CELEX: 62009CC0266
Language: it
Date: 2010-09-23
Title: Conclusioni dell'avvocato generale Kokott del 23 settembre 2010. # Stichting Natuur en Milieu e altri contro College voor de toelating van gewasbeschermingsmiddelen en biociden. # Domanda di pronuncia pregiudiziale: College van Beroep voor het bedrijfsleven - Paesi Bassi. # Ambiente - Prodotti fitosanitari - Direttiva 91/414/CEE - Accesso del pubblico all’informazione - Direttive 90/313/CEE e 2003/4/CE - Applicazione nel tempo - Nozione di "informazione ambientale" - Riservatezza delle informazioni commerciali e industriali. # Causa C-266/09.

CONCLUSIONI DELL’AVVOCATO GENERALE
      JULIANE KOKOTT
      presentate il 23 settembre 2010 (1)
      
      Causa C‑266/09
      Stichting Natuur en Milieu
      Vereniging Milieudefensie
      Vereniging Goede Waar & Co.
      contro
      College voor de toelating van gewasbeschermingsmiddelen en biociden
      [domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal College van beroep voor het bedrijfsleven (Paesi Bassi)]
      «Direttiva 2003/4/CE – Accesso alle informazioni ambientali – Informazioni ambientali – Direttiva 91/414/CEE – Prodotti fitosanitari – Procedura di autorizzazione»I –    Introduzione
      1.        Il presente procedimento concerne l’accesso alle informazioni sui residui di un prodotto fitosanitario sulle piante di insalata,
         le quali sono state presentate nel corso della procedura di autorizzazione di tale prodotto. In particolare occorre verificare
         se si tratta di informazioni ambientali ai sensi della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 28 gennaio 2003, 2003/4/CE,
         sull’accesso del pubblico all’informazione ambientale e che abroga la direttiva 90/313/CEE del Consiglio (2) (in prosieguo: la «direttiva sull’informazione ambientale»), e in che modo la direttiva del Consiglio 15 luglio 1991, 91/414/CEE,
         relativa all’immissione in commercio dei prodotti fitosanitari (3) (in prosieguo: la «direttiva sui prodotti fitosanitari»), influisce sull’applicazione della direttiva sull’informazione ambientale.
      
      II – Contesto normativo
      A –    Normativa internazionale
      2.        Il diritto all’accesso all’informazione ambientale è previsto nella Convenzione sull’accesso alle informazioni, la partecipazione
         del pubblico ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale (4) (in prosieguo: la «Convenzione di Århus»), sottoscritta dalla Comunità il 25 giugno 1998 ad Århus (Danimarca) (5).
      
      3.        L’art. 4, n. 4, lett. d), della Convenzione disciplina il rifiuto della divulgazione di informazioni ambientali a tutela della
         riservatezza delle informazioni commerciali o industriali:
      
      «Una richiesta di informazioni ambientali può essere respinta, qualora la divulgazione di tali informazioni possa pregiudicare:
      (…)
      d)      la riservatezza delle informazioni commerciali o industriali, qualora essa sia tutelata dalla legge a salvaguardia di legittimi
         interessi economici; tuttavia devono essere divulgate le informazioni sulle emissioni rilevanti ai fini della tutela dell’ambiente;
      
      (…)».
      4.        La tutela della riservatezza delle informazioni commerciali è altresì oggetto dell’art. 39 dell’Accordo sugli aspetti dei
         diritti di proprietà intellettuale attinenti al commercio, contenuto nell’allegato 1C dell’accordo che istituisce l’Organizzazione
         mondiale del commercio (OMC), sottoscritto il 15 aprile 1994 a Marrakech e adottato con decisione del Consiglio 22 dicembre
         1994, 94/800/CE, relativa alla conclusione a nome della Comunità europea, per le materie di sua competenza, degli accordi
         dei negoziati multilaterali dell’Uruguay Round (1986‑1994) (6) (in prosieguo: l’«accordo TRIPS»):
      
      «1.       Nell’assicurare un’efficace protezione contro la concorrenza sleale ai sensi dell’articolo 10 bis della Convenzione di Parigi
         (1967), i membri assicurano la protezione delle informazioni segrete conformemente al paragrafo 2 e quella dei dati forniti
         alle autorità pubbliche o agli organismi pubblici conformemente al paragrafo 3.
      
      2.      Le persone fisiche e giuridiche hanno la facoltà di vietare che, salvo proprio consenso, le informazioni sottoposte al loro
         legittimo controllo siano rivelate a terzi oppure acquisite o utilizzate da parte di terzi in un modo contrario a leali pratiche
         commerciali (…) nella misura in cui tali informazioni:
      
      a)      siano segrete nel senso che non sono, nel loro insieme o nella precisa configurazione e combinazione dei loro elementi, generalmente
         note o facilmente accessibili a persone che normalmente si occupano del tipo di informazioni in questione;
      
      b)      abbiano valore commerciale in quanto segrete; e
      c)      siano state sottoposte, da parte della persona al cui legittimo controllo sono soggette, a misure adeguate nel caso in questione
         intese a mantenerle segrete.
      
      3.      I membri, qualora subordinino l’autorizzazione della commercializzazione di prodotti chimici farmaceutici o agricoli implicanti
         l’uso di nuove sostanze chimiche alla presentazione di dati relativi a prove o di altri dati segreti, la cui elaborazione
         comporti un considerevole impegno, assicurano la tutela di tali dati da sleali usi commerciali. Essi inoltre proteggono detti
         dati dalla divulgazione, salvo nei casi in cui risulti necessaria per proteggere il pubblico o a meno che non vengano prese
         misure atte a garantire la protezione dei dati contro sleali usi commerciali».
      
      B –    Normativa dell’Unione
      1.      La direttiva sull’informazione ambientale
      5.        Il diritto all’accesso all’informazione ambientale era originariamente previsto nella direttiva del Consiglio 7 giugno 1990,
         90/313/CEE, concernente la libertà di accesso all’informazione in materia di ambiente (7) (in prosieguo: la «vecchia direttiva sull’informazione ambientale»). Tale direttiva è stata abrogata con effetto dalla scadenza
         del termine di trasposizione della nuova direttiva sull’informazione ambientale, quindi dal 14 febbraio 2005. La nuova direttiva
         disciplina il diritto all’accesso all’informazione in conformità con la Convenzione di Århus. 
      
      6.        L’art. 2 definisce tra l’altro la nozione di informazione ambientale:
      
      «Ai fini della presente direttiva, si intende per:
      1)      “informazione ambientale” qualsiasi informazione disponibile in forma scritta, visiva, sonora, elettronica o in qualunque
         altra forma materiale concernente:
      
      a)      lo stato degli elementi dell’ambiente, quali l’aria e l’atmosfera, l’acqua, il suolo, il territorio, il paesaggio e i siti
         naturali, compresi gli igrotopi, le zone costiere e marine, la diversità biologica e i suoi elementi costitutivi, compresi
         gli organismi geneticamente modificati, nonché le interazioni tra questi elementi;
      
      b)      fattori quali le sostanze, l’energia, il rumore, le radiazioni o i rifiuti, compresi quelli radioattivi, le emissioni, gli
         scarichi e altri rilasci nell’ambiente, che incidono o possono incidere sugli elementi dell’ambiente di cui alla lettera a);
      
      c)      le misure (comprese quelle amministrative) quali le politiche, le disposizioni legislative, i piani, i programmi, gli accordi
         ambientali e le attività che incidono o possono incidere sugli elementi e sui fattori di cui alle lettere a) e b), nonché
         le misure o attività intese a proteggere i suddetti elementi;
      
      d)      le relazioni sull’attuazione della legislazione ambientale;
      e)      le analisi costi-benefici ed altre analisi e ipotesi economiche usate nell’ambito delle misure e attività di cui alla lettera
         c); e
      
      f)      lo stato della salute e della sicurezza umana, compresa la contaminazione della catena alimentare, ove pertinente, le condizioni
         della vita umana, i siti e gli edifici di interesse culturale nella misura in cui sono o possono essere influenzati dallo
         stato degli elementi dell’ambiente di cui alla lettera a) o, attraverso tali elementi, da qualsiasi fattore di cui alle lettere
         b) e c);
      
      (…)».
      7.        Il diritto all’accesso all’informazione ambientale è previsto all’art. 3, n. 1:
      
      «Gli Stati membri provvedono affinché le autorità pubbliche siano tenute, ai sensi delle disposizioni della presente direttiva,
         a rendere disponibile l’informazione ambientale detenuta da essi o per loro conto a chiunque ne faccia richiesta, senza che
         il richiedente debba dichiarare il proprio interesse».
      
      8.        Le eccezioni sono disciplinate all’art. 4. Nel presente caso risulta particolarmente rilevante il n. 2, lett. d), e) e g):
      
      «Gli Stati membri possono disporre che la richiesta di informazione ambientale sia respinta qualora la divulgazione di tale
         informazione rechi pregiudizio:
      
      (…)
      d)      alla riservatezza delle informazioni commerciali o industriali qualora la riservatezza sia prevista dal diritto nazionale
         o comunitario per tutelare un legittimo interesse economico, compreso l’interesse pubblico di mantenere la riservatezza statistica
         ed il segreto fiscale;
      
      e)      ai diritti di proprietà intellettuale;
      (…)
      g)      agli interessi o alla protezione di chiunque abbia fornito le informazioni richieste di sua propria volontà, senza che sussistesse
         alcun obbligo legale reale o potenziale in tal senso, a meno che la persona interessata abbia acconsentito alla divulgazione
         delle informazioni in questione;
      
      (...)
      I motivi di rifiuto di cui ai paragrafi 1 e 2 sono interpretati in modo restrittivo tenendo conto nel caso specifico dell’interesse
         pubblico tutelato dalla divulgazione. In ogni caso specifico l’interesse pubblico tutelato dalla divulgazione è ponderato
         con l’interesse tutelato dal rifiuto. Gli Stati membri non possono, in virtù del paragrafo 2, lettere a), d), f), g) e h),
         disporre che una richiesta sia respinta se quest’ultima concerne informazioni sulle emissioni nell’ambiente.
      
