CELEX: 62009CJ0227
Language: it
Date: 2010-10-21 00:00:00
Title: Sentenza della Corte (Seconda Sezione) del 21 ottobre 2010. # Antonino Accardo e altri contro Comune di Torino. # Domanda di pronuncia pregiudiziale: Tribunale ordinario di Torino, Sezione Lavoro - Italia. # Politica sociale - Tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori - Organizzazione dell’orario di lavoro - Agenti di polizia municipale - Direttiva 93/104/CE - Direttiva 93/104/CE come modificata dalla direttiva 2000/34/CE - Direttiva 2003/88/CE - Artt. 5, 17 e 18 - Durata massima dell’orario settimanale di lavoro - Contratti collettivi o accordi conclusi tra le parti sociali a livello nazionale o regionale - Deroghe relative al riposo settimanale differito e al riposo compensativo - Effetto diretto - Interpretazione conforme. # Causa C-227/09.

Causa C‑227/09
      Antonino Accardo e altri 
      contro
      Comune di Torino
      (domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale ordinario di Torino)
      «Politica sociale — Tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori — Organizzazione dell’orario di lavoro — Agenti di polizia municipale — Direttiva 93/104/CE — Direttiva 93/104/CE come modificata dalla direttiva 2000/34/CE — Direttiva 2003/88/CE — Artt. 5, 17 e 18 — Durata massima dell’orario settimanale di lavoro — Contratti collettivi o accordi conclusi tra le parti sociali a livello nazionale o regionale — Deroghe relative al riposo settimanale differito e al riposo compensativo — Effetto diretto — Interpretazione conforme»
      Massime della sentenza
      1.        Politica sociale — Tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori — Direttiva 93/104, concernente taluni aspetti dell’organizzazione
            dell’orario di lavoro
      (Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 2000/34; direttiva del Consiglio 93/104, art. 17, n. 3)
      2.        Politica sociale — Tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori — Direttive 93/104 e 2003/88, concernenti taluni aspetti
            dell’organizzazione dell’orario di lavoro
      (Direttive del Parlamento europeo e del Consiglio 2000/34 e 2003/88, artt. 17 e 18; direttiva del Consiglio 93/104, art. 17)
      3.        Politica sociale — Tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori — Direttive 93/104 e 2003/88, concernenti taluni aspetti
            dell’organizzazione dell’orario di lavoro 
      (Direttive del Parlamento europeo e del Consiglio 2000/34 e 2003/88, artt. 17 e 18; direttiva del Consiglio 93/104, art. 17)
      1.        L’art. 17, n. 3, della direttiva 93/104, concernente taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro, tanto nella
         versione originale quanto in quella modificata dalla direttiva 2000/34, ha una portata autonoma rispetto al n. 2 di questo
         stesso articolo, cosicché la circostanza che una professione non sia menzionata in detto n. 2 non può impedire che essa possa
         rientrare nella deroga prevista dall’art. 17, n. 3, delle due versioni della direttiva 93/104.
      
      (v. punto 36, dispositivo 1)
      2.        Le deroghe facoltative previste dall’art. 17 della direttiva 93/104, concernente taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario
         di lavoro, tanto nella versione originale quanto in quella modificata dalla direttiva 2000/34, nonché, eventualmente, dagli
         artt. 17 e/o 18 della direttiva 2003/88, concernente taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro, non possono
         essere invocate nei confronti di singole persone. Inoltre, tali disposizioni non possono essere interpretate nel senso che
         consentano direttamente, oppure vietino, di applicare contratti collettivi derogatori rispetto alle disposizioni di ricezione
         dell’art. 5 di tale direttiva, poiché l’applicazione di questi contratti dipende dal diritto interno.
      
      (v. punti 47, 53, 54, 59, dispositivo 2)
      3.        Dato che le deroghe previste dall’art. 17 della direttiva 93/104, concernente taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario
         di lavoro, tanto nella versione originale quanto in quella modificata dalla direttiva 2000/34, nonché, eventualmente, dagli
         artt. 17 e/o 18 della direttiva 2003/88, concernente taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro, sono facoltative,
         il diritto dell’Unione non impone agli Stati membri di attuarle nel diritto nazionale. Per poter beneficiare della facoltà
         prevista da tali disposizioni di derogare, in talune circostanze, ai precetti, in particolare, dell’art. 5 di dette direttive,
         gli Stati membri sono tenuti ad operare la scelta di avvalersene.
      
      A tale proposito, compete agli Stati membri optare per la tecnica normativa che reputino più appropriata, tenendo presente
         che, secondo lo stesso disposto delle disposizioni derogatorie di cui trattasi, siffatte deroghe possono essere effettuate
         in particolare attraverso contratti collettivi o accordi conclusi tra le parti sociali.
      
      Quando il diritto dell’Unione lascia agli Stati membri la facoltà di derogare a talune disposizioni di una direttiva, questi
         sono tenuti ad esercitare il proprio potere discrezionale nel rispetto dei principi generali del diritto dell’Unione, tra
         cui va annoverato il principio della certezza del diritto. A tal fine le disposizioni che consentono deroghe facoltative ai
         principi posti da una direttiva devono essere attuate con la precisione e la chiarezza necessarie per poter soddisfare gli
         obblighi derivanti da detto principio.
      
