CELEX: 62008TJ0286
Language: it
Date: 2010-12-16
Title: Sentenza del Tribunale (Terza Sezione) del 16 dicembre 2010. # Fidelio KG contro Ufficio per l'armonizzazione nel mercato interno (marchi, disegni e modelli) (UAMI). # Marchio comunitario - Domanda di marchio comunitario denominativo Hallux - Impedimento assoluto alla registrazione - Art. 7, n. 1, lett. c), del regolamento (CE) n. 40/94 [divenuto art. 7, n. 1, lett. c), del regolamento (CE) n. 207/2009]. # Causa T-286/08.

Causa T‑286/08
      Fidelio KG
      contro
      Ufficio per l’armonizzazione nel mercato interno (marchi, disegni e modelli) (UAMI)
      «Marchio comunitario — Domanda di marchio comunitario denominativo Hallux — Impedimento assoluto alla registrazione — Art. 7, n. 1, lett. c), del regolamento (CE) n. 40/94 [divenuto art. 7, n. 1, lett. c), del regolamento (CE) n. 207/2009]»
      Massime della sentenza
      1.      Marchio comunitario — Definizione e acquisizione del marchio comunitario — Domanda di registrazione di un segno per l’insieme
            dei prodotti rientranti in una stessa categoria — Valutazione del carattere descrittivo del segno con riferimento al complesso
            dei prodotti
      [Regolamento del Consiglio n. 40/94, art. 7, n. 1, lett. c)]
      2.      Marchio comunitario — Definizione e acquisizione del marchio comunitario — Impedimenti assoluti alla registrazione — Marchi
            composti esclusivamente da segni o indicazioni che possono servire a designare le caratteristiche di un prodotto
      [Regolamento del Consiglio n. 40/94, art. 7, n. 1, lett. c)]
      1.      Quando la registrazione di un segno come marchio comunitario è chiesta senza distinzione per una categoria di prodotti complessivamente
         intesa e tale segno è descrittivo soltanto per una parte dei prodotti ricompresi nella categoria medesima, l’impedimento alla
         registrazione, previsto all’art. 7, n. 1, lett. c), del regolamento n. 40/94, sul marchio comunitario si applica nondimeno
         a tale segno per tutta la categoria interessata.
      
      (v. punto 37)
      2.      È descrittivo dei prodotti oggetto della domanda di marchio comunitario, ai sensi dell’art. 7, n. 1, lett. c), del regolamento
         n. 40/94, sul marchio comunitario, dal punto di vista del pubblico di riferimento il segno denominativo Hallux, di cui è chiesta
         la registrazione per «Articoli ortopedici» e «Scarpe» rientranti rispettivamente nelle classi 10 e 25, ai sensi dell’Accordo
         di Nizza.
      
      Per quanto riguarda gli articoli ortopedici, il pubblico di riferimento è costituito da professionisti del settore e da pazienti
         affetti da malformazioni o disfunzioni da correggere mediante l’uso di tali articoli. Ne consegue che le conoscenze tecniche
         del pubblico di riferimento devono essere considerate di livello elevato. Il termine «hallux» significa «alluce» in latino
         ed esso è utilizzato nel linguaggio scientifico per designare diverse patologie e malformazioni del piede. È possibile, in
         via generale, che le persone che intendono acquistare articoli ortopedici adatti alla loro patologia si siano informate autonomamente
         oppure siano state informate della denominazione scientifica delle patologie da cui sono affette, o che eventualmente lo siano
         state in occasione dell’acquisto degli articoli ortopedici adatti alla loro patologia. È quindi probabile che le persone che
         soffrono di una malformazione dell’alluce sappiano di essere affette da una patologia il cui nome include il termine «hallux»
         ed è ragionevole presumere che la parte del pubblico interessato agli articoli ortopedici adatti alle malformazioni dell’alluce,
         che non abbia ancora familiarizzato con il termine «hallux», possa essere informata del significato di tale termine al momento
         dell’acquisto di detti articoli. Pertanto, nella mente del pubblico interessato agli articoli ortopedici destinati alla cura
         delle patologie dell’alluce, il termine «hallux» richiamerà la patologia stessa. Di conseguenza, il pubblico di riferimento
         interessato a tali articoli è in grado, senza particolari sforzi di riflessione, di stabilire un rapporto concreto tra il
         termine «hallux» e la destinazione di questi prodotti.
      
      Per quanto riguarda le scarpe, occorre esaminare la percezione del termine «hallux» da parte del consumatore medio, normalmente
         informato e ragionevolmente attento e avveduto. Tuttavia, nell’ambito della categoria generale delle scarpe si distingue la
         sotto-categoria delle scarpe comode. Tale particolare sotto-categoria di scarpe, sebbene non sia specificamente destinata
         a pazienti affetti da alluce valgo, sarebbe nondimeno adatta alle loro esigenze e limiterebbe l’evolversi della loro patologia.
         Orbene, il pubblico interessato a tale particolare sotto-categoria di scarpe coincide, in parte, con il pubblico interessato
         agli articoli ortopedici adatti alle patologie dell’alluce, riguardo al quale è stato dimostrato che conosceva il significato
         del termine «hallux» o che poteva esserne informato. Inoltre, il pubblico interessato alle scarpe comode include anche le
         persone che, sebbene non abbiano bisogno di usare articoli ortopedici, sono nondimeno direttamente affette da patologie del
         piede oppure sensibili a tali questioni, e pongono particolare attenzione in merito. Orbene, se è vero che le scarpe comode
         si acquistano senza prescrizione medica, tuttavia, i venditori di tali scarpe possono fornire spiegazioni e consigli alle
         persone affette da patologie dell’alluce e, in particolare, informarle riguardo alla denominazione delle patologie per le
         quali le scarpe comode sono indicate. Così stando le cose, i consumatori di scarpe comode che sarebbero commercializzate con
         il marchio Hallux percepirebbero questo segno come atto a indicare che i prodotti di cui trattasi sono particolarmente adatti
         alle persone affette da patologie dell’alluce. Quanto meno per la sotto-categoria delle scarpe comode, dunque, il segno «hallux»
         descrive la destinazione dei prodotti oggetto della domanda di registrazione. Pertanto, il segno in questione non può essere
         registrato per l’intera categoria.
      
