CELEX: 62007CC0555
Language: it
Date: 2009-07-07
Title: Conclusioni dell'avvocato generale Bot del 7 luglio 2009. # Seda Kücükdeveci contro Swedex GmbH & Co. KG. # Domanda di pronuncia pregiudiziale: Landesarbeitsgericht Düsseldorf - Germania. # Principio di non discriminazione in base all’età - Direttiva 2000/78/CE - Legislazione nazionale in materia di licenziamento che, ai fini del calcolo dei termini di preavviso, non tiene conto del periodo di lavoro svolto prima che il dipendente abbia raggiunto l’età di 25 anni - Giustificazione della norma - Normativa nazionale contraria alla direttiva - Ruolo del giudice nazionale. # Causa C-555/07.

CONCLUSIONI DELL’AVVOCATO GENERALE
      YVES BOT
      presentate il 7 luglio 2009 1(1)
      
      Causa C‑555/07
      Seda Kücükdeveci
      contro
      Swedex GmbH & Co. KG
      [domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Landesarbeitsgericht Düsseldorf (Germania)]
      «Direttiva 2000/78/CE – Principio di non discriminazione fondata sull’età – Normativa nazionale relativa al licenziamento che prevede di non tenere conto del periodo di servizio svolto in azienda prima
         del compimento del venticinquesimo anno di età del lavoratore per il calcolo della durata del preavviso – Normativa nazionale incompatibile con l’art. 6, n. 1, della direttiva 2000/78 – Ruolo e poteri del giudice nazionale – Principi generali del diritto – Invocabilità di esclusione di una direttiva in una controversia tra singoli»
      1.        Il presente rinvio pregiudiziale invita nuovamente la Corte a precisare il regime giuridico e la portata del divieto di discriminazione
         fondata sull’età nel diritto comunitario. Esso offre alla Corte l’occasione per chiarire la portata che va riconosciuta alla
         sentenza 22 novembre 2005, Mangold (2).
      
      2.        Più esattamente, la presente causa porterà la Corte a precisare il regime giuridico del principio generale di non discriminazione
         fondata sull’età e la funzione da esso svolta in una situazione in cui il termine di trasposizione della direttiva del Consiglio
         27 novembre 2000, 2000/78/CE, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di
         condizioni di lavoro (3), è scaduto. Occorrerà, in particolare, stabilire il ruolo e i poteri del giudice nazionale nei confronti di una normativa
         nazionale che contiene una discriminazione basata sul criterio dell’età, quando i fatti all’origine della causa principale
         sono successivi al termine di trasposizione della direttiva 2000/78 e la controversia contrappone due privati.
      
      3.        Tale domanda è stata presentata nell’ambito di una controversia tra la sig.ra Kücükdeveci e il suo ex datore di lavoro, la
         Swedex GmbH & Co. KG (in prosieguo: la «Swedex»), a proposito del calcolo della durata del preavviso applicabile al suo licenziamento.
      
      4.        Nelle presenti conclusioni spiegherò, anzitutto, perché la direttiva 2000/78 costituisce, nella presente causa, una norma
         di riferimento rispetto alla quale deve essere stabilita la sussistenza o meno di una discriminazione fondata sull’età.
      
      5.        In seguito, indicherò che tale direttiva, a mio parere, dev’essere interpretata nel senso che osta ad una normativa nazionale
         in forza della quale il periodo di occupazione svolto da un lavoratore prima di aver compiuto il venticinquesimo anno di età
         non va considerato per il calcolo della durata dell’impiego che, di per sé, serve a determinare il termine di preavviso che
         il datore di lavoro deve rispettare in caso di licenziamento.
      
      6.        Infine, esporrò i motivi per i quali considero che, in una situazione nella quale il giudice del rinvio non possa interpretare
         il diritto nazionale in modo conforme con la direttiva 2000/78, quest’ultimo dispone, in forza del principio di preminenza
         del diritto comunitario e alla luce del principio di non discriminazione in ragione dell’età, il potere di disapplicare il
         diritto nazionale contrastante con tale direttiva, e questo anche nell’ambito di una controversia tra due privati.
      
      I –    Il contesto normativo
      A –    La direttiva 2000/78
      7.        Ai sensi dell’art. 1 della direttiva 2000/78, essa «mira a stabilire un quadro generale per la lotta alle discriminazioni
         fondate sulla religione o le convinzioni personali, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali, per quanto concerne l’occupazione
         e le condizioni di lavoro al fine di rendere effettivo negli Stati membri il principio della parità di trattamento».
      
      8.        L’art. 2 di tale direttiva recita:
      
      «1.   Ai fini della presente direttiva, per “principio della parità di trattamento” si intende l’assenza di qualsiasi discriminazione
         diretta o indiretta basata su uno dei motivi di cui all’articolo 1.
      
      2.     Ai fini del paragrafo 1:
      a)      sussiste discriminazione diretta quando, sulla base di uno qualsiasi dei motivi di cui all’articolo 1, una persona è trattata
         meno favorevolmente di quanto sia, sia stata o sarebbe trattata un’altra in una situazione analoga;
      
      (...)
      (…)».
      9.        L’art. 3, n. 1, della detta direttiva precisa:
      
      «Nei limiti dei poteri conferiti alla Comunità, la presente direttiva, si applica a tutte le persone, sia del settore pubblico
         che del settore privato, compresi gli organismi di diritto pubblico, per quanto attiene:
      
      (…)
      c)      all’occupazione e alle condizioni di lavoro, comprese le condizioni di licenziamento e la retribuzione;
      (…)».
      10.      L’art. 6, n. 1, della direttiva 2000/78 dispone:
      
      «Fatto salvo l’articolo 2, paragrafo 2, gli Stati membri possono prevedere che le disparità di trattamento in ragione dell’età
         non costituiscano discriminazione laddove esse siano oggettivamente e ragionevolmente giustificate, nell’ambito del diritto
         nazionale, da una finalità legittima, compresi giustificati obiettivi di politica del lavoro, di mercato del lavoro e di formazione
         professionale, e i mezzi per il conseguimento di tale finalità siano appropriati e necessari.
      
      Tali disparità di trattamento possono comprendere in particolare:
      a)      la definizione di condizioni speciali di accesso all’occupazione e alla formazione professionale, di occupazione e di lavoro,
         comprese le condizioni di licenziamento e di retribuzione, per i giovani, i lavoratori anziani e i lavoratori con persone
         a carico, onde favorire l’inserimento professionale o assicurare la protezione degli stessi;
      
      b)      la fissazione di condizioni minime di età, di esperienza professionale o di anzianità di lavoro per l’accesso all’occupazione
         o a taluni vantaggi connessi all’occupazione;
      
      c)      la fissazione di un’età massima per l’assunzione basata sulle condizioni di formazione richieste per il lavoro in questione
         o la necessità di un ragionevole periodo di lavoro prima del pensionamento».
      
      11.      In conformità dell’art. 18, primo comma, della direttiva 2000/78, la sua trasposizione nell’ordinamento giuridico degli Stati
         membri doveva avvenire entro il 2 dicembre 2003. Tuttavia, ai sensi del secondo comma del medesimo articolo:
      
      «Per tener conto di condizioni particolari gli Stati membri possono disporre se necessario di tre anni supplementari, a partire
         dal 2 dicembre 2003 ovvero complessivamente di sei anni al massimo, per attuare le disposizioni relative alle discriminazioni
         basate sull’età o sull’handicap. In tal caso essi informano immediatamente la Commissione (…)».
      
      12.      La Repubblica federale di Germania ha beneficiato di tale facoltà, di modo che la trasposizione delle disposizioni della direttiva
         2000/78 relative alla discriminazione basata sull’età e sull’handicap, sarebbe dovuta avvenire in tale Stato membro entro
         il 2 dicembre 2006.
      
      B –    Il diritto nazionale
      13.      L’art. 622 del codice civile tedesco (Bürgerliches Gesetzbuch, in prosieguo: il «BGB»), intitolato «Termini di preavviso nei
         rapporti di lavoro», così recita:
      
      «1)   Il rapporto di lavoro con un operaio o con un impiegato (lavoratore) può essere risolto rispettando un preavviso di quattro
         settimane, con effetto al quindicesimo giorno o all’ultimo giorno del mese di scadenza del termine.
      
      2)     Per il licenziamento da parte del datore di lavoro, si applicano i seguenti termini di preavviso:
      –        se il rapporto di lavoro nell’azienda o nell’impresa è durato due anni: un mese, con effetto alla fine di un mese di calendario;
      –        se è durato cinque anni: due mesi, con effetto alla fine di un mese di calendario;
      –        se è durato otto anni: tre mesi, con effetto alla fine di un mese di calendario;
      –        se è durato dieci anni: quattro mesi, con effetto alla fine di un mese di calendario;
      (…)
      Nel calcolo della durata dell’impiego non va considerato il tempo precedente al compimento del venticinquesimo anno di età
         del lavoratore [(4)]».
      
      14.      Gli artt. 1, 2 e 10 della legge generale sulla parità di trattamento (Allgemeines Gleichbehandlungsgesetz) del 14 agosto 2006 (5), che ha trasposto la direttiva 2000/78, recitano:
      
      «Art. 1 – Finalità della legge
      La presente legge ha l’obiettivo di impedire o di eliminare qualsiasi pregiudizio basato sulla razza o sull’origine etnica,
         sul sesso, sulla religione o sulle convinzioni personali, sull’handicap, sull’età o sull’identità sessuale.
      