      (v. punti 51, 52, 55)
SENTENZA DELLA CORTE (Seconda Sezione)
      21 ottobre 2010 (*)
      
      «Politica sociale – Tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori – Organizzazione dell’orario di lavoro – Agenti di polizia municipale – Direttiva 93/104/CE – Direttiva 93/104/CE come modificata dalla direttiva 2000/34/CE – Direttiva 2003/88/CE – Artt. 5, 17 e 18 – Durata massima dell’orario settimanale di lavoro – Contratti collettivi o accordi conclusi tra le parti sociali a livello nazionale o regionale – Deroghe relative al riposo settimanale differito e al riposo compensativo – Effetto diretto – Interpretazione conforme»
      Nel procedimento C‑227/09,
      avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’art. 234 CE, dal Tribunale ordinario
         di Torino, Sezione Lavoro, con decisione 3 giugno 2009, pervenuta in cancelleria il 22 giugno 2009, nella causa
      
      Antonino Accardo,
      
      Viola Acella,
      
      Antonio Acuto,
      
      Domenico Ambrisi,
      
      Paolo Battaglino,
      
      Riccardo Bevilacqua,
      
      Fabrizio Bolla,
      
      Daniela Bottazzi,
      
      Roberto Brossa,
      
      Luigi Calabro,
      
      Roberto Cammardella,
      
      Michelangelo Capaldi,
      
      Giorgio Castellaro,
      
      Davide Cauda,
      
      Tatiana Chiampo,
      
      Alessia Ciaravino,
      
      Alessandro Cicero,
      
      Paolo Curtabbi,
      
      Paolo Dabbene,
      
      Mauro D’Angelo,
      
      Giancarlo Destefanis,
      
      Mario Di Brita,
      
      Bianca Di Capua,
      
      Michele Di Chio,
      
      Marina Ferrero,
      
      Gino Forlani,
      
      Giovanni Galvagno,
      
      Sonia Genisio,
      
      Laura Dora Genovese,
      
      Sonia Gili,
      
      Maria Gualtieri,
      
      Gaetano La Spina,
      
      Maurizio Loggia,
      
      Giovanni Lucchetta,
      
      Sandra Magoga,
      
      Manuela Manfredi,
      
      Fabrizio Maschio,
      
      Sonia Mignone,
      
      Daniela Minissale,
      
      Domenico Mondello,
      
      Veronnica Mossa,
      
      Plinio Paduano,
      
      Barbaro Pallavidino,
      
      Monica Palumbo,
      
      Michele Paschetto,
      
      Frederica Peinetti,
      
      Nadia Pizzimenti,
      
      Gianluca Ponzo,
      
      Enrico Pozzato,
      
      Gaetano Puccio,
      
      Danilo Ranzani,
      
      Pergianni Risso,
      
      Luisa Rossi,
      
      Paola Sabia,
      
      Renzo Sangiano,
      
      Davide Scagno,
      
      Paola Settia,
      
      Raffaella Sottoriva,
      
      Rossana Trancuccio,
      
      Fulvia Varotto,
      
      Giampiero Zucca,
      
      Fabrizio Lacognata,
      
      Guido Mandia,
      
      Luigi Rigon,
      
      Daniele Sgavetti
      contro
      Comune di Torino,
      
      LA CORTE (Seconda Sezione),
      composta dal sig. J.N. Cunha Rodrigues, presidente di sezione, dai sigg. A. Arabadjiev, U. Lõhmus, A. Ó Caoimh (relatore)
         e dalla sig.ra P. Lindh, giudici, 
      
      avvocato generale: sig. P. Cruz Villalón
      cancelliere: sig. M.‑A. Gaudissart, capo unità
      vista la fase scritta del procedimento e in seguito all’udienza del 24 giugno 2010,
      considerate le osservazioni presentate:
      –        per i sigg. Accardo e altri, dall’avv. R. Lamacchia;
      –        per i sigg. Lacognata e altri, dall’avv. A. Grespan;
      –        per il Comune di Torino, dagli avv.ti M. Li Volti, S. Tuccari e A. Melidoro;
      –        per il governo italiano, dalla sig.ra G. Palmieri, in qualità di agente, assistita dalla sig.ra W. Ferrante e dal sig. L. Ventrella,
         avvocati dello Stato;
      
      –        per il governo ceco, dai sigg. M. Smolek e D. Hadrouška, in qualità di agenti;
      –        per la Commissione europea, dal sig. M. van Beek e dalla sig.ra C. Cattabriga, in qualità di agenti,
      vista la decisione, adottata dopo aver sentito l’avvocato generale, di giudicare la causa senza conclusioni,
      ha pronunciato la seguente
      Sentenza
      1        La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione degli artt. 5, 17 e 18 della direttiva del Consiglio 23 novembre
         1993, 93/104/CE, concernente taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro (GU L 307, pag. 18).
      
      2        La domanda è stata proposta nell’ambito di una controversia che oppone i sigg. Accardo e altri, nonché i sigg. Lacognata e altri,
         al Comune di Torino, in merito ad una domanda di risarcimento del danno che avrebbero subìto, negli anni 1998‑2007, a causa
         del mancato rispetto dei periodi di riposo settimanale di cui avrebbero dovuto beneficiare gli agenti di polizia municipale
         del Comune di Torino.
      
       Contesto normativo
       La normativa dell’Unione
      3        La direttiva del Consiglio 12 giugno 1989, 89/391/CEE, concernente l’attuazione di misure volte a promuovere il miglioramento
         della sicurezza e della salute dei lavoratori durante il lavoro (GU L 183, pag. 1), è la direttiva quadro che fissa i principi
         generali in materia di sicurezza e di salute dei lavoratori. Tali principi sono stati successivamente sviluppati da una serie
         di direttive. Tra queste figurano, in particolare, la direttiva 93/104, la direttiva 93/104 come modificata dalla direttiva
         del Parlamento europeo e del Consiglio 22 giugno 2000, 2000/34/CE (GU L 195, pag. 41; in prosieguo: la «direttiva 93/104 modificata»),
         e la direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 4 novembre 2003, 2003/88/CE, concernente taluni aspetti dell’organizzazione
         dell’orario di lavoro (GU L 299, pag. 9) (in prosieguo, congiuntamente: le «direttive “orario di lavoro”»).
      
      4        L’art. 2 della direttiva 89/391 ne definisce l’ambito di applicazione come segue:
      
      «1.      La presente direttiva concerne tutti i settori d’attività privati o pubblici (attività industriali, agricole, commerciali,
         amministrative, di servizi, educative, culturali, ricreative, ecc.).
      
