CELEX: 62006TJ0191
Language: it
Date: 2011-06-16
Title: Sentenza del Tribunale (Sesta Sezione ampliata) del 16 giugno 2011.#FMC Foret, SA contro Commissione europea.#Concorrenza - Intese - Perossido d'idrogeno e perborato di sodio - Decisione che accerta un'infrazione all'art. 81 CE - Durata dell'infrazione - Presunzione d'innocenza - Diritti della difesa - Ammende - Circostanze attenuanti.#Causa T-191/06.

Causa T‑191/06
      FMC Foret, SA
      contro
      Commissione europea
      «Concorrenza — Intese — Perossido di idrogeno e perborato di sodio — Decisione che constata un’infrazione all’art. 81 CE — Durata dell’infrazione — Presunzione d’innocenza — Diritti della difesa — Ammende — Circostanze attenuanti»
      Massime della sentenza
      1.      Concorrenza — Intese — Accordi fra imprese — Nozione — Concorso di volontà riguardo al comportamento da adottare sul mercato
            — Inclusione
      (Art. 81, n. 1, CE)
      2.      Concorrenza — Intese — Pratica concordata — Nozione — Trasmissione di informazioni al fine di preparare un accordo anticoncorrenziale
            — Constatazione sufficiente
      (Art. 81, n. 1, CE)
      3.      Concorrenza — Intese — Infrazione complessa comprendente elementi dell’accordo ed elementi della pratica concordata — Qualificazione
            unica come «accordo e/o pratica concordata» — Ammissibilità
      (Art. 81, n. 1, CE)
      4.      Concorrenza — Procedimento amministrativo — Decisione della Commissione con cui viene constatata un’infrazione — Uso come
            mezzi di prova di dichiarazioni presentate nell’ambito della comunicazione sulla cooperazione da altre imprese che hanno partecipato
            all’infrazione — Ammissibilità — Presupposti
      (Art. 81 CE; comunicazione della Commissione 2002/C 45/03)
      5.      Concorrenza — Intese — Prova — Elemento di prova unico — Ammissibilità — Presupposti
      (Art 81, n. 1, CE)
      6.      Concorrenza — Intese — Prova — Indizi addotti dalla Commissione — Partecipazione a riunioni aventi oggetto anticoncorrenziale
      (Art. 81, n. 1, CE)
      7.      Concorrenza — Intese — Prova — Dichiarazioni giurate e testimonianze raccolte nel corso di audizioni
      (Art. 81 CE)
      8.      Concorrenza — Procedimento amministrativo — Inapplicabilità dell’art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo —
            Applicabilità dei principi generali del diritto dell’Unione
      (Regolamento del Consiglio n. 1/2003, art. 19, n. 1)
      9.      Concorrenza — Intese — Lesione della concorrenza — Criteri di valutazione — Oggetto anticoncorrenziale — Constatazione sufficiente
      (Art. 81, n. 1, CE)
      10.    Concorrenza — Procedimento amministrativo — Rispetto dei diritti della difesa — Accesso al fascicolo — Portata — Omessa comunicazione
            di un documento — Conseguenze
      (Regolamento del Consiglio n. 1/2003, art. 27, n. 2)
      11.    Concorrenza — Procedimento amministrativo — Rispetto dei diritti della difesa — Comunicazione delle risposte a una comunicazione
            degli addebiti — Presupposti — Limiti
      (Regolamento del Consiglio n. 1/2003, art. 27, n. 2)
      12.    Concorrenza — Procedimento amministrativo — Rispetto dei diritti della difesa — Accesso al fascicolo — Determinazione da parte
            della sola Commissione dei documenti utili alla difesa — Inammissibilità — Esclusione dal fascicolo del procedimento di documenti
            a discarico — Illegittimità della decisione della Commissione — Presupposti
      (Regolamento del Consiglio n. 1/2003, art. 27, n. 2)
      13.    Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Importo massimo — Calcolo — Fatturato rilevante
      (Regolamento del Consiglio n. 1/2003, art. 23, n. 2, secondo comma)
      14.    Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Criteri — Gravità dell’infrazione — Circostanze attenuanti — Ruolo passivo
            o emulativo dell’impresa
      (Regolamento del Consiglio n. 1/2003, art. 23; comunicazione della Commissione 98/C 9/03, punto 3)
      15.    Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Criteri — Gravità dell’infrazione — Circostanze attenuanti — Ruolo passivo
            o emulativo dell’impresa
      (Regolamento del Consiglio n. 1/2003, art. 23; comunicazione della Commissione 98/C 9/03, punto 3, primo trattino)
      16.    Concorrenza — Ammende — Importo — Determinazione — Criteri — Circostanze attenuanti — Comportamento divergente da quello convenuto
            in seno all’intesa — Valutazione
      (Regolamento del Consiglio n. 1/2003, art. 23; comunicazione della Commissione 98/C 9/03, punto 3)
      1.      Perché sussista un accordo ai sensi dell’art. 81, n. 1, CE, è sufficiente che le imprese interessate abbiano espresso la comune
         volontà di comportarsi sul mercato in un determinato modo.
      
      Può ritenersi che un accordo ai sensi dell’art. 81, n. 1, CE sia concluso allorché vi è una comune volontà sul principio stesso
         di restringere la concorrenza, anche se gli elementi specifici della restrizione prevista sono ancora oggetto di negoziazioni.
      
      (v. punti 97-98)
      2.      La nozione di pratica concordata corrisponde ad una forma di coordinamento fra imprese che, senza essere stata spinta fino
         all’attuazione di un vero e proprio accordo, sostituisce consapevolmente una pratica collaborazione fra le stesse ai rischi
         della concorrenza.
      
      Al riguardo, l’art. 81, n. 1, CE osta a che fra gli operatori economici abbiano luogo contatti diretti o indiretti di qualsiasi
         genere che possano influenzare il comportamento sul mercato di un concorrente, attuale o potenziale, o rivelare a tale concorrente
         la condotta che essi hanno deciso o intendono seguire sul mercato quando tali contatti abbiano quale oggetto o effetto la
         restrizione della concorrenza.
      
      Il fatto di aver trasmesso informazioni ai propri concorrenti al fine di preparare un accordo anticoncorrenziale è sufficiente
         a provare l’esistenza di una pratica concordata ai sensi dell’art. 81 CE.
      
      (v. punti 99-101)
      3.      Le nozioni di accordo e di pratica concordata, ai sensi dell’art. 81, n. 1, CE, ricomprendono forme di collusione che condividono
         la stessa natura e si distinguono solo per la loro intensità e per le forme con cui si manifestano.
      
      Nell’ambito di una violazione complessa, la quale ha coinvolto svariati produttori che durante parecchi anni hanno perseguito
         un obiettivo di regolazione in comune del mercato, non si può pretendere da parte della Commissione che essa qualifichi esattamente
         la violazione come accordo o come pratica concordata, dal momento che, in ogni caso, l’una e l’altra di tali forme di violazione
         sono previste dall’art. 81 CE.
      
      La doppia qualificazione dell’infrazione come accordo «e/o» pratica concordata deve essere intesa nel senso che indica un
         insieme complesso che comporta elementi di fatto, taluni dei quali sono stati qualificati come accordo ed altri come pratica
         concordata ai sensi dell’art. 81, n. 1, CE, il quale non prevede qualificazioni specifiche per tale tipo di violazione complessa.
      
      (v. punti 102-104)
      4.      Le dichiarazioni rese da imprese accusate, nell’ambito di domande di clemenza, devono essere valutate con cautela e, in generale,
         non possono essere accettate in mancanza di conferma. Infatti, la dichiarazione di un’impresa accusata di aver partecipato
         ad un’intesa, la cui esattezza viene contestata da varie altre imprese accusate, non può essere considerata una prova sufficiente
         dell’esistenza di un’infrazione commessa da queste ultime senza essere suffragata da altri elementi di prova.
      
      Per esaminare il valore probatorio delle dichiarazioni delle imprese che hanno presentato domanda di clemenza, il Tribunale
         tiene conto in particolare, da un lato, della rilevanza degli indizi concordanti da cui risulti la pertinenza di tali dichiarazioni
         e, dall’altro, dell’assenza di indizi del fatto che le imprese interessate abbiano inteso minimizzare l’importanza del loro
         contributo all’infrazione e ad esagerare quella del contributo delle altre imprese.
      
      (v. punti 119-121)
      5.      Nessun principio di diritto dell’Unione osta a che la Commissione, per giudicare esistente un’infrazione alle norme sulla
         concorrenza, si basi su un solo documento, purché il valore probatorio di quest’ultimo sia incontestabile e purché detto documento
         attesti, di per sé solo, con certezza l’esistenza dell’infrazione controversa.
      
      È vero che, di regola, tale ipotesi non riguarda le semplici dichiarazioni di un’impresa accusata, le quali, se contestate
         da altre imprese interessate, devono essere suffragate da elementi di prova supplementari ed autonomi.
      
      Tale considerazione può tuttavia essere attenuata nel caso in cui la dichiarazione proveniente dall’impresa che collabora
         sia particolarmente affidabile, dato che, in tali circostanze, il grado di corroborazione richiesto è minore, sia in termini
         di precisione che in termini di intensità.
      
      Infatti, nel caso in cui un complesso di indizi concordanti consenta di corroborare l’esistenza e taluni aspetti specifici
         dell’accordo collusivo evocato nella dichiarazione fornita nell’ambito della cooperazione, tale dichiarazione potrebbe bastare
         di per sé ad attestare altri aspetti della decisione impugnata. In tali circostanze, la Commissione può basarsi esclusivamente
         su quest’ultima, a condizione che la veridicità di quanto affermato non susciti dubbi e gli indizi non siano vaghi.
      
      Inoltre, anche se la dichiarazione di un’impresa non è confermata riguardo ai fatti specifici attestati, essa può avere un
         certo valore probatorio per confermare l’esistenza dell’infrazione, nell’ambito di un complesso di indizi concordanti assunto
         dalla Commissione. Infatti, se un documento contiene informazioni specifiche che corrispondono a quelle contenute in altri
         documenti, occorre considerare che tali elementi si possono rafforzare reciprocamente.
      
      (v. punti 122-126)
      6.      In materia di concorrenza, la Commissione deve poter trarre, da periodi in cui le prove sono relativamente abbondanti, conclusioni
         relative ad altri periodi in cui esse si susseguono con minore frequenza. Occorre quindi una spiegazione davvero solida per
         convincere un giudice del fatto che, in una determinata fase di una serie di riunioni, è successo qualcosa di completamente
         diverso da ciò che è avvenuto in riunioni precedenti e successive, laddove la cerchia dei partecipanti era la stessa, le riunioni
         si tenevano in circostanze esterne analoghe ed avevano indubbiamente lo stesso scopo.
      
      Peraltro, qualora un’impresa abbia assistito, pur senza svolgere un ruolo attivo, ad una riunione nel corso della quale si
         è parlato di una concertazione illecita, si considera che essa abbia partecipato a tale concertazione, a meno che non provi
         di essersene apertamente dissociata o di aver informato gli altri partecipanti che avrebbe preso parte alla riunione con un’ottica
         diversa dalla loro.
      
      Se la Commissione dimostra la partecipazione di un’impresa a siffatte riunioni illecite, incombe a tale impresa dedurre indizi
         atti a provare che la sua partecipazione a dette riunioni era priva di qualsiasi spirito anticoncorrenziale.
      
      (v. punti 127, 159-160, 204, 236)
      7.      Una testimonianza resa sotto giuramento dinanzi ad un giudice, o eventualmente nell’ambito di un’inchiesta dinanzi ad un procuratore,
         può avere un valore probatorio elevato, viste le conseguenze negative che possono derivare sul piano penale per colui che
         rendendo una deposizione abbia mentito nell’ambito di un’inchiesta, il che rende una tale deposizione più affidabile di una
         semplice dichiarazione. Tali considerazioni non sono tuttavia applicabili alle dichiarazioni scritte dei dipendenti di un’impresa
         fornite alla Commissione durante il procedimento amministrativo in materia di concorrenza, né alle loro testimonianze rese
         nel corso dell’audizione dinanzi alla Commissione. Pertanto, non si può sostenere che le dichiarazioni in questione, essendo
         state effettuate sotto giuramento, hanno un elevato valore probatorio e che, di conseguenza, la Commissione era tenuta, eventualmente,
         a dimostrare che i testimoni avevano giurato il falso.
      
      (v. punti 132-133)
      8.      Nel corso del procedimento amministrativo in materia di concorrenza, la Commissione non ha la facoltà di imporre l’audizione
         di testimoni sotto giuramento.
      
      Inoltre, la Commissione è tenuta a sentire le persone fisiche o giuridiche che dimostrino di avervi un interesse sufficiente
         solo qualora dette persone chiedano effettivamente di essere sentite. Essa dispone quindi di un ragionevole margine discrezionale
         per decidere se sia il caso di sentire persone la cui testimonianza può avere rilievo per l’istruzione della pratica. Infatti,
         la garanzia delle prerogative della difesa non richiede che la Commissione proceda all’audizione di testimoni indicati dagli
         interessati, qualora ritenga che la pratica sia stata adeguatamente istruita.
      
      È vero che, anche se la Commissione non è un tribunale ai sensi dell’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo
         e le ammende da essa irrogate non sono di natura penale, resta il fatto che la Commissione è tenuta a rispettare i principi
         generali del diritto dell’Unione durante il procedimento amministrativo.
      
      Tuttavia, il fatto che le disposizioni del diritto sulla concorrenza non prevedano l’obbligo per la Commissione di convocare
         i testimoni a discarico di cui venga chiesta la deposizione non è contrario ai citati principi. Infatti la Commissione, sebbene
         possa sentire persone fisiche o giuridiche qualora lo ritenga necessario, non dispone neppure del diritto di convocare testimoni
         a carico senza aver ottenuto il loro consenso. Poiché il procedimento dinanzi alla Commissione ha solo natura amministrativa,
         non spetta a tale istituzione fornire all’impresa interessata la possibilità di controinterrogare un particolare testimone
         e di analizzare le sue dichiarazioni nella fase istruttoria. È sufficiente che le dichiarazioni utilizzate dalla Commissione
         siano state incluse nel fascicolo trasmesso al ricorrente, che può contestarle dinanzi al giudice dell’Unione.
      
      (v. punti 135, 137-139)
      9.      Non occorre esaminare gli effetti di un accordo o di una pratica concordata una volta che ne sia stato accertato l’oggetto
         anticoncorrenziale. La responsabilità di una determinata impresa per l’infrazione risulta validamente accertata allorché tale
         impresa ha partecipato a riunioni conoscendone l’oggetto anticoncorrenziale, anche se non ha poi attuato l’una o l’altra delle
         misure concordate in occasione delle stesse.
      
      (v. punti 252-253)
      10.    Il diritto di accesso al fascicolo, corollario del principio del rispetto dei diritti della difesa, implica, in un procedimento
         amministrativo in materia di applicazione delle regole di concorrenza, che la Commissione debba dare all’impresa interessata
         la possibilità di procedere ad un esame di tutti i documenti presenti nel fascicolo istruttorio che potrebbero essere rilevanti
         per la sua difesa.
      
      Questi comprendono tanto i documenti a carico quanto quelli a discarico, fatti salvi i segreti aziendali di altre imprese,
         i documenti interni della Commissione e altre informazioni riservate.
      
      Per quanto attiene ai documenti a carico, la mancata comunicazione di un documento costituisce una violazione dei diritti
         della difesa solo se l’impresa interessata dimostra, da un lato, che la Commissione si è basata su tale documento per suffragare
         il suo addebito relativo all’esistenza di un’infrazione e, dall’altro, che l’addebito potrebbe essere provato solo facendo
         riferimento al documento stesso. L’impresa interessata ha pertanto l’onere di dimostrare che il risultato al quale è pervenuta
         la Commissione nella propria decisione sarebbe stato diverso se tale documento non comunicato fosse stato espunto dai mezzi
         di prova.
      
      Per contro, per quanto riguarda la mancata trasmissione di un documento a favore, l’impresa interessata deve solo provare
         che la mancata comunicazione abbia potuto influenzare, a suo discapito, lo svolgimento del procedimento ed il contenuto della
         decisione della Commissione. È sufficiente che l’impresa dimostri che avrebbe potuto utilizzare detti documenti a discarico
         ai fini della propria difesa, in particolare dimostrando che essa avrebbe potuto far valere elementi che non concordavano
         con le deduzioni operate dalla Commissione al momento della comunicazione degli addebiti e che avrebbe potuto quindi influenzare,
         in una qualsiasi maniera, le valutazioni svolte nella decisione.
      
      (v. punti 262-265)
      11.    Nell’ambito di un procedimento amministrativo in materia di concorrenza, le risposte date dalle imprese alla comunicazione
         degli addebiti non fanno parte del fascicolo dell’istruttoria propriamente detto. Pertanto, trattandosi di documenti che non
         fanno parte del fascicolo costituito al momento della notifica della comunicazione degli addebiti, la Commissione è tenuta
         a divulgare dette risposte ad altre imprese coinvolte esclusivamente qualora risulti che esse contengono nuovi elementi a
         carico o a discarico.
      
      Per quanto riguarda, in particolare, i documenti a discarico, la Commissione non ha l’obbligo di rendere accessibili, di sua
         iniziativa, documenti che non compaiono nel suo fascicolo istruttorio e che non ha intenzione di utilizzare a carico nella
         decisione definitiva nei confronti delle parti interessate. Poiché la Commissione non è, di regola, tenuta a divulgare siffatti
         documenti di propria iniziativa, un’impresa, in linea di principio, non può validamente invocare la mancata trasmissione di
         presunti elementi a discarico contenuti nelle risposte alla comunicazione degli addebiti, se non ha chiesto di avere accesso
         a tali risposte durante il procedimento amministrativo.
      
      Qualora l’argomentazione dell’impresa ricorrente sia volta a dimostrare che la Commissione avrebbe dovuto rilevare la presenza
         degli elementi a discarico nelle risposte in questione e, pertanto, comunicarli di propria iniziativa, detta impresa, nell’ambito
         di tale argomento, ha l’onere di fornire un primo indizio dell’utilità di tali risposte ai fini della sua difesa. In particolare,
         essa deve indicare gli eventuali elementi a discarico di cui trattasi o fornire un indizio della loro esistenza e, pertanto,
         della loro utilità ai fini del procedimento.
      
      Peraltro, pur essendo tenuta a divulgare alle imprese interessate i passaggi della risposta alla comunicazione degli addebiti
         che contengono indicazioni pertinenti riguardo ad un elemento a carico, la Commissione non è obbligata ad estendere tale divulgazione
         agli altri passaggi di detta risposta, privi di nesso con l’elemento addotto.
      
      (v. punti 266-267, 290, 292, 296-297)
      12.    Per rispettare i diritti della difesa, il fascicolo costituito dalla Commissione nell’ambito di un procedimento amministrativo
         in materia di concorrenza deve includere tutti i documenti rilevanti ottenuti durante l’indagine. In particolare, se è certamente
         consentito escludere dal procedimento amministrativo gli elementi che non hanno alcun rapporto con le considerazioni di fatto
         e di diritto riportate nella comunicazione degli addebiti e che non hanno, quindi, alcuna rilevanza per l’indagine, la determinazione
         dei documenti utili alla difesa dell’impresa interessata non può spettare alla sola Commissione.
      
      La Commissione non rispetta tali condizioni qualora escluda dal fascicolo un documento che contiene una trascrizione della
         dichiarazione orale resa da un’impresa in merito ad un fatto costituente infrazione, mentre la dichiarazione scritta fornita
         dalla medesima impresa riguardo a detto fatto viene utilizzata in quanto elemento rilevante dell’indagine.
      
      Tuttavia, una simile irregolarità può inficiare la legittimità della decisione della Commissione solo se ha potuto influenzare
         lo svolgimento del procedimento e il contenuto della decisione a discapito dell’impresa interessata, la quale deve dimostrare
         che avrebbe potuto utilizzare il documento non divulgato a discarico ai fini della propria difesa, e in particolare che essa
         avrebbe potuto far valere elementi che non concordavano con le deduzioni operate dalla Commissione nella fase della comunicazione
         degli addebiti e avrebbe potuto quindi influenzare, in una qualsiasi maniera, le valutazioni svolte nella decisione della
         Commissione.
      
      (v. punti 306-308)
      13.    Il tetto del 10% del fatturato, ai sensi dell’art. 23, n. 2, secondo comma, del regolamento n. 1/2003 dev’essere calcolato
         sulla base del fatturato complessivo di tutte le società che costituiscono l’entità economica responsabile dell’infrazione
         sanzionata. Per contro, qualora tale unità economica si sia successivamente dissolta, ciascuno dei destinatari della decisione
         ha diritto all’applicazione individuale del tetto in questione.
      
      (v. punto 324)
      14.    Qualora un’impresa sostenga che la Commissione avrebbe dovuto concederle il beneficio di una circostanza attenuante relativa
         al suo ruolo passivo nell’infrazione alle norme sulla concorrenza, il fatto che tale impresa non abbia esplicitamente invocato
         il suo ruolo passivo nel procedimento amministrativo non ha alcuna incidenza sulla ricevibilità della sua censura.
      
      Infatti, da un lato, le imprese destinatarie di una comunicazione degli addebiti non sono tenute a chiedere specificamente
         di beneficiare di circostanze attenuanti. Dall’altro, quando un’infrazione è stata commessa da più imprese, la Commissione
         è tenuta ad esaminare la gravità relativa della partecipazione all’infrazione di ciascuna di esse, per accertare se sussistano,
         nei loro confronti, circostanze aggravanti o attenuanti, in particolare quando si tratta di una circostanza attenuante esplicitamente
         menzionata nell’elenco non esaustivo di cui al punto 3 degli orientamenti per il calcolo delle ammende inflitte in applicazione
         dell’articolo 15, paragrafo 2, del regolamento n. 17 e dell’articolo 65, paragrafo 5, del Trattato CECA.
      
      (v. punti 329-330)
      15.    Il ruolo esclusivamente passivo o emulativo di un’impresa nel perpetrare un’infrazione alle regole di concorrenza può costituire,
         ove provato, una circostanza attenuante, in conformità al punto 3, primo trattino, degli orientamenti per il calcolo delle
         ammende inflitte in applicazione dell’articolo 15, paragrafo 2, del regolamento n. 17 e dell’articolo 65, paragrafo 5, del
         Trattato CECA, fermo restando che tale ruolo passivo implica che l’impresa interessata tenga un profilo basso, ossia non partecipi
         attivamente all’elaborazione dell’accordo o degli accordi anticoncorrenziali.
      
      Tra gli elementi atti a evidenziare il ruolo passivo di un’impresa all’interno di un’intesa possono annoverarsi il carattere
         notevolmente più sporadico delle sue partecipazioni alle riunioni rispetto ai membri ordinari dell’intesa, come anche il suo
         ingresso tardivo sul mercato che ha costituito oggetto dell’infrazione, indipendentemente dalla durata della sua partecipazione
         ad essa, o l’esistenza di dichiarazioni espresse in tal senso provenienti da rappresentanti di imprese terze che hanno partecipato
         all’infrazione. In ogni caso, si deve tener conto di tutte le circostanze rilevanti nel caso di specie.
      
      La Commissione dispone di un margine di discrezionalità riguardo all’applicazione delle circostanze attenuanti.
      A tale riguardo, se la Commissione ha dimostrato in modo giuridicamente valido che un’impresa era stata rappresentata o informata
         per quanto riguarda la maggior parte delle riunioni collusive menzionate dalla decisione della Commissione, il fatto che tale
         impresa non abbia partecipato fisicamente ad alcune riunioni, ma sia stata informata telefonicamente in merito alle stesse,
         concorda con la natura clandestina del loro svolgimento e non dimostra affatto un ruolo esclusivamente passivo o emulativo.
      
      (v. punti 331-333, 337)
      16.    Ai sensi del punto 3, secondo trattino, degli orientamenti per il calcolo delle ammende inflitte in applicazione dell’articolo
         15, paragrafo 2, del regolamento n. 17 e dell’articolo 65, paragrafo 5, del Trattato CECA, la non applicazione di fatto degli
         accordi o delle pratiche può costituire una circostanza attenuante se l’impresa interessata dimostra che, nel periodo durante
         il quale ha aderito agli accordi illeciti, essa si è effettivamente sottratta alla loro applicazione adottando un comportamento
         concorrenziale sul mercato o, quantomeno, che essa ha chiaramente e notevolmente violato gli obblighi miranti ad attuare tale
         intesa, al punto di averne perturbato il funzionamento stesso.
      
      Peraltro, la mera circostanza che un’impresa, la cui partecipazione ad una concertazione con le sue concorrenti sia dimostrata,
         non abbia adeguato il proprio comportamento sul mercato a quello concordato con le sue concorrenti, perseguendo una politica
         più o meno indipendente sul mercato, non costituisce necessariamente un elemento da prendere in considerazione alla stregua
         di circostanza attenuante. Non si può escludere che tale impresa abbia semplicemente tentato di utilizzare l’intesa a suo
         vantaggio.
      
