CELEX: 62004TJ0107
Language: it
Date: 2007-03-14
Title: Sentenza del Tribunale di primo grado (Terza Sezione) del 14 marzo 2007. # Aluminium Silicon Mill Products GmbH contro Consiglio dell'Unione europea. # Ricorso di annullamento - Dumping - Importazioni di silicio proveniente dalla Russia - Danno - Nesso di causalità. # Causa T-107/04.

Causa T‑107/04
      Aluminium Silicon Mill Products GmbH
      contro
      Consiglio dell’Unione europea
      «Ricorso di annullamento — Dumping — Importazioni di silicio originario della Russia — Danno — Nesso di causalità»
      Sentenza del Tribunale (Terza Sezione) 14 marzo 2007 
      Massime della sentenza
      1.     Procedura — Deduzione di motivi nuovi in corso di causa
      [Regolamento di procedura del Tribunale, artt. 44, n. 1, lett. c), e 48, n. 2]
      2.     Politica commerciale comune — Difesa contro le pratiche di dumping — Danno
      (Regolamenti del Consiglio n. 384/96, art. 3, n. 5, e n. 2229/2003)
      3.     Politica commerciale comune — Difesa contro le pratiche di dumping — Danno
      (Regolamenti del Consiglio n. 384/96, art. 3, nn. 3, 6 e 7, e n. 2229/2003)
      1.     Emerge dal combinato disposto dell’art. 44, n. 1, lett. c), e dell’art. 48, n. 2, del regolamento di procedura del Tribunale
         che l’atto introduttivo del giudizio deve contenere l’oggetto della controversia e l’esposizione sommaria dei motivi invocati,
         e che la produzione di motivi nuovi in corso di causa è vietata, a meno che essi si basino su elementi di diritto e di fatto
         emersi durante il procedimento. Cionondimeno, un motivo, o un argomento, che costituisca un’estensione di un motivo precedentemente
         dedotto, direttamente o implicitamente, nell’atto introduttivo del giudizio e che sia strettamente connesso con questo va
         considerato ricevibile.
      
      (v. punti 60-61)
      2.     Quando si tratta di constatare, nell’ambito di un procedimento antidumping, l’esistenza di un grave pregiudizio subito dall’industria
         comunitaria, il Consiglio eccede l’ampio potere discrezionale di cui dispone qualora commetta un errore di fatto in merito
         alla variazione della quota di mercato dell’industria comunitaria nel corso del periodo, a suo giudizio quello durante il
         quale il danno è stato maggiormente grave, e si basi quindi su una premessa manifestamente errata al fine di constatare l’esistenza
         del pregiudizio in questione, la quale, ai sensi dell’art. 3, n. 5, del regolamento di base antidumping n. 384/96, deve risultare
         dalla ponderazione della variazione, sia in termini positivi sia negativi, degli elementi da esso ritenuti pertinenti.
      
      (v. punti 43-44, 66)
      3.     Nonostante l’ampio potere discrezionale di cui il Consiglio dispone quando si tratta di constatare, nell’ambito di una procedura
         antidumping, l’esistenza di un nesso di causalità tra le importazioni che sono oggetto di dumping e il danno che l’industria
         comunitaria asserisce di aver subito, esso viola il regolamento di base antidumping n. 384/96, e specificamente il suo art. 3,
         nn. 3, 6 e 7, quando commette manifesti errori di valutazione per non aver preso in considerazione, per i periodi esaminati,
         l’impatto inevitabile, in primo luogo, della contrazione della domanda sul volume delle vendite dell’industria comunitaria,
         in secondo luogo, dell’aumento della sua quota di mercato e del suo volume delle vendite sul livello dei prezzi da essa applicati
         e, in terzo luogo, della modifica dell’andamento delle sue vendite sull’entità della diminuzione del prezzo medio delle sue
         vendite, errori che lo conducono inevitabilmente a ricondurre alle importazioni controverse determinati effetti sfavorevoli
         per l’industria comunitaria la cui origine è da esse indipendente.
      
      (v. punti 71, 116)
SENTENZA DEL TRIBUNALE (Terza Sezione)
      14 marzo 2007 (*)
      
      «Ricorso di annullamento – Dumping – Importazioni di silicio proveniente dalla Russia – Danno – Nesso di causalità»
      Nella causa T‑107/04,
      Aluminium Silicon Mill Products GmbH, con sede in Zug (Svizzera), rappresentata dagli avv.ti A. Willems e L. Ruessmann, 
      
      ricorrente,
      contro
      Consiglio dell’Unione europea, rappresentato dal sig. M. Bishop, in qualità di agente, assistito dall’avv. G. Berrisch, 
      
      convenuto,
      sostenuto da:
      Commissione delle Comunità europee, rappresentata dal sig. T. Scharf e dalla sig.ra K. Talabér Ricz, in qualità di agenti,
      
      interveniente,
      avente ad oggetto una domanda di annullamento del regolamento (CE) del Consiglio 22 dicembre 2003, n. 2229, che istituisce
         un dazio antidumping definitivo e riscuote definitivamente il dazio provvisorio istituito sulle importazioni di silicio originario
         della Russia (GU L 339, pag. 3),
      
      IL TRIBUNALE DI PRIMO GRADO 
      DELLE COMUNITÀ EUROPEE (Terza Sezione),
      composto dal sig. M. Jaeger, presidente, dalla sig.ra V. Tiili e dal sig. O. Czúcz, giudici,
      cancelliere: sig.ra C. Kristensen, amministratore
      vista la fase scritta del procedimento e in seguito alla trattazione orale del 9 novembre 2005,
      ha pronunciato la seguente
      Sentenza
       Fatti all’origine della controversia
      1       La ricorrente è una società di diritto svizzero operante in particolare nel settore della vendita e della commercializzazione,
         sul mercato comunitario, di prodotti semilavorati di silicio. Essa acquista il silicio presso due produttori, la SUAL Kremny-Ural
         LLC (SKU) e la JSC ZAO Kremny (ZAO). Queste due società appartengono alla OAO SUAL (SUAL). Dal momento che quest’ultima e
         la ricorrente, in ultima istanza, sono controllate dallo stesso produttore, ossia la SUAL International Ltd, la SKU e la ZAO
         sono produttori che presentano un legame con la ricorrente.
      
      2       I diversi tipi di silicio, prodotto commercializzato in blocchi, grani, granuli o polvere, si distinguono in particolare per
         il tenore di ferro, di calcio e per la presenza di altri oligoelementi. Per quanto riguarda il silicio con una concentrazione
         compresa tra il 95 e il 99,99%, il prodotto su cui verte la presente causa, si possono individuare due categorie di utilizzatori
         nell’ambito del mercato comunitario: gli utilizzatori dell’industria chimica, che producono per lo più siliconi, e quelli
         dell’industria metallurgica, che producono alluminio. 
      
      3       A seguito di una denuncia depositata da EuroAlliages (Comitato di coordinamento dell’industria delle ferroleghe), la Commissione
         ha avviato un procedimento antidumping relativo alle importazioni di silicio dalla Russia, in forza del regolamento (CE) del
         Consiglio 22 dicembre 1995, n. 384/96, relativo alla difesa contro le importazioni oggetto di dumping da parte di paesi non
         membri della Comunità europea (GU 1996, L 56, pag. 1), come da ultimo modificato dal regolamento (CE) del Consiglio 5 novembre
         2002, n. 1972 (GU L 305, pag. 1; in prosieguo: il «regolamento di base»). L’avviso di apertura del procedimento è stato pubblicato
         il 12 ottobre 2002 (GU C 246, pag. 12). 
      
      4       Il 10 luglio 2003 la Commissione ha adottato il regolamento (CE) n. 1235/2003 che istituisce un dazio antidumping provvisorio
         sulle importazioni di silicio originario della Russia (GU L 173, pag. 14; in prosieguo: il «regolamento provvisorio»). Sulla
         base della sua inchiesta relativa alle pratiche di dumping e al pregiudizio relativo al periodo compreso tra il 1° ottobre
         2001 e il 30 settembre 2002 (in prosieguo: il «periodo d’inchiesta» o il «PE»), e dopo aver esaminato gli andamenti relativi
         al danno tra il 1° gennaio 1998 e la fine del periodo d’inchiesta (in prosieguo: il «periodo in esame»), essa ha fissato nella
         misura del 25,2% l’aliquota del dazio antidumping provvisorio sulle importazioni di silicio avente una concentrazione, in
         peso, inferiore al 99,99%, contraddistinto dal codice NC 2804 69 00, originario della Russia, prodotto dalla SKU e dalla ZAO.
         