      Art. 2 – Ambito di applicazione
      (…)
      4)     Ai licenziamenti si applicano esclusivamente le disposizioni relative alla tutela generale e particolare contro i licenziamenti.
      (…)
      Art. 10 – Legittimità di talune disparità di trattamento collegate all’età
      Fatto salvo l’art. 8, si autorizza una disparità di trattamento collegata all’età laddove essa sia oggettivamente e ragionevolmente
         giustificata e basata su una finalità legittima. I mezzi per il conseguimento di tale finalità devono essere appropriati e
         necessari. Tali disparità di trattamento possono comprendere in particolare:
      
      1.     la definizione di condizioni speciali di accesso all’occupazione e alla formazione professionale, di occupazione e di lavoro,
         comprese le condizioni di retribuzione e di licenziamento, per i giovani, i lavoratori anziani e i lavoratori con persone
         a carico, onde favorire l’inserimento professionale o assicurare la protezione degli stessi;
      
      (…)».
      II – La controversia di cui alla causa principale e le questioni pregiudiziali
      15.      La sig.ra Kücükdeveci è nata il 12 febbraio 1978. Essa lavorava dal 4 giugno 1996, ossia dall’età di 18 anni, alle dipendenze
         della Swedex.
      
      16.      Con lettera 19 dicembre 2006, la Swedex ha licenziato la dipendente, con effetto, considerato il termine di preavviso legale,
         al 31 gennaio 2007.
      
      17.      Con ricorso proposto il 9 gennaio 2007, la sig.ra Kücükdeveci ha impugnato il licenziamento dinanzi all’Arbeitsgericht Mönchengladbach
         (Tribunale del lavoro di Mönchengladbach Germania). A sostegno del proprio ricorso, essa ha segnatamente fatto valere che
         il licenziamento doveva avere effetto solo a partire dal 30 aprile 2007, in quanto, in forza dell’art. 622, n. 2, prima frase,
         punto 4, del BGB, il termine di preavviso di licenziamento dopo dieci anni di servizio in azienda viene prolungato a quattro
         mesi, con effetto alla fine del mese.
      
      18.      A suo parere, l’art. 622, n. 2, ultima frase, del BGB, nella parte in cui prevede che per il calcolo della durata del preavviso
         di licenziamento non va considerato il periodo di servizio svolto in azienda prima del compimento del venticinquesimo anno
         di età, costituirebbe una discriminazione basata sull’età contrastante con il diritto comunitario. Pertanto, tale disposizione
         nazionale dovrebbe essere disapplicata.
      
      19.      Avendo l’Arbeitsgericht Mönchengladbach accolto il ricorso della sig.ra Kücükdeveci, la Swedex ha deciso di impugnare tale
         decisione dinanzi al Landesarbeitsgericht Düsseldorf (Germania).
      
      20.      Nella sua ordinanza di rinvio, il giudice a quo fa osservare che, benché l’organizzazione della tutela dell’occupazione possa
         avere un’incidenza indiretta sul comportamento dei datori di lavoro in materia di assunzione, non è dimostrato che la soglia
         dei 25 anni persegua e realizzi concretamente obiettivi che rientrano nell’ambito della politica dell’occupazione e del mercato
         del lavoro.
      
      21.      Secondo tale giudice, il fatto di collegare il prolungamento del termine di preavviso ad un’età minima si basa essenzialmente
         sulle concezioni del legislatore tedesco in materia di politica sociale e familiare nonché sulla considerazione secondo la
         quale i lavoratori più anziani sono colpiti più intensamente dalle conseguenze della disoccupazione a causa dei loro obblighi
         familiari ed economici e della diminuzione della loro flessibilità e della loro mobilità professionali. L’art. 622, n. 2,
         ultima frase, del BGB riflette la valutazione del legislatore secondo la quale i giovani lavoratori reagiscono in genere più
         agevolmente e più rapidamente alla perdita del loro impiego, e che, considerata la loro età, può essere ragionevolmente richiesta
         loro una flessibilità e una mobilità maggiori. In conformità dell’obiettivo di tutela dei lavoratori più anziani e occupati
         da più tempo, l’art. 622, n. 2, del BGB prevede indubbiamente che il periodo di occupazione svolto in azienda prima del compimento
         del venticinquesimo anno di età non va considerato e soltanto a partire da tale età i lavoratori acquisiscono progressivamente
         il diritto a termini di preavviso più lunghi, in funzione della durata del servizio svolto in azienda.
      
      22.      Il giudice del rinvio non è convinto dell’incostituzionalità dell’art. 622, n. 2, ultima frase, del BGB. Per contro, egli
         esprime i propri dubbi sulla compatibilità di tale disposizione con il diritto comunitario.
      
      23.      Più esattamente, riguardo all’argomento formulato dalla Corte nella citata sentenza Mangold e alle «considerazion[i] legat[e]
         alla struttura del mercato del lavoro di cui trattasi e [alla] situazione personale dell’interessato» ivi menzionate, il giudice
         del rinvio dubita che la disparità di trattamento possa oggettivamente giustificarsi in forza dei principi generali del diritto
         comunitario ovvero alla luce dell’art. 6, n. 1, della direttiva 2000/78.
      
      24.      Egli considera, inoltre, che risulta dalla giurisprudenza della Corte che tale direttiva non possa avere un effetto diretto
         sulla controversia principale. Egli rileva, altresì, basandosi su due recenti sentenze della Corte che hanno ricordato e precisato
         il dovere di interpretazione conforme spettante ai giudici nazionali (6), che permane la condizione che la normativa nazionale possa essere interpretata. In forza dei criteri secondo i quali, durante
         l’interpretazione di una disposizione legislativa, si deve tener conto non soltanto della lettera della stessa, ma anche della
         sua collocazione sistematica nel contesto normativo di cui trattasi e degli scopi perseguiti, secondo l’intenzione manifesta
         del legislatore, dalla normativa di cui essa fa parte (7), il giudice del rinvio ritiene che l’art. 622, n. 2, ultima frase, del BGB, il cui tenore è inequivocabile, non possa essere
         interpretato.
      
      25.      Egli si domanda, quindi, quali conseguenze debba trarre il giudice nazionale dall’eventuale incompatibilità tra tale disposizione
         e il principio generale del diritto comunitario costituito dal divieto di discriminazione in ragione dell’età.
      
      26.      Il giudice del rinvio pone, al riguardo, l’accento sul fatto che la Costituzione tedesca obbliga i giudici nazionali ad applicare
         le norme legislative in vigore. Egli dubita che la citata sentenza Mangold possa essere intesa nel senso che i giudici nazionali
         si vedono attribuire il potere, allorché applicano il diritto comunitario primario, di disapplicare le normative nazionali
         incompatibili. Una tale situazione presenterebbe, infatti, il rischio di comportare divergenze di giurisprudenza tra i giudici
         degli Stati membri che possono decidere di disapplicare o meno una normativa nazionale a seconda che la considerino compatibile
         o meno con il diritto comunitario primario. Tali riflessioni portano il giudice del rinvio a chiedere alla Corte di precisare
         se, nella citata sentenza Mangold, essa intendeva escludere che i giudici nazionali fossero tenuti, in forza del loro diritto
         interno, ad effettuare un rinvio pregiudiziale prima di decidere la disapplicazione di una norma legislativa nazionale in
         quanto incompatibile con il diritto comunitario primario. Infine, essa indica che la disapplicazione del diritto nazionale
         incompatibile che è imposta nella citata sentenza Mangold, solleva il problema della tutela del legittimo affidamento dei
         cittadini nell’applicazione delle leggi vigenti, a maggior ragione quando si pone il problema della loro compatibilità con
         i principi generali del diritto comunitario.
      
      27.      Di conseguenza, il Landesarbeitsgericht di Düsseldorf ha deciso di sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:
      
      «1)      a)     Se una normativa nazionale, secondo la quale i termini di preavviso per il licenziamento che il datore di lavoro deve rispettare
         si prolungano progressivamente con l’aumentare della durata dell’impiego, senza tuttavia considerare il periodo di tempo in
         cui il lavoratore ha occupato l’impiego precedentemente al compimento del venticinquesimo anno di età, sia contraria al divieto
         di discriminazione in ragione dell’età sancito dal diritto comunitario, e segnatamente al diritto primario della CE od alla
         direttiva (...) 2000/78 (...);
      
      b)      se una ragione giustificativa del fatto che un datore di lavoro debba rispettare soltanto un termine di preavviso di base
         per il licenziamento dei lavoratori più giovani possa essere ravvisata nella circostanza che al datore di lavoro viene riconosciuto
         un interesse economico ad una gestione flessibile del personale, il quale verrebbe pregiudicato da termini di preavviso di
         licenziamento più lunghi, mentre ai giovani lavoratori non viene accordata la tutela dei diritti quesiti e delle aspettative
         (garantita ai lavoratori più anziani attraverso termini di preavviso più estesi), ad esempio perché si presume una loro maggiore
         mobilità e flessibilità professionale e personale in ragione dell’età e/o dei minori obblighi sociali, familiari e privati
         su di essi incombenti.
      
      2)               In caso di soluzione affermativa della questione sub 1 a) e negativa della questione sub 1 b):
      se il giudice di uno Stato membro in una causa tra privati debba disapplicare una normativa di legge esplicitamente contraria
         al diritto comunitario ovvero se debba tenere conto della fiducia riposta dai destinatari delle norme nell’applicazione delle
         leggi nazionali vigenti, in modo tale per cui la conseguenza dell’inapplicabilità sopravvenga soltanto in seguito ad una decisione
         della Corte di giustizia delle Comunità europee sulla normativa contestata o su una normativa essenzialmente analoga».
      
