CELEX: 62002CO0235
Language: it
Date: 2004-01-15
Title: Ordinanza della Corte (Terza Sezione) del 15 gennaio 2004. # Procedimento penale a carico di Marco Antonio Saetti e Andrea Frediani. # Domanda di pronuncia pregiudiziale: Tribunale di Gela - Italia. # Art. 104, n. 3, del regolamento di procedura - Direttive 75/442/CEE e 91/156/CEE - Gestione dei rifiuti - Nozione di rifiuto - Coke da petrolio. # Causa C-235/02.

Causa C-235/02 Procedimento penalecontroMarco Antonio Saetti e Andrea Frediani(domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Gela)
         
            «Art. 104, n. 3, del regolamento di procedura – Direttive 75/442/CEE  e 91/156/CEE – Gestione dei rifiuti – Nozione di “rifiuto” –   Coke da petrolio»
            
               
                  Ordinanza della Corte (Terza Sezione) 15 gennaio 2004 
                     
                
               
            
                   
               
               
            
            Massime dell'ordinanza
         
         
                  1..
                  Questioni pregiudiziali – Rinvio alla Corte – Giudice nazionale ai sensi dell'art 234 CE – Giudice istruttore in materia penale – Magistrato che esercita l'attività di istruzione penale  (Art. 234 CE) 
         
                  2..
                  Questioni pregiudiziali – Competenza della Corte – Limiti – Interpretazione di una direttiva nell'ambito di un procedimento penale per violazione della norma nazionale di trasposizione – Determinazione delle conseguenze della successiva depenalizzazione dei fatti perseguiti – Esclusione  (Art. 234 CE) 
         
                  3..
                  Questioni pregiudiziali – Competenza della Corte – Limiti – Questioni manifestamente prive di pertinenza e questioni ipotetiche proposte in un contesto che esclude una soluzione utile – Questioni senza alcuna relazione con l'oggetto della causa principale  (Art. 234 CE) 
         
                  4..
                  Ambiente – Rifiuti – Direttiva 75/442, modificata dalla direttiva 91/156 – Nozione – Sostanza di cui ci si disfa – Criteri di valutazione  [Direttiva del Consiglio 75/442/CEE, come modificata dalla direttiva 91/156/CEE, art. 1, lett. a)] 
         
                  5..
                  Ambiente – Rifiuti – Direttiva 75/442, modificata dalla direttiva 91/156 – Nozione – Sostanza di cui ci si disfa – Eccezione – Coke da petrolio prodotto in una raffineria di petrolio – Utilizzazione effettiva della detta sostanza per il fabbisogno energetico della raffineria  (Direttiva del Consiglio 75/442, come modificata dalla direttiva 91/156) 
         
         1.
          Il giudice istruttore penale o il magistrato che esercita l'attività di istruzione penale costituiscono giurisdizioni ai sensi
         dell'art. 234 CE, chiamate a statuire in maniera indipendente e secondo diritto sulle cause per le quali la legge attribuisce
         loro la competenza, nell'ambito di un procedimento destinato a terminare con una decisione di carattere giurisdizionale. v. punto 23
         
         2.
          Se è vero che una direttiva di per sé non può creare obblighi a carico di un soggetto e non può quindi essere fatta valere
         in quanto tale nei confronti dello stesso, né può avere l'effetto, indipendentemente da una legge interna di uno Stato membro
         adottata per la sua attuazione, di determinare o di aggravare la responsabilità penale di coloro che agiscono in violazione
         delle sue disposizioni, non spetta alla Corte, adita di una domanda pregiudiziale diretta all'interpretazione di una direttiva,
         interpretare o applicare il diritto nazionale al fine di determinare le conseguenze dell'intervento di norme nazionali che
         depenalizzano i fatti che hanno dato luogo a procedimenti penali dinanzi al giudice nazionale, essendo pacifico che, all'epoca
         dell'accertamento di tali fatti, essi potevano, eventualmente, costituire reati punibili penalmente ai sensi del diritto nazionale.
         v. punti 25-26
         
         3.
          Nell'ambito della cooperazione tra la Corte e i giudici nazionali istituita dall'art. 234 CE, spetta esclusivamente al giudice
         nazionale, cui è stata sottoposta la controversia e che deve assumersi la responsabilità della decisione giurisdizionale da
         pronunciare, valutare, alla luce delle particolari circostanze della causa, sia la necessità di una pronuncia pregiudiziale
         al fine di poter pronunciare la propria sentenza, sia la rilevanza delle questioni che sottopone alla Corte. Di conseguenza,
         se le questioni sollevate vertono sull'interpretazione del diritto comunitario, la Corte, in linea di principio, è tenuta
         a statuire. Tuttavia, in ipotesi eccezionali, spetta alla Corte esaminare le condizioni in cui è adita dal giudice nazionale
         al fine di verificare la propria competenza. Essa può rifiutare di pronunciarsi su una questione pregiudiziale sollevata da
         un giudice nazionale solo qualora risulti manifestamente che l'interpretazione del diritto comunitario richiesta non ha alcuna
         relazione con la realtà o con l'oggetto della causa principale, oppure qualora il problema sia di natura teorica, oppure nel
         caso in cui la Corte non disponga degli elementi di fatto e di diritto necessari per fornire una soluzione utile alle questioni
         che le vengono sottoposte. v. punti 28-29
         
