CELEX: 52003PC0657
Language: it
Date: 2003-11-05
Title: Proposta di DIRETTIVA DEL CONSIGLIO che attua il principio della parità di trattamento tra donne e uomini per quanto riguarda l'accesso a beni e servizi e la loro fornitura

Avis juridique important

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52003PC0657

Proposta di DIRETTIVA DEL CONSIGLIO che attua il principio della parità di trattamento tra donne e uomini per quanto riguarda l'accesso a beni e servizi e la loro fornitura {SEC (2003) 1213 }(presentata dalla Commissione)RELAZIONEI. IntroduzioneNell'Agenda per la politica sociale pubblicata nel giugno 2000 [1] la Commissione ha annunciato l'intenzione di presentare una proposta di direttiva intesa a vietare la discriminazione sessuale al di fuori del mercato del lavoro. In occasione del Consiglio europeo di Nizza del 2000 i capi di Stato e di governo hanno invitato la Commissione a rafforzare i diritti connessi all'uguaglianza adottando una proposta di direttiva sulla promozione della parità tra i sessi in settori diversi da quelli dell'occupazione e della vita professionale. La proposta doveva fondarsi sull'articolo 13 del Trattato CE che conferisce al Consiglio il potere di prendere i provvedimenti opportuni per combattere le discriminazioni fondate, tra l'altro, sul sesso.[1]  COM/2000/0379 def.La presente proposta costituisce il primo passo della Commissione in risposta alla richiesta del Consiglio europeo.II. ContestoLa parità di trattamento tra uomini e donne e il divieto di discriminazione fondata sul sesso sono principi fondamentali del diritto comunitario. L'approccio dell'Unione europea in materia di uguaglianza si è sviluppato notevolmente negli anni, pertanto l'enfasi iniziale sulla parità retributiva [2] e sulla prevenzione delle distorsioni della concorrenza tra Stati membri ha lasciato il campo alla preoccupazione di garantire l'uguaglianza in quanto diritto fondamentale. Ciò è dimostrato dall'attenzione riservata alla parità nel trattato che istituisce la Comunità europea, nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea e, più recentemente, nel progetto di trattato costituzionale scaturito dalla Convenzione sul futuro dell'Europa.[2]  Articolo 119 del trattato di Roma.All'articolo 2 del trattato CE la promozione della parità tra uomini e donne è indicata come uno dei compiti essenziali della Comunità. L'articolo 3, paragrafo 2, del trattato CE stabilisce che la Comunità mira a eliminare le ineguaglianze e a promuovere la parità tra uomini e donne in tutte le sue attività. L'articolo 13 del trattato CE conferisce al Consiglio il potere di prendere i provvedimenti opportuni per combattere le discriminazioni fondate, tra l'altro, sul sesso.La Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea rafforza tale approccio vietando ogni forma di discriminazione, compresa quella fondata sul sesso [3] e confermando che il diritto alla parità tra donne e uomini va assicurato in tutti i settori [4].[3]  Articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea firmata e proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000.[4]  Articolo 23 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea firmata e proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000.La Convenzione sul futuro dell'Europa ha proposto alla Conferenza intergovernativa di incorporare la Carta nel futuro trattato costituzionale e di fare della promozione della parità tra uomini e donne un obiettivo dell'intera Unione [5].[5]  Parte I, articolo 3 del progetto di trattato che istituisce una costituzione per l'Europa, presentato al Consiglio europeo il 20 giugno 2003.La Comunità ha adottato una serie di provvedimenti giuridici per combattere la discriminazione sessuale, dalla direttiva del Consiglio del 1975 in materia di parità retributiva tra uomini e donne [6] alle modifiche apportate nel 2002 alla direttiva del Consiglio sulla parità di trattamento per quanto riguarda l'accesso al lavoro [7]. Tutti questi provvedimenti hanno riguardato sinora la parità di trattamento nei settori dell'occupazione, della formazione professionale e in ambiti connessi.[6]  Direttiva 75/117/CEE del Consiglio del 10 febbraio 1975 per il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative all'applicazione del principio di parità delle retribuzioni tra i lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile, GU L 45 del 19.2.1975 pag. 19.[7]  Direttiva 2002/73/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 23 settembre 2002 che modifica la direttiva del Consiglio 76/207/CEE relativa all'attuazione del principio della parità di trattamento tra donne e uomini per quanto riguarda l'accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionali e le condizioni di lavoro (GU L 269 del 5/10/2002, pp. 15-20).Il Consiglio ha inoltre adottato due strumenti legislativi basati sull'articolo 13 del trattato CE: la direttiva 2000/43/CE del 29 giugno 2000 che attua il principio della parità di trattamento tra le persone indipendentemente dalla razza e dall'origine etnica [8] e la direttiva 2000/78/CE del 27 novembre 2000 che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro [9]. La prima direttiva vieta la discriminazione razziale nei settori dell'occupazione, della protezione sociale, compresa la sicurezza sociale e l'assistenza sanitaria, delle prestazioni sociali, dell'istruzione e dell'accesso a beni e servizi, incluso l'alloggio. La seconda vieta le discriminazioni nel mercato del lavoro in base alla religione, alle convinzioni personali, agli handicap, all'età o alle tendenze sessuali in modo simile a quanto previsto dal diritto comunitario vigente in materia di parità di trattamento tra uomini e donne (esclusa la sicurezza sociale obbligatoria).[8]  Direttiva 2000/43/CE del Consiglio che attua il principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall'origine etnica (GU L 180 del 19.7.2000, pagg.22-26).[9]  Direttiva 2000/78/CE del Consiglio che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro (GU L 303 del 2.12.2000, pagg. 16-22).La normativa comunitaria che vieta la discriminazione sessuale nel mercato del lavoro è vasta e ha una tradizione ben consolidata [10]. Per oltre trent'anni ha dimostrato il proprio valore contribuendo significativamente a far evolvere la mentalità in merito al ruolo degli uomini e delle donne nella società europea. In passato, il diritto comunitario è stato circoscritto al settore dell'occupazione a causa dei limiti imposti dalla base giuridica. E' tuttavia evidente che la discriminazione fondata sul sesso non avviene solo nel mercato del lavoro, ma anche in molti altri settori della vita quotidiana, pertanto costituisce un ostacolo alla parità tra uomini e donne, la cui promozione da parte della Comunità è prevista dal trattato. Se l'azione comunitaria può contribuire a favorire la parità di trattamento in settori diversi dal mercato del lavoro, nel contesto di un'Europa vicina ai cittadini, in cui il principio della parità per tutti è sancito in tutte le costituzioni nazionali, l'azione condotta dalla Comunità per promuovere l'uguaglianza tra donne e uomini non può limitarsi al solo mondo del lavoro. Pertanto la Commissione nella comunicazione del 7 giugno 2000 che definisce una strategia quadro comunitaria per la parità tra donne e uomini (2001-2005) [11] si è impegnata a presentare, in conformità dell'articolo 13 del trattato CE, una proposta di direttiva intesa ad attuare il principio della parità di trattamento tra donne e uomini in settori diversi da quelli dell'occupazione e del lavoro. In seguito il Consiglio europeo, nel dicembre 2000, ha invitato la Commissione a rafforzare i diritti connessi all'uguaglianza adottando una proposta di direttiva sulla promozione della parità tra i sessi in settori diversi da quelli dell'occupazione e della vita professionale.[10]  Direttiva 75/117/CEE del Consiglio del 10 febbraio 1975 sul ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative all'applicazione del principio della parità delle retribuzioni tra i lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile, GU L 45 del 19.2.1975; direttiva 76/207/CEE del Consiglio del 9 febbraio 1976 relativa all'attuazione del principio della parità di trattamento tra donne e uomini per quanto riguarda l'accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionali e alle condizioni di lavoro, GU L 39 del 14.2.1976, modificata dalla direttiva 2002/73/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, GU L 269 del 5.10.2002; direttiva 79/7/CEE del Consiglio del 19 dicembre 1978 relativa alla graduale attuazione del principio di parità di trattamento tra uomini e donne in materia di sicurezza sociale, GU L 6 del 10.1.1979; direttiva 86/378/CEE del Consiglio del 24 luglio 1986 relativa all'attuazione del principio della parità di trattamento tra donne e uomini nel settore dei regimi di sicurezza sociale, GU L 225 del 12.8.1986; direttiva 86/613/CEE del Consiglio dell'11 dicembre 1986 relativa all'applicazione del principio della parità di trattamento fra gli uomini e le donne che esercitano un'attività autonoma, ivi comprese le attività nel settore agricolo, e relativa altresì alla tutela della maternità, GU L 359 de1 19.12.1986; direttiva 92/85/CEE del Consiglio del 19 ottobre 1992 concernente l'attuazione di misure volte a promuovere il miglioramento della sicurezza e della salute sul lavoro delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento (decima direttiva particolare ai sensi dell'articolo 16, paragrafo 1 della direttiva 89/391/CEE), GU L 348 del 28.11.1992; direttiva 96/34/CE del Consiglio del 3 giugno 1996 concernente l'accordo quadro sul congedo parentale concluso dall'UNICE, dal CEEP e dalla CES (GU L 145 del 19.6.1996, pag. 4); direttiva 97/75/CE del Consiglio del 15 dicembre 1997 che modifica ed estende la direttiva 96/34/CE concernente l'accordo quadro sul congedo parentale concluso dall'UNICE, dal CEEP e dalla CES al Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord (GU L 10 del 16.1.1998, pag.24); direttiva 97/80/CE del Consiglio del 15 dicembre 1997 riguardante l'onere della prova nei casi di discriminazione basata sul sesso, GU L 14 del 20.1.1998, pag. 6; direttiva 98/52/CE del Consiglio del 13 luglio 1998 relativa all'estensione della direttiva 97/80/CE riguardante l'onere della prova nei casi di discriminazione basata sul sesso al Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord GU L 205 del 22.7.1998, pag 66.