      (v. punti 345-346)
SENTENZA DEL TRIBUNALE (Sesta Sezione ampliata)
      16 giugno 2011 (*)
      
      «Concorrenza – Intese – Perossido d’idrogeno e perborato di sodio – Decisione che constata una violazione dell’art. 81 CE – Durata dell’infrazione – Presunzione d’innocenza – Diritti della difesa – Ammende – Circostanze attenuanti»
      Nella causa T‑191/06,
      FMC Foret, SA, con sede in Barcellona (Spagna), rappresentata dall’avv. M. Seimetz e dal sig. C. Stanbrook, QC,
      
      ricorrente,
      contro
      Commissione europea, rappresentata inizialmente dal sig. F. Arbault, successivamente dai sigg. V. Di Bucci e V. Bottka, in qualità di agenti,
         assistiti dalla sig.ra M. Gray, barrister,
      
      convenuta,
      avente ad oggetto, in via principale, una domanda di annullamento parziale della decisione della Commissione 3 maggio 2006,
         C (2006) 1766 def., relativa ad un procedimento ai sensi dell’articolo 81 [CE] e dell’articolo 53 dell’Accordo SEE (Caso COMP/F/38.620
         – Perossido di idrogeno e perborato), e, in via subordinata, una domanda di riduzione dell’importo dell’ammenda inflitta alla
         ricorrente,
      
      IL TRIBUNALE (Sesta Sezione ampliata),
      composto dai sigg. V. Vadapalas (relatore), facente funzione di presidente, A. Dittrich e L. Truchot, giudici,
      cancelliere: sig.ra K. Andová, amministratore,
      vista la fase scritta del procedimento e in seguito all’udienza del 4 marzo 2010,
      ha pronunciato la seguente
      Sentenza
       Fatti
      1        La FMC Foret SA, ricorrente, è una società di diritto spagnolo che all’epoca dei fatti commercializzava, in particolare, perossido
         d’idrogeno (in prosieguo: l’«HP») e perborato di sodio (in prosieguo: il «PBS»).
      
      2        Essa è una controllata al 100% della FMC Chemicals Netherlands BV e fa parte del gruppo controllato dall’impresa statunitense
         FMC Corp.
      
      3        Nel novembre del 2002 la Degussa AG ha informato la Commissione delle Comunità europee dell’esistenza di un’intesa nel mercato
         dell’HP e del PBS e ha richiesto l’applicazione della comunicazione della Commissione relativa alla non imposizione di ammende
         e alla riduzione del loro importo nei casi di cartelli tra imprese (GU 2002, C 45, pag. 3; in prosieguo: la «comunicazione
         sulla cooperazione»).
      
      4        La Degussa ha fornito alla Commissione le prove materiali che hanno consentito a quest’ultima di effettuare, il 25 e il 26
         marzo 2003, talune verifiche negli uffici di tre imprese.
      
      5        In seguito a tali verifiche, diverse imprese, tra cui segnatamente la EKA Chemicals AB, la Atofina SA (divenuta Arkema SA)
         e la Solvay SA, hanno chiesto l’applicazione della comunicazione sulla cooperazione e hanno trasmesso alla Commissione elementi
         di prova riguardanti l’intesa.
      
      6        Il 26 gennaio 2005 la Commissione ha trasmesso una comunicazione degli addebiti alla ricorrente e alle altre imprese coinvolte.
      
      7        Dopo aver sentito le imprese interessate il 28 e 29 giugno 2005, la Commissione ha adottato la decisione 3 maggio 2006, C
         (2006) 1766 def., relativa a un procedimento ai sensi dell’articolo 81 [CE] e dell’articolo 53 dell’accordo SEE nei confronti
         di Akzo Nobel NV, Akzo Nobel Chemicals Holding AB, EKA Chemicals, Degussa, Edison, FMC, ricorrente, Kemira Oyj, L’Air liquide
         SA, Chemoxal SA, Snia SpA, Caffaro Srl, Solvay, Solvay Solexis SpA, Total SA, Elf Aquitaine SA e Arkema (caso COMP/F/C.38.620
         – Perossido di idrogeno e perborato) (in prosieguo: la «decisione impugnata»), una sintesi della quale è stata pubblicata
         sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea del 13 dicembre 2006 (GU L 353, pag. 54). Essa è stata notificata alla ricorrente con lettera dell’8 maggio 2006.
      
       Decisione impugnata
      8        Nella decisione impugnata la Commissione ha rilevato che i destinatari di quest’ultima hanno partecipato ad un’infrazione
         unica e continuata dell’art. 81 CE e dell’art. 53 dell’Accordo sullo Spazio economico europeo (SEE), relativa all’HP e al
         suo derivato, il PBS (punto 2 della decisione impugnata).
      
      9        L’infrazione, accertata per il periodo compreso tra il 31 gennaio 1994 e il 31 dicembre 2000, è consistita prevalentemente
         nello scambio tra concorrenti di informazioni rilevanti in termini commerciali e di informazioni riservate concernenti il
         mercato e le imprese, nella limitazione e nel controllo della produzione e delle capacità potenziali ed effettive di queste,
         nell’assegnazione di quote di mercato e di clienti, nonché nella fissazione e nel monitoraggio del rispetto degli obiettivi
         di prezzo.
      
      10      La ricorrente è stata ritenuta responsabile dell’infrazione «in solido» con la FMC (punti 389‑395 della decisione impugnata).
      
      11      Ai fini del calcolo dell’importo dell’ammenda, la Commissione ha applicato il metodo esposto negli orientamenti per il calcolo
         delle ammende inflitte in applicazione dell’articolo 15, paragrafo 2, del regolamento n. 17 e dell’articolo 65, paragrafo 5 [CA]
         (GU 1998, C 9, pag. 3; in prosieguo: gli «Orientamenti»).
      
      12      La Commissione ha determinato l’importo di base delle ammende in funzione della gravità e della durata dell’infrazione (punto
         452 della decisione impugnata), e questa è stata qualificata come molto grave (punto 457 della decisione impugnata).
      
      13      In applicazione di un trattamento differenziato, la ricorrente è stata classificata nella terza e penultima categoria, corrispondente
         a un importo di partenza pari a EUR 20 milioni (punti 460‑462 della decisione impugnata).
      
      14      Dato che, secondo la Commissione, la ricorrente ha partecipato all’infrazione dal 29 maggio 1997 al 13 dicembre 1999, ossia
         per un periodo di due anni e sette mesi, l’importo iniziale della sua ammenda è stato maggiorato del 25% (punto 467 della
         decisione impugnata).
      
      15      Alla ricorrente non è stata applicata alcuna circostanza aggravante o attenuante.
      
      16      L’art. 1, lett. g), della decisione impugnata dichiara che la ricorrente, partecipando all’infrazione di cui trattasi dal
         29 maggio 1997 al 13 dicembre 1999, ha violato l’art. 81, n. 1, CE e l’art. 53 dell’Accordo SEE.
      
      17      All’art. 2, lett. d), della decisione impugnata la Commissione ha inflitto alla ricorrente, «in solido» con la FMC, un’ammenda
         di EUR 25 milioni.
      
       Procedimento e conclusioni delle parti
      18      Con atto introduttivo depositato nella cancelleria del Tribunale il 18 luglio 2006, la ricorrente ha proposto il ricorso in
         esame.
      
      19      Poiché la composizione delle sezioni del Tribunale è stata modificata, il giudice relatore è stato destinato alla Sesta Sezione
         e, sentite le parti, la presente causa è stata assegnata alla Sesta Sezione ampliata.
      
      20      Nell’ambito delle misure di organizzazione del procedimento 6 gennaio 2010, il Tribunale ha posto per iscritto alcuni quesiti
         alle parti, ai quali queste ultime hanno risposto con memorie in data 29 gennaio 2010.
      
      21      Su relazione del giudice relatore, il Tribunale ha deciso di passare alla fase orale. Le parti hanno svolto le loro difese
         orali ed hanno risposto ai quesiti posti dal Tribunale nel corso dell’udienza svoltasi il 4 marzo 2010.
      
      22      Conformemente all’art. 32 del regolamento di procedura del Tribunale, poiché due membri della sezione non potevano partecipare
         alla deliberazione, le deliberazioni del Tribunale sono proseguite con i tre giudici firmatari della presente sentenza.
      
      23      La ricorrente chiede che il Tribunale voglia:
      
      –        annullare la decisione impugnata, nella parte in cui la Commissione le ha inflitto un’ammenda;
      –        in via subordinata, ridurre l’importo dell’ammenda;
      –        condannare la Commissione alle spese.
      24      La Commissione chiede che il Tribunale voglia:
      
      –        respingere il ricorso;
      –        condannare la ricorrente alle spese.
      25      Nella replica e in udienza la ricorrente ha precisato che il primo capo delle conclusioni del ricorso doveva essere interpretato
         nel senso che era diretto all’annullamento della decisione impugnata, nella parte che la riguarda, il che include la conclusione
         relativa alla sua partecipazione all’infrazione di cui è causa.
      
       In diritto
      26      A sostegno del ricorso diretto all’annullamento della decisione impugnata o, in subordine, alla riduzione dell’importo dell’ammenda,
         la ricorrente deduce tre motivi concernenti, in primo luogo, una valutazione errata delle prove della sua partecipazione all’infrazione,
         in secondo luogo, una violazione dei diritti della difesa nell’ambito dell’accesso al fascicolo e, in terzo luogo, il livello
         eccessivo dell’importo dell’ammenda.
      
       Sul primo motivo, concernente un asserito errore di valutazione delle prove relative alla partecipazione della ricorrente
            all’infrazione
       Argomenti delle parti
      27      La ricorrente sostiene che la Commissione non ha prodotto elementi di prova sufficientemente precisi e concordanti per dimostrare
         la sua partecipazione all’intesa.
      
      28      Da un lato, la Commissione si sarebbe ampiamente basata su indicazioni imprecise e non dimostrate fornite nell’ambito di domande
         di clemenza, redatte affrettatamente, non argomentate e, pertanto, di limitato valore probatorio. Dall’altro, essa non avrebbe
         tenuto conto della prova contraria prodotta dalla ricorrente e, in particolare, delle testimonianze dei suoi dipendenti asseritamente
         implicati nei comportamenti illeciti.
      
      29      La Commissione non avrebbe confutato gli elementi di prova prodotti dalla ricorrente nella sua risposta alla comunicazione
         degli addebiti e nel corso dell’audizione, in particolare le testimonianze dei suoi dipendenti. Inoltre, non avrebbe tenuto
         conto delle informazioni fornite dalla ricorrente in merito al proprio comportamento concorrenziale sul mercato.
      
      30      L’insufficienza delle prove dedotte nei confronti della ricorrente sarebbe stata riconosciuta dal consigliere‑uditore nel
         corso dell’audizione. Quest’ultimo avrebbe proposto un incontro tra le parti, nonché un esame in contraddittorio della nuova
         prova contraria prodotta dalla ricorrente. La Commissione non avrebbe accolto tali suggerimenti.
      
      31      Nella comunicazione degli addebiti, la Commissione avrebbe addebitato alla ricorrente di aver partecipato all’infrazione dal
         gennaio 1994 al giugno 2001, ma in seguito avrebbe ridotto sostanzialmente la portata di tale accusa. Nella decisione impugnata
         essa avrebbe fatto riferimento solo al periodo compreso tra il 29 maggio 1997, data dell’assemblea semestrale del Consiglio
         europeo dell’industria chimica (CEFIC), ospitata dalla ricorrente a Siviglia, e il 13 dicembre 1999, data della riunione di
         Friburgo, alla quale era presente un dipendente della ricorrente.
      
      32      Per accertare gli illeciti la Commissione si sarebbe basata su informazioni non dimostrate, provenienti da un’unica fonte,
         rispettivamente dalla Degussa, dalla Solvay o dall’Atofina, in spregio alla giurisprudenza secondo cui un’affermazione formulata
         da un’unica impresa non costituisce prova sufficiente di un’infrazione (sentenza del Tribunale 14 maggio 1998, causa T‑337/94,
         Enso‑Gutzeit/Commissione, Racc. pag. II‑1571, punto 91).
      
      33      Per quanto concerne le informazioni della Degussa, la Commissione avrebbe indicato erroneamente che esse erano suffragate
         dalle prove fornite dalle altre parti dell’intesa. Dal punto 86 della decisione impugnata risulterebbe che la Commissione
         in realtà ha ritenuto che, avendo alcune imprese confermato quanto dichiarato dalla Degussa al loro riguardo, le sue affermazioni
         contro la ricorrente non necessitassero di conferme. Pertanto, la Commissione non avrebbe tentato di suffragare le informazioni
         della Degussa riguardanti la ricorrente.
      
      34      Per quanto concerne altre prove provenienti da un’unica impresa, la Commissione avrebbe rilevato che esse sono state fornite
         da testimoni diretti dei contatti illeciti, che le sono state trasmesse «dopo un’attenta riflessione» e che risultavano attendibili
         alla luce di un insieme di prove coerenti (punto 86 della decisione impugnata).
      
      35      Orbene, tali affermazioni non sarebbero tutte esatte. Le informazioni della Solvay sarebbero imprecise e indicherebbero, ad
         esempio, che una fonte non identificata presso la Solvay affermava che un dipendente non identificato di quest’ultima aveva
         contattato i dipendenti della ricorrente in quattro occasioni non specificate. Lo stesso varrebbe per l’affermazione della
         Solvay secondo cui la ricorrente ha remunerato l’Atofina per la chiusura del suo sito di produzione. Inoltre, la Commissione
         avrebbe omesso di confrontare tali informazioni con le testimonianze contrarie dei dipendenti della ricorrente.
      
      36      Per quanto riguarda le informazioni provenienti da un dipendente dell’Atofina, vale a dire note redatte in occasione di riunioni
         del cartello, la Commissione avrebbe omesso di tenere conto del fatto che le medesime note erano state prodotte per dimostrare
         molteplici riunioni. Inoltre, per quanto concerne la ricorrente, tali note conterrebbero vari punti interrogativi.
      
      37      Pertanto, la Commissione avrebbe erroneamente opposto alla ricorrente elementi di prova provenienti da un’unica impresa, non
         dimostrati e contraddetti dalle testimonianze dei dipendenti della medesima ricorrente.
      
      38      Inoltre, la ricorrente critica quanto affermato dalla Commissione in merito a riunioni specifiche.
      
      –       Sulle chiamate telefoniche ricevute dalla ricorrente
      39      La ricorrente sostiene che la Commissione si sarebbe basata erroneamente sulle informazioni della Solvay e dell’Atofina per
         concludere che essa era stata informata telefonicamente del risultato di alcune riunioni dell’intesa.
      
      40      Le informazioni della Solvay avrebbero riguardato quattro riunioni di «alto livello» tra la Degussa, la Solvay e la Kemira
         (punti 171‑174, 211, 215‑217 e 239‑242 della decisione impugnata). Per tali riunioni, la Commissione si sarebbe basata sulla
         dichiarazione della Solvay secondo cui «altri operatori sono stati informati del risultato di tali riunioni», dato che «Solvay,
         ad esempio, ha informato Foret (in Spagna) e Ausimont (in Italia) dei risultati concreti di tali discussioni». Secondo la
         Commissione, questa dichiarazione sarebbe stata confermata dall’Atofina (punto 172 della decisione impugnata).
      
      41      Detta dichiarazione della Solvay non consentirebbe di fondare la conclusione secondo cui la Solvay affermava di aver tenuto
         informata la ricorrente «in maniera esaustiva (…) generalmente per telefono» (punto 172 della decisione impugnata). Essa non
         indicherebbe «chi abbia chiamato chi», né cosa sarebbe stato detto. Essa non preciserebbe a quali riunioni faccia riferimento,
         ad eccezione di quella dell’agosto 1997. La stessa Commissione avrebbe fornito tale precisazione. La dichiarazione della Solvay
         non avrebbe potuto essere confermata dall’Atofina, che non era presente alle riunioni. Infatti, l’Atofina farebbe riferimento
         a chiamate della Solvay in relazione a riunioni diverse, vale a dire a quelle del «gruppo B» che hanno avuto luogo tra la
         fine del 1995 e l’inizio del 1997. Pertanto, le informazioni della Solvay e dell’Atofina non si suffragherebbero.
      
      42      Inoltre, la stessa Solvay avrebbe negato di aver partecipato ad una delle quattro riunioni in questione, vale a dire quella
         che si sarebbe tenuta a Francoforte sul Meno nell’aprile 1998 (punto 217 della decisione impugnata). Per quanto riguarda la
         riunione del settembre 1998 a Bruxelles, la Solvay non avrebbe indicato di avere contattato la ricorrente.
      
      43      Durante l’audizione, la Commissione avrebbe tentato invano di ottenere informazioni più precise dalla Solvay. Senza ulteriori
         precisazioni, la dichiarazione della Solvay relativa alle chiamate telefoniche sarebbe priva di valore probatorio. In ogni
         caso, essa sarebbe contraddetta dalla testimonianza dei dipendenti della ricorrente, che negherebbero di avere ricevuto chiamate
         telefoniche dalla Solvay.
      
      44      Per quanto concerne le informazioni dell’Atofina, la Commissione si sarebbe basata erroneamente sull’affermazione di un dipendente
         dell’Atofina secondo cui, in quattro occasioni, la ricorrente ha partecipato alle riunioni telefonicamente (punti 180‑192
         e 247‑253 della decisione impugnata). Tale affermazione non sarebbe stata confermata da altri partecipanti alle riunioni in
         questione.
      
      45      Altri elementi del fascicolo metterebbero in discussione l’attendibilità delle informazioni fornite dal dipendente dell’Atofina
         di cui trattasi. In particolare, nella comunicazione degli addebiti, la Commissione si sarebbe basata sulla sua affermazione
         secondo cui un rappresentante della ricorrente ha partecipato ad una riunione a Parigi il 12 febbraio 1996 (punti 137 e 138
         della comunicazione degli addebiti). La ricorrente avrebbe dimostrato l’inesattezza di tale affermazione, in quanto il passaporto
         del presunto partecipante alla riunione confermerebbe che egli si trovava negli Stati Uniti nella settimana in questione.
         La Commissione non menzionerebbe tale errore nella decisione impugnata. Inoltre, a più riprese, il testimone dell’Atofina
         avrebbe prodotto la stessa pagina dei suoi appunti come elemento di prova per varie riunioni. Gli appunti in questione conterrebbero
         numerosi punti interrogativi nelle parti relative alle informazioni della ricorrente e alla sua partecipazione alle riunioni.
         La Commissione avrebbe omesso di tenere conto di tali elementi nel valutare l’attendibilità delle prove dell’Atofina.
      
      46      Per quanto concerne la prima riunione di cui trattasi, tenutasi a Parigi nel settembre 1997, le informazioni iniziali dell’Atofina
         non consentirebbero di identificare il dipendente della ricorrente che vi avrebbe asseritamente partecipato per telefono.
         Il dipendente della ricorrente, identificato in una tabella redatta dall’Atofina successivamente, avrebbe negato di aver ricevuto
         tale chiamata con una dichiarazione resa sotto giuramento. La Commissione non avrebbe tenuto conto di tale diniego.
      
      47      La Commissione avrebbe ritenuto plausibile che la ricorrente fosse stata contattata, visti i contatti presi anteriormente
         e la sua partecipazione telefonica a due riunioni successive (punto 186 della decisione impugnata). Orbene, per quanto riguarda
         gli asseriti contatti anteriori, la decisione impugnata indicherebbe un’unica chiamata telefonica ricevuta un mese prima (punto 172
         della decisione impugnata), risultante da informazioni non suffragate della Solvay. L’asserita partecipazione telefonica della
         ricorrente a due riunioni successive sarebbe basata sulle stesse informazioni non suffragate dell’Atofina.
      
      48      Riguardo alla seconda delle riunioni in questione, svoltasi a Francoforte sul Meno il 17 novembre 1997 (punti 188‑192 della
         decisione impugnata), il dipendente dell’Atofina avrebbe identificato, contraddicendosi, dapprima un dipendente e, successivamente,
         due dipendenti della ricorrente asseritamente contattati. La Commissione non menzionerebbe tale contraddizione e sarebbe incorsa
         essa stessa in errore circa il nome della persona identificata (nota 204 della decisione impugnata). L’informazione di cui
         trattasi non sarebbe confermata e verrebbe contestata dai dipendenti identificati della ricorrente.
      
      49      Contrariamente a quanto indicato dalla Commissione, le informazioni dell’Atofina non sarebbero corroborate da prove documentali.
         Le prove in questione sarebbero state fornite dal medesimo dipendente dell’Atofina e non potrebbero quindi costituire una
         conferma delle sue stesse affermazioni. Si tratterebbe inoltre di una tabella redatta in occasione della riunione di cui trattasi,
         in cui sono indicati i prezzi per cliente e per produttore (punto 192 della decisione impugnata) e che contiene, per quanto
         riguarda la ricorrente, quattro punti interrogativi. Senza contare che tali informazioni non sarebbero necessariamente state
         fornite dalla ricorrente, ma avrebbero potuto essere state raccolte grazie ad altre fonti, in particolare presso suoi clienti.
      
      50      La chiamata asseritamente ricevuta da un dipendente della ricorrente non sarebbe stata confermata neppure dalla Degussa nella
         sua risposta alla comunicazione degli addebiti. In realtà, la Degussa si sarebbe limitata a riassumere il contenuto della
         comunicazione degli addebiti, compresa l’affermazione dell’Atofina secondo cui alcune altre imprese, tra le quali la ricorrente,
         erano state informate di tale riunione, e a confermare successivamente la sua partecipazione a detta riunione. L’ammissione
         della Degussa varrebbe solo come prova contro sé stessa, e non riguarderebbe in alcun modo la ricorrente.
      
      51      Per quanto concerne la terza riunione controversa, tenutasi il 21 novembre 1997 a Parigi (punti 193‑197 della decisione impugnata),
         nessun altro membro del cartello, ad eccezione dell’Atofina, farebbe riferimento ad una partecipazione della ricorrente. La
         Commissione si sarebbe basata erroneamente sull’affermazione dell’Atofina, che non troverebbe conferma e sarebbe contraddetta
         dalla testimonianza di detto dipendente della ricorrente.
      
      52      Inoltre, la Commissione si sarebbe erroneamente basata sul fatto che i prezzi applicati dalla ricorrente erano indicati nelle
         note redatte durante la riunione di cui trattasi (punto 197 della decisione impugnata). La maggior parte della tabella avrebbe
         contenuto semplici asterischi. I pochi prezzi indicati sarebbero stati obiettivi di prezzo stimati dal dipendente dell’Atofina
         e non sarebbero derivati da informazioni della ricorrente. Peraltro, la medesima tabella conterrebbe informazioni relative
         ad altri due produttori, cui la Commissione non avrebbe addebitato la partecipazione a detta riunione. La stessa Commissione
         avrebbe ammesso che gli obiettivi di prezzo potevano essere stati indicati per un produttore senza che questi ne fosse a conoscenza.
         Pertanto, la tabella in questione non suffragherebbe le informazioni dell’Atofina.
      
      53      Per quanto riguarda la quarta delle riunioni in questione, tenutasi il 12ottobre 1998 a Düsseldorf, gli appunti presi dal
         dipendente dell’Atofina non preciserebbero i nomi delle persone presenti e la sua successiva spiegazione in merito indicherebbe
         «FMC assente». Solo una tabella redatta ai fini della domanda di clemenza presentata dall’Atofina indicherebbe che la ricorrente
         era «assente ma contattata telefonicamente e rappresentata dalla Solvay». Nessun altro partecipante, neppure la Solvay, avrebbe
         confermato la partecipazione della ricorrente a tale riunione. Per contro, la Degussa, interrogata a tale riguardo, avrebbe
         affermato che, «per quanto [era] a [sua] conoscenza (…), non vi [era] stata la partecipazione di una quarta impresa». A tale
         proposito, la Commissione si sarebbe erroneamente limitata ad indicare che «altre tre imprese [avevano] confermato che detta
         riunione aveva avuto luogo» (punto 253 della decisione impugnata), senza tenere conto del fatto che nessuna di tali imprese
         aveva confermato le informazioni dell’Atofina riguardanti la ricorrente. Inoltre, affermando che le dichiarazioni dell’Atofina
         erano «plausibili rispetto alle prove in suo possesso» (punto 253 della decisione impugnata), la Commissione si sarebbe limitata
         a rinviare alle altre affermazioni non suffragate dell’Atofina. Il suo ragionamento sarebbe quindi circolare.
      
      54      Per concludere, l’affermazione del dipendente dell’Atofina secondo cui egli avrebbe contattato telefonicamente i dipendenti
         della ricorrente non sarebbe confermata. Per contro, le testimonianze dei dipendenti della ricorrente secondo cui essi non
         avrebbero ricevuto le chiamate sarebbero suffragate sia dal silenzio degli altri membri del cartello su tale circostanza,
         sia dai punti interrogativi contenuti nelle note di riunione presentate dall’Atofina. Le informazioni sui prezzi della ricorrente
         contenute in dette note potrebbero provenire da altre fonti. Dal complesso di tali elementi emergerebbe quindi che la ricorrente
         non ha partecipato alle riunioni in questione.
      
      –       Sui contatti allacciati a margine delle assemblee del CEFIC
      55      La ricorrente sostiene che la Commissione ha ritenuto erroneamente che essa avesse partecipato a sei riunioni del cartello
         svoltesi a margine delle assemblee del CEFIC tra il maggio 1997 e il novembre 1999. Afferma che alcuni suoi dipendenti hanno
         partecipato alle assemblee del CEFIC in questione. Tuttavia, ciascuno di tali dipendenti avrebbe dichiarato di non avere preso
         parte alle attività del cartello a margine di tali assemblee. Orbene, la Commissione avrebbe respinto, senza indicarne i motivi,
         la testimonianza dei dipendenti della ricorrente.
      
      56      Il semplice fatto di essere presente ad una riunione di cartello non dimostrerebbe la partecipazione allo stesso. In particolare,
         un’impresa potrebbe provare di non avere preso parte alle attività del cartello dimostrando di avere precisato ai suoi concorrenti
         che vi partecipava in un’ottica diversa dalla loro.
      