         4.
          Il campo di applicazione della nozione di rifiuto dipende dal significato del termine «disfarsi», utilizzato all'art. 1, lett. a),
         della direttiva 75/442, relativa ai rifiuti. L'esecuzione di un'operazione menzionata negli allegati II A o II B della detta
         direttiva non permette, di per sé, di qualificare una sostanza o un oggetto come rifiuto e, inversamente, la nozione di rifiuto
         non esclude le sostanze ed oggetti suscettibili di riutilizzo economico. Il sistema di sorveglianza e di gestione istituito
         da tale direttiva dev'essere infatti applicato a tutti gli oggetti e le sostanze di cui il proprietario si disfa, anche se
         essi hanno un valore commerciale e sono raccolti a titolo commerciale a fini di riciclo, recupero o riutilizzo. Talune circostanze possono costituire indizi del fatto che il detentore di una sostanza o di un oggetto se ne disfa ovvero
         ha deciso o ha l'obbligo di disfarsene ai sensi dell'art. 1, lett. a), della direttiva 75/442. Ciò si verifica in particolare
         se la sostanza utilizzata è un residuo di produzione, cioè un prodotto che non è stato ricercato in quanto tale. Tuttavia,
         una sostanza riutilizzata in maniera certa, senza trasformazione preliminare, nell'ambito del processo di produzione non può
         essere qualificata come rifiuto. Altri indizi dell'esistenza di un rifiuto, ai sensi della detta disposizione, risultano eventualmente
         dal fatto che il metodo di trattamento della sostanza di cui trattasi costituisce una modalità corrente di trattamento dei
         rifiuti o che la società considera la detta sostanza un rifiuto e dal fatto che, ove si tratti di un residuo di produzione,
         questo può essere sottoposto solo ad un utilizzo che comporti la sua scomparsa o dev'essere utilizzato nel rispetto di particolari
         condizioni di precauzione per l'ambiente. Tali elementi non sono tuttavia necessariamente determinanti e l'esistenza effettiva
         di un rifiuto va accertata alla luce dell'insieme delle circostanze, tenendo conto delle finalità della direttiva e in modo
         da non pregiudicarne l'efficacia. v. punti 33-34, 36, 39-40
         
         5.
          Il coke da petrolio prodotto volontariamente, o risultante dalla produzione simultanea di altre sostanze combustibili petrolifere,
         in una raffineria di petrolio ed utilizzato con certezza come combustibile per il fabbisogno di energia della raffineria e
         di altre industrie non costituisce un rifiuto ai sensi della direttiva 75/442, relativa ai rifiuti, come modificata dalla
         direttiva 91/156. v. punto 47 e dispositivo
      

      
      
      
      
      
      
      
      
      
      
      
      
      
      
      
            
            ORDINANZA DELLA CORTE (Terza Sezione)15 gennaio 2004 (1)
            
            
         
         
            
         
            «Art. 104, n. 3, del regolamento di procedura – Direttive 75/442/CEE e 91/156/CEE – Gestione dei rifiuti – Nozione di rifiuto – Coke da petrolio»
            
          Nel procedimento C-235/02, 
          avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, a norma dell'art. 234 CE, dal Giudice per le
         indagini preliminari del Tribunale di Gela nel procedimento penale dinanzi ad esso pendente contro
         
         
         
         Marco Antonio Saetti eAndrea Frediani,
         
         
         
         
         
         
         
          domanda vertente sull'interpretazione degli artt. 1, lett. a) ed f), 2, n. 1, lett. b), e 4 della direttiva del Consiglio
         15 luglio 1975, 75/442/CEE, relativa ai rifiuti (GU L 194, pag. 39), come modificata dalla direttiva del Consiglio 18 marzo
         1991, 91/156/CEE (GU L 78, pag. 32),
         
         
         
         
         LA CORTE (Terza Sezione),
         
          composta dal sig. C. Gulmann, facente funzione di presidente della Terza Sezione, dal sig. J.-P. Puissochet (relatore) e dalla
         sig.ra F. Macken, giudici, 
         
          avvocato generale: sig.ra Kokott cancelliere: sig. R. Grass 
         
         informato il giudice del rinvio dell'intenzione della Corte di statuire con ordinanza motivata in conformità all'art. 104,
            n. 3, del regolamento di procedura, invitati gli interessati di cui all'art. 23 dello Statuto della Corte di giustizia a presentare
            le loro eventuali osservazioni in merito, sentito l'avvocato generale, ha emesso la seguente 
         
         
         
         Ordinanza
         1
            
          Con ordinanza 19 giugno 2002, pervenuta in cancelleria il 26 giugno seguente, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale
         di Gela ha sottoposto alla Corte, ai sensi dell'art. 234 CE, quattro questioni pregiudiziali vertenti sull'interpretazione
         degli artt. 1, lett. a) ed f), 2, n. 1, lett. b), e 4 della direttiva del Consiglio 15 luglio 1975, 75/442/CEE, relativa ai
         rifiuti (GU L 194, pag. 39), come modificata dalla direttiva del Consiglio 18 marzo 1991, 91/156/CEE (GU L 78, pag. 32; in
         prosieguo: la  
         direttiva 75/442). 
         
         
         2
            
          Tali questioni sono state sollevate nell'ambito di un procedimento penale a carico dei sigg. Saetti e Frediani, rispettivamente
         direttore ed ex direttore della raffineria di petrolio di Gela gestita dall'AGIP Petroli SpA, accusati in particolare di non
         avere rispettato la legislazione italiana in materia di rifiuti. 
         
            
               Ambito giuridico
             La normativa comunitaria
         
         
         3
            
          L'art. 1, lett. a), primo comma, della direttiva 75/442 definisce il rifiuto come  
         qualsiasi sostanza od oggetto che rientri nelle categorie riportate nell'allegato I e di cui il detentore si disfi o abbia
         deciso o abbia l'obbligo di disfarsi. 
         