      (...)».
      2.      La direttiva sui prodotti fitosanitari
      9.        La direttiva sui prodotti fitosanitari disciplina l’autorizzazione, l’immissione in commercio, l’utilizzazione e il controllo
         di prodotti fitosanitari, nonché l’immissione in commercio e il controllo delle sostanze attive di tali prodotti. In particolare
         i prodotti fitosanitari necessitano di un’autorizzazione rilasciata dagli Stati membri. Tale autorizzazione è subordinata
         ad un’indagine sui loro effetti.
      
      10.      L’art. 14 disciplina la protezione delle informazioni fornite nel corso della procedura di autorizzazione:
      
      «Fatte salve le disposizioni della direttiva del Consiglio 90/313/CEE, del 7 giugno 1990, concernente la libertà di accesso
         alle informazioni sull’ambiente, gli Stati membri e la Commissione provvedono affinché le informazioni fornite dai richiedenti
         riguardanti segreti industriali o commerciali, vengano considerate riservate su domanda del richiedente interessato all’iscrizione
         di una sostanza attiva nell’allegato I o del richiedente dell’autorizzazione di un prodotto fitosanitario e previa accettazione
         da parte dello Stato membro o della Commissione della motivazione addotta dal richiedente.
      
      La riservatezza non si applica:
      –        alle denominazioni e al contenuto della o delle sostanze attive e alla denominazione del prodotto fitosanitario;
      –        alla denominazione di altre sostanze ritenute pericolose ai sensi delle direttive 67/548/CEE e 78/631/CEE;
      –        ai dati fisico-chimici concernenti la sostanza attiva e il prodotto fitosanitario;
      –        ai mezzi eventualmente utilizzati per rendere innocua la sostanza attiva o il prodotto fitosanitario;
      –        alla sintesi dei risultati delle prove per accertare l’efficacia e l’innocuità nei confronti dell’uomo, degli animali, delle
         piante e dell’ambiente;
      
      –        alle modalità e precauzioni raccomandate per ridurre i rischi durante la manipolazione, l’immagazzinamento, il trasporto e
         i rischi di incendio o di altra natura;
      
      –        ai metodi di analisi di cui all’articolo 4, paragrafo 1, lettere c) e d) e all’articolo 5, paragrafo 1;
      –        alle modalità di eliminazione del prodotto e del suo imballaggio;
      –        alle misure di decontaminazione da prendere in caso di perdita o fuga accidentali;
      –        alle misure di pronto soccorso e alle cure sanitarie da praticare alle persone in caso di infortunio.
      Qualora il richiedente riveli, successivamente, informazioni considerate in precedenza riservate, egli è tenuto ad informarne
         l’autorità competente».
      
      11.      La sostanza attiva propamocarb è autorizzata nell’Unione dal 1° ottobre 2007 quale fungicida (8). Tuttavia, la domanda di pronuncia pregiudiziale riguarda misure adottate ancora sul fondamento dell’autorizzazione nazionale
         olandese precedentemente in vigore.
      
      3.      La direttiva che fissa le quantità massime di residui
      12.      Nel presente contesto viene altresì in rilievo la direttiva del Consiglio 27 novembre 1990, 90/642/CEE, che fissa le percentuali
         massime di residui di antiparassitari su e in alcuni prodotti di origine vegetale, compresi gli ortofrutticoli (9). In base all’art. 5 ter, n. 2, gli Stati membri fissano proprie quantità massime di residui, nel caso in cui non siano ancora
         previsti valori validi a livello di Unione.
      
      13.      Il dodicesimo ‘considerando’ di tale direttiva dispone quanto segue:
      
      «il rispetto delle quantità massime permetterà di assicurare la libera circolazione di questi prodotti e un’adeguata protezione
         della salute dei consumatori e degli animali».
      
      C –    Normativa dei Paesi Bassi
      14.      I Paesi Bassi hanno trasposto la direttiva sull’informazione ambientale, ma tali disposizioni non sono state applicate nel
         caso in esame. Anziché su di esse, la decisione impugnata è stata fondata sull’art. 22, n. 2, della legge olandese sugli antiparassitari:
      
      «Se in un documento, che viene prodotto ai sensi delle disposizioni della presente legge o sul suo fondamento al Ministro
         competente o al College oppure ad un’altra persona o ente, sono contenuti dati, o se da siffatto documento possono essere
         desunti dati, che devono essere considerati riservati a tutela del segreto industriale, il Ministro competente o il College,
         su apposita richiesta scritta di chi produce il documento, dispone che rispetto a tali dati sia conservato il segreto. La
         richiesta deve essere motivata».
      
      III – Procedimento principale e domande pregiudiziali
      15.      Nel 1999, le autorità competenti olandesi hanno modificato la quantità massima ammissibile di residui sull’insalata e nell’insalata
         della sostanza attiva denominata propamocarb, fissandola a 15 mg/kg. Tale valore è stato fissato in occasione di una richiesta
         di estensione dell’autorizzazione per il prodotto «Previcur N». La Bayer CropScience B.V. (in prosieguo: la «Bayer») è l’avente
         causa del titolare di tale autorizzazione.
      
      16.      Con scritto del 31 gennaio 2005, le ricorrenti del procedimento principale, la Stichting Natuur en Milieu, la Vereniging Milieudefensie
         e la Vereniging Goede Waar & Co. richiedevano al convenuto, il College voor de toelating van bestrijdingsmiddelen (commissione
         per l’autorizzazione degli antiparassitari; in prosieguo: il «College»), di fornire loro tutte le informazioni sulla base
         delle quali era stata adottata la decisione relativa alla determinazione dell’anzidetta quantità massima di residui.
      
      17.      Fondandosi sull’art. 22 della legge olandese sugli antiparassitari il College ha respinto la richiesta dei ricorrenti con
         decreto 8 marzo 2005. Detta disposizione prevarrebbe sulla normativa concernente l’accesso all’informazione ambientale.
      
      18.      Contro tale decisione i ricorrenti hanno presentato opposizione con lettera del 14 aprile 2005. Il College, dopo aver dato
         alla Bayer la possibilità di presentare osservazioni, il 22 giugno 2007 ha adottato la decisione sull’opposizione, rettificata
         il 17 luglio 2007, impugnata nel procedimento principale.
      
      19.      Con tale decisione il College ha negato l’accesso agli studi sui residui e ai protocolli sulle sperimentazioni in campo che
         erano stati prodotti nel corso della procedura per la determinazione della quantità massima di residui e che, ad avviso della
         Bayer, contengono informazioni commerciali riservate.
      
      20.      Il 6 agosto 2007, i ricorrenti hanno presentato ricorso contro tale decisione dinanzi al giudice a quo.
      
      21.      Nel relativo procedimento il College van beroep voor het bedrijfsleven (Tribunale commerciale olandese) sottopone alla Corte
         le seguenti questioni:
      
      «1)      Se la nozione di “informazione ambientale” di cui all’art. 2 della direttiva sull’informazione ambientale debba essere interpretata
         in modo da ricomprendere anche le informazioni fornite nell’ambito di una procedura nazionale di (estensione dell’) autorizzazione
         di un prodotto fitosanitario al fine di fissare la quantità massima ammissibile di un antiparassitario, di un suo componente
         o di prodotti di degradazione, contenuta in cibi o bevande.
      
      2)      In caso di soluzione affermativa della prima questione, quale rapporto sussista, per quanto rilevante ai fini dell’applicazione
         alle informazioni di cui alla prima questione, tra l’art. 14 della direttiva sui prodotti fitosanitari e la direttiva sull’informazione
         ambientale e se tale rapporto comporti, in particolare, che l’art. 14 della direttiva sui prodotti fitosanitari possa essere
         applicato solo se la sua applicazione non pregiudichi gli obblighi derivanti dall’art. 4, n. 2, della direttiva sull’informazione
         ambientale.
      
      3)      Qualora dalla soluzione della prima e della seconda questione dovesse risultare che il convenuto nel caso in esame è tenuto
         ad applicare l’art. 4 della direttiva sull’informazione ambientale, se l’art. 4 di tale direttiva comporti che la ponderazione,
         ivi prevista, dell’interesse pubblico tutelato dalla divulgazione con l’interesse specifico tutelato dal rifiuto della divulgazione
         debba aver luogo in fase applicativa, oppure possa intervenire anche in fase di legislazione nazionale».
      
      22.      Alla fase scritta del procedimento hanno preso parte, oltre alla ricorrente del procedimento principale (la Stichting Natuur
         en Milieu), l’interveniente nel procedimento principale (la Bayer CropScience B.V.), la Repubblica ellenica, il Regno dei
         Paesi Bassi e la Commissione europea. All’udienza del 9 settembre 2010 sono intervenuti la Vereniging Milieudefensie, la Bayer,
         i Paesi Bassi, la Grecia e la Commissione.
      
      IV – Valutazione giuridica
      A –    Sull’applicabilità ratione temporis della nuova direttiva sull’informazione ambientale 
      23.      Occorre preliminarmente chiarire se debba essere applicata la nuova o la vecchia direttiva sull’informazione ambientale. A
         tal fine mi soffermerò in primo luogo sui principi generali in materia di applicabilità ratione temporis degli atti del diritto
         dell’Unione (v. infra, 1) e, in secondo luogo, sul rinvio operato dall’art. 14 della direttiva sui prodotti fitosanitari alla
         vecchia direttiva sull’informazione ambientale (v. infra, 2).
      
      1.      Sui principi generali in materia di applicabilità ratione temporis
      24.      Il giudice a quo solleva la questione se la nuova direttiva sull’informazione ambientale possa essere applicata ad informazioni
         fornite alle autorità competenti – come nel caso di specie – già prima della scadenza del termine per la sua trasposizione.
      
