CELEX: 62008TJ0299
Language: it
Date: 2011-05-17
Title: Sentenza del Tribunale (Seconda Sezione) del 17 maggio 2011.#Elf Aquitaine SA contro Commissione europea.#Concorrenza - Intese - Mercato del clorato di sodio - Decisione che dichiara un'infrazione dell'art. 81 CE e dell'art. 53 dell'accordo SEE - Imputabilità del comportamento illecito - Diritti della difesa - Obbligo di motivazione - Principio di individualità delle pene e delle sanzioni - Principio di legalità delle pene - Presunzione d'innocenza - Principio di buona amministrazione - Principio della certezza del diritto - Sviamento di potere - Ammende - Circostanza aggravante - Deterrenza - Circostanza attenuante - Cooperazione nel corso del procedimento amministrativo - Valore aggiunto significativo.#Causa T-299/08.

Causa T‑299/08
      Elf Aquitaine SA
      contro
      Commissione europea
      «Concorrenza — Intese — Mercato del clorato di sodio — Decisione che constata un’infrazione all’art. 81 CE e all’art. 53 dell’Accordo SEE — Imputabilità del comportamento illecito — Diritti della difesa — Obbligo di motivazione — Principio di individualità delle pene e delle sanzioni — Principio di legalità delle pene — Presunzione d’innocenza — Principio di buona amministrazione — Principio della certezza del diritto — Sviamento di potere — Ammende — Circostanza aggravante — Deterrenza — Circostanza attenuante — Cooperazione nel corso del procedimento amministrativo — Valore aggiunto significativo»
      Massime della sentenza
      1.      Concorrenza — Regole comunitarie — Infrazioni — Imputazione — Società controllante e sue controllate — Unità economica — Criteri
            di valutazione
      (Artt. 81 CE e 82 CE; regolamento del Consiglio n. 1/2003, art. 23, n. 2)
      2.      Concorrenza — Procedimento amministrativo — Comunicazione degli addebiti — Contenuto necessario — Rispetto dei diritti della
            difesa — Portata
      (Regolamento del Consiglio n. 1/2003, artt. 23 e 27, n. 1)
      3.      Concorrenza — Regole comunitarie — Infrazioni — Imputazione — Società controllante e sue controllate — Unità economica — Criteri
            di valutazione
      (Art. 81, n. 1, CE)
      4.      Concorrenza — Regole comunitarie — Infrazioni — Imputazione — Società controllante e sue controllate — Unità economica
      (Artt. 81 CE e 82 CE; regolamento del Consiglio n. 17, art. 15, n. 2; regolamento del Consiglio n. 1/2003, art. 23, n. 2)
      5.      Concorrenza — Regole comunitarie — Infrazioni — Imputazione — Società controllante e sue controllate — Unità economica — Criteri
            di valutazione
      (Art. 81, n. 1, CE)
      6.      Atti delle istituzioni — Motivazione — Obbligo — Portata — Decisione di applicazione delle norme sulla concorrenza — Decisione
            riguardante una pluralità di destinatari — Necessità di una motivazione sufficiente in particolare nei confronti dell’ente
            che deve sostenere l’onere conseguente a un’infrazione
      (Artt. 81, n. 1, CE e 253 CE)
      7.      Atti delle istituzioni — Presunzione di validità — Decisione della Commissione che addebita ad una società controllante la
            violazione del diritto della concorrenza commessa dalla sua controllata
      (Art. 249 CE)
      8.      Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Carattere dissuasivo
      (Art. 81 CE; regolamento del Consiglio n. 1/2003, art. 23, n. 2; comunicazione della Commissione 2006/C 210/02, punti 25 e
            30)
      9.      Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Non imposizione o riduzione dell’ammenda in contropartita della cooperazione
            dell’impresa incriminata — Necessità di un comportamento che abbia agevolato l’accertamento dell’infrazione da parte della
            Commissione
      [Regolamento del Consiglio n. 1/2003, artt. 18 e 23, n. 2; comunicazione della Commissione 2002/C 45/03, punti 20, 21 e 23,
            lett. b)]
      10.    Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Potere discrezionale della Commissione — Sindacato giurisdizionale — Competenza
            del giudice dell’Unione estesa al merito
      (Art. 229 CE; regolamento del Consiglio n. 1/2003, art. 31)
      1.      Il comportamento di una controllata può essere imputato alla società controllante in particolare qualora, pur avendo personalità
         giuridica distinta, tale controllata non determini in modo autonomo la sua linea di condotta sul mercato, ma si attenga, in
         sostanza, alle istruzioni che le vengono impartite dalla società controllante, in considerazione, in particolare, dei vincoli
         economici, organizzativi e giuridici che intercorrono tra i due enti giuridici. Infatti, ciò si verifica perché, in tale situazione,
         la società controllante e la propria controllata fanno parte di una stessa unità economica e, pertanto, formano una sola impresa,
         circostanza che consente alla Commissione di emanare una decisione che infligge ammende nei confronti della società controllante,
         senza necessità di dimostrare l’implicazione personale di quest’ultima nell’infrazione.
      
      Riguardo al caso particolare in cui una società controllante detenga il 100% del capitale della propria controllata che abbia
         infranto le norme in materia di concorrenza, da un lato, la società controllante può esercitare un’influenza determinante
         sul comportamento di tale controllata e, dall’altro, esiste una presunzione semplice secondo cui detta società controllante
         esercita effettivamente un’influenza determinante sul comportamento della propria controllata. 
      
      Alla luce di tali considerazioni è sufficiente che la Commissione provi che l’intero capitale di una controllata sia detenuto
         dalla controllante per poter presumere che quest’ultima eserciti un’influenza determinante sulla politica commerciale di tale
         controllata. La Commissione potrà poi ritenere la società controllante solidalmente responsabile per il pagamento dell’ammenda
         inflitta alla propria controllata, a meno che tale società controllante, cui incombe l’onere di confutare tale presunzione,
         non fornisca sufficienti elementi probatori idonei a dimostrare che la propria controllata si comporta in maniera autonoma
         sul mercato.
      
      Infatti, la Commissione non è tenuta a comprovare la suddetta presunzione di esercizio di un’influenza determinante con indizi
         supplementari. Sebbene una prassi decisionale della Commissione, precedente all’adozione della decisione, fosse consistita
         nel comprovare detta presunzione con indizi supplementari, tale osservazione non può che rimanere priva di influenza sulla
         conclusione secondo cui la Commissione è legittimata a basarsi unicamente sul fatto che una società controllante deteneva
         la quasi totalità del capitale sociale della sua controllata per presumere che essa esercitasse su quest’ultima un’influenza
         determinante.
      
      (v. punti 49-52, 59)
      2.      Il rispetto dei diritti della difesa esige che l’impresa chiamata a rispondere di una violazione delle norme sulla concorrenza
         sia stata messa in grado, durante il procedimento amministrativo avviato dinanzi alla Commissione, di far conoscere in modo
         efficace il proprio punto di vista sulla realtà e sulla rilevanza dei fatti e delle circostanze allegati, nonché sui documenti
         di cui la Commissione ha tenuto conto per suffragare l’asserita trasgressione del Trattato. 
      
      Il regolamento n. 1/2003 prevede, all’art. 27, n. 1, l’invio alle parti di una comunicazione degli addebiti che deve contenere
         in termini chiari tutti gli elementi essenziali su cui la Commissione si fonda in tale fase del procedimento, per consentire
         agli interessati di prendere effettivamente conoscenza dei comportamenti loro contestati dalla Commissione e di far valere
         utilmente la loro difesa prima che essa adotti una decisione definitiva.
      
      Una tale comunicazione degli addebiti costituisce la garanzia procedurale del principio fondamentale del diritto comunitario
         che richiede il rispetto delle prerogative della difesa in qualsiasi procedimento. Tale principio esige in particolare che
         la comunicazione degli addebiti inviata dalla Commissione ad un’impresa alla quale intende infliggere una sanzione per violazione
         delle regole di concorrenza contenga gli elementi essenziali della contestazione mossa contro tale impresa, quali i fatti
         addebitati, la qualificazione data a questi ultimi e gli elementi di prova su cui si fonda la Commissione, affinché l’impresa
         in questione sia in grado di far valere utilmente i propri argomenti nell’ambito del procedimento amministrativo avviato a
         suo carico.
      
      In particolare, la comunicazione degli addebiti deve precisare in maniera inequivocabile la persona giuridica alla quale potranno
         essere inflitte ammende, dev’essere inviata a quest’ultima e deve indicare in che qualità a tale persona giuridica sono contestati
         i fatti addebitati. È infatti con la comunicazione degli addebiti che l’impresa interessata viene informata di tutti gli elementi
         essenziali sui quali si fonda la Commissione in tale fase del procedimento. Di conseguenza, solo dopo l’invio di detta comunicazione
         l’impresa interessata può far pienamente valere i suoi diritti della difesa. 
      
      Pertanto, allorché la Commissione informa una società controllante, in una comunicazione degli addebiti, che intende imputarle,
         sul fondamento della presunzione di esercizio di un’influenza determinante, il comportamento illecito della sua controllata,
         il fatto che la Commissione non abbia assunto alcun provvedimento istruttorio nei confronti di detta società prima di notificarle
         la comunicazione degli addebiti non viola i diritti della difesa di tale impresa. In proposito, tale società è stata messa
         in grado di far conoscere utilmente il proprio punto di vista nel corso della fase amministrativa del procedimento riguardo
         all’effettività e alla pertinenza dei fatti e delle circostanze dedotti dalla Commissione nella sua comunicazione degli addebiti,
         tanto nelle sue osservazioni in risposta a tale comunicazione, quanto durante l’audizione presso il consigliere auditore.
         
      
      (v. punti 134-140)
      3.      In forza del principio del carattere individuale delle pene e delle sanzioni, una persona fisica o giuridica può essere sanzionata
         esclusivamente per fatti ad essa individualmente ascritti. Il principio in questione è applicabile in qualsiasi procedimento
         amministrativo che possa concludersi con l’irrogazione di sanzioni in forza delle norme sulla concorrenza.
      
      Tuttavia, tale principio deve conciliarsi con la nozione di impresa ai sensi dell’art. 81 CE. Pertanto, qualora l’entità economica
         violi le regole della concorrenza, è tenuta, secondo il principio della responsabilità personale, a rispondere di tale infrazione.
         
      
      Infatti, non è un atto di istigazione a commettere l’illecito compiuto dalla società controllante nei confronti della sua
         controllata né, a maggior ragione, un’implicazione della prima in tale illecito, ma il fatto che esse costituiscono un’unica
         impresa ai sensi dell’art. 81 CE che permette alla Commissione di adottare la decisione che impone ammende nei confronti di
         una società capogruppo. 
      
      Pertanto, la Commissione non viola il principio d’individualità delle pene e delle sanzioni condannando una società controllante
         per un’infrazione che si è presunto avesse commesso a causa dei legami economici e giuridici che la univano alla sua controllata
         e che le permettevano di determinare il comportamento di quest’ultima sul mercato. 
      
      (v. punti 178-181)
      4.      Il principio di legalità delle pene impone che la legge definisca chiaramente le infrazioni e le pene che essa reprime. Tale
         condizione si rivela soddisfatta allorché il soggetto sia in grado di sapere, sulla base del dettato della disposizione pertinente
         e con l’aiuto di un’interpretazione che ne è data dai tribunali, quali atti e omissioni implicano la sua responsabilità penale.
      
      Orbene, ai sensi dell’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e dell’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003, la Commissione
         può, mediante decisione, infliggere ammende alle imprese che commettano, in particolare, un’infrazione alle disposizioni dell’art. 81 CE.
         Nella misura in cui una società controllante e la sua controllata sono state considerate costituire un’impresa, ai sensi di
         quest’ultimo articolo, la Commissione, senza violare il principio della legalità delle pene, può imporre un’ammenda alle persone
         giuridiche che facevano parte della suddetta impresa.
      
      (v. punti 187-189)
      5.      Il principio della parità di trattamento impone che situazioni analoghe non siano trattate in maniera diversa e che situazioni
         diverse non siano trattate in maniera uguale, a meno che tale trattamento non sia obiettivamente giustificato.
      
      Nell’ambito di una decisione della Commissione che infligge un’ammenda ad una società controllante per un’infrazione alle
         norme sulla concorrenza commessa dalla sua controllata, in applicazione della presunzione di influenza determinante della
         società controllante che detiene la quasi totalità del capitale sociale della propria controllata, la Commissione dispone
         di un margine di discrezionalità per decidere se sia opportuno imputare la responsabilità di un’infrazione ad una controllante.
         
      
      Pertanto, poiché la Commissione ha la facoltà, ma non l’obbligo, di imputare la responsabilità dell’infrazione a una società
         controllante, allorché le condizioni di una simile presunzione sono soddisfatte, il semplice fatto che la Commissione non
         abbia proceduto a tale imputazione in un altro caso non implica che essa sia tenuta ad effettuare la stessa valutazione in
         una decisione impugnata. Tuttavia, tale imputazione è soggetta al controllo dei giudici dell’Unione, ai quali spetta di verificare
         che ricorrano le condizioni di una siffatta imputazione.
      
      (v. punti 196-198)
      6.      La motivazione richiesta dall’art. 253 CE dev’essere adeguata alla natura dell’atto di cui trattasi e deve fare apparire in
         forma chiara ed inequivocabile l’iter logico seguito dall’istituzione da cui esso promana in modo da consentire agli interessati
         di conoscere le ragioni del provvedimento adottato e permettere al giudice competente di esercitare il proprio controllo.
         La motivazione non deve necessariamente specificare tutti gli elementi di fatto e di diritto pertinenti, in quanto l’accertamento
         volto ad analizzare se la motivazione di un atto soddisfi i requisiti di cui all’art. 253 CE deve essere valutato alla luce
         non solo del suo tenore, ma anche del suo contesto e del complesso delle norme giuridiche che disciplinano la materia. 
      
      Allorquando una decisione che applica l’art. 81 CE riguarda più destinatari e pone un problema di imputabilità dell’infrazione,
         essa deve contenere una motivazione sufficiente nei confronti di ciascuno dei destinatari, specie di quelli che, secondo il
         tenore della stessa decisione, dovranno sopportare l’onere conseguente all’infrazione. Ne consegue che, per essere sufficientemente
         motivata nei confronti delle società controllanti delle controllate autrici dell’infrazione, la decisione della Commissione
         deve contenere un’esposizione esauriente dei motivi atti a giustificare l’imputabilità dell’infrazione a tali società.
      
      (v. punti 216-217)
      7.      Le decisioni della Commissione si presumono valide e producono effetti giuridici finché non siano state annullate o revocate.
         Inoltre, la Commissione non è tenuta a sospendere il procedimento avviato nei confronti di una società, per infrazioni alle
         regole della concorrenza, in attesa che il giudice dell’Unione si pronunci su un ricorso proposto dalla stessa società contro
         un’altra decisione che la sanziona per altre infrazioni alle regole della concorrenza. Infatti, nessuna disposizione di legge
         impone alla Commissione di sospendere l’adozione di decisioni in cause vertenti su fatti diversi. 
      
      (v. punto 241)
      8.      Nell’ambito del potere della Commissione di infliggere ammende alle imprese che commettono un’infrazione ai sensi dell’art. 81 CE,
         in via di principio la responsabilità per l’impresa di cui trattasi incombe alla persona fisica o giuridica che dirigeva l’impresa
         interessata al momento in cui l’infrazione è stata commessa, pur se, alla data di adozione della decisione che ha constatato
         l’infrazione, la gestione dell’impresa era stata posta sotto la responsabilità di un’altra persona. Per l’applicazione e l’esecuzione
         delle decisioni prese dalla Commissione ai sensi dell’art. 81 CE, è necessario identificare un’entità dotata di personalità
         giuridica. Infatti, quando la Commissione adotta una decisione in applicazione dell’art. 81, n. 1, CE, essa deve identificare
         la o le persone, fisiche o giuridiche, potenzialmente responsabili del comportamento dell’impresa in causa e sanzionabili
         a tal titolo, alle quali indirizzare la decisione.
      
      Gli orientamenti adottati dalla Commissione per calcolare l’importo delle ammende garantiscono la certezza del diritto delle
         imprese, dato che determinano la metodologia che la Commissione si è imposta per la fissazione dell’importo delle ammende.
         L’amministrazione non può discostarsene, in un’ipotesi specifica, senza fornire ragioni compatibili con il principio di parità
         di trattamento.
      
      Per quanto riguarda due società, ossia una società controllante e la sua controllata, che costituiscono, all’epoca della commissione
         dell’infrazione, un’impresa ai sensi dell’art. 81 CE, ma che non esistevano più in tale forma alla data dell’adozione della
         decisione che imponeva loro un’ammenda, la Commissione può, da un lato, infliggere, conformemente all’art. 23, n. 2, del regolamento
         n. 1/2003, un’ammenda in solido a tali due imprese, che devono rispondere dell’infrazione commessa, e, dall’altro lato, imporre
         alla sola società controllante, ai sensi del punto 30 degli orientamenti per il calcolo delle ammende inflitte in applicazione
         dell’art. 23, n. 2, lett. a), del regolamento n. 1/2003, una maggiorazione dell’importo di base dell’ammenda, dal momento
         che il fatturato particolarmente importante di essa, rispetto alle altre entità sanzionate al momento dell’adozione della
         decisione, le permetteva di mobilizzare più facilmente i fondi necessari per il pagamento di un’ammenda. 
      
      A tale riguardo, il fatto che l’ammenda, imposta a scopo dissuasivo alla sola società controllante, sia calcolata con riguardo
         all’importo di base dell’ammenda inflitta in solido alle due società, e che già include una maggiorazione specifica a scopo
         dissuasivo, non può essere iniquo. 
      
      Infatti, l’ammenda imposta in solido alle due società corrisponde all’importo di base dell’ammenda comprensivo di un importo
         addizionale calcolato in funzione di una certa aliquota del valore delle vendite della controllata, conformemente al punto
         25 degli orientamenti, «al fine di dissuadere ulteriormente le imprese dal prendere parte ad accordi orizzontali di fissazione
         dei prezzi, di ripartizione dei mercati e di limitazione della produzione». 
      
      Per contro, l’ammenda irrogata alla sola società controllante e comprendente una notevole maggiorazione dell’importo di base
         dell’ammenda ha lo scopo, conformemente al punto 30 degli orientamenti, di «garantire l’effetto sufficientemente dissuasivo
         delle ammende» per le imprese il cui fatturato, oltre alle vendite di beni e servizi oggetto dell’infrazione, è particolarmente
         considerevole. 
      
      Pertanto, da un lato, l’importo addizionale applicato ai sensi del punto 25 degli orientamenti e, dall’altro lato, la maggiorazione
         specifica imposta alla società controllante in forza del punto 30 degli orientamenti, rispondono a due obiettivi dissuasivi
         distinti, di cui la Commissione può giustamente tener conto nel determinare l’ammenda. 
      
      (v. punti 250-253, 255-256, 288-289)
      9.      La Commissione gode di un ampio potere discrezionale per quanto riguarda il metodo di calcolo delle ammende e può, a questo
         proposito, tener conto di molteplici elementi, tra i quali figura la cooperazione delle imprese interessate in occasione dell’indagine
         condotta dai propri servizi. In tale contesto, la Commissione è chiamata ad effettuare complesse valutazioni di fatto, quali
         quelle riguardanti la cooperazione fornita da ciascuna delle imprese suddette. Nell’ambito della valutazione della cooperazione
         fornita dai membri di un’intesa, solo un errore manifesto di valutazione da parte della Commissione può essere censurato,
         poiché essa gode di un ampio potere discrezionale nel valutare la qualità e l’utilità della cooperazione fornita da un’impresa,
         segnatamente in rapporto ai contributi offerti da altre imprese.
      
      Se è vero che la Commissione è tenuta a motivare per quali ragioni ritiene che elementi di prova forniti dalle imprese nel
         quadro della comunicazione relativa all’immunità dalle ammende e alla riduzione dell’importo delle ammende nei casi di cartelli
         tra imprese costituiscano un contributo che giustifica o meno una riduzione dell’ammenda inflitta, spetta, in compenso, alle
         imprese che desiderino contestare la decisione della Commissione a tal riguardo dimostrare che essa, in mancanza di tali informazioni
         fornite volontariamente da queste imprese, non sarebbe stata in grado di provare la sostanza dell’infrazione e di adottare
         quindi una decisione con conseguenti ammende.
      
      La riduzione delle ammende, nel caso della cooperazione di imprese che partecipino ad infrazioni al diritto della concorrenza,
         trova il suo fondamento nella considerazione secondo cui tale cooperazione facilita il compito della Commissione mirante a
         dichiarare l’esistenza di un’infrazione e, se del caso, a porvi fine. Tenuto conto della ragion d’essere della riduzione,
         la Commissione non può non tener conto dell’utilità dell’informazione fornita, la quale deve necessariamente dipendere dagli
         elementi di prova già in suo possesso.
      
      Quando un’impresa, nell’ambito della cooperazione, si limita a confermare in maniera meno circostanziata ed esplicita informazioni
         già fornite da un’altra impresa nell’ambito della cooperazione, il grado della cooperazione fornita da tale impresa, quand’anche
         possa presentare una certa utilità per la Commissione, non può essere considerato equiparabile a quello della prima impresa
         che ha trasmesso le dette informazioni. Una dichiarazione che si limiti a corroborare, in una certa misura, una dichiarazione
         di cui la Commissione disponeva già, infatti, non agevola in misura significativa l’assolvimento dei compiti di quest’ultima.
         Essa quindi non è sufficiente a giustificare una riduzione dell’importo dell’ammenda in considerazione della cooperazione.
         Inoltre, la collaborazione di un’impresa alle indagini non dà diritto ad alcuna riduzione dell’ammenda qualora tale collaborazione
         non abbia oltrepassato quanto l’impresa era tenuta a fare in forza dell’art. 18 del regolamento n. 1/2003. 
      
      (v. punti 340-344)
      10.    Quanto al controllo esercitato dal giudice dell’Unione sulle decisioni della Commissione in materia di concorrenza, al di
         là del semplice controllo di legittimità, che consente soltanto di respingere il ricorso di annullamento o di annullare l’atto
         impugnato, la competenza giurisdizionale estesa al merito conferita, ai sensi dell’art. 229 CE, al Tribunale dall’art. 31
         del regolamento n. 1/2003 legittima tale giudice a riformare l’atto impugnato, anche in assenza di annullamento, tenendo conto
         di tutte le circostanze di fatto, al fine di modificare, ad esempio, l’importo dell’ammenda. 
      
      (v. punto 379)
SENTENZA DEL TRIBUNALE (Seconda Sezione)
      17 maggio 2011(*)
      
      «Concorrenza – Intese – Mercato del clorato di sodio – Decisione che constata un’infrazione all’art. 81 CE e all’art. 53 dell’accordo SEE – Imputabilità del comportamento illecito – Diritti della difesa – Obbligo di motivazione – Principio di individualità delle pene e delle sanzioni – Principio di legalità delle pene – Presunzione d’innocenza – Principio di buona amministrazione – Principio della certezza del diritto – Sviamento di potere – Ammende – Circostanza aggravante – Deterrenza – Circostanza attenuante – Cooperazione nel corso del procedimento amministrativo – Valore aggiunto significativo»
      Nella causa T‑299/08,
      Elf Aquitaine SA, con sede in Courbevoie (Francia), rappresentata dagli avv.ti É. Morgan de Rivery e S. Thibault-Liger, 
      
      ricorrente,
      contro
      Commissione europea, rappresentata dai sigg. X. Lewis, É. Gippini Fournier e R. Sauer, in qualità di agenti,
      
      convenuta,
      avente ad oggetto, in via principale, una domanda di annullamento della decisione della Commissione 11 giugno 2008, C (2008)
         2626 def., relativa ad un procedimento a norma dell’articolo 81 [CE] e dell’articolo 53 dell’accordo sullo Spazio Economico
         Europeo (SEE) (Caso COMP/38.695 — Clorato di sodio), nella parte in cui tale decisione la riguarda e, in subordine, una domanda
         di annullamento o di riduzione degli importi delle ammende che le sono state irrogate con tale decisione, 
      
      IL TRIBUNALE (Seconda Sezione),
      composto dalle sig.re I. Pelikánová, presidente, K. Jürimäe (relatore) e dal sig. S. Soldevila Fragoso, giudici,
      cancelliere: sig.ra C. Kristensen, amministratore
      vista la fase scritta del procedimento e in seguito all’udienza del 2 giugno 2010,
      ha pronunciato la seguente
      Sentenza
       Fatti
      1        Con decisione 11 giugno 2008, C (2008) 2626 def., relativa ad un procedimento a norma dell’articolo 81 [CE] e dell’articolo
         53 dell’accordo sullo Spazio Economico Europeo (SEE) (Caso COMP/38.695 — Clorato di sodio; in prosieguo: la «decisione impugnata»),
         la Commissione delle Comunità europee ha sanzionato, tra varie altre imprese, la ricorrente, Elf Aquitaine SA, che sino al
         2006 era la società controllante dell’Arkema France (già Atochem SA, poi Elf Atochem SA, successivamente Atofina SA e Arkema
         SA), a causa della loro partecipazione a un insieme di accordi e di pratiche concordate riguardanti il mercato del clorato
         di sodio nel SEE, per il periodo compreso tra l’11 maggio 1995 e il 9 febbraio 2000 per quanto riguarda la ricorrente e l’Arkema
         France (punti 12‑15 e art. 1 della decisione impugnata).
      
      2        Il clorato di sodio è un potente agente ossidante ottenuto tramite l’elettrolisi di una soluzione acquosa di cloruro di sodio
         in una cellula priva di diaframma. Il clorato di sodio può essere prodotto in forma cristallizzata o in soluzione. Esso viene
         utilizzato principalmente nella produzione del biossido di cloro, impiegato dall’industria cartaria, e della pasta di cellulosa
         per l’imbianchimento della pasta chimica. Le sue ulteriori applicazioni riguardano, in misura nettamente minore, la depurazione
         dell'acqua potabile, l’imbianchimento dei tessili, i diserbanti e la raffinazione dell’uranio (punto 2 della decisione impugnata).
      
      3        Nel 1999, i concorrenti principali sul mercato del clorato di sodio nel SEE erano le seguenti imprese: anzitutto, la EKA Chemicals
         AB (in prosieguo: la «EKA»), il cui capitale sociale era detenuto integralmente dal gruppo Akzo Nobel, possedeva una quota
         del 49% del suddetto mercato. La Finnish Chemicals Oy, il cui capitale sociale era detenuto indirettamente e integralmente
         dalla Erikem Luxembourg SA (in prosieguo: l’«ELSA») possedeva, da parte sua, una quota del 30% del mercato stesso. Inoltre,
         l’Arkema France, il cui capitale sociale era detenuto per il 97,55% dalla ricorrente tra il 1992 e il 2000, possedeva una
         quota del 9% del mercato. Infine, la Aragonesas Industrias y Energia SAU (in prosieguo: l’«Aragonesas»), il cui capitale sociale,
         tra il 1992 e il 2000, era detenuto, totalmente o per la maggior parte, direttamente o indirettamente, dalla Uralita SA, disponeva,
         come la Solvay SA/NV, di una quota del 5% del suddetto mercato, mentre altri produttori possedevano cumulativamente una quota
         del 2% del mercato stesso (punti 13, 14, 25-30, 42 e 46 della decisione impugnata).
      
      4        Il 28 marzo 2003 l’EKA ha presentato alla Commissione una domanda di immunità ai sensi della comunicazione della Commissione
         19 febbraio 2002, relativa all’immunità dalle ammende e alla riduzione dell’importo delle ammende nei casi di cartelli tra
         imprese (GU C 45, pag. 3; in prosieguo: la «comunicazione del 2002 sulla cooperazione»), riguardante l’esistenza di un’intesa
         sul mercato del clorato di sodio (in prosieguo: l’«intesa»). L’EKA ha suffragato la suddetta domanda con elementi probatori
         documentali e con una dichiarazione verbale (punti 54 e 55 della decisione impugnata).
      
      5        Il 30 settembre 2003 la Commissione ha adottato una decisione che accordava all’EKA un’immunità condizionale dalle ammende
         in conformità con il punto 15 della comunicazione del 2002 sulla cooperazione (punto 55 della decisione impugnata).
      
      6        Il 10 settembre 2004 la Commissione ha rivolto richieste di informazioni alla Finnish Chemicals, alla Arkema France e alla
         Aragonesas, conformemente all’art. 18, n. 2, del regolamento (CE) del Consiglio 16 dicembre 2002, n. 1/2003, concernente l’applicazione
         delle regole di concorrenza di cui agli articoli 81 [CE] e 82 [CE] (GU 2003, L 1, pag. 1) (punto 56 della decisione impugnata).
      
      7        Il 18 ottobre 2004 l’Arkema France, nella sua risposta alla richiesta di informazioni della Commissione menzionata supra,
         al punto 6, ha presentato una domanda ai sensi della comunicazione del 2002 sulla cooperazione (punto 57 della decisione impugnata).
      
      8        Il 29 ottobre 2004 la Finnish Chemicals ha depositato presso la Commissione una domanda ai sensi della comunicazione del 2002
         sulla cooperazione e le ha fornito oralmente informazioni riguardanti l’intesa. La Finnish Chemicals ha confermato la suddetta
         domanda con lettera del 2 novembre 2004 e ha fornito contemporaneamente elementi di prova documentali riguardanti la sua partecipazione
         all’infrazione in questione (punto 58 della decisione impugnata).
      
      9        A partire dal 4 novembre 2004 la Commissione ha rivolto richieste di informazioni, conformemente all’art. 18, n. 2, del regolamento
         n. 1/2003, in particolare all’Arkema France, alla Aragonesas, alla EKA e alla Finnish Chemicals. Essa ha inoltre incontrato
         le due ultime imprese. Per quanto riguarda la ricorrente, essa le ha altresì rivolto una richiesta di informazioni per la
         prima volta l’11 aprile 2008 (punti 59‑65 della decisione impugnata).
      
      10      Con lettera 11 luglio 2007 la Commissione ha comunicato all’Arkema France l’intenzione di respingere la sua domanda ai sensi
         della comunicazione del 2002 sulla cooperazione (punto 563 della decisione impugnata).
      
      11      Con lettera recante la stessa data la Commissione ha inoltre informato la Finnish Chemicals della sua intenzione di concederle,
         conformemente alla comunicazione del 2002 sulla cooperazione, una riduzione compresa fra il 30 e il 50% dell’importo dell’ammenda
         alla quale era esposta (punto 583 della decisione impugnata). 
      
      12      Il 27 luglio 2007 la Commissione ha adottato una comunicazione degli addebiti le cui destinatarie erano, oltre alla ricorrente,
         l’EKA, l’Akzo Nobel NV, la Finnish Chemicals, l’ELSA, l’Arkema France, l’Aragonesas e la Uralita. Le destinatarie hanno risposto
         entro i termini impartiti (punti 66 e 67 della decisione impugnata).
      
      13      Il 20 novembre 2007 l’Arkema France e la ricorrente, in particolare, hanno esercitato il loro diritto al contraddittorio in
         un’audizione orale presso il consigliere auditore (punto 68 della decisione impugnata).
      
      14      L’11 giugno 2008 la Commissione ha adottato la decisione impugnata, che è stata notificata alla ricorrente il 16 giugno 2008.
      
      15      Nella decisione impugnata la Commissione rileva, in sostanza, che l’Arkema France, l’EKA, la Finnish Chemicals e l’Aragonesas
         hanno messo in atto una strategia volta a stabilizzare il mercato del clorato di sodio con l’obiettivo ultimo di spartirsi
         i volumi di vendita del prodotto, di coordinare la politica di fissazione dei prezzi nei confronti dei clienti e, in tal modo,
         di massimizzare i margini. Il funzionamento dell’intesa si sarebbe basato su contatti frequenti tra i concorrenti nella forma
         di riunioni bilaterali o multilaterali e di conversazioni telefoniche, senza peraltro seguire uno schema fisso. Secondo la
         Commissione, queste pratiche collusive hanno avuto luogo a partire dal 21 settembre 1994 per l’EKA e la Finnish Chemicals,
         dal 17 maggio 1995 per l’Arkema France, dal 16 dicembre 1996 per l’Aragonesas e dal 13 febbraio 1997 per l’ELSA. Le suddette
         pratiche sarebbero continuate fino al 9 febbraio 2000, almeno per quel che riguarda l’Arkema France, l’EKA, la Finnish Chemicals
         e l’Aragonesas (punti 69‑71 della decisione impugnata).
      
      16      Per quanto riguarda, in particolare, il comportamento illecito dell’Arkema France, la Commissione osserva che i fatti esposti
         nella decisione impugnata indicano che quest’ultima ha partecipato direttamente alle pratiche anticoncorrenziali di cui trattasi.
         La Commissione inoltre rileva che, per tutta la durata dell’infrazione, la ricorrente deteneva oltre il 97% del capitale sociale
         dell’Arkema France. Per tale motivo, la Commissione ritiene che sia ragionevole pensare che essa dovesse conformarsi alla
         politica definita dalla sua società controllante e che non poteva quindi agire in maniera autonoma. La Commissione conclude,
         pertanto, che si può presumere che la ricorrente abbia esercitato un’influenza determinante sull’Arkema France, come sarebbe
         comprovato da ulteriori indizi da essa elencati (punti 384 e 386 della decisione impugnata).
      