         
         4
            
          L'allegato I della direttiva 75/442, intitolato  
         Categorie di rifiuti, menziona in particolare, al suo punto Q 8, i  
         [r]esidui di processi industriali (ad esempio scorie, residui di distillazione, ecc.) e, al suo punto Q 16,  
         [q]ualunque sostanza, materia o prodotto che non rientri nelle categorie sopra elencate. 
         
         
         5
            
          L'art. 1, lett. a), secondo comma, della direttiva 75/442 affida alla Commissione delle Comunità europee il compito di compilare
          
         un elenco dei rifiuti che rientrano nelle categorie di cui all'allegato I. Tale è l'oggetto della decisione della Commissione 3 maggio 2000, 2000/532/CE, che sostituisce la decisione 94/3/CE che
         istituisce un elenco di rifiuti conformemente all'articolo 1, lettera a), della direttiva 75/442 e la decisione 94/904/CE
         del Consiglio che istituisce un elenco di rifiuti pericolosi ai sensi dell'articolo 1, paragrafo 4, della direttiva 91/689/CEE
         del Consiglio relativa ai rifiuti pericolosi (GU L 226, pag. 3). Tale elenco è stato modificato dalle decisioni della Commissione
         16 e 22 gennaio 2001 e del Consiglio 23 luglio 2001, rispettivamente 2001/118/CE, 2001/119/CE e 2001/573/CE (GU L 47, pagg.
         1 e 32, e L 203, pag. 18), ed è entrato in vigore il 1° gennaio 2002. Vi figurano, al capitolo 05, sezione 01, i  
         rifiuti della raffinazione del petrolio. La detta sezione enumera diversi tipi di rifiuti ed include una posizione 05 01 99 intitolata  
         rifiuti non specificati altrimenti. La nota preliminare dell'elenco precisa che si tratta di un elenco armonizzato che verrà rivisto periodicamente, ma che,
         tuttavia,  
         l'inclusione di un determinato materiale nell'elenco non significa che tale materiale sia un rifiuto in ogni circostanza.
         La classificazione del materiale come rifiuto si applica solo se il materiale risponde alla definizione di cui all'articolo
         1, lettera a), della direttiva 75/442. 
         
         
         6
            
          L'art. 1, lett. c), della direttiva 75/442 definisce il  
         detentore come il  
         produttore dei rifiuti o la persona fisica o giuridica che li detiene. 
         
         
         7
            
          L'art. 1, lett. d), della detta direttiva definisce la  
         gestione dei rifiuti come  
         la raccolta, il trasporto, il recupero e lo smaltimento dei rifiuti, compreso il controllo di queste operazioni nonché il
         controllo delle discariche dopo la loro chiusura. 
         
         
         8
            
          L'art. 1, lett. e) ed f), della direttiva 75/442 definisce lo smaltimento ed il recupero dei rifiuti come tutte le operazioni
         previste, rispettivamente, nei suoi allegato II A e II B. Tali allegati sono stati adattati al progresso scientifico e tecnico
         dalla decisione della Commissione 24 maggio 1996, 96/350/CE (GU L 135, pag. 32). Tra le operazioni di recupero enumerate all'allegato II B
         figura, al punto R 1, l'
         [u]tilizzazione principale come combustibile o come altro mezzo per produrre energia. 
         
         
         9
            
          L'art. 2 della direttiva 75/442 così dispone: 1. Sono esclusi dal campo di applicazione della presente direttiva:
         
         a)
          gli effluenti gassosi emessi nell'atmosfera; 
         
         
         b)
          qualora già contemplati da altra normativa: (...)
         
         ii)
          i rifiuti risultanti dalla prospezione, dall'estrazione, dal trattamento, dall'ammasso di risorse minerali o dallo sfruttamento
         delle cave; (...)
         
          2. Disposizioni specifiche particolari o complementari a quelle della presente direttiva per disciplinare la gestione di determinate
         categorie di rifiuti possono essere fissate da direttive particolari.
         
         
         10
            
          L'art. 3, n. 1, della direttiva 75/442 dispone in particolare che gli Stati membri adottano le misure appropriate per promuovere
         il recupero dei rifiuti mediante riciclo, reimpiego, riutilizzo o ogni altra azione intesa a ottenere materie prime secondarie.
         L'art. 4 della stessa direttiva precisa che gli Stati membri adottano le misure necessarie per assicurare che i rifiuti siano
         recuperati o smaltiti senza pericolo per la salute dell'uomo e senza usare procedimenti o metodi che potrebbero recare pregiudizio
         all'ambiente e in particolare senza creare rischi per l'acqua, l'aria, il suolo e per la fauna e la flora, e senza danneggiare
         il paesaggio. 
         
         
         11
            
          Gli artt. 9 e 10 della direttiva 75/442 precisano che tutti gli stabilimenti o imprese che effettuano operazioni di smaltimento
         dei rifiuti od operazioni dirette ad un possibile recupero dei rifiuti devono ottenere un'autorizzazione dall'autorità competente.
         
         
         
         12
            
          Una dispensa dall'autorizzazione è tuttavia prevista, a determinate condizioni, dall'art. 11 della direttiva 75/442. 
          La normativa nazionale
         
         
         13
            
          La direttiva 75/442 è stata recepita nell'ordinamento italiano con il decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, recante
         attuazione delle direttive 91/156/CEE sui rifiuti, 91/689/CEE sui rifiuti pericolosi e 94/62/CE sugli imballaggi e sui rifiuti
         di imballaggio (GURI 15 febbraio 1997, Supplemento ordinario, n. 38), ulteriormente modificato dal decreto legislativo 8 novembre
         1997, n. 389 (GURI 8 novembre 1997, n. 261; in prosieguo: il  
         decreto legislativo n. 22/97). 
         