      25.      Secondo la costante giurisprudenza, le norme di procedura si applicano, come si ritiene in generale, a tutte le controversie
         pendenti all’atto della loro entrata in vigore, a differenza delle norme sostanziali, che, secondo la comune interpretazione,
         non riguardano, in linea di principio, rapporti giuridici sorti anteriormente alla loro entrata in vigore (10). In linea generale, infatti, il principio della certezza del diritto osta a che il momento iniziale dell’applicazione nel
         tempo di un atto comunitario decorra da una data anteriore a quella della sua pubblicazione. A tal riguardo, per garantire
         l’osservanza dei principi della certezza del diritto e della tutela del legittimo affidamento, le norme comunitarie di diritto
         sostanziale devono essere interpretate come applicabili a situazioni createsi anteriormente alla loro entrata in vigore soltanto
         in quanto dalla lettera, dallo scopo o dallo spirito di tali norme risulti chiaramente che dev’essere loro attribuita tale
         efficacia (11).
      
      26.      In linea di principio, tuttavia, una nuova norma si applica immediatamente agli effetti futuri di situazioni sorte in vigenza della vecchia norma (12). Il principio della tutela del legittimo affidamento non può essere esteso al punto da impedire, in via generale, che una
         nuova norma si applichi agli effetti futuri di situazioni sorte in vigenza della norma antecedente (13).
      
      27.      L’accesso ad informazioni ricevute in passato da un’autorità pubblica, per come è disciplinato dalla direttiva sull’informazione
         ambientale, non può essere qualificato come una questione di diritto processuale, bensì di diritto sostanziale. I diritti
         di natura processuale ad essere informati sono sempre rivolti ad un’altra finalità, ad esempio a consentire di essere ascoltati
         in relazione ad un provvedimento a carico, mentre il diritto all’accesso all’informazione ambientale è formalmente riconosciuto
         a prescindere da qualsiasi ulteriore scopo. Ne consegue che in via di principio non è possibile un’applicazione retroattiva
         della direttiva sull’informazione ambientale.
      
      28.      La decisione relativa all’accesso ad informazioni in precedenza acquisite da un’autorità pubblica costituisce, tuttavia, un
         effetto futuro di una situazione sorta in precedenza. In effetti, è solo nel momento in cui si decide sulla richiesta d’accesso
         che sorge la questione se le informazioni possano essere divulgate. 
      
      29.      Questa peculiare dipendenza temporale del diritto d’accesso è espressamente prevista all’art. 4, n. 7, prima frase del regolamento
         (CE) n. 1049/2001, relativo all’accesso del pubblico ai documenti del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione (14). In base a tale disposizione, le eccezioni al diritto d’accesso si applicano unicamente al periodo nel quale la protezione
         è giustificata sulla base del contenuto del documento. Ciò deriva necessariamente dal principio, valido anche per la direttiva
         sull’informazione ambientale, secondo cui l’accesso può in via di principio essere rifiutato solo se gli effetti negativi
         su un bene tutelato prevalgono rispetto all’interesse del pubblico alla divulgazione dell’informazione. Sia gli effetti negativi
         che l’interesse del pubblico possono modificarsi nel corso del tempo e condurre ad un diverso esito della ponderazione.
      
      30.      Di conseguenza, dalle disposizioni della direttiva sull’informazione ambientale non risulta che il momento in cui le informazioni
         sono entrate in possesso dell’autorità pubblica sono rilevanti ai fini dell’applicazione del diritto di accesso. L’art. 3,
         n. 1, comprende indistintamente tutte le informazioni disponibili e non sono previste disposizioni speciali per informazioni
         vecchie. Qualora all’atto della trasmissione di informazioni precedentemente all’entrata in vigore di disposizioni relative
         all’accesso alle informazioni ambientali sussistesse una legittima aspettativa ad un trattamento riservato, in modo duraturo,
         di tale circostanza non occorrerebbe tener conto in sede di determinazione dell’ambito di applicazione della direttiva sull’informazione
         ambientale ma in sede di applicazione delle deroghe.
      
      31.      Non è pertanto decisivo il momento in cui le informazioni in questione sono pervenute alle autorità competenti (15).
      
      32.      Ciò nonostante, la Commissione e i Paesi Bassi ritengono che nel procedimento principale si debba applicare la vecchia direttiva
         sull’informazione ambientale in quanto la prima richiesta d’accesso è stata inoltrata prima della scadenza del termine di
         trasposizione della nuova direttiva (16). La Commissione richiama a tal proposito il principio tempus regit actum. Ciò significa che la valutazione delle conseguenze
         giuridiche di una fattispecie dipende dalla normativa giuridica applicabile all’epoca degli avvenimenti controversi (17).
      
      33.      A determinate condizioni potrebbe effettivamente risultare corretto valutare una richiesta in base alla normativa applicabile
         all’epoca del suo inoltro, o forse fare addirittura riferimento ad avvenimenti ancora precedenti. Ciò può risultare dalle
         disposizioni normative di volta in volta applicabili, eventualmente in combinato disposto con i sopracitati principi di certezza
         del diritto o di tutela del legittimo affidamento (18).
      
      34.      Nel caso della direttiva sull’informazione ambientale, tuttavia, l’avvenimento rilevante per l’applicazione della norma giuridica
         è costituito dalla decisione relativa all’accesso alle informazioni. Ciò emerge già dal fatto che il richiedente, dopo la
         scadenza del termine di trasposizione della nuova direttiva sull’informazione ambientale, avrebbe potuto presentare una nuova
         richiesta in qualsiasi momento senza che normalmente gli potesse essere opposta alcuna decisione definitiva relativa ad una
         precedente richiesta (19).
      
      35.      Nel presente caso deve altresì considerarsi che la richiesta è stata inoltrata solo due settimane prima della scadenza del
         termine di trasposizione della nuova direttiva sull’informazione ambientale, e che la prima decisione è stata presa dopo la
         scadenza di tale termine. La decisione amministrativa definitiva, impugnata nel procedimento principale, è stata addirittura
         adottata solo più di due anni dopo. Ciò considerato, il riferimento alla vecchia direttiva sull’informazione ambientale, più
         restrittiva, apparirebbe quasi un abuso.
      
      36.      Pertanto, in base ai principi generali sull’applicabilità ratione temporis degli atti del diritto dell’Unione, nel caso in
         esame deve essere applicata la nuova direttiva sull’informazione ambientale.
      
      2.      Sull’applicabilità della nuova direttiva sull’informazione ambientale in combinato disposto con l’art. 14 della direttiva
         sui prodotti fitosanitari
      
      37.      Nel presente caso si tratta, tuttavia, di informazioni fornite in una procedura per l’estensione dell’autorizzazione di un
         prodotto fitosanitario. Il loro trattamento riservato è oggetto dell’art. 14 della direttiva sui prodotti fitosanitari. Tale
         norma si applica espressamente fatte salve le disposizioni della vecchia direttiva sull’informazione ambientale. Occorre pertanto
         accertare se tale normativa rinvii in modo vincolante alla vecchia direttiva (rinvio fisso), oppure se la nuova direttiva
         sull’informazione ambientale sia subentrata al suo posto nell’ambito di applicazione di tale disposizione (rinvio mobile).
      
      38.      In senso contrario all’applicazione della nuova direttiva sull’informazione ambientale potrebbe rilevarsi che il legislatore,
         al momento dell’adozione della direttiva sui prodotti fitosanitari, aveva sotto gli occhi le disposizioni della vecchia direttiva
         sull’informazione ambientale. Per quanto concerne la tutela della riservatezza delle informazioni commerciali o industriali,
         un conflitto tra la direttiva sui prodotti fitosanitari e la vecchia direttiva sull’informazione ambientale potrebbe ritenersi
         pressoché escluso, dal momento che l’art. 3, n. 2, quarto trattino della vecchia direttiva consentiva agli Stati membri di
         rifiutare l’accesso a informazioni riguardanti la riservatezza commerciale ed industriale. 
      
      39.      La nuova direttiva sull’informazione ambientale limita, invece, la tutela della riservatezza delle informazioni commerciali
         e industriali. In base all’art. 4, n. 2, lett. d), un rifiuto è possibile solo in presenza di tre condizioni: che la divulgazione
         rechi pregiudizio alla riservatezza di informazioni commerciali o industriali giuridicamente tutelate, che l’interesse alla
         tutela della riservatezza di tali informazioni prevalga sull’interesse pubblico tutelato dalla divulgazione, e che non si
         tratti di informazioni sulle emissioni nell’ambiente. Pertanto può senz’altro accadere che la nuova direttiva sull’informazione
         ambientale consenta l’accesso ad informazioni che in base alla vecchia direttiva sarebbero state considerate riservate.
      
      40.      L’art. 11 della nuova direttiva sull’informazione ambientale, tuttavia, abroga la vecchia direttiva e prevede che i riferimenti
         alla vecchia direttiva si intendono fatti alla nuova direttiva. Ne consegue che il testo stesso della nuova direttiva sull’informazione
         ambientale esclude un isolato mantenimento in vigore della vecchia direttiva per la tutela della riservatezza delle informazioni
         commerciali nel settore dei prodotti fitosanitari.
      
      41.      Occorre inoltre considerare che gli accordi internazionali conclusi dall’Unione prevalgono sulle norme del diritto comunitario
         derivato (20). Le norme del diritto dell’Unione derivato devono pertanto essere interpretate, per quanto è possibile, in conformità con
         gli obblighi di diritto internazionale dell’Unione (21). Senonché le disposizioni della nuova direttiva sull’informazione ambientale concernenti la tutela della riservatezza delle
         informazioni commerciali e industriali corrispondono alle prescrizioni dell’art. 4, n. 4, lett. d), della Convenzione di Århus,
         che si applicano anche ai prodotti fitosanitari, mentre le disposizioni della vecchia direttiva sull’informazione ambientale
         su questo punto non costituirebbero un’adeguata trasposizione della Convenzione. 
      
      42.      L’art. 14 della direttiva sui prodotti fitosanitari deve pertanto essere inteso nel senso che esso si applica fatte salve
         le disposizioni della nuova direttiva sull’informazione ambientale, e la domanda di pronuncia pregiudiziale deve essere valutata
         sulla base della nuova direttiva sull’informazione ambientale.
      
