CELEX: 62008TJ0062
Language: it
Date: 2010-07-01 00:00:00
Title: Sentenza del Tribunale (Quinta Sezione) del 1 luglio 2010. # ThyssenKrupp Acciai Speciali Terni SpA contro Commissione europea. # Aiuti di Stato - Indennizzo per un esproprio a fini di pubblica utilità - Proroga di una tariffa agevolata per la fornitura di elettricità - Decisione che dichiara l’aiuto incompatibile con il mercato comune e ne ordina il recupero - Nozione di agevolazione - Principio della tutela del legittimo affidamento - Esecuzione dell’aiuto. # Causa T-62/08.

Causa T‑62/08
      ThyssenKrupp Acciai Speciali Terni SpA
      contro
      Commissione europea
      «Aiuti di Stato — Indennizzo per un esproprio a fini di pubblica utilità — Proroga di una tariffa agevolata per la fornitura di elettricità — Decisione che dichiara l’aiuto incompatibile con il mercato comune e ne ordina il recupero — Nozione di agevolazione — Principio della tutela del legittimo affidamento — Esecuzione dell’aiuto»
      Massime della sentenza
      1.      Aiuti concessi dagli Stati — Nozione — Indennizzo concesso a compensazione dell’esproprio di beni — Esclusione
      (Art. 87, n. 1, CE)
      2.      Aiuti concessi dagli Stati — Esame da parte della Commissione — Procedimento amministrativo — Obbligo per la Commissione di
            intimare agli interessati di presentare osservazioni — Diritto del beneficiario dell’aiuto di partecipare in misura adeguata
            al procedimento — Limiti
      (Art. 88, n. 2, CE)
      3.      Diritto dell’Unione — Principi — Diritti della difesa — Applicazione ai procedimenti amministrativi avviati dalla Commissione
            — Esame dei progetti di aiuti — Portata
      (Art. 88, n. 2, CE)
      4.      Aiuti concessi dagli Stati — Progetti di aiuti — Notifica alla Commissione — Portata dell’obbligo — Obbligo di notificare
            le misure di aiuto in fase di progetto
      (Art. 88, n. 3, CE; regolamento del Consiglio n. 659/1999, artt. 2 e 3)
      5.      Aiuti concessi dagli Stati — Decisione della Commissione che constata l’illegalità di un aiuto e ne dispone il recupero —
            Aiuto non ancora versato
      (Art. 88, n. 3, CE; regolamento del Consiglio n. 659/1999, art. 14, n. 1)
      6.      Aiuti concessi dagli Stati — Recupero di un aiuto illegale — Aiuto concesso in violazione delle norme procedurali dell’art. 88 CE
            — Eventuale affidamento legittimo dei beneficiari degli aiuti — Tutela — Presupposti e limiti
      (Art. 88 CE; regolamento del Consiglio n. 659/1999, art. 14, n. 1)
      7.      Aiuti concessi dagli Stati — Decisione della Commissione di non sollevare obiezioni nei confronti di una misura nazionale
            — Legittimo affidamento del beneficiario nella legalità di una proroga di tale misura — Insussistenza
      (Art. 88 CE; regolamento del Consiglio n. 659/1999, art. 14, n. 1)
      1.      Costituiscono agevolazioni ai sensi dell’art. 87, n. 1, CE interventi che, sotto varie forme, alleviano gli oneri che normalmente
         gravano sul bilancio di un’impresa e che, con ciò, si possono paragonare ad una sovvenzione, quali, in particolare, la fornitura
         di beni o servizi a condizioni di favore. Per contro, i risarcimenti danni che le autorità nazionali potrebbero essere eventualmente
         condannate a versare a privati in risarcimento di un danno da esse provocato loro, rivestono una natura giuridica fondamentalmente
         diversa e non costituiscono pertanto aiuti ai sensi degli artt. 87 CE e 88 CE.
      
      Per contro, deve essere qualificata come aiuto di Stato una misura costituita dalla proroga di un provvedimento che concede
         ad un’impresa una tariffa agevolata per la fornitura di elettricità, e ciò a titolo di indennizzo a fronte di un esproprio
         nell’ambito della nazionalizzazione del settore dell’elettricità, qualora la tariffa agevolata sia stata concessa a titolo
         di indennizzo per un periodo ben determinato, senza possibilità di proroga. Inoltre, una misura che è solo una delle condizioni
         tariffarie di favore la cui proroga ha lo scopo di «consentire lo sviluppo e la ristrutturazione produttiva delle imprese
         interessate» non può essere considerata la proroga legale dell’indennizzo di cui l’impresa ha goduto in seguito alla nazionalizzazione.
      
      (v. punti 57, 60, 63, 72, 74, 99, 101)
      2.      Il procedimento di controllo degli aiuti di Stato, tenuto conto della sua economia generale, è un procedimento avviato nei
         confronti dello Stato membro responsabile, alla luce dei suoi obblighi comunitari, della concessione dell’aiuto. Nell’ambito
         di detto procedimento, gli interessati diversi dallo Stato membro responsabile della concessione dell’aiuto non hanno pertanto
         diritto essi stessi a un dibattito in contraddittorio con la Commissione, quale quello previsto in favore di detto Stato.
         Essi hanno essenzialmente il ruolo di fonti di informazione per la Commissione. A tale riguardo, nessuna disposizione del
         procedimento di controllo degli aiuti di Stato riserva un ruolo particolare, tra gli interessati, al beneficiario dell’aiuto.
         Del resto, il procedimento di controllo degli aiuti di Stato non è un procedimento avviato «a carico del» beneficiario degli
         aiuti, circostanza che implicherebbe che quest’ultimo possa far valere diritti ampi tanto quanto i diritti della difesa come
         tali. Invero, le decisioni adottate dalla Commissione in materia di aiuti di Stato hanno per soli e unici destinatari gli
         Stati membri interessati. 
      
      I principi generali del diritto, quali quelli del diritto al contraddittorio o quello del buon andamento dell’amministrazione
         non possono consentire al giudice comunitario di estendere i diritti procedurali attribuiti agli interessati, nell’ambito
         dei procedimenti di controllo degli aiuti di Stato, dal Trattato e dal diritto derivato. Nemmeno la circostanza che un ricorrente
         sia legittimato ad agire avverso la decisione impugnata lo consente.
      
      Invero, non risulta da alcuna disposizione relativa agli aiuti di Stato né dalla giurisprudenza che la Commissione sia obbligata
         a sentire il beneficiario di risorse statali in merito alla valutazione in diritto che essa fa della misura controversa o
         che sia tenuta ad informare lo Stato membro interessato – e, a fortiori, il beneficiario dell’aiuto – della propria posizione
         prima di adottare la propria decisione, una volta che gli interessati e lo Stato membro sono stati posti in grado di presentare
         le loro osservazioni.
      
      (v. punti 161‑163, 166‑168)
      3.      In materia di controllo degli aiuti di Stato, il principio del rispetto dei diritti della difesa esige che lo Stato membro
         in causa sia posto in grado di far conoscere proficuamente la sua posizione sulle osservazioni presentate da terzi interessati
         in conformità all’art. 88, n. 2, CE, e sulle quali la Commissione intenda fondare la propria decisione e, nel caso in cui
         lo Stato membro non sia stato posto in condizioni di commentare tali osservazioni, la Commissione non può tenerne conto nella
         sua decisione contro tale Stato. Ciononostante, perché una siffatta violazione dei diritti della difesa comporti un annullamento,
         occorre che, in mancanza di tale irregolarità, il procedimento potesse condurre ad un risultato differente.
      
      (v. punto 189)
      4.      Per quanto riguarda gli aiuti nuovi che gli Stati membri abbiano intenzione di istituire, è stabilito un procedimento di controllo
         preventivo senza il quale nessun aiuto può essere considerato regolarmente istituito. Infatti, conformemente all’art. 88,
         n. 3, CE ed agli artt. 2 e 3 del regolamento n. 659/1999, relativo all’applicazione dell’art. 88 CE, qualsiasi progetto di
         concessione o di modifica di un aiuto dev’essere notificato alla Commissione e non può essere data esecuzione al medesimo
         prima che la Commissione abbia dato il suo accordo, tacitamente o espressamente.
      
      Gli Stati membri devono rispettare pertanto due obblighi, inscindibili, ossia quello di preventiva notificazione dei progetti
         di aiuto e quello consistente nel differire l’esecuzione di detti progetti sino a quando la Commissione non si sia pronunciata
         sulla compatibilità della misura con il mercato comune.
      
      Un aiuto può essere considerato concesso anche qualora il suo importo non sia stato ancora corrisposto al beneficiario.
      Peraltro, le misure di aiuto devono essere notificate alla Commissione quando sono ancora allo stato di progetti, cioè prima
         di essere messe in esecuzione e quando sono ancora adattabili in relazione a eventuali osservazioni della Commissione. Infatti,
         occorre garantire alla Commissione la possibilità di esercitare, tempestivamente e nell’interesse generale, il suo controllo
         su ogni progetto mirante ad istituire o modificare aiuti, realizzando quindi un esame preventivo. Sarebbe contrario alla logica
         del sistema di controllo preventivo degli aiuti di Stato ritenere che la Commissione possa accertare una violazione dell’art. 88,
         n. 3, CE, solo dopo aver verificato che ciascun beneficiario goda effettivamente dei vantaggi attribuiti dalla misura in questione.
      
      (v. punti 228‑230, 234‑236)
      5.      La formulazione dell’art. 14 del regolamento n. 659/1999, relativo all’applicazione dell’art. 88 CE, secondo la quale, nel
         caso di decisioni negative relative ad un aiuto illegale, la Commissione impone allo Stato membro interessato di adottare
         tutte le misure necessarie per recuperare l’aiuto, esprime il carattere sistematico dell’aiuto.
      
      Quando la Commissione è informata, nel corso del procedimento amministrativo, del fatto che gli aiuti contestati non sono
         ancora stati versati ai loro destinatari, non è garantito che tali versamenti non siano poi stati effettuati, in particolare
         fra il momento in cui è stata comunicata questa informazione e quello della notifica della decisione definitiva. In ogni caso,
         la Commissione non può essere censurata per aver comunicato chiaramente, nell’intento di promuovere una maggior certezza del
         diritto, le conseguenze concrete della sua decisione.
      
      Infatti, la circostanza che un aiuto non sia ancora stato versato al suo beneficiario non può incidere sulla validità della
         decisione della Commissione, ma solo sulle modalità di recupero dell’aiuto. In linea di principio, il recupero dell’aiuto
         deve avvenire nel rispetto delle pertinenti norme dell’ordinamento nazionale, a patto però che dette norme siano applicate
         in modo da non rendere praticamente impossibile il recupero prescritto dal diritto dell’Unione e il contenzioso riguardante
         detta esecuzione è di esclusiva competenza del giudice nazionale.
      
      L’obbligo per uno Stato membro di calcolare l’ammontare preciso degli aiuti da recuperare, particolarmente quando tale calcolo
         dipende da informazioni che non sono state comunicate dallo stesso alla Commissione, si inserisce nel contesto più ampio dell’obbligo
         di leale cooperazione, che vincola reciprocamente la Commissione e gli Stati membri nell’applicazione delle norme del Trattato
         in materia di aiuti di Stato. Non si può criticare la Commissione per non aver tenuto conto di eventuali elementi di fatto
         o di diritto che sarebbe stato possibile presentarle nel corso del procedimento amministrativo, ma che non lo sono stati,
         non avendo la Commissione l’obbligo di verificare d’ufficio e in via presuntiva quali elementi sarebbe stato possibile esibirle.
      
      (v. punti 239, 241, 250‑251)
      6.      Tenuto conto del carattere imperativo della vigilanza sugli aiuti statali operata dalla Commissione ai sensi dell’art. 88 CE,
         le imprese possono fare legittimo affidamento, in linea di principio, sulla regolarità dell’aiuto di cui esse abbiano beneficiato
         solamente qualora quest’ultimo sia stato concesso nel rispetto della procedura prevista da detto articolo. Infatti, un operatore
         economico diligente deve normalmente essere in grado di accertarsi che tale procedura sia stata rispettata. In particolare,
         quando un aiuto è stato versato senza previa notifica alla Commissione, ed è pertanto illegittimo in forza dell’art. 88, n. 3, CE,
         il beneficiario dell’aiuto non può riporre, a quel punto, alcun legittimo affidamento sulla regolarità della concessione dello
         stesso.
      
      Tuttavia, i beneficiari di un aiuto illegittimo hanno la possibilità di invocare circostanze eccezionali, che abbiano potuto
         ingenerare in loro un legittimo affidamento sulla regolarità di tale aiuto, per opporsi al suo rimborso.
      
      Inoltre, l’adozione del regolamento n. 659/1999, relativo all’applicazione dell’art. 88 CE, ha introdotto una nuova situazione
         per quanto concerne il recupero degli aiuti incompatibili, da cui conviene trarre tutte le conseguenze giuridiche. L’art. 14,
         n. 1, di detto regolamento conferma il carattere sistematico del recupero (prima frase), prevedendo nel contempo un’eccezione
         (seconda frase) quando il recupero contrasta con un principio generale dell’ordinamento dell’Unione. Pertanto, esiste una
         disposizione di diritto derivato di cui la Commissione deve tener conto in sede di adozione delle sue decisioni e che può
         indurla a rinunciare, eventualmente, a ordinare il recupero degli aiuti incompatibili. È incontestabile che la violazione
         di una disposizione siffatta può essere invocata a sostegno dell’annullamento della parte della decisione che imponga la restituzione.
      
      (v. punti 269‑271, 275‑276)
      7.      Il semplice fatto che la qualificazione come aiuto di Stato di una misura appaia dubbia al beneficiario è manifestamente insufficiente
         a giustificare un qualsiasi legittimo affidamento da parte sua sulla regolarità dell’aiuto o sul fatto che la misura controversa
         non costituisca un aiuto di Stato.
      
      Pertanto la decisione della Commissione di non sollevare obiezioni riguardo ad una misura consistente nella concessione di
         una tariffa di favore per la fornitura di elettricità non può far sorgere un legittimo affidamento quanto alla legittimità
         della successiva proroga di detta misura o sul fatto che tale tariffa di favore non costituisca un aiuto.
      
      (v. punti 283‑284, 288)
SENTENZA DEL TRIBUNALE (Quinta Sezione)
      1° luglio 2010 (*)
      
      «Aiuti di Stato – Indennizzo per un esproprio a fini di pubblica utilità – Proroga di una tariffa agevolata per la fornitura di elettricità – Decisione che dichiara l’aiuto incompatibile con il mercato comune e ne ordina il recupero – Nozione di agevolazione – Principio della tutela del legittimo affidamento – Esecuzione dell’aiuto»
      Nella causa T‑62/08,
      ThyssenKrupp Acciai Speciali Terni SpA, con sede in Terni, rappresentata dagli avv.ti T. Salonico, G. Pellegrino, G. Pellegrino e G. Barone, 
      
      ricorrente,
      contro
      Commissione europea, rappresentata dai sigg. C. Giolito e G. Conte, in qualità di agenti,
      
      convenuta,
      avente ad oggetto una domanda di annullamento della decisione della Commissione 20 novembre 2007, 2008/408/CE, relativa all’aiuto
         di Stato C 36/A/06 (ex NN 38/06) cui l’Italia ha dato esecuzione a favore di ThyssenKrupp, Cementir e Nuova Terni Industrie
         [Chimiche] (GU 2008, L 144, pag. 37),
      
      IL TRIBUNALE (Quinta Sezione),
      composto dai sigg. M. Vilaras (relatore), presidente, M. Prek e V.M. Ciucă, giudici,
      cancelliere: sig. J. Palacio González, amministratore principale
      vista la fase scritta del procedimento e in seguito all’udienza del 1° luglio 2009,
      ha pronunciato la seguente
      Sentenza
       Fatti
      1        La Repubblica italiana ha nazionalizzato il settore elettrico con legge 6 dicembre 1962, n. 1643, che ha istituito l’Ente
         Nazionale per l’energia elettrica (ENEL), trasferendo a quest’ultimo alcune imprese dell’industria elettrica (GURI n. 316
         del 12 dicembre 1962, pag. 5007; in prosieguo: la «legge n. 1643/62»). Con questa legge, essa ha attribuito all’ENEL il monopolio,
         nel territorio nazionale, della produzione, importazione, esportazione, trasporto, trasformazione, distribuzione e fornitura
         di energia elettrica, a prescindere dalla fonte di produzione, prevedendo tuttavia alcune eccezioni.
      
      2        Difatti, l’art. 4, comma 6, della legge n. 1643/62 ha escluso dal processo di nazionalizzazione del settore elettrico le imprese
         che producevano energia elettrica essenzialmente per l’autoconsumo (in prosieguo: gli «autoproduttori»).
      
      3        All’epoca la società Terni, della quale lo Stato era azionista di maggioranza, operava nel campo della siderurgia, dei prodotti
         chimici e del cemento. Inoltre, essa possedeva e gestiva impianti idroelettrici la cui produzione era utilizzata essenzialmente
         per alimentare i processi produttivi della società.
      
      4        Il ramo d’azienda idroelettrico della Terni era stato nazionalizzato nonostante la società fosse autoproduttrice, in ragione
         del suo carattere strategico per l’approvvigionamento energetico del paese.
      
      5        Con decreto del presidente della Repubblica 21 agosto 1963, n. 1165, recante trasferimento all’ENEL dei complessi di beni
         organizzati destinati alle attività di cui al primo comma dell’art. 1 della legge n. 1643/62, esercitate dalla «Terni: Società
         per l’Industria e l’Elettricità» SpA (Supplemento ordinario alla GURI n. 230 del 31 agosto 1963, pag. 58; in prosieguo: il
         «decreto n. 1165/63»), la Repubblica italiana ha concesso alla Terni un indennizzo per il trasferimento dei suoi beni sotto
         forma di tariffa agevolata per l’energia elettrica per il periodo 1963‑1992 (in prosieguo: la «tariffa Terni»).
      
      6        Nel 1964 la Terni è stata suddivisa in tre società: la Terni Acciai Speciali, che produce acciaio, la Nuova Terni Industrie
         Chimiche, che opera nel settore chimico, e la Cementir, che produce cemento (in prosieguo: le «società ex‑Terni»). Queste
         imprese sono state successivamente privatizzate e rilevate, rispettivamente, dalle società ThyssenKrupp, Norsk Hydro e Caltagirone,
         operazioni che hanno avuto come risultato la creazione, rispettivamente, delle società ThyssenKrupp Acciai Speciali Terni
         SpA, Nuova Terni Industrie Chimiche SpA e Cementir SpA, che hanno continuato a beneficiare della tariffa Terni.
      
      7        Con legge 9 gennaio 1991, n. 9, recante norme per l’attuazione del nuovo Piano energetico nazionale: aspetti istituzionali,
         centrali idroelettriche ed elettrodotti, idrocarburi e geotermia, autoproduzione e disposizioni fiscali (Supplemento ordinario
         alla GURI n. 13 del 16 gennaio 1991, pag. 3; in prosieguo: la «legge n. 9/91»), la Repubblica italiana ha prorogato fino al
         31 dicembre 2001 le concessioni idroelettriche esistenti, in forza delle quali operano le società che utilizzano le risorse
         idriche pubbliche per produrre energia elettrica.
      
      8        Con l’art. 20, comma 4, di detta legge, la Repubblica italiana ha anche prorogato fino al 31 dicembre 2001 la tariffa Terni.
         È stato inoltre previsto che, nell’arco dei successivi sei anni (2002‑2007), il quantitativo di energia elettrica sovvenzionata
         fornito alle società ex-Terni dovesse progressivamente diminuire in modo che l’agevolazione tariffaria si esaurisse entro
         la fine del 2007.
      
      9        La legge n. 9/91 è stata notificata dalle autorità italiane alla Commissione che, il 6 agosto 1991, ha adottato la decisione
         di non sollevare obiezioni (decisione avente ad oggetto l’aiuto di Stato NN 52/91; in prosieguo: la «decisione 6 agosto 1991»).
      
      10      Con decreto legislativo 16 marzo 1999, n. 79, di attuazione della direttiva 96/92/CE recante norme comuni per il mercato interno
         dell’energia elettrica (GURI n. 75 del 31 marzo 1999, pag. 8; in prosieguo: il «decreto n. 79/99 ») la Repubblica italiana
         ha prorogato le concessioni idroelettriche esistenti. L’art. 12, commi 7 e 8, di detto decreto stabilisce quanto segue:
      
      «7. Le concessioni scadute o in scadenza entro il 31 dicembre 2010 sono prorogate a quest’ultima data e i titolari di concessione
         interessati, senza necessità di alcun atto amministrativo, proseguono l’attività dandone comunicazione all’amministrazione
         concedente entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto (…).
      
      8. Per le concessioni la cui scadenza sia fissata a dopo il 31 dicembre 2010 si applicano i termini di scadenza stabiliti
         nell’atto di concessione».
      
      11      Ai sensi dell’art. 11, comma 11, del decreto legge 14 marzo 2005, n. 35, recante disposizioni urgenti nell’ambito del Piano
         di azione per lo sviluppo economico, sociale e territoriale (GURI n. 62 del 16 marzo 2005, pag. 4), convertito in legge 14
         maggio 2005, n. 80 (in prosieguo: la «legge n. 80/05»), la Repubblica italiana ha disposto una nuova proroga della tariffa
         Terni fino al 2010; tale misura era applicabile a partire dal 1º gennaio 2005 (in prosieguo: la «misura controversa»). La
         legge n. 80/05 precisa che, fino al 2010, le società ex-Terni continueranno a beneficiare del trattamento di cui fruivano
         al 31 dicembre 2004 in termini di quantitativi forniti (complessivamente, GWh 926 per le tre società) e di prezzi (1,32 cent/kWh).
         Poco tempo dopo, le concessioni idroelettriche sono state generalmente rinnovate fino al 2020, con legge 23 dicembre 2005,
         n. 266.
      
