentenza Dansk Rørindustri e a./Commissione, cit. al punto 88 supra, punto 209 e la giurisprudenza ivi citata, e sentenza
         del Tribunale 8 ottobre 2008, causa T‑73/04, Carbone‑Lorraine/Commissione, Racc. pag. II‑2661, punto 70).
      
      201    Come indicato supra al punto 135, adottando siffatte norme di comportamento ed annunciando, con la loro pubblicazione, che
         esse verranno da quel momento in avanti applicate ai casi a cui esse si riferiscono, la Commissione si autolimita nell’esercizio
         del suo potere discrezionale e non può discostarsi da tali norme, pena una sanzione, eventualmente, a titolo di violazione
         di principi giuridici generali, quali la parità di trattamento o la tutela del legittimo affidamento (v. sentenze Dansk Rørindustri
         e a./Commissione, cit. al punto 88 supra, punto 211 e la giurisprudenza ivi citata, e Carbone‑Lorraine/Commissione, cit. al
         punto 200 supra, punto 71).
      
      202    Inoltre, gli orientamenti del 1998 stabiliscono, in modo generale e astratto, la metodologia che la Commissione si è imposta
         ai fini della determinazione dell’ammontare delle ammende e garantiscono, di conseguenza, la certezza del diritto nei confronti
         delle imprese (sentenza Dansk Rørindustri e a./Commissione, cit. al punto 88 supra, punti 211 e 213).
      
      203    Infine, occorre rammentare che gli orientamenti del 1998 prevedono, in primo luogo, la valutazione della gravità dell’infrazione
         in quanto tale, sulla cui base può essere fissato un importo di partenza generale (punto 1 A, secondo comma). In secondo luogo,
         la gravità è esaminata in relazione alla natura delle infrazioni commesse e alle caratteristiche dell’impresa interessata,
         in particolare rispetto alle sue dimensioni e alla sua posizione sul mercato rilevante, il che può comportare la ponderazione
         dell’importo di partenza, la classificazione delle imprese in categorie e la fissazione di un importo di partenza specifico
         (punto 1 A, dal terzo al settimo comma).
      
       Decisione impugnata
      204    In primo luogo, nella sezione della decisione impugnata dedicata alla gravità delle infrazioni (sezione 13.6.1), la Commissione
         esamina in parallelo le quattro infrazioni constatate all’art. 1, in considerazione del fatto che esse «presentano caratteristiche
         comuni» (punto 657 della decisione impugnata). Tale sezione è suddivisa in tre sottosezioni, la prima intitolata «Natura delle
         infrazioni» (sottosezione 13.6.1.1), la seconda «Estensione del mercato geografico rilevante» (sottosezione 13.6.1.2) e la
         terza «Conclusioni sulla gravità dell’infrazione» (sottosezione 13.6.1.3).
      
      205    Nella sottosezione intitolata «Natura delle infrazioni», la Commissione espone quanto segue ai punti 658 e 659 della decisione
         impugnata:
      
      «658.            Le infrazioni oggetto della presente decisione consistevano principalmente in un accordo collusivo segreto tra concorrenti
         per ripartirsi i mercati o congelare le quote di mercato attribuendosi i progetti relativi alla vendita e all’installazione
         di ascensori e/o di scale mobili nuovi, e per non farsi concorrenza nel settore della manutenzione e dell’ammodernamento di
         ascensori e scale mobili (tranne in Germania, in cui l’attività di manutenzione e di ammodernamento non è stata oggetto di
         discussioni tra i membri dell’intesa). Tali restrizioni orizzontali rientrano per loro stessa natura tra le violazioni più
         gravi dell’articolo 81 [CE]. Nel caso in esame le infrazioni hanno artificialmente privato i clienti dei vantaggi che avrebbero
         potuto sperare di ottenere da un processo di offerta concorrenziale. È inoltre interessante notare che alcuni dei progetti
         manipolati erano appalti pubblici finanziati con le imposte e realizzati precisamente al fine di ricevere offerte competitive,
         che presentassero in particolare un buon rapporto qualità/prezzo.
      
      659      Per valutare la gravità di un’infrazione, gli elementi relativi al suo oggetto sono generalmente più significativi di quelli
         relativi ai suoi effetti, in particolare quando gli accordi vertono, come nel caso in esame, su infrazioni molto gravi, quali
         la fissazione dei prezzi e la ripartizione del mercato. Di norma, gli effetti di un accordo non costituiscono un criterio
         decisivo per valutare la gravità dell’infrazione».
      
      206    La Commissione afferma di non avere «tentato di dimostrare gli effetti precisi dell’infrazione, poiché [era] impossibile determinare
         con sufficiente certezza i parametri concorrenziali applicabili (prezzi, condizioni commerciali, qualità, innovazione ecc.)
         in mancanza delle infrazioni» (punto 660 della decisione impugnata). Nondimeno, essa ritiene che «[sia] (…) evidente che le
         infrazioni hanno avuto un impatto reale» ed osserva al riguardo che «[i]l fatto che vari accordi anticoncorrenziali siano
         stati attuati dai membri dell’intesa sembra indicare di per sé un impatto sul mercato, anche se l’effetto reale è difficile
         da misurare, poiché non è noto, tra l’altro, se e come altri progetti siano stati oggetto di una manipolazione delle offerte,
         né come determinati progetti possano essere stati oggetto di una ripartizione tra i membri dell’intesa senza che fossero necessari
         contatti tra loro» (punto 660 della decisione impugnata). Nel medesimo punto la Commissione aggiunge che «[l]e elevate quote
         di mercato complessive dei concorrenti indicano probabili effetti anticoncorrenziali e [che] la relativa stabilità di tali
         quote di mercato per tutta la durata delle infrazioni confermerebbe tali effetti».
      
      207    Ai punti 661‑669 della decisione impugnata la Commissione risponde agli argomenti dedotti dalle ricorrenti durante il procedimento
         amministrativo e intesi a dimostrare lo scarso impatto delle infrazioni sul mercato.
      
      208    Nella sottosezione intitolata «Estensione del mercato geografico rilevante», la Commissione sostiene, al punto 670 della decisione
         impugnata, che «[l]e intese oggetto [della] decisione [impugnata] riguardavano l’intero ambito territoriale rispettivamente
         del Belgio, della Germania, del Lussemburgo o dei Paesi Bassi», e che «[d]alla giurisprudenza risulta chiaramente che un mercato
         geografico nazionale che si estenda ad un intero Stato membro rappresenta già in sé una parte sostanziale del mercato comune».
      
      209    Nella sottosezione intitolata «Conclusioni sulla gravità dell’infrazione», la Commissione indica, al punto 671 della decisione
         impugnata, che ciascun destinatario ha commesso una o più infrazioni molto gravi all’art. 81 CE, «[t]enuto conto della natura
         delle infrazioni e del fatto che ognuna di esse riguardava l’intero ambito territoriale di uno Stato membro (Belgio, Germania,
         Lussemburgo o Paesi Bassi)». Essa conclude che, «in base a tali elementi, le infrazioni devono essere considerate molto gravi
         anche se il loro impatto reale non può essere misurato».
      
      210    In secondo luogo, nella sezione della decisione impugnata dal titolo «Trattamento differenziato» (sezione 13.6.2), la Commissione
         fissa un importo di partenza dell’ammenda per ciascuna delle imprese partecipanti alle varie intese (v. supra, punti 27‑30),
         che tiene conto, secondo il punto 672 della decisione impugnata, dell’«effettiva capacità economica dei contravventori di
         arrecare un pregiudizio significativo alla concorrenza». La Commissione spiega, al punto 673 della decisione impugnata, che,
         «[a] tal fine, le imprese [sono state] suddivise in varie categorie in funzione del fatturato conseguito nel settore degli
         ascensori e/o delle scale mobili, compresi, se del caso, i servizi di manutenzione e di ammodernamento».
      
       Sulla qualificazione delle infrazioni come «molto gravi»
      211    In primo luogo, le ricorrenti sostengono che la valutazione della gravità delle infrazioni effettuata dalla Commissione è
         erronea. A loro parere, la Commissione avrebbe adottato un approccio globalizzante alla qualificazione delle infrazioni come
         «molto gravi», senza tenere conto, da un lato, del fatto che gli accordi negli Stati membri interessati erano strutturati
         in modo molto vario e, dall’altro, dell’impatto concreto delle infrazioni. Orbene, tale impatto sarebbe stato minimo.
      
      212    Così, le ricorrenti fanno riferimento alla riduzione dei prezzi sui mercati tedesco e lussemburghese, alla fluttuazione delle
         quote di mercato sui mercati tedesco, belga e lussemburghese, all’inefficacia e al mancato rispetto degli accordi sui mercati
         tedesco, belga, lussemburghese e olandese o ancora al fatto che le intese in Lussemburgo e nei Paesi Bassi avrebbero riguardato
         solo alcuni progetti. Inoltre, le ricorrenti sostengono che in Germania Schindler era implicata soltanto nel settore delle
         scale mobili. Infine, conformemente alla prassi decisionale della Commissione, l’intesa in Lussemburgo dovrebbe essere qualificata
         come «grave», tenuto conto del fatto che essa riguardava solo uno Stato membro di dimensioni ridotte.
      
      213    Per quanto attiene alla valutazione della gravità dell’infrazione in quanto tale, deve essere rammentato che gli orientamenti
         del 1998 affermano, al punto 1 A, primo e secondo comma, quanto segue:
      
      «Per valutare la gravità dell’infrazione, occorre prenderne in considerazione la natura, l’impatto concreto sul mercato, quando
         sia misurabile, e l’estensione del mercato geografico rilevante.
      
      Le infrazioni saranno pertanto classificate in tre categorie, in modo tale da distinguere tra infrazioni poco gravi, infrazioni
         gravi e infrazioni molto gravi».
      
      214    Pertanto, conformemente al punto 1 A, primo comma, degli orientamenti del 1998, nel valutare la gravità dell’infrazione la
         Commissione deve procedere ad un esame dell’impatto concreto sul mercato unicamente quando risulti che tale impatto è misurabile
         (v., in tal senso, sentenze Prym e Prym Consumer/Commissione, cit. al punto 198 supra, punto 74 e la giurisprudenza ivi citata;
         Archer Daniels Midland e Archer Daniels Midland Ingredients/Commissione, cit. al punto 118 supra, punto 143, e Degussa/Commissione,
         cit. al punto 95 supra, punto 216).
      
      215    Secondo una costante giurisprudenza, per valutare l’impatto concreto di un’infrazione sul mercato, è compito della Commissione
         riferirsi al gioco della concorrenza che di regola sarebbe esistito in mancanza d’infrazione (v. sentenza Carbone‑Lorraine/Commissione,
         cit. al punto 200 supra, punto 83 e la giurisprudenza ivi citata).
      
      216    Nella fattispecie, la Commissione afferma, al punto 660 della decisione impugnata, di non avere «tentato di dimostrare gli
         effetti precisi dell’infrazione, poiché [era] impossibile determinare con sufficiente certezza i parametri concorrenziali
         applicabili (prezzi, condizioni commerciali, qualità, innovazione ecc.) in mancanza delle infrazioni». Benché la Commissione
         sostenga, al punto 660 della decisione impugnata, che è evidente che le intese, dal momento che sono state poste in atto,
         hanno avuto un impatto reale, il che suggerisce di per sé un impatto sul mercato, e sebbene essa abbia respinto, ai punti
         661‑669, gli argomenti delle imprese interessate diretti a dimostrare gli effetti limitati delle intese, si deve constatare
         che nella decisione impugnata non si è tenuto conto dell’eventuale impatto sul mercato al fine di valutare la gravità delle
         infrazioni.
      
      217    Invero, al punto 671 della decisione impugnata la Commissione fonda la propria conclusione relativa alla valutazione della
         gravità delle infrazioni esclusivamente sulla natura delle stesse e sulla loro estensione geografica. Infatti, in tale punto
         la Commissione conclude che, «[t]enuto conto della natura delle infrazioni e del fatto che ognuna di esse riguardava l’intero
         ambito territoriale di uno Stato membro (Belgio, Germania, Lussemburgo o Paesi Bassi) (…), [si deve ritenere che] ciascun
         destinatario abbia commesso una o più infrazioni molto gravi all’articolo 81 CE».
      
      218    È giocoforza constatare che le ricorrenti non dimostrano che l’impatto concreto delle intese fosse misurabile nel caso di
         specie, dato che si limitano a sottolineare, nella replica, che esisterebbero vari metodi scientifici per calcolare l’impatto
         economico di un’intesa, ma affermano solo che gli effetti sono stati necessariamente limitati. A tal riguardo, le circostanze
         invocate dalle ricorrenti, relative alle riduzioni di prezzo, alla fluttuazione delle quote di mercato o ancora al mancato
         rispetto o all’inefficacia degli accordi (v. punto 212 supra), quand’anche dimostrate, non consentono di concludere che gli
         effetti delle intese fossero misurabili sui mercati interessati, tanto più che le ricorrenti non contestano le affermazioni
         della Commissione secondo le quali nella fattispecie era impossibile stabilire con sufficiente certezza i parametri concorrenziali
         applicabili in mancanza delle infrazioni.
      
      219    Pertanto, le ricorrenti non hanno dimostrato che , nel caso di specie, la Commissione avesse l’obbligo, conformemente agli
         orientamenti del 1998 e alla giurisprudenza citata supra al punto 214, di tenere conto dell’impatto concreto delle infrazioni
         al fine di valutarne la gravità.
      
      220    Inoltre, anche supponendo che l’impatto concreto delle infrazioni fosse misurabile e che gli argomenti delle ricorrenti riportati
         ai punti 211 e 212 supra siano fondati, in quanto dimostrerebberoche le intese hanno avuto un impatto limitato sui mercati
         interessati, si deve constatare che la qualificazione delle infrazioni in esame come «molto gravi» risulterebbe comunque adeguata.
      
      221    Anzitutto, occorre rilevare che, a prescindere dalla struttura asseritamente varia delle intese, le infrazioni accertate nella
         decisione impugnata rientrano per loro stessa natura nel novero delle violazioni più gravi dell’art. 81 CE, in quanto avevano
         ad oggetto un «accordo collusivo segreto tra concorrenti per ripartirsi i mercati o congelare le quote di mercato attribuendosi
         i progetti relativi alla vendita e all’installazione di ascensori e/o di scale mobili nuovi, e per non farsi concorrenza nel
         settore della manutenzione e dell’ammodernamento di ascensori e scale mobili (tranne in Germania, dove l’attività di manutenzione
         e di ammodernamento non è stata oggetto di discussioni tra i membri dell’intesa» (punto 658 della decisione impugnata). A
         tal riguardo, gli orientamenti del 1998 indicano che le infrazioni «molto gravi» consistono essenzialmente in restrizioni
         orizzontali, quali cartelli di prezzi e di ripartizione dei mercati, o in altre pratiche che pregiudicano il buon funzionamento
         del mercato interno. Le intese di questo tipo rientrano tra gli esempi di intese espressamente dichiarate incompatibili con
         il mercato comune dall’art. 81, n. 1, lett. c), CE. Oltre alla grave alterazione del gioco della concorrenza che esse comportano,
         queste intese, in quanto obbligano le parti a rispettare mercati distinti, spesso delimitati dalle frontiere nazionali, provocano
         l’isolamento di questi mercati, ostacolando così l’obiettivo principale del Trattato CE di integrazione del mercato comune.
         Anche infrazioni di questo tipo, in particolare quando si tratta di intese orizzontali, sono qualificate dalla giurisprudenza
         come «particolarmente gravi» o come «infrazioni patenti» (v., in tal senso, sentenze del Tribunale 6 aprile 1995, causa T‑148/89,
         Tréfilunion/Commissione, Racc. pag. II‑1063, punto 109; 15 settembre 1998, cause riunite T‑374/94, T‑375/94, T‑384/94 e T‑388/94,
         European Night Services e a./Commissione, Racc. pag. II‑3141, punto 136, e 18 luglio 2005, causa T‑241/01, Scandinavian Airlines
         System/Commissione, Racc. pag. II‑2917, punto 85).
      