[11]  COM/2000/335 def.E' quindi un vero e proprio obbligo morale e giuridico, destinato a consolidare il concetto e la realtà di un'Europa dei cittadini, che ha indotto la Commissione europea a presentare una prima proposta di direttiva intesa ad attuare la parità di trattamento tra donne e uomini in settori diversi dal mercato del lavoro.III. Base giuridicaLa proposta si fonda sull'articolo 13, paragrafo 1, del trattato che istituisce la Comunità europea, una base giuridica introdotta per la prima volta dal trattato di Amsterdam. L'articolo 13, paragrafo 1 del trattato CE autorizza il Consiglio, che delibera all'unanimità su proposta della Commissione e previa consultazione del Parlamento europeo, a prendere i provvedimenti opportuni per combattere le discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l'origine etnica, la religione o le convinzioni personali, gli handicap, l'età o le tendenze sessuali.Si tratta di una base giuridica già utilizzata in due occasioni per l'adozione di proposte simili, intese a combattere la discriminazione. La prima di queste direttive vieta segnatamente la discriminazione (di origine etnica o razziale) in settori diversi da quello dell'occupazione, anche nell'ambito dell'accesso a beni e servizi e della loro fornitura.L'articolo 13 del trattato CE va interpretato alla luce delle disposizioni dell'articolo 2 e dell'articolo 3, paragrafo 2, del trattato CE, che fanno obbligo alla Comunità di mirare all'eliminazione delle ineguaglianze e alla promozione della parità tra uomini e donne in tutte le sue attività.La presente proposta non si riferisce ai settori che rientrano nella sfera d'applicazione dell'articolo 141 del trattato CE e non mette in causa la normativa vigente che attua il principio di parità di trattamento tra uomini e donne.IV. Motivazione, obiettivi e prospettiva d'insieme della proposta di direttivaDopo aver proposto l'idea di una direttiva riguardante la discriminazione al di fuori del mercato del lavoro nell'Agenda per la politica sociale pubblicata nel 2000 e averne ottenuto il sostegno del Consiglio europeo, la Commissione ha organizzato dibattiti in merito alle diverse questioni che potrebbero rientrare nell'ambito della direttiva. L'audizione pubblica svoltasi il 10 settembre 2003 al Parlamento europeo, relativa segnatamente all'applicazione del principio di parità di trattamento nei settori delle assicurazioni e dei mezzi di comunicazione, ha apportato un contributo di particolare rilievo alla discussione.Nonostante i progressi compiuti nel corso degli ultimi trent'anni in materia di parità, molti soggetti interessati consultati dalla Commissione o che hanno fatto pervenire le proprie osservazioni ritengono che la discriminazione sessuale continui a verificarsi in numerosi ambiti della vita, sia all'interno del mondo dell'occupazione sia al di fuori. La rappresentazione dei sessi nei mezzi di comunicazione e nella pubblicità pone seri interrogativi sulla tutela della dignità delle donne e degli uomini. Alcuni soggetti interessati, segnatamente il Parlamento europeo e il movimento femminile, hanno sollevato il problema relativo ai regimi fiscali che tendono a dissuadere uno dei due sessi dal trarre un reddito da un'occupazione o da altre fonti e hanno sostenuto la completa individualizzazione della fiscalità. E' stata inoltre richiamata l'attenzione su prassi ricorrenti nel settore dell'istruzione, in cui le ragazze o i ragazzi continuano a essere dissuasi dal seguire percorsi non tradizionali.Altre parti interessate esprimono tuttavia opinioni diverse. I rappresentanti dei mezzi di comunicazione sostengono per esempio che il tentativo di regolamentare i contenuti di questo settore costituirebbe una violazione della loro libertà. Alcuni governi, in contributi scritti trasmessi alla Commissione in merito all'eventuale direttiva o in occasione di dibattiti nei Parlamenti nazionali, hanno affermato che i regimi fiscali basati sui nuclei familiari non costituiscono una discriminazione sessuale e che la modificazione di tali sistemi potrebbe comportare un deterioramento della situazione finanziaria delle famiglie. I governi hanno inoltre evocato l'evoluzione di tendenze nell'ambito dell'istruzione, in cui si registra, per esempio, un costante aumento del tasso di ragazze che seguono corsi scientifici.Per quanto concerne la fiscalità, la Commissione ritiene che, considerato l'effetto diretto e l'ambito di applicazione materiale dell'articolo 141 del trattato CE, il diritto comunitario in vigore esiga che la tassazione dei redditi da occupazione rispetti il principio della parità di trattamento. Di conseguenza, gli Stati membri sono già tenuti a garantire che il loro sistema fiscale non comporti alcuna discriminazione nei confronti di individui di uno dei due sessi. Pertanto non occorre che la Comunità intervenga ulteriormente per regolamentare la tassazione dei redditi da occupazione.Non si mette in dubbio la volontà dei soggetti interessati di realizzare un'effettiva parità in questi settori, tuttavia sussistono differenze quanto alla via da seguire. Il dibattito relativo a queste problematiche è lungi dall'essere concluso. Per raggiungere un accordo su tutti questi aspetti la Commissione dovrà proseguire i contatti con le parti interessate in merito a tali questioni. Si è giunti pertanto alla conclusione che al momento non sia opportuno presentare proposte riguardanti i settori dell'istruzione, della fiscalità o i contenuti dei mezzi di comunicazione.La Commissione ha tuttavia registrato un consenso nettamente più ampio sulla necessità di una regolamentazione in tema di accesso a beni e servizi. Come nel caso della parità di trattamento senza distinzione di razza o di origine etnica, disciplinata dalla direttiva del Consiglio sulla discriminazione razziale, pochi elementi dimostrano l'esistenza di pratiche discriminatorie sistematiche nell'accesso a beni e servizi o nella loro fornitura: generalmente le imprese non impongono ai dipendenti di trattare uomini e donne in modo diverso. La discriminazione si riscontra con maggiore probabilità nel comportamento spontaneo dei singoli che rifiutano di fornire un bene o un servizio, oppure lo forniscono a condizioni meno favorevoli agli individui di uno dei due sessi. La discriminazione sessuale nell'ambito dell'accesso a beni e servizi può ostacolare l'integrazione sociale ed economica, soprattutto per quanto concerne l'accesso ai finanziamenti, ma anche in senso più generale. Decisioni in merito a prestiti da concedere, per esempio, a piccole imprese o a privati, che siano determinate o influenzate dal sesso dei richiedenti non solo sono contrarie al principio fondamentale della parità di trattamento, ma costituiscono anche, nella pratica, un forte freno alla capacità di ampi settori della società di provvedere a sé stessi e agli altri. L'esclusione di determinate persone dall'accesso a beni o servizi di loro scelta nuoce sicuramente alla loro autostima e, nel peggiore dei casi, ne consolida l'emarginazione sociale. La Commissione propone pertanto che gli Stati membri vietino la discriminazione nell'ambito dell'accesso a beni e servizi e della loro fornitura. Tale divieto consentirebbe alle vittime di atti discriminatori di ricorrere contro tali atti e, nei casi in cui la discriminazione sia provata, di ricevere un'adeguata compensazione. Le sanzioni applicate in simili casi dovrebbero essere sufficientemente dissuasive per contribuire alla prevenzione di futuri atti discriminatori.Tali norme devono tuttavia essere pragmatiche: come nel caso della direttiva del Consiglio sulla discriminazione razziale, dovrebbero applicarsi a beni e servizi che sono disponibili al pubblico. Inoltre, esse non dovrebbero vietare il riconoscimento di differenze relative a beni o servizi destinati esclusivamente o principalmente agli individui di un sesso o a competenze esercitate diversamente a seconda del sesso nei casi in cui le situazioni delle donne e degli uomini non risultano comparabili. La direttiva non dovrebbe applicarsi alla fruizione di servizi forniti da circoli privati aperti agli individui di un solo sesso.AssicurazioniIl settore delle assicurazioni costituisce un'eccezione alla generale assenza di norme differenziate in base al sesso. Generalmente le assicurazioni sono proposte a condizioni diverse alle donne e agli uomini. In diversi settori del mercato assicurativo, in particolare nell'ambito delle assicurazioni sulla vita, delle assicurazioni sanitarie e automobilistiche, nonché nel calcolo delle rendite, i fattori attuariali sono ripartiti in base al sesso, al fine di valutare separatamente i rischi legati all'assicurazione degli uomini e delle donne. Tra i fattori presi in considerazione rientrano le variazioni della speranza di vita, ma anche diversi modelli di comportamento (soprattutto nell'assicurazione automobilistica) e di consumo (nell'assicurazione sanitaria).Le compagnie assicurative di diversi Stati membri utilizzano tuttavia un'ampia gamma di tabelle, aggiornate più o meno regolarmente, che in certi casi comportano risultati diversi per uomini e donne. In Francia per esempio nell'ambito dell'assicurazione sanitaria privata è prassi comune praticare le stesse tariffe per uomini e donne. Lo stesso avviene nel Regno Unito (benché per le assicurazioni contro malattie gravi si ricorra a una differenziazione basata sul sesso). In Germania invece gli assicuratori operano una distinzione tra uomini e donne. Simili differenze di approccio caratterizzano i settori delle assicurazioni temporanee vita e delle rendite vitalizie, in cui gli assicuratori francesi utilizzano tabelle uniche, mentre altri tendono a calcolare i contributi e le rendite basandosi su tabelle che indicano l'aspettativa di vita in funzione del sesso. Nel settore dell'assicurazione automobilistica gli assicuratori di alcuni Stati membri (per esempio il Regno Unito e l'Irlanda) applicano tassi nettamente diversi a uomini e donne (soprattutto se giovani), mentre altri non operano alcuna distinzione (Svezia). Entrambi gli approcci sono quindi possibili e non pregiudicano la capacità finanziaria delle compagnie.Secondo alcuni studi, il sesso non costituisce il principale determinante dell'aspettativa di vita. E' stata dimostrata l'importanza di altri fattori, quali lo stato civile, fattori socioeconomici, la situazione lavorativa, la regione geografica, il tabagismo e le abitudini alimentari. Lo stile di vita può essere considerato un fattore multidimensionale che ha un'incidenza nettamente maggiore del sesso sull'aspettativa di vita delle persone. In base a studi in cui si è provato a sottrarre dall'equazione lo stile di vita, la classe sociale e fattori ambientali, la differenza nella speranza di vita tra uomini e donne si situa tra