      17      Per quanto riguarda il calcolo dell’importo dell’ammenda inflitta in particolare all’Arkema France e alla ricorrente, la Commissione
         si è basata sugli orientamenti per il calcolo delle ammende inflitte in applicazione dell’art. 23, n. 2, lett. a), del regolamento
         n. 1/2003 (GU 2006, C 210, pag. 2; in prosieguo: gli «orientamenti») (punto 498 della decisione impugnata).
      
      18      Anzitutto, la Commissione spiega che, per stabilire l’importo di base dell’ammenda imposta all’Arkema France, occorre prendere
         in considerazione un importo corrispondente al 19% del valore delle vendite dei prodotti interessati dall’intesa di cui trattasi.
         Da un lato, poiché l’Arkema France ha partecipato all’infrazione per almeno quattro anni e otto mesi, la Commissione ritiene
         che tale importo debba essere moltiplicato per cinque al fine di tener conto della durata dell’infrazione. Dall’altro lato,
         al fine di dissuadere le imprese interessate, e in particolare l’Arkema France, dal partecipare ad accordi orizzontali di
         fissazione dei prezzi, la Commissione considera necessario imporre un importo addizionale di ammenda corrispondente al 19%
         del valore delle suddette vendite. Pertanto, essa conclude che occorre irrogare in solido all’Arkema France e alla ricorrente
         un’ammenda di EUR 22 700 000 (punti 510 e 521‑523 della decisione impugnata).
      
      19      Inoltre, per quanto riguarda le correzioni dell’importo di base dell’ammenda, la Commissione, a titolo di circostanze aggravanti,
         osserva di aver già sanzionato l’Arkema France, alla data dell’adozione della decisione impugnata, nell’ambito di tre decisioni
         in cui quest’ultima veniva considerata responsabile per precedenti attività collusive. Per un verso, la Commissione ritiene,
         in sostanza, che il comportamento recidivo dell’Arkema France giustifichi il fatto che a tale impresa venga inflitta una maggiorazione
         del 90% dell’importo di base. Per altro verso, essa non rileva alcuna circostanza attenuante a favore dell’Arkema France o
         della ricorrente che motivi una riduzione dell’ammenda. In particolare, la Commissione considera che, tenuto conto di tutti
         i fatti di cui trattasi, «nessuna circostanza eccezionale» sia idonea a giustificare la concessione all’Arkema France di una
         riduzione di ammenda al di fuori dell’ambito di applicazione della comunicazione del 2002 sulla cooperazione (punti 525, 526,
         538 e 544 della decisione impugnata).
      
      20      Inoltre, la Commissione spiega in sostanza che, al fine di assicurarsi che le ammende abbiano un effetto sufficientemente
         deterrente, e tenuto conto del fatto che il fatturato della ricorrente è particolarmente importante, oltre alle vendite di
         beni oggetto dell’infrazione e, infine, che quest’ultimo è di gran lunga superiore, in termini assoluti, al fatturato delle
         altre imprese interessate, è necessario infliggere alla suddetta impresa una maggiorazione del 70% dell’importo di base dell’ammenda
         (punti 545, 548 e 559 della decisione impugnata).
      
      21      Inoltre, la Commissione osserva che le ammende da irrogare all’Arkema France e alla ricorrente, in particolare, sono inferiori
         al 10% del loro rispettivo fatturato complessivo realizzato nel 2007 e che le ammende che potevano essere loro comminate prima
         dell’applicazione della comunicazione del 2002 sulla cooperazione ammontavano, da un lato, per l’Arkema France, a EUR 43 130 000
         e, dall’altro, per la ricorrente, a EUR 38 590 000 (punti 551 e 552 della decisione impugnata).
      
      22      Infine, la Commissione ritiene che l’Arkema France non debba beneficiare di alcuna riduzione di ammenda ai sensi della comunicazione
         del 2002 sulla cooperazione, dal momento che gli elementi informativi che essa le ha fornito non hanno apportato alcun valore
         aggiunto significativo ai sensi del punto 21 della suddetta comunicazione. Per contro, secondo la Commissione, la Finnish
         Chemicals le ha fornito elementi di prova aventi un valore aggiunto significativo ai sensi del punto 21 della stessa comunicazione.
         Di conseguenza, essa le accorda una riduzione del 50% dell’importo dell’ammenda che le sarebbe stata altrimenti inflitta (punti
         580, 588 e 591 della decisione impugnata).
      
      23      Gli artt. 1 e 2 del dispositivo della decisione impugnata così recitano: 
      
      «Articolo 1
      Le seguenti imprese hanno violato l’articolo 81 del trattato e l’articolo 53 dell’accordo SEE partecipando, per i periodi
         indicati, ad un sistema di accordi e pratiche concordate con l’obiettivo di spartire i volumi di vendita, fissare i prezzi,
         scambiarsi informazioni commerciali riservate sui prezzi e sui volumi di vendita nonché di controllare l’esecuzione degli
         accordi anticoncorrenziali sul clorato di sodio all’interno del mercato SEE:
      
      a) [EKA], dal 21 settembre 1994 al 9 febbraio 2000;
      b) Akzo Nobel (…), dal 21 settembre 1994 al 9 febbraio 2000;
      c) Finnish Chemicals (…), dal 21 settembre 1994 al 9 febbraio 2000;
      d) [ELSA], dal 13 febbraio 1997 al 9 febbraio 2000;
      e) Arkema France (…), dal 17 maggio 1995 al 9 febbraio 2000;
      f) [la ricorrente], dal 17 maggio 1995 al 9 febbraio 2000;
      g) Aragonesas (…), dal 16 dicembre 1996 al 9 febbraio 2000;
      h) Uralita (…), dal 16 dicembre 1996 al 9 febbraio 2000.
      Articolo 2
      Per le infrazioni di cui all’articolo 1, sono inflitte le seguenti ammende:
      « a) a EKA (…) e Akzo Nobel (…), in solido: EUR 0;
      b)       a Finnish Chemicals (…): EUR 10 150 000, di cui in solido con [ELSA] (in liquidazione): EUR 50 900;
      c)       Arkema France (…) e [la ricorrente], in solido: EUR 22 700 000;
      d)       Arkema France (…): EUR 20 430 000;
      e)       [la ricorrente]: EUR 15 890 000; 
      f)       Aragonesas (…) e Uralita (…), in solido: EUR 9 900 000.
            (…)».
      24      All’art. 3 del dispositivo della decisione impugnata la Commissione ingiunge alle imprese elencate all’art. 1 della decisione
         stessa, da un lato, di porre fine all’infrazione di cui trattasi, qualora non lo abbiano già fatto e, dall’altro lato, di
         astenersi dal reiterare qualsiasi atto o comportamento descritto all’art. 1 della decisione stessa, o da qualsiasi atto o
         comportamento che abbia oggetto ed effetto identico o analogo.
      
      25      L’art. 4 del dispositivo della decisione impugnata elenca i destinatari della decisione stessa, che sono le imprese indicate
         all’art. 1. 
      
      1.     Procedimento e conclusioni delle parti
      26      Con atto depositato presso la cancelleria del Tribunale il 1° agosto 2008 la ricorrente ha proposto il presente ricorso.
      
      27      Su relazione del giudice relatore, il Tribunale (Seconda Sezione) ha deciso di aprire la fase orale del procedimento. Il Tribunale
         ha posto alcuni quesiti alla ricorrente e alla Commissione. Esso ha altresì chiesto a quest’ultima di produrre taluni documenti.
         Fatta salva la trascrizione della domanda orale di immunità dell’EKA, che la Commissione si è rifiutata di produrre, le parti
         hanno risposto alle suddette domande entro i termini impartiti.
      
      28      Gli argomenti delle parti, nonché le loro risposte ai quesiti orali posti dal Tribunale, sono stati sentiti all’udienza del
         2 giugno 2010.
      
      29      Con ordinanza 11 giugno 2010, causa T‑299/08, ELF Aquitaine/Commissione (non pubblicata nella Raccolta), il Tribunale, da
         un lato, ha ordinato alla Commissione di produrre la trascrizione della domanda orale di immunità dell’EKA e, dall’altro lato,
         ha autorizzato la consultazione di tale documento da parte degli avvocati della ricorrente presso la cancelleria del Tribunale.
         La Commissione ha prodotto entro il termine impartito il suddetto documento, che gli avvocati della ricorrente hanno consultato
         presso la cancelleria del Tribunale. Rispondendo ad un quesito scritto del Tribunale la ricorrente ha spiegato che, pur non
         essendo in grado di confermare che tale documento fosse identico a quello cui aveva avuto accesso nel corso della fase amministrativa
         del procedimento dinanzi alla Commissione, essa non aveva alcun motivo di dubitare che si trattasse dello stesso documento.
      
      30      La fase orale del procedimento è stata chiusa il 16 luglio 2010. 
      
      31      La ricorrente chiede che il Tribunale voglia:
      
      –        in via principale, annullare, ai sensi dell’art. 230 CE, la decisione impugnata, nella parte in cui la riguarda;
      –        in subordine, annullare o ridurre, ai sensi dell’art. 229 CE, l’importo delle ammende che le sono state inflitte dall’art. 2,
         lett. c), ed e), della decisione impugnata;
      
      ─      in ogni caso, condannare la Commissione alle spese.
      
      32      La Commissione chiede che il Tribunale voglia: 
      
      –        respingere il ricorso;
      –        condannare la ricorrente alle spese.
      2.     In diritto
      
      3.     Le conclusioni, formulate in via principale, dirette all’annullamento della decisione impugnata
      33      A sostegno della sua domanda di annullamento della decisione impugnata, nella parte in cui la riguarda, la ricorrente solleva
         dieci motivi. Il primo motivo attiene alla violazione delle norme che disciplinano l’imputabilità della responsabilità di
         un’infrazione all’interno di gruppi societari. Il secondo motivo attiene alla violazione di sei principi fondamentali derivante
         dall’imputazione a suo carico della responsabilità del comportamento illecito di cui trattasi. Il terzo motivo riguarda lo
         snaturamento del complesso degli indizi invocati dalla ricorrente. Il quarto motivo attiene ad una contraddittorietà della
         motivazione della decisione impugnata. Il quinto motivo è relativo alla violazione del principio di buona amministrazione.
         Il sesto motivo riguarda la violazione del principio di certezza del diritto. Il settimo motivo attiene ad uno sviamento di
         potere. L’ottavo motivo attiene all’infondatezza dell’irrogazione di un’ammenda che le è stata inflitta a titolo personale.
         Il nono motivo riguarda la violazione dei principi e delle regole che hanno disciplinato il calcolo delle ammende imposte
         in solido all’Arkema France e alla ricorrente stessa. Il decimo motivo attiene alla violazione delle disposizioni della comunicazione
         del 2002 sulla cooperazione.
      
       Il primo motivo, attinente a una violazione delle norme che disciplinano l’imputabilità della responsabilità di un’infrazione
            all’interno di gruppi societari 
      34      Il primo motivo della ricorrente, secondo il quale la Commissione ha violato, nella decisione impugnata, le norme che disciplinano
         l’imputabilità della responsabilità delle infrazioni all’interno di gruppi societari, si divide in cinque parti.
      
       La prima parte, relativa ad un errore di diritto nell’imputazione della responsabilità del comportamento illecito di cui trattasi
         alla ricorrente 
      
      –       Argomenti delle parti
      35      La ricorrente afferma, in sostanza, che la Commissione è incorsa in un errore di diritto quando ha ritenuto, al punto 369
         della decisione impugnata, di non essere tenuta ad allegare elementi concreti comprovanti la presunzione secondo cui, essenzialmente,
         una società controllante che detiene una controllata al 100% esercita un’influenza determinante su quest’ultima (in prosieguo:
         la «presunzione di esercizio di un’influenza determinante»). 
      
      36      In primo luogo, tanto da una giurisprudenza abbondante quanto dalla prassi decisionale precedente della Commissione risulterebbe
         che quest’ultima è tenuta a comprovare la presunzione di esercizio di un’influenza determinante con indizi concreti da cui
         risulti la suddetta influenza. Tali indizi dovrebbero dimostrare o che la società controllante era coinvolta nell’infrazione,
         o che ne era a conoscenza, oppure che l’organizzazione interna del gruppo le permetteva di intervenire concretamente nella
         politica commerciale della sua controllata. In particolare, la ricorrente sostiene che, per circa quarant’anni prima dell’adozione
         della decisione 19 gennaio 2005, C (2004) 4876 def., concernente un procedimento ai sensi dell’articolo 81 [CE] e dell’articolo
         53 dell’accordo SEE (caso COMP/E-1/37.773 – AMCA) (GU 2006, L 353, pag. 12; in prosieguo: la «decisione AMCA»), la Commissione
         ha preso in considerazione indizi concreti che comprovavano la presunzione di esercizio di un’influenza determinante. Essa
         inoltre precisa che, al punto 574 della decisione 1° ottobre 2008, relativa a un procedimento a norma dell’articolo 81 [CE]
         e dell’articolo 53 dell’accordo SEE (caso COMP/C.39181 – Cere per candele) (GU C 295, pag. 17; in prosieguo: la «decisione
         Cere per candele»), la Commissione ha ammesso che, prima del 2005, essa non imputava la responsabilità di un’infrazione ad
         una società controllante senza apportare indizi concreti comprovanti la suddetta presunzione.
      
      37      In secondo luogo, la ricorrente fa osservare che, nella decisione 10 dicembre 2003, relativa ad un procedimento a norma dell’articolo
         81 [CE] e dell’articolo 53 dell’accordo SEE (caso COMP/E‑2/37.857 – Perossidi organici) (GU 2005, L 110. pag. 44; in prosieguo:
         la «decisione Perossidi organici»), la Commissione non ha imputato la responsabilità dell’infrazione sanzionata in tale decisione
         alla ricorrente, avendo ritenuto che l’Arkema France fosse pienamente autonoma sul mercato.
      
      38      In terzo luogo, la ricorrente afferma, in sostanza, che l’obbligo per la Commissione di fornire indizi supplementari comprovanti
         la presunzione di esercizio di un’influenza determinante nell’ambito dell’applicazione dell’art. 81 CE è confortata dalla
         giurisprudenza in materia di imputazione allo Stato di una misura adottata da un’impresa pubblica nel diritto degli aiuti
         di Stato. Al riguardo, essa rinvia alla sentenza della Corte 16 maggio 2002, causa C‑482/99, Francia/Commissione (Racc. pag. I‑4397),
         e alla sentenza del Tribunale 26 giugno 2008, causa T‑442/03, SIC/Commissione (Racc. pag. II‑1161). A suo avviso, conformemente
         all’art. 295 CE, un azionista privato di un gruppo di società non può, in nome del principio della parità di trattamento,
         essere trattato meno favorevolmente di un azionista pubblico.
      
      39      In quarto luogo, la ricorrente sostiene che la valutazione della Commissione, contenuta al punto 369 della decisione impugnata,
         secondo la quale non spetta a quest’ultima comprovare la presunzione di esercizio di un’influenza determinante con indizi
         supplementari che dimostrino il dominio di una società controllante sulla propria controllata, è in contrasto con le soluzioni
         seguite nella maggior parte degli Stati membri dell’Unione, come il Belgio, la Francia, l’Italia e il Regno Unito, nonché
         negli Stati Uniti, la cui influenza sul diritto comunitario della concorrenza è innegabile. Da un lato, in tutti questi Stati
         le autorità nazionali di concorrenza farebbero ricorso a un complesso di indizi volti a dimostrare il comportamento autonomo
         di una controllata rispetto alla propria controllante. Dall’altro lato, pur non essendo vincolata dalle soluzioni adottate
         dalle autorità nazionali di concorrenza degli Stati membri, la Commissione dovrebbe nondimeno tenerne conto, considerati i
         meccanismi di cooperazione rafforzata che regolano i suoi rapporti con le suddette autorità all’interno della rete europea
         di concorrenza.
      
      40      La Commissione contesta gli argomenti della ricorrente.
      
      –       Giudizio del Tribunale
      41      In primo luogo, va osservato che, dopo aver ricordato, ai punti 369‑372 della decisione impugnata, la giurisprudenza relativa
         all’imputabilità del comportamento illecito di una controllata alla sua controllante, la Commissione, ai punti 386 e 387 della
         suddetta decisione, rileva quanto segue:
      
      42      «(386) Per tutta la durata dell’infrazione, [la ricorrente] ha detenuto oltre il 97% delle azioni dell’[Arkema France]. Tenuto
         conto del fatto che in simili circostanze è ragionevole pensare che la controllata dovrà conformarsi alla politica definita
         dalla propria società controllante (e non possa quindi agire autonomamente) e che la società controllante non incontrerà alcun
         ostacolo al momento di definire tale politica per la sua controllata, si può presumere [che la ricorrente] abbia esercitato
         un’influenza determinante sull’[Arkema France]. Esistono peraltro ulteriori elementi che comprovano la presunzione secondo
         cui l’influenza esercitata da[lla ricorrente] è stata effettivamente determinante. Anzitutto, i membri del consiglio di amministrazione
         dell’[Arkema France] erano tutti designati dal[la ricorrente]. Inoltre, tra il 1994 e il 1999, il sig. [P.] è stato sia membro
         del comitato direttivo generale dell’[Arkema France] e del[la ricorrente], sia membro del consiglio di amministrazione dell’[Arkema
         France]. Lo stesso vale per il sig. [I.], il quale è stato membro del consiglio di amministrazione dell’[Arkema France] tra
         il 1994 e il 1998 e del comitato direttivo generale d[ella ricorrente] tra il 1994 e il 1997. Parimenti, il sig. [W.] è stato
         membro del consiglio di amministrazione dell’[Arkema France] tra il 1994 e il 1999 ed è stato nominato nel comitato direttivo
         generale d[ella ricorrente] nel 1999. Inoltre, molte altre persone, come il sig. [D.] (1994-2000) e il sig. [R.] (1994-1997)
         sono state simultaneamente membri dei consigli di amministrazione dell’[Arkema France] e d[ella ricorrente]. Considerate le
         numerose sovrapposizioni di personale tra gli organi direttivi e di controllo dell’[Arkema France] i cui membri (per quanto
         riguarda gli organi direttivi) erano stati designati e – bisogna supporre – avrebbero potuto essere revocati dal[la ricorrente],
         è evidente che quest’ultima era informata di tutte le decisioni prese dalla [Arkema France] e poteva influenzarle in qualunque
         momento. Inoltre, non vi era alcun altro azionista importante in grado di esercitare un’influenza sulla politica commerciale
         della controllata.
      
      43            (387) Tenuto conto della presunzione che deriva dalla partecipazione  d[ella ricorrente] nell’[Arkema France] al momento dell’infrazione  (superiore al 97%) e dei legami organizzativi, la Commissione  considera c[he la ricorrente] ha esercitato un’influenza determinante sul  comportamento della sua controllata [Arkema France]».
      
      44      Inoltre, ai punti 396‑415 della decisione impugnata, la Commissione respinge gli argomenti sollevati dall’Arkema France e
         dalla ricorrente nelle loro osservazioni in risposta alla comunicazione degli addebiti e diretti a contestare l’imputazione
         alla ricorrente della responsabilità dell’infrazione di cui trattasi.
      
      45      Pertanto, dai motivi della decisione impugnata esposti supra, ai punti 41 e 42, emerge che la Commissione ha imputato la responsabilità
         dell’infrazione di cui trattasi alla ricorrente sulla base della presunzione secondo cui una società controllante che detiene
         oltre il 97% del capitale sociale della sua controllata esercita un’influenza determinante su quest’ultima. La Commissione
         ha inoltre considerato, da un lato, che tale presunzione era corroborata da indizi supplementari che essa aveva esposto nella
         decisione impugnata e, dall’altro lato, che gli argomenti fatti valere dall’Arkema France e dalla ricorrente nelle loro osservazioni
         in risposta alla comunicazione degli addebiti non permettevano di confutare la suddetta presunzione.
      
      46      Occorre pertanto esaminare se, come sostenuto dalla ricorrente, la Commissione sia incorsa in un errore di diritto concludendo
         che il possesso da parte della ricorrente stessa di oltre il 97% del capitale sociale dell’Arkema France fosse sufficiente,
         di per sé solo, per imputarle la responsabilità dell’infrazione di cui trattasi.
      
      47      Nella sua sentenza 10 settembre 2009, causa C‑97/08 P, Akzo Nobel e a./Commissione (Racc. pag. I-8237, punto 54), la Corte
         ha ricordato che il diritto in materia di concorrenza riguardava le attività delle imprese (sentenza 7 gennaio 2004, cause
         riunite C‑204/00 P, C‑205/00 P, C‑211/00 P, C‑213/00 P, C‑217/00 P e C‑219/00 P, Aalborg Portland e a./Commissione, Racc. pag. I‑123,
         punto 59), e che la nozione di impresa abbracciava qualsiasi soggetto che eserciti un’attività economica, a prescindere dallo
         status giuridico del soggetto stesso e dalle sue modalità di finanziamento (sentenze della Corte 28 giugno 2005, cause riunite
         C‑189/02 P, C‑202/02 P, da C‑205/02 P a C‑208/02 P e C‑213/02 P, Dansk Rørindustri e a./Commissione, Racc. pag. I‑5425, punto
         112; 10 gennaio 2006, causa C‑222/04, Cassa di Risparmio di Firenze e a., Racc. pag. I‑289, punto 107, nonché 11 luglio 2006,
         causa C‑205/03 P, FENIN/Commissione, Racc. pag. I‑6295, punto 25).
      
      48      La Corte ha inoltre precisato che la nozione di impresa, nell’ambito di tale contesto, doveva essere intesa nel senso che
         essa si riferisce a un’unità economica, anche qualora, sotto il profilo giuridico, tale unità economica sia costituita da
         più persone, fisiche o giuridiche (v. sentenza Akzo Nobel e a./Commissione, citata supra al punto 45, punto 55, e giurisprudenza
         ivi citata).
      
      49      Qualora un ente di tal genere violi le regole della concorrenza, esso è tenuto, secondo il principio della responsabilità
         personale, a rispondere di tale infrazione (v. sentenza Akzo Nobel e a./Commissione, citata supra al punto 45, punto 56, e
         giurisprudenza ivi citata).
      
      50      L’infrazione al diritto in materia di concorrenza deve essere imputata in maniera inequivocabile alla persona giuridica alla
         quale potranno essere inflitte ammende e la comunicazione degli addebiti dev’essere inviata a quest’ultima. È parimenti necessario
         che la comunicazione degli addebiti indichi in che qualità a una persona giuridica vengano addebitati i fatti invocati (v.
         sentenza Akzo Nobel e a./Commissione, citata supra al punto 45, punto 57, e giurisprudenza ivi citata). 
      
      51      Secondo costante giurisprudenza, il comportamento di una controllata può essere imputato alla società controllante in particolare
         qualora, pur avendo personalità giuridica distinta, tale controllata non determini in modo autonomo la sua linea di condotta
         sul mercato, ma si attenga, in sostanza, alle istruzioni che le vengono impartite dalla società controllante, in considerazione,
         in particolare, dei vincoli economici, organizzativi e giuridici che intercorrono tra i due enti giuridici (v. sentenza Akzo
         Nobel e a./Commissione, citata supra al punto 45, punto 58, e giurisprudenza ivi citata). 
      
      52      Infatti, ciò si verifica perché, in tale situazione, la società controllante e la propria controllata fanno parte di una stessa
         unità economica e, pertanto, formano una sola impresa, ai sensi della giurisprudenza citata supra ai punti 45 e 46. Così,
         il fatto che una società controllante e la propria controllata costituiscano una sola impresa ai sensi dell’art. 81 CE consente
         alla Commissione di emanare una decisione che infligge ammende nei confronti della società controllante, senza necessità di
         dimostrare l’implicazione personale di quest’ultima nell’infrazione (v. sentenza Akzo Nobel e a./Commissione, citata supra
         al punto 45, punto 59, e giurisprudenza ivi citata). 
      
      53      Riguardo al caso particolare in cui una società controllante detenga il 100% del capitale della propria controllata che abbia
         infranto le norme in materia di concorrenza, da un lato, tale società controllante può esercitare un’influenza determinante
         sul comportamento di tale controllata e, dall’altro, esiste una presunzione semplice secondo cui la detta società controllante
         esercita effettivamente un’influenza determinante sul comportamento della propria controllata (v. sentenza Akzo Nobel e a./Commissione,
         citata supra al punto 45, punto 60, e giurisprudenza ivi citata). 
      
      54      Alla luce di tali considerazioni è sufficiente che la Commissione provi che l’intero capitale di una controllata sia detenuto
         dalla controllante per poter presumere che quest’ultima eserciti un’influenza determinante sulla politica commerciale di tale
         controllata. La Commissione potrà poi ritenere la società controllante solidalmente responsabile per il pagamento dell’ammenda
         inflitta alla propria controllata, a meno che tale società controllante, cui incombe l’onere di confutare tale presunzione,
         non fornisca sufficienti elementi probatori idonei a dimostrare che la propria controllata si comporta in maniera autonoma
         sul mercato (v. sentenza Akzo Nobel e a./Commissione, citata supra al punto 45, punto 61, e giurisprudenza ivi citata). 
      
      55      Se è pur vero che la Corte, nella sentenza 16 novembre 2000, causa C‑286/98 P, Stora Kopparbergs Bergslags/Commissione (Racc. pag. I‑9925,
         punti 28 e 29), ha menzionato, oltre alla detenzione del 100% del capitale della controllata, altre circostanze, quali la
         mancata contestazione dell’influenza esercitata dalla controllante sulla politica commerciale della propria controllata e
         la rappresentanza comune delle due società durante il procedimento amministrativo, ciò non toglie che tali circostanze siano
         state rilevate dalla Corte solo con l’obiettivo di mostrare tutti gli elementi su cui il Tribunale aveva fondato il suo ragionamento
         e non per subordinare l’applicazione della presunzione menzionata alla produzione di indizi supplementari relativi all’effettivo
         esercizio di un’influenza della società controllante (v. sentenza Akzo Nobel e a./Commissione, citata supra al punto 45, punto
         62, e giurisprudenza ivi citata).
      
      56      Alla luce di tutte le suesposte considerazioni risulta che, nel caso in cui la società controllante detenga il 100% del capitale
         sociale della propria controllata, esiste la presunzione semplice secondo cui tale società controllante esercita un’influenza
         determinante sul comportamento della propria controllata (v. sentenza Akzo Nobel e a./Commissione, citata supra al punto 45,
         punto 63, e giurisprudenza ivi citata).
      
      57      Inoltre, dalla giurisprudenza del Tribunale emerge che, se una società controllante detiene la quasi totalità del capitale
         sociale della propria controllata, si può ragionevolmente concludere che la detta controllata non determina in modo autonomo
         il proprio comportamento sul mercato e che, di conseguenza, essa forma un’unica impresa con la propria controllante ai sensi
         dell’art. 81 CE (v., in tal senso, sentenza del Tribunale 30 settembre 2003, causa T‑203/01, Michelin/Commissione, Racc. pag. II‑4071,
         punto 290, e giurisprudenza ivi citata).
      
      58      Nel caso di specie occorre rilevare, da un lato che, come osservato dalla Commissione al punto 386 della decisione impugnata,
         la ricorrente non nega di aver posseduto oltre il 97% del capitale sociale dell’Arkema France all’epoca dei fatti di cui trattasi
         e, più precisamente, che ne deteneva il 97,55%, come accertato al punto 13 della decisione impugnata. Dall’altro lato, la
         ricorrente afferma che la mancanza di un azionista diverso da essa stessa nel capitale sociale dell’Arkema France non è idoneo
         a dimostrare la presunzione di esercizio di un’influenza determinante, ma non deduce alcun argomento che possa mettere in
         discussione la valutazione effettuata dalla Commissione al punto 396 della decisione impugnata, secondo cui il possesso, da
         parte di una società controllante, della quasi totalità del capitale sociale della propria controllata è assimilabile alla
         detenzione della totalità del suddetto capitale dal momento che, in via di principio, «gli azionisti minoritari non beneficiano
         in questo caso di alcun diritto speciale oltre al loro semplice interessamento agli utili della controllata».
      
      59      Di conseguenza, conformemente alla giurisprudenza citata supra, ai punti 45‑55, la Commissione ha giustamente presunto, nella
         decisione impugnata, che la ricorrente esercitasse un’influenza determinante sull’Arkema France, in base alla constatazione
         che essa ne possedeva la quasi totalità del capitale sociale.
      
      60      Nessuno degli argomenti dedotti dalla ricorrente inficia tale conclusione.
      
      61      In primo luogo, gli argomenti secondo i quali, da un lato, sia dalla giurisprudenza sia dalla prassi decisionale della Commissione
         precedente all’adozione della decisione AMCA deriva che la Commissione è tenuta a comprovare la presunzione di esercizio di
         un’influenza determinante con indizi concreti, vanno respinti in quanto infondati. Infatti, come emerge dai punti 45‑55 della
         presente sentenza, conformemente ad una costante giurisprudenza, la Corte ha ricordato, nella sentenza Akzo Nobel e a./Commissione
         (citata supra al punto 45), che la Commissione non era tenuta a comprovare con indizi supplementari la suddetta presunzione.
         Inoltre, sebbene, come indicato dalla Commissione nella sua decisone Cere per candele, la sua prassi decisionale precedente
         all’adozione della decisione AMCA fosse consistita nel comprovare la presunzione di esercizio di un’influenza determinante
         con indizi supplementari, tale osservazione non può che rimanere priva di influenza sulla conclusione, esposta al punto 57
         supra, secondo cui la Commissione era legittimata, nella decisione impugnata, a basarsi unicamente sul fatto che la ricorrente
         deteneva la quasi totalità del capitale sociale dell’Arkema France per presumere che essa esercitasse su quest’ultima un’influenza
         determinante.
      
      62      In secondo luogo, va respinto in quanto infondato l’argomento secondo cui la Commissione è incorsa in un errore di diritto
         imputando la responsabilità del comportamento illecito di cui trattasi alla ricorrente, mentre non aveva proceduto ad un’imputazione
         analoga nella decisione Perossidi organici. Da un lato, dal momento che, come emerge dai punti 45‑55 della presente sentenza,
         nella decisione impugnata la Commissione ha imputato la responsabilità dell’infrazione in parola alla ricorrente sulla base
         di un’interpretazione corretta della nozione di impresa ai sensi dell’art. 81, n. 1, CE, il semplice fatto che la Commissione
         non abbia proceduto a una simile imputazione in una decisione precedente che sanzionava l’Arkema France non può rimettere
         in discussione la legittimità della decisione impugnata sotto questo profilo. Dall’altro lato, poiché la Commissione ha la
         facoltà, ma non l’obbligo, di imputare la responsabilità dell’infrazione a una società controllante (v., in tal senso, sentenza
         della Corte 24 settembre 2009, cause riunite C‑125/07 P, C‑133/07 P, C‑135/07 P, Erste Group Bank e a./Commissione, Racc. pag. I‑8681,
         punto 82, e sentenza del Tribunale 14 dicembre 2006, cause riunite da T‑259/02 a T‑264/02 e T‑271/02, Raiffeisen Zentralbank
         Österreich e a./Commissione, Racc. pag. II‑5169, punto 331), il semplice fatto che la Commissione non abbia proceduto a tale
         imputazione nella decisione Perossidi organici non implica che essa sia tenuta ad effettuare la stessa valutazione in una
         decisione successiva (v., in tal senso, sentenza del Tribunale 20 aprile 1999, cause riunite da T‑305/94 a T‑307/94, da T‑313/94
         a T‑316/94, T‑318/94, T‑325/94, T‑328/94, T‑329/94 e T‑335/94, Limburgse Vinyl Maatschappij e a./Commissione, detta «PVC II»,
         Racc. pag. II‑931, punto 990).
      
      63      In terzo luogo, quanto al fatto che la ricorrente afferma, in sostanza, che la sentenza Francia/Commissione, citata supra
         al punto 38 (punti 50‑52, 55 e 56) e la sentenza SIC/Commissione, citata supra al punto 38 (punti 94, 95, 98, 99, 101‑105
         e 107) tendono a confermare che la Commissione è tenuta a fornire indizi supplementari che comprovino la presunzione di esercizio
         di un’influenza determinante su cui essa si è basata in sede di applicazione dell’art. 81 CE, tale argomento va dichiarato
         ininfluente. Infatti, i punti in questione, relativi alla possibilità di imputare allo Stato una misura adottata da un’impresa
         pubblica, e quindi, alla possibilità di qualificare tale misura come aiuto di Stato ai sensi dell’art. 87 CE, da un lato,
         sono privi di relazione con i requisiti per l’imputazione della responsabilità di una violazione all’art. 81 CE ad una società
         controllante e, dall’altro lato, non ostano all’esistenza di una presunzione di esercizio di un’influenza determinante in
         materia di violazione dell’art. 81 CE, di cui i giudici dell’Unione hanno esplicitamente riconosciuto la legittimità, come
         emerge dalla giurisprudenza citata supra ai punti 45‑55.
      
      64      In quarto luogo, va dichiarato ininfluente l’argomento secondo cui, in sostanza, la giurisprudenza, in numerosi Stati membri
         dell’Unione europea e negli Stati Uniti, esige che sia comprovato da indizi concreti l’esercizio di un’influenza determinante
         della società controllante sulla propria controllata. Infatti, oltre al fatto che la giurisprudenza dei suddetti Stati non
         vincola la Commissione e non costituisce il contesto giuridico rilevante alla luce del quale va esaminata la legittimità della
         decisione impugnata, la mancanza di riconoscimento della presunzione di esercizio di un’influenza determinante da parte della
         giurisprudenza dei suddetti Stati, anche ove dimostrata, non implicherebbe, in ogni caso, la sua illegittimità nel diritto
         comunitario.
      
