CELEX: 62010CC0137
Language: it
Date: 2011-01-13
Title: Conclusioni dell'avvocato generale Cruz Villalón del 13 gennaio 2011. # Communautés européennes contro Région de Bruxelles-Capitale. # Domanda di pronuncia pregiudiziale: Conseil d’État - Belgio. # Art. 207, n. 2, CE e art. 282 CE - Rappresentanza delle Comunità europee dinanzi ai giudici nazionali - Competenze attribuite alla Commissione - Delega del potere di rappresentanza ad altre istituzioni delle Comunità - Presupposti. # Causa C-137/10.

CONCLUSIONI DELL’AVVOCATO GENERALE
      PEDRO CRUZ VILLALÓN
      presentate all’udienza del 13 gennaio 2011 (1)
      
      Causa C‑137/10
      Comunità europee
      contro
      Région de Bruxelles-Capitale
      [domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Conseil d’État (Belgio)]
      «Diritto delle istituzioni – Funzionamento – Requisiti della delega, da parte della Commissione ad un’altra istituzione, ai fini della rappresentanza processuale dell’Unione
         – Validità del mandato in assenza di indicazione nominativa della persona fisica abilitata a rappresentare l’istituzione mandante
         – Competenza del giudice nazionale a pronunciarsi in materia – Validità della rappresentanza processuale del Consiglio da parte del suo segretario generale aggiunto»
      1.        La causa in esame presenta due questioni di natura e portata estremamente diverse. La prima, relativa all’attribuzione della
         rappresentanza dell’Unione per la sua comparizione ordinaria in giudizio dinanzi a un giudice nazionale, non è più attuale
         nei termini puntuali in cui è stata proposta. La rappresentanza della Comunità, attribuita espressamente ed in via esclusiva
         alla Commissione dall’art. 282 CE per qualsivoglia procedimento, è stata sostituita, nell’art. 335 TFUE, dall’attribuzione
         della rappresentanza a ciascuna delle istituzioni dell’Unione per le questioni connesse al loro rispettivo funzionamento.
         L’art. 282 CE si applica, in questa sede, solo ratione temporis. 
      
      La seconda questione, al contrario, presenta una dimensione atemporale, in quanto si riferisce ad una questione di principio
         quale la competenza dei giudici nazionali ai fini dell’esame della validità degli atti dell’Unione. 
      
      I –    Contesto normativo
      A –    Diritto dell’Unione
      2.        Ai sensi dell’art. 7, n. 1, in fine, CE:
      
      «Ciascuna istituzione agisce nei limiti delle attribuzioni che le sono conferite dal presente trattato».
      3.        L’art. 207, nn. 2 e 3, CE, dispone quanto segue: 
      
      «2. Il Consiglio è assistito dal segretariato generale, sotto la responsabilità di un segretario generale, Alto rappresentante
         per la politica estera e di sicurezza comune, coadiuvato da un segretario generale aggiunto che è responsabile del funzionamento
         del segretariato generale. Il segretario generale ed il segretario generale aggiunto sono nominati dal Consiglio, che delibera
         a maggioranza qualificata.
      
      Il Consiglio decide in merito all’organizzazione del segretariato generale.
      3. Il Consiglio adotta il proprio regolamento interno».
      4.        Dal canto suo, l’art. 282 CE stabilisce:
      
      «In ciascuno degli Stati membri, la Comunità ha la più ampia capacità giuridica riconosciuta alle persone giuridiche dalle
         legislazioni nazionali; essa può in particolare acquistare o alienare beni immobili e mobili e stare in giudizio. A tale fine,
         essa è rappresentata dalla Commissione».
      
      5.        L’art. 59, n. 1, del regolamento finanziario (2) dispone quanto segue:
      
      «1. Le funzioni di ordinatore sono esercitate dall’istituzione».
      6.        L’art. 60, nn. 1-3, del medesimo regolamento finanziario così recita:
      
      «1. L’ordinatore è incaricato in ogni istituzione di eseguire le entrate e le spese secondo i principi di una sana gestione
         finanziaria e di garantirne la legittimità e la regolarità.
      
      2. Per eseguire le spese, l’ordinatore delegato e sottodelegato procede agli impegni di bilancio ed agli impegni giuridici,
         alla liquidazione delle spese e all’emissione degli ordini di pagamento, nonché agli atti preliminari necessari all’esecuzione
         degli stanziamenti.
      
      3. L’esecuzione delle entrate comporta la formazione delle previsioni di crediti, l’accertamento dei diritti da recuperare
         e l’emissione degli ordini di riscossione. Comporta anche, se necessario, la rinuncia ai crediti accertati».
      
      7.        L’art. 23 del Regolamento interno del Consiglio (3) ai nn. 2 e 5, dispone quanto segue:
      
      «2. Il Consiglio decide in merito all’organizzazione del segretariato generale.
      Sotto l’autorità del Consiglio, il segretario generale e il segretario generale aggiunto adottano tutte le misure necessarie
         per assicurare il buon funzionamento del segretariato generale».
      
      «5. Il segretario generale, assistito dal segretario generale aggiunto, ha piena competenza in materia di gestione degli stanziamenti
         iscritti nella sezione II (Consiglio) del bilancio e adotta tutte le misure necessarie per assicurare la corretta gestione
         degli stessi. Egli realizza gli stanziamenti in conformità alle disposizioni del regolamento finanziario applicabile al bilancio
         generale delle Comunità europee».
      
      B –    Diritto nazionale
      8.        Ai sensi degli artt. 1 e 2, n. 1, del regio decreto 23 agosto 1948 che disciplina la procedura dinanzi alla sezione amministrativa
         del Conseil d’État:
      
      Articolo 1
      «Il Conseil d’État conosce delle domande, questioni e ricorsi previsti dagli artt. 7, nn. 1, 8, 9 e 10 della legge, in forza
         di atto sottoscritto dalla parte o da un avvocato di nazionalità belga iscritto presso l’Albo dell’Ordine degli avvocati».
      