zero e due anni, un risultato che dimostra come la crescente divergenza registrata nell'aspettativa di vita della popolazione di alcuni Stati membri non possa essere attribuita a differenze biologiche. Nel migliore dei casi il sesso rappresenta altri indicatori dell'aspettativa di vita. La principale conclusione che si può trarre da questi studi è la seguente: la prassi degli assicuratori di utilizzare il sesso come fattore determinante nella valutazione dei rischi si basa sulla facilità di questo metodo piuttosto che sul suo reale valore come criterio della speranza di vita. Alcuni commentatori hanno osservato che gli assicuratori tendenzialmente preferiscono raggruppare persone sane e ammalate piuttosto che uomini e donne.In questo contesto, alcuni soggetti interessati nell'ambito del movimento femminile e del Parlamento europeo (con i quali concordano anche alcuni esperti assicurativi) sostengono che calcoli attuariali differenziati per la determinazione di premi, prestazioni e rendite di prodotti assicurativi connessi all'aspettativa di vita debbano essere considerati una discriminazione sessuale poiché il sesso non costituisce il fattore determinante della speranza di vita.La Commissione rileva che i contributi e le prestazioni dei regimi pensionistici e di assicurazione malattia statali non tengono conto delle differenze nella speranza di vita. Si tratta di regimi che mutualizzano i rischi legati al sesso, preferendo distribuire tra i due sessi i costi della maggiore aspettativa di vita delle donne. Nel caso di regimi giuridici l'affiliazione è obbligatoria in genere, perciò è sempre possibile prevedere la percentuale di uomini e donne affiliati.Le compagnie assicurative sostengono che l'assicurazione privata non può essere paragonata ai regimi giuridici, soprattutto perché ha poco controllo sulla percentuale degli uomini e delle donne affiliati. Si sottolinea che le tariffe e le prestazioni fissate per uomini e donne corrispondono al rischio reale che le compagnie assicurative si assumono per ogni prodotto proposto e che interferire in questo calcolo comporterebbe una distorsione artificiale del mercato, per cui alcuni prodotti perderebbero interesse economico a causa della sproporzione tra rischio e reddito generato. E' quanto potrebbe accadere, per esempio, nell'ambito dell'assicurazione sanitaria e delle rendite vitalizie per gli uomini e dell'assicurazione sulla vita e automobilistica per le donne, poiché gli individui di un sesso tenuti a pagare un premio proporzionalmente superiore al rischio personale sarebbero dissuasi dal contrarre l'assicurazione, mentre gli individui del sesso che pagherebbero un tasso inferiore a quanto richiesto dal reale livello di rischio sarebbero incoraggiati ad assicurarsi, creando una situazione in cui la compagnia assicurativa rischierebbe di non poter far fronte ai propri impegni. Il settore assicurativo afferma inoltre che le tabelle utilizzate rispecchiano la realtà dell'aspettativa di vita di uomini e donne, che vengono regolarmente aggiornate e in genere approvate da un'autorità pubblica di controllo.La Commissione ritiene che queste preoccupazioni non siano giustificate. In primo luogo, la federazione francese delle compagnie assicurative segnala, per esempio, che l'introduzione di fattori attuariali non basati sul sesso non ha comportato significativi mutamenti del mercato delle rendite vitalizie in Francia. Inoltre, le preoccupazioni si fondano su una visione statica del mercato che non riflette la realtà. Come indicato in precedenza, il sesso è utilizzato per rappresentare altri fattori, pertanto le compagnie assicurative più avanzate stanno mettendo a punto strumenti nuovi e più esatti per la previsione dei rischi. Grazie a questo approccio e per effetto della concorrenza, si potrà ridurre l'importanza del sesso nei calcoli e basare le tariffe su criteri diversi. I prodotti che queste compagnie e altri fornitori di servizi finanziari potranno proporre si adatteranno perciò al nuovo contesto, garantendo così che la gamma offerta ai consumatori resti ampia e interessante.Conclusioni della CommissioneLe compagnie assicurative sono libere di fissare le proprie tariffe entro i limiti posti dal diritto comunitario, secondo quanto stabilito dal trattato e da diverse direttive del Consiglio e del Parlamento europeo relative alle assicurazioni sulla vita e alle assicurazioni non vita. Tutte le assicurazioni si basano sulla mutualizzazione dei rischi e sulla solidarietà che si crea tra gli assicurati. Attualmente gli assicuratori decidono autonomamente come ripartire i rischi in base a determinati gruppi. Molti sono giunti alla conclusione che uomini e donne andavano suddivisi in gruppi distinti senza condividere i rischi in cui incorrono.Poiché la parità di trattamento tra uomini e donne costituisce un diritto fondamentale, la Commissione ritiene che la libertà nella determinazione delle tariffe debba essere subordinata a tale diritto. La suddivisione di uomini e donne in gruppi distinti implica un'ingiustificata differenziazione di trattamento che porta a sfavorire uno dei due sessi. Tale prassi deve essere considerata discriminatoria, pertanto i legislatori devono adottare provvedimenti intesi a vietarla. Una situazione analoga si riscontrava frequentemente nel settore dell'occupazione: in passato i datori di lavoro dichiaravano apertamente la propria resistenza ad assumere donne in età feconda per l'eventualità che si assentassero dal lavoro durante i congedi di maternità, esponendoli a maggiori rischi e ai relativi costi. Se questa affermazione è vera sul piano statistico, è evidentemente inaccettabile dal punto di vista morale come giustificazione di un trattamento differenziato tra donne e uomini e la legge ha vietato questo comportamento. La stessa argomentazione è valida nel settore delle assicurazioni.La Commissione conclude pertanto che le differenze di trattamento basate su fattori attuariali direttamente connessi al sesso non sono compatibili con il principio della parità di trattamento e devono essere eliminate. Questa posizione è conforme alla sentenza della Corte di giustizia europea nella causa Coloroll [12], in base alla quale una differenziazione fondata sul sesso in merito a contributi da versare a un regime pensionistico professionale è discriminatoria.[12]  Causa C-200/91.La Commissione è tanto più ferma sulla sua posizione osservando la tendenza degli Stati membri a sostituire o a completare i regimi pensionistici statali con assicurazioni private, in particolare con rendite vitalizie. In numerosi casi i governi incoraggiano il passaggio a pensioni private mediante incentivi fiscali o formule equivalenti. I legislatori hanno deciso che nel caso delle assicurazioni sociali obbligatorie il principio della parità di trattamento debba essere rispettato. Il passaggio a regimi privati indebolisce tuttavia questo principio: l'assenza di distinzioni legate al sesso propria dei sistemi di assicurazione sociale statali viene gradualmente sostituita dalla differenziazione fondata sul sesso propria del mercato privato, tanto nel secondo quanto nel terzo pilastro dei regimi pensionistici. Questi sviluppi sono particolarmente rilevanti in quanto le modalità destinate a compensare (principalmente) le donne per i numerosi svantaggi subiti nel mercato del lavoro, quali il riconoscimento dei periodi di assenza dal lavoro per congedo parentale, o le prestazioni di reversibilità, sono meno diffuse o meno generose nei regimi del secondo e del terzo pilastro. Inoltre, i lavoratori autonomi spesso non hanno altra scelta che ricorrere al mercato privato ai fini della copertura previdenziale. Il numero delle persone che svolgono un'attività autonoma, e in particolare la percentuale delle lavoratrici autonome, è in continuo aumento.Come la Corte di giustizia europea ha sottolineato nella causa Defrenne II [13], un'adeguata attuazione della parità di trattamento implica non solo la conformità della legge al principio, ma che anche le norme fissate nell'ambito di convenzioni collettive o di contratti privati siano rese conformi. L'evoluzione della natura delle formule pensionistiche rende particolarmente necessaria un'azione intesa ad imporre la parità di trattamento nell'ambito dei regimi privati e costituisce il logico corollario dell'azione condotta nel settore pubblico.[13]  Causa C-43/75.La Commissione riconosce tuttavia che l'attuale utilizzo generalizzato di tali fattori non può cambiare da un giorno all'altro senza causare perturbazioni e turbolenze del mercato. Essa concorda pertanto sul fatto che possa essere necessario un periodo transitorio in cui le compagnie assicurative continuino a tenere conto, in alcuni casi, di fattori attuariali fondati sul sesso.E' altrettanto evidente che per una singola compagnia assicurativa l'adozione di tariffe indipendenti dal sesso risulti difficile a causa della concorrenza di altre compagnie, poiché un numero sproporzionato di individui del sesso avvantaggiato dal cambiamento tenderà a confluire verso tale compagnia, mentre coloro che saranno sfavoriti tenderanno ad abbandonarla, lasciando alla compagnia un portafoglio di rischi che non potrà coprire senza un aumento generale dei premi. Per evitare distorsioni della concorrenza potenzialmente nocive occorre pertanto che il passaggio a tariffe non basate sul sesso sia coordinato a livello comunitario. Una direttiva che prevede un periodo di recepimento sufficientemente lungo consente tale coordinamento e permette agli Stati membri e alle compagnie assicurative di apportare le necessarie modifiche alle legislazioni e alle prassi. In particolare, la direttiva lascia alle compagnie e alle autorità pubbliche la possibilità di collaborare al fine di migliorare l'affidabilità dei criteri relativi allo stile di vita e ad altri aspetti che hanno una maggiore incidenza del sesso sull'aspettativa di vita. L'utilizzo di altri criteri consentirà agli assicuratori di valutare i rischi in modo più esatto di quanto accada attualmente per l'eccessivo affidamento sul criterio del sesso.La Commissione è inoltre preoccupata per le scarse informazioni accessibili a uomini e donne riguardo al modo in cui tali fattori sono considerati dalle compagnie assicurative e alla loro incidenza sui premi e sui contributi da versare per ottenere un determinato livello di prestazioni. Questa preoccupazione appare giustificata specialmente nel settore delle rendite e riveste un'importanza particolare nel momento in cui in numerosi Stati membri le assicurazioni pensionistiche stanno passando dai regimi a prestazioni definite ai regimi a contributi definiti [14]. La Commissione ritiene che questa mancanza di trasparenza possa costituire un ostacolo al diritto di uomini e donne alla parità di trattamento.