      222    Inoltre, da una costante giurisprudenza risulta che l’effetto di una pratica anticoncorrenziale non è un criterio decisivo
         ai fini della valutazione della gravità di un’infrazione. Elementi attinenti all’intenzionalità possono essere più rilevanti
         di quelli relativi ai detti effetti, soprattutto quando si tratti di violazioni intrinsecamente gravi, quali la ripartizione
         dei mercati (sentenze della Corte 2 ottobre 2003, causa C‑194/99 P, Thyssen Stahl/Commissione, Racc. pag. I‑10821, punto 118,
         e Prym e Prym Consumer/Commissione, cit. al punto 198 supra, punto 96; sentenze del Tribunale 13 dicembre 2001, cause riunite
         T‑45/98 e T‑47/98, Krupp Thyssen Stainless e Acciai speciali Terni/Commissione, Racc. pag. II‑3757, punto 199, e Degussa/Commissione,
         cit. al punto 95 supra, punto 251).
      
      223    La natura dell’infrazione svolge quindi un ruolo preminente, in particolare, al fine di qualificare le infrazioni come «molto
         gravi». Dalla descrizione delle infrazioni molto gravi operata negli orientamenti del 1998 risulta che accordi o pratiche
         concordate miranti specificamente, come nel caso de quo, alla ripartizione dei mercati possono già solo per questa loro natura
         essere qualificati come «molto gravi», senza che sia necessario che tali comportamenti siano caratterizzati da un impatto
         o da un’estensione geografica particolare (v., in tal senso, sentenza Prym e Prym Consumer/Commissione, cit. al punto 198
         supra, punto 75). Tale conclusione è corroborata dal fatto che, se nella descrizione delle infrazioni gravi sono espressamente
         menzionati l’impatto sul mercato e gli effetti su zone estese del mercato comune, in quella delle infrazioni molto gravi,
         per contro, non si menziona alcuna condizione relativa all’impatto concreto sul mercato o alla produzione di effetti su una
         determinata zona geografica (v., in tal senso, sentenza Schunk e Schunk Kohlenstoff-Technik/Commissione, cit. al punto 83
         supra, punto 171 e la giurisprudenza ivi citata). In questo contesto, si deve respingere la tesi delle ricorrenti per cui,
         nella fattispecie, si sarebbe trattato non di ripartizione dei mercati, bensì «principalmente di accordi sulle quote», dato
         che un congelamento delle quote di mercato implica necessariamente una previa ripartizione dei mercati interessati.
      
      224    Dunque, in considerazione del loro oggetto, le infrazioni sulle quali verte la decisione impugnata sono, per loro natura,
         molto gravi, anche se dovesse essere accertato che le intese non riguardavano l’intero mercato dei prodotti interessati e
         non hanno portato a tutti gli effetti sperati.
      
      225    Inoltre, poiché una prassi decisionale della Commissione non può fungere da contesto normativo per le ammende in materia di
         concorrenza (v., in tal senso, sentenze della Corte 21 settembre 2006, causa C‑167/04 P, JCB Service/Commissione, Racc. pag. I‑8935,
         punti 201 e 205, e 7 giugno 2007, causa C‑76/06 P, Britannia Alloys & Chemicals/Commissione, Racc. pag. I‑4405, punto 60;
         sentenza Carbone‑Lorraine/Commissione, cit. al punto 200 supra, punto 92) e, in ogni caso, alla luce dell’esame svolto ai
         punti 221‑224 supra, deve essere respinto l’argomento delle ricorrenti relativo alla prassi decisionale della Commissione
         secondo il quale l’infrazione in Lussemburgo, tenuto conto delle dimensioni ridotte di detto Stato membro, avrebbe dovuto
         essere qualificata come «grave». A tal proposito si deve rilevare, inoltre, che è in particolare la presa in considerazione
         delle «[d]imensioni del mercato lussemburghese rispetto ad altri Stati membri» (punto 666 della decisione impugnata) ad avere
         indotto la Commissione a fissare un importo di partenza generale per tale infrazione che rappresenta la metà del limite minimo
         di EUR 20 milioni normalmente previsto dagli orientamenti per questo tipo di infrazione molto grave (v. punto 1 A, secondo
         comma, terzo trattino, degli orientamenti del 1998).
      
      226    Infine, anche ammesso che la Commissione abbia voluto tenere conto di tale criterio facoltativo rappresentato dall’impatto
         dell’infrazione sul mercato e dovesse quindi apportare nella decisione impugnata indizi concreti, credibili e sufficienti
         che consentissero di valutare quale effettiva influenza abbia potuto avere l’infrazione sul gioco della concorrenza nel mercato
         (sentenza Prym e Prym Consumer/Commissione, cit. al punto 198 supra, punto 82), si deve osservare che essa ha comunque adempiuto
         tale obbligo.
      
      227    Infatti, dalla decisione impugnata risulta che, per quanto riguarda l’infrazione in Belgio, la Commissione ha in particolare
         constatato che gli accordi anticoncorrenziali riguardavano tutti i segmenti del mercato degli ascensori e delle scale mobili,
         indipendentemente dal valore del progetto, e che, tenuto conto dell’elevata quota di mercato complessiva delle imprese interessate
         (punto 50 della decisione impugnata), queste ultime non correvano seri rischi di dover affrontare una pressione concorrenziale
         esercitata da imprese più piccole di ascensori e di scale mobili, che impedisse loro di fissare prezzi sovraconcorrenziali
         aventi un impatto sul mercato (punto 662 della decisione impugnata). Essa ha inoltre rilevato che rappresentanti delle quattro
         imprese si riunivano periodicamente (punti 153 e 160 della decisione impugnata), mantenevano inoltre regolari contatti telefonici
         su progetti specifici (punto 153 della decisione impugnata) e avevano stabilito un meccanismo di compensazione in caso di
         differenze tra le quote di mercato concordate e quelle reali (punti 162 e 175 della decisione impugnata). Sono peraltro stati
         redatti elenchi di progetti, che consentivano alle imprese interessate di verificare e di accertarsi costantemente che tutti
         rispettassero gli impegni assunti e di effettuare gli adeguamenti necessari allorché non veniva pienamente rispettato quanto
         convenuto in precedenza (punto 166 della decisione impugnata). Sono inoltre state adottate misure particolarmente elaborate
         al fine di dissimulare gli accordi (punto 153 della decisione impugnata).
      
      228    Per quanto riguarda l’infrazione in Germania, la Commissione ha rilevato in particolare che i partecipanti all’intesa detenevano,
         in valore, oltre il 60% del mercato degli ascensori e circa il 100% del mercato delle scale mobili (punti 51 e 232 della decisione
         impugnata) e che l’obiettivo dell’intesa era congelare le rispettive quote di mercato delle imprese interessate (punti 236
         e segg. della decisione impugnata). La Commissione ha inoltre sottolineato la frequenza delle riunioni (punti 217 e 218 della
         decisione impugnata) e le precauzioni adottate dai partecipanti per dissimulare i loro contatti (punti 219‑221 della decisione
         impugnata).
      
      229    Per quanto concerne l’infrazione in Lussemburgo, la Commissione ha constatato che le imprese interessate dagli accordi avevano
         realizzato quasi il 100% delle vendite cumulate di ascensori e scale mobili nel 2003, rilevando al contempo che le controllate
         locali di Kone, di Otis, di Schindler e di ThyssenKrupp erano le uniche fornitrici con sede in Lussemburgo che offrissero
         scale mobili (punto 52 della decisione impugnata). Essa ha inoltre sottolineato la frequenza degli incontri (punto 302 della
         decisione impugnata), le precauzioni adottate per dissimulare le riunioni e i contatti (punti 304‑307 della decisione impugnata)
         e l’esistenza di un meccanismo di compensazione (punti 317 e 336 della decisione impugnata).
      
      230    Infine, per quanto riguarda l’infrazione nei Paesi Bassi, la Commissione ha evidenziato la quota di mercato cumulata molto
         elevata dei partecipanti all’intesa (punto 53 della decisione impugnata). Essa ha inoltre sottolineato la frequenza delle
         riunioni tra i partecipanti (punti 383 e 397‑401 della decisione impugnata), il procedimento di ripartizione elaborato dai
         partecipanti (punti 411 e segg. della decisione impugnata), le precauzioni adottate per dissimulare i contatti tra partecipanti
         (punto 391 della decisione impugnata) o ancora l’esistenza di un meccanismo di compensazione de facto (punto 434 della decisione
         impugnata).
      
      231    Pertanto, la Commissione ha concluso, al punto 660 della decisione impugnata, che il fatto che i vari accordi anticoncorrenziali
         fossero stati attuati suggeriva di per sé un impatto concreto sul mercato, anche se l’effetto reale era difficile da misurare,
         non potendosi stabilire, in particolare, se e quanti altri progetti fossero stati oggetto di una manipolazione delle offerte,
         né quanti progetti potessero essere stati oggetto di una ripartizione tra i membri dell’intesa senza che occorressero contatti
         tra loro. Essa ha aggiunto che le elevate quote di mercato complessive dei concorrenti indicavano probabili effetti anticoncorrenziali
         e che la relativa stabilità di tali quote di mercato per l’intera durata delle infrazioni confermerebbe tali effetti.
      
      232    Dalle considerazioni che precedono emerge che gli argomenti delle ricorrenti riportati ai punti 211 e 212 supra non sono atti
         ad inficiare la legittimità della qualificazione come «molto gravi» delle infrazioni constatate all’art. 1 della decisione
         impugnata e vanno quindi respinti.
      
      233    In secondo luogo, le ricorrenti sostengono che la Commissione ignora il principio della presunzione di innocenza, attribuendo
         alle imprese interessate l’onere della prova della mancanza di incidenza della loro intesa.
      
      234    È giocoforza constatare che, conformemente al punto 1 A degli orientamenti del 1998, spetta alla Commissione dimostrare l’impatto
         concreto di un’intesa, quando sia misurabile. Tuttavia, nella fattispecie, al punto 660 della decisione impugnata la Commissione
         ha ritenuto che l’impatto concreto non fosse misurabile e le ricorrenti non hanno validamente contestato tale valutazione
         (v. punti 211‑232 supra).
      
      235    Pertanto, la mancata presa in considerazione dell’impatto concreto delle infrazioni non ha potuto comportare una violazione
         del principio della presunzione di innocenza, dato che, nella fattispecie, la gravità delle infrazioni poteva essere determinata,
         conformemente al punto 1 A degli orientamenti del 1998, senza che occorresse dimostrare tale impatto.
      
      236    Di conseguenza, neanche l’argomento vertente sulla violazione del principio della presunzione di innocenza può essere accolto.
      
      237    Pertanto, tutte le censure relative alla qualificazione delle infrazioni come «molto gravi» devono essere respinte.
      
       Sull’asserita illegittimità degli importi di partenza delle ammende
      238    Le ricorrenti sottolineano che la Commissione ha violato il punto 1 A degli orientamenti del 1998, in quanto non ha tenuto
         conto, nella decisione impugnata, delle dimensioni del mercato controllato dalle imprese di cui trattasi e interessato dagli
         accordi al fine di fissare gli importi di base delle ammende. Le ricorrenti lamentano inoltre la mancanza di proporzionalità
         e di coerenza degli importi di base delle ammende rispetto alle dimensioni del mercato rilevante e al fatturato delle controllate
         di Schindler. Nella replica le ricorrenti hanno addotto altresì che, a prescindere dalla qualificazione delle infrazioni come
         «molto gravi», gli argomenti esposti ai punti 211 e 212 supra giustificavano una riduzione degli importi di partenza delle
         ammende. Esse ritengono inoltre che la Commissione non abbia effettuato una differenziazione sufficiente tra le imprese interessate.
         Interrogate all’udienza in merito alla portata del loro motivo, le ricorrenti hanno precisato che, diversamente da quanto
         indicato nelle loro memorie, le loro censure non riguardano gli importi di base delle ammende, bensì gli importi di partenza
         delle stesse.
      
      239    In particolare, per quanto concerne l’infrazione in Lussemburgo, le ricorrenti ritengono che l’importo di partenza dell’ammenda
         di EUR 10 milioni sia sproporzionato, dato che rappresenterebbe circa un terzo del volume del mercato lussemburghese interessato
         dall’intesa. Le ricorrenti aggiungono che tale importo [riservato] (1). Per quel che riguarda l’intesa in Germania, l’importo di partenza specifico corrisponderebbe a [riservato]. Infine, per quanto concerne l’intesa nei Paesi Bassi, le ricorrenti evidenziano l’entità eccessiva dell’importo di partenza
         specifico dell’ammenda, che rappresenterebbe [riservato], mentre Schindler deterrebbe solo una quota modesta di mercato dei Paesi Bassi.
      
      240    Come è stato ricordato al punto 203 citato supra, gli orientamenti del 1998 prevedono, in primo luogo, la valutazione della
         gravità dell’infrazione in quanto tale, sulla cui base può essere fissato «un importo di partenza generale» (punto 1 A, secondo
         comma). In secondo luogo, la gravità è esaminata in relazione alle caratteristiche dell’impresa interessata, in particolare
         rispetto alle sue dimensioni e alla sua posizione sul mercato rilevante, il che può comportare la ponderazione dell’importo
         di partenza, la classificazione delle imprese in categorie e la fissazione di un importo di partenza specifico (punto 1 A,
         dal terzo al settimo comma, sentenza Carbone‑Lorraine/Commissione, cit. al punto 200 supra, punto 73).
      
      241    A tal proposito, si deve anzitutto osservare che le censure delle ricorrenti relative alla violazione degli orientamenti del
         1998 o del principio di proporzionalità, per la mancata presa in considerazione delle dimensioni dei mercati interessati dagli
         accordi, e alla mancanza di coerenza degli importi di partenza delle ammende rispetto alle dimensioni dei mercati in questione
         riguardano gli importi di partenza generali delle ammende, dato che vertono sulla gravità intrinseca delle infrazioni. Lo
         stesso può dirsi per le censure concernenti la struttura degli accordi o il loro impatto limitato, che, sebbene siano state
         sollevate al fine di contestare la qualificazione come «molto gravi» delle infrazioni, giustificherebbero, secondo le ricorrenti,
         una riduzione degli importi di partenza delle ammende. Inoltre, le censure delle ricorrenti relative alla mancanza di proporzionalità
         degli importi di partenza delle ammende e alla loro mancanza di coerenza rispetto ai fatturati delle controllate di Schindler
         o all’insufficiente differenziazione tra le imprese interessate riguardano la determinazione degli importi di partenza specifici
         delle ammende, poiché vertono sulla classificazione delle imprese per categoria. Infine, le ricorrenti deducono un motivo
         fondato sulla carenza di motivazione della decisione impugnata per quanto concerne la determinazione degli importi di partenza
         delle ammende.
      
      –       Sull’asserita carenza di motivazione
      242    Le ricorrenti hanno sostenuto, nelle loro memorie, che gli importi di base delle ammende utilizzati nella decisione impugnata
         non sono motivati. Come si è indicato al punto 238 supra, dalle spiegazioni fornite dalle ricorrenti in udienza è emerso tuttavia
         che la loro censura riguarda la carenza di motivazione degli importi di partenza delle ammende. Le ricorrenti non sarebbero
         state in grado di verificare su quali principi e basi materiali siano stati determinati detti importi. Poiché gli importi
         di partenza costituiscono la base dei calcoli successivi, la meticolosità con cui la Commissione calcola gli aumenti e le
         riduzioni dell’importo di partenza sarebbe priva di qualsiasi utilità se tale importo venisse fissato arbitrariamente.
      