      12      La Commissione, essendo venuta a conoscenza di tale misura di proroga nell’ambito dell’istruzione di un altro caso, con lettera
         del 23 dicembre 2005 ha chiesto informazioni alle autorità italiane, che hanno risposto con lettera del 24 febbraio 2006,
         seguita da altre due comunicazioni, rispettivamente del 2 marzo e del 27 aprile 2006.
      
      13      Con lettera del 19 luglio 2006 la Commissione ha informato la Repubblica italiana che aveva deciso di avviare il procedimento
         ai sensi dell’art. 88, n. 2, CE. Tale decisione è stata pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea (GU C 214, pag. 5) e la Commissione ha invitato gli interessati a presentare osservazioni in merito alla misura controversa.
      
      14      La Repubblica italiana ha presentato osservazioni con lettera del 25 ottobre 2006 e ha fornito informazioni complementari
         con lettere del 9 novembre e del 7 dicembre 2006.
      
      15      La Commissione ha ricevuto commenti da terzi interessati, che ha trasmesso alle autorità italiane fornendo alle stesse la
         possibilità di replicare. Le osservazioni della Repubblica italiana le sono pervenute con lettera del 22 dicembre 2006.
      
      16      Con lettera del 20 febbraio 2007, la Commissione ha chiesto informazioni complementari che le sono state fornite dalle autorità
         italiane con lettere del 16 aprile, 10 e 14 maggio 2007.
      
      17      Il 20 novembre 2007, la Commissione ha adottato la decisione relativa all’aiuto di Stato C 36/A/06 (ex NN 38/06), cui l’Italia
         ha dato esecuzione a favore di ThyssenKrupp, Cementir e Nuova Terni Industrie [Chimiche] (GU 2008, L 144, pag. 37) (in prosieguo:
         la «decisione impugnata»).
      
      18      Il punto 163 della decisione impugnata è così formulato:
      
      «La Commissione constata che [la Repubblica italiana] ha dato illegalmente esecuzione, in violazione dell’articolo 88, paragrafo
         3, [CE], al disposto dell’articolo 11, paragrafo 11, [del decreto] legge n. [35]/2005, convertito nella legge [n.] 80/05,
         prevedendo la modifica e la proroga nel tempo fino al 2010 della tariffa agevolata per l’elettricità applicabile alle tre
         società ex-Terni. La Commissione ritiene che siffatta misura, che costituisce un mero aiuto al funzionamento, non possa beneficiare
         di alcuna deroga prevista dal trattato CE e che sia quindi incompatibile con il mercato comune. Pertanto, non può essere data
         esecuzione alle parti della succitata misura che non sono ancora state concesse o versate. L’aiuto già erogato deve essere
         recuperato. Gli importi cui i beneficiari avrebbero avuto diritto nel 2005, 2006 e 2007 in base alla legge [n. 9/91] possono
         essere dedotti dall’importo totale da recuperare».
      
      19      Il dispositivo della decisione impugnata comprende le seguenti disposizioni:
      
      «Articolo 1
      1.      L’aiuto di Stato cui [la Repubblica italiana] ha dato esecuzione a favore di ThyssenKrupp, Cementir e Nuova Terni Industrie
         Chimiche è incompatibile con il mercato comune.
      
      2.      L’aiuto di Stato concesso e non ancora corrisposto dalla [Repubblica italiana] a ThyssenKrupp, Cementir e Nuova Terni Industrie
         Chimiche è parimenti incompatibile con il mercato comune e non può esservi data esecuzione.
      
      Articolo 2
      1. [La Repubblica italiana] recupera presso i beneficiari l’aiuto di cui all’articolo 1, punto 1.
      (…)».
       Procedimento e conclusioni delle parti
      20      Con atto introduttivo depositato presso la cancelleria del Tribunale il 6 febbraio 2008, la ricorrente ha proposto il presente
         ricorso.
      
      21      La ricorrente chiede che il Tribunale voglia:
      
      –        dichiarare la decisione impugnata illegittima e annullarla integralmente;
      –        condannare la Commissione alle spese;
      –        se lo ritenga necessario, ordinare alla Commissione di esibire, ai sensi degli artt. 64 e 66 del regolamento di procedura
         del Tribunale, le comunicazioni inviate a, e ricevute da, le autorità italiane, rispettivamente nel settembre e nel novembre
         1991, nonché ogni altra misura ordinatoria e/o istruttoria che lo stesso ritenga opportuna;
      
      ovvero, in subordine, annullare la decisione impugnata nelle parti in cui:
      –        dichiara che la Repubblica italiana ha dato illegittimamente esecuzione all’aiuto a favore della ricorrente, della Cementir
         e della Nuova Terni Industrie Chimiche in violazione dell’art. 88, n. 3, CE;
      
      –        dichiara che vi sono importi da recuperare presso la ricorrente, la Cementir e la Nuova Terni Industrie Chimiche e, di conseguenza,
      –        ordina alla Repubblica italiana di procedere senza indugio al recupero di tali importi oltre agli interessi;
      oppure, in ulteriore subordine, annullare la decisione impugnata nella parte in cui ordina alla Repubblica italiana di procedere
         senza indugio al recupero dell’aiuto e degli interessi, in quanto tale recupero sarebbe contrario al principio generale della
         tutela del legittimo affidamento.
      
      22      La Commissione chiede che il Tribunale voglia:
      
      –        respingere il ricorso;
      –        condannare la ricorrente alle spese.
       In diritto 
      23      La ricorrente deduce quattro motivi relativi, il primo, alla violazione dell’art. 87, n. 1, CE, il secondo, alla violazione
         di forme sostanziali e degli artt. 87 CE e 88 CE, per un errore manifesto nella valutazione dello studio economico presentato
         dalle autorità italiane, il terzo, alla violazione dell’art. 88, n. 3, CE, e, il quarto, alla violazione dell’art. 14, n. 1,
         del regolamento (CE) del Consiglio 22 marzo 1999, n. 659, recante modalità di applicazione dell’articolo [88] CE (GU L 83,
         pag. 1), e del principio della tutela del legittimo affidamento.
      
       Sul motivo relativo alla violazione dell’art. 87, n. 1, CE
       Argomenti delle parti
      24      La ricorrente sostiene che la Commissione avrebbe qualificato a torto come aiuto di Stato la misura controversa e, di conseguenza,
         giudicato che detta misura dovesse esserle notificata.
      
      25      Essa sostiene che misure compensative concesse dagli Stati membri a fronte di danni causati alle imprese in seguito, segnatamente,
         ad un esproprio non sarebbero considerate aiuti di Stato, circostanza che la stessa Commissione riconoscerebbe nel punto 70
         della decisione impugnata.
      
      26      Nel caso di specie, la misura di esproprio eccezionalmente subita dalla Terni nel 1962 avrebbe posto quest’ultima in una evidente
         situazione di svantaggio competitivo rispetto ai concorrenti, circostanza che avrebbe indotto il legislatore a stabilire per
         la Terni, al fine di ovviare a tale grave discriminazione, un «criterio» di compensazione del tutto diverso da quello concesso,
         sotto forma di indennizzo monetario una tantum, alle altre imprese espropriate, e ciò al fine di «non turbare l’equilibrio
         interno di questa azienda», la quale, ai sensi di legge, sarebbe dovuta sfuggire alla nazionalizzazione.
      
      27      La legge n. 1643/62 avrebbe pertanto concesso alla Terni il diritto di godere per anni di una compensazione patrimoniale,
         sotto forma di tariffa speciale per la fornitura di elettricità, che avrebbe collocato la Terni nella posizione di autoproduttore
         virtuale, al fine di coprire nel tempo i possibili maggiori danni – non facilmente stimabili al momento dell’esproprio – causati
         dall’andamento del prezzo dell’energia elettrica e di neutralizzarne così in via continuativa gli effetti. 
      
      28      In applicazione di questo criterio flessibile, consistente nel mantenere un parallelismo non discriminatorio tra la Terni
         e gli altri autoproduttori non espropriati, il decreto n. 1165/63 avrebbe previsto che la tariffa Terni dovesse avere la stessa
         durata delle concessioni di derivazione idroelettrica di cui beneficiavano gli autoproduttori non espropriati, ossia fino
         al 31 dicembre 1992, data in cui sarebbero probabilmente cessati gli effetti discriminatori dell’espropriazione del ramo idroelettrico
         della Terni. In effetti, alla fine del 1992 la Terni avrebbe dovuto perdere le concessioni in base alle quali aveva il diritto
         allo sfruttamento delle risorse idriche per finalità di autoproduzione di energia elettrica.
      
      29      L’indennizzo così stabilito sarebbe dunque il risultato di tre fattori: il quantitativo di energia elettrica, il suo prezzo
         e la sua durata. Solo il primo fattore sarebbe stato fissato una volta per tutte nella misura corrispondente al consumo della
         Terni nel 1961 e del previsto consumo addizionale derivante dagli investimenti avviati, ma non ancora completati nel 1962.
         Il prezzo non sarebbe stato definito nel quantum, ma piuttosto relativamente al metodo di calcolo, poiché solo attraverso
         la flessibilità del prezzo sarebbe stato possibile rispettare la logica del criterio di indennizzo adottato. La durata sarebbe
         stata fissata in 30 anni, non perché quest’arco temporale consentisse di coprire il valore dei beni espropriati ma perché,
         sempre in linea con il criterio dell’equiparazione agli autoproduttori non espropriati, questo sarebbe stato il periodo di
         durata delle concessioni idroelettriche, come la stessa Commissione avrebbe riconosciuto nei punti 18 e 77 della decisione
         impugnata. 
      
      30      Lo scopo di ripristinare, per quanto possibile, le condizioni economiche e l’equilibrio di cui la Terni godeva prima dell’espropriazione
         sarebbe stato stabilito anche alla luce dei principi costituzionali italiani, segnatamente di quello di uguaglianza e di quello
         in materia di indennizzo per espropriazione, secondo cui questo dev’essere «serio», «congruo e adeguato», nonché del principio
         comunitario di tutela della libera concorrenza, di cui all’art. 4, primo comma, CE. 
      
      31      Tale criterio compensativo originario sarebbe altresì in linea con i principi di cui all’art. 1 del Protocollo addizionale
         alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre
         1950 (in prosieguo: la «CEDU»), ed alla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (in prosieguo: la «Corte
         EDU»). 
      
      32      La Commissione affermerebbe erroneamente che qualsiasi proroga temporale di tale regime implicherebbe una modifica del meccanismo
         originario, idonea a mutare, indiscutibilmente e senza eccezioni, la natura risarcitoria dell’indennizzo. La trasformazione
         eventuale della natura dell’indennizzo mediante la proroga della tariffa dovrebbe essere valutata in funzione del rispetto
         del suddetto obiettivo, quale precedentemente definito.
      
      33      La ricorrente afferma che la legge 7 agosto 1982, n. 529, recante regolamentazione dei rapporti tra l’ENEL, le imprese elettriche
         degli enti locali e le imprese autoproduttrici di energia elettrica, in materia di concessioni di grandi derivazioni idroelettriche
         (GURI n. 222 del 13 agosto 1982, pag. 5771), e l’art. 24 della legge n. 9/91 avrebbero prorogato fino al 31 dicembre 2001,
         in favore dei concessionari esistenti, le concessioni idroelettriche, che sarebbero scadute alla fine del 1992, e che tale
         rinnovo, del tutto eccezionale e certamente imprevedibile al tempo della nazionalizzazione, avrebbe riproposto il problema
         della concreta attuazione del criterio di indennizzo stabilito per la Terni. Conformemente al metodo di indennizzo definito
         dalla legge n. 1643/62, nonché dal decreto n. 1165/63, e per garantire il parallelismo tra la Terni e gli altri autoproduttori,
         il legislatore avrebbe deciso di prorogare fino al 31 dicembre 2001 la tariffa Terni, mediante l’art. 20, comma 4, della legge
         n. 9/91. 
      
      34      La ricorrente rimarca che, contrariamente a quanto sostenuto dalla Commissione, l’art. 20 della legge n. 9/91, che prevede
         la proroga della tariffa Terni, conterrebbe due riferimenti espliciti e uno indiretto agli autoproduttori, che confermerebbero
         come la proroga di detta tariffa fosse un atto dovuto da parte dello Stato italiano al fine di attuare il «criterio» di compensazione
         stabilito dalla legge n. 1643/62.
      
      35      Essa sottolinea inoltre che, con la decisione 6 agosto 1991, la Commissione avrebbe dichiarato di «non sollevare obiezioni»
         in relazione all’applicazione della legge n. 9/91. Inoltre, dopo aver chiesto alla Repubblica italiana specifiche informazioni
         «in merito ad un presunto aiuto in favore della società ILVA [avente causa della Terni] attraverso riduzioni di tariffe dell’energia
         elettrica», e ricevuto risposte che avrebbero chiarito la reale natura compensativa della tariffa di favore, essa non avrebbe
         avviato nessun procedimento a tale riguardo. Ne consegue che, secondo la ricorrente, la Commissione avrebbe fatto propria
         la conclusione che tale proroga costituisse una legittima continuazione della misura compensativa stabilita a favore della
         Terni dalla legge n. 1643/62 e dal decreto n. 1165/63 e, in quanto tale, non rientrasse nell’ambito della normativa comunitaria
         sugli aiuti di Stato.
      
      36      La ricorrente ricorda che le concessioni idroelettriche sarebbero state ulteriormente prorogate fino al 31 dicembre 2010 ai
         sensi dell’art. 12, comma 7, del decreto n. 79/99, mentre la tariffa Terni non sarebbe stata prorogata nel medesimo momento,
         in quanto la proroga stabilita dalla legge n. 9/91 avrebbe parimenti previsto un meccanismo di riduzione progressiva, che
         sarebbe dovuto iniziare alla scadenza delle concessioni idroelettriche (ossia alla fine del 2001), per concludersi alla fine
         del 2007. Inoltre ci si attendeva che la liberalizzazione del settore elettrico, introdotta con il medesimo decreto n. 79/99,
         avrebbe consentito alle società ex-Terni di ottenere tariffe elettriche competitive sul mercato liberalizzato, tendenzialmente
         in linea con i costi di produzione di cui le stesse avrebbero beneficiato se fossero rimaste in possesso degli impianti espropriati.
      
      37      Tuttavia, nel 2005 l’intervento di liberalizzazione del settore elettrico in Italia non avrebbe prodotto gli effetti proconcorrenziali
         previsti e, pertanto, le società ex-Terni si sarebbero trovate nuovamente in una situazione di discriminazione rispetto agli
         autoproduttori non espropriati, circostanza che avrebbe indotto il legislatore ad adottare la misura controversa. Secondo
         la ricorrente, sarebbe evidente che, quando la Repubblica italiana decise di prorogare ulteriormente, fino al 2010, la scadenza
         delle concessioni idroelettriche, la ricorrente e le altre società ex-Terni già godevano del diritto alla continuazione della
         tariffa Terni, sia pure per quantità e durata non equivalenti a quelle di dette concessioni. In definitiva, la misura controversa
         avrebbe mantenuto inalterata la logica originaria dell’indennizzo, consistente nel trattare la Terni come un autoproduttore
         virtuale. 
      
      38      La ricorrente sottolinea che lo status di autoproduttore virtuale sarebbe stato mantenuto nel tempo ad altri fini: ad esempio,
         quando fu introdotta in Italia la componente tariffaria dell’energia elettrica relativa al «sovrapprezzo termico», la Terni
         ne sarebbe stata esonerata, al pari di tutti gli autoproduttori. Inoltre, in tempi non sospetti e per risolvere questioni
         del tutto diverse da quelle di cui al presente giudizio, la logica speciale di tale parallelismo e del criterio dell’autoproduttore
         virtuale, che starebbero alla base della tariffa Terni, sarebbe stata ufficialmente riconosciuta sia dalla Corte suprema di
         Cassazione sia dal Consiglio di Stato. Infatti, questi due organi giurisdizionali supremi avrebbero confermato che, anche
         per il periodo successivo al 1992, la struttura della tariffa elettrica che la Terni era tenuta a pagare all’ENEL dovesse
         essere analoga a quella degli altri autoproduttori. L’obiezione della Commissione, secondo la quale tali interpretazioni sarebbero
         irrilevanti in quanto non riguarderebbero il decreto n. 1165/63, ma solo la legge n. 9/91, sarebbe formalistica e non veritiera,
         posto che le conclusioni raggiunte nelle sentenze in questione sarebbero proprio basate sulla speciale ratio dell’indennizzo
         concesso alla Terni nell’ambito della nazionalizzazione, ed in particolare sull’interpretazione dell’art. 4 della legge n. 1643/62
         e degli artt. 7 e 8 del decreto n. 1165/63.
      
      39      La posizione della Commissione rivelerebbe l’esistenza di contraddizioni sia nella stessa decisione impugnata, sia tra quest’ultima
         e il controricorso.
      
      40      La ricorrente sostiene che l’affermazione della Commissione, secondo la quale «qualsiasi revisione ex post degli importi o
         del meccanismo necessariamente cambia la natura della misura», si porrebbe in flagrante contraddizione con quanto la stessa
         Commissione ammetterebbe, ossia che la logica delle proroghe risiederebbe nel «mantenere un parallelismo di trattamento con
         i produttori idroelettrici le cui concessioni erano state rinnovate» (punto 92 della decisione impugnata), che la durata originaria
         sarebbe stata fissata in funzione della scadenza della concessione idroelettrica (punto 77 della decisione impugnata), o che
         il metodo di compensazione scelto dal legislatore italiano del 1962 fosse giustificato, in quanto avrebbe consentito di «neutralizzare
         il rischio di un eventuale ulteriore danno per (...) Terni nell’ipotesi che, nel corso degli anni, fossero aumentati i prezzi
         dell’energia» (punto 73 della decisione impugnata). 
      
      41      Con tale ultima ricostruzione si riconoscerebbe implicitamente che il danno che la Terni avrebbe sofferto a seguito dell’espropriazione
         sarebbe stato strettamente connesso al vantaggio dei costi di approvvigionamento sul mercato dell’energia di cui gli altri
         autoproduttori avrebbero potuto godere e che occorrerebbe riconoscere, di conseguenza, che la proroga della durata della compensazione,
         collegata alla proroga della data di scadenza delle concessioni, non costituirebbe una misura nuova (né un criterio nuovo),
         bensì esclusivamente la corretta esecuzione della misura originaria.
      
      42      L’unico motivo in base al quale la Commissione, nella decisione impugnata, contesterebbe la qualificazione come indennizzo
         della proroga della tariffa Terni si fonderebbe sull’elemento temporale e sarebbe frutto di un approccio estremamente formalistico,
         che non sarebbe coerente né con i criteri interpretativi dell’ordinamento nazionale italiano, che attribuirebbe rilevanza
         all’intenzione del legislatore, né con la «valutazione sostanziale» che sia la Commissione sia i giudici europei seguirebbero,
         in particolare quando applicano le norme del Trattato CE.
      
      43      La ricorrente sostiene che, nel momento in cui si riconosce che la ratio dell’indennizzo non sarebbe stata quella della valorizzazione
         attuale del patrimonio espropriato, ma quella del mantenimento dell’equilibrio economico-finanziario della Terni riguardo
         al costo dell’energia elettrica, secondo la logica di assimilazione ad un autoproduttore virtuale, non potrebbe poi pretendersi
         che una delle variabili definite per assicurare tale risultato rimanga immutata qualora muti il parametro in funzione del
         quale era stata definita all’inizio. Ciò significherebbe che, secondo la ricorrente, così come il prezzo dell’energia elettrica
         fornita alla Terni (ossia, la tariffa Terni) era destinato a cambiare in funzione dei cambiamenti delle tariffe dell’ENEL,
         parimenti la durata del diritto a godere di detta tariffa sarebbe stato modificato in funzione del mutamento della scadenza
         delle concessioni idroelettriche, allora fissata al 31 dicembre 2001. L’unica differenza sarebbe che, mentre la variazione
         del prezzo sarebbe stata chiaramente ed esplicitamente indicata nell’art. 8 del decreto n. 1165/63, in quanto la variazione
         dei prezzi dell’ENEL sarebbe stata evento normale e prevedibile al momento dell’emanazione della norma, la variazione della
         durata non sarebbe stata espressamente indicata, in quanto non vi era chi potesse ipotizzare, 30 anni prima, la volontà del
         legislatore di estendere la durata delle concessioni.
      
      44      Infine, la Commissione commetterebbe un altro errore di ragionamento affermando che, qualora la Terni non fosse stata soddisfatta
         della misura compensativa, la stessa avrebbe dovuto contestarne l’adeguatezza ai sensi dell’art. 5, comma 5, della legge n. 1643/62.
         La Commissione ometterebbe di riconoscere che, data la natura del tutto peculiare e la flessibilità del metodo adottato per
         concedere alla Terni la tariffa agevolata, quest’ultima non potesse avere nessun interesse a contestare l’inadeguatezza della
         stessa. La ricorrente aggiunge che la disposizione in questione sarebbe stata applicabile, di fatto, solo alle ipotesi in
         cui l’espropriazione fosse stata indennizzata con «liquidazioni», e non mediante una tariffa agevolata, come nel caso della
         Terni. 
      
      45      La Commissione afferma che il motivo dedotto dalla ricorrente dovrebbe essere respinto, in quanto fondato su una premessa
         errata, e nega che la sua posizione, nel caso in questione, evidenzi una qualsiasi contraddizione.
      
      46      Essa ricorda che la decisione impugnata riporterebbe che la tariffa Terni sarebbe stata concessa per una durata precisamente
         determinata ai sensi dell’art. 6 del decreto n. 1165/63, vale a dire fino al 31 dicembre 1992. Dal testo di tale disposizione
         risulterebbe chiaramente che la tariffa sarebbe stata accordata alla Terni, a titolo di indennizzo, per un periodo stabilito
         una volta per tutte al momento dell’esproprio e che tale termine sarebbe stato presumibilmente stabilito prendendo in considerazione
         la durata residua della concessione idroelettrica della Terni, essendo questo un elemento fondamentale per identificare il
         valore della concessione espropriata. 
      