[14]  In un sistema a contributi definiti l'assicurato è tenuto o incoraggiato a investire un capitale in una rendita che costituirà una fonte di reddito pensionistico.La Commissione propone pertanto di dare agli Stati membri la possibilità di applicare il principio della parità di trattamento all'utilizzo dei fattori attuariali dopo un periodo transitorio di sei anni, successivi al termine di recepimento generale di due anni, in modo da lasciare alle compagnie assicurative un periodo complessivo di otto anni per adeguare le proprie pratiche, a partire dall'entrata in vigore della direttiva. Al fine di contribuire alla trasparenza del mercato, gli Stati membri in tale periodo dovrebbero compilare, pubblicare e aggiornare regolarmente tabelle dettagliate riguardanti la mortalità e la speranza di vita della popolazione, che potranno essere utilizzate dalle compagnie assicurative. Conformemente alle direttive del Consiglio e del Parlamento europeo relative all'assicurazione sulla vita e all'assicurazione non vita, le compagnie assicurative potranno essere tenute a notificare all'autorità competente del proprio Stato membro l'eventuale utilizzo di tabelle fondate sul sesso.V. Giustificazione relativa alla sussidiarietà e alla proporzionalità.Da tempo l'Unione europea si esprime a favore di interventi relativi alla parità di trattamento di uomini e donne nel settore dell'occupazione. Più recentemente, ha deciso che occorreva estendere la protezione contro la discriminazione fondata sulla razza e l'origine etnica a settori esterni al mercato del lavoro, quali l'istruzione, la protezione sociale, le cure sanitarie, i vantaggi sociali, nonché l'accesso a beni e servizi che sono a disposizione del pubblico e la loro fornitura, compreso l'alloggio. In questo contesto, l'Unione ha concluso che gli Stati membri, agendo da soli, non potevano realizzare adeguatamente un elevato livello comune di tutela contro la discriminazione e che questo obiettivo poteva essere raggiunto meglio a livello comunitario.Per quanto concerne il problema della discriminazione sessuale nell'accesso a beni e servizi, argomentazioni analoghe valgono in rapporto alla sussidiarietà.  Come la direttiva sulla discriminazione razziale, la proposta riguarda una grave diseguaglianza di cui sono vittime milioni di cittadini europei nella loro vita quotidiana. È difficile misurare l'ampiezza precisa del fenomeno. Tale difficoltà è in parte dovuta al fatto che, necessariamente, non si registrano reclami per discriminazione sessuale negli Stati membri che non dispongono di normative specifiche in materia: la discriminazione diventa un atto illecito che può essere oggetto di reclami solo quando viene vietata. Tuttavia, l'esperienza di organismi indipendenti che promuovono la parità di trattamento tra uomini e donne negli Stati membri mostra chiaramente che, nel trattare questioni legate a beni e servizi, si riscontra un'ampia gamma di casi [15]. In un'indagine Eurobarometro effettuata nel 2002 le persone che hanno dichiarato di avere subito personalmente una discriminazione sessuale nel settore dei beni e dei servizi rappresentavano poco meno di un quarto dei casi di discriminazione registrati in questo settore relativo a uno dei motivi di discriminazione oggetto dell'inchiesta [16]. Negli Stati membri in cui vige una normativa in materia i reclami riguardanti questo ambito costituiscono una significativa percentuale dei casi trattati dagli organismi specializzati interessati. In Irlanda, per esempio, il 25% circa dei casi di discriminazione sessuale esaminati sinora nel 2003 dall' "Office for the Director of Equality Investigations" (ufficio del direttore delle indagini in materia di uguaglianza) riguardava beni e servizi, mentre il rimanente 75% era relativo a diversi aspetti dell'occupazione. Nei Paesi Bassi i reclami per disparità di trattamento basata sul sesso nel settore dei beni e dei servizi rappresentava poco meno del 10% dei casi esaminati dalla "Equal Treatment Commission" (commissione per la parità di trattamento) nel 2002. Appare evidente che una legislazione europea in questo settore risponderà a un'esigenza sinora insoddisfatta negli Stati membri che attualmente non dispongono di una legislazione specifica in tema di parità di trattamento nell'accesso a beni e servizi.[15]  Per esempio: il rifiuto di concedere mutui ipotecari a donne in gravidanza; il rifiuto di indicare per primo il nome di una donna in conti bancari comuni (discriminazione relativa al diritto a prestazioni come le opzioni di acquisto di azioni, spesso limitate al primo titolare nominato); il rifiuto di accordare prestiti a persone che lavorano a tempo parziale (discriminazione indiretta in base alla giurisprudenza costante della Corte di giustizia delle Comunità europee, poiché la maggior parte dei lavoratori part-time sono donne); l'obbligo per una donna di presentare fideiussioni a garanzia di un mutuo, mentre un uomo con le stesse condizioni di solvibilità non sarebbe sottoposto a una simile richiesta; molestie sessuali da parte di proprietari; trattamento diverso di uomini e donne nel settore dei regimi assicurativi.[16]  Tra gli altri motivi rientravano la razza e l'origine etnica, la religione, le convinzioni personali, l'età e le tendenze sessuali.Per quanto riguarda i fattori attuariali, le differenze registrate sono diffuse in numerose parti dell'Unione europea e le ripercussioni sono significative. Senza un intervento dell'Unione l'incidenza di queste norme differenziate è destinata ad aumentare in seguito alla tendenza degli Stati membri ad abbandonare i regimi statali a favore di regimi privati in materia di pensioni e in settori connessi. Solo un intervento a livello europeo consente di affrontare queste disparità in modo completo, per le ragioni indicate di seguito.Il diritto alla parità di trattamento occupa un posto fondamentale nella concezione dell'Unione europea. Per garantire una tutela minima comune di questo diritto in tutta l'Unione, è indispensabile un'azione coordinata. In base a precedenti azioni comunitarie riguardanti specifici problemi di discriminazione, il modo migliore per conseguire questo obiettivo consiste nel coordinamento della tutela giuridica garantita negli Stati membri.Alcuni Stati membri hanno già applicato il principio della parità di trattamento all'accesso a beni e servizi nelle legislazioni nazionali, sebbene in modi notevolmente diversi. Di fronte alle disparità e all'esistenza di alcune lacune nella tutela prevista dalle disposizioni legislative nazionali in materia di parità di trattamento tra uomini e donne nel settore dell'accesso a beni e servizi nonché della loro fornitura, la direttiva proposta garantirà un'applicazione uniforme ed efficace del principio della parità di trattamento in tutto il territorio dello Spazio economico europeo (si veda nel seguito). Nella direttiva sono indicati principi generali che garantiscono livelli comuni di protezione contro le discriminazioni sessuali cui hanno diritto tutti i cittadini dell'Unione europea, principi che rafforzano e integrano la tutela attualmente esistente negli Stati membri, sia mediante un ampliamento della sfera di riferimento dei provvedimenti esistenti, sia prevedendo o migliorando l'accesso ai mezzi di ricorso. In tal modo si consolidano i valori fondamentali sui quali si fonda l'Unione: parità tra donne e uomini, libertà, democrazia, rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali e stato di diritto. Inoltre sarà rafforzata la coesione economica e sociale garantendo che tutti i cittadini degli Stati membri godano di una protezione di base contro le discriminazioni sessuali, con diritti paragonabili in materia di ricorso. Attraverso la definizione di requisiti minimi la proposta lascia agli Stati membri un ampio margine di manovra per conseguire gli obiettivi previsti, consentendo inoltre agli Stati che offrono ai propri cittadini un livello di protezione più elevato o più ampio di mantenere tali livelli. Come nei casi precedenti, lo strumento adeguato è una direttiva che lasci agli Stati membri sufficiente flessibilità nell'attuazione dei provvedimenti necessari per questa protezione.Secondo quanto osservato in precedenza nella presente relazione, per le singole compagnie è difficile, in alcuni mercati, adottare tariffe assicurative indipendenti dal sesso senza esporsi al rischio di un movimento sproporzionato di individui dei due sessi che scelgono o abbandonano i loro prodotti, creando un notevole squilibrio. Una situazione analoga si verifica per i singoli Stati membri nel contesto del mercato unico delle assicurazioni, poiché un solo Stato membro che intendesse imporre tariffe non basate sul sesso potrebbe indurre le compagnie di altri Stati membri a praticare prezzi inferiori in una parte del mercato nazionale, a danno dei propri assicuratori. Per evitare questo rischio occorre coordinare a livello comunitario il passaggio a un approccio neutro rispetto al sesso. Una legislazione comunitaria che definisce gli obiettivi generali, lasciando agli Stati membri l'attuazione specifica, rappresenta il modo migliore per giungere a un'applicazione completa del principio della parità di trattamento evitando il rischio di una distorsione di concorrenza.L'azione dell'Unione europea non deve tuttavia andare al di là di quanto necessario per conseguire gli obiettivi previsti. L'Unione europea non deve limitarsi unicamente a concordare i principi generali, ma anche ad applicare tali principi solo nei settori in cui è convinta che i problemi debbano, e possano, essere risolti mediante l'azione proposta. In questo caso la Commissione ha deciso di proporre una direttiva incentrata su un settore, quello dei beni e dei servizi, in cui è comprovata l'esistenza di discriminazioni e dove precedenti azioni comunitarie (in particolare la direttiva 2000/43/CE del Consiglio) hanno dimostrato l'opportunità di una risposta sul piano normativo. La Commissione ha deciso di non considerare altri settori nei quali la discriminazione era dimostrata in modo meno evidente, oppure non era certo che le difficoltà potessero essere risolte mediante strumenti giuridici.VI Commento della proposta di direttiva, articolo per articoloStrutturaLa proposta di direttiva è stata definita facendo riferimento alla struttura delle direttive esistenti basate sull'articolo 13 del trattato CE, in particolare la direttiva 2000/43/CE che attua il principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall'origine etnica. La presente proposta si articola in quattro capitoli:- Capitolo I - Disposizioni generali- Capitolo II - Mezzi di ricorso ed esecuzione- Capitolo III - Organismi per la promozione della parità di trattamento- Capitolo IV - Disposizioni finaliPrincipi generaliLa direttiva proposta contiene le definizioni del concetto di discriminazione diretta e indiretta, di molestia e di molestia sessuale (identiche alle definizioni recentemente adottate nella direttiva 2002/73 [17] del Consiglio che modifica la direttiva 76/207/CEE relativa all'attuazione del principio della parità di trattamento fra gli uomini e le donne per quanto riguarda l'accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionali e le condizioni di lavoro).