      243    Emerge da una costante giurisprudenza che il requisito di forma sostanziale costituito dall’obbligo di motivazione è soddisfatto
         quando la Commissione precisa, nella sua decisione, gli elementi di giudizio che le hanno consentito di misurare la gravità
         e la durata dell’infrazione, senza essere tenuta ad inserirvi una spiegazione più dettagliata ovvero i dati relativi al metodo
         di calcolo dell’ammenda (sentenze della Corte 16 novembre 2000, causa C‑279/98 P, Cascades/Commissione, Racc. pag. I‑9693,
         punto 44, e Limburgse Vinyl Maatschappij e a./Commissione, cit. al punto 149 supra, punti 463 e 464; sentenza del Tribunale
         15 marzo 2006, causa T‑15/02, BASF/Commissione, Racc. pag. II‑497, punto 131).
      
      244    Orbene, la Commissione ha anzitutto esposto, ai punti 657‑671 della decisione impugnata, che gli importi di partenza delle
         ammende sono stati determinati tenendo conto della natura delle infrazioni e dell’estensione del mercato geografico interessato.
         Inoltre, dai punti 672‑685 della decisione impugnata risulta che la Commissione ha analizzato la gravità delle infrazioni
         rispetto alle caratteristiche dei partecipanti procedendo, per ciascuna infrazione, ad una differenziazione tra le imprese
         interessate in funzione dei loro fatturati relativi ai prodotti costituenti l’oggetto dell’intesa nel paese interessato dall’infrazione.
      
      245    Gli elementi di valutazione che hanno permesso alla Commissione di quantificare la gravità delle infrazioni accertate sono
         stati pertanto sufficientemente indicati nella decisione impugnata. Ciò posto, occorre rigettare il motivo relativo alla violazione
         dell’art. 253 CE.
      
      –       Sugli importi di partenza generali delle ammende
      246    Anzitutto, si deve sottolineare che le ricorrenti non contestano la legittimità della metodologia esposta nel punto 1 A degli
         orientamenti del 1998, relativa alla determinazione degli importi di partenza generali delle ammende. Orbene, detta metodologia
         risponde ad una logica forfettaria secondo cui l’importo di base generale dell’ammenda, determinato sulla base della gravità
         dell’infrazione, viene calcolato in funzione della natura e dell’estensione geografica dell’infrazione, nonché del suo impatto
         concreto sul mercato quando sia misurabile (sentenze del Tribunale BASF/Commissione, cit. al punto 243 supra, punto 134, e
         6 maggio 2009, causa T‑116/04, Wieland-Werke/Commissione, Racc. pag. II‑1087, punto 62).
      
      247    Inoltre, le dimensioni del mercato rilevante non costituiscono, in linea di principio, un fattore indispensabile, ma solo
         uno fra più fattori pertinenti per valutare la gravità dell’infrazione, e la Commissione non è peraltro obbligata, secondo
         la giurisprudenza, a procedere ad una delimitazione del mercato rilevante o ad una valutazione delle sue dimensioni, dal momento
         che l’infrazione in questione ha un oggetto anticoncorrenziale (v., in tal senso, sentenza Prym e Prym Consumer/Commissione,
         cit. al punto 198 supra, punti 55 e 64). Pertanto, ai fini della determinazione dell’importo di partenza generale dell’ammenda,
         la Commissione può, senza peraltro esservi obbligata, tenere conto del valore del mercato oggetto dell’infrazione (v., in
         tal senso, sentenze BASF/Commissione, cit. al punto 243 supra, punto 134, e Wieland-Werke/Commissione, cit. al punto 246 supra,
         punto 63). Infatti, gli orientamenti del 1998 non prevedono che l’importo delle ammende sia calcolato in funzione del fatturato
         complessivo o del fatturato realizzato dalle imprese sul mercato in questione. Tuttavia, essi non ostano nemmeno a che tali
         fatturati siano presi in considerazione per la determinazione dell’importo dell’ammenda affinché siano rispettati i principi
         generali del diritto dell’Unione e qualora le circostanze lo richiedano (sentenza Archer Daniels Midland e Archer Daniels
         Midland Ingredients/Commissione, cit. al punto 118 supra, punto 187).
      
      248    Alla luce delle suesposte considerazioni, gli argomenti delle ricorrenti devono essere respinti nella parte in cui invocano
         l’asserito carattere eccessivo degli importi di partenza delle ammende fissati per l’infrazione in Lussemburgo. Infatti, i
         fatturati realizzati in tale Stato membro sono stati presi in considerazione al fine di classificare le imprese interessate
         in categorie e, pertanto, al fine di fissare gli importi delle ammende di partenza specifici per tali imprese (punti 680 e
         684 della decisione impugnata). In ogni caso, come è stato indicato al punto 225 supra, è in particolare la presa in considerazione
         delle «[d]imensioni del mercato lussemburghese rispetto ad altri Stati membri» (punto 666 della decisione impugnata) che ha
         indotto la Commissione a fissare un importo di partenza generale per tale infrazione che rappresenta la metà del limite minimo
         di EUR 20 milioni normalmente previsto dagli orientamenti per questo tipo di infrazione molto grave (v. punto 1 A, secondo
         comma, terzo trattino, degli orientamenti del 1998).
      
      249    In secondo luogo, le ricorrenti evidenziano che la determinazione degli importi generali di partenza per le diverse intese
         non è coerente e specificano che l’importo di partenza è sproporzionato rispetto al volume del mercato in Lussemburgo.
      
      250    Contrariamente a quanto sostenuto dalla Commissione, tale argomento soddisfa i requisiti di cui all’art. 44, n. 1, lett. c),
         del regolamento di procedura. Infatti, con tale argomento, le ricorrenti sottolineano che, supponendo che le diverse infrazioni
         dovessero essere considerate analoghe, la Commissione avrebbe dovuto applicare, in particolare per l’infrazione in Lussemburgo,
         un importo di partenza analogo, espresso in percentuale sulle dimensioni del mercato, agli importi di partenza utilizzati
         per le altre infrazioni.
      
      251    Si deve rammentare che, riguardo alla logica forfettaria soggiacente alla metodologia esposta al punto 1 A degli orientamenti
         del 1998, la Commissione, quando stabilisce l’importo di partenza generale dell’ammenda, non è obbligata a tener conto della
         dimensione del mercato di cui trattasi (v. precedenti punti 246 e 247).
      
      252    Anche ammesso che la Commissione, quando constata più infrazioni molto gravi in un’unica decisione, debba garantire una certa
         coerenza tra gli importi di partenza generali e le dimensioni dei vari mercati di cui trattasi, nella fattispecie nulla indica
         che gli importi di partenza generali fissati per le infrazioni in Belgio, in Germania, in Lussemburgo e nei Paesi Bassi siano
         privi di coerenza.
      
      253    Infatti, la Commissione ha fissato importi di partenza generali tanto maggiori quanto maggiore era la dimensione del mercato,
         pur senza attenersi ad una formula matematica precisa, cosa a cui non era comunque tenuta. Per il mercato più importante,
         quello della Germania, che rappresenta EUR 576 milioni, l’importo di partenza generale è stato fissato in EUR 70 milioni;
         per i due mercati seguenti in ordine di importanza, quelli dei Paesi Bassi e del Belgio, che rappresentano rispettivamente
         EUR 363 milioni ed EUR 254 milioni, l’importo di partenza generale è stato fissato, rispettivamente, in EUR 55 milioni ed
         in EUR 40 milioni; infine, per quanto concerne il mercato lussemburghese, di dimensioni manifestamente più ridotte, con un
         valore di EUR 32 milioni, la Commissione, benché gli orientamenti del 1998 prevedano per le infrazioni molto gravi la fissazione
         di un importo a titolo della gravità in «oltre (...) 20 milioni di [EUR]», ha ritenuto opportuno limitare tale importo ad
         EUR 10 milioni.
      
      254    In terzo luogo, le ricorrenti hanno sottolineato che l’incidenza minima delle infrazioni giustificava la determinazione di
         un importo di partenza più contenuto. Anche tale argomentazione dev’essere respinta. Infatti, come è stato ricordato ai punti
         213‑219 supra, nel valutare la gravità dell’infrazione la Commissione deve procedere ad un esame dell’impatto concreto sul
         mercato unicamente quando risulti che tale impatto è misurabile, ipotesi che non ricorre nel presente caso. Inoltre, come
         si è rilevato ai punti 220‑224 supra, anche ammesso che nella fattispecie l’impatto concreto delle infrazioni fosse misurabile,
         la qualificazione delle infrazioni in esame come «molto gravi» risulterebbe comunque adeguata. Orbene, le ricorrenti non adducono
         altri argomenti che consentano di giustificare, malgrado la qualificazione delle infrazioni come «molto gravi», una riduzione
         dell’importo di partenza generale delle ammende comminate dalla Commissione.
      
      –       Sugli importi di partenza specifici delle ammende
      255    Occorre rammentare che, nell’ambito del calcolo delle ammende inflitte ai sensi dell’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003,
         un trattamento differenziato tra le imprese interessate rientra nell’esercizio dei poteri spettanti alla Commissione in forza
         di tale disposizione. Infatti, nell’ambito del suo margine discrezionale, la Commissione è chiamata a individualizzare la
         sanzione in funzione dei comportamenti e delle caratteristiche propri delle imprese interessate, al fine di garantire, in
         ogni caso di specie, la piena efficacia delle norme dell’Unione in materia di concorrenza (v., in tal senso, sentenze Musique
         Diffusion française e a./Commissione, punto 54 supra, punto 109, e Britannia Alloys & Chemicals/Commissione, cit. al punto
         225 supra, punto 44).
      
      256    Infatti, gli orientamenti del 1998 dispongono che, per un’infrazione di una determinata gravità, può essere opportuno, nei
         casi che coinvolgono più imprese, come i cartelli, ponderare l’importo di partenza generale per stabilire un importo di partenza
         specifico tenendo conto del peso e, dunque, dell’impatto reale sulla concorrenza del comportamento configurante infrazione
         di ciascuna impresa, in particolare qualora esista una disparità considerevole nella dimensione delle imprese che commettono
         il medesimo tipo di infrazione (punto 1 A, sesto comma). È necessario, segnatamente, valutare in che misura gli autori dell’infrazione
         abbiano l’effettiva capacità economica di arrecare un danno consistente agli altri operatori, in particolare ai consumatori
         (punto 1 A, quarto comma).
      
      257    Gli orientamenti del 1998 precisano altresì che il principio di parità della sanzione per un medesimo comportamento può dar
         luogo, in determinate circostanze, all’applicazione di importi differenziati per le imprese interessate, senza che tale differenziazione
         derivi da un calcolo rigorosamente aritmetico (punto 1 A, settimo comma).
      
      258    Dalla giurisprudenza risulta che gli orientamenti del 1998 non prevedono che l’importo delle ammende sia calcolato in funzione
         del fatturato conseguito dalle imprese sul mercato rilevante. Tuttavia, essi non ostano neppure a che siffatti fatturati siano
         presi in considerazione nella determinazione dell’importo dell’ammenda affinché siano rispettati i principi generali del diritto
         dell’Unione e qualora le circostanze lo richiedano (v., in tal senso, sentenze del Tribunale LR AF 1998/Commissione, punto
         112 supra, punto 283, 9 luglio 2003, causa T‑220/00, Cheil Jedang/Commissione, Racc. pag. II‑2473, punto 82, e Groupe Danone/Commissione,
         cit. al punto 57 supra, punto 157). Inoltre, il Tribunale ha già stabilito che non deve necessariamente esistere una relazione
         strettamente proporzionale tra la dimensione di ogni impresa e l’importo dell’ammenda che le viene inflitta (sentenza del
         Tribunale 8 luglio 2004, cause riunite T‑67/00, T‑68/00, T‑71/00 e T‑78/00, JFE Engineering e a./Commissione, Racc. pag. II‑2501,
         punto 534).
      
      259    Nella specie, dai punti 672‑685 della decisione impugnata risulta che la Commissione ha applicato, per ogni infrazione constatata
         all’art. 1 della decisione impugnata, «un trattamento differenziato alle imprese al fine di tenere conto dell’effettiva capacità
         economica dei contravventori di arrecare un pregiudizio significativo alla concorrenza» (punto 672 della decisione impugnata).
         Per ciascuna infrazione, essa ha proceduto a una classificazione delle imprese per stabilire gli importi di partenza specifici
         dell’ammenda, in funzione del loro volume d’affari realizzato su ciascun mercato nazionale dei prodotti di cui trattasi (punti
         673‑685 della decisione impugnata). Ad eccezione della fissazione dell’importo di partenza specifico per Schindler in ragione
         della sua partecipazione all’intesa in Germania, la Commissione, per stabilire gli importi di partenza specifici delle altre
         imprese, si è basata per ciascuna infrazione sul fatturato del 2003, che, secondo la stessa Commissione, è l’ultimo anno in
         cui dette imprese sono state membri attivi delle intese di cui trattasi (punti 674, 676, 680 e 684 della decisione impugnata).
      
      260    Tuttavia, le ricorrenti sostengono che, per quanto concerne le infrazioni in Germania, in Lussemburgo e nei Paesi Bassi, la
         determinazione dell’importo di partenza specifico delle ammende per la loro partecipazione all’infrazione considerata si basa
         su un’applicazione erronea degli orientamenti del 1998 ed è sproporzionata. Esse adducono inoltre che le imprese interessate
         non sono state sufficientemente differenziate.
      
      261    In primo luogo, relativamente alle infrazioni in Germania, Lussemburgo e Paesi Bassi, le ricorrenti invocano la violazione
         degli orientamenti del 1998 e del principio di proporzionalità [riservato].
      
      262    Orbene, da un lato, come risulta dal precedente punto 244, l’importo di partenza generale delle ammende è stato determinato
         tenendo conto della natura delle infrazioni e dell’estensione del mercato geografico rilevante. Dall’altro, i fatturati realizzati
         dalle imprese di cui trattasi sul mercato tedesco sono stati presi in considerazione dalla Commissione unicamente nell’applicazione
         di un trattamento differenziato alle imprese interessate, al fine di tenere conto della loro importanza relativa sul mercato
         rilevante e della loro effettiva capacità economica di arrecare un pregiudizio significativo alla concorrenza (punto 672 della
         decisione impugnata), il che, peraltro, è conforme alla giurisprudenza citata supra ai punti 255 e 258. Il confronto operato
         dalle ricorrenti tra i fatturati che avrebbero conseguito sul mercato rilevante e l’importo di partenza delle ammende non
         può essere di conseguenza ammesso.
      
      263    Pertanto, e poiché in ogni caso il diritto dell’Unione non contempla un principio di applicazione generale secondo cui la
         sanzione dev’essere proporzionata all’importanza dell’impresa sul mercato dei prodotti oggetto dell’infrazione (sentenza Archer
         Daniels Midland e Archer Daniels Midland Ingredients/Commissione, cit. al punto 118 supra, punto 75), l’argomento fondato
         sul carattere eccessivo dell’importo di partenza specifico imposto a Schindler per l’infrazione in Germania, Lussemburgo e
         Paesi Bassi dev’essere respinto.
      
      264    In secondo luogo, per quanto concerne l’infrazione in Lussemburgo, le ricorrenti sottolineano che Schindler è stata classificata
         nella stessa categoria di Otis, mentre quest’ultima, con un fatturato di EUR 9‑13 milioni realizzato in Lussemburgo e una
         quota di mercato del 35‑40%, disporrebbe di una potenza economica ben superiore.
      
