CELEX: 62002CC0286
Language: it
Date: 2004-01-29
Title: Conclusioni dell'avvocato generale Geelhoed del 29 gennaio 2004. # Bellio F.lli Srl contro Prefettura di Treviso. # Domanda di pronuncia pregiudiziale: Tribunale di Treviso - Italia. # Agricoltura - Polizia sanitaria - Misure di protezione nei confronti delle encefalopatie spongiformi trasmissibili - Utilizzo di proteine animali nell'alimentazione degli animali. # Causa C-286/02.

CONCLUSIONI DELL'AVVOCATO GENERALEL.A. GEELHOEDpresentate il 29 gennaio 2004(1)
         Causa C-286/02Bellio F.lli SrlcontroPrefettura di Treviso[Ricorso pregiudiziale del Tribunale di Treviso (Prima Sezione)]
            «Interpretazione dell'art. 2, n. 2, della decisione del Consiglio 4 dicembre 2000, 2000/766/CE, relativa a talune misure di
               protezione nei confronti delle encefalopatie spongiformi trasmissibili e la somministrazione di proteine animali nell'alimentazione
               degli animali  –  Farine di pesci impiegate nella produzione di mangimi destinati ad animali diversi dai ruminanti  –  Presenza accidentale di sostanze non previste o non consentite  –  Quantità minime di frammenti di ossa di mammiferi  –  Distruzione totale della detta farina di pesce  –  Proporzionalità della sanzione»
            
            
      
         
      I – Introduzione
        1.        Nel presente ricorso, il Tribunale di Treviso ha sollevato questioni pregiudiziali sulle misure comunitarie nei confronti
      delle encefalopatie spongiformi trasmissibili 
         			(2)
         		 e sulla somministrazione nei mangimi di proteine animali 
         			(3)
         		.
      
      
        2.        La presente causa ha in particolare ad oggetto l’interpretazione di due decisioni comunitarie a carattere tecnico, le quali,
      in quanto aspetto della lotta alla ESB, formano il quadro delle misure adottate per arginare la contaminazione incrociata
      tramite proteine animali utilizzate come mangimi per animali.
      
      
        3.        Dai ‘considerando’ della decisione 2000/766 risulta che la politica comunitaria in tale settore è conseguenza della gravità
      della ESB e della facilità con cui si diffondono possibili agenti patogeni. Il terzo ‘considerando’ fa quindi menzione del
      rischio di contaminazione incrociata di mangimi per bovini da carne e di mangimi destinati ad altri animali contenenti proteine
      animali che potrebbero forse essere contaminati dall’agente della ESB. Poiché non è possibile escludere tale rischio, è stato
      disposto un divieto temporaneo per l’impiego di proteine animali nei mangimi per animali.
      
      
        4.        Tale divieto è fissato nell’art. 2 di tale decisione e non vige, tra altro, per l’impiego di farine di pesci nell’alimentazione
      di animali diversi dai ruminanti. L’art. 3 della decisione dispone che gli Stati membri vietano l’immissione sul mercato,
      gli scambi, l’importazione da paesi terzi e l’esportazione nei paesi terzi delle dette proteine, e a tal riguardo vige parimenti
      l’eccezione per la farina di pesci.
      
      
        5.        L’eccezione di cui al paragrafo precedente vige per le farine di pesci alle condizioni menzionate nell’allegato 1 della decisione
      2001/9, che da attuazione alle direttive comunitarie, nel settore dei controlli veterinari 
         			(4)
         		. Tali condizioni sono tassative: L’allegato 1 dispone tra altro che ogni partita di farina di pesce importata, prima di essere
      messa in libera circolazione sul territorio della Comunità, dev’essere analizzata conformemente alla direttiva della Commissione
      98/88/CE; che tale farina dev’essere prodotta in stabilimenti di trasformazione che si dedicano esclusivamente alla produzione
      di farina di pesce; che la farina di pesce dev’essere trasportata direttamente dagli stabilimenti di trasformazione agli stabilimenti
      che producono mangimi per animali mediante veicoli che non devono trasportare contemporaneamente altre componenti di mangimi
      e che tali veicoli prima e dopo il trasporto della farina di pesce devono essere attentamente puliti e ispezionati. In breve
      tali misure sono intese ad evitare che la farina di pesce possa contenere frammenti di ossa provenienti da mammiferi.
      