      III – Analisi
      A –    Sulla prima questione, sub a) e b)
      28.      Tale prima questione mira, in sostanza, a sapere se il diritto comunitario debba essere interpretato nel senso che osta ad
         una normativa nazionale in forza della quale non va considerato il periodo di occupazione svolto dal lavoratore precedentemente
         al compimento del venticinquesimo anno di età ai fini del calcolo del termine di preavviso di licenziamento. Prima di rispondere
         a tale questione occorre, come invita il giudice del rinvio, precisare quale sia la norma comunitaria di riferimento nella
         presente causa, vale a dire il principio di non discriminazione fondata sull’età, che costituisce, secondo la Corte, un principio
         generale del diritto comunitario (8), oppure la direttiva 2000/78.
      
      1.      Qual è la norma comunitaria di riferimento?
      29.      Ritengo sia la direttiva 2000/78 quella che deve costituire, in una situazione come quella di cui trattasi nella causa principale,
         la norma di riferimento per stabilire la sussistenza o meno di una discriminazione in ragione dell’età vietata dal diritto
         comunitario.
      
      30.      Ricordo, anzitutto, che risulta sia dal titolo e dal preambolo, sia dal contenuto e dalla finalità, che la direttiva 2000/78
         si propone di fissare un quadro generale per garantire ad ogni individuo la parità di trattamento in materia di occupazione
         e di condizioni di lavoro, offrendo una protezione efficace contro le discriminazioni fondate su uno dei motivi di cui all’art. 1,
         fra i quali è menzionata l’età (9).
      
      31.      Si osserva che i fatti all’origine della controversia nella causa principale sono avvenuti dopo la scadenza del termine di
         cui ha beneficiato la Repubblica federale di Germania per trasporre tale direttiva, ossia dopo il 2 dicembre 2006.
      
      32.      Del resto, a mio parere non vi è alcun dubbio che la normativa nazionale in esame rientri nell’ambito di applicazione della
         detta direttiva. Ricordo, in proposito, che ai sensi dell’art. 3, n. 1, lett. c), della direttiva 2000/78, essa «si applica
         a tutte le persone, sia del settore pubblico che del settore privato, (…) per quanto attiene (…) all’occupazione e alle condizioni
         di lavoro, comprese le condizioni di licenziamento e la retribuzione». Dato che l’art. 622 del BGB costituisce una disposizione
         che disciplina una delle condizioni nelle quali può avvenire un licenziamento, esso deve considerarsi rientrante nella sfera
         di applicazione di tale direttiva.
      
      33.      La mia analisi volta a stabilire se l’art. 622, n. 2, ultima frase, del BGB sia contrastante con il divieto di discriminazione
         in ragione dell’età formulato dal diritto comunitario, si fonderà quindi principalmente sulle disposizioni della direttiva
         2000/78 che precisano ciò che deve considerarsi una disparità di trattamento basata sull’età contraria al diritto comunitario.
         Tale direttiva costituisce quindi il quadro dettagliato che consente di rilevare la sussistenza o meno di discriminazioni
         collegate all’età in materia di occupazione e di condizioni di lavoro.
      
      34.      Non vedo, pertanto, alcun motivo per conferire una portata autonoma al principio generale di non discriminazione fondata sull’età
         limitandoci ad interpretare quest’ultimo, dato che una tale posizione presenta l’inconveniente maggiore di togliere ogni effetto
         utile alla direttiva 2000/78. Questo non significa, tuttavia, che il principio generale del diritto comunitario costituito
         dal principio di non discriminazione fondata sull’età non svolgerà alcun ruolo nell’analisi del presente rinvio pregiudiziale.
         In quanto strettamente collegato alla direttiva 2000/78, la quale ha l’obiettivo principale di agevolarne l’attuazione, tale
         principio generale dovrà essere preso in considerazione, come spiegherò nell’ambito della soluzione della seconda questione,
         quando si tratterà di stabilire se e a quali condizioni possa essere invocata la direttiva 2000/78 nell’ambito di una controversia
         tra privati.
      
      35.      Ciò precisato, occorre ora esaminare se la direttiva 2000/78, e in particolare il suo art. 6, n. 1, debba essere interpretata
         nel senso che osta ad una normativa nazionale quale l’art. 622, n. 2, ultima frase, del BGB.
      
      2.      La direttiva 2000/78 osta all’art. 622, n. 2, ultima frase, del BGB?
      36.      Osservo, anzitutto, che nella parte in cui l’art. 622, n. 2, ultima frase, del BGB esclude il periodo di occupazione svolto
         dai lavoratori prima del compimento del venticinquesimo anno di età dal calcolo della durata dell’occupazione la quale, di
         per sé, permette di stabilire il termine di preavviso applicabile in caso di licenziamento, esso istituisce una disparità
         di trattamento direttamente basata sull’età, quale quella di cui all’art. 2, nn. 1 e 2, lett. a), della direttiva 2000/78.
         Infatti, l’art. 622, n. 2, ultima frase, del BGB istituisce in modo diretto un trattamento meno favorevole ai lavoratori licenziati
         che hanno iniziato un rapporto di lavoro con il loro datore di lavoro prima del compimento del venticinquesimo anno di età
         rispetto ai lavoratori licenziati che hanno iniziato tale rapporto dopo tale età. Inoltre, tale misura svantaggia i lavoratori
         giovani rispetto ai lavoratori più anziani, in quanto i primi possono potenzialmente essere esclusi, come dimostra la situazione
         della sig.ra Kücükdeveci, dal meccanismo di tutela costituito dall’aumento progressivo dei termini di preavviso di licenziamento
         in funzione della durata del servizio svolto in azienda.
      
      37.      Emerge, tuttavia, dall’art. 6, n. 1, primo comma, della direttiva 2000/78 che tali disparità di trattamento basate sull’età
         non costituiscono una discriminazione vietata in forza del suo art. 2 «laddove esse siano oggettivamente e ragionevolmente
         giustificate, nell’ambito del diritto nazionale, da una finalità legittima, compresi giustificati obiettivi di politica del
         lavoro, di mercato del lavoro e di formazione professionale, e i mezzi per il conseguimento di tale finalità siano appropriati
         e necessari». Tali finalità legittime, le quali sono obiettivi di politica sociale (10), possono infatti giustificare disparità di trattamento collegate all’età, il cui art. 6, n. 1, secondo comma, della direttiva
         2000/78 fornisce vari esempi.
      
      38.      Il rappresentante della Repubblica federale di Germania ha esposto, nel corso dell’udienza, il contesto generale nel quale
         era stata istituita la soglia dei 25 anni. Risulta che il legislatore tedesco ha attuato, nel 1926, un sistema di aumento
         progressivo dei termini di preavviso di licenziamento in base alla durata del rapporto di lavoro. L’introduzione della soglia
         dei 25 anni a partire dalla quale i periodi di occupazione vengono considerati aveva lo scopo di sgravare parzialmente i datori
         di lavoro da tale prolungamento graduale dei termini di preavviso. Sembra si tratti di una disposizione volta ad agevolare
         il compromesso politico per l’adozione del provvedimento principale costituito dal detto prolungamento dei termini. Inoltre,
         l’obiettivo di tale norma sembra essere la concessione di una maggiore flessibilità ai datori di lavoro qualora desiderino
         licenziare lavoratori giovani, e tale flessibilità nei confronti dei più giovani doveva compensare in qualche modo l’onere,
         che gravava sui datori di lavoro, dell’aumento progressivo dei termini di preavviso in funzione della durata del rapporto
         di lavoro. In altri termini, il legislatore tedesco avrebbe tentato di bilanciare il rafforzamento della tutela dei lavoratori
         in funzione della durata del servizio svolto in azienda con l’interesse dei datori di lavoro ad una gestione flessibile del
         personale.
      
      39.      Inoltre, i chiarimenti forniti dal giudice del rinvio consentono di precisare il contesto nel quale è stato adottato l’art. 622,
         n. 2, del BGB. Considerato nel suo complesso, tale articolo mira a rafforzare la tutela dei lavoratori anziani contro la disoccupazione.
         Il legislatore tedesco è partito dal postulato secondo il quale i lavoratori anziani sarebbero maggiormente colpiti da una
         situazione di disoccupazione rispetto ai lavoratori giovani, dato che i primi hanno obblighi familiari ed economici che i
         secondi in genere non hanno e che, per di più, hanno una minore mobilità professionale. All’epoca dell’adozione della disposizione
         controversa, vale a dire agli inizi del XX secolo, sembra che gli impiegati, prevalentemente di sesso maschile, erano soliti
         formarsi una famiglia all’età media di circa 30 anni. Non avendo generalmente obblighi familiari prima di tale età, i lavoratori
         giovani sarebbero sufficientemente tutelati dall’applicazione del termine di preavviso di base. Inoltre, questi ultimi riuscirebbero
         a reagire più agevolmente e più rapidamente alla perdita del posto di lavoro.
      
      40.      È stato altresì affermato che la soglia dei 25 anni potrebbe essere vista come misura che persegue una finalità legittima
         di politica dell’occupazione e del mercato del lavoro, in quanto avrebbe l’effetto di ridurre il tasso di disoccupazione più
         elevato nei lavoratori giovani, creando condizioni che potrebbero agevolare l’assunzione in tale fascia di età. In altri termini,
         il fatto di dover rispettare soltanto il termine di preavviso di base incentiverebbe i datori di lavoro ad assumere più lavoratori
         giovani.
      