      Articolo 2
      «La domanda dev’essere datata e deve contenere:
      1. Il nominativo, la qualifica e la residenza o sede della parte ricorrente.
      2. L’oggetto della domanda o del ricorso unitamente ad un’esposizione dei fatti e dei motivi. 
      3. Il nominativo, la residenza o sede della controparte».
      II – Fatti
      9.        Il 20 novembre 2002, il Consiglio dell’Unione europea presentava al Governo della Région de Bruxelles‑Capitale una domanda
         di autorizzazione urbanistica ai fini della realizzazione di determinati lavori nell’edificio denominato «Justus Lipsius».
         L’autorizzazione veniva rilasciata con decisioni del 12 e del 22 dicembre 2003, a condizione che il beneficiario versasse
         la somma di EUR 1 109 750 a titolo di oneri di urbanizzazione.
      
      10.      Atteso che tale onere costituisce una tassa dalla quale le Comunità europee sono esenti ai sensi dell’art. 3 del Protocollo
         sui suoi privilegi e immunità (4), il Consiglio dell’Unione proponeva il relativo ricorso dinanzi al Comitato urbanistico (Collège d’urbanisme) della Région
         de Bruxelles‑Capitale. In mancanza di risposta del Comitato, il Consiglio proponeva ricorso, in data 10 novembre 2004, dinanzi
         al Governo della Région de Bruxelles‑Capitale.
      
      11.      Con decisione 14 luglio 2005, il Governo della Région de Bruxelles‑Capitale dichiarava irricevibile il ricorso del Consiglio
         in quanto tardivo. Il Governo della Région de Bruxelles‑Capitale ha ritenuto che il dies a quo per l’impugnazione degli oneri
         di urbanizzazione fosse costituito dalla data di notificazione all’unica persona di riferimento del Consiglio dell’Unione
         comparsa nel procedimento. Il Consiglio aveva affermato, al riguardo, che solo il suo segretario generale e il suo segretario
         generale aggiunto potevano rappresentarlo e generare la sua responsabilità. 
      
      12.      Avverso detta risoluzione del Governo della Région de Bruxelles‑Capitale del 14 luglio 2005 il Consiglio dell’Unione ha proposto
         ricorso di annullamento dinanzi al Conseil d’État belga. Il Governo della Région de Bruxelles‑Capitale ha proposto controricorso,
         sollevando, con riguardo alla questione che rileva nella specie, eccezione di difetto di legittimazione attiva, considerato
         che il ricorso era stato proposto dalle «Comunità europee, rappresentate dal Consiglio dell’Unione europea in persona del
         suo segretario generale aggiunto, sig. Pierre de BOISSIEU», mentre dagli atti risultava una procura con la quale la Commissione
         dava espressamente mandato ad agire in giudizio al «sig. Jean-Claude PIRIS o qualsiasi altra persona da questi designata,
         per proporre dinanzi al Conseil d’État belga un ricorso di annullamento contro il decreto».
      
      13.      Il Conseil d’État belga, ritenendo incerta la portata dei menzionati artt. 282 e 207 del Trattato CE, in particolare per quanto
         riguarda la competenza del Conseil d’État ad assicurarsi che l’organo competente dell’Unione abbia deciso di agire in giudizio
         nel rispetto delle regole di rappresentanza ad essa applicabili, ha deciso di sottoporre alla Corte di giustizia dell’Unione
         europea, ai sensi dell’art. 234 CE, le seguenti questioni pregiudiziali. 
      
      III – Questioni sottoposte
      14.      «1) Se l’art. 282 del Trattato che istituisce la Comunità europea, in particolare l’espressione «[a] tale fine, essa è rappresentata
         dalla Commissione», figurante nel secondo periodo di detto articolo, debba essere interpretato nel senso che un’istituzione
         è validamente incaricata di rappresentare la Comunità per il semplice fatto dell’esistenza di un mandato con cui la Commissione
         abbia delegato a tale istituzione i propri poteri di rappresentanza in giudizio della Comunità, a prescindere dalla circostanza
         che tale mandato abbia o meno designato nominalmente una persona fisica autorizzata a rappresentare l’istituzione delegata.
      
      2) In caso di soluzione negativa, se un giudice nazionale quale il Conseil d’État possa verificare la ricevibilità di un ricorso
         proposto da un’istituzione europea debitamente incaricata dalla Commissione di agire in giudizio, ai sensi dell’art. 282,
         secondo periodo, CE, esaminando se tale istituzione sia rappresentata dalla persona fisica adeguatamente autorizzata a proporre
         un ricorso dinanzi al giudice nazionale.
      
      3) In subordine, e in caso di soluzione affermativa alla questione precedente, se l’art. 207, n. 2, primo comma, primo periodo,
         CE, in particolare l’espressione «coadiuvato da un segretario generale aggiunto che è responsabile del funzionamento del segretariato
         generale», debba essere interpretato nel senso che il segretario generale aggiunto del Consiglio può validamente rappresentare
         il Consiglio ai fini della proposizione di un ricorso dinanzi alle autorità giudiziarie nazionali».
      
      IV – Procedimento dinanzi alla Corte di giustizia
      15.      La domanda di pronuncia pregiudiziale è pervenuta alla Corte il 15 marzo 2010.
      
      16.      Hanno presentato osservazioni il Governo belga, il Consiglio e la Commissione. 
      
      17.      All’udienza, tenutasi il 10 novembre 2010, hanno svolto osservazioni orali i rappresentanti del Governo belga, del Consiglio
         e della Commissione. 
      