      47      La Commissione osserva che né la legge n. 1643/62, né il decreto n. 1165/63 avrebbero collegato, in un modo qualsiasi, la
         durata della tariffa Terni, attraverso un rinvio dinamico, alla durata futura delle concessioni idroelettriche di altri autoproduttori
         non espropriati, prevedendo l’automatica estensione di detta tariffa in caso di rinnovo o proroga di queste ultime. Secondo
         la Commissione, pur essendo possibile che il legislatore italiano abbia tenuto presente anche la scadenza delle altre concessioni
         idroelettriche nello stabilire la durata della tariffa Terni, sarebbe innegabile che il testo della legge n. 1643/62 evidenzi
         unicamente la decisione del legislatore di risarcire la Terni (per l’espropriazione della concessione idroelettrica) non mediante
         un pagamento in unica soluzione, bensì con la fornitura di elettricità a un prezzo ridotto per un determinato periodo (fissato
         successivamente mediante il decreto n. 1165/63).
      
      48      Essa sottolinea che, secondo la giurisprudenza italiana, il criterio ermeneutico secondo il quale la legge va interpretata
         secondo il significato proprio delle parole prevale su ogni altro criterio tutte le volte che la dizione della legge è univoca.
         Tale principio sarebbe normalmente applicato dai giudici comunitari.
      
      49      La lettura del decreto n. 1165/63, difesa dalla Commissione, non sarebbe affatto contraddetta dalle sentenze della Corte suprema
         di cassazione e del Consiglio di Stato richiamate dalla ricorrente. Infatti, tali sentenze non si fonderebbero sull’originario
         testo di detto decreto, ma sulla normativa applicabile in seguito alla proroga della tariffa Terni, disposta dalla legge n. 9/91.
         Sarebbe evidente che tali pronunce richiamano la disciplina prevista dalla legge n. 1643/62 e dal decreto n. 1165/63 solo
         in quanto detta disciplina era stata prorogata e resa applicabile, dopo la scadenza del 31 dicembre 1992, dalla legge n. 9/91.
         La Commissione sostiene che queste sentenze finirebbero per contraddire la tesi della ricorrente. 
      
      50      Per quanto concerne la legge n. 9/91, la decisione impugnata riferirebbe semplicemente che, in base alle informazioni fornite
         dalle autorità italiane, la Commissione avrebbe compreso che la decisione di prorogare la tariffa Terni fino al 2001 (con
         una progressiva riduzione durante il periodo 2002-2007) sarebbe stata adottata tenendo presente la quasi contestuale proroga
         delle concessioni idroelettriche. Dal testo della legge in questione emergerebbe però chiaramente che la proroga della tariffa
         Terni non sarebbe stata collegata a quella delle concessioni idroelettriche di altri autoproduttori, e l’affermazione secondo
         cui la proroga della tariffa Terni sarebbe stata un «atto dovuto» sarebbe chiaramente infondata, alla luce del tenore della
         legge n. 1643/62 e del decreto n. 1165/63.
      
      51      Parimenti, non ci sarebbe ragione, in particolare, di ritenere sussistente una correlazione tra la proroga di detta tariffa,
         concessa nel 2005 mediante la misura controversa, e la proroga delle concessioni accordate, sei anni prima, dal decreto n. 79/99.
         A parte il fatto che il testo della misura controversa non conterrebbe indicazioni in tal senso, sarebbe difficile comprendere
         la ragione per cui il legislatore abbia atteso sei anni prima di prorogare detta tariffa, se la sua vera intenzione fosse
         stata di allineare la durata della tariffa Terni alla nuova scadenza stabilita per le concessioni idroelettriche. Tale incongruenza
         sarebbe evidenziata dal fatto che, pochi mesi dopo l’estensione della tariffa Terni, la legge n. 266/05 avrebbe concesso una
         nuova proroga delle concessioni idroelettriche (fino al 2020), senza tuttavia prevedere una corrispondente estensione della
         tariffa Terni. 
      
      52      Al contrario, dal testo della legge n. 80/05 risulterebbe chiaramente che la proroga delle tariffe favorevoli, tra cui la
         tariffa Terni, sarebbe stata accordata genericamente al fine di «consentire lo sviluppo e la ristrutturazione produttiva delle
         imprese interessate», scopo espressamente confermato dalle autorità italiane in sede di procedimento amministrativo. 
      
      53      La Commissione osserva che, se il decreto n. 1165/63 avesse previsto un’automatica estensione della tariffa Terni in caso
         di proroga delle concessioni di altri autoproduttori, esso avrebbe contraddetto il principio secondo cui l’indennizzo per
         l’esproprio di un bene dev’essere determinato tenendo presente il valore di tale bene al momento dell’esproprio (valore che,
         nel caso di esproprio di una concessione, dipende anche dalla durata residua della stessa). Una volta stabilito l’indennizzo
         tenendo presente il valore del bene espropriato, detto indennizzo non potrebbe essere modificato ex post sulla base di successive
         variazioni (al rialzo o al ribasso) del valore del bene, derivanti da modifiche legislative o regolamentari.
      
      54      La scelta di indennizzare la Terni non avrebbe comportato un diritto illimitato o perpetuo a mantenere la tariffa agevolata
         e la Commissione dichiara di non riuscire a capire in che modo l’interpretazione proposta dalla ricorrente possa trovare conforto
         nella giurisprudenza della Corte EDU. 
      
       Giudizio del Tribunale
      55      Secondo una costante giurisprudenza, la qualificazione di «aiuto», ai sensi dell’art. 87, n. 1, CE, richiede che sussistano
         tutti i presupposti previsti da tale disposizione (sentenze della Corte 21 marzo 1990, causa C‑142/87, Belgio/Commissione,
         detta «Tubemeuse», Racc. pag. I‑959, punto 25, e 1° luglio 2008, cause riunite C‑341/06 P e C‑342/06 P, Chronopost e La Poste/Ufex
         e a., Racc. pag. I‑4777, punto 121).
      
      56      Innanzi tutto, deve trattarsi di un intervento dello Stato o effettuato mediante risorse statali. In secondo luogo, tale intervento
         deve poter incidere sugli scambi tra Stati membri. In terzo luogo, esso deve concedere un vantaggio al suo beneficiario. In
         quarto luogo, esso deve falsare o minacciare di falsare la concorrenza (sentenze della Corte 30 marzo 2006, causa C‑451/03,
         Servizi Ausiliari Dottori Commercialisti, Racc. pag. I‑2941, punto 56, e Chronopost e La Poste/Ufex e a., citata nel precedente
         punto 55, punto 122).
      
      57      Occorre ricordare che costituiscono agevolazioni ai sensi dell’art. 87, n. 1, CE interventi che, sotto varie forme, alleviano
         gli oneri che normalmente gravano sul bilancio di un’impresa e che, con ciò, si possono paragonare a sovvenzioni (sentenze
         della Corte 23 febbraio 1961, causa 30/59, De Gezamenlijke Steenkolenmijnen in Limburg/Alta Autorità, Racc. pag. 1, in particolare
         pag. 38; 29 giugno 1999, causa C‑256/97, DM Transport, Racc. pag. I‑3913, punto 19, e 14 settembre 2004, causa C‑276/02, Spagna/Commissione,
         Racc. pag. I‑8091, punto 24), quali, in particolare, la fornitura di beni o servizi a condizioni di favore (v. sentenza del
         Tribunale 16 settembre 2004, causa T‑274/01, Valmont/Commissione, Racc. pag. II‑3145, punto 44, e giurisprudenza ivi citata).
      
      58      Nel caso di specie, la ricorrente sostiene che la misura controversa non potesse essere qualificata aiuto di Stato, in quanto
         non sarebbe soddisfatta la condizione per la concessione di un’agevolazione ai beneficiari, dato che detta misura presenterebbe
         carattere meramente compensativo.
      
      59      È pacifico che determinate forme di indennizzo concesse alle imprese non costituiscono aiuto.
      
      60      Ad esempio, in una sentenza 27 settembre 1988, cause riunite 106/87‑120/87, Asteris e a. (Racc. pag. 5515, punti 23 e 24),
         la Corte ha precisato che gli aiuti pubblici, che costituiscono misure della pubblica autorità a favore di determinate imprese
         o di determinati prodotti, rivestono una natura giuridica fondamentalmente diversa dal risarcimento danni che le autorità
         nazionali potrebbero essere eventualmente condannate a versare a privati in risarcimento di un danno da esse provocato loro,
         e che detto risarcimento non costituisce pertanto aiuto ai sensi degli artt. 87 CE e 88 CE.
      
      61      La Corte ha parimenti dichiarato che sovvenzioni pubbliche concesse a determinate imprese, cui siano stati esplicitamente
         attribuiti obblighi di servizio pubblico, al fine di compensare i costi originati dall’adempimento di tali obblighi, che rispondano
         a determinate condizioni, non ricadono nell’ambito di applicazione dell’art. 87, n. 1, CE (sentenza della Corte 24 luglio
         2003, causa C‑280/00, Altmark Trans e Regierungspräsidium Magdeburg, Racc. pag. I‑7747, punto 94).
      
      62      Nel caso di specie, la Commissione rileva che un indennizzo concesso dallo Stato a fronte dell’espropriazione di beni non
         costituisce generalmente un aiuto di Stato (punto 70 della decisione impugnata).
      
      63      La misura controversa è costituita dalla proroga di una prima misura, che concedeva alla Terni una tariffa agevolata per la
         fornitura di energia elettrica, e ciò a titolo di un indennizzo conseguente alla nazionalizzazione del suo ramo idroelettrico
         nel 1962.
      
      64      L’art. 6 del decreto n. 1165/63, che stabilisce questo indennizzo, è così formulato: 
      
      «L’ENEL è tenuto a fornire alla [Terni] kWh 1 025 000 000 (unmiliardoventicinquemilioni) annui con una potenza di kW 170 000
         (centosettantamila), quantità di energia elettrica utilizzata al 1961 dalla [Terni] per le attività non comprese tra quelle
         previste dall’art. 1 della legge [n. 1643/62], e kWh 595 000 000 (cinquecentonovantacinquemilioni) all’anno, con una ulteriore
         potenza di kW 100 000 (centomila) per le attività in corso di realizzazione alla data di entrata in vigore della legge [n. 1643/62].
         
      
      Le dette forniture dovranno aver luogo fino al 31 dicembre millenovecentonovantadue in punti di consegna situati presso gli
         stabilimenti Terni determinati dall’accordo tra le parti».
      
      65      Questo quantitativo fisso di energia elettrica doveva essere fornito a una tariffa agevolata, definita dall’art. 7 del decreto
         n. 1165/63 nel modo seguente:
      
      «Per la fornitura di kWh 1 025 000 000 (…) annui, il prezzo della fornitura per kWh sarà determinato in base ai prezzi di
         addebito praticati mediamente nel triennio 1959‑61 dal settore elettrico della [Terni] agli stabilimenti della stessa società
         per attività non elettriche.
      
      Per i quantitativi di energia che saranno consumati dalla [Terni] in eccedenza ai predetti kWh 1 025 000 000 (…) annui fino
         a kWh 595 000 000 (…) annui, il prezzo di cui al capoverso precedente sarà aumentato di [ITL] 0,45 (…) a kWh».
      
      66      La misura di cui la Terni è stata destinataria appare pertanto come il risultato di tre fattori: il quantitativo di energia
         elettrica, il suo prezzo e la durata del regime agevolato.
      
      67      La Commissione ritiene che il provvedimento iniziale costituisse un indennizzo, che fosse adeguato e che la tariffa Terni
         non abbia attribuito nessun vantaggio ai beneficiari per tutta la durata prevista dalla detta misura, ossia sino al 1992.
         Facendo riferimento a una semplice lettura letterale dell’art. 6 del decreto n. 1165/63 e alla chiara determinazione di una
         durata di trent’anni per l’applicazione di detta tariffa, la Commissione sostiene che la proroga di quest’ultima non possa
         essere considerata parte integrante dell’indennizzo e conclude che la tariffa accordata alle società ex-Terni a partire dal
         1° gennaio 2005, conformemente alle disposizioni di cui all’art. 11, comma 11, della legge n. 80/05, costituisca un aiuto
         di Stato ai sensi dell’art. 87, n. 1, CE (punti 78, 79, 94 e 117 della decisione impugnata).
      
      68      La ricorrente si oppone a questa conclusione, basandosi su un’interpretazione dinamica delle norme nazionali in materia di
         indennizzo. Essa sostiene che queste ultime istituirebbero un meccanismo compensativo particolare, in quanto flessibile, dato
         che il quantitativo di elettricità sarebbe stato l’unico fra i tre fattori determinanti l’indennizzo, a parte il prezzo e
         la durata, ad essere stato stabilito una volta per tutte. 
      
      69      Questo meccanismo avrebbe avuto lo scopo di garantire l’equilibrio economico di cui godeva la Terni prima della nazionalizzazione
         del 1962, misura eccezionale e discriminatoria rispetto agli altri autoproduttori di elettricità, concorrenti o meno della
         Terni. Alla luce di ciò, la volontà del legislatore sarebbe stata quella di indennizzare la Terni mediante un meccanismo basato
         sull’assimilazione di questa società a un autoproduttore virtuale, meccanismo che avrebbe dovuto garantire, in modo continuativo,
         un parallelismo nel trattamento della Terni rispetto agli autoproduttori non espropriati.
      
      70      Conformemente alla logica originaria dell’indennizzo, le autorità italiane avrebbero prorogato pertanto la tariffa Terni in
         funzione dei rinnovi delle concessioni idroelettriche degli autoproduttori, e tale proroga avrebbe rappresentato un atto dovuto
         per l’esecuzione del provvedimento di indennizzo, non essendo isolabile da esso.
      
      71      Questo argomento non può essere accolto.
      
      72      In primo luogo, è importante sottolineare che la presente controversia si inserisce nel quadro della nazionalizzazione del
         settore dell’energia elettrica in Italia, basato sull’art. 43 della Costituzione italiana, il cui strumento giuridico di esecuzione
         è costituito dalla legge n. 1643/62, integrata dal decreto n. 1165/63.
      
      73      Pertanto, è a questi ultimi testi che occorre fare riferimento per comprendere la nazionalizzazione in questione in tutti
         i suoi aspetti, ivi compreso l’indennizzo giuridico richiesto in questa fattispecie di trasferimento di proprietà decisa unilateralmente
         da uno Stato. 
      
      74      Orbene, dal disposto dell’art. 6 del decreto n. 1165/63, privo di qualsiasi ambiguità, si ricava che la tariffa Terni è stata
         concessa a titolo di indennizzo per un periodo ben determinato, senza possibilità di proroga. Infatti, detto articolo dispone
         che le forniture di energia elettrica alla Terni «dovranno aver luogo fino al 31 dicembre millenovecentonovantadue»; l’indicazione
         di una data precisa esclude a priori qualsiasi difficoltà di interpretazione riguardo alla portata temporale della disposizione.
      
      75      Inoltre, la ricorrente non menziona nessuna disposizione della legge n. 1643/62 o del decreto n. 1165/63 che preveda una revisione
         della durata d’applicazione della tariffa Terni, con una possibile estensione di questa durata dopo la data di scadenza prevista.
         Occorre osservare, viceversa, che la possibilità di rivedere il prezzo della fornitura di energia elettrica alla Terni è stata
         espressamente prevista dal legislatore nazionale nell’art. 8 del decreto n. 1165/63. 
      
      76      Nel sottolineare che la data di scadenza delle concessioni idroelettriche degli autoproduttori era stata presa in considerazione
         dal legislatore nazionale all’epoca della nazionalizzazione per fissare la data del 31 dicembre 1992 nel decreto n. 1165/63,
         la ricorrente sostiene che la mancanza di una disposizione esplicita in merito alla possibilità di rivedere la durata d’applicazione
         della tariffa Terni in funzione di quella delle concessioni si spiegherebbe col fatto che il rinnovo di queste ultime costituiva,
         per questo stesso legislatore e a quella stessa epoca, un evento «certamente imprevedibile».
      
      77      Occorre rilevare che la determinazione iniziale di una durata di validità per le concessioni comportava già, di per se stessa,
         la questione relativa al futuro di queste concessioni alla loro scadenza e il mantenimento delle medesime, in seguito ad una
         proroga legislativa od una procedura di apertura alla concorrenza, costituiva un’ipotesi concepibile e non «certamente imprevedibile».
         Pertanto, risulta dagli atti che la mancanza di una disposizione esplicita nella legislazione nazionale, che prevedesse la
         possibilità di revisione della durata d’applicazione della tariffa Terni, appare come il semplice frutto della scelta del
         legislatore di indennizzare la Terni mediante il godimento di una tariffa di favore per la fornitura di energia elettrica
         durante un periodo ben determinato, stabilito in modo definitivo all’epoca della nazionalizzazione.
      
      78      Anche ammettendo che si dovesse prendere in considerazione, così come indicato dalla ricorrente, il contesto e la volontà
         del legislatore nazionale al fine di interpretare le norme nazionali in questione, a dispetto del loro disposto univoco, l’analisi
         ora sviluppata non potrebbe essere rimessa in discussione.
      
      79      In un primo tempo, la ricorrente cita i lavori parlamentari preparatori e, in particolare, i lavori della seduta della Camera
         dei deputati del pomeriggio del 18 settembre 1962 e quelli della seduta del Senato della Repubblica del pomeriggio del 15
         novembre 1962. 
      
      80      In relazione alla prima citazione, essa menziona il passo seguente: 
      
      «Cosa possiamo allora fare [per compensare la Terni]? (…) La Commissione aveva inizialmente assunto un criterio molto preciso:
         quello di fornire agli impianti attualmente gestiti dalla Terni i quantitativi di energia consumati nel 1961 con i prezzi
         di quell’anno. Possiamo dare invece un criterio».
      
      81      Per quanto concerne la seduta del Senato, la ricorrente riferisce che è stato espressamente precisato che la forma specifica
         di indennizzo concessa alla Terni era «intesa evidentemente a non turbare l’equilibrio interno di questa azienda».
      
      82      Queste due citazioni rivelano, al massimo, l’intento dei parlamentari, da un lato, di preservare l’equilibrio economico della
         Terni, la quale, in linea di principio, sarebbe dovuta sfuggire alla legge n. 1643/62, e, dall’altro, di stabilire un criterio
         o un meccanismo di indennizzo, il che si è effettivamente realizzato in sede legislativa con la scelta di una modalità specifica
         di indennizzo, come attesta il disposto dell’art. 6 del decreto n. 1165/63. 
      
      83      È pacifico che, nel caso di specie, l’indennizzo non è costituito dal versamento di un importo forfettario determinato in
         base al valore di mercato dei beni espropriati, bensì da un meccanismo che prevede la fornitura di un determinato quantitativo
         di energia elettrica al prezzo che la Terni avrebbe pagato se avesse mantenuto i suoi impianti di produzione e durante un
         periodo proporzionale alla durata residua della concessione espropriata, il che corrisponde all’intento del legislatore di
         non turbare l’equilibrio interno della Terni.
      
      84      Vero è che la durata di applicazione della tariffa Terni supera leggermente la durata residua della concessione della Terni
         e che la Commissione sottolinea che è lecito immaginare che le autorità italiane abbiano deciso di far coincidere la data
         di scadenza di detta tariffa con la data di scadenza generale delle concessioni idroelettriche italiane (punto 77 della decisione
         impugnata).
      
      85      Cionondimeno, il legislatore nazionale ha stabilito una data precisa per la scadenza della tariffa Terni, senza nessun’altra
         indicazione cronologica nel decreto n. 1165/63, e la ricorrente non dimostra che i lavori parlamentari rivelino la volontà
         di detto legislatore di allineare la durata di applicazione della tariffa Terni a quella delle concessioni idroelettriche
         degli autoproduttori, nel senso che il rinnovo di queste ultime dovesse implicare automaticamente la proroga di detta tariffa.
      
      86      In un secondo momento, la ricorrente eccepisce l’interpretazione inequivocabile della volontà del legislatore nazionale da
         parte dei supremi organi giurisdizionali italiani e cita, a questo proposito, la sentenza della Corte suprema di cassazione
         21 novembre 2003, n. 17686, e la sentenza del Consiglio di Stato 21 febbraio 2005, n. 606, che avrebbero confermato la necessità,
         anche successivamente al 1992, di garantire un trattamento analogo alla Terni e agli altri autoproduttori non espropriati.
      
      87      Tuttavia, il riferimento a queste due sentenze appare irrilevante, in quanto esse sono state pronunciate successivamente alla
         legge n. 9/91, la quale ha prorogato e reso applicabili, dopo la scadenza del 31 dicembre 1992, le disposizioni che prevedevano,
         a titolo di indennizzo, la concessione alla Terni di una tariffa di favore. 
      
      88      Inoltre, come rilevato dalla ricorrente, queste sentenze sono state pronunciate «per risolvere questioni del tutto diverse
         da quelle di cui al presente giudizio». I giudici nazionali non erano investiti della questione dell’eventuale sussistenza
         di una violazione, realizzata dalle autorità italiane mediante la proroga della tariffa Terni dopo il 31 dicembre 1992, dell’obbligo
         imposto agli Stati membri dall’art. 88, n. 3, CE, di non dare esecuzione a un aiuto nuovo senza informarne preventivamente
         la Commissione. 
      
      89      La questione sottoposta a questi giudici era di accertare se, a seguito di modifica della struttura tariffaria nazionale dell’energia
         elettrica, la Terni dovesse sostenere costi aggiuntivi per la fornitura di elettricità. I giudici hanno risposto in senso
         negativo, nella cornice giuridica richiamata nel precedente punto 87, basandosi sulla ragion d’essere del regime speciale
         di determinazione del prezzo della fornitura di energia elettrica alla Terni, stabilito per indennizzare quest’ultima in seguito
         alla nazionalizzazione.
      