      41.      Alla luce di tali chiarimenti, può ritenersi che l’art. 622, n. 2, ultima frase, del BGB, ai sensi del quale non va considerato
         il periodo di servizio svolto in azienda precedentemente al compimento del venticinquesimo anno di età, persegua una finalità
         legittima ai sensi dell’art. 6, n. 1, della direttiva 2000/78, vale a dire un obiettivo di politica sociale?
      
      42.      A mio parere, occorre distinguere il provvedimento dell’aumento progressivo del termine del preavviso di licenziamento in
         funzione della durata dell’occupazione nell’impresa da quello della fissazione di un’età minima di 25 anni per beneficiare
         di tale aumento.
      
      43.      La finalità del prolungamento del preavviso è chiaramente quella di tutelare i lavoratori che, secondo il legislatore tedesco,
         hanno minori capacità di adattamento e minori possibilità di reinserimento allorché siano stati occupati per lungo tempo in
         un’impresa. Se un datore di lavoro decide di licenziare un lavoratore in servizio da lungo tempo nella sua impresa, un termine
         di preavviso prolungato agevola sicuramente il passaggio di tale lavoratore verso una nuova situazione professionale, segnatamente
         la ricerca di un nuovo impiego. Tale rafforzamento della tutela del lavoratore licenziato in funzione della durata del servizio
         svolto in azienda può, a mio avviso, considerarsi una misura che persegue un obiettivo di politica dell’occupazione e del
         mercato del lavoro, ai sensi dell’art. 6, n. 1, della direttiva 2000/78.
      
      44.      Per contro, appare più difficile identificare una finalità legittima, ai sensi della medesima norma, riguardo alla mancata
         considerazione del periodo di occupazione svolto prima del compimento del venticinquesimo anno di età.
      
      45.      Riguardo, anzitutto, all’affermazione secondo la quale un tale provvedimento avrebbe un effetto positivo sull’assunzione dei
         lavoratori giovani, essa sembra alquanto teorica. Per contro, è sicuro che termini di preavviso brevi hanno necessariamente
         un impatto negativo sulla ricerca di un nuovo impiego da parte dei lavoratori giovani. L’istituzione della soglia di 25 anni
         a partire dalla quale si applica il sistema di prolungamento dei termini di preavviso non favorisce dunque, a mio parere,
         l’inserimento professionale dei lavoratori giovani, ai sensi dell’art. 6, n. 1, secondo comma, lett. a), della direttiva 2000/78.
      
      46.      L’obiettivo principale di tale misura, quale risulta dal suo contesto generale, è quello di consentire ai datori di lavoro
         di gestire con maggiore flessibilità la categoria di dipendenti rappresentata dai lavoratori giovani, in quanto il legislatore
         tedesco ha ritenuto che questi ultimi avessero meno bisogno di tutela in caso di licenziamento rispetto ai lavoratori più
         anziani. Si pone, dunque, il problema di stabilire se tale interesse dei datori di lavoro a poter gestire con maggiore flessibilità
         una categoria di lavoratori possa essere considerato un obiettivo che rientra nella politica sociale di cui all’art. 6, n. 1,
         della direttiva 2000/78, come quelli connessi alla politica dell’occupazione e del mercato del lavoro.
      
      47.      Nella citata sentenza Age Concern England, la Corte ha indicato che, per il loro carattere d’interesse generale, tali finalità
         legittime sono diverse dai motivi puramente individuali propri della situazione del datore di lavoro, come la riduzione dei
         costi o il miglioramento della competitività, senza che peraltro si possa escludere che una norma nazionale riconosca, nel
         perseguimento delle suddette finalità legittime, un certo grado di flessibilità in favore dei datori di lavoro (11). Ne deduco che la Corte non esclude che un provvedimento nazionale relativo alla politica dell’occupazione e del mercato
         del lavoro possa tradursi con la concessione di «un certo grado di flessibilità in favore dei datori di lavoro». Mi sembra
         tuttavia difficile ammettere che tale flessibilità concessa ai datori di lavoro possa costituire una finalità legittima di
         per sé. La Corte ha, infatti, ben precisato che le finalità «legittime», ai sensi dell’art. 6, n. 1, della direttiva 2000/78,
         hanno un «carattere d’interesse generale». Ebbene, tale dimensione d’interesse generale sembra assente nel provvedimento che
         stabilisce di non considerare i periodi di occupazione svolti prima del venticinquesimo anno di età, il quale porta, alla
         fine, ad escludere una categoria di lavoratori, nella fattispecie i più giovani, da un regime di tutela in materia di licenziamento.
      
      48.      Inoltre, dubito della pertinenza di uno dei postulati sui quali si fonda l’art. 622, n. 2, ultima frase, del BGB, vale a dire
         che i lavoratori giovani reagiscono più agevolmente e rapidamente alla perdita del loro posto di lavoro rispetto agli altri
         lavoratori. La parte importante di disoccupazione rappresentata dai giovani nelle nostre società pone in discussione tale
         postulato che era forse fondato nel 1926, ma che oggi non è più attuale.
      
      49.      Per tali motivi, ritengo che il provvedimento che stabilisce di non tener conto del periodo di occupazione svolto prima del
         compimento del venticinquesimo anno di età per il calcolo del preavviso di licenziamento non persegua una finalità legittima
         ai sensi dell’art. 6, n. 1, della direttiva 2000/78.
      
      50.      In ogni caso, anche se la Corte dovesse considerare che tale provvedimento persegua un giustificato obiettivo di politica
         sociale, quali quelli connessi alla politica dell’occupazione e del mercato del lavoro, ritengo che una tale misura vada oltre
         quanto appropriato e necessario per conseguire tale obiettivo. 
      
      51.      Effettivamente, gli Stati membri dispongono di un ampio margine di discrezionalità non solo nella scelta di perseguire uno
         scopo determinato fra altri in materia di politica sociale e di occupazione, ma altresì nella definizione delle misure atte
         a realizzare detto scopo (12). Tuttavia, la Corte ha altresì indicato che semplici affermazioni generiche, riguardanti l’attitudine di un provvedimento
         determinato a partecipare alla politica dell’occupazione, del mercato del lavoro o della formazione professionale, non sono
         sufficienti affinché risulti che l’obiettivo perseguito da tale provvedimento possa essere tale da giustificare una deroga
         al principio di non discriminazione fondata sull’età, né costituiscono elementi sulla scorta dei quali poter ragionevolmente
         ritenere che gli strumenti prescelti siano atti alla realizzazione di tale obiettivo (13). Infatti, anche supponendo che l’art. 622, n. 2, ultima frase, del BGB persegua l’obiettivo volto ad agevolare l’assunzione
         dei lavoratori giovani, e quindi l’inserimento professionale di tale categoria di lavoratori, non vi è alcun elemento concreto
         che rinforzi tale affermazione o che dimostri che tale provvedimento sia idoneo al conseguimento di tale obiettivo. Il carattere
         appropriato e necessario di tale misura non è quindi, a mio parere, dimostrato.
      
      52.      Per di più, l’applicazione dell’art. 622, n. 2, ultima frase, del BGB porta ad una situazione in cui tutti i lavoratori che
         hanno iniziato il rapporto di lavoro prima del compimento del venticinquesimo anno di età e che sono licenziati poco tempo
         dopo aver raggiunto tale età, come la sig.ra Kücükdeveci, sono esclusi in maniera generale, indipendentemente dalla loro situazione
         personale e familiare nonché dal loro livello di formazione, da un elemento importante della tutela dei lavoratori in caso
         di licenziamento. Inoltre, tale esclusione generale decisa nel 1926 è stata mantenuta senza dimostrare, a mio parere, che
         la fissazione di una tale soglia di età è sempre adatta alla situazione economica e sociale attuale di tale categoria di lavoratori.
      
      53.      Per tali ragioni, propongo alla Corte di dichiarare che l’art. 6, n. 1, della direttiva 2000/78 dev’essere interpretato nel
         senso che osta ad una normativa nazionale, quale quella di cui alla causa principale, che prevede, in modo generale, di non
         tenere conto dei periodi di occupazione svolti prima del venticinquesimo anno di età ai fini del calcolo dei termini di preavviso
         di licenziamento.
      
      B –    Sulla seconda questione
      54.      Con la seconda questione, il giudice del rinvio chiede, in sostanza, quali conseguenze debba trarre dall’incompatibilità dell’art. 622,
         n. 2, ultima frase, del BGB con la direttiva 2000/78. In particolare, se egli debba disapplicare tale disposizione nazionale
         in una controversia tra privati di cui è investito. Inoltre, se tale giudice abbia l’obbligo di adire in via pregiudiziale
         la Corte prima di poter disapplicare una norma nazionale contrastante con il diritto comunitario.
      
      55.      Quest’ultimo interrogativo non richiede, a mio parere, una lunga trattazione. È infatti chiaro, dopo la sentenza 9 marzo 1978,
         Simmenthal (14), che il giudice nazionale, in quanto giudice comunitario di diritto comune, ha l’obbligo di applicare integralmente il diritto
         comunitario e di tutelare i diritti che questo attribuisce ai singoli, disapplicando qualsiasi disposizione nazionale contrastante
         con il diritto comunitario. Tale dovere che spetta al giudice nazionale di disapplicare le disposizioni nazionali che ostano
         alla piena efficacia delle norme comunitarie non è assolutamente condizionato dall’esercizio di un previo rinvio pregiudiziale
         dinanzi alla Corte, salvo trasformare, nella maggior parte dei casi, la facoltà di rinvio di cui dispongono i giudici nazionali
         in forza dell’art. 234, secondo comma, CE in un obbligo generalizzato di rinvio.
      