      
      5       Nel regolamento provvisorio si espone la variazione di diversi indicatori economici relativi alla situazione del mercato europeo
         del silicio nonché alla situazione dei produttori-esportatori russi e dell’industria comunitaria, di cui sono riportati di
         seguito alcuni dati: 
      
      Tabella 1
      Consumo comunitario (basato sul volume delle vendite)
      
               
            
            
               1998
            
            
               1999
            
            
               2000
            
            
               2001
            
            
               PE
            
         
               Tonnellate
            
            
               290 684 
            
            
               325 234 
            
            
               388 938 
            
            
               373 950 
            
            
               371 540
            
         
               Indice 
               Variazione annua 
            
            
               100 
            
            
               112
               + 12%
            
            
               134 
               + 20%
            
            
               129 
               ‑ 4%
            
            
               128
               ‑ 1%
            
         
      Tabella 3
      Quota di mercato delle importazioni dalla Russia (in base al volume delle vendite)
      
               
            
            
               1998
            
            
               1999
            
            
               2000
            
            
               2001
            
            
               PE
            
         
               Percentuale del mercato UE
            
            
               3,7 
            
            
               1,9
            
            
               3,6
            
            
               4,5
            
            
               4,8
            
         
               Variazione annua (punti percentuali)
            
            
               
            
            
               ‑ 1,8%
            
            
               + 1,7%
            
            
               + 0,9%
            
            
               + 0,3%
            
         
      Tabella 4
      Prezzo medio delle importazioni in dumping
      
               
            
            
               1998
            
            
               1999
            
            
               2000
            
            
               2001
            
            
               PE
            
         
               EUR
            
            
               1048
            
            
               963
            
            
               1131
            
            
               999
            
            
               929
            
         
               Indice 
               Variazione annua
            
            
               100
            
            
               92
               ‑ 8%
            
            
               108 
               + 17%
            
            
               95 
               ‑ 12%
            
            
               89
               ‑ 7%
            
         
      Tabella 8
      Volume delle vendite (dell’industria comunitaria)
      
               
            
            
               1998
            
            
               1999
            
            
               2000
            
            
               2001
            
            
               PE
            
         
               Tonnellate
            
            
               86 718 
            
            
               114 587 
            
            
               133 568 
            
            
               128 219 
            
            
               136 421
            
         
               Indice 
               Variazione annua
            
            
               100 
            
            
               132
               + 32%
            
            
               154 
               + 17%
            
            
               148 
               ‑ 7% 
               [‑ 4% 
               v. infra punto 87]
            
            
               157
               + 6%
            
         
      Tabella 9
      Prezzi praticati dall’industria comunitaria per il silicio
      
               
            
            
               1998
            
            
               1999
            
            
               2000
            
            
               2001
            
            
               PE
            
         
               EUR/tonnellata
            
            
               1 415
            
            
               1 184 
            
            
               1 231 
            
            
               1 271 
            
            
               1 185
            
         
               Indice 
               Variazione annua
            
            
               100
            
            
               84
               ‑ 16%
            
            
               87
               + 4%
            
            
               90
               + 3%
            
            
               84
               ‑ 7%
            
         
      Tabella 10
      Quota di mercato (dell’industria comunitaria)
      
               
            
            
               1998
            
            
               1999
            
            
               2000
            
            
               2001
            
            
               PE
            
         
               Percentuale del mercato
            
            
               29,8 
            
            
               35,2 
            
            
               34,3 
            
            
               34,3 
            
            
               36,7
            
         
               Indice
            
            
               100 
            
            
               118 
            
            
               115 
            
            
               115 
            
            
               123
            
         
      Tabella 12
      Redditività (dell’industria comunitaria)
      
               
            
            
               1998
            
            
               1999
            
            
               2000
            
            
               2001
            
            
               PE
            
         
               Utili (in percentuale)
            
            
               12,6 
            
            
               1,8 
            
            
               5,0 
            
            
               1,7 
            
            
               ‑ 2,1
            
         
               Variazione annua
            
            
               
            
            
               ‑ 10,8%
            
            
               + 3,2%
            
            
               ‑ 3,3%
            
            
               ‑ 3,8%
            
         
      6       Il 22 dicembre 2003 il Consiglio ha adottato il regolamento n. 2229/2003 che istituisce un dazio antidumping definitivo e
         riscuote definitivamente il dazio provvisorio istituito sulle importazioni di silicio originario della Russia (GU L 339, pag. 3;
         in prosieguo: il «regolamento impugnato»). Il regolamento impugnato impone dazi antidumping pari al 22,7% sulle importazioni
         di silicio prodotto dalla SKU e dalla ZAO.
      
       Procedimento e conclusioni delle parti
      7       Con atto introduttivo depositato presso la cancelleria del Tribunale il 16 marzo 2004, la ricorrente proponeva il presente
         ricorso. 
      
      8       Con ordinanza del presidente della Terza Sezione del Tribunale 26 gennaio 2005, la Commissione veniva ammessa ad intervenire
         a sostegno delle conclusioni del Consiglio. Essa tuttavia rinunciava a presentare osservazioni scritte.
      
      9       Su relazione del giudice relatore, il Tribunale (Terza Sezione) decideva di passare alla fase orale e, nell’ambito delle misure
         di organizzazione del procedimento, invitava le parti a rispondere per iscritto a taluni quesiti. Le parti ottemperavano a
         tale richiesta entro il termine prescritto. 
      
      10     Le parti venivano sentite nelle loro difese e risposte ai quesiti posti dal Tribunale all’udienza del 9 novembre 2005. 
      11     La ricorrente chiede che il Tribunale voglia:
      –       dichiarare il ricorso ricevibile; 
      –       annullare il regolamento impugnato nella parte in cui impone dazi sulle esportazioni effettuate dalla SKU e dalla ZAO;
      –       condannare il Consiglio alle spese. 
      12     Il Consiglio chiede che il Tribunale voglia: 
      –       respingere il ricorso; 
      –       condannare la ricorrente alle spese. 
       Sulla domanda di annullamento
      13     La ricorrente fa valere cinque motivi a sostegno della sua domanda di annullamento. Il primo, relativo alla supposta errata
         definizione di «prodotto simile», verte su un manifesto errore di valutazione e sulla violazione dell’art. 1, n. 4, e dell’art. 6,
         n. 7, del regolamento di base. Il secondo motivo, riguardante la fissazione del prezzo all’esportazione, verte sulla violazione
         dell’art. 2, n. 9, del regolamento di base e dell’art. 253 CE. Il terzo motivo, relativo alla determinazione dell’esistenza
         di un grave pregiudizio, attiene alla violazione dell’art. 3, nn. 2 e 5, del regolamento di base, degli artt. 3.1 e 3.4 dell’accordo
         relativo all’applicazione dell’articolo VI dell’Accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio 1994 (GU 1994, L 336,
         pag. 103) figurante nell’allegato 1A all’Accordo che istituisce l’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), e dell’art. 253 CE.
         Il quarto motivo, riguardante l’instaurazione del nesso di causalità tra le importazioni che si asserisce siano oggetto di
         dumping e il danno, verte sulla violazione dell’art. 3, nn. 2, 6 e 7, del regolamento di base, degli artt. 3.1 e 3.5 dell’accordo
         relativo all’applicazione dell’articolo VI dell’Accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio 1994, su un manifesto
         errore di valutazione e sulla violazione dell’art. 253 CE. Il quinto motivo, relativo al metodo utilizzato per stabilire il
         livello di eliminazione del danno, verte sulla violazione dell’art. 3, n. 3, del regolamento di base e dell’art. 253 CE. 
      
      14     Il Tribunale reputa che occorra innanzitutto esaminare la prima parte del terzo motivo, relativa a una violazione del regolamento
         di base in sede di accertamento di un pregiudizio grave ai sensi dell’art. 3 di tale regolamento, e la prima parte del quarto
         motivo, relativa a una violazione del regolamento di base a causa di una supposta errata constatazione del nesso causale tra
         il danno accertato dal regolamento impugnato e le importazioni oggetto di dumping. 
      
       Argomenti delle parti
      15     La ricorrente rammenta che, ai sensi del regolamento impugnato, tra il 1998 e il 2000 gli indicatori di danno hanno registrato
         un andamento positivo con riguardo all’industria comunitaria, e in un secondo momento un andamento negativo tra il 2000 e
         il periodo d’inchiesta, in particolare con riferimento ai prezzi. Orbene, essa sostiene che le istituzioni comunitarie hanno
         omesso di rilevare che anche le principali diminuzioni di prezzo dell’industria comunitaria erano intervenute durante il periodo
         compreso tra il 1998 e il 1999.
      
      16     Essa rileva inoltre, in merito all’affermazione contenuta nel quarantaquattresimo ‘considerando’ del regolamento impugnato,
         secondo cui «tra il 2000 e il PI [periodo d’inchiesta], quasi tutti gli indicatori [della situazione dell’industria comunitaria]
         sono aumentati in misura minima, sono rimasti invariati o hanno registrato una diminuzione», che gli unici indicatori che
         hanno conosciuto un andamento negativo erano quelli relativi ai prezzi, alla redditività e al flusso di cassa, mentre gli
         altri indicatori presentavano solo sviluppi positivi. Essa rammenta inoltre, a tale proposito, l’aumento della produzione
         e della capacità produttiva dell’industria comunitaria. Essa sottolinea inoltre che le diminuzioni di prezzo coincidono con
         un forte aumento della produzione, della capacità produttiva del volume delle vendite e delle quote di mercato delle imprese
         comunitarie. Nel 1999 e nel corso del periodo d’inchiesta, i produttori comunitari avrebbero quindi realizzato utili pari,
         rispettivamente, al 32% e al 6% del loro volume delle vendite.
      
      17     Per quanto riguarda l’argomento del Consiglio ai sensi del quale, oltre ai tre summenzionati indicatori, anche il livello
         degli investimenti e gli utili da questi ultimi derivanti si sono sviluppati negativamente, la ricorrente replica che ciò
         costituirebbe il logico risultato del fatto che, tra il 1998 e il 2000, l’industria comunitaria ha investito in modo massiccio
         al fine di incrementare la sua produzione in risposta alla crescita della domanda e che tale livello di investimento non poteva
         essere mantenuto durante gli anni successivi, che hanno registrato una flessione della domanda. 
      
      18     La ricorrente reputa che le summenzionate asserzioni provino che il Consiglio non ha preso in considerazione taluni fattori
         previsti e non ha correttamente valutato quelli di cui esso ha tenuto conto, il che costituisce una violazione dell’art. 3,
         n. 5, del regolamento di base.
      
      19     Infine, in sede di udienza, la ricorrente ha rilevato che la constatazione effettuata al quarantaseiesimo ‘considerando’ del
         regolamento impugnato, secondo la quale, tra il 2000 e il periodo d’inchiesta, la quota di mercato dell’industria comunitaria
         è diminuita, è errata dal momento che i dati riportati nel regolamento provvisorio la contraddicono. 
      
      20     Per quanto riguarda la supposta erronea valutazione del nesso causale, la ricorrente ritiene che sia stata la variazione della
         domanda di silicio a svolgere un ruolo determinante nello sviluppo della redditività dell’industria comunitaria. L’evoluzione
         positiva verificatasi tra il 1998 e il 2000, in particolare il notevole incremento della produzione e delle vendite, sarebbe
         principalmente attribuibile all’aumento della domanda di silicio nella misura del 32%, e non alle decisioni dell’industria
         comunitaria di investire in nuovi impianti produttivi.
      