      (v. punti 42, 48‑49, 53, 55‑57)
SENTENZA DEL TRIBUNALE (Terza Sezione)
      16 dicembre 2010 (*)
      
      
      «Marchio comunitario – Domanda di marchio comunitario denominativo Hallux – Impedimento assoluto alla registrazione – Art. 7, n. 1, lett. c), del regolamento (CE) n. 40/94 [divenuto art. 7, n. 1, lett. c), del regolamento (CE) n. 207/2009]»
      Nella causa T‑286/08,
      Fidelio KG, con sede in Linz (Austria), rappresentata dall’avv. M. Gail, 
      
      ricorrente,
      contro
      Ufficio per l’armonizzazione nel mercato interno (marchi, disegni e modelli) (UAMI), rappresentato dal sig. S. Schäffner, in qualità di agente,
      
      convenuto,
      avente ad oggetto il ricorso proposto contro la decisione della quarta commissione di ricorso dell’UAMI 21 maggio 2008 (procedimento
         R 632/2007‑4), riguardante la registrazione del segno denominativo Hallux come marchio comunitario,
      
      IL TRIBUNALE (Terza Sezione),
      composto dal sig. J. Azizi, presidente, dalla sig.ra E. Cremona e dal sig. S. Frimodt Nielsen (relatore), giudici,
      cancelliere: sig. J. Plingers, amministratore
      visto il ricorso depositato nella cancelleria del Tribunale il 21 luglio 2008,
      visto il controricorso depositato nella cancelleria del Tribunale il 16 ottobre 2008, 
      vista la replica depositata nella cancelleria del Tribunale il 7 gennaio 2009, 
      in seguito all’udienza del 15 settembre 2010, 
      ha pronunciato la seguente
      Sentenza
      1        La ricorrente, Fidelio KG, è un’impresa di diritto austriaco che a norma del suo statuto ha come oggetto sociale il commercio
         all’ingrosso di calzature ed è specializzata nel settore delle scarpe comode.
      
      2        Il 19 luglio 2006 la ricorrente, allora denominata Kasperek KG, presentava all’Ufficio per l’armonizzazione nel mercato interno
         (marchi, disegni e modelli) (UAMI) una domanda di registrazione di marchio comunitario ai sensi del regolamento (CE) del Consiglio
         20 dicembre 1993, n. 40/94, sul marchio comunitario (GU 1994, L 11, pag. 1), come modificato [sostituito dal regolamento (CE)
         del Consiglio 26 febbraio 2009, n. 207, sul marchio comunitario (GU L 78, pag. 1)].
      
      3        Il marchio di cui veniva chiesta la registrazione è il segno denominativo Hallux. 
      
      4        I prodotti per i quali veniva chiesta la registrazione rientravano nelle classi 10, 18 e 25, ai sensi dell’Accordo di Nizza
         15 giugno 1957, relativo alla classificazione internazionale dei prodotti e dei servizi ai fini della registrazione dei marchi,
         come riveduto e modificato, e corrispondevano, per ciascuna di tali classi, alla descrizione seguente:
      
      –        classe 10: «Articoli ortopedici»; 
      –        classe 18: «Cuoio e sue imitazioni, articoli in queste materie (compresi nella classe 18); bauli e valigie; ombrelli, ombrelloni
         e bastoni da passeggio»;
      
      –        classe 25: «Articoli di abbigliamento, scarpe, cappelleria».
      5        Con decisione 28 febbraio 2007 (in prosieguo: la «decisione dell’esaminatore»), l’esaminatore respingeva, ai sensi dell’art. 38
         del regolamento n. 40/94 (divenuto art. 37 del regolamento n. 207/2009), la domanda di marchio per i seguenti prodotti:
      
      –        classe 10: «Articoli ortopedici»; 
      –        classe 18: «Cuoio e sue imitazioni, articoli in queste materie (compresi nella classe 18)»;
      –        classe 25: «Articoli di abbigliamento, scarpe». 
      6        Il 24 aprile 2007 la ricorrente proponeva ricorso contro la decisione dell’esaminatore, ai sensi degli artt. 57-62 del regolamento
         n. 40/94 (divenuti artt. 58-64 del regolamento n. 207/2009).
      