      
        6.        Più in particolare, il giudice a quo vuole sapere se tale disposizione, in un caso in cui la farina di pesce presenta un’impurità
      minima dovuta a frammenti di ossa di mammiferi, debba essere applicata con un criterio di tolleranza zero, ovvero se la detta
      disposizione possa essere applicata con un certo margine di tolleranza. Pone inoltre la questione della proporzionalità delle
      sanzioni che le autorità italiane hanno inflitto, a seguito del ritrovamento di farina di pesce accidentalmente contaminata.
      Pone infine altre due questioni, aventi ad oggetto aspetti supplementari, relativi alle misure adottate, nel caso di specie,
      dalle autorità nazionali, in relazione, tra altro, al fatto che il procedimento principale ha ad oggetto farina di pesce proveniente
      dalla Norvegia.
      
      
      II – Fatti e questioni pregiudiziali sollevate
        7.        La ricorrente nel procedimento principale, la società Bellio Fratelli, nel gennaio 2000 importava dalla Norvegia una partita
      di farina di pesce. Tale farina veniva successivamente acquistata dalla Società Mangimificio SAPAS di San Miniato per produrre
      mangimi per animali diversi dai ruminanti.
      
      
        8.        In occasione di un sopralluogo presso la SAPAS, le autorità competenti (Ufficiali di Polizia Giudiziaria del Servizio di Vigilanza
      Igienico Sanitaria) prelevavano campioni della detta farina di pesce. Tali campioni evidenziavano la presenza di frammenti
      di ossa di animali non meglio precisati, per cui la partita di farina di pesce fornita della ricorrente veniva confiscata.
      
      
        9.        Da una controanalisi effettuata per conto della Società Bellio veniva accertato che la farina di pesce conteneva meno dello
      0,1% di frammenti di ossa di mammiferi. L’analisi effettuata il 27 settembre 2001 dall’Istituto Superiore della Sanità confermava
      la presenza dei frammenti di ossa di cui trattasi.
      
      
        10.      La presenza di frammenti di ossa di mammiferi costituisce il presupposto della sanzione amministrativa inflitta alla Società
      Bellio, «per aver venduto un mangime semplice, nella fattispecie farina di pesce, presentato e commercializzato in modo da
      indurre in errore l’acquirente sulla composizione, specie e natura della merce, nonché risultato all’analisi non conforme
      alle dichiarazioni, indicazioni e denominazioni dell’etichetta e del documento commerciale accompagnante il prodotto». La
      sanzione amministrativa consisteva in un ordine di confisca e distruzione di 36 sacchi di farina quali descritti e individuati
      nel processo verbale di sequestro e nel pagamento di una sanzione amministrativa di EUR 18 597, 27, nonché opposizione ad
      ogni altro atto inerente e/o conseguente, procedimentale e/o finale.
      
      
        11.      Avverso la sanzione amministrativa così inflitta, la Società Bellio ricorreva in giudizio. Nel procedimento qui in esame,
      il giudice a quo (Tribunale di Treviso) chiede che siano risolte le seguenti questioni:
      
      «1)
         Se l’art. 2, n. 2, primo trattino, della Decisione 2000/766 (...) e l’art. 1, par. 1, della Decisione 2001/9 (...) in collegamento
            con le altre norme comunitarie dalle quali le predette disposizioni derivano, debbano essere interpretati in modo da far ritenere
            che nella farina di pesce impiegata nella produzione dei mangimi destinati ad animali diversi dai ruminanti, possa essere
            considerata sia giuridicamente sia sostanzialmente ammissibile la presenza accidentale di sostanze non previste o non consentite
            con il conseguente riconoscimento del diritto dell’operatore al rispetto di un limite di tolleranza ragionevole.
         
      
      
      2)
         In caso di risposta affermativa al primo quesito, se alla luce del principio di proporzionalità e del principio di precauzione
            e in considerazione delle disposizioni comunitarie applicabili nei settori nei quali si fa riferimento alle contaminazioni
            accidentali dei prodotti agro–alimentari con indicazione dei relativi limiti di tolleranza, debba ritenersi che una contaminazione
            accidentale pari allo 0,1% e comunque non superiore allo 0,5% consistente in frammenti ossei di mammiferi riscontrati in un
            quantitativo di farina di pesce destinata alla produzione di mangimi per animali diversi dai ruminanti, sia tale da legittimare
            l’adozione di una drastica sanzione come quella della distruzione integrale della predetta farina di pesce.?
         
