CELEX: 62007CC0337
Language: it
Date: 2008-09-11 00:00:00
Title: Conclusioni dell'avvocato generale Bot del 11 settembre 2008. # Ibrahim Altun contro Stadt Böblingen. # Domanda di pronuncia pregiudiziale: Verwaltungsgericht Stuttgart - Germania. # Accordo di associazione CEE-Turchia - Art. 7, primo comma, della decisione n. 1/80 del Consiglio di associazione - Diritto di soggiorno del figlio di un lavoratore turco - Inserimento del lavoratore nel mercato regolare del lavoro - Disoccupazione involontaria - Applicabilità di detto accordo ai rifugiati turchi - Condizioni per la perdita dei diritti acquisiti. # Causa C-337/07.

CONCLUSIONI DELL'AVVOCATO GENERALE
      YVES BOT
      presentate l’11 settembre 2008 1(1)
      
      Causa C‑337/07
      Ibrahim Altun
      contro
      Stadt Böblingen
      [domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Verwaltungsgericht Stoccarda (Germania)]
      «Accordo di associazione CEE-Turchia – Decisione del Consiglio di associazione n. 1/80 – Art. 7, primo comma, primo trattino – Nozione di “inserimento nel regolare mercato del lavoro” – Ingresso nel territorio come rifugiato politico – Convenzione di Ginevra – Comportamento fraudolento»1.        Nell’ambito della presente causa la Corte viene interrogata a proposito dell’interpretazione dell’art. 7, primo comma, primo
         trattino, della decisione del Consiglio di associazione (2) 19 settembre 1980, n. 1/80, relativa allo sviluppo dell’associazione (3).
      
      2.        Ai sensi di tale disposizione, il familiare di un lavoratore turco che sia stato autorizzato a raggiungere quest’ultimo sul
         territorio dello Stato membro ospitante e che vi risieda da almeno tre anni ha il diritto di rispondere a qualunque offerta
         di lavoro su tale territorio.
      
      3.        Più in particolare, il giudice del rinvio si chiede se il figlio di un lavoratore turco possa far valere i diritti conferiti
         dall’art. 7, primo comma, primo trattino, della decisione n. 1/80 nel caso in cui il detto lavoratore sia entrato in qualità
         di rifugiato politico nel territorio dello Stato membro ospitante. Inoltre, il giudice si domanda se il figlio di un lavoratore
         turco possa godere dei suddetti diritti nel caso in cui il lavoratore turco, durante il triennio di residenza prescritto da
         tale disposizione, sia stato lavoratore dipendente per due anni e sei mesi prima di rimanere disoccupato nel corso dei sei
         mesi restanti. Infine, viene chiesto alla Corte di dichiarare se il figlio di un lavoratore turco possa perdere il beneficio
         dei diritti conferiti dalla suddetta disposizione nel caso in cui si accerti che il lavoratore turco ha acquisito lo status
         di rifugiato politico, e quindi il suo diritto di soggiorno, a seguito di dichiarazioni non veritiere.
      
      4.        Nelle presenti conclusioni spiegherò perché, a mio avviso, le disposizioni della decisione n. 1/80 sono applicabili ad un
         lavoratore turco che sia entrato nel territorio dello Stato membro ospitante in qualità di rifugiato politico e al suo familiare.
         Inoltre, proporrò alla Corte di interpretare l’art. 7, primo comma, primo trattino, di tale decisione nel senso che il figlio
         di un lavoratore turco può far valere i diritti conferiti ai sensi della suddetta disposizione allorché tale lavoratore, nel
         corso del triennio prescritto, abbia lavorato per due anni e sei mesi prima di rimanere disoccupato nel corso dei sei mesi
         restanti. Infine, suggerirò alla Corte di dichiarare che l’art. 7, primo comma, primo trattino, della decisione n. 1/80 dev’essere
         interpretato nel senso che, nel caso in cui un lavoratore turco abbia ottenuto lo status di rifugiato politico a seguito di
         un comportamento fraudolento, il suo familiare può invocare i diritti conferiti dalla suddetta disposizione soltanto se il
         permesso di soggiorno di tale lavoratore sia stato oggetto di revoca successivamente allo scadere del triennio di coabitazione
         prescritto.
      
      I –    Il contesto normativo
      A –    Il diritto comunitario
      1.      L’accordo di associazione 
      5.        Al fine di regolare la libera circolazione dei lavoratori turchi sul territorio della Comunità, il 12 settembre 1963 è stato
         concluso un accordo di associazione tra la Comunità e la Repubblica di Turchia. Tale accordo ha lo scopo di «promuovere un
         rafforzamento continuo ed equilibrato delle relazioni commerciali ed economiche tra le parti, tenendo pienamente conto della
         necessità di assicurare un più rapido sviluppo dell’economia turca ed il miglioramento del livello dell’occupazione e del
         tenore di vita del popolo turco» (4).
      
      6.        La realizzazione progressiva della libera circolazione dei lavoratori turchi prevista dall’accordo deve avvenire secondo le
         modalità decise dal Consiglio di associazione, che ha il compito di garantire l’applicazione e lo sviluppo progressivo del
         regime di associazione (5).
      
      2.      La decisione n. 1/80 
      7.        Il Consiglio di associazione ha quindi adottato la decisione n. 1/80 che mira, in particolare, a migliorare la situazione
         giuridica dei lavoratori e dei loro familiari rispetto al regime istituito con la decisione del Consiglio di associazione
         20 dicembre 1976, n. 2/76. Tale ultima decisione prevedeva, a favore dei lavoratori turchi, un diritto progressivo di accesso
         all’impiego nello Stato membro ospitante, nonché, a favore dei figli dei suddetti lavoratori, il diritto di accedere all’istruzione
         in tale Stato.
      
      8.        Le disposizioni applicabili ai diritti dei lavoratori turchi e a quelli dei loro familiari sono enunciate agli artt. 6 e 7
         della decisione n. 1/80.
      
      9.        L’art. 6 di tale decisione recita nel modo seguente:
      
      «1.   Fatte salve le disposizioni dell’articolo 7, relativo al libero accesso dei familiari all’occupazione, il lavoratore turco,
         inserito nel regolare mercato del lavoro di uno Stato membro ha i seguenti diritti: 
      
      –                rinnovo, in tale Stato membro, dopo un anno di regolare impiego, del permesso di lavoro presso lo stesso datore di lavoro,
         se dispone di un impiego; 
      
      
       –       candidatura, in tale Stato membro, ad un altro posto di lavoro, la cui regolare offerta sia registrata presso gli uffici di
         collocamento dello Stato membro, nella stessa professione, presso un datore di lavoro di suo gradimento, dopo tre anni di
         regolare impiego, fatta salva la precedenza da accordare ai lavoratori degli Stati membri della Comunità; 
      
      –       libero accesso, in tale Stato membro, a qualsiasi attività salariata di suo gradimento, dopo quattro anni di regolare impiego.
         