         
         14
            
          Il decreto legislativo n. 22/97 definisce i rifiuti in maniera identica alla direttiva 75/442. Per la gestione di certi tipi
         di rifiuti esso esige un'autorizzazione amministrativa. In certi casi, la mancanza di autorizzazione è sanzionata penalmente.
         
         
         
         15
            
          Dopo l'avvio dei procedimenti oggetto della causa principale, è intervenuto il decreto legge 7 marzo 2002, n. 22, recante
         disposizioni urgenti per l'individuazione della disciplina relativa all'utilizzazione del coke da petrolio (pet-coke) negli
         impianti di combustione (GURI 8 marzo 2002, n. 57). Tale testo, da un lato, ha escluso il coke da petrolio utilizzato come
         combustibile per uso industriale dal campo di applicazione del decreto legislativo n. 22/97 e, dall'altro, ha disciplinato
         il suo utilizzo negli impianti di combustione secondo le modalità seguenti: 1. Negli impianti di combustione con potenza termica nominale, per singolo focolare, uguale o superiore a 50 MW, è consentito
         l'uso del coke da petrolio con contenuto di zolfo non superiore al 3 per cento in massa.2. L'uso del coke da petrolio nel luogo di produzione è consentito (...) [anche se il tenore di zolfo è superiore al 3%].3. Negli impianti in cui durante il processo produttivo i composti dello zolfo siano fissati o combinati in percentuale non
         inferiore al 60 per cento con il prodotto ottenuto è consentito l'uso del coke da petrolio con contenuto di zolfo non superiore
         al 6 per cento in massa.4. E' in ogni caso vietato l'utilizzo del coke da petrolio nei forni per la produzione della calce impiegata nell'industria
         alimentare.
         
         
         16
            
          Lo stesso decreto legge 7 marzo 2002, n. 22, è stato modificato dalla legge 6 maggio 2002, n. 82, recante conversione in legge,
         con modificazioni, del decreto legge 7 marzo 2002, n. 22, recante disposizioni urgenti per l'individuazione della disciplina
         relativa all'utilizzazione del coke da petrolio (pet-coke) negli impianti di combustione (GURI 7 maggio 2002, n. 105). In
         tale occasione, è stato precisato che il coke da petrolio utilizzato come combustibile per uso produttivo era escluso dal
         campo di applicazione del decreto legislativo n. 22/97. L'art. 2, secondo comma, del detto decreto legge, citato al punto
         precedente della presente ordinanza, è stato completato come segue: [L]'uso del coke da petrolio è consentito nel luogo di produzione anche per processi di combustione mirati a produrre energia
         elettrica o termica con finalità non funzionali ai processi propri della raffineria, purché le emissioni rientrino nei limiti
         stabiliti dalle disposizioni in materia.
         Controversia principale e questioni pregiudiziali
         
         17
            
          In seguito a denunce riguardanti l'attività della raffineria di petrolio di Gela, il pubblico ministero presso il Tribunale
         di Gela ha disposto una perizia tecnica nello stabilimento. Detta perizia tecnica ha accertato che la raffineria utilizzava
         il coke da petrolio, risultante dalla raffinazione del petrolio grezzo, come combustibile per la centrale di cogenerazione
         di vapore e di elettricità, in cui la maggior parte dell'energia prodotta è utilizzata per la stessa raffineria, ma le cui
         eccedenze di produzione elettrica vengono vendute ad altre industrie o alla società elettrica ENEL SpA. 
         
         
         18
            
          Il pubblico ministero ha ritenuto che il coke da petrolio costituisse un rifiuto soggetto al decreto legislativo n. 22/97
         e, poiché questo era depositato ed utilizzato senza l'autorizzazione amministrativa prescritta da tale norma, ha accusato
         i sigg. Saetti e Frediani del reato di inosservanza delle prescrizioni relative a tale autorizzazione. Per di più, il pubblico
         ministero ha ottenuto dal Giudice per le indagini preliminari il sequestro dei due depositi di coke da petrolio che alimentano
         la centrale di cogenerazione della raffineria. 
         
         
         19
            
          Poiché, dopo l'entrata in vigore del decreto legge 7 marzo 2002, n. 22, menzionato al punto 15 della presente ordinanza, l'utilizzo
         del coke da petrolio è autorizzato a determinate condizioni dalla nuova normativa italiana, il pubblico ministero ha posto
         fine al sequestro. 
         
         
         20
            
          Per quanto riguarda la conduzione dei procedimenti dopo l'entrata in vigore del detto decreto legge e della legge 6 maggio
         2002, n. 82, menzionata al punto 16 della presente ordinanza, il Giudice per le indagini preliminari si chiede, in sostanza,
         se le autorità italiane avessero il potere di escludere dal campo di applicazione del decreto legislativo n. 22/97 il coke
         da petrolio utilizzato come combustibile per uso industriale e per l'attività delle raffinerie di petrolio, tenuto conto della
         direttiva 75/442. Il Giudice per le indagini preliminari è particolarmente incline a pensare che il coke da petrolio costituisca
         un rifiuto ai sensi dell'art. 1, lett. a), della direttiva 75/442 e che, in assenza di una normativa comunitaria relativa
         al coke da petrolio, quale quella prevista dall'art. 2, n. 1, lett. b), della detta direttiva, le autorità nazionali non potessero
         escluderlo dal campo di applicazione del decreto legislativo n. 22/97, adottato per il recepimento della detta direttiva.
         