      V –    Tesi delle parti
      18.      Le osservazioni della Commissione iniziano con due rilievi preliminari. Da una parte, essa afferma la propria convinzione
         del fatto che, conformemente alle norme sul funzionamento interno del Consiglio, sia stato il sig. Piris, assessore giuridico
         del Consiglio, o un membro del suo servizio giuridico da questi designato, ad aver affidato all’avvocato, sig. de Briey, l’avvio
         del procedimento dinanzi al Conseil d’État, sicché sarebbe stato sufficiente che il Conseil d’État si fosse accertato che
         i fatti si fossero effettivamente svolti in tal modo per poter respingere de plano l’eccezione opposta dalla Région de Bruxelles‑Capitale.
         Secondo la Commissione, la semplice menzione del segretario generale aggiunto quale essa figura nella prima pagina del ricorso
         non era assolutamente necessaria e avrebbe potuto essere ritenuta giuridicamente irrilevante. A suo avviso, qualora la Corte
         condividesse tale tesi, e al fine di agevolare al giudice del rinvio l’individuazione di una soluzione utile, potrebbe essere
         opportuno rispondere in tal senso prima di esaminare le questioni pregiudiziali nella forma in cui sono state sollevate. 
      
      19.      D’altra parte, a titolo di secondo rilievo preliminare, la Commissione manifesta la propria sorpresa per il fatto che la Région
         de Bruxelles‑Capitale, in quanto autorità pubblica di uno Stato membro, adotti tale atteggiamento processuale dinanzi al giudice
         a quo, trattandosi di un asserito vizio di forma di tale natura, considerato che non può ragionevolmente nutrire dubbio alcuno
         quanto alla volontà di agire in giudizio manifestata dal Consiglio e conosce perfettamente le competenze del segretario generale
         aggiunto e dell’assessore giuridico del Consiglio. 
      
      20.      Quanto alla prima delle questioni sollevate, la Commissione deduce che, al fine di mitigare il monopolio rappresentativo fissato
         dall’art. 282 CE a favore della Commissione, detta istituzione è tenuta a conferire mandato alle altre istituzioni per esercitare
         in sua vece la rappresentanza processuale delle Comunità nelle cause che incidono sul loro rispettivo funzionamento. Il Trattato
         di Lisbona ha seguito tale logica nello stabilire, all’art. 335 TFUE, la rappresentanza diretta dell’Unione da parte di ciascuna
         delle istituzioni per le questioni connesse al loro funzionamento, senza necessità di un mandato da parte della Commissione (5).
      
      21.      Per tale prassi di conferimento di rappresentanza, che non è stata messa in discussione nel caso in esame, non sussiste alcuna
         normativa specifica che precisi le condizioni e le forme in cui si debba realizzare. In ogni caso, la Commissione ritiene
         che tale prassi non possa essere assoggettata alle condizioni specifiche dei singoli Stati membri, bensì che, a vantaggio
         dell’uniformità, debba essere il diritto dell’Unione a fissare un corpo di regole uniforme che la Commissione deve rispettare.
         In tal senso, la Commissione ritiene che per conferire mandato a un’altra istituzione sia necessario e sufficiente: 1) che
         si rispettino le regole che disciplinano l’adozione di decisioni nel suo interno; 2) che l’oggetto e la portata del mandato
         siano sufficientemente definiti e, infine, 3) che l’istituzione mandataria sia chiaramente identificata. Condizioni che, a
         suo avviso, sono tutte soddisfatte nel procedimento a quo. 
      
      22.      Per il resto, la Commissione sostiene che, ancorché la prassi normalmente seguita sia questa, nessuna disposizione o principio
         generale la obbliga a designare una persona fisica concreta nell’ambito dell’istituzione cui sia stata conferita la rappresentanza
         come l’unica abilitata a rappresentarla. Di fatto, la designazione si compie sempre di concerto con l’istituzione interessata,
         sicché se la Commissione la effettuerà unilateralmente commetterà un’ingerenza ingiustificata nella sfera dell’autonomia amministrativa
         con detta istituzione. 
      
      23.      Nel caso in esame, la Commissione deduce di aver menzionato esplicitamente l’assessore giuridico del Consiglio per rispondere
         esattamente al suggerimento fattole in tal senso proprio dal Consiglio stesso. Tale indicazione non era, tuttavia, giuridicamente
         necessaria ai fini della validità del mandato conferito al Consiglio, che consente inoltre la designazione di qualsiasi altra
         persona. 
      
      24.      Quanto alla seconda questione, la Commissione sostiene che, una volta acclarato che all’istituzione sia stato conferito dalla
         Commissione idoneo mandato ad agire in giudizio, il giudice nazionale non deve compiere, in linea di principio, alcun esame
         complementare. In caso di dubbio, potrebbe, tutt’al più, verificare che la persona che compare dinanzi ad esso agisce per
         conto dell’istituzione, cosa che nel caso di specie è pacifica.
      
      25.      Per contro, la Commissione ritiene che il giudice nazionale non possa controllare la validità della designazione, né riguardo
         al mandato della Commissione, né riguardo alle regole interne dell’istituzione mandataria. In tal senso, non potrebbe verificare
         se la persona fisica che compare dinanzi ad esso soddisfi i requisiti necessari per essere designata, né se sia stata regolarmente
         designata dagli organi competenti e nelle dovute forme. Un controllo di tal genere presupporrebbe un’ingerenza nell’organizzazione
         interna dell’istituzione e indurrebbe il giudice nazionale a interpretare le sue regole di funzionamento interno. 
      
      26.      Quanto alla terza questione, la Commissione deduce che il tenore dell’art. 207 CE non consente, alla luce della sua genericità,
         di determinare se la rappresentanza in giudizio del Consiglio sia inclusa tra le competenze del suo segretario generale aggiunto.
         Tuttavia, trattandosi dell’autorità più elevata della segreteria generale del Consiglio, di cui fa parte il servizio giuridico,
         è evidente che può validamente rappresentare in giudizio il Consiglio. 
      