      
      2.     Le ferie annuali e le assenze per maternità, infortunio sul lavoro, o malattia di breve durata sono assimilate ai periodi
         di regolare impiego. I periodi di involontaria disoccupazione, debitamente constatati dalle autorità competenti, e le assenze
         provocate da malattie di lunga durata, pur senza essere assimilate a periodi di regolare impiego, non pregiudicano i diritti
         acquisiti in virtù del periodo di impiego anteriore.
      
      3.     Le modalità di applicazione dei nn. 1 e 2 sono definite dalle normative nazionali».
      10.      L’art. 7 della decisione n. 1/80 dispone quanto segue:
      
      «I familiari che sono stati autorizzati a raggiungere un lavoratore turco inserito nel regolare mercato del lavoro di uno
         Stato membro: 
      
      –                hanno il diritto di rispondere, fatta salva la precedenza ai lavoratori degli Stati membri della Comunità, a qualsiasi offerta
         di impiego, se vi risiedono regolarmente da almeno tre anni; 
      
      –       beneficiano del libero accesso a qualsiasi attività dipendente di loro scelta se vi risiedono regolarmente da almeno cinque
         anni. 
      
      I figli dei lavoratori turchi che hanno conseguito una formazione professionale nel paese ospitante potranno, indipendentemente
         dal periodo di residenza in tale Stato membro e purché uno dei genitori abbia legalmente esercitato un’attività nello Stato
         membro interessato da almeno tre anni, rispondere a qualsiasi offerta d’impiego in tale Stato membro».
      
      11.      L’art. 14, n. 1, della decisione n. 1/80 stabilisce che le disposizioni del capitolo II, sezione 1, della stessa, che contiene
         gli artt. 6 e 7, «vengono applicate fatte salve le limitazioni giustificate da motivi di ordine pubblico, di sicurezza e di
         sanità pubbliche».
      
      3.      La direttiva 2004/83/CE
      12.      La direttiva 2004/83/CE (6)  ha lo scopo di fissare regole minime per la qualificazione e lo status dei cittadini di paesi terzi e degli apolidi come
         rifugiati per garantire che tutti gli Stati membri applichino criteri comuni per l’identificazione di tali soggetti (7).
      
      13.      In forza dell’art. 38, n. 1, della direttiva 2004/83, gli Stati membri sono tenuti a conformarsi ad essa entro il 10 ottobre
         2006. La direttiva è entrata in vigore il 20 ottobre 2004 (8).
      
      B –    La convenzione di Ginevra
      14.      La convenzione relativa allo status dei rifugiati (9) è stata firmata il 28 luglio 1951 a Ginevra e ratificata dalla Repubblica federale di Germania il 1° dicembre 1953. Essa
         ha per scopo di consentire ai rifugiati e agli apolidi l’accesso ad uno status nonché ad un riconoscimento internazionale.
         
      
      15.      Infatti, ai sensi dell’art. 1, sezione A, paragrafo 2, di tale convenzione, il termine «rifugiato» si applica a chiunque,
         «temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo
         sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese, di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo
         timore, avvalersi della protezione di questo Paese; oppure che, non avendo la cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in
         cui aveva residenza abituale a seguito di tali avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra».
      
      16.      L’art. 5 della convenzione di Ginevra stabilisce che «[n]essuna delle disposizioni della presente Convenzione può ledere gli
         altri diritti e vantaggi accordati ai rifugiati indipendentemente dalla Convenzione stessa».
      
      II – La controversia nella causa principale
      17.      La situazione del padre del ricorrente nella causa principale è la seguente.
      
      18.      Ali Altun, cittadino turco, è entrato in Germania il 27 marzo 1996 richiedendo asilo. Con provvedimento del 19 aprile 1996,
         l’Ufficio federale per il riconoscimento dei rifugiati stranieri gli ha riconosciuto tale status. A tal fine, in data 23 maggio
         1996, l’autorità competente per gli stranieri di Mönchengladbach gli ha rilasciato un documento di viaggio internazionale
         ed un permesso di soggiorno a tempo indeterminato in Germania. 
      
      19.      Ali Altun ha risieduto a partire dal 1° maggio 1999 a Stoccarda e, a partire dal 1° gennaio 2000, a Böblingen.
      
      20.      Nel mese di luglio 1999 ha iniziato a lavorare presso un’agenzia di lavoro interinale a Stoccarda. In seguito, a partire dal
         1° aprile 2000 è stato impiegato quale operaio in un’impresa di prodotti alimentari. In data 1° giugno 2002 tale impresa ha
         dichiarato fallimento e Ali Altun è stato sciolto dal suo contratto di lavoro e invitato a iscriversi come disoccupato presso
         l’Ufficio del lavoro. Il rapporto di lavoro tra Ali Altun e l’impresa di prodotti alimentari si è concluso formalmente il
         31 luglio 2002.
      
      21.      Dal 1° giugno 2002 al 26 maggio 2003 egli ha ottenuto alcuni sussidi di disoccupazione.
      
      22.      Dal giugno 1999 Ali Altun, la cui famiglia era rimasta in Turchia, aveva richiesto il ricongiungimento familiare per sua moglie,
         i suoi figli e le sue figlie.
      
      23.      Suo figlio, Ibrahim Altun, ricorrente nella causa principale, è giunto in Germania il 30 novembre 1999, dopo aver ottenuto
         il visto, andando a risiedere presso il padre. Il 9 dicembre 1999 ha ottenuto, dal servizio per gli stranieri del capoluogo
         del Land di Stoccarda, un permesso di soggiorno valido sino al 31 dicembre 2000. Tale permesso è stato prorogato dal comune
         di Böblingen in data 4 dicembre 2000 fino al 31 dicembre 2002, e una seconda volta in data 21 novembre 2002 fino all’8 dicembre
         2003.
      
      24.      Inizialmente, Ibrahim Altun si è iscritto come disoccupato presso l’Ufficio del lavoro. A partire dal 1° settembre 2003 egli
         ha preso parte a un’attività formativa per giovani disoccupati, che ha abbandonato in data 2 aprile 2004.
      