      56.      La prima parte della questione posta dal giudice del rinvio, per contro, è più delicata e non trova una risposta esplicita
         nella giurisprudenza della Corte.
      
      57.      Il problema se una direttiva trasposta erroneamente o non trasposta da uno Stato membro possa essere invocata nell’ambito
         di una controversia tra privati ha tuttavia ricevuto, in più occasioni, una chiara risposta da parte della Corte. Infatti,
         quest’ultima ha costantemente deciso che una direttiva non può di per se stessa creare obblighi a carico di un singolo e non
         può quindi essere fatta valere in quanto tale nei suoi confronti. Ne consegue, secondo la Corte, che anche una disposizione
         chiara, precisa e incondizionata di una direttiva volta a conferire diritti o ad imporre obblighi ai privati non può trovare
         applicazione in quanto tale nell’ambito di una controversia che veda contrapposti esclusivamente dei singoli (15). La Corte rifiuta quindi di effettuare un passo che avrebbe la conseguenza di assimilare le direttive ai regolamenti, riconoscendo
         alla Comunità il potere di emanare norme che facciano sorgere con effetto immediato obblighi a carico dei singoli, mentre
         tale competenza le spetta solo laddove le sia attribuito il potere di adottare regolamenti (16). Tale posizione rispetta la natura particolare della direttiva che, per definizione, fa sorgere direttamente obblighi soltanto
         a carico degli Stati membri destinatari e può imporre obblighi ai singoli soltanto attraverso provvedimenti nazionali di trasposizione (17).
      
      58.      La Corte ha bilanciato tale netto rifiuto di un effetto diretto orizzontale delle direttive evidenziando l’esistenza di soluzioni
         alternative atte a salvaguardare i singoli che si ritengono lesi dall’omessa o dall’errata trasposizione di una direttiva.
      
      59.      Il primo palliativo all’assenza di effetto diretto orizzontale delle direttive consiste nell’obbligo che spetta al giudice
         nazionale di interpretare il diritto interno per quanto possibile alla luce del testo e dello scopo della direttiva in questione,
         così da conseguire il risultato perseguito da quest’ultima (18). Il principio di interpretazione conforme esige che i giudici nazionali si adoperino al meglio nei limiti del loro potere,
         prendendo in considerazione il diritto interno nel suo insieme ed applicando i metodi di interpretazione riconosciuti da quest’ultimo,
         al fine di garantire la piena efficacia della direttiva di cui trattasi e di pervenire ad una soluzione conforme allo scopo
         perseguito da quest’ultima (19).
      
      60.      Nella citata sentenza Pfeiffer e a., la Corte ha precisato, riguardo ad una controversia tra singoli, la procedura che il
         giudice nazionale deve seguire, riducendo ulteriormente la linea di confine tra l’invocabilità d’interpretazione conforme
         e l’invocabilità di una direttiva al fine di disapplicare il diritto nazionale incompatibile. La Corte ha, infatti, indicato
         che, se il diritto nazionale, mediante l’applicazione di metodi di interpretazione da esso riconosciuti, in determinate circostanze
         consente di interpretare una norma dell’ordinamento giuridico interno in modo tale da evitare un conflitto con un’altra norma
         di diritto interno o di ridurre a tale scopo la portata di quella norma applicandola solamente nella misura compatibile con
         l’altra, il giudice ha l’obbligo di utilizzare gli stessi metodi al fine di ottenere il risultato perseguito dalla direttiva (20).
      
      61.      Tuttavia, è ben vero che l’obbligo per il giudice nazionale di fare riferimento al contenuto di una direttiva nell’interpretazione
         e nell’applicazione delle norme pertinenti del diritto nazionale trova i suoi limiti nei principi generali del diritto, in
         particolare in quelli della certezza del diritto e dell’irretroattività, e non può servire a fondare un’interpretazione contra
         legem del diritto nazionale (21).
      
      62.      Il secondo palliativo all’assenza di effetto diretto orizzontale delle direttive può essere attivato proprio nel caso in cui
         il risultato prescritto da una direttiva non può essere conseguito mediante interpretazione. Il diritto comunitario impone,
         infatti, agli Stati membri di risarcire i danni da essi causati ai singoli a causa della mancata attuazione di tale direttiva,
         purché siano soddisfatte tre condizioni. Anzitutto, la direttiva in questione deve avere lo scopo di attribuire diritti a
         favore dei singoli. Deve essere, poi, possibile individuare il contenuto di tali diritti sulla base delle disposizioni di
         detta direttiva. Infine, deve sussistere un nesso di causalità tra la violazione dell’obbligo a carico dello Stato membro
         e il danno subito (22).
      
      63.      Infine, il terzo palliativo consiste nella scissione tra l’effetto diretto orizzontale delle direttive e la loro invocabilità
         al fine di escludere l’applicazione del diritto nazionale incompatibile, anche nell’ambito di una controversia tra singoli.
         Tale soluzione porta a considerare che se le direttive non possono sostituire il diritto nazionale assente o incompleto per
         imporre direttamente obblighi in capo ai singoli, esse possono tuttavia essere fatte valere per disapplicare il diritto nazionale
         incompatibile, in quanto il giudice nazionale potrà applicare soltanto il diritto nazionale espurgato dalle disposizioni contrastanti
         con la direttiva per risolvere una controversia tra singoli.
      
      64.      Tale scissione tra l’effetto diretto cosiddetto «di sostituzione» delle direttive e l’invocabilità di esclusione delle stesse,
         tuttavia, non è mai stata oggetto di un riconoscimento generale ed esplicito da parte della Corte (23). Pertanto, la portata di tale terzo palliativo resta, per il momento, molto limitata (24).
      
      65.      Riassumendo, la linea giurisprudenziale attuale relativa all’effetto delle direttive nelle controversie tra singoli è la seguente.
         La Corte resta contraria al riconoscimento di un effetto diretto orizzontale delle direttive e sembra considerare che i due
         palliativi principali costituiti dall’obbligo di interpretazione conforme e dalla responsabilità degli Stati membri per violazione
         del diritto comunitario sono, nella maggior parte dei casi, adeguati sia per garantire la piena efficacia delle direttive
         sia per tutelare i singoli che si ritengono lesi dal comportamento illegittimo degli Stati membri.
      
      66.      La soluzione da proporre al giudice del rinvio potrebbe, quindi, consistere, in maniera classica, nel ricordare la giurisprudenza
         appena esposta, indicando al giudice nazionale il suo dovere di impiegare tutti i mezzi di cui dispone per interpretare il
         diritto nazionale in modo conforme alla finalità perseguita dalla direttiva 2000/78 e, nel caso non possa attuare una tale
         interpretazione, invitare la sig.ra Kücükdeveci ad avviare un’azione di responsabilità civile nei confronti della Repubblica
         federale di Germania a causa della trasposizione incompleta di tale direttiva.
      
      67.      Non è tuttavia questa la strada che proporrò alla Corte, per i seguenti motivi.
      
      68.      In primo luogo, come rileva giustamente il Landesarbeitsgericht Düsseldorf, il dovere di interpretazione conforme vale solo
         nei limiti in cui la normativa nazionale di cui trattasi possa essere interpretata. Orbene, tale giudice considera che non
         sia così nel caso dell’art. 622, n. 2, ultima frase, del BGB. La Corte è quindi interpellata da un giudice che le indica che
         il tenore di tale disposizione è inequivocabile e che, pur facendo tutto quanto rientri nella propria competenza per conseguire
         l’obiettivo perseguito dalla direttiva 2000/78, egli non potrà interpretare tale disposizione in modo conforme con la finalità
         di tale direttiva. Di conseguenza, ritengo che non sia sufficiente invitare il giudice del rinvio ad eseguire una procedura
         che, allo stato del suo diritto nazionale, egli non ritiene possibile.
      
      69.      In secondo luogo, una soluzione che indirizzi la sig.ra Kücükdeveci verso un’azione di responsabilità civile nei confronti
         della Repubblica federale di Germania avrebbe come inconveniente principale quello di farla dichiarare soccombente nel suo
         processo, con le conseguenze pecuniarie che ne conseguono e questo anche qualora venisse accertata la sussistenza di una discriminazione
         fondata sull’età contraria alla direttiva 2000/78, e ad obbligarla ad avviare una nuova azione giudiziaria. Una tale soluzione,
         a mio parere, sarebbe contraria al diritto ad una tutela giurisdizionale effettiva di cui devono godere, in forza dell’art. 9
         della direttiva 2000/78, le persone che si ritengono lese dall’inosservanza del principio della parità di trattamento. In
         tale prospettiva, una lotta efficace contro le discriminazioni contrarie al diritto comunitario comporta che il giudice nazionale
         competente possa concedere alle persone appartenenti alla categoria sfavorita, immediatamente e senza essere costretto ad
         invitare le vittime ad iniziare una procedura per danni contro lo Stato, gli stessi vantaggi di cui beneficiano le persone
         della categoria privilegiata (25). Per tale ragione ritengo che la Corte non debba limitarsi ad una soluzione basata sull’esistenza di un’azione di responsabilità
         civile nei confronti dello Stato per trasposizione incompleta di tale direttiva.
      