      B –    Sulla prima questione
      43.      Con la prima questione occorre chiarire se informazioni, fornite nell’ambito di una procedura nazionale per l’estensione dell’autorizzazione
         di un prodotto fitosanitario al fine di fissare la quantità massima di un antiparassitario contenuta in cibi o bevande, siano
         informazioni ambientali.
      
      44.      Già in relazione alla vecchia direttiva sull’informazione ambientale la Corte ha statuito che il legislatore ha inteso attribuire
         alla nozione di «informazioni relative all’ambiente» un’accezione ampia, e che si è astenuto dal definire tale nozione in
         modo che potesse restare esclusa dall’ambito di applicazione della direttiva una qualsiasi delle attività svolte dall’autorità
         pubblica (22). La nuova direttiva sull’informazione ambientale contiene una definizione più ampia e più dettagliata (23). Tuttavia, né la vecchia né la nuova direttiva sull’informazione ambientale si propongono di attribuire un diritto di accesso
         generalizzato e illimitato all’insieme delle informazioni detenute dall’autorità pubblica e che presentino un rapporto, ancorché
         minimo, con un bene ambientale. Occorre infatti, affinché sorga il diritto di accesso, che tali informazioni rientrino in
         una o più delle categorie elencate dalla direttiva (24). È pertanto necessario verificare se le informazioni controverse possano essere ricondotte ad una di tali categorie.
      
      45.      Secondo il giudice a quo, gli studi in questione contengono, da un lato, la determinazione della quantità (massima) ammissibile
         di propamocarb che può riscontrarsi sull’insalata o nell’insalata dal punto di vista di una buona pratica agricola e della
         salute pubblica e, dall’altro, l’accertamento che il prodotto Previcur N, in caso di osservanza delle prescrizioni legislative
         d’uso e delle istruzioni legislative per l’uso, soddisfa i presupposti di legge.
      
      46.      La Bayer sostiene che gli studi e i protocolli contengono sostanzialmente informazioni su sperimentazioni in campo con il
         prodotto fitosanitario e una valutazione statistica. Questi documenti indicherebbero pertanto solo le quantità di prodotto
         che residuano sulle piante in caso di un suo uso corretto. Gli effetti del prodotto, nonché gli eventuali rischi per la salute
         della sostanza attiva sarebbero invece analizzati in altri studi.
      
      1.      Sull’art. 2, punto 1, lett. f), della direttiva sull’informazione ambientale – informazioni concernenti la salute 
      47.      Poiché le informazioni in questione servono a determinare la quantità massima di residui, e questa è destinata a tutelare
         (anche) la salute umana, i soggetti che hanno presentato osservazioni alla Corte discutono soprattutto sulla questione se
         si tratti di informazioni ambientali concernenti la salute, come contemplate dall’art. 2, punto 1, lett. f), della direttiva
         sull’informazione ambientale. In base a tale disposizione sono informazioni ambientali tutte le informazioni concernenti lo
         stato della salute e della sicurezza umana, compresa la contaminazione della catena alimentare, ove pertinente, le condizioni
         della vita umana, i siti e gli edifici di interesse culturale nella misura in cui sono o possono essere influenzati dallo
         stato degli elementi dell’ambiente di cui all’art. 2, punto 1, lett. a), o, attraverso tali elementi, da qualsiasi fattore
         di cui alle lett. b) e c).
      
      48.      Tale definizione è molto ampia per ciò che riguarda gli aspetti della vita umana influenzati. Essa, tuttavia, comprende soltanto
         le informazioni sugli effetti che vengono mediati da elementi o fattori dell’ambiente, o da misure o attività concernenti
         l’ambiente. In tal modo si intende evitare di comprendere una quantità rilevante di informazioni non collegate con l’ambiente (25).
      
      49.      Le informazioni sui residui di un prodotto fitosanitario sugli alimenti si riferiscono evidentemente alla contaminazione della
         catena alimentare e, quindi, anche alla salute e alla sicurezza umana. La Bayer e i Paesi Bassi, tuttavia, contestano che
         le informazioni controverse si riferiscano ad effetti mediati da elementi dell’ambiente. Pertanto, prima di giungere ad una
         decisione definitiva sull’applicazione dell’art. 2, punto 1, lett. f), della direttiva sull’informazione ambientale, pare
         opportuno analizzare preliminarmente le lett. a), b) e c), di tale disposizione.
      
      2.      Sull’art. 2, punto 1, lett. a), della direttiva sull’informazione ambientale – stato degli elementi dell’ambiente
      50.      Ai sensi dell’art. 2, punto 1, lett. a), della direttiva sull’informazione ambientale, la nozione di informazione ambientale
         comprende qualsiasi informazione concernente lo stato degli elementi dell’ambiente, quali l’aria e l’atmosfera, l’acqua, il
         suolo, il territorio, il paesaggio e i siti naturali, compresi gli igrotopi, le zone costiere e marine, la diversità biologica
         e i suoi elementi costitutivi, compresi gli organismi geneticamente modificati, nonché le interazioni tra questi elementi.
      
      51.      Le informazioni controverse si riferiscono allo stato delle piante di insalata trattate, segnatamente ai residui di un antiparassitario
         che rimangono su tali piante quando esso viene usato correttamente. Nel caso in cui si ritenga che tali piante siano elementi
         dell’ambiente, allora si tratta di informazioni ambientali.
      
      52.      L’elenco degli elementi dell’ambiente non è tassativo, ma soltanto esemplificativo. In teoria potrebbe considerarsi come elemento
         dell’ambiente tutto ciò che è presente nell’ambiente, sicché sarebbero tali anche le piante di insalata trattate con prodotti
         fitosanitari.
      
      53.      Tuttavia, gli elementi dell’ambiente elencati non descrivono singoli oggetti o esemplari, bensì entità astratte dell’ambiente:
         l’aria e l’atmosfera, l’acqua, il suolo, il territorio, il paesaggio e i siti naturali, nonché la diversità biologica e i
         suoi elementi costitutivi. Si tratta di elementi strutturali che conformano l’ambiente o determinati settori dell’ambiente.
         
      
      54.      Le piante di insalata in quanto tali non rientrano in questo elenco, mentre vi rientra il concetto generale di colture agricole.
         Esse conformano rilevanti settori del nostro ambiente e pertanto dovrebbero essere riconosciute quale elemento dell’ambiente.
         Le informazioni sulle piante di insalata trattate riguarderebbero, quindi, lo stato di una porzione di questo elemento dell’ambiente.
      
      55.      A ciò potrebbe opporsi che le colture agricole non fanno parte dell’ambiente naturale, ma rientrano in un procedimento di
         produzione realizzato dall’uomo. Esse non fanno quindi parte dell’ambiente naturale, ma vanno piuttosto ricondotte all’ambiente
         modificato dall’uomo.
      
      56.      Un argomento a favore della tesi secondo cui la nozione di ambiente del diritto dell’Unione comprenderebbe solo elementi naturali
         o seminaturali può essere tratto dalla nozione di «siti naturali», che viene menzionata come uno degli elementi dell’ambiente
         all’art. 2, punto 1, lett. a), della direttiva sull’informazione ambientale, nonché in vari altri atti giuridici (26). In particolare, l’art. 2, punto 12, della direttiva sui prodotti fitosanitari non estende la nozione di ambiente alle colture
         agricole ma la limita pertanto alla fauna e alla flora selvatiche. Ne consegue che solo la fauna e la flora selvatiche ricevono
         la particolare tutela del diritto ambientale dell’Unione (27), mentre le colture agricole rientrano nel diritto agrario.
      
      57.      La nozione di ambiente del diritto dell’Unione non è, tuttavia, sempre limitata all’ambiente naturale. Ad esempio, la valutazione
         dell’impatto ambientale ricomprende, tra l’altro, gli effetti sulla popolazione e sui beni materiali, compreso il patrimonio
         architettonico e archeologico (28). Inoltre, la direttiva quadro sulle acque prevede anche norme sulla qualità ambientale dei corpi idrici artificiali (29). E come fa valere infine la Commissione, nella vecchia direttiva sull’informazione ambientale erano considerate informazioni
         ambientali le informazioni relative alla fauna e alla flora, a prescindere dal fatto che si trattasse di fauna e flora naturali.
         
      
      58.      Così, un’eventuale limitazione della nozione di ambiente all’ambiente naturale non rappresenta emanazione di un principio
         generale ma deriva dallo scopo di volta in volta perseguito dalla definizione. La direttiva sull’informazione ambientale non
         contiene elementi su cui basare uno scopo talmente limitato. Occorre invece partire dal presupposto che la nuova direttiva
         non dovrebbe restringere la nozione di informazione ambientale rispetto alla vecchia direttiva (30). Pertanto, la menzione dei siti naturali nell’elenco, solo esemplificativo, degli elementi dell’ambiente non dovrebbe essere
         intesa in senso limitativo. D’altronde gli altri esempi non vengono per l’appunto qualificati con l’aggettivo «naturale».
      
      59.      Distinguere tra ambiente naturale e ambiente artificiale non sarebbe molto sensato nemmeno da un punto di vista pratico, in
         quanto in Europa non ci sono pressoché più settori dell’ambiente che non siano più o meno intensamente influenzati dall’uomo.
         In base a tale logica, non sarebbero informazioni ambientali le informazioni concernenti le foreste di produzione di legname
         relative, ad esempio, allo loro distruzione. 
      
      60.      Per quanto riguarda le colture agricole, esse sono da ricondurre in ogni caso all’ambiente quando entrano in interazione con
         gli elementi naturali dell’ambiente. È il caso della coltivazione in campo aperto delle piante di insalata in quanto le medesime
         possono entrare in contatto in particolare col suolo e con gli animali selvatici, ma essa può avere effetti indiretti anche
         sulle acque, in particolare sulle acque sotterranee.
      
