CELEX: 61992CC0401
Language: it
Date: 1994-03-16
Title: Conclusioni dell'avvocato generale Van Gerven del 16 marzo 1994. # Procedimenti penali contro Tankstation 't Heukske vof e J.B.E. Boermans. # Domande di pronuncia pregiudiziale proposta dal Gerechtshof di 's-Hertogenbosch - Paesi Bassi. # Libera circolazione delle merci - Orario di apertura delle stazioni di servizio. # Cause riunite C-401/92 e C-402/92.

Avviso legale importante

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61992C0401

Conclusioni dell'avvocato generale Van Gerven del 16 marzo 1994.  -  PROCEDIMENTI PENALI CONTRO TANKSTATION'T HEUKSKE VOF E J. B. E. BOERMANS.  -  DOMANDA DI PRONUNCIA PREGIUDIZIALE: GERECHTSHOF'S-HERTOGENBOSCH - PAESI BASSI.  -  LIBERA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI - ORARIO DI APERTURA DELLE STAZIONI DI SERVIZIO.  -  CAUSE RIUNITE C-401/92 E C-402/92.  

raccolta della giurisprudenza 1994 pagina I-02199

Conclusioni dell avvocato generale

++++Signor Presidente,  Signori Giudici,  1. Le presenti cause riunite riguardano domande con cui la sezione economica del Gerechtshof di 's-Hertogenbosch (in prosieguo: il "Gerechtshof") ha invitato la Corte a pronunciarsi in via pregiudiziale sulla compatibilità della Winkelsluitingswet olandese del 23 giugno 1976 (legge sulla chiusura dei negozi, in prosieguo: la "Winkelsluitingswet") (1) con gli artt. 30-36 e 3, lett. g), unitamente agli artt. 5 e 86 del Trattato CEE (2). Le domande sottoposte sono state sollevate nell' ambito di due procedimenti penali pendenti dinanzi al Gerechtshof rispettivamente contro la Tankstation 't Heukske vof (in prosieguo: la "' t Heukske") e J.B.E. Boermans.  2. Nelle due cause gli antefatti sono molto simili e non sono controversi. Nel maggio 1991 taluni funzionari pubblici olandesi hanno constatato che due negozi, che facevano parte dei distributori di benzina "' t Heukske" e "Boermans", situati entrambi in un agglomerato, erano aperti al pubblico senza che un avviso legalizzato fosse apposto su ogni entrata pubblica, in conformità all' art. 2, n. 1, della Winkelsluitingswet. Inoltre, alcuni funzionari hanno constatato che un certo numero di prodotti "non collegati alla strada" venivano offerti in vendita senza essere collocati in armadi che potessero essere chiusi. Inoltre, in almeno uno dei negozi, è stato constatato che prodotti del tabacco non erano venduti mediante un distributore automatico.  3. La 't Heukske e la Boermans hanno costituito oggetto di procedimenti penali e sono state condannate con sentenza 6 novembre 1991 dell' Economische Politierechter (giudice in materia di polizia economica) presso l' Arrondissementsrechtbank di Roermond. Esse hanno interposto appello contro tale condanna dinanzi al Gerechtshof e, nell' ambito di tale procedimento di appello, hanno in particolare sostenuto che il sistema di chiusura dei negozi contenuto nella Winkelsluitingswet e nei decreti di attuazione basati su tale legge (in particolare i decreti 6 dicembre 1977 e 13 dicembre 1988) era incompatibile con il diritto comunitario. A seguito di ciò, il Gerechtshof ha deciso di sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:  "1) Se le disposizioni del Trattato, ivi compresi gli artt. 30-36, nonché il combinato disposto dell' art. 86 e degli artt. 3, lett. f), e 5, si oppongano a che siano adottate, sulla base di una normativa relativa alla chiusura obbligatoria dei negozi quale prevista dalla Winkelsluitingswet del 1976 e che è valida di per sé, misure di applicazione quali quelle previste dal decreto di attuazione (modificato) 6 dicembre 1977, che prevedono rispettivamente che è e rimane consentito agli esercenti, tra l' altro di stazioni di servizio, di negozi situati in stazioni ed aeroporti, di negozi situati in ospedali e musei, di offrire in vendita e di vendere articoli per fumatori, bibite, giornali, musicassette e derrate alimentari, mentre altri negozi, ivi compresi negozi specializzati, sono assoggettati a restrizioni molto più rilevanti circa le loro possibilità di apertura.  2) Se le disposizioni soprammenzionate o altre disposizioni del Trattato debbano essere interpretate nel senso che esse si oppongono a che gli esercenti di stazioni di servizio situate lungo la strada pubblica possono essere perseguiti penalmente sulla base della Winkelsluitingswet soprammenzionata e del decreto di attuazione soprammenzionato, in quanto questi contengono norme relative all' esercizio dei negozi nelle stazioni di servizio, se tali norme:  a) non incidono sull' orario di apertura delle stazioni di servizio e riguardano solo le condizioni in cui e i periodi durante i quali talune merci possono essere offerte in vendita nelle stazioni di servizio;  b) operano una distinzione tra le stazioni di servizio situate lungo le strade nazionali e le stazioni di servizio situate lungo altre strade pubbliche, nel senso che la categoria menzionata per prima gode di una più ampia libertà nel vendere tabacco e prodotti a base di tabacco rispetto alla categoria menzionata per ultima.  3) Se sia rilevante ai fini delle soluzioni delle questioni n. 2, sub a) e/o b), il fatto che tra le due categorie di stazioni di servizio, menzionate sub b), esista una distinzione in base alla parte del reddito normale proveniente dai carburanti e rispettivamente da altri prodotti, nel senso che il reddito delle stazioni di servizio della prima categoria dipende in una misura (notevolmente) meno rilevante dalla vendita di prodotti diversi dai carburanti rispetto al reddito delle stazioni di servizio della seconda categoria.  4) Se sia rilevante ai fini delle soluzioni delle questioni n. 2, sub a) e b), e n. 3 il fatto che, in forza di una disciplina pubblica, le licenze di esercizio di stazioni di servizio situate lungo strade nazionali siano state concesse, eventualmente, con l' intervento di una commissione di rappresentanti delle compagnie petrolifere, in modo tale che le compagnie petrolifere che hanno una parte di mercato relativamente rilevante abbiano beneficiato di una precedenza nella concessione di queste licenze".  4. Va rilevato che, nella prima questione pregiudiziale, il Gerechtshof descrive la Winkelsluitingswet come una "disciplina di per sé valida". Se ne può dedurre che esso è convinto del fatto che le normative nazionali in materia di chiusura obbligatoria dei negozi sono in via di principio compatibili con il diritto comunitario, e si chiede solo se quest' ultimo consenta che le misure di applicazione basate su tali normative impongano a categorie specifiche di commercianti obblighi più onerosi che ad altre. Unitamente alla Commissione ritengo che non occorra confrontare col diritto comunitario tutta la normativa relativa alla chiusura dei negozi, ivi compresa la legge sulla quale sono basate le misure di esecuzione.  In sostanza, la domanda pregiudiziale solleva due problemi. Da un lato, il Gerechtshof intende accertare se il diritto comunitario, ed in particolare gli artt. 30-36 del Trattato CEE, si opponga ad una normativa che prevede una chiusura obbligatoria dei negozi e che opera, in tale ambito, una distinzione tra varie categorie di operatori economici (questione 1). In pratica, così come risulterà per il seguito, tale questione riguarda un tipo ben determinato di prodotti, cioè i prodotti del tabacco, la cui immissione in vendita è più limitata per le stazioni di servizio che appartengono ad una determinata categoria rispetto ad altre (questione 2), mentre è proprio questa categoria di stazioni di servizio che dipende maggiormente, in termini di redditività, dalla vendita di prodotti diversi dal carburante (questione 3). D' altra parte esso si pone la questione se il diritto comunitario, ed in particolare il combinato disposto dell' art. 86 e degli artt. 3, lett. g), e 5 del Trattato CEE, si opponga ad una disciplina di chiusura dei negozi che operi le distinzioni soprammenzionate, in particolare quando si esamina questa disciplina relativamente ad una regolamentazione pubblica in materia di concessione di licenze per le stazioni di servizio che accorderebbe un vantaggio concorrenziale a compagnie petrolifere che detengono una rilevante quota di mercato (questione 4).  Nel seguito delle presenti conclusioni, esaminerò separatamente queste due questioni, dopo aver descritto il più dettagliatamente possibile, alla luce delle osservazioni scritte presentate dalle parti, le discipline nazionali di cui trattasi.  1. Descrizione delle normative nazionali menzionate nella questione pregiudiziale  1.1. La Winkelsluitingswet e i suoi decreti di attuazione  5. L' art. 2, n. 1, della Winkelsluitingswet vieta di aprire al pubblico un negozio (3):  "a) se non vi è, ad ogni entrata pubblica del negozio, alcun avviso che indichi le ore di apertura; tale avviso deve essere apposto in modo da essere facilmente leggibile dall' esterno e dev' essere stato legalizzato dal consiglio comunale o in suo nome;  b) al di fuori delle ore di apertura indicate (...)".  L' art. 3, n. 2, della Winkelsluitingswet, che riproduco qui nella versione vigente al momento dei fatti di cui è causa (4), aggiunge a tal riguardo quanto segue:  "Inoltre, l' avviso non può essere legalizzato se le ore di apertura che sono menzionate prevedono che il negozio di cui trattasi è accessibile al pubblico:  a) la domenica;  b) i giorni lavorativi prima delle 5;  c) il sabato dopo le 17;  d) gli altri giorni lavorativi dopo le 18;  e) più di 52 ore per settimana".  6. Ne deriva che la Winkelsluitingswet limita in tre maniere le ore di apertura dei negozi nei Paesi Bassi: è fissato un numero massimo di ore di apertura per settimana (52 ore al momento dei fatti), vi sono dei limiti per giorno della settimana, all' interno dei quali devono collocarsi le ore di apertura (al momento dei fatti: tra le 5 e le 18 nei giorni lavorativi e tra le 5 e le 17 il sabato), e vi è una chiusura obbligatoria la domenica. Malgrado queste restrizioni, la Winkelsluitingswet lascia una certa libertà ai commercianti, poiché questi decidono circa il modo in cui ripartiscono, sui periodi di apertura autorizzati per giorno della settimana, il numero massimo di ore di apertura per settimana. Al fine di evitare che questa libertà porti al mancato rispetto delle restrizioni sopra descritte, l' art. 2, n. 1, lett. a), della Winkelsluitingswet obbliga i commercianti ad apporre, ad ogni entrata pubblica, un avviso legalizzato che indichi le ore di apertura.  7. Due decreti adottati sulla base della Winkelsluitingswet contengono deroghe alla normativa generale. Il decreto 14 dicembre 1976 (5), che prevede possibilità di deroga individuale (6), non è pertinente nella fattispecie. E' per contro pertinente il decreto 6 dicembre 1977 "recante applicazione dell' art. 11 della Winkelsluitingswet del 1976". In forza di questo art. 11, una deroga ai divieti previsti nella Winkelsluitingswet può essere concessa per il tramite di una "disposizione regolamentare". Il decreto 6 dicembre 1977, che è una disposizione regolamentare ai sensi della legge, concede in particolare tali deroghe ai musei, alle farmacie e ai negozi che vendono giornali e periodici ad esempio nelle stazioni, negli aeroporti o negli ospedali. Ai sensi dell' art. 2 del decreto, essi possono in via di principio vendere, 24 ore su 24, una gamma di prodotti, limitata o meno (7). Al fine di favorire il trasporto su strada, è stata prevista anche una deroga sottoposta a condizione a favore delle stazioni di servizio, in conformità delle modalità che saranno esaminate qui di seguito.  