      25.      Il 22 marzo 2003 Ibrahim Altun ha compiuto un tentativo di violenza sessuale ai danni di una ragazza sedicenne. Il 28 aprile
         2003 è stato arrestato e posto in stato di custodia cautelare fino al 27 maggio 2003. 
      
      26.      Con sentenza dell’Amtsgericht Böblingen (Germania) del 16 settembre 2003 egli è stato condannato ad una pena di un anno e
         tre mesi di reclusione, con il beneficio della sospensione condizionale.
      
      27.      Il 20 novembre 2003 Ibrahim Altun ha chiesto al comune di Böblingen il rinnovo del proprio permesso di soggiorno sul territorio
         tedesco. Il comune ha respinto la domanda con provvedimento del 20 aprile 2004, invitandolo altresì a lasciare il territorio
         tedesco entro tre mesi dalla notifica di tale decisione, a pena di un rimpatrio forzato in Turchia.
      
      28.      Il comune di Böblingen ha motivato la sua decisione dichiarando che Ibrahim Altun aveva compiuto un grave reato, il che per
         il diritto tedesco costituisce motivo di rifiuto del rinnovo del permesso di soggiorno. Il comune ha inoltre precisato che
         egli non aveva acquisito lo status giuridico di cui all’art. 7, prima frase, della decisione n. 1/80.
      
      29.      Il 5 ottobre 2004 è stato respinto il ricorso proposto contro tale decisione da Ibrahim Altun, il quale ha successivamente
         impugnato detto rigetto dinanzi al Verwaltungsgericht Stuttgart (Germania). Egli sostiene che la domanda di proroga del permesso
         di soggiorno non deve essere valutata unicamente sulla base delle norme nazionali, ma anche sotto il profilo dell’art. 7,
         prima frase, della decisione n. 1/80. 
      
      III – Le domande pregiudiziali
      30.      In tali circostanze, il Verwaltungsgericht Stuttgart ha deciso di sospendere il giudizio e di sottoporre alla Corte le seguenti
         questioni pregiudiziali:
      
      «1)   Se l’ottenimento dei diritti di cui all’art. 7, prima frase, della decisione n. 1/80 […] richiede che il “titolare del diritto
         originario”, presso il quale il familiare risiede regolarmente per un periodo triennale, soddisfi i requisiti di cui all’art. 7,
         prima frase, della decisione n. 1/80 del Consiglio di associazione durante l’intero periodo di tempo in questione.
      
      2)      Se, affinché un familiare possa ottenere i diritti di cui all’art. 7, prima frase, della decisione n. 1/80 […], è sufficiente
         che il “titolare del diritto originario”, nel corso di tale periodo, sia stato lavoratore dipendente per due anni e sei mesi
         presso diversi datori di lavoro e, alla fine, sia rimasto involontariamente disoccupato per sei mesi, rimanendo in tale stato
         anche in seguito, per un periodo di tempo più lungo.
      
      3)      Se possa invocare l’art. 7, prima frase, della decisione n. 1/80 […] anche chi, in qualità di familiare, abbia ottenuto il
         permesso di risiedere presso un cittadino turco il cui diritto di soggiorno e quindi di accesso al regolare mercato del lavoro
         di uno Stato membro si fonda soltanto sulla concessione dell’asilo politico, in quanto perseguitato politico in Turchia.
      
      4)      Nel caso di risposta affermativa alla terza questione, se un familiare possa invocare l’art. 7, prima frase, della decisione
         n. 1/80 […] qualora la concessione di asilo politico e il conseguente diritto di soggiorno e di accesso al regolare mercato
         del lavoro del “titolare del diritto originario” (in questo caso il padre) si fondi su circostanze non veritiere.
      
      5)      Nel caso di risposta negativa alla quarta questione, se, in un simile caso, prima del diniego dei diritti di cui all’art. 7,
         prima frase, della decisione n. 1/80 […] al familiare sia necessario che i diritti del “titolare del diritto originario” (in
         questo caso il padre)  siano stati precedentemente ritirati o revocati».
      
      IV – Analisi
      31.      In via preliminare, occorre ricordare che, secondo una giurisprudenza costante, l’art. 7, primo comma, della decisione n.
         1/80 ha effetto diretto, di modo che il cittadino turco che ne soddisfa le condizioni possa far valere direttamente dinanzi
         al giudice nazionale i diritti attribuitigli da tale disposizione (10). Inoltre, quando le condizioni di cui all’art. 7, primo comma, di tale decisione sono soddisfatte, non solo l’effetto diretto
         connesso a quest’ultima ha per conseguenza che al cittadino turco compete un diritto individuale in materia di lavoro direttamente
         dalla decisione n. 1/80, ma, inoltre, l’effetto utile di tale diritto implica necessariamente l’esistenza di un correlativo
         diritto di soggiorno parimenti basato sul diritto comunitario ed indipendente dal mantenimento delle condizioni di accesso
         a questi diritti (11).
      
      32.      Nella causa principale non si nega che, ai sensi dell’art. 7, primo comma, primo trattino, della decisione n. 1/80, Ibrahim
         Altun sia stato autorizzato a raggiungere il padre, Ali Altun, sul territorio dello Stato membro ospitante e abbia risieduto
         con lui per oltre tre anni. Ibrahim Altun rientra pertanto nell’ambito di tale disposizione.
      
      33.      Tuttavia, con la terza questione pregiudiziale il giudice del rinvio chiede se il figlio di un lavoratore turco possa far
         valere i diritti conferiti dall’art. 7, primo comma, primo trattino, della decisione n. 1/80 allorché il suddetto lavoratore
         abbia fatto ingresso sul territorio dello Stato membro ospitante come rifugiato politico.
      
      34.      Inoltre, con la prima e la seconda questione il giudice del rinvio si chiede se il figlio di un lavoratore turco possa godere
         di tali diritti qualora, nel corso del triennio di coabitazione con il lavoratore turco, quest’ultimo sia stato lavoratore
         dipendente per due anni e sei mesi prima di rimanere disoccupato nel corso dei sei mesi restanti.
      
      35.      Infine, con la quarta e la quinta questione il giudice del rinvio si chiede se il figlio di un lavoratore turco possa perdere
         il beneficio dei diritti conferiti dall’art. 7, primo comma, primo trattino, della decisione n. 1/80, allorché sia dimostrato
         che il lavoratore turco ha acquisito lo status di rifugiato politico, e quindi il suo diritto di soggiorno, sulla base di
         dichiarazioni non veritiere.
      