      7        Con decisione 21 maggio 2008 (procedimento R 632/2007‑4) (in prosieguo: la «decisione impugnata») la quarta commissione di
         ricorso accoglieva tale ricorso in merito, da un lato, all’insieme dei prodotti controversi rientranti nella classe 18 e,
         dall’altro, agli articoli di abbigliamento rientranti nella classe 25. Essa respingeva invece il resto del ricorso relativamente
         ai seguenti prodotti:
      
      –        classe 10: «Articoli ortopedici»; 
      –        classe 25: «Scarpe». 
      8        Nella decisione impugnata, la commissione di ricorso ha considerato che il termine «hallux» è una parola latina che significa
         «alluce». Tale parola sarebbe utilizzata nella terminologia medica per designare diverse deformità del piede, congenite o
         acquisite. Una di esse, l’alluce valgo, consisterebbe in una deformità dell’articolazione alla base dell’alluce, caratterizzata
         dalla deviazione di quest’ultimo verso l’interno del piede. Il termine «alluce» sarebbe utilizzato dal pubblico germanofono
         non specializzato per designare tale patologia, di gran lunga la più frequente (punti 10-12 della decisione impugnata). 
      
      9        Il consumatore medio germanofono assocerebbe direttamente il termine «hallux» agli articoli ortopedici e alle scarpe, in quanto
         esso richiamerebbe la destinazione di tali prodotti, che sarebbero percepiti come adatti a pazienti affetti da alluce valgo.
         
      
      10      Per quanto riguarda più precisamente gli articoli ortopedici, essi sarebbero in libera vendita, ma di norma vengono acquistati
         su consiglio di un medico. Al momento del consulto, il medico, che conosce i termini tecnici latini, avrebbe l’occasione di
         spiegare il significato del termine «hallux» ai pazienti cui è raccomandato l’uso di scarpe adatte all’alluce valgo. Peraltro,
         la commissione di ricorso ha considerato, senza trarne conseguenze, che tale termine potrebbe presentare carattere descrittivo
         anche nelle zone non germanofone dell’Unione europea (punto 13 della decisione impugnata). 
      
      11      Per quanto riguarda le scarpe in genere, la commissione di ricorso ha ritenuto che il pubblico di riferimento comprenderebbe
         il termine «hallux» come diretto a designare scarpe adatte a persone affette da un lieve alluce valgo e che non hanno bisogno
         di scarpe ortopediche, alle quali, tuttavia, tali scarpe possono apportare benefici perché sono particolarmente comode, non
         stringono e si adattano facilmente alla deformità, oppure perché hanno un effetto stabilizzante quando tale deformità è in
         fase iniziale (punto 14 della decisione impugnata). 
      
      12      Il termine «hallux», a motivo del suo carattere descrittivo di queste due categorie di prodotti, sarebbe altresì privo di
         carattere distintivo, poiché il pubblico di riferimento lo intenderebbe soltanto nel senso che esso designa una caratteristica
         dei prodotti in questione e non già come marchio che indica l’origine commerciale degli stessi (punto 17 della decisione impugnata).
         
      
       Conclusioni delle parti
      13      La ricorrente chiede che il Tribunale voglia:
      
      –        annullare la decisione impugnata;
      –        condannare l’UAMI alle spese.
      14      L’UAMI chiede che il Tribunale voglia:
      
      –        respingere il ricorso;
      –        condannare la ricorrente alle spese.
      15      In udienza, la ricorrente ha dichiarato che il primo capo delle sue conclusioni era diretto all’annullamento della decisione
         impugnata soltanto nella parte in cui quest’ultima ha respinto il suo ricorso per quanto riguarda gli articoli ortopedici,
         rientranti nella classe 10, e le scarpe, rientranti nella classe 25, cosa di cui si è preso atto nel verbale d’udienza.
      
       In diritto
      16      A sostegno del presente ricorso, la ricorrente fa valere due motivi relativi, rispettivamente, alla violazione dell’art. 7,
         n. 1, lett. c), del regolamento n. 40/94 [divenuto art. 7, n. 1, lett. c), del regolamento n. 207/2009] e alla violazione
         dell’art. 7, n. 1, lett. b), del regolamento n. 40/94 [divenuto art. 7, n. 1, lett. b), del regolamento n. 207/2009].
      
       Argomenti delle parti
      17      Nell’ambito del suo primo motivo, la ricorrente sostiene che il pubblico di riferimento non è in grado di stabilire, immediatamente
         e direttamente, un rapporto concreto tra il termine «hallux» e le caratteristiche dei prodotti controversi. 
      
      18      In primo luogo, come dimostrerebbe un estratto di un dizionario latino‑tedesco prodotto in allegato alla replica, il termine
         «hallux» sarebbe una parola latina che significa «alluce». Esso pertanto non designerebbe una caratteristica dei prodotti
         controversi.
      
      19      La ricorrente sostiene che le scarpe, ma anche gli articoli ortopedici, sono in libera vendita e possono quindi essere acquistati
         senza prescrizione medica, di modo che, per l’insieme di tali prodotti, il pubblico di riferimento è costituito dal consumatore
         medio, normalmente informato, attento e avveduto. 
      
      20      La ricorrente fa riferimento alla giurisprudenza del Bundespatentgericht (Tribunale federale dei brevetti, Germania) secondo
         cui i termini derivanti dalle lingue morte sono generalmente idonei ad essere registrati, poiché, in linea di principio, presentano
         agli occhi del pubblico di riferimento una certa originalità che consente loro di assolvere alla funzione di indicatore di
         origine propria del marchio, a meno che non descrivano direttamente i prodotti oggetto della domanda di registrazione e non
         costituiscano oggetto di un impiego usuale per la formazione di espressioni specifiche di un ambito determinato.
      