      265    A tal riguardo, occorre rammentare che, per verificare se la ripartizione in categorie dei membri di un’intesa sia conforme
         ai principi di parità di trattamento e di proporzionalità, il Tribunale, nell’ambito del suo controllo di legittimità sull’esercizio
         del potere discrezionale di cui la Commissione dispone in materia, deve tuttavia limitarsi a verificare che la detta ripartizione
         sia coerente ed oggettivamente giustificata (v., in tal senso, sentenze del Tribunale 19 marzo 2003, causa T‑213/00, CMA CGM
         e a./Commissione, Racc. pag. II-913, punti 406 e 416; BASF/Commissione, cit. al punto 243 supra, punto 157, e Schunk e Schunk
         Kohlenstoff‑Technik/Commissione, cit. al punto 83 supra, punto 184). Inoltre, come menzionato al precedente punto 258, secondo
         gli orientamenti del 1998, il principio di parità della sanzione per un medesimo comportamento può dar luogo all’applicazione
         di importi differenziati per le imprese interessate, senza che tale differenziazione derivi da un calcolo rigorosamente aritmetico
         (punto 1 A, settimo comma). A tal riguardo, come risulta dal precedente punto 258, non deve necessariamente esistere una relazione
         strettamente proporzionale tra la dimensione di ogni impresa e l’importo dell’ammenda che le viene inflitta.
      
      266    Nel caso di specie, va rilevato che, come risulta dal punto 680 della decisione impugnata, nel 2003 i fatturati di Schindler
         e di Otis sul mercato lussemburghese erano relativamente simili ed entrambi inferiori di tre o quattro volte a quelli di Kone
         e di ThyssenKrupp sullo stesso mercato. Pertanto, classificando Schindler e Otis nella prima categoria e Kone e ThyssenKrupp
         nella seconda, la Commissione non ha manifestamente superato i limiti del potere discrezionale ad essa attribuito, dato che
         siffatta classificazione risulta coerente ed obiettivamente giustificata.
      
      267    In terzo luogo, con riguardo all’infrazione nei Paesi Bassi, le ricorrenti sostengono che la loro esigua quota di mercato
         in detto Stato membro «non è stata presa in considerazione in maniera evidente». L’importo di partenza rappresenterebbe [riservato], nonostante la sua quota di mercato [riservato].
      
      268    È giocoforza constatare che, tenuto conto della notevole differenza esistente tra i fatturati realizzati dai partecipanti
         all’intesa nei Paesi Bassi, la Commissione non ha manifestamente superato i limiti del suo potere discrezionale dividendo
         tali partecipanti in quattro categorie ai fini della fissazione dell’importo di partenza specifico delle ammende e classificando
         Schindler, in quanto terzo operatore sul mercato olandese del prodotto interessato, nella terza categoria.
      
      269    Dalle precedenti considerazioni consegue che devono essere respinte tutte le censure relative alla determinazione degli importi
         di partenza specifici delle ammende imposte alle ricorrenti.
      
      270    Pertanto, il presente motivo dev’essere integralmente respinto.
      
       Sul motivo vertente sulla violazione degli orientamenti del 1998, del principio di adeguatezza tra la colpa e la pena, del
            principio di proporzionalità e dell’obbligo di motivazione nell’ambito della valutazione delle circostanze attenuanti
      271    Le ricorrenti sostengono che la Commissione ha violato gli orientamenti del 1998, i principi di adeguatezza tra la colpa e
         la pena e di proporzionalità, nonché l’obbligo di motivazione, rifiutando erroneamente di prendere in considerazione come
         circostanza attenuante, in primis, la cessazione volontaria anticipata dell’infrazione in Germania nel 2000 e, in secundis,
         gli intensi sforzi compiuti da Schindler per evitare qualsiasi infrazione all’art. 81 CE.
      
      272    In primo luogo, per quanto riguarda la cessazione volontaria anticipata dell’infrazione, la Commissione ha constatato nella
         decisione impugnata che «Schindler ha abbandonato l’intesa tedesca nel 2000», ma ha osservato che «[i]l fatto che un’impresa
         ponga fine volontariamente all’infrazione prima che la Commissione abbia avviato la propria indagine viene preso sufficientemente
         in considerazione nel calcolo della durata dell’infrazione e non costituisce una circostanza attenuante» (punto 742 della
         decisione impugnata).
      
      273    Le ricorrenti rammentano che gli orientamenti del 1998 prevedono, al punto 3, la riduzione dell’importo di base in presenza
         di circostanze attenuanti quali, in particolare, la cessazione delle attività illecite sin dai primi interventi della Commissione.
         Tale circostanza attenuante dovrebbe a fortiori applicarsi quando la cessazione del comportamento illecito si verifica prima
         dei detti interventi, come nella fattispecie.
      
      274    Tale argomentazione non può essere accolta. In proposito, la Corte ha recentemente confermato che una circostanza attenuante
         non può essere concessa ai sensi del punto 3, terzo trattino, degli orientamenti del 1998 nel caso in cui l’infrazione sia
         già terminata anteriormente ai primi interventi della Commissione (sentenza Prym e Prym Consumer/Commissione, cit. al punto
         198 supra, punto 105). Infatti, si può logicamente parlare di una circostanza attenuante, ai sensi del punto 3 degli orientamenti
         del 1998, soltanto se le imprese di cui trattasi sono state indotte a terminare i loro comportamenti anticoncorrenziali dagli
         interventi della Commissione. Tale disposizione mira a indurre le imprese a cessare i loro comportamenti anticoncorrenziali
         immediatamente quando la Commissione avvia un’indagine in proposito, di modo che una riduzione di ammenda a tale titolo non
         può essere applicata quando l’infrazione è già terminata anteriormente alla data dei primi interventi della Commissione. Infatti,
         l’applicazione di una riduzione in tali circostanze costituirebbe una ripetizione della presa in considerazione della durata
         delle infrazioni per calcolare l’importo delle ammende (sentenze del Tribunale 8 luglio 2004, causa T‑50/00, Dalmine/Commissione,
         Racc. pag. II‑2395, punti 328‑330, e Carbone‑Lorraine/Commissione, cit. al punto 200 supra, punto 227).
      
      275    Occorre inoltre ricordare che la concessione di una siffatta diminuzione dell’importo di base dell’ammenda è necessariamente
         connessa alle circostanze della specie che possono indurre la Commissione ad escludere che un’impresa partecipante ad un accordo
         illecito possa avvalersene (sentenza della Corte 9 luglio 2009, causa C‑511/06 P, Archer Daniels Midland/Commissione, Racc. pag. I‑5843,
         punto 104). A questo proposito, l’applicazione di tale disposizione degli orientamenti a favore di un’impresa sarà particolarmente
         adeguata in una situazione in cui il carattere anticoncorrenziale del comportamento di cui trattasi non sia manifesto. Diversamente,
         la sua applicazione sarà meno adeguata, in via di principio, in una situazione in cui questo è chiaramente anticoncorrenziale,
         ammesso che esso sia accertato (sentenze del Tribunale 8 luglio 2004, causa T‑44/00, Mannesmannröhren‑Werke/Commissione, Racc. pag. II‑2223,
         punto 281, 14 dicembre 2006, cause riunite T‑259/02‑T‑264/02 e T‑271/02, Raiffeisen Zentralbank Österreich e a./Commissione,
         Racc. pag. II‑5169, punto 497, e Carbone‑Lorraine/Commissione, cit. al punto 200 supra, punto 228). In tal senso, riconoscere
         il beneficio di una circostanza attenuante in fattispecie in cui un’impresa sia partecipe di un accordo manifestamente illegittimo,
         di cui sapesse o non potesse ignorare che costituiva un’infrazione, potrebbe indurre le imprese a perseguire un accordo segreto
         fintantoché possibile, nella speranza che il loro comportamento non venga mai scoperto, nella consapevolezza che, in caso
         di scoperta del loro comportamento, potrebbero ottenere una riduzione dell’ammenda interrompendo a quel punto l’infrazione.
         Un siffatto riconoscimento priverebbe l’ammenda inflitta di qualsivoglia effetto dissuasivo e pregiudicherebbe l’effetto utile
         dell’art. 81, n. 1, CE (v. sentenza 9 luglio 2009, Archer Daniels Midland/Commissione, cit., punto 105 e la giurisprudenza
         ivi citata). Nella fattispecie, neanche la cessazione immediata dell’infrazione da parte di un’altra impresa, vale a dire
         Kone, in seguito all’intervento della Commissione è stata valutata nella decisione impugnata come una circostanza attenuante,
         tenuto conto della natura manifesta e deliberata dell’infrazione all’art. 81 CE (punto 744 della decisione impugnata).
      
      276    Così, anche a supporre che gli orientamenti del 1998 prevedessero quale circostanza attenuante la cessazione volontaria dell’infrazione
         prima di qualsiasi intervento della Commissione, si sarebbe potuto legittimamente ritenere che anche il carattere manifesto
         e deliberato dell’infrazione, che non è stato contestato dalle ricorrenti, nonché il fatto che Schindler abbia abbandonato
         l’intesa, secondo quanto emerge dagli atti, unicamente a motivo di un disaccordo con gli altri partecipanti, dovuto al loro
         rifiuto di concederle una quota di mercato superiore, ostino ad una riduzione dell’importo di partenza per tale motivo. Pertanto,
         contrariamente a quanto sostenuto dalle ricorrenti, non occorre comunque rimettere in discussione la giurisprudenza citata
         al punto 274 supra.
      
      277    Infine, le ricorrenti si riferiscono alla prassi decisionale anteriore della Commissione, nell’ambito della quale la stessa
         avrebbe considerato come circostanza attenuante la cessazione volontaria di un’infrazione prima di qualsiasi intervento da
         parte sua.
      
      278    A tal proposito, come è stato ricordato al punto 225 supra, le precedenti decisioni della Commissione dedotte dalle ricorrenti
         sono inconferenti, atteso che la prassi decisionale anteriore della Commissione non costituisce il contesto di diritto delle
         ammende in materia di concorrenza.
      
      279    La prima censura sollevata nel contesto del presente motivo deve quindi essere respinta.
      
      280    In secondo luogo, le ricorrenti sostengono che la Commissione non ha preso in considerazione, e nemmeno esaminato, il programma
         di adeguamento alle regole di concorrenza di Schindler in quanto circostanza attenuante, il che costituirebbe una carenza
         di motivazione. Inoltre, le ricorrenti ritengono che nel calcolo delle ammende debba tenersi conto delle misure dirette a
         garantire l’adeguamento alle regole di concorrenza, poiché, da un lato, le ricorrenti, adottando misure interne, avrebbero
         fatto tutto il possibile per evitare infrazioni e, dall’altro, siffatte misure avrebbero avuto l’effetto secondario di rendere
         più difficile l’accertamento interno delle infrazioni, dato che i collaboratori rischiavano di essere sanzionati. Le ricorrenti
         fanno inoltre riferimento a talune decisioni anteriori della Commissione, nelle quali l’esistenza di un programma di adeguamento
         alle regole di concorrenza sarebbe stato preso in considerazione in quanto circostanza attenuante.
      
      281    Per quanto concerne l’asserita violazione dell’obbligo di motivazione, si deve rilevare che al punto 754 della decisione impugnata
         è stato esposto che, «[s]ebbene la Commissione accolga favorevolmente le misure adottate dalle imprese per evitare ulteriori
         infrazioni connesse alle intese, tali misure non possono mutare la realtà delle infrazioni e la necessità di sanzionarle nella
         presente decisione» e che «[i]l semplice fatto che in alcune decisioni precedenti la Commissione abbia preso in considerazione
         siffatte misure in quanto circostanze attenuanti non significa che essa sia tenuta a fare lo stesso in tutti i casi». Anche
         se il punto 754 della decisione impugnata costituisce una risposta ad un argomento di Otis riportato al punto 753, esso consente
         anche alle ricorrenti di conoscere i motivi per i quali nemmeno il programma di Schindler di adeguamento alle regole di concorrenza,
         al pari di quello di Otis, poteva essere considerato una circostanza attenuante e al Tribunale di esercitare il suo controllo
         di legittimità sulle ammende inflitte alle società del gruppo Schindler. Pertanto, l’argomento relativo ad una carenza di
         motivazione deve essere respinto (v., in tal senso, sentenza della Corte 2 aprile 1998, causa C‑367/95 P, Commissione/Sytraval
         e Brink’s France, Racc. pag. I‑1719, punto 63).
      
      282    Con riguardo alla fondatezza dell’approccio della Commissione, è già stato dichiarato che l’adozione di un programma di messa
         in conformità da parte dell’impresa interessata non obbliga la Commissione a concedere una riduzione dell’ammenda in ragione
         di detta circostanza (sentenza BASF e UCB/Commissione, punto 143 supra, punto 52). Inoltre, se è certamente importante che
         una impresa adotti provvedimenti per impedire che in futuro siano commesse da parte di propri collaboratori nuove infrazioni
         al diritto dell’Unione in materia di concorrenza, l’adozione di siffatti provvedimenti non muta affatto la realtà dell’infrazione
         constatata. La Commissione non è quindi tenuta a considerare tale elemento come circostanza attenuante, tanto più quando le
         infrazioni accertate nella decisione impugnata costituiscono, come nella fattispecie, una manifesta violazione dell’art. 81 CE
         (v. sentenze Dansk Rørindustri e a./Commissione, punto 88 supra, punto 373, e Carbone‑Lorraine/Commissione, punto 200 supra,
         punto 231). Ne consegue che l’argomento delle ricorrenti, vertente sul fatto che la Commissione avrebbe trascurato la necessità
         di stabilire individualmente l’importo delle ammende, non concedendo riduzioni delle ammende a Schindler con riguardo all’esistenza
         del suo programma di messa in conformità della stessa, non può essere accolto.
      
      283    Infine, l’argomento relativo alla prassi anteriore della Commissione deve essere respinto per i motivi illustrati supra al
         punto 278.
      
      284    La seconda censura sollevata nell’ambito del presente motivo non può dunque neanch’essa essere accolta.
      
      285    Dal momento che le ricorrenti hanno sollevato censure vertenti sull’inadeguatezza tra la colpa e la pena e sulla violazione
         del principio di proporzionalità soltanto a causa dell’omessa considerazione di tutte le circostanze attenuanti, tali censure
         devono, alla luce delle considerazioni svolte ai precedenti punti 272‑284,essere respinte .
      
      286    Risulta da quanto precede che il presente motivo va interamente respinto.
      
       Sul motivo vertente sulla violazione della comunicazione sulla cooperazione del 2002, del principio di parità di trattamento
            e dell’obbligo di motivazione nel contesto della concessione di riduzioni degli importi delle ammende 
      287    Le ricorrenti rammentano di aver presentato domande al fine di beneficiare di una immunità dalle ammende o di una riduzione
         dell’importo delle stesse, ai sensi della comunicazione sulla cooperazione del 2002 per quanto riguarda il Belgio, la Germania
         ed il Lussemburgo. Tuttavia, la Commissione avrebbe violato le disposizioni di detta comunicazione valutando la qualità e
         l’utilità della loro cooperazione. Le ricorrenti affermano anche che la Commissione avrebbe violato il principio della parità
         di trattamento nella valutazione della riduzione dell’ammenda applicabile ai sensi di detta comunicazione. Le ricorrenti adducono
         altresì il difetto di motivazione della decisione impugnata.
      