      A –    La terza questione
      36.      Con la terza questione il giudice del rinvio si chiede se il fatto che un lavoratore turco sia entrato nel territorio tedesco
         come rifugiato politico influisca sull’applicazione della decisione n. 1/80. In sostanza, egli si domanda se la direttiva
         2004/83 e la convenzione di Ginevra ostino all’applicazione di tale decisione.
      
      37.      Non sono di questo avviso.
      
      38.      In primo luogo, va ricordato che la direttiva 2004/83 è entrata in vigore il 20 ottobre 2004 e che gli Stati membri avevano
         tempo sino al 10 ottobre 2006 per conformarsi ad essa (12). Sono pertanto del parere che tale direttiva non sia applicabile ai fatti di cui alla causa principale, dato che Ali Altun
         è giunto sul territorio tedesco il 27 marzo 1996.
      
      39.      Inoltre, non ritengo che la convenzione di Ginevra osti all’applicazione della decisione n. 1/80 ai lavoratori turchi che
         abbiano fatto ingresso nel territorio dello Stato membro ospitante come rifugiati. 
      
      40.      Ricordo che ai sensi dell’art. 5 della convenzione di Ginevra «[n]essuna delle disposizioni della presente Convenzione può
         ledere gli altri diritti e vantaggi accordati ai rifugiati indipendentemente dalla Convenzione stessa».
      
      41.      Orbene, a mio parere la decisione n. 1/80 accorda diritti e vantaggi diversi da quelli riconosciuti dalla convenzione di Ginevra
         ai rifugiati politici di cittadinanza turca.
      
      42.      Infatti, la Corte ha dichiarato che i motivi della concessione di un diritto di soggiorno ad un lavoratore turco non sono
         determinanti ai fini dell’applicazione della decisione n. 1/80 (13).
      
      43.      Nella citata sentenza Kus la Corte ha dichiarato che qualora un lavoratore turco abbia svolto un’attività lavorativa da più
         di un anno con un regolare permesso di lavoro, si deve ritenere che soddisfi le condizioni di cui all’art. 6, n. 1, primo
         trattino, della suddetta decisione anche se il permesso di soggiorno gli è stato originariamente concesso per scopi diversi
         dallo svolgimento di un’attività lavorativa subordinata (14).
      
      44.      Pertanto, a mio avviso un rifugiato politico turco può godere dei diritti conferiti dall’art. 6, n. 1, della decisione n. 1/80,
         allorché soddisfi le condizioni prescritte dal suddetto articolo, essendo prima di tutto un lavoratore.
      
      45.      Inoltre, contrariamente alla convenzione di Ginevra che non prevede diritti particolari per i familiari del rifugiato politico,
         la decisione n. 1/80 stabilisce la possibilità per i familiari del lavoratore turco (15), autorizzati a raggiungerlo, di acquisire alcuni diritti al fine di accedere al regolare mercato del lavoro.
      
      46.      Pertanto, a mio avviso, dal momento in cui un rifugiato politico turco gode di un diritto di soggiorno e di un permesso di
         lavoro validi, e quindi di un accesso legale al mercato del lavoro, la decisione n. 1/80 gli è applicabile.
      
      47.      Orbene, ai sensi del diritto tedesco, gli stranieri in possesso di un permesso di soggiorno di durata indeterminata non sono
         soggetti ad alcuna autorizzazione di lavoro (16). Pertanto, per il solo fatto di essere in possesso di un permesso di soggiorno di durata indeterminata, essi hanno diritto
         di presentarsi sul mercato del lavoro tedesco.
      
      48.      Nella causa principale, le autorità tedesche hanno rilasciato ad Ali Altun un permesso di soggiorno illimitato ed hanno quindi
         acconsentito ad offrirgli lo status di lavoratore permettendogli di accedere al regolare mercato del lavoro. 
      
      49.      Da ciò deriva, a mio avviso, che Ali Altun può far valere i diritti conferitigli dall’art. 6, n. 1, della decisione n. 1/80
         e, di conseguenza, anche i suoi familiari che soddisfino le condizioni indicate all’art. 7 della decisione possono invocare
         i diritti da essa attribuiti.
      
      50.      Tenuto conto degli elementi che precedono, ritengo che le disposizioni della decisione n. 1/80 siano applicabili al lavoratore
         turco che abbia fatto ingresso nel territorio dello Stato membro ospitante come rifugiato politico, nonché ai suoi familiari.
      
      B –    La prima e la seconda questione
      51.      Il giudice del rinvio si chiede se il figlio di un lavoratore turco possa godere dei diritti conferiti dall’art. 7, primo
         comma, primo trattino, della decisione n. 1/80 se, durante il triennio di coabitazione con tale lavoratore, quest’ultimo sia
         stato lavoratore dipendente per due anni e sei mesi prima di rimanere disoccupato nel corso dei sei mesi restanti.
      
      52.      In sostanza, il giudice del rinvio chiede se, tenuto conto di tali circostanze, si possa ritenere che Ali Altun fosse inserito
         nel regolare mercato del lavoro ai sensi dell’art. 7, primo comma, primo trattino, della decisione n. 1/80 e se lo stesso
         possa dirsi nel caso in cui il lavoratore turco non abbia lavorato regolarmente durante un periodo di tre anni.
      
      53.      Ricordo innanzi tutto che, ai sensi dell’art. 7, primo comma, primo trattino, della detta decisione «[i] familiari che sono
         stati autorizzati a raggiungere un lavoratore turco inserito nel regolare mercato del lavoro di uno Stato membro hanno il
         diritto di rispondere, fatta salva la precedenza ai  lavoratori degli Stati membri della Comunità, a qualsiasi offerta di impiego, se vi risiedono regolarmente da almeno tre anni».
      
      54.      È giocoforza rilevare che, al contrario di quanto espressamente sancito dall’art. 6 della decisione n. 1/80, non vi è alcun
         elemento nella lettera dell’art. 7, primo comma, primo trattino, della decisione stessa che indichi che il lavoratore turco
         deve aver lavorato regolarmente durante il triennio di coabitazione con il suo familiare.
      
      55.      Nella sentenza 26 novembre 1998, Birden (17), la Corte ha distinto tra la nozione di lavoratore, quella di inserimento nel regolare mercato del lavoro e quella di lavoro
         regolare.
      
      56.      Da tale sentenza emerge che per lavoratore si intende una persona che presta, a favore di un’altra persona, attività reali
         ed effettive, in contropartita delle quali riceve una remunerazione, ad esclusione di attività talmente ridotte da porsi come
         puramente marginali ed accessorie (18).
      