      27.      Conseguentemente, la Commissione suggerisce di risolvere le questioni sollevate dal Conseil d’État belga nei seguenti termini:
         «L’art. 282 CE, in particolare l’espressione «[a] tale fine, essa è rappresentata dalla Commissione», che figura nel secondo
         periodo di detto articolo, deve essere interpretato nel senso che un’istituzione è validamente incaricata di rappresentare
         la Comunità per il semplice fatto dell’esistenza di un mandato con cui la Commissione abbia delegato a tale istituzione i
         propri poteri di rappresentanza in giudizio della Comunità, a prescindere dalla circostanza che tale mandato abbia o meno
         designato nominalmente una persona fisica autorizzata a rappresentare l’istituzione delegata».
      
      28.      Il Governo belga, dal canto suo, oltre a rilevare che i fatti del giudizio a quo sono precedenti all’entrata in vigore della
         riforma dell’art. 282 CE ad opera dell’art. 335 TFUE, sostiene che alla prima delle questioni occorra dare soluzione negativa,
         dato che, diversamente ragionando, si supporrebbe che, una volta conferita la rappresentanza da parte della Commissione, il
         Consiglio possa agire in giudizio mediante qualsivoglia agente. 
      
      29.      Il Governo belga sostiene che un’applicazione restrittiva dell’art. 282 CE debba condurre alla conclusione secondo cui ogni
         azione in giudizio da parte della Comunità europea dovrebbe essere esercitata unicamente dalla Commissione, atteso che il
         principio di attribuzione delle competenze riconosciuto dall’art. 7, n. 1, in fine, del Trattato CE, non riguarda solo la
         delimitazione delle competenze tra la Comunità e gli Stati membri, bensì anche quella delle attribuzioni di ciascuna delle
         istituzioni comunitarie, le sole che potrebbero esercitare le rispettive competenze senza possibilità di delega. 
      
      30.      Anche a voler ritenere che, malgrado le suesposte considerazioni, sia possibile una delega di competenza in presenza di taluni
         requisiti, il Governo belga deduce che tale delega dovrebbe essere assoggettata a interpretazione restrittiva considerato
         che, così facendo, si deroga alla ripartizione di competenze tra istituzioni risultante dalle disposizioni del Trattato CE.
         In forza di tale principio, il mandato conferito dalla Commissione per l’esercizio di una competenza che attribuitale dal
         Trattato deve essere svolto dall’istituzione o dalla persona mandatarie. 
      
      31.      Nel caso di specie, è acclarato che la persona fisica che ha proposto ricorso dinanzi al giudice del rinvio non era quella
         designata dalla Commissione, vale a dire, il sig. Piris, e nemmeno un soggetto designato da quest’ultimo, come consentito,
         peraltro, dallo stesso mandato della Commissione mediante una sorta di subdelega sulla cui legittimità, a parere del Governo
         belga, ci si potrebbe legittimamente interrogare. Chi ha proposto ricorso dinanzi al giudice nazionale avrebbe agito, insomma,
         in assenza di qualsivoglia mandato. 
      
      32.      Quanto alla seconda questione, il Governo belga sostiene che, secondo la giurisprudenza della Corte, il principio di autonomia
         delle istituzioni delle Comunità osti a che un giudice nazionale si ingerisca nelle loro competenze, sostituendosi nell’esercizio
         del suo potere decisionale. Per contro, dalla medesima giurisprudenza si evince che il giudice nazionale può verificare se
         un’istituzione abbia agito conformemente alla normativa ad essa applicabile. Conseguentemente, il Governo belga sostiene che
         un giudice nazionale possa verificare l’ammissibilità di un ricorso proposto da un’istituzione, controllando se essa agisca
         attraverso la persona fisica abilitata dalla Commissione a proporlo. 
      
      33.      Per quanto attiene alla terza questione, il Governo belga deduce che l’art. 207, n. 2, del Trattato CE non conferisce, di
         per sé, alcun potere di rappresentanza al segretario generale aggiunto, senza che la sua responsabilità di gestione della
         segreteria generale possa assimilarsi a un potere rappresentativo, dato che le sue competenze si riferiscono all’organizzazione
         e all’amministrazione della segreteria generale, da una parte e, dall’altra, al corretto svolgimento delle attività del Consiglio
         e alla gestione del suo bilancio. Né tale prescrizione né l’art. 23 del Regolamento interno del Consiglio conferiscono al
         segretario generale aggiunto un potere di rappresentanza per agire in giudizio, sicché anche alla terza e ultima questione
         va data, secondo il Governo belga, soluzione negativa.
      
      34.      Il Consiglio, dal canto suo, deduce, quanto alla prima questione, che è pacifico che abbia ricevuto un sufficiente conferimento
         di rappresentanza da parte della Commissione conformemente all’art. 282 CE, norma, quest’ultima, da cui si evince solo che
         le istituzioni che intendano agire in giudizio con riguardo a questioni che le interessino direttamente devono tener conto,
         a tal fine, del conferimento di rappresentanza della Commissione. Né da tale articolo né da alcuna altra disposizione risulta,
         secondo il Consiglio, che il mandato sia validamente conferito solo se vi si indichi una persona che rappresenta l’istituzione
         interessata dinanzi al giudice nazionale competente. Il mandato all’istituzione per agire in giudizio sarebbe, pertanto, sufficiente
         perché la Comunità sia validamente rappresentata. 
      
      35.      Se è pur certo, riconosce il Consiglio, che nessun elemento osta al fatto che nel mandato si menzioni una persona determinata,
         ciononostante, a suo avviso, il principio di autonomia amministrativa delle istituzioni e le sue regole di organizzazione
         interna continuano a trovare applicazione e, pertanto, il riferimento a una persona fisica non limita la portata del mandato
         conferito all’istituzione ai fini della sua rappresentanza dinanzi a un giudice nazionale. 
      