      2.      La presente direttiva non è applicabile quando particolarità inerenti ad alcune attività specifiche nel pubblico impiego,
         per esempio nelle forze armate o nella polizia, o ad alcune attività specifiche nei servizi di protezione civile vi si oppongono
         in modo imperativo.
      
      In questo caso, si deve vigilare affinché la sicurezza e la salute dei lavoratori siano, per quanto possibile, assicurate,
         tenendo conto degli obiettivi della presente direttiva».
      
      5        La direttiva 93/104 è stata modificata in un primo tempo con la direttiva 2000/34. La direttiva 2003/88 ha poi abrogato e
         sostituito codificandola, a decorrere dal 2 agosto 2004, la direttiva 93/104 modificata.
      
      6        Ai sensi dell’art. 1 delle direttive «orario di lavoro», rubricato «Oggetto e campo di applicazione»:
      
      «1.      La presente direttiva stabilisce prescrizioni minime di sicurezza e di salute in materia di organizzazione dell’orario di
         lavoro.
      
      2.      La presente direttiva si applica:
      a)      ai periodi minimi di riposo giornaliero, riposo settimanale e ferie annuali nonché alla pausa ed alla durata massima settimanale
         del lavoro;
      
               e
      b)      a taluni aspetti del lavoro notturno, del lavoro a turni e del ritmo di lavoro.
      3.      La presente direttiva si applica a tutti i settori di attività, privati e pubblici, ai sensi dell’articolo 2 della direttiva
         89/391/CEE, fermi restando (...)
      
      (…)
      4.      Le disposizioni della direttiva 89/391/CEE si applicano pienamente alle materie contemplate al paragrafo 2, fatte salve le
         disposizioni più vincolanti e/o specifiche contenute nella presente direttiva».
      
      7        Sotto il titolo «Definizioni», l’art. 2 delle direttive «orario di lavoro» dispone quanto segue:
      
      «Ai sensi della presente direttiva si intende per:
      1)      “orario di lavoro”: qualsiasi periodo in cui il lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio
         della sua attività o delle sue funzioni, conformemente alle legislazioni e/o prassi nazionali;
      
      2)      “periodo di riposo”: qualsiasi periodo che non rientra nell’orario di lavoro;
      (…)».
      8        Gli artt. 3‑7 delle direttive «orario di lavoro» stabiliscono i provvedimenti che gli Stati membri sono tenuti ad emanare
         affinché ogni lavoratore fruisca di periodi minimi di riposo giornaliero, di riposo settimanale nonché di ferie annuali retribuite.
         Essi disciplinano altresì le pause e la durata massima settimanale del lavoro.
      
      9        Ai sensi dell’art. 3 delle direttive «orario di lavoro», intitolato «Riposo giornaliero», «[g]li Stati membri prendono le
         misure necessarie affinché ogni lavoratore benefici, nel corso di ogni periodo di 24 ore, di un periodo minimo di riposo di
         11 ore consecutive».
      
      10      Per quanto attiene al riposo settimanale, l’art. 5, primo comma, delle direttive «orario di lavoro» dispone che gli Stati
         membri «prendono le misure necessarie affinché ogni lavoratore benefici, per ogni periodo di 7 giorni, di un periodo minimo
         di riposo ininterrotto di 24 ore a cui si sommano le 11 ore di riposo giornaliero previste all’articolo 3». Dal citato art. 5
         emerge altresì che se condizioni oggettive, tecniche o di organizzazione del lavoro lo giustificano, può essere fissato un
         periodo minimo di riposo di ventiquattro ore.
      
      11      L’art. 16 delle direttive «orario di lavoro» fissa, per l’applicazione dell’art. 5 delle medesime direttive, un periodo di
         riferimento non superiore a quattordici giorni.
      
      12      Le direttive «orario di lavoro» elencano una serie di deroghe a numerose regole di base da esse stabilite, tenendo conto delle
         particolarità di talune attività e con la riserva che ricorrano determinate condizioni.
      
      13      A questo proposito, l’art. 17 della direttiva 93/104 e della direttiva 93/104 modificata così dispone:
      
      «(...)
      2.      Si può derogare per via legislativa, regolamentare o amministrativa o mediante contratti collettivi o accordi conclusi fra
         le parti sociali, a condizione che vengano concessi ai lavoratori interessati equivalenti periodi di riposo compensativo oppure,
         in casi eccezionali in cui la concessione di tali periodi equivalenti di riposo compensativo non sia possibile per ragioni
         oggettive, a condizione che venga loro concessa una protezione appropriata:
      
      2.1      agli articoli 3, 4, 5, 8 e 16:
      (...)
      b)      per le attività di guardia, sorveglianza e permanenza caratterizzate dalla necessità di assicurare la protezione dei beni
         e delle persone, in particolare, quando si tratta di guardiani o portinai o di imprese di sorveglianza;
      
      c)      per le attività caratterizzate dalla necessità di assicurare la continuità del servizio o della produzione, in particolare,
         quando si tratta:
      
      (...)
      iii)      (...) di servizi di ambulanza, di vigili del fuoco o di protezione civile;
      (...)
      3.      Si può derogare agli articoli 3, 4, 5, 8 e 16 mediante contratti collettivi o accordi conclusi tra le parti sociali a livello
         nazionale o regionale o, conformemente alle regole fissate da dette parti sociali, mediante contratti collettivi o accordi
         conclusi tra le parti sociali ad un livello inferiore.
      
      Gli Stati membri in cui, giuridicamente, non esiste un sistema che garantisca la conclusione di contratti collettivi o di
         accordi tra le parti sociali a livello nazionale o regionale, per i settori contemplati dalla presente direttiva, o gli Stati
         membri in cui esiste un quadro legislativo specifico a tal fine, e nei limiti di tale quadro, possono, conformemente alle
         legislazioni e/o prassi nazionali, consentire deroghe agli articoli 3, 4, 5, 8 e 16 mediante contratti collettivi o accordi
         conclusi tra le parti sociali ad un livello collettivo adeguato.
      