      57      A tal riguardo, per quanto concerne la riunione di Siviglia del maggio 1997, il dipendente della ricorrente che vi ha partecipato
         avrebbe specificato alla Commissione di aver dichiarato espressamente, da un lato, che la sua impresa era «in espansione in
         Germania» e non era «interessata» ad alcuna limitazione dei prezzi e, dall’altro, che essa aveva rifiutato di negoziarli.
         Tale testimonianza sarebbe confermata dal fatto che, dinanzi a questa dichiarazione, il responsabile della Degussa ha abbandonato
         la sala durante una di dette riunioni sbattendo la porta (punto 162 della decisione impugnata). Pertanto, il rappresentante
         della ricorrente non sarebbe stato invitato a cena al ristorante il giorno successivo (punto 163 della decisione impugnata).
      
      58      Secondo la testimonianza del medesimo dipendente della ricorrente, l’assemblea del CEFIC del maggio 1998 a Évian-les-Bains
         avrebbe avuto il medesimo esito. Piccoli produttori, tra cui la ricorrente, avrebbero rifiutato di aderire ad accordi anticoncorrenziali,
         poiché intendevano continuare ad agire in maniera competitiva.
      
      59      I dipendenti della ricorrente non avrebbero partecipato a discussioni di cartello neppure in occasione delle altre quattro
         riunioni svoltesi a margine delle assemblee del CEFIC (punti 198‑207, 254‑258, 264 e 265, 273‑275 della decisione impugnata).
         Tali riunioni si sarebbero tenute in ristoranti, bar o corridoi di albergo e sarebbe difficile immaginare discussioni di cartello
         multilaterali in luoghi pubblici di questo genere. Le conversazioni avrebbero quindi dovuto aver luogo sotto forma di contatti
         bilaterali, oppure dopo l’uscita dal ristorante dei dipendenti della ricorrente.
      
      60      La Commissione non terrebbe conto del fatto che la ricorrente ha negato di aver preso parte a tali discussioni. Essa preciserebbe
         che la ricorrente non ha dimostrato che i suoi dipendenti abbiano preso le distanze nell’ambito delle discussioni anticoncorrenziali
         (punto 207 della decisione impugnata), pur ammettendo, per una delle riunioni, che «non è inverosimile che (…) varie discussioni
         possano aver avuto luogo piuttosto a livello bilaterale» (punto 167 della decisione controversa). Secondo la ricorrente, poiché
         le conversazioni sono state bilaterali, i suoi dipendenti non ne erano al corrente e non hanno potuto prendere le distanze.
      
      61      Per quanto riguarda la cena svoltasi a margine dell’assemblea del CEFIC a Bruxelles il 26 novembre 1997, secondo il punto
         199 della decisione impugnata, «Degussa, EKA, Solvay e Atofina hanno dichiarato che [la ricorrente e la Kemira] erano effettivamente
         presenti, che esse erano perfettamente al corrente del carattere illecito delle discussioni descritte più avanti e che vi
         avevano preso parte». Orbene, la EKA Chemicals non menzionerebbe assolutamente la ricorrente. La Solvay avrebbe redatto un
         elenco dei partecipanti, tra i quali non figurerebbero i dipendenti della ricorrente, aggiungendo che «probabilmente tutti
         gli altri partecipanti» all’assemblea erano rappresentati.
      
      62      Le informazioni dell’Atofina e della Degussa si limiterebbero ad indicare le persone presenti alla cena, tra cui i rappresentanti
         della ricorrente, senza menzionarne la partecipazione a discussioni anticoncorrenziali.
      
      63      Per quanto concerne la riunione tenutasi a margine dell’assemblea del CEFIC del novembre 1999 (punti 273‑275 della decisione
         impugnata), la Commissione avrebbe omesso di precisare che tale riunione si era svolta in un luogo pubblico, vale a dire un
         corridoio di albergo, in occasione di una cena ufficiale. Dovrebbero esserci state discussioni bilaterali e non vi sarebbero
         prove sufficientemente precise e concordanti della partecipazione della ricorrente a tali discussioni.
      
      –       Sulla riunione del 13 luglio 1998 a Königswinter
      64      La ricorrente sostiene che la Commissione ha dichiarato erroneamente che il suo direttore generale aveva partecipato ad una
         riunione con la Solvay e la Degussa a Königswinter nel luglio 1998 concernente la chiusura di un sito di produzione dell’Atochem
         (punto 233 della decisione impugnata). Il dipendente interessato avrebbe negato di avere partecipato a tale riunione e avrebbe
         prodotto una fattura di taxi in cui apparirebbe il suo nome, che dimostrerebbe come, alla data in questione, egli si trovasse
         a Barcellona.
      
      65      La Commissione avrebbe omesso di confutare tale elemento di prova, limitandosi ad ipotizzare che il dipendente della ricorrente
         avrebbe potuto essere presente alla riunione di Königswinter e aver preso un taxi a Barcellona più tardi lo stesso giorno.
         Per altre riunioni, la Degussa avrebbe prodotto fatture di ristorante contenenti l’elenco dei partecipanti. Orbene, per la
         riunione di cui trattasi, la Commissione avrebbe omesso di ottenere ulteriori elementi dalla Degussa o dalla Solvay. La Solvay
         non avrebbe confermato la presenza della ricorrente a detta riunione.
      
      66      Il fatto che la ricorrente non abbia preso parte alle discussioni relative alla chiusura di un sito dell’Atochem sarebbe confermato
         dalla sua assenza in occasione delle successive riunioni sul tema. La Commissione avrebbe affermato erroneamente che la Solvay
         aveva confermato la partecipazione della ricorrente all’accordo con l’Atochem (punto 244 della decisione impugnata). La Solvay
         non fornirebbe particolari di tale asserita partecipazione e la Degussa non la menzionerebbe affatto. Sarebbe possibile che
         la Solvay, per errore, avesse fatto riferimento ad un legittimo contratto di fornitura concluso all’epoca tra la ricorrente
         e l’Atochem.
      
      67      Al punto 234 della decisione impugnata la Commissione non indicherebbe che la ricorrente aveva concordato di remunerare l’Atochem.
         L’inconsistenza della dichiarazione in tal senso della Solvay sarebbe evidenziata dai fatti posteriori, in particolare dall’assenza
         della ricorrente alla successiva riunione dell’ottobre 1998 tra la Solvay, la Degussa e l’Atofina. Orbene, dal punto 245 della
         decisione impugnata risulterebbe che, in occasione di tale riunione, la Degussa e la Solvay abbiano convinto l’Atochem a chiudere
         il sito, dietro compenso da parte della Degussa e della Solvay.
      
      –       Sulla riunione con la Degussa del 28 settembre 1998 a Bruxelles
      68      La ricorrente fa valere che la Commissione ha valutato erroneamente le informazioni della Degussa relative alla riunione bilaterale
         del settembre 1998. Secondo il punto 241 della decisione impugnata, l’oggetto di tale riunione sarebbe consistito nell’informare
         la ricorrente dei risultati della riunione avvenuta quel mattino stesso. In realtà, la Degussa avrebbe precisato unicamente
         che «il tema della riunione [era] stato una discussione di carattere generale sull’evoluzione del mercato europeo dell’HP,
         con particolare riferimento al livello elevato dei prezzi spuntati e alle possibilità di mantenere tale livello». La Degussa
         non menzionerebbe alcun accordo sui prezzi o sulle quote di mercato, ma osserverebbe che la discussione è stata «di carattere
         generale».
      
      –       Sulle riunioni concernenti il PBS
      69      La ricorrente precisa che il suo dipendente ricorda di avere partecipato a due delle quattro riunioni sul PBS accertate nella
         decisione impugnata (punti 237 e 238, 259‑263, 267‑270 e 276‑279 della decisione impugnata), vale a dire quella dell’inizio
         del 1999 a Milano e quella del dicembre 1999 a Friburgo.
      
      70      L’obiettivo di tali riunioni sarebbe stato discutere dei mezzi di cui l’industria poteva valersi per placare le preoccupazioni
         circa gli effetti sulla salute di uno degli ingredienti del PBS. Tenuto conto di tali preoccupazioni, la ricorrente avrebbe
         già iniziato a prendere in esame la messa a punto di un «prodotto alternativo», il percarbonato di sodio (in prosieguo: il
         «PCS»). Sarebbe deplorevole che, durante le riunioni di cui trattasi, altri produttori avessero partecipato a discussioni
         illecite. Tali discorsi non avrebbero avuto alcun interesse per la ricorrente, giacché essa aveva già deciso di abbandonare
         progressivamente il PBS a favore del PCS. Il suo rappresentante non avrebbe quindi partecipato a discussioni illecite. Tale
         spiegazione sarebbe suffragata dalla Degussa, la quale confermerebbe che le riunioni in questione si erano tenute «per caso»
         nel contesto di discussioni lecite.
      
      71      Per quanto riguarda altre due riunioni sul PBS, rispettivamente quella del settembre 1998 a Lione e quella dell’estate 1999
         a Basilea, l’asserita partecipazione della ricorrente risulterebbe unicamente dalle informazioni non suffragate della Solvay.
         La Commissione non avrebbe tenuto conto della testimonianza del dipendente interessato della ricorrente, il quale non ricorderebbe
         di avere partecipato a dette riunioni.
      
      –       Argomenti svolti nell’ambito della replica
      72      Nella replica, la ricorrente fa valere che la Commissione ha violato il principio della presunzione di innocenza, poiché non
         disponeva di prove precise e concordanti della sua partecipazione ad attività costituenti un’intesa.
      
      73      In primo luogo, la Commissione non avrebbe tenuto conto degli elementi di prova sui quali si basa la tesi della ricorrente
         e ne avrebbe snaturato altri per fondare la propria conclusione. Secondo la ricorrente, la Commissione ha ignorato il fatto
         che i migliori elementi di prova erano le testimonianze dirette dei suoi dipendenti, ha applicato presunzioni ingiustificate
         a suo danno, ha travisato gli elementi di prova ad essa favorevoli, ha equiparato la sua partecipazione ad assemblee del CEFIC,
         che sono lecite, ad attività del cartello, e «ha abbellito» elementi di prova a suo discapito.
      
      74      La Commissione non avrebbe preso in considerazione gli elementi di prova in maniera oggettiva e globale. Essa non avrebbe
         tenuto conto degli elementi di prova da cui risultava che la ricorrente procedeva aggressivamente alla ripartizione del mercato,
         che i concorrenti perdevano quote di mercato a suo vantaggio e se ne erano lamentati, e che due tentativi di riunione dell’intesa
         sono stati abbandonati quando la ricorrente ha rifiutato di prendervi parte. Essa avrebbe omesso di raccogliere elementi di
         prova supplementari in ordine ad affermazioni non suffragate contro la ricorrente.
      
      75      In secondo luogo, la ricorrente critica il fatto che la Commissione non ha fatto ricorso ad un controinterrogatorio per accertare
         la veridicità delle testimonianze dei suoi dipendenti. La ricorrente sarebbe stata l’unica impresa a presentare testimoni
         all’audizione dinanzi alla Commissione. Nessuna delle tre società che hanno testimoniato contro la ricorrente avrebbe presentato
         testimoni all’audizione. Molti elementi di prova forniti dalla Degussa e dalla Solvay proverrebbero essenzialmente da fonti
         anonime. La Commissione avrebbe ignorato le dichiarazioni dei dipendenti della ricorrente in ragione del fatto che non erano
         state rese sotto giuramento.
      
      76      In terzo luogo, la ricorrente sostiene che la Commissione ha presentato in modo inesatto gli elementi ottenuti in esito all’audizione.
      
      77      Nel corso di quest’ultima il consigliere‑uditore avrebbe precisato che taluni elementi di prova sui quali si basava la Commissione,
         in particolare le affermazioni provenienti da fonti anonime presentate dalla Solvay relativamente alle chiamate telefoniche
         fatte alla ricorrente, non erano attendibili. Orbene, la Commissione non avrebbe raccolto elementi di prova supplementari
         successivamente all’audizione.
      
      78      In particolare, per quanto riguarda la riunione di Siviglia del maggio 1997, la Commissione sosterrebbe erroneamente, nel
         controricorso, di avere ottenuto conferma di talune circostanze di fatto presso altre imprese, dopo l’audizione, e di avere
         dato alla ricorrente la possibilità di esprimere il suo punto di vista. Non sarebbero stati forniti altri contributi relativi
         a tali riunioni successivamente all’audizione.
      
      79      Contrariamente a quanto sostenuto dalla Commissione, gli elementi supplementari trasmessi alla ricorrente non presenterebbero
         alcun nesso con le asserite chiamate telefoniche della Solvay. Nei loro contributi successivi all’audizione, la Solvay e la
         Degussa avrebbero semplicemente descritto il contenuto della comunicazione degli addebiti su alcuni punti precisi (per quanto
         riguarda la Degussa, la riunione di Francoforte sul Meno del novembre 1997 e, per quanto riguarda la Solvay, la riunione di
         Königswinter del luglio 1998) e avrebbero confermato la partecipazione di propri dipendenti. Né l’una né l’altra società avrebbe
         inizialmente menzionato la partecipazione della ricorrente a tali riunioni. La stessa Commissione avrebbe riconosciuto che
         la risposta della Solvay era «indiretta» e che la Degussa non aveva coinvolto «esplicitamente» la ricorrente.
      
      80      In quarto luogo, la Commissione avrebbe formulato affermazioni contraddittorie. Riguardo alla Kemira, essa avrebbe ritenuto
         che non era irragionevole supporre che varie discussioni a margine delle assemblee del CEFIC fossero avvenute piuttosto a
         livello bilaterale (punto 167 della decisione impugnata). Orbene, per quanto concerne la ricorrente, la Commissione affermerebbe
         erroneamente che è impossibile che suoi rappresentanti abbiano partecipato agli stessi incontri senza essere al corrente dell’accordo
         collusivo.
      
      81      In quinto luogo, la Commissione avrebbe travisato alcuni elementi di prova a discarico. In primo luogo, si tratterebbe delle
         indicazioni secondo cui la ricorrente faceva parte del gruppo dei «cattivi alunni», in quanto avrebbe voluto aumentare le
         capacità totali in Europa a scapito dei prezzi. La Commissione avrebbe erroneamente respinto tale elemento di prova, affermando
         semplicemente, nel controricorso, che esso rappresentava un tentativo della ricorrente di utilizzare l’intesa a suo vantaggio.
      
      82      Inoltre, per quanto attiene alle riunioni di Siviglia svoltesi a margine delle assemblee del CEFIC, il dipendente della ricorrente
         avrebbe dichiarato ch’egli rifiutava di partecipare a qualsiasi discussione di cartello e che, conseguentemente, i rappresentanti
         della Solvay e della Degussa avevano abbandonato la sala della riunione. Rifiutando di ammettere tale testimonianza, la Commissione
         si sarebbe basata sulla propria interpretazione, infondata, dei motivi per i quali la Solvay e la Degussa erano uscite dalla
         sala della riunione, vale a dire il fatto che i piccoli produttori, fra cui la ricorrente, erano insoddisfatti delle proposte,
         probabilmente a causa della quota di mercato che veniva loro attribuita. Non sussisterebbe alcuna prova a sostegno di tale
         tesi della Commissione. Anzi, secondo la ricorrente, la conclusione improvvisa delle riunioni di Siviglia, dovuta al fatto
         che i concorrenti si lamentavano della diminuzione dei suoi prezzi e dell’aumento della sua quota di mercato, dimostrerebbe
         che essa aveva precisato ai suoi concorrenti che partecipava a tali riunioni in un’ottica diversa dalla loro.
      
      83      In sesto luogo, la Commissione avrebbe travisato alcune prove documentali.
      
      84      Anzitutto, per quanto concerne il timbro sul passaporto del dipendente della ricorrente, da cui risulta che egli era entrato
         negli Stati Uniti il 10 febbraio 1996, la Commissione avrebbe affermato erroneamente che ciò non dimostrava necessariamente
         che il dipendente in questione non potesse trovarsi a Parigi due giorni dopo. Orbene, secondo la ricorrente, non è possibile
         che il dipendente in questione sia partito per gli Stati Uniti il 10 febbraio, vi sia rimasto 24 ore, abbia preso un volo
         intercontinentale notturno di ritorno, si sia presentato direttamente ad una riunione di cartello il 12 febbraio e sia poi
         tornato negli Stati Uniti. Secondo la ricorrente, se così fosse, sul suo passaporto figurerebbe un altro timbro. Pertanto,
         il dipendente dell’Atofina avrebbe affermato erroneamente che il rappresentante della ricorrente si trovava a Parigi il 12
         febbraio 1996. Se si aggiunge che, in varie occasioni, l’Atofina è stata l’unica a sostenere che la ricorrente partecipava
         a riunioni di cartello e che alcuni dei suoi elementi di informazione contenevano punti interrogativi, ciò metterebbe in discussione
         l’attendibilità delle sue informazioni.
      
      85      Inoltre, per quanto riguarda la fattura di taxi, rilasciata a Barcellona il 13 luglio 1998, sulla quale figura il nome del
         dipendente della ricorrente che avrebbe asseritamente partecipato alla riunione di Königswinter dello stesso giorno, la Commissione
         metterebbe in dubbio tale elemento, senza alcun fondamento, indicando che detta fattura potrebbe essere stata emessa in un
         diverso momento della giornata (punto 236 della decisione impugnata). Orbene, la presunzione di innocenza dovrebbe prevalere
         su una tale speculazione.
      
      86      Oltre a ciò, le note di riunione fornite dall’Atofina e contenenti punti interrogativi nella colonna relativa ai prezzi della
         ricorrente rispecchierebbero il fatto che l’Atofina non disponeva di informazioni sui prezzi della ricorrente, in quanto essa
         non era presente alla riunione. La Commissione suggerirebbe tuttavia erroneamente, nel controricorso, che tali punti interrogativi
         rispecchiano la «prudenza» osservata dal dipendente dell’Atofina. La Commissione avrebbe omesso di considerare la diversa
         spiegazione addotta dalla ricorrente, secondo cui l’informazione di cui trattasi «potrebbe provenire da qualunque altra fonte».
         Pertanto, riguardo a tale riunione, la Commissione avrebbe travisato la chiara testimonianza dei dipendenti della ricorrente,
         suffragata da prove documentali.
      
      87      Infine, la Commissione avrebbe indicato che una nota del dipendente dell’Atofina, relativa alla riunione di Düsseldorf dell’ottobre
         1998, menzionava la ricorrente a più riprese. Secondo la ricorrente, la nota in questione non è chiara, ma da successive spiegazioni
         dell’Atofina risulta che essa fa riferimento ad una riunione successiva, che avrebbe dovuto aver luogo il 9 novembre, durante
         la quale si sarebbe dovuto adottare un «modello definitivo», e che essa cita un «commento su come far accettare alla [ricorrente]
         le sue quote di mercato, utilizzando le pressioni di Solvay». Nell’ottobre 1998 la ricorrente si sarebbe ancora rifiutata
         di partecipare alle attività di cartello. Orbene, senza aver esaminato il contenuto della nota, la Commissione si sarebbe
         basata erroneamente sul mero fatto che si menzionava il nome della ricorrente.
      
      88      In settimo luogo, la Commissione «avrebbe abbellito» gli elementi di prova, aggiungendo dettagli inesistenti o esagerando
         i fatti accertati.
      
      89      Anzitutto, per quanto riguarda la riunione bilaterale con la Degussa del settembre 1998 a Bruxelles, contestata dalla ricorrente,
         la Commissione avrebbe indicato che essa era consistita in un «debriefing» della riunione del mattino (punto 241 della decisione
         impugnata). Orbene, dalle informazioni della Degussa non emergerebbe l’esistenza di tale «debriefing» né di discussioni sul
         PBS o sul congelamento delle quote di mercato relative all’HP. Riguardo all’HP, la Degussa avrebbe espressamente dichiarato
         che le discussioni erano rimaste «sul vago». Le conclusioni della Commissione sarebbero infondate.
      
      90      Inoltre, per quanto concerne le riunioni di Siviglia, contrariamente a quanto affermato dalla Commissione, la ricorrente avrebbe
         preso chiaramente le distanze dalle discussioni anticoncorrenziali rifiutando di partecipare ad attività del cartello, il
         che avrebbe causato la «brusca uscita» dei rappresentanti della Degussa e della Solvay e, pertanto, la conclusione di questa
         serie di riunioni. L’Atofina avrebbe dichiarato che dette riunioni si erano concluse con l’uscita dei rappresentanti della
         Degussa e della Solvay. A tal riguardo, la Commissione avrebbe travisato gli elementi del fascicolo.
      
      91      Oltre a ciò, per quanto riguarda la tesi della Commissione secondo cui l’Atofina avrebbe confermato le affermazioni della
         Solvay relativamente alle chiamate telefoniche, le informazioni fornite dalla Solvay e dall’Atofina farebbero chiaramente
         riferimento a riunioni diverse. Non avrebbe quindi potuto esservi alcuna coincidenza tra tali dichiarazioni per quanto riguarda
         i partecipanti o i periodi di tali riunioni.
      
      92      In ottavo luogo, la ricorrente fa valere che la Solvay e l’Atofina, avendo presentato parallelamente le loro domande di clemenza,
         erano «impegnate nella gara» volta a fornire un valore aggiunto significativo agli elementi di prova già in possesso della
         Commissione, il che metterebbe in discussione l’attendibilità delle loro dichiarazioni.
      
      93      Le imprese che hanno presentato domanda di clemenza non avrebbero potuto verificare i ricordi dei loro dipendenti, né fornire
         elementi di prova chiari e precisi. Ad esempio, la Commissione farebbe riferimento al punto 236 della decisione impugnata,
         secondo cui la Solvay ha «volontariamente confermato» la riunione di Königswinter del luglio 1998 nella sua risposta alla
         comunicazione degli addebiti, mentre nel controricorso avrebbe aggiunto tra parentesi «occorrerà verificare se questa dichiarazione
         è stata davvero volontaria o se sia stata fornita su richiesta della Commissione». Inoltre, per quanto riguarda la riunione
         di Düsseldorf dell’ottobre 1998, la Degussa avrebbe «continuato ad interrogare» i suoi dipendenti in merito ai partecipanti,
         su richiesta della Commissione.
      
      94      Infine, la ricorrente rileva di non essere mai stata dichiarata colpevole di attività anticoncorrenziali. I suoi dipendenti
         avrebbero testimoniato all’audizione e avrebbero presentato dichiarazioni che confutano le affermazioni contenute nella comunicazione
         degli addebiti. Alcune imprese recidive, che avrebbero tentato di ottenere clemenza, nella loro «gara» a tal fine avrebbero
         prodotto dichiarazioni vaghe, non suffragate e spesso provenienti da fonti rimaste anonime nelle lettere dei loro avvocati
         o in note manoscritte enigmatiche, «zeppe di punti interrogativi». La Commissione non avrebbe fornito alcuna spiegazione che
         autorizzi a privilegiare tali elementi di prova rispetto agli elementi di prova chiari e non controversi addotti dalla ricorrente.
      
      95      La Commissione contesta gli argomenti della ricorrente.
      
       Giudizio del Tribunale
      96      A termini dell’art. 81, n. 1, CE, sono incompatibili con il mercato comune e vietati tutti gli accordi tra imprese, tutte
         le decisioni di associazioni di imprese e tutte le pratiche concordate che possano pregiudicare il commercio tra Stati membri
         e che abbiano per oggetto o per effetto di impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza all’interno del mercato
         comune.
      
      97      Perché sussista un accordo ai sensi dell’art. 81, n. 1, CE, è sufficiente che le imprese interessate abbiano espresso la comune
         volontà di comportarsi sul mercato in un determinato modo (sentenze del Tribunale 17 dicembre 1991, causa T‑7/89, Hercules
         Chemicals/Commissione, Racc. pag. II‑1711, punto 256, e 20 marzo 2002, causa T‑9/99, HFB e a./Commissione, Racc. pag. II‑1487,
         punto 199).
      
      98      Può ritenersi che un accordo ai sensi dell’art. 81, n. 1, CE sia concluso allorché vi è una comune volontà sul principio stesso
         di restringere la concorrenza, anche se gli elementi specifici della restrizione prevista sono ancora oggetto di negoziazioni
         (v., in tal senso, sentenza HFB e a./Commissione, cit. al punto 97 supra, punti 151‑157 e 206).
      
      99      La nozione di pratica concordata corrisponde ad una forma di coordinamento fra imprese che, senza essere stata spinta fino
         all’attuazione di un vero e proprio accordo, sostituisce consapevolmente una pratica collaborazione fra le stesse ai rischi
         della concorrenza (sentenze della Corte 8 luglio 1999, causa C‑49/92 P, Commissione/Anic Partecipazioni, Racc. pag. I‑4125,
         punto 115, e causa C‑199/92 P, Hüls/Commissione, Racc. pag. I‑4287, punto 158).
      
      100    Al riguardo, l’art. 81, n. 1, CE osta a che fra gli operatori economici abbiano luogo contatti diretti o indiretti di qualsiasi
         genere che possano influenzare il comportamento sul mercato di un concorrente, attuale o potenziale, o rivelare a tale concorrente
         la condotta che essi hanno deciso o intendono seguire sul mercato quando tali contatti abbiano quale oggetto o effetto la
         restrizione della concorrenza (v., in tal senso, sentenza Commissione/Anic Partecipazioni, cit. al punto 99 supra, punti 116
         e 117).
      
      101    Il fatto di aver trasmesso informazioni ai propri concorrenti al fine di preparare un accordo anticoncorrenziale è sufficiente
         a provare l’esistenza di una pratica concordata ai sensi dell’art. 81 CE (sentenze del Tribunale 6 aprile 1995, causa T‑148/89,
         Tréfilunion/Commissione, Racc. pag. II‑1063, punto 82, e 8 luglio 2008, causa T‑53/03, BPB/Commissione, Racc. pag. II‑1333,
         punto 178).
      