         
         
         21
            
          Alla luce di queste circostanze il Giudice per le indagini preliminari ha deciso di sospendere il giudizio e di sottoporre
         alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali: 
         
         1)
          Se il coke da petrolio rientri nella nozione di rifiuto fornita dall'art. 1 della direttiva 75/442; 
         
         
         2)
          se il suo utilizzo come combustibile costituisca attività di recupero a norma dell'art. 1 della direttiva 75/442; 
         
         
         3)
          se il coke da petrolio utilizzato come combustibile per uso produttivo rientri tra le categorie di rifiuti escludibili da
         uno Stato membro dall'applicazione della normativa comunitaria sui rifiuti, previa specifica regolamentazione a norma dell'art. 2
         della direttiva 75/442; 
         
         
         4)
          se la sua utilizzabilità nel luogo di produzione anche nei processi di combustione mirati a produrre energia elettrica o termica
         con finalità non funzionali ai processi propri della raffineria, purché le emissioni rientrino nei limiti stabiliti dalle
         disposizioni in materia, anche se il suo contenuto di zolfo superi il 3% in massa, rappresenti una misura necessaria e sufficiente
         per assicurare che tale rifiuto sia recuperato senza pericolo per la salute dell'uomo e senza usare procedimenti e metodi
         che potrebbero recare pregiudizio all'ambiente a norma dell'art. 4 della direttiva 75/442
         . 
         Sulla ricevibilità
         
         22
            
          I sigg. Saetti e Frediani sostengono innanzi tutto che il procedimento nell'ambito del quale è intervenuto il Giudice per
         le indagini preliminari non è un procedimento di carattere giurisdizionale che permetta il rinvio alla Corte in via pregiudiziale
         ai sensi dell'art. 234 CE. Secondo loro, il procedimento penale ha tale carattere solo a partire dal rinvio a giudizio, salvo
         casi particolari non rilevanti nella fattispecie. 
         
         
         23
            
          Tale argomento va respinto. La Corte ha giudicato in maniera costante che il giudice istruttore penale o il magistrato che
         esercita l'attività di istruzione penale costituiscono giurisdizioni ai sensi dell'art. 234 CE, chiamate a statuire in maniera
         indipendente e secondo diritto sulle cause per le quali la legge attribuisce loro la competenza, nell'ambito di un procedimento
         destinato a terminare con una decisione di carattere giurisdizionale (v., in particolare, sentenze 24 aprile 1980, causa 65/79,
         Chatain, Racc. pag. 1345, e 11 giugno 1987, causa 14/86, Pretore di Salò/X, Racc. pag. 2545, punto 7). 
         
         
         24
            
          I sigg. Saetti e Frediani fanno valere, in secondo luogo, che l'interpretazione del diritto comunitario richiesta alla Corte
         è inutile in quanto, dopo l'intervento del decreto legge 7 marzo 2002, n. 22, e della legge 6 maggio 2002, n. 82, essi non
         sono più penalmente perseguibili secondo il diritto nazionale per i fatti che hanno dato luogo al procedimento principale.
         Orbene, qualunque possa essere l'interpretazione del diritto comunitario, la direttiva 75/442 non sarebbe opponibile in quanto
         tale a un soggetto e non potrebbe, di per sé, servire da fondamento diretto a procedimenti penali. Questi dovrebbero quindi,
         in ogni caso, essere archiviati e l'interpretazione della direttiva non avrebbe alcuna incidenza. Anche per tale ragione il
         rinvio alla Corte sarebbe irricevibile. 
         
         
         25
            
          Tale argomento va ugualmente respinto. E' vero che una direttiva di per sé non può creare obblighi a carico di un soggetto
         e non può quindi essere fatta valere in quanto tale nei confronti dello stesso (v., in particolare, sentenza 14 settembre
         2000, causa C-343/98, Collino e Chiappero, Racc. pag. I-6659, punto 20). Allo stesso modo, una direttiva non può avere l'effetto,
         di per sé ed indipendentemente da una legge interna di uno Stato membro adottata per la sua attuazione, di determinare o di
         aggravare la responsabilità penale di coloro che agiscono in violazione delle sue disposizioni (v., in particolare, sentenze
         8 ottobre 1987, causa 80/86, Kolpinghuis Nijmegen, Racc. pag. 3969, punto 13, e 26 settembre 1996, causa C-168/95, Arcaro,
         Racc. pag. I-4705, punto 37). 
         
         
         26
            
          Nella fattispecie, da un lato, è tuttavia pacifico che, all'epoca dell'accertamento dei fatti all'origine dei procedimenti
         penali a carico dei sigg. Saetti e Frediani, tali fatti potevano, eventualmente, costituire reati punibili penalmente. Orbene,
         non spetta alla Corte interpretare o applicare il diritto nazionale al fine di determinare le conseguenze dell'intervento
         posteriore di norme nazionali in forza delle quali tali fatti non costituiscono più reati (v., in tal senso, sentenza 25 giugno
         1997, cause riunite C-304/94, C-330/94, C-342/94 e C-224/95, Tombesi e a., Racc. pag. I-3561, punti 42 e 43). 
         
         
         27
            
          D'altro lato, dall'ordinanza di rinvio risulta che, secondo l'interpretazione che la Corte darà della direttiva 75/442, i
         procedimenti in causa potrebbero portare incidentalmente ad un rinvio dinanzi alla Corte costituzionale, finalizzato ad un
         giudizio di legittimità sulle norme nazionali. 
         