      21     Parimenti, il crollo dei prezzi (e della redditività) dell’industria comunitaria tra il 2000 e il periodo d’inchiesta rifletterebbe
         in linea principale la contrazione della domanda di silicio e il fatto che l’industria comunitaria avrebbe aumentato la sua
         quota di mercato su un mercato in calo, adottando un’aggressiva politica di prezzi. La ricorrente aggiunge che l’esigenza
         di incrementare in modo così rapido il volume delle vendite agli utilizzatori dell’industria metallurgica (l’unico sbocco
         delle importazioni di silicio provenienti dalla Russia; in prosieguo: le «importazioni russe») ha naturalmente imposto di
         diminuire nettamente i prezzi di vendita e ha comportato una diminuzione dei prezzi (equivalente al 19%) che sarebbe sostanzialmente
         più significativa del crollo dei prezzi delle importazioni russe (11%). Così, le vendite e i prezzi dell’industria comunitaria
         non sarebbero stati interessati dalle importazioni russe.
      
      22     Inoltre, essa rileva che la crescita della quota di mercato dei produttori-esportatori russi tra il 2000 e il periodo d’inchiesta
         rappresentava solo la metà dell’aumento della quota di mercato dei produttori comunitari. Sarebbe comunque inconcepibile che
         con una quota di mercato inferiore al 5% i produttori-esportatori russi abbiano potuto imporre i prezzi sul mercato europeo.
      
      23     La ricorrente sostiene che il Consiglio, nel suo controricorso, né contesta né esamina i fatti determinanti, che sarebbero
         i seguenti: in primo luogo, nel 2001 l’incremento della domanda proveniente dall’industria chimica avrebbe registrato una
         pausa d’arresto, e si sarebbe verificato, infatti, durante il periodo d’inchiesta, un rilevante calo delle vendite dei produttori
         comunitari agli utilizzatori dell’industria chimica. In secondo luogo, vi sarebbe stato un massiccio aumento del volume delle
         vendite realizzate dai produttori comunitari agli utilizzatori dell’industria metallurgica durante il periodo d’inchiesta.
         Questo sarebbe uno dei motivi principali della diminuzione del prezzo medio applicato dall’industria comunitaria. In terzo
         luogo, si sarebbe verificata, contemporaneamente, una diminuzione pari a circa il 10% dei prezzi praticati dai produttori
         comunitari nei confronti degli utilizzatori del settore metallurgico. In quarto luogo, la diminuzione dei prezzi sarebbe stata
         notevolmente più significativa rispetto alla diminuzione dei prezzi delle importazioni russe nel corso dello stesso periodo.
      
      24     Quanto al divario tra i prezzi praticati dai produttori‑esportatori russi e quelli fatturati dai produttori comunitari, essa
         ritiene che ciò sia illustrato da numerosi elementi, come la differenza nella combinazione dei prodotti o lo scarto di prezzo
         dei prodotti locali.
      
      25     Per quanto riguarda l’argomento fondato dal Consiglio sull’addotto effetto cumulativo delle diminuzioni dei prezzi praticati
         dai produttori‑esportatori russi tra il 2000 e il periodo d’inchiesta, la ricorrente replica che il livello dei prezzi russi
         era già notevolmente inferiore al prezzo medio dell’industria comunitaria nel 2000 e che le importazioni russe rappresentavano
         circa un decimo della quota di mercato dell’industria comunitaria, il che indica che i prezzi delle importazioni russe non
         costituivano un elemento concorrenziale di rilievo per i prezzi dell’industria comunitaria.
      
      26     Essa rileva infine che, non avendo esposto i fatti nella loro interezza e non avendo preso in considerazione, oltre alle importazioni
         oggetto di dumping, tutti gli elementi noti in grado di pregiudicare l’industria comunitaria, le istituzioni comunitarie hanno
         violato l’art. 3, nn. 2, 6 e 7, del regolamento di base.
      
      27     Quanto all’accertamento di un pregiudizio grave, il Consiglio sottolinea che, per quanto sia vero che tra il 1998 e il 1999
         si sono verificate significative diminuzioni di prezzo, i prezzi hanno successivamente registrato un nuovo incremento per
         diminuire ancora in modo rilevante tra il 2001 e la fine del periodo d’inchiesta. Questa seconda diminuzione dei prezzi si
         è prodotta parallelamente a un incremento delle importazioni russe. Esso rileva altresì che, tra il 2000 e il periodo d’inchiesta,
         i prezzi, la redditività e il flusso di cassa hanno registrato una variazione in termini negativi. Inoltre, gli investimenti
         sarebbero calati del 26%, gli utili derivanti da questi ultimi avrebbero registrato una diminuzione pari al 26,1% e l’aumento
         delle retribuzioni medie sarebbe stato inferiore al tasso di inflazione (meno dell’1% per anno). Lo stesso varrebbe per l’intero
         periodo preso in esame.
      
      28     Quanto all’argomento della ricorrente ai sensi del quale lo sviluppo negativo del livello degli investimenti e gli utili derivanti
         da questi ultimi costituirebbero la conseguenza di rilevanti investimenti in capacità produttiva (supra punto 17), il Consiglio
         risponde che esso è ingiustificato e inesatto, dal momento che la capacità produttiva dell’industria comunitaria è regolarmente
         aumentata fino al 2001.
      
      29     Il Consiglio osserva altresì che, contrariamente a quanto addotto dalla ricorrente, non si è verificato alcun massiccio incremento
         del volume delle vendite né alcun significativo aumento della quota di mercato tra il 2000 e il periodo d’inchiesta. Nel corso
         di tale periodo, il volume delle vendite dell’industria comunitaria è aumentato del 2% e la sua quota di mercato di 2,4 punti
         percentuali. A questo proposito, il Consiglio ha espressamente ammesso, all’udienza, che il regolamento impugnato conteneva
         un errore al quarantaseiesimo ‘considerando’, in cui si afferma che la quota di mercato detenuta dall’industria comunitaria
         aveva registrato una forte contrazione, ma ha rilevato che questa circostanza era stata invocata dalla ricorrente per la prima
         volta in sede di udienza, il che rendeva l’argomento tardivo e, pertanto, irricevibile ai sensi degli artt. 44 e 46 del regolamento
         di procedura del Tribunale.
      
      30     Il Consiglio ritiene, in linea generale, che le affermazioni della ricorrente in merito alla violazione del regolamento di
         base siano infondate e di aver esaminato correttamente tutti i rilevanti fattori di pregiudizio ai ‘considerando’ 33‑73 del
         regolamento provvisorio e ai ‘considerando’ 37‑48 del regolamento impugnato.
      
      31     Il Consiglio rileva inoltre che la ricorrente non precisa né gli elementi che esso si sarebbe astenuto dal valutare né in
         che termini la valutazione effettuata sarebbe insufficiente. Esso invoca, a tale riguardo, l’ordinanza della Corte 1° febbraio
         1993, causa C‑318/92 P, Moat/Commissione (Racc. pag. I‑481), e la sentenza del Tribunale 12 gennaio 1995, causa T‑102/92,
         Viho/Commissione (Racc. pag. II‑17), ai sensi delle quali gli addebiti devono essere formulati in modo preciso nel ricorso.
      
      32     Quanto al nesso di causalità tra il danno e le importazioni oggetto di dumping, il Consiglio sostiene che i dati disponibili
         contraddicono l’affermazione secondo la quale l’industria comunitaria svolgeva un ruolo preponderante nella determinazione
         dei prezzi di vendita agli utilizzatori dell’industria metallurgica. Esso rammenta che, tra il 2000 e il periodo d’inchiesta,
         i prezzi medi russi sono rimasti costantemente inferiori ai prezzi medi dell’industria comunitaria e questo varrebbe anche
         se fossero prese in considerazione esclusivamente le vendite all’industria metallurgica.
      
      33     Esso contesta inoltre l’argomento della ricorrente in base al quale i prezzi russi non possono avere causato la diminuzione
         dei prezzi dell’industria comunitaria, in quanto questi ultimi sarebbero diminuiti in modo più significativo rispetto ai prezzi
         russi. Il Consiglio osserva a tale riguardo che i prezzi russi sono diminuiti dell’11% nel corso dell’intero periodo d’inchiesta
         e sostiene altresì che, ai fini dell’analisi del nesso di causalità, la portata della contrazione del prezzo delle importazioni
         oggetto di dumping e quella dei prezzi praticati dall’industria comunitaria sono irrilevanti quando il prezzo delle importazioni
         è inferiore a quello applicato dall’industria comunitaria. Considerato che il livello dei prezzi russi era sensibilmente inferiore
         a quello dell’industria comunitaria sin dal 2000, e che, successivamente, è diminuito in misura ancora maggiore, sarebbe ragionevole
         ritenere che il prezzo delle importazioni russe sia all’origine della contrazione dei prezzi comunitari.
      
      34     Il Consiglio reputa che l’argomento della ricorrente, ai sensi del quale la diminuzione dei prezzi e la redditività dell’industria
         comunitaria tra il 2000 e il periodo d’inchiesta riflettono il calo del mercato, sia infondato. Esso osserva, a questo proposito,
         che il volume delle vendite dell’industria comunitaria è leggermente aumentato tra il 2000 e il periodo d’inchiesta. Ne deduce
         che la contrazione della domanda non ha pregiudicato le vendite dell’industria comunitaria. Inoltre, il lieve aumento della
         quota di mercato dell’industria comunitaria durante il summenzionato periodo costituirebbe una logica conseguenza della stabilità
         delle vendite su un mercato in calo. Esso rammenta altresì che la ricorrente ha anche guadagnato quote di mercato durante
         questo stesso periodo.
      
