CELEX: 62005CJ0278
Language: it
Date: 2007-01-25 00:00:00
Title: Sentenza della Corte (Seconda Sezione) del 25 gennaio 2007. # Carol Marilyn Robins e a. contro Secretary of State for Work and Pensions. # Domanda di pronuncia pregiudiziale: High Court of Justice (England & Wales), Chancery Division - Regno Unito. # Tutela dei lavoratori subordinati in caso di insolvenza del datore di lavoro - Direttiva 80/987/CEE - Attuazione - Art. 8 - Regimi complementari di previdenza, professionali o interprofessionali - Prestazioni di vecchiaia - Tutela dei diritti maturati - Ampiezza della tutela - Responsabilità di uno Stato membro per incorretta attuazione di una direttiva - Presupposti. # Causa C-278/05.

Causa C-278/05
      Carol Marilyn Robins e altri
      contro
      Secretary of State for Work and Pensions
      [domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dalla High Court of Justice (England & Wales), Chancery Division]
      «Tutela dei lavoratori subordinati in caso d’insolvenza del datore di lavoro — Direttiva 80/987/CEE — Trasposizione — Art. 8 — Regimi complementari di previdenza, professionali o interprofessionali — Prestazioni di vecchiaia — Tutela dei diritti maturati — Ampiezza della tutela — Responsabilità di uno Stato membro per scorretta trasposizione di una direttiva — Presupposti»
      Massime della sentenza
      1.        Politica sociale — Ravvicinamento delle legislazioni — Tutela dei lavoratori in caso d’insolvenza del datore di lavoro — Direttiva
            80/987 
      (Direttiva del Consiglio 80/987, art 8)
      2.        Politica sociale — Ravvicinamento delle legislazioni — Tutela dei lavoratori in caso d’insolvenza del datore di lavoro — Direttiva
            80/987 
      (Direttiva del Consiglio 80/987, art. 8)
      3.        Diritto comunitario — Diritti conferiti ai singoli — Violazione da parte di uno Stato membro — Obbligo di risarcire il danno
            cagionato ai singoli 
      (Direttiva del Consiglio 80/987, art. 8)
      1.        L’art. 8 della direttiva 80/987, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative alla tutela
         dei lavoratori subordinati in caso di insolvenza del datore di lavoro, deve essere interpretato nel senso che, in caso di
         insolvenza del datore di lavoro e di insufficienza delle risorse dei regimi complementari di previdenza, professionali o interprofessionali,
         il finanziamento dei diritti alle prestazioni di vecchiaia maturati non deve essere obbligatoriamente assicurato dagli Stati
         membri medesimi né essere integrale.
      
      Infatti, da un lato, l’art. 8 della direttiva, enunciando, in via generale, che gli Stati membri «si assicurano che vengano
         adottate le misure necessarie», non impone ai detti Stati di finanziare essi medesimi i diritti alle prestazioni che la direttiva
         vuol vedere tutelati, ma lascia loro un certo potere discrezionale nella scelta del meccanismo da adottare ai fini di tale
         tutela. Dall’altro, limitandosi a prescrivere in termini generali l’adozione delle misure necessarie per «tutelare gli interessi»
         delle persone coinvolte, l’art. 8 della direttiva conferisce agli Stati membri, ai fini della determinazione del livello di
         tutela, un ampio potere discrezionale che esclude un obbligo di garanzia integrale.
      
      (v. punti 35-36, 45-46, dispositivo 1)
      2.        L’art. 8 della direttiva 80/987, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative alla tutela
         dei lavoratori subordinati in caso di insolvenza del datore di lavoro, il quale impone agli Stati membri di assicurasi che
         vengano adottate le misure necessarie per tutelare gli interessi dei detti lavoratori per quanto riguarda i loro diritti in
         materia di prestazioni di vecchiaia previste dai regimi complementari di previdenza, osta a un regime di tutela suscettibile
         di condurre, in talune situazioni, a una garanzia delle prestazioni limitata a meno della metà dei diritti che un lavoratore
         subordinato poteva far valere.
      
      Infatti, sebbene né il succitato articolo né altre disposizioni della detta direttiva contengano elementi che permettano di
         stabilire con precisione il livello minimo richiesto per la tutela dei diritti a prestazione a titolo dei regimi di previdenza
         complementari, un regime del genere, per come il legislatore comunitario ha espresso la sua volontà, non può essere considerato
         rispondente alla nozione di «tutela» accolta al detto art. 8.
      
      (v. punti 56-57, 62, dispositivo 2)
      3.        La responsabilità di uno Stato membro per i danni arrecati ai singoli da una violazione del diritto comunitario presuppone
         che la norma giuridica violata sia preordinata a conferire diritti ai singoli, che si tratti di violazione sufficientemente
         qualificata e che esista un nesso causale diretto tra la violazione dell’obbligo incombente allo Stato e il danno subito dai
         soggetti lesi. Quanto alla condizione di una violazione sufficientemente qualificata del diritto comunitario, essa implica
         una violazione grave e manifesta da parte dello Stato membro dei limiti posti al suo potere discrezionale. Al riguardo, fra
         gli elementi da prendere in considerazione, vanno sottolineati il grado di chiarezza e di precisione della norma violata e
         l’ampiezza del potere discrezionale che tale norma riserva alle autorità nazionali. Tale potere discrezionale, che costituisce
         un criterio importante, dipende in larga parte dal grado di chiarezza e di precisione della norma violata.
      