[17]  Direttiva 2002/73/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 settembre 2002, che modifica la direttiva del Consiglio 76/207/CEE relativa all'attuazione del principio della parità di trattamento fra gli uomini e le donne per quanto riguarda l'accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionali e le condizioni di lavoro (GU L 269 del 5.10.2002, pagg. 15-20).Inoltre, in determinati settori dovrebbe essere consentito il mantenimento e l'adozione di provvedimenti specifici da parte degli Stati membri al fine di eliminare la mole di svantaggi legati al sesso accumulatisi nel tempo di cui sono vittime donne e uomini.Campo di applicazione sostanziale della direttivaLa proposta di direttiva attua il principio di parità di trattamento tra donne e uomini nel settore dell'accesso a beni e servizi a disposizione del pubblico e della loro fornitura, compreso l'alloggio. A tal fine la direttiva adotta lo stesso approccio della direttiva 2000/43/CE del Consiglio. La motivazione della scelta di questo settore è esposta sopra.Mezzi di ricorso e di esecuzioneLa proposta di direttiva riprende l'impostazione della direttiva 2000/43/CE del Consiglio sulla discriminazione razziale e della direttiva 76/207/CEE relativa all'attuazione del principio di parità di trattamento fra donne e uomini per quanto riguarda l'accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionali e le condizioni di lavoro, modificata dalla direttiva 2002/73/CE, in particolare per quanto concerne:- procedure giudiziarie e/o amministrative che prevedano adeguate sanzioni,- l'onere della prova spettante alla parte convenuta,- la tutela delle vittime e dei testimoni dai rischi di rappresaglie,- la promozione del dialogo con le organizzazioni non governative.Capitolo I: Disposizioni generaliIl capitolo contiene cinque articoli.Articolo 1L'articolo definisce l'oggetto e il campo di applicazione della direttiva, che consiste nell'istituzione di un quadro per la lotta alla discriminazione fondata sul sesso per quanto riguarda l'accesso a beni e servizi e la loro fornitura, al fine di rendere effettivo negli Stati membri il principio della parità di trattamento tra uomini e donne.L'articolo fa obbligo agli Stati membri di prendere i provvedimenti necessari per attuare il principio di parità di trattamento tra donne e uomini nel settore dell'accesso a beni e servizi che sono disponibili al pubblico e della loro fornitura, compreso l'alloggio. La direttiva non si applica a transazioni effettuate in contesti puramente privati, quali, per esempio, l'affitto di una casa di villeggiatura a un familiare o l'affitto di una stanza in una casa privata. In tal modo il concetto di beni e servizi è inteso in modo analogo alla direttiva 2000/43/CE del Consiglio e andrebbe circoscritto ai beni e ai servizi solitamente forniti dietro compenso.Il concetto di beni e di servizi che sono disponibili al pubblico potrebbe quindi comprendere:- l'accesso a locali nei quali il pubblico è autorizzato a entrare;- tutti i tipi di alloggio, compresi gli appartamenti affittati e gli alloggi forniti da alberghi;- servizi bancari, assicurativi e altri servizi finanziari;- mezzi di trasporto e- servizi legati a qualsiasi professione o attività commerciale.Alcuni beni e servizi sono destinati specificamente all'utilizzo da parte di individui di un sesso (per esempio gli orari riservati alle persone dello stesso sesso in piscina o circoli privati aperti a individui dello stesso sesso). In altri casi le stesse competenze possono essere esercitate in maniera diversa a seconda che il cliente sia un uomo o una donna. La presente direttiva non deve pregiudicare queste differenze legate a casi in cui le donne e gli uomini non si trovano in situazioni analoghe. Per evitare interpretazioni inappropriate del divieto di discriminazione, l'articolo chiarisce che la direttiva non preclude differenze di trattamento legate a beni o servizi destinati esclusivamente o principalmente agli individui di un solo sesso o a competenze esercitate diversamente a seconda del sesso.Al fine di evitare conflitti con altre libertà fondamentali, quali la libertà e la pluralità dei mezzi di comunicazione, l'articolo 1 specifica che pertanto non si applica al contenuto dei mass media e della pubblicità. La direttiva non si applica neppure all'istruzione, settore in larga misura già coperto dal diritto comunitario in vigore.Articolo 2Nel paragrafo 1 l'articolo definisce i concetti di discriminazione diretta, discriminazione indiretta, molestia fondata sul sesso e molestia sessuale. Le definizioni sono tratte dal diritto comunitario in vigore e non derivano in alcun modo da approcci concordati precedentemente. I concetti di discriminazione diretta e indiretta e di molestia fondata sul sesso e molestia sessuale, mutatis mutandis, sono identici a quelli contenuti nelle direttive già adottate 2000/43/CE e 2000/78/CE e nella direttiva 76/207/CE relativa all'attuazione del principio della parità di trattamento fra uomini e donne per quanto riguarda l'accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionali e le condizioni di lavoro, modificata dalla direttiva 2002/73/CE.Le molestie fondate sul sesso e le molestie sessuali non si verificano soltanto sul luogo di lavoro, ma possono avvenire anche in altri ambiti della vita di una persona, anche nel contesto della fornitura di beni e di servizi. Come nella direttiva 76/207/CEE, i due concetti sono definiti separatamente, poiché si tratta di fenomeni distinti. La molestia fondata sul sesso consiste in un trattamento sfavorevole nei confronti di una persona determinato dal sesso, anche se non necessariamente di natura sessuale (un esempio potrebbe essere dato da un impiegato che fa ripetutamente commenti sprezzanti sulle clienti in quanto donne). La molestia fondata sul sesso consiste in un comportamento non desiderato con connotazioni sessuali, che si esprime a livello fisico, verbale o non verbale. In questo ambito esistono casi di molestie di inquilini da parte di proprietari o di rappresentanti da parte di acquirenti professionali, in cui, per esempio possono essere richiesti favori sessuali in cambio dell'attribuzione di un contratto.Il paragrafo 2 specifica che l'incitamento alla discriminazione è considerato alla stregua di discriminazione. Una disposizione analoga figura nelle direttive 2000/43/CE e 2000/78/CE basate sull'articolo 13 CE e nella direttiva 2002/73/CE che modifica la direttiva 76/207/CE relativa all'attuazione del principio della parità di trattamento fra donne e uomini per quanto riguarda l'accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionali e le condizioni di lavoro. La Commissione propone di utilizzare il termine "incitement" anziché "instruction" nel testo inglese al fine di uniformare i significati delle versioni linguistiche.Articolo 3L'articolo spiega il significato dell'applicazione del principio della parità di trattamento. A questo fine utilizza gli stessi termini della direttiva 2002/73/CE che modifica la direttiva 76/207/CE. L'articolo precisa che il principio della parità di trattamento tra uomini e donne significa che non sussiste discriminazione diretta fondata sul sesso, compreso un trattamento sfavorevole delle donne a motivo di gravidanza e maternità, e neppure discriminazione indiretta fondata sul sesso. In questo contesto, come nelle precedenti direttive, anche le molestie e le molestie sessuali devono essere ritenute discriminazioni fondate sul sesso.Articolo 4L'articolo specifica che il principio della parità di trattamento si applica all'utilizzo di fattori attuariali differenziati in base al sesso per il calcolo di premi e prestazioni nel settore assicurativo e in ambiti connessi. In questo caso la direttiva si riguarda solo le nuove transazioni, concluse dopo la data di recepimento.Al fine di evitare un adattamento eccessivamente brusco del mercato assicurativo, l'articolo consente agli Stati membri di optare per un lungo periodo di recepimento delle disposizioni relative ai fattori attuariali. Se gli Stati membri ricorrono a questa possibilità, ne informano la Commissione e promuovono la trasparenza nel mercato compilando, pubblicando e aggiornando tabelle dettagliate sulla speranza di vita di uomini e donne.Articolo 5Sul modello della direttiva 2000/43/CE del Consiglio, il paragrafo 2 dell'articolo conferma che gli Stati membri possono mantenere o adottare provvedimenti specifici volti a compensare alcuni svantaggi accumulati da persone dei due sessi nel settore dei beni e dei servizi. Occorre dimostrare che questi provvedimenti sono necessari e destinati a superare uno svantaggio specifico. I provvedimenti devono inoltre essere limitati nel tempo e restare in vigore solo il tempo necessario per risolvere il problema individuato. Per esempio, le donne incontrano tradizionalmente maggiori problemi degli uomini nell'avviare un'impresa a causa di una serie di fattori, quali difficoltà nella raccolta di capitale di rischio e nel trovare un sostegno per lo sviluppo di idee commerciali. Se l'applicazione del principio della parità di trattamento è suscettibile di migliorare la situazione descritta, è improbabile che questa sola misura basti a superare gli svantaggi accumulati dalle donne in questo settore. In risposta a questa situazione di è deciso di proporre alle imprenditrici prestiti specifici a tassi e condizioni particolari e di fornire loro servizi supplementari di sostegno e di consulenza. Il quadro di sostegno incoraggia inoltre altri investitori ad apportare i propri fondi, contribuendo in tal modo a superare queste difficoltà storiche connesse al sesso. Servizi destinati alle imprenditrici sono disponibili in diversi Stati membri e, in uno almeno, esistono banche o strumenti di prestito specificamente riservate a tal fine. La Commissione ritiene che la presente direttiva non