      61.      Le informazioni controverse relative ai residui sulle piante di insalata costituiscono, pertanto, informazioni ambientali
         in forma di informazioni concernenti elementi dell’ambiente ai sensi dell’art. 2, punto 1, lett. a), della direttiva sull’informazione
         ambientale.
      
      3.      Sull’art. 2, punto 1, lett. b), della direttiva sull’informazione ambientale – informazioni concernenti fattori ambientali
      62.      Occorre prendere in considerazione anche l’art. 2, punto 1, lett. b), della direttiva sull’informazione ambientale. In questa
         categoria rientrano informazioni concernenti fattori quali le sostanze, l’energia, il rumore, le radiazioni o i rifiuti, compresi
         quelli radioattivi, le emissioni, gli scarichi e altri rilasci nell’ambiente, che incidono o possono incidere sugli elementi
         dell’ambiente di cui alla lett. a).
      
      63.      La Stichting Natuur en Milieu e anche la Commissione sostengono che gli studi e i protocolli contengono informazioni concernenti
         fattori che incidono o possono incidere su elementi dell’ambiente. 
      
      64.      Ciò è vero in quanto la sostanza attiva propamocarb e il prodotto fitosanitario Previcur N sono sostanze il cui rilascio è
         destinato ad avere effetti su elementi dell’ambiente. Questi effetti non riguardano soltanto le piante di insalata trattate,
         ma anche altri elementi dell’ambiente, in particolare piante, animali e funghi, ma anche l’acqua, il suolo o l’aria ambiente.
      
      65.      Anche nel caso in cui – contrariamente all’opinione qui sostenuta – non si dovessero considerare le colture agricole quali
         elementi dell’ambiente, si tratterebbe pur sempre, quindi, di informazioni concernenti fattori dell’ambiente. Anche le informazioni
         concernenti i residui sulle piante di insalata sono, infatti, informazioni concernenti il rilascio di sostanze che hanno effetti
         su elementi dell’ambiente. I residui stessi possono, infatti, avere effetti su elementi dell’ambiente, ad esempio quando vengono
         ingeriti da animali selvatici.
      
      66.      Pertanto, le informazioni controverse relative al trattamento delle piante di insalata costituiscono informazioni ambientali
         rientrando anche nella categoria delle informazioni concernenti fattori dell’ambiente ai sensi dell’art. 2, punto 1, lett. b),
         della direttiva sull’informazione ambientale. 
      
      4.      Sull’art. 2, punto 1, lett. c), della direttiva sull’informazione ambientale – informazioni concernenti misure amministrative
      67.      Potrebbe altresì trattarsi di informazioni ambientali ai sensi dell’art. 2, punto 1, lett. c), della direttiva sull’informazione
         ambientale. Questa categoria comprende informazioni concernenti le misure (comprese quelle amministrative) quali le politiche,
         le disposizioni legislative, i piani, i programmi, gli accordi ambientali e le attività che incidono o possono incidere sugli
         elementi e sui fattori dell’ambiente di cui all’art. 2, punto 1, lett. a) e b), nonché le misure o attività intese a proteggere
         i suddetti elementi.
      
      68.      Le informazioni su misure amministrative, non rivolte alla tutela dell’ambiente, non sono tuttavia informazioni ambientali (31). Potrebbe dubitarsi della presenza di informazioni ambientali ai sensi dell’art. 2, punto 1, lett. c), della direttiva sull’informazione
         ambientale, dal momento che gli studi e i protocolli sono stati utilizzati per la determinazione della quantità massima di
         residui, la cui principale finalità, secondo la Bayer e i Paesi Bassi, consiste nella tutela dei consumatori e nella commerciabilità
         del prodotto interessato, e non, prioritariamente, nella tutela dell’ambiente. Il dodicesimo ‘considerando’ della direttiva
         90/642 e il secondo ‘considerando’ del regolamento n. 396/2005 (32), qui non applicabile per motivi temporali, confermano tale opinione. 
      
      69.      La Grecia, tuttavia, giustamente osserva, nella fase scritta del procedimento, che le informazioni in questione sono state
         fornite, in base a quanto riferito dalla domanda di pronuncia pregiudiziale, nella procedura per la proroga dell’autorizzazione
         di un prodotto fitosanitario. E la Commissione segnala che siffatti studi, ai sensi dell’art. 13, n. 1, lett. b), e dell’allegato
         II, parte A, punto 6.3 della direttiva sui prodotti fitosanitari, devono essere forniti nella procedura di autorizzazione. Deve pertanto ritenersi che gli studi e i protocolli non sono rilevanti
         solo per la determinazione del quantitativo massimo di residui, ma costituiscono anche parte del fondamento di un’autorizzazione.
         La decisione in merito all’autorizzazione di prodotti fitosanitari è una misura amministrativa ai sensi dell’art. 2, punto
         1, lett. c), della direttiva sull’informazione ambientale, che può incidere sullo stato di elementi dell’ambiente.
      
      70.      Per poter valutare in modo completo tale misura, risulta ragionevole considerare, in via di principio, tutte le informazioni concernenti la procedura quali informazioni ambientali. Spesso, in pratica, dovrebbe essere possibile valutare
         se le informazioni in questione siano rilevanti per l’ambiente solo in base al contesto in cui sono di volta in volta inserite.
         Gli studi controversi nel caso di specie potrebbero ad esempio chiarire se e a quali condizioni l’utilizzo del prodotto può
         determinare la presenza di quantità particolarmente alte di residui sulle piante coltivate che potrebbero essere di rilievo
         non solo per la tutela dei consumatori ma anche per l’ambiente. 
      
      71.      Pertanto, le informazioni che vengono fornite nella procedura di autorizzazione sono informazioni concernenti tale misura
         amministrativa, e quindi informazioni ambientali anche ai sensi dell’art. 2, punto 1, lett. c), della direttiva sull’informazione
         ambientale (33).
      
      5.      Conclusione 
      72.      Sulla base delle considerazioni svolte in relazione all’art. 2, punto 1, lett. a), b) e c), della direttiva sull’informazione
         ambientale, gli studi e i protocolli controversi costituiscono informazioni ambientali rientrando nella categoria delle informazioni
         concernenti la contaminazione della catena alimentare ai sensi dell’art. 2, punto 1, lett. f), della direttiva sull’informazione
         ambientale. 
      
      73.      In sintesi, la nozione di «informazione ambientale» di cui all’art. 2 della direttiva sull’informazione ambientale deve essere
         interpretata in modo da ricomprendere anche le informazioni fornite nell’ambito di una procedura nazionale di (estensione
         dell’) autorizzazione di un prodotto fitosanitario al fine di fissare la quantità massima di un antiparassitario, o di un
         suo componente o di un suo prodotto di degradazione, contenuta in cibi o bevande.
      
      C –    Sulla seconda questione – il rapporto tra la direttiva sull’informazione ambientale e l’art. 14 della direttiva sui prodotti
            fitosanitari
      74.      Con la seconda questione il giudice a quo desidera sapere quale rapporto sussista tra la direttiva sull’informazione ambientale
         e l’art. 14 della direttiva sui prodotti fitosanitari e, in particolare, se quest’ultimo articolo possa essere applicato solo
         se attraverso il medesimo non vengano pregiudicati gli obblighi derivanti dall’art. 4, n. 2, della direttiva sull’informazione
         ambientale. 
      
      75.      Benché la determinazione delle quantità massime di residui sottostia ad apposite disposizioni del diritto dell’Unione – all’epoca
         della decisione olandese sul propamocarb: l’art. 5 ter, n. 2, della direttiva 90/642 – che non contengono alcuna disciplina
         del trattamento delle informazioni industriali o commerciali riservate, nondimeno l’art. 14 della direttiva sui prodotti fitosanitari
         è in via di principio applicabile, in quanto le informazioni controverse sono state fornite nell’ambito di una procedura di
         autorizzazione di un prodotto fitosanitario.
      
      1.      Sull’applicazione dell’art. 4, n. 2, lett. d), della direttiva sull’informazione ambientale alla luce dell’art. 14 della direttiva
         sui prodotti fitosanitari
      
      76.      Poiché l’art. 14 della direttiva sui prodotti fitosanitari si applica fatte salve le disposizioni della direttiva sull’informazione
         ambientale, una richiesta di informazioni ambientali, fornite in una procedura di autorizzazione di prodotti fitosanitari,
         deve essere in via di principio valutata sulla base della direttiva sull’informazione ambientale (34). Ove intendano negare l’accesso a informazioni ambientali, le autorità competenti devono prima di tutto verificare specificamente
         se la divulgazione possa recare pregiudizio alla riservatezza di informazioni commerciali o industriali giuridicamente tutelate
         e se si tratti di informazioni concernenti emissioni nell’ambiente ed, eventualmente, infine ponderare l’interesse pubblico
         tutelato dalla divulgazione con l’interesse tutelato dal rifiuto della divulgazione. 
      
      77.      La tutela giuridica della riservatezza delle informazioni commerciali e industriali è già stata riconosciuta nel diritto in
         materia di concorrenza e di appalti pubblici come un principio generale (35) e addirittura come parte del principio fondamentale alla tutela della vita privata (36); essa costituisce inoltre un obbligo di diritto internazionale dell’Unione ai sensi dell’art. 39 dell’accordo TRIPS e, nel
         presente caso, risulta altresì dalla direttiva sui prodotti fitosanitari e dal diritto olandese.
      
      78.      L’art. 14 della direttiva sui prodotti fitosanitari è utile anche per individuare le informazioni riservate da tutelare secondo
         la medesima. Per un verso, tale disposizione menziona varie informazioni che non beneficiano della tutela della riservatezza
         delle informazioni commerciali e industriali (37). Il presente caso, tuttavia, non vi rientra. Per altro verso, l’art. 14 della direttiva sui prodotti fitosanitari prevede
         una procedura attraverso la quale le autorità competenti, insieme con le imprese interessate, stabiliscono quali tra le informazioni
         fornite contengono informazioni commerciali o industriali riservate. La considerazione di determinate informazioni come riservate
         presuppone, infatti, una domanda la cui motivazione deve essere accettata dalle autorità competenti.
      