      36.      Il Consiglio sottolinea che è corretto che nel mandato figuri il nome del suo assessore giuridico, sig. Piris, senza che la
         sua rappresentanza susciti alcun problema all’interno delle istituzioni, ove siano state rispettate tutte le procedure interne.
         Il sig. Piris, dal canto suo, conformemente ai termini del mandato, ha designato un avvocato esterno, il sig. de Briey, per
         proporre ricorso dinanzi al giudice nazionale in rappresentanza delle Comunità. In altri termini, la menzione espressa del
         sig. Piris nel mandato della Commissione rende espliciti ad extra i poteri dell’assessore giuridico del Consiglio ai fini
         della designazione dell’avvocato, sig. de Briey. 
      
      37.      Il Consiglio deduce che nel ricorso proposto dal sig. de Briey figura anche il nome del segretario generale aggiunto del Consiglio,
         cosa che non era necessaria, dal momento che, spettandogli per statuto la gestione della segreteria generale ai sensi dell’art. 207 CE,
         non occorreva assolutamente che fosse menzionato espressamente anche nel mandato della Commissione, essendo in tal senso sufficiente
         il conferimento di rappresentanza al Consiglio. A fortiori, non era nemmeno necessario che il segretario generale aggiunto
         fosse designato dal sig. Piris. Al contrario, il nome di quest’ultimo figurava nel mandato poiché, in quanto mandatario del
         potere di esecuzione di bilancio del segretario generale aggiunto, era tenuto a rivolgersi a un avvocato esterno. 
      
      38.      Il Consiglio sostiene che, in considerazione della sua posizione con riguardo alla prima questione, non occorra procedere
         alla soluzione della seconda. A suo avviso, un giudice nazionale non può verificare se l’istituzione che sia parte di un giudizio
         pendente dinanzi ad esso sia rappresentata dalla persona fisica adeguata, a meno che l’istituzione stessa non metta in discussione
         tale rappresentanza. In caso contrario, incorrerebbe in un’intrusione inammissibile nella sfera di autonomia delle istituzioni
         comunitarie. Secondo il Consiglio, il giudice nazionale può verificare solo il vincolo sussistente tra il Consiglio stesso,
         che agisce in rappresentanza delle Comunità in forza dell’art. 282 CE, da una parte, e l’avvocato esterno che lo rappresenta,
         dall’altra. In altre parole, può verificare solo la sussistenza di un mandato conferito dalla Commissione e la designazione
         di un avvocato ai fini della sua rappresentanza dinanzi a tale giudice. L’effettività di tale questione, nel caso in esame,
         non è stata messa in discussione né dal Conseil d’État belga né dalla controparte nel giudizio a quo. 
      
      39.      Quanto alla terza questione, il Consiglio deduce che, in considerazione della posizione assunta rispetto alla seconda, non
         occorre procedere alla sua soluzione. Tuttavia, oltre a sottolineare che l’oggetto del giudizio a quo riguarda l’immunità
         fiscale delle Comunità, il Consiglio afferma che, conformemente all’art. 207, n. 2, CE, all’art. 59, n. 1, del regolamento
         finanziario, all’art. 23, nn. 2 e 5, del regolamento interno del Consiglio e alle norme interne relative all’attuazione del
         bilancio del Consiglio, adottate il 20 dicembre 2002, il segretario generale aggiunto esercita, in quanto rappresentante della
         sua istituzione, le funzioni di ordinatore per la sezione del bilancio delle Comunità relativa al Consiglio. In quanto ordinatore,
         e conformemente all’art. 60, nn. 1 e 3, del regolamento finanziario, deve eseguire le entrate e le spese del bilancio secondo
         i principi di una sana gestione finanziaria garantendone la legittimità e la regolarità. È in tale contesto che si inserisce
         la decisione del segretario generale aggiunto, in quanto responsabile della gestione dei crediti della sua istituzione, di
         proporre ricorso dinanzi al giudice nazionale al fine di evitare che il Consiglio debba soddisfare, a spese del suo bilancio,
         la somma richiesta, a suo avviso indebitamente, dalla Région de Bruxelles‑Capitale. 
      
      40.      Il Consiglio conclude che, essendo stata legittimamente conferita la rappresentanza dalla Commissione al Consiglio affinché
         quest’ultimo potesse agire in giudizio in nome delle Comunità, il suo rappresentante in materia per statuto, vale a dire il
         sig. de Boissieu, quale segretario generale aggiunto incaricato del buon funzionamento e della gestione della segreteria,
         nell’esercizio delle sue prerogative, rappresentava legittimamente il Consiglio dinanzi al giudice nazionale, senza che occorresse
         a tal fine un mandato esplicito né della Commissione né del sig. Piris, essendo sufficiente il mandato conferito dalla Commissione
         al Consiglio in quanto istituzione, in forza di disposizioni di diritto primario. 
      
      VI – Analisi
      41.      Occorre sottolineare, in primo luogo, che quanto si chiede alla Corte di giustizia nel giudizio in oggetto con le tre questioni
         proposte non è la soluzione del caso concreto esposto nel ricorso, vale a dire se la Comunità sia correttamente rappresentata
         nello specifico procedimento dinanzi al Conseil d’État belga. Lo stesso tenore di tali questioni evidenzia che quanto si attende
         dalla Corte di giustizia è una risposta in astratto a questioni altrettanto astratte. Non si tratta, pertanto, di decidere
         se le persone intervenute in nome della Comunità nel giudizio a quo potessero farlo validamente, ma di precisare quale sia
         il regime di rappresentanza della Comunità, quando essa compare dinanzi a un giudice nazionale ai sensi dell’art. 282 CE.
         Sarà il Conseil d’État belga, sulla base della decisione della Corte di giustizia in ordine a tale questione di diritto, a
         decidere ciò che, applicando ad casum detta pronuncia, ritenga adeguato ai fini della soluzione della controversia sottoposta
         al suo esame. 
      