      Le deroghe previste al primo e secondo comma sono ammesse soltanto a condizione che ai lavoratori interessati siano accordati
         periodi equivalenti di riposo compensativo o, in casi eccezionali in cui la concessione di tali periodi equivalenti di riposo
         compensativo non sia possibile per motivi oggettivi, a condizione che ai lavoratori interessati sia accordata una protezione
         appropriata.
      
      Gli Stati membri possono prevedere norme:
      –        affinché il presente paragrafo sia applicato dalle parti sociali,
      e
      –        affinché le disposizioni dei contratti collettivi o accordi conclusi in conformità del presente paragrafo siano estese ad
         altri lavoratori, conformemente alle legislazioni e/o prassi nazionali.
      
      (...)».
      14      Ai sensi dell’art. 18, n. 1, lett. a), della direttiva 93/104 e della direttiva 93/104 modificata, gli Stati membri dovevano
         mettere in vigore le disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative necessarie per conformarsi ad essa entro il
         23 novembre 1996 o provvedere affinché, al più tardi entro tale data, le parti sociali applicassero consensualmente le disposizioni
         necessarie, fermo restando che gli Stati membri dovevano prendere tutte le misure necessarie per poter garantire in qualsiasi
         momento i risultati imposti da detta direttiva.
      
      15      Come risulta al punto 5 della presente sentenza, la direttiva 93/104 modificata è stata abrogata e sostituita, a far data
         dal 2 agosto 2004, dalla direttiva 2003/88. Dal dettato del primo ‘considerando’ della direttiva 2003/88 risulta che essa
         è volta, per motivi di chiarezza, a codificare le disposizioni della direttiva 93/104 modificata. Infatti, il contenuto e
         la numerazione, segnatamente, degli artt. 1‑3, 5 e 16 sono riprodotti in modo identico nella direttiva 2003/88. I punti 2.1
         e 2.2 del n. 2 dell’art. 17, della direttiva 93/104 modificata sono attualmente suddivisi tra i nn. 2 e 3 dell’art. 17 della
         direttiva 2003/88. Il n. 3 dell’art. 17 della direttiva 93/104 modificata è ripreso all’art. 18 della direttiva 2003/88.
      
       La normativa nazionale
      16      Dall’ordinanza di rinvio emerge che il periodo controverso nella causa principale, tra il 1998 e il 2007, è composto da tre
         fasi distinte per quanto riguarda la normativa nazionale applicabile.
      
      17      Anzitutto, sino al 29 aprile 2003, il diritto del lavoratore al riposo settimanale si fondava, da un lato, sull’art. 36, terzo
         comma, della Costituzione, a norma del quale «il lavoratore ha diritto al riposo settimanale (...) e non può rinunziarvi»
         e, dall’altro, sull’art. 2109, primo comma, del codice civile, in forza del quale «[i]l prestatore di lavoro ha diritto ad
         un giorno di riposo ogni settimana, di regola in coincidenza con la domenica». Dalle osservazioni scritte presentate alla
         Corte dai sigg. Accardo e altri emerge che queste due disposizioni sono state promulgate ben prima dell’adozione della direttiva
         93/104.
      
      18      In seguito, dal 29 aprile 2003, data dell’entrata in vigore del decreto legislativo 8 aprile 2003, n. 66, recante attuazione
         delle direttive 93/104/CE e 2000/34/CE concernenti taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro (Supplemento ordinario
         alla GURI n. 87 del 14 aprile 2003; in prosieguo: il «decreto legislativo n. 66/2003»), la disciplina generale del riposo
         settimanale si impernia sull’art. 9, n. 1, di detto decreto, che sancisce il diritto del lavoratore di fruire, ogni sette
         giorni, di un periodo di riposo di almeno ventiquattro ore consecutive, di regola in coincidenza con la domenica, da cumulare
         con le ore di riposo giornaliero di cui all’art. 7 del medesimo decreto. In forza dell’art. 9, n. 2, punto b), e dell’art. 17,
         n. 4, dello stesso decreto è possibile derogare a tale diritto mediante contratti collettivi, a condizione che siano assicurati
         periodi equivalenti di riposo compensativo.
      
      19      Infine, dal 1° settembre 2004, in conseguenza di una modifica disposta dall’art. 1, n. 1, lett. b), del decreto legislativo
         19 luglio 2004, n. 213, recante modifiche ed integrazioni al decreto legislativo 8 aprile 2003, n. 66, in materia di apparato
         sanzionatorio dell’orario di lavoro (GURI n. 192 del 17 agosto 2004; in prosieguo: il «decreto legislativo n. 213/2004»),
         le disposizioni del decreto legislativo n. 66/2003 non sono più applicabili agli addetti al servizio di polizia municipale.
      
      20      Tanto prima dell’entrata in vigore del decreto legislativo n. 66/2003 quanto dopo l’adozione del decreto legislativo n. 213/2004,
         deroghe alla disciplina ordinaria del riposo settimanale, applicabili agli agenti di polizia municipale, erano previste in
         tre «contratti collettivi nazionali di lavoro» del comparto enti locali, i quali sono stati stipulati rispettivamente nel
         1987, nel 2000 e nel 2001 (in prosieguo, congiuntamente: i «contratti collettivi di cui alla causa principale»). Ciascuno
         di essi prevedeva segnatamente, per il «dipendente che, per particolari esigenze di servizio», non usufruiva del riposo settimanale,
         un «diritto al riposo compensativo da fruire di regola entro quindici giorni e comunque non oltre il bimestre successivo».
         Inoltre, il contratto collettivo sottoscritto nel corso del 1987 prevedeva per tali dipendenti una maggiorazione del 20% della
         loro retribuzione giornaliera ordinaria, mentre la corrispondente maggiorazione disposta dai contratti collettivi del 2000
         e del 2001 era del 50%.
      
      21      Emerge dall’ordinanza di rinvio che i ricorrenti nella causa principale invocano gli artt. 1418 e 1419 del codice civile,
         i quali sanzionano con la nullità le clausole negoziali «contrari[e] a norme imperative», stabilendo nel contempo che tali
         clausole «sono sostituite di diritto [da] norme imperative».
      