      65      Alla luce delle considerazioni che precedono, la prima parte va respinta in parte in quanto infondata e in parte in quanto
         ininfluente.
      
       La seconda parte, attinente alla violazione dei principi di autonomia giuridica ed economica delle società 
      –       Argomenti delle parti 
      66      La ricorrente sostiene che, nel caso in cui la presunzione di esercizio di un’influenza determinante, come avvenuto nella
         prassi decisionale della Commissione precedente all’adozione della decisione AMCA, non sia comprovata da indizi supplementari
         che confermino l’ingerenza della società controllante nell’attività della propria controllata sul mercato interessato dall’infrazione,
         una simile presunzione è incompatibile con il principio di autonomia della persona giuridica, poiché comporta la responsabilità
         automatica della società controllante per le infrazioni commesse dalla propria controllata.
      
      67      In primo luogo, la ricorrente sostiene che, solo a titolo di deroga debitamente giustificata al principio dell’autonomia economica
         della persona giuridica, una società controllante può essere riconosciuta come parte del perimetro dell’impresa ai sensi dell’art. 81 CE.
         In una simile ipotesi eccezionale, una società controllante potrebbe allora vedersi imputare la responsabilità dell’infrazione
         commessa dalla propria controllata ed essere condannata in solido al pagamento dell’ammenda imposta alla suddetta controllata,
         ma non può essere condannata ad un’ammenda a titolo personale.
      
      68      La ricorrente fa osservare che il diritto delle società, negli Stati membri dell’Unione, sancisce il principio dell’autonomia
         delle persone giuridiche, anche per le controllate il cui capitale sociale sia integralmente detenuto dalle proprie società
         controllanti. Tale principio deriverebbe dalle caratteristiche della personalità giuridica e conferirebbe, tra l’altro, una
         piena capacità giuridica e un patrimonio proprio a ciascuna società, la quale sarebbe pienamente responsabile dei propri comportamenti,
         comprese le conseguenze della sua attività economica sul mercato. Al riguardo, essa precisa che il principio dell’autonomia
         economica di una controllata, che deriva dall’autonomia giuridica di quest’ultima, è stato riconosciuto dalla giurisprudenza.
         Tale principio costituirebbe altresì un elemento fondamentale del buon funzionamento delle economie moderne. Di conseguenza,
         la ricorrente e l’Arkema France, in quanto persone giuridiche distinte, possiederebbero entrambe una propria autonomia giuridica
         ed economica.
      
      69      In secondo luogo, la ricorrente sostiene che il principio di autonomia economica della controllata costituisce la traduzione
         concreta dell’utilizzo da parte di quest’ultima dell’insieme delle caratteristiche della sua personalità giuridica. Da un
         lato, l’analisi del diritto della maggior parte degli Stati membri dell’Unione dimostrerebbe che il principio dell’autonomia
         della persona giuridica fa parte dei fondamenti giuridici essenziali su cui si basa la loro organizzazione sociale, al quale
         si può derogare solo in circostanze eccezionali, come emerge dalle diverse giurisprudenze nazionali. Dall’altro lato, la Commissione
         sarebbe tenuta, nell’applicare il diritto della concorrenza, a non ignorare la giurisprudenza delle giurisdizioni degli Stati
         membri dell’Unione, a pena di mettere a repentaglio la necessaria convergenza dei diversi diritti in materia di concorrenza
         all’interno delle reti della concorrenza europea e internazionale.
      
      70      La Commissione contesta gli argomenti della ricorrente. 
      
      –       Giudizio del Tribunale
      71      La ricorrente afferma, in sostanza, che imputandole la responsabilità dell’infrazione in parola la Commissione ha violato
         il principio di autonomia giuridica ed economica delle società.
      
      72      Orbene, senza che occorra pronunciarsi sulla portata dei principi di autonomia giuridica ed economica delle società né sull’esistenza
         del secondo di tali principi, è sufficiente osservare che i suddetti principi non possono comunque implicare che una società
         il cui capitale sia detenuto totalmente o quasi totalmente da un’altra società agisca necessariamente in modo autonomo sul
         mercato semplicemente per il fatto che essa dispone di una personalità giuridica o di mezzi economici propri. Infatti, una
         simile supposizione trascurerebbe del tutto le numerose possibilità che esistono in pratica per una società controllante,
         che sia in possesso della totalità o della quasi totalità del capitale della sua controllata, di influenzare il comportamento
         di quest’ultima in maniera formale o informale.
      
      73      Pertanto, i presunti principi di autonomia giuridica ed economica che la ricorrente invoca nel caso di specie non sono stati
         violati dalla Commissione.
      
      74      Gli argomenti che la ricorrente solleva al riguardo non possono essere accolti. Da un lato, gli argomenti secondo cui la presunzione
         di esercizio di un’influenza determinante sarebbe contraria al diritto applicabile in alcuni Stati membri dell’Unione vanno
         respinti in quanto infondati, per gli stessi motivi esposti supra al punto 62, ossia in particolare per il fatto che il diritto
         dei suddetti Stati non costituisce il contesto normativo rilevante alla luce del quale dev’essere valutata la legittimità
         della decisione impugnata. Dall’altro lato, quanto al fatto che la ricorrente sostiene che, imputandole la responsabilità
         dell’infrazione di cui trattasi, la Commissione ha violato il diritto delle società applicabile negli Stati membri dell’Unione
         e, pertanto, il principio di sussidiarietà, occorre rilevare che, conformemente all’art. 81, n. 1, CE, allorché un’entità
         economica violi le regole in materia di concorrenza, essa è tenuta a rispondere di tale infrazione che la Commissione è legittimata
         a sanzionare in forza dell’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003.
      
      75      Alla luce delle considerazioni che precedono, la seconda parte va respinta in quanto infondata.
      
       La terza parte, attinente all’errore riguardante il fatto che gli indizi presi in considerazione dalla Commissione nella decisione
         impugnata non comprovano la presunzione di esercizio di un’influenza determinante 
      
      –       Argomenti delle parti
      76      La ricorrente afferma, in sostanza, che la Commissione è incorsa in un errore di diritto e in errori manifesti di valutazione
         ritenendo che i tre elementi supplementari esposti al punto 386 della decisione impugnata (v. supra, punto 41) comprovassero
         la presunzione di esercizio di un’influenza determinante. Al riguardo, in sostanza, essa asserisce che, da un lato, il fatto
         di aver nominato i membri del consiglio di amministrazione della propria controllata e, dall’altro lato, che cinque membri
         del comitato direttivo generale o del consiglio di amministrazione dell’Arkema France facessero parte del suo comitato direttivo
         generale o del suo consiglio di amministrazione non permettono di comprovare la suddetta presunzione.
      
      77      La Commissione contesta gli argomenti della ricorrente.
      
      –       Giudizio del Tribunale
      78      Secondo la giurisprudenza esposta supra, ai punti 52‑55, la Commissione non è tenuta a comprovare con elementi supplementari
         la presunzione di esercizio di un’influenza determinante che è legittimata a far valere nel caso in cui una società controllante
         detenga la totalità o la quasi totalità del capitale sociale della sua controllata, ma spetta invece alla ricorrente, per
         confutare tale presunzione, fornire elementi di prova sufficienti che possano dimostrare che la sua controllata si comportava
         in modo autonomo sul mercato.
      
      79      Pertanto, anche se si dovesse ritenere, come afferma la ricorrente, che la Commissione si è basata a torto, al punto 386 della
         decisione impugnata, su indizi che non erano idonei a comprovare la presunzione di esercizio di un’influenza determinante,
         un simile errore non potrebbe in ogni caso rimettere in discussione il fatto che essa poteva legittimamente fondarsi sulla
         semplice constatazione del possesso, da parte della ricorrente, della quasi totalità del capitale sociale della sua controllata
         per presumere che essa esercitava un’influenza determinante su quest’ultima.
      
      80      Pertanto, la terza parte dev’essere respinta in quanto ininfluente senza che occorra esaminare gli argomenti della ricorrente
         diretti, in sostanza, a contestare la rilevanza degli indizi considerati dalla Commissione nella decisione impugnata per comprovare
         la presunzione di esercizio di un’influenza determinante.
      
       La quarta parte, attinente al fatto che la Commissione ha ritenuto a torto che la ricorrente non avesse fornito un complesso
         di indizi diretti a confutare la presunzione di esercizio di un’influenza determinante 
      
      –       Argomenti delle parti
      81      La ricorrente afferma, in sostanza, che la Commissione ha ritenuto a torto che essa non avesse prodotto un complesso di indizi
         diretti a confutare la presunzione di esercizio di un’influenza determinante e a dimostrare, da un lato, l’autonomia dell’Arkema
         France sul mercato e, dall’altro lato, l’assenza di intromissione da parte sua nella politica commerciale della sua controllata.
         Essa precisa che, al contrario di quanto affermato dalla Commissione, il complesso di indizi da essa prodotti non si limita
         a dimostrare il fatto che essa non aveva partecipato all’intesa o che non ne era a conoscenza.
      
      82      In primo luogo, la ricorrente sostiene di aver dimostrato con un complesso di indizi concordanti l’autonomia dell’Arkema France
         sul mercato.
      
      83      Anzitutto, la ricorrente ricorda che, come la stessa ha fatto rilevare nell’ambito della prima parte del primo motivo (v.
         supra, punto 37), la Commissione ha riconosciuto l’autonomia dell’Arkema France sul mercato nella decisione Perossidi organici.
         Essa poi sostiene che, se nella decisione 3 maggio 2006, Perossido di idrogeno e perborato (Caso COMP/F/C.38.620) (GU L 353,
         pag. 54; in prosieguo: la decisione «Perossido di idrogeno»), la Commissione non ha mai tentato di comprovare con un qualsiasi
         elemento concreto la presunzione di esercizio di un’influenza determinante, è perché allora aveva considerato che non esistevano
         indizi atti a confortare la suddetta presunzione. Infine, poiché il clorato di sodio appartiene alla stessa famiglia di prodotti
         oggetto della decisione Perossidi organici e della decisione Perossido di idrogeno e visto che veniva gestito all’interno
         del gruppo Elf Aquitaine esattamente allo stesso modo dei prodotti oggetto delle suddette due decisioni, la Commissione non
         sarebbe legittimata a sostenere, nell’ambito della presente causa, che la ricorrente si è intromessa nella strategia commerciale
         dell’Arkema France.
      
      84      Inoltre, la ricorrente sostiene che l’Arkema France apparteneva ad un gruppo caratterizzato da una gestione decentrata delle
         proprie controllate e che, di conseguenza, la ricorrente agiva come leader del gruppo solo come società holding non operativa,
         senza intervenire affatto nella gestione concreta delle proprie controllate. Per tale motivo, la Commissione non avrebbe dovuto
         imputarle la responsabilità dell’infrazione di cui trattasi, così come, per una ragione identica, non aveva proceduto a tale
         imputazione nei confronti di una delle società controllanti sanzionate nella decisione 20 ottobre 2004, relativa ad un procedimento
         ai sensi dell’articolo 81 [CE] (Caso COMP/C.38.238/B.2) – Tabacco greggio – Spagna) (GU 2007, L 102, pag. 14; in prosieguo:
         la «decisione Tabacco greggio Spagna»).
      
      85      Ancora, la ricorrente sostiene che l’Arkema France ha sempre definito la sua strategia commerciale in modo autonomo.
      
      86      Da un lato, contrariamente a quanto affermato dalla Commissione al punto 324 della comunicazione degli addebiti e come essa
         stessa avrebbe ammesso durante l’audizione presso il consigliere auditore, la ricorrente non aveva mai definito o approvato
         il piano di attività o il bilancio delle attività dell’Arkema France specificamente legate al clorato di sodio. Al contrario,
         l’Arkema France avrebbe disposto, all’epoca dei fatti, di tutti i mezzi e di tutte le risorse organizzative, giuridiche e
         finanziarie necessarie per definire la strategia commerciale delle attività connesse al clorato di sodio nonché alla gestione
         di tali attività.
      
      87      Dall’altro lato, la ricorrente deduce una serie di argomenti diretti a dimostrare che l’Arkema France agiva in maniera autonoma
         sul mercato. Anzitutto, l’Arkema France avrebbe goduto di un pieno potere di contrattare senza autorizzazione preliminare
         della sua controllante, il che le avrebbe dato la possibilità di gestire in maniera del tutto autonoma la sua politica commerciale.
         Inoltre, l’Arkema France avrebbe sempre definito liberamente la gamma dei prodotti o dei servizi che immetteva sul mercato
         del clorato di sodio, dato che la ricorrente non aveva mai inviato alcuna istruzione o direttiva alla propria controllata
         riguardo alla sua produzione, ai prezzi praticati e agli sbocchi della sua produzione. Inoltre, l’Arkema France avrebbe beneficiato
         pienamente della libertà di definire, senza intervento da parte della sua controllante, i propri obiettivi di vendita e i
         propri utili lordi, non essendo nessun membro del personale della ricorrente idoneo a intromettersi in questo tipo di decisioni.
         Del resto, la ricorrente non era mai stata presente, a valle o a monte, sui mercati nei quali operava la sua controllata.
         Infine, l’Arkema France sarebbe intervenuta sul mercato del clorato di sodio a proprio nome e per proprio conto e non come
         suo rappresentante o agente commerciale.
      
      88      Ancora, secondo la ricorrente, l’Arkema France disponeva di una piena autonomia finanziaria. Tale osservazione deriverebbe
         dalle considerazioni esposte supra, ai punti 81‑85, nonché dal carattere estremamente modesto della sua attività relativa
         al clorato di sodio all’interno del gruppo all’epoca dei fatti controversi. Essa aggiunge che il controllo finanziario da
         essa esercitato sull’Arkema France era molto generale e non poteva pertanto vertere sull’attività relativa al clorato di sodio.
      
      89      Inoltre, la ricorrente sostiene che l’Arkema France non la informava riguardo alla sua attività sul mercato e che l’unica
         rendicontazione che l’Arkema France le presentava si atteneva strettamente ai limiti degli obblighi di una holding riguardo
         alle regole contabili e alla normativa finanziaria applicabile. Pertanto, tale rendicontazione era rimasta ad un livello molto
         generale e non aveva riguardato la politica commerciale dell’Arkema France.
      
      90      Infine, la ricorrente fa rilevare che, alla luce dell’insieme delle considerazioni esposte supra, ai punti 81‑87, da un lato,
         la Commissione avrebbe dovuto constatare che l’attività dell’Arkema France non era subordinata alle istruzioni della propria
         società madre. Dall’altro lato, tanto dalla giurisprudenza quanto dalla prassi decisionale della Commissione risulterebbe
         che il complesso di indizi dedotti dalla ricorrente per confutare la presunzione di esercizio di un’influenza determinante
         sarebbe rilevante per dimostrare l’autonomia della sua controllata. Respingendo gli indizi forniti dalla ricorrente, la Commissione
         le avrebbe di fatto negato tale modalità di prova per superare la suddetta presunzione.
      
      91      In secondo luogo, la ricorrente sostiene che la Commissione ha respinto a torto, al punto 370 della decisione impugnata, il
         carattere probatorio della mancanza di una sua partecipazione all’infrazione commessa dalla sua controllata nonché quello
         della non conoscenza, da parte sua, della suddetta infrazione per escluderne la responsabilità, e questo anche se la Commissione
         ha espressamente riconosciuto nella decisione impugnata che la ricorrente non era mai stata direttamente o indirettamente
         coinvolta nell’infrazione in parola. Orbene, la partecipazione o la conoscenza di un’infrazione sono considerate come un indizio
         pertinente, da parte della Commissione e dei giudici dell’Unione, in sede di imputazione della responsabilità di tale infrazione
         ad una società controllante.
      
      92      In terzo luogo, la ricorrente rileva che la Commissione ha ritenuto a torto, al punto 403 della decisione impugnata, che,
         il fatto che essa non intervenisse né sul mercato del clorato di sodio nel SEE, né sui mercati a monte o a valle di tale prodotto,
         non costituiva una prova della sua indipendenza. Una simile posizione sarebbe incompatibile con la giurisprudenza derivante
         dalla sentenza del Tribunale 12 settembre 2007, causa T‑30/05, Prym e Prym Consumer/Commissione (non pubblicata nella Raccolta).
      
      93      La Commissione contesta gli argomenti della ricorrente.
      
      –       Giudizio del Tribunale
      94      La ricorrente afferma, in sostanza, di aver fornito un complesso di indizi che dimostrano l’autonomia dell’Arkema France sul
         mercato del clorato di sodio e la mancanza di intromissione da parte sua nella politica commerciale della sua controllata.
      
      95      Occorre ricordare che, da un lato, come emerge dalla giurisprudenza ricordata, in particolare, ai punti 52‑55 supra, quando
         la Commissione si basa sulla presunzione di esercizio di un’influenza determinante per imputare la responsabilità di un’infrazione
         ad una società controllante, spetta a quest’ultima confutarla fornendo elementi di prova sufficienti idonei a dimostrare che
         la sua controllata si comporta in modo autonomo sul mercato. Dall’altro lato, per dimostrare l’autonomia della sua controllata
         sul mercato e quindi confutare la suddetta presunzione, spetta alla società controllante produrre tutti gli elementi relativi
         ai vincoli organizzativi, economici e giuridici intercorrenti con la propria controllata tali da dimostrare che la controllante
         e la controllata non costituiscono un’entità economica unica.
      
      96      Nel caso di specie, occorre pertanto esaminare se la Commissione abbia giustamente ritenuto che gli elementi del complesso
         di indizi che la ricorrente ha prodotto non permettevano di dimostrare l’autonomia dell’Arkema France sul mercato né di confutare
         la presunzione di esercizio di un’influenza determinante.
      
      97      In primo luogo, va respinto in quanto infondato l’argomento della ricorrente secondo cui la posizione adottata dalla Commissione
         nella decisione Perossidi organici e nella decisione Perossido di idrogeno dimostra che l’Arkema France si comportava in modo
         autonomo sul mercato. Anzitutto, va rilevato, da un lato, che la ricorrente interpreta erroneamente le suddette decisioni,
         poiché la Commissione in esse non ha affatto concluso che l’Arkema France agiva in modo autonomo né, in particolare, sul mercato
         del clorato di sodio né, in generale, sugli altri mercati di prodotti da essa venduti. Infatti, come emerge in particolare
         dall’art. 1 della decisione Perossidi organici, la Commissione si è limitata a sanzionare l’Arkema France (in precedenza Atofina),
         senza pronunciarsi sul problema dell’opportunità di imputare la responsabilità di tale infrazione alla ricorrente. Dall’altro
         lato, va rilevato che, nella decisione Perossido di idrogeno, la Commissione ha in sostanza concluso, in particolare al punto
         427 della suddetta decisione, che la responsabilità dell’infrazione oggetto della decisione stessa doveva essere imputata
         alla ricorrente. Pertanto, né l’una né l’altra delle suddette decisioni permettono di concludere che la Commissione abbia
         considerato, in circostanze analoghe a quelle del caso di specie, che l’Arkema France agisse in modo autonomo sul mercato.
      
      98      Inoltre, poiché la Commissione, come rilevato supra, al punto 60, ha la facoltà ma non l’obbligo di imputare la responsabilità
         di un’infrazione ad una società controllante e poiché è sulla base di un’interpretazione corretta dell’art. 81 CE che essa
         ha imputato, nel caso di specie, la responsabilità dell’infrazione in parola alla ricorrente, l’eventuale rilievo secondo
         cui la Commissione, in cause precedenti, non aveva ritenuto opportuno procedere ad una imputazione siffatta, o aveva comprovato
         la presunzione di esercizio di un’influenza determinante con indizi supplementari non permetterebbe comunque di concludere,
         nel caso di specie, che essa è incorsa in un errore di diritto imputando la responsabilità dell’infrazione in parola alla
         ricorrente.
      
      99      In secondo luogo, vanno respinti in quanto infondati anche gli argomenti della ricorrente secondo cui l’autonomia dell’Arkema
         France è dimostrata dalla gestione decentrata del gruppo Elf Aquitaine e dal fatto che la ricorrente era soltanto una «holding
         non operativa» che non interveniva nella gestione concreta delle proprie controllate, con la conseguenza che la Commissione
         non avrebbe dovuto imputarle la responsabilità dell’infrazione, come del resto si sarebbe astenuta dal fare nei confronti
         di un’altra società controllante nella decisione Tabacco greggio Spagna.
      
      100    Anzitutto occorre rilevare, da un lato, che l’affermazione secondo la quale la ricorrente è una società «holding non operativa»
         non è suffragata da alcun elemento concreto atto a dimostrare che essa non esercitava un’influenza determinante sulla propria
         controllata. Dall’altro lato, come emerge dalla giurisprudenza esposta supra al punto 60, il fatto che nella decisione Tabacco
         greggio Spagna la Commissione non abbia imputato la responsabilità di un’infrazione ad una società controllante non può in
         alcun caso inficiare la constatazione secondo cui nella decisione impugnata sussistevano i requisiti per una imputazione di
         questo tipo.
      
      101    Per di più, in ogni caso, nell’ambito di un gruppo di società, una holding concentra partecipazioni in diverse società e ha
         la funzione di garantirne l’unità direttiva. Pertanto, non si può escludere che la ricorrente abbia esercitato un’influenza
         determinante sul comportamento della sua controllata, coordinando, in particolare, gli investimenti finanziari in seno al
         gruppo Elf Aquitaine. Inoltre, la suddivisione interna delle diverse attività della ricorrente, simile a una gestione decentrata,
         tra differenti divisioni o dipartimenti costituisce un fenomeno normale all’interno dei gruppi societari come quello alla
         testa del quale si trovava la ricorrente. Pertanto, il presente argomento non confuta affatto la presunzione secondo la quale
         la ricorrente e l’Arkema France costituivano un’impresa unica ai sensi dell’art. 81 CE.
      
      102    In terzo luogo, debbono essere respinti come infondati anche gli argomenti della ricorrente secondo i quali, da un lato, l’Arkema
         France ha sempre definito in modo autonomo la propria strategia commerciale sul mercato del clorato di sodio, poiché non ha
         mai definito né approvato il piano di attività e il bilancio delle attività dell’Arkema France specificamente legate a tale
         prodotto e quest’ultima, in sostanza, disponeva della capacità di agire in modo autonomo sul mercato e, dall’altro lato, l’Arkema
         France godeva di piena autonomia finanziaria, poiché il controllo che essa esercitava sulla propria controllata era estremamente
         generico.
      
      103    Difatti, oltre alla circostanza che gli argomenti della ricorrente non sono suffragati da alcun elemento concreto, occorre
         rilevare anzitutto che il fatto che quest’ultima non abbia mai definito né approvato il piano di attività e il bilancio delle
         attività dell’Arkema France non consente di dimostrare che essa non fosse in grado di modificarli o respingerli o di controllarne
         l’applicazione.
      
      104    Inoltre, non si può escludere che la ricorrente abbia esercitato un’influenza determinante sul comportamento della propria
         controllata, in particolare coordinandone gli investimenti finanziari all’interno del gruppo Elf Aquitaine.
      
      105    Infine, se è vero che — come del resto ha sostenuto la ricorrente nella sua risposta alla comunicazione degli addebiti (v.
         pag. 71 di tale risposta) e come emerge dal punto 392 della decisione impugnata — essa controllava gli impegni più importanti
         della propria controllata, tale circostanza non fa altro che rafforzare la conclusione della Commissione secondo cui la suddetta
         controllata non era autonoma rispetto alla ricorrente.
      
      106    In quarto luogo, dev’essere respinto in quanto infondato l’argomento della ricorrente secondo cui l’Arkema France non le riferiva
         circa la sua attività sul mercato e le presentava una rendicontazione solo in termini assai generali, nel rispetto del diritto
         francese e delle sue leggi. Al riguardo, oltre al fatto che occorre rilevare come tale argomento non sia suffragato da alcun
         elemento concreto, la circostanza che la ricorrente, come esposto supra, al punto 103, abbia ammesso di controllare gli impegni
         più importanti della propria controllata va nella direzione contraria al suddetto argomento.
      
      107    In quinto luogo, riguardo al fatto che la ricorrente sostiene di non aver mai partecipato all’infrazione, di non averne avuto
         conoscenza e di non essere intervenuta né a monte né a valle del mercato del clorato di sodio, e neppure sul suddetto mercato,
         che per essa rivestiva un’importanza minore, occorre rilevare che detti elementi non sono tali da dimostrare l’autonomia dell’Arkema
         France. Anzitutto, va ricordato che, come emerge dalla giurisprudenza, non è un atto di istigazione a commettere l’illecito
         compiuto dalla società controllante nei confronti della sua controllata né, a maggior ragione, un’implicazione della prima
         in tale illecito, ma il fatto che esse costituiscono un’unica impresa che permette alla Commissione di adottare la decisione
         che impone ammende nei confronti di una società capogruppo (sentenza Michelin/Commissione, citata supra al punto 55, punto
         290). Inoltre, nessuna conclusione può essere tratta dal fatto che la ricorrente e l’Arkema France operavano su mercati diversi
         o che il mercato del clorato di sodio aveva per la ricorrente un’importanza minore. Occorre infatti rilevare che, in un gruppo
         come quello alla testa del quale si trova la ricorrente, la divisione dei compiti costituisce un fenomeno normale, che non
         permette di confutare la presunzione secondo cui la ricorrente e l’Arkema France costituivano un’unica impresa ai sensi dell’art. 81 CE.
         Pertanto, i suddetti argomenti vanno respinti in quanto ininfluenti.
      
      108    In sesto luogo, va respinto in quanto infondato l’argomento della ricorrente secondo cui la Commissione le ha, di fatto, negato
         il diritto di superare la presunzione di esercizio di un’influenza determinante ritenendo che gli indizi da essa forniti non
         permettessero di dimostrare l’autonomia dell’Arkema France. Infatti, nella decisione impugnata, non solo la Commissione non
         ha contestato il diritto della ricorrente di apportare indizi idonei a superare la presunzione di esercizio di un’influenza
         determinante, ma soltanto dopo aver esaminato il complesso di indizi che la ricorrente le aveva fornito essa ha concluso legittimamente,
         come emerge dalle osservazioni esposte supra, ai punti 95‑105, che gli elementi appartenenti a tale complesso non consentivano
         di superare la suddetta presunzione.
      
      109    Alla luce dell’insieme delle considerazioni che precedono, occorre concludere che la Commissione ha giustamente ritenuto che
         la ricorrente non avesse apportato elementi idonei a confutare la presunzione di esercizio di un’influenza determinante.
      
      110    Pertanto, la quarta parte del primo motivo dev’essere respinta in parte in quanto infondata e in parte in quanto ininfluente.
      
       La quinta parte, attinente alla trasformazione della presunzione di esercizio di un’influenza determinante in presunzione
         assoluta
      
      –       Argomenti delle parti
      111    La ricorrente sostiene che, respingendo l’insieme di indizi da essa forniti alla Commissione, quest’ultima ha trasformato
         la presunzione di esercizio di un’influenza determinante, che avrebbe dovuto essere una presunzione relativa, in una presunzione
         assoluta.
      
      112    In primo luogo, la ricorrente sostiene che la trasformazione di una presunzione relativa in una presunzione assoluta pregiudica
         il principio della presunzione di innocenza. Anzitutto, detta trasformazione costituirebbe una probatio diabolica, ossia una
         prova impossibile da fornire e pertanto una prova inammissibile alla luce della giurisprudenza. Inoltre, in udienza la ricorrente
         ha precisato che tale presunzione è contraria al principio della presunzione di innocenza sancito, da un lato, dalla Convenzione
         per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1959 (in prosieguo: la
         «CEDU»), come interpretato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza 7 ottobre 1988, Salabiaku c. Francia (Serie
         A, n. 141‑A, § 28), e, dall’altro lato, dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata a Nizza il 7
         dicembre 2000 (GU C 364, pag. 1), e che possiede lo stesso valore giuridico dei Trattati in forza dell’art. 6, n. 1, primo
         comma, TUE. Infine, rispondendo ad un quesito del Tribunale in udienza, essa ha precisato di ritenere che la sentenza Akzo
         Nobel e a./Commissione, citata supra al punto 45, fosse incompatibile con le disposizioni sopra menzionate.
      
      113    In secondo luogo, la ricorrente sostiene che la Commissione ha reso insuperabile la presunzione di esercizio di un’influenza
         determinante, su cui si è basata nella decisione impugnata.
      
      114    Anzitutto, dai punti 386 e 412 della decisione impugnata emergerebbe che la Commissione ammette che in pratica è impossibile
         superare la presunzione di esercizio di un’influenza determinante, specificando, in particolare, che «tale presunzione si
         verifica quasi in tutti i casi».
      
      115    Inoltre, la Commissione aveva rifiutato di prendere in considerazione gli indizi dedotti dalla ricorrente per superare la
         presunzione di esercizio di un’influenza determinante mentre tali indizi, quando sono invocati dalla Commissione, permettono
         a quest’ultima di suffragare la presunzione stessa.
      
      116    Ancora, dal punto 401, in fine, della decisione impugnata, risulterebbe che la Commissione ritiene a torto che una società
         controllante va considerata responsabile di un’infrazione a prescindere dal fatto che abbia interferito o meno nell’attività
         della sua controllata, che l’abbia lasciata agire liberamente o meno, e che fosse o meno a conoscenza delle infrazioni commesse
         dalla suddetta controllata. 
      
      117    La Commissione poi avrebbe omesso di trarre le conseguenze opportune dal proprio errore di interpretazione, che essa stessa
         avrebbe ammesso durante l’audizione presso il consigliere auditore, riguardo alle osservazioni formulate dall’Arkema France
         il 18 ottobre 2004, in risposta alla richiesta di informazioni che quest’ultima le aveva rivolto il 10 settembre 2004, e nelle
         quali aveva confuso la Elf Atochem e la ricorrente.
      
      118    Ancora, nella decisione impugnata la Commissione si sarebbe basata non su elementi concreti che dimostrino l’esercizio effettivo
         di un’influenza determinante della ricorrente sulla gestione commerciale dell’Arkema France, ma su semplici affermazioni non
         comprovate, che costituirebbero ulteriori presunzioni e supposizioni da essa mai verificate.
      
      119    Infine, si dovrebbe dedurre dal rigetto di tutti gli elementi del complesso di indizi forniti dalla ricorrente che la Commissione
         esige prove documentali negative dell’assenza di intromissione di una società controllante nella politica commerciale della
         propria controllata.
      
      120    La Commissione contesta gli argomenti della ricorrente.
      
      –       Giudizio del Tribunale
      121    La ricorrente afferma, in sostanza, che respingendo gli indizi da essa forniti la Commissione ha trasformato la presunzione
         di esercizio di un’influenza determinante in una presunzione assoluta. Una presunzione di tal genere sarebbe illegittima tanto
         alla luce della CEDU e della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, quanto della giurisprudenza delle giurisdizioni
         dell’Unione europea e della Corte europea dei diritti dell’uomo.
      
      122    A questo proposito occorre rilevare che, conformemente alla giurisprudenza citata supra al punto 52, non è stato imposto alla
         ricorrente di fornire una prova della sua mancata intromissione nella gestione della propria controllata, ma soltanto di produrre
         elementi probatori sufficienti a dimostrare che la sua controllata si comportava in modo autonomo sul mercato di cui trattasi.
      
      123    Orbene, il fatto che, nel caso di specie, la ricorrente non abbia prodotto elemento probatori idonei a confutare la presunzione
         di esercizio di un’influenza determinante, come emerge dall’esame della quarta parte del motivo (v. supra, punti 95‑106),
         non significa che la suddetta presunzione non possa essere superata in alcun caso.
      
      124    Per tale ragione, in primo luogo, deve respingersi in quanto ininfluente l’argomento della ricorrente esposto supra, al punto
         110, secondo il quale, in sostanza, la presunzione di esercizio di un’influenza determinante che la Commissione ha enunciato
         nella decisione impugnata e la cui legittimità è stata riconosciuta dalla Corte nella sentenza Akzo Nobel e a./Commissione,
         citata supra al punto 45, è contraria al principio di presunzione di innocenza come, da un lato, riconosciuto nella Carta
         dei diritti fondamentali dell’Unione europea e nella CEDU e, dall’altro lato, come interpretato dalla Corte europea dei diritti
         dell’uomo e dai giudici dell’Unione. In secondo luogo, vanno respinti in quanto infondati gli argomenti esposti supra, ai
         punti 111‑117, secondo i quali, in sostanza, la Commissione ha ritenuto a torto che gli indizi ad essa forniti dalla ricorrente
         dimostravano che essa non esercitava un’influenza determinante sull’Arkema France, mentre, com’è emerso in sede di esame della
         quarta parte del primo motivo (v. supra, punti 95‑106), è a causa del fatto che nessuno degli indizi dedotti dalla ricorrente
         permetteva di concludere, nel caso di specie, nel senso dell’autonomia sul mercato dell’Arkema France che, nella decisione
         impugnata, la Commissione ha imputato la responsabilità dell’infrazione alla ricorrente.
      
      125    Pertanto, occorre respingere, in parte come infondati e in parte come ininfluenti, la quinta parte del primo motivo e, conseguentemente,
         il primo motivo nel suo complesso.
      