      70.      Invito la Corte a seguire un percorso più ambizioso in termini di lotta contro le discriminazioni contrarie al diritto comunitario,
         percorso che, del resto, non è assolutamente in conflitto con la sua giurisprudenza classica relativa all’assenza di effetto
         diretto orizzontale delle direttive. Tale posizione, che si fonda in gran parte sulla specificità delle direttive che combattono
         le discriminazioni e sulla gerarchia delle norme dell’ordinamento giuridico comunitario, consiste nel considerare che una
         direttiva adottata al fine di agevolare l’attuazione del principio generale di uguaglianza e di non discriminazione non può
         diminuirne la portata. La Corte dovrebbe, quindi, come ha fatto a proposito del principio generale del diritto comunitario
         medesimo, riconoscere che una direttiva volta a combattere le discriminazioni possa essere invocata nell’ambito di una controversia
         tra singoli al fine di disapplicare una normativa nazionale con essa incompatibile.
      
      71.      Detta posizione è d’altronde, a mio parere, l’unica che possa conciliarsi con quanto deciso dalla Corte nella citata sentenza
         Mangold. In tale sentenza, la Corte ha dichiarato che una normativa nazionale la quale autorizza, senza restrizioni, salvo
         che esista uno stretto collegamento con un precedente contratto di lavoro a tempo indeterminato stipulato con lo stesso datore
         di lavoro, la stipula di contratti di lavoro a tempo determinato qualora il lavoratore abbia raggiunto l’età di 52 anni non
         poteva essere giustificata ai sensi dell’art. 6, n. 1, della direttiva 2000/78. La principale difficoltà che la Corte doveva
         affrontare era stabilire quali conseguenze dovesse trarre il giudice nazionale da tale interpretazione in una situazione in
         cui, da un lato, la controversia riguardava due privati e, dall’altro, non era ancora scaduto il termine di trasposizione
         di tale direttiva alla data della stipula del contratto di lavoro controverso.
      
      72.      Superando tali due ostacoli, la Corte ha considerato, ai sensi della giurisprudenza resa nella citata sentenza Simmenthal,
         che era compito del giudice nazionale, investito di una controversia che metteva in discussione il principio di non discriminazione
         fondata sull’età, assicurare, nell’ambito di sua competenza, la tutela giuridica che il diritto comunitario attribuisce ai
         soggetti dell’ordinamento, garantendone la piena efficacia e disapplicando ogni contraria disposizione di legge nazionale (26). La Corte ha, quindi, riconosciuto che tale principio poteva essere invocato nell’ambito di una controversia tra singoli
         al fine di disapplicare una normativa nazionale discriminatoria.
      
      73.      Per giungere a tale conclusione, la Corte ha considerato che la circostanza che, alla data della stipula del contratto, il
         termine di trasposizione della direttiva 2000/78 non fosse ancora scaduto, non era tale da rimettere in discussione la constatazione
         di incompatibilità tra la normativa nazionale di cui trattasi e l’art. 6, n. 1, della direttiva 2000/78. Essa si è fondata,
         in primo luogo, sulla giurisprudenza resa nella sentenza 18 dicembre 1997, Inter‑Environnement Wallonie (27), da cui risulta che, in pendenza del termine per il recepimento di una direttiva, gli Stati membri devono astenersi dall’adottare
         disposizioni che possano compromettere gravemente il conseguimento del risultato prescritto dalla direttiva stessa (28).
      
      74.      In secondo luogo, la Corte ha rilevato che la direttiva 2000/78 non sancisce essa stessa il principio della parità di trattamento
         in materia di occupazione e di lavoro. Infatti tale direttiva, ai sensi del suo art. 1, ha la sola finalità di «stabilire
         un quadro generale per la lotta alle discriminazioni fondate sulla religione o le convinzioni personali, gli handicap, l’età
         o le tendenze sessuali», dal momento che il principio stesso del divieto di siffatte forme di discriminazione, come risulta
         dal primo e dal quarto ‘considerando’ della detta direttiva, trova la sua fonte in vari strumenti internazionali e nelle tradizioni
         costituzionali comuni agli Stati membri (29). La Corte ne ha dedotto che il principio di non discriminazione fondata sull’età deve pertanto essere considerato un principio
         generale del diritto comunitario (30).
      
      75.      La Corte ha, poi, applicato la sua giurisprudenza ai sensi della quale, quando una normativa nazionale rientra nella sfera
         di applicazione del diritto comunitario, la Corte, adita in via pregiudiziale, deve fornire tutti gli elementi di interpretazione
         necessari alla valutazione, da parte del giudice nazionale, della conformità della detta normativa con tale principio. Ebbene,
         la disposizione nazionale in esame rientrava nella sfera di applicazione del diritto comunitario in quanto provvedimento di
         attuazione della direttiva del Consiglio 28 giugno 1999, 1999/70/CE, relativa all’accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro
         a tempo determinato (31). La Corte ha, pertanto, dichiarato che il rispetto del principio generale della parità di trattamento, in particolare in
         ragione dell’età, non dipendeva, come tale, dalla scadenza del termine concesso agli Stati membri per trasporre una direttiva
         intesa a stabilire un quadro generale per la lotta alle discriminazioni fondate sull’età (32).
      
      76.      Nessuno ignora che la citata sentenza Mangold è stata oggetto di numerose critiche. Se ci teniamo al contributo principale
         di tale sentenza, vale a dire che il rispetto del principio generale del diritto comunitario costituito dal principio di non
         discriminazione fondata sull’età non può dipendere dalla scadenza del termine concesso agli Stati membri per trasporre la
         direttiva 2000/78 e che, pertanto, spetta al giudice nazionale assicurare la piena efficacia di tale principio disapplicando
         ogni contraria disposizione di legge nazionale, anche nell’ambito di una controversia tra singoli, ritengo che tali critiche
         vadano attenuate.
      
      77.      Infatti, per quanto riguarda, anzitutto, l’esistenza medesima del principio di non discriminazione fondata sull’età in quanto
         principio generale del diritto comunitario, sono incline a pensare che l’evidenziazione di un tale principio da parte della
         Corte corrisponda all’evoluzione di tale diritto quale risulta, da una parte, dall’iscrizione dell’età come criterio di discriminazione
         vietato ai sensi dell’art. 13, n. 1, CE e, dall’altra, dall’aver sancito il divieto di discriminazioni fondate sull’età come
         un diritto fondamentale, come risulta dall’art. 21, n. 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (33). Effettivamente, il ragionamento della Corte sarebbe stato sicuramente più convincente se si fosse basato su tali elementi,
         al di là dei soli strumenti internazionali e delle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri i quali, nella maggior
         parte dei casi, non identificano uno specifico divieto di discriminazione in ragione dell’età. Tuttavia, sembra importante
         evidenziare che, rilevando l’esistenza di un tale principio generale del diritto comunitario, la Corte è allineata con la
         volontà espressa dagli Stati membri e dalle istituzioni comunitarie di combattere in modo efficace le discriminazioni collegate
         all’età. In tale ottica, non sorprende che il principio di non discriminazione fondata sull’età, in quanto espressione specifica
         del principio generale di uguaglianza e di non discriminazione e in quanto diritto fondamentale, benefici dello status eminente
         di principio generale del diritto comunitario.
      
      78.      Riguardo, poi, alle conseguenze tratte dalla Corte, nella citata sentenza Mangold, dall’esistenza di un tale principio, esse
         mi paiono coerenti con la giurisprudenza da essa progressivamente formulata a proposito del principio generale di uguaglianza
         e di non discriminazione.
      
      79.      La Corte, infatti, considera da lungo tempo che il principio generale di uguaglianza fa parte dei principi fondamentali del
         diritto comunitario (34). Detto principio impone di non trattare in modo diverso situazioni analoghe, salvo che una differenza di trattamento non
         sia obiettivamente giustificata (35). Esso figura nel novero dei diritti fondamentali di cui la Corte garantisce il rispetto (36).
      
      80.      In qualità di principio generale del diritto comunitario, tale principio adempie a diverse funzioni. Esso consente al giudice
         comunitario di colmare le lacune che potrebbero presentare disposizioni del diritto primario o derivato. È, inoltre, uno strumento
         interpretativo che può chiarire il senso e la portata di disposizioni del diritto comunitario (37) nonché uno strumento di controllo della validità degli atti comunitari (38).
      
      81.      Del resto, il rispetto del principio generale di uguaglianza e di non discriminazione vincola parimenti gli Stati membri quando
         danno esecuzione alle discipline comunitarie. Ne consegue che questi ultimi sono tenuti, per quanto possibile, ad applicare
         tali discipline nel rispetto degli obblighi inerenti alla tutela dei diritti fondamentali nell’ordinamento giuridico comunitario (39). A tale proposito, come ho indicato in precedenza, la Corte considera che, quando una normativa nazionale rientra nella sfera
         di applicazione del diritto comunitario, essa deve, allorché sia adita in via pregiudiziale, fornire tutti gli elementi di
         interpretazione necessari alla valutazione, da parte del giudice nazionale, della conformità di detta normativa con i diritti
         fondamentali di cui la Corte garantisce il rispetto (40). Qualora, rispetto a tale interpretazione, risulti che una normativa nazionale sia contraria al diritto comunitario, il giudice
         nazionale dovrà disapplicarla in conformità del principio di preminenza del diritto comunitario.
      
      82.      Il ragionamento formulato dalla Corte nella citata sentenza Mangold, prende in considerazione tali diversi elementi risultanti
         dalla sua giurisprudenza al fine di assicurare l’efficacia del principio generale di uguaglianza, indipendentemente dallo
         scadere del termine di trasposizione della direttiva 2000/78. Un tale ragionamento è, a mio parere, conforme alla gerarchia
         delle norme dell’ordinamento giuridico comunitario.
      