      102    Secondo una giurisprudenza costante, le nozioni di accordo e di pratica concordata, ai sensi dell’art. 81, n. 1, CE, ricomprendono
         forme di collusione che condividono la stessa natura e si distinguono solo per la loro intensità e per le forme con cui si
         manifestano (sentenze Commissione/Anic Partecipazioni, cit. al punto 99 supra, punti 131 e 132, e HFB e a./Commissione, cit.
         al punto 97 supra, punto 190).
      
      103    Nell’ambito di una violazione complessa, la quale ha coinvolto svariati produttori che durante parecchi anni hanno perseguito
         un obiettivo di regolazione in comune del mercato, non si può pretendere da parte della Commissione che essa qualifichi esattamente
         la violazione come accordo o come pratica concordata, dal momento che, in ogni caso, l’una e l’altra di tali forme di violazione
         sono previste dall’art. 81 CE (v., in tal senso, sentenza Commissione/Anic Partecipazioni, cit. al punto 99 supra, punti 111‑114,
         e sentenza del Tribunale 20 aprile 1999, cause riunite da T‑305/94 a T‑307/94, da T‑313/94 a T‑316/94, causa T‑318/94, causa
         T‑325/94, causa T‑328/94, causa T‑329/94 e T‑335/94, Limburgse Vinyl Maatschappij e a./Commissione, Racc. pag. II‑931, punto 696).
      
      104    La doppia qualificazione dell’infrazione come accordo «e/o» pratica concordata deve essere intesa nel senso che indica un
         insieme complesso che comporta elementi di fatto, taluni dei quali sono stati qualificati come accordo ed altri come pratica
         concordata ai sensi dell’art. 81, n. 1, CE, il quale non prevede qualificazioni specifiche per tale tipo di violazione complessa
         (sentenze Hercules Chemicals/Commissione, cit. al punto 97 supra, punto 264, e HFB e a./Commissione, cit. al punto 97 supra,
         punto 187).
      
      105    Quanto all’acquisizione della prova dell’infrazione, va ricordato che spetta alla Commissione produrre gli elementi di prova
         idonei a dimostrare, in modo giuridicamente valido, l’esistenza dei fatti che integrano un’infrazione all’art. 81, n. 1, CE
         (sentenza della Corte 17 dicembre 1998, causa C‑185/95 P, Baustahlgewebe/Commissione, Racc. pag. I‑8417, punto 58).
      
      106    Essa deve aver raccolto elementi di prova precisi e concordanti a questo riguardo (v. sentenza del Tribunale 6 luglio 2000,
         causa T‑62/98, Volkswagen/Commissione, Racc. pag. II‑2707, punto 43 e giurisprudenza ivi citata).
      
      107    Tuttavia, non tutte le prove prodotte dalla Commissione devono necessariamente rispondere a tali criteri con riferimento ad
         ogni elemento dell’infrazione. È sufficiente che il complesso degli indizi invocato dall’istituzione, valutato globalmente,
         risponda a tale requisito (v. sentenza del Tribunale 8 luglio 2004, cause riunite T‑67/00, T‑68/00, T‑71/00 e T‑78/00, JFE
         Engineering e a./Commissione, Racc. pag. II‑2501, punto 180 e giurisprudenza ivi citata).
      
      108    Gli indizi fatti valere dalla Commissione nella decisione impugnata per dimostrare l’esistenza di una violazione dell’art. 81,
         n. 1, CE da parte di un’impresa vanno presi in considerazione non singolarmente, ma nel loro insieme (v. sentenza BPB/Commissione,
         cit. al punto 101 supra, punto 185 e giurisprudenza ivi citata).
      
      109    Si deve anche tener conto del fatto che le attività anticoncorrenziali si svolgono in modo clandestino e, pertanto, nella
         maggior parte dei casi, l’esistenza di una pratica o di un accordo anticoncorrenziale dev’essere dedotta da un certo numero
         di coincidenze e di indizi i quali, considerati nel loro insieme, possono rappresentare, in mancanza di un’altra spiegazione
         coerente, la prova di una violazione delle norme in materia di concorrenza (sentenza della Corte 7 gennaio 2004, cause riunite
         C‑204/00 P, C‑205/00 P, C‑211/00 P, C‑213/00 P, C‑217/00 P e C 219/00 P, Aalborg Portland e a./Commissione, Racc. pag. I‑123,
         punti 55‑57).
      
      110    Quanto alla portata del controllo giurisdizionale, secondo una costante giurisprudenza, il Tribunale, allorché è adito con
         una domanda d’annullamento di una decisione emanata a norma dell’art. 81, n. 1, CE, deve in generale esercitare un controllo
         completo relativamente alla questione se siano o meno soddisfatte le condizioni di applicazione dell’art. 81, n. 1, CE (v.
         sentenza del Tribunale 26 ottobre 2000, causa T‑41/96, Bayer/Commissione, Racc. pag. II‑3383, punto 62 e giurisprudenza ivi
         citata).
      
      111    Qualora il giudice nutra un qualsivoglia dubbio, tale circostanza deve avvantaggiare l’impresa destinataria della decisione
         che constata un’infrazione, conformemente al principio della presunzione di innocenza, che, in quanto principio generale del
         diritto dell’Unione, si applica tra l’altro alle procedure relative a violazioni delle norme sulla concorrenza applicabili
         alle imprese che possono sfociare nella pronuncia di multe o ammende (sentenza Hüls/Commissione, cit. al punto 99 supra, punti
         149 e 150).
      
      112    È alla luce di tali rilievi che occorre esaminare se, nella specie, la Commissione abbia dimostrato, in modo giuridicamente
         valido, che la ricorrente ha partecipato all’infrazione in causa.
      
      –       Osservazioni preliminari
      113    La ricorrente formula una serie di critiche generali relative all’acquisizione della prova nel caso di specie, facendo valere,
         in primo luogo, lo scarso valore probatorio delle prove fornite dalle imprese che hanno presentato domanda di clemenza, in
         secondo luogo, l’utilizzo di informazioni non suffragate provenienti da un’unica fonte, in terzo luogo, la mancata confutazione
         delle testimonianze contrarie rese dai suoi dipendenti e, in quarto luogo, il fatto che non si sia dato seguito alle proposte
         formulate dal consigliere‑uditore nel corso dell’audizione.
      
      114    Sebbene tali critiche si confondano, in ampia misura, con le censure dirette contro elementi materiali invocati dalla Commissione
         nella decisione impugnata, esse richiedono nondimeno alcune osservazioni preliminari.
      
      115    In primo luogo, per quanto riguarda gli argomenti della ricorrente relativi al valore delle prove fornite nell’ambito delle
         domande di clemenza, si deve ricordare che il semplice fatto che l’informazione provenga da un’impresa che ha presentato una
         domanda di clemenza non ne mette in causa il valore probatorio.
      
      116    Infatti, secondo costante giurisprudenza, nessuna norma né principio generale del diritto dell’Unione impedisce alla Commissione
         di avvalersi, contro un’impresa, delle dichiarazioni di altre imprese incriminate (sentenza Limburgse Vinyl Maatschappij e a./Commissione,
         cit. al punto 103 supra, punto 512). Le dichiarazioni effettuate nell’ambito della comunicazione sulla cooperazione non possono
         essere considerate prive di valore probatorio solo per questo (sentenza del Tribunale 8 luglio 2008, causa T‑54/03, Lafarge/Commissione,
         non pubblicata nella Raccolta, punti 57 e 58).
      
      117    Una certa diffidenza nei confronti di deposizioni volontarie dei principali partecipanti ad un’intesa illecita è comprensibile,
         giacché tali partecipanti potrebbero minimizzare l’importanza del loro contributo all’infrazione e massimizzare quella degli
         altri. Tuttavia, tenuto conto della logica intrinseca della procedura prevista dalla comunicazione sulla cooperazione, il
         fatto di chiedere il beneficio della sua applicazione al fine di ottenere una riduzione dell’importo dell’ammenda non crea
         necessariamente un incentivo a presentare elementi probatori deformati sugli altri partecipanti all’intesa in esame. Infatti,
         ogni tentativo di indurre la Commissione in errore potrebbe rimettere in discussione la sincerità e la completezza della cooperazione
         del richiedente e, pertanto, mettere in pericolo la possibilità che benefici pienamente della comunicazione sulla cooperazione
         (sentenze del Tribunale 16 novembre 2006, causa T‑120/04, Peróxidos Orgánicos/Commissione, Racc. pag. II‑4441, punto 70, e
         Lafarge/Commissione, cit. al punto 116 supra, punto 58).
      
      118    In particolare, occorre considerare che il fatto che una persona confessi di aver commesso un’infrazione e ammetta in tal
         modo l’esistenza di fatti che oltrepassano quelli la cui esistenza poteva essere dedotta direttamente dai documenti di cui
         trattasi implica a priori, in assenza di circostanze particolari che indichino il contrario, che questa persona si è decisa
         a dire la verità. Pertanto, le dichiarazioni contrarie agli interessi dei dichiaranti devono essere considerate, in linea
         di principio, come elementi di prova particolarmente affidabili (sentenze del Tribunale JFE Engineering e a./Commissione,
         cit. al punto 107 supra, punti 211 e 212; 26 aprile 2007, cause riunite T‑109/02, T‑118/02, T‑122/02, T‑125/02, T‑126/02,
         T‑128/02, T‑129/02, T‑132/02 e T‑136/02, Bolloré e a./Commissione, Racc. pag. II‑947, punto 166, e Lafarge/Commissione, cit.
         al punto 116 supra, punto 59).
      
      119    Le dichiarazioni rese da imprese accusate, nell’ambito di domande di clemenza, devono tuttavia essere valutate con cautela
         e, in generale, non possono essere accettate in mancanza di conferma.
      
      120    Infatti, secondo costante giurisprudenza, la dichiarazione di un’impresa accusata di aver partecipato ad un’intesa, la cui
         esattezza viene contestata da varie altre imprese accusate, non può essere considerata una prova sufficiente dell’esistenza
         di un’infrazione commessa da queste ultime senza essere suffragata da altri elementi di prova (sentenze del Tribunale JFE
         Engineering e a./Commissione, cit. al punto 107 supra, punto 219; 25 ottobre 2005, causa T‑38/02, Groupe Danone/Commissione,
         Racc. pag. II‑4407, punto 285; Bolloré e a./Commissione, cit. al punto 118 supra, punto 167, e Lafarge/Commissione, cit. al
         punto 116 supra, punto 293; v. anche, in tal senso, sentenza Enso‑Gutzeit/Commissione, cit. al punto 32 supra, punto 91).
      
      121    Per esaminare il valore probatorio delle dichiarazioni delle imprese che hanno presentato domanda di clemenza, il Tribunale
         tiene conto in particolare, da un lato, della rilevanza degli indizi concordanti da cui risulti la pertinenza di tali dichiarazioni
         e, dall’altro, dell’assenza di indizi del fatto che le imprese interessate abbiano inteso minimizzare l’importanza del loro
         contributo all’infrazione e ad esagerare quella del contributo delle altre imprese (v., in tal senso, sentenze Peróxidos Orgánicos/Commissione,
         cit. al punto 117 supra, punto 70, e Lafarge/Commissione, cit. al punto 116 supra, punti 62 e 295).
      
      122    In secondo luogo, per quanto riguarda la censura della ricorrente relativa al fatto che, riguardo a taluni elementi di fatto,
         la Commissione si sarebbe basata su un unico elemento di prova, si deve ricordare che nessun principio di diritto dell’Unione
         osta a che la Commissione, per giudicare esistente un’infrazione, si basi su un solo documento, purché il valore probatorio
         di quest’ultimo sia incontestabile e purché detto documento attesti, di per sé solo, con certezza l’esistenza dell’infrazione
         controversa (sentenza del Tribunale 15 marzo 2000, cause riunite T‑25/95, T‑26/95, da T‑30/95 a T‑32/95, da T‑34/95 a T‑39/95,
         da T‑42/95 a T‑46/95, T‑48/95, da T‑50/95 a T‑65/95, da T‑68/95 a T‑71/95, T‑87/95, T‑88/95, T‑103/95 e T‑104/95, Cimenteries
         CBR e a./Commissione Racc. pag. II‑491, punto 1838).
      
      123    È vero che, alla luce della giurisprudenza citata supra, al punto 120, di regola tale ipotesi non riguarda le semplici dichiarazioni
         di un’impresa accusata, le quali, se contestate da altre imprese interessate, devono essere suffragate da elementi di prova
         supplementari ed autonomi.
      
      124    Tale considerazione può tuttavia essere attenuata nel caso in cui la dichiarazione proveniente dall’impresa che collabora
         sia particolarmente affidabile, dato che, in tali circostanze, il grado di corroborazione richiesto è minore, sia in termini
         di precisione che in termini di intensità.
      
      125    Infatti, nel caso in cui un complesso di indizi concordanti consenta di corroborare l’esistenza e taluni aspetti specifici
         dell’accordo collusivo evocato nella dichiarazione fornita nell’ambito della cooperazione, tale dichiarazione potrebbe bastare
         di per sé ad attestare altri aspetti della decisione impugnata (v., in tal senso, sentenza JFE Engineering e a./Commissione,
         cit. al punto 107 supra, punti 220 e 334). In tali circostanze, la Commissione può basarsi esclusivamente su quest’ultima,
         a condizione che la veridicità di quanto affermato non susciti dubbi e gli indizi non siano vaghi.
      
      126    Inoltre, anche se la dichiarazione di un’impresa non è confermata riguardo ai fatti specifici attestati, essa può avere un
         certo valore probatorio per confermare l’esistenza dell’infrazione, nell’ambito di un complesso di indizi concordanti assunto
         dalla Commissione. Infatti, se un documento contiene informazioni specifiche che corrispondono a quelle contenute in altri
         documenti, occorre considerare che tali elementi si possono rafforzare reciprocamente (v., in tal senso, sentenza JFE Engineering
         e a./Commissione, cit. al punto 107 supra, punto 275).
      
      127    Peraltro, la Commissione deve poter trarre, da periodi in cui le prove sono relativamente abbondanti, conclusioni relative
         ad altri periodi in cui esse si susseguono con minore frequenza. Occorre quindi una spiegazione davvero solida per convincere
         un giudice del fatto che, in una determinata fase di una serie di riunioni, è successo qualcosa di completamente diverso da
         ciò che è avvenuto in riunioni precedenti e successive, laddove la cerchia dei partecipanti era la stessa, le riunioni si
         tenevano in circostanze esterne analoghe ed avevano indubbiamente lo stesso scopo (conclusioni del giudice Vesterdorf facente
         funzione di avvocato generale in relazione alla sentenza del Tribunale 24 ottobre 1991, causa T‑1/89, Rhône‑Poulenc/Commissione,
         Racc. pag. II‑867, II‑885, conclusioni comuni alle sentenze dette «polipropilene», Racc. pag. II‑954).
      
      128    In terzo luogo, la ricorrente afferma che, nell’ambito della valutazione della prova, la Commissione ha omesso di sentire
         i suoi dipendenti e di prenderne in considerazione le testimonianze.
      
      129    La ricorrente fa valere, in particolare, che l’accertamento dell’infrazione si basa, in ampia misura, sulle dichiarazioni
         della Solvay e di un dipendente dell’Atofina, secondo cui alcuni suoi dipendenti, ancorché assenti da un certo numero di riunioni,
         sono stati contattati o informati telefonicamente. La ricorrente precisa che i suoi dipendenti identificati in tali dichiarazioni
         hanno reso alla Commissione dichiarazioni di senso opposto, che non sarebbero state prese in considerazione.
      
      130    Va rilevato, a tale proposito, che è pacifico che la Commissione disponeva di dichiarazioni scritte dei dipendenti della ricorrente
         interessati e che questi ultimi erano presenti all’audizione.
      
      131    Pertanto, la questione se dette dichiarazioni siano state debitamente prese in considerazione nella decisione impugnata si
         confonde con la valutazione delle censure della ricorrente dirette contro i concreti elementi di fatto controversi.
      
      132    Tuttavia, si deve rilevare, in questa fase, che la ricorrente sostiene erroneamente che le dichiarazioni in questione, essendo
         state effettuate sotto giuramento, hanno un elevato valore probatorio e che, pertanto, la Commissione era tenuta a dimostrare
         che i suoi testimoni avevano giurato il falso.
      
      133    Infatti, sebbene una testimonianza resa sotto giuramento dinanzi ad un giudice, o eventualmente nell’ambito di un’inchiesta
         dinanzi ad un procuratore, possa avere un valore probatorio elevato, viste le conseguenze negative che possono derivare sul
         piano penale per chi rendendo una deposizione abbia mentito nell’ambito di un’inchiesta, il che rende una tale deposizione
         più affidabile di una semplice dichiarazione (v., in tal senso, sentenza JFE Engineering e a./Commissione, cit. al punto 107
         supra, punto 312), tali considerazioni non valgono nel caso di specie, poiché si tratta di dichiarazioni scritte dei dipendenti
         della ricorrente fornite alla Commissione durante il procedimento amministrativo e delle loro testimonianze rese nel corso
         dell’audizione dinanzi alla Commissione.
      
      134    Peraltro, la ricorrente sostiene erroneamente che la Commissione era tenuta a confrontare le testimonianze che la incriminavano,
         fornite dall’Atofina e dalla Solvay, con quelle contrarie dei suoi dipendenti, nell’ambito di un controinterrogatorio nel
         corso dell’audizione.
      
      135    A tale proposito si deve rammentare che, nel procedimento amministrativo, la Commissione non ha la facoltà di imporre l’audizione
         di testimoni sotto giuramento.
      
      136    Ai sensi dell’art. 19, n. 1, del regolamento (CE) del Consiglio 16 dicembre 2002, n. 1/2003, concernente l’applicazione delle
         regole di concorrenza di cui agli articoli [81 CE] e [82 CE] (GU 2003, L 1, pag. 1), la Commissione può sentire ogni persona
         fisica o giuridica che vi acconsenta ai fini della raccolta di informazioni relative all’oggetto di un’indagine. Peraltro,
         secondo il terzo ‘considerando’ del regolamento (CE) della Commissione 7 aprile 2004, n. 773, relativo ai procedimenti svolti
         dalla Commissione a norma degli articoli 81 [CE] e 82 [CE] (GU L 123, pag. 18), prima di assumere le dichiarazioni orali di
         persone fisiche o giuridiche che acconsentono ad essere sentite, la Commissione deve informare tali persone della base giuridica
         del colloquio e della natura facoltativa dello stesso.
      
      137    Inoltre, la Commissione è tenuta a sentire le persone fisiche o giuridiche che dimostrino di avervi un interesse sufficiente
         solo qualora dette persone chiedano effettivamente di essere sentite. Essa dispone quindi di un ragionevole margine discrezionale
         per decidere se sia il caso di sentire persone la cui testimonianza può avere rilievo per l’istruzione della pratica. Infatti,
         la garanzia delle prerogative della difesa non richiede che la Commissione proceda all’audizione di testimoni indicati dall’interessato,
         qualora ritenga che la pratica sia stata adeguatamente istruita (v., in tal senso, sentenza HFB e a./Commissione, cit. al
         punto 97 supra, punti 382 e 383 e giurisprudenza ivi citata).
      
      138    È vero che l’art. 6, n. 3, lett. d), della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali,
         firmata a Roma il 4 novembre 1950, prevede che «[o]gni accusato ha diritto a (…) esaminare o far esaminare i testimoni a carico
         ed ottenere la convocazione e l’esame dei testimoni a discarico nelle stesse condizioni dei testimoni a carico». Inoltre,
         anche se la Commissione non è un tribunale ai sensi di detto articolo e le ammende da essa irrogate non sono di natura penale,
         resta il fatto che la Commissione è tenuta a rispettare i principi generali del diritto dell’Unione durante il procedimento
         amministrativo.
      
      139    Tuttavia, secondo costante giurisprudenza, il fatto che le disposizioni del diritto dell’Unione sulla concorrenza non prevedano
         l’obbligo per la Commissione di convocare i testimoni a discarico di cui venga chiesta la deposizione non è contrario ai citati
         principi. Occorre, infatti, osservare che la Commissione, sebbene possa sentire persone fisiche o giuridiche qualora lo ritenga
         necessario, non dispone neppure del diritto di convocare testimoni a carico senza aver ottenuto il loro consenso (sentenze
         HFB e a./Commissione, cit. al punto 97 supra, punti 389‑392, e Bolloré e a./Commissione, cit. al punto 118 supra, punti 86
         e 87). Poiché il procedimento dinanzi alla Commissione ha solo natura amministrativa, non spetta a tale istituzione fornire
         all’impresa interessata la possibilità di controinterrogare un particolare testimone e di analizzare le sue dichiarazioni
         nella fase istruttoria (sentenza Aalborg Portland e a./Commissione, cit. al punto 109 supra, punto 200). È sufficiente che
         le dichiarazioni utilizzate dalla Commissione siano state incluse nel fascicolo trasmesso alla ricorrente, che può contestarle
         dinanzi al giudice dell’Unione (sentenza Lafarge/Commissione, cit. al punto 116 supra, punti 147‑149).
      
      140    Alla luce di tali considerazioni, la ricorrente non può lamentare una violazione del suo diritto di interrogare o far interrogare
         i testimoni a carico.
      
      141    In ogni caso, nulla impediva alla ricorrente di chiedere la convocazione e l’interrogatorio dei testimoni a carico dinanzi
         al Tribunale, presentando una richiesta di misure istruttorie in tal senso. Orbene, è giocoforza constatare che la ricorrente
         non ha presentato tale richiesta. Peraltro, il Tribunale riterrebbe necessaria la convocazione dei testimoni di cui trattasi
         solo se dovesse risultare, in esito all’esame effettuato più avanti, che gli elementi contenuti nel fascicolo e le spiegazioni
         fornite durante la fase orale non sono sufficienti per statuire sulla controversia.
      
      142    In quarto e ultimo luogo, la ricorrente sostiene che l’insufficienza delle prove fatte valere nei suoi confronti è stata riconosciuta
         dal consigliere‑uditore durante l’audizione, dato che quest’ultimo ha proposto un esame in contraddittorio della nuova prova
         contraria prodotta dalla ricorrente, vale a dire le dichiarazioni dei suoi dipendenti, proposta cui la Commissione non ha
         dato seguito.
      
      143    Si deve osservare, a tale riguardo, che la relazione del consigliere‑uditore costituisce un documento puramente interno alla
         Commissione, che non è diretto a completare o correggere l’argomentazione delle imprese e che non presenta quindi alcun aspetto
         decisivo di cui il giudice dell’Unione debba tener conto per esercitare il proprio sindacato (v. sentenza del Tribunale 30 settembre
         2009, causa T‑161/05, Hoechst/Commissione, Racc. pag. II‑3555, punto 176 e giurisprudenza ivi citata).
      
      144    Tali considerazioni valgono a maggior ragione per i commenti formulati dal consigliere‑uditore nel corso dell’audizione, come
         quelli invocati dalla ricorrente nel caso di specie. In ogni caso, nella sua relazione finale del 20 aprile 2006, allegata
         al controricorso, il consigliere‑uditore ha affermato che le norme relative al diritto ad un equo processo e ai diritti della
         difesa erano state rispettate nell’ambito del procedimento amministrativo in questione.
      
      145    Alla luce di tutte queste considerazioni, le contestazioni formulate dalla ricorrente in ordine all’acquisizione della prova
         da parte della Commissione e allo svolgimento dell’audizione sono in parte infondate e in parte si confondono con le censure
         dirette contro elementi materiali dell’infrazione esaminati più avanti.
      
      –       Sugli elementi di prova della partecipazione della ricorrente all’infrazione
      146    Per quanto riguarda le principali caratteristiche dell’infrazione, la Commissione ha accertato che, a partire dal 31 gennaio
         1994, i concorrenti si erano scambiati e avevano discusso informazioni riservate relative ai volumi di produzione e alla loro
         possibile riduzione, mirando ad impedire che fossero immesse sul mercato nuove capacità. Essi avrebbero inoltre discusso della
         ripartizione della clientela e delle quote di mercato, nonché dei prezzi di vendita. Avrebbero istituito un sistema di monitoraggio
         con cui si sarebbero scambiati periodicamente informazioni riservate sul mercato, sulle società, nonché sui volumi e sui prezzi
         di vendita. Inoltre, i concorrenti si sarebbero impegnati ad operare riduzioni di capacità e avrebbero analizzato periodicamente
         l’evoluzione delle quote di mercato nel corso di riunioni multilaterali (punti 100, 351‑354 della decisione impugnata).
      
      147    Gran parte delle riunioni multilaterali si sarebbero tenute a margine delle assemblee semestrali del CEFIC, che è un’associazione
         legale dell’industria interessata.
      
      148    Nell’agosto 1997, a Bruxelles e in tre riunioni successive in febbraio, aprile e settembre 1998, i partecipanti si sarebbero
         accordati su un aumento coordinato del prezzo dell’HP (punti 171 e 172 della decisione impugnata). Per quanto riguarda il
         PBS, in occasione delle prime discussioni al riguardo, sarebbero stati scambiati dati sensibili concernenti il mercato, al
         fine di concludere un accordo anticoncorrenziale, e «sarebbe stato preparato il terreno» per un accordo formale almeno a partire
         dal 15 maggio 1998 (punti 100, 214 e 229 della decisione impugnata). L’ultima riunione multilaterale nell’ambito di tale accordo
         collusivo avrebbe avuto luogo il 18 maggio 2000, ma l’accordo sul mantenimento dei livelli dei prezzi dell’HP sarebbe stato
         mantenuto fino alla fine del 2000 (punti 281, 282 e 355‑360 della decisione impugnata).
      