       Il secondo motivo, attinente alla violazione di sei principi fondamentali, derivante dall’imputazione della responsabilità
            del comportamento illecito di cui trattasi alla ricorrente
      126    La ricorrente afferma, in sostanza, che la Commissione ha violato sei principi fondamentali imputandole il comportamento illecito
         dell’Arkema France. Il presente motivo si divide quindi in sei parti.
      
       La prima parte, attinente ad una violazione dei diritti della difesa della ricorrente 
      –       Argomenti delle parti
      127    La ricorrente afferma, in sostanza, che i suoi diritti della difesa sono stati violati prima e dopo che le è stata notificata
         la comunicazione degli addebiti.
      
      128    In primo luogo, la ricorrente sostiene anzitutto che la valutazione della Commissione contenuta al punto 406 della decisione
         impugnata, secondo cui essa non era tenuta ad una diligenza particolare nei suoi confronti prima della notificazione della
         comunicazione degli addebiti, è confutata dalla giurisprudenza derivante dalle sentenze della Corte 2 ottobre 2003, causa
         C‑194/99 P, Thyssen Stahl/Commissione (Racc. pag. I‑10921), e 21 settembre 2006, causa C‑105/04 P, Nederlandse Federatieve
         Vereniging voor de Groothandel op Elektrotechnisch Gebied/Commissione (Racc. pag. I‑8725). Infatti, essa ritiene che la Commissione
         avrebbe dovuto ricorrere ai suoi poteri di indagine, prima dell’invio della comunicazione degli addebiti, al fine di raccogliere
         indizi comprovanti la presunzione di esercizio di un’influenza determinante presso la ricorrente, anziché limitarsi a quelli
         forniti dalla Arkema France. In udienza essa ha precisato che siffatto obbligo derivava altresì dalla sentenza del Tribunale
         8 luglio 2008, causa T‑99/04, AC‑Treuhand/Commissione (Racc. pag. II‑1501), e dal codice di buone pratiche della Commissione,
         relativo agli artt. 101 TFUE e 102 TFUE (in prosieguo: il «codice di buone pratiche») che, alla data dell’udienza, era disponibile
         sul sito Internet della Commissione.
      
      129    Inoltre, in mancanza di misure di indagine svolte nei suoi confronti, la ricorrente sarebbe stata privata del suo diritto
         di spiegare, prima dell’adozione della comunicazione degli addebiti, le modalità di funzionamento del gruppo Elf Aquitaine,
         i suoi rapporti con l’Arkema France e il suo ruolo puramente passivo nella gestione della sua attività relativa al clorato
         di sodio. Essa inoltre non avrebbe potuto controllare la veridicità delle informazioni fornite dall’Arkema France e per le
         quali quest’ultima aveva invocato la riservatezza, come il fatturato della ricorrente che l’Arkema France aveva fornito alla
         Commissione in risposta ad una richiesta di informazioni.
      
      130    Inoltre, dal momento che l’indagine riguardava il periodo successivo alla fuoriuscita dell’Arkema France dal gruppo Elf Aquitaine,
         il 18 maggio 2006, la Commissione non avrebbe potuto raccogliere risposte complete alle domande che aveva posto a quest’ultima.
         Pertanto, la ricorrente avrebbe perduto una possibilità, da un lato, di far modificare le censure mosse nei suoi confronti,
         dimostrando, sin dalla fase dell’indagine, l’impossibilità di imputarle l’infrazione commessa dall’Arkema France e, dall’altro
         lato, di evitare di vedersi comminare due ammende distinte. In udienza, essa ha aggiunto che, dal momento che la comunicazione
         degli addebiti le era pervenuta in una data in cui l’Arkema France non faceva più parte del gruppo Elf Aquitaine, ed erano
         trascorsi quattro anni dall’inizio dell’indagine, essa non disponeva più di prove che le consentissero di difendersi utilmente
         il giorno della notificazione della suddetta comunicazione.
      
      131    Infine, l’alterazione della capacità della ricorrente di difendersi sarebbe stata aggravata dal carattere incoerente e contraddittorio
         della posizione adottata dalla Commissione nella decisione AMCA, nella decisione 31 maggio 2006, C (2006 def.), relativa a
         un procedimento ex articolo 81 [CE] ed ex articolo 53 dell'accordo SEE (caso n. COMP/F/38.645 – Metacrilati) (GU L 322, pag. 20;
         in prosieguo: la «decisione Metacrilati»), nella decisione Perossido di idrogeno e nella decisione impugnata.
      
      132    Inoltre, in udienza, la ricorrente ha fatto osservare, da un lato, che la Corte aveva riconosciuto il carattere penale delle
         ammende in materia di concorrenza nelle sentenze 8 luglio 1999, causa C‑199/92 P, Hüls/Commissione (Racc. pag. I‑4287), 22
         maggio 2008, causa C‑266/06 P, Evonik Degussa/Commissione e Consiglio (non pubblicata nella Raccolta), e 23 dicembre 2009,
         causa C‑45/08, Spector Photo Group e Van Raemdonck (Racc. pag. I‑12073) e, dall’altro lato, che la Carta dei diritti fondamentali
         dell’Unione europea, entrata in vigore il 1° dicembre 2009, era immediatamente applicabile alle controversie dinanzi al Tribunale.
         In tale contesto, essa sostiene che i suoi diritti fondamentali sono stati violati, avendo la Commissione considerato a torto
         che «era l’impresa, e non ciascuna delle persone giuridiche considerate isolatamente, che doveva beneficiare di diritti fondamentali».
      
      133    In secondo luogo, la ricorrente sostiene che dai punti 402‑406 della decisione impugnata emerge che la Commissione ha omesso
         di esaminare accuratamente, in contrasto con i requisiti sanciti dalla giurisprudenza, l’insieme degli elementi del complesso
         di indizi da essa forniti per confutare la presunzione di esercizio di un’influenza determinante, essendosi limitata a respingere
         i suddetti elementi con affermazioni non motivate, supposizioni e presunzioni puramente teoriche, non corrispondenti alla
         realtà del funzionamento del gruppo Elf Aquitaine al momento dei fatti di cui trattasi.
      
      134    La Commissione contesta gli argomenti della ricorrente.
      
      –       Giudizio del Tribunale
      135    La ricorrente sostiene che la Commissione ha violato i suoi diritti della difesa, da un lato, non avviando alcun provvedimento
         istruttorio nei suoi confronti prima di notificarle la comunicazione degli addebiti e, dall’altro lato, omettendo di esaminare
         accuratamente, dopo la notificazione della suddetta comunicazione degli addebiti, l’insieme degli elementi del complesso di
         indizi che essa aveva fornito al fine di superare la presunzione di esercizio di un’influenza determinante.
      
      136    Secondo una costante giurisprudenza, il rispetto dei diritti della difesa esige che l’impresa interessata sia stata messa
         in grado, durante il procedimento amministrativo, di far conoscere in modo efficace il proprio punto di vista sulla realtà
         e sulla rilevanza dei fatti e delle circostanze allegati, nonché sui documenti di cui la Commissione ha tenuto conto per suffragare
         l’asserita trasgressione del Trattato [sentenze della Corte 7 giugno 1983, cause riunite da 100/80 a 103/80, Musique Diffusion
         française e a./Commissione (Racc. pag. 1825, punto 10), e 6 aprile 1995, causa C‑310/93 P, BPB Industries e British Gypsum/Commissione
         (Racc. pag. I‑865, punto 21)]. 
      
      137    Al pari del regolamento n. 17 del Consiglio, 6 febbraio 1962, n. 17, primo regolamento di applicazione degli artt. [81 CE]
         e [82 CE] (GU 1962, 13, pag. 204), che è stato abrogato e sostituito dal regolamento n. 1/2003, tale ultimo regolamento prevede,
         all’art. 27, n. 1, l’invio alle parti di una comunicazione degli addebiti che deve contenere in termini chiari tutti gli elementi
         essenziali su cui la Commissione si fonda in tale fase del procedimento (sentenza Aalborg Portland e a./Commissione, citata
         supra al punto 45, punto 67), per consentire agli interessati di prendere effettivamente conoscenza dei comportamenti loro
         contestati dalla Commissione e di far valere utilmente la loro difesa prima che essa adotti una decisione definitiva. Una
         tale comunicazione degli addebiti costituisce la garanzia procedurale del principio fondamentale del diritto comunitario che
         richiede il rispetto delle prerogative della difesa in qualsiasi procedimento (sentenza della Corte 3 settembre 2009, cause
         riunite C‑322/07 P, C‑327/07 P e C‑338/07 P, Papierfabrik August Koehler e a./Commissione, Racc. pag. I‑7191, punto 35).
      
      138    Tale principio esige in particolare che la comunicazione degli addebiti inviata dalla Commissione ad un’impresa alla quale
         intende infliggere una sanzione per violazione delle regole di concorrenza contenga gli elementi essenziali della contestazione
         mossa contro tale impresa, quali i fatti addebitati, la qualificazione data a questi ultimi e gli elementi di prova su cui
         si fonda la Commissione, affinché l’impresa in questione sia in grado di far valere utilmente i propri argomenti nell’ambito
         del procedimento amministrativo avviato a suo carico (v. sentenza Papierfabrik August Koehler e a./Commissione, citata supra
         al punto 135, punto 36, e la giurisprudenza ivi citata).
      
      139    In particolare, la comunicazione degli addebiti deve precisare in maniera inequivocabile la persona giuridica alla quale potranno
         essere inflitte ammende, dev’essere inviata a quest’ultima e deve indicare in che qualità a tale persona giuridica sono contestati
         i fatti addebitati (v., in tal senso, sentenza Papierfabrik August Koehler e a./Commissione, citata supra al punto 135, punti
         37 e 38).
      
      140    È infatti con la comunicazione degli addebiti che l’impresa interessata viene informata di tutti gli elementi essenziali sui
         quali si fonda la Commissione in tale fase del procedimento. Di conseguenza, solo dopo l’invio della detta comunicazione l’impresa
         interessata può far pienamente valere i suoi diritti della difesa (v. sentenza della Corte 25 gennaio 2007, causa C‑407/04 P,
         Dalmine/Commissione, Racc. pag. I‑829, punto 59, e la giurisprudenza ivi citata, nonché sentenza AC‑Treuhand/Commissione,
         citata supra al punto 126, punto 48).
      
      141    Per quanto riguarda il primo motivo della ricorrente, secondo cui la Commissione ha violato i suoi diritti della difesa non
         avviando alcun provvedimento istruttorio nei suoi confronti prima che le venisse notificata la comunicazione degli addebiti,
         va rilevato che, sebbene le parti non abbiano fornito al Tribunale la suddetta comunicazione degli addebiti, emerge tuttavia
         inequivocabilmente dalle osservazioni della ricorrente del 27 settembre 2007, in risposta a tale comunicazione, che la Commissione
         l’ha informata della sua intenzione di imputarle il comportamento illecito dell’Arkema France sulla base della presunzione
         di esercizio di un’influenza determinante. La ricorrente ha dunque avuto conoscenza dell’accusa mossa nei suoi confronti nella
         suddetta comunicazione ed è stata messa in condizioni di rispondere, cosa che ha fatto effettivamente per iscritto, alla comunicazione
         stessa. Inoltre, essa non contesta di essere stata in grado di presentare, e di aver effettivamente presentato, le proprie
         osservazioni su tale comunicazione durante l’audizione presso il consigliere auditore.
      
      142    Il fatto che la Commissione non abbia assunto alcun provvedimento istruttorio nei confronti della ricorrente prima di notificarle
         la comunicazione degli addebiti, o ancora, come la ricorrente fa inoltre osservare, che la Commissione in precedenti decisioni
         le abbia imputato o meno la responsabilità di altre infrazioni commesse dalla sua controllata, non può mettere in discussione
         la conclusione secondo la quale la Commissione poteva informarla delle accuse mosse nei suoi confronti, per la prima volta,
         nella suddetta comunicazione. Infatti, la ricorrente è stata messa in grado di far conoscere utilmente il proprio punto di
         vista nel corso della fase amministrativa del procedimento riguardo all’effettività e alla pertinenza dei fatti e delle circostanze
         dedotti dalla Commissione nella sua comunicazione degli addebiti, tanto nelle sue osservazioni in risposta a tale comunicazione,
         quanto durante l’audizione presso il consigliere auditore.
      
      143    Pertanto, la Commissione non ha violato i diritti della difesa della ricorrente non avendo avviato alcun provvedimento istruttorio
         nei suoi confronti prima di notificarle la comunicazione degli addebiti.
      
      144    Gli altri argomenti dedotti dalla ricorrente non inficiano tale conclusione.
      
      145    In primo luogo, va respinto come infondato l’argomento sollevato dalla ricorrente nel corso dell’udienza, secondo cui la Commissione
         ha violato i suoi diritti fondamentali, come riconosciuti dalla giurisprudenza comunitaria e dalla Carta dei diritti fondamentali
         dell’Unione europea, considerando a torto che era l’impresa, e non ciascuna delle persone giuridiche singolarmente considerata,
         a dover beneficiare dei suddetti diritti fondamentali. Difatti, oltre al fatto che né dalla decisione impugnata né dalle sue
         memorie emerge che la Commissione abbia formulato una simile considerazione, occorre rilevare, come risulta dal punto 66 della
         decisione impugnata e dall’art. 4 del dispositivo di tale decisione, che la Commissione ha indirizzato la comunicazione degli
         addebiti alla ricorrente e all’Arkema France, singolarmente considerate, e pertanto, sia durante la fase amministrativa del
         procedimento sia alla conclusione della stessa, la Commissione ha rispettato i diritti della difesa di entrambe le suddette
         società. 
      
      146    In secondo luogo, va respinto in quanto infondato anche l’argomento secondo il quale emerge dalla giurisprudenza citata supra
         al punto 126 che la Commissione ha considerato a torto, nella fattispecie, di non essere tenuta ad assumere provvedimenti
         particolari nei confronti della ricorrente.
      
      147    Anzitutto, nella sentenza Thyssen Stahl/Commissione, citata supra al punto 126 (punto 31), la Corte ha statuito che occorreva
         dichiarare che i diritti della difesa di un’impresa sono violati dalla Commissione laddove vi sia una possibilità che, a causa
         di un’irregolarità commessa dalla Commissione, il procedimento amministrativo da quest’ultima instaurato sia potuto giungere
         ad un risultato differente. Al medesimo punto la Corte ha altresì affermato che un’impresa fornisce la prova del verificarsi
         di tale violazione quando dimostri adeguatamente non già che la decisione della Commissione avrebbe avuto un contenuto differente,
         bensì che essa avrebbe potuto difendersi più efficacemente in assenza dell’irregolarità in questione, ad esempio per il fatto
         che avrebbe potuto utilizzare per la propria difesa documenti il cui accesso le era stato rifiutato nell’ambito del procedimento
         amministrativo. Orbene, nel caso di specie va rilevato che la ricorrente non dimostra che il fatto che la Commissione non
         abbia promosso alcun provvedimento istruttorio nei suoi confronti prima di notificarle la comunicazione degli addebiti avrebbe
         potuto indurla a giungere ad un risultato diverso nella decisione impugnata. Infatti, contrariamente a quanto da essa stessa
         sostenuto, la ricorrente ha avuto la possibilità di far conoscere, sulla base della comunicazione degli addebiti, le proprie
         osservazioni relative alle modalità di funzionamento del gruppo Elf Aquitaine, ai suoi rapporti con l’Arkema France e al suo
         asserito ruolo puramente passivo nella gestione della sua attività relativa al clorato di sodio.
      
      148    Inoltre, nella sentenza Nederlandse Federatieve Vereniging voor de Groothandel op Elektrotechnisch Gebied/Commissione, citata
         supra al punto 126 (punti 48‑50 e 56), la Corte ha dichiarato in particolare che era importante evitare che i diritti della
         difesa potessero essere irrimediabilmente compromessi a motivo della durata eccessiva della fase istruttoria, e che tale durata
         possa ostacolare l’acquisizione di prove volte a confutare l’esistenza di comportamenti idonei a far sorgere la responsabilità
         delle imprese interessate. Orbene, va rilevato nel caso di specie che la ricorrente non deduce alcun elemento concreto che
         dimostri che la fase istruttoria della procedura che ha portato ad adottare la decisione impugnata abbia avuto una durata
         eccessiva e, pertanto, abbia costituito un ostacolo affinché la ricorrente potesse fornire indizi idonei a confutare la presunzione
         di esercizio di un’influenza determinante.
      
      149    Infine, nella sentenza AC-Treuhand/Commissione, citata supra al punto 126 (punto 56), il Tribunale ha dichiarato che la Commissione
         è obbligata ad informare l’impresa interessata segnatamente dell’oggetto e dello scopo dell’indagine, già sin dal momento
         della prima misura adottata nei suoi confronti, incluso il caso di una richiesta di informazioni inviata ai sensi dell’art. 11
         del regolamento n. 17. Al punto 58 della detta sentenza il Tribunale ha altresì dichiarato che, solo nel caso in cui l’irregolarità
         commessa dalla Commissione sia stata di natura tale da incidere concretamente sui diritti della difesa della ricorrente nell’ambito
         del procedimento, una simile irregolarità poteva condurre all’annullamento della decisione finale della Commissione. Orbene,
         nel caso di specie, oltre al fatto che non è possibile dedurre dalla suddetta sentenza l’obbligo per la Commissione, come
         afferma la ricorrente, di adottare provvedimenti istruttori nei confronti di un’impresa prima dell’invio di una comunicazione
         degli addebiti nel caso in cui essa ritenga di disporre, tra l’altro, di informazioni che giustifichino l’invio di tale comunicazione,
         è giocoforza rilevare che la ricorrente non deduce alcun elemento concreto per dimostrare che, a causa di ciò, essa sia stata
         privata della facoltà di fornire la prova del mancato esercizio di una sua influenza determinante sull’Arkema France.
      
      150    In terzo luogo, quanto all’argomento secondo cui la Commissione ha violato il codice di buone pratiche non avendo avviato
         nei suoi confronti alcun provvedimento istruttorio, occorre rilevare, da un lato, che il detto codice, il quale ai sensi del
         suo punto 5 va applicato solo alle cause pendenti e future a partire dalla sua pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, è stato adottato successivamente alla decisione impugnata e pertanto non è applicabile ai fatti del caso di specie. Dall’altro
         lato, e in ogni caso, va rilevato che il punto 14 del suddetto codice, facendo riferimento alla sentenza AC-Treuhand/Commissione,
         citata supra al punto 126 (punto 56), dispone che «all’atto del primo provvedimento di indagine (solitamente una richiesta
         di informazioni o un’ispezione), le imprese vengono informate del fatto di essere oggetto di un’indagine preliminare, nonché
         del suo oggetto e del suo scopo». Pertanto, senza che occorra pronunciarsi sulla portata giuridica del detto codice, occorre
         rilevare, in ogni caso, che esso non fa sorgere in capo alla Commissione alcun obbligo di assumere provvedimenti istruttori
         nei confronti delle imprese prima dell’adozione della comunicazione degli addebiti.
      
      151    Pertanto, la prima censura della ricorrente va respinta in quanto infondata.
      
      152    Quanto alla seconda censura della ricorrente, secondo cui la Commissione ha violato i suoi diritti della difesa in quanto
         non ha esaminato accuratamente il complesso degli elementi dell’insieme di indizi da essa forniti per confutare la presunzione
         di esercizio di un’influenza determinante, occorre rilevare che, da un lato, come sottolineato dalla Commissione, la ricorrente
         non individua alcun elemento di fatto o di diritto richiamato nella decisione impugnata a proposito del quale essa non avrebbe
         potuto spiegarsi nella risposta alla comunicazione degli addebiti. Dall’altro lato, occorre far riferimento ai punti 397‑415
         della decisione impugnata per rilevare che la Commissione ha risposto agli argomenti sollevati dall’Arkema France e dalla
         ricorrente nelle loro osservazioni in risposta alla comunicazione degli addebiti in modo motivato ed esaustivo. Di conseguenza,
         non si può accusare la Commissione di aver violato i diritti della difesa della ricorrente sotto questo profilo.
      
      153    Pertanto, la seconda censura della ricorrente nonché la prima parte nel suo complesso vanno respinte in quanto infondate.
      
       La seconda parte, attinente ad una violazione del principio della parità delle armi
      
       Argomenti delle parti
      154    La ricorrente sostiene che la Commissione ha violato il principio della parità delle armi. Tale violazione deriverebbe, nel
         caso di specie, dal fatto che, invece di fornire elementi concreti idonei a gettare una diversa luce sui fatti del caso di
         specie così come risultanti dal complesso di indizi forniti dalla ricorrente, la Commissione si sarebbe limitata a dedurre
         nuove supposizioni e presunzioni, mentre, conformemente alla giurisprudenza, la ricorrente aveva fornito un’altra spiegazione
         plausibile dei fatti in contrapposizione a quella seguita dalla Commissione.
      
      155    In udienza la ricorrente ha aggiunto che il mancato avvio, da parte della Commissione, di un’indagine nei suoi confronti ha
         comportato una violazione del principio della parità delle armi, in quanto essa avrebbe potuto «conservare le prove» e «premunirsi
         contro un’accusa di interferenza con la propria controllata».
      
      156    La Commissione contesta gli argomenti della ricorrente.
      
       Giudizio del Tribunale
      157    La ricorrente afferma, in sostanza, che la Commissione ha violato il principio della parità delle armi in quanto, avendo la
         ricorrente fornito un complesso di indizi che costituivano una spiegazione plausibile del fatto che l’Arkema France esercitava
         la sua attività in modo autonomo, spettava conseguentemente alla Commissione dedurre elementi concreti comprovanti la presunzione
         di esercizio di un’influenza determinante.
      
      158    Si deve rammentare che il principio di parità delle armi, come anche, in particolare, il principio del contraddittorio, rappresenta
         un mero corollario della nozione stessa di giusto processo (v., per analogia, sentenze 26 giugno 2007, causa C‑305/05, Ordre
         des barreaux francophones et germanophone e a., Racc. pag. I‑5305, punto 31; 2 dicembre 2009, causa C‑89/08 P, Commissione/Irlanda
         e a., Racc. pag. I‑11245, punto 50, e 17 dicembre 2009, causa C‑197/09 RX‑II, Riesame M/EMEA, Racc. pag. I‑12033, punti 39
         e 40). Tale principio, in particolare, implica l’obbligo di offrire a ciascuna delle parti una possibilità ragionevole di
         esporre la propria causa in condizioni tali da non porla in una situazione di netto svantaggio rispetto al suo avversario
         (v. Corte eur. D. U., sentenza Dombo Beheer BV c. Paesi Bassi del 27 ottobre 1993, serie A n. 274, § 33; Ernst e a. c. Belgio
         del 15 luglio 2003, § 60, e Vezon c. Francia del 18 aprile 2006, § 31). 
      
      159    Nel caso di specie, contrariamente a quanto sostenuto dalla ricorrente, essa non versava in una situazione di netto svantaggio
         rispetto alla Commissione, a causa del fatto che quest’ultima le aveva contestato la presunzione di esercizio di un’influenza
         determinante, basata sull’esistenza di vincoli capitalistici con l’Arkema France.
      
      160    Infatti, poiché, da un lato, come rilevato supra, al punto 57, la Commissione ha presunto a buon diritto l’esercizio di un’influenza
         determinante della ricorrente sull’Arkema France, in base al fatto che essa ne deteneva la quasi totalità del capitale sociale
         e, dall’altro lato, come emerge dalle constatazioni formulate supra, ai punti 139 e 140, la ricorrente era stata in grado,
         nelle osservazioni in risposta alla comunicazione degli addebiti e durante l’audizione presso il consigliere auditore, di
         presentare tutti gli elementi di diritto e di fatto utili a confutare la suddetta presunzione, la Commissione non ha violato
         nel caso di specie il principio della parità delle armi.
      
      161    Occorre respingere in quanto infondato l’argomento della ricorrente, sollevato in udienza, secondo cui la Commissione ha violato
         il principio della parità delle armi in quanto, se fosse stata avviata un’indagine nei suoi confronti, essa avrebbe potuto
         «conservare le prove» del fatto che l’Arkema France agiva in modo autonomo e, quindi, «premunirsi contro un’accusa di interferenza
         con la sua controllata». Occorre infatti ricordare, innanzi tutto, che la ricorrente, che era la società controllante dell’Arkema
         France quando la Commissione ha inviato a quest’ultima una richiesta di informazioni, il 10 settembre 2004, avrebbe potuto
         sin da tale data raccogliere eventuali prove dell’autonomia della sua controllata. Inoltre, l’argomento della ricorrente a
         tal proposito non è suffragato da alcun elemento concreto che dimostri la scomparsa di prove che sarebbero state utili alla
         sua difesa o che la decisione impugnata avrebbe potuto essere diversa se le fosse stato trasmesso un provvedimento istruttorio
         prima della comunicazione degli addebiti. Infine, e in ogni caso, il suddetto argomento non inficia la conclusione, esposta
         supra al punto 158, secondo la quale la ricorrente, nell’ambito delle osservazioni in risposta alla comunicazione degli addebiti
         e durante l’audizione presso il consigliere auditore, era stata in grado di presentare tutti gli elementi di diritto e di
         fatto utili ai fini del superamento della presunzione di esercizio di un’influenza determinante.
      
      162    Pertanto, la seconda parte del secondo motivo va respinta in quanto infondata. 
      
       La terza parte, attinente a una violazione della presunzione di innocenza
      –       Argomenti delle parti
      163    La ricorrente sostiene che la Commissione ha violato la presunzione di innocenza, che è un diritto fondamentale garantito
         dal Trattato CE e dall’art. 6, n. 2, della CEDU.
      
      164    In primo luogo, la ricorrente fa osservare che, ai punti 409‑411 della decisione impugnata, la Commissione l’ha sanzionata
         per una violazione dell’art. 81 CE, sulla base di una presunzione che non era suffragata da alcun elemento concreto e che
         ha portato la Commissione a non tener conto delle prove contrarie che essa aveva fornito. Tale presunzione di responsabilità
         sarebbe basata su semplici allusioni, che il Tribunale ha condannato nella sentenza 6 ottobre 2005, cause riunite T‑22/02
         e T‑23/02, Sumitomo Chemical e Sumika Fine Chemicals/Commissione (Racc. pag. II‑4065, punto 106). 
      
      165    Innanzi tutto, la Commissione avrebbe dovuto dimostrare la colpevolezza, da un lato, dell’Arkema France e, dall’altro lato,
         della ricorrente, in modo specifico e distinto. Inoltre, e comunque, la colpevolezza della ricorrente non sarebbe stata dimostrata,
         poiché la sua responsabilità le è stata ascritta in violazione, da un lato, delle regole che disciplinano l’imputazione della
         responsabilità di un’infrazione ad una società controllante e, dall’altro lato, dei suoi diritti della difesa.
      
      166    Infine, in udienza, la ricorrente ha fatto rilevare che l’assenza di indagini nei suoi confronti dimostra che la Commissione
         ha agito sulla base di un pregiudizio. A suo avviso, la decisione impugnata si basa su tale pregiudizio, che è «continuato
         dalla procedura dinanzi alla Commissione, che oggi [sarebbe] del tutto inaccettabile alla luce degli imperativi della Carta
         dei diritti fondamentali dell’Unione europea», in quanto la decisione finale viene adottata da un’istituzione che al contempo
         è «incaricata dell’indagine, dell’azione e della decisione».
      
      167    In secondo luogo, la ricorrente sostiene anzitutto che, applicandole in modo automatico la presunzione di esercizio di un’influenza
         determinante, la Commissione ha fatto gravare su di essa una presunzione assoluta di colpevolezza, che costituirebbe una probatio
         diabolica e sarebbe inammissibile. Essa fa rilevare che, ai sensi della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo,
         qualsiasi presunzione dev’essere inquadrata da limiti a tutela dei diritti della difesa (v. Corte eur. D. U., sentenza Salabiaku
         c. Francia, citata supra al punto 110 supra, § 28, e sentenza Janosevic c. Svezia, del 23 luglio 2002, n. 34619/97, § 101).
         Inoltre, in forza della giurisprudenza comunitaria, qualsiasi ricorso sistematico a presunzioni di colpevolezza dovrebbe essere
         escluso e qualsiasi presunzione di colpevolezza dovrebbe poter essere confutata in modo efficace dalla persona cui è applicata.
      
      168    La Commissione contesta gli argomenti della ricorrente.
      
      –       Giudizio del Tribunale
      169    La ricorrente invoca, in sostanza, una violazione della presunzione di innocenza, in quanto la Commissione l’ha sanzionata
         per l’infrazione commessa dall’Arkema France, da un lato, senza comprovare la presunzione di esercizio di un’influenza determinante
         e senza tener conto del complesso di indizi da essa forniti, idonei a confutare la suddetta presunzione e, dall’altro lato,
         violando i suoi diritti della difesa.
      
      170    Secondo la giurisprudenza, la presunzione di innocenza implica che ogni persona accusata è presunta innocente fino a quando
         la sua colpevolezza non sia stata legalmente accertata. Essa osta, quindi, a qualsiasi constatazione formale ed anche a qualsiasi
         allusione alla responsabilità della persona cui sia imputata una data infrazione in una decisione che pone fine all’azione,
         senza che la persona abbia potuto beneficiare di tutte le garanzie inerenti all’esercizio dei diritti della difesa nell’ambito
         di un procedimento che segua il suo corso normale e si chiuda con una decisione sulla fondatezza dell’addebito (sentenza del
         Tribunale 12 ottobre 2007, causa T‑474/04, Pergan Hilfsstoffe für industrielle Prozesse/Commissione, Racc. pag. II‑4225, punto
         76). 
      
      171    Nel caso di specie, è pacifico che l’infrazione di cui trattasi è stata ammessa dalla controllata della ricorrente. Inoltre,
         come indicato supra, al punto 57, nella decisione impugnata la Commissione ha presunto correttamente che la ricorrente fosse
         responsabile del comportamento della sua controllata in ragione del fatto che ne possedeva oltre il 97% del capitale sociale.
         Poiché, come rilevato supra, al punto 107, la ricorrente non ha confutato la presunzione di esercizio di un’influenza determinante,
         la Commissione ha pertanto legittimamente imputato alla ricorrente la responsabilità dell’infrazione di cui trattasi.
      
      172    Inoltre, come rilevato in sede di esame della prima parte del secondo motivo, attinente alla presunta violazione dei suoi
         diritti della difesa (v. supra, punti 139 e 140), la ricorrente è stata messa nelle condizioni di far conoscere utilmente
         il proprio punto di vista, durante la fase amministrativa del procedimento, riguardo all’effettività e alla rilevanza dei
         fatti e delle circostanze dedotti dalla Commissione nella comunicazione degli addebiti, sia nelle osservazioni in risposta
         alla comunicazione degli addebiti, sia nell’audizione presso il consigliere auditore, e pertanto ha potuto beneficiare di
         tutte le garanzie inerenti all’esercizio dei diritti della difesa nell’ambito di un procedimento che ha seguito il suo corso
         normale e si è chiuso con una decisione sulla fondatezza dell’addebito.
      
      173    Infine, come indicato nell’ambito dell’esame della quinta parte del primo motivo (v. supra, punto 121), il fatto che, nel
         caso di specie, la ricorrente non abbia prodotto elementi probatori idonei a confutare la presunzione di esercizio di un’influenza
         determinante non significa che la detta presunzione non possa in alcun caso essere superata e che, come inoltre affermato
         dalla ricorrente, la Commissione abbia fatto gravare su di essa una presunzione assoluta di colpevolezza, che costituirebbe
         una probatio diabolica, o che l’abbia sanzionata solo sulla base di un «pregiudizio» che la ricorrente non avrebbe avuto la
         possibilità di confutare.
      
      174    Di conseguenza, la Commissione non ha violato la presunzione di innocenza supponendo l’esercizio di un’influenza determinante
         della ricorrente sulla propria controllata.
      
      175    Inoltre, quanto al fatto che la ricorrente ha sostenuto in udienza, in sostanza, che la presunzione di innocenza, come riconosciuta
         nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, è stata violata nel caso di specie, essendo la Commissione un’istituzione
         incaricata «dell’indagine, dell’azione e della decisione», occorre rilevare, come dichiarato oralmente dalla Commissione,
         che tale censura è stata sollevata tardivamente, essendo stata formulata per la prima volta nel corso dell’udienza e che non
         si può considerare come un ampliamento del presente motivo così come dedotto nel ricorso, in base al quale la presunzione
         di esercizio di un’influenza determinante su cui si è basata la Commissione nella decisione impugnata è contraria alla presunzione
         di innocenza. Pertanto, tale censura dev’essere dichiarata irricevibile, conformemente all’art. 48, n. 2, del regolamento
         di procedura del Tribunale.
      
      176    Di conseguenza, la terza parte del secondo motivo va respinta in parte come infondata e in parte come irricevibile.
      