      42.      L’art. 282 CE attribuiva alla Commissione lo status di rappresentante della Comunità all’unico fine di rendere possibile l’esercizio,
         «in ciascuno degli Stati membri», della capacità giuridica riconosciuta alla Comunità come persona giuridica. Una capacità
         nella quale la disposizione include, in particolare, la facoltà di «stare in giudizio».
      
      43.      Si tratta, quindi, di una rappresentanza organica, in forza della quale la Commissione costituiva l’unico interlocutore legittimato
         della Comunità nelle sue relazioni con gli Stati membri disciplinate esclusivamente dai rispettivi ordinamenti nazionali,
         vale a dire nelle relazioni in cui la Comunità agisce nel suo status di persona giuridica di diritto privato, priva, pertanto,
         per così dire, di qualsivoglia imperium e assoggettata quindi al diritto nazionale al pari di qualsiasi cittadino. 
      
      44.      In quanto rappresentante della Comunità ex art. 282 CE, la Commissione esercitava una competenza specifica, di pura rappresentanza
         ad extra nell’ambito del diritto nazionale, indipendente da quelle che le spettano ad intra nell’ordinamento comunitario.
         Nell’esercizio di tale funzione di rappresentanza, la Commissione operava come se fosse la Comunità, facendo valere nel rispettivo ordinamento nazionale la volontà della Comunità che risultava dai procedimenti di produzione
         di norme e atti giuridici fissati dal diritto comunitario. La volontà manifestata non era, pertanto, quella della Commissione,
         bensì quella concordata mediante il corretto esercizio delle competenze attribuite dai Trattati ai differenti organi della
         Comunità e imputabile, quindi, in ultima analisi, alla Comunità stessa. 
      
      45.      La rappresentanza della Comunità da parte di uno dei suoi organi non priva gli altri di alcuna delle loro prerogative, né
         può pregiudicarli nell’esercizio delle stesse o rendere più difficile l’adempimento delle loro responsabilità quando, per
         il loro interesse, risulta necessario che la Comunità agisca come persona giuridica nel contesto del diritto di uno Stato
         membro. La Commissione sta in giudizio, in quanto rappresentante della Comunità, quando interessi alla Comunità, secondo il
         parere di quel suo organo le cui attribuzioni richiedono, per il loro corretto esercizio, di stare in giudizio dinanzi ai
         giudici nazionali. 
      
      46.      Tale è, in ogni caso, la logica assunta dall’art. 335 TFUE, il quale, seppur inapplicabile al caso in esame, presenta una
         certa rilevanza interpretativa, in quanto è giunto a formalizzare la prassi osservata nell’applicazione dell’art. 282 CE (6), ai sensi del quale ora, ferma restando la rappresentanza comune dell’Unione esercitata dalla Commissione, essa «è rappresentata
         da ciascuna delle istituzioni, in base alla loro autonomia amministrativa, per le questioni connesse al funzionamento della
         rispettiva istituzione». Tale corrispondenza tra la titolarità di una potestà, da una parte, e la comparizione in giudizio
         in un processo come modo per garantire il suo esercizio, dall’altro, non solo serve ad una migliore efficacia nello svolgimento
         della prima, ma anche all’interesse di una buona amministrazione della giustizia ove le parti coinvolte nel contraddittorio
         processuale potranno definire l’oggetto della controversia dinanzi al giudice nei termini più adeguati rispetto ad una realtà
         che è loro particolarmente vicina in quanto titolari degli interessi in conflitto. In tal senso la Corte ha già avuto modo
         di affermare che, quando la Comunità sia chiamata a rispondere di un atto di uno dei suoi organi, la buona amministrazione
         della giustizia richiede che compaia per essa dinanzi al giudice l’organo che ha generato la responsabilità che le si imputa
         (sentenza 13 novembre 1973, Werhahn Hansamühle, punto 7 (7)).
      
      47.      La competenza attribuita alla Commissione dall’art. 282 CE si limita, quindi, per quanto rileva in questa sede, alla rappresentanza
         istituzionale della Comunità dinanzi ai giudici degli Stati membri. La volontà rappresentata non è quella della Commissione,
         bensì quella della Comunità, vale a dire, in ogni caso, quella del suo organo nella cui sfera di attribuzioni si colloca l’azione
         a livello comunitario che necessita, ai fini della sua efficacia giuridica, della partecipazione di un giudice nazionale.
         Pertanto, l’attribuzione della rappresentanza ex art. 282 CE, lungi dal ridurre ad unità, a beneficio della Commissione, la
         molteplicità di responsabilità affidate ad intra alle diverse istituzioni, deve essere intesa come un’attribuzione strumentale
         a servizio delle diverse responsabilità istituzionali nella sua proiezione ad extra dinanzi ai giudici degli Stati membri.
         
      
      48.      A sua volta, si è creata la prassi reiterata e pacifica del conferimento di rappresentanza da parte della Commissione alle
         diverse istituzioni per rappresentare in giudizio la Comunità quando ciò è risultato necessario per il loro funzionamento.
         Tale prassi è quella che, come rilevato supra, è stata poi formalizzata dall’art. 335 TFUE attualmente vigente. Nessuno ha
         posto in discussione – né potrebbe seriamente farlo – che tale conferimento di rappresentanza, per così dire, «interno», sia
         giuridicamente ineccepibile, dal momento che né l’art. 282 CE lo esclude, né la natura dell’attribuzione prevista da tale
         disposizione impedisce che sia, infine, l’istituzione effettivamente interessata quella che rappresenta in giudizio la Comunità
         per la difesa dei suoi interessi in quanto persona giuridica. In definitiva, è la migliore difesa degli interessi comunitari
         quella che sembra porsi a fondamento della prassi che ha portato ad affidare sistematicamente la rappresentanza della Comunità
         in giudizio all’istituzione che meglio poteva difendere tali interessi. 
      