      90      Si è giudicato che la tariffa Terni avesse lo scopo di mantenere a favore di questa società la possibilità di procurarsi energia
         elettrica «a costi tendenzialmente analoghi a quelli che la stessa società Terni avrebbe sopportato se avesse potuto continuare
         ad utilizzare energia autoprodotta» e che pertanto a questa società non si potevano richiedere «quei costi aggiuntivi [per
         la fornitura dell’energia elettrica] dai quali la stessa sarebbe stata esentata se avesse potuto continuare a produrre energia
         elettrica per uso proprio ed a consumare, quindi, l’energia autoprodotta».
      
      91      Questa motivazione contraddice la tesi della ricorrente. Contrariamente a quanto affermato da quest’ultima, i giudici nazionali
         non hanno ritenuto che la tariffa dell’energia elettrica che la Terni doveva versare all’ENEL dovesse restare analoga «a quella
         degli altri autoproduttori», ma che dovesse corrispondere ai costi che «la stessa società Terni» avrebbe sostenuto qualora
         avesse potuto continuare a utilizzare l’energia autoprodotta, evento possibile solo in base alla sua concessione idroelettrica
         e per il periodo di validità di quest’ultima. 
      
      92      Conformemente alla logica risarcitoria così definita dai giudici nazionali per quanto concerne l’elemento riguardante il prezzo
         dell’energia elettrica, la durata della tariffa Terni non poteva prescindere, così come giustamente sostenuto dalla Commissione,
         dalla durata residua della concessione espropriata ed essere indicizzata in base all’evoluzione futura delle concessioni idroelettriche
         degli autoproduttori.
      
      93      In secondo luogo, occorre rilevare che la normativa riguardante le proroghe delle concessioni idroelettriche successiva alla
         legge n. 1643/62 e al decreto n. 1165/63 contrasta con la lettura di questi testi difesa dalla ricorrente, secondo la quale
         questi ultimi collegherebbero la durata della tariffa Terni, mediante una specie di rinvio dinamico e implicito, a quella
         delle concessioni idroelettriche degli autoproduttori, di modo che la proroga di queste ultime avrebbe implicato automaticamente
         la proroga di detta tariffa. 
      
      94      Questa interpretazione si scontra già con la circostanza che le proroghe della tariffa Terni, lungi dall’essere automatiche,
         hanno richiesto interventi legislativi per modificare l’indennizzo inizialmente stabilito con il decreto n. 1165/63.
      
      95      La prima proroga della tariffa Terni risulta dall’art. 20, comma 4, della legge n. 9/91, la quale ha parimenti prorogato le
         concessioni idroelettriche allora esistenti sino al 2001. Questa legge non può essere circoscritta, come fa la ricorrente,
         alla mera proroga concomitante della durata della tariffa Terni e di quella delle concessioni idroelettriche degli autoproduttori
         sino al 2001, in quanto essa aveva un duplice oggetto, ossia la proroga della tariffa Terni ma anche la sua abolizione alla
         scadenza del 2007 (v. punto 19 della decisione impugnata), data successiva e pertanto indipendente da quella di scadenza delle
         concessioni idroelettriche allora esistenti. Questi due elementi sono inscindibili e dimostrano in realtà l’autonomia della
         questione relativa alla durata di detta tariffa rispetto alla posizione degli autoproduttori. 
      
      96      La dissociazione della sorte delle società ex-Terni da quella degli autoproduttori è confermata dalla circostanza che le autorità
         italiane sono intervenute, nel 1999, unicamente per rinnovare, sino al 2010, le concessioni idroelettriche allora esistenti.
         
      
      97      La seconda proroga della tariffa Terni risulta dall’art. 11, comma 11, della legge n. 80/05, il quale così dispone: 
      
      «Al fine di consentire lo sviluppo e la ristrutturazione produttiva delle imprese interessate, l’applicazione di condizioni
         tariffarie favorevoli per le forniture di energia elettrica di cui all’articolo 1, comma 1, lettera c), del decreto-legge
         18 febbraio 2003, n. 25, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 aprile 2003, n. 83, viene prorogata a tutto l’anno
         2010 alle condizioni tariffarie di cui al 31 dicembre 2004».
      
      98      Detta disposizione non fa nemmeno riferimento alle concessioni idroelettriche e non contiene nessuna indicazione che consenta
         di pensare che la volontà del legislatore fosse di allineare la durata della tariffa Terni a quella di dette concessioni.
      
      99      Al contrario, dalla medesima disposizione si evince che la tariffa Terni è solo una delle condizioni tariffarie di favore
         la cui proroga ha lo scopo di «consentire lo sviluppo e la ristrutturazione produttiva delle imprese interessate». Nel punto
         67 della decisione impugnata, situato nell’ambito della sintesi delle osservazioni delle autorità italiane formulate durante
         il procedimento di indagine formale, si precisa che dette autorità insistono sulla seguente circostanza:
      
      «La contestata proroga della tariffa disposta dall’articolo 11, [comma] 11, della legge n. 80/2005 è connessa a un ampio programma
         di investimenti che ThyssenKrupp sta realizzando nella zona industriale Terni-Narni. In base a tale piano di azione, nella
         zona verrà sviluppata nuova capacità di generazione elettrica. La tariffa è quindi destinata a essere una soluzione temporanea,
         fintantoché non sarà installata detta capacità di generazione, e la sua abolizione comprometterebbe gli investimenti attualmente
         in corso».
      
      100    Come riportato nel punto 61 della decisione impugnata, riguardante «le ragioni politiche della seconda proroga», le autorità
         italiane si sono espresse nel seguente modo:
      
      «[La Repubblica italiana] sostiene che la tariffa è necessaria per stabilire parità di trattamento tra queste società a elevato
         consumo energetico attive in Italia e i loro concorrenti nell’[Unione europea], i quali beneficiano del pari di prezzi ridotti
         per l’energia (tariffe o su base contrattuale), in attesa che siano completati i progetti infrastrutturali in corso sulla
         produzione e il trasporto di elettricità. Se la tariffa fosse abolita, le società in questione sposterebbero le loro operazioni
         al di fuori dell’[Unione]. Inevitabilmente ciò provocherebbe una crisi industriale e causerebbe gravi perdite di posti di
         lavoro nelle regioni interessate. Pertanto, secondo [la Repubblica italiana], la proroga della tariffa va vista come una soluzione
         transitoria».
      
      101    Dunque, non si parla proprio di un provvedimento che costituirebbe la proroga legale dell’indennizzo di cui la Terni ha goduto
         in seguito alla nazionalizzazione del suo ramo idroelettrico nel 1962.
      
      102    Inoltre, occorre rilevare che questa proroga della tariffa Terni avviene quasi sei anni dopo il rinnovo delle concessioni
         idroelettriche mediante il decreto n. 79/99: un tale lasso di tempo contraddice l’asserito collegamento tra il provvedimento
         controverso e la proroga di dette concessioni.
      
      103    La ricorrente sostiene che il motivo per cui la tariffa Terni non è stata prorogata nello stesso momento, nel 1999, sarebbe
         che la legge n. 9/91 aveva previsto un «regime morbido di uscita», per cui l’applicazione di detta tariffa sarebbe dovuta
         cessare alla fine del 2007. Basta rilevare che, lungi dal corroborare la tesi della ricorrente, quest’argomento non fa che
         confermare la dissociazione della sorte della tariffa Terni da quella degli autoproduttori titolari di concessioni idroelettriche.
      
      104    Questa constatazione di una connessione oggettiva tra l’eliminazione programmata e progressiva della tariffa Terni e la mancata
         proroga di quest’ultima nel 1999 non può essere rimessa in discussione dalla semplice ipotesi formulata dalla ricorrente,
         secondo la quale la tariffa in questione non sarebbe stata prorogata nel 1999 in attesa di una riduzione del prezzo dell’elettricità
         in seguito alla liberalizzazione del mercato, ipotesi che, del resto, non è assolutamente comprovata dalla ricorrente. 
      
      105    Appare evidente, in realtà, che le autorità italiane hanno preso la decisione, nel 1991, di porre progressivamente fine all’applicazione
         della tariffa Terni e che esse hanno mutato parere nel 2005, dal momento che la misura controversa si pone in parallelo con
         gli investimenti realizzati in particolare dalla ricorrente. 
      
      106    Infine, si deve rilevare che, alcuni mesi dopo la proroga della tariffa Terni, la legge n. 266/05 ha concesso una nuova proroga
         delle concessioni idroelettriche (sino al 2020), senza tuttavia prevedere quella corrispondente della tariffa Terni. 
      
      107    In terzo luogo, occorre sottolineare che risulta irrilevante l’argomento della ricorrente ricavato dalla decisione 6 agosto
         1991 e, più in generale, dalle presunte contraddizioni della Commissione.
      
      108    La ricorrente sostiene, in un primo tempo, che dalla decisione 6 agosto 1991, di «non sollevare obiezioni» in relazione all’applicazione
         della legge n. 9/91, e da un carteggio tra la Commissione e le autorità italiane risulterebbe che quest’istituzione avrebbe
         aderito alla conclusione secondo la quale la proroga della tariffa Terni, nel 1991, costituisse una proroga legale del provvedimento
         di indennizzo concesso alla Terni mediante la legge n. 1643/62 e il decreto n. 1165/63 e che, a tale titolo, questo regime
         tariffario non fosse soggetto alla normativa comunitaria in materia di aiuti di Stato. 
      
      109    È pacifico che, in seguito alla notificazione da parte delle autorità italiane della legge n. 9/91, il cui art. 20, comma
         4, aveva prorogato per la prima volta la tariffa Terni, la Commissione ha adottato la decisione 6 agosto 1991, a termine della
         quale essa ha deciso di non sollevare obiezioni. 
      
      110    Nella decisione impugnata la Commissione precisa, senza essere contraddetta dalla ricorrente, che la legge n. 9/91 le è stata
         notificata contemporaneamente alla legge n. 10/91, riguardante parimenti la questione energetica, e che i documenti in base
         ai quali la Commissione ha adottato la sua decisione contenevano solo una descrizione e una valutazione succinte degli articoli
         rilevanti in materia di aiuti di Stato. L’art. 20, comma 4, della legge n. 9/91, che prorogava la tariffa Terni, non veniva
         menzionato (v. punti 20 e 134 della decisione impugnata). 
      
      111    La Commissione aggiunge che, alla luce della scarsa documentazione disponibile, è purtroppo impossibile ricostruire il ragionamento
         seguito all’epoca e, in particolare, determinare se la tariffa Terni sia stata esaminata e se l’intenzione fosse di autorizzarla
         ma che, in ogni caso, la notificazione prodotta dalla Repubblica italiana e la decisione di autorizzazione vertevano entrambe
         sulla legge nel suo complesso (punti 135 e 136 della decisione impugnata).
      
      112    Contrariamente a quanto affermato dalla ricorrente, la Commissione avrebbe dichiarato «compatibili in base alle regole sugli
         aiuti di Stato gli aiuti disposti da entrambe le leggi» (punto 20 della decisione impugnata).
      
      113    Questa conclusione è corroborata dal testo della decisione 6 agosto 1991, dove la Commissione afferma che, «tenendo conto
         del fatto che il risparmio energetico costituisce un obiettivo della politica energetica comunitaria, dopo aver esaminato
         gli incentivi finanziari previsti dalle leggi [in questione] alla luce degli impegni delle autorità italiane nei confronti
         di certe disposizioni, [essa] ha deciso di non sollevare obiezioni alla loro applicazione». La menzione di uno scopo ambientale
         e degli impegni delle autorità nazionali, espressa nei paragrafi successivi della stessa decisione unitamente, in particolare,
         al riferimento a un tetto massimo previsto per gli aiuti regionali, conferma che i provvedimenti contenuti nelle leggi nn. 9/91
         e 10/91, dopo essere stati considerati inizialmente come aiuti, sono stati autorizzati in quanto compatibili con il mercato
         comune, malgrado il fatto che la stessa decisione 6 agosto 1991 non precisi espressamente la deroga applicata.
      
      114    Inoltre, occorre ricordare che la decisione di non sollevare obiezioni corrisponde, ai sensi della definizione data nell’art. 4,
         n. 3, del regolamento n. 659/1999, che codifica e fonda la prassi in materia di esame degli aiuti di Stato conformemente alla
         giurisprudenza comunitaria (sentenza della Corte 17 luglio 2008, causa C‑521/06 P, Athinaïki Techniki/Commissione, Racc. pag. I‑5829,
         punto 5), all’ipotesi in cui la Commissione constata, dopo un esame preliminare, che la misura notificata, se e in quanto
         soggetta all’applicazione dell’art. 87, n. 1, CE, non suscita dubbi riguardo alla sua compatibilità con il mercato comune
         e decide, di conseguenza, che questa misura è compatibile con detto mercato. 
      
      115    Peraltro, la ricorrente sostiene, basandosi su una comunicazione datata 19 settembre 1991 del Ministero italiano dell’Industria,
         del Commercio e dell’Artigianato, indirizzata al Ministero italiano delle Partecipazioni statali, che la Commissione si sarebbe
         rivolta alle autorità italiane per chiedere informazioni riguardo a un presunto aiuto concesso alla «società Ilva», già Terni,
         e che, dopo aver ricevuto risposta da dette autorità, secondo cui la proroga della tariffa Terni mediante la legge n. 9/91
         non costituiva un aiuto bensì una forma di proroga dell’indennizzo previsto dalla legge n. 1643/62, la Commissione non avrebbe
         criticato quest’interpretazione.
      
      116    A parte le contestazioni formulate dalla Commissione riguardo alla trasmissione di questa risposta da parte delle autorità
         italiane, dal semplice silenzio della Commissione non si può dedurre, alla luce del disposto del regolamento n. 659/1999,
         una qualsivoglia presa di posizione dell’istituzione in merito alla misura prevista dalla legge n. 9/91, già contenuta, del
         resto, nella decisione 6 agosto 1991.
      
      117    Ad ogni modo, è importante sottolineare che la proroga della tariffa Terni mediante la legge n. 9/91 non costituisce la misura
         controversa che ha condotto all’adozione della decisione impugnata, oggetto del presente ricorso, e che l’argomento della
         ricorrente ricavato dalla decisione 6 agosto 1991 e da un asserito carteggio tra la Commissione e le autorità italiane va
         collocato nell’ambito della discussione sulla presunta violazione, da parte di quest’istituzione, del principio di tutela
         del legittimo affidamento, oggetto dell’ultimo motivo d’annullamento dedotto dalla ricorrente. 
      
      118    Quest’ultima sostiene, in un secondo tempo, che la decisione impugnata sarebbe contraddittoria, poiché in essa la Commissione
         qualificherebbe la misura controversa come aiuto di Stato, pur ammettendo nel contempo che la logica delle proroghe consiste
         nel «mantenere un parallelismo di trattamento con i produttori idroelettrici le cui concessioni erano state rinnovate» (punto
         92 della decisione impugnata), che la durata iniziale era stata stabilita in funzione della data di scadenza delle concessioni
         idroelettriche (punto 77 della decisione impugnata), o che il metodo di compensazione scelto dal legislatore italiano nel
         1962 era giustificato in quanto consentiva di «neutralizzare il rischio di un eventuale ulteriore danno per la (…) Terni nell’ipotesi
         che, nel corso degli anni, fossero aumentati i prezzi dell’energia» (punto 73 della decisione impugnata); quest’ultima affermazione
         costituirebbe il riconoscimento implicito del fatto che il danno sofferto dalla Terni in seguito all’espropriazione fosse
         strettamente collegato al vantaggio di cui avrebbero potuto godere gli altri autoproduttori.
      
      119    Quest’argomento è il frutto di una lettura parziale e soggettiva della decisione impugnata e, in particolare, del punto 92
         della medesima, che sintetizza l’analisi della Commissione nei seguenti termini:
      
      «Per quanto concerne le proroghe della tariffa Terni, la Commissione comprende che la logica era quella di mantenere un parallelismo
         di trattamento con i produttori idroelettrici le cui concessioni erano state rinnovate. Tuttavia, siffatto parallelismo, che
         è alla base del meccanismo compensativo, era previsto nel dispositivo dell’esproprio soltanto per trent’anni, e non a durata
         indeterminata. Pertanto, per le ragioni già spiegate ai considerando da 73 a 78, non si può considerare che dette proroghe
         abbiano natura di indennizzo».
      
      120    Nel punto 93 della decisione impugnata, la Commissione aggiunge quanto segue:
      
      «Tale conclusione è ancora più ovvia per la seconda proroga della tariffa. Questa proroga ha interrotto il meccanismo di riduzione
         progressiva destinato a facilitare il passaggio delle società alla tariffa piena, il che testimoniava della convinzione delle
         autorità italiane che le società fossero state pienamente indennizzate. Infatti la stessa [Repubblica italiana] ha spiegato
         lungamente le ragioni che hanno portato a questa seconda proroga e che sono di sola politica industriale (cfr. le osservazioni
         della [Repubblica italiana] al considerando 60)».
      
      121    Pertanto, non c’è nessuna ambiguità e nessuna contraddizione nel ragionamento della Commissione, la quale ritiene che la logica
         prevalsa nella scelta delle modalità di indennizzo della Terni non possa giustificare una proroga dell’applicazione della
         tariffa Terni oltre i trent’anni stabiliti in modo ben preciso dal legislatore nazionale. 
      
      122    In ultimo, occorre rilevare che il ragionamento della ricorrente condurrebbe all’istituzione di un risarcimento di durata
         indeterminata e pertanto illimitato in relazione al suo quantum, situazione la cui liceità non è dimostrata dalla ricorrente,
         né sotto il profilo dell’ordinamento giuridico nazionale, né sotto quello della giurisprudenza della Corte EDU.
      
      123    Va ricordato che la decisione delle autorità italiane di nazionalizzare il ramo idroelettrico della Terni è stata presa conformemente
         all’art. 43 della Costituzione italiana, il quale dispone che, «a fini di utilità generale la legge può riservare originariamente
         o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti
         determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni
         di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale».
      
      124    La ricorrente afferma che, secondo la giurisprudenza della Corte suprema di cassazione e della Corte costituzionale italiana,
         l’indennizzo dev’essere «congruo e adeguato», «serio», con riferimento «al valore del bene in relazione alle sue caratteristiche
         essenziali, fatte palesi dalla potenziale utilizzazione economica di esso». 
      
      125    La Commissione non censura queste asserzioni e cita la sentenza della Corte costituzionale 30 gennaio 1980, n. 5, la quale
         precisa quanto segue:
      
      «L’indennizzo assicurato all’espropriato (…), se non deve costituire una integrale riparazione per la perdita subita – in
         quanto occorre coordinare il diritto del privato con l’interesse generale che l’espropriazione mira a realizzare – non può
         essere, tuttavia, fissato in una misura irrisoria o meramente simbolica ma deve rappresentare un serio ristoro. Perché ciò
         possa realizzarsi, occorre far riferimento, per la determinazione dell’indennizzo, al valore del bene in relazione alle sue
         caratteristiche essenziali, fatte palesi dalla potenziale utilizzazione economica di esso, secondo legge».
      
      126    È pacifico che la modalità di indennizzo prevista dall’art. 6 del decreto n. 1165/63 è stata definita in funzione delle caratteristiche
         del patrimonio nazionalizzato, ossia dei siti per la produzione di energia elettrica gestiti in base ad una concessione la
         cui durata doveva consentire al concessionario di ammortizzare l’investimento consentito. 
      
      127    La Repubblica italiana ha scelto pertanto di concedere un indennizzo non sotto forma di versamento di un risarcimento forfettario
         determinato in base al valore di mercato dei beni espropriati, bensì mediante la fornitura alla Terni di un determinato quantitativo
         di energia elettrica al prezzo che essa avrebbe pagato se avesse conservato i suoi impianti. In tale cornice, le autorità
         nazionali hanno preso logicamente in considerazione la durata residua della concessione della Terni per determinare la durata
         d’applicazione della tariffa Terni; la data di scadenza di quest’ultima era persino leggermente successiva a quella di detta
         concessione.
      
      128    Come sottolineato dalla Commissione nel punto 75 della decisione impugnata, l’importo globale dell’indennizzo dipende pertanto
         dalla durata della tariffa Terni.
      
      129    Secondo la ricorrente, conformemente alla logica originaria del sistema di indennizzo stabilito dal legislatore nazionale,
         la durata di detta tariffa dovrebbe essere sistematicamente prorogata in funzione dei rinnovi delle concessioni degli autoproduttori
         non espropriati, affinché vengano neutralizzati, in maniera «continua», gli effetti dannosi della nazionalizzazione, alla
         luce dell’evoluzione del prezzo dell’energia elettrica. 
      
      130    L’interpretazione fornita dalla ricorrente dell’art. 6 del decreto n. 1165/63 porterebbe al risultato che l’indennizzo, in
         seguito alla nazionalizzazione del ramo idroelettrico della Terni, sarebbe stato accordato per una durata indeterminata, che
         esso dipenderebbe, per il calcolo del suo importo, da eventi avvenuti successivamente, persino dopo parecchi anni, alla data
         della nazionalizzazione e che, di conseguenza, sia l’importo dell’indennizzo, sia il valore del patrimonio nazionalizzato
         sarebbero indeterminati e illimitati. 
      
      131    Ebbene, occorre constatare che la ricorrente non menziona nessuna norma, nessun principio di diritto comunitario, nessuna
         disposizione dell’ordinamento giuridico nazionale né nessuna decisione pronunciata da un organo giurisdizionale nazionale
         che possa giustificare l’interpretazione da essa formulata, che condurrebbe alla concessione di un indennizzo stabilito per
         un periodo indeterminato o che prevederebbe, in linea generale, la possibilità di tenere in considerazione eventi successivi
         alla determinazione dell’indennizzo per modificare la valutazione del bene nazionalizzato o espropriato e, di conseguenza,
         la portata dell’indennizzo.
      