      L’art. 8 della direttiva 80/987, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative alla tutela
         dei lavoratori subordinati in caso di insolvenza del datore di lavoro, il quale impone agli Stati membri di assicurarsi che
         vengano adottate le misure necessarie per tutelare gli interessi dei detti lavoratori per quanto riguarda i loro diritti in
         materia di prestazioni di vecchiaia previste dai regimi complementari di previdenza, conferisce agli Stati membri, a causa
         della genericità dei termini in cui è formulato, un ampio potere discrezionale ai fini della determinazione del livello di
         tutela dei diritti alle prestazioni. Pertanto, la responsabilità di uno Stato membro per non corretta attuazione di tale disposizione
         è subordinata alla constatazione di una violazione grave e manifesta, da parte di tale Stato, dei limiti posti al suo potere
         discrezionale.
      
      Per accertare se questa condizione sia soddisfatta, il giudice nazionale investito di una domanda di risarcimento danni deve
         tener conto di tutti gli elementi che caratterizzano la controversia sottoposta al suo sindacato. Fra tali elementi compaiono,
         in particolare, oltre al grado di chiarezza e di precisione della norma violata e all’ampiezza del potere discrezionale che
         tale norma riserva alle autorità nazionali, il carattere intenzionale o involontario della trasgressione commessa o del danno
         causato, la scusabilità o l’inescusabilità di un eventuale errore di diritto e la circostanza che i comportamenti adottati
         da un’istituzione comunitaria possano aver contribuito all’omissione, all’adozione o al mantenimento in vigore di provvedimenti
         o di prassi nazionali contrari al diritto comunitario. 
      
      (v. punti 69-70, 72-77, 82, dispositivo 3)
SENTENZA DELLA CORTE (Seconda Sezione)
      25 gennaio 2007 (*)
      
      «Tutela dei lavoratori subordinati in caso d’insolvenza del datore di lavoro – Direttiva 80/987/CEE – Trasposizione – Art. 8 – Regimi complementari di previdenza, professionali o interprofessionali – Prestazioni di vecchiaia – Tutela dei diritti maturati – Ampiezza della tutela – Responsabilità di uno Stato membro per scorretta trasposizione di una direttiva – Presupposti»
      Nel procedimento C‑278/05,
      avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’art. 234 CE, dalla High Court of
         Justice (England & Wales), Chancery Division (Regno Unito), con decisione 22 giugno 2005, pervenuta in cancelleria il 6 luglio
         2005, nella causa
      
      Carol Marilyn Robins e altri
      contro
      Secretary of State for Work and Pensions,
      LA CORTE (Seconda Sezione),
      composta dal sig. C.W.A. Timmermans, presidente di sezione, dal sig. J. Klučka, dalla sig.ra R. Silva de Lapuerta, dai sigg. J. Makarczyk
         e L. Bay Larsen (relatore), giudici,
      
      avvocato generale: sig.ra J. Kokott
      cancelliere: sig.ra M. Ferreira, amministratore principale
      vista la fase scritta del procedimento e in seguito alla trattazione orale del 1° giugno 2006,
      considerate le osservazioni presentate:
      –        per la sig.ra Robins e altri, dai sigg. I. Walker, solicitor, D. Anderson, QC, e P. Newman, barrister;
      –        per il governo del Regno Unito, dalla sig.ra C. White, in qualità di agente, assistita dai sigg. D. Pannick e D. Wyatt, QC,
         nonché dal sig. R. Hitchcock e dalla sig.ra K. Smith, barristers;
      
      –        per l’Irlanda, dal sig. D.J. O’Hagan, in qualità di agente, assistito dal sig. P. McGarry, BL;
      –        per il governo dei Paesi Bassi, dalla sig.ra H.G. Sevenster, in qualità di agente;
      –        per la Commissione delle Comunità europee, dai sigg. G. Rozet e J. Enegren, in qualità di agenti,
      sentite le conclusioni dell’avvocato generale, presentate all’udienza del 13 luglio 2006,
      ha pronunciato la seguente
      Sentenza
      1        La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione dell’art. 8 della direttiva del Consiglio 20 ottobre 1980,
         80/987/CEE, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative alla tutela dei lavoratori subordinati
         in caso di insolvenza del datore di lavoro (GU L 283, pag. 23; in prosieguo: la «direttiva»).
      
      2        Tale domanda è stata sollevata nell’ambito di una controversia tra la sig.ra Robins e 835 altri iscritti a due regimi pensionistici
         privati professionali (in prosieguo, collettivamente: i «ricorrenti nel procedimento principale»), da un lato, e il Secretary
         of State for Work and Pensions, competente per il Regno Unito per le questioni di lavoro e previdenziali, dall’altro, in merito
         alla riduzione dei diritti alle prestazioni di vecchiaia dei detti ricorrenti a seguito dell’insolvenza del loro datore di
         lavoro.
      
       Contesto normativo
       La normativa comunitaria
      3        L’art. 1, n. 1, della direttiva dispone quanto segue:
      
      «La presente direttiva si applica ai diritti dei lavoratori subordinati derivanti da contratti di lavoro o da rapporti di
         lavoro ed esistenti nei confronti dei datori di lavoro che si trovano in stato di insolvenza ai sensi dell’articolo 2, paragrafo
         1».
      
      4        L’art. 2 della direttiva enuncia:
      
      «1.      Ai sensi della presente direttiva, un datore di lavoro si considera in stato di insolvenza:
      a)      quando è stata chiesta l’apertura di un procedimento, previsto dalle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative
         dello Stato membro interessato, che riguarda il patrimonio del datore di lavoro ed è volto a soddisfare collettivamente i
         creditori di quest’ultimo e che permette di prendere in considerazione i diritti di cui all’articolo 1, paragrafo 1, e
      
      b)      quando l’autorità competente in virtù di dette disposizioni legislative, regolamentari e amministrative:
      –        ha deciso l’apertura del procedimento,
      –        o ha constatato la chiusura definitiva dell’impresa o dello stabilimento del datore di lavoro, e l’insufficienza dell’attivo
         disponibile per giustificare l’apertura del procedimento.
      