      21      Orbene, secondo la ricorrente, il termine «hallux» non è entrato a far parte del vocabolario tedesco, non descrive direttamente
         i prodotti oggetto della domanda di registrazione e non è utilizzato come indicazione tecnica specifica. Il significato di
         questo termine sarebbe quindi sconosciuto alla popolazione germanofona dell’Unione, compresi consumatori aventi conoscenze
         di latino, considerato che il termine di cui trattasi non fa parte del vocabolario letterario che viene generalmente studiato.
         Di conseguenza, il termine «hallux» non rivestirebbe alcun significato particolare per il pubblico di riferimento, il quale
         vi ravviserebbe, invece, una denominazione di fantasia, idonea a fungere da indicatore di origine dei prodotti controversi
         e ad assolvere, in tal modo, la funzione di identificazione affidata ai marchi. 
      
      22      Anche ammettendo che il significato del termine latino «hallux» sia conosciuto, si dovrebbe affermare che tale termine non
         descrive direttamente i prodotti controversi. 
      
      23      Inoltre, la maggior parte del pubblico di riferimento non sarebbe interessata dalla patologia denominata «hallux valgus» (deviazione
         verso l’esterno dell’articolazione dell’alluce) e le scarpe normalmente messe in vendita non sarebbero specificamente destinate
         ad un pubblico che soffre di tale patologia. Anche la parte del pubblico di riferimento che conosce il termine «hallux» non
         percepirebbe il segno richiesto come una descrizione dei prodotti controversi, poiché non sussisterebbe alcuna relazione diretta
         tra l’alluce e la destinazione – o qualsivoglia altra caratteristica – delle scarpe e degli articoli ortopedici.
      
      24      In secondo luogo, la commissione di ricorso avrebbe ritenuto a torto che il termine «hallux» costituisca un’abbreviazione
         conosciuta dei termini «hallux valgus». Esisterebbero, infatti, altre patologie dell’alluce il cui nome latino include il
         termine «hallux» (ad esempio, hallux rigidus o hallux malleus) e non vi sarebbe ragione di ritenere che il termine «hallux»,
         utilizzato da solo, costituisca l’abbreviazione di una di esse in particolare. Gli estratti di siti Internet cui la commissione
         di ricorso ha fatto riferimento non sarebbero atti a dimostrare il carattere usuale dell’impiego del termine «hallux». Essi
         non dimostrerebbero che il termine «hallux» costituisca l’abbreviazione usuale dei termini «hallux valgus». Inoltre, la presenza
         in uno dei siti menzionati nella decisione impugnata dell’espressione «Hallux Schuhe» (scarpe Hallux) sarebbe il risultato
         della strategia commerciale di un’impresa e non risulterebbe sufficiente a provare che tale espressione contenga un’abbreviazione
         usuale. 
      
      25      Peraltro, non esisterebbero scarpe specifiche destinate a curare l’alluce valgo. Tuttavia, il fatto di indossare qualsivoglia
         scarpa comoda, priva di caratteristiche specifiche, servirebbe a prevenire ovvero ad impedire l’aggravarsi di tale patologia.
         Non esisterebbero, quindi, scarpe le cui caratteristiche specifiche consentano di fornire sollievo ad una persona affetta
         da alluce valgo. Così stando le cose, l’eventuale collegamento che il pubblico di riferimento potrebbe stabilire tra il termine
         «hallux» e le scarpe sarebbe troppo vago e insufficientemente determinato per conferire a detto termine un carattere descrittivo.
      
      26      In terzo luogo, la ricorrente sostiene che l’associazione del termine «hallux» alle scarpe destinate al grande pubblico rientra
         in una strategia commerciale e mira tutt’al più a determinare un effetto di suggestione. Orbene, secondo la giurisprudenza,
         un marchio denominativo che si limita a suggerire una destinazione dei prodotti non sarebbe necessariamente descrittivo e
         privo di carattere distintivo.
      
      27      Per giungere alla conclusione che sussiste un rapporto tra il marchio richiesto e la patologia denominata «hallux valgus»,
         il consumatore medio, categoria comprendente la persona affetta da alluce valgo, dovrebbe sostenere un notevole sforzo di
         riflessione, impossibile da ipotizzare. Infatti, considerato che esisterebbero diverse patologie dell’alluce, ognuna delle
         quali designata con il termine «hallux», e in mancanza di informazioni specifiche, dirette e immediate rispetto ad una qualità
         o ad una determinata caratteristica dei prodotti controversi, il pubblico di riferimento, compresa la parte di tale pubblico
         affetta da alluce valgo e a conoscenza del nome di questa patologia, potrebbe percepire come descrittivo il segno di cui è
         stata chiesta la registrazione soltanto in esito ad una valutazione analitica che richiede necessariamente uno sforzo interpretativo.
         Orbene, nello stabilire una qualsiasi relazione tra l’alluce, da un lato, e le scarpe e gli articoli ortopedici, dall’altro,
         sussisterebbe un ampio margine di interpretazione.
      
      28      In quarto luogo, nessun lessico tecnico impiegherebbe il termine «hallux» per designare scarpe o articoli ortopedici.
      