       Causa principale e questioni pregiudiziali
      22      I ricorrenti nella causa principale sono agenti di polizia municipale del Comune di Torino, con un contratto di lavoro di
         35 ore settimanali. Tra il 1998 e il 2007, erano adibiti a servizi organizzati su turni di lavoro che, una volta ogni cinque
         settimane, prevedevano lo svolgimento di sette giorni di lavoro consecutivi, seguiti, secondo la decisione di rinvio, da un
         periodo di riposo compensativo con la conseguenza che il periodo di riposo non sarebbe soppresso, ma solo differito.
      
      23      Tale sistema di turnazione ed il relativo differimento del riposo del settimo giorno della quinta settimana erano frutto di
         un accordo sindacale concluso il 2 luglio 1986 tra l’amministrazione comunale e i rappresentanti in sede territoriale delle
         maggiori organizzazioni sindacali italiane (in prosieguo: l’«accordo del 1986»).
      
      24      Con ricorso proposto davanti al giudice a quo, i ricorrenti nella causa principale convenivano in giudizio il Comune di Torino
         chiedendone la condanna al risarcimento del danno da usura psicofisica ad essi asseritamene procurato dal mancato rispetto
         del riposo settimanale, pur previsto dal diritto interno, dal momento che avrebbero lavorato per sette giorni consecutivi
         e beneficiato successivamente di un unico giorno di risposo in forma di riposo compensativo. A sostegno del loro ricorso affermano
         che, essendo l’art. 36, terzo comma, della Costituzione e l’art. 2109, primo comma, del codice civile imperativi, occorrerebbe
         considerare che, in mancanza di adeguate disposizioni di legge, le clausole pertinenti contenute nell’accordo del 1986 e nei
         contratti collettivi di cui alla causa principale sono illegittime.
      
      25      Il Comune di Torino ha replicato che, conformemente all’art. 17, n. 3, della direttiva 93/104, le deroghe al riposo settimanale
         di cui all’art. 5 della direttiva 93/104 possono essere introdotte da contratti collettivi o accordi conclusi tra le parti
         sociali a livello nazionale o regionale a condizione che siano accordati periodi equivalenti di riposo compensativo ai lavoratori
         di cui trattasi.
      
      26      I ricorrenti nella causa principale contestano tuttavia sia l’effetto diretto dell’art. 17 della direttiva 93/104 prima dell’adozione
         del decreto legislativo n. 66/2003, sia l’applicabilità stessa del n. 3 di tale articolo agli agenti di polizia municipale.
         Tale settore non sarebbe infatti espressamente indicato nell’elenco contenuto all’art. 17, n. 2, punto 2.1, della direttiva
         93/104 e quindi neppure beneficerebbe della facoltà di deroga prevista dal n. 3 della stessa disposizione. Quest’ultima facoltà
         sarebbe da considerarsi non come oggetto di una norma autonoma, ma come una semplice specificazione del citato art. 17, n. 2.
      
      27      Peraltro, secondo i ricorrenti nella causa principale, a seguito della modifica introdotta dal decreto legislativo n. 213/2004,
         il decreto legislativo n. 66/2003 nel suo complesso non sarebbe comunque più applicabile alla polizia municipale, il che comporterebbe
         l’inapplicabilità nei loro confronti dell’art. 17 della direttiva 93/104 e la rinnovata applicabilità degli artt. 36 della
         Costituzione e 2109 del codice civile.
      
      28      Il Tribunale ordinario di Torino, Sezione Lavoro, ha pertanto deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte
         le seguenti questioni pregiudiziali:
      
      «1)      Se [gli artt. 5, 17 e 18 della direttiva 93/104] vadano interpretati nel senso della loro idoneità ad essere applicati direttamente
         nell’ordinamento [giuridico di uno] Stato [membro], indipendentemente dalla formale recezione ovvero a prescindere da norme
         interne che ne restringono l’applicabilità a determinate categorie professionali, in una controversia in cui [le parti sociali
         hanno firmato contratti collettivi conformi] a tale direttiva.
      
      2)      Se sia comunque obbligo del giudice dello Stato membro, indipendentemente da tale incidenza diretta, utilizzare una direttiva
         non ancora recepita [nell’ordinamento giuridico nazionale] o, dopo il recepimento, la cui operatività pare esclusa da norme
         interne, quale parametro interpretativo del diritto interno e cioè quale riferimento per sciogliere possibili dubbi esegetici.
      
      3)      Se sia inibito al giudice dello Stato membro adottare una pronuncia di illegittimità di una condotta, con conseguente riconoscimento
         di risarcimento danni da fatto ingiusto ed illecito, quando tale condotta appaia autorizzata dalle parti sociali e tale autorizzazione
         sia coerente con il diritto comunitario, anche nella forma [di una] direttiva non [ancora] recepita [nel diritto nazionale].
      
      4)      Se [l’art. 17, n. 3,] della direttiva [93/104] vada interpretato nel senso di consentire autonomamente e cioè in modo del
         tutto svincolato dal [n.] 2 e dall’elenco di attività e professioni ivi indicato, l’intervento delle parti sociali e l’introduzione
         da parte delle stesse di regole derogatorie in tema di riposo settimanale».
      
       Sulle questioni pregiudiziali
      29      A titolo preliminare, occorre ricordare che, se è vero che la decisione di rinvio riguarda esplicitamente solo la versione
         originale della direttiva 93/104, risulta tuttavia dal fascicolo che, durante il periodo considerato nella causa principale,
         le direttive «orario di lavoro» sono entrate successivamente in vigore. Pertanto, ai fini della risoluzione delle questioni
         pregiudiziali occorre eventualmente tener conto di tale circostanza. 
      
       Sulla quarta questione
      30      Con la quarta questione, che va esaminata per prima, il giudice a quo intende in sostanza accertare se l’art. 17, n. 3, della
         direttiva 93/104 sia autonomo rispetto al n. 2 dello stesso articolo, con la conseguenza che la circostanza che una professione
         non sia menzionata in detto n. 2 non impedirebbe che possa rientrare nella deroga prevista dall’art. 17, n. 3, della direttiva
         93/104.
      