      149    Per quanto riguarda la partecipazione della ricorrente all’infrazione, la Commissione ha accertato che essa apparteneva al
         «nocciolo duro» dei partecipanti all’intesa (punto 99 della decisione impugnata). La Commissione ha sottolineato la presenza
         di indizi di contatti collusivi che coinvolgono la ricorrente a partire dal 1991 (punto 106 della decisione impugnata). In
         particolare, secondo le informazioni dell’Atofina, gli appunti relativi alle riunioni di luglio, ottobre e novembre 1995,
         forniti dall’Atofina, conterrebbero dati della ricorrente e farebbero riferimento alla presentazione della sua posizione (punti
         120, 127, 128, 129, 133 e 136 della decisione impugnata). Peraltro, secondo le informazioni della Degussa, in occasione di
         una riunione bilaterale svoltasi nel secondo semestre del 1996 o nel primo semestre del 1997, la ricorrente avrebbe «accettato
         l’idea fondamentale di un innalzamento coordinato del livello dei prezzi» (punto 151 della decisione impugnata).
      
      150    Come risulta dagli atti, tali informazioni relative al periodo iniziale dell’intesa sono state contestate dalla ricorrente
         e, in mancanza di conferma, non sono state fatte valere nei suoi confronti.
      
      151    Di conseguenza, nella decisione impugnata, la Commissione ha sostanzialmente ridotto la durata della partecipazione della
         ricorrente all’infrazione rispetto a quella indicata nella comunicazione degli addebiti. Per quanto riguarda l’inizio della
         partecipazione della ricorrente all’infrazione, la Commissione ha affermato di disporre di prove che dimostravano la partecipazione
         della ricorrente alla riunione di cartello del 29 maggio 1997 e che tale data doveva essere presa a riferimento per determinare
         la durata dell’infrazione nei suoi confronti (punto 352 della decisione impugnata). Per quanto concerne la fine della partecipazione
         della ricorrente all’infrazione, la Commissione ha dichiarato di essere fermamente convinta che la ricorrente abbia partecipato
         all’infrazione fino al 13 dicembre 1999, data dell’ultima riunione di cartello per la quale la Commissione disponeva della
         prova della partecipazione di dipendenti della ricorrente (punto 365 della decisione impugnata).
      
      152    I contatti illeciti accertati nei confronti della ricorrente nella decisione impugnata sono i seguenti:
      
      –        tre riunioni multilaterali tenutesi il 28 o il 29 maggio 1997 a Siviglia, a margine di un’assemblea del CEFIC (punti 156‑167
         della decisione impugnata); la ricorrente ammette di avere partecipato a due di esse, ma sostiene di essersi opposta alle
         discussioni illecite;
      
      –        quattro riunioni multilaterali che hanno avuto luogo, rispettivamente, nell’agosto 1997 a Bruxelles, il 18 settembre 1997
         a Parigi, il 17 novembre 1997 a Francoforte sul Meno ed il 21 novembre 1997 a Parigi, alle quali la ricorrente non ha partecipato
         fisicamente, ma sulle quali sarebbe stata informata telefonicamente dall’Atochem (punti 171‑197 della decisione impugnata),
         circostanza che la ricorrente contesta;
      
      –        riunioni multilaterali tenutesi il 26 e 27 novembre 1997 a Bruxelles, a margine dell’assemblea del CEFIC (punti 198‑209 della
         decisione impugnata); la ricorrente ammette di avere partecipato a detta assemblea, ma sostiene che non era al corrente di
         discussioni illecite;
      
      –        riunioni bilaterali fra la Degussa, la Kemira e la Solvay tenutesi tra la fine del 1997 e l’inizio del 1998, del cui risultato
         la ricorrente sarebbe stata informata telefonicamente dalla Solvay (punto 210 della decisione impugnata), circostanza che
         la ricorrente contesta;
      
      –        riunioni multilaterali tenutesi il 14 maggio 1998 a Évian‑les‑Bains, a margine dell’assemblea del CEFIC (punti 221‑232 della
         decisione impugnata); la ricorrente ammette di avere partecipato all’assemblea del CEFIC, ma sostiene che non era al corrente
         di discussioni illecite;
      
      –        una riunione tra la Degussa, la Solvay e la ricorrente svoltasi il 13 luglio 1998 a Königswinter, concernente la chiusura
         di uno stabilimento di PBS dell’Atochem (punti 233‑236 della decisione impugnata), alla quale la ricorrente nega di avere
         partecipato;
      
      –        una riunione di «alto livello» tra la Degussa e la Solvay concernente l’HP e il PBS, svoltasi il 28 settembre 1998 a Bruxelles,
         dopo la quale la Degussa avrebbe incontrato la ricorrente per informarla del risultato (punti 239‑242 della decisione impugnata);
         la ricorrente non nega di essersi incontrata con la Degussa, ma sostiene che il contenuto di tale contatto era lecito;
      
      –        una riunione multilaterale concernente l’HP, svoltasi il 12 ottobre 1998 a Düsseldorf, cui la ricorrente non avrebbe partecipato
         ma nella quale, secondo l’Atofina, sarebbe intervenuta telefonicamente (punti 247‑253 della decisione impugnata), circostanza
         che la ricorrente contesta;
      
      –        riunioni multilaterali e contatti bilaterali, a margine delle assemblee del CEFIC, che hanno avuto luogo il 25 e il 26 novembre
         1998 a Bruxelles (punti 254‑258 della decisione impugnata), il 30 aprile 1999 ad Estoril (Portogallo) (punti 264‑265 della
         decisione impugnata) ed il 16 novembre 1999 a Bruxelles (punti 273‑275 della decisione impugnata); la ricorrente ammette di
         avere partecipato a dette assemblee del CEFIC, ma sostiene che non era al corrente di discussioni illecite;
      
      –        quattro riunioni multilaterali concernenti esclusivamente il PBS, tenutesi, rispettivamente, il 16 settembre 1998 a Lione
         (punti 237 e 238 della decisione impugnata), all’inizio del 1999 a Milano (punti 259‑263 della decisione impugnata), nell’estate
         del 1999 a Basilea (punti 267‑270 della decisione impugnata) ed il 13 dicembre 1999 a Friburgo (punti 276‑279 della decisione
         impugnata); la ricorrente nega di avere partecipato alle riunioni di Lione e di Basilea e, pur ammettendo di essere stata
         presente alle altre due riunioni, afferma che il loro oggetto, vale a dire la scelta del comportamento da adottare di fronte
         al movimento «anti‑boro», era perfettamente lecito e che, sebbene le discussioni avessero anche «deviato» verso temi «inopportuni»,
         essa vi aveva prestato «scarsa attenzione», poiché aveva deciso di passare dal PBS al PCS, per motivi ambientali.
      
      153    Da tali rilievi risulta che, a parte le due riunioni sul PBS, svoltesi all’inizio del 1999 a Milano e il 13 dicembre 1999
         a Friburgo, per quanto riguarda gli altri elementi presi in considerazione nella decisione impugnata, la ricorrente nega di
         avere partecipato a contatti collusivi.
      
      –       Sulle riunioni multilaterali del 28 o 29 maggio 1997 a Siviglia
      154    Per quanto attiene alle tre riunioni tenutesi a Siviglia, è pacifico tra le parti che la ricorrente era rappresentata nelle
         prime due, vertenti, rispettivamente, sull’HP (le partecipanti alla prima riunione erano l’Atochem, la Degussa, la Solvay,
         la Kemira e la ricorrente) e sul PBS (le partecipanti alla seconda riunione erano la Caffaro e le stesse partecipanti alla
         prima riunione). Per contro, la ricorrente non ha partecipato alla cena del giorno successivo al ristorante (punti 156, 162
         e 163 della decisione impugnata).
      
      155    In relazione alle due riunioni alle quali era presente, la ricorrente non contesta il contenuto delle discussioni che, da
         un lato, hanno dato luogo ad uno scambio di informazioni sull’evoluzione del mercato e, dall’altro, riguardavano proposte
         relative ad un aumento globale dei prezzi e ad un accordo per la ripartizione del mercato dell’HP (punti 157‑161 della decisione
         impugnata), nonché tentativi paralleli concernenti il PBS (punto 162 della decisione impugnata).
      
      156    La Commissione ha rilevato, senza essere contraddetta dalla ricorrente, che, «a causa della mancanza di fiducia e dell’opposizione
         manifestata da alcuni piccoli produttori europei, quel giorno non [era] stato raggiunto alcun accordo definitivo» (punto 164
         della decisione impugnata). In particolare, i tentativi di discussione sul PBS si sarebbero conclusi, secondo quanto dichiarato
         dall’Atofina, «con una terribile sfuriata del responsabile della Degussa (…) il quale, di fronte alla resistenza dei piccoli
         produttori che [rifiutavano] di accettare i piani della Solvay e della Degussa, [avrebbe abbandonato] la sala sbattendo la
         porta» (punto 162 della decisione impugnata).
      
      157    Riguardo a tali elementi, la ricorrente sostiene tuttavia che, in quanto piccolo produttore, in realtà essa si era opposta
         al comportamento illecito, come dimostrerebbe la sua assenza al ristorante in occasione della cena organizzata per il giorno
         successivo.
      
      158    La ricorrente si basa in particolare sulla dichiarazione del suo direttore generale aggiunto dell’epoca, allegata al ricorso,
         da cui risulterebbe che, per quanto riguarda la riunione sull’HP, il suo rappresentante ha indicato alla Degussa e alla Solvay
         che essa era «in espansione in Germania» e «non [era] interessata» ad una riduzione dei prezzi. Essa avrebbe quindi rifiutato
         di discuterli, il che avrebbe causato la brusca uscita del responsabile della Degussa.
      
      159    A tal riguardo si deve ricordare che, secondo costante giurisprudenza, qualora un’impresa abbia assistito, pur senza svolgere
         un ruolo attivo, ad una riunione nel corso della quale si è parlato di una concertazione illecita, si considera che essa abbia
         partecipato a tale concertazione, a meno che non provi di essersene apertamente dissociata o di aver informato gli altri partecipanti
         che avrebbe preso parte alla riunione con un’ottica diversa dalla loro (v. sentenza Cimenteries CBR e a./Commissione, cit.
         al punto 122 supra, punto 3199 e giurisprudenza ivi citata).
      
      160    Poiché la ricorrente ha ammesso di essere stata presente alle discussioni illecite in questione, essa doveva dimostrare che
         la sua partecipazione era priva di qualsiasi spirito anticoncorrenziale.
      
      161    Orbene, si deve considerare che l’opposizione della ricorrente alle proposte specifiche formulate dalla Degussa, anche ammesso
         che sia dimostrata, non è sufficiente, nelle circostanze del caso di specie, a dimostrare che essa avesse chiarito ai suoi
         concorrenti di partecipare alle riunioni in questione in un’ottica diversa dalla loro.
      
      162    Infatti, per quanto riguarda più in particolare gli argomenti della ricorrente relativi alle riunioni descritte ai punti 156‑162
         della decisione impugnata, la Commissione ha rilevato che, «se Solvay e Degussa hanno abbandonato la sala della riunione,
         non è stato per il rifiuto dei piccoli produttori di accordarsi su un aumento di prezzo propriamente detto, ma semmai perché,
         apparentemente, la proposta non li accontentava, molto probabilmente a causa della quota di mercato loro assegnata», che «nulla
         indica[va] che [la ricorrente avesse] effettivamente respinto l’idea in sé di un accordo con i concorrenti o preso le distanze
         dall’accordo proposto in quanto tale» e che, inoltre, durante la riunione di cui trattasi erano state scambiate informazioni
         riservate (punto 166 della decisione impugnata).
      
      163    Da un lato, si deve osservare che questa tesi della Commissione è compatibile con l’evoluzione dell’intesa, da cui risulta
         che, a partire dalle riunioni di Siviglia, le parti della stessa hanno «deciso di attribuire meno importanza alle quote di
         mercato, principale oggetto di discussione fino a quel momento, per riportare l’attenzione su un aumento globale dei prezzi»
         (punto 157 della decisione impugnata), e che si è deciso un aumento coordinato dei prezzi nell’ambito di una successiva riunione
         svoltasi a Bruxelles nell’agosto 1997 (punti 171 e 172 della decisione impugnata).
      
      164    Dall’altro, l’argomento della ricorrente relativo alla sua presunta opposizione al carattere illecito delle discussioni non
         è minimamente suffragato dalle informazioni provenienti dalle altre imprese, le quali si limitano a menzionare una mancanza
         di fiducia tra le parti dell’intesa ed una divergenza tra il punto di vista dei grandi e quello dei piccoli produttori (punto 164
         della decisione impugnata).
      
      165    A tale proposito si deve rilevare che la prova della partecipazione della ricorrente all’intesa non è limitata alle riunioni
         di Siviglia, che rientrano in un insieme di contatti collusivi esaminati più avanti.
      
      166    Inoltre, la posizione adottata dalla ricorrente nelle riunioni in questione è equivoca. Sebbene essa abbia affermato di essersi
         opposta alle discussioni anticoncorrenziali durante la riunione sull’HP, che verteva su un modello dettagliato di ripartizione
         del mercato e sui prezzi, è pacifico che il suo rappresentante non ha lasciato il luogo della riunione e ha preso parte alla
         successiva riunione sul PBS. Neppure la sua assenza in occasione della cena al ristorante il giorno successivo costituisce
         un indizio della sua opposizione alle discussioni collusive, dato che non vi hanno partecipato neppure alcune delle altre
         parti interessate, in particolare la Solvay e l’Ausimont.
      
      167    Alla luce di tali considerazioni, gli elementi dedotti dalla ricorrente non sono sufficienti a dimostrare che la sua partecipazione
         alle riunioni in questione, durante le quali ha avuto luogo una concertazione illecita, fosse priva di qualsiasi spirito anticoncorrenziale.
      
      –       Sulle chiamate telefoniche ricevute dalla ricorrente
      168    Per quanto riguarda le riunioni multilaterali successive a quelle di Siviglia, la Commissione ha accertato che la ricorrente
         non vi aveva partecipato fisicamente, ma era stata contattata o informata del loro risultato telefonicamente. Si tratta, da
         un lato, delle quattro riunioni di «alto livello», per le quali la Commissione si è basata sulle informazioni della Solvay
         e, dall’altro, di una serie di riunioni menzionate dall’Atofina.
      
      169    In primo luogo, per quanto riguarda le riunioni di «alto livello», tra la Degussa, la Solvay e la Kemira (riunioni dell’agosto
         1997 e del febbraio 1998 a Bruxelles, riunioni dell’aprile 1998 a Francoforte sul Meno e del settembre 1998 a Bruxelles; punti
         172, 211, 215 e 239 della decisione impugnata), la Commissione ha precisato che, «sebbene [vi] partecipassero solo tre imprese,
         le discussioni avevano il sostegno dell’intero settore» e che «[la ricorrente] e Ausimont sono sempre state informate in maniera
         esaustiva (generalmente per telefono) del risultato delle discussioni» (punto 172 della decisione impugnata).
      
      170    Dalla decisione impugnata risulta che tale conclusione si basa, da un lato, sulla dichiarazione della Solvay secondo cui «altri
         operatori del mercato venivano informati dell’esito delle riunioni tra Degussa, Solvay e Kemira» – e la Commissione precisa
         che «Solvay, ad esempio, [aveva] informato [la ricorrente] e Ausimont (…) del risultato concreto delle discussioni» – e, dall’altro,
         sulla dichiarazione dell’Atofina secondo cui «FMC, per ragioni di Company Policy (società statunitense), non partecipava fisicamente
         a tutte le riunioni, ma si teneva informata attraverso Solvay ed era sicuramente parte di tutti gli accordi e [di tutte le]
         negoziazioni» (punto 172 e note 175 e 176 della decisione impugnata).
      
      171    La dichiarazione della Solvay è stata utilizzata dalla Commissione anche in relazione alle riunioni bilaterali tra la Degussa
         e la Kemira, tra la fine del 1997 e l’inizio del 1998, alle quali la Solvay «talora partecipava». Secondo la Commissione,
         la Degussa e la Solvay hanno dichiarato che la ricorrente non vi aveva partecipato, in quanto l’impresa aveva adottato un
         programma di messa in conformità, ma la Solvay la informava telefonicamente del risultato di tali riunioni (punto 210 della
         decisione impugnata, che rinvia alla citata dichiarazione della Solvay).
      
      172    La ricorrente nega di essere stata contattata dalla Solvay. Essa sottolinea la mancanza di precisione della dichiarazione
         di quest’ultima, sostenendo che le affermazioni dell’Atofina non riguardano le riunioni di «alto livello» e non possono corroborare
         la dichiarazione della Solvay. Essa sostiene, inoltre, che la Commissione ha travisato le dichiarazioni della Solvay, laddove
         ha concluso che alcune imprese erano state informate «in maniera esaustiva» e «generalmente per telefono» (punto 172 della
         decisione impugnata).
      
      173    Per quanto riguarda il valore probatorio della dichiarazione della Solvay, va rilevato che si tratta di un’informazione fornita
         da un’impresa accusata, nell’ambito di una domanda di clemenza. Nella sua formulazione, la dichiarazione di cui trattasi si
         riferisce, in generale, a tutte le riunioni di «alto livello» e non consente di identificare le persone fisiche coinvolte
         in tali contatti, il che ne impedisce la verifica tramite testimonianza. Il passaggio in questione della dichiarazione della
         Solvay, come citato alla nota 175 della decisione impugnata, non dice che l’informazione sarebbe stata data «telefonicamente»
         ed «in maniera esaustiva». Peraltro, nelle circostanze del caso di specie, per quanto riguarda le informazioni fornite dal
         principale operatore del mercato, secondo cui varie imprese del settore venivano tenute al corrente delle discussioni illecite,
         non si può escludere che detto operatore mirasse a minimizzare il suo ruolo nell’intesa.
      
      174    Quanto alla corroborazione della dichiarazione della Solvay, si deve rilevare che tale dichiarazione, relativa alle informazioni
         fornite alla ricorrente, non è confermata da altri elementi di prova concernenti le riunioni evocate. Infatti, dagli atti
         risulta che la dichiarazione dell’Atofina invocata dalla Commissione alla nota 176 della decisione impugnata non fa riferimento,
         in realtà, alle riunioni di «alto livello», ma solo a quelle del «gruppo B» che hanno avuto luogo tra la fine del 1995 e l’inizio
         del 1997 e risalgono, per lo meno in gran parte, ad una fase anteriore al periodo di infrazione accertato rispetto alla ricorrente.
         È peraltro pacifico che l’Atofina non ha partecipato alle riunioni interessate dalla dichiarazione della Solvay.
      
      175    In base a tali considerazioni, si deve concludere che la dichiarazione della Solvay ha un valore probatorio intrinseco molto
         scarso al fine di dimostrare che la ricorrente è stata informata dei risultati delle riunioni di «alto livello», e non è direttamente
         corroborata da altri elementi di prova. Pertanto, detta dichiarazione non è atta, di per sé, a dimostrare la partecipazione
         della ricorrente ai contatti collusivi avvenuti tra il settembre 1997 e il settembre 1998, ma può tutt’al più costituire un
         elemento accessorio del complesso di indizi presi in considerazione a tal fine.
      
      176    In secondo luogo, per quanto concerne le cinque riunioni menzionate dall’Atofina (riunioni del 18 settembre 1997 a Parigi,
         del 17 novembre 1997 a Francoforte sul Meno, del 21 novembre 1997 a Parigi e dell’ottobre 1998 a Düsseldorf; punti 180, 188,
         193 e 247 della decisione impugnata), la ricorrente mette in discussione l’attendibilità della dichiarazione dell’Atofina
         secondo cui essa è stata informata telefonicamente, e sostiene che tale dichiarazione non è suffragata da altri elementi di
         prova. Essa produce le dichiarazioni dei suoi dipendenti identificati nella dichiarazione dell’Atofina, i quali negano di
         essere stati contattati.
      
      177    Per quanto riguarda il valore probatorio della dichiarazione dell’Atofina, si deve osservare che il fatto che tale dichiarazione
         sia stata resa nell’ambito di una domanda di clemenza non rimette in discussione, di per sé, la sua attendibilità. Nulla autorizza
         a ritenere che l’Atofina abbia cercato di minimizzare la propria partecipazione all’intesa dichiarando di aver contattato
         la ricorrente nell’ambito di una serie di riunioni. Si deve inoltre osservare che le affermazioni relative ai contatti con
         la ricorrente non sono assolutamente formulate in maniera vaga, ma presentano anzi un livello di precisione significativo
         e consentono di identificare i dipendenti della ricorrente contattati. L’informazione proviene da un testimone diretto, vale
         a dire il dipendente dell’Atofina che ha partecipato ad alcune delle riunioni controverse. Si deve ricordare che egli ha reso
         la sua dichiarazione il 26 maggio 2003, ossia varie settimane dopo la produzione dei primi elementi di prova, avvenuta il
         3 aprile 2003 (punto 513 della decisione controversa). Sia dalle circostanze della sua cooperazione che dal contenuto preciso
         della sua dichiarazione risulta che quest’ultima è stata resa volontariamente e dopo attenta riflessione.
      
      178    L’insieme di tali circostanze dimostra quindi il rilevante valore probatorio della dichiarazione dell’Atofina in questione.
      
      179    Per quanto concerne la corroborazione della dichiarazione dell’Atofina, con riguardo alla riunione del 18 settembre 1997 a
         Parigi, oltre alla dichiarazione di un dipendente dell’Atofina secondo cui la ricorrente è stata «contattat[a] telefonicamente
         affinché le fossero fornite informazioni sulle discussioni», una nota di riunione redatta dal medesimo dipendente fa riferimento
         alla lettera maiuscola «E», che identifica la ricorrente, e indica che quest’ultima era «assente, ma collegata per telefono»
         (punti 180 e 181 della decisione impugnata ed elementi del fascicolo amministrativo citati alla nota 188 della stessa).
      
      180    Per quanto riguarda la riunione del 17 novembre 1997 a Francoforte sul Meno, secondo la medesima dichiarazione, uno o due
         dipendenti della ricorrente sono stati contattati telefonicamente mentre era in corso la riunione ed un rappresentante dell’Atofina
         ne forniva loro un resoconto (punto 188 della decisione impugnata). Tale dichiarazione è inoltre confermata da una nota di
         riunione prodotta dall’Atofina, che indica quanto segue: «FMC = assente ma contattata telefonicamente da me [sig. (…)] altro
         rappresentante locale [sig. (…)] molto attivo» (nota 200 della decisione impugnata). La ricorrente viene peraltro menzionata
         in quanto prima impresa che doveva annunciare l’aumento dei prezzi e le sue informazioni figurano in una tabella di riunione
         contenente i prezzi minimi per cliente e per produttore (punto 192 della decisione impugnata). Inoltre, la Degussa ha precisato,
         nella sua risposta alla comunicazione degli addebiti, che un rappresentante dell’Atofina aveva chiamato un rappresentante
         della ricorrente durante tale riunione (punto 192 e nota 206 della decisione impugnata).
      
      181    Per quanto concerne la riunione del 21 novembre 1997 a Parigi, secondo la medesima dichiarazione dell’Atofina, la ricorrente
         è stata contattata telefonicamente per ottenerne il consenso all’aumento coordinato dei prezzi (punto 193 della decisione
         impugnata) e gli appunti presi nell’ambito di tale riunione indicano i prezzi della ricorrente (punto 197 della decisione
         impugnata ed elementi del fascicolo amministrativo citati alla nota 216 della stessa).
      
      182    Quanto alla riunione dell’ottobre 1998 a Düsseldorf, oltre alla dichiarazione secondo cui un rappresentante della ricorrente
         «ha seguito la riunione per telefono», il resoconto di tale riunione indica la quota di mercato, attuale e proposta, della
         ricorrente (punti 247‑249 della decisione impugnata ed elementi del fascicolo amministrativo citati alla nota 282 della stessa).
      
      183    Da tali elementi risulta che la dichiarazione dell’Atofina non solo è dotata di un rilevante valore probatorio, ma è altresì
         confermata, per ciascuna delle riunioni in questione, da prove documentali concomitanti ai fatti evocati, fornite dall’Atofina,
         ed è inoltre suffragata, per una delle riunioni, dalla dichiarazione fornita dalla Degussa nella sua risposta alla comunicazione
         degli addebiti.
      
      184    Peraltro, tenuto conto del rilevante valore probatorio della dichiarazione dell’Atofina, nonché del livello di precisione
         delle prove documentali prodotte, la loro attendibilità non può essere rimessa in discussione dal fatto che le prove documentali
         provengono dall’autore della dichiarazione controversa.
      
      185    Infatti, la ricorrente non contesta né l’autenticità delle prove documentali prodotte dall’Atofina, né le spiegazioni da questa
         fornite riguardo al loro contenuto. Essa mette in discussione unicamente l’attendibilità di tali documenti in quanto prova
         della sua partecipazione all’intesa.
      
      186    Orbene, tenuto conto del fatto che si tratta di documenti redatti da un testimone diretto all’epoca dei fatti, nonché del
         loro contenuto preciso e dettagliato, si deve riconoscere loro un sicuro valore probatorio.
      
      187    L’attendibilità di tali documenti non è rimessa in discussione dagli argomenti della ricorrente relativi al loro contenuto
         e al loro grado di precisione.
      
      188    Infatti, in primo luogo, il fatto che talune informazioni siano accompagnate da asterischi e punti interrogativi, talora con
         la postilla «da verificare», non mette in causa l’attendibilità del complesso delle informazioni contenute nei documenti in
         questione.
      
      189    In secondo luogo, l’argomento della ricorrente secondo cui le informazioni relative ai suoi prezzi avrebbero potuto provenire
         da un’altra fonte, ad esempio dai suoi clienti, non è plausibile, in quanto le tabelle contengono altre indicazioni che chiamano
         direttamente in causa la ricorrente, vale a dire le note secondo cui essa è stata contattata e doveva essere la prima ad annunciare
         l’aumento dei prezzi, nonché la quota di mercato che doveva esserle attribuita (punti 188, 192 e 282 della decisione impugnata).
      