8. L' art. 3, n. 1, del decreto 6 dicembre 1977, come modificato dal decreto 13 dicembre 1988 (8), stabilisce:  "I divieti previsti all' art. 2, n. 1, della legge non si applicano ad un negozio di una stazione di servizio situata al di fuori di qualsiasi agglomerato, ai sensi dell' art. 8 della Wegenverkeerswet (legge sulla circolazione stradale, Staatsblad, 1953, pag. 554), lungo un' autostrada o una superstrada ai sensi del capitolo II, n. 10, del Reglement verkeersregels en verkeerstekens (regolamento sulle norme di circolazione e sulla segnaletica stradale, Staatsblad, 1966, pag. 181), quando, in detto negozio, non sono messe in vendita, vendute o fornite merci diverse da:  a) carburanti e lubrificanti per autoveicoli o battelli;  b) forniture destinate all' uso, alla pulizia o alle riparazioni urgenti di autoveicoli o battelli nonché loro accessori;  c) articoli destinati all' igiene corporale, alimenti per uno spuntino, gelati, bibite non alcoliche, tabacco, articoli per fumatori, in quanto si abbia l' abitudine di consumare questi articoli in viaggio" (9).  In forza di questa disposizione le stazioni di servizio situate lungo un' autostrada o una superstrada e al di fuori di ogni agglomerato (10) nonché i negozi collegati a queste stazioni possono essere aperti giorno e notte e vendere taluni articoli "collegati alla strada", come la benzina e gli articoli per fumatori. Per contro, per i prodotti "non collegati alla strada", la normativa generale rimane applicabile: essi possono essere venduti solo entro un numero limitato di ore di apertura, che devono inoltre essere indicate ad ogni entrata pubblica dei negozi. Al di fuori delle ore di apertura indicate, questi prodotti non collegati alla strada devono essere conservati in un armadio che può essere chiuso.  9. L' art. 3, n. 2, del decreto 6 dicembre 1977, anch' esso modificato dal decreto 13 dicembre 1988, contiene la disciplina che si applica a tutte le altre stazioni di servizio. Essa è formulata in maniera esattamente identica alla disciplina che figura al n. 1, con la riserva tuttavia che al punto c) è previsto che il tabacco e gli articoli per fumatori possono essere venduti al di fuori delle ore normali di apertura solo "mediante un distributore automatico".  Per giustificare questa differenza ° certo molto limitata ° tra le stazioni di servizio che sono situate al di fuori di ogni agglomerato lungo autostrade o superstrade e quelle che non lo sono, il preambolo del decreto 13 dicembre 1988 indica che la concessione di una deroga illimitata a tutte le stazioni di servizio per la vendita di prodotti del tabacco "comporterebbe distorsioni di concorrenza rispetto al commercio al dettaglio del tabacco". Nelle sue osservazioni scritte il governo olandese ha chiarito questo punto nel modo seguente:  "L' organizzazione del settore dei venditori al dettaglio dei prodotti del tabacco ritiene che la vendita di tabacco e di prodotti del tabacco nelle stazioni di servizio crei una distorsione della concorrenza negli agglomerati, ma non lungo le strade principali. Il mantenimento della situazione precedente (11), cioè la vendita mediante distributori automatici, non crea problemi per il settore. Per le stazioni situate lungo la rete delle strade principali, queste obiezioni non si applicavano. Ne deriva che la vendita di tabacco e di prodotti del tabacco non è vietata in alcuna stazione di servizio, ma sono solo disciplinate le modalità di tale vendita".  1.2. La normativa olandese in materia di concessione di licenze per l' esercizio di stazioni di servizio  10. Dal 1972 i titolari di licenze di stazioni di servizio situate lungo strade nazionali (12) sono designati dal ministro olandese degli Affari economici, e ciò su proposta di una commissione detta "delle stazioni di servizio situate lungo le strade nazionali" (13) (14). Dopo la concessione della licenza, lo Stato conclude con il titolare un contratto di diritto privato relativo all' uso del terreno che gli appartiene sul quale la stazione di servizio dev' essere costruita.  Oltre al titolare di licenza, il ministro degli Affari economici designa anche, per ogni stazione di servizio da aprire, un gestore indipendente che gestirà la stazione. Inoltre, il titolare di licenza e il gestore devono concludere un contratto denominato "contratto tipo di esercizio" (15), nel quale si stipula che il gestore che vende un quantitativo di carburante maggiore di quanto determinato precedentemente pagherà per questo un' indennità al titolare della licenza (16). Le entrate provenienti dalla vendita nel negozio non rientrano ad alcun titolo in tale contratto tipo di esercizio.  11. Inoltre, dalle Regels ten aanzien van de uitgifte en exploitatie van benzinestations langs Rijkswegen (norme che disciplinano la concessione e l' esercizio di stazioni di servizio lungo le strade nazionali), in vigore nei Paesi Bassi dal 26 giugno 1972, risulta che, ai fini della concessione di licenze relative alle stazioni di servizio situate lungo le strade nazionali, si tiene conto delle quote di mercato di coloro che chiedono queste licenze. A tal riguardo, i nn. 2 e 5 delle Regels stabiliscono in particolare:  "(2) Possono ottenere una licenza di esercizio di stazioni di servizio situate lungo strade nazionali le compagnie petrolifere, stabilite nei Paesi Bassi, che soddisfano le seguenti condizioni:  ° detenere una quota nel mercato olandese della benzina (quota di mercato) di almeno l' 1%;  ° disporre di una rete di distribuzione nazionale;  ° essere sicure di una sufficiente continuità nell' approvvigionamento di prodotti necessari.  Per la determinazione della quota di mercato si calcola la percentuale corrispondente alla quantità di benzina (normale e super) venduta nei Paesi Bassi nel corso dell' anno immediatamente precedente da una compagnia con la sua propria marca in stazioni di servizio liberamente accessibili al pubblico rispetto alla quantità totale di benzina venduta nei Paesi Bassi nel corso di questo stesso anno.  (5) Quando dei luoghi di installazione per stazioni di servizio sono disponibili al fine dell' attribuzione, la commissione 'Benzinestations langs Rijkswegen' (stazioni di servizio situate lungo le strade nazionali) riceve un parere dal ministro degli Affari economici. Il compito della commissione consiste nel consigliare il ministro degli Affari economici per quanto riguarda la ripartizione dei luoghi di installazione disponibili tra le società partecipanti. Questa ripartizione tra le società partecipanti si opera tenendo conto delle quote di mercato determinate in conformità al n. 2 delle presenti regole. Il presidente della commissione 'Benzinestations langs Rijkswegen' può intervenire in qualità di mediatore sia nella determinazione delle quote di mercato della società partecipante sia nella valutazione del fatturato prevedibile delle stazioni di servizio da ripartire" (il corsivo è mio).  Da questa citazione risulta anche che, per la determinazione delle quote di mercato, si tiene unicamente conto della vendita di carburanti, e non di quella di altri prodotti venduti eventualmente nei negozi.  12. Le province dei Paesi Bassi decidono circa la concessione di licenze per le stazioni di servizio situate lungo strade diverse da quelle nazionali. Per queste stazioni di servizio, i rapporti tra il titolare della licenza e il gestore sono disciplinati su base contrattuale, senza intervento dei pubblici poteri.  2. Sulla portata degli artt. 30-36 del Trattato CEE relativamente alle misure nazionali che disciplinano gli orari di apertura dei negozi  2.1. La giurisprudenza della Corte in materia di misure nazionali "senza distinzione" prima della sentenza Keck e Mithouard  13. In passato la Corte si è pronunciata ripetutamente sulla compatibilità con gli artt. 30 e 36 del Trattato CEE di misure nazionali che disciplinano gli orari di apertura dei negozi. Essa ha in particolare esaminato, in tale ambito, l' art. 47 dello Shops Act 1950 britannico, che stabilisce che i negozi devono essere chiusi al pubblico la domenica. Nella sentenza 23 novembre 1989, Torfaen, la Corte si è pronunciata nel modo seguente:  "L' art. 30 del Trattato va interpretato nel senso che il divieto da esso sancito non si applica ad una normativa nazionale che vieti l' apertura domenicale agli esercizi commerciali al minuto, qualora gli effetti restrittivi sugli scambi comunitari che ne possono eventualmente risultare non eccedano il contesto degli effetti caratteristici di una normativa di tal genere" (il corsivo è mio) (17).  Questa sentenza è stata interpretata in maniera diversa in un certo numero di Stati membri, il che ha dato luogo a nuove questioni pregiudiziali. In alcune sentenze pronunciate il 16 dicembre 1992 (18), la Corte ha confermato la sua sentenza Torfaen, non riprendendo tuttavia il punto sopra in corsivo. Essa si è pronunciata in tal senso dopo aver constatato che le varie normative nazionali relative alla chiusura domenicale dei negozi non avevano per oggetto di disciplinare gli scambi e che esse non rendevano lo smercio dei prodotti provenienti da altri Stati membri più difficile di quello dei prodotti nazionali (19). La Corte ha proseguito in questi termini:  "Inoltre (...) la Corte ha riconosciuto che le normative di cui trattasi perseguivano un fine giustificato relativamente al diritto comunitario. Infatti, le normative nazionali che limitavano l' apertura dei negozi la domenica costituiscono l' espressione di talune scelte, relative alle particolarità socio-culturali nazionali o regionali. Spetta agli Stati membri effettuare queste scelte nel rispetto delle esigenze derivanti dal diritto comunitario, e in particolare dal principio di proporzionalità" (20).  14. Il presente caso si differenzia dalle cause soprammenzionate, in quanto riguarda non un obbligo di chiusura domenicale ° le violazioni che hanno dato luogo ai procedimenti penali sono state del resto accertate un giorno della settimana °, ma il modo in cui una disciplina generale di chiusura dei negozi viene applicata ad una determinata categoria di operatori economici.  Tuttavia, questo non è il motivo principale per cui la giurisprudenza menzionata non può essere puramente e semplicemente applicata alla fattispecie. Tale motivo risiede nella sentenza Keck e Mithouard del 24 novembre 1993 (21), nella quale la Corte ha in parte riesaminato la sua giurisprudenza sulla portata dell' art. 30 del Trattato CEE. A causa del carattere ancora incerto della portata dell' inversione in tal modo operata, assoggetterò, nel seguito delle presenti conclusioni, la sentenza ad un esame più approfondito. Tuttavia, intendo innanzi tutto richiamare, come punto di partenza, la giurisprudenza precedente della Corte.  