      57.      La Corte ha poi precisato che il concetto di «regolare mercato del lavoro» deve considerarsi riferito a tutti i lavoratori
         che si sono conformati alle prescrizioni legali e regolamentari dello Stato interessato e che hanno quindi il diritto di esercitare
         un’attività lavorativa nel suo territorio (19).
      
      58.      Infine, la Corte ha ricordato che secondo la propria costante giurisprudenza la regolarità dell’occupazione presuppone una
         situazione stabile e non precaria nel mercato del lavoro di uno Stato membro ed implica, a tale titolo, l’esistenza di un
         diritto di soggiorno non contestato (20).
      
      59.      La distinzione tra i due ultimi concetti può sembrare poco chiara. Un soggetto che svolge un lavoro regolare soddisfa automaticamente
         la seconda condizione, ossia quella di essere inserito nel regolare mercato del lavoro. Infatti, un lavoratore turco che svolga
         un regolare lavoro dipendente sul territorio di uno Stato membro ha necessariamente ottenuto il diritto di svolgere tale attività
         e si suppone che abbia rispettato la legislazione di tale Stato membro che ne regola l’ingresso sul suo territorio nonché
         lo svolgimento di un’attività lavorativa.
      
      60.      Tuttavia, sebbene collegati, i due concetti debbono essere tenuti distinti, come dimostra la giurisprudenza della Corte.
      
      61.      Nella sentenza 23 gennaio 1997, Tetik (21), e nell’ambito dell’art. 6, n. 1, della decisione n. 1/80, la Corte ha dichiarato che nel caso di un lavoratore turco che
         abbia svolto un lavoro regolare durante più di quattro anni in uno Stato membro e abbandoni tale attività lavorativa per cercarne
         un’altra nello stesso Stato membro, non si può ritenere che egli abbia abbandonato definitivamente il mercato del lavoro di
         tale Stato, a condizione che continui ad esservi inserito nel regolare mercato del lavoro. La Corte ha inoltre precisato che
         tale condizione è soddisfatta qualora il lavoratore assolva tutte le formalità eventualmente richieste nello Stato membro
         interessato, in particolare iscrivendosi all’ufficio di collocamento presso i servizi competenti (22).
      
      62.      Soltanto l’indisponibilità definitiva del lavoratore turco, o il fatto che abbia definitivamente abbandonato il mercato del
         lavoro dello Stato membro ospitante, per esempio collocandosi a riposo, può escluderlo dal regolare mercato del lavoro (23).
      
      63.      Da tale giurisprudenza, a mio parere, deriva che il concetto di inserimento nel regolare mercato del lavoro significa che
         il lavoratore turco deve avere accesso legale al mercato del lavoro dello Stato membro ospitante. Questo non vuole dire, quindi,
         che tale lavoratore debba effettivamente svolgere un’attività lavorativa.
      
      64.      Ritengo che tale soluzione sia applicabile all’art. 7, primo comma, della decisione n. 1/80 e, a maggior ragione, nel caso
         di periodi di disoccupazione involontari.
      
      65.      In primo luogo, la coerenza nell’interpretazione di una medesima nozione esige, a mio avviso che il concetto di «inserimento
         nel regolare mercato del lavoro» di cui all’art. 7, primo comma, della decisione stessa venga interpretato nello stesso modo
         del concetto utilizzato all’art. 6, n. 1, della decisione stessa.
      
      66.      In secondo luogo, tale interpretazione è a mio parere conforme all’obiettivo e all’economia della decisione n. 1/80.
      
      67.      Infatti, tale decisione è volta a favorire gradualmente l’integrazione nello Stato membro ospitante dei cittadini turchi che
         rispondono ai requisiti previsti da una delle disposizioni di tale decisione e che, pertanto, beneficiano dei diritti loro
         attribuiti dalla decisione stessa (24).
      
      68.      La prima fase consiste nel concedere alcuni diritti in modo progressivo al lavoratore turco in base alla durata del suo rapporto
         di lavoro. Difatti, l’art. 6 della decisione n. 1/80 stabilisce che il lavoratore turco, dopo un anno di regolare impiego,
         ha il diritto di rinnovare il contratto di lavoro presso lo stesso datore di lavoro; dopo tre anni di regolare impiego, ha
         il diritto di candidarsi ad un altro posto di lavoro, nella stessa professione, presso un altro datore di lavoro; e infine,
         dopo quattro anni di regolare impiego, ha diritto di libero accesso a qualsiasi attività salariata di suo gradimento.
      
      69.      Successivamente, e questa è la seconda fase, al fine di rafforzare l’integrazione del lavoratore turco nel mercato del lavoro
         dello Stato membro ospitante, l’art. 7, primo comma, della decisione n. 1/80 prevede la possibilità che i suoi familiari siano
         autorizzati a raggiungerlo per stabilirvi la loro residenza ai fini del ricongiungimento familiare. Inoltre, allo scopo di
         rafforzare l’inserimento della cellula familiare del lavoratore turco, tale articolo accorda ai familiari il diritto di esercitare,
         dopo un certo tempo, un’attività lavorativa nello Stato membro (25).
      
      70.      In tal modo, l’art. 7, primo comma, della decisione n. 1/80 intende creare le condizioni favorevoli al ricongiungimento familiare
         nello Stato membro ospitante permettendo innanzi tutto la presenza dei familiari presso il lavoratore migrante e consolidandovi
         poi la loro posizione con il diritto, loro concesso, di accedere al mercato del lavoro (26).
      
      71.      A mio avviso, queste condizioni favorevoli al ricongiungimento familiare, e quindi alla corretta integrazione del lavoratore
         turco nel mercato del lavoro dello Stato membro ospitante, potrebbero essere compromesse se si richiedesse al suddetto lavoratore
         non solo di essere inserito nel regolare mercato del lavoro dello Stato membro per tre anni, ma anche di svolgere un lavoro
         regolare durante tutto questo periodo.
      
      72.      Tale interpretazione, difatti, in un caso come quello di cui alla causa principale, porterebbe a negare i diritti conferiti
         dall’art. 7, primo comma, primo trattino, della decisione n. 1/80 ad un familiare del lavoratore turco per il fatto che tale
         lavoratore, durante i tre anni trascorsi sul territorio dello Stato membro ospitante, ha lavorato soltanto due anni e sei
         mesi prima di rimanere disoccupato nel corso dei sei mesi restanti.
      