       Sulla comunicazione sulla cooperazione del 2002
      288    Si deve rilevare che, nella comunicazione sulla cooperazione del 2002, la Commissione ha definito le condizioni alle quali
         le imprese che cooperano con essa ai fini dell’accertamento di un’intesa possono evitare l’imposizione dell’ammenda o beneficiare
         di una riduzione dell’importo dell’ammenda che altrimenti avrebbero dovuto versare.
      
      289    Anzitutto, la comunicazione sulla cooperazione del 2002, nella sezione A, punto 8, dispone quanto segue: 
      
      «La Commissione concederà ad un’impresa l’immunità da qualsiasi ammenda che le sarebbe altrimenti stata inflitta, se:
      290    a)     l’impresa è la prima a presentare elementi di prova che secondo la Commissione possono consentirle di adottare una decisione
         per svolgere un accertamento ai sensi dell’articolo 14, paragrafo 3, del regolamento n. 17 in relazione a una presunta intesa
         riguardante la Comunità; oppureb) l’impresa è la prima a presentare elementi di prova che secondo la Commissione possono consentirle di constatare un’infrazione
         dell’articolo 81 CE in relazione a una presunta intesa riguardante la Comunità».Inoltre, la comunicazione sulla cooperazione
         del 2002 prevede, nella sezione B, punto 20, che «[l]e imprese che non soddisfano i requisiti [per la concessione di un’immunità
         dall’ammenda] indicati nella sezione A di cui sopra possono beneficiare di una riduzione dell’importo di un’ammenda che sarebbe
         altrimenti stata inflitta» e, al punto 21, che, «[a]l fine di poter beneficiare di un simile trattamento, un’impresa deve
         fornire alla Commissione elementi di prova della presunta infrazione che costituiscano un valore aggiunto significativo rispetto
         agli elementi di prova già in possesso della Commissione, e deve inoltre cessare la presunta infrazione al massimo entro il
         momento in cui presenta tali elementi di prova».
      
      291    Per quanto riguarda il concetto di valore aggiunto, al punto 22 della comunicazione sulla cooperazione del 2002 si precisa
         quanto segue:
      
      «Il concetto di “valore aggiunto” si riferisce alla misura in cui gli elementi di prova forniti rafforzano, per la loro stessa
         natura e/o per il loro grado di precisione, la capacità della Commissione di dimostrare i fatti in questione. Nel procedere
         a tale valutazione, la Commissione riterrà di norma che gli elementi di prova scritti risalenti al periodo a cui si riferiscono
         i fatti abbiano un valore maggiore degli elementi di prova venuti ad esistenza successivamente. Analogamente, gli elementi
         di prova direttamente legati ai fatti in questione saranno in genere considerati come più importanti di quelli che hanno solo
         un legame indiretto».
      
      292    Il punto 23, lett. b), primo comma, della comunicazione sulla cooperazione del 2002 prevede una classificazione in tre categorie
         ai fini della riduzione delle ammende:
      
      «–       [p]rima impresa a soddisfare la condizione di cui al punto 21: riduzione del 30‑50%,
      –       [s]econda impresa a soddisfare la condizione di cui al punto 21: riduzione del 20‑30%,
      –       [a]ltre imprese che soddisfano la condizione di cui al punto 21: riduzione massima del 20%».
      293    Il punto 23, lett. b), secondo comma, della comunicazione sulla cooperazione del 2002 dispone quanto segue:
      
      «Al fine di definire il livello della riduzione all’interno di queste forcelle, la Commissione terrà conto della data in cui
         gli elementi di prova che soddisfano le condizioni menzionate al punto 21 le sono stati comunicati e del grado di valore aggiunto
         che detti elementi hanno rappresentato. La Commissione potrà anche tenere conto dell’entità e della continuità della cooperazione
         dimostrata dall’impresa a partire della data del suo contributo».
      
      294    Infine, il punto 23, lett. b), ultimo comma, della comunicazione sulla cooperazione del 2002 così recita:
      
      «[S]e un’impresa fornisce elementi di prova relativi a fatti in precedenza ignorati dalla Commissione che hanno un’incidenza
         diretta sulla gravità o la durata della presunta intesa, la Commissione non terrà conto di questi elementi nel determinare
         l’importo di eventuali ammende da infliggere all’impresa che li ha forniti».
      
       Sul margine di discrezionalità della Commissione e sul controllo del giudice dell’Unione
      295    Si deve ricordare che l’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003, che costituisce la base giuridica per l’imposizione delle
         ammende in caso di infrazione alle regole del diritto dell’Unione in materia di concorrenza, conferisce alla Commissione un
         margine di valutazione discrezionale nella fissazione delle ammende (v., in tal senso, sentenza del Tribunale 21 ottobre 1997,
         causa T-229/94, Deutsche Bahn/Commissione, Racc. pag. II‑1689, punto 127), che è, in particolare, funzione della sua politica
         generale in materia di concorrenza (sentenza Musique Diffusion française e a./Commissione, cit. al punto 54 supra, punti 105
         e 109). Pertanto in questo contesto la Commissione, per assicurare trasparenza e obiettività alle proprie decisioni in materia
         di ammende, ha adottato e pubblicato la comunicazione sulla cooperazione del 2002. Si tratta di uno strumento destinato a
         precisare, nel rispetto delle norme di rango superiore, i criteri che essa intende applicare nell’esercizio del suo potere
         discrezionale. Da ciò consegue una autolimitazione di tale potere (v., per analogia, sentenza del Tribunale 30 aprile 1998,
         causa T‑214/95, Vlaams Gewest/Commissione, Racc. pag. II‑717, punto 89), nella misura in cui compete alla Commissione conformarsi
         alle regole indicative che essa stessa si è imposta (v., per analogia, sentenza del Tribunale 12 dicembre 1996, causa T‑380/94,
         AIUFFASS e AKT/Commissione, Racc. pag. II‑2169, punto 57).
      
      296    L’autolimitazione del potere discrezionale della Commissione derivante dall’adozione della comunicazione sulla cooperazione
         del 2002 non è tuttavia incompatibile con il mantenimento da parte sua di un margine di valutazione sostanziale (v., in tal
         senso, sentenza della Corte 10 maggio 2007, causa C‑328/05 P, SGL Carbon/Commissione, Racc. pag. I‑3921, punto 81, e v., per
         analogia, sentenza Raiffeisen Zentralbank Österreich e a./Commissione, cit. al punto 275 supra, punto 224).
      
      297    Infatti, la comunicazione sulla cooperazione del 2002 contiene vari elementi di flessibilità che consentono alla Commissione
         di esercitare il proprio potere discrezionale in conformità al disposto dell’art. 23 del regolamento n. 1/2003, come interpretato
         dalla Corte (v., per analogia, sentenza Raiffeisen Zentralbank Österreich e a./Commissione, cit. al punto 275 supra, punto
         224).
      
      298    Pertanto, si deve rilevare che la Commissione dispone di un ampio margine di valutazione allorché è chiamata a stabilire se
         gli elementi di prova forniti da un’impresa che abbia espresso la propria intenzione di beneficiare della comunicazione sulla
         cooperazione del 2002 costituiscano un valore aggiunto significativo ai sensi del punto 21 di detta comunicazione (v., in
         tal senso, sentenza SGL Carbon/Commissione, punto 296 supra, punto 88). Per quanto riguarda il punto 8, lett. a) e b), della
         comunicazione sulla cooperazione del 2002, è giocoforza constatare che tale margine di valutazione sostanziale risulta dalla
         formulazione stessa di detta disposizione, la quale fa espressamente riferimento alla produzione di elementi di prova che,
         «secondo la Commissione», possono rispettivamente consentirle di adottare una decisione per svolgere un accertamento o di
         constatare un’infrazione. La valutazione della qualità e dell’utilità della cooperazione fornita da un’impresa comporta infatti
         valutazioni di fatto complesse (v., in tal senso, sentenze SGL Carbon/Commissione, cit. al punto 296 supra, punto 81, e Carbone-Lorraine/Commissione,
         cit. al punto 200 supra, punto 271).
      
      299    Analogamente, la Commissione, dopo avere constatato che taluni elementi di prova costituiscono un valore aggiunto significativo
         ai sensi del punto 21 della comunicazione sulla cooperazione del 2002, dispone di un margine di valutazione quando è chiamata
         a stabilire il livello esatto della riduzione dell’importo dell’ammenda da concedere all’impresa interessata. Infatti, il
         punto 23, lett. b), primo comma, della detta comunicazione prevede forcelle per la riduzione dell’importo dell’ammenda per
         le diverse categorie di imprese considerate, mentre il secondo comma di detto punto definisce i criteri cui la Commissione
         deve attenersi per stabilire il livello di riduzione all’interno di tali margini.
      
      300    Tenuto conto del margine di discrezionalità di cui dispone la Commissione per valutare la cooperazione di un’impresa a titolo
         della comunicazione sulla cooperazione del 2002, solo il manifesto superamento di tale margine può essere censurato dal Tribunale
         (v., in tal senso, sentenza SGL Carbon/Commissione, cit. al punto 296 supra, punti 81, 88 e 89).
      
       Sulla cooperazione di Schindler ai fini dell’accertamento dell’infrazione in Belgio
      301    Schindler, che è stata la quarta impresa a presentare una domanda a titolo della comunicazione sulla cooperazione del 2002
         per la sua partecipazione all’infrazione in Belgio (punto 775 della decisione impugnata), non ha beneficiato di una riduzione
         dell’importo dell’ammenda per la suddetta infrazione (punto 776 della decisione impugnata). Da ciò la Commissione deduce,
         al punto 776 della decisione impugnata, quanto segue:
      
      «776      Sebbene Schindler abbia comunicato elementi di prova contemporanei sotto forma di elenchi dell’intesa dal 2000 al 2003, questi
         ultimi non consentono di completare il fascicolo della Commissione, dato che essa disponeva già di elenchi dell’intesa del
         medesimo periodo. Schindler ha presentato la sua domanda [ai sensi della comunicazione sulla cooperazione del 2002] il 21 gennaio
         2005, vale a dire un anno dopo la prima ispezione in Belgio, in un momento nel quale la Commissione aveva già svolto due serie
         di accertamenti in Belgio e ricevuto tre domande corroborative [a titolo della suddetta comunicazione]. Peraltro, la natura
         delle informazioni molto limitate fornite da Schindler per la maggior parte degli elenchi dell’intesa nel 2000‑2003 non ha
         rafforzato in misura significativa la capacità della Commissione di provare i fatti in questione. Pertanto, le condizioni
         di cui al punto 21 della comunicazione sulla cooperazione non sono soddisfatte. Dopo la sua domanda (…), Schindler ha continuato
         a cooperare con la Commissione, senza tuttavia apportare alcun valore aggiunto significativo».
      
      302    In primo luogo, le ricorrenti sostengono che la Commissione ignora, nella decisione impugnata, il fatto che gli elenchi di
         progetti comunicati da Schindler durante il procedimento amministrativo hanno effettivamente costituito un valore aggiunto
         ai sensi della comunicazione sulla cooperazione del 2002. Anzitutto, detti elenchi non recherebbero le stesse date degli elenchi
         comunicati da Kone e Otis. Oltre a ciò, gli elenchi di Schindler menzionerebbero molti progetti che non figurerebbero negli
         elenchi comunicati da Kone e Otis. La Commissione farebbe poi espressamente riferimento, al punto 164 (nota a piè di pagina
         n. 176) della decisione impugnata, agli elenchi di progetti comunicati da Kone, Otis e Schindler. Inoltre, la Commissione
         avrebbe tratto conclusioni da un confronto tra gli elenchi di progetti comunicati dalle diverse imprese, il che dimostrerebbe,
         da un lato, che tutti gli elenchi di progetti comunicati costituiscono elementi di prova rilevanti ai fini dell’accertamento
         dell’infrazione e, dall’altro, che la Commissione ha potuto provare l’esistenza dell’intesa solo grazie agli elenchi di Kone,
         Otis e Schindler. Orbene, conformemente al punto 23, lett. b), primo comma, della comunicazione sulla cooperazione del 2002,
         Schindler avrebbe diritto, in quanto quarta impresa ad avere cooperato, ad una riduzione dell’ammenda fino al 20%.
      
      303    Si deve quindi esaminare, alla luce della giurisprudenza ricordata al punto 300 supra, se la Commissione abbia manifestamente
         superato i limiti del suo potere discrezionale constatando che gli elementi di prova forniti da Schindler non costituivano
         un valore aggiunto significativo rispetto agli elementi di prova già in suo possesso nel momento in cui detta impresa ha presentato
         la sua domanda ai sensi della comunicazione sulla cooperazione del 2002.
      
      304    A tal proposito, occorre anzitutto rilevare che le ricorrenti, le quali non contestano la concessione dell’immunità dalle
         ammende a Kone, non rimettono in discussione l’osservazione, formulata al punto 761 della decisione impugnata, secondo cui
         «le informazioni già fornite da Kone hanno consentito alla Commissione di constatare un’infrazione in Belgio». Alla Commissione
         erano quindi già pervenuti elementi di prova sufficienti per constatare un’infrazione in Belgio nel momento in cui Schindler
         ha presentato la sua domanda a titolo della comunicazione sulla cooperazione del 2002.
      
      305    È giocoforza constatare inoltre che le ricorrenti, per dimostrare il valore aggiunto significativo della cooperazione di Schindler,
         fanno riferimento esclusivamente agli elenchi di progetti del periodo 2000‑2003 trasmessi da tale impresa alla Commissione
         nell’ambito della sua domanda a titolo della citata comunicazione.
      
      306    Tuttavia, sebbene gli elenchi trasmessi da Schindler recassero date diverse rispetto a quelli forniti da Kone e Otis e sebbene
         tali elenchi facciano riferimento anche ad alcuni progetti che non erano inclusi in quelli comunicati da Kone e Otis, non
         si può ritenere che gli elenchi in questione abbiano rafforzato in misura significativa la capacità della Commissione di accertare
         l’infrazione in Belgio.
      
      307    Infatti, si deve anzitutto sottolineare che, nella decisione impugnata, la Commissione ha dimostrato l’esistenza dell’intesa
         relativa agli ascensori e alle scale mobili nuovi in Belgio non solo facendo riferimento agli elenchi di progetti comunicati
         da Kone, Otis e Schindler, ma anche basandosi sulle osservazioni svolte dai partecipanti all’intesa in Belgio nelle loro domande
         a titolo della comunicazione sulla cooperazione del 2002 e sulle risposte di alcune imprese alle richieste di informazioni
         della Commissione (v. note a piè di pagina relative ai punti 163‑168 della decisione impugnata). Gli elenchi di progetti costituiscono
         quindi solo un elemento di prova tra gli altri nell’ambito dell’accertamento dell’esistenza dell’intesa in Belgio.
      
      308    Inoltre, è pacifico che, nel momento in cui Schindler ha comunicato alla Commissione elenchi di progetti del periodo 2000‑2003,
         quest’ultima disponeva già di elenchi di progetti dello stesso periodo trasmessi precedentemente da Kone e Otis (punti 164
         e 776 della decisione impugnata).
      
      309    Orbene, una dichiarazione che si limiti a corroborare, in una certa misura, una dichiarazione di cui la Commissione disponeva
         già non agevola in misura significativa l’assolvimento dei propri compiti da parte di quest’ultima e, quindi, non è sufficiente
         a giustificare una riduzione dell’importo dell’ammenda in considerazione della cooperazione (v., in tal senso, sentenza Groupe
         Danone/Commissione, cit. al punto 57, punto 455).
      
      310    Tenuto conto di quanto rilevato al punto precedente e del fatto che le ricorrenti non contestano che la cooperazione di Kone
         consentisse già alla Commissione di constatare l’infrazione in Belgio, le ricorrenti non possono nemmeno sostenere che solo
         l’insieme degli elenchi di progetti menzionati nella decisione impugnata, compresi quelli trasmessi da Schindler, ha permesso
         alla Commissione di provare l’esistenza dell’intesa in Belgio.
      