dovrebbe vietare la possibilità di tali misure negli Stati membri e che pertanto occorra accordare agli Stati membri la possibilità di autorizzare questa deroga al principio della parità di trattamento.L'articolo è necessario per evitare l'effetto non perseguito di vietare azioni positive nel settore dei beni e dei servizi che, come nei casi descritti, sono già una realtà. L'assenza dell'articolo impedirebbe inoltre di rispondere a nuove necessità di interventi positivi che potrebbero presentarsi in futuro.Articolo 6I paragrafi 1 e 2 sono disposizioni standard. Il paragrafo 1 specifica che gli Stati membri possono mantenere disposizioni che prevedono un livello di tutela superiore a quello garantito dalla direttiva. Il paragrafo 2 dispone che non vi sia alcuna riduzione del livello di protezione contro la discriminazione già predisposto dagli Stati membri nei settori di attuazione della direttiva.Capitolo II: Mezzi di ricorso ed esecuzioneIl capitolo, che contiene quattro articoli, tratta delle due principali condizioni preliminari per una legislazione efficace in materia di lotta contro la discriminazione: il diritto delle vittime a un ricorso individuale contro la persona o l'organismo colpevole della discriminazione e l'esistenza di un meccanismo adeguato in ciascuno Stato membro, per garantire opportuni livelli di applicazione del diritto. Il capitolo riprende disposizioni analoghe a quelle contenute nelle precedenti direttive fondate sull'articolo 13.Articolo 7L'articolo 7 riguarda le procedure (in tema di accesso alla giustizia) che permettono di far rispettare gli obblighi risultanti dalla direttiva. In particolare esso dà alle persone che si ritengono vittime di una discriminazione la possibilità di ricorrere a una procedura amministrativa e/o giudiziaria per difendere il loro diritto alla parità di trattamento.Come nelle precedenti direttive sulla discriminazione, il diritto di denunciare comportamenti discriminatori dovrebbe estendersi alla cessazione del rapporto tra le parti. La direttiva non dovrebbe tuttavia avere effetto retroattivo, e andrebbe applicata a questo tipo di rapporti solo a partire dalla data della sua entrata in vigore. L'articolo non modifica le disposizioni nazionali relative ai termini per il ricorso.Il diritto alla tutela giuridica è ulteriormente ribadito dalla possibilità di autorizzare organizzazioni ad esercitare il diritto per conto della vittima.Articolo 8L'articolo è una disposizione standard della normativa comunitaria in materia di discriminazione. Il testo si ispira all'articolo 4 della direttiva 97/80/CE [18] del Consiglio riguardante l'onere della prova nei casi di discriminazione basata sul sesso e ad articoli analoghi contenuti in precedenti direttive fondate sull'articolo 13, in particolare la direttiva 2000/43/CE. La Commissione propone che il carico della prova incomba alla parte convenuta, dopo che il querelante ha esposto dinanzi a un tribunale o a un'altra istanza i fatti dai quali si può presumere che si sia verificata una discriminazione. Come nelle precedenti direttive, e al fine di ottemperare alle disposizioni della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, non si ricorre a questo spostamento dell'onere della prova in situazioni in cui si promuove un'azione penale per discriminazione.[18]  Direttiva 97/80/CE del Consiglio del 15 dicembre 1997 riguardante l'onere della prova nei casi di discriminazione basata sul sesso, GU L 14 del 20.1.1998.Analogamente alle proposte precedenti, la Commissione non ha incluso la disposizione introdotta dal Consiglio in precedenti direttive, in base alla quale gli Stati membri non sono tenuti ad applicare lo spostamento dell'onere della prova a procedure in cui l'istruzione dei fatti incombe alla giurisdizione o all'istanza competente. La Commissione rileva che il significato di questa disposizione suscita notevole confusione e ritiene che la sua inclusione potrebbe pregiudicare la certezza giuridica dell'articolo nel suo insieme.Articolo 9Occorre un'efficace tutela giuridica delle vittime e dei testimoni di discriminazioni fondate sul sesso contro eventuali misure di ritorsione da parte di un fornitore di beni o di servizi. Le vittime e i testimoni possono essere dissuase dal far valere i loro diritti a causa del rischio di eventuali rappresaglie in determinate circostanze.Articolo 10Questa disposizione mira a promuovere il dialogo tra le autorità pubbliche competenti e le organizzazioni non governative che hanno un interesse legittimo nella lotta contro le discriminazioni basate sul sesso allo scopo di promuovere il principio della parità di trattamento. Una disposizione analoga è contenuta nella normativa comunitaria riguardante la discriminazione razziale.Capitolo III: Organismi per la promozione della parità di trattamento - Articolo 11Il capitolo contiene un articolo unico, in base al quale organismi a livello nazionale sono incaricati della promozione della parità di trattamento nei settori interessati dalla direttiva. Il testo dell'articolo riprende le disposizioni della direttiva 2000/43/CE riguardanti l'accesso a beni e servizi e la loro fornitura e si basa su una disposizione analoga contenuta nella direttiva 2002/73/CE, che invita gli Stati membri a designare organismi incaricati di promuovere la parità di trattamento tra donne e uomini nel mercato del lavoro. L'articolo prevede un quadro applicabile ad organismi a livello nazionale che dovrebbero agire in piena indipendenza al fine di promuovere il principio della parità di trattamento. Uno Stato membro può decidere di designare gli stessi organismi già previsti nel settore del mercato del lavoro a norma della direttiva 2002/73/CE del Consiglio; come nel caso citato, l'istituzione di tali organismi può avvenire a livello regionale o locale, a condizione che tutto il territorio dello Stato membro sia interessato dalle disposizioni in questione.La proposta di direttiva definisce un certo numero di requisiti relativamente a questi organismi negli Stati membri. Gli Stati membri possono decidere in merito alla struttura e al funzionamento degli organismi conformemente alle tradizioni giuridiche e alle scelte politiche.Capitolo IV: Disposizioni finaliI quattro articoli del capitolo IV sono disposizioni standard che figurano in numerose direttive comunitarie.Articolo 12L'articolo è una disposizione standard contenuta in tutti i precedenti strumenti comunitari relativi a discriminazioni, che riguarda la conformità alla direttiva da parte degli Stati membri. La parità di trattamento comporta l'abolizione di discriminazioni risultanti da disposizioni legislative, regolamentari o amministrative, pertanto la direttiva impone agli Stati membri di abrogare tali disposizioni. Analogamente alla precedente normativa, la direttiva dispone che le disposizioni contrarie al principio di parità di trattamento siano dichiarate nulle e senza effetto o siano modificate, oppure possano essere dichiarate tali se impugnate.Articolo 13L'articolo è una disposizione standard riguardante le sanzioni applicabili alla violazione del principio di parità di trattamento. Provvedimenti analoghi sono contenuti nelle precedenti direttive basate sull'articolo 13.Articolo 14L'articolo è una disposizione standard sulla necessità di trasparenza mediante l'informazione delle persone interessate in merito alle disposizioni esistenti nel settore disciplinato dalla direttiva.Articolo 15La disposizione definisce procedure relative al monitoraggio e alla notifica dell'attuazione del principio di parità di trattamento. La procedura di notifica dispone:- l'invio di una relazione dopo il recepimento delle direttiva, ma entro il termine del periodo di transizione previsto per la graduale cessazione dell'utilizzo di fattori attuariali basati sul sesso nel settore assicurativo, ecc.; così come- la presentazione di una seconda relazione due anni dopo il termine del periodo di transizione per i fattori attuariali basati sul sesso; e- un monitoraggio continuo con la presentazione di relazioni ogni cinque anni.L'impatto della direttiva sarà quindi valutato attentamente, perciò le eventuali modifiche da apportare al quadro normativo potranno essere proposte in modo tempestivo.Articolo 16La disposizione definisce le procedure relative all'applicazione della direttiva. La Commissione propone che gli Stati membri dispongano, in generale, di un periodo di due anni per recepire la direttiva nel diritto nazionale (si veda anche l'articolo 4).Conformemente alla prassi recentemente approvata l'articolo impone agli Stati membri di comunicare il testo delle disposizioni adottate per il recepimento della direttiva, corredato da una tavola di concordanza tra queste ultime e la direttiva.Articolo 17La disposizione riguarda la data di entrata in vigore della direttiva.Articolo 18La disposizione specifica che gli Stati membri sono destinatari della presente direttiva.VII. Applicazione allo Spazio economico europeoIl testo presenta interesse per lo Spazio economico europeo e la direttiva sarà applicabile agli Stati terzi membri dello Spazio economico europeo a seguito di una decisione del comitato misto.2003/0265 (CNS)Proposta di DIRETTIVA DEL CONSIGLIO che attua il principio della parità di trattamento tra donne e uomini per quanto riguarda l'accesso a beni e servizi e la loro fornituraIL CONSIGLIO DELL'UNIONE EUROPEA,visto il trattato che istituisce la Comunità europea, in particolare l'articolo 13, paragrafo 1,vista la proposta della Commissione [19],[19]  GUvisto il parere del Parlamento europeo [20],[20]  GUvisto il parere del Comitato delle regioni [21],[21]  GUvisto il parere del Comitato economico e sociale europeo [22],[22]  GUconsiderando quanto segue:(1) Conformemente all'articolo 6 del trattato sull'Unione europea, l'Unione europea si fonda sui principi di libertà, democrazia, rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali e dello Stato di diritto, principi che sono comuni agli Stati membri, e rispetta i diritti fondamentali quali sono garantiti dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali e quali risultano dalle tradizioni costituzionali comuni degli Stati membri, in quanto principi generali del diritto comunitario.(2) Il diritto all'uguaglianza dinanzi alla legge e alla protezione di tutte le persone contro le discriminazioni costituisce un diritto universale riconosciuto dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, dalla Convenzione delle Nazioni Unite sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna, dalla Convenzione internazionale sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, dai Patti delle Nazioni Unite relativi rispettivamente ai diritti civili e politici e ai diritti economici, sociali e culturali e dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, di cui tutti gli Stati membri sono firmatari.