      49.      Naturalmente, solo a partire dall’entrata in vigore dell’art. 335 TFUE è possibile la rappresentanza diretta dell’Unione da
         parte dell’istituzione direttamente interessata, distinta dalla Commissione, ancorché il regime precedente non impedisse la
         rappresentanza delegata se ricorreva l’apposito conferimento di rappresentanza «interno» da parte della Commissione.
      
      50.      La questione decisiva, allora, è quella relativa alle modalità con cui deve formalizzarsi tale conferimento di poteri. Deve
         senz’altro sussistere una volontà inequivoca e chiara di conferire la rappresentanza della Comunità ad un’altra istituzione.
         Deve peraltro ritenersi che tale volontà di conferire la rappresentanza sia sempre preceduta da un’altra volontà, rispetto
         alla quale essa è, appunto, strumentale: la volontà di comparire in giudizio, che non deve necessariamente essere solo ed
         esclusivamente quella della Commissione, bensì parimenti quella dell’istituzione il cui funzionamento impone tale comparizione
         in giudizio come mezzo più adeguato ai fini del corretto esercizio delle sue funzioni. 
      
      51.      Naturalmente nulla impedisce che, nel legittimo esercizio della sua competenza ex art. 282 CE, la Commissione rappresenti
         direttamente la Comunità anche nel caso della difesa in giudizio degli interessi più immediati di un’altra istituzione. Risulta
         evidente che la logica della distribuzione razionale delle funzioni istituzionali a vantaggio dell’interesse superiore della
         Comunità doveva prevalere – come effettivamente è accaduto in passato – sulla prassi che ora è stata sancita, sul piano normativo,
         con l’art. 335 TFUE.
      
      52.      Se è pur vero, senza dubbio, che non sussiste alcun obbligo di conferire la rappresentanza ad un’altra istituzione per rappresentare
         in giudizio la Comunità, quando la Commissione ha deciso in tal senso non sembra, tuttavia, che possa subordinare la rappresentanza
         conferita ad alcuna condizione. Non solo quanto alle modalità di esercizio della tutela giurisdizionale degli interessi della
         Comunità, ma nemmeno quanto alle persone che devono agire per l’istituzione cui è stata conferita la rappresentanza. Diversamente
         ragionando si presupporrebbe un’ingerenza inaccettabile nell’ambito dell’autonomia istituzionale e organizzativa di quest’ultima (8). D’altronde, ciò risulterebbe in contrasto con la ragione stessa del conferimento di poteri, che altro non è, come ripeto,
         se non quella di consentire la tutela degli interessi della Comunità da parte dell’organo che, in ogni caso, può garantirli
         al meglio in ragione della sua conoscenza dell’oggetto della controversia. 
      
      53.      Alla luce di quanto sopra, risulta chiaro che la Commissione dovrebbe limitarsi a conferire formalmente la rappresentanza
         all’istituzione alla quale affida la rappresentanza in giudizio della Comunità in difesa degli interessi direttamente rilevanti,
         senza designare «nominalmente una persona fisica autorizzata a rappresentare l’istituzione delegata», secondo i termini della
         prima questione sollevata dal Conseil d’État. 
      
      54.      Il discorso è diverso se una tale designazione nominativa eventualmente effettuata renda invalida, di per sé, un concreto
         conferimento di rappresentanza, laddove non venga rispettata. Se, come sembra verificarsi nel caso in esame, conformemente
         a quanto dedotto dalla Commissione, la prassi venuta in essere è quella di compiere designazioni di tal sorta di concerto
         con l’istituzione interessata, il suo valore deve ridursi all’ambito meramente interno della Comunità quanto alla preparazione
         della difesa. 
      
      55.      La Comunità, pertanto, ai sensi dell’art. 282 CE, era validamente rappresentata dinanzi ai giudici nazionali sia dalla Commissione,
         sia dall’istituzione alla quale essa aveva formalmente conferito la rappresentanza ad agire in giudizio in un caso concreto.
         Istituzione che, essendole stata conferita la rappresentanza, eserciterà la rappresentanza conferita in quanto tale e, pertanto,
         secondo il procedimento previsto per la formazione e l’esercizio della sua volontà istituzionale, vale a dire, mediante le
         persone autorizzate ad agire in suo nome e, quindi, a rappresentarla. 
      
      56.      Da quanto sopra esposto consegue che alla terza delle questioni sollevate dal Conseil d’État si deve dare soluzione positiva.
         Infatti, tra le persone che possono agire validamente in nome del Consiglio è compreso il suo segretario generale aggiunto
         se, come nel caso in esame, l’interesse comunitario necessario della presenza in giudizio della Comunità incide sul presupposto
         di quest’ultima, ove del rispetto della sua disposizione ed esecuzione è personalmente responsabile detto segretario, ai sensi
         dell’art. 23, nn. 2 e 5, del Regolamento interno del Consiglio. 
      
      57.      Anche se, nei termini in cui è stata sollevata, la seconda questione dovrebbe essere risolta solo in caso di soluzione negativa
         alla prima, è tuttavia opportuno precisare che gli organi giurisdizionali degli Stati membri non possono verificare la regolarità
         del conferimento di rappresentanza della Commissione a un’altra istituzione comunitaria. Applicando al caso in esame la giurisprudenza
         in materia di attribuzione dello status di funzionario o agente dell’Unione (9) risulta evidente che l’eventuale controllo di un conferimento di rappresentanza della Commissione a favore del Consiglio
         può essere unicamente di competenza della stessa giurisdizione comunitaria, dal momento che qualsivoglia intromissione su
         tale punto da parte dei giudici nazionali presupporrebbe un’ingerenza contra ius nella sfera di autonomia delle istituzioni
         dell’Unione. 
      