      2.      La presente direttiva non pregiudica il diritto nazionale per quanto riguarda la definizione dei termini «lavoratore subordinato»,
         «datore di lavoro», «retribuzione», «diritto maturato» e «diritto in corso di maturazione».
      
      5        Conformemente all’art. 3 della direttiva, gli Stati membri adottano le misure necessarie affinché gli organismi di garanzia
         assicurino, fatto salvo l’art. 4, il pagamento dei diritti non pagati dei lavoratori subordinati risultanti da contratti di
         lavoro o da rapporti di lavoro e relativi alla retribuzione del periodo situato prima di una data determinata. Tale data è
         scelta dagli Stati membri fra quelle previste al n. 2 dello stesso art. 3.
      
      6        Ai sensi dell’art. 4, nn. 1 e 2, della direttiva, gli Stati membri hanno la facoltà di limitare l’obbligo di pagamento degli
         organismi di garanzia di cui all’art. 3 al pagamento dei diritti non pagati relativi alla retribuzione, secondo i casi, di
         tre mesi, di diciotto mesi o di otto settimane.
      
      7        Ai termini dell’art. 7, «[g]li Stati membri adottano le misure necessarie per garantire che il mancato pagamento ai loro organismi
         assicurativi di contributi obbligatori dovuti dal datore di lavoro prima dell’insorgere dell’insolvenza a titolo dei regimi
         legali nazionali di sicurezza sociale non leda i diritti alle prestazioni dei lavoratori subordinati nei confronti di questi
         organismi assicurativi nella misura in cui i contributi salariali siano stati trattenuti sui salari versati».
      
      8        Ai termini dell’art. 8, «[g]li Stati membri si assicurano che vengano adottate le misure necessarie per tutelare gli interessi
         dei lavoratori subordinati e quelli delle persone che hanno già lasciato l’impresa o lo stabilimento del datore di lavoro
         alla data dell’insorgere della insolvenza di quest’ultimo, per quanto riguarda i diritti maturati o i diritti in corso di
         maturazione, in materia di prestazioni di vecchiaia, comprese quelle per i superstiti, previste dai regimi complementari di
         previdenza, professionali o interprofessionali, diversi dai regimi legali nazionali di sicurezza sociale».
      
      9        L’art. 9 enuncia che la direttiva fa salva la facoltà degli Stati membri di applicare e di introdurre disposizioni legislative,
         regolamentari o amministrative più favorevoli per i lavoratori subordinati.
      
       La normativa nazionale
       La garanzia dei contributi ai regimi pensionistici
      10      Ai sensi dell’Employment Rights Act 1996 e del Pension Schemes Act 1993 (in prosieguo: il «PSA 1993»), il Redundancy Payments
         Directorate, per conto del Secretary of State for Trade and Industry, effettua pagamenti tramite il National Insurance Fund
         (in prosieguo: il «NIF») per assicurare i diritti degli ex dipendenti in caso di insolvenza del datore di lavoro. Esso diviene
         quindi creditore nella procedura di insolvenza in luogo e per conto dei lavoratori subordinati.
      
      11      L’art. 124 del PSA 1993 permette di versare ad un regime previdenziale i «contributi dovuti», finanziandoli attraverso il
         NIF, in caso di loro omissione da parte del datore di lavoro insolvente.
      
      12      Per «contributi dovuti» l’art. 124, n. 2, del PSA 1993 intende i contributi
      
      –        dovuti da un datore di lavoro per conto proprio o
      –        per conto di un dipendente, a condizione che il datore di lavoro abbia effettivamente trattenuto sulla retribuzione una somma
         uguale a tale importo, in quanto contributo del dipendente.
      
      13      L’importo dei contributi dovuti dal datore di lavoro per conto proprio è definito dall’art. 124, n. 3, del PSA 1993 come il
         meno elevato degli importi seguenti:
      
      –        la somma che, alla data in cui il datore di lavoro è divenuto insolvente, era dovuta nei dodici mesi precedenti;
      –        qualora le prestazioni del regime siano calcolate con riferimento alla retribuzione dell’iscritto, la somma certificata da
         un attuario come necessaria per adempiere gli impegni sorti al momento della liquidazione a vantaggio dei dipendenti della
         società o per loro conto; e
      
      –        il 10% dell’importo complessivo delle retribuzioni pagate o dovute ai dipendenti nel corso dei dodici mesi precedenti la data
         dell’insolvenza.
      
      14      L’importo dovuto a titolo di contributi non pagati per conto di un dipendente è definito all’art. 124, n. 5, del PSA 1993
         come corrispondente alle somme trattenute sulla retribuzione nel corso dei dodici mesi precedenti la data dell’insolvenza.
      
      15      L’art. 177, n. 2, lett. b), del PSA 1993 prevede che i pagamenti effettuati dal Secretary of State siano finanziati tramite
         il NIF e l’art. 127 disciplina la surrogazione.
      
       Il Pensions Compensation Board e il Fraud Compensation Scheme
      16      Gli artt. 81‑86 del Pensions Act 1995, come modificato dal Welfare Reform and Pensions Act 1999 (in prosieguo: il «PA 1995»),
         prevedevano un indennizzo a titolo delle prestazioni previdenziali da parte del Pensions Compensation Board in caso di insolvenza
         del datore di lavoro e di disavanzo delle risorse finanziarie del regime causato da un reato implicante la disonestà («dishonesty»),
         compreso l’intento di frodare («defraud»).
      
      17      Dal mese di settembre 2005 questo regime indennitario del Pensions Compensation Board è sostituito, tra l’altro in caso di
         insufficienza fraudolenta degli attivi, dal Fraud Compensation Scheme, in applicazione degli artt. 182‑189 del Pensions Act
         2004 (in prosieguo: il «PA 2004»).
      