      29      In quinto luogo, la ricorrente fa valere che l’UAMI non ha dimostrato che i prevedibili sviluppi demografici comporteranno
         una maggiore conoscenza dei termini «hallux» o «hallux valgus» da parte del grande pubblico. Secondo la ricorrente, il numero
         dei consumatori che desidereranno indossare scarpe comode, anche senza soffrire di alluce valgo, potrebbe aumentare per effetto
         dell’invecchiamento della popolazione. Orbene, niente consentirebbe di dare per scontato che tale pubblico, interessato ai
         prodotti della ricorrente, verrà a conoscenza dell’esistenza dell’alluce valgo o si confronterà, in un modo o in un altro,
         con il termine «hallux».
      
      30      L’UAMI contesta gli argomenti della ricorrente.
      
       Giudizio del Tribunale
      31      Ai sensi dell’art. 7, n. 1, lett. c), del regolamento n. 40/94, sono esclusi dalla registrazione i marchi composti esclusivamente
         da segni o indicazioni che in commercio possono servire per designare la specie, la qualità, la quantità, la destinazione,
         il valore, la provenienza geografica, ovvero l’epoca di fabbricazione del prodotto o di prestazione del servizio, o altre
         caratteristiche del prodotto o servizio. Inoltre, l’art. 7, n. 2, del medesimo regolamento (divenuto art. 7, n. 2, del regolamento
         n. 207/2009) stabilisce che il n. 1 si applica anche se le cause d’impedimento esistono soltanto per una parte della Comunità.
      
      32      Infatti, ai sensi del regolamento n. 40/94, segni o indicazioni che, nel commercio, possono servire per designare caratteristiche
         dei prodotti o dei servizi di cui sia chiesta la registrazione sono considerati inidonei, per loro stessa natura, ad assolvere
         alla funzione di indicatore di origine esercitata dal marchio, fatta salva la possibilità di acquisizione di carattere distintivo
         per effetto dell’uso, prevista dall’art. 7, n. 3, del regolamento n. 40/94 (divenuto art. 7, n. 3, del regolamento n. 207/2009)
         (sentenza della Corte 23 ottobre 2003, causa C‑191/01 P, UAMI/Wrigley, Racc. pag. I‑12447, punto 30).
      
      33      Secondo costante giurisprudenza, l’art. 7, n. 1, lett. c), del regolamento n. 40/94 persegue una finalità di interesse generale,
         la quale impone che i segni o le indicazioni descrittivi delle caratteristiche dei prodotti o dei servizi per i quali si chiede
         la registrazione possano essere liberamente utilizzati da tutti [sentenza UAMI/Wrigley, punto 32 supra, punto 31, e sentenza
         del Tribunale 7 giugno 2005, causa T‑316/03, Münchener Rückversicherungs-Gesellschaft/UAMI (MunichFinancialServices), Racc. pag. II‑1951,
         punto 25].
      
      34      Perché un diniego di registrazione fondato sull’art. 7, n. 1, lett. c), del regolamento n. 40/94 sia giustificato non è necessario
         che i segni e le indicazioni componenti il marchio in questione siano effettivamente utilizzati, al momento della domanda
         di registrazione, a fini descrittivi di prodotti o servizi come quelli oggetto della domanda ovvero delle caratteristiche
         dei medesimi. È sufficiente, come emerge dal tenore letterale di detta disposizione, che questi segni e indicazioni possano
         essere utilizzati a tali fini. Un segno denominativo dev’essere quindi escluso dalla registrazione qualora designi, quantomeno
         in uno dei suoi significati potenziali, una caratteristica dei prodotti o servizi di cui trattasi (sentenza UAMI/Wrigley,
         punto 32 supra, punto 32).
      
      35      La valutazione del carattere descrittivo di un segno può essere effettuata soltanto, da un lato, in relazione alla percezione
         del pubblico di riferimento e, dall’altro, in relazione ai prodotti o servizi interessati [v. sentenza del Tribunale 9 giugno
         2010, causa T‑315/09, Hoelzer/UAMI (SAFELOAD), non pubblicata nella Raccolta, punto 17 e giurisprudenza ivi citata].
      
      36      L’UAMI pertanto, ai sensi dell’art. 7, n. 1, lett. c), del regolamento n. 40/94, deve valutare se un marchio di cui si chiede
         la registrazione costituisca attualmente, per gli ambienti interessati, una descrizione delle caratteristiche dei prodotti
         o dei servizi in questione, ovvero se si possa ragionevolmente presumere che questo si verificherà in futuro. Se, in esito
         a tale verifica, la commissione di ricorso perviene alla conclusione che è effettivamente così, essa deve rifiutarsi di procedere
         alla registrazione del marchio sulla base della citata disposizione (v., per analogia, sentenza della Corte 12 febbraio 2004,
         causa C‑363/99, Koninklijke KPN Nederland, Racc. pag. I‑1619, punto 56).
      
      37      Peraltro, quando la registrazione di un segno come marchio comunitario è chiesta senza distinzione per una categoria di prodotti
         complessivamente intesa e tale segno è descrittivo soltanto per una parte dei prodotti ricompresi nella categoria medesima,
         l’impedimento alla registrazione, previsto all’art. 7, n. 1, lett. c), del regolamento n. 40/94, si applica nondimeno a tale
         segno per tutta la categoria interessata [v., in tal senso, sentenze del Tribunale 27 febbraio 2002, causa T‑106/00, Streamserve/UAMI
         (STREAMSERVE), Racc. pag. II‑723, punto 46, e 20 novembre 2007, causa T‑458/05, Tegometall International/UAMI - Wuppermann
         (TEK), Racc. pag. II‑4721, punto 94 e giurisprudenza ivi citata].
      