(3) La parità tra gli uomini e le donne è un principio fondamentale dell'Unione europea. La Carta dei diritti fondamentali, agli articoli 21 e 23, vieta ogni discriminazione fondata sul sesso e prescrive che sia garantita la parità tra gli uomini e le donne in tutti i settori.(4) L'articolo 2 del trattato che istituisce la Comunità europea stabilisce che la parità sia una delle missioni fondamentali della Comunità. L'articolo 3, paragrafo 2, esige parimenti che la Comunità miri ad eliminare le ineguaglianze, nonché a promuovere attivamente la parità tra gli uomini e le donne in tutti i settori.(5) La Commissione ha annunciato la sua intenzione di proporre una direttiva sulla discriminazione sessuale al di fuori del mercato del lavoro nella comunicazione sull'Agenda per la politica sociale [23]. Tale proposta è in piena coerenza con la decisione 2001/51/CE del Consiglio, del 20 dicembre 2000, relativa al programma concernente la strategia comunitaria in materia di parità tra donne e uomini (2001-2005) [24] che investe tutte le politiche comunitarie ed è intesa a promuovere la parità di trattamento tra donne e uomini adeguando tali politiche e attuando misure concrete per migliorare la condizione delle donne e degli uomini nella società.[23]  COM (2000) 379 def.[24]  Decisione del Consiglio, del 20 dicembre 2000, relativa al programma concernente la strategia comunitaria in materia di parità tra donne e uomini (2001-2005), GU L 17 del 19.1.2001.(6) Il Consiglio europeo, nel vertice di Nizza del dicembre 2000, ha invitato la Commissione a rafforzare i diritti in materia di parità adottando una proposta di direttiva per promuovere la parità di trattamento tra uomini e donne in settori diversi dall'occupazione e dall'attività professionale.(7) La Comunità ha adottato una serie di strumenti giuridici per evitare e combattere la discriminazione basata sul sesso nel mercato del lavoro. Tali strumenti hanno dimostrato l'utilità della normativa nella lotta contro la discriminazione.(8) Anche in settori al di fuori del mercato del lavoro hanno luogo molestie e discriminazioni basate sul sesso. Tali discriminazioni possono essere altrettanto nocive, in quanto ostacolano la piena integrazione delle donne e degli uomini nella vita economica e sociale.(9) I problemi sono particolarmente evidenti nel settore dei beni e dei servizi. Occorre pertanto evitare e sopprimere la discriminazione fondata sul sesso in questo settore. Come per la direttiva 2000/43/CE del Consiglio, del 29 giugno 2000, che attua il principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall'origine etnica [25], questo obiettivo può essere raggiunto mediante una normativa comunitaria.[25]  Direttiva 2000/43/CE del Consiglio, del 29 giugno 2000, che attua il principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall'origine etnica (GU L 180 del 19.7.2000, pagg. 22-26).(10) Tale normativa dovrebbe vietare la discriminazione fondata sul sesso per quanto riguarda l'accesso a beni e a servizi. Per servizi si dovrebbero intendere quelli che sono normalmente forniti dietro compenso.(11) Oltre a vietare la discriminazione, è importante imporre nel contempo il rispetto di altri diritti e libertà fondamentali, tra cui la tutela della vita privata e familiare e delle transazioni effettuate in quest'ambito, nonché la libertà e il pluralismo dei mezzi di comunicazione. Il divieto di discriminazione dovrebbe pertanto essere applicato all'accesso ai beni e ai servizi che sono disponibili al pubblico e alla loro fornitura. Non dovrebbe applicarsi al contenuto dei mezzi di comunicazione o alla pubblicità.(12) Il principio della parità di trattamento non dovrebbe precludere il riconoscimento di differenze legate a beni o servizi per i quali gli uomini e le donne non si trovano in situazione analoga, sia perché i beni o i servizi sono destinati esclusivamente o principalmente agli individui di un sesso, come l'appartenenza a circoli privati, sia perché implicano competenze che sono esercitate in maniera diversa a seconda del sesso.(13) Nella fornitura dei servizi assicurativi si utilizzano comunemente fattori attuariali diversi a seconda del sesso, anche quando tali fattori non riflettono differenze oggettive. Perciò, per garantire la parità di trattamento tra uomini e donne, l'uso di fattori attuariali diversi a seconda del sesso dovrebbe essere abolito. Per evitare un brusco adeguamento del mercato, il divieto dell'uso di tali fattori dovrebbe valere solo per i nuovi contratti stipulati successivamente alla data di recepimento della presente direttiva e dovrebbe applicarsi gradualmente nell'arco di un periodo sufficientemente lungo. La direttiva non dovrebbe pertanto applicarsi all'uso di tali fattori in contratti stipulati per la prima volta prima di suddetta data.(14) Laddove gli Stati membri ricorrano al periodo di transizione, l'uso di fattori attuariali diversi a seconda del sesso nel calcolare i premi e le prestazioni dei servizi assicurativi e di altri servizi finanziari dovrebbe essere sufficientemente trasparente per il consumatore. A tal fine, gli Stati membri dovrebbero compilare, pubblicare e aggiornare regolarmente tabelle contenenti dati attuariali ad uso delle compagnie assicurative.(15) Le vittime di discriminazioni a causa del sesso dovrebbero disporre di mezzi adeguati di tutela giuridica. Per assicurare un livello più efficace di tutela, anche le associazioni, le organizzazioni o le persone giuridiche dovrebbero avere la facoltà di avviare una procedura, secondo le modalità stabilite dagli Stati membri, per conto o a sostegno delle vittime, fatte salve le norme procedurali nazionali relative a rappresentanza e difesa in giustizia.(16) Un'attuazione efficace del principio di parità di trattamento richiede un'adeguata tutela giuridica contro le ritorsioni.(17) Le norme in materia di onere della prova dovrebbero essere adeguate quando vi sia una presunzione di discriminazione e, per l'effettiva applicazione del principio della parità di trattamento, l'onere della prova dovrebbe essere posto a carico della parte convenuta nel caso in cui siffatta discriminazione sia dimostrata.(18) Gli Stati membri dovrebbero adottare le misure necessarie per garantire che qualsiasi disposizione legislativa, regolamentare, amministrativa contraria al principio della parità di trattamento venga abrogata o modificata.(19) Gli Stati membri dovrebbero avviare il dialogo con le organizzazioni non governative per discutere le varie espressioni di discriminazione fondata sul sesso e lottare contro di esse.(20) La protezione dalle discriminazioni fondate sul sesso sarebbe di per sé rafforzata dall'esistenza in ciascuno Stato membro di un organismo o di più organismi incaricati di analizzare i problemi in questione, studiare possibili soluzioni e fornire assistenza concreta alle vittime. L'organismo o gli organismi possono essere gli stessi designati per il settore del mercato del lavoro in conformità con la direttiva 2002/73/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 settembre 2002, che modifica la direttiva 76/207/CEE del Consiglio relativa all'attuazione del principio della parità di trattamento tra gli uomini e le donne per quanto riguarda l'accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionali e le condizioni di lavoro [26].[26]  GU L 269 del 5.10.2002, pag. 15.(21) La presente direttiva definisce prescrizioni minime e offre quindi agli Stati membri la possibilità di mantenere o adottare disposizioni più favorevoli. L'attuazione della presente direttiva non dovrebbe servire da giustificazione per un regresso rispetto alla situazione preesistente in ciascuno Stato membro.(22) Gli Stati membri dovrebbero prevedere sanzioni efficaci, proporzionate e dissuasive applicabili in caso di violazione degli obblighi risultanti dalla presente direttiva.(23) Poiché gli obiettivi dell'azione proposta, ovvero garantire un elevato livello comune di protezione contro la discriminazione in tutti gli Stati membri, non possono essere sufficientemente realizzati dagli Stati membri e possono dunque, a motivo delle dimensioni o degli effetti dell'azione, essere realizzati meglio a livello comunitario istituendo un quadro giuridico comune, la Comunità può adottare misure, in conformità con il principio di sussidiarietà di cui all'articolo 5 del trattato. Secondo il principio di proporzionalità, definito nello stesso articolo, la presente direttiva non va al di là di quanto necessario per il raggiungimento di suddetti obiettivi,HA ADOTTATO LA PRESENTE DIRETTIVA:CAPITOLO I - DISPOSIZIONI GENERALIArticolo 1Oggetto e campo d'applicazione1. La presente direttiva istituisce un quadro per la lotta alla discriminazione fondata sul sesso per quanto riguarda l'accesso a beni e servizi e la loro fornitura, al fine di rendere effettivo negli Stati membri il principio della parità di trattamento tra uomini e donne.2. Nei limiti delle competenze attribuite alla Comunità, la presente direttiva si applica a tutte le persone per quanto riguarda l'accesso ai beni e ai servizi che sono disponibili al pubblico e la loro fornitura, compreso l'alloggio, sia per il settore pubblico sia per quello privato, compresi gli organismi pubblici.3. La presente direttiva non preclude il riconoscimento di differenze legate a beni o servizi per i quali gli uomini e le donne non si trovano in situazione analoga, sia perché i beni o i servizi sono destinati esclusivamente o principalmente agli individui di un sesso, sia perché implicano competenze che sono esercitate in maniera diversa a seconda del sesso.4 La presente direttiva non si applica all'istruzione, né al contenuto dei mezzi di comunicazione e della pubblicità, in particolare la pubblicità e la pubblicità televisiva quali definite nell'articolo 1, lettera b), della direttiva 89/552/CEE del Consiglio.Articolo 2Definizioni1. Ai fini della presente direttiva, si applicano le seguenti definizioni:a) sussiste discriminazione diretta quando, a causa del suo sesso, una persona è trattata meno favorevolmente di quanto sia, sia stata o sarebbe trattata un'altra in una situazione analoga;b) sussiste discriminazione indiretta quando una disposizione, un criterio o una prassi apparentemente neutri possono mettere persone di un determinato sesso in una posizione di particolare svantaggio rispetto a persone dell'altro sesso, a meno che tale disposizione, criterio o prassi siano oggettivamente