      79.      Secondo la Bayer e i Paesi Bassi, la decisione delle autorità competenti in merito al riconoscimento della riservatezza delle
         informazioni, prevista all’art. 14 della direttiva sui prodotti fitosanitari, dovrebbe ripercuotersi sulla decisione in merito
         alla richiesta d’accesso, prevista dalla direttiva sull’informazione ambientale. La Bayer sostiene, in proposito, che l’autorità
         pubblica effettua già in occasione della domanda dell’impresa un’adeguata ponderazione di interessi. Ciò comporterebbe, in
         definitiva, che la tutela della riservatezza delle informazioni industriali e commerciali dovrebbe essere valutata soltanto
         sulla scorta dell’art. 14 della direttiva sui prodotti fitosanitari.
      
      80.      Tale tesi non mi convince del tutto. Benché vi siano validi argomenti che inducono a fondare la valutazione della meritevolezza
         di tutela della riservatezza delle informazioni industriali o commerciali sull’art. 14 della direttiva sui prodotti fitosanitari,
         ciò non può tuttavia precludere l’applicazione degli ulteriori elementi previsti dalla direttiva sull’informazione ambientale.
         Sul punto occorre soffermarsi in dettaglio.
      
      81.      Se la procedura prevista all’art. 14 della direttiva sui prodotti fitosanitari viene svolta correttamente, si può in via di
         principio ritenere che siano state individuate le informazioni la cui divulgazione recherebbe pregiudizio alla riservatezza
         delle informazioni industriali e commerciali. A tal proposito, occorre tenere in considerazione segnatamente la tutela derivante
         dai diritti fondamentali a tali posizioni ma anche già la sua limitazione ammissibile in base ad altri interessi preponderanti,
         in particolare attraverso le disposizioni relative all’accesso alle informazioni ambientali.
      
      82.      Una corretta decisione ai sensi dell’art. 14 della direttiva sui prodotti fitosanitari presuppone, di conseguenza, l’osservanza
         non solo del testo di tale disposizione, bensì anche delle prescrizioni contenute nella direttiva sull’informazione ambientale.
         Così l’art. 4, n. 2, quarta frase della direttiva sull’informazione ambientale vieta di qualificare come informazioni commerciali
         e industriali da considerare riservate le informazioni concernenti le emissioni nell’ambiente. Ne consegue che le autorità
         competenti non possono accettare alcuna domanda di tutela della riservatezza di informazioni di tal tipo.
      
      83.      Nondimeno, anche in caso di corretta applicazione dell’art. 14 della direttiva sui prodotti fitosanitari, non può escludersi
         che i motivi fondanti la meritevolezza di tutela delle informazioni siano venuti meno al momento della decisione in merito
         alla richiesta d’accesso (38). In un caso del genere, il mantenimento della riservatezza non sarebbe più giustificato e la decisione presa ai sensi dell’art. 14
         della direttiva sui prodotti fitosanitari non potrebbe più essere opposta al richiedente.
      
      84.      Potrebbe altresì ipotizzarsi il caso che la richiesta d’accesso a informazioni ambientali richiami ulteriori interessi pubblici
         tutelati dalla divulgazione delle informazioni, di cui l’autorità competente non ha tenuto conto in occasione dell’originaria
         decisione sulla tutela della riservatezza. In tal caso, la decisione presa ai sensi dell’art. 14 della direttiva sui prodotti
         fitosanitari non avrebbe ponderato in modo esaustivo la tutela della riservatezza con l’interesse pubblico tutelato dalla
         divulgazione. Piuttosto occorrerebbe ripetere tale ponderazione.
      
      85.      Pertanto, la decisione correttamente presa ai sensi dell’art. 14 della direttiva sui prodotti fitosanitari in merito alla
         tutela della riservatezza delle informazioni commerciali e industriali è vincolante per la decisione in merito alla divulgazione
         di informazioni ambientali di cui all’art. 4, n. 2, lett. d), della direttiva sull’informazione ambientale, (solo) fatti salvi
         eventuali nuovi sviluppi e ulteriori informazioni sull’interesse pubblico tutelato dalla divulgazione.
      
      2.      Sulle informazioni concernenti emissioni nell’ambiente
      86.      In base all’art. 4, n. 2, quarta frase, della direttiva sull’informazione ambientale la divulgazione di informazioni ambientali
         non può essere rifiutata in nome della riservatezza delle informazioni commerciali o industriali se la richiesta concerne
         informazioni sulle emissioni nell’ambiente. Quantunque la domanda di pronuncia pregiudiziale non contenga alcuna questione
         relativa alla definizione di tali informazioni, è tuttavia evidente che tale questione è di fondamentale rilevanza per il
         procedimento principale e pertanto viene affrontata anche dai soggetti che hanno presentato osservazioni alla Corte.
      
      87.      Le linee guida per l’applicazione della Convenzione di Århus (39) rinviano, per la nozione di emissioni, alla definizione della direttiva IPPC (40). In base all’art. 2, punto 5, di tale direttiva, per emissione si intende lo scarico diretto o indiretto, da fonti puntiformi
         o diffuse dell’impianto, di sostanze, vibrazioni, calore o rumore nell’aria, nell’acqua ovvero nel suolo. I Paesi Bassi e
         la Commissione propongono pertanto di circoscrivere la nozione di emissioni alle emissioni di impianti ai sensi della direttiva
         IPPC, sicché il rilascio di prodotti fitosanitari utilizzati in colture in campo non costituirebbe emissione. 
      
      88.      In teoria, le linee guida costituiscono un utile aiuto per l’interpretazione di concetti giuridici indeterminati della direttiva
         sull’informazione ambientale (41). È vero che esse non possono determinare in modo vincolante l’interpretazione della Convenzione di Århus, tuttavia le parti
         della Convenzione erano quantomeno a conoscenza delle medesime ed hanno appoggiato la loro elaborazione (42). E si può presumere che le linee guida fossero note al legislatore in occasione dell’adozione della direttiva sull’informazione
         ambientale.
      
      89.      Ma già la circostanza che le linee guida, richiamando la direttiva IPPC, intendessero limitare la nozione di emissione ai
         soli impianti è dubbia. La nozione di impianto compare nella menzionata definizione di emissioni solo perché la direttiva
         IPPC si riferisce agli impianti. Una siffatta limitazione della nozione di emissione non è invece desumibile né dalla direttiva
         sull’informazione ambientale, né dalla Convenzione di Århus. 
      
      90.      Al contrario, in base all’art. 4, n. 4, lett. d), della Convenzione di Århus devono essere divulgate le informazioni sulle
         emissioni rilevanti ai fini della tutela dell’ambiente. Che le emissioni provengano da impianti non ha, tuttavia, alcuna importanza
         per la loro rilevanza ai fini della tutela dell’ambiente. Si pensi solo alle emissioni prodotte dalla circolazione di veicoli.
      
      91.      A prescindere dalla sua limitazione agli impianti, tuttavia, la definizione di emissione fornita dalla direttiva IPPC è assolutamente
         sensata. Pertanto, essa, se si mette da parte il riferimento agli impianti, può essere recepita per l’applicazione della direttiva
         sull’informazione ambientale. L’art. 4, n. 2, quarta frase della direttiva sull’informazione ambientale riguarda quindi le
         informazioni concernenti lo scarico diretto o indiretto, da fonti puntiformi o diffuse, di sostanze, vibrazioni, calore o
         rumore nell’aria, nell’acqua ovvero nel suolo.
      
      92.      Così intesa, la nozione di emissione corrisponde, inoltre, in larga misura alla definizione dell’art. 2, punto 8, della direttiva
         2004/35 sulla responsabilità ambientale in materia di prevenzione e riparazione del danno ambientale (43), che viene fatta valere dalla Vereniging Milieudefensie. Secondo tale disposizione, vanno intese come emissioni il rilascio
         nell’ambiente, a seguito dell’attività umana, di sostanze, preparati, organismi o microrganismi. Tale direttiva, che all’epoca
         dell’elaborazione della guida non esisteva ancora, corrisponde, quanto al suo ambito di applicazione, più alla direttiva sull’informazione
         ambientale che alla direttiva IPPC, in quanto non è limitata agli impianti.
      
      93.      Tuttavia, anche secondo tale direttiva le informazioni sulle emissioni non si estendono alle informazioni concernenti sostanze
         che prima o poi vengono rilasciate. Come la Commissione giustamente rileva, di regola ogni sostanza viene prima o poi rilasciata
         nell’ambiente nel corso del suo ciclo vitale. Si tratta piuttosto di informazioni concernenti tale rilascio in quanto tale.
         
      
      94.      Per quanto risulta, il presente caso riguarda solo marginalmente informazioni concernenti il rilascio di sostanze in quanto
         tale. È vero che occorre partire dal presupposto che i protocolli sulle sperimentazioni indicano le quantità di prodotto fitosanitario
         applicate. Essi, tuttavia, interessano soprattutto per le informazioni concernenti i residui che rimangono sulle piante di
         insalata. Si tratta a tal proposito di determinate conseguenze del rilascio.
      
      95.      Siffatte conseguenze costituiscono proprio il motivo per cui, di regola, si rendono pubbliche le informazioni sulle emissioni
         nell’ambiente. Il pubblico, infatti, ha un grande interesse a sapere come può essere coinvolto da un’emissione. Prima dell’emissione
         conseguenze per l’uomo o l’ambiente erano abbastanza improbabili o, almeno, erano limitate alla sfera del detentore del segreto
         commerciale. Le sostanze rilasciate invece interagiscono per forza di cose con l’ambiente e forse anche con l’uomo. Pertanto,
         la guida all’applicazione della Convenzione di Århus sottolinea che la tutela della riservatezza delle informazioni commerciali
         dovrebbe cessare nel momento in cui vengono rilasciate le sostanze alle quali si riferiscono le informazioni riservate. Secondo
         la guida, proprio i possibili effetti sull’ambiente non devono essere concepiti come informazioni commerciali riservate (44). Tale situazione degli interessi giustifica in particolare l’arretramento, senza alcuna ponderazione nei singoli casi, della
         tutela derivante dai diritti fondamentali ai segreti commerciali con riferimento alle informazioni sulle emissioni. Anche
         l’art. 39, n. 3 dell’Accordo TRIPS consente una divulgazione di informazioni di tale tipo qualora ciò sia necessario per la
         protezione del pubblico.
      