       Il riscatto dei diritti nel regime pensionistico generale
      18      Ai sensi dell’art. 55 del PSA 1993, come modificato dall’art. 141 del PA 1995 nonché dalle Occupational Pension Schemes (Contracting‑out)
         (Amount Required for Restoring State Scheme Rights and Miscellaneous Amendment) Regulations 1998 (SI 1998/1397), gli iscritti
         a regimi che soddisfano determinate condizioni possono ripristinare in tutto o in parte i loro diritti nel regime pensionistico
         generale se la liquidazione del regime cui sono affiliati non è iniziata prima del 6 aprile 1997 e se il detto regime non
         dispone di fondi sufficienti.
      
       Un trust indipendente per le risorse finanziarie del regime
      19      L’art. 592 dell’Income and Corporation Taxes Act 1998 permetteva ai datori di lavoro e ai lavoratori di beneficiare di riduzioni
         di imposta sulle somme pagate ai regimi pensionistici quando le risorse finanziarie di questi ultimi erano detenute da un
         trust indipendente ed erano perciò sottratte alla disponibilità degli altri creditori in caso di insolvenza. I regimi previdenziali
         complementari ottemperavano, di norma, a tale obbligo a motivo delle riduzioni di imposta concesse.
      
      20      Dal 6 aprile 2006 non occorre più che le risorse finanziarie dei regimi pensionistici siano detenute da un trust indipendente
         per beneficiare delle riduzioni d’imposta. Nondimeno, in applicazione dell’art. 252, n. 2, del PA 2004, entrato in vigore
         il 23 settembre 2005, i detti regimi devono essere organizzati in forma di trust indipendente perché gli amministratori possano
         accettare pagamenti a titolo di finanziamento del regime.
      
       Il «Minimum Funding Requirement» (MFR) e i crediti nei confronti del datore di lavoro
      21      In forza dell’art. 56 del PA 1995, i regimi pensionistici professionali (ovvero aziendali), ad eccezione di pochi, devono
         assicurarsi che il valore delle proprie risorse finanziarie non sia inferiore agli impegni assunti come valutati sulla base
         del «Minimum Funding Requirement».
      
      22      L’art. 75 del PA 1995 e le Occupational Pension Schemes (Deficiency on Winding Up etc.) Regulations 1996 (SI 1996/3128), come
         modificate dalle Occupational Pension Schemes (Minimum Funding Requirement and Miscellaneous Amendments) Regulations 2002
         (SI 2002/380) (in prosieguo, collettivamente: i «regolamenti sull’insufficienza degli attivi»), dispongono che, se un regime
         pensionistico professionale a contribuzioni definite cui si applica l’art. 75 è liquidato, o il datore di lavoro diventa insolvente
         nel senso di cui al detto articolo, e, alla data rilevante, le sue risorse finanziarie non coprono gli impegni, l’importo
         costituito dalla differenza sarà considerato un debito del datore di lavoro verso gli amministratori del regime. Ciò permette
         a questi ultimi di avviare un’azione di recupero del debito.
      
      23      Il 6 aprile 2005 l’art. 75 del PA 1995 è stato modificato dall’art. 271 del PA 2004 e i regolamenti sull’insufficienza degli
         attivi sono stati sostituiti dalle Occupational Pension Schemes (Employer Debt) Regulations 2005 (SI 2005/678), modificate
         dalle Occupational Pension Schemes (Employer Debt etc.) (Amendment) Regulations 2005 (SI 2005/2224). Il merito della vecchia
         normativa è rimasto, tuttavia, immutato.
      
      24      Taluni contributi dovuti dai datori di lavoro ad un regime pensionistico professionale o ad un regime legale costituiscono,
         poi, crediti privilegiati di cui alla classe IV dell’allegato 6 dell’Insolvency Act 1986; sono tali, in particolare:
      
      –        i contributi dei lavoratori ad un regime pensionistico professionale che sono stati trattenuti sul salario nel corso dei quattro
         mesi precedenti la data dell’insolvenza, ma che non sono ancora stati versati dal datore di lavoro al regime, e
      
      –        i contributi dovuti dal datore di lavoro ad un regime pensionistico professionale nell’ambito del «contracting out» [esclusione
         volontaria del regime obbligatorio di previdenza complementare basato sulla retribuzione (SERPS, State Earnings Pension Scheme)
         a favore di un regime professionale] nel corso dei dodici mesi precedenti la data dell’insolvenza, ove rientrino nell’ambito
         di applicazione delle disposizioni relative alla pensione minima garantita (art. 8, n. 2, del PSA 1993) o ai diritti protetti
         (art. 10 del PSA 1993) in tale regime.
      
       Procedimento principale
      25      I ricorrenti nel procedimento principale sono ex dipendenti della società ASW Limited, sottoposta a liquidazione giudiziale
         con ordinanza 24 aprile 2003.
      
      26      Essi erano iscritti a due regimi pensionistici finanziati da tale società, ovvero l’«ASW Pension Plan» e l’«ASW Sheerness
         Steel Group Pension Fund» (in prosieguo: i «regimi pensionistici»).
      