15. Dalla sentenza 11 luglio 1974, Dassonville, la Corte ha sempre dichiarato che non solo misure nazionali discriminatorie, ma anche misure non discriminatorie, potevano costituire "misure di effetto equivalente ad una restrizione quantitativa all' importazione" ai sensi dell' art. 30 del Trattato. A tal fine è necessario che esse "possano ostacolare direttamente o indirettamente, in atto o in potenza, gli scambi intracomunitari" (22). Per misure nazionali discriminatorie intendo misure che si applicano solo alle importazioni o che trattano i prodotti importati diversamente dai prodotti nazionali. Per contro, le misure nazionali non discriminatorie sono quelle che si applicano indistintamente alle merci nazionali e a quelle importate da altri Stati membri. Nel seguito delle presenti conclusioni, le designerò con l' espressione "misure senza distinzione" (23).  Misure discriminatorie possono essere giustificate solo sulla base di uno dei motivi di giustificazione di cui all' art. 36 del Trattato CEE. In mancanza di un' armonizzazione della normativa a livello europeo, misure senza distinzione possono anche essere giustificate da "esigenze imperative". Nella sentenza 20 febbraio 1979, detta "Cassis de Dijon", Rewe-Zentral, tale principio è stato espresso nel modo seguente:  "gli ostacoli per la circolazione intracomunitaria derivanti da disparità delle legislazioni nazionali relative al commercio dei prodotti di cui trattasi vanno accettati qualora tali prescrizioni possano ammettersi come necessarie per rispondere ad esigenze imperative attinenti, in particolare, all' efficacia dei controlli fiscali, alla protezione della salute pubblica, alla lealtà dei negozi commerciali e alla difesa dei consumatori" (24).  16. Le misure nazionali senza distinzione alle quali la Corte ha applicato l' art. 30 del Trattato CEE nella sentenza detta "Cassis de Dijon" e, a seguito di quest' ultima, in numerose sentenze successive (25) riguardano le condizioni di produzione o di distribuzione alle quali, secondo l' espressione utilizzata nella sentenza Keck e Mithouard, "devono rispondere queste merci (quali quelle che riguardano la denominazione, la forma, le dimensioni, il peso, la composizione, la presentazione, l' etichettatura, il confezionamento)" (26). Queste prescrizioni, che indicherò, nel seguito delle presenti conclusioni, con l' espressione "prescrizioni relative ai prodotti", riguardano in altri termini le caratteristiche intrinseche o estrinseche dei prodotti.  Tuttavia, nella causa Keck e Mithouard stessa, la Corte non doveva pronunciarsi su una tale prescrizione relativa ai prodotti. Si trattava, in tale causa, di un' altra categoria di misure nazionali senza distinzione, e più precisamente della categoria delle misure che vietano o limitano un metodo determinato di promozione delle vendite. A proposito di questa categoria di misure e di quelle, equiparate a queste misure nella sua giurisprudenza, che vietano o limitano talune forme di pubblicità, la Corte, a decorrere dalla sentenza Oosthoek del 15 dicembre 1982 ° pronunciata a proposito di una normativa olandese che vietava l' offerta di libri in premio agli acquirenti di enciclopedie °, si era pronunciata nel modo seguente:  "Una normativa che limiti o vieti determinate forme di pubblicità e determinati mezzi di promozione delle vendite può essere idonea, pur non condizionando direttamente le importazioni, a restringere il volume delle stesse incidendo sulla possibilità di distribuzione dei prodotti importati. Non si può escludere che il fatto che l' operatore interessato sia costretto ad adottare diversi sistemi di pubblicità o di promozione delle vendite a seconda degli Stati membri in cui svolge la sua attività, o a rinunciare ad un sistema da lui ritenuto particolarmente efficace, può costituire un ostacolo per le importazioni, anche qualora detta normativa si applichi indistintamente ai prodotti nazionali ed a quelli importati" (27).  In altri termini si tratta nella fattispecie di misure nazionali che si riferiscono a metodi di promozione delle vendite e a forme di pubblicità (28).  17. Oltre a queste due categorie, cioè le prescrizioni relative ai prodotti e quelle relative alla promozione delle vendite e alla pubblicità ° le due sole di cui trattasi nella sentenza Keck e Mithouard °, molte altre categorie di misure nazionali senza distinzione sono state ancora assoggettate, nell' abbondante giurisprudenza della Corte, ad un controllo sulla base dell' art. 30 del Trattato CEE. Si tratta in particolare di misure che ° sempre senza operare una distinzione tra i prodotti nazionali e quelli importati ° vietano totalmente (29) la vendita o la commercializzazione (30) di prodotti, oppure le vietano in mancanza di registrazione (31), in mancanza di omologazione (32) o al di là di un determinato quantitativo (33), o riguardano le circostanze locali o temporali in cui si effettua la vendita o la commercializzazione (34), la qualità delle parti implicate nella transazione, dal lato dell' offerta o della domanda (35), o il livello del prezzo (36).  Non ho l' intenzione di esaminare, nelle presenti conclusioni, gli effetti dell' art. 30 su ciascuna di queste categorie di misure nazionali senza distinzione (che non ho neanche elencato in maniera esauriente e che non si possono limitare in maniera precisa) dopo la sentenza Keck e Mithouard (v. tuttavia il paragrafo 27, qui di seguito). Suppongo che la Corte dovrà affrontare questo problema in sentenze successive. Nella fattispecie occorre solo esaminare l' incidenza della sentenza sulla valutazione delle misure di cui trattasi nella presente causa, che sono misure relative al momento della vendita e al modo in cui essa avviene. Mi sembra tuttavia utile, in via preliminare, collocare in un contesto un po' più ampio la portata della sentenza Keck e Mithouard, nonché l' inversione operata da tale sentenza.  2.2. La portata della sentenza Keck e Mithouard  18. Nella causa Keck e Mithouard, la Corte doveva pronunciarsi sull' interpretazione dell' art. 30 del Trattato CEE relativamente ad una legge francese che vieta la rivendita sotto costo. Si trattava quindi di una normativa che vietava un dato metodo di promozione delle vendite. Nella sua sentenza, la Corte non dice che essa intende discostarsi dalla definizione della nozione di "misura di effetto equivalente" data nella sentenza Dassonville, ma al contrario. Tuttavia, essa applica tale definizione in maniera integrale solo alle prescrizioni relative al prodotto, per chiedersi poi in quale misura essa si applichi alle "disposizioni nazionali che limitano o vietano talune modalità di vendita".  Dopo aver rilevato al punto 13:  "E' pur vero che una siffatta normativa, laddove impedisce agli operatori di avvalersi di un metodo di promozione commerciale, è atta a restringere il volume delle vendite e, conseguentemente, il volume delle vendite dei prodotti provenienti da altri Stati membri. Ci si deve tuttavia domandare se tale eventualità sia sufficiente per qualificare la normativa di cui trattasi come misura di effetto equivalente ad una restrizione quantitativa all' importazione".  La Corte dichiara quanto segue al punto 16:  "Peraltro, si deve ritenere, contrariamente a quanto sino ad ora statuito, che non può costituire ostacolo diretto o indiretto, in atto o in potenza, agli scambi commerciali tra gli Stati membri ai sensi della giurisprudenza Dassonville (...) l' assoggettamento di prodotti provenienti da altri Stati membri a disposizioni nazionali che limitino o vietino talune modalità di vendita, sempreché tali disposizioni valgano nei confronti di tutti gli operatori interessati che svolgano la propria attività sul territorio nazionale e sempreché incidano in egual misura, tanto sotto il profilo giuridico quanto sotto quello sostanziale, sullo smercio dei prodotti sia nazionali sia provenienti da altri Stati membri" (37) (il corsivo è mio).  E prosegue al punto 17:  "Infatti, ove tali requisiti siano soddisfatti, l' applicazione di normative di tal genere alla vendita di prodotti provenienti da un altro Stato membro e rispondenti alle norme stabilite da tale Stato non costituisce elemento atto ad impedire l' accesso di tali prodotti al mercato o ad ostacolarlo in misura maggiore rispetto all' ostacolo rappresentato per i prodotti nazionali. Normative siffatte esulano quindi dalla sfera di applicazione dell' art. 30 del Trattato".  19. Preciso innanzi tutto che questa decisione non pregiudica il principio secondo cui le misure nazionali che operano una discriminazione nei confronti di prodotti provenienti da altri Stati membri rispetto ai prodotti nazionali possono essere giustificate solo sulla base dei motivi elencati all' art. 36 del Trattato CEE. Essa non pregiudica nemmeno la regola derivante dalla sentenza Dassonville, secondo cui le misure nazionali senza distinzione che non possono ostacolare, direttamente o indirettamente, in atto o in potenza il commercio intracomunitario non rientrano affatto nell' art. 30 del Trattato CEE (38). Inoltre, la sentenza non apporta alcuna modifica per quanto riguarda le prescrizioni relative ai prodotti che si applicano senza distinzione ai prodotti nazionali e a quelli importati. Queste prescrizioni rientrano in via di principio nel divieto di cui all' art. 30 del Trattato CEE, come interpretato nella giurisprudenza Dassonville e nella giurisprudenza Cassis de Dijon, a meno che, in mancanza di un' armonizzazione a livello europeo, esse possono essere giustificate sulla base di un' "esigenza imperativa" riconosciuta dal diritto comunitario e siano proporzionate, cioè che non vadano al di là di quanto è necessario per soddisfare una tale esigenza.  E' tuttavia nuovo il fatto che le misure nazionali che limitano o vietano taluni metodi di vendita o di commercializzazione ° o in senso più ampio talune modalità di vendita o di commercializzazione (39) ° non rientrino nella giurisprudenza Dassonville e non rientrano quindi nel divieto di cui all' art. 30, sempreché esse si applichino a tutti gli operatori economici che esercitano la loro attività sul territorio nazionale, e sempreché esse incidano in egual misura, tanto sotto il profilo giuridico quanto sotto quello sostanziale, sullo smercio dei prodotti sia nazionali sia provenienti da altri Stati membri.  20. Nella sentenza Keck e Mithouard, la Corte non dice perché il divieto di principio di cui all' art. 30 del Trattato CEE incide ormai in maniera diversa sulle prescrizioni relative ai prodotti e sulle normative che, come quella sulla quale essa doveva pronunciarsi, riguardano un metodo di promozione delle vendite. Mentre va per così dire da sé che le prime rientrano in tale divieto di principio (al quale esse possono ancora sfuggire in applicazione di una "rule of reason"), le seconde vi rientrano solo se risulta che esse non soddisfano le due condizioni introdotte dalla congiunzione "sempreché", che sono state menzionate precedentemente. Tale distinzione può essere messa in relazione con il chiarimento che figura al punto 17 della sentenza, secondo cui, quando queste condizioni sono soddisfatte, l' applicazione della normativa nazionale di cui trattasi "alla vendita di prodotti provenienti da un altro Stato membro e rispondenti alle norme stabilite da tale Stato non costituisce elemento atto ad impedire l' accesso di tali prodotti al mercato o ad ostacolarlo in misura maggiore rispetto all' ostacolo rappresentato per i prodotti nazionali" (il corsivo è mio).  