      96.      Conseguentemente, le informazioni concernenti i residui di emissioni nell’ambiente dovrebbero essere considerate come parte
         delle informazioni concernenti le emissioni ai sensi della Convenzione di Århus.
      
      97.      Ciò vale a maggior ragione per la clausola sulle emissioni contenuta nella direttiva sull’informazione ambientale, formulata
         in termini sensibilmente più ampi rispetto alla clausola sulle emissioni contenuta nella Convenzione di Århus. 
      
      98.      All’art. 4, n. 4, lett. d), della Convenzione si prevede solamente che la riservatezza delle informazioni commerciali o industriali
         non deve ostare alla divulgazione di informazioni su emissioni rilevanti ai fini della tutela dell’ambiente. Il riferimento
         a tale rilevanza potrebbe essere inteso come un limite alla clausola sulle emissioni (45).
      
      99.      Per contro, l’art. 4, n. 2, quarta frase della direttiva sull’informazione ambientale non contiene il passaggio sulla rilevanza
         ai fini della tutela dell’ambiente, ed estende l’ambito di applicazione della clausola sulle emissioni ad altri motivi di
         tutela della riservatezza.
      
      100. Questa estensione rappresenta l’esito di un controverso dibattito nel corso del procedimento legislativo. Nella proposta originaria
         la Commissione ha rinunciato a pretendere la rilevanza ai fini della tutela dell’ambiente, ma ha escluso, nell’ambito delle
         informazioni sulle emissioni, l’applicazione della riservatezza per le sole informazioni commerciali o industriali (46). Per contro, la posizione comune del Consiglio è ritornata alla formulazione della Convenzione (47). Il Parlamento ha invece preteso che le informazioni sulle emissioni nell’ambiente non fossero mai considerate come riservate (48). Solo in sede di comitato di conciliazione alla fine si è raggiunto l’accordo sull’attuale disciplina, che esclude l’applicazione
         alle informazioni sulle emissioni nell’ambiente della maggior parte dei motivi di riservatezza, e che rinuncia alla rilevanza
         delle informazioni stesse ai fini della tutela dell’ambiente. L’estensione della clausola sulle emissioni risale pertanto
         ad una consapevole decisione del legislatore. 
      
      101. Per tali motivi gli studi e i protocolli sulle sperimentazioni, oggetto della presente controversia, costituiscono informazioni
         sulle emissioni nell’ambiente, la cui divulgazione non può essere rifiutata in nome della riservatezza delle informazioni
         commerciali o industriali.
      
      D –    Sulla terza questione – ponderazione ad opera del legislatore
      102. Con la terza questione il giudice a quo desidera sapere se la ponderazione, disposta dall’art. 4, n. 2, terza frase, della
         direttiva sull’informazione ambientale, dell’interesse pubblico tutelato dalla divulgazione con l’interesse specifico tutelato
         dal rifiuto della divulgazione debba aver luogo in fase applicativa, oppure possa intervenire anche in fase di legislazione
         nazionale.
      
      103. In base a tale disposizione, in ogni caso specifico l’interesse pubblico tutelato dalla divulgazione è ponderato con l’interesse tutelato dal rifiuto della divulgazione.
      
      104. La Bayer sottolinea che la Convenzione di Århus non richiede una ponderazione nel caso specifico. Nello stesso senso si è
         espressa anche la Finlandia all’atto dell’adozione della direttiva, in quanto ponderazioni nel caso specifico farebbero temere
         un’arbitraria limitazione del diritto d’accesso (49).
      
      105. Come, tuttavia, rilevano la Grecia e la Commissione, non è conforme alla lettera dell’art. 4, n. 2, della direttiva sull’informazione
         ambientale, la sostituzione della ponderazione riferita al caso specifico con una ponderazione generale operata dal legislatore
         nazionale. E contrariamente all’opinione espressa dalla Finlandia in tal modo non si appone una limitazione al diritto d’accesso
         rispetto alla Convenzione di Århus, giacché tale ponderazione consente di divulgare informazioni nonostante il pregiudizio
         che ne deriva per altri beni tutelati, allorché l’interesse pubblico tutelato dalla divulgazione risulti prevalente.
      
      106. Secondo l’opinione dei Paesi Bassi e della Bayer, una siffatta ponderazione viene effettuata già in sede di applicazione dell’art. 14
         della direttiva sui prodotti fitosanitari. Il riconoscimento della riservatezza delle informazioni commerciali o industriali
         presupporrebbe, infatti, tale ponderazione. I limiti apposti alla ponderazione da tale disposizione e dalla sua trasposizione
         nel diritto nazionale sarebbero funzionali alla certezza del diritto e sarebbero pertanto necessari.
      
      107. Come sopra esposto, tuttavia, la ponderazione effettuata ai sensi dell’art. 14 della direttiva sui prodotti fitosanitari è
         probabilmente incompleta. Essa, pertanto, non può sostituire in modo esaustivo la ponderazione di cui all’art. 4, n. 2, terza
         frase, della direttiva sull’informazione ambientale. 
      
      108. Ai sensi dell’art. 4, n. 2, terza frase, della direttiva sull’informazione ambientale, la ponderazione prevista in tale disposizione
         dell’interesse pubblico tutelato dalla divulgazione con l’interesse specifico tutelato dal rifiuto della divulgazione va effettuata,
         di conseguenza, in ogni singolo caso in fase applicativa.
      
      V –    Conclusione
      109. Alla luce di quanto sopra esposto, propongo alla Corte di statuire come segue in merito alla domanda di pronuncia pregiudiziale:
      
      1)      La nozione di «informazione ambientale» di cui all’art. 2 della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio, 2003/4/CE,
         sull’accesso del pubblico all’informazione ambientale e che abroga la direttiva 90/313/CEE del Consiglio, deve essere interpretata
         in modo da ricomprendere anche le informazioni fornite nell’ambito di una procedura nazionale di (estensione dell’) autorizzazione
         di un prodotto fitosanitario al fine di fissare la quantità massima di un antiparassitario, o di un suo componente o di un
         suo prodotto di degradazione, contenuta in cibi o bevande.
      
      2)      Fatti salvi eventuali nuovi sviluppi e ulteriori informazioni sull’interesse pubblico tutelato dalla divulgazione, una decisione
         correttamente presa ai sensi dell’art. 14 della direttiva del Consiglio, 91/414/CEE, relativa all’immissione in commercio
         dei prodotti fitosanitari, in merito alla tutela della riservatezza delle informazioni commerciali e industriali è vincolante
         per la decisione in merito alla divulgazione di informazioni ambientali di cui all’art. 4, n. 2, prima frase, lett. d), della
         direttiva 2004/3. Tuttavia, gli studi e i protocolli sulle sperimentazioni, oggetto della presente controversia, costituiscono
         informazioni sulle emissioni nell’ambiente, la cui divulgazione non può essere rifiutata in nome della riservatezza delle
         informazioni commerciali o industriali.
      
      3)      Ai sensi dell’art. 4, n. 2, terza frase, della direttiva 2004/3, la ponderazione prevista in tale disposizione dell’interesse
         pubblico tutelato dalla divulgazione con l’interesse specifico tutelato dal rifiuto della divulgazione va effettuata in ogni
         singolo caso in fase applicativa.
      
      1 –	Lingua originale: il tedesco.
      
      2 –	GU L 41, pag. 26.
      
      3 –	GU L 230, pag. 1; gli allegati della direttiva vengono spesso integrati, ma le disposizioni rilevanti non sono state interessate
         da modifiche.
      
      4 –	GU 2005 L 124, pag. 4. 
      
      5 –	Adottata con decisione del Consiglio 17 febbraio 2005, 2005/370/CE (GU L 124, pag. 1).
      
      6 –	GU L 336, pag. 1.
      
      7 –	GU L 158, pag. 56.
      
      8 –	Punto 160 dell’allegato I della direttiva sui prodotti fitosanitari, introdotto dalla direttiva della Commissione 23 aprile
         2007, 2007/25/CE (GU L 106, pag. 34).
      
      9 –	GU L 350, pag. 71, come modificato dalla direttiva della Commissione 27 ottobre 1998, 98/82/CE (GU L 290, pag. 25).
      
      10 –	Sentenze 12 novembre 1981, cause riunite 212/80‑217/80, Meridionale Industria Salumi e a. (Racc. pag. 2735, punto 9); 23
         febbraio 2006, causa C‑201/04, Molenbergnatie (Racc. pag. I‑2049, punto 31), nonché sentenza 14 febbraio 2008, causa C‑450/06,
         Varec (Racc. pag. I‑581, punto 27).
      
      11 –	Sentenza 24 settembre 2002, cause riunite C‑74/00 P e C‑75/00 P, Falck e Acciaierie di Bolzano/Commissione (Racc. pag. I‑7869,
         punto 119, e la giurisprudenza ivi citata).
      
      12 –	Sentenze 14 aprile 1970, causa 68/69, Brock (Racc. pag. 171, punto 7); 5 dicembre 1973, causa 143/73, SOPAD (Racc. pag. 1433,
         punto 8); 10 luglio 1986, causa 270/84, Licata/EWS (Racc. pag. 2305, punto 31); 2 ottobre 1997, causa C‑122/96, Saldanha e
         MTS (Racc. pag. I‑5325, punto 14); 29 gennaio 2002, causa C‑162/00, Pokrzeptowicz-Meyer (Racc. pag. I‑1049, punto 50); 11
         dicembre 2008, causa C‑334/07 P, Commissione/Freistaat Sachsen (Racc. pag. I‑9465, punto 43), nonché sentenza 6 luglio 2010,
         causa C‑428/08, Monsanto Technology (Racc. pag. I‑6765, punto 66).
      