      27      Entrambi tali regimi erano organizzati con le seguenti caratteristiche, comuni a tutti i regimi pensionistici privati basati
         sull’ultima retribuzione:
      
      –        le prestazioni, dette prestazioni «basate sull’ultima retribuzione», vengono calcolate in funzione di un coefficiente di crescita
         dei diritti a pensione, della retribuzione finale e della durata del servizio presso l’impresa di ciascun iscritto;
      
      –        gli iscritti contribuiscono con una percentuale della propria retribuzione, mentre il datore di lavoro è tenuto a contribuire
         nella misura necessaria ad assicurare il pagamento delle prestazioni, per la qual cosa regimi pensionistici di questo tipo
         vengono denominati «regimi di equilibrio dei costi»;
      
      –        la società datore di lavoro che finanzia tali regimi è legittimata ad annunciare la sospensione delle contribuzioni e la messa
         in liquidazione dei regimi;
      
      –        dal momento dell’apertura della liquidazione dei regimi pensionistici trovano applicazione le disposizioni dell’art. 75 del
         PA 1995, che parla di un obbligo di legge della società nei confronti dei detti regimi.
      
      28      I regimi pensionistici venivano soppressi nel luglio 2002 e versano ora in liquidazione. I loro amministratori sono ormai
         obbligati ad utilizzarne gli attivi per assicurare le prestazioni agli iscritti secondo l’ordine di priorità stabilito dalle
         norme in materia di previdenza, come modificate dalla legge: prima le prestazioni agli iscritti che al momento della messa
         in liquidazione già percepivano prestazioni pensionistiche, poi, sempre che residuino risorse, le prestazioni ai lavoratori
         che a quello stesso momento non ricevevano ancora alcuna pensione.
      
      29      Secondo i più recenti calcoli dei loro attuari, le risorse finanziarie dei regimi pensionistici non saranno sufficienti a
         soddisfare tutti i diritti degli iscritti e, di conseguenza, le prestazioni dei lavoratori non pensionati saranno ridotte.
      
      30      Ritenendo che la normativa in vigore nel Regno Unito non assicurasse loro il livello di tutela prescritto all’art. 8 della
         direttiva, i ricorrenti nel procedimento principale hanno intentato contro il governo del Regno Unito, nella persona del Secretary
         of State for Work and Pensions, un’azione di risarcimento danni.
      
      31      Investita della controversia, la High Court of Justice (England & Wales), Chancery Division, ha deciso di sospendere il giudizio
         e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:
      
      «1)      Se l’art. 8 della [direttiva] debba essere interpretato nel senso che esso obbliga gli Stati membri ad assicurare con tutti
         i mezzi necessari di finanziare integralmente essi medesimi i diritti acquisiti dai lavoratori subordinati a titolo di regimi
         di previdenza complementare, professionali o interprofessionali, basati sull’ultima retribuzione, qualora il datore di lavoro
         privato diventi insolvente e le risorse finanziarie di tali regimi siano insufficienti a finanziare le dette prestazioni.
      
      2)      In caso di soluzione negativa della questione sub 1), se i requisiti di cui all’art. 8 siano adeguatamente attuati da una
         legislazione come quella prima descritta, in vigore nel Regno Unito.
      
      3)      Nel caso in cui le disposizioni legislative del Regno Unito non siano conformi all’art. 8, quale criterio debba applicare
         il giudice nazionale per stabilire se la violazione del diritto comunitario sia sufficientemente qualificata da far sorgere
         un obbligo di risarcimento. In particolare, se il mero inadempimento basti a integrare una violazione sufficientemente caratterizzata
         o se debba esserci stato anche un grave e manifesto eccesso di potere legislativo da parte dello Stato membro oppure ancora
         se debbano essere applicati altri criteri e, se sì, quali».
      
       Sulla prima questione
      32      Con la prima questione il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se l’art. 8 della direttiva debba essere interpretato nel
         senso che, in caso di insolvenza del datore di lavoro e di insufficienza delle risorse dei regimi pensionistici complementari,
         professionali o interprofessionali, il finanziamento dei diritti alle prestazioni di vecchiaia maturati debba essere assicurato
         dagli Stati membri medesimi ed essere integrale.
      
       Osservazioni presentate alla Corte
      33      I ricorrenti nel procedimento principale sostengono che la struttura della direttiva e la lettera del suo art. 8 pongono agli
         Stati membri un obbligo di risultato. Se necessario, i diritti maturati dovranno perciò essere integralmente finanziati da
         questi ultimi.
      
      34      Secondo il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, l’Irlanda, il Regno dei Paesi Bassi e la Commissione delle Comunità
         europee, l’art. 8 della direttiva non obbliga gli Stati membri a garantire la totalità dei diritti maturati dai lavoratori.
         Lascerebbe, invece, agli Stati membri un certo potere discrezionale.
      
       Risposta della Corte
      35      Si deve constatare che, a rigor di termini, l’art. 8 della direttiva, enunciando, in via generale, che gli Stati membri «si
         assicurano che vengano adottate le misure necessarie», non impone ai detti Stati di finanziare essi medesimi i diritti alle
         prestazioni che la direttiva vuol vedere tutelati.
      
      36      I termini adoperati lasciano agli Stati membri un certo potere discrezionale nella scelta del meccanismo da adottare ai fini
         di tale tutela.
      
      37      Così, uno Stato membro può prevedere, per esempio, anziché un finanziamento da parte delle autorità pubbliche, un obbligo
         di assicurazione a carico dei datori di lavoro oppure l’istituzione di un organismo di garanzia di cui determinerà le modalità
         di finanziamento.
      
      38      Quanto al livello di tutela richiesto dalla direttiva, si deve ricordare che, ai sensi del primo ‘considerando’ di quest’ultima,
         le misure necessarie per tutelare i lavoratori in caso di insolvenza del datore di lavoro devono essere adottate «tenendo
         conto della necessità di un equilibrato sviluppo economico e sociale nella Comunità».
      
      39      La direttiva tende, così, a conciliare gli interessi dei lavoratori subordinati con le necessità di uno sviluppo economico
         e sociale equilibrato.
      