      83.      Per illustrare il modo in cui la Corte ipotizza il rapporto tra una norma di diritto comunitario primario e una norma di diritto
         comunitario derivato, è interessante fare un accostamento con il modo in cui essa ha inteso il rapporto tra l’art. 119 del
         Trattato CEE [divenuto art. 119 del Trattato CE (gli artt. 117‑120 del Trattato CE sono stati sostituiti dagli artt. 136 CE‑143 CE)],
         che fonda il principio della parità di retribuzione tra lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile, e la direttiva
         75/117/CEE (41).
      
      84.      Infatti, nella sentenza 8 aprile 1976, Defrenne (42), la Corte ha rilevato che la direttiva 75/117 precisa sotto determinati aspetti la portata dell’art. 119 del Trattato e contiene
         varie disposizioni miranti essenzialmente a rafforzare la tutela giurisdizionale dei lavoratori che fossero eventualmente
         lesi dalla mancata applicazione del principio della parità di retribuzione stabilito da tale articolo (43). Essa ha considerato che tale direttiva si propone di favorire, mediante un complesso di provvedimenti da adottarsi nell’ambito
         nazionale, la corretta applicazione dell’art. 119 del Trattato, senza poter, tuttavia, diminuire l’efficacia di detto articolo (44). Nella sentenza 31 marzo 1981, Jenkins (45), la Corte ha precisato, nello stesso senso, che l’art. 1 della detta direttiva, inteso essenzialmente a facilitare l’applicazione
         pratica del principio della parità di retribuzione di cui all’art. 119 del Trattato, lascia assolutamente impregiudicati sia
         il contenuto che la portata di detto principio, come sancito da tale articolo (46). La Corte ha recentemente ricordato tale giurisprudenza nella sentenza 3 ottobre 2006, Cadman (47).
      
      85.      Alla luce di tale giurisprudenza, sembra assolutamente logico che la Corte abbia dichiarato, nella citata sentenza Mangold,
         che la pendenza del termine di trasposizione della direttiva 2000/78 non poteva compromettere l’efficacia del principio di
         non discriminazione fondata sull’età e che, per garantire tale efficacia, il giudice nazionale doveva disapplicare ogni contraria
         disposizione di legge nazionale. Del resto, la circostanza che la causa principale riguardasse due privati non poteva assolutamente
         ostare a che tale principio generale del diritto comunitario beneficiasse di una invocabilità di esclusione, in quanto la
         Corte, in varie occasioni, ha già fatto un passo più importante riconoscendo l’effetto orizzontale di disposizioni del Trattato
         contenenti espressioni specifiche del principio generale di uguaglianza e di non discriminazione (48).
      
      86.      La Corte deve ormai decidere se essa desidera mantenere la stessa tesi per le situazioni verificatesi dopo la scadenza del
         termine di trasposizione della direttiva 2000/78. A mio parere, la risposta deve essere affermativa, in quanto adottare una
         posizione diversa porterebbe a rompere la logica su cui si basa la citata sentenza Mangold.
      
      87.      Infatti, dato che la direttiva 2000/78 costituisce uno strumento volto ad agevolare la concreta applicazione del principio
         di non discriminazione fondata sull’età e, in particolare, a migliorare la tutela giurisdizionale dei lavoratori eventualmente
         lesi dalla violazione di tale principio, essa non potrebbe, anche – e a fortiori – dopo la scadenza del termine concesso agli
         Stati membri per la sua trasposizione, pregiudicare la portata di tale principio. Sarebbe, al riguardo, difficile concepire
         che le conseguenze della preminenza del diritto comunitario siano indebolite dopo la scadenza del termine di trasposizione
         della direttiva 2000/78. Ma soprattutto, non si può ammettere che la tutela dei cittadini contro le discriminazioni contrastanti
         con il diritto comunitario sia meno intensa dopo la scadenza di un tale termine, allorché si tratta di una norma finalizzata
         a tutelarli maggiormente. La direttiva 2000/78 deve quindi, a mio parere, poter essere invocata in una controversia tra singoli
         al fine di escludere l’applicazione di una norma nazionale contrastante con il diritto comunitario.
      
      88.      Accogliere una tale tesi non porta la Corte a ritornare sulla sua giurisprudenza relativa all’assenza di effetto diretto orizzontale
         delle direttive. Infatti, la presente causa ha come oggetto solo l’esclusione di una disposizione nazionale incompatibile
         con la direttiva 2000/78, in questo caso l’art. 622, n. 2, ultima frase, del BGB, per consentire al giudice nazionale di applicare
         le restanti disposizioni di tale articolo, nella fattispecie i termini di preavviso determinati sulla base della durata del
         rapporto di lavoro. Non si tratta quindi, in questo caso, di applicare direttamente la direttiva 2000/78 ad un comportamento
         privato autonomo che non segue alcuna particolare normativa statale come, ad esempio, la decisione che adotti un datore di
         lavoro di non assumere i lavoratori con più di 45 anni di età o con meno di 35 anni di età. Solo tale situazione porterebbe
         ad interrogarsi sull’opportunità di riconoscere a tale direttiva un vero effetto diretto orizzontale (49).
      
      89.      Del resto, se la Corte persiste nella sua intenzione di non riconoscere in modo generale la scissione tra l’effetto diretto
         cosiddetto «di sostituzione» e l’invocabilità di esclusione, la particolarità delle direttive di combattere la discriminazione
         le consente, a mio parere, di adottare una soluzione con una portata più ridotta, la quale, allo stesso tempo, ha il merito
         di essere coerente con la giurisprudenza da essa formulata in merito al principio generale di uguaglianza e di non discriminazione.
         In tale ottica, è in quanto essa applica tale principio, nella sua dimensione che vieta le discriminazioni in ragione dell’età,
         che la direttiva 2000/78 si vede attribuire una invocabilità rafforzata nelle controversie tra singoli.
      
      90.      Per concludere, desidero fare osservare che, riguardo all’intromissione sempre maggiore del diritto comunitario nei rapporti
         tra privati, la Corte sarà, a mio parere, inevitabilmente confrontata ad altre ipotesi che sollevano il problema dell’invocabilità
         di direttive che contribuiscono a garantire i diritti fondamentali nell’ambito di controversie tra singoli. Tali ipotesi aumenteranno
         verosimilmente se la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea acquisirà in futuro una forza giuridica vincolante,
         poiché tra i diritti fondamentali ripresi in tale Carta, un determinato numero compare nell’esperienza comunitaria sotto forma
         di direttive (50). In tale prospettiva, la Corte deve, a mio avviso, riflettere fin da oggi se l’identificazione di diritti garantiti da direttive
         come costituenti dei diritti fondamentali permetta o meno di rafforzare l’invocabilità di questi nell’ambito di controversie
         tra singoli. La presente causa offre alla Corte l’occasione per precisare la risposta che essa desidera apportare a tale importante
         questione.
      
      IV – Conclusione
      91.      Alla luce di tutte le considerazioni che precedono, suggerisco alla Corte di dichiarare:
      
      «1)      L’art. 6, n. 1, della direttiva del Consiglio 27 novembre 2000, 2000/78/CE, che stabilisce un quadro generale per la parità
         di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, dev’essere interpretato nel senso che osta ad una normativa
         nazionale, quale quella di cui trattasi nella causa principale, che prevede, in modo generale, che il periodo di attività
         lavorativa subordinata maturato prima del compimento del venticinquesimo anno di età non va preso in considerazione ai fini
         del calcolo dei termini di preavviso di licenziamento.
      
      2)      Spetta al giudice nazionale disapplicare tale normativa nazionale, anche nell’ambito di una controversia tra singoli».
      1 –	Lingua originale: il francese.
      
      2 –	Causa C‑144/04 (Racc. pag. I‑9981).
      
      3 –	GU L 303, pag. 16.
      
      4 –	Tale ultima frase compariva già, in sostanza, all’art. 2, n. 1, della legge sui termini di preavviso per il licenziamento
         degli impiegati (Gesetz über die Fristen für die Kündigung von Angestellten) del 9 luglio 1926.
      
      5 –	BGBl. 2006 I, pag. 1897.
      
      6 –	Sentenze 5 ottobre 2004, cause riunite da C‑397/01 a C‑403/01, Pfeiffer e a. (Racc. pag. I‑8835, punto 119), nonché 4 luglio
         2006, causa C‑212/04, Adeneler e a. (Racc. pag. I‑6057, punto 124).
      
      7 –	Il giudice del rinvio fa, al riguardo, menzione di una sentenza del Bundesverfassungsgericht 7 giugno 2005 e della sentenza
         della Corte 7 dicembre 2006, causa C‑306/05, SGAE (Racc. pag. I‑11519, punto 34).
      
      8 –	Sentenza Mangold, cit. (punto 75).
      
      9 –	Sentenza 16 ottobre 2007, causa C‑411/05, Palacios de la Villa (Racc. pag. I‑8531, punto 42).
      
      10 –	Sentenza 5 marzo 2009, causa C‑388/07, Age Concern England (Racc. pag. I‑1569, punto 46).
      
      11 –	Punto 46.
      
      12 –	Sentenza Palacios de la Villa, cit. (punto 68).
      
      13 –	Sentenza Age Concern England, cit. (punto 51).
      
      14 –	Causa 106/77 (Racc. pag. 629).
      
      15 –	Sentenza 7 giugno 2007, causa C‑80/06, Carp (Racc. pag. I‑4473, punto 20 e giurisprudenza ivi citata).
      