      73.      Se si tiene conto della congiuntura economica attuale, che può rivelarsi difficoltosa per i soggetti in cerca di lavoro, e
         lo è di certo in particolare per i cittadini dei paesi terzi, e alla luce dello scopo dell’art. 7 della decisione n. 1/80
         che, lo ricordo, è quello di rafforzare l’inserimento della cellula familiare del lavoratore turco creando condizioni favorevoli
         al ricongiungimento familiare per favorire in tal modo l’integrazione di tale lavoratore, ritengo che la suddetta interpretazione
         comporterebbe una limitazione eccessiva della portata dell’art. 7 della decisione stessa.
      
      74.      A mio avviso, quindi, non occorre che il lavoratore turco abbia lavorato regolarmente durante un periodo di tre anni perché
         il suo familiare possa godere dei diritti che gli vengono conferiti dall’art. 7, primo comma, primo trattino, della decisione.
      
      75.      Il giudice del rinvio si chiede inoltre se sia necessario che il lavoratore turco sia stato inserito nel regolare mercato
         del lavoro durante i tre anni di coabitazione con il familiare affinché quest’ultimo possa godere dei diritti conferiti dall’art. 7,
         primo comma, primo trattino, della decisione n. 1/80.
      
      76.      Nella sentenza 11 novembre 2004, Cetinkaya (27), il giudice del rinvio si chiedeva se un cittadino turco, familiare di un lavoratore turco che rispondeva alla condizione
         della residenza comune, potesse perdere i diritti conferiti dall’art. 7, primo comma, della decisione n. 1/80 per il solo
         fatto che, in un dato momento, tale lavoratore aveva cessato di essere inserito nel regolare mercato del lavoro.
      
      77.      La Corte ha dichiarato che i diritti conferiti dall’art. 7, primo comma, della suddetta decisione possono essere esercitati
         dal familiare dopo il periodo di residenza presso il lavoratore turco inserito nel regolare mercato del lavoro dello Stato
         membro ospitante, anche se, trascorso tale periodo, il detto lavoratore non è più inserito nel regolare mercato del lavoro (28).
      
      78.      A mio parere, da tale giurisprudenza deriva che è necessario che la condizione dell’inserimento nel regolare mercato del lavoro
         sia stata effettiva almeno durante il triennio di residenza comune con il familiare.
      
      79.      Nella causa principale, non si nega che Ibrahim Altun abbia risieduto presso il padre almeno per tre anni. Nel corso di tale
         triennio, come spiegato dal giudice del rinvio, Ali Altun ha svolto un’attività lavorativa per due anni e sei mesi prima di
         restare disoccupato nel corso dei sei mesi restanti. Inoltre, nelle osservazioni del ricorrente nella causa principale è indicato
         che Ali Altun ha trovato un nuovo lavoro il 7 ottobre 2004 (29).
      
      80.      Pertanto, ritengo che Ali Altun fosse inserito nel regolare mercato del lavoro durante i tre anni di coabitazione con il figlio,
         Ibrahim Altun, e che quest’ultimo possa godere dei diritti conferiti dall’art. 7, primo comma, primo trattino, della decisione
         n. 1/80.
      
      81.      Alla luce degli elementi che precedono, sono del parere che il figlio di un lavoratore turco possa far valere i diritti conferiti
         ai sensi della suddetta disposizione qualora quest’ultimo sia stato lavoratore dipendente per due anni e sei mesi prima di
         rimanere disoccupato nel corso dei sei mesi restanti.
      
      C –    La quarta e la quinta questione
      82.      Il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se un familiare possa godere dei diritti conferiti dall’art. 7, primo comma, della
         decisione n. 1/80 quando il lavoratore turco abbia fatto ingresso nel territorio dello Stato membro ospitante come rifugiato
         politico e la concessione di tale status si basi su dichiarazioni non veritiere.
      
      83.      Nella sua domanda il giudice del rinvio spiega che «sussistono numerosi indizi del fatto che le affermazioni [di Ali Altun]
         nell’ambito del procedimento per il riconoscimento del diritto di asilo non possono rispondere a verità» (30).
      
      84.      Nelle osservazioni presentate alla Corte, la Commissione delle Comunità europee sostiene che la Corte non è competente a statuire
         su tali questioni, tenuto conto del loro carattere ipotetico (31).
      
      85.      È fuor di dubbio che il giudice del rinvio non precisa se il permesso di soggiorno di Ali Altun sia oggetto di un procedimento
         di annullamento dinanzi ai giudici interni, né se effettivamente l’oggetto della controversia nella causa principale verta
         sulla domanda di annullamento del permesso di soggiorno del figlio di Ali Altun; ciononostante, a mio avviso la situazione
         di quest’ultimo è strettamente connessa a quella del padre. Infatti, in forza della decisione n. 1/80, è innanzi tutto la
         situazione del lavoratore turco che consente al suo familiare di acquisire diritti. Di conseguenza, un elemento in grado di
         mutare la situazione del lavoratore turco potrebbe ripercuotersi su quella del suo familiare. Ritengo pertanto che si debba
         rispondere alle suddette questioni pregiudiziali.
      
      86.      Il giudice del rinvio chiede se il fatto che le autorità competenti considerino che lo status di rifugiato politico di Ali
         Altun e il conseguente permesso di soggiorno siano stati accordati sulla base di dichiarazioni non veritiere privi Ibrahim
         Altun del beneficio dei diritti conferiti dall’art. 7, primo comma, primo trattino, della decisione n. 1/80.
      
      87.      A mio parere, il comportamento fraudolento di un lavoratore turco al momento del suo ingresso nel territorio dello Stato membro
         ospitante come rifugiato politico priva il figlio di tale lavoratore del godimento dei diritti stessi, nel caso in cui le
         autorità revochino il diritto di soggiorno del suddetto lavoratore prima dello scadere del triennio di residenza prescritto.
      
      88.      Occorre anzitutto ricordare che nella sentenza 5 giugno 1997, Kol (32), la Corte ha dichiarato che periodi di occupazione compiuti successivamente al rilascio di un permesso di soggiorno del quale
         l’interessato ha fruito solo grazie a un comportamento fraudolento che ne ha determinato la condanna non possono essere considerati
         regolari ai sensi dell’art. 6, n. 1, della decisione n. 1/80, in quanto il cittadino turco non soddisfaceva le condizioni
         per la concessione di un siffatto permesso, che diveniva pertanto revocabile dopo la scoperta della frode (33).
      