      311    Pertanto, la Commissione non ha manifestamente superato i limiti del suo potere discrezionale considerando che gli elementi
         di prova forniti da Schindler non costituivano un valore aggiunto significativo ai sensi del punto 21 della comunicazione
         sulla cooperazione del 2002. Va quindi respinta la censura relativa al valore aggiunto significativo degli elenchi di progetti
         comunicati da Schindler alla Commissione nell’ambito della sua domanda a titolo di detta comunicazione.
      
      312    In secondo luogo, le ricorrenti fanno valere che dal confronto fra il trattamento di Otis e quello di ThyssenKrupp emerge
         che la Commissione, negando a Schindler una riduzione dell’importo dell’ammenda ai sensi della comunicazione sulla cooperazione
         del 2002, ha violato il principio di parità di trattamento. Esse spiegano al riguardo che Kone ha fornito elementi di prova
         sufficienti per consentire alla Commissione di constatare un’infrazione all’art. 81 CE. Otis avrebbe fornito elementi di prova
         che contengono solo pochissime informazioni nuove e avrebbe beneficiato di una riduzione dell’importo dell’ammenda del 40%.
         ThyssenKrupp avrebbe solo fornito informazioni supplementari a proposito di un piccolo numero di progetti di manutenzione
         e la Commissione avrebbe constatato che nessuno degli elementi di prova forniti riguardava fatti di cui essa non fosse già
         a conoscenza, e che le informazioni comunicate non risalivano al periodo dell’infrazione. Orbene, ThyssenKrupp avrebbe beneficiato
         di una riduzione dell’importo dell’ammenda del 20%. Schindler, dal canto suo, avrebbe fornito elenchi relativi agli anni 2000‑2003
         di cui la Commissione non era ancora a conoscenza e che risalivano all’epoca dell’infrazione. Pertanto, Schindler avrebbe
         diritto ad una riduzione dell’importo dell’ammenda del 20%.
      
      313    A tal proposito, si deve rammentare che, secondo costante giurisprudenza, nell’ambito della sua valutazione della cooperazione
         fornita dai membri di un’intesa, la Commissione non può violare il principio di parità di trattamento (v. sentenza del Tribunale
         29 aprile 2004, cause riunite T‑236/01, T‑239/01, T‑244/01‑T‑246/01, T‑251/01 e T‑252/01, Tokai Carbon e a./Commissione, Racc. pag. II‑1181,
         punto 394 e la giurisprudenza ivi citata).
      
      314    Nel caso di specie, si deve constatare che le collaborazioni fornite da Otis e da ThyssenKrupp differiscono molto nettamente
         da quella apportata da Schindler.
      
      315    Anzitutto, occorre ricordare che la valutazione del valore aggiunto di una cooperazione va effettuata in funzione degli elementi
         di prova già in possesso della Commissione. Orbene, poiché la cooperazione di Otis e quella di ThyssenKrupp hanno preceduto
         quella di Schindler (punti 96, 98 e 103 della decisione impugnata), la Commissione disponeva di più elementi di prova nel
         momento in cui Schindler ha presentato la sua domanda ai sensi della comunicazione sulla cooperazione del 2002 di quanti non
         fossero in suo possesso al momento delle domande di Otis e di ThyssenKrupp.
      
      316    In secondo luogo, dalla decisione impugnata risulta che le collaborazioni di ThyssenKrupp e di Otis presentavano un valore
         aggiunto significativo ai sensi del punto 21 della comunicazione sulla cooperazione del 2002.
      
      317    Infatti, per quanto riguarda la cooperazione di Otis, tale impresa ha fornito alla Commissione «prove documentali contemporanee»
         (punto 766 della decisione impugnata) e tali elementi di prova fornivano informazioni, ancorché limitate, «su fatti precedentemente
         ignorati» (punto 766 della decisione impugnata). Per quanto concerne la cooperazione di ThyssenKrupp, essa presentava del
         pari un valore aggiunto significativo, «in quanto forni[va] informazioni complementari su progetti di manutenzione e di ammodernamento
         nonché spiegazioni dettagliate sul sistema utilizzato per fissare i prezzi dei contratti di manutenzione» (punto 771 della
         decisione impugnata).
      
      318    Diversamente, per quanto riguarda la collaborazione di Schindler, dall’esame effettuato ai precedenti punti 303‑311 risulta
         che la Commissione ha potuto correttamente considerare che tale collaborazione non soddisfaceva i requisiti di cui al punto
         21 della comunicazione sulla cooperazione del 2002.
      
      319    Pertanto, dal momento che le situazioni delle diverse imprese non sono comparabili, la Commissione non ha violato il principio
         di parità di trattamento concedendo riduzioni dell’importo delle ammende a Otis (il 40%) e a ThyssenKrupp (il 20%) e negando
         a Schindler il beneficio di una riduzione dell’importo dell’ammenda ai sensi della comunicazione sulla cooperazione del 2002.
      
      320    Dal complesso delle suesposte considerazioni emerge che devono essere respinte tutte le censure di Schindler relative all’applicazione
         della comunicazione sulla cooperazione del 2002 alla sua cooperazione ai fini dell’accertamento dell’infrazione in Belgio.
      
       Sulla cooperazione di Schindler ai fini dell’accertamento dell’infrazione in Germania
      321    La Commissione ha deciso, al punto 805 della decisione impugnata, «di concedere a Schindler una riduzione dell’ammenda del
         15% nella forcella prevista al punto 23, [primo comma], lett. b), [terzo trattino,] della comunicazione sulla cooperazione
         [del 2002]» in considerazione della sua cooperazione all’accertamento dell’infrazione in Germania.
      
      322    Al punto 803 della decisione impugnata, la Commissione spiega che la concessione dell’immunità dalle ammende ai sensi del
         punto 8, lett. b), della comunicazione sulla cooperazione del 2002 o di una riduzione del 100% dell’importo dell’ammenda ai
         sensi del punto 23, lett. b), ultimo comma, di detta comunicazione era esclusa in quanto, nel momento in cui Schindler ha
         presentato la sua domanda a titolo di detta comunicazione, «[l]a Commissione era già in possesso di una serie di prove che
         le consentivano di constatare un’infrazione all’art. 81 [CE], in particolare per il periodo 1995‑2000».
      
      323    Al punto 804 della decisione impugnata la Commissione aggiunge quanto segue:
      
      «(…) Poiché Schindler ha pienamente soddisfatto la condizione di cui al punto 21 solo con l’integrazione del 25 novembre 2004,
         ossia otto mesi dopo le prime due domande [ai sensi della comunicazione sulla cooperazione del 2002], tale ritardo deve essere
         preso in considerazione ai fini del calcolo della riduzione, nell’ambito della forcella prevista. Ciononostante, le dichiarazioni
         di Schindler hanno apportato un valore aggiunto significativo che ha rafforzato la capacità della Commissione di provare l’infrazione.
         Tuttavia, il valore aggiunto della domanda di Schindler [ai sensi di detta comunicazione] rimane limitato, in quanto essa
         ribadiva essenzialmente quanto dichiarato da tale impresa, non conteneva alcun elemento di prova documentale e corroborava
         principalmente gli elementi di prova già in possesso della Commissione».
      
      324    Le ricorrenti ricordano, in via preliminare, che Schindler ha partecipato solo ad intese relative alle installazioni di scale
         mobili tra il 1995 e il 2000, sicché solo le intese di detto periodo sono determinanti per valutare la cooperazione di Schindler.
         Tale infrazione costituirebbe un’infrazione autonoma, che dovrebbe essere considerata distintamente dalle infrazioni relative
         alle scale mobili e agli ascensori commesse da altre imprese dopo il 2000. Schindler non avrebbe partecipato a tali infrazioni
         e non ne sarebbe stata a conoscenza.
      
      325    In primo luogo, Schindler sostiene che dovrebbe essere considerata la prima impresa ad avere fornito, conformemente al punto
         8, lett. b), della comunicazione sulla cooperazione del 2002, elementi di prova tali da consentire alla Commissione di constatare
         un’infrazione e beneficiare, quindi, di una riduzione del 100% dell’ammenda.
      
      326    È vero che le domande ai sensi della comunicazione sulla cooperazione del 2002 relative alle intese in Germania di Kone e
         Otis sono pervenute alla Commissione prima di quella di Schindler. Tuttavia, tali domande non avrebbero consentito di dimostrare
         l’esistenza dell’infrazione all’art. 81 CE cui avrebbe partecipato Schindler, vale a dire accordi concernenti le scale mobili
         conclusi tra il 1995 e il 2000. Senza gli elementi di prova forniti da Schindler, la Commissione non avrebbe potuto accertare
         l’infrazione all’art. 81 CE. Nella sua domanda e nelle integrazioni della stessa, Schindler avrebbe dimostrato l’esistenza
         di 33 riunioni tenutesi in Germania tra il 29 aprile 1994 e il 6 dicembre 2000. Otis avrebbe rivelato solo tre riunioni del
         1999 (tenutesi il 20 gennaio, il 28 ottobre e il 22 dicembre 1999) e cinque riunioni del 2000 (tenutesi il 20 gennaio, il
         18 febbraio, il 3 aprile, il 16 giugno e il 6 dicembre 2000). Le dichiarazioni di Kone non consentirebbero nemmeno di dimostrare
         le riunioni sistematiche relative ai progetti nel settore delle scale mobili in Germania dal 1995 al 2000.
      
      327    In secondo luogo, in subordine, le ricorrenti sostengono che, conformemente al punto 23, lett. b), ultimo comma, della comunicazione
         sulla cooperazione del 2002, a Schindler non avrebbe comunque dovuto essere inflitta alcuna ammenda, dato che essa è stata
         l’unica a fornire elementi di prova sufficienti per dimostrare l’infrazione in Germania tra il 1995 e il 2000. Gli elementi
         di prova forniti da Kone e Otis riguarderebbero il periodo successivo al 2000. Peraltro, poiché la Commissione affermerebbe,
         al punto 803 della decisione impugnata, che disponeva già di elementi di prova prima della domanda di Schindler, senza tuttavia
         precisare di quali elementi si tratti, le ricorrenti lamentano una carenza di motivazione della decisione impugnata.
      
      328    Innanzitutto, si deve sottolineare che, contrariamente a quanto asserisce la Commissione, la circostanza che le ricorrenti
         non mettano in discussione la qualificazione dell’intesa in Germania come infrazione unica non pregiudica la ricevibilità
         della loro tesi.
      
      329    Infatti, la stessa Commissione distingue, nella decisione impugnata, due parti dell’infrazione in Germania, una relativa al
         periodo agosto 1995‑dicembre 2000, che riguarda esclusivamente le scale mobili, e una relativa al periodo dicembre 2000‑dicembre
         2003, che riguarda sia le scale mobili che gli ascensori (punti 213, 277 e 278 della decisione impugnata), senza che tale
         distinzione incida sulla qualificazione di detta intesa come infrazione unica, in quanto tutti gli accordi perseguivano i
         medesimi obiettivi e conducevano al medesimo risultato (punto 568 della decisione impugnata). È inoltre pacifico che Schindler
         non ha partecipato alla parte relativa alle scale mobili dell’infrazione constatata all’art. 1, n. 2, della decisione impugnata,
         dato che ha abbandonato l’intesa nel 2000 (punto 213 della decisione impugnata).
      
      330    Orbene, se, come sostengono le ricorrenti, Schindler fosse la prima impresa che ha fornito elementi di prova decisivi che
         hanno consentito alla Commissione di constatare l’esistenza dell’intesa in Germania dall’agosto 1995 al dicembre 2000, essa
         avrebbe diritto, conformemente al punto 23, lett. b), ultimo comma, della comunicazione sulla cooperazione del 2002 e a prescindere
         dall’eventuale applicazione del punto 8, lett. b), di detta comunicazione, alla riduzione del 100% dell’importo dell’ammenda,
         in quanto la sua cooperazione avrebbe avuto un’incidenza diretta sulla durata della presunta intesa, equivalente all’intera
         durata della partecipazione di Schindler alla stessa.
      
      331    Tuttavia, dai punti 214 e 803 della decisione impugnata risulta che al 25 novembre 2004, data della domanda di Schindler,
         la Commissione disponeva di elementi di prova sufficienti che le consentivano di accertare l’infrazione in Germania tra il
         1995 ed il 2000.
      
      332    Infatti, nella sua domanda ai sensi della comunicazione sulla cooperazione del 2004, del 12 febbraio 2004, Kone ha fornito
         elementi concreti sull’intesa in Germania, sia per il periodo precedente all’abbandono dell’intesa da parte di Schindler,
         sia per quello successivo. Infatti, per quanto riguarda la prima parte dell’infrazione, la dichiarazione di Kone ha informato
         la Commissione del fatto che il 1° agosto 1995 esisteva già un’intesa per la ripartizione del mercato delle scale mobili,
         dell’elenco dei partecipanti all’intesa, dei criteri per l’assegnazione dei progetti e di altri elementi relativi all’attuazione
         dell’all’intesa. Kone aveva inoltre chiaramente indicato nella sua domanda che Schindler aveva abbandonato l’intesa «[a]lla
         fine del 2000».
      
      333    Nelle osservazioni dell’aprile 2004, che completano la sua domanda del marzo 2004, Otis ha confermato l’esistenza di un’intesa
         in Germania sulla ripartizione del mercato delle scale mobili, l’elenco dei partecipanti all’intesa, i criteri per l’assegnazione
         dei progetti e altre informazioni relative all’attuazione dell’intesa, nonché l’abbandono della stessa da parte di Schindler
         nel 2000. Nelle sue osservazioni complementari dell’aprile 2004 Otis ha inoltre indicato che l’intesa sul mercato delle scale
         mobili esisteva fin dagli anni ‘80.
      
      334    Pertanto, al momento del deposito della domanda di Schindler ai sensi della comunicazione sulla cooperazione del 2002, il
         25 novembre 2004, la Commissione disponeva già di due dichiarazioni concordanti che le consentivano di constatare la parte
         dell’intesa in Germania cui detta impresa ha partecipato.
      
      335    È vero che, nella domanda del 25 novembre 2004 e nella domanda integrativa del 7 dicembre 2004, Schindler ha fornito alla
         Commissione informazioni di cui essa non era ancora in possesso. Si tratta in particolare delle date di alcune riunioni tra
         i partecipanti all’intesa tenutesi tra il 29 aprile 1994 e il 6 dicembre 2000. Tuttavia, tenuto conto di quanto rilevato al
         punto 334 supra, la Commissione ha potuto legittimamente considerare che si trattava di elementi di prova che costituivano
         un valore aggiunto significativo ai sensi del punto 21 della comunicazione sulla cooperazione del 2002 e davano diritto ad
         una riduzione dell’ammenda ai sensi del punto 23, lett. b), ultimo comma, di detta comunicazione. Infatti, gli elementi di
         prova in questione non erano determinanti per dimostrare l’esistenza dell’intesa in Germania per l’intera durata della partecipazione
         di Schindler alla stessa, ma rafforzavano la capacità della Commissione di provare l’infrazione corroborando gli elementi
         di prova già in suo possesso.
      
      336    Inoltre, tenuto conto del fatto che Schindler è stata la terza impresa a presentare una domanda ai sensi della comunicazione
         sulla cooperazione del 2002, la riduzione dell’ammenda applicabile era quella prevista al punto 23, lett. b), primo comma,
         terzo trattino, di tale comunicazione. Orbene, poiché gli elementi di prova che costituiscono un valore aggiunto significativo
         sono stati comunicati alla Commissione solo otto mesi dopo le prime due domande a titolo di detta comunicazione ed è pacifico
         che Schindler non ha comunicato prove documentali contemporanee, la Commissione non ha manifestamente superato i limiti del
         suo potere discrezionale fissando al 15% la riduzione dell’importo dell’ammenda di Schindler.
      