In base a ciò, intendo come segue la distinzione operata dalla Corte: mentre le prescrizioni relative ai prodotti hanno per loro natura come effetto, per quanto riguarda i prodotti importati, "di impedire il loro accesso al mercato o di ostacolarlo in misura maggiore rispetto all' ostacolo rappresentato per i prodotti nazionali", tale non è invece il caso per le prescrizioni nazionali relative a metodi di promozione delle vendite. Infatti, le prescrizioni relative ai prodotti ostacolano per loro natura l' accesso al mercato dello Stato membro che adotta la disciplina poiché esse hanno come conseguenza che un prodotto lecitamente fabbricato nello Stato membro d' origine e commercializzato mediante importazione in un altro Stato membro dev' essere adattato alle prescrizioni relative ai prodotti in vigore in quest' ultimo Stato, ed hanno quindi per effetto di imporre, in violazione del principio ° sottolineato a decorrere dalla sentenza Cassis de Dijon ° del reciproco riconoscimento delle normative, che il prodotto di cui trattasi soddisfi i requisiti di due diverse legislazioni. A causa dei costi che ciò comporta, il produttore si vede imporre, all' atto dell' importazione, un onere supplementare (40), che ha quasi certamente per effetto di ostacolare l' accesso al mercato dei prodotti importati, o anche, quando queste spese sono proibitive, di renderlo impossibile. Non è così per normative che vietano o limitano i metodi di promozione delle vendite: tali normative hanno normalmente come conseguenza di imporre che i prodotti importati ai quali esse si applicano siano adattati, per quanto riguarda le loro caratteristiche intrinseche o estrinseche, ai requisiti posti dalla normativa dello Stato di importazione (il fatto di dover utilizzare metodi di vendita diversi da uno Stato membro all' altro può certo anche comportare spese supplementari, ma sicuramente ad un grado minore (41)). Ne deriva che, secondo la nuova giurisprudenza, queste disposizioni sfuggono in via di principio al divieto di cui all' art. 30 del Trattato CEE.  21. Se la Corte, nella sentenza Keck e Mithouard, basa la differenza di trattamento tra le prescrizioni relative ai prodotti (a proposito delle quali la riduzione dell' accesso è per così dire presunta) e le misure che si riferiscono ai metodi o modalità di vendita (per le quali questa riduzione non è presunta ma deve essere dimostrata) sulla rilevanza degli ostacoli che incidono sull' accesso al mercato dei prodotti importati, occorre allora interpretare anche alla luce di tale criterio le due condizioni introdotte con "sempreché", che ho menzionato precedentemente (al paragrafo 19).  Ciò significa, per quanto riguarda la prima condizione ° secondo cui la normativa di cui trattasi si deve applicare a "tutti gli operatori interessati che svolgono la propria attività sul territorio nazionale" (42) °, che questa espressione deve essere interpretata nel senso che la normativa nazionale, per sfuggire al divieto di cui all' art. 30 del Trattato CEE, non può, da nessun punto di vista, ostacolare l' accesso degli operatori economici di altri Stati membri al mercato dello Stato membro che adotta la disciplina più di quanto non ostacoli quello degli operatori nazionali. Per contro, l' art. 30 del Trattato CEE non si oppone ad un trattamento diverso di categorie di operatori economici nazionali (ad esempio di importatori e di produttori stabiliti nello Stato membro e che ivi esercitano la loro attività) (43), a condizione, quantomeno, che la normativa di cui trattasi non incida differentemente sullo smercio dei prodotti nazionali e importati (tale punto costituisce oggetto della seconda condizione). Il divieto nazionale di vendita sotto costo che ha dato luogo alla sentenza Keck e Mithouard comportava d' altra parte di per sé una tale differenziazione, poiché si applicava ai rivenditori, ma non ai produttori. Interpreto quindi la sentenza nel senso che il divieto di vendita sotto costo di cui è causa, nonostante il fatto che non si applicasse in maniera uguale ai rivenditori e ai produttori nazionali, soddisfacesse tuttavia la prima condizione poiché operava una distinzione applicabile in maniera identica agli importatori e produttori nazionali e a quelli di altri Stati membri.  22. La seconda condizione ° secondo cui la normativa esaminata deve "incidere in egual misura, tanto sotto il profilo giuridico quanto sotto quello sostanziale, sullo smercio dei prodotti sia nazionali sia provenienti da altri Stati membri" ° deve anch' essa essere interpretata alla luce del criterio dell' accesso al mercato. La sentenza formula a tal riguardo innanzi tutto due osservazioni di carattere generale. Da un lato, al punto 13, essa precisa che la circostanza che una normativa nazionale è atta a restringere il volume delle vendite e, di conseguenza, il volume delle vendite dei prodotti provenienti da altri Stati membri non è sufficiente affinché questa normativa sia qualificata come misura di effetto equivalente ad una restrizione quantitativa all' importazione. D' altra parte risulta dal punto 12 della sentenza che l' accertare se la normativa abbia o meno per oggetto di disciplinare gli scambi di merci tra gli Stati membri è per contro pertinente (44). In altri termini, normative nazionali che limitano la commercializzazione di un prodotto in generale ° e quindi anche la sua importazione ° non possono essere considerate, per questo solo motivo, nel senso che limitano l' accesso al mercato dei prodotti importati maggiormente di quello dei prodotti nazionali; per contro, vi è un' indicazione in tal senso quando la normativa ha per oggetto di disciplinare gli scambi di merci tra gli Stati membri o, in altri termini, le correnti o i canali di importazione per prodotti determinati.  23. Per quanto riguarda attualmente gli aspetti relativi al merito della seconda condizione, sorge la questione di accertare quando una normativa incida alla stessa maniera, "sotto il profilo giuridico" e "sotto quello sostanziale", sullo smercio dei prodotti nazionali e di quelli provenienti da altri Stati membri.  A mio parere, una normativa incide sullo smercio dei prodotti alla stessa maniera "sotto il profilo giuridico" quando, secondo le sue finalità e la sua formulazione, si applica allo stesso modo ai prodotti nazionali e a quelli importati ° intendo in tal senso che essa si applica in sostanza "senza distinzione" °, e che tale è anche il caso quando la si esamina in connessione con altre norme legislative (45).  Con il requisito che inoltre la normativa "incida in egual misura sotto il profilo sostanziale" sullo smercio dei prodotti, la Corte vuole senza alcun dubbio dire che in effetti, cioè sul piano delle sue conseguenze, essa non può comportare un trattamento disuguale dei prodotti nazionali e di quelli importati in materia di accesso al mercato. Ci si può tuttavia chiedere in qual modo questi effetti debbono essere esaminati. Gli effetti di una normativa nazionale in situazioni individuali sono determinanti ("si è in presenza di una situazione nella quale la normativa nazionale comporta un trattamento disuguale dei prodotti nazionali o importati, o si può immaginare una tale situazione") o al contrario ° secondo l' esempio fatto dalla giurisprudenza della Corte in materia di parità di trattamento tra uomini e donne (46) ° l' effetto globale della normativa è determinante ("la normativa nazionale è, considerata globalmente, atta a limitare l' accesso al mercato dei prodotti importati maggiormente di quello dei prodotti nazionali") (47)?  La Corte mi sembra aver optato, nelle cause Keck e Mithouard, per una valutazione globale, e quindi non per una valutazione delle situazioni individuali (che dovrebbe del resto in buona parte essere lasciata al giudice nazionale). Infatti, mentre nelle due conclusioni successive che ho presentato in queste due cause avevo sottolineato che il divieto francese della rivendita sotto costo poteva, in determinate situazioni, ostacolare l' accesso al mercato francese dei prodotti importati maggiormente di quello dei prodotti nazionali (48), nella sua sentenza la Corte ha dichiarato, senza alcun' altra precisazione, che l' art. 30 del Trattato CEE "non trova applicazione nei confronti di una normativa di uno Stato membro che vieti in via generale la rivendita sotto costo" (49). Manifestamente, la Corte era convinta che, considerata globalmente, una normativa nazionale quale quella di cui trattasi non ostacolava l' accesso al mercato dei prodotti nazionali maggiormente di quello dei prodotti importati.  24. Anche se la Corte ha effettivamente optato per un approccio globale, non è contestabile che essa si è in ciò discostata, in una certa misura, dalla formula Dassonville (alla quale essa continua tuttavia a far riferimento al punto 11 della sentenza, in quanto punto di partenza generale, e che essa ripete ancora con insistenza al punto 16). Infatti, quantomeno per quanto riguarda le "disposizioni nazionali che limitano o vietano talune modalità di vendita", non si può più presumere che ogni disposizione nazionale atta ad ostacolare, direttamente o indirettamente, in atto o in potenza il commercio intracomunitario rientri nel campo di applicazione dell' art. 30 del Trattato CEE (50).  Sorge allora la questione intesa ad accertare in quale misura, nella sentenza Keck e Mithouard, la Corte si è discostata dal criterio Dassonville per le prescrizioni diverse da quelle relative ai prodotti, e più precisamente se la Corte abbia voluto riportare il divieto di cui all' art. 30 ad un divieto di discriminazione (inteso in senso ampio) (51). Non è possibile risolvere con certezza tale questione: da un lato la Corte menziona due volte la formula Dassonville, dall' altro, essa sembra tuttavia equiparare questa formula, per quanto riguarda la disposizione nazionale di cui trattasi nella sentenza, ad un divieto di discriminazione ratione personae (per quanto riguarda la qualità degli operatori economici) o ratione materiae (per quanto riguarda lo smercio dei prodotti). La questione forse non è molto importante, poiché ° in quanto mi è stato possibile prendere in considerazione l' insieme della giurisprudenza ° sia tra le prescrizioni vigenti "senza distinzione" relative ai prodotti sia tra quelle che non riguardano questi ultimi la maggior parte ° se non la totalità ° delle misure esaminate nella giurisprudenza della Corte conteneva l' una o l' altra forma di "discriminazione di fatto", quantomeno se si intende con ciò ogni onere supplementare che la misura esaminata impone in caso di importazione di prodotti provenienti da altri Stati membri (52). Tuttavia non è possibile escludere a priori che talune normative, benché non discriminatorie nel senso ampio, che ho appena menzionato, possono malgrado tutto essere in grado, considerate globalmente, di ostacolare in un altro modo, in atto o in potenza, il commercio tra Stati membri (53). Per maggiore certezza (54), esaminerò pertanto anche, nel seguito delle presenti conclusioni, la questione se la normativa nazionale controversa, sempre considerata globalmente, sia discriminatoria sotto il profilo giuridico o sotto quello sostanziale, o ostacoli in un' altra maniera il commercio intracomunitario (55).  