       La quarta parte, attinente ad una violazione del principio di responsabilità personale e di carattere individuale delle pene
      –       Argomenti delle parti
      177    La ricorrente sostiene che la Commissione ha violato il principio della responsabilità personale e il suo corollario, vale
         a dire il principio di personalità delle pene poiché, da un lato, ha riconosciuto l’esistenza e la responsabilità della presunta
         impresa formata dalla ricorrente stessa e dall’Arkema France e, dall’altro lato, l’ha condannata a pagare, anzitutto, un’ammenda
         che le è stata comminata in solido con l’Arkema France e, in secondo luogo, un’ammenda a titolo personale, mentre avrebbe
         dovuto riconoscere l’esistenza di due entità economiche distinte in mancanza di elementi concreti idonei a comprovare la presunzione
         di esercizio di un’influenza determinante. La violazione dei suddetti principi sarebbe confermata dai punti 313 e 315 della
         decisione impugnata, i quali fanno riferimento alle nozioni di coautore e di autore dell’infrazione. Pertanto, la Commissione
         avrebbe ingiustamente qualificato la ricorrente come coautrice dell’infrazione di cui trattasi.
      
      178    La Commissione contesta gli argomenti della ricorrente.
      
      –       Giudizio del Tribunale
      179    La ricorrente afferma in sostanza che, imputandole la responsabilità dell’infrazione in parola, la Commissione ha violato
         i principi di responsabilità personale e di personalità delle pene.
      
      180    In forza del principio del carattere individuale delle pene e delle sanzioni, una persona fisica o giuridica può essere sanzionata
         esclusivamente per fatti ad essa individualmente ascritti (sentenza del Tribunale 13 dicembre 2001, cause riunite T‑45/98
         e T‑47/98, Krupp Thyssen Stainless e Acciai speciali Terni/Commissione, Racc. pag. II‑3757, punto 63), principio applicabile
         in qualsiasi procedimento amministrativo che possa concludersi con l’irrogazione di sanzioni in forza della normativa sulla
         concorrenza (sentenza del Tribunale 4 luglio 2006, causa T‑304/02, Hoek Loos/Commissione, Racc. pag. II‑1887, punto 118).
         
      
      181    Tuttavia, come emerge dalla giurisprudenza esposta supra, al punto 50, tale principio deve conciliarsi con la nozione di impresa
         ai sensi dell’art. 81 CE. Pertanto, qualora l’entità economica violi le regole della concorrenza, è tenuta, secondo il principio
         della responsabilità personale, a rispondere di tale infrazione.
      
      182    Orbene, come già esposto supra, al punto 105, non è un atto di istigazione a commettere l’illecito compiuto dalla società
         controllante nei confronti della sua controllata né, a maggior ragione, un’implicazione della prima in tale illecito, ma il
         fatto che esse costituiscono un’unica impresa ai sensi dell’art. 81 CE che permette alla Commissione di adottare la decisione
         che impone ammende nei confronti di una società capogruppo (v., in tal senso, sentenza Michelin/Commissione, citata supra
         al punto 55, punto 292). Pertanto, la ricorrente è stata personalmente condannata per un’infrazione che si è presunto avesse
         commesso a causa dei legami economici e giuridici che la univano all’Arkema France e che le permettevano di determinare il
         comportamento di quest’ultima sul mercato.
      
      183    Di conseguenza, l’imputazione della responsabilità dell’infrazione di cui trattasi alla ricorrente non viola il principio
         del carattere individuale delle pene e delle sanzioni.
      
      184    A questo proposito, occorre respingere in quanto infondato l’argomento della ricorrente secondo il quale dai punti 313 e 315
         della decisione impugnata deriva che la Commissione l’ha ingiustamente considerata come coautrice o autrice dell’infrazione.
         Difatti, oltre al fatto che in tali punti la Commissione non ha adottato tali qualificazioni nei confronti della ricorrente,
         dal combinato disposto, in particolare, dei punti 367‑375, 386, 387, 396 e 415 della decisione impugnata emerge chiaramente
         che, secondo la Commissione, dal momento che la ricorrente esercitava un’influenza determinante sull’Arkema France e le due
         società costituivano quindi un’impresa ai sensi dell’art. 81 CE, le suddette società che componevano l’impresa, ai sensi dell’art. 81 CE,
         autrice dell’infrazione, andavano considerate responsabili della stessa.
      
      185    Pertanto, la quarta parte del secondo motivo dev’essere respinta in quanto infondata.
      
       La quinta parte, attinente a una violazione del principio della legalità delle pene
      –       Argomenti delle parti
      186    La ricorrente afferma che, violando i principi di responsabilità personale e di personalità delle pene, la Commissione ha
         violato il principio di legalità delle pene. Essa sostiene di essere stata condannata nonostante l’assenza di qualsiasi disposizione
         di legge che sanzioni un’infrazione che non sia stata dimostrata contro un’impresa. Da un lato, l’art. 23, n. 2, del regolamento
         n. 1/2003 autorizzerebbe solo la Commissione a sanzionare le imprese «partecipanti a [un’]infrazione». Dall’altro lato, gli
         orientamenti prevedono che il potere sanzionatorio della Commissione dovrebbe essere esercitato solo «nei limiti previsti
         [dal regolamento n. 1/2003]».
      
      187    La Commissione contesta gli argomenti della ricorrente.
      
      –       Giudizio del Tribunale
      188    La ricorrente afferma, in sostanza, che la Commissione ha violato il principio della legalità delle pene irrogandole la sanzione,
         mentre l’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003, e le linee guida non prevedono una sanzione siffatta.
      
      189    Secondo la giurisprudenza, il principio di legalità delle pene impone che la legge definisca chiaramente le infrazioni e le
         pene che essa reprime. Tale condizione si rivela soddisfatta allorché il soggetto sia in grado di sapere, sulla base del dettato
         della disposizione pertinente e con l’aiuto di un’interpretazione che ne è data dai tribunali, quali atti e omissioni implicano
         la sua responsabilità penale (sentenza Evonik Degussa/Commissione e Consiglio, citata supra al punto 130, punto 39). 
      
      190    Occorre rilevare che, ai sensi dell’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e dell’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003,
         la Commissione può, mediante decisione, infliggere ammende alle imprese che commettano, in particolare, un’infrazione alle
         disposizioni dell’art. 81 CE.
      
      191    Nel caso di specie, alla luce delle disposizioni citate supra, al punto 188 e poiché è stato considerato che la ricorrente
         e la sua controllata Arkema France formavano un’impresa, ai sensi dell’art. 81 CE, la Commissione, senza violare il principio
         della legalità delle pene, poteva imporre, conformemente alla giurisprudenza citata supra al punto 50, un’ammenda alle persone
         giuridiche che facevano parte della suddetta impresa.
      
      192    Pertanto, la quinta parte del secondo motivo va respinta in quanto infondata.
      
       La sesta parte, attinente a una violazione del principio di parità di trattamento 
      –       Argomenti delle parti
      193    La ricorrente sostiene che il principio di parità di trattamento secondo il quale, conformemente alla giurisprudenza, situazioni
         analoghe non possono essere trattate in maniera diversa, è stato violato nel caso di specie per un duplice motivo.
      
      194    In primo luogo, la ricorrente sostiene che la Commissione ha violato il principio della parità di trattamento in quanto, nella
         decisione Perossidi organici, la responsabilità dell’infrazione alla quale aveva partecipato l’Arkema France non le era stata
         imputata, mentre, al momento dei fatti oggetto della detta decisione, la gestione del gruppo Elf Aquitaine era la stessa che
         all’epoca dei fatti oggetto della decisione impugnata. Essa aggiunge, a questo proposito, che la Commissione ha in tal modo
         violato anche il principio di certezza del diritto.
      
      195    In particolare, la ricorrente fa osservare che vanno respinti gli argomenti della Commissione secondo i quali il fatto che
         quest’ultima non le abbia precedentemente imputato la responsabilità dell’infrazione di cui trattasi non le impedirebbe di
         procedere ad una simile imputazione nella decisione impugnata, e secondo i quali essa dispone di un ampio margine discrezionale
         in materia di ammende e non è vincolata dalla propria prassi decisionale. Da un lato, sarebbe incoerente che, in situazioni
         identiche, la Commissione possa o meno imputarle la responsabilità di un’infrazione. Dall’altro lato, tale facoltà non rientrerebbe
         nel potere discrezionale che le è riconosciuto per garantire un’efficace applicazione delle regole in materia di concorrenza,
         ma sarebbe puramente e semplicemente arbitrario, senza un possibile controllo da parte delle giurisdizioni dell’Unione.
      
      196    In secondo luogo, la ricorrente sostiene che è stato violato il principio di parità di trattamento tra la ricorrente stessa,
         da un lato, e l’Akzo Nobel e l’ELSA, dall’altro lato. Al riguardo, essa fa rilevare che, ai punti 378‑382 e 481‑483 della
         decisione impugnata, la Commissione prende in considerazione un complesso di indizi concreti comprovanti la presunzione di
         esercizio di un’influenza determinante nei confronti dell’EKA e dell’ELSA, senza però dedurre alcun indizio concreto nei suoi
         confronti per imputarle l’infrazione commessa dall’Arkema France. Ebbene, nulla giustificherebbe una tale disparità di trattamento.
      
      197    La Commissione contesta gli argomenti della ricorrente.
      
      –       Giudizio del Tribunale
      198    Secondo una giurisprudenza consolidata, il principio della parità di trattamento e del divieto di discriminazione impone che
         situazioni analoghe non siano trattate in maniera diversa e che situazioni diverse non siano trattate in maniera uguale, a
         meno che tale trattamento non sia obiettivamente giustificato (v., sentenza della Corte 3 maggio 2007, causa C‑303/05, Advocaten
         voor de Wereld, Racc. pag. I‑3633, punto 56, e giurisprudenza ivi citata).
      
      199    Per quanto riguarda la prima censura della ricorrente, secondo la quale la Commissione ha violato sia il principio di parità
         di trattamento sia il principio di certezza del diritto, poiché non le ha imputato la responsabilità dell’infrazione di cui
         trattasi nella decisione Perossidi organici, tale argomento dev’essere respinto in quanto infondato. Infatti, da un lato,
         poiché la Commissione, tra l’adozione della decisione Perossidi organici e quella della decisione impugnata, aveva già imputato
         alla ricorrente la responsabilità delle infrazioni accertate in tre decisioni, vale a dire la decisione AMCA, la decisione
         Perossido di idrogeno e la decisione Metacrilati, la ricorrente non poteva ignorare le condizioni di tale imputazione. Dall’altro
         lato, occorre ricordare che, come già esposto supra, al punto 60, poiché la Commissione ha la facoltà, ma non l’obbligo, di
         imputare la responsabilità dell’infrazione ad una società controllante e poiché le condizioni di tale imputazione erano soddisfatte
         nel caso di specie, il solo fatto che la Commissione non abbia proceduto a siffatta imputazione nella decisione Perossidi
         organici non implicava che fosse tenuta ad effettuare la stessa valutazione nella decisione impugnata.
      
      200    Inoltre, dev’essere respinto in quanto infondato l’argomento della ricorrente secondo cui il fatto che la Commissione disponga
         di un margine di discrezionalità che l’autorizza ad imputare un’infrazione commessa da una controllata alla propria controllante
         risulterebbe arbitrario. Difatti, pur se, conformemente alla giurisprudenza citata supra al punto 60, la Commissione dispone
         di un potere discrezionale per decidere se sia opportuno imputare la responsabilità di un’infrazione ad una controllante,
         tuttavia la sua decisione di procedere a tale imputazione non è sottratta, come nel caso di specie, al controllo dei giudici
         dell’Unione, ai quali spetta di verificare che ricorrano le condizioni di una siffatta imputazione.
      
      201    Pertanto, la prima censura della ricorrente dev’essere respinta in quanto infondata.
      
      202    Quanto alla seconda censura della ricorrente, secondo cui essa ha subito un trattamento discriminatorio nella decisione impugnata
         rispetto alla Akzo Nobel e all’ELSA, poiché, a differenza di quanto accaduto con queste ultime società, la Commissione ha
         omesso di dedurre elementi concreti nei confronti della ricorrente per imputarle la responsabilità dell’infrazione di cui
         trattasi, essa va respinta in quanto infondata. 
      
      203    Per un verso, tale censura si basa su una lettura erronea della decisione impugnata. Infatti, così come ha dedotto indizi
         supplementari per comprovare la presunzione di esercizio di un’influenza determinante della Akzo Nobel sulla propria controllata
         EKA (punto 378 della decisione impugnata) e dell’ELSA sulla sua controllata Finnish Chemicals (punto 481 della decisione impugnata),
         la Commissione ha rilevato altresì taluni indizi comprovanti la presunzione di esercizio di un’influenza determinante della
         ricorrente sull’Arkema France (punto 386 della decisione impugnata).
      
      204    Per altro verso, anche se nella decisione impugnata la Commissione avesse comprovato la presunzione di esercizio di un’influenza
         determinante solo nei confronti della Akzo Nobel e della sua controllata EKA, nonché nei confronti dell’ELSA e della sua controllata
         Finnish Chemicals, ma non nei confronti della ricorrente e della sua controllata, questo non metterebbe in discussione la
         legittimità della detta decisione. Infatti, come emerge dalla valutazione esposta supra, al punto 77, la Commissione non era
         tenuta a suffragare la suddetta presunzione, tenuto conto del fatto che la Elf Aquitaine possedeva la quasi totalità del capitale
         sociale della propria controllata. Pertanto, anche supponendo che le dette imprese si fossero trovate in una situazione analoga,
         il fatto che la Commissione abbia deciso di comprovare la presunzione di esercizio di un’influenza determinante solo nei confronti
         di alcune di esse non può comportare l’annullamento della decisione impugnata.
      
      205    Pertanto, occorre respingere in quanto infondate la seconda censura della ricorrente nonché la sesta parte nel suo complesso.
      
      206    Poiché le sei parti del secondo motivo vanno respinte in parte come irricevibili e in parte come irrilevanti, il motivo va
         respinto nella sua integralità.
      
      207    
       Il terzo motivo, attinente a uno snaturamento del complesso di indizi fornito dalla ricorrente
       Argomenti delle parti
      208    La ricorrente sostiene che i motivi esposti dalla Commissione ai punti 400‑404 della decisione impugnata per respingere gli
         elementi del complesso di indizi da essa forniti dimostrano che la stessa ha snaturato alcuni di tali indizi ricorrendo ad
         estrapolazioni, a supposizioni e a presunzioni non dimostrate. Inoltre, l’affermazione della Commissione, contenuta al punto
         404 della decisione impugnata, secondo cui i fatti del caso di specie sarebbero conformi a tali congetture, confermerebbe
         il fatto che essa ha snaturato i suddetti indizi.
      
      209    La Commissione contesta tale argomento.
      
       Giudizio del Tribunale
      210    Occorre anzitutto osservare che, a sostegno del presente motivo, la ricorrente non deduce alcun elemento concreto per suffragare
         la sua affermazione secondo la quale la Commissione ha snaturato il complesso di indizi da essa forniti per superare la presunzione
         di esercizio di un’influenza determinante. Inoltre, quanto al fatto che la ricorrente afferma, in sostanza, che la Commissione
         ha considerato a torto che il complesso di indizi da essa apportato non superasse la presunzione di esercizio di un’influenza
         determinante, va rilevato che tale motivo costituisce una riformulazione della quarta parte del primo motivo e, pertanto,
         occorre respingerlo per le stesse ragioni esposte supra, ai punti 95‑107, nei quali è stato dichiarato che l’insieme di indizi
         forniti dalla ricorrente non permetteva di superare la suddetta presunzione.
      
      211    Di conseguenza, il terzo motivo va respinto in quanto infondato.
      
       Il quarto motivo, attinente all’esistenza di contraddizioni della motivazione della decisione impugnata 
      212    La ricorrente sostiene che la decisione impugnata contiene tre contraddizioni che ne determinano la nullità. Rispondendo ai
         quesiti posti dal Tribunale in udienza, essa ha confermato di far valere, al riguardo, un difetto di motivazione. Il presente
         motivo si suddivide in tre parti.
      
       La prima parte, attinente ad una contraddittorietà della motivazione in ordine all’applicazione della nozione di impresa ai
         sensi dell’art. 81, n. 1, CE 
      
      –       Argomenti delle parti
      213    Secondo la ricorrente, esiste una contraddittorietà della motivazione nella decisione impugnata in ordine all’applicazione
         della nozione di impresa ai sensi dell’art. 81, n. 1, CE.
      
      214    In primo luogo, la ricorrente fa osservare che, sebbene dai punti 1 e 320 della decisione impugnata risulti che la Commissione
         ha valutato che i destinatari della decisione stessa fossero sanzionati a causa della loro partecipazione all’infrazione di
         cui trattasi, al tempo stesso quest’ultima rileva, in maniera contraddittoria, ai punti 69, 384 e 385 della medesima decisione,
         che essa non ha mai partecipato all’infrazione in parola.
      
      215    In secondo luogo, la ricorrente sostiene che la decisione impugnata contiene una contraddittorietà della motivazione riguardo
         al «perimetro» dell’impresa, ai sensi dell’art. 81, n. 1, CE, accolto dalla Commissione.
      
      216    Anzitutto, ai punti 16 e 385 della decisione impugnata, la Commissione ha definito l’Arkema France come l’unica impresa responsabile
         dell’infrazione mentre, ai punti 375 e 415 della suddetta decisione, ha stimato opportuno imputare alla ricorrente l’infrazione
         commessa dall’Arkema France.
      
      217    Inoltre, nella decisione impugnata esisterebbero contraddizioni tra i motivi dedicati al calcolo delle ammende che sono state
         imposte alla ricorrente. A questo proposito, la ricorrente afferma che, nella decisione impugnata, la Commissione le impone
         un’ammenda personale, sebbene essa non abbia preso parte all’infrazione e non ne fosse a conoscenza, e che le due ammende
         comminatele sono state calcolate in base a parametri specifici per l’Arkema France e sui quali essa non ha potuto esercitare
         alcuna influenza.
      
      218    La Commissione contesta gli argomenti della ricorrente.
      
      –       Giudizio del Tribunale
      219    Secondo una costante giurisprudenza, la motivazione richiesta dall’art. 253 CE dev’essere adeguata alla natura dell’atto di
         cui trattasi e deve fare apparire in forma chiara ed inequivocabile l’iter logico seguito dall’istituzione da cui esso promana
         in modo da consentire agli interessati di conoscere le ragioni del provvedimento adottato e permettere al giudice competente
         di esercitare il proprio controllo. La motivazione non deve necessariamente specificare tutti gli elementi di fatto e di diritto
         pertinenti, in quanto l’accertamento volto ad analizzare se la motivazione di un atto soddisfi i requisiti di cui all’art. 253 CE
         deve essere valutato alla luce non solo del suo tenore, ma anche del suo contesto e del complesso delle norme giuridiche che
         disciplinano la materia (v. sentenza della Corte 2 aprile 1998, causa C‑367/95 P, Commissione/Sytraval e Brink’s France, Racc. pag. I‑1719,
         punto 63, e giurisprudenza ivi citata, e sentenza Hoek Loos/Commissione, citata supra al punto 178, punto 58).
      
      220    È altresì giurisprudenza costante che, allorquando una decisione che applica l’art. 81 CE riguarda più destinatari e pone
         un problema di imputabilità dell’infrazione, essa deve contenere una motivazione sufficiente nei confronti di ciascuno dei
         destinatari, specie di quelli che, secondo il tenore della stessa decisione, dovranno sopportare l’onere conseguente all’infrazione
         (sentenza del Tribunale 28 aprile 1994, causa T‑38/92, AWS Benelux/Commissione, Racc. pag. II‑211, punto 26). Ne consegue
         che, per essere sufficientemente motivata nei confronti delle società controllanti autrici dell’infrazione, la decisione della
         Commissione deve contenere un’esposizione esauriente dei motivi atti a giustificare l’imputabilità dell’infrazione a tali
         società (v., in tal senso, sentenza del Tribunale 14 maggio 1998, causa T‑327/94, SCA Holding/Commissione, Racc. pag. II‑1373,
         punto 80).
      
      221    Nel caso di specie, senza bisogno di esaminare ognuno dei punti della decisione impugnata invocati dalla ricorrente, occorre
         rilevare che, dai punti 386 e 387 della decisione impugnata, esposti supra, ai punti 41 e 42, emerge senza alcuna ambiguità
         che è sulla base della constatazione secondo la quale la ricorrente e l’Arkema France costituivano un’impresa unica ai sensi
         dell’art. 81, n. 1, CE che la Commissione ha deciso di imputare alla ricorrente l’infrazione commessa dall’Arkema France e
         di irrogarle ammende.
      
      222    Orbene, anche se le contraddittorietà della motivazione nella decisione impugnata lamentate dalla ricorrente fossero confermate,
         resta pur vero che la motivazione contenuta nella detta decisione, per un verso, ha permesso alla ricorrente di conoscere
         le giustificazioni della sua condanna e delle ammende che le sono state inflitte, com’è dimostrato dal fatto che, in particolare,
         nei suoi due primi motivi essa contesta la legittimità della decisione impugnata nella parte in cui la Commissione le ha imputato
         la responsabilità dell’infrazione in parola, mentre nell’ottavo e nono motivo essa lamenta il fatto che un’ammenda le sia
         stata imposta in solido con l’Arkema France e a titolo personale, e, per altro verso, ha consentito al Tribunale di esercitare
         il suo controllo.
      
      223    Inoltre, quanto al fatto che la ricorrente lamenta una contraddittorietà della motivazione, derivante dal fatto che le ammende
         ad essa inflitte all’art. 2, lett. c), ed e), della decisione impugnata sono state calcolate sulla base di «parametri specifici»
         dell’Arkema France, tale argomento dev’essere respinto in quanto infondato. Infatti, occorre rilevare in proposito che, oltre
         al fatto che la ricorrente non ha spiegato perché un simile calcolo delle ammende sarebbe contraddittorio, l’imposizione di
         un’ammenda personale e il fatto che quest’ultima sia calcolata in base a parametri specifici dell’Arkema France sono conseguenza
         diretta dell’applicazione degli orientamenti e non necessitano pertanto di una motivazione particolare nella decisione impugnata.
         La prima parte del quarto motivo va quindi respinta in quanto infondata.
      
       La seconda parte, relativa ad una contraddittorietà della motivazione nella decisione impugnata in ordine alla conoscenza,
         da parte della ricorrente, dell’infrazione di cui trattasi
      
      –       Argomenti delle parti
      224    La ricorrente sostiene che esiste una contraddittorietà della motivazione nella decisione impugnata in ordine alla conoscenza
         che essa poteva avere dell’infrazione commessa dall’Arkema France. Infatti, in un primo momento nella detta decisione la Commissione
         affermerebbe che la ricorrente era per forza informata dell’attività dell’Arkema France, a causa della presenza, nell’organico
         della ricorrente e dell’Arkema France, delle stesse persone e poi, in un secondo momento, al punto 401 della decisione impugnata,
         essa osserverebbe in maniera contraddittoria che la ricorrente aveva potuto ignorare la condotta anticoncorrenziale della
         propria controllata.
      
      225    La Commissione contesta l’argomento della ricorrente.
      
      –       Giudizio del Tribunale
      226    Quanto all’argomento della ricorrente secondo cui alcuni motivi della decisione impugnata sarebbero contraddittori quanto
         alla sua  conoscenza dell’infrazione di cui trattasi, occorre rilevare che, anche se tali contraddizioni fossero confermate,
         ciò sarebbe privo di incidenza sul fatto che, poiché l’Arkema France e la ricorrente costituivano una sola impresa ai sensi
         dell’art. 81, n. 1, CE, la Commissione poteva imputare, conformemente alla giurisprudenza esposta supra, ai punti 45‑55, la
         responsabilità dell’infrazione in parola alla ricorrente, indipendentemente dalla circostanza che essa ne fosse a conoscenza
         o che avesse partecipato direttamente alla suddetta infrazione, cosa che la Commissione non era tenuta ad accertare. Pertanto,
         un’eventuale contraddittorietà della motivazione nella decisione impugnata al riguardo sarebbe in ogni caso priva di incidenza
         sulla legittimità della decisione impugnata.
      
      227    Di conseguenza, la seconda parte del quarto motivo dev’essere respinta in quanto ininfluente.
      
      228    La terza parte, attinente ad una contraddittorietà della motivazione in ordine alla natura del controllo che una società controllante
         esercita sulla propria controllata per vedersi imputare l’infrazione commessa da quest’ultima
      
      229    – Argomenti delle parti
      
      230    La ricorrente deduce una doppia contraddizione nella motivazione della decisione impugnata.
      
      231    In primo luogo, la ricorrente osserva che, al punto 407 della decisione impugnata, la Commissione afferma correttamente che
         l’imputazione della responsabilità di un’infrazione a una controllante è subordinata alla prova di un controllo effettivo
         da parte di quest’ultima sulla politica commerciale della propria controllata. Orbene, l’esame da parte della Commissione
         del complesso di indizi forniti dalla ricorrente, come risulta dai punti 403 e 404 della decisione impugnata, dimostrerebbe
         che la Commissione ha esteso l’ambito di applicazione di tale controllo effettivo della ricorrente al di là della politica
         commerciale della propria controllata.
      
      232    In secondo luogo, la ricorrente sostiene che i punti 403 e 404 della decisione impugnata sono in contraddizione con il punto
         413 della decisione stessa, nel quale la Commissione sostiene di essersi basata, nella decisione Perossido di idrogeno, unicamente
         su una presunzione di esercizio di un’influenza determinante da parte della ricorrente sulla politica commerciale della propria
         controllata.
      
      233    La Commissione contesta gli argomenti della ricorrente.
      
      234    
      –       Giudizio del Tribunale
      235    Con le due censure sollevate la ricorrente afferma, in sostanza, che sussiste una contraddittorietà di motivazioni nella decisione
         impugnata in ordine alla natura del controllo che dev’essere esercitato da una società controllante sulla propria controllata
         affinché la Commissione possa imputarle la responsabilità di un’infrazione.
      
      236    Nel caso di specie, va rilevato che, anche ove venissero confermate le contraddizioni nella motivazione, esse sarebbero prive
         di incidenza sull’osservazione secondo cui la Commissione non è venuta meno al proprio obbligo di motivazione al riguardo,
         poiché da un lato, come risulta dall’esame della quarta parte del primo motivo (v. supra, punti 95‑107), alla ricorrente è
         stata data la possibilità di conoscere i motivi che hanno indotto la Commissione a concludere che gli indizi da essa forniti
         non permettevano di superare la presunzione di esercizio di un’influenza determinante e, quindi, di contestarne la legittimità
         e, dall’altro lato, il Tribunale era in grado di esercitare il proprio controllo.
      
      237    Pertanto, la terza parte del quarto motivo va respinta in quanto infondata e il quarto motivo va respinto nel suo complesso
         in parte in quanto infondato e in parte in quanto ininfluente. 
      
       Il quinto motivo, attinente ad una violazione del principio di buona amministrazione
       Argomenti delle parti
      238    La ricorrente afferma, in sostanza, che la Commissione ha violato il principio di buona amministrazione.
      
      239    In primo luogo, la Commissione non avrebbe esaminato con cura e imparzialità tutti gli elementi di fatto rilevanti e, in particolare,
         le informazioni che la ricorrente le aveva fornito nelle sue osservazioni in risposta alla comunicazione degli addebiti, i
         quali dimostravano in maniera chiara e precisa l’autonomia economica dell’Arkema France sul mercato. Inoltre, la Commissione
         non avrebbe effettuato un esame individuale e concreto della situazione della ricorrente.
      
      240    In secondo luogo, il principio di buona amministrazione imporrebbe alla Commissione di applicare alle imprese le norme che
         applica a se stessa. Orbene, al punto 358 della decisione impugnata la Commissione avrebbe ricordato che poteva a buon diritto
         basarsi su un complesso di indizi per dimostrare un’infrazione pur negando, di fatto, questa modalità di prova alla ricorrente
         nel caso di specie. Al riguardo, la ricorrente rinvia alla quarta e quinta parte del primo motivo.
      
      241    In terzo luogo, la ricorrente sostiene che, contrariamente a quanto rilevato dalla Commissione al punto 314 della decisione
         impugnata, il principio di buona amministrazione impone, come fatto valere dalla ricorrente stessa nelle sue osservazioni
         in risposta alla comunicazione degli addebiti, che la Commissione sospenda l’adozione della decisione impugnata in attesa
         che il Tribunale si pronunci sui ricorsi da essa proposti contro la decisione AMCA, la decisione Perossido di idrogeno e la
         decisione Metacrilati. In proposito, essa ricorda che il fatto di obbligare una ricorrente a proporre un nuovo ricorso di
         annullamento contro una decisione della Commissione può essere contrario all’esigenza di economia processuale, come dichiarato
         dal Tribunale nella sua sentenza 21 ottobre 2004, causa T‑36/99, Lenzig/Commissione (Racc. pag. II‑3597).
      
      242    La Commissione contesta gli argomenti della ricorrente.
      
       Giudizio del Tribunale
      243    Secondo una costante giurisprudenza, il rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento comunitario nei procedimenti amministrativi
         ha un’importanza ancor più fondamentale nei casi in cui le istituzioni dell’Unione dispongono di un potere discrezionale nell’esercizio
         delle loro funzioni. Tra queste garanzie, v’è in particolare l’obbligo dell’istituzione competente d’esaminare, con cura ed
         imparzialità, tutti gli elementi utili del caso (sentenza della Corte 21 novembre 1991, causa C‑269/90, Technische Universität
         München, Racc. pag. I‑5469, punto 14; sentenze del Tribunale 24 gennaio 1992, causa T‑44/90, La Cinq/Commissione, Racc. pag. II‑1,
         punto 86, e 20 marzo 2002, causa T‑31/99, ABB Asea Brown Boveri/Commissione, Racc. pag. II‑1881, punto 99).
      
      244    Nel caso di specie, occorre prendere in esame ognuna delle tre censure della ricorrente dirette a dimostrare che la Commissione
         ha violato il principio di buona amministrazione.
      
      245    In primo luogo, va respinta in quanto infondata la censura della ricorrente secondo la quale la Commissione non ha esaminato
         con cura e imparzialità gli indizi da essa prodotti per superare la presunzione di esercizio di un’influenza determinante
         e non ha preso in esame la sua situazione concreta. Infatti, oltre al fatto che la ricorrente non deduce alcun argomento o
         prova specifica a sostegno di tale censura, dai punti 396‑415 della decisione impugnata emerge che la Commissione ha esaminato
         e respinto esplicitamente gli argomenti sollevati dalla ricorrente per confutare la suddetta presunzione.
      
      246    In secondo luogo, va respinta in quanto infondata la censura della ricorrente secondo la quale, in sostanza, la Commissione
         ha violato il principio di buona amministrazione in quanto, nel caso di specie, ha di fatto respinto la modalità di prova
         attraverso un complesso di indizi per superare la presunzione di esercizio di un’influenza determinante, pur avendo essa stessa
         fatto ricorso a tale modalità di prova. Difatti, in proposito occorre sottolineare che, come indicato nell’ambito della quarta
         parte del primo motivo (v. supra, punti 95‑107), è dopo aver esaminato il complesso di indizi forniti dalla ricorrente che
         la Commissione ha ritenuto che essi non fossero idonei a superare la presunzione di esercizio di un’influenza determinante.
         Pertanto, la Commissione non ha violato il principio di buona amministrazione a questo riguardo.
      
      247    In terzo luogo, va respinta in quanto infondata la censura della ricorrente secondo la quale la Commissione, conformemente
         ai principi di buona amministrazione e di economia processuale, avrebbe dovuto sospendere il procedimento avviato nei suoi
         confronti nella presente causa in attesa che il Tribunale si pronunci sui ricorsi promossi dalla ricorrente stessa contro
         la decisione AMCA, contro la decisione Perossido di idrogeno e contro la decisione Metacrilati. Occorre infatti rilevare che,
         oltre al fatto che le decisioni della Commissione si presumono valide finché non siano state annullate o revocate (sentenza
         della Corte 15 giugno 1994, causa C‑137/92 P, Commissione/BASF e a., Racc. pag. I‑2555, punto 48), nessuna disposizione di
         legge impone alla Commissione di sospendere l’adozione di decisioni in cause vertenti su fatti diversi. Inoltre, contrariamente
         a quanto sostenuto dalla ricorrente, dalla sentenza Lenzig/Commissione, citata supra al punto 235 (punto 56), non deriva che
         la Commissione fosse tenuta, per ragioni di economia processuale, a sospendere l’adozione della decisione impugnata in attesa
         della pronuncia del Tribunale sui ricorsi proposti dalla ricorrente contro altre decisioni che la sanzionavano. Infatti, al
         punto 58 di tale sentenza il Tribunale ha dichiarato, in sostanza, che, in caso di rettifica di una decisione oggetto di ricorso,
         le parti possono essere autorizzate ad adeguare le proprie conclusioni a causa del sopraggiungere di questo fatto nuovo, poiché
         in tale circostanza «[s]arebbe infatti in contrasto con una sana amministrazione della giustizia e con l’esigenza di economia
         processuale costringere la ricorrente a proporre un nuovo ricorso di annullamento dinanzi al Tribunale».
      
      248    Pertanto, occorre respingere in quanto infondati la terza censura della ricorrente e il quinto motivo nel suo complesso. 
      
       Il sesto motivo, attinente ad una violazione del principio di certezza del diritto
       Argomenti delle parti
      249    La ricorrente afferma, in sostanza, che la decisione impugnata mette gravemente in pericolo la certezza del diritto che essa
         poteva legittimamente attendersi, considerata la costante giurisprudenza da essa invocata nell’ambito del primo motivo.
      