      35     Il Consiglio nega anche l’impatto dell’aumento della quota di mercato dell’industria comunitaria sui prezzi applicati da quest’ultima.
         Esso sostiene, al cinquantaduesimo ‘considerando’ del regolamento provvisorio, che la Commissione ha esaminato tale questione
         e ritenuto che, nel 200l, l’industria comunitaria avesse perso volumi di vendita quando aveva cercato di mantenere invariati
         i suoi prezzi e, durante il periodo d’inchiesta, aveva riacquisito i volumi perduti vendendo a prezzi inferiori. Sulla base
         di tale ipotesi, il Consiglio conclude che l’industria comunitaria si è trovata in difficoltà dinanzi alla concorrenza russa
         caratterizzata da prezzi nettamente inferiori al valore normale e da un significativo aumento dei volumi delle vendite agli
         utilizzatori dell’industria metallurgica. In sintesi, l’aumento dei volumi delle vendite dell’industria comunitaria e la contrazione
         dei prezzi durante il periodo d’inchiesta costituirebbero provvedimenti cautelativi adottati per far fronte alla contrazione
         di volumi accertata nel 2001 e alla nuova diminuzione dei prezzi russi. 
      
      36     Il Consiglio ritiene che i dati disponibili corroborino la sua conclusione. A suo giudizio, la ricorrente non contesta che
         i prezzi russi sono sempre stati inferiori ai prezzi comunitari, anche qualora siano prese in considerazione solo le vendite
         dell’industria comunitaria agli utilizzatori dell’industria metallurgica.
      
      37     Con riguardo all’argomento della ricorrente secondo cui le importazioni russe non potevano esercitare una reale pressione
         sui prezzi dell’industria comunitaria a causa della loro esigua quota di mercato, il Consiglio rileva che non è pertinente
         in quanto le importazioni originarie della Russia sono sempre state superiori al livello de minimis tra il 2000 e l’apertura
         del periodo d’inchiesta.
      
      38     Il Consiglio ritiene che sia parimenti errato quanto sostenuto dalla ricorrente in merito all’incidenza della contrazione
         della domanda di silicio destinato all’industria chimica. A questo proposito esso osserva che, come illustrato al sessantatreesimo
         ‘considerando’ del regolamento impugnato, durante il periodo d’inchiesta, il calo delle vendite dell’industria comunitaria
         agli utilizzatori dell’industria chimica è stato pari a 4 783 tonnellate di silicio. Tale volume avrebbe rappresentato solo
         l’1,3% del consumo totale nella Comunità. Tuttavia, nello stesso periodo, le importazioni provenienti dalla Russia sarebbero
         ammontate a circa 18 000 tonnellate, vale a dire il 4,8% del consumo complessivo nell’ambito della Comunità. Il Consiglio
         afferma che tali vendite e, di conseguenza, la contrazione della domanda di silicio destinato all’industria chimica non possono
         mettere in discussione il nesso di causalità tra le importazioni oggetto di dumping e il danno subito dall’industria comunitaria.
      
      39     Per quanto riguarda, in generale, la violazione del regolamento di base, il Consiglio sostiene che la ricorrente ha frainteso
         tale documento. A suo giudizio, l’art. 3, n. 2, del regolamento di base non impone alle istituzioni di presentare i fatti
         nella loro interezza. Questa disposizione obbligherebbe le istituzioni ad esaminare i fatti in modo oggettivo, come queste
         ultime avrebbero fatto, sia nel regolamento impugnato sia nel regolamento provvisorio. Esso reputa altresì che la ricorrente
         non precisi in modo sufficiente quali sono i fatti che le istituzioni avrebbero omesso di esporre. 
      
      40     La Commissione sostiene la tesi del Consiglio. 
       Giudizio del Tribunale
       Sulla prima parte del terzo motivo, relativa alla violazione del regolamento di base a causa di un’errata valutazione degli
         indicatori del danno ad opera del regolamento impugnato 
      
      41     L’art. 3, n. 2, del regolamento di base dispone quanto segue:
      «L’accertamento di un pregiudizio si basa su prove positive e implica un esame obiettivo a) del volume delle importazioni
         oggetto di dumping e dei loro effetti sui prezzi dei prodotti simili sul mercato comunitario, e b) dell’incidenza di tali
         importazioni sull’industria comunitaria».
      
      42     Quanto all’esame dell’impatto delle importazioni oggetto di dumping sull’industria comunitaria interessata, l’art. 3, n. 5,
         del regolamento di base, prevede: 
      
      «[Tale esame] comprende una valutazione di tutti i fattori e indicatori economici pertinenti in rapporto con la situazione
         dell’industria, quali (…) l’entità del margine di dumping effettivo, la diminuzione reale e potenziale delle vendite, dei
         profitti, della produzione, della quota di mercato, della produttività, dell’utile sul capitale investito, e dell’utilizzazione
         della capacità produttiva; i fattori che incidono sui prezzi nella Comunità, gli effetti negativi, reali e potenziali, sul
         flusso di cassa, sulle scorte, sull’occupazione, sui salari, sulla crescita e sulla capacità di ottenere capitale o investimenti.
         Detto elenco non è tassativo, né tali fattori, singolarmente o combinati, costituiscono necessariamente una base di giudizio
         determinante».
      
      43     Secondo una giurisprudenza costante, la determinazione del danno presuppone l’esame di questioni economiche complesse. In
         questo le istituzioni comunitarie dispongono di un ampio potere discrezionale (sentenza della Corte 7 maggio 1991, causa C‑69/89,
         Nakajima/Consiglio, Racc. pag. I‑2069, punto 86, e sentenza del Tribunale 28 settembre 1995, causa T‑164/94, Ferchimex/Consiglio,
         Racc. pag. II‑2681, punto 131). Il giudice comunitario deve quindi limitare il suo sindacato alla verifica dell’osservanza
         delle norme di procedura, dell’esattezza materiale dei fatti considerati nell’operare la scelta contestata, dell’insussistenza
         di errore manifesto nella valutazione di tali fatti e dell’insussistenza di sviamento di potere (sentenze del Tribunale Ferchimex/Consiglio,
         cit., punto 67, e 28 ottobre 1999, causa T‑210/95, EFMA/Consiglio, Racc. pag. II‑3291, punto 57). 
      
      44     Nel presente caso occorre pertanto verificare se il Consiglio, nell’ambito del regolamento impugnato, abbia ecceduto il suo
         ampio potere discrezionale nell’accertare un pregiudizio grave per l’industria comunitaria. 
      
      45     Il quarantaquattresimo ‘considerando’ del regolamento impugnato, che riproduce il settantunesimo ‘considerando’ del regolamento
         provvisorio, così dispone: 
      
      «(…) i principali sviluppi positivi per l’industria comunitaria si sono verificati tra il 1998 e il 2000. Tra il 2000 e il
         PI, quasi tutti gli indicatori sono aumentati in misura minima, sono rimasti invariati o hanno registrato una diminuzione.
         Si tratta quindi del periodo in cui l’industria comunitaria ha subito inequivocabilmente il pregiudizio più grave».
      
      46     Il quarantacinquesimo ‘considerando’ del regolamento impugnato ha il seguente tenore: 
      «[I] risultati relativamente positivi dell’industria comunitaria fino al 2000 sono direttamente riconducibili agli investimenti
         in impianti di produzione supplementari decisi dall’industria comunitaria. Durante questo periodo, infatti, l’industria comunitaria
         ha registrato un aumento in termini di produzione, capacità di produzione, volume delle vendite, quota di mercato, occupazione
         e produttività (…)».
      
      47     Con riferimento al periodo successivo, ossia il periodo compreso tra il 2000 e il periodo d’inchiesta, il Consiglio, al quarantaseiesimo
         ‘considerando’ del regolamento impugnato, così precisa: 
      
      «La situazione dell’industria comunitaria si è (…) deteriorata a causa del maggiore afflusso di importazioni in dumping dalla
         Russia, con una netta diminuzione della quota di mercato, del cash flow, degli investimenti e dell’utile sui capitali investiti».
         
      
      48     Inoltre, al quarantasettesimo ‘considerando’ del regolamento impugnato, il Consiglio osserva che, «[b]asandosi sull’andamento
         degli altri indicatori di pregiudizio, in particolare sulla diminuzione in termini di redditività e di prezzi di vendita registrata
         dall’industria comunitaria nel periodo in esame, si è concluso che l’industria comunitaria ha subito un grave pregiudizio».
      
      49     Ne conclude, al quarantottesimo ‘considerando’ del regolamento impugnato, che «l’industria comunitaria ha subito un grave
         pregiudizio nel PI, specie in termini di prezzi e di redditività» e che «si è deciso di (…) confermare le conclusioni di cui
         ai punti 71‑73 del regolamento provvisorio».
      
      50     La ricorrente contesta innanzitutto al Consiglio di non aver indicato che la contrazione dei prezzi applicati dall’industria
         comunitaria si è verificata non solo tra il 2000 e il periodo d’inchiesta, ma altresì tra il 1998 e il 1999. 
      
      51     A tale riguardo occorre rilevare che, in base ai dati forniti dal regolamento provvisorio, il prezzo applicato dall’industria
         comunitaria ha inizialmente registrato una notevole contrazione del 16% nel 1999, ha successivamente recuperato nella misura
         del 4% nel corso del 2000 e del 3% nel 2001, ed è poi calato del 7% durante il periodo d’inchiesta. Così, nel corso di quest’ultimo
         periodo, il prezzo di vendita ha semplicemente raggiunto il livello del 1999 (v. tabella 9 supra al punto 5). 
      