      337    Infine, per quanto concerne la censura relativa alla violazione dell’art. 253 CE, si deve rilevare che il punto 803 della
         decisione impugnata espone, in modo chiaro ed inequivocabile, i motivi per i quali la Commissione ha ritenuto che gli elementi
         di prova forniti da Schindler nella sua domanda ai sensi della comunicazione sulla cooperazione del 2002 non dessero diritto
         all’immunità dall’ammenda. La Commissione fa riferimento in proposito al fatto che, «al momento delle osservazioni di Schindler,
         [essa] era già in possesso di una serie di prove che le consentivano di constatare un’infrazione all’art. 81 [CE]» (punto
         803 della decisione impugnata). Collocati nel loro contesto, tali motivi fanno necessariamente riferimento alla serie di prove
         contenuta nelle domande di Kone e di Otis, il cui valore aggiunto è stato determinato ai punti 792 e 799 della decisione impugnata.
         I punti sopra citati consentivano quindi agli interessati di conoscere le giustificazioni del diniego della Commissione di
         concedere a Schindler l’immunità dalle ammende per la sua cooperazione all’accertamento dell’infrazione in Germania e al Tribunale
         di esercitare il suo sindacato di legittimità. Pertanto, la censura relativa ad una violazione dell’art. 253 CE deve essere
         respinta.
      
      338    Dal complesso delle suesposte considerazioni risulta che devono essere respinte tutte le censure di Schindler relative all’applicazione
         della comunicazione sulla cooperazione del 2002 alla sua cooperazione ai fini dell’accertamento dell’infrazione in Germania.
      
       Sulla cooperazione di Schindler ai fini dell’accertamento dell’infrazione in Lussemburgo
      339    Schindler, che è stata la quarta impresa a presentare una domanda a titolo della comunicazione sulla cooperazione del 2002
         per l’intesa in Lussemburgo (punto 830 della decisione impugnata), non ha beneficiato di una riduzione dell’importo dell’ammenda
         in virtù della comunicazione sulla cooperazione del 2002 per la suddetta infrazione (punto 834 della decisione impugnata).
         Ai punti 831‑833 della decisione impugnata, la Commissione chiarisce in proposito quanto segue:
      
      «831      La domanda [a titolo della comunicazione sulla cooperazione del 2002] di Schindler è costituita principalmente da una dichiarazione
         scritta dell’impresa e da documenti interni risalenti al 2002 che, secondo Schindler, sono stati elaborati nell’ambito delle
         normali attività dell’impresa. La domanda (…) di Schindler non ha fornito alla Commissione alcun elemento nuovo di elevato
         valore aggiunto. Le nuove informazioni erano in realtà descrizioni del settore all’epoca dell’infrazione e altri particolari
         di minore importanza. A parte tali informazioni, la domanda (…) di Schindler conferma essenzialmente le informazioni già in
         possesso della Commissione.
      
      832      Peraltro, Schindler afferma che gli accordi relativi ai nuovi progetti di installazione, di ammodernamento, di riparazione
         e di manutenzione di ascensori e scale mobili esistevano sin dal 1993, e che essa aveva abbandonato l’intesa nel 1994 e vi
         aveva riaderito solo nel 1999. La Commissione non ha trovato alcun elemento che confermasse tale affermazione. La Commissione
         non può basarsi sulla dichiarazione unilaterale e non dimostrata di una delle parti in relazione ad una questione cruciale,
         che può avere gravi conseguenze giuridiche per gli altri partecipanti.
      
      833      La Commissione ne deduce che le osservazioni di Schindler non contengono alcun elemento nuovo di valore significativo ma corroborano,
         sostanzialmente, i fatti di cui essa era già a conoscenza. Le informazioni fornite da Schindler, se confrontate con gli elementi
         di prova in possesso della Commissione al momento della domanda (…) di Schindler, non hanno rafforzato in misura significativa
         la capacità della Commissione di provare i fatti in questione. Pertanto, le condizioni di cui al punto 21 della comunicazione
         sulla cooperazione [del 2002] non sono soddisfatte. Dopo la sua domanda (…), Schindler non ha fornito alcun contributo supplementare,
         se si eccettuano le informazioni comunicate su richiesta della Commissione».
      
      340    Le ricorrenti sostengono che Schindler ha diritto ad una riduzione dell’importo dell’ammenda dal 20% al 30%, a titolo dei
         punti 21 e 23 della comunicazione sulla cooperazione del 2002. Infatti, Schindler avrebbe fornito elementi di prova di notevole
         valore aggiunto, relativi ad accordi nel settore delle attività di manutenzione. Senza la domanda di Schindler del 4 novembre
         2004, la Commissione non avrebbe potuto accertare l’esistenza di accordi in tale settore, sul quale le domande di Kone e di
         ThyssenKrupp contenevano solo poche informazioni. Peraltro, Otis non avrebbe espressamente ammesso la propria partecipazione
         ad accordi in detto settore.
      
      341    L’importanza della domanda di Schindler a titolo della comunicazione sulla cooperazione del 2002 ai fini della produzione
         della prova da parte della Commissione risulterebbe altresì dalla frequenza dei riferimenti a tale domanda contenuti nella
         decisione impugnata, rispetto ai riferimenti alle domande di Kone e di ThyssenKrupp. La Commissione avrebbe respinto l’argomento
         di Schindler al punto 831 della decisione impugnata senza tuttavia rispondere agli argomenti di Schindler esposti nella risposta
         alla comunicazione degli addebiti, il che costituirebbe una carenza di motivazione ai sensi dell’art. 253 CE.
      
      342    Occorre esaminare, alla luce della giurisprudenza citata al punto 300 supra, se la Commissione abbia manifestamente superato
         i limiti del suo potere discrezionale constatando che gli elementi di prova forniti da Schindler non presentavano un valore
         aggiunto significativo rispetto agli elementi di prova già in suo possesso al momento in cui detta impresa ha presentato la
         propria domanda a titolo della comunicazione sulla cooperazione del 2002.
      
      343    A tal riguardo si deve rilevare, in primo luogo, che le ricorrenti, le quali non contestano la concessione dell’immunità dalle
         ammende a Kone a titolo del punto 8, lett. b), della comunicazione sulla cooperazione del 2002, non negano che le informazioni
         fornite da detta impresa consentissero già alla Commissione di constatare un’infrazione in Lussemburgo (punto 816 della decisione
         impugnata). La Commissione disponeva quindi già di elementi di prova sufficienti per constatare un’infrazione in Lussemburgo
         nel momento in cui Schindler ha presentato la sua domanda ai sensi di detta comunicazione. Inoltre, anteriormente alla domanda
         di Schindler, la Commissione aveva anche già ricevuto una domanda da Otis a titolo della medesima comunicazione, nel marzo
         2004, che ha dato luogo ad una riduzione dell’importo dell’ammenda del 40% (punti 118 e 823 della decisione impugnata).
      
      344    In secondo luogo, per quanto attiene alla questione se, conformemente ai punti 21 e 22 della comunicazione sulla cooperazione
         del 2002, gli elementi di prova forniti da Schindler costituissero un valore aggiunto significativo in quanto rafforzavano
         notevolmente la capacità della Commissione di dimostrare l’infrazione in Lussemburgo, si deve rilevare che gli elementi di
         prova che, secondo le ricorrenti, avrebbero apportato un valore aggiunto significativo riguardano solo una delle due parti
         dell’infrazione constatata all’art. 1, n. 3, della decisione impugnata, vale a dire la ripartizione dei mercati per i contratti
         di manutenzione e di ammodernamento (v. anche punti 293 e 830 della decisione impugnata).
      
      345    Orbene, dalla domanda di Kone del 5 febbraio 2004, come integrata dalle informazioni del 19 febbraio 2004, risulta che la
         stessa conteneva già una descrizione chiara della parte dell’intesa che è stata successivamente oggetto della cooperazione
         di Schindler.
      
      346    In terzo luogo, le ricorrenti non possono trarre argomenti dal numero di riferimenti nella decisione impugnata alla loro domanda,
         ai sensi della comunicazione sulla cooperazione del 2002. Invero, il fatto che nella decisione impugnata la Commissione abbia
         utilizzato tutti gli elementi di prova di cui disponeva, e quindi anche le informazioni comunicate da Schindler nella sua
         domanda del 4 novembre 2004, non dimostra di per sé che tali informazioni costituissero un valore aggiunto significativo rispetto
         agli elementi di prova di cui essa disponeva già in quel momento.
      
      347    Dalle suesposte considerazioni emerge che la Commissione non ha manifestamente superato i limiti del suo potere discrezionale
         considerando che gli elementi di prova forniti da Schindler non costituivano un valore aggiunto significativo ai sensi del
         punto 21 della comunicazione sulla cooperazione del 2002.
      
      348    Relativamente alla censura vertente sulla violazione dell’art. 253 CE, deve rilevarsi che la Commissione non è obbligata a
         prendere posizione su tutti gli argomenti che gli interessati fanno valere dinanzi ad essa, ma le è sufficiente esporre i
         fatti e le considerazioni giuridiche aventi un ruolo essenziale nell’economia della decisione (v. sentenza del Tribunale 15 giugno
         2005, causa T‑349/03, Corsica Ferries France/Commissione, Racc. pag. II‑2197, punto 64 e la giurisprudenza ivi citata). A
         tal proposito si deve rilevare che, ai punti 831‑833 della decisione impugnata, la Commissione ha sufficientemente esposto
         i motivi per i quali ha ritenuto che gli elementi di prova presentati da Schindler nella sua domanda del 4 novembre 2004 non
         costituissero un valore aggiunto significativo ai sensi del punto 21 della comunicazione sulla cooperazione del 2002. Tali
         punti consentono agli interessati di conoscere le giustificazioni del diniego della Commissione di concedere a Schindler una
         riduzione dell’importo dell’ammenda per la sua cooperazione all’accertamento dell’infrazione in Lussemburgo e al Tribunale
         di esercitare il suo sindacato di legittimità. La censura relativa ad una violazione dell’art. 253 CE deve quindi essere respinta.
      
      349    Dal complesso delle suesposte considerazioni risulta che devono essere respinte tutte le censure di Schindler relative all’applicazione
         della comunicazione sulla cooperazione del 2002 alla sua cooperazione ai fini dell’accertamento dell’infrazione in Lussemburgo.
      
       Sul motivo vertente sulla violazione della comunicazione sulla cooperazione del 2002 e degli orientamenti del 1998, in ragione
            dell’insufficiente riduzione dell’importo dell’ammenda per mancata contestazione dei fatti
      350    Al punto 614 della comunicazione degli addebiti la Commissione aveva annunciato che «intende[va] concedere una riduzione [dell’ammenda]
         per la cooperazione al di fuori dell’ambito della comunicazione sulla cooperazione [del 2002], in particolare nel caso in
         cui una società non contest[asse] i fatti o forni[sse] un ulteriore contributo tale da permettere di appurare o completare
         i fatti accertati dalla Commissione».
      
      351    Al punto 758 della decisione impugnata la Commissione spiega che, «[p]oiché il punto 614 della comunicazione degli addebiti
         suscitava aspettative nel caso di specie, [essa] [aveva] deciso di interpretare tale punto a favore delle imprese che, sulla
         sua base, hanno contribuito all’accertamento dei fatti relativi all’infrazione descritta nella decisione [impugnata], astenendosi
         dal contestare i fatti o fornendo ulteriori informazioni o precisazioni complementari».
      
      352    La Commissione ha quindi concesso a tutti i partecipanti alle quattro infrazioni, ad eccezione, da una parte, delle imprese
         che beneficiavano di un’immunità dalle ammende (punti 762, 817 e 839 della decisione impugnata) e, dall’altra, di Kone nell’ambito
         dell’intesa nei Paesi Bassi (punto 851 della decisione impugnata), una riduzione dell’importo dell’ammenda dell’1% per la
         loro cooperazione al di fuori dell’ambito della comunicazione sulla cooperazione del 2002, per la mancata contestazione dei
         fatti esposti nella comunicazione degli addebiti (punti 768, 774, 777, 794, 801, 806, 813, 824, 829, 835, 845, 854, 855 e
         856 della decisione impugnata).
      
      353    Le ricorrenti ritengono, in primo luogo, di poter pretendere una riduzione dell’importo dell’ammenda di almeno il 10% anziché
         dell’1% concesso per la loro cooperazione al di fuori dell’ambito della comunicazione sulla cooperazione del 2002, il che
         sarebbe conforme alla prassi decisionale della Commissione in altri casi. In secondo luogo, la Commissione non avrebbe tenuto
         conto, nonostante una richiesta in tal senso, del fatto che le ricorrenti avevano cooperato con essa in un modo che andava
         ben al di là della semplice mancata contestazione dei fatti, il che darebbe loro diritto ad una riduzione dell’importo dell’ammenda
         di almeno il 10%, ai sensi della comunicazione sulla cooperazione del 2002, o ad una riduzione in base al punto 3, sesto trattino,
         degli orientamenti del 1998.
      
      354    In limine, occorre rammentare che una riduzione dell’importo dell’ammenda a titolo di cooperazione durante il procedimento
         amministrativo è giustificata solo se il comportamento dell’impresa di cui trattasi ha consentito alla Commissione di accertare
         l’esistenza di un’infrazione con meno difficoltà e, se del caso, di porvi fine (sentenze del Tribunale 14 maggio 1998, causa
         T‑327/94, SCA Holding/Commissione, Racc. pag. II‑1373, punto 156; Krupp Thyssen Stainless e Acciai speciali Terni/Commissione,
         cit. al punto 222 supra, punto 270, e Groupe Danone/Commissione, cit. al punto 57 supra, punto 449).
      
      355    Inoltre, dalla giurisprudenza risulta che l’impresa che dichiari espressamente di non contestare gli elementi di fatto sui
         quali la Commissione ha fondato i propri addebiti può essere considerata alla stregua di un’impresa che ha contribuito ad
         agevolare il compito della Commissione, consistente nell’accertare e nel reprimere le violazioni delle regole di concorrenza
         dell’Unione (sentenze del Tribunale 14 maggio 1998, causa T‑352/94, Mo och Domsjö/Commissione, Racc. pag. II‑1989, punto 395,
         e SCA Holding/Commissione, cit. al punto 354 supra, punto 157).
      
      356    È vero che la comunicazione sulla cooperazione del 2002 non prevede, a differenza della comunicazione sulla cooperazione del
         1996, alcuna riduzione dell’importo dell’ammenda a favore delle imprese che non contestino i fatti materiali sui quali la
         Commissione fonda le sue accuse nella comunicazione degli addebiti. Tuttavia, la Commissione riconosce, al punto 758 della
         decisione impugnata, che il punto 614 della comunicazione degli addebiti ha suscitato in tali imprese un legittimo affidamento
         nel fatto che la mancata contestazione dei fatti avrebbe comportato una riduzione dell’importo dell’ammenda al di là della
         comunicazione sulla cooperazione del 2002. Allo stesso punto essa ha anche indicato che «[p]er stabilire l’entità della riduzione
         si dovrà tenere conto del fatto che la cooperazione offerta dopo la comunicazione degli addebiti, allorché la Commissione
         ha già accertato tutti gli elementi dell’infrazione, in un momento nel quale l’impresa è già a conoscenza di tutti gli elementi
         d’indagine e ha avuto accesso agli atti dell’indagine, può contribuire, nel migliore dei casi, solo marginalmente all’indagine
         della Commissione». La Commissione ha altresì aggiunto che, «[i]n generale, l’ammissione dei fatti in tali circostanze costituisce
         tutt’al più un elemento di prova atto a confermare fatti che la Commissione considererebbe, di regola, sufficientemente dimostrati
         da altri elementi di prova versati agli atti».
      