      250    In primo luogo, l’imputazione alla ricorrente della responsabilità dell’infrazione di cui trattasi nella decisione impugnata
         sarebbe fondata su un criterio tanto nuovo quanto incomprensibile, che dipenderebbe dalla volontà della Commissione in mancanza
         di ogni prova concreta di un’eventuale intromissione della società controllante nella politica commerciale della propria controllata.
      
      251    In secondo luogo, nella decisione impugnata la Commissione avrebbe condannato la ricorrente, per la prima volta e senza alcun
         fondamento giuridico, a due ammende, distinte ma cumulative, di cui una personale, per gli stessi fatti.
      
      252    In terzo luogo, la ricorrente sostiene, come ha già fatto valere nell’ambito della prima parte del quarto motivo, che, poiché
         i legami tra la ricorrente e l’Arkema France sono identici nella presente causa e in quella che ha portato la Commissione
         ad adottare la decisione Perossidi organici, è inspiegabile il fatto che la Commissione abbia adottato soluzioni completamente
         diverse in queste due cause.
      
      253    La Commissione si oppone a tali argomenti. 
      
       Giudizio del Tribunale
      254    In primo luogo va respinta in quanto infondata la censura della ricorrente secondo la quale la Commissione ha violato il principio
         di certezza del diritto avendo deciso di imputarle la responsabilità dell’infrazione in parola secondo un criterio «nuovo»
         e «incomprensibile». Infatti, da un lato, come rilevato supra, al punto 197, prima di adottare la decisione impugnata la Commissione
         ha imputato alla ricorrente la responsabilità delle infrazioni sanzionate in tre decisioni, ossia la decisione AMCA, la decisione
         Perossido di idrogeno e la decisione Metacrilati. Di conseguenza, la ricorrente non può affermare a buon diritto che le condizioni
         di imputazione della responsabilità di un’infrazione ad una società controllante le erano ignote. Dall’altro lato, e comunque,
         come emerge dalla giurisprudenza indicata supra, ai punti 45‑55, la presunzione di esercizio di un’influenza determinante
         su cui la Commissione si è fondata nella decisione impugnata per sanzionare la ricorrente non è né «nuova» né «incomprensibile».
         
      
      255    In secondo luogo, per quanto riguarda la censura della ricorrente secondo la quale la Commissione ha violato il principio
         della certezza del diritto sanzionandola per la prima volta, e senza alcun fondamento giuridico, a due ammende distinte ma
         cumulative, di cui una ad essa personale, per gli stessi fatti, occorre anzitutto rilevare che, conformemente alle sanzioni
         previste dall’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 e dall’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003, la Commissione può, mediante
         decisione, infliggere ammende alle imprese che commettono un’infrazione all’art. 81 CE. È pacifico che le sanzioni previste
         all’art. 15 del regolamento n. 17 e all’art. 23 del regolamento n. 1/2003 hanno lo scopo di reprimere comportamenti illeciti,
         come pure di prevenire il loro ripetersi (v. sentenza del Tribunale 15 marzo 2006, causa T‑15/02, BASF/Commissione, Racc. pag. II‑497,
         punto 218, e la giurisprudenza ivi citata).
      
      256    Secondo la giurisprudenza, in via di principio, la responsabilità per l’impresa di cui trattasi incombe alla persona fisica
         o giuridica che dirigeva la medesima al momento in cui l’infrazione è stata commessa, pur se, alla data di adozione della
         decisione che ha constatato l’infrazione, la gestione dell’impresa era stata posta sotto la responsabilità di un’altra persona
         (sentenza della Corte 16 novembre 2000, causa C‑279/98 P, Cascades/Commissione, Racc. pag. 9693, punto 78).
      
      257    Tuttavia, per l’applicazione e l’esecuzione delle decisioni prese ai sensi dell’art. 81 CE, è necessario identificare un’entità
         dotata di personalità giuridica che sarà destinataria dell’atto (v., in tal senso, sentenze Akzo Nobel e a./Commissione, citata
         supra al punto 45, punto 59, e PVC II, citata supra al punto 60, punto 978). Infatti, quando la Commissione adotta una decisione
         in applicazione dell’art. 81, n. 1, CE, essa deve identificare la o le persone, fisiche o giuridiche, potenzialmente responsabili
         del comportamento dell’impresa in causa e sanzionabili a tal titolo, alle quali indirizzare la decisione (v., in tal senso,
         sentenza della Corte 12 luglio 1984, causa 170/83, Hydrotherm Gerätebau, Racc. pag. 2999, punto 11). 
      
      258    Inoltre, va ricordato che gli orientamenti adottati dalla Commissione per calcolare l’importo delle ammende garantiscono la
         certezza del diritto delle imprese, dato che determinano la metodologia che la Commissione si è imposta per la fissazione
         dell’importo delle ammende (v., in tal senso, sentenza della Corte 8 febbraio 2007, causa C‑3/06 P, Groupe Danone/Commissione,
         Racc. pag. I‑1331; in prosieguo: la «sentenza Danone della Corte», punto 23). L’amministrazione non può discostarsene, in
         un’ipotesi specifica, senza fornire ragioni compatibili con il principio di parità di trattamento (sentenza della Corte 18
         maggio 2006, causa C‑397/03 P, Archer Daniels Midland e Archer Daniels Midland Ingredients/Commissione, Racc. pag. I‑4429,
         punto 91).
      
      259    Ai sensi dei punti 9‑11 degli orientamenti, la determinazione dell’importo delle ammende avviene in due fasi. In un primo
         tempo, in forza dei punti 12‑26 dei citati orientamenti, la Commissione deve determinare un importo di base dell’ammenda che
         viene calcolato sulla base di una percentuale del valore delle vendite delle imprese in questione, moltiplicato per la durata
         della partecipazione all’intesa e al quale viene aggiunta una somma corrispondente ad una percentuale del valore di tali vendite
         al fine di dissuaderle dal prendere parte ad intese. In un secondo tempo, in forza dei punti 27‑29 degli orientamenti stessi,
         la Commissione può prendere in considerazione talune circostanze che comportano una riduzione o un incremento dell’importo
         delle ammende. Il punto 28 degli orientamenti indica, tra l’altro che, in sostanza, la recidiva può essere sanzionata con
         una maggiorazione del 100% dell’importo di base dell’ammenda per ogni infrazione identica o simile precedentemente accertata.
         Inoltre, i punti 30 e 31 degli orientamenti prevedono, in talune circostanze, un importo addizionale della maggiorazione.
         In particolare, ai sensi del punto 30 degli orientamenti, «[l]a Commissione presterà particolare attenzione all’esigenza di
         garantire l’effetto sufficientemente dissuasivo delle ammende» e, «a tal fine essa può aumentare l’ammenda da infliggere alle
         imprese che abbiano un fatturato particolarmente grande al di là delle vendite dei beni e servizi ai quali l’infrazione si
         riferisce». A questo proposito, va ricordato che il Tribunale ha dichiarato che, poiché un’impresa che dispone di un fatturato
         nettamente superiore a quello degli altri membri dell’intesa può mobilizzare più facilmente i fondi necessari per il pagamento
         della sua ammenda, la Commissione è legittimata a maggiorare a tal titolo la suddetta ammenda al fine di garantire un effetto
         dissuasivo sufficiente di quest’ultima (v., in tal senso, sentenza 29 aprile 2004, cause riunite T‑236/01, T‑239/01, da T‑244/01
         a T‑246/01, T‑251/01 e T‑252/01, Tokai Carbon e a./Commissione, Racc. pag. II‑1181, punto 241). 
      
      260    Nel caso di specie, da un lato occorre rilevare che, come emerge dai punti 18‑23 della presente sentenza, nella decisione
         impugnata la Commissione, conformemente alle disposizioni degli orientamenti il cui tenore è sintetizzato supra al punto 253,
         ha imposto un’ammenda, in primo luogo, di importo pari a EUR 22 700 000 all’Arkema France e alla ricorrente in solido, corrispondente
         all’importo di base dell’ammenda [v. art. 2, lett. c), della suddetta decisione], in secondo luogo, di importo pari a EUR 20 430 000
         alla sola Arkema France, corrispondente ad una maggiorazione del 90% dell’importo di base dell’ammenda a titolo di recidiva
         [v. art. 2, lett. d), della suddetta decisione] e, in terzo luogo, di importo pari a EUR 15 890 000 alla sola ricorrente [v.
         art. 2, lett. e), della suddetta decisione], corrispondente alla maggiorazione del 70% dell’importo di base dell’ammenda,
         legata all’importanza del suo fatturato, oltre alle vendite di beni cui l’infrazione si riferisce.
      
      261    Dall’altro lato, occorre sottolineare che, sebbene la ricorrente e l’Arkema France formassero, all’epoca dell’infrazione in
         parola, un’impresa ai sensi dell’art. 81 CE, la detta impresa non esisteva più al momento dell’adozione della decisione impugnata
         dato che, come indicato supra, al punto 1, l’Arkema France non era più controllata dalla ricorrente a partire dal 2006.
      
      262    Di conseguenza, è conformemente all’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003 che la Commissione poteva, da un lato, infliggere
         un’ammenda in solido alla ricorrente e all’Arkema France, le quali erano le due società, all’epoca dei fatti controversi,
         che componevano l’impresa, ai sensi dell’art. 81 CE, e dovevano rispondere dell’infrazione in parola e, dall’altro lato, al
         fine di tener conto della circostanza indicata supra, al punto 255, imporre una maggiorazione dell’importo di base dell’ammenda
         ai sensi del punto 30 degli orientamenti alla sola ricorrente il cui fatturato particolarmente importante rispetto alle altre
         entità sanzionate al momento dell’adozione della decisione impugnata, come giustamente rilevato dalla Commissione ai punti
         548 e 549 della decisione stessa, le permetteva di mobilizzare più facilmente i fondi necessari per il pagamento di un’ammenda.
      
      263    Pertanto, irrogando un’ammenda in solido all’Arkema France e alla ricorrente, ammenda successivamente maggiorata del 70% dell’importo
         per la sola ricorrente, la Commissione ha agito conformemente al potere di fissare l’importo delle ammende che essa detiene
         in forza dell’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003 e che si è impegnata ad applicare conformemente al disposto degli orientamenti.
         La censura della ricorrente, secondo la quale la Commissione ha violato il principio della certezza del diritto condannandola,
         senza alcun fondamento giuridico, a due ammende distinte ma cumulative, deve pertanto essere respinta in quanto infondata.
      
      264    In terzo luogo, occorre respingere in quanto infondata la censura della ricorrente secondo la quale la Commissione ha violato
         il principio di certezza del diritto a causa del «ragionamento a geometria variabile» che essa avrebbe adottato nella decisione
         impugnata e nella decisione Perossido di idrogeno. Difatti, oltre alla circostanza che in queste due decisioni la Commissione
         ha imputato in modo identico la responsabilità delle infrazioni di cui trattasi alla ricorrente sul fondamento della presunzione
         di esercizio di un’influenza determinante, occorre ricordare che, come emerge dalla giurisprudenza indicata supra, al punto
         60, anche ove la Commissione non avesse effettuato ad una simile imputazione in una decisione precedente, ciò non le impedirebbe
         affatto di procedervi in una decisione successiva.
      
      265    Pertanto, il sesto motivo va respinto in quanto infondato.
      
       Il settimo motivo, attinente a uno sviamento di potere
       Argomenti delle parti
      266    La ricorrente sostiene che, imputandole la responsabilità dell’infrazione in parola e condannandola a due ammende cumulative,
         la Commissione è incorsa in uno sviamento del potere che essa detiene in forza del regolamento n. 1/2003. Infatti, le sanzioni
         che le sono state inflitte sarebbero state stornate dal loro legittimo obiettivo secondo il suddetto regolamento, poiché la
         Commissione avrebbe cercato di massimizzare la sanzione di un’impresa diversa dalla ricorrente, ossia quella della sua controllata,
         la quale ha riconosciuto la propria responsabilità nell’infrazione di cui trattasi.
      
      267    La Commissione contesta tale argomento. 
      
       Giudizio del Tribunale
      268    Secondo una costante giurisprudenza, una decisione è viziata da sviamento di potere solo se, in base a indizi oggettivi, pertinenti
         e concordanti, risulta adottata per raggiungere scopi diversi da quelli dichiarati (v. sentenza del Tribunale 16 settembre
         1998, cause riunite T‑133/95 e T‑204/95, IECC/Commissione, Racc. pag. II‑3645, punto 188, e la giurisprudenza ivi citata).
      
      269    Da un lato, quanto al fatto che la ricorrente afferma, in sostanza, che la Commissione è incorsa in uno sviamento di potere
         imputandole la responsabilità dell’infrazione di cui trattasi, si deve ricordare che, come è stato visto nell’ambito delle
         cinque parti del primo motivo, la Commissione poteva a buon diritto procedere a tale imputazione, dal momento che l’Arkema
         France e la ricorrente costituivano un’impresa unica ai sensi dell’art. 81 CE.
      
      270    Dall’altro lato, riguardo al fatto che la ricorrente afferma, in sostanza, che la Commissione è incorsa in uno sviamento di
         potere irrogandole un’ammenda personale all’art. 2, lett. e), della decisione impugnata, va ricordato che, come rilevato in
         sede di esame della seconda parte del sesto motivo (v. supra, punti 249‑257), è in forza dell’art. 23, n. 2, del regolamento
         n. 1/2003, e conformemente al punto 30 degli orientamenti, che la Commissione ha imposto una maggiorazione dell’importo di
         base dell’ammenda alla sola ricorrente.
      
      271    Pertanto, il settimo motivo dev’essere respinto in quanto infondato.
      
       L’ottavo motivo, attinente all’infondatezza dell’inflizione di un’ammenda personale alla ricorrente
       Argomenti delle parti
      272    La ricorrente afferma, in sostanza, che l’ammenda ad essa comminata all’art. 2, lett. e), della decisione impugnata è giuridicamente
         infondata.
      
      273    In primo luogo, la ricorrente sostiene che l’ammenda di EUR 15 890 000 che le è stata irrogata è priva di fondamento giuridico
         e viola numerose disposizioni e diversi principi di diritto comunitario.
      
      274    Anzitutto, l’irrogazione di un’ammenda personale alla ricorrente sarebbe contraria all’art. 81, n. 1, CE e all’art. 23, n. 2,
         del regolamento n. 1/2003. Da un lato, poiché non sussisteva alcuna unità economica con l’Arkema France, l’ammenda personale
         imposta alla ricorrente non può essere giustificata, non avendo essa preso parte all’infrazione di cui trattasi. Dall’altro
         lato, sarebbe contraddittorio sostenere che la ricorrente e l’Arkema France formassero una sola e unica impresa e sanzionare
         la prima in modo personale, cosa che equivarrebbe ad ammettere l’esistenza di due imprese all’interno del medesimo gruppo.
         Inoltre, soltanto la partecipazione diretta ad un’infrazione implicherebbe una responsabilità che comporta una sanzione personale.
         In udienza, la ricorrente ha fatto altresì osservare che un’ammenda di questo tipo portava a sanzionarla due volte per una
         stessa infrazione, il che sarebbe in contrasto con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
      
      275    Inoltre, l’inflizione di un’ammenda personale alla ricorrente sarebbe contraria al punto 30 degli orientamenti, dato che tale
         punto fa riferimento unicamente alla possibilità di aumentare «l’ammenda da infliggere alle imprese» e che, nel caso di specie,
         l’unica impresa «rilevante», all’interno del gruppo Elf Aquitaine, sarebbe l’Arkema France.
      
      276    Infine, la ricorrente ritiene innanzi tutto che l’ammenda personale che le è stata irrogata violi, in assenza di qualsiasi
         fondamento giuridico, la presunzione di innocenza, i principi dell’autonomia della persona giuridica, della legalità, della
         responsabilità personale e della personalità delle pene. Inoltre, la Commissione sarebbe incorsa al riguardo in una seconda
         violazione del principio di legalità, dal momento che il punto 30 degli orientamenti non precisa i parametri di calcolo dell’«aumento
         specifico dell’ammenda allo scopo di garantire l’effetto dissuasivo». L’aumento del 70% dell’importo dell’ammenda inflitta
         alla ricorrente sarebbe quindi del tutto infondato giuridicamente, in violazione del principio di legalità che esige un grado
         di precisione sufficiente di una disposizione repressiva. In udienza, la ricorrente ha fatto altresì rilevare che i suddetti
         orientamenti non possedevano, in ogni caso, la forza giuridica di una disposizione di legge.
      
      277    In secondo luogo, la ricorrente sostiene che, basando l’ammenda personale inflitta all’Arkema France, ai punti 545‑549 della
         decisione impugnata, sulla presunta necessità di garantire un effetto dissuasivo «a causa dell’entità considerevole del fatturato
         complessivo dell’impresa, oltre alle vendite di beni e servizi oggetto dell’infrazione», la Commissione ha violato il diritto
         comunitario sotto un duplice profilo.
      
      278    Anzitutto, sarebbe per un verso iniquo imporre un’ammenda personale alla ricorrente a scopo dissuasivo, mentre la medesima
         ammenda viene calcolata in funzione dell’importo di base dell’ammenda inflitta all’Arkema France che comprende già una maggiorazione
         specifica a scopo dissuasivo. Per altro verso, l’imposizione di un’ammenda personale alla ricorrente sarebbe privo di rilevanza,
         dal momento che l’impresa costituita dall’Arkema France e dalla ricorrente, secondo la Commissione, non esisteva più dal 2006.
         Inoltre, la dissuasione è un fattore che la Commissione può prendere in considerazione nel calcolare l’importo dell’ammenda,
         ma tuttavia non costituisce il fondamento giuridico dell’ammenda stessa.
      
      279    Inoltre, la ricorrente ritiene che la Commissione non si potesse basare unicamente sul suo fatturato per infliggerle un’ammenda
         personale e che avrebbe dovuto considerare soltanto la minima proporzione del fatturato del prodotto di cui trattasi nel fatturato
         complessivo dell’impresa per determinare l’importo dell’ammenda. In proposito, essa ricorda che, secondo la giurisprudenza,
         l’entità considerevole del fatturato complessivo dell’impresa costituisce un criterio solo approssimativo e imperfetto per
         fissare l’importo dell’ammenda. Orbene, non essendo presente sul mercato del clorato di sodio nel SEE, la capacità economica
         della ricorrente a causare un pregiudizio alla concorrenza sarebbe del tutto inesistente.
      
      280    Ancora, la ricorrente sostiene che la Commissione non poteva riferirsi alla decisione Metacrilati per giustificare la necessità
         di un’ammenda che le era stata inflitta a titolo personale, poiché la suddetta decisione costituisce attualmente oggetto di
         un ricorso di annullamento dinanzi al Tribunale.
      
      281    La ricorrente sostiene poi che è ingiusto calcolare l’ammenda che le è stata comminata a titolo personale sulla base dei fattori
         di gravità, durata ed effetto dissuasivo esposti ai punti 511‑523 della decisione impugnata, i cui parametri le sfuggono,
         dal momento che essa non era a conoscenza dell’infrazione di cui trattasi e non poteva influire sui parametri suddetti.
      
      282    Inoltre, la Commissione non avrebbe tenuto sufficientemente conto, nel calcolo dell’ammenda che è stata inflitta alla ricorrente
         a titolo personale, di quattro fattori. Anzitutto, essa avrebbe dovuto prendere in considerazione il fatto che l’Arkema France
         era coinvolta nell’infrazione in parola per un periodo di tempo inferiore a quello dell’EKA e della Finnish Chemicals. Inoltre,
         la Commissione avrebbe dovuto considerare la circostanza attenuante rilevata al punto 401 della decisione impugnata, relativa
         all’eventuale negligenza da essa dimostrata nei confronti della propria controllata. Sarebbe stato poi opportuno prendere
         in considerazione le irregolarità procedurali costitutive di una violazione dei diritti fondamentali elencate nel suo secondo
         motivo. Da ultimo, la Commissione avrebbe dovuto tener conto della cooperazione fornita dall’Arkema France durante la fase
         amministrativa del procedimento.
      
      283    Infine, l’irrogazione di un’ammenda a titolo personale alla ricorrente violerebbe il principio della parità di trattamento
         sotto un duplice profilo.
      
      284    Per un verso, la ricorrente sarebbe la sola società controllante, tra le altre società capogruppo oggetto della decisione
         impugnata, ossia l’Akzo Nobel, l’ELSA e l’Uralita, a vedersi infliggere un’ammenda personale a scopo dissuasivo, mentre tale
         ammenda si basa in maniera iniqua su una duplice presa in considerazione dell’effetto dissuasivo.
      
      285    Per altro verso, la ricorrente fa osservare che dal punto 524 della decisione impugnata emerge che la Commissione ha arrotondato
         al ribasso l’importo di base dell’ammenda inflitta all’Arkema France e alla ricorrente soltanto di EUR 54 000, mentre gli
         importi di base delle ammende comminate alla Finnish Chemicals e all’EKA sono stati arrotondati al ribasso rispettivamente
         di EUR 660 000 e di EUR 213 500. Orbene, è sul fondamento di questo primo importo di base che sarebbe stata calcolata l’ammenda
         inflitta alla ricorrente a titolo personale.
      
      286    La Commissione contesta gli argomenti della ricorrente. 
      
       Giudizio del Tribunale
      287    La ricorrente contesta, in sostanza, l’ammenda di EUR 15 890 000 che la Commissione le ha comminato all’art. 2, lett. e),
         della decisione impugnata. In tale contesto, essa solleva sei censure.
      
      288    Con la prima censura, la ricorrente deduce tre argomenti relativi alla mancanza di fondamento giuridico che permettesse alla
         Commissione di infliggerle un’ammenda personale.
      
      289    In primo luogo, quanto al fatto che la ricorrente sostiene che l’ammenda di EUR 15 890 000 che le è stata comminata all’art. 2,
         lett. e), della decisione impugnata è priva di fondamento giuridico e viola l’art. 81, n. 1, CE e l’art. 23, n. 2, del regolamento
         n. 1/2003, poiché non esiste alcuna unità economica con l’Arkema France e che l’imposizione di tale ammenda è in contrasto
         con il punto 30 degli orientamenti, dal momento che il suddetto punto fa riferimento solo alla possibilità di aumentare «l’ammenda
         da infliggere alle imprese» e, nella fattispecie, la sola impresa «rilevante» all’interno del gruppo Elf Aquitaine sarebbe
         l’Arkema France, occorre osservare che tale argomento costituisce una riformulazione della seconda censura del sesto e del
         settimo motivo, che va respinta per le stesse ragioni esposte supra, ai punti 249‑257 e 264. Infatti, è in base al potere
         di fissazione dell’importo delle ammende, detenuto in forza dell’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003, che si è impegnata
         ad applicare conformemente alle disposizioni degli orientamenti, che la Commissione ha inflitto alla ricorrente una maggiorazione
         del 70% dell’importo di base dell’ammenda, tenuto conto del fatto che al momento dell’adozione della decisione impugnata il
         suo fatturato particolarmente importante le permetteva di mobilizzare più facilmente i fondi necessari per il pagamento dell’ammenda.
      
      290    In secondo luogo, quanto all’argomento della ricorrente in base al quale l’imposizione nei suoi confronti dell’ammenda di
         EUR 15 890 000 viola la presunzione di innocenza, i principi dell’autonomia della persona giuridica, della responsabilità
         personale e della personalità delle pene, va rilevato che, oltre al fatto che le violazioni da essa lamentate non sono suffragate
         da alcuna motivazione specifica, tale argomento dev’essere respinto per gli stessi motivi esposti nell’ambito della seconda
         parte del primo motivo (v. supra, punti 69‑73), nonché nell’ambito della terza (v. supra, punti 167‑174), della quarta (v.
         supra, punti 177‑183) e della quinta parte (v. supra, punti 186‑190) del secondo motivo. Infatti, poiché l’Arkema France e
         la ricorrente costituivano un’impresa unica ai sensi dell’art. 81 CE, la Commissione, senza violare i principi di autonomia
         della persona giuridica, della presunzione di innocenza, della responsabilità personale e della personalità delle pene, poteva
         imporre alla sola ricorrente una maggiorazione dell’importo di base dell’ammenda a causa del suo fatturato particolarmente
         elevato al momento dell’adozione della decisione impugnata.
      
      291    In terzo luogo, quanto all’argomento della ricorrente secondo il quale la violazione del principio di legalità sarebbe tanto
         più grave nel caso di specie in quanto il punto 30 degli orientamenti non specifica con sufficiente precisione la possibilità
         di imporre una maggiorazione del 70% dell’importo di base dell’ammenda in una simile circostanza, va ricordato, da un lato,
         che gli orientamenti non costituiscono il fondamento normativo per la fissazione dell’importo dell’ammenda, bensì si limitano
         a precisare l’applicazione dell’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003 (v., per analogia, sentenza Danone della Corte, citata
         supra al punto 252, punto 28), e, dall’altro lato, che, mentre l’importo di base dell’ammenda è fissato in ragione dell’infrazione,
         la gravità di quest’ultima va accertata in funzione di altri elementi, in ordine ai quali la Commissione dispone di un margine
         di discrezionalità (sentenza Danone della Corte, citata supra al punto 252, punto 25). Pertanto, è in forza dell’art. 23,
         n. 2, del regolamento n. 1/2003 e conformemente al punto 30 degli orientamenti, che la Commissione si è impegnata ad applicare,
         nell’ambito dell’esercizio del suo potere discrezionale che quest’ultima poteva imporre, una maggiorazione del 70% dell’importo
         di base dell’ammenda alla ricorrente a causa del fatto che essa era in grado, in virtù del suo fatturato particolarmente importante,
         di mobilizzare fondi più facilmente per il pagamento dell’ammenda rispetto alle altre entità sanzionate nel caso di specie.
      
      292    Pertanto, la Commissione ha agito nella fattispecie senza violare il principio di legalità. Occorre quindi respingere la prima
         censura della ricorrente in quanto infondata.
      
      293    Con la seconda censura la ricorrente contesta, in sostanza, l’importo dell’ammenda personale che le è stata comminata all’art. 2,
         lett. e), della decisione impugnata.
      
      294    Infatti, in primo luogo, quanto all’argomento della ricorrente secondo cui in sostanza è «iniquo» imporle un’ammenda personale
         a scopo dissuasivo, mentre la stessa ammenda è calcolata con riguardo all’importo di base dell’ammenda inflitta in solido
         all’Arkema France e alla ricorrente, e che già include una maggiorazione specifica a scopo dissuasivo, occorre ricordare,
         come emerge dal punto 523 della decisione impugnata, che l’ammenda di EUR 22 700 000 imposta in solido alla ricorrente e all’Arkema
         France corrisponde all’importo di base dell’ammenda, comprensivo di un importo addizionale del 19% del valore delle vendite
         dell’Arkema France (v. supra, punto 18), conformemente al punto 25 degli orientamenti, «al fine di dissuadere ulteriormente
         le imprese dal prendere parte ad accordi orizzontali di fissazione dei prezzi, di ripartizione dei mercati e di limitazione
         della produzione». Per contro, l’ammenda di EUR 15 890 000 irrogata alla sola ricorrente corrisponde al 70% dell’importo di
         base dell’ammenda e ha lo scopo, conformemente al punto 30 degli orientamenti, di «garantire l’effetto sufficientemente dissuasivo
         delle ammende» per le imprese il cui fatturato, oltre alle vendite di beni e servizi oggetto dell’infrazione, è particolarmente
         considerevole.
      
      295    Pertanto occorre rilevare che, da un lato, l’importo addizionale del 19% del valore delle vendite dell’Arkema France preso
         in considerazione nel calcolo dell’importo di base dell’ammenda, conformemente al punto 25 degli orientamenti e, dall’altro
         lato, la maggiorazione specifica imposta alla ricorrente in forza del punto 30 degli orientamenti, rispondono a due obiettivi
         dissuasivi distinti, di cui la Commissione poteva giustamente tener conto nel determinare l’ammenda da infliggere alla ricorrente.
         L’argomento di quest’ultima al riguardo va pertanto respinto in quanto infondato.
      
      296    In secondo luogo, va respinto in quanto infondato l’argomento della ricorrente secondo cui la Commissione avrebbe dovuto unicamente
         prendere in considerazione la minima proporzione del fatturato del prodotto di cui trattasi nel fatturato complessivo dell’impresa
         per stabilire l’importo dell’ammenda a titolo personale che le è stata comminata. Infatti, come emerge dal punto 30 degli
         orientamenti, è proprio nel caso in cui l’importo complessivo del fatturato dell’impresa interessata superi in modo «particolarmente
         importante» il valore delle vendite dei beni oggetto dell’intesa che la Commissione è legittimata ad imporre un importo addizionale
         a scopo dissuasivo.
      
      297    Pertanto, la seconda censura della ricorrente va respinta in quanto infondata.
      
      298    Con la terza censura la ricorrente sostiene che la Commissione non poteva riferirsi alla decisione Metacrilati per giustificare
         la necessità di infliggerle un’ammenda personale, in quanto la detta decisione costituisce attualmente oggetto di un ricorso
         di annullamento dinanzi al Tribunale. Al riguardo, da un lato va rilevato che, come emerge dalla giurisprudenza citata supra,
         al punto 241, le decisioni della Commissione si presumono valide finché non siano state annullate o revocate. Pertanto, nessuna
         disposizione normativa osta a che, nella decisione impugnata, la Commissione faccia riferimento alla decisione Metacrilati
         per suffragare il proprio ragionamento. Dall’altro lato, e comunque, anche ove la decisione Metacrilati fosse annullata dai
         giudici dell’Unione, ciò sarebbe privo di incidenza sulla legittimità della decisione impugnata poiché, come indicato supra
         ai punti 256 e 257, è in forza dell’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003 e conformemente al punto 30 degli orientamenti,
         che la Commissione ha imposto un’ammenda a titolo personale alla ricorrente nel caso di specie.
      
      299    Di conseguenza, la terza censura della ricorrente va respinta in quanto infondata.
      
      300    Con la quarta censura, la ricorrente sostiene che è iniquo calcolare l’ammenda personale che le è stata comminata sulla base
         dei fattori di gravità, di durata e di effetti dissuasivi specifici dell’Arkema France, i cui parametri le sfuggono, poiché
         non aveva avuto conoscenza dell’infrazione di cui trattasi e non poteva influire sui detti parametri.
      
      301    Al riguardo, va rilevato che la ricorrente non deduce alcun argomento o prova idonei a rimettere in discussione il fatto che,
         come constatato supra, ai punti 256 e 257, è in forza dell’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003 e conformemente al punto
         30 degli orientamenti che la Commissione ha irrogato un’ammenda personale alla ricorrente. Il fatto che quest’ultima abbia
         avuto conoscenza o meno dell’infrazione di cui trattasi e che l’ammenda personale che le è stata inflitta si basi su dati
         specifici dell’Arkema France non è suscettibile di inficiare tale conclusione.
      
      302    Pertanto, la quarta censura va respinta in quanto infondata.
      
      303    Con la quinta censura la ricorrente sostiene che la Commissione ha omesso di prendere in considerazione quattro fattori nel
         calcolo dell’ammenda personale che le è stata comminata. A suo avviso, la Commissione avrebbe dovuto prendere in considerazione,
         in primo luogo, il fatto che l’Arkema France era coinvolta nell’infrazione in parola per una durata inferiore a quella dell’EKA
         e della Finnish Chemicals, in secondo luogo, la circostanza attenuante riconosciuta dalla Commissione, al punto 401 della
         decisione impugnata, attinente all’eventuale negligenza dimostrata dalla ricorrente nei confronti della propria controllata,
         in terzo luogo, le irregolarità procedurali costitutive di una violazione dei suoi diritti fondamentali elencate nel secondo
         motivo e, in quarto luogo, la cooperazione fornita dall’Arkema France durante la fase amministrativa del procedimento.
      
      304    Al riguardo occorre ricordare, come indicato supra al punto 254, che l’ammenda imposta alla ricorrente di EUR 15 890 000 corrisponde
         esclusivamente alla maggiorazione del 70% dell’importo di base dell’ammenda prevista al punto 30 degli orientamenti. Orbene,
         ai sensi di tale punto, anche se le circostanze indicate supra al punto 207 fossero accertate, la Commissione non sarebbe
         stata affatto tenuta a prenderle in considerazione per applicare un simile tasso di maggiorazione.
      
      305    Di conseguenza, la quinta censura va respinta in quanto infondata.
      
      306    Con la sesta censura la ricorrente sostiene che il fatto che le sia stata comminata un’ammenda personale viola il principio
         della parità di trattamento sotto un duplice profilo.
      
      307    In primo luogo, secondo la ricorrente il principio della parità di trattamento è stato violato essendo essa l’unica società
         controllante, tra le altre società capogruppo oggetto della decisione impugnata, ossia l’Akzo Nobel, l’ELSA e l’Uralita, che
         si è vista infliggere un’ammenda personale in forza del punto 30 degli orientamenti, mentre tale ammenda si basa in maniera
         iniqua su una duplice considerazione dell’effetto dissuasivo.
      
      308    Al riguardo si deve ricordare che, secondo la giurisprudenza, il principio di uguaglianza e di non discriminazione impone
         che situazioni analoghe non siano trattate in maniera diversa e che situazioni diverse non siano trattate in maniera uguale,
         a meno che tale trattamento non sia obiettivamente giustificato (v. sentenza Advocaten voor de Wereld, citata al punto 196
         supra, punto 56, e la giurisprudenza ivi citata).
      