      58.      Perciò, anche nell’ipotesi di un conferimento di rappresentanza manifestamente invalido, il giudice nazionale poteva solo
         sollevare la relativa questione pregiudiziale ai sensi dell’art. 267 TFUE. 
      
      59.      La competenza dei giudici nazionali, pertanto, resta limitata al controllo della regolarità giuridica dell’atto in forza del
         quale la Comunità – mediante l’organo che la rappresenta secondo il diritto dell’Unione – conferisce la rappresentanza ad
         un concreto rappresentante in giudizio per comparire dinanzi al giudice dello Stato membro quando la normativa processuale
         nazionale lo impone. Poiché si tratta di un requisito strettamente nazionale che non incide sullo status di chi compare in
         giudizio, bensì sulla forma della comparizione in giudizio, l’Unione, che in tale contesto si limita ad agire come persona
         giuridica priva di qualsivoglia imperium, non può sottrarsi alla sua necessità. Risulta parimenti chiaro che non può sottrarsi
         alla pronuncia definitiva dell’organo giurisdizionale dello Stato alla cui giurisdizione si è assoggettata. 
      
      VII – Sintesi
      60.      Da tutte le suesposte considerazioni discende che, sempre nei termini astratti in cui il Conseil d’État belga ha sollevato
         le sue questioni, il conferimento di rappresentanza previsto dall’art. 282 CE non impone la designazione nominativa di una
         persona fisica determinata né, nell’ipotesi della designazione esplicita di una persona, la comparizione in giudizio mediante
         una persona diversa rende invalido il conferimento di rappresentanza all’istituzione mandataria, purché tale persona possa
         agire genericamente in nome di tale istituzione, come nel caso del segretario generale aggiunto del Consiglio. D’altra parte,
         solo la Corte di giustizia può pronunciarsi in ordine alla validità del conferimento di rappresentanza interno di cui trattasi.
         Al giudice nazionale, per contro, resta solo ed esclusivamente il controllo del potere che, nel caso di specie, sia richiesto
         dal diritto nazionale per comparire in giudizio in persona del legale rappresentante. 
      
      VIII – Conclusione
      61.      Sulla base delle suesposte considerazioni, propongo alla Corte di rispondere nel seguente modo ai quesiti formulati dal Conseil
         d’État belga:
      
      «1) L’art. 282 CE, in particolare l’espressione “[a] tale fine, essa è rappresentata dalla Commissione”, deve essere interpretato
         nel senso che un’istituzione diversa dalla Commissione è validamente incaricata di rappresentare la Comunità per il semplice
         fatto che quest’ultima ha delegato all’istituzione medesima i propri poteri di rappresentanza in giudizio della Comunità,
         a prescindere dalla circostanza che nel mandato sia stata nominalmente designata o meno una persona fisica autorizzata a rappresentare
         l’istituzione delegata.
      
      2) L’art. 207, n. 2, primo comma, primo periodo, CE, in particolare l’espressione “coadiuvato da un segretario generale aggiunto
         che è responsabile del funzionamento del segretariato generale”, deve essere interpretato nel senso che il segretario generale
         aggiunto del Consiglio può validamente rappresentare il Consiglio ai fini della proposizione di un ricorso dinanzi alle autorità
         giudiziarie nazionali. 
      
      3) Un giudice nazionale quale il Conseil d’État belga non può verificare autonomamente la regolarità del conferimento di rappresentanza
         “interno” effettuato ai sensi dell’art. 282 CE, ed è obbligato, in tal caso, a sottoporre la relativa questione pregiudiziale
         dinanzi alla Corte di giustizia». 
      
      1 –	Lingua originale: lo spagnolo.
      
      2 –	Regolamento (CE, Euratom) del Consiglio 25 giugno 2002, n. 1605, che stabilisce il regolamento finanziario applicabile
         al bilancio generale delle Comunità europee (GU L 248 del 16 settembre 2002, pag. 1).
      
      3 –	Decisione del Consiglio (CECA, Euratom) 5 giugno 2000, 2000/396/CE, relativa all’adozione del suo regolamento interno (GU
         L 149 del 23 giugno 2000, pag. 21).
      
      4 –	Allegato al Trattato CE ai sensi del Trattato di Amsterdam.
      
      5 –	Art. 335 TFUE: «In ciascuno degli Stati membri, l’Unione ha la più ampia capacità giuridica riconosciuta alle persone giuridiche
         dalle legislazioni nazionali; essa può in particolare acquistare o alienare beni immobili e mobili e stare in giudizio. A
         tale fine, essa è rappresentata dalla Commissione. Tuttavia, l’Unione è rappresentata da ciascuna delle istituzioni, in base
         alla loro autonomia amministrativa, per le questioni connesse al funzionamento della rispettiva istituzione».
      
      6 –	In tal senso, v. per tutti Becker, U., Artikel 282 (Rn. 15), in Schwarze, J. (ed.), EU-Kommentar, 2ª ed., Nomos, Baden-Baden,
         2009.
      
      7 –	Causa 63-69/72 (Racc. pag. 1229).
      
      8 –	Principio di autonomia amministrativa che, come ha osservato la Commissione, è già stato riconosciuto da questa Corte,
         nel contesto del Trattato CECA, nella sentenza 12 luglio 1957, cause riunite 7/56, 3/57-7/57, Algera e a./Assemblée commune
         (Racc. pag. 81).
      
      9 –	Per tutte, sentenza 8 settembre 2005, causa C-288/04, AB (Racc. 2005 pag. I-7837, punto 31).