      357    In primo luogo, occorre respingere l’argomento delle ricorrenti secondo cui la Commissione ha derogato alla sua prassi anteriore,
         in base alla quale un’impresa che non contesti i fatti materiali rilevati nella comunicazione degli addebiti beneficerebbe
         di una riduzione del 10% dell’importo dell’ammenda che le sarebbe stata inflitta, conformemente alla comunicazione sulla cooperazione
         del 2002.
      
      358    Se è vero che la sezione D, punto 2, secondo trattino, della comunicazione sulla cooperazione del 1996 disponeva che un’impresa
         poteva beneficiare «(…) di una riduzione dal 10% al 50% dell’ammontare dell’ammenda che le sarebbe stata inflitta in assenza
         di cooperazione (…) se, dopo aver ricevuto la comunicazione degli addebiti, [essa] informa[va] la Commissione che non contesta[va]
         i fatti materiali sui quali la Commissione fonda[va] le sue accuse», la comunicazione sulla cooperazione del 2002 non prevede
         più riduzioni dell’importo dell’ammenda per tale motivo. Orbene, come risulta già dai punti 142 e 143 supra, solo la comunicazione
         sulla cooperazione del 2002 è applicabile alle domande delle ricorrenti, che sono peraltro state espressamente presentate
         in virtù di tale comunicazione.
      
      359    Come rammentato al precedente punto 225, la prassi decisionale anteriore della Commissione non può comunque essere utilizzata
         come contesto giuridico per le ammende in materia di concorrenza.
      
      360    In secondo luogo, per quanto concerne gli argomenti delle ricorrenti secondo i quali Schindler avrebbe fornito alla Commissione,
         per l’intera durata del procedimento, informazioni relative alle infrazioni, che sarebbero state citate nei passaggi fondamentali
         della decisione impugnata, è sufficiente constatare che le ricorrenti non sostengono che tale collaborazione sia andata oltre
         quanto richiesto nell’ambito dell’applicazione della comunicazione sulla cooperazione del 2002, sicché la loro censura deve
         essere respinta. Lo stesso può dirsi per il motivo, sollevato nella replica, secondo cui detta cooperazione giustificherebbe
         il fatto che Schindler benefici di una circostanza attenuante a titolo degli orientamenti del 1998.
      
      361    Ne consegue che il motivo deve essere respinto in toto.
      
       Sul motivo vertente sulla violazione dell’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003
      362    Le ricorrenti fanno valere che le ammende imposte all’art. 2 della decisione impugnata per ogni infrazione contravvengono
         all’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003, in quanto la Commissione, per determinare il tetto del 10% del fatturato delle
         imprese in questione, si sarebbe basata sul fatturato delle società capogruppo dei gruppi di società interessati, anziché
         su quello delle controllate che hanno partecipato direttamente alle infrazioni.
      
      363    Le ricorrenti fanno valere che non si possono imputare alle società capogruppo le infrazioni commesse dalle loro rispettive
         controllate e che, pertanto, il tetto del 10% del fatturato previsto dall’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003 dovrebbe
         essere calcolato sulla base del fatturato di dette controllate.
      
      364    Tuttavia, posto che le ricorrenti non sostengono che le ammende inflitte nella decisione impugnata superino il tetto del 10%
         del fatturato realizzato da Schindler Holding nell’esercizio sociale precedente, è giocoforza constatare che tale censura
         si confonde con quelle esaminate ai punti 63‑91 supra, concernenti l’imputazione a Schindler Holding del comportamento delle
         sue controllate. Orbene, dalle considerazioni relative a tale questione emerge che la Commissione ha legittimamente imputato
         a Schindler Holding i comportamenti delle sue controllate, con le quali essa forma un’unità economica. Tale motivo, pertanto,
         dev’essere respinto.
      
       Sul motivo vertente sulla violazione del principio di proporzionalità nel calcolo dell’importo finale delle ammende
      365    Le ricorrenti sostengono che l’importo finale delle ammende loro inflitte è sproporzionato, in quanto non sarebbe né necessario
         né adeguato per raggiungere lo scopo perseguito, vale a dire la repressione dei comportamenti illeciti e la prevenzione della
         recidiva. Nella specie, si tratterebbe di quattro infrazioni isolate commesse da quattro società diverse, di modo che le ammende
         inflitte non dovrebbero superare il 10% del fatturato di ciascuna di loro. Le ricorrenti ritengono inoltre che, qualora dovesse
         essere accolto l’argomento della Commissione secondo cui un’ammenda non è sproporzionata se non supera il tetto del 10% del
         fatturato dell’impresa interessata, l’applicazione del principio di proporzionalità sarebbe praticamente esclusa. Nella fattispecie,
         a Schindler Belgio e a Schindler Lussemburgo sarebbero state inflitte ammende corrispondenti al [riservato]% dei fatturati medi consolidati di Schindler Belgio e di Schindler Lussemburgo [riservato]. Per quanto riguarda Schindler Paesi Bassi, l’ammenda corrisponderebbe a [riservato].
      
      366    A tale proposito, in limine va ricordato che il principio di proporzionalità esige che gli atti delle istituzioni dell’Unione
         non superino i limiti di ciò che è idoneo e necessario al conseguimento degli scopi legittimamente perseguiti dalla normativa
         di cui trattasi, fermo restando che, qualora sia possibile una scelta tra più misure appropriate, si deve ricorrere a quella
         meno restrittiva e che gli inconvenienti causati non devono essere sproporzionati rispetto agli scopi perseguiti (sentenza
         della Corte 5 maggio 1998, causa C‑180/96, Regno Unito/Commissione, Racc. pag. I‑2265, punto 96, e sentenza del Tribunale
         12 settembre 2007, causa T‑30/05, Prym e Prym Consumer/Commissione, non pubblicata nella Raccolta, punto 223).
      
      367    Ne consegue che le ammende non devono essere sproporzionate rispetto agli scopi perseguiti, vale a dire rispetto alle norme
         in materia di concorrenza, e che l’importo dell’ammenda inflitta ad un’impresa per un’infrazione in materia di concorrenza
         deve essere proporzionata all’infrazione, valutata complessivamente, tenendo conto in particolare della sua gravità (sentenza
         12 settembre 2007, Prym e Prym Consumer/Commissione, cit. al punto 366 supra, punto 224). Inoltre, nella determinazione dell’importo
         delle ammende, la Commissione può tenere conto dell’esigenza di garantire alle stesse un effetto sufficientemente dissuasivo
         (v., in tal senso, sentenza Musique Diffusion française e a./Commissione, cit. al punto 54 supra, punto 108, e sentenza Europa
         Carton/Commissione, cit. al punto 125 supra, punto 89).
      
      368    Si deve rilevare, in primo luogo, che nella specie le intese consistevano principalmente in un accordo collusivo segreto tra
         concorrenti per ripartirsi i mercati o congelare le quote di mercato attribuendosi i progetti relativi alla vendita e all’installazione
         di ascensori e/o di scale mobili nuovi, e per non farsi concorrenza nel settore della manutenzione e dell’ammodernamento di
         ascensori e scale mobili (tranne in Germania, in cui l’attività di manutenzione e di ammodernamento non è stata oggetto di
         discussioni tra i membri dell’intesa). Orbene, tali infrazioni rientrano per loro stessa natura tra le violazioni più gravi
         dell’art. 81 CE (punto 658 della decisione impugnata).
      
      369    In secondo luogo, nel calcolo dell’importo delle ammende la Commissione può prendere in considerazione segnatamente le dimensioni
         e la potenza economica dell’unità economica che agisce in qualità di impresa ai sensi dell’art. 81 CE. Tuttavia, contrariamente
         a quanto sostenuto dalle ricorrenti, l’impresa pertinente da prendere in considerazione nel caso di specie non corrisponde
         a ciascuna controllata che ha partecipato alle infrazioni constatate all’art. 1, nn. 1, 3 e 4, della decisione impugnata.
         Al contrario, dall’analisi sopra esposta risulta che le infrazioni contestate a Schindler sono state commesse da Schindler
         Holding e dalle sue controllate. Pertanto, devono essere respinti gli argomenti delle ricorrenti che si limitano a dimostrare
         una sproporzione tra l’importo delle ammende inflitte dalla Commissione e il volume d’affari realizzato da tali controllate,
         ad esclusione della società controllante.
      
      370    In terzo luogo, per quanto concerne la proporzionalità delle ammende rispetto alle dimensioni e alla potenza economica delle
         unità economiche interessate, si deve ricordare che dalle suesposte considerazioni emerge che esse non superano il tetto del
         10% di cui all’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003, inteso ad evitare che le ammende siano sproporzionate rispetto all’importanza
         dell’impresa (v., in tal senso, sentenza Musique Diffusion française e a./Commissione, cit. al punto 54 supra, punto 119,
         e sentenza 12 settembre 2007, Prym e Prym Consumer/Commissione, cit. al punto 336 supra, punto 229). A tal proposito, risulta
         d’altronde dal fascicolo che l’importo totale delle ammende imposte a Schindler dalla decisione impugnata rappresenta circa
         il 2% del fatturato consolidato di Schindler Holding realizzato nel corso dell’esercizio sociale precedente all’adozione della
         decisione impugnata, il che non può considerarsi sproporzionato rispetto alla dimensione di detta impresa.
      
      371    Con riguardo alle considerazioni precedenti, il motivo vertente sulla violazione del principio di proporzionalità nel calcolo
         dell’importo finale delle ammende deve essere respinto.
      
      372    Ne consegue che il ricorso deve essere respinto in toto.
      
       Sulle spese
      373    Ai sensi dell’art. 87, n. 2, del regolamento di procedura, la parte soccombente è condannata alle spese, se ne è stata fatta
         domanda. Inoltre, conformemente all’art. 87, n. 4, primo comma, del regolamento di procedura, le istituzioni intervenute nella
         causa sopportano le proprie spese. Infine, ai sensi dell’art. 87, n. 6, del regolamento di procedura, in caso di non luogo
         a provvedere, il Tribunale decide sulle spese in via equitativa.
      
      374    Si deve rilevare che il presente ricorso, nei limiti in cui è stato proposto da Schindler Management, è divenuto privo di
         oggetto a seguito della rettifica della decisione impugnata da parte della Commissione. Considerato che tutti i motivi del
         ricorso sono stati sollevati indistintamente da tutte le ricorrenti e che le domande di Schindler Holding, Schindler Belgio,
         Schindler Germania, Schindler Lussemburgo e Schindler Paesi Bassi sono state respinte, occorre condannarle alle spese della
         Commissione. Il Consiglio sopporta le proprie spese.
      
      Per questi motivi,
      IL TRIBUNALE (Ottava Sezione)
      dichiara e statuisce:
      1)      Non vi è luogo a provvedere sul ricorso nei limiti in cui è stato proposto da Schindler Management AG.
      2)      Il ricorso è respinto quanto al resto.
      3)      Schindler Holding Ltd, Schindler SA, Schindler Deutschland Holding GmbH, Schindler Sàrl e Schindler Liften BV sono condannate
            alle spese.
      4)      Schindler Management sopporterà le proprie spese.
      5)      Il Consiglio dell’Unione europea sopporterà le proprie spese.
      
               Martins Ribeiro
            
            
               Wahl
            
            
               Dittrich
            
         Così deciso e pronunciato a Lussemburgo il 13 luglio 2011.
      Firme
      Indice
      
      Procedimento amministrativo
      1. Indagine della Commissione
      Belgio
      Germania
      Lussemburgo
      Paesi Bassi
      2. Comunicazione degli addebiti
      3. Decisione impugnata
      Procedimento e conclusioni delle parti
      Sulla domanda di non luogo a provvedere nei confronti di Schindler Management
      Nel merito
      1. Osservazioni preliminari
      2. Sulla domanda di annullamento in toto della decisione impugnata
      Sul motivo vertente sulla violazione dell’art. 6, n. 1, della CEDU
      Sul motivo vertente sull’illegittimità della decisione impugnata, nella parte in cui è indirizzata a Schindler Holding, in
         ragione della mancanza di valida notifica
      
      Sul motivo vertente sull’illegittimità della decisione impugnata, nella parte in cui vi si afferma la responsabilità in solido
         di Schindler Holding
      
      3. Sulla domanda di annullamento dell’art. 2 della decisione impugnata
      Sull’eccezione di illegittimità relativa all’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003, vertente sulla violazione del principio
         di legalità delle pene
      
      Sull’eccezione di illegittimità degli orientamenti del 1998, vertente sulla violazione del principio di irretroattività
      Sull’eccezione di illegittimità degli orientamenti del 1998, vertente sulla carenza di competenza della Commissione e, in
         subordine, sulla mancanza di trasparenza e prevedibilità degli stessi
      
      Sull’eccezione di illegittimità della comunicazione sulla cooperazione del 2002, vertente sulla violazione del principio di
         irretroattività e del principio di tutela del legittimo affidamento
      
      Sull’eccezione di illegittimità della comunicazione sulla cooperazione del 2002, vertente sulla violazione dei principi generali
         del diritto nemo tenetur, in dubio pro reo e di proporzionalità, nonché sull’abuso di potere discrezionale
      
      Sulla prima censura, vertente sulla violazione del principio nemo tenetur
      Sulla seconda censura, vertente sulla violazione del principio in dubio pro reo
      Sulla terza censura, vertente sulla violazione del principio di proporzionalità
      Sulla quarta censura, relativa ad un abuso di potere discrezionale
      Sul motivo vertente sulla natura confiscatoria, in violazione del diritto internazionale, della decisione impugnata
      Sulla ricevibilità
      Nel merito
      Sul motivo vertente sulla violazione degli orientamenti del 1998 e dell’obbligo di motivazione nella fissazione dell’importo
         di partenza delle ammende
      
      Osservazioni preliminari
      Decisione impugnata
      Sulla qualificazione delle infrazioni come «molto gravi»
      Sull’asserita illegittimità degli importi di partenza delle ammende
      – Sull’asserita carenza di motivazione
      – Sugli importi di partenza generali delle ammende
      – Sugli importi di partenza specifici delle ammende
      Sul motivo vertente sulla violazione degli orientamenti del 1998, del principio di adeguatezza tra la colpa e la pena, del
         principio di proporzionalità e dell’obbligo di motivazione nell’ambito della valutazione delle circostanze attenuanti
      
      Sul motivo vertente sulla violazione della comunicazione sulla cooperazione del 2002, del principio di parità di trattamento
         e dell’obbligo di motivazione nel contesto della concessione di riduzioni degli importi delle ammende
      
      Sulla comunicazione sulla cooperazione del 2002
      Sul margine di discrezionalità della Commissione e sul controllo del giudice dell’Unione
      Sulla cooperazione di Schindler ai fini dell’accertamento dell’infrazione in Belgio
      Sulla cooperazione di Schindler ai fini dell’accertamento dell’infrazione in Germania
      Sulla cooperazione di Schindler ai fini dell’accertamento dell’infrazione in Lussemburgo
      Sul motivo vertente sulla violazione della comunicazione sulla cooperazione del 2002 e degli orientamenti del 1998, in ragione
         dell’insufficiente riduzione dell’importo dell’ammenda per mancata contestazione dei fatti
      
      Sul motivo vertente sulla violazione dell’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003
      Sul motivo vertente sulla violazione del principio di proporzionalità nel calcolo dell’importo finale delle ammende
      Sulle spese
      * Lingua processuale: il tedesco.
      
      1 – Dati riservati omessi.