giustificati da una finalità legittima e i mezzi impiegati per il conseguimento di tale finalità siano appropriati e necessari;c) le molestie sussistono quando si manifesta un comportamento non desiderato e determinato dal sesso di una persona, comportamento che ha come oggetto o conseguenza la lesione della dignità di una persona e la creazione di un ambiente intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo;d) la molestia sessuale sussiste quando si manifesta un comportamento non desiderato con connotazioni sessuali, che si esprime a livello fisico, verbale o non verbale, e ha come oggetto o conseguenza la lesione della dignità di una persona e la creazione di un ambiente intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo.2. L'incitamento alla discriminazione diretta o indiretta fondata sul sesso è considerato alla stregua di discriminazione a titolo della presente direttiva.Articolo 3Principio della parità di trattamento1. Ai fini della presente direttiva, il principio della parità di trattamento tra uomini e donne significa che(a) non vi è discriminazione diretta fondata sul sesso, compreso un trattamento meno favorevole delle donne a motivo di gravidanza e maternità;(b) non vi è discriminazione indiretta fondata sul sesso.2. Le molestie e le molestie sessuali a titolo della presente direttiva sono considerate alla stregua di discriminazioni fondate sul sesso e sono pertanto vietate. Il rifiuto di tale comportamento da parte di una persona o la sua sottomissione non possono costituire un fondamento per una decisione che interessa la persona in questione.Articolo 4Fattori attuariali1. Gli Stati membri provvedono affinché sia vietato tenere conto del sesso quale fattore di calcolo dei premi e delle prestazioni a fini assicurativi e di altri servizi finanziari in tutti i nuovi contratti stipulati dopo [data di cui all'articolo 16, paragrafo 1].2. Gli Stati membri possono rinviare l'attuazione delle misure necessarie per conformarsi a quanto disposto al paragrafo 1 al più tardi fino al [sei anni dalla data di cui al paragrafo 1].In tal caso, gli Stati membri interessati ne informano immediatamente la Commissione. Essi compilano, pubblicano e aggiornano regolarmente tabelle dettagliate su mortalità e speranza di vita delle donne e degli uomini.Articolo 5Azione positivaIl principio della parità di trattamento non impedisce ad alcun Stato membro di mantenere o adottare misure specifiche destinate ad evitare o a compensare gli svantaggi legati al sesso.Articolo 6Prescrizioni minime1. Gli Stati membri possono introdurre o mantenere disposizioni più favorevoli alla tutela del principio della parità di trattamento tra uomini e donne rispetto a quelle contenute nella presente direttiva.2. L'attuazione della presente direttiva non può in alcun caso costituire motivo di riduzione del livello di protezione contro la discriminazione già predisposto dagli Stati membri nei settori di applicazione della presente direttiva.CAPITOLO II MEZZI DI RICORSO ED ESECUZIONEArticolo 7Difesa dei diritti1. Gli Stati membri provvedono affinché tutte le persone che si ritengono lese, in seguito alla mancata applicazione nei loro confronti del principio della parità di trattamento, possano accedere, anche dopo la cessazione del rapporto che si lamenta affetto da discriminazione, a procedure giudiziarie e/o amministrative, comprese, ove lo ritengono opportuno, le procedure di conciliazione finalizzate al rispetto degli obblighi derivanti dalla presente direttiva.2. Gli Stati membri introducono nel loro ordinamento giuridico interno le misure necessarie affinché il danno subito dalla persona lesa a causa di una discriminazione a titolo della presente direttiva venga effettivamente riparato o indennizzato secondo modalità da essi fissate, in modo dissuasivo e proporzionato rispetto al danno subito. Detto compenso o riparazione non è a priori limitato da un tetto massimo.3. Gli Stati membri dispongono affinché le associazioni, le organizzazioni o altre persone giuridiche aventi, conformemente ai criteri stabiliti dalle legislazioni nazionali, un interesse legittimo a garantire che le disposizioni della presente direttiva siano rispettate, possano, per conto o a sostegno della persona lesa, con la sua approvazione, avviare qualsiasi procedura giudiziaria e/o amministrativa finalizzata al rispetto degli obblighi derivanti dalla presente direttiva.4. I paragrafi 1 e 3 lasciano impregiudicate le norme nazionali relative ai termini stabiliti per la presentazione di un ricorso per quanto riguarda il principio della parità di trattamento.Articolo 8Onere della prova1. Gli Stati membri adottano le misure necessarie, conformemente ai loro sistemi giudiziari nazionali, per assicurare che, allorché le persone che si ritengono lese dalla mancata applicazione nei loro riguardi del principio della parità di trattamento espongono, dinanzi a un tribunale o a un'altra autorità competente, i fatti dai quali si può presumere che vi sia stata una discriminazione diretta o indiretta, incomba alla parte convenuta provare che non vi è stata violazione del principio della parità di trattamento.2. Il paragrafo 1 si applica fatto salvo il diritto degli Stati membri di prevedere disposizioni in materia di prova più favorevoli alle parti lese.3. Il paragrafo 1 non si applica ai provvedimenti penali.4. I paragrafi 1, 2 e 3 si applicano altresì alle azioni promosse a norma dell'articolo 7, paragrafo 3.Articolo 9RitorsioniGli Stati membri introducono nei loro ordinamenti giuridici le disposizioni necessarie per proteggere le persone da trattamenti o conseguenze sfavorevoli quale reazione a un reclamo o a un'azione giudiziaria volta ad ottenere il rispetto del principio della parità di trattamento.Articolo 10Dialogo con le organizzazioni non governativeGli Stati membri avviano il dialogo con le organizzazioni non governative interessate che, conformemente alle prassi e alle legislazioni nazionali, hanno un interesse legittimo nella lotta alla discriminazione fondata sul sesso, al fine di promuovere il principio della parità di trattamento.CAPITOLO III ORGANISMI PER LA PROMOZIONE DELLA PARITÀ DI TRATTAMENTOArticolo 111. Gli Stati membri designano e adottano le disposizioni necessarie affinché uno o più organismi siano incaricati di promuovere, analizzare, controllare e sostenere la parità di trattamento di tutte le persone senza discriminazioni fondate sul sesso. Tali organismi possono far parte di organi incaricati di difendere, a livello nazionale, i diritti dell'uomo o di tutelare i diritti delle persone, ovvero di organismi incaricati di attuare il principio della parità di trattamento tra gli uomini e le donne per quanto riguarda l'accesso all'occupazione, alla formazione e alla promozione professionali e le condizioni di lavoro.2. Gli Stati membri provvedono affinché gli organismi di cui al paragrafo 1 abbiano le seguenti competenze:(a) fatto salvo il diritto delle vittime e delle associazioni, delle organizzazioni o di altre persone giuridiche di cui all'articolo 7, paragrafo 3, fornire alle vittime di discriminazione un'assistenza indipendente per avviare una procedura per discriminazione;(b) condurre inchieste indipendenti in materia di discriminazione;(c) pubblicare relazioni indipendenti e formulare raccomandazioni su tutte le questioni connesse a tale discriminazione.CAPITOLO IV DISPOSIZIONI FINALIArticolo 12Conformità alla direttivaGli Stati membri adottano le misure necessarie per garantire che il principio della parità di trattamento sia rispettato per quanto riguarda l'accesso a beni e servizi e la loro fornitura nel campo d'applicazione della presente direttiva, e in particolare fanno sì che:(a) tutte le disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative contrarie al principio della parità di trattamento siano abrogate;(b) siano o possano essere abrogate oppure siano modificate le disposizioni contrarie al principio della parità di trattamento che figurano nei contratti di lavoro individuali, nei contratti collettivi, nei regolamenti interni delle aziende, nonché nelle norme che disciplinano le associazioni con o senza scopo di lucro.Articolo 13SanzioniGli Stati membri definiscono le norme sulle sanzioni applicabili alle infrazioni delle disposizioni nazionali adottate a norma della presente direttiva e adottano tutte le misure necessarie per garantirne l'attuazione. Le sanzioni previste sono efficaci, proporzionate e dissuasive. Gli Stati membri notificano tali disposizioni alla Commissione entro e non oltre la data indicata all'articolo 16, paragrafo 1, e ne comunicano immediatamente ogni ulteriore modifica.Articolo 14TrasparenzaGli Stati membri fanno sì che le disposizioni adottate in applicazione della presente direttiva, nonché quelle già in vigore in questo settore, siano portate a conoscenza delle persone interessate con tutti i mezzi opportuni e in tutto il territorio nazionale.Articolo 15Relazioni1. Gli Stati membri comunicano alla Commissione tutte le informazioni disponibili sull'applicazione della presente direttiva entro e non oltre il [cinque anni dalla data di entrata in vigore] e successivamente ogni cinque anni.La Commissione redige una relazione di sintesi che presenta al Parlamento europeo e al Consiglio. Se del caso, la Commissione acclude alla relazione proposte di modifica della direttiva.2. La relazione della Commissione tiene in considerazione le posizioni degli operatori del settore e delle organizzazioni non governative interessate.Articolo 16Recepimento1. Gli Stati membri mettono in vigore le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative necessarie per conformarsi alla presente direttiva entro e non oltre il [due anni dalla data d'entrata in vigore della presente direttiva]. Essi comunicano immediatamente alla Commissione il testo di tali disposizioni nonché una tavola di concordanza tra queste ultime e la presente direttiva.Quando gli Stati membri adottano tali disposizioni, queste devono contenere un riferimento alla presente direttiva o essere corredate di siffatto riferimento all'atto della pubblicazione ufficiale. Le modalità del riferimento sono decise dagli Stati membri.2. Gli Stati membri comunicano alla Commissione il testo delle disposizioni essenziali di diritto interno da essi adottate nei settori disciplinati dalla presente direttiva.Articolo 17Entrata in vigoreLa presente direttiva entra in vigore il giorno della pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell'Unione europea.Articolo 18DestinatariGli Stati membri sono destinatari della presente direttiva.Fatto a Bruxelles, ilPer il ConsiglioIl Presidente