      16 –	Sentenza 14 luglio 1994, causa C‑91/92, Faccini Dori (Racc. pag. I‑3325, punto 24).
      
      17 –	V. D.  Simon, La directive européenne, Dalloz, 1997, pag. 73.
      
      18 –	V., segnatamente, sentenze Pfeiffer e a., cit. (punto 113 e giurisprudenza ivi citata), nonché 23 aprile 2009, cause riunite
         da C‑378/07 a C‑380/07, Angelidaki e a. (Racc. pag. I‑3071, punto 197).
      
      19 –	Sentenza Angelidaki e a., cit. (punto 200).
      
      20 –	Sentenza Pfeiffer e a., cit. (punto 116).
      
      21 –	Sentenza Angelidaki e a., cit. (punto 199 e giurisprudenza ivi citata).
      
      22 –	Ibidem (punto 202 e giurisprudenza ivi citata).
      
      23 –	Per una illustrazione generale della distinzione tra tali due effetti del diritto comunitario, v., segnatamente, i paragrafi
         24‑90 delle conclusioni dell’avvocato generale Léger nella causa Linster (sentenza 19 settembre 2000, causa C‑287/98, Racc. pag. I‑6917),
         nonché D. Simon, «Synthèse générale», Les principes communs d’une justice des États de l’Union européenne, Actes du colloque des 4 et 5 décembre 2000, La Documentation française, Paris, 2001, pag. 321, secondo il quale «se la Corte non attribuisce effetto diretto a talune
         disposizioni del diritto comunitario, è semplicemente perché tali disposizioni non possono essere applicate dai giudici nazionali senza obbligarli ad oltrepassare il loro compito giurisdizionale ed a sostituirsi al
         legislatore nazionale, il quale dispone all’occorrenza di un margine di discrezionalità che non può essere usato da un giudice
         senza violare i principi fondamentali della separazione dei poteri» (pag. 332). Con l’invocabilità di esclusione, non si viola
         assolutamente l’esercizio di tale margine di discrezionalità. Si tratta solo di controllare se, in tale esercizio, lo Stato
         membro sia restato nei limiti di detto margine di discrezionalità.
      
      24 –	Le sentenze 30 aprile 1996, causa C‑194/94, CIA Security International (Racc. pag. I‑2201), nonché 26 settembre 2000, causa
         C‑443/98, Unilever (Racc. pag. I‑7535), sono spesso citate in quanto riconoscono l’invocabilità di esclusione delle direttive
         nell’ambito di una controversia tra singoli. La Corte ha, infatti, considerato che una regola tecnica che non è stata notificata
         conformemente a quanto dispone la direttiva del Consiglio 28 marzo 1983, 83/189/CEE, che prevede una procedura d’informazione
         nel settore delle norme e delle regolamentazioni tecniche (GU L 109, pag. 8), – che secondo la Corte costituisce «un vizio
         procedurale sostanziale» – dev’essere disapplicata dal giudice nazionale, anche nell’ambito di una controversia tra singoli
         (citate sentenze CIA Security International, punto 48, e Unilever, punto 50). Essa ha giustificato lo scostamento rispetto
         alla sua giurisprudenza classica con il fatto che la «direttiva 83/189 non definisce in alcun modo il contenuto sostanziale
         della norma giuridica sulla base della quale il giudice nazionale deve risolvere la controversia dinanzi ad esso pendente.
         Essa non crea né diritti né obblighi per i singoli» (sentenza Unilever, cit., punto 51).
      
      25 –	V., segnatamente, sentenza 17 gennaio 2008, causa C‑246/06, Velasco Navarro (Racc. pag. I‑105, punto 38).
      
      26 –	Sentenza Mangold, cit. (punti 77 e 78).
      
      27 –	Causa C‑129/96 (Racc. pag. I‑7411).
      
      28 –	Punto 45. V., altresì, sentenza Mangold, cit. (punto 67).
      
      29 –	Sentenza Mangold, cit. (punto 74).
      
      30 –	Ibidem (punto 75).
      
      31 –	GU L 175, pag. 43. V. sentenza Mangold, cit. (punto 75 e giurisprudenza ivi citata).
      
      32 –	Sentenza Mangold, cit. (punto 76).
      
      33 –	Tale Carta è stata proclamata solennemente una prima volta, il 7 dicembre 2000 a Nizza (GU C 364, pag. 1) poi una seconda
         volta, il 12 dicembre 2007 a Strasburgo (GU C 303, pag. 1).
      
      34 –	Sentenza 19 ottobre 1977, cause riunite 117/76 e 16/77, Ruckdeschel e a. (Racc. pag. 1753, punto 7).
      
      35 –	V., segnatamente, sentenze 25 novembre 1986, cause riunite 201/85 e 202/85, Klensch e a. (Racc. pag. 3477, punto 9), nonché
         12 dicembre 2002, causa C‑442/00, Rodríguez Caballero (Racc. pag. I‑11915, punto 32 e giurisprudenza ivi citata).
      
      36 –	Sentenza Rodríguez Caballero, cit. (punto 32).
      
      37 –	V., segnatamente, l’influenza che ha potuto avere il principio di uguaglianza sulla determinazione della sfera di applicazione
         della direttiva del Consiglio 9 febbraio 1976, 76/207/CEE, relativa all’attuazione del principio della parità di trattamento
         fra gli uomini e le donne per quanto riguarda l’accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionali e le condizioni
         di lavoro (GU L 39, pag. 40), nella sentenza 30 aprile 1996, causa C‑13/94, P./S. (Racc. pag. I‑2143, punti 18‑20).
      
      38 –	V., segnatamente, sentenza 10 marzo 1998, causa C‑122/95, Germania/Consiglio (Racc. pag. I‑973, punti 54‑72).
      
      39 –	Sentenza Rodríguez Caballero, cit. (punto 30 e giurisprudenza ivi citata).
      
      40 –	Ibidem (punto 31 e giurisprudenza ivi citata).
      
      41 –	Direttiva del Consiglio 10 febbraio 1975, per il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative all’applicazione
         del principio della parità di retribuzione tra i lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile (GU L 45, pag. 19).
      
      42 –	Causa 43/75 (Racc. pag. 455).
      
      43 –	Punto 54.
      
      44 –	Punto 60.
      
      45 –	Causa 96/80 (Racc. pag. 911).
      
      46 –	Punto 22.
      
      47 –	Causa C‑17/05 (Racc. pag. I‑9583, punto 29).
      
      48 –	V., segnatamente, sentenze 12 dicembre 1974, causa 36/74, Walrave e Koch (Racc. pag. 1405); Defrenne, cit., nonché 6 giugno
         2000, causa C‑281/98, Angonese (Racc. pag. I‑4139). V., inoltre, per una recente conferma dell’effetto diretto orizzontale
         delle disposizioni del Trattato relative alle libertà fondamentali, quali l’art. 43 CE, sentenza 11 dicembre 2007, causa C‑438/05,
         International Transport Workers’ Federation e Finnish Seamen’s Union (Racc. pag. I‑10779, punti 57‑59 e giurisprudenza ivi
         citata).
      
      49 –	Il problema sarebbe allora più difficile da risolvere, in quanto, oltre all’ostacolo maggiore legato alla natura dell’atto
         di diritto comunitario derivato costituito dalla direttiva, la Corte sarebbe confrontata alla questione più generale di sapere
         se il divieto di discriminazioni possa regolare tutti i tipi di rapporti tra privati. Osservo, al riguardo, che il carattere
         imperativo del divieto di talune forme di discriminazione enunciate nelle disposizioni del diritto primario ha già condotto
         la Corte a riconoscer loro la maggiore applicabilità possibile, segnatamente nell’ambito dei rapporti tra privati [v., segnatamente,
         citate sentenze Defrenne (punto 39), e Angonese (punti 34‑36)]. Per di più, l’art. 3, n. 1, della direttiva 2000/78, il quale
         prevede che essa «si applica a tutte le persone, sia del settore pubblico che del settore privato» dimostra che il legislatore
         comunitario concepisce il divieto di discriminazioni come esteso ai rapporti di lavoro disciplinati dal diritto privato. V.,
         inoltre, per superare l’ambito comunitario Corte eur. D.U., sentenza del 13 luglio 2004, Pla e Puncernau c. Andorra, (Recueil des arrêts et décisions 2004‑VIII), nella quale la Corte europea dei diritti dell’uomo sembra ammettere che il diritto alla non discriminazione previsto
         dall’art. 14 della Convenzione europea di salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmato a Roma
         il 4 novembre 1950, si applica nell’ambito di rapporti tra privati, aprendo così la strada ad un controllo della compatibilità
         degli atti strettamente privati nei confronti di tale articolo (v., su tale punto, F. Sudre., Droit européen et international des droits de l’homme, 9ª ed., PUF, Parigi, 2008, pag. 264).
      
      50 –	V., in proposito, O. De Schutter, «Les droits fondamentaux dans l’Union européenne: une typologie de l’acquis», Classer les droits de l’homme, 2004, pag. 315. L’autore cita come esempi il diritto all’informazione e alla consultazione dei lavoratori nell’ambito dell’impresa
         (art. 27), la tutela del lavoratore in caso di licenziamento ingiustificato (art. 30), il diritto a condizioni di lavoro giuste
         ed eque (art. 31), il divieto del lavoro infantile e la tutela dei giovani lavoratori (art. 32), la garanzia di poter conciliare
         la vita familiare e la vita professionale (art. 33), nonché il diritto alla sicurezza sociale dei lavoratori migranti (art. 34,
         n. 2) (pagg. 346 e 347).