      38      È alla luce di tali rilievi che occorre valutare la fondatezza del primo motivo dedotto dalla ricorrente, per quanto riguarda
         sia gli articoli ortopedici, rientranti nella classe 10, sia le scarpe, rientranti nella classe 25.
      
       Per quanto riguarda gli articoli ortopedici
      39      La ricorrente contesta la valutazione della commissione di ricorso secondo la quale, per quanto riguarda gli articoli ortopedici,
         il pubblico di riferimento è costituito da persone dotate di un particolare grado di attenzione, vale a dire da persone affette
         da malformazioni o disfunzioni dell’apparato di sostegno, nonché da medici e professionisti specializzati in materiale ortopedico
         (punto 13 della decisione impugnata).
      
      40      Secondo la ricorrente, visto che gli articoli ortopedici sono in libera vendita e possono essere acquistati senza prescrizione
         medica, occorre considerare che il pubblico di riferimento, per quanto riguarda questi articoli, sia costituito dal grande
         pubblico.
      
      41      Se è vero che le condizioni di commercializzazione di un prodotto possono incidere sulla composizione del pubblico di riferimento,
         non si può invece sostenere che tutti i prodotti in libera vendita posti in commercio e che possono essere acquistati senza
         prescrizione medica siano rivolti, per solo questo motivo, al grande pubblico. Occorre piuttosto tenere principalmente conto
         della natura dei prodotti considerati e del segmento di popolazione cui sono destinati.
      
      42      A tale proposito si può concordare con l’affermazione della commissione di ricorso secondo cui il pubblico pertinente, per
         quanto riguarda gli articoli ortopedici, è costituito da professionisti del settore e da pazienti affetti da malformazioni
         o disfunzioni da correggere mediante l’uso di tali articoli. Ne consegue che le conoscenze tecniche del pubblico di riferimento
         devono essere considerate di livello elevato.
      
      43      Occorre pertanto esaminare se, nella percezione del pubblico di riferimento, il termine «hallux» possa essere inteso nel senso
         che designa una caratteristica degli articoli ortopedici, come la loro destinazione.
      
      44      È pacifico che alcuni articoli ortopedici inclusi nella categoria di cui alla domanda di registrazione sono specificamente
         concepiti per le malformazioni dell’alluce. Peraltro, dalla giurisprudenza citata supra al punto 37 risulta che per basare
         un diniego di registrazione sull’art. 7, n. 1, lett. c), del regolamento n. 40/94 è sufficiente che l’impedimento assoluto
         che esso prevede sia applicabile ad una parte dei prodotti inclusi nella categoria per la quale la registrazione del segno
         Hallux è richiesta.
      
      45      Nella decisione impugnata, la commissione di ricorso ha formulato tre constatazioni, che ha suffragato mediante un rinvio
         a siti Internet. In primo luogo, il termine «hallux» significherebbe «alluce» in latino. In secondo luogo, il medesimo termine,
         combinato con altre parole latine, designerebbe malformazioni del piede che caratterizzano diverse patologie. In terzo luogo,
         il termine «hallux» sarebbe utilizzato da solo per designare la più frequente di tali malformazioni, vale a dire una deviazione
         verso l’esterno dell’articolazione alla base dell’alluce, la quale sarebbe denominata «alluce valgo».
      
      46      La ricorrente, da parte sua, ammette che il termine «hallux» significa «alluce» in latino e che il termine «hallux», se combinato
         con altri termini, può designare diverse malformazioni del piede. Essa contesta, per contro, che il termine «hallux» venga
         inteso come un’abbreviazione dei termini «hallux valgus» e che il significato del termine «hallux» sia conosciuto nelle zone
         germanofone dell’Unione.
      
      47      La ricorrente ha certamente ragione nel sostenere che la produzione di estratti di siti Internet non è sufficiente a dimostrare
         che il pubblico di riferimento sia in grado di percepire il termine «hallux» come un’abbreviazione comunemente utilizzata
         in luogo dell’espressione «hallux valgus», al punto che detto termine designi unicamente questa patologia. L’impiego di un
         termine su siti Internet, infatti, non è sufficiente a dimostrare la frequenza dell’uso dello stesso, anche da parte di un
         pubblico specializzato.
      
      48      Tuttavia, la stessa ricorrente ammette che il termine «hallux» significa «alluce» in latino e che esso è utilizzato, nel linguaggio
         scientifico, per designare diverse patologie e malformazioni del piede. Orbene, la ricorrente non adduce alcun elemento atto
         a mettere in dubbio la fondatezza dell’argomento dedotto dalla commissione di ricorso secondo cui il nome scientifico delle
         patologie del piede è conosciuto dal pubblico di riferimento, vale a dire non soltanto dai professionisti – medici e venditori
         di articoli ortopedici – ma anche da quella parte dei consumatori finali affetta da patologie dell’alluce e che necessita
         di apparecchi ortopedici adatti a tali patologie. È infatti possibile, in via generale, che le persone che intendono acquistare
         articoli ortopedici adatti alla loro patologia si siano informate autonomamente oppure siano state informate della denominazione
         scientifica delle patologie da cui sono affette, o che eventualmente lo siano state in occasione dell’acquisto degli articoli
         ortopedici adatti alla loro patologia. È quindi probabile che le persone che soffrono di una malformazione dell’alluce sappiano
         di essere affette da una patologia il cui nome include il termine «hallux» ed è ragionevole presumere che la parte del pubblico
         interessato agli articoli ortopedici adatti alle malformazioni dell’alluce, e che tuttavia non abbia ancora familiarizzato
         con il termine «hallux», possa essere informata del significato di tale termine al momento dell’acquisto di detti articoli
         [v., in tal senso, sentenza del Tribunale 9 luglio 2010, causa T‑85/08, Exalation/UAMI (Vektor-Lycopin), non ancora pubblicata
         nella Raccolta, punti 42 e 43, e giurisprudenza ivi citata].
      