      31      Come emerge in particolare dal punto 26 della presente sentenza, tale questione nasce dall’argomentazione dei ricorrenti nella
         causa principale secondo cui l’art. 17, n. 3, della direttiva 93/104 non può essere letto o applicato separatamente dal n. 2
         del medesimo articolo. Secondo questi ultimi, non è possibile interpretare l’art. 17, n. 3, della direttiva 93/104 nel senso
         che esso consente deroghe più estese di quelle previste al n. 2 del medesimo articolo e, in tal modo, nel senso che stabilisce
         un sistema derogatorio autonomo e distinto. 
      
      32      Tuttavia, un’argomentazione di siffatto tenore non può essere accolta. 
      
      33      Infatti, come sostengono, in sostanza, il Comune di Torino, i governi italiano e ceco, nonché la Commissione europea, la struttura
         e il testo dell’art. 17 della direttiva 93/104 e della direttiva 93/104 modificata non contengono alcun elemento che induca
         a ritenere che l’ambito di applicazione del suo n. 3 sia condizionato da quello del suo n. 2. 
      
      34      Inoltre, come rileva la Commissione, da un lato, questi ultimi numeri non operano alcun rinvio tra loro e, dall’altro lato,
         per ciascuna categoria di deroghe consentite, tali numeri ribadiscono le condizioni identiche alle quali è in ogni caso subordinata
         la possibilità di rinviare il riposo settimanale. 
      
      35      Inoltre, come emerge dal punto 15 della presente sentenza, all’atto della codificazione effettuata mediante la direttiva 2003/88,
         il dettato dell’art. 17, n. 3, delle direttive 93/104 e 93/104 modificata è stato riprodotto in modo identico nel nuovo art. 18,
         mentre il contenuto dell’art. 17, n. 2, delle direttive 93/104 e 93/104 modificata è stato suddiviso tra i nn. 2 e 3 dell’art. 17
         della direttiva 2003/88. Ne consegue che il legislatore dell’Unione ha considerato che i nn. 2 e 3 dell’art. 17 delle direttive
         93/104 e 93/104 modificata potevano, o addirittura dovevano, essere letti in maniera distinta, permettendo in tal modo la
         loro separazione al momento dell’operazione di codificazione.
      
      36      Pertanto la quarta questione dev’essere risolta nel senso che l’art. 17, n. 3, delle direttive 93/104 e 93/104 modificata
         ha una portata autonoma rispetto al n. 2 di questo stesso articolo, cosicché la circostanza che una professione non sia menzionata
         in detto n. 2 non impedirebbe che essa possa rientrare nella deroga prevista all’art. 17, n. 3, delle direttive 93/104 e 93/104
         modificata.
      
       Sulle prime tre questioni
      37      Come si ricava in particolare dall’ordinanza di rinvio, nella causa principale risulta pacifico che, per il periodo compreso
         tra il 29 aprile 2003 e il 29 agosto 2004, il decreto legislativo n. 66/2003 permetteva in linea di principio, in conformità
         con l’art. 17 delle direttive 93/104 e 93/104 modificata, di derogare, attraverso il contratto collettivo firmato nel corso
         del 2001, agli obblighi concernenti il periodo di riposo settimanale di cui agli artt. 36, terzo comma, della Costituzione
         e 2109, primo comma, del codice civile.
      
      38      Tuttavia, emerge altresì dall’ordinanza di rinvio che, al di fuori di quest’ultimo periodo, tali disposizioni della Costituzione
         e del codice civile possono ostare, trattandosi del diritto interno, a che il Comune di Torino possa validamente fondarsi
         per la sua difesa sui contratti collettivi di cui alla causa principale al fine di legittimare il sistema di lavoro per turni
         di cui alla causa principale che, in conformità dell’accordo del 1986, prevede segnatamente che venga differito il riposo
         del settimo giorno della quinta settimana.
      
      39      Come la Commissione ha rilevato nelle sue osservazioni scritte, le attività dei servizi di polizia municipale svolte in condizioni
         normali rientrano nell’ambito di applicazione della direttiva 89/391 e, attraverso il rinvio all’art. 2 di tale direttiva
         contenuto nell’art. 1, n. 3, delle direttive «orario di lavoro», nell’ambito di applicazione di queste ultime (v. per analogia,
         segnatamente, ordinanza 14 luglio 2005, causa C‑52/04, Personalrat der Feuerwehr Hamburg, Racc. pag. I‑7111, punti 51‑61 e
         giurisprudenza ivi citata).
      
      40      Dal fascicolo presentato alla Corte sembra risultare che gli artt. 36, terzo comma, della Costituzione e 2109, primo comma,
         del codice civile siano a priori idonei, purché applicati in particolare tenendo conto dei requisiti degli artt. 3 e 16 della
         direttiva 93/104, a costituire la trasposizione, nell’ordinamento giuridico italiano, dell’art. 5 delle direttive «orario
         di lavoro»; circostanza che deve essere, se necessario, accertata dal giudice del rinvio. In ogni caso, non è stato ipotizzato
         dinanzi alla Corte che tali disposizioni nazionali violino i requisiti di detto art. 5. 
      
      41      Al contrario, se, nella decisione di rinvio, il giudice nazionale parte dalla premessa che il sistema di riposo settimanale
         previsto dall’accordo del 1986 è, in linea di principio, consentito dalle deroghe facoltative previste all’art. 17 delle direttive
         93/104 e 93/104 modificata, oppure agli artt. 17 e 18 della direttiva 2003/88 (in prosieguo, congiuntamente: le «disposizioni
         derogatorie di cui è causa») – circostanza che detto giudice dovrà verificare – quest’ultimo si chiede se tale accordo nonché
         i contratti collettivi di cui alla causa principale possano derogare agli artt. 36, terzo comma, della Costituzione e 2109,
         primo comma, del codice civile.
      