      190    In terzo luogo, si deve osservare che, con il suo argomento relativo all’asserito duplice utilizzo di elementi di prova tratti
         dalla dichiarazione dell’Atofina, con riguardo a molteplici riunioni, la ricorrente si limita a fare riferimento ad elementi
         del fascicolo che nella decisione impugnata non sono stati fatti valere nei suoi confronti.
      
      191    Infatti, dalla sua argomentazione risulta che si tratta di riunioni anteriori al periodo di infrazione accertato nei suoi
         confronti (vale a dire le riunioni del 23 novembre 1995, 12 febbraio 1996, 22 e 23 maggio 1996, 27 novembre 1996 e «altre
         riunioni generali» del 1996), o di riunioni per le quali essa ha ammesso sia la propria partecipazione che il contenuto delle
         discussioni (riunioni del 28 e 29 maggio 1997), oppure di riunioni che, pur essendo menzionate nella comunicazione degli addebiti,
         in definitiva non sono state prese in considerazione nella decisione impugnata (due riunioni del 1999, a Roissy e a Francoforte
         sul Meno). Peraltro, in relazione ad una nota asseritamente presa in considerazione e concernente la riunione del 26 novembre
         1997 a Bruxelles e un’altra riunione tenutasi «tra giugno e settembre 1997», la ricorrente non specifica i punti interessati
         della decisione impugnata.
      
      192    A tale proposito, la ricorrente, interrogata sulla questione nell’ambito delle misure di organizzazione del procedimento 6 gennaio
         2010, non ha saputo indicare i punti della decisione impugnata nei quali sarebbero stati utilizzati due volte determinati
         elementi di prova.
      
      193    Pertanto, anche ammesso che talune note manoscritte prodotte dall’Atofina, non datate, non abbiano potuto essere collegate
         a riunioni specifiche, tale argomento è inconferente, poiché non riguarda elementi di prova fatti valere contro la ricorrente
         nella decisione impugnata.
      
      194    Peraltro, si deve rilevare che, quand’anche dimostrata, l’asserita imprecisione degli elementi di prova prodotti dall’Atofina
         si spiegherebbe con il lasso di tempo intercorso tra i fatti controversi ed il momento in cui sono stati richiamati i ricordi
         del dichiarante. Poiché tali imprecisioni riguardano elementi diversi da quelli accertati rispetto alla ricorrente, esse non
         sono atte a rimettere in discussione l’attendibilità degli elementi di prova relativi ai contatti con la ricorrente e all’utilizzo
         delle sue informazioni, dato che questi ultimi aspetti sono stati provati in modo chiaro e preciso.
      
      195    In quarto luogo, la ricorrente dichiara di avere rimesso in discussione, nell’ambito della sua risposta alla comunicazione
         degli addebiti, un elemento fornito dal dipendente interessato dell’Atofina, relativo all’asserita partecipazione di uno dei
         suoi rappresentanti ad una riunione svoltasi a Parigi il 12 febbraio 1996. Per contestare tale informazione, la ricorrente
         afferma di aver prodotto una dichiarazione del suo dipendente in senso opposto, nonché una copia del passaporto di quest’ultimo
         contenente un timbro d’ingresso nel territorio degli Stati Uniti con la data del 10 febbraio 1996.
      
      196    Si deve osservare che la dichiarazione prodotta dalla ricorrente mette in dubbio una specifica affermazione del dipendente
         dell’Atofina. In effetti, considerato l’elemento di prova prodotto dalla ricorrente, è poco probabile che il suo rappresentante,
         entrato negli Stati Uniti il 10 febbraio, abbia potuto recarsi a Parigi due giorni dopo. Va peraltro rilevato che la Commissione
         ha tenuto conto di tale osservazione e, mancando una conferma dell’informazione dell’Atofina, non ha ritenuto accertata la
         partecipazione della ricorrente alla riunione di cui trattasi.
      
      197    Tuttavia, il fatto che la ricorrente abbia messo in dubbio un elemento prodotto dall’Atofina che non è stato fatto valere
         nei suoi confronti non è tale da inficiare l’attendibilità della dichiarazione di cui trattasi nel suo complesso.
      
      198    Infine, poiché la ricorrente sostiene che la Commissione non ha preso in considerazione le dichiarazioni dei suoi dipendenti
         che negano di essere stati contattati dal dipendente dell’Atofina, si deve osservare che, come risulta in particolare dai
         punti 186, 191, 192 e 253 della decisione impugnata, la Commissione ha giustamente tenuto conto di tale contestazione dei
         dipendenti della ricorrente e l’ha valutata alla luce degli altri elementi di prova di cui disponeva.
      
      199    In base a tali considerazioni, si deve concludere che un complesso di indizi, risultanti, da un lato, dalle informazioni dell’Atofina
         relative ai contatti telefonici con la ricorrente nell’ambito delle riunioni tenutesi tra il settembre 1997 e l’ottobre 1998
         e, dall’altro, dalla menzione del suo nome e di dati che la riguardano nelle prove documentali relative a dette riunioni,
         dimostrava in modo giuridicamente valido la partecipazione della ricorrente ai contatti illeciti nel periodo in questione.
      
      200    Occorre inoltre rilevare che tali elementi sono suffragati, per quanto riguarda una riunione, dalla Degussa e, in via accessoria,
         che essi concordano con la dichiarazione della Solvay relativa alle informazioni fornite alla ricorrente nell’ambito di altre
         riunioni svoltesi nello stesso periodo.
      
      201    L’argomento della ricorrente relativo agli elementi di prova in questione non può quindi essere accolto.
      
      –       Sui contatti allacciati a margine delle assemblee del CEFIC
      202    La Commissione ha accertato che la ricorrente ha partecipato ai contatti collusivi che hanno avuto luogo a margine di cinque
         assemblee semestrali del CEFIC successive a quella di Siviglia (vale a dire quelle del novembre 1997, del maggio e del novembre
         1998, dell’aprile e del novembre 1999; punti 198‑207, 221‑232, 254‑258, 264 e 265, 273‑275 della decisione impugnata).
      
      203    La ricorrente ammette di avere partecipato alle assemblee semestrali del CEFIC, ma nega di essere stata implicata in contatti
         illegali, facendo valere l’assenza di prove sufficientemente precise e concordanti a tale riguardo. Essa afferma che le riunioni
         in questione si sono tenute in luoghi pubblici, vale a dire ristoranti, bar o corridoi di albergo. Secondo la ricorrente,
         pertanto, le discussioni illecite dovevano consistere solo in contatti bilaterali o avere luogo dopo la partenza dei suoi
         rappresentanti.
      
      204    Si deve ricordare che, secondo una costante giurisprudenza citata supra, al punto 159, se la Commissione dimostra la partecipazione
         dell’impresa interessata a riunioni illecite, incombe a tale impresa dedurre indizi atti a provare che la sua partecipazione
         a dette riunioni era priva di qualsiasi spirito anticoncorrenziale.
      
      205    Occorre quindi esaminare, in primo luogo, se la partecipazione della ricorrente a discussioni illecite sia stata dimostrata
         per quanto riguarda i contatti collusivi a margine delle cinque assemblee del CEFIC in questione e, ove necessario, se la
         ricorrente abbia prodotto indizi idonei a dimostrare che, ciò nondimeno, la sua partecipazione era priva di qualsiasi spirito
         anticoncorrenziale.
      
      206    In primo luogo, per quanto riguarda i contatti allacciati in occasione della cena al ristorante svoltasi alla vigilia dell’assemblea
         del CEFIC del 26 e del 27 novembre 1997 a Bruxelles, la Commissione ha rilevato che la Degussa, la EKA Chemicals, la Solvay
         e l’Atofina avevano dichiarato che la ricorrente e la Kemira «erano effettivamente presenti, erano perfettamente al corrente
         del carattere illecito delle discussioni (…) e vi avevano partecipato» (punto 199 della decisione impugnata).
      
      207    La ricorrente sostiene che la EKA Chemicals non l’ha affatto citata, che la Solvay ha solo redatto un elenco di partecipanti,
         in cui non figurano suoi dipendenti, aggiungendo che «probabilmente tutti gli altri partecipanti» all’assemblea erano rappresentati,
         e che le informazioni dell’Atofina e della Degussa consistevano nella mera indicazione delle persone presenti alla cena, tra
         le quali figuravano suoi rappresentanti. Essa aggiunge che uno dei suoi rappresentanti ha reso una dichiarazione con cui ha
         negato di avere preso parte a discussioni illecite.
      
      208    Si deve rilevare che, come risulta dagli elementi dedotti alla nota 218 della decisione impugnata, prodotti dalla Commissione
         nell’ambito delle misure di organizzazione del procedimento 6 gennaio 2010, la conclusione secondo cui un dipendente della
         ricorrente ha partecipato alla cena durante la quale si sono svolte discussioni illecite tra i partecipanti si basa su dichiarazioni
         dell’Atofina e della Degussa che sono precise su questo punto.
      
      209    Poiché la partecipazione della ricorrente a tali contatti illeciti risulta da un complesso d’indizi concordanti, non può essere
         rimessa in discussione dalla dichiarazione del suo dipendente, che non nega esplicitamente di essere stato presente alla cena,
         ma sostiene solo di non avere partecipato a contatti collusivi.
      
      210    Si deve inoltre osservare che il coinvolgimento della ricorrente nelle discussioni illecite in questione risulta anche da
         altri elementi esposti nella decisione impugnata, secondo i quali, da un lato, in occasione delle ripartizione delle competenze
         regionali, è stato deciso che la ricorrente sarebbe stata responsabile per la Spagna e il Portogallo e, dall’altro, la ricorrente
         ha partecipato ad una riunione sul PBS, tenutasi a margine della medesima assemblea, nonché ad una delle successive riunioni
         locali (punti 201 e 208 della decisione impugnata).
      
      211    In secondo luogo, per quanto riguarda i contatti presi a margine della successiva assemblea del maggio 1998 a Évian-les-Bains,
         vale a dire in occasione di due riunioni sull’HP e sul PBS, dagli elementi invocati ai punti 222 e 226 della decisione impugnata,
         prodotti dalla Commissione nell’ambito delle misure di organizzazione del procedimento 6 gennaio 2010, risulta che la Degussa
         e la Solvay hanno confermato la partecipazione della ricorrente. Per quanto riguarda la riunione sul PBS, l’Atofina ha prodotto
         la tabella di riunione contenente le cifre delle vendite di PBS, che includono i dati della ricorrente (punto 228 della decisione
         impugnata).
      
      212    Nella dichiarazione prodotta dalla ricorrente in allegato al ricorso, il suo dipendente ha ammesso l’esistenza di discussioni
         illecite sul PBS a margine di detta assemblea affermando quanto segue:
      
      «Ho anche partecipato all’assemblea del CEFIC ad Évian-les-Bains nel maggio 1998. Durante tale riunione la conversazione ha
         deviato ancora una volta sul tema delle quote di mercato, come indicato nella [comunicazione degli addebiti]. I piccoli produttori
         come [la ricorrente] non accettavano di congelare le quote di mercato, perché volevamo continuare a competere».
      
      213    In terzo luogo, per quanto riguarda i contatti allacciati a margine dell’assemblea del 25 e 26 novembre 1998 a Bruxelles,
         vale a dire la riunione sul PBS del 25 novembre al ristorante ed una riunione sul PBS del giorno seguente, dagli elementi
         invocati ai punti 255 e 257 della decisione impugnata, prodotti dalla Commissione nell’ambito delle misure di organizzazione
         del procedimento 6 gennaio 2010, risulta che la Degussa ha dichiarato che un rappresentante della ricorrente aveva partecipato
         a queste due riunioni illecite. Per quanto concerne la riunione sull’HP, tale dichiarazione è stata confermata dalla Kemira
         (punto 255 della decisione impugnata).
      
      214    In quarto luogo, per quanto riguarda i contatti a margine dell’assemblea del CEFIC dell’aprile 1999 ad Estoril, dal punto
         265 della decisione impugnata risulta che, secondo la Degussa, i contatti sull’HP sono avvenuti la sera nel bar di un albergo.
      
      215    In quinto luogo, dal punto 273 della decisione impugnata risulta che, secondo la Degussa, la ricorrente ha partecipato ad
         una riunione sull’HP alla vigilia dell’assemblea del CEFIC svoltasi il 16 novembre 1999 a Bruxelles. L’esistenza di tale riunione
         illecita è stata ammessa dalla Solvay, dall’Atofina, dalla Kemira e dall’Ausimont.
      
      216    Si deve rilevare che, sebbene risulti direttamente dalla sola dichiarazione della Degussa, la partecipazione della ricorrente
         ai contatti illeciti allacciati nell’ambito delle suddette riunioni può nondimeno essere ritenuta accertata, come rilevato
         dalla Commissione al punto 275 della decisione impugnata, tenuto conto del complesso di indizi relativi alla partecipazione
         della ricorrente agli atti collusivi nell’ambito di una serie di riunioni organizzate con le medesime modalità. In particolare,
         le riunioni in questione risalgono al medesimo periodo delle due riunioni per le quali la ricorrente ha ammesso la propria
         presenza alle discussioni illecite (v. infra, punti 235‑242).
      
      217    La conclusione basata su tali elementi concordanti non può essere rimessa in discussione dalla dichiarazione del dipendente
         della ricorrente, il quale, senza negare esplicitamente di essere stato presente alle riunioni tenutesi a margine delle assemblee
         in questione, esclude solo di avere partecipato a contatti collusivi.
      
      218    Tutto ciò considerato, si deve rilevare che la Commissione ha presentato un complesso di indizi atti a giustificare in maniera
         convincente la sua conclusione relativa alla partecipazione della ricorrente a riunioni illecite che hanno avuto luogo a margine
         delle menzionate assemblee del CEFIC.
      
      219    Tale conclusione non può essere rimessa in discussione dall’argomento della ricorrente secondo cui i contatti illeciti in
         questione potrebbero essere stati bilaterali o in lingue non padroneggiate dai suoi dipendenti e quindi essere sfuggiti alla
         loro attenzione. Tale argomento non è plausibile, tenuto conto, da un lato, della complessità delle discussioni, il cui contenuto
         è esposto in particolare ai punti 200‑205, 223‑229, 256, 257 e 274 della decisione impugnata e, dall’altro, della menzione
         del nome della ricorrente e delle sue informazioni nei documenti direttamente correlati ai contatti collusivi che hanno avuto
         luogo nello stesso periodo (v. supra, punti 179‑182).
      
      220    In base all’insieme di tali elementi, che dimostrano la partecipazione della ricorrente ai contatti collusivi in questione,
         quest’ultima non può trarre un argomento valido da un’osservazione incidentale della Commissione concernente una delle riunioni
         di cui trattasi, secondo cui «non è inverosimile che (…) varie discussioni possano avere avuto luogo piuttosto a livello bilaterale»
         (punto 167 della decisione impugnata).
      
      221    Di conseguenza, poiché la ricorrente non ha dedotto alcun altro indizio atto a dimostrare che la sua partecipazione alle riunioni
         in questione era priva di qualsiasi spirito anticoncorrenziale, la Commissione ha giustamente ritenuto che essa fosse implicata
         nei contatti collusivi avvenuti a margine delle menzionate assemblee del CEFIC.
      
      –       Sulla riunione del 13 luglio 1998 a Königswinter
      222    Ai punti 233‑236 della decisione impugnata la Commissione ha affermato che il 13 luglio 1998 aveva avuto luogo a Königswinter
         un incontro tra la Degussa, la Solvay e la ricorrente, organizzato dalla Degussa per «verificare che le tre società [fossero]
         decise a persuadere l’Atochem a cessare la sua produzione di PBS al fine di ridurre le capacità in tale settore».
      
      223    Dai punti 234 e 235 della decisione impugnata emerge che la partecipazione della ricorrente a tale riunione risulta da una
         dichiarazione della Degussa, suffragata dalla risposta della Solvay alla comunicazione degli addebiti.
      
      224    La ricorrente nega di avere partecipato alla riunione di Königswinter, basandosi sulla dichiarazione del suo dipendente e
         su una fattura di taxi contenente il nome dello stesso, rilasciata a Barcellona il giorno della riunione. Inoltre, essa sostiene
         che la Solvay, in realtà, non ha confermato la sua presenza a tale riunione. Contesta la dichiarazione della Solvay secondo
         cui essa «aveva partecipato all’accordo con l’Atochem, assicurando in cambio una compensazione in Spagna» (punto 244 della
         decisione impugnata).
      
      225    Si deve osservare che le dichiarazioni della Degussa e, contrariamente a quanto sostiene la ricorrente, della Solvay sono
         redatte in termini chiari e confermano inequivocabilmente la presenza della ricorrente a Königswinter. Infatti, la Solvay,
         pur non menzionando la riunione controversa nella domanda di clemenza, ma solo nella risposta alla comunicazione degli addebiti,
         tuttavia, già nella suddetta domanda, ha indicato che l’Atochem chiedeva una compensazione per la chiusura del suo sito di
         produzione di PBS, precisando che la Degussa aveva preso contatto con la ricorrente e con lei stessa a tale riguardo (elemento
         del fascicolo parzialmente citato alla nota 271 della decisione impugnata).
      
      226    In base a tali elementi, nonché al fatto che la fattura di taxi emessa a Barcellona il giorno della riunione non costituiva
         la prova che il rappresentante della ricorrente non si fosse recato a Königswinter lo stesso giorno, la Commissione ha giustamente
         concluso che la ricorrente aveva partecipato alla riunione di cui trattasi (punto 236 della decisione impugnata).
      
      227    Si deve inoltre osservare che, sebbene la ricorrente non abbia partecipato alla successiva riunione sulla stessa materia del
         1° ottobre 1998, gli elementi relativi a tale riunione costituiscono altrettanti indizi del suo coinvolgimento nelle discussioni
         relative alla chiusura di un sito di produzione di PBS dell’Atochem.
      
      228    Da un lato, come risulta dai punti 243 e 244 della decisione impugnata, sia la Degussa che la Solvay hanno dichiarato che
         la riunione del 1° ottobre 1998 a Parigi aveva lo scopo di illustrare all’Atochem la proposta adottata dalla Degussa, dalla
         Solvay e dalla ricorrente durante la riunione di Königswinter. Dall’altro, dal punto 277 della decisione impugnata risulta
         che, in seguito alla chiusura degli stabilimenti di produzione dell’Atochem e della Caffaro, le quote di queste due società
         sul mercato del PBS dovevano essere assegnate, in linea di principio, alla Solvay, alla Degussa e alla ricorrente.
      
      229    Alla luce di tutti questi elementi, gli argomenti dedotti dalla ricorrente per negare la propria partecipazione ai contatti
         avvenuti a Königswinter in relazione alla chiusura del sito dell’Atochem non possono essere accolti.
      
      –       Sulla riunione con la Degussa del 28 settembre 1998 a Bruxelles
      230    Ai punti 239‑242 della decisione impugnata, la Commissione ha menzionato una riunione di «alto livello» tenutasi il 28 settembre
         1998 a Bruxelles tra la Degussa e la Solvay. Essa ha concluso che, «successivamente (nel pomeriggio), [aveva] avuto luogo
         una riunione bilaterale tra un alto rappresentante della Degussa ed un alto rappresentante [della ricorrente], sempre a Bruxelles,
         il cui scopo era consentire alla Degussa di comunicarle i risultati della riunione del mattino». Tale conclusione si basa
         su un’informazione della Degussa, nonché su un appunto dell’agenda di un dipendente della Degussa (punto 241 e nota 267 della
         decisione impugnata).
      
      231    La ricorrente non nega che si sia tenuta tale riunione, ma ne contesta l’oggetto, rilevando che la Degussa non ha menzionato
         tale riunione nella sua domanda di clemenza e, nelle sue informazioni successive, ha unicamente sottolineato che «l’oggetto
         della riunione [era] stata una discussione di carattere generale sullo sviluppo del mercato europeo dell’HP, in particolare
         riguardo al livello elevato dei prezzi spuntati e alle possibilità di mantenere tale livello».
      
      232    Si deve osservare a tale riguardo che il fatto che la riunione in questione non venga menzionata nella domanda di clemenza
         della Degussa è irrilevante, posto che la ricorrente non nega che si sia tenuta. Quanto allo scopo collusivo di detta riunione,
         si deve osservare che, come rilevato dalla Commissione, esso è dimostrato dal fatto che la riunione con la ricorrente ha avuto
         luogo dopo quella con la Solvay, il cui oggetto illecito non è contestato, ch’essa è indicata nell’agenda di un dipendente
         della Degussa come la «riunione successiva» (nächstes meeting) e che è stata inclusa nell’elenco dei contatti collusivi fornito
         dalla Degussa (nota 267 della decisione impugnata).
      
      233    Alla luce di tali elementi, gli argomenti della ricorrente non possono rimettere in discussione le conclusioni della Commissione
         relative alla riunione di cui trattasi.
      
      –       Sulle riunioni relative al PBS
      234    Nella decisione impugnata, la Commissione ha accertato la seguente serie di riunioni, relative al PBS, tra la Degussa, la
         Solvay, l’Ausimont e la ricorrente:
      
      –        la riunione del 16 settembre 1998 a Lione (punti 237 e 238 della decisione impugnata);
      –        la riunione dell’inizio del 1999 a Milano (punti 259‑263 della decisione impugnata);
      –        la riunione dell’estate del 1999 a Basilea (punti 267‑270 della decisione impugnata);
      –        la riunione del 13 dicembre 1999 a Friburgo (punti 276‑279 della decisione impugnata).
      235    Si deve rilevare che, per quanto riguarda le riunioni di Milano e Friburgo, la ricorrente ammette di avervi partecipato e
         riconosce che le discussioni hanno «deviato» verso temi «inopportuni», ma sostiene che il suo rappresentante ha prestato «scarsa
         attenzione» a tali discussioni.
      
      236    Essendo stati accertati la presenza della ricorrente ed il contenuto illecito delle discussioni, incombeva alla ricorrente
         addurre indizi atti a dimostrare che la sua partecipazione a dette riunioni era priva di qualsiasi spirito anticoncorrenziale,
         dimostrando di aver informato i concorrenti che essa partecipava alle riunioni in un’ottica diversa dalla loro (v. giurisprudenza
         citata supra, al punto 159).
      
      237    A tal riguardo, la ricorrente fa valere, basandosi sulla dichiarazione del suo dipendente che ha partecipato alle suddette
         due riunioni, che lo scopo delle stesse era discutere degli strumenti di cui poteva valersi l’industria per placare le preoccupazioni
         suscitate dal movimento «anti‑boro» e che, tenuto conto di tali preoccupazioni, essa aveva già iniziato a prendere in esame
         la messa a punto di un «prodotto alternativo», il PCS. Pertanto, pur ammettendo che, nel corso della riunione di cui trattasi,
         erano intercorse discussioni illecite fra altri produttori, la ricorrente sostiene che il suo rappresentante non era interessato
         a tali argomenti e pertanto, pur non avendo lasciato il locale, non aveva partecipato alle discussioni illecite. Secondo la
         ricorrente, tale spiegazione sarebbe confermata dalla Degussa, la quale afferma che le riunioni in questione si sono tenute
         nell’ambito di discussioni lecite.
      
      238    Si deve rilevare che le riunioni in questione hanno avuto luogo all’epoca in cui l’intesa era ben sviluppata e sono state
         precedute da un certo numero di contatti collusivi che coinvolgevano la ricorrente. La stessa ricorrente ammette che le discussioni
         avevano un contenuto illecito, e non indica di essersi opposta apertamente o di avere precisato ai suoi concorrenti che partecipava
         a tali riunioni in un’ottica diversa dalla loro.
      
      239    Peraltro, è poco plausibile che la ricorrente non avesse alcun interesse alla discussione illecita sui prezzi del PBS, dato
         che ne ha proseguito la produzione nel 1999 e nel 2000, figurando fra i quattro principali produttori di PBS, i quali hanno
         partecipato tutti alle medesime riunioni, e ha iniziato a commercializzare il PCS solo nel 2002 (punto 36 della decisione
         impugnata).
      
      240    Inoltre, gli elementi di prova relativi alle riunioni in questione includono tabelle contenenti precisazioni sulle quote di
         mercato dei partecipanti (punto 261 della decisione impugnata) e fanno riferimento a discussioni sull’attribuzione delle quote
         di mercato liberate dalla chiusura degli stabilimenti di produzione dell’Atochem e della Caffaro, che «in linea di principio,
         dovevano essere assegnate alla Solvay, alla Degussa e [alla ricorrente] in funzione della loro quota di mercato reale» (punto 277
         della decisione impugnata).
      
      241    Peraltro, contrariamente a quanto asserito dalla ricorrente, l’affermazione della Degussa secondo cui le riunioni di cui trattasi
         si erano tenute «in occasione» di incontri leciti non significa che le discussioni illecite fossero avvenute «per caso» o
         avessero carattere fortuito.
      
      242    Dalle considerazioni che precedono emerge che gli argomenti della ricorrente non sono sufficienti a dimostrare che la sua
         partecipazione alle discussioni in questione fosse priva di qualsiasi spirito anticoncorrenziale.
      
      243    Per quanto riguarda le riunioni di Lione e di Basilea, si deve osservare che, sebbene la partecipazione della ricorrente a
         tali incontri risulti da informazioni provenienti, rispettivamente, dalla Degussa e dalla Solvay non suffragate da altri elementi
         di prova, considerata l’identità dei loro partecipanti e del loro oggetto nonché la loro vicinanza nel tempo, la Commissione
         ha giustamente concluso che la ricorrente aveva partecipato all’intera serie di riunioni.
      