      52     Da queste cifre emerge che la principale diminuzione dei prezzi applicati dall’industria comunitaria è intervenuta nel 1999,
         e non tra il 2000 e il periodo d’inchiesta. Ora, secondo il Consiglio, come rilevato al quarantaquattresimo ‘considerando’
         del regolamento impugnato, i principali sviluppi positivi per l’industria comunitaria si sono verificati tra il 1998 e il
         2000. Tale constatazione dimostra il fatto che il prezzo praticato dall’industria comunitaria costituisce uno dei fattori
         da prendere in considerazione nell’ambito della valutazione del danno e che esso, di per sé, non è determinante a questo proposito,
         dal momento che altri fattori possono non solo compensare tale deterioramento, ma altresì consentire al Consiglio di concludere
         che la situazione dell’industria comunitaria era migliorata. Quindi non si può dedurre dal mancato riferimento, nel regolamento
         impugnato, al fatto che la principale diminuzione del prezzo applicato dall’industria comunitaria si è prodotta nel 1999 che
         il regolamento in questione sia viziato da illegittimità, considerato anche il fatto che dal regolamento provvisorio emerge
         che, tra il 2000 e il periodo d’inchiesta, anche il suddetto prezzo è calato. 
      
      53     Peraltro, poiché il Consiglio ha concluso che l’industria comunitaria aveva subito un grave pregiudizio durante il periodo
         d’inchiesta, soprattutto a livello di prezzi e di redditività, ha pertanto necessariamente ritenuto che, contrariamente al
         periodo compreso tra il 1998 e il 2000, gli altri fattori di pregiudizio non fossero in grado di compensare la contrazione
         dei prezzi e della redditività accertata nel corso del periodo d’inchiesta. Spetta quindi al Tribunale verificare se, come
         afferma la ricorrente, in questo modo il Consiglio non abbia commesso un manifesto errore di valutazione.
      
      54     A questo proposito, per quanto riguarda il periodo compreso tra il 2000 e il periodo d’inchiesta, che corrisponde alla seconda
         metà del periodo in esame, il Consiglio osserva che «quasi tutti gli indicatori sono aumentati in misura minima, sono rimasti
         invariati o hanno registrato una diminuzione» e che «[s]i tratta quindi del periodo in cui l’industria comunitaria ha subito
         inequivocabilmente il pregiudizio più grave». È giocoforza constatare che, con tale affermazione, il Consiglio non procede
         ad alcuna ponderazione dei vari fattori di pregiudizio, di alcuni dei quali riconosce peraltro la natura positiva, cosicché
         tale affermazione non può assolutamente dimostrare l’esistenza di un grave pregiudizio subito dall’industria comunitaria tra
         il 2000 e il periodo d’inchiesta.
      
      55     È peraltro vero che il Consiglio ha affermato, al quarantaseiesimo ‘considerando’ del regolamento impugnato, che tra il 2000
         e il periodo d’inchiesta la situazione dell’industria comunitaria si era deteriorata, avendo rilevato una «netta diminuzione
         della quota di mercato, del cash flow, degli investimenti e dell’utile sui capitali investiti». Il Consiglio, nel sottolineare
         altresì, al quarantasettesimo ‘considerando’, che, basandosi sull’andamento degli altri indicatori di pregiudizio, in particolare
         sulla diminuzione in termini di redditività e di prezzi di vendita registrata dall’industria comunitaria nel periodo in esame,
         ha concluso che l’industria comunitaria aveva subito un grave pregiudizio.
      
      56     Tuttavia, come rileva la ricorrente, si deve constatare, da un lato, che con questo iter logico il Consiglio ha omesso qualsiasi
         riferimento al fatto che, durante tutto il periodo in esame, sono stati registrati numerosi progressi, talvolta di tipo sostanziale,
         per quanto riguarda i volumi produttivi (+ 34%), la capacità produttiva (+ 30%), l’utilizzo della capacità produttiva (+ 3
         punti percentuali), i volumi delle vendite comunitarie (+ 57%), la quota di mercato (+ 23%, o + 6,9 punti percentuali), gli
         stock (‑ 29%), l’occupazione (+ 16%) e la produttività (+ 15%) e, d’altro lato, che, anche per quanto riguarda esclusivamente
         il periodo compreso tra il 2000 e il periodo d’inchiesta, il Consiglio non ha dimostrato che taluni fattori non trascurabili
         hanno presentato uno sviluppo positivo. Quindi, oltre al lieve miglioramento della situazione per quanto riguarda l’occupazione
         e le retribuzioni, occorre sottolineare, in particolare, che il volume delle vendite dell’industria comunitaria è aumentato
         del 2% e ha raggiunto un livello record di 136 421 tonnellate durante il periodo d’inchiesta, e la capacità produttiva, a
         sua volta, ha registrato un incremento pari al 2,5%.
      
      57     Si deve inoltre rammentare quanto affermato dal Consiglio al quarantaseiesimo ‘considerando’ del regolamento impugnato, e
         cioè che, tra il 2000 e il periodo d’inchiesta, si è verificata «una netta diminuzione della quota di mercato, del cash flow,
         degli investimenti e dell’utile sui capitali investiti».
      
      58     Al riguardo la ricorrente ha tuttavia osservato in sede di udienza che nel regolamento impugnato, al quarantaseiesimo ‘considerando’,
         si è erroneamente constatata la netta diminuzione della quota di mercato dell’industria comunitaria. 
      
      59     Il Consiglio ha ammesso che si trattava di un errore ma ritiene che tale argomento sia stato invocato tardivamente e che quindi
         non possa essere preso in considerazione dal Tribunale. 
      
      60     Occorre ricordare che emerge dal combinato disposto dell’art. 44, n. 1, lett. c), e dell’art. 48, n. 2, del regolamento di
         procedura che l’atto introduttivo del giudizio deve contenere l’oggetto della controversia e l’esposizione sommaria dei motivi
         invocati, e che la produzione di motivi nuovi in corso di causa è vietata, a meno che essi si basino su elementi di diritto
         e di fatto emersi durante la fase scritta. Cionondimeno, un motivo, oppure un argomento, che costituisca un’estensione di
         un motivo precedentemente dedotto, direttamente o implicitamente, nell’atto introduttivo del giudizio, e che sia strettamente
         connesso con questo, va considerato ricevibile (v., in tal senso, sentenza della Corte 30 settembre 1982, causa 108/81, Amylum/Consiglio,
         Racc. pag. 3107, punto 25; v. sentenze del Tribunale 20 settembre 1990, causa T‑37/89, Hanning/Parlamento, Racc. pag. II‑463,
         punto 38, e 17 luglio 1998, causa T‑118/96, Thai Bicycle/Consiglio, Racc. pag. II‑2991, punto 142, e la giurisprudenza menzionata).
         
      
      61     Nel caso di specie occorre rilevare che la ricorrente, già in seno al suo ricorso, ha addotto che il regolamento impugnato
         violava il regolamento di base, in particolare a causa dell’erronea valutazione degli indicatori economici nell’ambito della
         determinazione del danno (prima parte del terzo motivo). In particolare, nel suo ricorso la ricorrente ha osservato che «il
         regolamento impugnato [ha] ignora[to] il fatto che le diminuzioni di prezzo (…) [sono] coinci[se] con (…) significativi incrementi
         delle quote di mercato delle imprese comunitarie». L’osservazione di cui trattasi avanzata dalla ricorrente si collega pertanto
         al terzo motivo, invocato da quest’ultima fin dall’atto introduttivo del giudizio, e costituisce quindi una precisazione strettamente
         connessa all’argomento da essa utilizzato nell’ambito del suddetto motivo. 
      
      62     Di conseguenza tale argomento è ricevibile. 
      63     Orbene, come concorda il Consiglio, l’affermazione del regolamento impugnato, che fa riferimento alla «netta diminuzione della
         quota di mercato [dell’industria comunitaria]», è manifestamente erronea e contraria ai dati riportati nel regolamento provvisorio,
         la cui esattezza è incontestata tra le parti. Infatti, dal regolamento provvisorio emerge che la quota di mercato non è diminuita,
         e ancor meno in modo netto, ma, al contrario, è aumentata in modo significativo passando dal 34,3 al 36,7%, ossia ha registrato
         un incremento di 2,4 punti percentuali, tra il 2000 e il periodo d’inchiesta (v. tabella 10 supra al punto 5).
      
      64     Occorre pertanto stabilire se tale errore può comportare l’annullamento del regolamento impugnato. 
      65     A tale proposito è indiscusso che la variazione della quota di mercato dell’industria comunitaria costituisce un elemento
         di notevole importanza al fine di valutare l’esistenza di un grave pregiudizio per la suddetta industria. Si deve inoltre
         constatare che il Consiglio, avendo descritto tale fattore come oggetto di una «netta diminuzione», non solo ha fornito un’immagine
         degli sviluppi di quest’ultimo contraria alla realtà, ma ha necessariamente concesso un’importanza non trascurabile al fattore
         di cui trattasi nella sua conclusione relativa all’esistenza di un grave pregiudizio subito dall’industria comunitaria.
      
      66     In tale contesto, senza che sia necessario stabilire se le circostanze descritte supra ai punti 54‑56 siano di per sé sufficienti
         a consentire di concludere che il Consiglio è incorso in un manifesto errore di valutazione nell’accertamento dell’esistenza
         del suddetto grave pregiudizio, il Tribunale constata che il Consiglio, avendo commesso un errore di fatto in merito alla
         variazione della quota di mercato dell’industria comunitaria nel corso del periodo compreso tra il 2000 e il periodo d’inchiesta,
         a suo giudizio quello durante il quale il danno è stato maggiormente grave, si è basato su una premessa manifestamente errata
         al fine di constatare l’esistenza del pregiudizio in questione, la quale dovrebbe risultare dalla ponderazione della variazione,
         sia in termini positivi sia negativi, degli elementi da esso ritenuti pertinenti. Orbene, tenuto conto del fatto che, da un
         lato, non spetta al Tribunale sostituire il proprio giudizio a quello del Consiglio e che, d’altro lato, non si può escludere
         che, se non fosse stato commesso tale errore, il Consiglio non avrebbe concluso per l’esistenza di un grave danno, già per
         questo motivo occorre annullare il regolamento impugnato (v., in tal senso, sentenza del Tribunale 2 maggio 1995, cause riunite
         T‑163/94 e T‑165/94, NTN Corporation e Koyo Seiko/Consiglio, Racc. pag. II‑1381, punto 115).
      