2.3. Applicabilità della giurisprudenza Keck e Mithouard alle normative senza distinzione in materia di chiusura dei negozi (e alle altre normative nazionali senza distinzione)  25. Alla luce della portata, sopra definita, della sentenza Keck e Mithouard, ci si può chiedere adesso se disposizioni nazionali diverse dalle misure relative ai metodi di promozione delle vendite rientrino nelle nuove regole enunciate nella sentenza. Tale questione è stata nel frattempo risolta per quanto riguarda le normative relative alle forme di pubblicità: infatti nella sentenza 15 dicembre 1993, pronunciata nella causa Huenermund, la Corte ha ripreso mutatis mutandis i punti 13 nonché 16 e 17 della sentenza Keck e Mithouard, soprammenzionata (al paragrafo 18 delle presenti conclusioni). Essa l' ha fatto a proposito di una normativa che ha descritto nei termini seguenti:  "Occorre constatare poi che una regola deontologica, fissata da un ordine professionale, che vieta ai farmacisti di fare pubblicità, al di fuori della farmacia, per i prodotti farmaceutici non ha per oggetto di disciplinare gli scambi di merci tra Stati membri. Per il resto, occorre rilevare che questo divieto non incide sulla possibilità per gli operatori economici diversi dai farmacisti di fare pubblicità per questi prodotti" (56).  La Corte è così ritornata sulla decisione che aveva emesso il 18 maggio 1993 nella causa C-126/91, Yves Rocher, e che era ancora interamente in linea con la giurisprudenza Oosthoek (v. sopra paragrafo 16) (57).  26. Occorre anche applicare il ragionamento seguito dalla Corte nelle sentenze Keck e Mithouard e Huenermund ad una normativa nazionale quale la Winkelsluitingswet di cui ci occupiamo nella fattispecie? In caso di soluzione affermativa, una tale normativa nazionale non rientrerebbe nel campo di applicazione dell' art. 30 del Trattato CEE, ammesso che soddisfi le condizioni enunciate nella sentenza Keck e Mithouard, che ho sopra esaminato. In tal caso, contrariamente a quanto la Corte ha fatto finora, in particolare nelle cause di chiusura domenicale (58), non occorrerebbe più chiedersi se tale normativa sia giustificata in base ad un' esigenza imperativa ed al principio di proporzionalità, quale applicato ad una tale esigenza.  La normativa nazionale di cui trattasi nella fattispecie appartiene alla categoria delle misure che si riferiscono alle circostanze di tempo e di luogo in cui le merci di cui trattasi possono essere vendute ai consumatori, nonché alla maniera in cui esse possono essere vendute. In altri termini, esse riguardano modalità di vendita ai sensi della sentenza Keck e Mithouard. Infatti, risulta dalla descrizione che ne abbiamo fatto (v. paragrafi 5-9 sopra) che questa normativa di chiusura dei negozi vieta a talune categorie di dettaglianti di offrire in vendita, durante determinate ore, un assortimento più o meno limitato di prodotti, o di farlo nella maniera che sembra loro la più vantaggiosa (obbligandoli a vendere mediante un distributore automatico).  27. Ritengo che una tale normativa rientri senz' altro nella nuova giurisprudenza. Infatti, la normativa non contiene prescrizioni relative alle caratteristiche intrinseche o estrinseche dei prodotti di cui trattasi e non comporta di conseguenza spese supplementari di produzione o di distribuzione in caso di esportazione, verso lo Stato membro che adotta la disciplina, di un prodotto proveniente dallo Stato membro in cui è stato lecitamente fabbricato e commercializzato. Di conseguenza, una normativa quale quella di cui ci occupiamo potrebbe essere qualificata come misura di effetto equivalente ai sensi dell' art. 30 solo se non soddisfacesse le due condizioni enunciate nella sentenza Keck e Mithouard e, come ho indicato sopra (paragrafo 24), se non si possono nemmeno far valere altre circostanze da cui risulterebbe che la normativa, considerata globalmente, ostacola il commercio intracomunitario.  Vorrei aggiungere inoltre che, a mio parere, quanto precede porta a concludere nel senso che tutte le altre misure nazionali senza distinzione rientrano anch' esse, in via di principio, nella nuova giurisprudenza Keck e Mithouard, in quanto, contrariamente alle prescrizioni relative ai prodotti, esse non rendono necessario un adeguamento delle caratteristiche intrinseche o estrinseche dei prodotti importati. Tale è più precisamente il caso di una misura quale quella di cui trattasi nella sentenza Cinéthèque dell' 11 luglio 1985 (59), della quale si ammette che è stata all' origine di un' applicazione in senso più ampio del criterio Dassonville, che va al di là della nozione di discriminazione, e che ha, più precisamente, fatto rientrare anch' essa in tale criterio i divieti di commercializzazione (applicabili senza distinzione) (60).  28. Al fine di sfuggire definitivamente al campo di applicazione dell' art. 30 del Trattato CEE, la normativa controversa deve quindi in ogni caso applicarsi a tutti i partecipanti al mercato che esercitano la loro attività sul territorio nazionale, ed incidere allo stesso modo, tanto sotto il profilo giuridico quanto sotto quello sostanziale, sullo smercio dei prodotti nazionali e di quelli provenienti da altri Stati membri.  Mi sembra che tale sia il caso. Per quanto riguarda la prima condizione, mi sembra che una normativa nazionale quale quella di cui ci occupiamo non operi alcuna distinzione tra gli operatori economici dello Stato membro interessato e quelli di altri Stati membri, nel senso che a questi ultimi non verrebbe assicurato un uguale accesso al mercato nazionale. Per quanto riguarda la seconda condizione, non sembra affatto che una tale normativa ° che non ha del resto per oggetto di disciplinare le correnti commerciali intracomunitarie °, considerata globalmente, inciderebbe in una maniera diversa, "sotto il profilo giuridico" o "sotto il profilo sostanziale", sullo smercio dei prodotti provenienti da altri Stati membri, il che avrebbe per effetto di impedire o di ostacolare, in confronto con quello dei prodotti nazionali, l' accesso di questi prodotti al mercato nazionale. Come la Corte indica esplicitamente nella sentenza Keck e Mithouard, è insufficiente a tal fine l' eventualità che la normativa possa restringere il volume delle vendite dei prodotti in generale, e quindi anche, di conseguenza, quello dei prodotti provenienti da altri Stati membri (v. sopra il paragrafo 22). Infine, non vedo nemmeno quali altre circostanze potrebbero portare a ritenere la normativa come una misura di effetto equivalente. Né il fatto, menzionato nella terza questione pregiudiziale, che la redditività di una categoria di stazioni di servizio dipenderebbe (sensibilmente) dalla vendita di prodotti diversi dai carburanti meno che la redditività di altre categorie di stazioni di servizio, né il rapporto, menzionato nella quarta questione pregiudiziale, con la normativa in materia di concessione di licenze per le stazioni di servizio, che sarà esaminata qui di seguito, mi sembrano costituire circostanze da cui risulti che la normativa, considerata globalmente, ostacoli il commercio intracomunitario.29. Dato quanto precede, concludo nel senso che l' art. 30 del Trattato CEE dev' essere interpretato nel senso che esso non si applica ad una normativa nazionale in materia di chiusura dei negozi che, come quella di cui trattasi, si applica allo stesso modo a tutti gli operatori economici (ivi compresi quelli di altri Stati membri) che esercitano attività sul territorio nazionale, che incide allo stesso modo sia sotto il profilo giuridico sia sotto quello sostanziale sullo smercio dei prodotti nazionali e provenienti da altri Stati membri e che, considerata globalmente, non ostacola nemmeno in un altro modo il commercio intracomunitario.  3. Sulla compatibilità dell' applicazione differenziata di una normativa nazionale in materia di chiusura dei negozi con gli artt. 3, lett. g), 5 e 86 (o 85) del Trattato CEE  30. La normativa dei Paesi Bassi sulla chiusura dei negozi prevede deroghe a favore di talune categorie di commercianti (v. sopra paragrafi 5 e seguenti) il che comporta che essa non impone a tutti i commercianti restrizioni ugualmente severe in materia di chiusura o di assortimento di vendita. Il Gerechtshof chiede che la Corte gli indichi se una tale applicazione differenziata sia compatibile col diritto comunitario.  Il riferimento, fatto nella prima questione pregiudiziale, all' art. 86 unitamente agli artt. 3, lett. g), e 5 del Trattato CEE sembra essere stato ispirato dall' affermazione di 't Heukske e Boermans, secondo cui la Winkelsluitingswet offrirebbe, tuttavia, alle stazioni di servizio il cui fatturato ed i benefici dipendono meno dalla vendita di prodotti diversi dai carburanti ° cioè quelli che sono situati al di fuori degli agglomerati, lungo le autostrade e le superstrade ° più ampie possibilità di offrire in vendita questi altri prodotti. Infatti, solo queste stazioni di servizio possono vendere al banco il tabacco e gli articoli per fumatori al di fuori delle ore di apertura normali. Le altre stazioni di servizio possono vendere tale merce al di fuori degli orari di apertura normali solo mediante un distributore automatico, e ciò mentre, secondo quanto sembra risultare dai dati numerici presentati da 't Heukske e Boermans (61), proprio esse sono più dipendenti, per il loro fatturato e il loro utile, dalla vendita di prodotti diversi dai carburanti.  31. In relazione a ciò, 't Heukske e Boermans lasciano intendere che la normativa dei Paesi Bassi in materia di concessione di licenze di esercizio di stazioni di servizio lungo strade nazionali (v. sopra paragrafi 10-12) facilita abusi di una posizione dominante (collettiva) o di intese, che le grandi compagnie petrolifere concludono nell' ambito della commissione "Benzinestations langs Rijkswegen". Queste compagnie si ripartiscono i luoghi di installazione delle stazioni di servizio lungo le strade nazionali e fanno poi confermare questa ripartizione dal ministro degli Affari economici.  A mio parere la Corte non può accogliere tale tesi. Nella fattispecie, è la normativa olandese in materia di chiusura obbligatoria dei negozi che è in causa, e la normativa in materia di concessione di licenze per le stazioni di servizio interviene solo in subordine, senza che il Gerechtshof abbia esso stesso fornito alla Corte dati di fatto o di diritto ° ho dedotto i dati soprammenzionati (ai paragrafi 10-12 e nel presente paragrafo) dalle osservazioni presentate dalle parti dinanzi alla Corte ° al fine di consentire ad essa di pronunciarsi sulla compatibilità di tale normativa con gli artt. 3, lett. g), 5 e 86 (o 85, quest' ultimo articolo non è stato poi nemmeno menzionato dal giudice nazionale).  