         
         28
            
          A tale proposito occorre ricordare che spetta esclusivamente al giudice nazionale, cui è stata sottoposta la controversia
         e che deve assumersi la responsabilità della decisione giurisdizionale da pronunciare, valutare, alla luce delle particolari
         circostanze della causa, sia la necessità di una pronuncia pregiudiziale al fine di poter pronunciare la propria sentenza,
         sia la rilevanza delle questioni che sottopone alla Corte. Di conseguenza, se le questioni sollevate vertono sull'interpretazione
         del diritto comunitario, la Corte, in linea di principio, è tenuta a statuire (v. sentenza 15 dicembre 1995, causa C-415/93,
         Bosman, Racc. pag. I-4921, punto 59). 
         
         
         29
            
          Benché la Corte abbia anche giudicato che, in ipotesi eccezionali, le spetta esaminare le condizioni in cui è adita dal giudice
         nazionale al fine di verificare la propria competenza, essa ha precisato che può rifiutare di pronunciarsi su una questione
         pregiudiziale sollevata da un giudice nazionale solo qualora risulti manifestamente che l'interpretazione del diritto comunitario
         richiesta non ha alcuna relazione con la realtà o con l'oggetto della causa principale, oppure qualora il problema sia di
         natura teorica, oppure nel caso in cui la Corte non disponga degli elementi di fatto e di diritto necessari per fornire una
         soluzione utile alle questioni che le vengono sottoposte (v. sentenza 13 marzo 2001, causa C-379/98, PreussenElektra, Racc.
         pag. I-2099, punto 39). Tale caso non ricorre nella fattispecie. 
         
         
         30
            
          Le questioni pregiudiziali sono pertanto ricevibili. 
         Sulle questioni pregiudiziali
         
         31
            
          In considerazione del fatto che la risposta alle questioni proposte può essere facilmente dedotta dalla giurisprudenza, la
         Corte, in conformità all'art. 104, n. 3, del suo regolamento di procedura, ha informato il giudice del rinvio circa la sua
         intenzione di pronunciarsi con ordinanza motivata e ha invitato gli interessati indicati dall'art. 23 dello Statuto della
         Corte di giustizia a presentare le loro eventuali osservazioni in merito. I sigg. Saetti e Frediani, i governi italiano e
         svedese nonché la Commissione hanno dichiarato di non riscontrare inconvenienti nel ricorso a tale procedura. 
          Sulla prima questione
         
         
         32
            
          Con tale questione il giudice del rinvio chiede se il coke da petrolio costituisca un rifiuto ai sensi dell'art. 1, lett. a),
         della direttiva 75/442. 
         
         
         33
            
          Il campo di applicazione della nozione di rifiuto dipende dal significato del termine  
         disfarsi, utilizzato all'art. 1, lett. a), della direttiva 75/442. La Corte ha precisato che l'esecuzione di un'operazione menzionata
         negli allegati II A o II B della direttiva 75/442 non permette, di per sé, di qualificare una sostanza o un oggetto come rifiuto
         e che, inversamente, la nozione di rifiuto non esclude le sostanze ed oggetti suscettibili di riutilizzo economico. Il sistema
         di sorveglianza e di gestione istituito dalla direttiva 75/442 dev'essere infatti applicato a tutti gli oggetti e le sostanze
         di cui il proprietario si disfa, anche se essi hanno un valore commerciale e sono raccolti a titolo commerciale a fini di
         riciclo, recupero o riutilizzo (v., in particolare, sentenza 18 aprile 2002, causa C-9/00, Palin Granit e Vehmassalon kansanterveystyön
         kuntayhtymän hallitus, Racc. pag. I-3533, punti 22, 27 e 29; in prosieguo: la  
         sentenza Palin Granit). 
         
         
         34
            
          Talune circostanze possono costituire indizi del fatto che il detentore di una sostanza o di un oggetto se ne disfa ovvero
         ha deciso o ha l'obbligo di disfarsene ai sensi dell'art. 1, lett. a), della direttiva 75/442. Ciò si verifica in particolare
         se la sostanza utilizzata è un residuo di produzione, cioè un prodotto che non è stato ricercato in quanto tale (sentenza
         15 giugno 2000, cause riunite C-418/97 e C-419/97, ARCO Chemie Nederland e a., Racc. pag. I-4475, punto 84). La Corte ha così
         precisato che detriti derivanti dalla coltivazione di una cava di granito, che non si configurano come la produzione principale
         ricercata dall'esercente, costituiscono, in linea di principio, rifiuti (sentenza Palin Granit, punti 32 e 33). 
         
         
         35
            
          Può essere pertanto ammessa un'analisi secondo la quale un bene, un materiale o una materia prima che deriva da un processo
         di fabbricazione o di estrazione che non è principalmente destinato a produrlo può costituire non tanto un residuo, quanto
         un sottoprodotto, del quale l'impresa non ha intenzione di  
         disfarsi ai sensi dell'art. 1, lett. a), primo comma, della direttiva 75/442, ma che essa intende sfruttare o mettere in commercio
         a condizioni ad essa favorevoli, in un processo successivo, senza operare trasformazioni preliminari. Un'analisi del genere
         non contrasta infatti con le finalità della direttiva 75/442, poiché non vi è alcuna giustificazione per assoggettare alle
         disposizioni di quest'ultima, che sono destinate a prevedere lo smaltimento o il recupero dei rifiuti, beni, materiali o materie
         prime che dal punto di vista economico hanno valore di prodotti, indipendentemente da qualsiasi trasformazione, e che, in
         quanto tali, sono soggetti alla normativa applicabile a tali prodotti (sentenza Palin Granit, punti 34 e 35). 
         