      67     Il Tribunale ritiene tuttavia che occorra anche esaminare la prima parte del quarto motivo, relativa al nesso di causalità
         tra la contrazione del prezzo di vendita dell’industria comunitaria e le importazioni russe.
      
       Sulla prima parte del quarto motivo, relativa alla violazione del regolamento di base a causa dell’erroneo accertamento di
         un nesso causale tra il grave danno assertivamente subito dall’industria comunitaria e le importazioni oggetto di dumping
      
      68     Ai sensi dell’art. 3, n. 3, del regolamento di base, «[r]iguardo agli effetti sui prezzi si esamina se le importazioni oggetto
         di dumping sono state effettuate a prezzi sensibilmente inferiori a quelli dei prodotti simili dell’industria comunitaria
         oppure se tali importazioni hanno comunque l’effetto di deprimere notevolmente i prezzi o di impedire in misura notevole aumenti
         che altrimenti sarebbero intervenuti». 
      
      69     L’art. 3, n. 6, così dispone: 
      «Deve essere dimostrato, in base a tutti [i rilevanti] elementi di prova, presentati in conformità con il paragrafo 2, che
         le importazioni oggetto di dumping causano pregiudizio ai sensi del presente regolamento. In particolare, occorre dimostrare
         che il volume e/o i prezzi individuati a norma del paragrafo 3 hanno sull’industria comunitaria gli effetti contemplati nel
         paragrafo 5 e che questa incidenza si manifesta in misura che può essere considerata grave». 
      
      70     Infine, l’art. 3, n. 7, ha il seguente tenore: 
      «Oltre alle importazioni oggetto di dumping, vengono esaminati i fattori noti che contemporaneamente causano pregiudizio all’industria
         comunitaria per evitare che il pregiudizio dovuto a tali fattori sia attribuito alle importazioni oggetto di dumping a norma
         del paragrafo 6. I fattori che possono essere presi in considerazione a questo proposito comprendono (…) la contrazione della
         domanda oppure le variazioni dell’andamento dei consumi (…)».
      
      71     Dalla giurisprudenza menzionata supra al punto 43 emerge che l’accertamento di un nesso di causalità tra il grave pregiudizio
         subito dall’industria comunitaria e le importazioni oggetto di dumping presuppone l’esame di situazioni economiche complesse.
         In questo le istituzioni comunitarie dispongono di un ampio potere discrezionale e il giudice comunitario deve quindi limitare
         il suo sindacato alla verifica dell’osservanza delle norme di procedura, dell’esattezza materiale dei fatti considerati nell’operare
         la scelta contestata, dell’insussistenza di errore manifesto nella valutazione di tali fatti o dell’insussistenza di sviamento
         di potere. 
      
      72     Cionondimeno, al momento della determinazione del danno, il Consiglio e la Commissione sono tenuti a valutare se il danno
         che intendono prendere in considerazione provenga effettivamente dalle importazioni oggetto di dumping e ad escludere invece
         ogni danno derivante da altri fattori, in particolare quello causato dallo stesso comportamento dei produttori comunitari
         (sentenza della Corte 11 giugno 1992, causa C‑358/89, Extramet Industrie/Consiglio, Racc. pag. I‑3813, punto 16). 
      
      73     Relativamente al caso di specie, al quarantaseiesimo ‘considerando’ del regolamento impugnato, il Consiglio, per quanto riguarda
         il periodo compreso tra il 2000 e il periodo d’inchiesta, precisa quanto segue:
      
      «[L]a situazione dell’industria comunitaria si è poi deteriorata a causa del maggiore afflusso di importazioni in dumping
         dalla Russia, con una netta diminuzione della quota di mercato, del cash flow, degli investimenti e dell’utile sui capitali
         investiti».
      
      74     Al sessantaseiesimo ‘considerando’ del regolamento impugnato, il Consiglio afferma poi che: 
      «[L]a differenza di prezzo tra il silicio prodotto nella Comunità e quello importato dalla Russia [ammontava in media] all’11%
         [durante il periodo d’inchiesta] sebbene i prezzi dell’industria comunitaria siano diminuiti del 7% tra il 2001 e il PI, il
         che rispecchia l’incidenza dei prezzi russi su quelli dell’industria comunitaria».
      
      75     A tale proposito, si deve osservare che, in base ai dati riportati nel regolamento provvisorio (v. tabelle 4 e 9 supra al
         punto 5), la differenza tra i prezzi russi e quelli applicati dall’industria comunitaria tra il 1998 e il 2000 e la differenza
         esistente tra il 2000 e il periodo d’inchiesta erano di simile portata. 
      
      76     Tuttavia, né nel regolamento impugnato né nei documenti processuali, il Consiglio e la Commissione affermano espressamente
         che la contrazione del prezzo dell’industria comunitaria nel 1999 (l’unica verificatasi nel corso del periodo compreso tra
         il 1998 e il 2000) è dipesa dai prezzi russi inferiori al valore normale. Il Consiglio descrive inoltre, nel regolamento impugnato,
         il periodo tra il 1998 e il 2000 come un periodo nel corso del quale i risultati dell’industria comunitaria sono stati piuttosto
         soddisfacenti. Occorre altresì osservare che il rilevante incremento del divario tra il prezzo medio delle importazioni russe
         e quello applicato dall’industria comunitaria tra il 2000 e il 2001 non ha impedito a quest’ultima di aumentare il suo prezzo
         medio tra il 2000 e il 2001 (v. tabelle 4 e 9 supra al punto 5). 
      
      77     Così, l’iter logico seguito nel regolamento impugnato e i dati riportati nel regolamento provvisorio provano che la differenza
         di prezzo costituisce solo uno degli elementi da prendere in considerazione in sede di esame del nesso di causalità tra le
         importazioni russe e l’asserito danno, e la sua esistenza, di per sé, non consente assolutamente di concludere che la contrazione
         dei prezzi dell’industria comunitaria nel corso del periodo d’inchiesta è stata esclusivamente o principalmente riconducibile
         alle importazioni russe. 
      
      78     Il Consiglio e la Commissione sostengono che il danno deriva dalle importazioni oggetto di dumping in base al seguente meccanismo:
         nel 2001, l’industria comunitaria ha subito una diminuzione delle vendite nel tentativo di mantenere invariati i suoi prezzi
         a fronte del ribasso del silicio proveniente dalla Russia. Secondo tali istituzioni, questa tendenza si è invertita nel periodo
         d’inchiesta, poiché l’industria comunitaria si è vista costretta a reagire alle pressioni in termini di prezzi onde mantenere
         i suoi volumi di vendite e ha pertanto notevolmente ridotto i suoi prezzi, il che ha comportato una perdita di redditività
         (cinquantaduesimo ‘considerando’ del regolamento provvisorio).
      
      79     La ricorrente reputa che le istituzioni comunitarie abbiano erroneamente ricondotto alle importazioni russe la causa del calo
         dei volumi delle vendite dell’industria comunitaria nel 2001 e della contrazione dei suoi prezzi nel corso del periodo d’inchiesta.
         Esse avrebbero ignorato gli effetti, in primo luogo, della diminuzione della domanda sul mercato del silicio, in secondo luogo,
         dell’aumento della quota di mercato dell’industria comunitaria e, in terzo luogo, del fatto che una parte significativa del
         volume venduto dall’industria comunitaria agli utilizzatori del settore chimico ha registrato uno spostamento in direzione
         degli utilizzatori del settore metallurgico durante il periodo d’inchiesta. 
      
      80     Si deve quindi esaminare la fondatezza di quanto sostenuto dalla ricorrente e se tali argomentazioni siano tali da dimostrare
         che il Consiglio ha ecceduto l’ampio potere discrezionale di cui dispone ai sensi della giurisprudenza menzionata supra al
         punto 43. 
      
      –       Sulla contrazione della domanda della globalità degli utilizzatori
      81     All’udienza, il Consiglio ha rilevato che, nelle sue memorie, la ricorrente non ha argomentato in merito alla contrazione
         della domanda in linea generale, ma esclusivamente in merito alla contrazione della domanda degli utilizzatori del settore
         chimico. Pertanto, la deduzione di tale circostanza da parte della ricorrente sarebbe tardiva e, di conseguenza, irricevibile.
         
      
      82     È giocoforza constatare che la ricorrente ha osservato, al punto 44 del suo ricorso, che «il crollo dei prezzi (e della redditività)
         dell’industria comunitaria tra il 2000 e il periodo d’inchiesta riflette principalmente la contrazione della domanda di silicio».
         
      
      83     Ne consegue che l’osservazione del Consiglio in merito alla ricevibilità degli argomenti fondati sulla contrazione della domanda
         è priva di qualsiasi fondamento. 
      
      84     Quanto al merito, occorre rammentare che il regolamento impugnato non contiene alcuna analisi delle variazioni della domanda,
         perché il Consiglio, al quarantottesimo ‘considerando’ del suddetto regolamento, si è limitato a confermare le conclusioni
         del regolamento provvisorio in merito al danno.
      
      85     Dal regolamento provvisorio emerge (v. tabella 1 supra al punto 5) che il consumo di silicio nell’ambito dell’Unione europea
         è calato del 4% nel 2001 e poi dell’1% durante il periodo d’inchiesta.
      
      86     Occorre nuovamente osservare che l’assunto dal quale muove la tesi del Consiglio, che riconduce il danno alle importazioni
         russe, relativamente al periodo compreso tra il 2000 e il periodo d’inchiesta, è che, nel 2001, l’industria comunitaria ha
         perso volumi di vendita quando ha tentato di far restare invariati i prezzi a fronte dei prezzi decrescenti dei produttori-esportatori
         russi, la qual cosa avrebbe costretto l’industria comunitaria a ridurre i suoi prezzi, al fine di mantenere immutati o recuperare
         i suoi volumi di vendita, successivamente, durante il periodo d’inchiesta. Si deve quindi verificare se il Consiglio, senza
         incorrere in un manifesto errore di valutazione, potesse imputare la contrazione dei volumi di vendita dell’industria comunitaria
         nel 2001 esclusivamente alle importazioni russe, sebbene il consumo comunitario abbia conosciuto una fase di calo nel 2001.
         