      42      Pertanto, egli si interroga essenzialmente sulla possibilità di ricorrere, direttamente o indirettamente, alle disposizioni
         derogatorie di cui trattasi per superare eventuali ostacoli derivanti dal diritto interno all’applicazione dei contratti collettivi
         di cui alla causa principale. 
      
      43      Pertanto, occorre intendere le prime tre questioni, che possono essere trattate congiuntamente, come dirette, in sostanza,
         a stabilire se le disposizioni derogatorie in questione siano tali da essere applicate direttamente a fatti come quelli di
         cui alla causa principale o se, in mancanza di siffatto effetto diretto, il giudice nazionale debba o possa interpretare le
         disposizioni di diritto interno di cui alla causa principale in modo da permettere una deroga al periodo di riposo settimanale
         previsto agli artt. 36, terzo comma, della Costituzione e 2109, primo comma, del codice civile. 
      
       Sulla possibilità di un’applicazione diretta delle disposizioni derogatorie di cui trattasi 
      44      Se è vero che la prima questione posta dal giudice del rinvio riguarda segnatamente l’art. 5 delle direttive «orario di lavoro»,
         occorre rilevare che, come risulta in particolare dal punto 42 della presente sentenza, con tale questione, il giudice del
         rinvio intende anzitutto stabilire se il convenuto nella causa principale possa invocare le disposizioni derogatorie in esame
         direttamente contro i ricorrenti nella causa principale, per respingere i reclami che hanno dato origine a quest’ultima. 
      
      45      Orbene, va ricordato in proposito che, secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, una direttiva non può di per
         sé creare obblighi a carico di un singolo e non può quindi essere fatta valere in quanto tale nei suoi confronti (v., in particolare,
         sentenze 26 febbraio 1986, causa 152/84, Marshall, Racc. pag. 723, punto 48; 14 luglio 1994, causa C‑91/92, Faccini Dori,
         Racc. pag. I‑3325, punto 20; 7 gennaio 2004, causa C‑201/02, Wells, Racc. pag. I‑723, punto 56; 5 ottobre 2004, cause riunite
         da C‑397/01 a C‑403/01, Pfeiffer e a., Racc. pag. I‑8835, punto 108, nonché 19 gennaio 2010, causa C‑555/07, Kücükdeveci,
         non ancora pubblicata nella Raccolta, punto 46).
      
      46      Così, se le disposizioni derogatorie in esame non fossero validamente trasposte – circostanza che deve essere verificata dal
         giudice del rinvio - le autorità di uno Stato membro che non si avvale di tale facoltà non possono invocare l’omissione attuata
         da tale Stato per rifiutare a singoli, come i ricorrenti nella causa principale, il beneficio di un periodo di riposo settimanale
         che fosse, in linea di principio, con riserva delle verifiche che il giudice del rinvio deve effettuare a tale proposito,
         conforme ai requisiti dell’art. 5 delle direttive «orario di lavoro» (v., per analogia, sentenza 17 luglio 2008, causa C‑226/07,
         Flughafen Köln/Bonn, Racc. pag. I‑5999, punto 32 e giurisprudenza ivi citata).
      
      47      Ne consegue che, in circostanze come quelle di cui alla causa principale, le disposizioni derogatorie di cui trattasi non
         possono essere invocate direttamente nei confronti dei singoli, quali i ricorrenti nella causa principale. 
      
       Sull’obbligo o sulla facoltà di un’interpretazione conforme del diritto interno 
      48      Come emerge dall’ordinanza di rinvio, con la seconda e la terza questione il Tribunale ordinario di Torino, Sezione Lavoro,
         si chiede se non occorra cionondimeno interpretare il diritto interno alla luce delle disposizioni derogatorie in esame, per
         stabilire se il Comune di Torino potrebbe validamente avvalersi dei contratti collettivi di cui alla causa principale per
         derogare ai requisiti degli artt. 36, terzo comma, della Costituzione e 2109, primo comma, del codice civile.
      
      49      A questo proposito, è vero che l’obbligo per gli Stati membri, derivante da una direttiva, di raggiungere il risultato previsto
         da quest’ultima, e il loro dovere di adottare tutti i provvedimenti generali o particolari atti a garantire l’adempimento
         di tale obbligo, valgono per tutti gli organi di detti Stati, ivi compresi, nell’ambito della loro competenza, quelli giurisdizionali
         (v., in particolare, sentenze 10 aprile 1984, causa 14/83, von Colson et Kamann, Racc. pag. 1891, punto 26, nonché Kücükdeveci,
         cit., punto 47 e giurisprudenza ivi citata).
      
      50      Tuttavia, l’esistenza di un obbligo derivante dalle direttive «orario di lavoro» di interpretare il diritto interno al fine
         di privilegiare l’applicazione dei contratti collettivi che derogano alle norme che hanno trasposto l’art. 5 di tale direttiva
         deve essere esclusa. 
      
      51      Infatti, poiché le deroghe previste dalle disposizioni derogatorie di cui trattasi sono facoltative, il diritto dell’Unione
         non impone agli Stati membri di attuarle nel diritto nazionale. Per poter beneficiare della facoltà prevista da tali disposizioni
         di derogare, in talune circostanze, ai requisiti, in particolare, dell’art. 5 delle direttive «orario di lavoro», gli Stati
         membri sono tenuti ad operare la scelta di avvalersene (v., per analogia, sentenza 4 giugno 2009, causa C‑102/08, SALIX Grundstücks-Vermietungsgesellschaft,
         Racc. pag. I‑4629, punti 51, 52 e 55).
      
      52      A tale proposito, compete agli Stati membri optare per la tecnica normativa che reputino più appropriata (v., per analogia,
         sentenza SALIX Grundstücks-Vermietungsgesellschaft, cit., punto 56), tenendo presente che, secondo il disposto delle disposizioni
         derogatorie di cui trattasi, siffatte deroghe possono essere effettuate in particolare attraverso contratti collettivi o accordi
         conclusi tra le parti sociali. 
      