      132    Del resto, la ricorrente sembra riconoscere l’impossibilità di una siffatta interpretazione, ammettendo il tenore di una disposizione
         cui fa riferimento la Commissione, ossia l’art. 32 del decreto del Presidente della Repubblica 8 giugno 2001, n. 327, recante
         il testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di espropriazione per pubblica utilità. Essa afferma,
         a tal proposito, che «è certamente condivisibile che “l’indennizzo per una espropriazione non può consistere in una misura
         concessa a tempo indeterminato” e che lo stesso “deve chiaramente essere stabilito in modo prevedibile al momento dell’esproprio”».
         L’art. 32 di detto decreto dispone infatti che «l’indennità di espropriazione è determinata sulla base delle caratteristiche
         del bene al momento dell’accordo di cessione o alla data dell’emanazione del decreto di esproprio».
      
      133    La ricorrente asserisce tuttavia che il «flessibile criterio compensativo originario, in considerazione dell’eccezionalità
         dell’espropriazione subita dalla Terni, è altresì in linea con i principi di cui all’art. 1 del Primo Protocollo addizionale
         alla (…) (CEDU) e della relativa giurisprudenza della Corte [EDU]». 
      
      134    Detto articolo, intitolato «Protezione della proprietà», è del seguente tenore:
      
      «Ogni persona fisica o giuridica ha diritto al rispetto dei suoi beni. Nessuno può essere privato della sua proprietà se non
         per causa di pubblica utilità e nelle condizioni previste dalla legge e dai principi generali del diritto internazionale.
      
      Le disposizioni precedenti non portano pregiudizio al diritto degli Stati di porre in vigore le leggi da essi ritenute necessarie
         per disciplinare l’uso dei beni in modo conforme all’interesse generale o per assicurare il pagamento delle imposte o di altri
         contributi o delle ammende».
      
      135    Basta constatare che questa disposizione consacra il diritto di proprietà, stabilendone nel contempo i limiti, e che il rinvio
         a quest’unico testo non consente di giustificare la conclusione della ricorrente nella presente causa.
      
      136    Per quanto concerne la giurisprudenza della Corte EDU, la ricorrente cita la sentenza Lallement c. Francia dell’11 aprile
         2002, da cui si ricaverebbe che il principio di un indennizzo ragionevole in relazione al valore del bene espropriato può
         «implicare talora l’esigenza di prevedere somme nettamente superiori al valore integrale del bene espropriato».
      
      137    Nella citata sentenza, relativa all’espropriazione di un immobile utilizzato a fini agricoli, la Corte EDU ricorda che un
         provvedimento che incida sul diritto al rispetto dei beni, quale l’espropriazione, deve realizzare un «giusto equilibrio»
         tra le esigenze di interesse generale della comunità e i principi imperativi della tutela dei diritti fondamentali dell’individuo.
         In materia di espropriazione, questo equilibrio viene raggiunto in linea generale quando l’espropriato percepisce un indennizzo
         «ragionevole in relazione» al valore venale del bene, anche qualora legittimi scopi di pubblica utilità possano giustificare
         un rimborso inferiore al pieno valore di mercato. La Corte EDU giudica che, malgrado la discrezionalità dello Stato, quando
         il bene espropriato è lo «strumento di lavoro» dell’espropriato, l’indennità versata non è ragionevole in relazione al valore
         del bene se, in un modo o nell’altro, essa non copre questa perdita specifica o non consente di ricostituire questo strumento
         dopo l’espropriazione (punti 18, 20, 23).
      
      138    Ebbene, non solo è discutibile l’analogia tracciata dalla ricorrente tra la situazione della Terni e quella che ha portato
         a detta sentenza, ossia l’espropriazione di terreni agricoli che ha danneggiato gli strumenti di produzione di un agricoltore
         e che poteva mettere in discussione la sua idoneità a proseguire la sua attività professionale, ma inoltre la sentenza della
         Corte EDU non contiene nessuna affermazione esplicita in merito all’«esigenza di prevedere somme nettamente superiori al valore
         integrale del bene espropriato».
      
      139    Infatti, questa sentenza si basa sul rapporto di proporzionalità che deve sussistere tra l’importo dell’indennizzo e il valore
         stimato del bene espropriato, motivazione incompatibile con il risultato dell’interpretazione dell’art. 6 del decreto n. 1165/63
         formulata dalla ricorrente, che è tale da condurre, in assenza di delimitazioni cronologiche, all’esistenza di un diritto
         illimitato o perpetuo a favore della tariffa Terni.
      
      140    Da tutto quanto sin qui esposto risulta che non si può ritenere che la proroga della tariffa Terni concessa nel 2005 mediante
         la misura controversa costituisse parte integrante dell’indennizzo dovuto alla Terni per l’espropriazione subita dalla medesima
         nel 1962. Quest’affermazione della ricorrente deriva piuttosto da un’estrapolazione della logica originaria seguita dal legislatore
         nazionale per l’indennizzo, basata su un’assimilazione della Terni a un autoproduttore virtuale. Essa mira a liberarsi dal
         vincolo cronologico stabilito per l’applicazione della tariffa Terni e finisce per snaturare i termini chiari e precisi dell’art. 6
         del decreto n. 1165/63.
      
      141    Pertanto, la Commissione ha agito giustamente quando, dopo aver precisato che indubbiamente la fornitura di energia elettrica
         a prezzi inferiori a quelli della tariffa normale applicata costituiva un chiaro vantaggio economico per i beneficiari, che
         vedevano ridotti i loro costi di produzione e rafforzata la propria posizione concorrenziale (punto 99 della decisione impugnata),
         ha concluso che la tariffa di favore concessa alle società ex-Terni a partire dal 1° gennaio 2005 costituiva un aiuto di Stato
         ai sensi dell’art. 87, n. 1, CE.
      
      142    Ne consegue che va respinto il motivo relativo alla violazione dell’art. 87, n. 1, CE.
      
       Sul motivo relativo ad una violazione di forme sostanziali e degli artt. 87 CE e 88 CE, per un errore manifesto nella valutazione
            dello studio economico presentato dalle autorità italiane 
       Sulla violazione di forme sostanziali
      –       Argomenti delle parti
      143    La ricorrente dichiara che, con lettera del 20 febbraio 2007, la Commissione avrebbe espressamente richiesto alla Repubblica
         italiana informazioni che potessero oggettivamente consentire il confronto tra il valore dei beni espropriati e il valore
         del beneficio generato dalla tariffa Terni dall’inizio di detto regime sino al 2010, procedendo a una attualizzazione dei
         valori in questione per rendere possibile il confronto. Essa sottolinea che, nella stessa lettera, la Commissione avrebbe
         precisato che le informazioni richieste erano «necessarie per poter giungere ad una conclusione riguardo ai casi in oggetto»,
         circostanza che avrebbe indotto sia le autorità italiane sia le società beneficiarie, nell’espressione dei diritti loro riconosciuti
         in quanto partecipanti al procedimento di indagine formale, a ritenere decisivo, ai fini della qualificazione della tariffa
         Terni come aiuto di Stato, il risultato dell’analisi comparativa richiesta. 
      
      144    In risposta a suddetta richiesta, nell’aprile 2007 le autorità italiane avrebbero presentato alla Commissione uno studio redatto,
         su richiesta delle società ex-Terni, da un consulente autorevole ed indipendente, operante nel settore dell’energia, nel quale
         si rivelerebbe che il valore complessivo del vantaggio procurato dalla tariffa Terni risulterebbe inferiore al valore contabile
         (attualizzato al 2006) dei beni espropriati per effetto della nazionalizzazione, con conseguente assenza di una sovracompensazione.
      
      145    Ebbene, nella decisione impugnata la Commissione sosterrebbe, in modo improvvisato e «strumentale», che lo studio sarebbe
         assolutamente irrilevante, ritenendo che un’analisi della congruità del meccanismo risarcitorio possa essere effettuata solo
         al momento dell’esproprio (ex ante) e non successivamente (ex post). 
      
      146    La decisione impugnata sarebbe stata adottata in condizioni che avrebbero impedito alla ricorrente il pieno esercizio dei
         suoi diritti della difesa e la partecipazione al procedimento in merito alla questione che avrebbe costituito l’oggetto del
         medesimo. Infatti, non comunicando alla ricorrente il cambiamento radicale della sua valutazione durante il procedimento,
         la Commissione avrebbe sviato l’attenzione della ricorrente, portandola su aspetti che essa avrebbe finito per giudicare assolutamente
         ininfluenti nella decisione impugnata. Ciò avrebbe determinato una grave violazione del principio del contraddittorio, che
         rappresenterebbe la garanzia primaria e inderogabile di ogni azione amministrativa, anche a livello comunitario. Nessun procedimento
         amministrativo potrebbe esimersi dal rispetto del fondamentale principio dei diritti della difesa dei privati che partecipino
         a un siffatto procedimento. 
      
      147    La giurisprudenza citata dalla Commissione nelle sue memorie si fonderebbe su una lettura imperfetta dell’art. 20 del regolamento
         n. 659/1999 e non terrebbe conto dell’art. 88, n. 2, CE, che istituirebbe un procedimento basato sul contraddittorio, in quanto
         la Commissione dovrebbe intimare «agli interessati di presentare le loro osservazioni». 
      
      148    La ricorrente sostiene che sarebbe di palmare evidenza che lo Stato membro non è certamente l’unico soggetto interessato da
         un provvedimento che dichiari l’incompatibilità di una misura di aiuto ai sensi dell’art. 87 CE. Al contrario, sia il beneficiario
         dell’aiuto sia le imprese concorrenti di quest’ultimo, nella veste di soggetti «interessati», sarebbero direttamente esposti
         al potere di accertamento di cui l’amministrazione comunitaria è titolare ed al connesso potere di ordinare il recupero degli
         aiuti illegittimi, motivo per cui essi sarebbero legittimati ad agire avverso una decisione negativa della Commissione. I
         diritti della difesa sarebbero quindi collegati agli atti amministrativi sfavorevoli per tutti i destinatari (cioè, sia lo
         Stato sia i terzi esclusi dal beneficio censurato dalla Commissione) e tale situazione di sfavore dovrebbe considerarsi il
         presupposto per l’applicazione del principio del contraddittorio rispetto a tutti i destinatari.
      
      149    La giurisprudenza citata dalla Commissione riconoscerebbe, quanto meno, che il «diritto [dei soggetti interessati diversi
         dallo Stato membro] di essere associati al procedimento amministrativo [dev’essere assicurato] in misura adeguata tenuto conto
         delle circostanze del caso di specie». Ebbene, nella presente fattispecie, uno dei punti determinanti per decidere sulla compatibilità
         della tariffa Terni con la normativa comunitaria sugli aiuti di Stato avrebbe implicato una valutazione della situazione economica
         e finanziaria delle società ex-Terni al tempo dell’espropriazione disposta dalla legge n. 1643/62. Secondo la ricorrente,
         questo punto sarebbe stato determinante sia ove la risoluzione del caso dipendesse dalla comparazione tra il valore attualizzato
         dei beni espropriati alla Terni e il valore attualizzato della tariffa Terni sino al 31 dicembre 2010, sia ove il punto controverso
         vertesse esclusivamente sulla possibilità di considerare la recente proroga di detta tariffa quale un ulteriore indennizzo
         per l’eccezionale espropriazione subita dalla Terni. 
      
      150    Infine, la ricorrente sostiene che, anche a prescindere da quanto sinora esposto, la Commissione avrebbe commesso comunque
         una grave violazione delle forme sostanziali durante il procedimento di indagine formale sia con riferimento alla ricorrente
         medesima, sia con riferimento alla Repubblica italiana. Anche volendo aderire ad una visione restrittiva dei diritti della
         difesa spettanti alla ricorrente, la decisione impugnata sarebbe comunque illegittima perché irrimediabilmente inficiata dal
         vizio di contraddittorietà tra attività istruttoria, motivazione e contenuto deliberativo della stessa decisione. Invero,
         ai soggetti coinvolti nel procedimento sarebbero state negate le adeguate garanzie di contraddittorio nei confronti dell’organo
         procedente rispetto a quello che successivamente si sarebbe rivelato un punto decisivo posto a base della decisione impugnata.
         Tale mancanza avrebbe reso di fatto inutile l’articolata risposta della Repubblica italiana ai quesiti proposti dalla Commissione
         con la lettera del 20 febbraio 2007.
      
      151    La Commissione replica che, in base ad una consolidata giurisprudenza, nell’ambito di un procedimento di controllo degli aiuti
         pubblici, i beneficiari dell’aiuto non hanno diritto a un confronto in contraddittorio con essa, dal momento che i medesimi
         non godono di propri diritti della difesa e non possono avvalersi di quelli dello Stato nei confronti del quale il procedimento
         è stato avviato.
      
      152    In via ultronea, la Commissione osserva che nessuna violazione del principio del contraddittorio o dei diritti della difesa
         della Repubblica italiana potrebbe esserle addebitata nel caso in esame. Essa afferma di non aver mai dichiarato, durante
         il procedimento, a detto Stato membro che avrebbe valutato la congruità ex post della tariffa Terni senza considerare se la
         proroga di tale tariffa prevista dalla misura controversa potesse essere giustificata a titolo di indennizzo per l’espropriazione
         subita dalla Terni nel 1962. Ciò del resto sarebbe dimostrato dal fatto che le autorità italiane e le società ex-Terni, nel
         corso del procedimento, avrebbero effettivamente dedotto argomenti volti a dimostrare che detta proroga dovesse essere considerata
         parte integrante del criterio previsto ex ante dal decreto n. 1165/63 per indennizzare la Terni. 
      
      153    La Commissione sottolinea che, sebbene lo studio prodotto dalle autorità italiane sia stato ritenuto irrilevante, essa lo
         ha comunque esaminato nel merito, concludendo che la metodologia su cui questo si basava era imprecisa e/o scorretta. Essa
         aggiunge che, affermando che «la decisione [impugnata] sarebbe comunque illegittima perché irrimediabilmente inficiata dal
         vizio di contraddittorietà tra attività istruttoria, motivazione e contenuto deliberativo», la ricorrente solleverebbe un
         motivo nuovo di ricorso, che dovrebbe essere dichiarato irricevibile in forza dell’art. 48, n. 2, del regolamento di procedura.
      
      –       Giudizio del Tribunale
      154    Occorre ricordare che, con lettera datata 19 luglio 2006, la Commissione ha informato la Repubblica italiana della sua decisione
         di avviare il procedimento di cui all’art. 88, n. 2, CE e che, con la pubblicazione di detta decisione sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, essa ha invitato i terzi interessati a presentare le loro osservazioni sulla misura controversa.
      
      155    Con lettera datata 20 febbraio 2007, dopo aver constatato che altre informazioni erano «necessarie (…) per poter giungere
         ad una conclusione», la Commissione ha chiesto alla Repubblica italiana di fornirle, in particolare, alcune notizie che consentissero
         di comparare oggettivamente il valore dei beni espropriati con quello del vantaggio procurato dalla tariffa Terni dall’inizio
         di questo regime sino al 2010, procedendo ad un’attualizzazione dei valori in questione. 
      
      156    In risposta a questa domanda, le autorità italiane hanno comunicato alla Commissione, nell’aprile 2007, uno studio realizzato,
         su richiesta delle società ex-Terni, da un consulente indipendente, che riporta che il valore totale del beneficio procurato
         dalla tariffa Terni è inferiore a quello contabile (attualizzato al 2006) dei beni espropriati in seguito alla nazionalizzazione
         e, pertanto, conclude nel senso di una mancanza di indennizzi eccessivi.
      
      157    Dai punti 82 e 83 della decisione impugnata si evince che la Commissione ha ritenuto, in via principale, che questo studio
         fosse irrilevante, poiché tutta l’analisi dell’adeguatezza del meccanismo di indennizzo doveva necessariamente essere sviluppata
         ex ante, ossia al momento dell’espropriazione. Conformemente a questa posizione, la Commissione ha concluso che, sino alla
         scadenza dell’iniziale misura tariffaria compensativa, e unicamente sino a tale data, i beneficiari non avevano goduto di
         nessun vantaggio; questa conclusione non poteva essere rimessa in questione con calcoli di profitti e perdite, soprattutto
         realizzati a posteriori.
      
      158    La Commissione, in subordine, ha esaminato nel merito lo studio prodotto dalle autorità italiane, concludendo che il metodo
         sul quale esso si basava fosse impreciso e scorretto, in quanto esso sottostimava sistematicamente il beneficio attribuito
         alle società ex-Terni e sopravvalutava verosimilmente il valore dei beni espropriati (punti 87‑90 della decisione impugnata).
      
      159    In primo luogo, la ricorrente afferma che la decisione impugnata sarebbe stata adottata in condizioni tali da impedirle di
         esercitare i suoi diritti della difesa e di partecipare «al procedimento in relazione alla questione in esame». Dopo aver
         ottenuto uno studio contenente la richiesta analisi comparativa, la Commissione, in modo improvvisato e senza informarla,
         avrebbe giudicato questo studio del tutto irrilevante. Non comunicandole la modifica, durante il procedimento, della sua valutazione
         in merito alle informazioni richieste nella lettera datata 20 febbraio 2007 e, pertanto, della misura controversa, la Commissione
         non avrebbe posto la ricorrente in condizioni di contestare, in sede di procedimento di indagine formale, la posizione dell’istituzione
         in merito all’illegittimità della proroga della tariffa Terni alla luce della normativa in materia di aiuti di Stato. 
      
      160    Questo argomento non può essere accolto.
      
      161    Per quanto concerne la presunta violazione dei diritti della difesa, da una giurisprudenza consolidata discende che il procedimento
         di controllo degli aiuti di Stato, tenuto conto della sua economia generale, è un procedimento avviato nei confronti dello
         Stato membro responsabile, alla luce dei suoi obblighi comunitari, della concessione dell’aiuto (sentenze della Corte 10 luglio
         1986, causa 234/84, Belgio/Commissione, Racc. pag. 2263, punto 29, e 24 settembre 2002, cause riunite C‑74/00 P e C‑75/00 P,
         Falck e Acciaierie di Bolzano/Commissione, Racc. pag. I‑7869, punto 81).
      
      162    Nell’ambito di detto procedimento, gli interessati diversi dallo Stato membro responsabile della concessione dell’aiuto non
         hanno pertanto diritto essi stessi a un dibattito in contraddittorio con la Commissione, quale quello previsto in favore di
         detto Stato (sentenze della Corte 2 aprile 1998, causa C‑367/95 P, Commissione/Sytraval e Brink’s France, Racc. pag. I‑1719,
         punto 59, e Falck e Acciaierie di Bolzano/Commissione, citata nel precedente punto 161, punto 82). Essi hanno essenzialmente
         il ruolo di fonti di informazione per la Commissione (sentenze del Tribunale 22 ottobre 1996, causa T‑266/94, Skibsværftsforeningen
         e a./Commissione, Racc. pag. II‑1399, punto 256, e 25 giugno 1998, cause riunite T‑371/94 e T‑394/94, British Airways e a./Commissione,
         Racc. pag. II‑2405, punto 59).
      
      163    A tale riguardo, nessuna disposizione del procedimento di controllo degli aiuti di Stato riserva un ruolo particolare, tra
         gli interessati, al beneficiario dell’aiuto. Del resto, occorre ricordare che il procedimento di controllo degli aiuti di
         Stato non è un procedimento avviato «a carico del» beneficiario degli aiuti, circostanza che implicherebbe che quest’ultimo
         possa far valere diritti ampi tanto quanto i diritti della difesa come tali (sentenza Falck e Acciaierie di Bolzano/Commissione,
         citata nel precedente punto 161, punto 83, e sentenza del Tribunale 8 luglio 2004, causa T‑198/01, Technische Glaswerke Ilmenau/Commissione,
         Racc. pag. II‑2717, punto 193).
      
      164    La ricorrente asserisce che la citata giurisprudenza si fonderebbe su una lettura approssimativa dell’art. 20 del regolamento
         n. 659/1999 e non terrebbe conto dell’art. 88, n. 2, CE, che prevede l’instaurazione del contraddittorio in quanto la Commissione
         dovrebbe intimare «agli interessati di presentare le loro osservazioni».
      
      165    Basta constatare che la giurisprudenza in questione ha proprio lo scopo di interpretare l’art. 88, n. 2, CE nonché gli artt. 6
         e 20 del regolamento n. 659/1999, i quali prevedono il diritto degli interessati di presentare osservazioni durante il procedimento
         di indagine formale.
      
      166    Peraltro, contrariamente a quanto affermato dalla ricorrente, quest’ultima non può essere considerata la destinataria della
         decisione impugnata, malgrado la medesima dichiari incompatibile l’aiuto da essa ricevuto. Le decisioni adottate dalla Commissione
         in materia di aiuti di Stato hanno per soli e unici destinatari gli Stati membri interessati (v. art. 25 del regolamento n. 659/1999
         e sentenza Commissione/Sytraval e Brink’s France, citata nel precedente punto 162, punto 45).
      
      167    In questo contesto occorre rilevare che i principi generali del diritto, quali quelli del diritto al contraddittorio o quello
         del buon andamento dell’amministrazione, richiamati dalla ricorrente, non possono consentire al giudice comunitario di estendere
         i diritti procedurali attribuiti agli interessati, nell’ambito dei procedimenti di controllo degli aiuti di Stato, dal Trattato
         e dal diritto derivato (sentenza Technische Glaswerke Ilmenau/Commissione, citata nel precedente punto 163, punto 194). Nemmeno
         la circostanza che la ricorrente sia legittimata ad agire avverso la decisione impugnata lo consente.
      
      168    Infine, è stato dichiarato che non risulta da nessuna disposizione relativa agli aiuti di Stato né dalla giurisprudenza che
         la Commissione sia obbligata a sentire il beneficiario di risorse statali in merito alla valutazione in diritto che essa fa
         della misura controversa o che sia tenuta ad informare lo Stato membro interessato – e, a fortiori, il beneficiario dell’aiuto
         – della propria posizione prima di adottare la propria decisione, una volta che gli interessati e lo Stato membro sono stati
         posti in grado di presentare le loro osservazioni (sentenza Technische Glaswerke Ilmenau/Commissione, citata nel precedente
         punto 163, punto 198).
      