      40      Essa mira ad assicurare ai lavoratori subordinati un minimo comunitario di tutela in caso di insolvenza del datore di lavoro
         (sentenza 19 novembre 1991, cause riunite C‑6/90 e C‑9/90, Francovich e a., Racc. pag. I‑5357, punto 3), fatte salve, conformemente
         al suo art. 9, le norme più favorevoli che gli Stati membri possano applicare o introdurre.
      
      41      Il livello di tutela richiesto dalla direttiva per ciascuna delle garanzie specifiche che essa istituisce deve essere determinato
         con riferimento ai termini utilizzati nella disposizione corrispondente, interpretati, all’occorrenza, alla luce delle dette
         considerazioni.
      
      42      Per quanto riguarda la garanzia dei diritti alle prestazioni di vecchiaia a titolo dei regimi di previdenza complementare,
         l’art. 8 della direttiva non può essere interpretato nel senso di esigere una garanzia integrale degli stessi.
      
      43      Certo, al pari dell’art. 7, relativo ai regimi legali nazionali di sicurezza sociale, e a differenza degli artt. 3 e 4 della
         direttiva, relativi ai crediti insoluti dei lavoratori, il detto art. 8 non prevede espressamente che gli Stati membri possano
         limitare il livello di tutela.
      
      44      Tuttavia, l’assenza di indicazioni esplicite in tal senso non significa di per sé, indipendentemente dal tenore della disposizione
         considerata, che il legislatore comunitario intendeva obbligare a garantire la totalità dei diritti a prestazione.
      
      45      A tale riguardo si deve constatare che, limitandosi a prescrivere in termini generali l’adozione delle misure necessarie per
         «tutelare gli interessi» delle persone coinvolte, l’art. 8 della direttiva conferisce agli Stati membri, ai fini della determinazione
         del livello di tutela, un ampio potere discrezionale che esclude un obbligo di garanzia integrale.
      
      46      La prima questione va dunque risolta dichiarando che l’art. 8 della direttiva deve essere interpretato nel senso che, in caso
         di insolvenza del datore di lavoro e di insufficienza delle risorse dei regimi complementari di previdenza, professionali
         o interprofessionali, il finanziamento dei diritti alle prestazioni di vecchiaia maturati non deve essere obbligatoriamente
         assicurato dagli Stati membri medesimi, né essere integrale.
      
       Sulla seconda questione 
      47      Con la seconda questione pregiudiziale il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se l’art. 8 della direttiva osti a un sistema
         di tutela come quello oggetto del procedimento principale.
      
       Osservazioni presentate alla Corte
      48      I ricorrenti nel procedimento principale fanno valere che, ad applicare il sistema nazionale in causa, i diritti a prestazione
         possono subire riduzioni fino all’80%. Un sistema siffatto priverebbe l’art. 8 della direttiva di ogni significato pratico.
         Le disposizioni adottate non permetterebbero un’attuazione adeguata della direttiva.
      
      49      Il Regno Unito ritiene che i diversi elementi del sistema oggetto del procedimento principale, descritti ai punti 10-24 della
         presente sentenza, siano sufficienti ad assicurare il livello minimo di tutela richiesto dall’art. 8 della direttiva.
      
      50      Aggiunge che dal 1° settembre 2005 è attivo un regime di assistenza finanziaria, il Financial Assistance Scheme (in prosieguo:
         il «FAS»), istituito in applicazione dell’art. 286 del PA 2004 e delle Financial Assistance Scheme Regulations 2005 (SI 2005/1986).
         Esso presterebbe assistenza a taluni iscritti a regimi pensionistici in caso di insolvenza del datore di lavoro. Sarebbe applicabile
         ai regimi pensionistici professionali messi in liquidazione tra il 1° gennaio 1997 e il 5 aprile 2005 ed integrerebbe le prestazioni
         di vecchiaia fino a circa l’80% dell’importo previsto.
      
      51      Anche per l’Irlanda e il Regno dei Paesi Bassi disposizioni come quelle adottate dal Regno Unito costituiscono un’attuazione
         adeguata della direttiva.
      
      52      La Commissione ritiene che, nei confronti dei ricorrenti nel procedimento principale, il sistema esistente non abbia impedito
         riduzioni sostanziali dei diritti. Una situazione, questa, che sarebbe difficilmente conciliabile con l’obiettivo perseguito
         dall’art. 8 della direttiva.
      
      53      Sarebbe difficile stabilire con precisione il livello di tutela che tale disposizione impone. Nondimeno la tutela di cui beneficiano
         i ricorrenti nel procedimento principale non sarebbe sufficiente.
      
       Risposta della Corte
      54      Da informazioni incontestate del fascicolo risulta che due dei ricorrenti nel procedimento principale percepiranno, rispettivamente,
         solo il 20 e il 49% delle prestazioni cui avevano diritto.
      
      55      In mancanza di un obbligo di garanzia integrale dei diritti a prestazione, si deve ricercare il livello minimo di tutela prescritto
         dalla direttiva.
      
      56      È evidente che, a differenza degli artt. 3 e 4 della direttiva, i cui termini permettono, nonostante il potere discrezionale
         lasciato agli Stati membri, di determinare la garanzia minima richiesta relativamente ai diritti non pagati dei lavoratori
         (v. sentenza Francovich e a., cit., punti 18‑20), né l’art. 8, né altre disposizioni della direttiva contengono elementi che
         permettano di stabilire con precisione il livello minimo di tutela dei diritti a prestazione a titolo di regimi di previdenza
         complementari.
      
      57      Pure, per come il legislatore comunitario ha espresso la sua volontà, si deve rilevare che disposizioni nazionali suscettibili
         di condurre in talune situazioni a una garanzia delle prestazioni limitata al 20 o al 49% dei diritti che un lavoratore subordinato
         poteva far valere, vale a dire a meno della metà degli stessi, non possono essere considerate rispondenti alla nozione di
         «tutela» accolta all’art. 8 della direttiva.
      