      49      Pertanto, nella mente del pubblico interessato agli articoli ortopedici destinati alla cura delle patologie dell’alluce, il
         termine «hallux» richiamerà la patologia stessa. Di conseguenza, contrariamente a quanto sostenuto dalla ricorrente, il pubblico
         di riferimento interessato a tali articoli è in grado, senza particolari sforzi di riflessione, di stabilire un rapporto concreto
         tra il termine «hallux» e la destinazione di questi prodotti.
      
      50      Tale valutazione, peraltro, non è rimessa in discussione dal fatto, invocato dalle parti in udienza, che non tutti gli articoli
         ortopedici sono destinati alla cura delle patologie dell’alluce. Infatti, sebbene la domanda di registrazione includa articoli
         ortopedici destinati a curare altre patologie e il pubblico interessato a questi ultimi articoli possa, di conseguenza, non
         conoscere il significato del termine «hallux», che designa una patologia dalla quale esso non è affetto, occorre osservare
         che questa parte del pubblico non rappresenta il pubblico interessato agli articoli ortopedici destinati alla cura delle patologie
         dell’alluce. Orbene, per i motivi esposti supra ai punti 48 e 49, la commissione di ricorso non ha commesso errori considerando
         che il termine «hallux» designava, dal punto di vista del pubblico interessato a tali prodotti, una delle caratteristiche
         dei prodotti stessi. Pertanto, poiché la categoria di prodotti di cui alla domanda di registrazione include prodotti per i
         quali il segno Hallux presenta carattere descrittivo, tale motivo è sufficiente a giustificare un diniego di registrazione
         per l’intera categoria nella quale questi prodotti sono inclusi (v., in tal senso, sentenze STREAMSERVE, punto 37 supra, punto
         46, e TEK, punto 37 supra, punto 94 e giurisprudenza ivi citata).
      
      51      Si deve inoltre rilevare che la ricorrente non può utilmente far valere, a sostegno del suo motivo volto a dimostrare che
         l’UAMI ha applicato l’art. 7, n. 1, lett. c), del regolamento n. 40/94 in modo erroneo, la giurisprudenza del Bundespatentgericht
         in materia di registrazione dei segni costituiti da una parola appartenente a una lingua morta. Infatti l’UAMI, in materia
         di marchio comunitario, esercita una competenza vincolata, nel senso che può applicare soltanto le disposizioni della normativa
         comunitaria pertinente, quale interpretata dal giudice comunitario [v., in tal senso, sentenze del Tribunale 31 gennaio 2001,
         causa T‑24/00, Sunrider/UAMI (VITALITE), Racc. pag. II‑449, punto 33, e giurisprudenza ivi citata, e 3 dicembre 2003, causa
         T‑16/02, Audi/UAMI (TDI), Racc. pag. II‑5167, punto 40 e giurisprudenza ivi citata].
      
      52      Da quanto precede risulta che la commissione di ricorso ha correttamente applicato l’art. 7, n. 1, lett. c), del regolamento
         n. 40/94 ritenendo che l’impedimento assoluto alla registrazione previsto da tale disposizione ostasse alla registrazione
         del segno Hallux per gli articoli ortopedici rientranti nella classe 10.
      
       Per quanto riguarda le scarpe
      53      La ricorrente e l’UAMI concordano con la commissione di ricorso, la quale, nella decisione impugnata, ha rilevato che, essendo
         le scarpe un bene di consumo corrente, il pubblico di riferimento era il grande pubblico. Tale constatazione deve essere approvata.
         Ne consegue che occorre esaminare la percezione del termine «hallux» da parte del consumatore medio, normalmente informato
         e ragionevolmente attento e avveduto [sentenza del Tribunale 27 febbraio 2002, causa T‑219/00, Ellos/UAMI (ELLOS), Racc. pag. II‑753,
         punto 30; v. altresì, per analogia, sentenza della Corte 22 giugno 1999, causa C‑342/97, Lloyd Schuhfabrik Meyer, Racc. pag. I‑3819,
         punto 26].
      