         
         36
            
          Tuttavia, tenuto conto dell'obbligo di interpretare in maniera estensiva la nozione di rifiuto, al fine di limitare gli inconvenienti
         o i danni dovuti alla loro natura, occorre circoscrivere il ricorso a tale argomentazione relativa ai sottoprodotti alle situazioni
         in cui il riutilizzo di un bene, di un materiale o di una materia prima non sia solo eventuale, ma certo, senza trasformazione
         preliminare, e nell'ambito del processo di produzione (sentenza Palin Granit, punto 36). 
         
         
         37
            
          Con il criterio del riconoscimento o meno della natura di residuo di produzione riguardo ad una certa sostanza, il grado di
         probabilità di riutilizzo di tale sostanza, senza operazioni di trasformazione preliminare, costituisce quindi un secondo
         criterio utile ai fini di valutare se essa sia o meno un rifiuto ai sensi della direttiva 75/442. Se, oltre alla mera possibilità
         di riutilizzare la sostanza, il detentore consegue un vantaggio economico nel farlo, la probabilità di tale riutilizzo è alta.
         In un'ipotesi del genere la sostanza in questione non può più essere considerata un ingombro di cui il detentore cerchi di
          
         disfarsi, bensì un autentico prodotto (sentenza Palin Granit, punto 37). 
         
         
         38
            
          E' così che la Corte ha giudicato che detriti costituenti residui derivanti dallo sfruttamento di una miniera, utilizzati
         legalmente senza trasformazione preliminare nel processo di produzione per assicurare un necessario riempimento delle gallerie
         della miniera, non possono essere considerati come sostanze di cui il gestore si disfi o abbia intenzione di disfarsi poiché,
         invece, esso ne ha bisogno per la sua attività principale, a condizione tuttavia che fornisca garanzie sufficienti sull'identificazione
         e sull'utilizzazione effettiva delle dette sostanze (sentenza 11 settembre 2003, causa C-114/01, AvestaPolarit Chrome, Racc.
         pag. I-8725, punti 36-39 e 43). 
         
         
         39
            
          Altri indizi dell'esistenza di un rifiuto, ai sensi dell'art. 1, lett. a), della direttiva 75/442, risultano eventualmente
         dal fatto che il metodo di trattamento della sostanza di cui trattasi costituisce una modalità corrente di trattamento dei
         rifiuti o che la società considera la detta sostanza un rifiuto e dal fatto che, ove si tratti di un residuo di produzione,
         questo può essere sottoposto solo ad un utilizzo che comporti la sua scomparsa o dev'essere utilizzato nel rispetto di particolari
         condizioni di precauzione per l'ambiente (sentenza ARCO Chemie Nederland e a., cit., punti 69-72, 86 e 87). 
         
         
         40
            
          Tali elementi non sono tuttavia necessariamente determinanti e l'esistenza effettiva di un rifiuto va accertata alla luce
         dell'insieme delle circostanze, tenendo conto delle finalità della direttiva e in modo da non pregiudicarne l'efficacia (sentenza
         ARCO Chemie Nederland e a., cit., punto 88). 
         
         
         41
            
          Trattandosi di coke da petrolio prodotto ed utilizzato in una raffineria di petrolio, occorre tenere conto delle indicazioni
         provenienti dal documento pubblicato dalla Commissione in attuazione dell'art. 16, n. 2, della direttiva del Consiglio 24
         settembre 1996, 96/61/CE, sulla prevenzione e la riduzione integrate dell'inquinamento (GU L 257, pag. 26), che riguarda lo
         scambio di informazioni tra gli Stati membri e le industrie interessate sulle migliori tecniche disponibili di sfruttamento
         per raggiungere un livello generale elevato di protezione dell'ambiente nel suo complesso, sulle relative prescrizioni in
         materia di controllo e sui relativi sviluppi nel campo della raffinazione del petrolio e del gas, documento comunemente designato
         con il nome di BREF, nonché dell'insieme delle condizioni esistenti nella raffineria interessata, la cui verifica spetta eventualmente
         al giudice al quale è stata sottoposta la controversia. 
         
         
         42
            
          Il coke da petrolio, composto di carbone solido e di quantità variabili di impurità, che costituisce una delle numerose sostanze
         derivanti dal processo di raffinazione del petrolio, è, secondo le osservazioni presentate dai sigg. Saetti e Frediani, volontariamente
         prodotto nella raffineria di Gela, tenuto conto delle caratteristiche del petrolio grezzo che vi è trattato. Da parte sua,
         il BREF indica, in particolare, che  
         il coke da petrolio viene ampiamente utilizzato come combustibile nei cementifici ed in siderurgia. Esso può essere anche
         utilizzato come combustibile nelle centrali elettriche se il suo contenuto di zolfo è sufficientemente basso. Il coke è utilizzabile
         anche in altri modi, come materia prima per la fabbricazione di prodotti a base di carbone e di grafite.  
         
         
         43
            
          Risulta peraltro dagli atti che il coke da petrolio viene utilizzato a Gela come componente principale del combustibile usato
         per far funzionare la centrale integrata di cogenerazione che soddisfa il fabbisogno di vapore e di elettricità della raffineria.
         Poiché l'elettricità generata è superiore al consumo della raffineria, tenuto conto del volume di vapore prodotto simultaneamente,
         l'eccedenza viene venduta ad altre industrie o ad una società elettrica. 
         
         
         44
            
          Tali condizioni di produzione e di utilizzo, se risultano presenti, permettono di escludere la definizione di rifiuto, ai
         sensi dell'art. 1, lett. a), della direttiva 75/442. 
         