      58      Si osservi al riguardo che nel 2004, secondo dati non contestati comunicati dal Regno Unito alla Commissione:
      
      –        circa 65 000 iscritti a regimi pensionistici hanno subito perdite superiori al 20% delle prestazioni attese;
      –        circa 35 000 di loro, vale a dire quasi il 54%, hanno subito perdite superiori al 50% delle dette prestazioni.
      59      Si deve perciò concludere che un sistema come quello messo in atto dal legislatore del Regno Unito non assicura la tutela
         prescritta dalla direttiva e non realizza una trasposizione corretta del suo art. 8.
      
      60      Non inficia questa conclusione il fatto che dal 1° settembre 2005 sia attivo un regime come il FAS, per quanto questo sia
         applicabile alle procedure di liquidazione aperte tra il 1° gennaio 1997 e il 5 aprile 2005.
      
      61      Infatti, come risulta da informazioni non contestate del fascicolo, il FAS:
      
      –        non si applica agli iscritti cui mancavano più di tre anni al collocamento in pensione alla data del 14 maggio 2004,
      –        giova soltanto a 11 000 circa degli 85 000 non pensionati iscritti ai regimi in parola, vale a dire a meno del 13% del totale.
      62      La seconda questione va perciò risolta nel senso che l’art. 8 della direttiva osta a un sistema di tutela come quello oggetto
         del procedimento principale.
      
       Sulla terza questione
      63      Con la terza questione il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se, in caso di non corretta attuazione dell’art. 8 della
         direttiva, la responsabilità dello Stato membro interessato sorga per il solo fatto dell’infrazione al diritto comunitario
         o se, piuttosto, sia subordinata alla constatazione di una violazione grave e manifesta, da parte dello stesso, dei limiti
         posti al suo potere discrezionale.
      
       Osservazioni presentate alla Corte
      64      I ricorrenti nel procedimento principale fanno valere che, per considerare sufficientemente qualificata una violazione del
         diritto comunitario, è decisiva la violazione manifesta e grave, da parte di uno Stato membro, dei limiti posti al suo potere
         discrezionale, nel senso della sentenza 5 marzo 1996, cause riunite C‑46/93 e C‑48/93, Brasserie du pêcheur e Factortame (Racc. pag. I‑1029,
         punto 55), solo se tale Stato membro disponeva di un potere discrezionale ampio.
      
      65      Essi sostengono che, nel caso di specie, l’art. 8 della direttiva chiaramente imponeva allo Stato membro un obbligo di risultato.
         Il Regno Unito non avrebbe dunque avuto un ampio margine di discrezionalità.
      
      66      Propongono di applicare il principio, enunciato dalle sentenze 23 maggio 1996, causa C‑5/94, Hedley Lomas (Racc. pag. I‑2553,
         punto 28), 8 ottobre 1996, cause riunite C‑178/94, C‑179/94 e da C‑188/94 a C‑190/94, Dillenkofer e a. (Racc. pag. I‑4845,
         punto 25), e 18 gennaio 2001, causa C‑150/99, Stockholm Lindöpark (Racc. pag. I‑493, punto 40), secondo il quale, se lo Stato
         membro interessato non si trova di fronte a scelte normative e dispone di un potere discrezionale considerevolmente ridotto,
         se non addirittura inesistente, può bastare la semplice trasgressione del diritto comunitario per integrare una violazione
         sufficientemente qualificata.
      
      67      Considerano, dunque, la non corretta attuazione dell’art. 8 della direttiva una violazione sufficientemente qualificata per
         fondare la responsabilità dello Stato membro.
      
      68      Il Regno Unito, l’Irlanda e la Commissione affermano che la responsabilità dello Stato membro è subordinata alla condizione,
         posta dalla sentenza Brasserie du pêcheur e Factortame, cit., di una violazione grave e manifesta, da parte del detto Stato
         membro, dei limiti al suo potere discrezionale. Condizione che non sarebbe soddisfatta nel caso di specie.
      
       Risposta della Corte
      69      Secondo una giurisprudenza costante (v., in particolare, citate sentenze Brasserie du pêcheur e Factortame, punto 51, e Hedley
         Lomas, punto 25; sentenze 4 luglio 2000, causa C‑424/97, Haim, Racc. pag. I‑5123, punto 36, e 4 dicembre 2003, causa C‑63/01,
         Evans, Racc. pag. I‑14447, punto 83), la responsabilità di uno Stato membro per i danni arrecati ai singoli da una violazione
         del diritto comunitario presuppone:
      
      –        che la norma giuridica violata sia preordinata a conferire diritti ai singoli,
      –        che si tratti di violazione sufficientemente qualificata e
      –        che esista un nesso causale diretto tra la violazione dell’obbligo incombente allo Stato e il danno subito dai soggetti lesi.
      70      Quanto alla condizione di una violazione sufficientemente qualificata del diritto comunitario, essa implica una violazione
         grave e manifesta da parte dello Stato membro dei limiti posti al suo potere discrezionale. Al riguardo, fra gli elementi
         da prendere in considerazione, vanno sottolineati il grado di chiarezza e di precisione della norma violata e l’ampiezza del
         potere discrezionale che tale norma riserva alle autorità nazionali (sentenza Brasserie du pêcheur e Factortame, cit., punti
         55 e 56).
      
      71      Tuttavia, se lo Stato membro di cui trattasi non si trova di fronte a scelte normative e dispone di un potere discrezionale
         considerevolmente ridotto, se non addirittura inesistente, la semplice trasgressione del diritto comunitario può essere sufficiente
         per integrare una violazione sufficientemente qualificata (v. sentenza Hedley Lomas, cit., punto 28).
      