      169    Ad ogni modo, è importante sottolineare che la ricorrente è stata invitata a presentare osservazioni e che essa ha fatto uso
         di tale facoltà, sottoponendo osservazioni particolareggiate alla Commissione. 
      
      170    Essa ha affermato che la tariffa Terni rappresentava il legittimo compenso cui la Terni aveva diritto in seguito all’espropriazione
         dei suoi beni e che detta tariffa non poteva quindi essere qualificata come aiuto di Stato. Essa ha ripercorso la storia di
         tale tariffa, sottolineando che tutte le proroghe della medesima al di là del 1991 coincidevano con il rinnovo generale delle
         concessioni idroelettriche a favore di altri produttori e quindi si conformavano al principio secondo il quale non doveva
         esistere discriminazione tra la Terni e gli altri autoproduttori, che non erano stati espropriati e che potevano quindi continuare
         a produrre e a consumare energia elettrica a basso costo (punti 43 e 44 della decisione impugnata).
      
      171    Nel corso del procedimento di indagine formale, la ricorrente ha dedotto pertanto argomenti volti a dimostrare che la proroga
         della tariffa Terni dovesse essere considerata parte integrante del criterio previsto ex ante dall’art. 6 del decreto n. 1165/63
         per indennizzare la Terni.
      
      172    Ebbene, è proprio su questo punto che la Commissione si è pronunciata, in via principale, concludendo che la misura controversa
         costituiva un aiuto di Stato ai sensi dell’art. 87, n. 1, CE. Di conseguenza, è a torto che la ricorrente sostiene che la
         Commissione le avrebbe impedito di partecipare «al procedimento in relazione alla questione in esame» o che essa sarebbe stata
         «irragionevolmente esclus[a] dal diritto di contraddire la posizione della amministrazione comunitaria circa l’illegittimità
         della proroga della Tariffa compensativa alla luce della normativa sugli aiuti di Stato».
      
      173    Occorre poi rilevare che l’asserzione della ricorrente, secondo la quale la Commissione avrebbe radicalmente modificato, nel
         corso del procedimento, la sua valutazione in merito alle informazioni richieste con la lettera del 20 febbraio 2007 e, pertanto,
         in merito alla misura controversa, travisa lo scopo del procedimento di indagine formale e compie una lettura abusiva dei
         termini della richiesta di informazioni del 20 febbraio 2007.
      
      174    La Commissione ha ritenuto effettivamente necessario raccogliere informazioni riguardanti il valore contabile dei beni ceduti
         allo Stato al momento della nazionalizzazione. Tuttavia, non si trattava dell’unico oggetto della domanda di informazioni
         contenuta nella lettera del 20 febbraio 2007 e la formulazione secondo cui le informazioni richieste fossero necessarie «per
         poter giungere ad una conclusione» riguardo al caso in esame dev’essere collocata nel contesto del procedimento di indagine
         formale e dei suoi obiettivi, consistenti nel consentire agli interessati di esporre le loro ragioni e alla Commissione d’essere
         completamente illuminata sul complesso dei dati del problema prima di adottare la propria decisione (v., in tal senso, sentenza
         della Corte 20 marzo 1984, causa 84/82, Germania/Commissione, Racc. pag. 1451, punto 13).
      
      175    Il procedimento di indagine formale non può avere una portata diversa da quella ora descritta, e segnatamente non quella di
         decidere irrevocabilmente, ancor prima dell’adozione della decisione definitiva, su determinati elementi del caso.
      
      176    Dalla lettera del 20 febbraio 2007 non si può dedurre, come afferma la ricorrente, che la Commissione avesse considerato «decisiva,
         ai fini della qualificazione della tariffa compensativa come aiuto di Stato, la dimostrazione che il valore (attualizzato)
         di tale compensazione fosse uguale o inferiore al valore dei beni espropriati». Quest’affermazione è il frutto di una lettura
         errata dei termini di detta lettera.
      
      177    Ad ogni modo, la Commissione non ha mai dichiarato alle autorità italiane, né alle società ex-Terni, che essa avrebbe valutato
         il carattere adeguato ex post della tariffa Terni senza esaminare se la proroga di detta tariffa, prevista dalla misura controversa,
         potesse essere giustificata a titolo dell’indennizzo per l’esproprio subito dalla Terni nel 1962.
      
      178    Dalle considerazioni che precedono consegue che la censura che deduce una violazione dei diritti della difesa della ricorrente
         va respinta.
      
      179    In secondo luogo, la ricorrente sostiene che, anche ammettendo (quod non) una visione restrittiva dei diritti della difesa
         degli interessati nell’ambito del procedimento avviato in applicazione del regolamento n. 659/1999, la decisione impugnata
         sarebbe comunque illegittima, poiché irrimediabilmente inficiata dal vizio di contraddittorietà tra l’istruttoria, la motivazione
         ed il dispositivo della decisione.
      
      180    La Commissione chiede che questa censura venga dichiarata irricevibile, lamentando una violazione dell’art. 48, n. 2, del
         regolamento di procedura, il quale prevede che è vietata la deduzione di motivi nuovi in corso di causa, a meno che essi non
         si basino su elementi di diritto e di fatto emersi durante il procedimento. 
      
      181    Tuttavia, occorre osservare che detta censura non può essere considerata nuova, nel senso che essa era già menzionata nell’atto
         introduttivo. Di conseguenza, va respinta l’eccezione d’irricevibilità della Commissione.
      
      182    Resta il fatto che la portata esatta della censura risulta difficile da comprendere, dal momento che la semplice denuncia
         di un «vizio [irrimediabile] di contraddittorietà tra l’istruttoria, la motivazione ed il dispositivo della decisione» non
         consente di individuare una precisa illegittimità, in termini di un’eventuale violazione da parte della Commissione di una
         disposizione della normativa o di un principio generale dell’ordinamento dell’Unione.
      
      183    In sede di replica, la formulazione della censura è seguita dalla seguente spiegazione: «Invero, ai soggetti coinvolti nel
         procedimento sono state negate le adeguate garanzie di contraddittorio nei confronti dell’organo procedente (la Commissione)
         rispetto a quello che successivamente si sarebbe rivelato un punto decisivo posto a base della decisione». Quest’argomento
         evidenzia che la censura in questione non differisce da quella relativa alla violazione dei diritti della difesa della ricorrente,
         respinta come illustrato nel precedente punto 178. 
      
      184    In ultimo, occorre rilevare che, nella replica, si afferma che «la Commissione ha comunque commesso una grave violazione di
         forme procedurali essenziali durante il procedimento di indagine formale sia con riferimento allo Stato italiano sia con riferimento
         alla ricorrente, entrambi irragionevolmente esclusi dal diritto di contraddire la posizione della amministrazione (…) circa
         l’illegittimità della proroga della Tariffa compensativa alla luce della normativa sugli aiuti di Stato».
      
      185    Se la ricorrente ha voluto sollevare con ciò una censura relativa alla violazione dei diritti della difesa della Repubblica
         italiana, detta censura dev’essere dichiarata irricevibile e, in ogni caso, infondata. 
      
      186    Infatti, si deve ricordare che la violazione dei diritti della difesa costituisce un’illegittimità per sua natura soggettiva
         (v. sentenza del Tribunale 8 luglio 2004, cause riunite T‑67/00, T‑68/00, T‑71/00 e T‑78/00, JFE Engineering e a./Commissione,
         Racc. pag. II‑2501, punto 425, e giurisprudenza ivi citata), che dev’essere pertanto invocata dallo stesso Stato membro interessato
         (v., in questo senso, sentenza Technische Glaswerke Ilmenau/Commissione, citata nel precedente punto 163, punto 203).
      
      187    Pertanto, è irricevibile la censura della ricorrente, che deduce la violazione dei diritti della difesa dello Stato membro
         interessato, nel caso di specie la Repubblica italiana.
      
      188    Anche ipotizzando che tale censura fosse ricevibile, essa non potrebbe essere giudicata fondata.
      
      189    Secondo una costante giurisprudenza, il principio del rispetto dei diritti della difesa esige che lo Stato membro in causa
         sia posto in grado di far conoscere proficuamente la sua posizione sulle osservazioni presentate da terzi interessati in conformità
         all’art. 88, n. 2, CE, e sulle quali la Commissione intenda fondare la propria decisione. Nel caso in cui lo Stato membro
         non sia stato posto in condizioni di commentare tali osservazioni, la Commissione non può tenerne conto nella sua decisione
         contro tale Stato. Ciononostante, perché una siffatta violazione dei diritti della difesa comporti un annullamento, occorre
         che, in mancanza di tale irregolarità, il procedimento potesse condurre ad un risultato differente (sentenze della Corte 11
         novembre 1987, causa 259/85, Francia/Commissione, Racc. pag. 4393, punti 12 e 13, e 14 febbraio 1990, causa C‑301/87, Francia/Commissione,
         Racc. pag. I‑307, punti 29‑31).
      
      190    Nel caso di specie, basta constatare che la Commissione non è assolutamente accusata di aver basato la decisione impugnata
         sulle osservazioni di terzi interessati, in merito alle quali la Repubblica italiana non abbia potuto chiarire la propria
         posizione. Conformemente a quanto prescritto dall’art. 88, n. 2, CE, e dall’art. 6, n. 2, del regolamento n. 659/1999, la
         Repubblica italiana è stata invitata a presentare le sue osservazioni nella decisione di apertura del procedimento e sono
         state comunicate alla medesima le osservazioni formulate in tale contesto dagli interessati, con conseguente reazione da parte
         sua formulata con la lettera del 22 dicembre 2006 (punto 6 della decisione impugnata).
      
      191    La ricorrente asserisce che, non informando la Repubblica italiana del mutamento radicale, nel corso del procedimento, in
         merito alla sua valutazione delle informazioni richieste con la lettera del 20 febbraio 2007 e, pertanto, della misura controversa,
         la Commissione non avrebbe messo la Repubblica italiana, e la ricorrente stessa, in condizioni di contestare, nel corso del
         procedimento di indagine formale, la posizione della Commissione in merito all’illegittimità della proroga della tariffa Terni
         in relazione alla normativa concernente gli aiuti di Stato.
      
      192    È importante sottolineare che, nelle sue osservazioni depositate presso la Commissione nel corso del procedimento di indagine
         formale, la Repubblica italiana ha dichiarato che né l’accordo tariffario iniziale – indennizzo legittimo della Terni a fronte
         dell’espropriazione dei suoi beni – né le sue proroghe ulteriori costituivano aiuti di Stato. A sostegno di questa tesi, essa
         ha citato diverse sentenze della Corte, ai sensi delle quali determinate forme di indennizzo concesse alle imprese non costituiscono
         un aiuto, segnatamente nelle ipotesi di risarcimento e di servizi di interesse economico generale (punto 58 della decisione
         impugnata).
      
      193    Il punto 59 della decisione impugnata precisa parimenti quanto segue:
      
      «Per quanto riguarda l’autorizzazione a titolo di aiuto di Stato della tariffa Terni, [la Repubblica italiana] sottolinea
         che la legge [n.] 9/1991, che dispone la prima proroga della tariffa, era stata debitamente notificata alla Commissione e
         da essa approvata. Le successive proroghe della tariffa, che sono concomitanti con le proroghe delle concessioni idroelettriche
         a favore di produttori idroelettrici, seguono la stessa logica, che non è mai stata contestata dalla Commissione. Pertanto,
         secondo [la Repubblica italiana], la tariffa Terni dovrebbe essere considerata come una misura esistente non avente natura
         di aiuto».
      
      194    Pertanto, la Repubblica italiana ha chiaramente illustrato, nel corso del procedimento di indagine formale, la sua posizione
         in merito alla natura di indennizzo della misura controversa.
      
      195    Inoltre, l’affermazione della ricorrente menzionata nel precedente punto 191 travisa lo scopo del procedimento di indagine
         formale ed è frutto di una lettura abusiva dei termini della richiesta di informazioni del 20 febbraio 2007, così come precedentemente
         rilevato. 
      
      196    Infine, occorre ricordare che non risulta da nessuna disposizione relativa agli aiuti di Stato né dalla giurisprudenza che
         la Commissione sia obbligata a sentire il beneficiario di risorse statali in merito alla valutazione in diritto che essa fa
         della misura controversa o che sia tenuta ad informare lo Stato membro interessato – e, a fortiori, il beneficiario dell’aiuto
         – della propria posizione prima di adottare la propria decisione, una volta che gli interessati e lo Stato membro sono stati
         posti in grado di presentare le loro osservazioni (sentenza Technische Glaswerke Ilmenau/Commissione, citata nel precedente
         punto 163, punto 198).
      
       Sull’errore manifesto di valutazione dello studio economico prodotto dalle autorità italiane 
      –       Argomenti delle parti
      197    La ricorrente rileva che la Commissione critica su due punti la validità dello studio prodotto dalle autorità italiane.
      
      198    In primo luogo, detto studio sopravvaluterebbe il valore degli impianti espropriati, in quanto non terrebbe in considerazione
         la circostanza per cui, al termine della concessione, gli impianti elettrici e i relativi accessori dovevano essere restituiti
         allo Stato.
      
      199    La ricorrente afferma che il calcolo del valore dei beni espropriati sulla base dei bilanci annuali della Terni sarebbe esattamente
         quello che era stato richiesto dalla Commissione e che i bilanci originali dell’epoca, certificati da notaio, sarebbero pienamente
         confacenti con la normativa societaria e fiscale allora applicabile, ivi compreso l’obbligo di «ammortizzare» proporzionalmente
         il valore dei beni societari sulla base della durata residua dell’eventuale concessione.
      
      200    A parte il fatto che l’argomento della Commissione si risolverebbe in un’inversione dell’onere della prova, esso non terrebbe
         conto della circostanza che, in assenza dell’espropriazione, la concessione idroelettrica di cui beneficiava la Terni avrebbe
         ricevuto ripetute estensioni complessivamente fino al 31 dicembre 2020, così come sarebbero state estese tutte le altre concessioni
         idroelettriche degli autoproduttori non espropriati.
      
      201    In secondo luogo, la ricorrente sostiene che, secondo la Commissione, lo studio in questione sottovaluterebbe il valore dei
         benefici procurati dalla tariffa Terni, in quanto, per calcolare detto vantaggio tariffario, sarebbe stato necessario mettere
         a confronto l’effettiva tariffa pagata dalla Terni con la tariffa normalmente pagata da un non-autoproduttore con un profilo
         di consumo analogo a quello della citata società.
      
      202    La ricorrente ribatte che la Terni e le sue aventi causa sarebbero state esonerate dal pagamento di alcune componenti tariffarie
         (tra cui il sovrapprezzo termico) sulla base di disposizioni legislative e regolamentari del tutto distinte dalla (e successive
         alla) legge n. 1643/62 e dal suo decreto di esecuzione, ancorché in coerenza con la logica di equiparazione agli autoproduttori
         che è a fondamento di detta legge. Rappresenterebbe dunque un errore pretendere che, ai fini della stima del beneficio ricevuto,
         la tariffa Terni dovesse essere confrontata con la «tariffa ordinaria» (inclusiva del sovrapprezzo termico) che un operatore
         non autoproduttore sarebbe chiamato a pagare. Il medesimo ragionamento sarebbe altresì applicabile al calcolo dei «benefici
         compensativi» ricevuti dalle società ex-Terni da parte della Cassa Conguaglio per il Settore elettrico nel periodo 2000‑2006.
      
      203    Secondo la ricorrente, da ciò discenderebbe la necessità di calcolare il beneficio in relazione al prezzo che comunque le
         società ex-Terni avrebbero dovuto pagare in base alle citate previsioni normative (ben distinte dalla tariffa Terni), e non
         in base al normale prezzo di mercato per l’energia elettrica, come pretenderebbe erroneamente la Commissione.
      
      204    La Commissione ricorda di aver esaminato nel merito lo studio prodotto dalle autorità italiane solo a titolo subordinato e
         che, se la sua valutazione dell’irrilevanza dello studio fosse confermata, gli argomenti fatti valere in questa seconda parte
         del presente motivo di ricorso diverrebbero comunque inoperanti.
      
      205    Essa sottolinea che la ricorrente non contesta l’osservazione, formulata nella prima parte del punto 90 della decisione impugnata,
         dov’è affermato che lo «studio considera semplicemente come valore contabile dei beni la differenza tra la voce “impianti
         e macchinari” che figura nel bilancio della (...) Terni nel 1962 (...) e la stessa voce nell’anno successivo», mentre non
         c’è «alcuna prova concreta che la differenza sia imputabile esclusivamente alla perdita della centrale idroelettrica». Tale
         obiezione sarebbe sufficiente per dimostrare la scarsa attendibilità dello studio, visto che questo non dimostrerebbe che
         la congruità dell’indennizzo sia stata esaminata con riferimento ai soli impianti idroelettrici espropriati.
      
      206    La Commissione ribadisce che lo studio presentato dalle autorità italiane non chiarirebbe se il valore degli impianti risultante
         dal bilancio del 1963 della Terni tenesse conto del fatto che allo scadere della concessione gran parte di tali impianti sarebbe
         passata allo Stato. L’ambiguità su tale fondamentale aspetto non sarebbe eliminata dall’osservazione formalistica della ricorrente,
         relativa alla portata di un bilancio certificato da un notaio. Per quanto concerne le affermazioni della ricorrente secondo
         la quale, in assenza dell’esproprio, la concessione idroelettrica della Terni sarebbe stata estesa fino al dicembre 2020,
         la Commissione sostiene che, per valutare il valore dei beni espropriati nel 1962, occorrerebbe fare riferimento alla situazione
         esistente al momento in cui è avvenuto l’esproprio, senza poter prendere in considerazione modifiche successive che, in assenza
         dell’esproprio, sarebbero potute intervenire successivamente e che la data del 2020 sarebbe comunque erronea, visto che la
         proroga delle concessioni idroelettriche al 2020, disposta dalla legge n. 266/05, sarebbe stata dichiarata costituzionalmente
         illegittima.
      
      207    Per quanto riguarda l’analisi comparativa delle tariffe, la Commissione asserisce che lo studio in questione incorrerebbe
         nell’errore di prendere come punto di riferimento il prezzo pagato da un autoproduttore (invece che il normale prezzo di mercato),
         senza tenere presente che il fatto di considerare la Terni come un autoproduttore virtuale fino al 1992 avrebbe fatto parte
         dell’indennizzo accordato a tale società. Se tale società fosse stata espropriata senza alcun indennizzo, essa non sarebbe
         stata equiparata ad un «autoproduttore virtuale» ed avrebbe dovuto pagare pertanto l’elettricità al normale prezzo di mercato
         (e non al prezzo pagato da un autoproduttore esente da talune componenti tariffarie). Pertanto, per valutare l’ammontare dell’indennizzo
         accordato alla Terni si dovrebbe valutare la differenza tra il prezzo di mercato (ossia il prezzo in assenza di indennizzo)
         e la tariffa concessa a tale società (equiparata ad un autoproduttore virtuale) a titolo di suo indennizzo.
      
      –       Giudizio del Tribunale
      208    Occorre ricordare che la Commissione ha esaminato nel merito lo studio in questione solo in via subordinata e che, in via
         principale, essa ha ritenuto che detto studio non fosse rilevante, in quanto qualsiasi analisi dell’adeguatezza del meccanismo
         di indennizzo doveva necessariamente essere sviluppata ex ante, ossia al momento dell’esproprio. Conformemente a questa tesi,
         la Commissione ha concluso che, sino alla scadenza dell’iniziale misura tariffaria compensativa, e unicamente sino a tale
         data, i beneficiari non avevano goduto di nessun vantaggio; questa conclusione non poteva essere rimessa in discussione da
         calcoli di profitti e perdite, soprattutto realizzati a posteriori (punti 82‑85 della decisione impugnata).
      
      209    La ricorrente non critica espressamente questa tesi della Commissione, relativa al carattere a priori irrilevante dello studio
         di cui trattasi, in relazione alla questione della qualificazione della misura controversa alla luce della normativa relativa
         agli aiuti di Stato. Nella cornice del secondo motivo d’annullamento, essa ha invocato soltanto un vizio di procedura, derivante
         da una presunta violazione dei suoi diritti della difesa.
      
      210    Viceversa, essa ha criticato la fondatezza della conclusione di tale tesi nell’ambito del motivo d’annullamento ricavato dalla
         violazione dell’art. 87, n. 1, CE. Ebbene, va ricordato che giustamente la Commissione ha ritenuto che la proroga della tariffa
         Terni, concessa nel 2005 mediante la misura controversa, non facesse parte integrante dell’indennizzo dovuto alla Terni a
         causa dell’esproprio subito dalla medesima nel 1962 e che essa ha concluso che la tariffa di favore concessa alle società
         ex-Terni a partire dal 1° gennaio 2005 costituiva un aiuto di Stato ai sensi dell’art. 87, n. 1, CE.
      
      211    Alla luce di ciò, il motivo ricavato da un errore manifesto di valutazione della Commissione in relazione allo studio economico
         prodotto dalle autorità italiane dev’essere respinto, in quanto ininfluente.
      
       Sul motivo relativo alla violazione dell’art. 88, n. 3, CE
       Argomenti delle parti
      212    La ricorrente sostiene che la decisione impugnata sarebbe illegittima per la parte in cui la Commissione afferma che la Repubblica
         italiana ha dato esecuzione alla misura controversa in violazione dell’art. 88, n. 3, CE e conseguentemente ordina a detto
         Stato di provvedere al recupero delle somme già erogate sulla base della legge n. 80/05.
      