      53      Le direttive «orario di lavoro» in quanto tali non possono essere interpretate nel senso che ostano all’applicabilità di contratti
         collettivi del tipo di quelli di cui alla causa principale, o al contrario nel senso che impongono, nonostante altre disposizioni
         pertinenti di diritto interno, una tale applicabilità. 
      
      54      In tali condizioni, la questione se il Comune di Torino possa validamente fondarsi, nella causa principale, sull’accordo del
         1986 nonché sui contratti collettivi di cui alla causa principale diventa anzitutto una questione che il giudice del rinvio
         deve risolvere conformemente alle regole del diritto interno (v., per analogia, sentenza 3 ottobre 2000, causa C‑303/98, Simap,
         Racc. pag. I‑7963, punti 55‑57).
      
      55      Occorre tuttavia rilevare che, quando il diritto dell’Unione lascia agli Stati membri la facoltà di derogare a talune disposizioni
         di una direttiva, questi sono tenuti ad esercitare il proprio potere discrezionale nel rispetto dei principi generali del
         diritto dell’Unione, tra cui va annoverato il principio della certezza del diritto. A tal fine le disposizioni che consentono
         deroghe facoltative ai principi posti da una direttiva devono essere attuate con la precisione e la chiarezza necessarie per
         poter soddisfare i requisiti derivanti da detto principio. 
      
      56      In tale contesto, il giudice del rinvio sarà confrontato a due alternative: o i contratti collettivi di cui alla causa principale
         non rispondono al principio generale di certezza del diritto e ai requisiti posti dal diritto interno per attuare validamente
         le disposizioni derogatorie di cui trattasi, o tali contratti collettivi costituiscono l’attuazione, in conformità del diritto
         italiano e nel rispetto del principio generale della certezza del diritto, delle deroghe ammesse a tali disposizioni dell’Unione.
      
      57      Nella prima ipotesi, come ha sostenuto il governo ceco e come risulta dalla giurisprudenza menzionata al punto 45 della presente
         sentenza, se il diritto interno italiano osta all’applicazione dell’accordo del 1986 e dei contratti collettivi di cui trattasi
         nella causa principale, le direttive «orario di lavoro» non possono, da sole, essere invocate nei confronti dei singoli al
         fine di assicurare tale applicazione (v. altresì, per analogia, sentenze 11 giugno 1987, causa 14/86, Pretore di Salò/X, Racc. pag. 2545,
         punti 19 e 20; 3 maggio 2005, cause riunite C‑387/02, C‑391/02 e C‑403/02, Berlusconi e a., Racc. pag. I‑3565, punti 73 e
         74, nonché 5 luglio 2007, causa C‑321/05, Kofoed, Racc. pag. I‑5795, punto 42 e giurisprudenza ivi citata).
      
      58      Nella seconda delle ipotesi evocate al punto 56 della presente sentenza, le direttive «orario di lavoro» non osterebbero neppure,
         sotto questo aspetto, ad un’interpretazione del diritto interno che consenta il ricorso da parte del Comune di Torino ai contratti
         collettivi di cui alla causa principale, purché le disposizioni pertinenti di tali contratti rispettino pienamente le condizioni
         poste alle disposizioni derogatorie in esame, elemento quest’ultimo che dovrà essere accertato dal giudice del rinvio. A tale
         proposito occorre rammentare che, in quanto eccezioni al sistema comunitario in materia di organizzazione dell’orario di lavoro
         attuato dalla direttiva 93/104, le disposizioni derogatorie di cui è causa devono essere interpretate in modo che la loro
         portata sia limitata a quanto strettamente necessario alla tutela degli interessi che tali deroghe permettono di proteggere
         (v. sentenza 9 settembre 2003, causa C‑151/02, Jaeger, Racc. pag. I‑8389, punto 89).
      
      59      In considerazione di quanto precede, occorre risolvere le prime tre questioni dichiarando che, in circostanze come quelle
         di cui alla causa principale, le disposizioni derogatorie di cui trattasi non possono essere invocate contro singoli come
         i ricorrenti nella causa principale. Inoltre, tali disposizioni non possono essere interpretate nel senso che consentono oppure
         vietano di applicare contratti collettivi come quelli di cui alla causa principale, poiché l’applicazione di questi ultimi
         dipende dal diritto interno. 
      
       Sulle spese
      60      Nei confronti delle parti nella causa principale il presente procedimento costituisce un incidente sollevato dinanzi al giudice
         nazionale, cui spetta quindi statuire sulle spese. Le spese sostenute da altri soggetti per presentare osservazioni alla Corte
         non possono dar luogo a rifusione.
      
      Per questi motivi, la Corte (Seconda Sezione) dichiara:
      1)      L’art. 17, n. 3, della direttiva del Consiglio 23 novembre 1993, 93/104/CE, concernente taluni aspetti dell’organizzazione
            dell’orario di lavoro, tanto nella versione originale quanto in quella modificata dalla direttiva del Parlamento europeo e
            del Consiglio 22 giugno 2000, 2000/34/CE, ha una portata autonoma rispetto al n. 2 di questo stesso articolo, cosicché la
            circostanza che una professione non sia menzionata in detto n. 2 non impedirebbe che essa possa rientrare nella deroga prevista
            all’art. 17, n. 3, della direttiva 93/104, nelle due versioni summenzionate. 
      2)      In circostanze come quelle di cui alla causa principale, le deroghe facoltative previste dall’art. 17 delle direttive 93/104
            e 93/104 come modificata dalla direttiva 2000/34 nonché, eventualmente, dagli artt. 17 e/o 18 della direttiva del Parlamento
            europeo e del Consiglio 4 novembre 2003, 2003/88/CE, concernente taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro,
            non possono essere invocate contro singoli come i ricorrenti nella causa principale. Inoltre, tali disposizioni non possono
            essere interpretate nel senso che consentono oppure vietano di applicare contratti collettivi come quelli di cui alla causa
            principale, poiché l’applicazione di questi ultimi dipende dal diritto interno. 
      Firme
      * Lingua processuale: l’italiano.