      72      Così, il potere discrezionale dello Stato membro costituisce un criterio importante per stabilire l’esistenza di una violazione
         sufficientemente qualificata del diritto comunitario.
      
      73      Tale potere discrezionale dipende in larga parte dal grado di chiarezza e di precisione della norma violata.
      
      74      Per quanto riguarda l’art. 8 della direttiva, dall’esame della prima questione risulta che esso, data la generalità dei suoi
         termini, conferisce agli Stati membri un ampio potere discrezionale al momento di determinare il livello di tutela dei diritti
         a prestazione.
      
      75      Ne consegue che la responsabilità di uno Stato membro per non corretta attuazione di tale disposizione è subordinata alla
         constatazione di una violazione grave e manifesta, da parte dello stesso, dei limiti posti al suo potere discrezionale.
      
      76      Per accertare se questa condizione sia soddisfatta, il giudice nazionale investito di una domanda di risarcimento danni deve
         tener conto di tutti gli elementi che caratterizzano la controversia sottoposta al suo sindacato (sentenza 30 settembre 2003,
         causa C‑224/01, Köbler, Racc. pag. I‑10239, punto 54).
      
      77      Fra tali elementi compaiono, in particolare, oltre al grado di chiarezza e di precisione della norma violata e all’ampiezza
         del potere discrezionale che tale norma riserva alle autorità nazionali, il carattere intenzionale o involontario della trasgressione
         commessa o del danno causato, la scusabilità o l’inescusabilità di un eventuale errore di diritto e la circostanza che i comportamenti
         adottati da un’istituzione comunitaria possano aver contribuito all’omissione, all’adozione o al mantenimento in vigore di
         provvedimenti o di prassi nazionali contrari al diritto comunitario (v. citate sentenze Brasserie du pêcheur e Factortame,
         punto 56, e Köbler, punto 55).
      
      78      Nel caso di specie il giudice del rinvio dovrà tener conto del grado di chiarezza e di precisione dell’art. 8 della direttiva
         riguardo al livello di tutela richiesto.
      
      79      A tale proposito si deve sottolineare che né le parti del procedimento principale, né gli Stati membri che hanno presentato
         osservazioni, né la Commissione sono stati in grado di indicare con precisione il livello minimo di tutela richiesto, a loro
         avviso, dalla direttiva, per l’ipotesi in cui sia dichiarato che quest’ultima non impone una garanzia integrale.
      
      80      Inoltre, com’è stato constatato al punto 56 della presente sentenza, né l’art. 8, né altra disposizione della direttiva contengono
         elementi che permettano di stabilire con precisione il livello minimo di tutela richiesto per i diritti alle prestazioni.
      
      81      Il giudice del rinvio potrà prendere in considerazione anche la relazione definitiva della Commissione 15 giugno 1995, COM(95)
         164 def. (non pubblicata nella Gazzetta Ufficiale delle Comunità europee), sul recepimento della direttiva [80/987] da parte degli Stati membri, la quale è stata invocata nelle osservazioni presentate
         alla Corte e in cui la Commissione aveva così concluso (pag. 52): «Le varie misure [adottate dal Regno Unito] sembrano rispondere
         ai requisiti posti all’art. 8 [della direttiva]». Infatti, come ha osservato l’avvocato generale al paragrafo 98 delle conclusioni,
         una formulazione siffatta ha potuto, nonostante la sua prudenza, confortare le Stato membro interessato nella sua posizione
         rispetto all’attuazione della direttiva.
      
      82      La terza questione deve essere perciò risolta nel senso che, in caso di attuazione non corretta dell’art. 8 della direttiva,
         la responsabilità dello Stato membro interessato è subordinata alla constatazione di una violazione grave e manifesta, da
         parte dello stesso, dei limiti posti al suo potere discrezionale.
      
       Sulla richiesta di limitare nel tempo gli effetti della presente sentenza
      83      Il Regno Unito e l’Irlanda hanno chiesto che, qualora la Corte adotti un’interpretazione della direttiva favorevole ai ricorrenti
         nel procedimento principale, vengano limitati nel tempo gli effetti della sentenza ai soli procedimenti instaurati prima della
         data della sua pronuncia.
      
      84      Tenuto conto delle risposte offerte alle tre questioni sollevate, non vi è luogo ad accogliere tale domanda.
      
       Sulle spese
      85      Nei confronti delle parti nel procedimento principale il presente procedimento costituisce un incidente sollevato dinanzi
         al giudice nazionale, cui spetta quindi statuire sulle spese. Le spese sostenute da altri soggetti per presentare osservazioni
         alla Corte non possono dar luogo a rifusione.
      
      Per questi motivi la Corte (Seconda Sezione) dichiara:
      1)      L’art. 8 della direttiva del Consiglio 20 ottobre 1980, 80/987/CEE, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli
            Stati membri relative alla tutela dei lavoratori subordinati in caso di insolvenza del datore di lavoro, deve essere interpretato
            nel senso che, in caso di insolvenza del datore di lavoro e di insufficienza delle risorse dei regimi complementari di previdenza,
            professionali o interprofessionali, il finanziamento dei diritti alle prestazioni di vecchiaia maturati non deve essere obbligatoriamente
            assicurato dagli Stati membri medesimi, né essere integrale.
      2)      L’art. 8 della direttiva 80/987 osta a un sistema di tutela come quello oggetto del procedimento principale.
      3)      In caso di attuazione non corretta dell’art. 8 della direttiva 80/987, la responsabilità dello Stato membro interessato è
            subordinata alla constatazione di una violazione grave e manifesta, da parte dello stesso, dei limiti posti al suo potere
            discrezionale.
      Firme
      * Lingua processuale: l'inglese.