      309    Orbene, occorre constatare nel caso di specie che, come rilevato dalla Commissione ai punti 548 e 549 della decisione impugnata
         senza essere contestata dalla ricorrente, il fatturato di quest’ultima è di gran lunga superiore a quello delle altre imprese
         alle quali è stata inflitta un’ammenda nella decisione impugnata, essendo tale fatturato pari a EUR 139 389 milioni mentre
         quelli dell’EKA, dell’ELSA e dell’Uralita ammontavano rispettivamente a EUR 550 milioni, EUR 509 000 milioni e EUR 1 095 milioni.
         Pertanto, a causa del suo fatturato nettamente superiore a quello delle altre imprese sanzionate, la ricorrente non si trovava
         in una situazione paragonabile a queste ultime, il che giustifica il fatto che la Commissione l’abbia trattata in maniera
         diversa rispetto alle suddette imprese. 
      
      310    Di conseguenza, la Commissione non ha violato il principio della parità di trattamento aumentando l’ammenda imposta alla ricorrente
         conformemente al punto 30 degli orientamenti. Pertanto, il primo argomento della ricorrente dev’essere respinto in quanto
         infondato.
      
      311    In secondo luogo, quanto all’argomento della ricorrente secondo il quale dal punti 524 della decisione impugnata deriva che
         la Commissione ha arrotondato al ribasso l’importo dell’ammenda che le è stata comminata in solido con l’Arkema France soltanto
         di EUR 54 000, mentre gli importi delle ammende comminate alla Finnish Chemicals e all’EKA sono stati arrotondati al ribasso,
         rispettivamente, di EUR 666 000 e di EUR 213 500, va ricordato anzitutto che, in forza del punto 26 degli orientamenti, «[n]ella
         determinazione dell’importo di base dell’ammenda la Commissione utilizzerà (…) cifre arrotondate».
      
      312    Inoltre, come emerge dalla lettura delle risposte della Commissione ai quesiti scritti del Tribunale, e dal documento interno
         da essa prodotto in proposito, che spiega la metodologia da essa utilizzata per arrotondare al ribasso gli importi delle ammende
         comminate alle entità oggetto della decisione impugnata, va rilevato, da un lato, che la Commissione ha ridotto l’importo
         dell’ammenda dell’EKA e dell’Akzo Nobel da EUR 116 243 541 a EUR 116 000 000, quello della Finnish Chemicals da EUR 68 773 445
         a EUR 68 000 000, quello dell’ELSA da EUR 42 322 120 a EUR 42 000 000, quello dell’Arkema France e della ricorrente da EUR
         22 754 400 a EUR 22 700 000 e, infine, quello dell’Aragonesas e dell’Uralita da EUR 9 969 300 a EUR 9 900 000. Dall’altro
         lato, come spiega in sostanza la Commissione nel detto documento, dai suddetti arrotondamenti al ribasso risulta che essa
         ha arrotondato al ribasso gli importi di ognuna delle ammende in questione, al milione di euro inferiore, là dove l’arrotondamento
         al ribasso non comportava una riduzione superiore al 2% dell’importo della detta ammenda, e al centinaio di migliaia di euro
         inferiore, nel caso in cui l’arrotondamento al ribasso al milione di euro inferiore avrebbe implicato una riduzione superiore
         al 2% dell’importo dell’ammenda stessa.
      
      313    Pertanto, anche se l’EKA e l’Akzo Nobel, la Finnish Chemicals e l’ELSA hanno beneficiato di riduzioni di ammenda, ossia rispettivamente
         di un importo pari a EUR 243 541, EUR 73 445 e EUR 322 120 euros, riduzioni maggiori, in termini assoluti, di quelle ottenute,
         da un lato, dall’Arkema France e dalla ricorrente, e dall’altro lato dall’Aragonesas e dall’Uralita, pari rispettivamente
         a EUR 54 400 e EUR 69 300, a seguito dell’applicazione del punto 26 degli orientamenti, è pur vero che la metodologia seguita
         dalla Commissione è stata applicata in maniera coerente per ciascuna delle imprese sanzionate e la metodologia stessa è obiettivamente
         giustificata in quanto la Commissione, conformemente al suo potere discrezionale nell’ambito della fissazione degli importi
         delle ammende, poteva considerare che l’arrotondamento al ribasso degli importi di tali ammende non avrebbe dovuto portare,
         comunque, a una riduzione dell’ammenda superiore al 2%.
      
      314    Pertanto, si deve dichiarare che la Commissione non ha violato il principio della parità di trattamento in sede di arrotondamento
         al ribasso dell’importo dell’ammenda inflitta in solido alla ricorrente e all’Arkema France. Alla luce dell’insieme delle
         considerazioni che precedono, l’ottavo motivo nel suo complesso va respinto in quanto infondato. 
      
       Il nono motivo, attinente a una violazione dei principi e delle regole che hanno disciplinato il calcolo dell’ammenda comminata
            in solido all’Arkema France e alla ricorrente 
      315    La ricorrente contesta, in sostanza, l’importo dell’ammenda che le è stata comminata in solido con l’Arkema France all’art. 2,
         lett. c), della decisione impugnata. Il presente motivo si suddivide in due parti.
      
       La prima parte, attinente a errori nel calcolo dell’importo dell’ammenda comminata in solido all’Arkema France e alla ricorrente
         
      
      –       Argomenti delle parti
      316    La ricorrente afferma, in sostanza, che la Commissione ha omesso di tenere conto di taluni elementi nel calcolo dell’ammenda
         che le è stata comminata in solido con l’Arkema France all’art. 2, lett. c), della decisione impugnata.
      
      317    Anzitutto, la ricorrente contesta l’importo dell’ammenda che le è stata comminata in solido con l’Arkema France all’art. 2,
         lett. c), della decisione impugnata rinviando ai quattro argomenti da essa dedotti nell’ambito della quinta censura dell’ottavo
         motivo, nel quale essa contesta l’ammenda che le è stata inflitta all’art. 2, lett. e), della decisione impugnata (v. supra,
         punto 297). Pertanto essa sostiene, in primo luogo, che la Commissione avrebbe dovuto prendere in considerazione il fatto
         che l’Arkema France era coinvolta nell’infrazione in parola per una durata inferiore a quella dell’EKA e della Finnish Chemicals.
         In secondo luogo, la Commissione avrebbe dovuto tener conto della circostanza attenuante da essa rilevata, al punto 401 della
         decisione impugnata, attinente all’eventuale negligenza dimostrata dalla ricorrente nei confronti della propria controllata.
         In terzo luogo, la Commissione avrebbe dovuto considerare le irregolarità procedurali costitutive di una violazione dei diritti
         fondamentali elencati nel secondo motivo. In quarto luogo, secondo la ricorrente la Commissione avrebbe dovuto tener conto
         della cooperazione fornita dall’Arkema France durante la fase amministrativa del procedimento.
      
      318    Inoltre, la ricorrente rinvia al primo argomento da essa dedotto nella sesta censura dell’ottavo motivo (v. supra, punto 278),
         con il quale essa sostiene che la Commissione ha violato il principio della parità di trattamento imponendo ad essa soltanto
         un’ammenda personale, mentre le altre società capogruppo nella decisione impugnata si sono viste infliggere unicamente un’ammenda
         in solido con le loro controllate.
      
      319    La Commissione contesta tale argomento.
      
      –       Giudizio del Tribunale
      320    Innanzitutto, per quanto riguarda i quattro argomenti sollevati dalla ricorrente per contestare il calcolo dell’importo dell’ammenda
         comminata all’art. 2, lett. c), della decisione impugnata, in primo luogo occorre respingere in quanto infondato l’argomento
         secondo cui la suddetta ammenda dovrebbe essere ridotta a causa del fatto che la ricorrente è stata coinvolta nell’infrazione
         per un periodo di tempo inferiore rispetto all’EKA e alla Finnish Chemicals. Al riguardo va infatti rilevato che, come emerge
         espressamente dal punto 522 della decisione impugnata, la Commissione ha preso in considerazione, conformemente al punto 24
         degli orientamenti, un fattore moltiplicatore di 5 per l’Arkema France e la ricorrente, corrispondente alla durata della loro
         partecipazione all’intesa di 4 anni e 8 mesi, mentre ha considerato un fattore moltiplicatore di 5,5 per l’EKA e la sua controllante
         nonché per la Finnish Chemicals e la sua controllante, a motivo della loro partecipazione all’infrazione di cui trattasi per
         un periodo di 5 anni e 4 mesi. Di conseguenza, l’argomento della ricorrente su questo punto va respinto in quanto infondato.
      
      321    In secondo luogo, laddove la ricorrente invoca la circostanza attenuante che la Commissione le avrebbe riconosciuto, al punto
         401 della decisione impugnata, a causa della «eventuale negligenza» da essa dimostrata nei riguardi della propria controllata,
         va rilevato che tale argomento si fonda su una lettura erronea del suddetto punto. Contrariamente a quanto sostenuto dalla
         ricorrente, infatti, in esso la Commissione non indica che la negligenza dimostrata da quest’ultima nel vigilare sui comportamenti
         della propria controllata costituisce una circostanza attenuante, ma al contrario che «la mancanza di diligenza di cui hanno
         dato prova le direzioni dell’[Arkema France] e d[ella ricorrente] nell’esercizio delle loro funzioni, consistenti nel fatto
         che gli organi statutari e di gestione delle due società sostenevano di essere all’oscuro di tutte le azioni intraprese dai
         propri dipendenti, non può essere da queste utilizzato come argomento per sottrarsi alla responsabilità delle proprie azioni».
         Dall’altro lato, e comunque, la ricorrente non deduce alcun elemento contrario a sostegno della sua affermazione secondo la
         quale la Commissione ha considerato a torto che la sua «eventuale negligenza» nel vigilare sulla propria controllata potesse
         giustificare la concessione di una riduzione dell’ammenda. Pertanto, il suddetto argomento va respinto in quanto infondato.
      
      322    In terzo luogo, quanto all’argomento della ricorrente secondo il quale la Commissione avrebbe dovuto prendere in considerazione
         le violazioni dei suoi diritti fondamentali da essa indicate nel suo secondo motivo per concederle una riduzione dell’ammenda
         comminatale in solido con l’Arkema France, va ricordato, come osservato in sede di esame del suddetto motivo (v. supra, punto
         204), che la Commissione non ha commesso alcuna delle violazioni lamentate dalla ricorrente. Di conseguenza, anche questo
         argomento va respinto in quanto infondato.
      
      323    In quarto luogo, quanto all’argomento secondo il quale la Commissione avrebbe dovuto tener conto della cooperazione fornita
         dall’Arkema France durante la fase amministrativa del procedimento, va rilevato che nel presente motivo la ricorrente non
         deduce alcun argomento specifico per contestare le valutazioni operate dalla Commissione, ai punti 543 e 544 e da 561 a 580
         della decisione impugnata, secondo cui, in sostanza, la cooperazione offerta dall’Arkema France non giustificava il fatto
         che essa si vedesse concedere una riduzione dell’ammenda nell’ambito o al di fuori dell’ambito di applicazione della comunicazione
         del 2002 sulla cooperazione. Pertanto, tale argomento va respinto in quanto infondato.
      
      324    Inoltre, occorre respingere in quanto infondato l’argomento della ricorrente secondo il quale la Commissione ha violato il
         principio della parità di trattamento essendo essa l’unica, tra le altre società capogruppo sanzionate, che si è vista comminare
         un’ammenda personale. Occorre infatti ricordare, come rilevato nell’ambito del sesto motivo (v. supra, punto 254), che l’ammenda
         inflitta alla ricorrente all’art. 2, lett. e), della decisione impugnata corrisponde alla maggiorazione del 70% dell’importo
         di base dell’ammenda che le è stata comminata in solido con l’Arkema France all’art. 2, lett. c), della stessa decisione,
         in ragione del fatto che il suo fatturato particolarmente importante rispetto a quello delle altre entità sanzionate al momento
         dell’adozione della decisione impugnata le consentiva di mobilizzare più facilmente i fondi necessari per pagare la suddetta
         ammenda. Orbene, essendo pacifico che le altre società capogruppo nella decisione impugnata non disponevano di un fatturato
         tale da giustificare una simile maggiorazione, va constatato che la ricorrente non versava in una situazione paragonabile
         alle suddette società tale da indurre la Commissione a trattarle in maniera identica.
      
      325    Di conseguenza, la prima parte del nono motivo va respinta in quanto infondata.
      
       La seconda parte, attinente a una violazione del principio della parità di trattamento legato all’ammenda comminata in solido
         all’Arkema France e alla ricorrente 
      
      –       Argomenti delle parti
      326    La ricorrente sostiene che la Commissione ha violato il principio della parità di trattamento, tenuto conto del fatto che
         l’ammenda comminata in solido alla ricorrente stessa e all’Arkema France è la più elevata tra quelle inflitte alle imprese
         sanzionate nella decisione impugnata.
      
      327    In primo luogo, come del resto la ricorrente ha fatto valere nell’ambito della sesta censura del suo ottavo motivo (v. supra,
         punto 279), l’arrotondamento al ribasso dell’importo di base dell’ammenda comminata in solido alla ricorrente e all’Arkema
         France era di gran lunga inferiore rispetto a quello degli importi di base delle ammende inflitte alla Finnish Chemicals e
         all’EKA.
      
      328    In secondo luogo, l’ammenda comminata in solido all’Arkema France e alla ricorrente non terrebbe sufficientemente conto, conformemente
         agli orientamenti, di due fattori. Da un lato, la Commissione non avrebbe tenuto sufficientemente conto del basso fatturato
         dell’Arkema France sul mercato SEE del clorato di sodio rispetto a quello dell’EKA che beneficia di un’immunità dalle ammende
         e della Finnish Chemicals che è stata condannata ad un’ammenda quattro volte inferiore rispetto a quella inflitta all’Arkema
         France. Dall’altro lato, la Commissione non avrebbe tenuto sufficientemente conto della limitata quota di mercato dell’Arkema
         France, pari al 9% sul mercato del clorato di sodio, rispetto, da un lato, a quella dell’EKA che è di cinque volte superiore
         e, dall’altro lato, a quella della Finnish Chemicals che è di tre volte superiore. A questo riguardo, la ricorrente fa altresì
         osservare che esiste solo una differenza di quattro punti tra le quote di mercato dell’Arkema France e quelle dell’Aragonesas
         e della Solvay.
      
      329    In terzo luogo, la ricorrente sostiene che l’ammenda ad essa comminata in solido con l’Arkema France non tiene sufficientemente
         conto del minor coinvolgimento dell’Arkema France nell’infrazione di cui trattasi rispetto a quello dell’EKA e della Finnish
         Chemicals.
      
      330    La Commissione contesta i suddetti argomenti. 
      
      –       Giudizio del Tribunale
      331    Per quanto riguarda, in primo luogo, la censura della ricorrente secondo cui l’arrotondamento al ribasso dell’importo di base
         dell’ammenda comminata in solido alla stessa e all’Arkema France è stato di gran lunga inferiore rispetto a quello degli importi
         di base delle ammende inflitte alla Finnish Chemicals e all’EKA, va osservato come tale censura sia del tutto identica alla
         sesta censura dell’ottavo motivo (v. supra, punto 279). Essa va pertanto respinta in quanto infondata per le stesse ragioni
         esposte supra, ai punti 305‑308, nei quali è stato constatato, in sostanza, che la metodologia di arrotondamento al ribasso
         dell’importo della suddetta ammenda era stata applicata in modo coerente per ciascuna delle imprese sanzionate nella decisione
         impugnata e che tale metodologia era obiettivamente giustificata.
      
      332    In secondo luogo, va respinta in quanto infondata la censura della ricorrente secondo la quale la Commissione ha violato il
         principio della parità di trattamento in quanto non ha sufficientemente tenuto conto, da un lato, del basso fatturato dell’Arkema
         France sul mercato SEE del clorato di sodio rispetto all’EKA e alla Finnish Chemicals e, dall’altro lato, della limitata quota
         di mercato dell’Arkema France sul detto mercato. 
      
      333    Per un verso, occorre rilevare che la ricorrente non deduce argomenti né prove volti a dimostrare che, tenuto conto degli
         elementi da essa considerati per determinare l’ammenda imposta solidalmente alla ricorrente stessa e all’Arkema France, la
         Commissione avrebbe applicato in modo discriminatorio le disposizioni degli orientamenti nella decisione impugnata. Per altro
         verso, anche se esiste una notevole differenza tra l’importo dell’ammenda comminata all’Arkema France e alla ricorrente e
         gli importi delle ammende inflitte solidalmente all’EKA e all’Akzo Nobel nonché all’ELSA e alla Finnish Chemicals, malgrado
         il fatto che l’Arkema France disponesse di una quota di mercato del clorato di sodio nel SEE inferiore rispetto a quella dell’EKA
         e della Finnish Chemicals, ciò si giustifica a causa del fatto che l’EKA e l’Akzo Nobel hanno ottenuto un’esenzione totale
         dall’ammenda e che il limite del 10% del fatturato della Finnish Chemicals, la quale ha ottenuto una riduzione del 50% dell’ammenda
         nell’ambito dell’applicazione della comunicazione del 2002 sulla cooperazione, era inferiore della metà circa a quello della
         ricorrente (v. le tabelle figuranti ai punti 524 e 552 della decisione impugnata).
      
      334    Per quanto riguarda, in terzo luogo, la censura della ricorrente secondo cui l’ammenda che la Commissione le ha inflitto in
         solido con l’Arkema France non tiene sufficientemente conto del minor coinvolgimento di quest’ultima nell’infrazione rispetto
         a quello dell’EKA e della Finnish Chemicals, va rilevato che, oltre a non dedurre nei suoi atti alcun argomento o prova a
         sostegno di tale censura, la ricorrente non contesta i motivi esposti dalla Commissione al punto 536 della decisione impugnata
         per respingere gli argomenti della ricorrente sul punto, secondo i quali, in particolare, «essa ha mantenuto contatti frequenti
         con i propri concorrenti per tutta la durata della sua partecipazione all’intesa», «questi contatti iniziali dimostrano già
         la sua partecipazione attiva agli accordi anticoncorrenziali [di cui trattasi]», o ancora che l’affermazione della ricorrente
         secondo la quale «essa non ha potuto svolgere un ruolo di mediatore tra l’EKA e la Finnish Chemicals a causa della sua limitata
         quota di mercato è chiaramente smentit[a] dagli elementi di prova dedotti [nella decisione impugnata]».
      
      335    Pertanto, vanno respinti in quanto infondati la terza censura e, conseguentemente, il nono motivo nel suo complesso.
      
       Il decimo motivo, attinente alla violazione della comunicazione del 2002 sulla cooperazione
      336    La ricorrente sostiene che la Commissione è incorsa in errori di fatto e di diritto non concedendole una riduzione di ammenda
         in forza della comunicazione del 2002 sulla cooperazione. Tale motivo si divide in due parti.
      
       La prima parte, relativa al rifiuto di concedere una riduzione di ammenda in forza della comunicazione del 2002 sulla cooperazione
         
      
      –       Argomenti delle parti
      337    La ricorrente sostiene che la Commissione ha violato la comunicazione del 2002 sulla cooperazione non riducendo l’ammenda
         imposta solidalmente alla stessa e all’Arkema France, a causa del fatto che le prove dedotte da quest’ultima erano insufficienti.
         Al riguardo essa considera che, essendo vincolata dalle disposizioni di tale comunicazione, la Commissione non era legittimata
         a negare, vuoi in maniera immotivata vuoi in maniera astratta e «capricciosa», qualsiasi riduzione per le due ammende comminate
         alla ricorrente.
      
      338    In primo luogo, come risulterebbe dai punti 554, 561, 581 e 584 della decisione impugnata, sarebbe pacifico che l’Arkema France
         fosse la prima impresa, dopo l’EKA, ad aver fornito prove dell’intesa alla Commissione.
      
      339    In secondo luogo, secondo la ricorrente, dalla stessa motivazione della decisione impugnata emerge che, contrariamente alle
         valutazioni formulate dalla Commissione ai punti 568‑580 della decisione impugnata, la Commissione si è basata sulle prove
         dedotte dall’Arkema France per dimostrare l’infrazione di cui trattasi. Al riguardo essa rinvia, nella decisione impugnata,
         ai punti 38 e 46 e alla nota n. 63, al punto 76 e alla nota n. 116, al punto 94 e alla nota n. 136, al punto 98 e alla nota
         n. 142, ai punti 243 e 251 e alla nota n. 302, ai punti 254, 255, 259, 260, 273, 314, 344, 355, 589, 593 e 594 e alle note
         nn. 118, 259, 293, 337, 540 e 542. Inoltre, secondo la ricorrente, le prove dedotte dall’Arkema France hanno permesso di confermare
         un certo numero di fatti relativi all’infrazione di cui trattasi, come emerge dai punti 568, 569, 571‑573, 575 e 576 della
         decisione impugnata. Inoltre, dal punto 344 della decisione impugnata, in limine, emergerebbe che l’Aragonesas ha ritenuto
         che le informazioni fornite dall’Arkema France avessero un valore aggiunto significativo.
      
      340    La Commissione si oppone agli argomenti della ricorrente. 
      
      341    
      –       Giudizio del Tribunale
      342    La ricorrente afferma, in sostanza, che la Commissione ha violato le disposizioni della comunicazione del 2002 sulla cooperazione
         non concedendo all’Arkema France una riduzione dell’ammenda compresa fra il 30 e il 50%, mentre quest’ultima era la prima
         impresa, dopo l’EKA che ha ottenuto l’immunità dall’ammenda, a fornirle elementi di prova aventi un valore aggiunto significativo.
      
      343    Ai sensi del punto 20 della comunicazione del 2002 sulla cooperazione, «[l]e imprese che non soddisfano i requisiti [per ottenere
         una esenzione dalle ammende] possono beneficiare di una riduzione dell’importo di un’ammenda che sarebbe altrimenti stata
         inflitta».
      
      344    Il punto 21 della comunicazione del 2002 sulla cooperazione dispone che, «[a]l fine di poter beneficiare di [una riduzione
         dell’importo dell’ammenda ai sensi del punto 20 della suddetta comunicazione], un’impresa deve fornire alla Commissione elementi
         di prova della presunta infrazione che costituiscano un valore aggiunto significativo rispetto agli elementi di prova già
         in possesso della Commissione, e deve inoltre cessare la presunta infrazione entro il momento in cui presenta tali elementi
         di prova».
      
      345    Al punto 23, lett. b), primo comma, della comunicazione del 2002 sulla cooperazione, vengono previste tre forcelle di riduzione
         dell’importo dell’ammenda. Difatti, la prima impresa che soddisfa la condizione di cui al punto 21 della stessa comunicazione
         ha diritto di ottenere una riduzione dell’ammenda compresa fra il 30 e il 50%, la seconda impresa ha diritto ad una riduzione
         compresa fra il 20 e il 30%, e le imprese successive hanno diritto ad una riduzione dell’ammenda massima del 20%.
      
      346    Il punto 23, lett. b), secondo comma, della comunicazione del 2002 sulla cooperazione, dispone che «[a]l fine di definire
         il livello della riduzione all’interno di queste forcelle, la Commissione terrà conto della data in cui gli elementi di prova
         che soddisfano le condizioni menzionate al punto 21 [della detta comunicazione] le sono stati comunicati e del grado di valore
         aggiunto che detti elementi hanno rappresentato» e che «[l]a Commissione potrà anche tenere conto dell’entità e della continuità
         della cooperazione dimostrata dall’impresa a partire della data del suo contributo».
      
      347    Secondo la giurisprudenza, la Commissione gode di un ampio potere discrezionale per quanto riguarda il metodo di calcolo delle
         ammende e può, a questo proposito, tener conto di molteplici elementi, tra i quali figura la cooperazione delle imprese interessate
         in occasione dell’indagine condotta dai propri servizi. In tale contesto, la Commissione è chiamata ad effettuare complesse
         valutazioni di fatto, quali quelle riguardanti la cooperazione fornita da ciascuna delle imprese suddette (sentenze della
         Corte 10 maggio 2007, causa C‑328/05 P, SGL Carbon/Commissione, Racc. pag. I‑3921, punto 81, e del Tribunale 28 aprile 2010,
         cause riunite T‑456/05 e T‑457/05, Gütermann e Zwicky/Commissione, Racc. pag. II‑1443, punto 219).
      
      348    Inoltre, nell’ambito della valutazione della cooperazione fornita dai membri di un’intesa, solo un errore manifesto di valutazione
         da parte della Commissione può essere censurato, poiché essa gode di un ampio potere discrezionale nel valutare la qualità
         e l’utilità della cooperazione fornita da un’impresa, segnatamente in rapporto ai contributi offerti da altre imprese (sentenza
         SGL Carbon/Commissione, citata supra al punto 340, punto 88). Va altresì rammentato che, se è vero che la Commissione è tenuta
         a motivare per quali ragioni ritiene che elementi di prova forniti dalle imprese nel quadro della comunicazione sulla cooperazione
         costituiscano un contributo che giustifica o meno una riduzione dell’ammenda inflitta, spetta, in compenso, alle imprese che
         desiderino contestare la decisione della Commissione a tal riguardo dimostrare che essa, in mancanza di tali informazioni
         fornite volontariamente da queste imprese, non sarebbe stata in grado di provare la sostanza dell’infrazione e di adottare
         una decisione con conseguenti ammende (sentenza Erste Group Bank e a./Commissione, citata supra al punto 60, punto 297).
      
      349    Inoltre, la riduzione delle ammende, nel caso della cooperazione di imprese che partecipino ad infrazioni al diritto della
         concorrenza, trova il suo fondamento nella considerazione secondo cui tale cooperazione facilita il compito della Commissione
         mirante a dichiarare l’esistenza di un’infrazione e, se del caso, a porvi fine (sentenza Dansk Rørindustri e a./Commissione,
         citata supra al punto 45, punto 399, e sentenza del Tribunale 14 maggio 1998, causa T‑338/94, Finnboard/Commissione, Racc. pag. II‑1617,
         punto 363). Tenuto conto della ragion d’essere della riduzione, la Commissione non può non tener conto dell’utilità dell’informazione
         fornita, la quale deve necessariamente dipendere dagli elementi di prova già in suo possesso (sentenza Gütermann e Zwicky/Commissione,
         citata supra al punto 341, punto 220). 
      
      350    Ancora, risulta dalla giurisprudenza che, quando un’impresa, nell’ambito della cooperazione, si limita a confermare in maniera
         meno circostanziata ed esplicita informazioni già fornite da un’altra impresa nell’ambito della cooperazione, il grado della
         cooperazione fornita da tale impresa, quand’anche possa presentare una certa utilità per la Commissione, non può essere considerato
         equiparabile a quello della prima impresa che ha trasmesso le dette informazioni. Infatti, una dichiarazione che si limiti
         a corroborare, in una certa misura, una dichiarazione di cui la Commissione disponeva già non agevola in misura significativa
         l’assolvimento dei compiti di quest’ultima e quindi non è sufficiente a giustificare una riduzione dell’importo dell’ammenda
         in considerazione della cooperazione (v., in tal senso, sentenze del Tribunale 8 luglio 2004, causa T‑44/00, Mannesmannröhren-Werke/Commissione,
         Racc. pag. II‑2223, punto 301; 25 ottobre 2005, causa T‑38/02, Groupe Danone/Commissione, Racc. pag. II‑4407; in prosieguo:
         la «sentenza Danone del Tribunale», punto 455, e Gütermann e Zwicky/Commissione, citata supra al punto 341, punto 222).
      
      351    Infine, la collaborazione di un’impresa alle indagini non dà diritto ad alcuna riduzione dell’ammenda qualora tale collaborazione
         non abbia oltrepassato quanto l’impresa era tenuta a fare in forza dell’art. 18 del regolamento n. 1/2003 (v., in tal senso,
         sentenza del Tribunale 10 marzo 1992, causa T‑12/89, Solvay/Commissione, Racc. pag. II‑907, punti 341 e 342, e sentenza del
         Tribunale Groupe Danone/Commissione, citata supra al punto 344, punto 451). 
      
      352    Nel caso di specie occorre rilevare in via preliminare che, come emerge dal punto 561 della decisione impugnata, è pacifico
         che l’Arkema France è la seconda impresa, dopo l’EKA, ad aver depositato una domanda ai sensi della comunicazione del 2002
         sulla cooperazione. Occorre pertanto esaminare se, come sostiene la ricorrente, dalla lettura di ognuno dei punti della decisione
         impugnata da essa indicati ed esposti supra, al punto 333, emerga che l’Arkema France ha fornito alla Commissione elementi
         di un valore aggiunto significativo ai sensi del punto 21 della comunicazione del 2002 sulla cooperazione.
      
      353    In primo luogo, quanto alla censura della ricorrente secondo cui, in sostanza, essa avrebbe dovuto ottenere una riduzione
         dell’ammenda conformemente alla comunicazione del 2002 sulla cooperazione, essendo essa la prima impresa a fornire le informazioni
         indicate ai punti 38, 46, 344, 355 e 589 della decisione impugnata, nonché alla relativa nota n. 63, va rilevato che la Commissione
         non è incorsa in alcun errore manifesto di valutazione ritenendo che tali informazioni non avessero un valore aggiunto significativo.
      
      354    Innanzi tutto, per quanto riguarda i punti 38 e 46 della decisione impugnata, nonché la relativa nota n. 63, va osservato
         che essi riguardano informazioni dedotte dall’Arkema France relative alle sue capacità di produzione nonché al valore delle
         vendite e alle quote di mercato delle imprese presenti sul mercato SEE del clorato di sodio. Orbene, poiché le dette informazioni
         non oltrepassano, ai sensi della giurisprudenza citata supra al punto 344, quanto l’Arkema France era tenuta a fare in forza
         dell’art. 18 del regolamento n. 1/2003, bisogna rilevare che esse non hanno un valore aggiunto significativo.
      
      355    Inoltre, per quanto riguarda il punto 344 della decisione impugnata, va osservato che la Commissione vi riporta un argomento
         dedotto dall’Aragonesas secondo cui «[g]li elementi di prova dedotti dalla Commissione si basano essenzialmente sulle domande
         [ai sensi della comunicazione del 2002 sulla cooperazione] presentate dall’EKA, dalla Finnish Chemicals e dall’[Arkema France]».
         A questo riguardo occorre osservare che, dato che al suddetto punto la Commissione si limita a richiamare un argomento formulato
         dall’Aragonesas, tale argomento non può essere considerato come il riconoscimento, da parte della Commissione, del fatto che
         l’Arkema France le abbia fornito informazioni dotate di un valore aggiunto significativo o come prova del fatto che la Commissione
         sia incorsa in un errore manifesto di valutazione escludendo che le informazioni dedotte dall’Arkema France avessero un valore
         aggiunto significativo.
      
      356    Ancora, quanto al punto 355 della decisione impugnata, la Commissione in sostanza vi osserva che «le dichiarazioni contrarie
         agli interessi del dichiarante debbono, in linea di principio, essere considerate come elementi di prova particolarmente affidabili».
         In proposito, occorre osservare che una valutazione generale di questo tipo da parte della Commissione non permette di concludere
         che le informazioni fornite dall’Arkema France abbiano, nella fattispecie, agevolato il compito della Commissione in maniera
         significativa permettendole di accertare i fatti dell’infrazione e, pertanto, che esse avessero un valore aggiunto significativo.
      
      357    Inoltre, per quanto riguarda il punto 589 della decisione impugnata, la Commissione in esso rileva che «ai fini della valutazione
         del valore delle prove dedotte dalla Finnish Chemicals, occorre sottolineare che al momento in cui [essa] ha preso contatto
         con la Commissione, [quest’ultima] già disponeva di elementi di prova che le erano stati forniti dall’EKA, [dalla] Finnish
         Chemicals (nella sua risposta alla richiesta di informazioni datata 10 settembre 2004) e [dall’Arkema France]». In proposito
         si deve rilevare che, se il tenore del suddetto punti poteva essere interpretato nel senso che la Commissione ha ritenuto
         che l’Arkema France avesse fornito «elementi probatori», una simile interpretazione non può tuttavia essere ammessa nel caso
         di specie, tenuto conto del contesto in cui tale valutazione è stata formulata dalla Commissione e delle osservazioni che
         essa del resto ha operato nella decisione impugnata. Infatti, anzitutto, poiché tale valutazione della Commissione è stata
         effettuata in sede di valutazione del valore aggiunto significativo delle informazioni fornite dalla Finnish Chemicals, essa
         è diretta a sottolineare che è alla luce delle informazioni già disponibili nel suo fascicolo che la Commissione è tenuta
         ad esaminare se le informazioni dedotte dalla Finnish Chemicals possiedano un valore aggiunto significativo, ma non che l’Arkema
         France ha fornito informazioni di valore aggiunto significativo. Inoltre, la suddetta valutazione non inficia le osservazioni
         formulate dalla Commissione ai punti 561‑580 della decisione impugnata, secondo le quali occorre respingere tutti gli argomenti
         della ricorrente e dell’Arkema France esposti nella decisione impugnata, diretti a sostenere che quest’ultima ha fornito elementi
         informativi aventi un valore aggiunto significativo. Infine, e comunque, la valutazione operata dalla Commissione al punto
         589 della decisione impugnata non è idonea a dimostrare che, alla luce delle informazioni fornite dall’Arkema France, la Commissione
         è incorsa in un errore manifesto di valutazione ritenendo che le suddette informazioni non avessero un valore aggiunto significativo.
      