      89.      Ritengo questa giurisprudenza applicabile nell’ambito dell’art. 7 di tale decisione. Abbiamo infatti visto che il suddetto
         articolo subordina l’ottenimento dei diritti da esso conferiti, in particolare, alla condizione che il lavoratore turco sia
         inserito nel regolare mercato del lavoro, ossia che possa legalmente accedere al mercato del lavoro dello Stato membro ospitante.
      
      90.      Orbene, se risulta che il lavoratore turco ha ottenuto il suo permesso di soggiorno e il suo permesso di lavoro unicamente
         a causa di un comportamento fraudolento, l’accesso al mercato del lavoro non si può considerare regolare, poiché le condizioni
         per la concessione del permesso di soggiorno, che consentono di accedere al mercato del lavoro, non sono soddisfatte.
      
      91.      In una ipotesi di questo tipo, a mio avviso, la possibilità che il familiare goda dei diritti conferitigli dall’art. 7 della
         decisione n. 1/80 dipende dal fatto che si accerti se egli aveva acquisito o meno i suddetti diritti al momento della revoca
         del permesso di soggiorno del lavoratore turco.
      
      92.      Difatti, come ho già spiegato al paragrafo 30 delle conclusioni da me presentate nella causa che ha dato origine alla già
         citata sentenza Derin, a decorrere dal momento in cui si realizzano le condizioni di cui all’art. 7, primo comma, della suddetta
         decisione, tale disposizione conferisce ai familiari del lavoratore turco diritti autonomi di accesso al lavoro nello Stato
         membro ospitante, che sono indipendenti dal mantenimento di tali condizioni (34).
      
      93.      Ritengo pertanto che, una volta che il familiare li abbia acquisiti, i diritti conferiti dall’art. 7, primo comma, primo trattino,
         della decisione n. 1/80, non possono essere rimessi in discussione a causa del fatto che il lavoratore turco ha potuto tenere,
         in passato, un comportamento fraudolento e che le autorità competenti, per tale ragione, hanno proceduto a revocare il suo
         permesso di soggiorno dopo l’acquisizione dei suddetti diritti.
      
      94.      A mio avviso, la certezza del diritto osta a che, a causa del comportamento fraudolento adottato dal lavoratore turco al momento
         di richiedere il diritto di soggiorno nel territorio dello Stato membro ospitante, il familiare di tale lavoratore si veda
         revocare i diritti acquisiti in forza di tale disposizione.
      
      95.      Per contro, dal momento in cui i diritti conferiti dall’art. 7, primo comma, primo trattino, della decisione n. 1/80 non sono
         ancora acquisiti all’atto della revoca del diritto di soggiorno del lavoratore turco, le autorità competenti hanno la possibilità
         di negare il godimento dei diritti attribuiti ai familiari del lavoratore turco dal suddetto articolo.
      
      96.      Tenuto conto dell’insieme degli elementi che precedono, sono dell’avviso che l’art. 7, primo comma, primo trattino, della
         decisione n. 1/80 debba essere interpretato nel senso che, quando un lavoratore turco ha ottenuto lo status di rifugiato politico
         a seguito di un comportamento fraudolento, il suo familiare può far valere i diritti conferiti da tale disposizione soltanto
         se il permesso di soggiorno del lavoratore è stato oggetto di revoca successivamente allo scadere del triennio di coabitazione
         prescritto.
      
      97.      Aggiungo che, dato che la domanda di proroga del soggiorno di Ibrahim Altun era stata respinta perché quest’ultimo aveva commesso
         un reato grave, si pone il problema di accertare se i diritti che tale disposizione gli conferisce non possano essere limitati
         a causa di tale reato.
      
      98.      Dalla giurisprudenza della Corte emerge che i diritti conferiti dall’art. 7, primo comma, della decisione n. 1/80 possono
         essere limitati solo in due circostanze.
      
      99.      In primo luogo, tali diritti possono essere limitati nel caso in cui l’interessato abbia lasciato il territorio dello Stato
         membro ospitante per un periodo di tempo significativo e senza motivi legittimi (35).
      
      100. In secondo luogo, le autorità competenti possono decidere di revocare i detti diritti, in attuazione dell’art. 14 della decisione
         n. 1/80, quando l’interessato costituisca un pericolo effettivo e grave per l’ordine pubblico, la sanità o la sicurezza pubbliche (36).
      
      101. Per quel che riguarda l’applicazione dell’art. 14, la Corte ha dichiarato che un provvedimento di espulsione fondato su tale
         disposizione può essere preso soltanto se il comportamento personale dell’interessato rivelava un rischio concreto di nuove
         gravi perturbazioni dell’ordine pubblico (37). Essa ha altresì precisato che un provvedimento del genere non può quindi essere automaticamente emanato a seguito di una
         condanna penale e a scopo di prevenzione generale (38).
      
      102. Al riguardo la Corte ha chiarito che, nell’esaminare la legittimità di un provvedimento di espulsione emesso nei confronti
         di un cittadino turco, il giudice nazionale deve prendere in considerazione i dati di fatto successivi all’ultimo provvedimento
         dell’autorità competente che possano comportare il venir meno o una rilevante attenuazione della minaccia attuale che il comportamento
         dell’interessato potrebbe costituire per l’ordine pubblico (39).
      
      103. Infine, i provvedimenti di ordine pubblico adottati dallo Stato membro ospitante debbono rispettare il principio di proporzionalità (40), ossia essere idonei a garantire la realizzazione dell’obiettivo perseguito senza spingersi oltre quanto necessario per raggiungerlo.
      
      104. Spetterà pertanto al giudice del rinvio accertare i suddetti elementi di fatto al fine di verificare se il comportamento di
         Ibrahim Altun riveli un rischio concreto di nuove gravi perturbazioni. 
      
      V –    Conclusione
      105. Alla luce delle considerazioni che precedono, suggerisco alla Corte di rispondere al Verwaltungsgericht Stuttgart nel modo
         seguente:
      
      «1)      Le disposizioni della decisione 19 settembre 1980, n. 1, relativa allo sviluppo dell’associazione, adottata dal Consiglio
         di associazione istituito dall’accordo che crea un’associazione tra la Comunità economica europea e la Turchia, firmato ad
         Ankara il 12 settembre 1963 dalla Repubblica di Turchia, da un lato, nonché dagli Stati membri della CEE e dalla Comunità,
         dall’altro, sono applicabili al figlio di un lavoratore turco allorché tale lavoratore abbia fatto ingresso nel territorio
         dello Stato membro ospitante come rifugiato politico.
      