      213    Essa rileva che la misura controversa non avrebbe abrogato la legge n. 9/91, che ha previsto la proroga della tariffa Terni
         fino al 31 dicembre 2007, con un meccanismo di riduzione progressiva dei quantitativi dal 2002 al 2007, ma l’avrebbe di fatto
         «superata», in quanto avrebbe congelato i quantitativi cui le imprese avevano diritto al 31 dicembre 2004, estendendo nel
         contempo l’ambito temporale di applicazione sino al 2010. Di conseguenza, in caso di illegittimità della misura controversa,
         le disposizioni della legge n. 9/91 continuerebbero ad essere applicabili fino alla loro naturale scadenza. Ebbene, secondo
         una logica prudenziale l’Autorità per l’energia elettrica e il gas (in prosieguo: l’«AEEG») avrebbe adottato una serie di
         deliberazioni, tra il 2005 e il 2006, affinché alla ricorrente e alle altre società ex‑Terni venissero erogate unicamente
         le somme della tariffa Terni spettanti sulla base del regime di cui alla legge n. 9/91, già sottoposta con esito positivo
         al vaglio della Commissione.
      
      214    Dalle lettere di pagamento ricevute dalla ricorrente nel periodo 2005‑2007 dalla Cassa Conguaglio per il Settore elettrico
         risulterebbe che i rimborsi relativi alla tariffa Terni siano sempre stati erogati, anche dopo l’entrata in vigore della legge
         n. 80/05, senza alcun riferimento a tale previsione normativa, il che dimostrerebbe che la mancata corresponsione delle somme
         previste dalla misura controversa a vantaggio della ricorrente sarebbe il frutto della volontà delle autorità italiane di
         assicurare il rispetto dell’obbligo di sospensione di cui all’art. 88, n. 3, CE. La ricorrente sostiene di non aver ricevuto
         di conseguenza, né durante né dopo il procedimento sfociato nell’adozione della decisione impugnata, nessuna somma a titolo
         della componente tariffaria prorogata dalla misura controversa, mentre le somme riscosse le sarebbero pervenute unicamente
         in applicazione della legge n. 9/91.
      
      215    La ricorrente afferma che la Commissione sarebbe stata a conoscenza del fatto che gli importi che la ricorrente ha ricevuto
         sino al 2007 le sarebbero stati corrisposti a titolo di anticipazione delle somme dovute ai sensi della legge n. 9/91, come
         emergerebbe dai punti 33‑35 e 162 della decisione impugnata. L’asserzione della Commissione, secondo cui tale circostanza
         non potrebbe inficiare la validità della decisione impugnata e riguarderebbe unicamente l’esecuzione della medesima, sarebbe
         palesemente erronea. Non potrebbe certamente negarsi che, in assenza di effettiva esecuzione della misura controversa ai sensi
         dell’art. 88, n. 3, CE, decadano i presupposti fondamentali per la declaratoria di illegittimità dell’aiuto e per il conseguente
         ordine allo Stato di recuperare lo stesso.
      
      216    Inoltre, la tesi della Commissione, volta a identificare il presupposto della violazione dell’obbligo di sospendere la concessione
         dell’aiuto con la mera pubblicazione o con la semplice entrata in vigore della misura controversa, non solo urterebbe con
         il significato letterale dell’art. 88, n. 3, CE, ma si porrebbe in contrasto con la ratio e con l’efficacia pratica di quel
         divieto.
      
      217    Le disposizioni di cui all’art. 88, nn. 2 e 3, CE, avrebbero il precipuo scopo di evitare una possibile alterazione della
         concorrenza nel mercato interno a causa del vantaggio di cui il beneficiario dell’aiuto verrebbe ad usufruire, a discapito
         dei propri concorrenti, in attesa che la Commissione decida sulla compatibilità di questo aiuto con il mercato comune. L’obbligo
         di sospensione sarebbe posto a garanzia dell’effettiva parità di trattamento tra gli operatori, dato che un’impresa sarebbe
         avvantaggiata solo nel momento in cui lo Stato desse attuazione ad un aiuto prima che la Commissione ne abbia valutato la
         compatibilità con il mercato comune. Nel caso di specie, non avendo potuto beneficiare delle somme contemplate nella misura
         controversa, la ricorrente non avrebbe usufruito di nessun vantaggio rispetto ai suoi concorrenti e non si sarebbe verificata
         nessuna alterazione dell’assetto concorrenziale nel mercato comune.
      
      218    La Commissione osserva che la ricorrente non negherebbe che la proroga della tariffa Terni prevista dalla misura controversa
         sia entrata in vigore senza essere stata preventivamente notificata, contrariamente a quanto prescritto dall’art. 88, n. 3,
         CE, e riconoscerebbe persino che l’AEEG abbia adottato specifiche misure di esecuzione relative alle componenti compensative
         corrispondenti alla tariffa Terni, autorizzandone il pagamento a condizione che le imprese beneficiarie presentassero una
         specifica garanzia. Alla luce di ciò, ed anche ammettendo che le somme previste dalla misura controversa non le siano state
         corrisposte, non verrebbe comunque meno il fatto che detta misura sia stata posta in esecuzione in violazione dell’obbligo
         di notifica preventiva di cui al citato articolo.
      
      219    Contrariamente a quanto affermato dalla ricorrente, tale posizione della Commissione sarebbe pienamente coerente con il testo
         e la logica dell’art. 88, n. 3, CE. Una volta entrato in vigore, un regime di aiuti quale quello oggetto della misura controversa
         non potrebbe più essere qualificato come un semplice «progetto» diretto ad istituire aiuti ai sensi di detto articolo. In
         una tale situazione, sarebbe assurdo infatti, e contrario alla logica del sistema di controllo preventivo degli aiuti di Stato,
         pensare che la Commissione possa constatare una violazione dell’art. 88, n. 3, CE solo dopo aver verificato, per ciascun beneficiario,
         l’effettiva fruizione dei vantaggi conferiti dal regime in questione.
      
      220    Dalla giurisprudenza si evincerebbe che la circostanza che la ricorrente non abbia percepito le somme previste dalla misura
         controversa debba essere valutata nell’ambito dell’esecuzione della decisione impugnata e non possa incidere sulla legittimità
         della stessa.
      
      221    La Commissione sottolinea che, nel corso del procedimento amministrativo, nessuno avrebbe sostenuto che, nonostante l’entrata
         in vigore della misura controversa, la ricorrente non abbia fruito dei relativi vantaggi; tale circostanza spiegherebbe la
         menzione, nella decisione impugnata, dell’illegittima concessione dell’aiuto in violazione dell’art. 88, n. 3, CE, e l’ordine
         di recupero, accompagnato tuttavia dalla necessaria verifica, nella fase di esecuzione della decisione impugnata, dell’effettiva
         entità dell’aiuto percepito dai diversi beneficiari. Essa ricorda che, secondo una consolidata giurisprudenza, non si potrebbe
         rimproverare alla Commissione di non aver tenuto conto di eventuali elementi di fatto o di diritto che sarebbe stato possibile
         presentarle nel corso del procedimento amministrativo, senza che però lo si sia fatto, non avendo la Commissione l’obbligo
         di verificare d’ufficio e in via presuntiva quali elementi potessero venirle sottoposti.
      
      222    Infine, essa rileva che la ricorrente non avrebbe affatto dimostrato di non aver fruito dei vantaggi conferitile dalla misura
         controversa e che, dai dati forniti dalle autorità italiane in seguito all’adozione della decisione impugnata, emergerebbe
         al contrario che, nel loro insieme, le società ex-Terni avrebbero beneficiato della proroga della tariffa Terni, ottenendo
         rimborsi ben superiori a quelli previsti dalla legge n. 9/91.
      
       Giudizio del Tribunale
      223    Dai punti 118-132 della decisione impugnata risulta che la Commissione ha ritenuto che la misura controversa dovesse essere
         considerata un aiuto nuovo a partire dal 1° gennaio 2005 e che detto aiuto fosse illegittimo, dato che la Repubblica italiana
         non ha notificato l’art. 11, comma 11, della legge n. 80/05.
      
      224    Dopo aver constatato che l’aiuto in questione non poteva godere di nessuna delle deroghe previste dall’art. 87 CE ed aver
         dichiarato la seconda proroga della tariffa Terni incompatibile con il mercato comune (punto 147 della decisione impugnata),
         la Commissione ha dichiarato che tutti gli importi di aiuto incompatibile ricevuti dalla ricorrente, dalla Cementir e dalla
         Nuova Terni Industrie Chimiche in virtù dell’art. 11, comma 11, della legge n. 80/05, e riferibili al periodo a decorrere
         dal 1° gennaio 2005, dovevano essere recuperati, con gli interessi (punto 160 della decisione impugnata).
      
      225    Nei punti 161 e 162 della decisione impugnata, la Commissione ha precisato inoltre quanto segue:
      
      «(161) Va ribadito, in tale contesto, che il recupero si prefigge di ripristinare la situazione concorrenziale del beneficiario antecedente
         la concessione dell’aiuto incompatibile. Nello stabilire quale fosse la situazione concorrenziale delle società ex-Terni prima
         dell’applicazione della legge si deve tener conto dell’esistenza della misura di aiuto esistente disposta dalla legge [n.]
         9/1991, che era stata autorizzata fino al 2007.
      
      (162)          Pertanto, la Commissione ritiene che gli importi residui di aiuto cui i beneficiari avrebbero avuto diritto in virtù della
         legge [n.] 9/1991 nel 2005, 2006 e 2007 qualora la legge [n.] 80/2005 non fosse stata applicata possono essere dedotti dalle
         somme da recuperare, qualora [la Repubblica italiana] ritenga che i beneficiari vi abbiano diritto in base alla legge nazionale».
      
      226    La ricorrente sostiene che, in assenza di effettiva esecuzione della misura controversa ai sensi dell’art. 88, n. 3, CE, decadrebbero
         i presupposti fondamentali per la declaratoria d’illegittimità dell’aiuto e per ordinare allo Stato il recupero dello stesso.
         Ebbene, la ricorrente non avrebbe percepito nessun importo a titolo della componente tariffaria prorogata dalla misura controversa,
         dato che il denaro riscosso sino al 2007 sarebbe stato versato unicamente a titolo di acconto sugli importi dovuti in esecuzione
         della legge n. 9/91, convalidata dalla Commissione. In mancanza di violazione dell’obbligo di previa notifica e dell’esistenza
         di un qualsivoglia importo da recuperare, la Commissione avrebbe violato l’art. 88, n. 3, CE, dichiarando l’aiuto illegittimo
         e ordinandone, di conseguenza, il recupero.
      
      227    Questo argomento non può essere accolto.
      
      228    Occorre ricordare che, per quanto riguarda gli aiuti nuovi che gli Stati membri abbiano intenzione di istituire, è stabilito
         un procedimento preventivo senza il quale nessun aiuto può essere considerato regolarmente istituito (sentenze della Corte
         9 agosto 1994, causa C‑44/93, Namur-Les assurances du crédit, Racc. pag. I‑3829, punto 12, e Commissione/Sytraval e Brink’s
         France, citata nel precedente punto 162, punto 35).
      
      229    Conformemente all’art. 88, n. 3, CE ed agli artt. 2 e 3 del regolamento n. 659/1999, qualsiasi progetto di concessione o di
         modifica di un aiuto dev’essere notificato alla Commissione, né può essere data esecuzione al medesimo prima che la Commissione
         non abbia dato il suo accordo, tacitamente o espressamente.
      
      230    Gli Stati membri devono rispettare pertanto due obblighi, inscindibili, ossia quello di preventiva notificazione dei progetti
         di aiuto e quello consistente nel differire l’esecuzione di detti progetti sino a quando la Commissione non si sia pronunciata
         sulla compatibilità della misura con il mercato comune.
      
      231    Ai sensi dell’art. 1, lett. f), del regolamento n. 659/1999, costituiscono aiuti illegali i «nuovi aiuti attuati in violazione
         dell’articolo [88], paragrafo 3, del trattato», ossia quelli concessi senza averli notificati preliminarmente alla Commissione
         o, se notificati, concessi prima che la Commissione si sia pronunciata nei termini stabiliti.
      
      232    Nel caso di specie, è pacifico che la seconda proroga della tariffa Terni è contenuta non in un disegno di legge, bensì nell’art. 11,
         comma 11, della legge n. 80/05, e che le autorità italiane non hanno effettuato nessuna notifica alla Commissione, ipotesi
         che integra gli estremi di una violazione dell’art. 88, n. 3, CE. 
      
      233    A questo proposito è ininfluente l’affermazione della ricorrente, relativa al mancato versamento di una qualsiasi somma a
         titolo della componente tariffaria prorogata mediante la misura controversa.
      
      234    Infatti, dalla giurisprudenza si evince che un aiuto può essere considerato concesso persino qualora il suo importo non sia
         stato ancora corrisposto al beneficiario.
      
      235    Difatti, la Corte ha dichiarato che uno Stato membro viene meno agli obblighi ad esso incombenti in forza dell’art. 88, n. 3,
         CE, qualora abbia notificato provvedimenti istitutivi di regimi di aiuto solo dopo la loro adozione in forma di legge (sentenza
         della Corte 27 marzo 1984, causa 169/82, Commissione/Italia, Racc. pag. 1603, punto 11). Basandosi sul disposto della citata
         norma, il Tribunale ha dichiarato che le misure di aiuto devono essere notificate alla Commissione quando sono ancora allo
         stato di progetti, cioè prima di essere messe in esecuzione e quando sono ancora adattabili in relazione a eventuali osservazioni
         della Commissione (sentenza del Tribunale 16 settembre 1998, causa T‑188/95, Waterleiding Maatschappij/Commissione, Racc. pag. II‑3713,
         punto 118).
      
      236    Quest’interpretazione dell’art. 88, n. 3, CE è conforme sia alla lettera del testo, sia agli scopi perseguiti dalla normativa
         di cui tale disposizione fa parte, ossia garantire alla Commissione la possibilità di esercitare, tempestivamente e nell’interesse
         generale, il suo controllo su ogni progetto mirante ad istituire o modificare aiuti, realizzando quindi un esame preventivo
         (v., in tal senso, sentenza 14 febbraio 1990, Francia/Commissione, citata nel precedente punto 189, punto 17). Sarebbe contrario
         alla logica del sistema di controllo preventivo degli aiuti di Stato ritenere che la Commissione possa accertare una violazione
         dell’art. 88, n. 3, CE, solo dopo aver verificato che ciascun beneficiario goda effettivamente dei vantaggi attribuiti dalla
         misura in questione.
      
      237    Di conseguenza, la Commissione ha giustamente qualificato come aiuto illegittimo la misura controversa.
      
      238    Nel punto 147 della decisione impugnata, la Commissione giunge parimenti alla conclusione che la seconda proroga della tariffa
         Terni è incompatibile con il mercato comune, dato che l’aiuto non può beneficiare di nessuna delle deroghe enunciate dall’art. 87 CE.
      
      239    Orbene, ai sensi dell’art. 14 del regolamento n. 659/1999, «nel caso di decisioni negative relative a casi di aiuti illegali
         la Commissione adotta una decisione con la quale impone allo Stato membro interessato di adottare tutte le misure necessarie
         per recuperare l’aiuto». Questo dettato esprime il carattere sistematico del recupero. Conseguentemente, la decisione impugnata
         prevede che l’aiuto di Stato cui la Repubblica italiana ha dato esecuzione a favore della ricorrente, della Cementir e della
         Nuova Terni Industrie Chimiche è incompatibile con il mercato comune (art. 1) e che la Repubblica italiana recupera presso
         i beneficiari detto aiuto (art. 2).
      
      240    La ricorrente nega validità all’ordine di recupero, sostenendo che gli importi ricevuti sino al 2007 le sarebbero stati versati
         unicamente a titolo di anticipazione delle somme dovute ai sensi della legge n. 9/91, circostanza di cui la Commissione sarebbe
         stata a conoscenza, come dimostrerebbero i punti 33‑35 e 162 della decisione impugnata.
      
      241    Anzitutto, è importante sottolineare che il fatto di aver informato la Commissione, nel corso della fase amministrativa del
         procedimento, che gli aiuti contestati non siano ancora stati versati ai loro destinatari non garantisce che tali versamenti
         non siano poi stati effettuati, in particolare fra il momento in cui è stata comunicata questa informazione e quello della
         notifica della decisione definitiva. In ogni caso, la Commissione non può essere censurata per aver comunicato chiaramente,
         nell’intento di promuovere una maggior certezza del diritto, le conseguenze concrete della sua decisione (v., in tal senso,
         sentenza della Corte 28 aprile 1993, causa C‑364/90, Italia/Commissione, Racc. pag. I‑2097, punti 48 e 49), ciò che la Commissione
         ha fatto, nei punti 160‑162 della decisione impugnata.
      
      242    Occorre inoltre rilevare che dalla decisione impugnata si evince che, successivamente all’avvio del procedimento d’indagine
         formale, la AEEG, con delibera n. 190/06, ha subordinato i pagamenti a norma della legge n. 80/05 alla costituzione, da parte
         delle società ex-Terni, di una garanzia contro il rischio di recupero dell’aiuto (punto 33 della decisione impugnata).
      
      243    In questa stessa delibera la AEEG ha previsto, in alternativa, la possibilità di pagare nel 2006 a titolo di acconto gli importi
         di aiuto che sarebbero maturati fino alla fine del precedente regime (2007) in base alla legge n. 9/91. Per tali importi,
         la AEEG non ha richiesto una garanzia. Questa è l’opzione prescelta dalle società ex‑Terni e attuata dalla AEEG (punto 34
         della decisione impugnata).
      
      244    La Commissione precisa che, ad eccezione dei pagamenti anticipati citati nel punto precedente, «tutti gli altri pagamenti
         effettuati alle società dalla Cassa Conguaglio [per il Settore elettrico] in base alla legge [n.] 80/2005 sono assistiti da
         una garanzia» (punto 35 della decisione impugnata).
      
      245    Risulta pertanto che la Commissione, alla luce delle informazioni in suo possesso nel corso del procedimento amministrativo,
         ha ritenuto che la ricorrente avesse riscosso importi di aiuto sia a titolo di acconto, in forza della legge n. 9/91, nel
         2006, sia a titolo della legge n. 80/05. È per questa ragione che la Commissione ha preteso il recupero dell’aiuto già versato,
         precisando nel contempo che gli importi residui di aiuto cui i beneficiari avrebbero avuto diritto in virtù della legge n. 9/91,
         «qualora la legge [n.] 80/2005 non fosse stata applicata», possono essere dedotti dall’importo totale da recuperare (punto
         162 della decisione impugnata). 
      
      246    Nelle sue memorie, la Commissione ha sottolineato il fatto che, durante il procedimento amministrativo, né le autorità italiane
         né la ricorrente hanno sostenuto che, nonostante l’entrata in vigore della misura controversa, le società ex-Terni non avessero
         fruito dei relativi vantaggi. Le difese della ricorrente non contengono nessun elemento che consenta di confutare questa dichiarazione
         della Commissione.
      
      247    Al contrario, questa dichiarazione è corroborata dal tenore dell’atto introduttivo del giudizio, dove la ricorrente addebita
         alla Commissione carenze in sede di istruttoria che non le avrebbero consentito di accertare la mancanza di un qualsivoglia
         importo da recuperare. Difatti, la ricorrente afferma che la Commissione non si sarebbe preoccupata «di accertare se concretamente
         [la Repubblica italiana] avesse effettivamente dato attuazione alla nuova misura per la parte eccedente l’ammontare cui la
         ricorrente aveva diritto ai sensi della legge n. 9/1991 (eventualmente dietro presentazione di una fideiussione)».
      
      248    A questo punto, si deve ricordare la costante giurisprudenza secondo la quale la legittimità di una decisione in materia di
         aiuti di Stato dev’essere valutata alla luce delle informazioni di cui poteva disporre la Commissione quando l’ha adottata
         (sentenze della Corte 13 giugno 2002, causa C‑382/99, Paesi Bassi/Commissione, Racc. pag. I‑5163, punto 49, e Spagna/Commissione,
         citata nel precedente punto 57, punto 31).
      
      249    Ebbene, non è dimostrato che la Commissione fosse al corrente, al momento di adottare la decisione impugnata, del fatto che
         gli importi corrisposti alla ricorrente dalla Cassa Conguaglio per il Settore elettrico fossero stati versati unicamente in
         applicazione della legge n. 9/91. 
      
      250    Infine, si deve rilevare che l’obbligo per uno Stato membro di calcolare l’ammontare preciso degli aiuti da recuperare, particolarmente
         quando tale calcolo dipende da informazioni che non sono state comunicate dallo stesso alla Commissione, si inserisce nel
         contesto più ampio dell’obbligo di leale cooperazione, che vincola reciprocamente la Commissione e gli Stati membri nell’applicazione
         delle norme del Trattato in materia di aiuti di Stato (sentenza Paesi Bassi/Commissione, citata nel precedente punto 248,
         punto 91). Non si può criticare la Commissione per non aver tenuto conto di eventuali elementi di fatto o di diritto che sarebbe
         stato possibile presentarle nel corso del procedimento amministrativo, ma che non lo sono stati, non avendo la Commissione
         l’obbligo di verificare d’ufficio e in via presuntiva quali elementi sarebbe stato possibile esibirle (sentenza del Tribunale
         14 gennaio 2004, causa T‑109/01, Fleuren Compost/Commissione, Racc. pag. II‑127, punto 49).
      
      251    Di conseguenza, anche ipotizzando che la circostanza dedotta dalla ricorrente e ricordata nel precedente punto 249 sia esatta,
         essa non potrebbe incidere sulla validità della decisione impugnata, ma solo sulle modalità di recupero dell’aiuto [sentenza
         del Tribunale 31 maggio 2006, causa T‑354/99, Kuwait Petroleum (Nederland)/Commissione, Racc. pag. II‑1475, punto 68]. In
         linea di principio, il recupero di un aiuto illegittimamente concesso deve avvenire nel rispetto delle pertinenti norme procedurali
         dell’ordinamento nazionale, a patto però che dette norme vengano applicate in modo da non rendere praticamente impossibile
         il recupero prescritto dal diritto comunitario (sentenze della Corte Tubemeuse, citata nel precedente punto 55, punto 61,
         e 20 settembre 1990, causa C‑5/89, Commissione/Germania, Racc. pag. I‑3437, punto 12) e la soluzione delle controversie riguardanti
         detta esecuzione è di esclusiva competenza dei giudici nazionali [sentenza Kuwait Petroleum (Nederland)/Commissione, cit.,
         punto 68].
      