      
      87     A questo proposito, occorre in primo luogo rilevare che la tabella 8 del regolamento provvisorio (v. supra al punto 5) contiene
         un errore di calcolo, ammesso dal Consiglio nella risposta al quesito scritto del Tribunale, e che dalla tabella in questione
         emerge a seguito della correzione che, nel 2001, il volume delle vendite dell’industria comunitaria è diminuito solo nella
         misura del 4%, e non del 7% come è stato inizialmente indicato nella tabella. 
      
      88     Tale rettifica segnala che la contrazione del volume delle vendite dell’industria comunitaria nel 2001 ha raggiunto una misura
         (‑ 4%) che riflette esattamente quella della contrazione della domanda (‑ 4%), e, pertanto, sembra che il livello delle vendite
         dell’industria comunitaria si sia semplicemente conformato in modo rigoroso al generale andamento dei consumi comunitari.
         Tale circostanza induce a mettere in discussione l’affermazione del Consiglio dei sensi della quale la diminuzione del volume
         delle vendite dell’industria comunitaria nel corso del 2001 è dovuta ai prezzi inferiori al valore normale applicati dai produttori-esportatori
         russi, dal momento che tale calo può trovare una logica spiegazione nel contrarsi della domanda comunitaria. Ora, è giocoforza
         constatare che questo elemento decisivo non è stato preso in considerazione dal Consiglio. 
      
      89     Si deve inoltre sottolineare che, nel 2001, l’industria comunitaria ha mantenuto la sua quota di mercato nonostante l’aumento
         dei suoi prezzi nella misura del 3%, mentre il prezzo medio delle importazioni russe era diminuito del 12%, il che dimostra
         la mancanza di ogni maggiore impatto del livello dei prezzi delle importazioni russe sulla situazione dell’industria comunitaria.
         
      
      90     Ne consegue che la variazione degli indicatori di cui trattasi non corrobora la tesi del Consiglio in base alla quale la contrazione
         del volume venduto dall’industria comunitaria nel 2001 era soltanto la conseguenza delle importazioni russe, ma avvalora l’affermazione
         della ricorrente ai sensi della quale la suddetta diminuzione del volume delle vendite rappresentava, in via principale, la
         conseguenza della contrazione della domanda nel corso del 2001.
      
      91     Quanto al periodo d’inchiesta, occorre rammentare che la domanda di silicio è ulteriormente calata dell’1%. Il volume delle
         vendite e la quota di mercato dell’industria comunitaria sono peraltro aumentate, rispettivamente, di 6 e 2,4 punti percentuali
         e hanno raggiunto un livello record. 
      
      92     Il Consiglio reputa nondimeno che la contrazione della domanda non abbia pregiudicato le vendite dell’industria comunitaria,
         tenuto conto del fatto che sono aumentate, e che l’aumento della quota di mercato dell’industria comunitaria tra il 2000 e
         il periodo d’inchiesta sarebbe una logica conseguenza della stabilità delle vendite su un mercato in calo. 
      
      93     Tale tesi del Consiglio non risulta convincente. In un mercato trasparente e concorrenziale, come quello del silicio ai sensi
         del regolamento impugnato, la contrazione della domanda esercita una pressione sui prezzi. L’operatore economico, di fronte
         a un calo della domanda, può scegliere tra una contrazione del suo volume di vendite e la riduzione dei prezzi da esso applicati.
         
      
      94     Si deve inoltre constatare che il Consiglio non ha formulato nessun argomento in merito alle specifiche circostanze che avrebbero
         consentito all’industria comunitaria di mantenere invariato, o addirittura di aumentare, il suo volume delle vendite garantendo
         il livello dei prezzi da esso applicati anche a fronte della contrazione della domanda intervenuta nel corso del periodo d’inchiesta.
         
      
      95     Considerato quanto sopra esposto occorre concludere che il regolamento impugnato è viziato da manifesto errore di valutazione
         nei limiti in cui il Consiglio ha ignorato l’effetto della contrazione della domanda sulla situazione dell’industria comunitaria.
         
      
      –       Sull’espansione della quota di mercato e del volume delle vendite dell’industria comunitaria 
      96     La ricorrente ritiene che le istituzioni siano incorse in un errore di valutazione anche quando hanno ignorato il nesso logico
         esistente tra la contrazione dei prezzi dell’industria comunitaria durante il periodo d’inchiesta e l’incremento delle sue
         vendite e della sua quota di mercato. 
      
      97     A questo proposito, si deve rammentare che la quota di mercato detenuta dall’industria comunitaria è aumentata, passando dal
         29,8 al 36,7% nel corso del periodo in esame, e ha quindi registrato un incremento di 6,9 punti percentuali. È tra il 2000
         e il periodo d’inchiesta, quando il danno, a giudizio del Consiglio, era in assoluto più evidente, che l’industria comunitaria
         ha aumentato il volume delle sue vendite del 2% e la sua quota di mercato di 2,4 punti percentuali, su un mercato in calo
         (v. tabella 10 supra al punto 5).
      
      98     Secondo il Consiglio, nel corso del periodo d’inchiesta il miglioramento del volume delle vendite è stato lieve e ha rappresentato
         una misura cautelativa mediante la quale l’industria comunitaria ha riacquisito i volumi da essa persi nel 2001 nel tentativo
         di mantenere immutati i suoi prezzi a fronte delle importazioni russe (‑ 4%). L’aumento dei volumi delle vendite e della quota
         di mercato durante il periodo d’inchiesta non avrebbe reso necessaria alcuna contrazione dei prezzi, dal momento che quest’ultima
         era esclusivamente il risultato dei prezzi russi inferiori al valore normale.
      
      99     Innanzitutto, dai dati rettificati della tabella 8 del regolamento provvisorio (v. supra al punto 87) risulta che, durante
         il periodo d’inchiesta, l’industria comunitaria non solo ha recuperato il volume delle vendite perso nel 2001 (‑ 4%) ma, avendo
         registrato un incremento in termini di volume nella misura del 6%, ha raggiunto un livello record nel corso dell’intero periodo
         in esame. 
      
      100   Parimenti, per quanto attiene alla quota di mercato dell’industria comunitaria, rimasta invariata nel 2001, ha conosciuto
         un miglioramento pari a 2,4 punti percentuali (dal 34,3 al 36,7%) nel corso del periodo d’inchiesta e ha altresì raggiunto
         un livello record. 
      
      101   Nel caso di specie, l’industria comunitaria ha pertanto incrementato le sue vendite su un mercato in calo e ha registrato
         un ampliamento della quota di mercato tra il 2000 e il periodo d’inchiesta equivalente alla metà della quota di mercato complessiva
         dei produttori-esportatori russi. 
      
      102   Il Consiglio nega che la diminuzione dei prezzi dell’industria comunitaria abbia costituito un vantaggio concorrenziale che
         le ha consentito di conseguire tale risultato. La contrazione dei prezzi, secondo il Consiglio, costituiva esclusivamente
         una misura cautelativa contro i prezzi russi inferiori al valore normale, al fine di evitare perdite di volumi di vendita.
         Tuttavia, nessun argomento è stato addotto dal Consiglio o dalla Commissione per spiegare come sarebbe stato possibile per
         l’industria comunitaria, tra il 2000 e il periodo d’inchiesta, incrementare la sua quota di mercato nella misura di 2,4 punti
         percentuali, su un mercato in calo, senza ridurre i prezzi.
      
      103   Occorre rammentare che il Consiglio fonda la sua argomentazione sulla tesi ai sensi della quale, innanzitutto, nel 2001, l’industria
         comunitaria ha perso volumi di vendita a causa dei prezzi russi inferiori al valore normale e, in secondo luogo, durante il
         periodo d’inchiesta, essa è stata costretta a ridurre drasticamente i suoi prezzi per evitare un’ulteriore diminuzione del
         volume delle vendite, oppure per recuperare i volumi delle vendite persi nel 2001. 
      
      104   Come è stato dimostrato ai punti 88 e seguenti, l’assunto su cui è fondata tale tesi appare erroneo, dal momento che il Consiglio
         non ha tenuto conto della spiegazione plausibile in base alla quale la perdita dei volumi nel 2001 (‑ 4%) era esclusivamente
         o principalmente imputabile alla contrazione della domanda (‑ 4%), e che non ha nemmeno formulato argomenti validi per confutare
         tale spiegazione.
      
      105   Inoltre, dal momento che l’iter logico seguito dal Consiglio si fonda sull’ipotesi in base alla quale l’industria comunitaria
         ha adottato un approccio difensivo al fine di mantenere invariato il volume delle sue vendite, esso è inoperante alla luce
         dell’aumento pari al 6% durante il periodo d’inchiesta, che non può essere qualificato come mero mantenimento del volume.
         Tale incremento ha sovracompensato la perdita pari al 4% verificatasi nel 2001, cosicché, tra il 2000 e il periodo d’inchiesta,
         l’industria comunitaria ha registrato un incremento in termini di volume delle vendite superiore al 2%.
      
      106   Si deve pertanto stabilire che il Consiglio e la Commissione non formulano alcun valido argomento diretto a dimostrare che
         il significativo aumento della quota di mercato dell’industria comunitaria su un mercato in calo, durante il periodo d’inchiesta,
         sarebbe stato possibile senza il vantaggio in termini concorrenziali conferito dalla riduzione del suo prezzo. 
      