32. Rimane la questione se una normativa sulla chiusura dei negozi che impone a talune categorie di operatori economici restrizioni maggiori rispetto ad altre sia compatibile con il diritto comunitario della concorrenza. In tutta una serie di sentenze (62) ° più recentemente nelle sentenze Meng, Reiff e Ohra, pronunciate il 17 novembre 1993 (63) °, la Corte ha indicato i criteri in base ai quali occorre risolvere tale questione.  Secondo la Corte, gli artt. 85 e 86 del Trattato CEE riguardano di per se stessi solo il comportamento delle imprese e non le misure legislative e amministrative adottate dagli Stati membri. Tuttavia, la Corte deduce dal combinato disposto degli artt. 85 e 86 e degli artt. 3, lett. g), e 5 del Trattato CEE che gli Stati membri non possono adottare o mantenere in vigore misure, anche di natura legislativa o regolamentare, che possono eliminare l' effetto utile delle norme di concorrenza che si applicano alle imprese. A tal riguardo la Corte ha già dichiarato quanto segue nella sentenza INNO, pronunciata il 16 novembre 1977:  "da un lato il sistema del mercato unico, voluto dal Trattato, esclude qualsiasi disciplina nazionale che pregiudichi in forma diretta o indiretta, attuale o potenziale, il commercio intracomunitario;  d' altra parte, lo scopo enunciato all' art. 3, lett. f), viene precisato in numerose disposizioni del Trattato relative alla disciplina della concorrenza, e fra l' altro nell' art. 86 (...);  in base all' art. 5, secondo comma, del Trattato, gli Stati membri devono astenersi da qualsiasi provvedimento che rischi di compromettere la realizzazione degli scopi del Trattato stesso;  di conseguenza, se è innegabile che l' art. 86 si rivolge alle imprese, è altrettanto vero che il Trattato obbliga gli Stati membri ad astenersi dall' emanare o dal mantenere in vigore provvedimenti che possono rendere praticamente inefficace tale norma;  (...)  l' art. 86 proibisce comunque lo sfruttamento abusivo di una posizione dominante da parte di una o più imprese, anche se l' abuso risulta favorito da una norma di legge nazionale" (64).  In sentenze successive (65) la Corte ha precisato che era in particolare vietato agli Stati membri imporre o agevolare la conclusione di intese incompatibili con l' art. 85 del Trattato CEE o la costituzione di posizioni dominanti incompatibili con l' art. 86, o ancora rafforzare gli effetti di tali intese o posizioni dominanti. E' inoltre vietato agli Stati membri sottrarre alla loro propria normativa il suo carattere pubblico delegando ad operatori privati la responsabilità di adottare decisioni di intervento in materia economica.  Nei paragrafi che seguono applicherò alla presente causa i criteri già sviluppati dalla Corte.  33. 't Heukske e Boermans hanno formulato in maniera molto vaga la loro tesi secondo cui le grandi compagnie petrolifere dei Paesi Bassi occuperebbero una posizione dominante (collettiva) e ne abuserebbero, e concluderebbero intese (l' accusa rimane in larga misura inespressa), e non hanno nemmeno fornito un inizio di prova a sostegno di tale tesi. Il Gerechtshof non fa assolutamente alcuna menzione di eventuali intese o posizioni dominanti. Stando così le cose non vi è motivo di concludere che uno Stato membro quale i Paesi Bassi, adottando una normativa di chiusura dei negozi come quella di cui è causa, abbia rafforzato intese o posizioni dominanti preesistenti o abbia imposto o agevolato la costituzione di tali intese o posizioni dominanti, in violazione degli artt. 85 e 86 del Trattato CEE.  A tal riguardo occorre poi richiamare l' attenzione sulla maniera restrittiva in cui, nelle sentenze Meng, Reiff e Ohra (66), soprammenzionate, la Corte ha interpretato, rispettivamente, le espressioni "rafforzare" e "imporre o agevolare". Per quanto riguarda il termine "rafforzare", la Corte ha dichiarato quanto segue nella sentenza Meng:  "Una normativa che si applica a un settore di assicurazioni determinato può essere considerata nel senso che rafforza gli effetti di un' intesa preesistente solo se si limita a riprendere gli elementi di un' intesa intervenuta tra gli operatori economici di questo settore" (il corsivo è mio) (67).  Per quanto riguarda l' espressione "imporre" e "agevolare", la Corte ha dichiarato quanto segue nella sentenza Ohra:  "A tal riguardo occorre constatare innanzi tutto che la normativa dei Paesi Bassi sulle agenzie di assicurazioni non impone né agevola la conclusione di un' intesa illecita da parte degli intermediari nel settore assicurativo poiché il divieto che essa prevede è sufficiente di per se stesso" (il corsivo è mio) (68).  34. Nessuna delle parti nella causa principale ha dimostrato, e neanche sostenuto, che la Winkelsluitingswet si limiterebbe a confermare intese o abusi di posizioni dominanti preesistenti, o che i divieti che vi figurano non sarebbero sufficienti a raggiungere il fine perseguito dalla legge. Non si può quindi considerare che tale normativa rafforzi, agevoli o imponga, nel senso che la Corte ha dato a queste nozioni nelle sentenze Meng, Reiff e Ohra, pratiche di imprese che restringono la concorrenza.  Infine, non si può nemmeno sostenere che la normativa dei Paesi Bassi in materia di chiusura dei negozi, che contiene essa stessa tutte le disposizioni di obbligo e di divieto necessarie alla sua attuazione, deleghi a operatori privati la responsabilità di prendere decisioni (69).  Sulla base di quanto precede, concludo nel senso che una normativa nazionale in materia di chiusura dei negozi che prevede una deroga a favore di talune categorie di commercianti non incide, in circostanze quali quelle del caso di specie, sull' effetto utile dei divieti sanciti dagli artt. 85 e 86 del Trattato CEE.  35. Vorrei ancora aggiungere quanto segue. Nelle cause di chiusura domenicale che hanno dato luogo alle sentenze 23 novembre 1989 e 16 dicembre 1992, soprammenzionate (70), si sosteneva anche che le norme di chiusura domenicale, il cui contenuto o la cui applicazione sfavorivano determinati soggetti giuridici o determinate regioni, erano incompatibili con il diritto comunitario. Nelle mie conclusioni precedenti la sentenza 16 dicembre 1992, mi sono permesso di osservare quanto segue (71):  "Pur ammettendo che occorre determinare se una normativa nazionale sia giustificata in considerazione del diritto comunitario tenendo conto delle caratteristiche intrinseche di questa normativa e della sua applicazione concreta, censure basate sull' asserita applicazione disuguale o incoerente della normativa in uno Stato membro possono senza dubbio costituire un motivo di ricorso in diritto nazionale, ma non in diritto comunitario ° finché non vi è né discriminazione arbitraria né restrizione dissimulata degli scambi tra gli Stati membri" (72).  Mi sembra che, anche nella presente causa, non è stato dimostrato in maniera sufficiente che la disparità di trattamento tra diverse categorie di stazioni di servizio potesse pregiudicare il commercio tra Stati membri. Certo 't Heukske e Boermans sostengono che la disparità di trattamento creata tra le stazioni di servizio dalla normativa sulla chiusura dei negozi è effettiva ° nel senso che essa ha un' influenza più che trascurabile sul fatturato e sull' utile rispettivo di queste stazioni di servizio (73) ° ma nemmeno da ciò risulta che tale disparità di trattamento pregiudichi il commercio tra Stati membri ai sensi degli artt. 85, n. 1, o 86 del Trattato CEE.  Conclusione  36. In conclusione propongo alla Corte di risolvere nel modo seguente le questioni pregiudiziali proposte dal Gerechtshof di Hertogenbosch:  "1) L' art. 30 del Trattato CEE dev' essere interpretato nel senso che esso non si applica ad una normativa nazionale in materia di chiusura dei negozi che come quella di cui è causa, si applica allo stesso modo a tutti gli operatori economici (ivi compresi quelli di altri Stati membri) che esercitano attività sul territorio nazionale, che incide allo stesso modo sotto il profilo giuridico e, considerata globalmente, anche sotto quello sostanziale sullo smercio dei prodotti nazionali e di quelli provenienti da altri Stati membri, e che, considerata globalmente, non ostacola nemmeno in un altra maniera il commercio intracomunitario.  2) Una normativa nazionale in materia di chiusura dei negozi che prevede una deroga a favore di talune categorie di commercianti non pregiudica, in circostanze quali quelle della fattispecie, l' effetto utile degli artt. 85 e 86 del Trattato CEE".  (*) Lingua originale: l' olandese.  (1) - Sul contenuto, la genesi e le recenti modifiche della Winkelsluitingswet, v. Mok, M.R.: De winkeldeur op een kier , Sociaal-economische wetgeving, 1993, pagg. 30-39.  (2) - L' art. 3, lett. g), del Trattato CE corrisponde all' art. 3, lett. f), del Trattato CEE, menzionato nella domanda pregiudiziale.  (3) - L' art. 1, n. 1, della legge definisce il negozio come uno spazio chiuso accessibile al pubblico, nel quale si ha l' abitudine di vendere merci a privati, senza che tale spazio costituisca parte di un mezzo di trasporto .  (4) - La normativa è stata modificata con effetto al 1 gennaio 1993: vi è attualmente un massimo di 55 ore di apertura per settimana ed i negozi possono essere aperti dal lunedì al venerdì tra le 6 e le 18.30 ed il sabato tra le 6 e le 18. La chiusura obbligatoria della domenica rimane interamente in vigore.  (5) - Decreto recante applicazione dell' art. 10, n. 3, della Winkelsluitingswet del 1976.  (6) - Sulla base di questo decreto, i comuni possono ad esempio concedere deroghe individuali a negozi serali .  (7) - La vendita da parte dei musei non è stata assoggettata ad una restrizione relativa all' assortimento, in quanto, secondo il governo dei Paesi Bassi, la vendita di merci è solo accessoria. Nemmeno l' assortimento di vendita nelle farmacie è stato limitato. Infatti, si è partiti dal punto di vista che la vendita di medicinali vi occupa in ogni caso un posto centrale. Inoltre, le farmacie lavorano sulla base di uno schema di apertura, di modo che esse fanno un uso solo limitato della possibilità loro conferita dalla legge di aprire al di fuori delle ore normali. Infine, la vendita di giornali e di periodici beneficia della deroga solo a condizione che il negozio di cui trattasi venda questi prodotti in maniera esclusiva o principale.  (8) - Staatsblad, 1988, pag. 593. In applicazione dell' art. II, tale decreto è entrato in vigore il 1 gennaio 1989, ma esso ha avuto, dopo tale data, un periodo transitorio di due anni. Non è contestato che la presente controversia si riferisce alla normativa definitiva, così come è entrata in vigore il 1 gennaio 1991.  (9) - Prima della modifica apportata dal decreto 13 dicembre 1988, l' assortimento di merci che potevano essere vendute 24 ore su 24 nelle stazioni di servizio non costituiva oggetto di un' elencazione così precisa. Il governo dei Paesi Bassi, nelle osservazioni scritte che ha presentato dinanzi alla Corte, giustifica nel modo seguente la modifica della normativa: In pratica tuttavia, l' assortimento di merci che erano vendute anche di sera e di domenica nelle stazioni di servizio era divenuto sempre più esteso. Ciò ha dato luogo a denunce comprensibili, per concorrenza sleale, provenienti tra l' altro dal settore della distribuzione alimentare e dei venditori al dettaglio di prodotti del tabacco, il che, per il seguito, ha portato ad un adeguamento del regime di cui trattasi .  (10) - Il Gerechtshof e le parti 't Heukske e Boermans designano queste stazioni di servizio come le stazioni di servizio situate lungo strade nazionali. Tuttavia, il governo dei Paesi Bassi sottolinea giustamente che non viene effettuata alcuna distinzione tra le strade nazionali e le altre strade .  (11) - Per situazione precedente il governo dei Paesi Bassi intende manifestamente la situazione precedente all' entrata in vigore, il 1 gennaio 1991, del decreto 13 dicembre 1988.  (12) - Contrariamente alla Winkelsluitingswet e ai suoi decreti di attuazione (v. nota 10 sopra) la normativa in materia di concessione di licenze alle stazioni di servizio utilizza quindi senz' altro come criterio la distinzione strade nazionali / altre strade .  (13) - V. l' art. 5, ultimo comma, del Regels ten aanzien van de uitgifte en exploitatie van benzinestations langs Rijkswegen (norme sulla concessione e l' esercizio di stazioni di servizio lungo strade nazionali): Entro un termine ragionevole, la commissione indirizza al ministro degli Affari economici una proposta motivata di attribuzione del luogo di installazione disponibile. Nel caso in cui quest' ultimo può aderire a tale proposta, esso emette un parere diretto al ministro dei Trasporti e dei Lavori pubblici, che si incarica di rilasciare le licenze da concedere sulla base del Rijkswegenreglement (regolamento sulle strade nazionali). (...) Se il ministro degli Affari economici non può aderire alla proposta della commissione, esso si consulta con quest' ultima .  (14) - Nessuna parte in causa indica la composizione precisa di questa commissione. Le compagnie petrolifere sono in ogni caso rappresentate, come risulta dalla domanda pregiudiziale. Per il resto, il governo dei Paesi Bassi osserva che il parere emesso dalla Commissione ha sempre ricevuto l' assenso di tutte le compagnie interessate .  (15) - In forza dell' art. 4, lett. d), di una comunicazione del 7 novembre 1972.  (16) - Per contro, il titolare di licenza deve indennizzare il gestore per quanto egli vende in meno rispetto a quanto era stato convenuto precedentemente.  (17) - Causa C-145/88, Torfaen Borough Council (Racc. pag. 3851, dispositivo). V. anche le sentenze Conforama e Marchandise, entrambe del 28 febbraio 1991, causa C-312/89 (Racc. pag. I-997) e causa C-322/89 (Racc. pag. I-1027), nelle quali la Corte ha deciso che il divieto previsto dall' art. 30 del Trattato non si applicava ad una normativa nazionale che vieta di occupare lavoratori rispettivamente la domenica e la domenica dopo le 12.  (18) - Causa C-304/90, Payless (Racc. pag. I-6493), e causa C-169/91, B & Q (Racc. pag. I-6635). Nella causa C-306/88, Anders (Racc. pag. I-6457), la Corte ha ritenuto che non occorresse risolvere le questioni sottoposte .  (19) - V. sentenza B & Q, punti 9 e 10.  (20) - Sentenza B & Q, punto 11.  (21) - Cause riunite C-267/91 e C-268/91 (Racc. pag. I-6097).  (22) - Sentenza 11 luglio 1974, causa 8/74, Dassonville (Racc. pag. 837, punto 5).  (23) - L' espressione misure senza distinzione è preferibile a quella di misure non discriminatorie, dato che, come risulterà più avanti (paragrafo 23), queste ultime misure possono nonostante tutto ancora rientrare nel divieto di cui all' art. 30, a causa dei loro effetti discriminatori.  (24) - Sentenza 20 febbraio 1979, causa 120/78, Rewe-Zentral (Racc. pag. 649, punto 8). Questa sentenza non ha esplicitamente dichiarato che tale possibilità di giustificazione non esisteva per le misure discriminatorie, ma ciò è stato fatto ad esempio nella sentenza 17 giugno 1981, causa 113/80, Commissione/Irlanda (Racc. pag. 1625, punto 11).  (25) - Come esempi conosciuti e recenti si possono citare le sentenze 12 marzo 1987, causa 178/84, Commissione/Germania (Racc. pag. 1227; Reinheitsgebot per la birra), e 23 febbraio 1988, causa 216/84, Commissione/Francia (Racc. pag. 793; divieto di commercializzare succedanei del latte in polvere e del latte concentrato); sentenze pronunciate il 14 luglio 1988, rispettivamente nelle cause 407/85, Drei Glocken e a., e 90/86, Zoni (Racc. pag. 4233 e 4285; obbligo di utilizzare solo grano duro nella produzione di paste alimentari); sentenza 2 febbraio 1989, causa 274/87, Commissione/Germania (Racc. pag. 229; divieto di commercializzare carne contenente elementi diversi dalla carne).  (26) - Sentenza Keck e Mithouard, punto 15. Questa formulazione si ispira manifestamente all' art. 3 della direttiva della Commissione 22 dicembre 1969, 70/50/CEE, basata sulle disposizioni dell' art. 33, n. 7, recante soppressione delle misure di effetto equivalente a restrizioni quantitative all' importazione non considerate da altre disposizioni adottate in virtù del Trattato CEE (GU 1970, L 13, pag. 29). In forza di questa disposizione, la direttiva 70/50 riguarda le misure relative alla commercializzazione dei prodotti, e riguardanti, in particolare, la forma, le dimensioni, il peso, la composizione, la presentazione, l' identificazione, il confezionamento, applicabili indistintamente ai prodotti nazionali e ai prodotti importati, i cui effetti restrittivi sulla libera circolazione delle merci eccedono il contesto degli effetti propri di una regolamentazione commerciale . La Corte ha fatto riferimento ripetutamente all' art. 3 (v., in particolare, sentenze 23 novembre 1971, causa 62/70, Racc. pag. 897, punto 17; 30 aprile 1974, causa 155/73, Sacchi, Racc. pag. 409, punto 8; 31 marzo 1982, causa 75/81, Blesgen, Racc. pag. 1211, punto 8, e sentenza Torfaen, soprammenzionata, punto 15).  (27) - Sentenza 15 dicembre 1982, causa 286/81 (Racc. pag. 4575, punto 15).  (28) - Tra le altre sentenze relative a misure nazionali che vietano o restringono, senza distinzione, forme di pubblicità, si possono, ad esempio, menzionare le sentenze 7 marzo 1990, causa C-362/88, GB-INNO-BM (Racc. pag. I-667; divieto di menzionare il prezzo precedente ad una promozione); 12 dicembre 1990, causa C-241/89, SARPP (Racc. pag. I-4695; divieto di far figurare, in una pubblicità per edulcoranti sintetici, una menzione che fa pensare alla parola zucchero ); 25 luglio 1991, cause riunite C-1/90 e C-176/90, Aragonesa de Publicidad Exterior e Publivía (Racc. pag. I-4151; divieto di pubblicità per le bevande a forte contenuto di alcol); 18 maggio 1993, causa C-126/91, Yves Rocher (Racc. pag. I-2361; divieto di una pubblicità che compara il prezzo attuale con un prezzo precedente, praticato dallo stesso operatore economico). A titolo di esempio, sentenze che, come la sentenza Keck e Mithouard, si riferiscono a misure nazionali senza distinzione che limitano i metodi di vendita, si possono menzionare le sentenze 16 maggio 1989, causa 382/87, Buet e a. (Racc. pag. 1235; colportage); 30 aprile 1991, causa C-239/90, Boscher (Racc. pag. I-2023; obbligo di iscrizione nel registro di commercio in caso di vendita pubblica). Infine il punto 15 della sentenza Oosthoek è stato anch' esso confermato nella sentenza 21 marzo 1991, causa C-369/88, Delattre (Racc. pag. I-1487, punto 50; monopolio della vendita dei farmaci), e sentenza 21 marzo 1991, causa C-60/89, Monteil e Samanni (Racc. pag. I-1547, punto 37; idem).  (29) - V., ad esempio, sentenza 11 luglio 1985, cause riunite 60/84 e 61/84, Cinéthèque (Racc. pag. 2605; divieto temporaneo di diffusione di videocassette e di video dischi).  (30) - Mi riferisco qui alla vendita o alla commercializzazione , poiché prodotti possono essere anche distribuiti mediante, ad esempio, contratti di leasing. V. Mortelmans, K.J.M.: Artikel 30 EG. Verduidelijking van de Dassonville-formule en van de Cassis de Dijon-rechtspraak (nota sotto la sentenza Keck e Mithouard), Sociaal-Economische Wetgeving, 1994, pagg. 115 e 122.  (31) - V., ad esempio, sentenza 30 novembre 1983, causa 277/82, Van Bennekom (Racc. pag. 3883; divieto di commercializzazione di vitamine senza previa registrazione).  (32) - V., in particolare, sentenze 13 dicembre 1991, causa C-18/88, GB-INNO-BM (Racc. pag. I-5941; procedura di omologazione degli apparecchi telefonici senza possibilità di ricorso giurisdizionale), 27 ottobre 1993, cause riunite C-46/90 e C-93/91, Lagauche e a. (Racc. pag. I-5267; omologazione di apparecchi di radiocomunicazione).  (33) - Nella sentenza 30 ottobre 1974, causa 190/73, Van Haaster (Racc. pag. 1123, punto 25), la Corte ha deciso che un' organizzazione nazionale avente ad oggetto il contingentamento della produzione pregiudicava potenzialmente il regime di scambi all' interno della Comunità e doveva pertanto essere considerata come una misura di effetto equivalente ad una restrizione quantitativa. Nella sentenza 25 novembre 1986, causa 148/85, Forest (Racc. pag. 3449), essa ha dichiarato che una normativa nazionale che ha per oggetto il contingentamento della produzione di farina, che si applicava sia alla macinazione del frumento prodotto nel paese sia alla macinazione del frumento importato, non pregiudicava gli scambi intracomunitari e non era pertanto incompatibile con l' art. 30 del Trattato CEE.  (34) - V., in particolare, le cause di chiusura domenicale, soprammenzionate alle note 17 e 18.  (35) - V. recentemente sentenza 25 maggio 1993, causa C-271/92, LPO (Racc. pag. I-2899; normativa che riserva la vendita di taluni prodotti ottici ° nazionali e importati ° ai titolari del diploma di ottico).  (36) - Secondo la Corte, una normativa nazionale di prezzi che si applica senza distinzione ai prodotti nazionali e importati può essere incompatibile con l' art. 30 del Trattato CEE se ha per conseguenza che i prodotti importati non possono essere venduti con profitto (prezzo massimo troppo basso) o vedono sparire il loro vantaggio concorrenziale derivante dal loro prezzo di costo più basso (prezzo minimo troppo elevato). V., in particolare, sentenze 26 febbraio 1976, causa 65/75, Tasca (Racc. pag. 291, punto 27), 24 gennaio 1978, causa 82/77, Van Tiggele (Racc. pag. 25, punto 14), e 7 maggio 1991, causa C-287/89, Commissione/Belgio (Racc. pag. I-2233, punto 17).  (37) - In questo punto 16 ho collocato l' espressione operatori in quanto dalla versione francese della sentenza ° il francese era la lingua processuale ° risulta che con essa si intendono tutti gli operatori interessati (v. più avanti paragrafo 22 e nota 41. Ndt: tale nota riguarda esclusivamente la versione olandese di queste conclusioni).  (38) - V., ad esempio, sentenze 14 luglio 1981, causa 155/80, Oebel (Racc. pag. 1993; divieto del lavoro notturno nelle panetterie); 31 marzo 1982, causa 75/81, Blesgen (Racc. pag. 1211; restrizioni alla commercializzazione delle bevande alcoliche), e 11 luglio 1990, causa C-23/89, Quietlynn (Racc. pag. I-3059; divieto di vendita di articoli pornografici nei negozi non autorizzati).  (39) - In una prima versione provvisoria della sentenza Keck e Mithouard risultava l' espressione verkoopmethoden (metodi di vendita); e in una successiva versione, ancora provvisoria, essa veniva modificata con verkoopmodaliteiten (modalità di vendita) per adeguare meglio la versione olandese alle altre versioni linguistiche, in particolare a quella francese, che era la lingua di procedura. Ndt: tale nota riguarda esclusivamente la versione olandese delle presenti conclusioni).  (40) - V., in relazione con le prestazioni di servizi che rientrano nell' art. 59 del Trattato CEE, sentenza 3 febbraio 1982, cause riunite 62/81 e 63/81, Seco (Racc. pag. 223, punto 9): In tal caso, infatti, la normativa dello Stato in cui la prestazione viene effettuata comporta, sotto il profilo economico, un onere supplementare per i datori di lavoro stabiliti in un altro Stato membro, i quali sono di fatto assoggettati ad oneri più gravosi rispetto ai prestatori stabiliti nel territorio nazionale .  (41) - V. il paragrafo 22 delle conclusioni dell' avvocato generale Tesauro nella causa Huenermund, qui di seguito menzionata alla nota 56: Anche se è vero infatti che il divieto di ricorrere ad un metodo determinato di vendita, come ad esempio la vendita porta a porta, non danneggia i prodotti importati, non più di quanto non renda l' accesso al mercato più difficile per i prodotti in quanto tali, è anche vero che un tale divieto può obbligare l' operatore interessato a modificare una strategia di vendita lecitamente applicata nello Stato membro d' origine, al punto di rendere meno attraente l' accesso al mercato dello Stato nel quale il divieto si applica e, di conseguenza, di costituire, da tale punto di vista, un ostacolo alla circolazione intracomunitaria dei prodotti (il corsivo è mio).  (42) - Nella versione provvisoria olandese della sentenza l' espressione tous les opérateurs concernés viene resa con alle markdeelnemers . Alle betrokken operatoren mi sembra non solo meglio aderire alla versione francese, ma anche indicare più chiaramente che si intendono solo operatori che operano al livello intracomunitario e solo operatori di mercato (dal punto di vista della domanda o dell' offerta) che svolgono un' attività professionale. (Ndt: tale nota riguarda esclusivamente la versione olandese delle presenti conclusioni).  (43) - Non spetta naturalmente alla Corte decidere se una tale differenziazione possa eventualmente violare un principio di parità di diritto nazionale.  (44) - Questo criterio figura già nella sentenza Cinéthèque, soprammenzionata alla nota 30 (punto 21).  (45) - Nella presente causa, 't Heukske e Boermans sostengono in particolare che la normativa sulla chiusura dei negozi si rivela in ogni caso discriminatoria quando è esaminata in connessione con la normativa in materia di concessione di licenze per le stazioni di servizio (v. il paragrafo 31 qui di seguito).  (46) - V., molto recentemente, sentenza 24 febbraio 1994, causa C-343/92, Roks (Racc. pag. I-571, punto 33 e punto 3 del dispositivo).  (47) - V. anche, in materia di libera circolazione dei servizi, sentenza 24 ottobre 1978, causa 15/78, Koestler (Racc. pag. 1971, punto 6 in connessione con il punto 4).  (48) - La ragione ne è che gli importatori che intendono lanciare i loro prodotti sul mercato francese a partire da un altro Stato membro devono tener conto del divieto, mentre i fabbricanti nazionali che vendono prodotti concorrenti in Francia non devono farlo. V. le mie conclusioni presentate il 18 novembre 1992 (Racc. pag. I-6110, paragrafo 5), e le mie conclusioni presentate il 28 aprile 1993 (Racc. pag. I-6117, paragrafo 9).  (49) - Punto 18 e dispositivo.  (50) - Precedentemente, tale era senz' altro il caso; ancora recentemente, nella sentenza Yves Rocher (soprammenzionata alla nota 28), la Corte ha respinto l' argomento secondo cui l' art. 30 non si applicherebbe a misure nazionali che provocano solo un ostacolo marginale alla libera circolazione delle merci (punto 20). In tale causa la Corte ha ancora deciso che l' art. 30 non operava alcuna distinzione tra le misure che potevano essere qualificate come misure di effetto equivalente ad una restrizione quantitativa secondo l' intensità degli effetti che esse hanno sugli scambi nell' ambito della Comunità (punto 21), e ha così rifiutato di applicare una regola de minimis.  (51) - La conseguenza sembra esserne che le normative (diverse dalle prescrizioni relative ai prodotti) che rientrano allora, esclusivamente in ragione del loro carattere discriminatorio, nel divieto dell' art. 30 del Trattato CEE possono ormai essere giustificate solo sulla base di uno dei motivi elencati restrittivamente all' art. 36 di questo stesso Trattato e non possono più esserlo sulla base di un' esigenza imperativa in applicazione della loro reason .  (52) - La causa Dassonville stessa riguardava una normativa ° che occorrerebbe probabilmente qualificare come prescrizione relativa ai prodotti, poiché mirava a garantire l' autenticità della denominazione di origine del whisky ° che aveva come conseguenza che gli importatori che importavano whisky scozzese attraverso un altro Stato membro a destinazione del Belgio potevano meno facilmente ottenere il certificato di autenticità imposto dalla normativa nazionale rispetto a quelli che l' importavano direttamente dal paese d' origine; in altri termini, si trattava di una discriminazione di fatto tra prodotti importati (e non tra prodotti nazionali e importati).  (53) - Se si ammette ciò, ne deriva che, per le normative nazionali diverse dalle prescrizioni relative ai prodotti (alle quali la giurisprudenza Dassonville continua ad applicarsi integralmente per i motivi indicati sopra al paragrafo 20), la sentenza Keck e Mithouard ha in realtà operato un' inversione dell' onere della prova. Infatti, mentre prima tali normative erano presunte rientrare nel divieto dell' art. 30, ma potevano sfuggirvi mediante l' applicazione della rule of reason , la nuova regola è che esse sono presunte non rientrare nel divieto dell' art. 30, a meno che sia dimostrato che, considerate globalmente, esse hanno effetti discriminatori o ° se si ammette l' aggiunta al testo che ho apportato precedentemente ° che esse ostacolino in un' altra maniera (in atto o in potenza) il commercio intracomunitario.  (54) - Se la sentenza Keck e Mithouard ha apportato più di una semplice inversione dell' onere della prova per quanto riguarda le prescrizioni non relative ai prodotti (v. la nota precedente), e se ha più precisamente ricondotto, per queste prescrizioni, il criterio Dassonville ad un divieto delle discriminazioni, inteso in un senso ampio, la Corte deve, a mio parere, indicarlo chiaramente nella sentenza che emetterà nella presente causa.  (55) - Nella ricerca della portata esatta che occorre dare ormai al criterio Dassonville, non si può perdere di vista l' incidenza di questo criterio sui divieti che figurano agli artt. 59, 48 e 52 del Trattato CEE. Infatti, nella sua giurisprudenza recente sull' applicazione di questi divieti, la Corte utilizza anche una formula ampia del tipo Dassonville . Problemi simili a quelli che sollevano le prescrizioni relative ai prodotti possono porsi più precisamente in relazione con i servizi disciplinati nei differenti Stati membri, quali i servizi finanziari (v., ad esempio, sentenza 18 gennaio 1979, cause riunite 110/78 e 111/78, Van Wesemael, Racc. pag. 35, pronunciata un mese prima della sentenza Cassis de Dijon).  (56) - Sentenza pronunciata nella causa C-292/92 (Racc. pag. I-6787, punto 19).  (57) - V. la nota 50 sopra.  (58) - V., per quanto riguarda la giustificazione, il paragrafo 13 sopra. Per il controllo di proporzionalità, v. sentenza B & Q, punti 12-16.  (59) - Sentenza soprammenzionata alla nota 29.  (60) - V. Waelbroek, M.: Le rôle de la Cour de justice dans la mise en oeuvre de l' Acte unique européen , Cahiers de droit européen, 1989, pagg. 41 e seguenti, specialmente pagg. 51-53, nonché i paragrafi 18 e seguenti delle mie conclusioni nella causa Torfaen, soprammenzionata alla nota 17. La sentenza Cinéthèque è stata pronunciata contro il parere dell' avvocato generale Sir Gordon Slynn che, nelle sue conclusioni (pagg. 2611 e 2612), aveva insistito sul fatto che la normativa di cui trattasi non trattava affatto differentemente i prodotti importati e quelli nazionali. Ciò significa che, nell' ambito della nuova giurisprudenza, questa normativa soddisfa in ogni caso la seconda condizione introdotta con sempreché che figura nella sentenza Keck e Mithouard.  (61) - All' udienza, il rappresentante del governo dei Paesi Bassi ha contestato il carattere rappresentativo di questi dati numerici.  (62) - Sentenze 16 novembre 1977, causa 13/77, INNO (Racc. pag. 2115, punti da 28 a 34); 10 gennaio 1985, causa 229/83, Leclerc (Racc. pag. 1, punto 14); 29 gennaio 1985, causa 231/83, Cullet (Racc. pag. 305, punto 10); 30 aprile 1986, cause riunite 209/84, 210/84, 211/84, 212/84 e 213/84, Asjes e a. (Racc. pag. 1425, punto 71); 1 ottobre 1987, causa 311/85, Vereniging van Vlaamse Reisbureaus (Racc. pag. 3801, punto 10); 3 dicembre 1987, causa 136/86, Aubert (Racc. pag. 4789, punto 23); 14 luglio 1988, causa 254/87, L' Aigle distribution ( prezzo fisso del libro ; Racc pag. 4457, punto 10); 21 settembre 1988, causa 267/86, Van Eycke (Racc. pag. 4769, punto 16); e sentenza Marchandise, punto 22.  (63) - Cause C-2/91, C-185/91 e C-245/91 (Racc. pagg. I-5751, I-5801, I-5851).  (64) - Sentenza INNO, punti 28-31 e 34.  (65) - Si trovano già indicazioni in tal senso nella sentenza Leclerc.  (66) - Queste sentenze riguardano l' art. 85 del Trattato CEE, ma non vedo alcun motivo per cui i principi che vi sono enunciati non dovrebbero applicarsi anche, mutatis mutandis, all' art. 86.  (67) - Sentenza Meng, punto 19.  (68) - Sentenza Ohra, punto 11.  (69) - V. sentenza Ohra, punto 13.  (70) - V. le note 17 e 18 sopra.  (71) - Riferendomi alle mie conclusioni nella causa Torfaen (Racc. 1989, pag. 3883, paragrafo 32). V. anche il paragrafo 18 delle mie conclusioni precedenti le sentenze Conforama e Marchandise, soprammenzionate alla nota 17.  (72) - Punto 33 (Racc. 1992, pag. I-6484). La Corte non ha esaminato tale questione precedentemente.  (73) - Non sono convinto del fatto che tale tesi sia corroborata dai fatti. Alla lettura dei grafici presentati dinanzi alla Corte dalla 't Heukske e Boermans sembra che il fatturato e l' utile delle stazioni di servizio non siano determinati a concorrenza di più un terzo dalla vendita di prodotti diversi dai carburanti. Solo una parte di questo terzo consiste in prodotti collegati alla strada, mentre, di nuovo, solo una parte di questi prodotti collegati alla strada consiste in prodotti del tabacco. Inoltre, solo una parte di questi prodotti del tabacco è venduta al di fuori dell' orario normale di apertura. Solo questa parte, che rappresenta quindi una frazione delle vendite totali delle stazioni di servizio, è interessata dalla disparità di trattamento che lamentano 't Heukske e Boermans e ancora si tratta, a tal riguardo, di una disparità di trattamento relativamente ridotta: talune stazioni di servizio possono vendere al banco, mentre altre sono obbligate a farlo mediante un distributore automatico.