      252    Da quanto sin qui illustrato deriva che dev’essere respinto il motivo fondato sulla violazione dell’art. 88, n. 3, CE.
      
       Sul motivo relativo alla violazione dell’art. 14, n. 1, del regolamento n. 659/1999 e del principio della tutela del legittimo
            affidamento 
       Argomenti delle parti
      253    La ricorrente rileva che, a norma dell’art. 14, n. 1, del regolamento n. 659/1999, «la Commissione non impone il recupero
         dell’aiuto qualora ciò sia in contrasto con un principio generale del diritto comunitario». Ebbene, nel caso di specie l’ordine
         di recupero contenuto nella decisione impugnata integrerebbe gli estremi di una violazione del principio di tutela del legittimo
         affidamento il quale, benché sia interpretato restrittivamente nell’ambito degli aiuti di Stato, potrebbe essere invocato
         in condizioni o circostanze eccezionali, tali da giustificare l’affidamento in una determinata apparenza giuridica.
      
      254    La Commissione non potrebbe ricavare da un caso giurisprudenziale, che si inseriva in un contesto diverso da quello della
         presente causa, una norma assoluta e universale che limiti l’operatività della tutela del legittimo affidamento ai soli casi
         in cui l’amministrazione procedente abbia fornito al destinatario della sua azione «assicurazioni precise» circa una determinata
         apparenza giuridica.
      
      255    Il legittimo affidamento della ricorrente sul regime Terni sarebbe nato in base ad un complesso di atti e comportamenti giuridicamente
         rilevanti, verificabili e di significato univoco.
      
      256    La ricorrente ricorda che le autorità italiane avevano già adottato una prima proroga della tariffa Terni con l’art. 20, quarto
         comma, della legge n. 9/91, in ragione della parallela proroga delle concessioni idroelettriche degli autoproduttori «sfuggiti»
         alla nazionalizzazione dell’energia elettrica nel 1962, dopodiché hanno notificato alla Commissione detta legge, affinché
         essa venisse esaminata alla luce della normativa in materia di aiuti di Stato.
      
      257    Mediante la decisione 6 agosto 1991, la Commissione avrebbe autorizzato, nella sua interezza e senza obiezioni, la legge n. 9/91.
         In nessun punto questa decisione avrebbe qualificato come «aiuto compatibile» la tariffa Terni di cui all’art. 20, quarto
         comma, della legge n. 9/91. Al contrario, la Commissione avrebbe deciso di non sollevare obiezioni all’applicazione di detta
         legge. La Commissione non produrrebbe una prova delle sue asserzioni, secondo le quali la decisione 6 agosto 1991, lungi dal
         negare la natura di aiuto al regime di cui alla legge n. 9/91, ne avrebbe dichiarato la compatibilità con il mercato comune.
      
      258    La ricorrente afferma che, dopo l’adozione della decisione 6 agosto 1991, si sarebbe instaurato un dialogo tra le autorità
         italiane e la Commissione, in seguito all’interrogativo formulato da quest’ultima relativo alla proroga della tariffa Terni
         contenuta nella legge n. 9/91, circostanza attestata dalla lettera del 19 settembre 1991, inviata dal Ministero italiano dell’Industria,
         del Commercio e dell’Artigianato al Ministero per le Partecipazioni statali, e da un telefax, inviato nel novembre 1991 dalla
         Presidenza del Consiglio alla Rappresentanza permanente italiana presso le Comunità europee. In queste comunicazioni, le autorità
         italiane negherebbero che la proroga della tariffa Terni possa essere considerata un aiuto di Stato. Ebbene, la Commissione
         non avrebbe formulato nessuna obiezione nei confronti delle conclusioni di dette autorità, riconoscendo pertanto tacitamente
         la fondatezza delle medesime.
      
      259    Questo carteggio, svoltosi in data successiva alla decisione 6 agosto 1991, confuterebbe la tesi della Commissione, secondo
         la quale questa decisione costituirebbe approvazione della proroga della tariffa Terni, ritenendo quest’ultima un aiuto compatibile
         con il diritto comunitario. La Commissione si limiterebbe a negare che sia possibile rinvenire il contenuto della lettera
         e del telefax ora ricordati negli atti del procedimento sfociato nell’adozione della decisione 6 agosto 1991 e dovrebbe essere
         invitata dal Tribunale ad esibire la corrispondenza indirizzata alla Repubblica italiana, presumibilmente nel settembre 1991,
         relativamente alla questione della proroga della tariffa Terni.
      
      260    La ricorrente sostiene che la decisione 6 agosto 1991, la successiva corrispondenza intercorsa nonché la conseguente acquiescenza
         della Commissione sarebbero elementi idonei a fondare un’«apparenza giuridica». Quest’ultima avrebbe fatto sorgere in capo
         ad essa un legittimo affidamento in relazione al mantenimento della natura compensativa del regime Terni persino dopo la sua
         ridefinizione ex post, che dovrebbe essere considerata legale. Queste considerazioni escluderebbero la qualificazione di tale
         regime come aiuto di Stato. Questi elementi consentirebbero di dimostrare l’esistenza di circostanze eccezionali, che avrebbero
         indotto la ricorrente, così come le autorità italiane, a contare sul fatto che la natura compensativa del regime Terni non
         sarebbe mutata a seguito di una proroga della tariffa Terni, rispettosa dell’originario parallelismo tra autoproduttore virtuale
         e autoproduttori titolari di concessioni idroelettriche.
      
      261    La constatazione fatta dalla Commissione nel punto 123 della decisione impugnata, secondo cui la misura controversa avrebbe
         modificato il metodo di calcolo della tariffa Terni, non potrebbe inficiare la conclusione illustrata nel punto precedente.
         Secondo la ricorrente, l’insieme di elementi che avrebbe fatto insorgere in capo ad essa un legittimo affidamento non scaturirebbe
         affatto dall’identità dei metodi di calcolo matematici per definire tale tariffa nel 1991 e, successivamente, nel 2005, ma
         dalla circostanza che in entrambi i casi vi sarebbe stata una legittima rideterminazione a posteriori dell’indennizzo a favore
         della Terni (e sue aventi causa) in conformità con l’originaria ratio dello stesso, e che nel secondo come nel primo caso
         dalla rideterminazione ex post di tale misura compensativa non sarebbe potuta di per sé discendere la qualificazione della
         misura come aiuto. La Commissione non prenderebbe in considerazione il fatto che tale metodo di aggiornamento sarebbe peggiorativo
         per le imprese beneficiarie rispetto a quello previsto dal decreto n. 1165/63 e sarebbe volto semplicemente a replicare, entro
         certi limiti, le variazioni del prezzo dell’energia elettrica come registrate dai mercati, cosa non fattibile ovviamente nel
         1963.
      
      262    La ricorrente sottolinea di aver fatto affidamento, in buona fede, sull’acquiescenza che la Commissione avrebbe finito per
         manifestare in merito alla natura compensativa della proroga decisa nel 1991 per avviare importanti investimenti nel settore
         siderurgico, in base ad un protocollo di accordo con le autorità italiane, il cui principale impegno consisteva nella proroga
         della misura compensativa in risposta alle importanti decisioni assunte in materia di investimenti e di garanzia dell’occupazione.
      
      263    Essa sostiene infine che l’eventuale recupero della tariffa agevolata contrasterebbe anche con il divieto di venire contra
         factum proprium, che impedirebbe alla Commissione di assumere determinazioni sostanzialmente contraddittorie in relazione
         alla medesima questione, specialmente qualora tali comportamenti abbiano generato nei destinatari la convinzione della sussistenza
         di una determinata situazione giuridica. Questo aspetto del principio di tutela del legittimo affidamento impedirebbe alla
         Commissione, nel caso di specie, di modificare la sua valutazione sulla natura indennitaria della tariffa agevolata.
      
      264    La Commissione sostiene che la giurisprudenza comunitaria avrebbe chiaramente e costantemente affermato che il principio di
         tutela del legittimo affidamento può essere invocato solo in presenza di «assicurazioni precise» fornite dall’amministrazione
         e non, come nel caso di specie, di vaghe circostanze, che farebbero sorgere una non meglio precisata «apparenza giuridica».
      
      265    La ricorrente non potrebbe basare il suo motivo su un mero scambio di corrispondenza tra diverse amministrazioni italiane.
         Sarebbe evidente che, anche a voler ipotizzare che tali contatti tra la Commissione e le autorità italiane si siano effettivamente
         verificati, non sarebbe comunque possibile considerare che essi abbiano potuto ingenerare l’apparenza giuridica invocata dalla
         ricorrente, senza conoscere il contenuto di eventuali comunicazioni provenienti dalla Commissione, di cui non non sussisterebbe
         nessuna traccia.
      
      266    Dalla lettera inviata il 19 settembre 1991, menzionata dalla ricorrente, sembrerebbe emergere che la Commissione avrebbe chiesto
         informazioni alle autorità italiane in merito alla proroga della tariffa Terni prevista dalla legge n. 9/91. Tale elemento,
         lungi dal suffragare la tesi della ricorrente, sembrerebbe al contrario rivelare che, con la decisione 6 agosto 1991, la Commissione
         non avrebbe preso specificamente posizione sulla proroga della tariffa Terni, dato che altrimenti non avrebbe avuto senso
         chiedere spiegazioni.
      
      267    In ogni caso, nessun elemento relativo alla decisione 6 agosto 1991 avrebbe potuto indurre le autorità italiane o le società
         ex-Terni a ritenere che la Commissione non considerasse la proroga della tariffa Terni come un aiuto di Stato. La Commissione
         aggiunge che la misura controversa non avrebbe soltanto esteso la durata della tariffa agevolata, ma avrebbe modificato completamente
         il metodo previsto per il calcolo di tale tariffa; da ciò essa deduce che le società ex-Terni non avrebbero potuto quindi
         ritenere, anche alla luce di tale sostanziale modifica, che la misura controversa fosse indirettamente coperta dalla decisione
         6 agosto 1991, che avrebbe fatto riferimento alla legge n. 9/91.
      
       Giudizio del Tribunale
      268    Occorre ricordare che la misura controversa è stata istituita senza previa notifica, in violazione dell’art. 88, n. 3, CE.
      
      269    Orbene, tenuto conto del carattere imperativo della vigilanza sugli aiuti statali operata dalla Commissione ai sensi dell’art. 88 CE,
         le imprese possono fare legittimo affidamento, in linea di principio, sulla regolarità dell’aiuto di cui esse abbiano beneficiato
         solamente qualora quest’ultimo sia stato concesso nel rispetto della procedura prevista da detto articolo. Infatti, un operatore
         economico diligente deve normalmente essere in grado di accertarsi che tale procedura sia stata rispettata (sentenze della
         Corte Commissione/Germania, citata nel precedente punto 251, punto 14, e 14 gennaio 1997, causa C‑169/95, Spagna/Commissione,
         Racc. pag. I‑135, punto 51; sentenza del Tribunale 6 marzo 2002, cause riunite T‑127/99, T‑129/99 e T‑148/99, Diputación Foral
         de Álava e a./Commissione, Racc. pag. II‑1275, punto 235).
      
      270    In particolare, quando un aiuto è stato versato senza previa notifica alla Commissione, ed è pertanto illegittimo in forza
         dell’art. 88, n. 3, CE, il beneficiario dell’aiuto non può riporre, a quel punto, nessun legittimo affidamento sulla regolarità
         della concessione dello stesso (sentenza della Corte 11 novembre 2004, cause riunite C‑183/02 P e C‑187/02 P, Demesa e Territorio
         Histórico de Álava/Commissione, Racc. pag. I‑10609, punto 45).
      
      271    Tuttavia, la giurisprudenza non esclude la possibilità per i beneficiari di un aiuto illegittimo di invocare circostanze eccezionali,
         che abbiano potuto ingenerare in loro un legittimo affidamento sulla regolarità di tale aiuto, per opporsi al suo rimborso
         (sentenze della Corte 10 giugno 1993, causa C‑183/91, Commissione/Grecia, Racc. pag. I‑3131, punto 18, e Demesa e Territorio
         Histórico de Álava/Commissione, citata nel precedente punto 270, punto 51; sentenza del Tribunale 15 settembre 1998, cause
         riunite T‑126/96 e T‑127/96, BFM e EFIM/Commissione, Racc. pag. II‑3437, punto 69).
      
      272    È importante precisare che i beneficiari di un aiuto illegittimo hanno diritto di invocare siffatte circostanze, come si evince
         dalla sentenza della Corte 24 novembre 1987, causa 223/85, RSV/Commissione (Racc. pag. 4617, punto 17).
      
      273    In tale sentenza, la Corte ha giudicato che il ritardo della Commissione nel decidere che un aiuto era illegittimo e che doveva
         essere eliminato e recuperato da uno Stato membro poteva giustificare, in determinate circostanze, nei beneficiari di detto
         aiuto un legittimo affidamento tale da impedire alla Commissione di intimare allo Stato membro di ordinare la restituzione
         di questo aiuto.
      
      274    Da ciò discende che l’esistenza di circostanze eccezionali può giustificare l’annullamento della decisione della Commissione,
         qualora quest’ultima ometta di prenderle in considerazione, e che il beneficiario dell’aiuto può invocare il legittimo affidamento
         dinanzi al giudice comunitario. 
      
      275    Occorre inoltre e soprattutto rilevare che l’adozione del regolamento n. 659/1999 ha introdotto una nuova situazione per quanto
         concerne il recupero degli aiuti incompatibili, da cui conviene trarre tutte le conseguenze giuridiche. L’art. 14, n. 1, di
         detto regolamento conferma il carattere sistematico del recupero (prima frase), prevedendo nel contempo un’eccezione (seconda
         frase) quando il recupero contrasta con un principio generale dell’ordinamento dell’Unione.
      
      276    Pertanto, esiste una disposizione di diritto derivato di cui la Commissione deve tener conto in sede di adozione delle sue
         decisioni e che può indurla a rinunciare, eventualmente, a ordinare il recupero degli aiuti incompatibili. È incontestabile
         che la violazione di una disposizione siffatta può essere invocata a sostegno dell’annullamento della parte della decisione
         che imponga la restituzione. 
      
      277    Ciò è quanto si verifica nel caso di specie, nel senso che la Commissione, nei punti 149‑159 della decisione impugnata, ha
         verificato l’esistenza di circostanze eccezionali che potrebbero aver fatto sorgere, in campo alle società ex-Terni, un legittimo
         affidamento riguardo alla legittimità della misura controversa ed ha concluso in senso negativo, soluzione che la ricorrente
         critica invocando proprio una violazione dell’art. 14 del regolamento n. 659/1999 e del principio di tutela del legittimo
         affidamento.
      
      278    Per quanto concerne la fondatezza di detto motivo, l’argomento della ricorrente non dimostra l’esistenza di circostanze eccezionali
         tali da giustificare un legittimo affidamento nella regolarità dell’aiuto in questione o, come asserisce la ricorrente, nel
         fatto che la misura controversa non costituisse un aiuto di Stato. 
      
      279    Infatti, è pacifico che la decisione 6 agosto 1991, di non sollevare obiezioni, corrisponde, secondo la definizione data nell’art. 4,
         n. 3, del regolamento n. 659/1999, al caso in cui la Commissione constata, dopo un esame preliminare, che la misura notificata,
         in quanto disciplinata dall’art. 87, n. 1, CE, non suscita dubbi in merito alla sua compatibilità con il mercato comune e
         decide, di conseguenza, che questa misura è compatibile con detto mercato. Il tenore di detta decisione corrobora la dichiarazione
         della Commissione, secondo cui la misura consistente nella proroga della tariffa Terni, contenuta nella legge n. 9/91, è stata
         qualificata, in tale decisione, come aiuto compatibile (v. il precedente punto 113).
      
      280    La circostanza che dalla lettera del 19 settembre 1991, inviata dal Ministero italiano dell’Industria, del Commercio e dell’Artigianato
         al Ministero per le Partecipazioni Statali, si evinca che, dopo l’adozione della decisione 6 agosto 1991, la Commissione ha
         chiesto informazioni alle autorità italiane in merito alla proroga della tariffa Terni prevista dalla legge n. 9/91, non è
         tale da inficiare questa conclusione. 
      
      281    Questa circostanza tende piuttosto a dimostrare, come indicato dalla Commissione nei punti 134 e 135 della decisione impugnata,
         che i documenti in base ai quali essa ha adottato la decisione 6 agosto 1991 contenevano solo una descrizione e una valutazione
         stringate degli articoli della legge n. 9/91 che potevano presentare un certo interesse in relazione agli aiuti di Stato e
         che l’art. 20, comma 4, della legge, che prorogava la tariffa Terni, non era stato menzionato, particolare che non consente
         di determinare con certezza se la tariffa Terni sia stata esaminata e se la volontà fosse di autorizzarla.
      
      282    Di conseguenza, la mera richiesta di informazioni da parte della Commissione e il silenzio tenuto da quest’ultima in seguito
         alla risposta delle autorità italiane, ammesso che sia stata effettivamente trasmessa e ricevuta dalla Commissione, non possono
         giustificare un legittimo affidamento della ricorrente.
      
      283    Il comportamento tenuto dalla Commissione tra i mesi di agosto e novembre 1991 poteva far sorgere, al massimo, l’impressione
         di una certa confusione e suscitare interrogativi nella mente della ricorrente. Ebbene, il semplice fatto che la qualificazione
         come aiuto di Stato del provvedimento di proroga della tariffa Terni, previsto dalla legge n. 9/91, sia potuta apparire dubbia
         al beneficiario è manifestamente insufficiente a giustificare un qualsiasi legittimo affidamento da parte sua sulla regolarità
         dell’aiuto o sul fatto che la misura controversa non costituisse un aiuto di Stato (v., in tal senso, sentenza del Tribunale
         29 settembre 2000, causa T‑55/99, CETM/Commissione, Racc. pag. II‑3207, punto 128).
      
      284    Infine, come rileva la Commissione nel punto 154 della decisione impugnata, la decisione 6 agosto 1991 copre unicamente la
         misura disposta dalla legge n. 9/91, per cui l’approvazione di detta misura non può far sorgere un legittimo affidamento quanto
         alla legittimità della nuova misura di aiuto introdotta dalla legge n. 80/05 o sul fatto che la proroga della tariffa Terni
         contenuta in quest’ultima non costituisse un aiuto.
      
      285    A questo proposito occorre ricordare che la legge n. 9/91 aveva un duplice oggetto, ossia la proroga concomitante della durata
         della tariffa Terni e delle concessioni idroelettriche degli autoproduttori sino al 2001, ma anche l’eliminazione di detta
         tariffa alla fine del 2007.
      
      286    È pacifico che la misura controversa, da un lato, ha interrotto il processo di eliminazione graduale della tariffa Terni,
         prevedendo l’applicazione di quest’ultima quanto meno sino al 2010 e, dall’altro, ha completamente modificato il metodo di
         calcolo di tale tariffa, come risulta dai punti 123 e 124 della decisione impugnata.
      
      287    Alla luce di ciò, la Commissione ha qualificato la misura controversa come aiuto nuovo, qualificazione che la ricorrente non
         critica. Questa misura doveva essere notificata alla Commissione, conformemente all’art. 88, n. 3, CE, cosa che non è stata
         effettuata. 
      
      288    Ne consegue che la ricorrente non poteva dedurre dalla decisione 6 agosto 1991 e dal comportamento successivo della Commissione
         che la nuova misura di proroga, introdotta con la legge n. 80/05, non potesse essere qualificata come aiuto di Stato ai sensi
         dell’art. 87 CE.
      
      289    Ciò premesso, si deve respingere il motivo relativo alla violazione dell’art. 14, n. 1, del regolamento n. 659/1999 e del
         principio di tutela del legittimo affidamento.
      
      290    Dal complesso dei ragionamenti sin qui esposti, e senza che sia necessario disporre le misure di organizzazione del procedimento
         richieste, risulta che il ricorso dev’essere integralmente respinto.
      
       Sulle spese
      291    Ai sensi dell’art. 87, n. 2, del regolamento di procedura, la parte soccombente è condannata alle spese, se ne è stata fatta
         domanda. Poiché la Commissione ne ha fatto domanda, la ricorrente, rimasta soccombente, dev’essere condannata alle spese.
      
      Per questi motivi,
      IL TRIBUNALE (Quinta Sezione)
      dichiara e statuisce:
      1)      Il ricorso è respinto.
      2)      La ThyssenKrupp Acciai Speciali Terni SpA è condannata alle spese.
      
               Vilaras 
            
            
                Prek 
            
            
                Ciucă
            
         Così deciso e pronunciato a Lussemburgo il 1° luglio 2010.
      Firme
      Indice
      
      Fatti
      Procedimento e conclusioni delle parti
      In diritto
      Sul motivo relativo alla violazione dell’art. 87, n. 1, CE
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      Sul motivo relativo ad una violazione di forme sostanziali e degli artt. 87 CE e 88 CE, per un errore manifesto nella valutazione
         dello studio economico presentato dalle autorità italiane
      
      Sulla violazione di forme sostanziali
      – Argomenti delle parti
      – Giudizio del Tribunale
      Sull’errore manifesto di valutazione dello studio economico prodotto dalle autorità italiane
      – Argomenti delle parti
      – Giudizio del Tribunale
      Sul motivo relativo alla violazione dell’art. 88, n. 3, CE
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      Sul motivo relativo alla violazione dell’art. 14, n. 1, del regolamento n. 659/1999 e del principio della tutela del legittimo
         affidamento
      
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      Sulle spese
      * Lingua processuale: l’italiano.