      107   Quanto all’analisi dell’impatto dell’incremento del volume delle vendite e della quota di mercato tra il 2000 e il periodo
         d’inchiesta sulla situazione dell’industria comunitaria, il Consiglio si limita ad affermare, al quarantaseiesimo ‘considerando’ del
         regolamento impugnato, che:
      
      «La situazione dell’industria comunitaria si è (…) deteriorata a causa del maggiore afflusso di importazioni in dumping dalla
         Russia, con una netta diminuzione della quota di mercato (…)».
      
      108   In ragione del fatto che, tra il 2000 e il periodo d’inchiesta, la quota di mercato dell’industria comunitaria è notevolmente
         aumentata e non ha registrato «una forte diminuzione», è giocoforza constatare che, nel regolamento impugnato, il Consiglio
         non solo ha omesso di pronunciarsi sul se il calo dei prezzi fosse una condizione necessaria per l’aumento del volume delle
         vendite e della quota di mercato, e quindi, per quanto riguarda la contrazione dei prezzi, se si trattasse di un danno derivante
         dal comportamento proprio dell’industria comunitaria ai sensi della sentenza Extramet Industria/Consiglio, supra punto 72,
         ma, in tale contesto, imputa alle importazioni russe un fattore di pregiudizio inesistente. 
      
      109   Occorre quindi concludere che il Consiglio ha commesso un manifesto errore di valutazione, nell’ambito del regolamento impugnato,
         in sede di esame del nesso esistente tra l’incremento della quota di mercato e del volume delle vendite dell’industria comunitaria
         e la diminuzione dei prezzi da essa applicati. 
      
      –       Sullo spostamento delle vendite dell’industria comunitaria dagli utilizzatori del settore chimico agli utilizzatori del settore
         metallurgico 
      
      110   La ricorrente rileva che il Consiglio ha erroneamente ritenuto, nel regolamento impugnato, che il calo degli acquisti di silicio
         effettuati dall’industria chimica non avesse contribuito al danno subito dall’industria comunitaria, e che il detto regolamento
         ha pertanto indebitamente attribuito gli effetti di tale diminuzione alle importazioni provenienti dalla Russia. 
      
      111   In via preliminare, si deve rammentare che il sessantatreesimo e il sessantaquattresimo ‘considerando’ del regolamento impugnato
         dispongono come segue:
      
      «Tra il 2000 e il PI, cioè al momento del massimo pregiudizio in termini di prezzi e di redditività, le vendite agli utilizzatori
         del settore chimico sono scese di circa cinquemila tonnellate (- 7,0%), ma i prezzi medi sono saliti di 14 euro/t (+ 1,1%),
         contro un incremento di circa tremila tonnellate (+ 2,1%) e una diminuzione dei prezzi medi di 46 euro/t (- 3,7%) per tutte
         le vendite.
      
      Non vi è quindi motivo di ritenere che il pregiudizio subito dall’industria comunitaria sia dovuto a un calo delle vendite
         agli utilizzatori del settore chimico. Data la natura del pregiudizio, si è verificato esattamente l’opposto».
      
      112   Dai dati forniti al sessantunesimo ‘considerando’ del regolamento impugnato e nella tabella 8 del regolamento provvisorio
         (v. supra al punto 5) emerge che le vendite dell’industria comunitaria agli utilizzatori del settore chimico, che si avvalgono
         per lo più di silicio di qualità elevata, sono lievemente calate nel 2001 (‑ 0,6%, ossia ‑ 445 tonnellate) e hanno registrato
         una significativa contrazione nel corso del periodo d’inchiesta (‑ 6,4%, ossia ‑ 4 783 tonnellate). Per contro, le vendite
         agli utilizzatori del settore metallurgico, che per la maggior parte ricorrono a silicio di media o bassa qualità, sono inizialmente
         diminuite nel 2001 (‑ 8,4%, ossia ‑ 4 904 tonnellate), successivamente hanno registrato, durante il periodo d’inchiesta, un
         aumento molto consistente (+ 24,1%, ossia + 12 985 tonnellate). Di conseguenza, la percentuale del volume delle vendite dell’industria
         comunitaria agli utilizzatori del settore chimico rispetto al volume complessivo delle sue vendite comunitarie di silicio
         è passata dal 58% nel 2001 al 51% al momento del periodo d’inchiesta, e questa percentuale è passata invece, per quanto riguarda
         le sue vendite agli utilizzatori del settore metallurgico, dal 42 al 49%.
      
      113   Orbene, è pacifico che il prezzo medio del silicio venduto dall’industria comunitaria a queste due tipologie di utilizzatori
         differisce e che, nel corso del periodo d’inchiesta, ha raggiunto la somma di EUR 1 301 per tonnellata con riguardo al silicio
         venduto agli utilizzatori del settore chimico e di EUR 1 063 per tonnellata con riguardo al silicio venduto agli utilizzatori
         del settore metallurgico, come emerge dalle fonti menzionate supra al punto 112. Ne consegue che l’evoluzione significativa,
         descritta al suddetto punto, della percentuale delle vendite dell’industria comunitaria di silicio destinato, da una parte,
         agli utilizzatori del settore chimico, e, dall’altra, agli utilizzatori del settore metallurgico, rispetto alle vendite totali
         di silicio, ha necessariamente avuto un impatto, tradottosi in una contrazione, sul calcolo del prezzo medio, durante il periodo
         d’inchiesta, di tutto il silicio da essa venduto. 
      
      114   Secondo le affermazioni della ricorrente, formulate nel corso del procedimento amministrativo, incontestate dal Consiglio,
         tale spostamento delle vendite non ha presentato alcun nesso con le importazioni provenienti dalla Russia. Inoltre, il procedimento
         dinanzi al Tribunale ha rivelato che l’unico esempio di vendite russe agli utilizzatori del settore chimico, portato alla
         conoscenza delle istituzioni, era un campione di 200 tonnellate, quantità trascurabile se comparata ai volumi di vendita dell’industria
         comunitaria a questo gruppo di utilizzatori (69 652 tonnellate durante il periodo d’inchiesta). D’altronde, il Consiglio non
         contesta che la causa della perdita dei volumi venduti agli utilizzatori del settore chimico sia stata la contrazione della
         loro domanda.
      
      115   Ne consegue che il Consiglio è incorso in un manifesto errore di valutazione nel regolamento impugnato al momento dell’analisi
         dell’impatto, sul prezzo medio applicato dall’industria comunitaria, della contrazione della domanda degli utilizzatori del
         settore chimico, della diminuzione che ne discende delle vendite a questo gruppo di utilizzatori e del contestuale incremento
         delle vendite agli utilizzatori del settore metallurgico. 
      
      116   Da tutto quanto sopra indicato emerge che il Consiglio, in occasione della sua analisi con cui è giunto a constatare l’esistenza
         di un nesso di causalità tra le importazioni russe e il danno che l’industria comunitaria asserisce di aver subito, ha commesso
         manifesti errori di valutazione per il fatto di non aver preso in considerazione, in primo luogo, il necessario impatto della
         contrazione della domanda sul volume delle vendite dell’industria comunitaria tra il 2000 e il periodo d’inchiesta, e, in
         secondo luogo, dell’aumento della sua quota di mercato e del suo volume delle vendite tra il 2001 e il periodo d’inchiesta
         sul livello dei prezzi da essa applicati e, in terzo luogo, della modifica dell’andamento delle sue vendite intervenuta tra
         il 2001 e il periodo d’inchiesta sull’entità della diminuzione del prezzo medio delle sue vendite. In questo modo, esso ha
         quindi inevitabilmente ricondotto alle importazioni russe determinati effetti sfavorevoli per l’industria comunitaria la cui
         origine non dipendeva dalle importazioni in questione. 
      
      117   Inoltre, si deve constatare, da un lato, che gli errori precedentemente menzionati invalidano la tesi principale delle istituzioni
         sulla quale si fonda l’instaurazione del nesso causale e, d’altro lato, che il regolamento di base menziona espressamente
         la contrazione della domanda e la mutata configurazione dei consumi come elementi il cui impatto sul danno deve essere esaminato
         al fine di non ricondurli alle importazioni oggetto di dumping. 
      
      118   Alla luce di quanto sopra rilevato, anche volendo supporre che l’industria comunitaria abbia subito il grave pregiudizio addotto
         dal Consiglio, si deve ritenere che i manifesti errori di valutazione commessi nel regolamento impugnato in sede di analisi
         del nesso di causalità costituiscano una violazione del regolamento di base. 
      
      119   Dall’insieme di tutto quanto sopra considerato risulta che il terzo e il quarto motivo devono essere accolti. Occorre pertanto
         annullare il regolamento impugnato con riguardo alla ricorrente, senza che occorra esaminare gli altri motivi e argomenti
         di quest’ultima.
      
       Sulle spese
      120   Ai sensi dell’art. 87, n. 2, del regolamento di procedura, la parte soccombente è condannata alle spese se ne è stata fatta
         domanda. A termini dell’art. 87, n. 4, primo comma, le istituzioni intervenute nella causa sopportano le proprie spese. Il
         Consiglio, rimasto soccombente, dev’essere condannato alle spese nonché a quelle della ricorrente. La Commissione sopporterà
         le proprie spese. 
      
      Per questi motivi,
      IL TRIBUNALE (Terza Sezione)
      dichiara e statuisce:
      1)      L’art. 1 del regolamento (CE) del Consiglio 22 dicembre 2003, n. 2229, che istituisce un dazio antidumping definitivo e riscuote
            definitivamente il dazio provvisorio istituito sulle importazioni di silicio originario della Russia, è annullato nei limiti
            in cui impone un dazio antidumping alla ricorrente. 
      2)      Il Consiglio sopporterà le proprie spese e le spese sostenute dalla ricorrente. 
      3)      La Commissione sopporterà le proprie spese. 
      
               Jaeger 
            
            
                Tiili 
            
            
                Czúcz 
            
         Così deciso e pronunciato a Lussemburgo il 14 marzo 2007.
      
               Il cancelliere 
            
             
            
                      Il presidente
            
         
               E. Coulon 
            
             
            
                      M. Jaeger
            
         * Lingua processuale: l'inglese.