      54      In primo luogo, occorre osservare che la parola «hallux», sebbene figuri nei dizionari, appartiene ad una lingua morta che
         non è comunemente oggetto di studio. Inoltre, come ha rilevato la ricorrente, questo termine non rientra nel vocabolario letterario,
         che è quello cui si fa comunemente ricorso nello studio del latino. Peraltro, non può presumersi che il grande pubblico conosca
         il nome scientifico di diverse malformazioni dell’alluce. Al riguardo, la commissione di ricorso si è limitata a rinviare
         ad estratti di siti Internet. Orbene, tali elementi di prova non sono sufficienti a dimostrare la frequenza dell’uso di un
         termine tecnico e, di conseguenza, la conoscenza di tale termine da parte del grande pubblico (v. punto 47 supra). Infatti,
         il Tribunale ha già avuto modo di dichiarare che non era sufficiente provare che l’impiego di un termine tecnico fosse attestato
         da dizionari specialistici per dimostrare la conoscenza di tale termine da parte del pubblico di riferimento, quando quest’ultimo
         è costituito dal consumatore medio [v., in tal senso, sentenza del Tribunale 12 marzo 2008, causa T‑341/06, Compagnie générale
         de diététique/UAMI (GARUM), non pubblicata nella Raccolta, punto 39].
      
      55      In secondo luogo, tuttavia, occorre osservare che nell’ambito generale della categoria delle scarpe si distingue la sotto-categoria
         delle scarpe comode. Al riguardo, il Tribunale rileva del resto che la ricorrente ha fatto valere, nelle sue memorie e in
         udienza, che essa commercializzava scarpe comode. Questa particolare sotto-categoria di scarpe, come sostenuto dalla ricorrente
         nelle sue memorie (v. punto 25, supra), sebbene non sia specificamente destinata a pazienti affetti da alluce valgo, sarebbe
         nondimeno adatta alle loro esigenze e limiterebbe l’evolversi della loro patologia.
      
      56      Orbene, occorre osservare che il pubblico interessato a tale particolare sotto-categoria di scarpe coincide, in parte, con
         il pubblico interessato agli articoli ortopedici adatti alle patologie dell’alluce, riguardo al quale è stato dimostrato che
         conosceva il significato del termine «hallux» o che poteva esserne informato (v. punto 48, supra). Inoltre, come sostiene
         l’UAMI, il pubblico interessato alle scarpe comode include anche le persone che, sebbene non abbiano bisogno di usare articoli
         ortopedici, sono nondimeno direttamente affette da patologie del piede oppure sensibili a tali questioni, e pongono particolare
         attenzione in merito. Orbene, se è vero che le scarpe comode si acquistano senza prescrizione medica, tuttavia, i venditori
         di tali scarpe possono fornire spiegazioni e consigli alle persone affette da patologie dell’alluce e, in particolare, informarle
         riguardo alla denominazione delle patologie per le quali le scarpe comode sono indicate. Così stando le cose, occorre considerare
         che i consumatori di scarpe comode che sarebbero commercializzate con il marchio Hallux percepirebbero questo segno come atto
         a indicare che i prodotti di cui trattasi sono particolarmente adatti alle persone affette da patologie dell’alluce.
      
      57      È dunque corretta la conclusione della commissione di ricorso secondo cui, quanto meno per la sotto-categoria delle scarpe
         comode, il segno «hallux» descriveva la destinazione dei prodotti oggetto della domanda di registrazione. Pertanto, la commissione
         di ricorso ha a buon diritto dichiarato che il segno in questione non poteva essere registrato per l’intera categoria (v.,
         in tal senso, sentenze STREAMSERVE, punto 37 supra, punto 46, e TEK, punto 37 supra, punto 94 e giurisprudenza ivi citata).
      
      58      Da quanto precede risulta che la commissione di ricorso ha correttamente applicato l’art. 7, n. 1, lett. c), del regolamento
         n. 40/94 ritenendo che l’impedimento assoluto alla registrazione previsto da tale disposizione ostasse alla registrazione
         del segno Hallux per le scarpe, rientranti nella classe 25.
      
      59      Pertanto, il primo motivo del ricorso deve essere respinto per l’insieme dei prodotti controversi.
      
      60      Come risulta dall’art. 7, n. 1, del regolamento n. 40/94, è sufficiente che uno degli impedimenti assoluti alla registrazione
         enumerati in detta disposizione sia applicabile perché un segno non possa essere registrato come marchio comunitario [v. sentenza
         del Tribunale 26 ottobre 2000, causa T‑360/99, Community Concepts/UAMI (Investorworld), Racc. pag. II‑3545, punto 26 e giurisprudenza
         ivi citata].
      
      61      Ne consegue, da un lato, che la commissione di ricorso ha considerato a giusto titolo che il segno Hallux non potesse essere
         registrato come marchio comunitario per quanto riguarda l’insieme dei prodotti controversi e, dall’altro, che le conclusioni
         della ricorrente dirette all’annullamento parziale della decisione impugnata devono essere respinte, senza che occorra pronunciarsi
         sul secondo motivo di ricorso.
      
       Sulle spese
      62      Ai sensi dell’art. 87, n. 2, del regolamento di procedura del Tribunale, la parte soccombente è condannata alle spese se ne
         è stata fatta domanda. Poiché l’UAMI ne ha fatto domanda, la ricorrente, rimasta soccombente, deve essere condannata alle
         spese.
      
      Per questi motivi,
      IL TRIBUNALE (Terza Sezione)
      dichiara e statuisce:
      1)      Il ricorso è respinto.
      2)      La Fidelio KG è condannata alle spese.
      
               Azizi 
            
            
               Cremona 
            
            
               Frimodt Nielsen
            
         Così deciso e pronunciato a Lussemburgo il 16 dicembre 2010.
      Firme
      * Lingua processuale: il tedesco.