      2)      L’art. 7, primo comma, primo trattino, della decisione n. 1/80 dev’essere interpretato nel senso che il figlio di un lavoratore
         turco può far valere i diritti conferiti da tale disposizione quando il suddetto lavoratore, durante il triennio prescritto,
         sia stato lavoratore dipendente per due anni e sei mesi prima di rimanere disoccupato nel corso dei sei mesi restanti.
      
      3)      L’art. 7, primo comma, primo trattino, della decisione n. 1/80 dev’essere interpretato nel senso che, quando un lavoratore
         turco abbia ottenuto lo status di rifugiato politico a seguito di un comportamento fraudolento, il suo familiare può far valere
         i diritti conferiti da tale disposizione solo se il permesso di soggiorno del lavoratore è stato oggetto di revoca successivamente
         allo scadere del triennio di coabitazione prescritto».
      
      1 –	Lingua originale: il francese.
      
      2 –	Il Consiglio di associazione è stato istituito con l’accordo che crea un’associazione tra la Comunità economica europea
         e la Turchia, firmato ad Ankara il 12 settembre 1963 dalla Repubblica di Turchia, da un lato, nonché dagli Stati membri della
         CEE e dalla Comunità, dall’altro. Tale accordo è stato concluso, approvato e confermato a nome della Comunità con decisione
         del Consiglio 23 dicembre 1963, 64/732/CEE (GU 1964, n. 217, pag. 3685; in prosieguo: l’«accordo di associazione»).
      
      3 –	La decisione n. 1/80 può essere consultata in Accordi di associazione e protocolli CEE-Turchia e altri testi di base, Ufficio delle pubblicazioni ufficiali delle Comunità europee, Bruxelles, 1992.
      
      4 –	Art. 2, n. 1, dell’accordo di associazione.
      
      5 –	V. art. 6 dell’accordo di associazione.
      
      6 –	Direttiva del Consiglio 29 aprile 2004, recante norme minime sull'attribuzione, a cittadini di paesi terzi o apolidi, della
         qualifica di rifugiato o di persona altrimenti bisognosa di protezione internazionale, nonché norme minime sul contenuto della
         protezione riconosciuta (GU L 304, pag. 12).
      
      7 –	V. sesto ‘considerando’.
      
      8 –	V. art. 39.
      
      9 –	Raccolta dei Trattati delle Nazioni unite, vol. 189, pag. 150, n. 2545, 1954, nella versione modificata dal protocollo relativo allo status dei rifugiati stipulato
         il 31 gennaio 1967 a New York (in prosieguo: la «convenzione di Ginevra»).
      
      10 –	V. sentenze 17 aprile 1997, causa C‑351/95, Kadiman (Racc. pag. I‑2133, punto 28); 16 marzo 2000, causa C‑329/97, Ergat
         (Racc. pag. I‑1487, punto 34), e 22 giugno 2000, causa C‑65/98, Eyüp (Racc. pag. I‑4747, punto 25).
      
      11 –	V. sentenza Ergat, cit. (punto 40).
      
      12 –	V. artt. 38, n. 1, e 39 della direttiva.
      
      13 –	V. sentenza 24 gennaio 2008, causa C‑294/06, Payir e a. (non ancora pubblicata nella Raccolta, punti 40 e 45). V. anche
         sentenza 16 dicembre 1992, causa C‑237/91, Kus (Racc. pag. I‑6781, punti 21 e 22).
      
      14 –	V. punto 23.
      
      15 –	La Corte ha fornito una definizione ampia della nozione di «familiare». Infatti, nella sentenza 30 settembre 2004, causa
         C-275/02, Ayaz (Racc. pag. I‑8765) essa ha dichiarato che il figliastro minore di ventun anni o a carico di un lavoratore
         turco dev’essere considerato come un familiare e può quindi godere dei diritti conferitigli dall’art. 7, primo comma, della
         decisione n. 1/80 (punto 48). In particolare la Corte ha basato il suo ragionamento sul fatto che tale disposizione non contiene
         alcun elemento idoneo a lasciar pensare che la portata della nozione di «familiare» sia limitata, per quanto riguarda il lavoratore
         turco, alla sua famiglia iure sanguinis. Essa ha poi affermato che nell’ambito dell’accordo di cooperazione tra la Comunità
         economica europea e il Regno del Marocco, firmato a Rabat il 27 aprile 1976 e approvato, a nome della Comunità, con regolamento
         (CEE) del Consiglio 26 settembre 1978, n. 2211 (GU L 264, pag. 1), la suddetta nozione comprende gli ascendenti del lavoratore
         marocchino e del coniuge con lui residenti nello Stato membro ospitante (punti 46 e 47).
      
      16 –	V.art. 284, paragrafo 1, del codice tedesco della previdenza sociale III (Sozialgesetzbuch III).
      
      17 –	Causa C‑1/97 (Racc. pag. I‑7747).
      
      18 –	Sentenza Birden, cit. (punto 25).
      
      19 –	Ibidem (punto 51).
      
      20 –	Ibidem (punto 55).
      
      21 –	Causa C‑171/95 (Racc. pag. I‑329).
      
      22 –	Punti 40 e 41. V. anche sentenza 7 luglio 2005, causa C‑383/03, Dogan (Racc. pag. I‑6237, punto 19).
      
      23 –	V. sentenza 10 febbraio 2000, causa C‑340/97, Nazli (Racc. pag. I‑957, punti 37-39).
      
      24 –	V., in particolare, sentenza 18 luglio 2007, causa C‑325/05, Derin (Racc. pag. I‑6495, punto 53).
      
      25 –	V. sentenza Kadiman, cit. (punti 34 e 35).
      
      26–	Ibidem (punto 36).
      
      27 –	Causa C‑467/02 (Racc. pag. I‑10895).
      
      28 –	V. punto 32 della detta sentenza.
      
      29 –	V. pag. 8 delle osservazioni
      
      30 –	V. pag. 11 della decisione di rinvio.
      
      31 –	Punto 46.
      
      32 –	Causa C‑285/95 (Racc. pag. I‑3069).
      
      33 –	Punto 26.
      
      34 –	V. sentenza Ayaz, cit. (punto 41). V. anche le già citate sentenze Ergat (punto 38) e Cetinkaya (punto 30).
      
      35 –	V. sentenza Cetinkaya, cit. (punti 36 e 38).
      
      36 –	Ibidem.
      
      37 –	V. sentenza Derin, cit. (punto 74).
      
      38 –	Ibidem.
      
      39 –	V. sentenza Cetinkaya, cit. (punto 47).
      
      40 –	V. sentenza Derin, cit. (punto 74).