      244    Di conseguenza, gli argomenti della ricorrente relativi alle riunioni sul PBS tenutesi tra settembre 1998 e dicembre 1999
         non possono essere accolti.
      
      –       Conclusione
      245    Si deve ricordare che gli elementi di prova dedotti dalla Commissione nella decisione impugnata al fine di provare l’esistenza
         di una violazione dell’art. 81, n. 1, CE, da parte di un’impresa vanno presi in considerazione non singolarmente, ma nel loro
         insieme (v. giurisprudenza citata supra, al punto 108).
      
      246    Al termine dell’esame esposto ai precedenti punti 113‑244 si deve concludere che l’insieme degli elementi analizzati costituiva
         un complesso di indizi atto a dimostrare in modo giuridicamente valido la partecipazione della ricorrente all’infrazione.
      
      247    Infatti, per ciascuno dei fatti costitutivi di tale infrazione, la Commissione ha prodotto una prova attendibile e, in molti
         casi, direttamente suffragata da altre prove. La partecipazione della ricorrente all’intesa risulta, da un lato, dalla sua
         partecipazione a varie riunioni e a vari contatti collusivi e, dall’altro, dalla menzione del suo nome e delle sue informazioni
         nei vari documenti direttamente correlati a tali contatti. Alla luce dell’analisi precedentemente svolta, gli argomenti della
         ricorrente relativi ad un asserito snaturamento o ad un «abbellimento» degli elementi di prova risultano privi di fondamento.
      
      248    Poiché, per taluni fatti costituenti infrazione, la Commissione ha dedotto prove isolate, che non è stato possibile suffragare
         direttamente con altri indizi, occorre rammentare che, di fronte ad un complesso di indizi concordanti atti a dimostrare la
         partecipazione all’intesa, è necessaria una spiegazione davvero solida per convincere un giudice del fatto che, in una determinata
         fase di una serie di riunioni, è successo qualcosa di completamente diverso da ciò che è avvenuto in riunioni precedenti e
         successive (v. supra, punto 127).
      
      249    Orbene, alla luce dell’analisi precedentemente svolta, è giocoforza constatare che la ricorrente non ha dedotto argomenti
         solidi per rimettere in discussione le prove fatte valere dalla Commissione nei suoi confronti, in particolare riguardo a
         talune riunioni svoltesi a margine delle assemblee del CEFIC per le quali la Commissione si è basata su indizi provenienti
         da un’unica fonte d’informazione (v. supra, punti 216 e 243).
      
      250    In base a tali considerazioni, occorre respingere la critica con cui la ricorrente rivendica il beneficio del dubbio, in virtù
         del principio in dubio pro reo. Al termine di una valutazione completa, tale critica e le specifiche censure formulate dalla
         ricorrente non appaiono atte a rimettere in discussione il complesso di indizi precisi e concordanti fatti valere nella decisione
         impugnata.
      
      251    Infine, la legittimità della conclusione relativa alla partecipazione della ricorrente all’infrazione controversa non può
         essere inficiata dagli argomenti con cui quest’ultima intende dimostrare di essersi comportata «in maniera aggressiva» sul
         mercato, sulla base di una descrizione storica degli sviluppi del mercato e, in particolare, del significativo aumento della
         sua quota di mercato nel SEE tra il 1993 e il 2001.
      
      252    Infatti, da un lato, non occorre esaminare gli effetti di un accordo o di una pratica concordata una volta che ne sia stato
         accertato l’oggetto anticoncorrenziale (sentenza della Corte 19 marzo 2009, causa C‑510/06 P, Archer Daniels Midland/Commissione,
         Racc. pag. I‑1843, punto 140, e 4 giugno 2009, causa C‑8/08, causa T‑Mobile Netherlands e a., Racc. pag. I‑4529, punti 28‑30).
      
      253    Dall’altro, la responsabilità di una determinata impresa per l’infrazione risulta validamente accertata allorché tale impresa
         ha partecipato a riunioni conoscendone l’oggetto anticoncorrenziale, anche se non ha poi attuato l’una o l’altra delle misure
         concordate in occasione delle stesse (sentenza della Corte 15 ottobre 2002, cause riunite C‑238/99 P, C‑244/99 P, C‑245/99 P,
         C‑247/99 P, da C‑250/99 P a C‑252/99 P e C‑254/99 P, Limburgse Vinyl Maatschappij e a./Commissione, Racc. pag. I‑8375, punti
         508 e 509).
      
      254    Alla luce di tutte le suesposte considerazioni, si deve concludere che il primo motivo è infondato e, pertanto, deve essere
         respinto.
      
       Sul secondo motivo, concernente una violazione dei diritti della difesa nell’ambito dell’accesso al fascicolo
       Argomenti delle parti
      255    La ricorrente sostiene che la Commissione si è basata su taluni elementi a carico tratti dalle risposte della Solvay e della
         Degussa alla comunicazione degli addebiti, senza darle modo di formulare le proprie osservazioni su tali elementi.
      
      256    In primo luogo, per quanto riguarda le informazioni della Solvay relative alle chiamate telefoniche, quest’ultima non avrebbe
         indicato le date in cui avrebbe contattato la ricorrente. La Commissione avrebbe concluso che si trattava delle riunioni descritte
         ai punti 171‑174, 211, 215‑217, e 239‑242 della decisione impugnata (punto 172 della decisione impugnata). Orbene, sembrerebbe
         che, nella sua risposta alla comunicazione degli addebiti, la Solvay abbia negato di aver partecipato alla riunione evocata
         ai punti 215‑217 della decisione impugnata. Tale elemento rivestirebbe particolare importanza, dato che la Commissione si
         è basata su asserite chiamate telefoniche della Solvay per suffragare successivamente le asserite chiamate dell’Atofina. Orbene,
         la ricorrente non avrebbe avuto accesso alla risposta della Solvay alla comunicazione degli addebiti per prendere conoscenza
         di quanto da essa affermato in merito a tale riunione.
      
      257    In secondo luogo, la Commissione si sarebbe basata sulle risposte della Degussa e della Solvay alla comunicazione degli addebiti
         concernenti la riunione del settembre 1998 a Bruxelles (punti 239‑242 della decisione impugnata). Orbene, la ricorrente non
         avrebbe potuto consultare le eventuali indicazioni fornite dalla Solvay nella sua risposta alla comunicazione degli addebiti
         in merito ad una chiamata telefonica che essa avrebbe ricevuto a proposito di tale riunione.
      
      258    In terzo luogo, la Commissione si sarebbe basata sulla risposta della Solvay alla comunicazione degli addebiti per suffragare
         l’affermazione della Degussa secondo cui la ricorrente avrebbe partecipato alla riunione del novembre 1999 a Bruxelles (punti 273‑275
         della decisione impugnata). Non sapendo cosa avesse affermato la Solvay, la ricorrente non avrebbe potuto rispondere a tale
         addebito.
      
      259    Peraltro, la ricorrente non sarebbe stata posta in condizione di predisporre la propria difesa, in quanto non avrebbe avuto
         accesso alle risposte in questione, che potevano contenere anche elementi a discarico.
      
      260    La Commissione contesta gli argomenti della ricorrente.
      
       Giudizio del Tribunale
      261    Ai sensi dell’art. 27, n. 2, del regolamento n. 1/2003, nel corso del procedimento devono essere pienamente garantiti i diritti
         di difesa delle parti interessate. Esse hanno diritto d’accesso al fascicolo della Commissione, fermo restando il legittimo
         interesse delle imprese alla tutela dei propri segreti aziendali.
      
      262    Secondo una giurisprudenza costante, il diritto di accesso al fascicolo, corollario del principio del rispetto dei diritti
         della difesa, implica che la Commissione debba dare all’impresa interessata la possibilità di procedere ad un esame di tutti
         i documenti presenti nel fascicolo istruttorio che potrebbero essere rilevanti per la sua difesa (v., in tal senso, sentenza
         della Corte 2 ottobre 2003, causa C‑199/99 P, Corus UK/Commissione, Racc. pag. I‑11177, punti 125‑128, e sentenza del Tribunale
         29 giugno 1995, causa T‑30/91, Solvay/Commissione, Racc. pag. II‑1775, punto 81).
      
      263    Questi comprendono tanto i documenti a carico quanto quelli a discarico, fatti salvi i segreti aziendali di altre imprese,
         i documenti interni della Commissione e altre informazioni riservate (sentenza Aalborg Portland e a./Commissione, citata al
         punto 109 supra, punto 68).
      
      264    Per quanto attiene ai documenti a carico, la mancata comunicazione di un documento costituisce una violazione dei diritti
         della difesa solo se l’impresa interessata dimostra, da un lato, che la Commissione si è basata su tale documento per suffragare
         il suo addebito relativo all’esistenza di un’infrazione e, dall’altro, che l’addebito potrebbe essere provato solo facendo
         riferimento al documento stesso. L’impresa interessata ha pertanto l’onere di dimostrare che il risultato al quale è pervenuta
         la Commissione nella propria decisione sarebbe stato diverso se tale documento fosse stato espunto dai mezzi di prova (sentenza
         Aalborg Portland e a./Commissione, citata al punto 109 supra, punti 71‑73).
      
      265    Per contro, per quanto riguarda la mancata trasmissione di un documento a favore, l’impresa interessata deve solo provare
         che tale mancata comunicazione abbia potuto influenzare, a suo discapito, lo svolgimento del procedimento ed il contenuto
         della decisione della Commissione. È sufficiente che l’impresa dimostri che avrebbe potuto utilizzare detti documenti a discarico
         ai fini della propria difesa (sentenze Limburgse Vinyl Maatschappij e a./Commissione, cit. al punto 253 supra, punto 318,
         ed Hercules Chemicals/Commissione, cit. al punto punto 97 supra, punto 81), in particolare dimostrando che essa avrebbe potuto
         far valere elementi che non concordavano con le deduzioni operate dalla Commissione al momento della comunicazione degli addebiti
         e che avrebbe potuto quindi influenzare, in una qualsiasi maniera, le valutazioni svolte nella decisione (sentenza Aalborg
         Portland e a./Commissione, cit. al punto 109 supra, punto 75).
      
      266    Per quanto concerne l’accesso alle risposte delle altre imprese interessate alla comunicazione degli addebiti, si deve ricordare
         che tali risposte non fanno parte del fascicolo dell’istruttoria propriamente detto (sentenza Cimenteries CBR e a./Commissione,
         cit. al punto 122 supra, punto 380).
      
      267    Pertanto, trattandosi di documenti che non fanno parte del fascicolo costituito al momento della notifica della comunicazione
         degli addebiti, la Commissione è tenuta a divulgare dette risposte ad altre imprese coinvolte esclusivamente qualora risulti
         che esse contengono nuovi elementi a carico o a discarico.
      
      268    Nella specie, da un lato, la ricorrente sostiene nell’atto introduttivo che la Commissione ha violato i suoi diritti della
         difesa, poiché ha utilizzato nella decisione impugnata alcuni elementi a carico tratti dalle risposte della Solvay e della
         Degussa alla comunicazione degli addebiti sui quali essa non ha avuto occasione di formulare osservazioni. Dall’altro, sostiene
         di non essere stata posta in condizione di predisporre la propria difesa, in quanto non avrebbe avuto accesso alle risposte
         in questione, che potevano contenere anche elementi a discarico.
      
      269    Peraltro, in udienza, essa ha svolto un nuovo argomento fondato sul mancato accesso ad un documento della Solvay, prodotto
         dalla Commissione nell’ambito delle misure di organizzazione del procedimento disposte dal Tribunale il 6 gennaio 2010 (v. infra,
         punto 300).
      
      –       Sui presunti elementi a carico tratti dalle risposte della Solvay e della Degussa alla comunicazione degli addebiti
      270    Secondo costante giurisprudenza, qualora la Commissione intenda basarsi su un brano di una risposta ad una comunicazione degli
         addebiti per dimostrare l’esistenza di un’infrazione, le altre imprese coinvolte in detto procedimento devono essere messe
         in condizione di pronunciarsi riguardo a tale elemento di prova. In circostanze del genere, il citato brano costituisce in
         effetti un elemento a carico nei confronti delle diverse parti che avrebbero partecipato all’infrazione (sentenze del Tribunale
         Cimenteries CBR e a./Commissione, cit. al punto 122 supra, punto 386, e 27 settembre 2006, causa T‑314/01, Avebe/Commissione,
         Racc. pag. II‑3085, punto 50).
      
      271    Un documento può essere considerato come prova a carico soltanto quando è utilizzato dalla Commissione a sostegno dell’accertamento
         di un’infrazione commessa da un’impresa. Al fine di provare una violazione dei suoi diritti della difesa, non è sufficiente
         che l’impresa interessata dimostri che essa non si è potuta pronunciare nel corso del procedimento amministrativo su un documento
         utilizzato in un qualsiasi passaggio della decisione impugnata. Occorre che essa dimostri che la Commissione ha utilizzato
         tale documento, nella decisione impugnata, come ulteriore elemento probatorio di un’infrazione alla quale l’impresa avrebbe
         partecipato (sentenza del Tribunale 16 dicembre 2003, cause riunite T‑5/00 e T‑6/00, Nederlandse Federatieve Vereniging voor
         de Groothandel op Elektrotechnisch Gebied e Technische Unie/Commissione, Racc. pag. II‑5761, punto 35).
      
      272    Nella specie, è pacifico che il 24 febbraio 2006 la Commissione ha trasmesso alla ricorrente gli estratti delle risposte della
         Solvay e della Degussa alla comunicazione degli addebiti contenenti elementi nuovi che intendeva utilizzare contro di lei.
         Si tratta dei punti 249‑254 della risposta della Solvay, concernenti la riunione relativa alla chiusura di un sito di produzione
         di PBS dell’Atochem, tenutasi il 13 luglio 1998 a Königswinter, e dei punti 26‑28 della risposta della Degussa, concernenti
         il contatto telefonico con la ricorrente nell’ambito delle riunioni del novembre 1997. La ricorrente ha presentato le sue
         osservazioni al riguardo il 15 marzo 2006.
      
      273    La ricorrente fa valere, tuttavia, che la Commissione ha utilizzato contro di lei altri elementi tratti dalle medesime risposte
         che non le sono stati comunicati.
      
      274    In primo luogo, la ricorrente sostiene che dalla decisione impugnata risulta che la Solvay, nella sua risposta alla comunicazione
         degli addebiti, ha negato di aver partecipato alla riunione dell’aprile 1998 a Francoforte sul Meno, evocata ai punti 215‑217
         della decisione impugnata. Secondo la ricorrente, tale elemento è importante, in quanto la Commissione si è basata sul fatto
         che la Solvay aveva informato la ricorrente per telefono, in particolare, circa l’esito della suddetta riunione (punto 172
         della decisione impugnata).
      
      275    Si deve osservare che, con tale argomento, la ricorrente lamenta in realtà la mancata divulgazione di un presunto elemento
         a discarico.
      
      276    A tal riguardo, dal punto 217 della decisione impugnata risulta che la Solvay ha contestato non la sua partecipazione alla
         riunione di cui trattasi, ma unicamente l’utilizzo di un elemento di prova, vale a dire l’agenda di uno dei suoi direttori
         generali del settore chimico, per quanto riguarda la suddetta riunione del 1998, in quanto l’agenda in questione apparterrebbe,
         secondo la Solvay, al direttore nominato nel 2000.
      
      277    Orbene, quest’unica precisazione non è atta a confutare la dichiarazione della Solvay relativa alle informazioni fornite alla
         ricorrente nella serie di riunioni in questione e, pertanto, non può costituire un elemento a discarico.
      
      278    In secondo luogo, la ricorrente sostiene che la Commissione si è basata sulle risposte alla comunicazione degli addebiti fornite
         dalla Degussa e dalla Solvay per accertare i fatti relativi alla riunione svoltasi il 28 settembre 1998 a Bruxelles (punti 239‑242
         della decisione impugnata).
      
      279    Si deve ricordare che, ai punti 239‑241 della decisione impugnata, la Commissione ha descritto, sulla base delle informazioni
         tratte dalla domanda di clemenza della Degussa, una riunione di «alto livello» tra la Degussa e la Solvay concernente l’HP
         e il PBS, indicando inoltre che, lo stesso giorno, la Degussa si era incontrata con la ricorrente per informarla dei risultati
         di tale riunione.
      
      280    Dal punto 242 della decisione impugnata, nonché dagli elementi prodotti dalla Commissione nell’ambito delle misure di organizzazione
         del procedimento 6 gennaio 2010, risulta che la Solvay, nella sua risposta alla comunicazione degli addebiti, pur confermando
         che tale riunione aveva avuto luogo, sosteneva che la questione del PBS non aveva potuto essere discussa, ma che la Degussa,
         nella sua risposta alla comunicazione degli addebiti, aveva confermato espressamente che si era discusso anche del PBS e che
         la discussione aveva riguardato il piano comune di chiusura dello stabilimento di PBS dell’Atochem. Di conseguenza, la Commissione
         ha mantenuto la sua conclusione secondo cui la riunione aveva avuto ad oggetto entrambi i prodotti.
      
      281    Si deve osservare che le indicazioni risultanti da tali risposte alla comunicazione degli addebiti riguardano principalmente
         il contenuto della riunione tra la Degussa e la Solvay, e non quella tra la Degussa e la ricorrente. Esse riguardano unicamente
         la questione se detta riunione abbia avuto ad oggetto entrambi i prodotti o unicamente l’HP. La Commissione si è limitata
         ad osservare che, nella sua risposta alla comunicazione degli addebiti, la Degussa aveva esplicitamente confermato l’informazione
         fornita anteriormente.
      
      282    In tali circostanze, non si può ritenere che le precisazioni in questione fornite dalla Solvay e dalla Degussa nelle loro
         rispettive risposte alla comunicazione degli addebiti contengano un nuovo elemento a carico contro la ricorrente.
      
      283    Riguardo alla medesima riunione, la ricorrente sostiene di non aver potuto consultare le eventuali dichiarazioni della Solvay
         relative ad una chiamata telefonica che essa avrebbe ricevuto da quest’ultima.
      
      284    Si deve osservare che, sebbene la dichiarazione della Solvay relativa alle informazioni fornite alla ricorrente (punto 172
         della decisione impugnata) faccia riferimento anche alla riunione controversa, gli elementi evocati ai punti 239‑242 della
         decisione impugnata, prodotti dalla Commissione nell’ambito delle misure di organizzazione del procedimento 6 gennaio 2010,
         non contengono alcun riferimento al contatto telefonico tra la Solvay e la ricorrente. Appare quindi infondato l’argomento
         della ricorrente relativo all’asserito utilizzo di un nuovo elemento a carico risultante dalla risposta alla comunicazione
         degli addebiti della Solvay in riferimento alla suddetta riunione.
      
      285    In terzo luogo, la ricorrente afferma che la Commissione si è basata sulla risposta della Solvay alla comunicazione degli
         addebiti per suffragare l’affermazione della Degussa secondo cui essa aveva partecipato alla riunione del novembre 1999 a
         Bruxelles (punti 273‑275 della decisione impugnata).
      
      286    Dal punto 275 della decisione impugnata, nonché dagli elementi prodotti dalla Commissione nell’ambito delle misure di organizzazione
         del procedimento 6 gennaio 2010 risulta che la Solvay, nella sua risposta alla comunicazione degli addebiti, si è limitata
         ad indicare che non disponeva di informazioni su tale riunione, ma confermava di avervi partecipato. Essa ha inoltre affermato,
         senza contestare il contenuto illecito delle discussioni, che all’epoca la realtà del mercato era che i produttori iniziavano
         ad applicare prezzi indipendenti per aumentare le loro quote di mercato.
      
      287    A tal riguardo si deve rilevare che, nello stesso punto della decisione, «dato che Solvay a[veva] confermato la dichiarazione
         di Degussa e che Atofina, Kemira e Solexis non [avevano] contestato il contenuto di tale riunione, quale esposto nella comunicazione
         degli addebiti», la Commissione non è tornata sulla sua conclusione relativa alla riunione di cui trattasi, ritenendo verosimili
         sia il fatto che tale riunione si fosse tenuta «nello stesso contesto e con le medesime modalità che caratterizza[vano] altre
         riunioni del cartello tenutesi nello stesso periodo», sia il coinvolgimento della ricorrente.
      
      288    Da tali considerazioni risulta che l’indicazione fornita dalla Solvay nella sua risposta alla comunicazione degli addebiti
         costituiva tutt’al più un elemento accessorio in un complesso di indizi utilizzati dalla Commissione in relazione alla riunione
         di cui trattasi. Alla luce in particolare del suo contenuto, l’affermazione della Solvay secondo cui essa confermava la sua
         partecipazione alla riunione in esame non poteva costituire un elemento di prova aggiuntivo per quanto riguarda la partecipazione
         della ricorrente all’infrazione.
      
      289    Alla luce delle considerazioni sin qui svolte, si deve rilevare che la ricorrente non ha dimostrato che la Commissione si
         sia basata su nuovi elementi a carico tratti da parti non divulgate delle risposte alla comunicazione degli addebiti e, pertanto,
         non può far valere la mancata divulgazione di tali elementi.
      
      –       Sui presunti elementi a discarico tratti dalle risposte della Solvay e della Degussa alla comunicazione degli addebiti
      290    Occorre rammentare che, secondo costante giurisprudenza, la Commissione non ha l’obbligo di rendere accessibili, di sua iniziativa,
         documenti che non compaiono nel suo fascicolo istruttorio e che non ha intenzione di utilizzare a carico nella decisione definitiva
         nei confronti delle parti interessate (sentenze del Tribunale Cimenteries CBR e a./Commissione, cit. al punto 122 supra, punto 383,
         e 30 settembre 2003, cause riunite T‑191/98 e da T‑212/98 a T‑214/98, Atlantic Container Line e a./Commissione, Racc. pag. II‑3275,
         punto 340).
      
      291    Nella specie, dagli atti risulta che, durante il procedimento amministrativo, la ricorrente non ha chiesto di avere accesso
         alle risposte della Degussa e della Solvay alla comunicazione degli addebiti, ma ha proposto una domanda in tal senso il 18 maggio
         2006, dopo che le era stata notificata la decisione impugnata. Tale domanda è stata respinta dalla Commissione il 2 giugno
         2006.
      
      292    Si deve rilevare che, per quanto riguarda i documenti che la Commissione non è, di regola, tenuta a divulgare di propria iniziativa,
         la ricorrente, in linea di principio, non può validamente invocare la mancata trasmissione di presunti elementi a discarico
         contenuti nelle risposte in questione, se non ha chiesto di avere accesso a tali risposte durante il procedimento amministrativo
         (v., in tal senso, sentenza Cimenteries CBR e a./Commissione, cit. al punto 122 supra, punto 383).
      
      293    Tale considerazione non è inficiata dal fatto che la Commissione ha comunicato alla ricorrente alcuni estratti delle risposte
         in questione (v. supra, punto 272).
      
      294    Infatti, se la Commissione intende basarsi su un passaggio di una risposta ad una comunicazione degli addebiti, il passaggio
         in questione costituisce un elemento a carico nei confronti delle varie imprese che avrebbero partecipato all’infrazione (v.,
         in tal senso, sentenze Cimenteries CBR e a./Commissione, cit. al punto 122 supra, punto 386, e Avebe/Commissione, cit. al
         punto 270 supra, punto 50).
      
      295    Infatti, pur essendo tenuta a divulgare alle imprese interessate i passaggi della risposta alla comunicazione degli addebiti
         che contengono indicazioni pertinenti riguardo a detto elemento a carico, la Commissione non è obbligata ad estendere tale
         divulgazione agli altri passaggi della risposta in questione, privi di nesso con l’elemento addotto.
      
      296    D’altro canto, anche ammesso che l’argomentazione della ricorrente debba essere intesa nel senso che la Commissione avrebbe
         dovuto rilevare la presenza degli elementi a discarico nelle risposte in questione e, pertanto, comunicarle tali elementi
         di propria iniziativa, è opportuno rilevare che, nell’ambito di tale argomento, la ricorrente ha l’onere di fornire un primo
         indizio dell’utilità di tali risposte ai fini della sua difesa.
      
      297    In particolare, essa deve indicare gli eventuali elementi a discarico di cui trattasi o fornire un indizio della loro esistenza
         e, pertanto, della loro utilità ai fini del procedimento (v., in tal senso, sentenza del Tribunale 27 settembre 2006, causa
         T‑43/02, Jungbunzlauer/Commissione, Racc. pag. II‑3435, punti 351‑359).
      
      298    Orbene, nella specie, ad eccezione degli argomenti esaminati e respinti supra, ai punti 276 e 277, la ricorrente non deduce
         nell’atto introduttivo alcun argomento specifico in ordine all’eventuale presenza di elementi a discarico nelle parti non
         divulgate delle risposte alla comunicazione degli addebiti.
      
      299    Di conseguenza, la censura della ricorrente relativa a presunti elementi a discarico contenuti nelle parti non divulgate delle
         risposte della Solvay e della Degussa alla comunicazione degli addebiti non può essere accolta.
      
      –       Sul documento della Solvay
      300    In udienza, la ricorrente ha sollevato un nuovo argomento relativo ad un documento della Solvay prodotto dalla Commissione
         nell’ambito delle misure di organizzazione del procedimento 6 gennaio 2010. Secondo la ricorrente, tale documento, non divulgato
         nell’ambito del procedimento amministrativo, non solo è stato evocato in quanto elemento a carico, ma conterrebbe anche elementi
         a discarico per quanto riguarda il contenuto della riunione di cui trattasi.
      