      358    In secondo luogo, per quanto riguarda i punti 76, 254, 255, 259 e 273 della decisione impugnata, nonché le relative note nn. 116
         e 337, ai quali la ricorrente fa rinvio, va osservato che la Commissione non è incorsa in alcun errore manifesto di valutazione
         ritenendo che esse non avessero un valore aggiunto significativo.
      
      359    Anzitutto, quanto al punto 76 della decisione impugnata e alla relativa nota n. 116, la Commissione vi descrive il funzionamento
         generale dell’intesa che era caratterizzata in particolare da «contatti frequenti sotto forma di riunioni bilaterali o multilaterali
         e di conversazioni telefoniche, senza peraltro seguire uno schema specifico». La Commissione inoltre rileva che, «secondo
         [l’Arkema France], subito all’inizio dell’intesa è stato stabilito un elenco dei clienti comuni e dei volumi di vendita che
         ognuno dei produttori di clorato di sodio membri dell’intesa era autorizzato a fornire loro» e che «tuttavia [l’Arkema France]
         non ha presentato l’elenco in questione alla Commissione». Al riguardo, oltre al fatto che dalla richiesta orale di immunità
         dell’EKA emerge che quest’ultima aveva già informato la Commissione circa la natura dei contatti esistenti tra le imprese
         in questione, questa informazione, che l’Arkema France non ha suffragato con alcuna prova documentale, non aveva un valore
         aggiunto significativo ai sensi della giurisprudenza citata supra al punto 343.
      
      360    Inoltre, quanto al punto 254 della decisione impugnata e alla nota n. 305, la Commissione vi rileva che l’Arkema France ha
         dichiarato che «[il suo rappresentante, il sig. L.,] pensa di ricordare una riunione tra la Finnish Chemicals e [l’Arkema
         France] al fine di capire perché le regole di ripartizione applicabili [al cliente] MODO non fossero più rispettate» e che,
         «nel corso di tale riunione, che [il sig. L.] ritiene essersi svolta durante il primo trimestre del 1999 in Finlandia, la
         Finnish Chemicals ha dichiarato di essere diventata fornitore esclusivo di [MODO] a seguito di un accordo tra la propria casa
         madre e MODO, infrangendo così l’accordo esistente tra l’EKA, la Finnish Chemicals e [l’Arkema France] a proposito di tale
         cliente». A questo riguardo, occorre rilevare che, al punto 255 della decisione impugnata, la Commissione aggiunge che, «ciononostante,
         poiché il contratto tra MODO e la Finnish Chemicals era stato concluso solo nel settembre 1999, [essa] ritiene che [il sig. L.]
         abbia confuso le date e i luoghi da lui indicati e che in realtà si riferisca alla riunione del 9 novembre 1999 a Copenhagen».
         Pertanto, oltre al fatto che l’informazione fornita verbalmente dall’Arkema France è, per sua stessa ammissione, incerta,
         («[il sig. L.] pensa di ricordare») ma anche imprecisa, va comunque rilevato che la Commissione osserva espressamente, al
         punto 255 della decisione impugnata, che la suddetta informazione è errata, il che del resto non viene contestato dalla ricorrente.
         Pertanto, la Commissione non è incorsa in un errore manifesto di valutazione escludendo che tale informazione potesse avere
         un valore aggiunto significativo.
      
      361    Ancora, per quanto riguarda il punto 259 della decisione impugnata, la Commissione vi riporta i rendiconti delle spese di
         viaggio del rappresentante dell’Arkema France, il sig. L., che coprono il periodo compreso tra i mesi di ottobre e dicembre
         1999 e che gli sono stati forniti dall’Arkema France. In tale punto viene altresì spiegato che tali documenti contengono l’indicazione
         «15/12 EKA Roissy» e che l’Arkema France da ciò deduce che «tale indicazione potrebbe riferirsi a una riunione con i rappresentanti
         dell’EKA all’aeroporto Roissy‑Charles‑de‑Gaulle a Parigi il 15 dicembre 1999». Va rilevato che, al suddetto punto la Commissione
         ha osservato che l’EKA non ricorda tale riunione. Pertanto, la Commissione non è incorsa in un errore manifesto di valutazione
         ritenendo che tale informazione, della quale l’Arkema France non è sicura e che non è stata suffragata da prove, non avesse
         un valore aggiunto significativo. In proposito, occorre sottolineare che il fatto che la Commissione, tenuto conto della mancanza
         di elementi di prova sufficienti a corroborare tale informazione, non abbia incluso la riunione che si sarebbe svolta all’aeroporto
         Roissy‑Charles‑de‑Gaulle nell’elenco delle riunioni e delle telefonate riguardanti l’intesa (v. allegato I della decisione
         impugnata), conferma che la suddetta informazione non ha un valore aggiunto significativo.
      
      362    In merito poi al punto 273 della decisione impugnata, la Commissione vi precisa che l’Arkema France riferisce di una riunione
         tra l’EKA, la Finnish Chemicals e l’Arkema France «nella primavera 2000». Orbene, va rilevato che al suddetto punto la Commissione
         osserva altresì che né l’EKA né la Finnish Chemicals hanno confermato che tale riunione abbia avuto luogo. Per di più, la
         Commissione rileva come, sulla base delle informazioni fornite dall’EKA come esposte al punto 283 della decisione impugnata,
         si debba constatare che in realtà si tratta della riunione svoltasi il 9 febbraio 2000. Pertanto, oltre al fatto che questa
         informazione fornita dall’Arkema France è imprecisa, la Commissione ha sottolineato, senza che la ricorrente lo abbia contestato,
         che essa non è stata suffragata da altri elementi che permettessero alla Commissione di dimostrarla. Pertanto, la Commissione
         non è incorsa in un errore manifesto di valutazione escludendo che tale informazione avesse un valore aggiunto significativo.
      
      363    Infine, riguardo alla nota n. 337 della decisione impugnata, va rilevato che la Commissione vi precisa il contenuto del punto
         284 della detta decisione, nel quale la Commissione ha osservato in particolare che, «benché vi fossero ancora state alcune
         telefonate e riunioni tra concorrenti nel gennaio e nel febbraio 2000 (…), il livello di cooperazione [abituale], consistente
         essenzialmente in tentativi di ripartirsi i volumi di vendita e di fissare i prezzi, non è stato ripristinato [nel 2000] a
         causa della perdita di reciproca fiducia e per qualunque altro motivo connesso menzionato dai concorrenti nelle loro diverse
         dichiarazioni». Nella nota n. 337 della detta decisione la Commissione, riguardo alla data di conclusione dell’intesa, spiega
         che «l’EKA e [l’Arkema France] rinviano ai loro rispettivi programmi [di rispetto del diritto della concorrenza] presentati
         nel 1999 e nel 2000» e che «la Finnish Chemicals indica che i contatti con i concorrenti sono divenuti obsoleti dopo la conclusione
         del contratto con [il cliente] MODO». Al riguardo, va altresì rilevato che la Commissione, al punto 575 della decisione impugnata,
         indica che il rappresentante dell’Arkema France, il sig. L., «si è limitato a confermare la dichiarazione dell’EKA riguardo
         all’effetto dell’adozione dei programmi [di rispetto del diritto della concorrenza] senza fornire al riguardo nuovi elementi
         di prova». Inoltre, al punto 593 della decisione impugnata e nella nota n. 540, la Commissione osserva che, «nel momento in
         cui ha ricevuto la risposta alla domanda di informazioni e alla domanda di [cooperazione] della Finnish Chemicals, il suo
         fascicolo conteneva già alcune informazioni provenienti da due fonti indipendenti [l’EKA e l’Arkema France], le quali indicavano
         che l’infrazione non era terminata prima della primavera 2000». Infine, al punto 594 della decisione impugnata, nonché alla
         nota n. 542, la Commissione precisa che essa «aveva già dedotto da[l] contributo [dell’EKA]» che nella primavera 2000 quest’ultima
         aveva preso le distanze dall’intesa.
      
      364    Alla luce delle osservazioni operate dalla Commissione ai punti della decisione impugnata indicati supra al punto 356, si
         deve considerare che l’informazione fornita dall’Arkema France al riguardo non aveva un valore aggiunto significativo nel
         momento in cui essa l’ha fornita alla Commissione. Difatti, oltre alla circostanza che l’informazione dell’Arkema France,
         secondo la quale l’intesa è cessata dopo la presentazione dei programmi di rispetto del diritto della concorrenza, non è precisa
         riguardo alla data esatta considerata dalla Commissione per stabilire la cessazione dell’infrazione, ossia il 9 febbraio 2000
         [art. 1, lett. e), della decisione impugnata], è sulla base delle precisazioni fornite dall’EKA, come emerge dal punto 290
         della decisione impugnata, che la Commissione ha potuto stabilire che l’infrazione era cessata con la riunione dell’associazione
         professionale CEFIC tenutasi il 9 febbraio 2000.
      
      365    In terzo luogo, per quanto riguarda, nella decisione impugnata, il punto 94 e la relativa nota n. 196, il punto 98 e la relativa
         nota n. 142, il punto 243 e la relativa nota n. 293, il punto 251 e la relativa nota n. 302, il punto 260, il punto 593 e
         la relativa nota n. 540, il punto 594 e la relativa nota n. 542, nonché le note nn. 118 e 259, va rilevato che essi riportano
         informazioni che, come emerge dalla decisione impugnata, erano già in possesso della Commissione al momento in cui l’Arkema
         France ha depositato la sua domanda in forza della comunicazione del 2002 sulla cooperazione, o erano informazioni insufficientemente
         precise o comprovate per consentire alla Commissione di dimostrare i fatti dell’infrazione, oppure, infine, erano informazioni
         che la Commissione poteva procurarsi conformemente all’art. 18 del regolamento n. 1/2003.
      
      366    Anzitutto, per quel che riguarda il punto 94 della decisione impugnata e la relativa nota n. 136, la Commissione vi indica
         che, «[s]econdo la Finnish Chemicals, il 17 maggio [1995] presso l’hotel SAS Royal di Copenhagen si è svolta una riunione
         alla quale hanno preso parte [l’EKA, la Finnish Chemicals e l’Arkema France]». La Commissione fa osservare che i rendiconti
         delle spese di viaggio del rappresentante dell’Arkema France, il sig. D., hanno confermato la sua presenza a tale riunione.
         In proposito, da un lato, va rilevato che dai punti 95 e 96 della decisione impugnata emerge che la Commissione ha accertato
         l’esistenza di tale riunione tenendo in considerazione gli elementi di prova forniti dalla Finnish Chemicals, cosa che la
         ricorrente non contesta. Infatti, al punto 96 della decisione impugnata, la Commissione precisa che gli appunti presi durante
         la riunione del 17 maggio 1995 dal rappresentante della Finnish Chemicals, il sig. S., «dimostrano la partecipazione del[l’Arkema
         France] all’intesa». Dall’altro lato, e comunque, va rilevato che la produzione dei soli rendiconti delle spese di viaggio
         del rappresentante dell’Arkema France, che permettono di confermare la sua presenza alla riunione di cui trattasi, costituisce
         una cooperazione che non oltrepassa, ai sensi della giurisprudenza indicata supra al punto 344, quanto essa era tenuta a fare
         in forza dell’art. 18 del regolamento n. 1/2003. Pertanto, la Commissione non è incorsa in un errore manifesto di valutazione
         ritenendo che l’Arkema France non avesse fornito elementi aventi un valore aggiunto significativo al riguardo.
      
      367    Inoltre, per quanto riguarda il punto 98 della decisione impugnata e la relativa nota n. 142, la Commissione vi spiega in
         particolare che «l’EKA riferisce altresì che, verso il 1995, è stato deciso assieme alla Finnish Chemicals e al[l’Arkema France]
         di “procedere ad un notevole rialzo di prezzi che ha funzionato” per il Portogallo tenuto conto della svalutazione dello scudo»
         e aggiunge che «gli elementi di prova presentati dall’EKA dimostrano che nel 1995 l’impresa ha aumentato le tariffe praticate
         ai propri clienti portoghesi del 31% e del 44% rispetto ai prezzi applicati nel 1993». Inoltre, la Commissione indica che
         «anche [l’Arkema France] parla di un vantaggioso rialzo di prezzi». Pertanto, dalla lettera della decisione impugnata deriva
         che tale rialzo dei prezzi nel 1995 è stato stabilito sulla base di informazioni verbali e di documenti forniti dall’EKA,
         il che non viene contestato dalla ricorrente. Di conseguenza, anche se l’informazione verbale fornita dall’Arkema France conferma
         quella dell’EKA, si deve constatare, al pari della Commissione, che tale informazione non può essere considerata, conformemente
         alla giurisprudenza citata supra, al punto 344, come dotata di un valore aggiunto significativo, dal momento che l’Arkema
         France non ha fornito dettagli relativi al suddetto rialzo dei prezzi in aggiunta a quelli dedotti dall’EKA.
      
      368    Ancora, quanto al punto 243 della decisione impugnata e alla relativa nota n. 293, la Commissione vi rileva che «[n]elle loro
         dichiarazioni, l’EKA e l’[Arkema France] hanno indicato che nel febbraio o nel marzo 1999 aveva avuto luogo una riunione tra
         i loro rappresentanti» e che «[l’Arkema France] ha confermato che il sig. [W.] rappresentava l’EKA durante tale riunione».
         Al riguardo va osservato che, al detto punto la Commissione riprende espressamente le informazioni verbali fornite dall’EKA.
         Si deve inoltre rilevare che al punto 243 della decisione impugnata la Commissione ha altresì sottolineato che, «benché non
         sia stato possibile stabilire con certezza assoluta che la riunione ha avuto luogo, la Commissione ritiene verosimile che
         le discussioni tra i concorrenti siano continuate così come descritto dall’EKA». Pertanto, oltre al fatto che è sulla base
         delle sole informazioni fornite dall’EKA che la Commissione ha potuto venire a conoscenza della suddetta riunione e del suo
         tenore, essa ritiene, senza essere contraddetta dalla ricorrente, che tale informazione non permetta di dimostrare con certezza
         i fatti dell’infrazione. Pertanto, si deve rilevare che la Commissione non è incorsa in un errore manifesto di valutazione
         escludendo che l’informazione fornita dall’Arkema France al riguardo avesse un valore aggiunto significativo.
      
      369    Per quanto riguarda poi il punto 251 della decisione impugnata e la relativa nota n. 302, la Commissione vi rileva che «la
         Finnish Chemicals ha informato la Commissione riguardo a una riunione svoltasi a Copenhagen il 9 novembre 1999» alla presenza
         dei rappresentanti dell’Arkema France e della Finnish Chemicals. Inoltre, si precisa che l’Arkema France «ha confermato che
         tale riunione si era effettivamente svolta e [di aver] trasmesso alla Commissione i rendiconti delle spese di viaggio del
         suo rappresentante, il sig. L.], i quali dimostrano che egli si è recato a Copenhagen il 9 novembre 1999». Al riguardo si
         deve osservare, da un lato, che la produzione dei soli rendiconti delle spese di viaggio del rappresentante dell’Arkema France,
         che consentono di confermare la sua presenza alla riunione di cui trattasi, costituisce una cooperazione che non oltrepassa,
         ai sensi della giurisprudenza citata supra al punto 344, quanto essa era tenuta a fare in forza dell’art. 18 del regolamento
         n. 1/2003. Dall’altro lato, al punto 252 della decisione impugnata, la Commissione riprende alla lettera le informazioni precise
         fornite dalla Finnish Chemicals che riportano il contenuto delle discussioni svoltesi nel corso della suddetta riunione, mentre
         il punto 254 della decisione impugnata riporta le dichiarazioni imprecise dell’Arkema France riguardo alla riunione stessa.
         Infine, dai suddetti punti emerge che le informazioni fornite dall’Arkema France non hanno consentito di avvalorare taluni
         elementi del fascicolo della Commissione nel giorno in cui sono stati forniti, ma che sono le informazioni prodotte dalla
         Finnish Chemicals ad aver consentito alla Commissione di dimostrare i suddetti fatti. Pertanto, la Commissione non è incorsa
         in un errore manifesto di valutazione ritenendo che le informazioni prodotte dall’Arkema France al riguardo non avevano un
         valore aggiunto significativo.
      
      370    Inoltre, per quanto riguarda il punto 260 della decisione impugnata, la Commissione vi rileva che «la Finnish Chemicals ha
         dichiarato [tramite il suo rappresentante, il sig. S.], che i rappresentanti [dell’Arkema France] e della Finnish Chemicals
         si erano incontrati un’altra volta il 21 dicembre 1999 (…) a Stoccolma» e che «tale riunione è confermata anche dai rendiconti
         delle spese di viaggio del sig. [L.] trasmessi da[ll’Arkema France]». Al riguardo occorre rilevare che, oltre alla circostanza
         che, come risulta dal detto punto, la Commissione ha dimostrato l’esistenza di tale riunione soltanto sulla base delle informazioni
         fornite dalla Finnish Chemicals, la produzione dei soli rendiconti delle spese di viaggio del rappresentante dell’Arkema France,
         che permettono di confermarne la presenza alla riunione di cui trattasi, costituisce una cooperazione che, conformemente alla
         giurisprudenza citata supra al punto 344, non va oltre quanto essa era tenuta a fare in forza dell’art. 18 del regolamento
         n. 1/2003.
      
      371    Quanto poi alla nota n. 118 della decisione impugnata, la Commissione vi rileva che «[l’Arkema France] ha confermato l’esistenza
         del meccanismo di spartizione del mercato e del regime di compensazione descritti dall’EKA». Al riguardo occorre osservare
         che, oltre al fatto che dal detto punto risulta che la Commissione si è basata sulle dichiarazioni verbali dell’EKA per dimostrare
         i fatti dell’infrazione, il che non viene contestato dalla ricorrente, la semplice conferma verbale e imprecisa di tale informazione
         non può essere considerata, come deriva dalla giurisprudenza citata supra al punto 343, come dotata di un valore aggiunto
         significativo.
      
      372    Infine, per quanto riguarda il punto 207 della decisione impugnata e la relativa nota n. 259, la Commissione vi osserva che
         «si deve sottolineare che nell’ambito delle discussioni tra la Finnish Chemicals e l’[Arkema France] riguardo a[l cliente]
         MODO, il sig. [L., rappresentante dell’Arkema France], ha telefonato al sig. [B.] (rappresentante della Quadrimex, importatore
         della Finnish Chemicals in Francia) per discutere dei volumi perduti da[ll’Arkema France]» e che «durante tali telefonate,
         il 2 e il 5 ottobre 1998, il sig. [L.] si è lamentato dell’aggressività scandinava e ha reclamato una compensazione in volumi
         per [l’Arkema France]». Al riguardo, dai documenti citati alla nota n. 257 della decisione impugnata e dal punto 4.3.1.20,
         intitolato «1998 – Conflitto relativo al cliente MODO», ai punti 205‑216 della decisione suddetta, deriva che, per dimostrare
         l’esatta natura dei contatti intervenuti tra i concorrenti a proposito dell’approvvigionamento del cliente MODO, delle date
         dei suddetti contatti e dei volumi ripartiti, la Commissione si è completamente fondata sulle precise informazioni ad essa
         fornite dalla Finnish Chemicals. La Commissione pertanto non è incorsa in un errore manifesto di valutazione escludendo che
         l’informazione fornita dall’Arkema France al riguardo potesse avere un valore aggiunto significativo.
      
      373    In quarto luogo, quanto ai punti 568, 569, 571-573, 575 e 576 della decisione impugnata, invocati dalla ricorrente, va osservato
         che da essi emerge che la Commissione disponeva di tali informazioni «provenienti da due fonti» nel momento in cui l’Arkema
         France gliele ha fornite (punto 568 della decisione impugnata), che essa «ha confermato l’esistenza del sistema di ripartizione
         in termini generali, ma non ha fornito elementi di prova scritti risalenti al periodo cui i fatti si riferiscono, cosa che
         avrebbe rafforzato la capacità della Commissione di dimostrare i fatti di cui trattasi» (punto 569 della decisione impugnata),
         che le informazioni fornite dall’Arkema France riguardo ai contatti con i suoi concorrenti sono state «elementar[i] e non
         le hanno permesso di dimostrare i fatti di cui trattasi» (punto 571 della decisione impugnata), che le informazioni relative
         al rialzo dei prezzi dal 1993 al 1995 hanno confermato «in termini assai generali» le informazioni già a sua disposizione»
         (punto 572 della decisione impugnata), che le informazioni relative all’approvvigionamento del cliente MODO erano «già state
         ben dimostrat[e] dai documenti prodotti dall’EKA» (punto 573 della decisione impugnata), che l’Arkema France si è «limitat[a]
         a confermare la dichiarazione dell’EKA riguardo all’effetto dell’adozione di programmi di adeguamento, senza apportare elementi
         di prova nuovi al riguardo» (punto 575 della decisione impugnata), nonché che la valutazione della Commissione secondo la
         quale «anche se [l’Arkema France] ha potuto confermare alcuni aspetti del funzionamento dell’intesa in modo assai generale,
         tuttavia non lo ha fatto in un modo tale da rafforzare la capacità della Commissione di provare l’infrazione» (punto579 della
         decisione impugnata). Pertanto, va rilevato che nessuno dei suddetti punti dimostra che le informazioni fornite dall’Arkema
         France avessero un valore aggiunto significativo.
      
      374    Alla luce dell’insieme delle considerazioni che precedono, si deve concludere che la Commissione non è incorsa in un errore
         manifesto di valutazione non concedendo all’Arkema France una riduzione dell’ammenda in forza della comunicazione del 2002
         sulla cooperazione. Di conseguenza, la prima parte del decimo motivo va respinta in quanto infondata.
      
       La seconda parte, attinente alla violazione del principio di parità di trattamento
      –       Argomenti delle parti
      375    La ricorrente sostiene che la Commissione ha violato il principio di parità di trattamento non concedendo all’Arkema France,
         a differenza di quanto accaduto con la Finnish Chemicals, alcun «credito» per le informazioni che essa le ha fornito e a proposito
         delle quali peraltro, ai punti 568, 569, 571, 572, 573, 575 e 576 della decisione impugnata, la Commissione ha ammesso che
         permettevano di confermare i fatti dell’infrazione. Questa disparità di trattamento avrebbe avuto l’effetto di «incrementare»
         le ammende comminate alla ricorrente, la quale avrebbe dovuto beneficiare assieme all’Arkema France di una riduzione dell’importo
         dell’ammenda tra il 30 e il 50% rispetto alle ammende inflitte alle imprese interessate e in particolare alla Finnish Chemicals.
      
      376    La Commissione contesta tale argomento. 
      
      –       Giudizio del Tribunale
      377    La ricorrente afferma, in sostanza, che la Commissione ha violato il principio di parità di trattamento avendo accordato alla
         Finnish Chemicals, ma non all’Arkema France, una riduzione dell’ammenda ai sensi della comunicazione del 2002 sulla cooperazione.
      
      378    Secondo la giurisprudenza ricordata supra, al punto 196, il principio della parità di trattamento impone che situazioni analoghe
         non siano trattate in maniera diversa e che situazioni diverse non siano trattate in maniera uguale, a meno che tale trattamento
         non sia obiettivamente giustificato.
      
      379    Nel caso di specie, poiché, da un lato, come concluso in esito all’esame della prima parte del decimo motivo (v. supra, punto
         367), la Commissione non è incorsa in un errore manifesto di valutazione ritenendo che le prove fornite dall’Arkema France
         non avessero un valore aggiunto significativo e, dall’altro lato, la ricorrente non contesta, in tale ambito, la valutazione
         della Commissione secondo la quale le informazioni prodotte dalla Finnish Chemicals avevano, da parte loro, un valore aggiunto
         significativo, occorre constatare che l’Arkema France e la Finnish Chemicals non si trovavano in una situazione identica riguardo
         alla concessione di una riduzione dell’ammenda in forza della comunicazione del 2002 sulla cooperazione.
      
      380    Occorre pertanto dichiarare che la ricorrente non ha dimostrato che la Commissione abbia violato il principio della parità
         di trattamento non concedendo alcuna riduzione dell’ammenda all’Arkema France in forza della comunicazione del 2002 sulla
         cooperazione.
      
      381    Di conseguenza, occorre respingere la seconda parte del decimo motivo in quanto infondata e, conseguentemente, il decimo motivo
         nel suo complesso, nonché il primo capo delle conclusioni della ricorrente.
      
      4.     Sulle conclusioni, sollevate in subordine, dirette alla riforma degli importi delle ammende
       Argomenti delle parti
      382    Nell’ambito del suo undicesimo motivo, la ricorrente sostiene che, nell’ipotesi in cui il Tribunale non annullasse la decisione
         impugnata nella parte in cui la riguarda, le ammende ad essa inflitte dovrebbero essere annullate o ridotte.
      
      383    In primo luogo, la ricorrente sostiene che non sarebbe equo infliggerle l’ammenda più elevata tra quelle comminate alle imprese
         considerate dalla decisione impugnata, mentre la responsabilità dell’Arkema France nell’infrazione è considerevolmente inferiore
         a quella dell’EKA e della Finnish Chemicals. Al riguardo, essa sottolinea che i due principali attori dell’intesa erano l’EKA
         e la Finnish Chemicals, come risulta dalla motivazione della decisione impugnata e che era proprio per effetto della lotta
         tra questi due concorrenti per la spartizione dei mercati nordici che le altre parti dell’intesa come l’Arkema France sono
         state indotte a reagire e a proteggere i loro mercati nelle rispettive aree.
      
      384    In secondo luogo, la ricorrente osserva che, nell’ambito del suo potere discrezionale generale il Tribunale deve tener conto,
         da un lato, della minore responsabilità dell’Arkema France nell’infrazione in parola rispetto a quella dell’EKA e della Finnish
         Chemicals e, dall’altro lato, dei fattori da essa fatti valere nelle prime due censure dell’ottavo motivo (v. supra, punti
         267‑273), nelle prime due parti del nono motivo (v. supra, punti 310‑312 e 320‑323) nonché nel decimo motivo (v. supra, punti
         331‑333 e 368).
      
      385    La Commissione contesta l’argomento della ricorrente. 
      
       Giudizio del Tribunale
      386    Secondo la giurisprudenza, quanto al controllo esercitato dal giudice dell’Unione sulle decisioni della Commissione in materia
         di concorrenza, occorre rammentare che, al di là del semplice controllo di legittimità, che consente soltanto di respingere
         il ricorso di annullamento o di annullare l’atto impugnato, la competenza giurisdizionale anche di merito conferita, ai sensi
         dell’art. 229 CE, al Tribunale dall’art. 31 del regolamento n. 1/2003, legittima tale giudice a riformare l’atto impugnato,
         anche in assenza di annullamento, tenendo conto di tutte le circostanze di fatto, al fine di modificare, ad esempio, l’importo
         dell’ammenda (v. sentenza della Corte 3 settembre 2009, causa C‑534/07 P, Prym e Prym Consumer/Commissione, Racc. pag. I‑7415,
         punto 86, e la giurisprudenza ivi citata).
      
      387    Per quanto riguarda, in primo luogo, la domanda di riforma dell’importo dell’ammenda comminata in solido alla ricorrente e
         all’Arkema France a causa del fatto che essa non terrebbe sufficientemente conto del minor coinvolgimento dell’Arkema France
         nell’intesa rispetto all’EKA e alla Finnish Chemicals, il Tribunale ritiene che tale domanda non possa essere accolta poiché,
         come rilevato supra al punto 328, la ricorrente non apporta alcun argomento o prova che dimostri che l’Arkema France abbia
         svolto un ruolo minore nell’intesa il quale possa giustificare la concessione, in suo favore, di una riduzione dell’importo
         dell’ammenda a tale titolo.
      
      388    Per quanto riguarda, in secondo luogo, la domanda di riforma delle ammende comminate in solido all’Arkema France e alla ricorrente
         nonché a titolo personale alla ricorrente, tenuto conto degli argomenti sollevati nelle prime due censure dell’ottavo motivo,
         nelle prime due parti del nono motivo e nel decimo motivo, alla luce dell’insieme delle motivazioni esposte supra e in assenza
         di altri argomenti fatti valere dalla ricorrente al riguardo, il Tribunale considera che nulla giustifichi una simile riduzione.
      
      389    Pertanto, la seconda parte delle conclusioni della ricorrente dev’essere respinta, e con essa il ricorso nella sua integralità.
         
      
       Sulle spese
      390    Ai sensi dell’art. 87, n. 2, del regolamento di procedura, la parte soccombente è condannata alle spese se ne è stata fatta
         domanda. Poiché la Commissione ne ha fatto domanda, la ricorrente, rimasta soccombente, dev’essere condannata alle spese.
         
      
      Per questi motivi,
      IL TRIBUNALE (Seconda Sezione)
      dichiara e statuisce:
      1)      Il ricorso è respinto.
      2)      La Elf Aquitaine SA è condannata alle spese.
      
               Pelikánová 
            
            
               Jürimäe 
            
            
               Soldevila Fragoso
            
         Firme
      Indice
      Fatti
      Procedimento e conclusioni delle parti
      In diritto
      1.  Le conclusioni, formulate in via principale, dirette all’annullamento della decisione impugnata
      Il primo motivo, attinente a una violazione delle norme che disciplinano l’imputabilità della responsabilità di un’infrazione
         all’interno di gruppi societari
      
      La prima parte, relativa ad un errore di diritto nell’imputazione della responsabilità del comportamento illecito di cui trattasi
         alla ricorrente
      
      –  Argomenti delle parti
      –  Giudizio del Tribunale
      La seconda parte, attinente alla violazione dei principi di autonomia giuridica ed economica delle società
      –  Argomenti delle parti
      –  Giudizio del Tribunale
      La terza parte, attinente all’errore riguardante il fatto che gli indizi presi in considerazione dalla Commissione nella decisione
         impugnata non comprovano la presunzione di esercizio di un’influenza determinante
      
      –  Argomenti delle parti
      –  Giudizio del Tribunale
      La quarta parte, attinente al fatto che la Commissione ha ritenuto a torto che la ricorrente non avesse fornito un complesso
         di indizi diretti a confutare la presunzione di esercizio di un’influenza determinante
      
      –  Argomenti delle parti
      –  Giudizio del Tribunale
      La quinta parte, attinente alla trasformazione della presunzione di esercizio di un’influenza determinante in presunzione
         assoluta
      
      –  Argomenti delle parti
      –  Giudizio del Tribunale
      Il secondo motivo, attinente alla violazione di sei principi fondamentali, derivante dall’imputazione della responsabilità
         del comportamento illecito di cui trattasi alla ricorrente
      
      La prima parte, attinente ad una violazione dei diritti della difesa della ricorrente
      –  Argomenti delle parti
      –  Giudizio del Tribunale
      La seconda parte, attinente ad una violazione del principio della parità delle armi
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      La terza parte, attinente a una violazione della presunzione di innocenza
      –  Argomenti delle parti
      –  Giudizio del Tribunale
      La quarta parte, attinente ad una violazione del principio di responsabilità personale e di carattere individuale delle pene
      –  Argomenti delle parti
      –  Giudizio del Tribunale
      La quinta parte, attinente a una violazione del principio della legalità delle pene
      –  Argomenti delle parti
      –  Giudizio del Tribunale
      La sesta parte, attinente a una violazione del principio di parità di trattamento
      –  Argomenti delle parti
      –  Giudizio del Tribunale
      Il terzo motivo, attinente a uno snaturamento del complesso di indizi fornito dalla ricorrente
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      Il quarto motivo, attinente all’esistenza di contraddizioni della motivazione della decisione impugnata
      La prima parte, attinente ad una contraddittorietà della motivazione in ordine all’applicazione della nozione di impresa ai
         sensi dell’art.  81, n. 1, CE
      
      –  Argomenti delle parti
      –  Giudizio del Tribunale
      La seconda parte, relativa ad una contraddittorietà della motivazione nella decisione impugnata in ordine alla conoscenza,
         da parte della ricorrente, dell’infrazione di cui trattasi
      
      –  Argomenti delle parti
      –  Giudizio del Tribunale
      –  Giudizio del Tribunale
      Il quinto motivo, attinente ad una violazione del principio di buona amministrazione
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      Il sesto motivo, attinente ad una violazione del principio di certezza del diritto
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      Il settimo motivo, attinente a uno sviamento di potere
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      L’ottavo motivo, attinente all’infondatezza dell’inflizione di un’ammenda personale alla ricorrente
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      Il nono motivo, attinente a una violazione dei principi e delle regole che hanno disciplinato il calcolo dell’ammenda comminata
         in solido all’Arkema France e alla ricorrente
      
      La prima parte, attinente a errori nel calcolo dell’importo dell’ammenda comminata in solido all’Arkema France e alla ricorrente
      –  Argomenti delle parti
      –  Giudizio del Tribunale
      La seconda parte, attinente a una violazione del principio della parità di trattamento legato all’ammenda comminata in solido
         all’Arkema France e alla ricorrente
      
      –  Argomenti delle parti
      –  Giudizio del Tribunale
      Il decimo motivo, attinente alla violazione della comunicazione del 2002 sulla cooperazione
      La prima parte, relativa al rifiuto di concedere una riduzione di ammenda in forza della comunicazione del 2002 sulla cooperazione
      –  Argomenti delle parti
      –  Giudizio del Tribunale
      La seconda parte, attinente alla violazione del principio di parità di trattamento
      –  Argomenti delle parti
      –  Giudizio del Tribunale
      2.  Sulle conclusioni, sollevate in subordine, dirette alla riforma degli importi delle ammende
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      Sulle spese
      
      * Lingua processuale: il francese.