         
         45
            
          In primo luogo, in presenza delle dette condizioni, il coke da petrolio non può essere qualificato come residuo di produzione,
         nel senso di cui al punto 34 della presente ordinanza. Infatti, la produzione di coke appare allora come il risultato di una
         scelta tecnica (il coke da petrolio non sarebbe necessariamente prodotto nelle operazioni di raffinazione) in vista del ricorso
         ad un preciso combustibile, il cui costo di produzione è verosimilmente meno elevato del costo di altri combustibili che potrebbero
         venire usati per la generazione di vapore e di elettricità in misura corrispondente al fabbisogno della raffineria. Anche
         se, così come sostiene una controparte dei sigg. Saetti e Frediani nel procedimento principale, il coke da petrolio in questione
         è il risultato automatico di una tecnica che genera in parallelo altre sostanze petrolifere, il cui ottenimento costituirebbe
         l'obiettivo prioritario della direzione, occorre tenere conto che, poiché l'utilizzo dell'insieme della produzione di coke
         è certo ed effettuato essenzialmente per gli stessi tipi di uso di quelli di tali altre sostanze, il detto coke da petrolio
         è a sua volta un prodotto petrolifero fabbricato in quanto tale e non un residuo di produzione. A tale proposito, nella causa
         principale, sembra pacifico in base agli atti trasmessi alla Corte che il coke da petrolio è integralmente utilizzato in maniera
         certa come combustibile nel processo di produzione, in quanto le eccedenze di energia elettrica che ne risultano vengono esse
         stesse integralmente vendute. 
         
         
         46
            
          In secondo luogo, relativamente agli elementi addotti al punto 39 della presente ordinanza, il fatto che il coke da petrolio
         venga utilizzato come combustibile per la produzione di energia, utilizzo che corrisponde ad una modalità corrente di recupero
         dei rifiuti, non può essere rilevante, poiché lo scopo di una raffineria è precisamente quello di produrre diversi tipi di
         combustibile a partire dal petrolio grezzo. Inoltre, non sono rilevanti nemmeno gli eventuali indizi collegati, da un lato,
         all'assenza di un utilizzo diverso da quello comportante la scomparsa della sostanza in questione (indizio in questo caso
         non confermato, poiché il coke da petrolio può essere utilizzato come materia prima per la fabbricazione di prodotti a base
         di carbone e di grafite) e, dall'altro, alla circostanza che il suo impiego debba avvenire in particolari condizioni di precauzione
         per l'ambiente (indizio confermato nella fattispecie), poiché tali indizi si applicano ai residui di produzione e il coke
         da petrolio prodotto ed utilizzato alle condizioni precedentemente indicate non corrisponde a tale qualificazione, come risulta
         dal punto precedente della presente ordinanza. Relativamente all'indizio che sarebbe collegato al fatto che la società considera
         il coke da petrolio un rifiuto, anche ipotizzando che risulti accertato, esso sarebbe insufficiente, da solo, tenuto conto
         delle altre circostanze addotte fin qui, per dedurne che il coke da petrolio in questione sia un rifiuto. La conclusione sarebbe
         diversa solo se, accogliendo la richiesta dell'opinione pubblica, la direzione della raffineria rinunciasse all'utilizzo del
         coke da petrolio o vi fosse obbligata da un provvedimento legale. In una tale ipotesi, si dovrebbe infatti ritenere che il
         detentore del coke da petrolio se ne disfarebbe o avrebbe l'intenzione o l'obbligo di disfarsene. 
         
         
         47
            
          Occorre quindi rispondere alla prima questione dichiarando che il coke da petrolio prodotto volontariamente, o risultante
         dalla produzione simultanea di altre sostanze combustibili petrolifere, in una raffineria di petrolio ed utilizzato con certezza
         come combustibile per il fabbisogno di energia della raffineria e di altre industrie, non costituisce un rifiuto ai sensi
         della direttiva 75/442. 
          Sulla seconda, terza e quarta questione
         
         
         48
            
          Al giudice del rinvio sarebbero utili le risposte a tali questioni solo se il coke da petrolio di cui trattasi nella causa
         principale dovesse considerarsi un rifiuto ai sensi della direttiva 75/442. Orbene, ciò non risulta essere il caso, tenuto
         conto delle indicazioni fornite dall'ordinanza di rinvio e delle osservazioni sottoposte alla Corte, che hanno condotto alla
         risposta alla prima questione. Non occorre dunque rispondere alla seconda, terza e quarta questione. 
         
         Sulle spese
         49
            
          Le spese sostenute dai governi italiano, austriaco e svedese, nonché dalla Commissione, che hanno presentato osservazioni
         alla Corte, non possono dar luogo a rifusione. Nei confronti delle parti nella causa principale il presente procedimento costituisce
         un incidente sollevato dinanzi al giudice nazionale, cui spetta quindi statuire sulle spese. 
         
         Per questi motivi, 
         
         
         
            
            LA CORTE (Terza Sezione),
         
         
          pronunciandosi sulle questioni sottopostele dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Gela con ordinanza 19
         giugno 2002, dichiara:
         Il coke da petrolio prodotto volontariamente, o risultante dalla produzione simultanea di altre sostanze combustibili petrolifere,
            in una raffineria di petrolio ed utilizzato con certezza come combustibile per il fabbisogno di energia della raffineria e
            di altre industrie non costituisce un rifiuto ai sensi della direttiva del Consiglio 15 luglio 1975, 75/442/CEE, relativa
            ai rifiuti, come modificata dalla direttiva del Consiglio 18 marzo 1991, 91/156/CEE. Lussemburgo, 15 gennaio 2004 
         
         
         
                  Il cancelliere
               
               
                  Il presidente della Terza Sezione
               
            
         
         
         
                   R. Grass 
               
               
                  C. Gulmann  
               
            
      
      
          1 –
            
             Lingua processuale: l'italiano.