      301    Per quanto riguarda un documento rivelato dalla Commissione dopo la chiusura della fase scritta, l’argomento in questione
         deve essere considerato ricevibile alla luce dei requisiti di cui all’art. 48, n. 2, del regolamento di procedura.
      
      302    Nel merito, per quanto concerne le affermazioni della ricorrente relative ad un presunto elemento a carico, si deve osservare
         che il documento in questione, ancorché prodotto dalla Commissione nell’ambito degli elementi del fascicolo dedotti a sostegno
         delle conclusioni relative alla riunione di Bruxelles del 26 novembre 1997 (punti 198 e 199 della decisione impugnata), in
         realtà non fa parte degli elementi del fascicolo evocati nei suddetti punti della decisione impugnata.
      
      303    Infatti, come ha affermato la Commissione in udienza, senza essere contraddetta dalla ricorrente, detto documento costituisce
         una trascrizione della dichiarazione della Solvay, che consisteva in una dichiarazione orale, successivamente confermata per
         iscritto. Solo la versione scritta, che era più succinta, è stata inclusa nel fascicolo e menzionata nella decisione impugnata
         (punto 198 e nota 217 della decisione impugnata).
      
      304    La Commissione precisa che, nell’ambito dell’accesso al fascicolo concesso alla ricorrente, il documento in questione era
         esplicitamente citato come documento interno della Commissione e non era stato utilizzato nell’elaborazione della decisione
         impugnata.
      
      305    Pertanto, in assenza di indizi del fatto che esso, in realtà, è stato utilizzato dalla Commissione, il documento in questione
         non può essere considerato come un nuovo elemento a carico non divulgato.
      
      306    Per quanto riguarda i presunti elementi a discarico, si deve rilevare che, per rispettare i diritti della difesa, il fascicolo
         costituito dalla Commissione deve includere tutti i documenti rilevanti ottenuti durante l’indagine. In particolare, se è
         certamente consentito escludere dal procedimento amministrativo gli elementi che non hanno alcun rapporto con le considerazioni
         di fatto e di diritto riportate nella comunicazione degli addebiti e che non hanno, quindi, alcuna rilevanza per l’indagine,
         la determinazione dei documenti utili alla difesa dell’impresa interessata non può spettare alla sola Commissione (sentenza
         Aalborg Portland e a./Commissione, cit. al punto 109 supra, punto 126).
      
      307    A tal riguardo, nella specie, la Commissione non ha rispettato tali condizioni, escludendo dal fascicolo il documento in questione,
         che contiene una trascrizione della dichiarazione orale della Solvay relativa ad una delle riunioni menzionate nella decisione
         impugnata, mentre la dichiarazione scritta fornita dalla medesima impresa riguardo a detta riunione era stata utilizzata in
         quanto elemento rilevante dell’indagine.
      
      308    Si deve ricordare, tuttavia, che tale irregolarità può inficiare la legittimità della decisione impugnata solo se ha potuto
         influenzare lo svolgimento del procedimento e il contenuto della decisione impugnata a discapito della ricorrente, la quale
         deve dimostrare che avrebbe potuto utilizzare il documento non divulgato a discarico ai fini della propria difesa, e in particolare
         che essa avrebbe potuto far valere elementi che non concordavano con le deduzioni operate dalla Commissione nella fase della
         comunicazione degli addebiti e avrebbe potuto quindi influenzare, in una qualsiasi maniera, le valutazioni svolte nella decisione
         impugnata (v. supra, punto 265).
      
      309    A tal riguardo, la ricorrente afferma che la versione non accessibile della dichiarazione della Solvay contiene indicazioni
         relative alla mancanza di fiducia tra i produttori, atte ad inficiare la conclusione relativa al contenuto illecito della
         riunione del 26 novembre 1997.
      
      310    Si deve osservare che la versione non divulgata della dichiarazione contiene alcune affermazioni del rappresentante della
         Solvay, evocate dalla ricorrente, che descrivono il «clima di guerra» tra i partecipanti alle discussioni, considerati non
         come «concorrenti, ma [come] nemici», mentre «era necessario un ambiente relativamente gradevole affinché la gente ricominciasse
         a parlarsi (…) per far credere a tutti che i prezzi sarebbero stati aumentati e che gli altri non ne avrebbero approfittato
         per soffiare i clienti».
      
      311    Si deve osservare che, sebbene taluni passaggi della dichiarazione orale della Solvay, in particolare quelli precedentemente
         citati, non siano stati riprodotti nella versione scritta della medesima dichiarazione, che è più breve ed è l’unica ad essere
         stata inclusa nel fascicolo, resta il fatto che il contenuto delle due versioni non presenta divergenze rilevanti.
      
      312    Infatti, i passaggi evocati dalla ricorrente, che fanno riferimento ad un clima di sfiducia tra i produttori dell’epoca, peraltro
         rilevato dalla Commissione in relazione ad un’altra riunione svoltasi nello stesso periodo (punto 164 della decisione impugnata),
         non possono influire sulla valutazione del carattere collusivo della riunione di cui trattasi, risultante da un complesso
         di indizi evocati ai punti 198‑205 della decisione impugnata. In particolare, nella medesima dichiarazione, la Solvay ha esplicitamente
         affermato il carattere illecito delle discussioni, precisando che, «durante la cena [in questione,] si era convenuto di tentare
         di aumentare i prezzi per farli passare a (…) a partire dal 1° gennaio 1998» (punto 203 della decisione impugnata).
      
      313    Alla luce di tali considerazioni, si deve rilevare che, pur costituendo un’irregolarità, il fatto di non avere versato agli
         atti la trascrizione della dichiarazione orale in questione non è atto ad influire sulle valutazioni operate nella decisione
         impugnata con riferimento alla suddetta riunione.
      
      314    In base a quanto sopra, il motivo concernente la violazione dei diritti della difesa deve essere integralmente respinto.
      
       Sul terzo motivo, concernente la determinazione dell’importo dell’ammenda
       Argomenti delle parti
      315    La ricorrente fa valere, anzitutto, che l’importo della sua ammenda è superiore al 10% del suo volume di affari realizzato
         nel 2005, in violazione dell’art. 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003.
      
      316    Inoltre, tale importo sarebbe sproporzionato, considerata la partecipazione minima della ricorrente alle attività del cartello.
         La Commissione avrebbe potuto tutt’al più concludere che la ricorrente aveva commesso una «violazione tecnica» dell’art. 81 CE,
         in quanto i suoi dipendenti avevano sentito discussioni che avevano «deviato» da temi leciti verso temi «inopportuni» nel
         corso delle riunioni svoltesi all’inizio del 1999 a Milano e nel dicembre 1999 a Friburgo.
      
      317    Pertanto, da un lato, la durata della partecipazione della ricorrente all’infrazione dovrebbe essere ridotta ad un anno, con
         una corrispondente riduzione dell’importo dell’ammenda. Dall’altro, l’importo dell’ammenda dovrebbe essere ridotto per tenere
         conto del ruolo passivo o emulativo della ricorrente nell’infrazione, poiché essa avrebbe soltanto presenziato a due delle
         riunioni in questione, senza partecipare attivamente alle discussioni.
      
      318    Peraltro, tutte le altre imprese, ad eccezione della Caffaro, la cui ammenda sarebbe stata ridotta in considerazione del suo
         ruolo passivo, avrebbero effettivamente organizzato di propria iniziativa riunioni di cartello. La ricorrente, invece, non
         avrebbe organizzato né ospitato riunioni di cartello. Essa avrebbe fatto parte dei «cattivi alunni», in quanto avrebbe sottratto
         le quote di mercato della Kemira, della Degussa e della Solvay e comunicato alla EKA Chemicals che avrebbe continuato ad effettuare
         vendite in Scandinavia «secondo le istruzioni impartite dalla direzione». Essa avrebbe causato il fallimento delle riunioni
         di cartello di Siviglia rifiutando di «partecipare al gioco» e non sarebbe stata invitata alla riunione del giorno successivo.
      
      319    Infine, nell’ambito del trattamento differenziato, la ricorrente sarebbe stata collocata nella stessa categoria di altre imprese
         che detenevano quote di mercato comprese tra il 9 e l’11% nel 1999. Nel 1994, allorché ha asseritamente avuto inizio il cartello,
         la ricorrente avrebbe detenuto una quota di mercato del 5% e sarebbe riuscita a raddoppiarla adottando un comportamento concorrenziale
         durante il periodo del cartello. Sarebbe illogico comminarle un’ammenda equivalente a quella inflitta ai membri attivi del
         cartello.
      
      320    Nella replica, la ricorrente ribadisce di avere svolto un ruolo passivo nell’infrazione, il che sarebbe confermato dai frequenti
         reclami degli altri partecipanti all’intesa contro le sua attività concorrenziali, che le avrebbero consentito di raddoppiare
         le sue quote di mercato, nonché dalla natura «tecnica» della sua asserita partecipazione all’infrazione, poiché essa era certamente
         presente a due riunioni durante le quali si sono svolte discussioni «inopportune», ma non avrebbe partecipato attivamente
         a tali discussioni. Peraltro, la Commissione cercherebbe erroneamente di equiparare la partecipazione lecita ad assemblee
         del CEFIC, un’organizzazione commerciale, alla partecipazione ad attività costitutive di un cartello.
      
      321    La Commissione contesta gli argomenti della ricorrente.
      
       Giudizio del Tribunale
      322    Nell’ambito del motivo in esame, dedotto a sostegno delle conclusioni dirette alla riduzione dell’importo dell’ammenda, la
         ricorrente formula tre censure.
      
      323    In primo luogo, lamentando una violazione dell’art. 23, n. 2, secondo comma, del regolamento n. 1/2003, la ricorrente sostiene
         che la Commissione era tenuta ad applicare detta disposizione tenendo conto del suo fatturato considerato singolarmente, e
         non il suo fatturato cumulato con quello della sua società controllante.
      
      324    Si deve ricordare che il tetto del 10% del fatturato, ai sensi dell’art. 23, n. 2, secondo comma, del regolamento n. 1/2003
         dev’essere calcolato sulla base del fatturato complessivo di tutte le società che costituiscono l’entità economica responsabile
         dell’infrazione sanzionata (sentenza HFB e a./Commissione, cit. al punto 97 supra, punto 528). Per contro, qualora tale unità
         economica si sia successivamente dissolta, ciascuno dei destinatari della decisione ha diritto all’applicazione individuale
         del tetto in questione (sentenza del Tribunale 15 giugno 2005, cause riunite T‑71/03, T‑74/03, T‑87/03 e T‑91/03, Tokai Carbon
         e a./Commissione, non pubblicata nella Raccolta, punto 390).
      
      325    Alla luce di tali considerazioni, la censura in esame non può essere accolta. Infatti, la ricorrente non contesta la conclusione
         della Commissione secondo cui essa e la FMC costituivano l’entità economica unica responsabile dell’infrazione e, pertanto,
         sono state considerate responsabili in solido dell’infrazione controversa. Essa non sostiene neppure che tale entità sia stata
         sciolta prima dell’adozione della decisione impugnata.
      
      326    In secondo luogo, la ricorrente sostiene che la durata della sua partecipazione all’infrazione dovrebbe essere ridotta ad
         un anno, con corrispondente riduzione dell’importo dell’ammenda. Infatti, secondo la ricorrente, la Commissione avrebbe potuto
         concludere, tutt’al più, che essa aveva commesso una «violazione tecnica» dell’art. 81 CE, in quanto i suoi dipendenti avevano
         sentito discussioni che avevano «deviato» da temi leciti verso temi «inopportuni» in occasione delle riunioni del 1999 a Milano
         e a Friburgo.
      
      327    Si deve rilevare che tale censura si confonde con il primo motivo concernente la contestazione dell’infrazione e, pertanto,
         deve essere respinta per le ragioni esposte supra, ai punti 245‑254.
      
      328    In terzo luogo, la ricorrente sostiene che la Commissione avrebbe dovuto concederle il beneficio di una circostanza attenuante
         relativa al suo ruolo passivo nell’infrazione.
      
      329    Si deve osservare, anzitutto, che, sebbene la Commissione indichi che la ricorrente non ha esplicitamente invocato il suo
         ruolo passivo nel procedimento amministrativo, tale considerazione non ha alcuna incidenza sulla ricevibilità della censura
         in esame (v., in tal senso, sentenza del Tribunale 8 ottobre 2008, causa T‑73/04, Carbone‑Lorraine/Commissione, Racc. pag. II‑2661,
         punto 194).
      
      330    Infatti, da un lato, le imprese destinatarie di una comunicazione degli addebiti non sono tenute a chiedere specificamente
         di beneficiare di circostanze attenuanti. Dall’altro, quando un’infrazione è stata commessa da più imprese, la Commissione
         è tenuta ad esaminare la gravità relativa della partecipazione all’infrazione di ciascuna di esse, per accertare se sussistano,
         nei loro confronti, circostanze aggravanti o attenuanti, in particolare quando si tratta, come nel caso di specie, di una
         circostanza attenuante esplicitamente menzionata nell’elenco non esaustivo di cui al punto 3 degli Orientamenti.
      
      331    Inoltre, nel merito, si deve ricordare che il «ruolo esclusivamente passivo o emulativo» di un’impresa nel perpetrare un’infrazione
         può costituire, ove provato, una circostanza attenuante, in conformità al punto 3, primo trattino, degli Orientamenti, fermo
         restando che tale ruolo passivo implica che l’impresa interessata tenga un «profilo basso», ossia non partecipi attivamente
         all’elaborazione dell’accordo o degli accordi anticoncorrenziali (sentenza del Tribunale 9 luglio 2003, causa T‑220/00, Cheil
         Jedang/Commissione, Racc. pag. II‑2473, punto 167).
      
      332    Tra gli elementi atti a evidenziare il ruolo passivo di un’impresa all’interno di un’intesa possono annoverarsi il carattere
         notevolmente più sporadico delle sue partecipazioni alle riunioni rispetto ai membri ordinari dell’intesa, del pari il suo
         ingresso tardivo sul mercato che ha costituito oggetto dell’infrazione, indipendentemente dalla durata della sua partecipazione
         ad essa, o anche l’esistenza di dichiarazioni espresse in tal senso provenienti da rappresentanti di imprese terze che hanno
         partecipato all’infrazione (v. sentenza Carbone‑Lorraine/Commissione, cit. al punto 329 supra, punto 164 e giurisprudenza
         ivi citata). In ogni caso, si deve tener conto di tutte le circostanze rilevanti nel caso di specie.
      
      333    Secondo costante giurisprudenza, la Commissione dispone di un margine di discrezionalità riguardo all’applicazione delle circostanze
         attenuanti (sentenze del Tribunale 8 luglio 2004, causa T‑44/00, Mannesmannröhren‑Werke/Commissione, Racc. pag. II‑2223, punto
         307, e Bolloré e a./Commissione, cit. al punto 118 supra, punto 602).
      
      334    Nella specie, in primo luogo, la ricorrente sostiene che il suo ruolo nell’infrazione consiste nella semplice presenza a due
         riunioni relative al PBS, una tenutasi all’inizio del 1999 a Milano e un’altra tenutasi nel dicembre 1999 a Friburgo, senza
         alcuna partecipazione attiva alle discussioni. La ricorrente asserisce di essere stata all’origine del fallimento delle riunioni
         di Siviglia, avendo rifiutato di «partecipare al gioco». Inoltre, la Commissione avrebbe erroneamente tentato di equiparare
         la sua partecipazione lecita ad assemblee del CEFIC alla partecipazione ad attività costituenti infrazione.
      
      335    Si deve osservare che tale argomento non può essere accolto, in quanto si basa interamente sugli argomenti respinti nell’ambito
         dell’esame del primo motivo, in particolare ai precedenti punti 154‑167, 202‑221 e 245‑254.
      
      336    In secondo luogo, la ricorrente fa valere che il suo ruolo era diverso da quello di tutte le altre parti dell’intesa, ad eccezione
         della Caffaro, il cui ruolo passivo è stato riconosciuto dalla Commissione. Secondo la ricorrente, essa faceva parte dei «cattivi
         alunni», in quanto aveva sottratto le quote di mercato della Kemira, della Degussa e della Solvay e aveva comunicato alla
         EKA Chemicals che avrebbe continuato ad effettuare vendite in Scandinavia. Il suo ruolo passivo nell’infrazione sarebbe asseritamente
         confermato dai reclami degli altri partecipanti all’intesa contro le attività concorrenziali della ricorrente e dal notevole
         aumento della sua quota di mercato durante il periodo dell’infrazione.
      
      337    Orbene, come emerge dal suesposto esame del primo motivo, la Commissione ha dimostrato in modo giuridicamente valido che la
         ricorrente era stata rappresentata o informata, per quanto riguarda la maggior parte delle riunioni collusive menzionate dalla
         decisione impugnata, nel periodo compreso tra il 29 maggio 1997 e il 13 dicembre 1999. La ricorrente non può validamente affermare,
         a tale proposito, che la sua partecipazione fosse notevolmente più sporadica rispetto a quella degli altri membri del cartello.
         Le modalità di tale partecipazione, vale a dire il fatto che la ricorrente non abbia partecipato fisicamente ad alcune riunioni,
         ma sia stata informata telefonicamente in merito alle stesse, concordano con la natura clandestina del loro svolgimento e
         non dimostrano affatto che la ricorrente abbia avuto esclusivamente un ruolo passivo o emulativo.
      
      338    Il fatto che la ricorrente appartenesse ad un gruppo soprannominato «cattivi» o «cattivi alunni» dalla Degussa e dalla Solvay
         non è atto a dimostrare che il suo comportamento si sia distinto significativamente da quello degli altri partecipanti all’intesa.
         Si trattava, infatti, di un gruppo che riuniva quattro degli otto partecipanti all’intesa, vale a dire i piccoli produttori
         di HP che volevano aumentare la capacità globale di produzione a scapito dei prezzi (punto 130 della decisione impugnata).
         Tenuto conto delle conclusioni della Commissione che non sono state contestate dalla ricorrente (v. supra, punti 162 e 163),
         il fatto che gli interessi di tale gruppo di produttori non coincidessero con la strategia proposta dai grandi operatori del
         mercato, la Degussa e la Solvay (punti 139 e 166 della decisione impugnata), non implica che essi abbiano adottato un comportamento
         puramente passivo o emulativo.
      
      339    Peraltro, la ricorrente sostiene che gli altri produttori si sono lamentati delle sue attività concorrenziali sul mercato,
         ma non evoca alcuna dichiarazione espressa in tal senso atta a dimostrare il suo comportamento passivo nell’ambito del cartello.
      
      340    Infatti, da un lato, la ricorrente si basa sulle dichiarazioni dei suoi dipendenti relative all’aggressiva strategia concorrenziale
         adottata dall’impresa. Dall’altro, essa fa riferimento ad alcune indicazioni concernenti esclusivamente il periodo anteriore
         alla data d’inizio della sua partecipazione all’infrazione, il 29 maggio 1997, vale a dire una nota relativa alla riunione
         del 31 gennaio 1994 tra la EKA Chemicals e la Kemira, secondo cui quest’ultima «aveva perduto (…) in Francia a vantaggio di
         FMC e di AL», la dichiarazione dell’Atofina relativa ad un «richiamo della Degussa circa l’evoluzione delle quote di mercato
         tra [il 1988‑1989] e [il 1995] con una drastica riduzione [di quelle] di Solvay e [di] Degussa a vantaggio di [molte altre
         imprese, tra cui la ricorrente]», nonché un’affermazione della EKA Chemicals secondo cui, «nel corso del 1996, FMC e Ausimont
         hanno aumentato le loro quote di mercato con un’azione aggressiva sui prezzi» e, alla «fine [del 1996,] i loro concorrenti
         (…) hanno reagito con decisione per tentare di recuperare le proprie posizioni».
      
      341    In base a tutte queste considerazioni, si deve rilevare che la ricorrente non ha dedotto alcun argomento idoneo a dimostrare
         che il suo ruolo nell’intesa era esclusivamente passivo o emulativo.
      
      342    Infine, senza sviluppare alcun argomento preciso, la ricorrente addebita alla Commissione di non avere tenuto conto del fatto
         che essa era riuscita ad aumentare sostanzialmente la sua quota di mercato dell’HP tra il 1994 e il 1999, vale a dire durante
         il periodo dell’intesa.
      
      343    Si deve osservare che, con tale argomento, la ricorrente non contesta le considerazioni relative al trattamento differenziato,
         in quanto ammette di essere stata collocata nella stessa categoria delle imprese che nel 1999 detenevano quote di mercato
         analoghe. Essa sostiene però che la circostanza in questione dimostra il ruolo di concorrente aggressiva da lei svolto sul
         mercato, malgrado la sua partecipazione all’intesa, e ritiene che tale ruolo potrebbe essere preso in considerazione nell’ambito
         delle circostanze attenuanti.
      
      344    Al riguardo, si deve osservare che, mentre la ricorrente fa riferimento all’aumento della sua quota di mercato dell’HP nel
         periodo compreso tra il 1994 e il 1999, tale asserito aumento, secondo gli elementi dedotti dalla stessa ricorrente, è significativamente
         più limitato nel periodo dell’infrazione accertato nei suoi confronti, ossia tra il 1997 e il 1999.
      
      345    Ai sensi del punto 3, secondo trattino, degli Orientamenti, la «non applicazione di fatto degli accordi o delle pratiche»
         può costituire una circostanza attenuante, se l’impresa interessata dimostra che nel periodo durante il quale ha aderito agli
         accordi illeciti, essa si è effettivamente sottratta alla loro applicazione adottando un comportamento concorrenziale sul
         mercato o quantomeno che essa ha chiaramente e notevolmente violato gli obblighi miranti ad attuare tale intesa, al punto
         di averne perturbato il funzionamento stesso (v. sentenza Carbone‑Lorraine/Commissione, cit. al punto 329 supra, punto 196
         e giurisprudenza ivi citata).
      
      346    Peraltro, la mera circostanza che un’impresa, la cui partecipazione ad una concertazione con le sue concorrenti sia dimostrata,
         non abbia adeguato il proprio comportamento sul mercato a quello concordato con le sue concorrenti, perseguendo una politica
         più o meno indipendente sul mercato, non costituisce necessariamente un elemento da prendere in considerazione alla stregua
         di circostanza attenuante. Non si può escludere che tale impresa abbia semplicemente tentato di utilizzare l’intesa a suo
         vantaggio (v. sentenza Lafarge/Commissione, cit. al punto 116 supra, punti 772 e 773 e giurisprudenza ivi citata).
      
      347    Nella specie, il semplice fatto che la ricorrente sia riuscita ad aumentare la sua quota di mercato dell’HP non basta a dimostrare
         che essa si sia effettivamente sottratta all’applicazione degli accordi illeciti che hanno comportato aumenti di prezzo e
         la ripartizione dei mercati, adottando un comportamento concorrenziale sul mercato. Tale circostanza non giustifica quindi
         la concessione del beneficio delle circostanze attenuanti, non potendosi escludere che la ricorrente sia semplicemente riuscita
         ad utilizzare l’intesa a suo vantaggio (v., in tal senso, sentenza Bolloré e a./Commissione, cit. al punto 118 supra, punto 629
         e giurisprudenza ivi citata).
      
      348    Alla luce di quanto precede, occorre respingere le censure dedotte dalla ricorrente nell’ambito del motivo in esame.
      
      349    Di conseguenza, si deve respingere interamente il ricorso.
      
       Sulle spese
      350    Ai sensi dell’art. 87, n. 2, del regolamento di procedura, la parte soccombente è condannata alle spese se ne è stata fatta
         domanda. Poiché la Commissione ne ha fatto domanda, la ricorrente, rimasta soccombente, dev’essere condannata alle spese.
      
      Per questi motivi,
      IL TRIBUNALE (Sesta Sezione ampliata)
      dichiara e statuisce:
      1)      Il ricorso è respinto.
      2)      La FMC Foret SA è condannata alle spese.
      
               Vadapalas
            
            
                Dittrich 
            
            
                Truchot
            
         Così deciso e pronunciato a Lussemburgo il 16 giugno 2011.
      Firme
      
      Indice
      
      Fatti
      Decisione impugnata
      Procedimento e conclusioni delle parti
      In diritto
      Sul primo motivo, concernente un asserito errore di valutazione delle prove relative alla partecipazione della ricorrente
         all’infrazione
      
      Argomenti delle parti
      – Sulle chiamate telefoniche ricevute dalla ricorrente
      – Sui contatti allacciati a margine delle assemblee del CEFIC
      – Sulla riunione del 13 luglio 1998 a Königswinter
      – Sulla riunione con la Degussa del 28 settembre 1998 a Bruxelles
      – Sulle riunioni concernenti il PBS
      – Argomenti svolti nell’ambito della replica
      Giudizio del Tribunale
      – Osservazioni preliminari
      – Sugli elementi di prova della partecipazione della ricorrente all’infrazione
      – Sulle riunioni multilaterali del 28 o 29 maggio 1997 a Siviglia
      – Sulle chiamate telefoniche ricevute dalla ricorrente
      – Sui contatti allacciati a margine delle assemblee del CEFIC
      – Sulla riunione del 13 luglio 1998 a Königswinter
      – Sulla riunione con la Degussa del 28 settembre 1998 a Bruxelles
      – Sulle riunioni relative al PBS
      – Conclusione
      Sul secondo motivo, concernente una violazione dei diritti della difesa nell’ambito dell’accesso al fascicolo
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      – Sui presunti elementi a carico tratti dalle risposte della Solvay e della Degussa alla comunicazione degli addebiti
      – Sui presunti elementi a discarico tratti dalle risposte della Solvay e della Degussa alla comunicazione degli addebiti
      – Sul documento della Solvay
      Sul terzo motivo, concernente la determinazione dell’importo dell’ammenda
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      Sulle spese
      * Lingua processuale: l’inglese.