      13 –	Sentenze 16 maggio 1979, causa 84/78, Tomadini (Racc. pag. 1801, punto 21); 14 gennaio 1987, causa 278/84, Germania/Commissione
         (Racc. pag. 1, punto 36); 20 settembre 1988, causa 203/86, Spagna/Consiglio (Racc. pag. 4563, punto 19); 29 giugno 1999, causa
         C‑60/98, Butterfly Music (Racc. pag. I‑3939, punto 25); Pokrzeptowicz-Meyer, cit. alla nota 12 (punto 55), nonché sentenza
         Commissione/Freistaat‑Sachsen, cit. alla nota 12 (punto 43).
      
      14 –	Regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio del 30 maggio 2001 (GU 2001 L 145, pag. 43).
      
      15 –	Anche le sentenze 11 gennaio 2000, cause riunite C‑174/98 P e C‑189/98 P, Regno dei Paesi Bassi e van der Wal/Commissione
         (Racc. pag. I-1), e 29 giugno 2010, causa C-139/07 P, Commissione/Technische Glaswerke Ilmenau (Racc. pag. I-5885) riguardavano
         documenti di cui la Commissione era entrata in possesso prima dell’entrata in vigore della disciplina relativa all’accesso
         applicata.
      
      16 –	In tal senso anche le conclusioni dell’avvocato generale Sharpston, presentate il 22 dicembre 2008, nella causa Azelvandre
         (sentenza 17 febbraio 2009, causa C‑552/07, Racc. pag. I-987, paragrafi 6 e segg.). La Corte ha lasciato aperta tale questione
         nella sua sentenza 17 febbraio 2009 (punto 52). 
      
      17 –	Conclusioni dell’avvocato generale Trstenjak, presentate il 3 maggio 2007 nella causa ZF Zefeser (sentenza 18 dicembre
         2007, causa C‑62/06, Racc. pag. I‑11995, nota 8).
      
      18 –	V. sentenza Falck e Acciaierie di Bolzano/Commissione, cit. alla nota 11 (punti 115 e segg.).
      
      19 –	Sul regolamento n. 1049/2001 v. sentenza 26 gennaio 2010, causa C‑362/08 P, Internationaler Hilfsfonds/Commissione (Racc. pag. I-669,
         punto 56 e seg.), nonché le conclusioni presentate il 15 settembre 2009 in tale causa dall’avvocato generale Mengozzi (paragrafi
         136 e segg.).
      
      20 –	Sentenze 10 settembre 1996, causa C‑61/94, Commissione/Germania (Racc. pag. I‑3989, punto 52); 1° aprile 2004, causa C‑286/02,
         Bellio F.lli (Racc. pag. I‑3465, punto 33), e 10 gennaio 2006, causa C‑344/04, IATA e ELFAA, (Racc. pag. I‑403, punto 35).
      
      21 –	Sentenze Commissione/Germania, cit. alla nota 20 (punto 52); 14 luglio 1998, causa C‑341/95, Bettati (Racc. pag. I‑4355,
         punto 20); Bellio F.lli, cit. alla nota 20 (punto 33); 7 dicembre 2006, causa C‑306/05, SGAE (Racc. pag. I‑11519, punto 35),
         nonché sentenza 14 maggio 2009, causa C‑161/08, Internationaal Verhuis- en Transportbedrijf Jan de Lely (Racc. pag. I‑4075,
         punto 38).
      
      22 –	Sentenze 17 giugno 1998, causa C‑321/96, Mecklenburg (Racc. pag. I‑3809, punto 19), e 12 giugno 2003, causa C‑316/01, Glawischnig
         (Racc. pag. I‑5995, punto 24).
      
      23 –	Sentenza Glawischnig, cit. alla nota 22 (punto 5).
      
      24 –	V. sentenza Glawischnig, cit. alla nota 22 (punto 25).
      
      25 –	Stec/Casey-Lefkowitz/Jendroska, The Aarhus Convention: An Implementation Guide, New York, 2000, pag. 38 e seg. (pag. 47 e seg. della versione francese).
      
      26 –	Per la definizione di tale nozione v. art. 1, lett. c), della direttiva del Consiglio 21 maggio 1992, 92/43/CEE, relativa
         alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche (GU L 206, pag. 7); v. anche
         la definizione di danno ambientale di cui all’art. 2, punto 1, della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 21 aprile
         2004, 2004/35/CE, sulla responsabilità ambientale in materia di prevenzione e riparazione del danno ambientale (GU L 143,
         pag. 56).
      
      27 –	V., oltre alla direttiva 92/43, cit. alla nota 26, la direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 30 novembre 2009,
         2009/147/CE, concernente la conservazione degli uccelli selvatici (GU L 20, pag. 7).
      
      28 –	Allegato IV, punto 3, della direttiva del Consiglio 27 giugno 1985, 85/337/CEE, concernente la valutazione dell’impatto
         ambientale di determinati progetti pubblici e privati (GU L 175, pag. 40), come modificata dalla direttiva del Parlamento
         europeo e del Consiglio 23 aprile 2009, 2009/31/CE, relativa allo stoccaggio geologico di biossido di carbonio e recante modifica
         della direttiva 85/337/CEE del Consiglio, delle direttive del Parlamento europeo e del Consiglio 2000/60/CE, 2001/80/CE, 2004/35/CE,
         2006/12/CE, 2008/1/CE e del regolamento (CE) n. 1013/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio (GU L 140, pag. 114).
      
      29 –	Art. 4, n. 1, lett. a), sub iii), della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 23 ottobre 2000, 2000/60/CE, che
         istituisce un quadro per l’azione comunitaria in materia di acque (GU L 327, pag. 1), come modificata dalla direttiva 2009/31,
         cit. alla nota 28.
      
      30 –	V. la sentenza Glawischnig (citata alla nota 22, punto 5).
      
      31 –	Sentenza Glawischnig, cit. alla nota 22 (punti 29 e segg.).
      
      32 –	Regolamento (CE) del Parlamento europeo e del Consiglio 23 febbraio 2005, n. 396, concernente i livelli massimi di residui
         di antiparassitari nei o sui prodotti alimentari e mangimi di origine vegetale e animale e che modifica la direttiva 91/414/CEE
         del Consiglio (GU L 70, pag. 10).
      
      33 –	V. sentenza Mecklenburg, cit. alla nota 22 (punto 21).
      
      34 –	Quanto al significato dell’espressione «fatte salve» v. le conclusioni da me presentate il 18 luglio 2007 nella causa Promusicae
         (sentenza 29 gennaio 2008, causa 275/06, Racc. pag. I-271, paragrafo 47), implicitamente confermate dalla sentenza 29 gennaio
         2008, punti 42 e segg., nonché l’undicesimo ‘considerando’ della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 15 gennaio
         2008, 2008/1/CE, sulla prevenzione e la riduzione integrate dell’inquinamento (GU L 24, pag. 8).
      
      35 –	Sentenze 24 giugno 1986, causa 53/85, AKZO Chemie/Commissione (Racc. pag. 1965, punto 28); 19 maggio 1994, causa C‑36/92 P,
         SEP/Commissione (Racc. pag. I‑1911, punto 37), nonché sentenza Varec, cit. alla nota 10 (punto 49).
      
      36 –	Sentenza Varec (citata alla nota 10, punto 48). 
      
      37 –	A tal riguardo, la disposizione è analoga alla disposizione della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 12 marzo
         2001, 2001/18/CE, sull’emissione deliberata nell’ambiente di organismi geneticamente modificati e che abroga la direttiva
         90/220/CEE del Consiglio (GU L 106, pag. 1) interpretata nella sentenza 17 febbraio 2009, causa C-552/07, Azelvandre, (Racc. pag. I-987,
         punto 52).
      
      38 –	V. supra, paragrafo 27 e seg.
      
      39 –	Stec e a., cit. alla nota 25 (pag. 60; pag. 76 della versione francese).
      
      40 –	Direttiva del Consiglio 24 settembre 1996, 96/61/CE, sulla prevenzione e la riduzione integrate dell’inquinamento (GU L 257,
         pag. 26), nel frattempo sostituita dalla direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 15 gennaio 2008, 2008/1/CE, sulla
         prevenzione e la riduzione integrate dell’inquinamento (versione codificata) (GU L 24, pag. 8).
      
      41 –	Evidentemente anche l’avvocato generale Sharpston parte da tale presupposto nelle sue conclusioni presentate il 2 luglio
         2009 nella causa Djurgården-Lilla Värtans Miljöskyddsförening (sentenza 15 ottobre 2009, causa C-263/08, non ancora pubblicata
         nella Raccolta, paragrafi 17, 18 e 32). 
      
      42 –	V. i rapporti sulla prima conferenza dei sottoscrittori della Convenzione di Århus, tenutasi a Chisinau, Moldavia, dal
         19 al 21 aprile 1999 (CEP/WG.5/1999/2, punto 40), e sulla seconda conferenza, tenutasi a Dubrovnik, Croazia, dal 3 al 5 luglio
         2000 (CEP/WG.5/2000/2, punto 43).
      
      43 –	Cit. alla nota 25.
      
      44 –	Stec e a., cit. alla nota 25 (pag. 60; pag. 76 della versione francese).
      
      45 –	In senso contrario v., tuttavia, Stec e a., cit. alla nota 25 (pag. 60; pag. 76 della versione francese).
      
      46 –	Art. 4, n. 2, lett. d), della proposta della Commissione, COM(2000) 402 def., pag. 25.
      
      47 –	Posizione comune del 28 gennaio 2002 (documento del Consiglio 11878/1/01 REV 1, pag. 12).
      
      48 –	V. il ventunesimo emendamento del Parlamento del 14 marzo 2001 (GU 2001 C 343, pag. 165, in particolare pag. 172), e il
         trentatreesimo emendamento del 30 maggio 2002 (documento del Consiglio 9445/02, pag. 12).
      
      49 –	Documento del Consiglio 14917/02 ADD 1 REV 1 del 13 dicembre 2002.