      
      
      3)
         Se la pretesa di escludere qualunque limite di tolleranza con riferimento alla presenza delle sostanze indicate nei precedenti
            quesiti, possa equivalere all’introduzione di una norma tecnica ai sensi della direttiva 83/189 (e successive modificazioni) 
               			(5)
               		?
         
      
      
      4)
         Se le disposizioni contenute negli artt. 28 e 30 del Trattato CE in tema di libera circolazione delle merci applicabili alla
            Norvegia in base agli artt. 8/16 dell’Accordo sullo Spazio Economico Europeo (Accordo SEE), con riferimento alle disposizioni
            contenute nella Decisione CE n. 2000/766 e nella Decisione CE n. 2001/9 sopra citate nel quesito n. 1, debbano essere interpretate
            in modo da escludere che uno Stato membro possa imporre l’osservanza di una tolleranza zero in un’ipotesi uguale a quella
            descritta nei precedenti quesiti n. 1 e n. 2».
         
      
      
      
        12.      Nell’ordinanza di rinvio il giudice a quo considera altresì quanto segue: È possibile che la farina di pesce confiscata, contenente
      meno dello 0,1% di frammenti di ossa di mammiferi, percentuale non contestata nel corso del procedimento, abbia subito una
      contaminazione accidentale. Pertanto, dovrebbe essere applicato il principio generale, accolto dalla normativa comunitaria
      di diversi settori, dell’accettazione di un limite ragionevole di tolleranza.
      
      
      III – Analisi
       A – Le prime due questioni
        13.      Il fulcro della presente causa si colloca nelle prime due questioni. La prima questione ha ad oggetto l’interpretazione –
      e, entro certi limiti, anche la validità – delle decisioni 2000/766 e 2001/9. A tali decisioni è stata data esecuzione da
      parte delle autorità nazionali. La seconda questione ha ad oggetto la proporzionalità di tale norma di esecuzione.
      
      
        14.      Il sistema normativo comunitario per la prevenzione della contaminazione incrociata delle encefalopatie spongiformi trasmissibili
      si caratterizza per la sua severità. L’impiego di proteine animali nell’alimentazione del bestiame è, in linea di principio
      assolutamente vietata. Unicamente per la farina di pesci – che non può di per sè implicare alcuna encefalopatia spongiforme
      – vige un’eccezione, semprecché siano osservate le condizioni necessarie affinché non venga contaminata.
      
      
        15.      Le dette norme sono dirette a evitare che la farina di pesce, in una qualche fase della sua produzione, lavorazione o trasporto
      entri in contratto con altre proteine animali lavorate che potrebbero risultare contaminate dalla encefalopatia spongiforme.
      E tali norme vanno ancora più in là: al fine di dare la protezione più efficace possibile nei confronti della diffusione della
      malattia, è persino totalmente vietata l’alimentazione di ruminanti con farina di pesce.
      
      
        16.      Secondo una vasta giurisprudenza della Corte, la salute pubblica e la vita delle persone occupano il primo posto tra gli interessi
      tutelati ai sensi dell’art. 30 CE 
         			(6)
         		. Inoltre l’art. 152, n. 1, CE, col dare attuazione al principio della prevenzione dispone che nella definizione e nell’attuazione
      di tutte le politiche ed attività della Comunità sia garantito un livello elevato di protezione della salute umana.
      
      
        17.      Questa Corte ha avuto ripetutamente occasione di richiamare l’attenzione sul fatto che i rischi connessi alla malattia della
      ESB sono effettivi e gravi e che le misure cautelari motivate dalla salvaguardia della salute umana nei confronti di tale
      malattia sono giustificate, sia per quanto riguarda le misure adottate dalla Commissione, che quelle adottate da uno Stato
      membro 
         			(7)
         		. I rischi sono di due tipi: da un lato il possibile collegamento tra la ESB e una variante della malattia di Creutzfeld–Jacob,
      che è presente nell’uomo e, dall’altro lato, il pericolo effettivo che il prione della ESB si trasmetta tramite la farina
      animale 
         			(8)
         		, alla quale viene attribuita la persistenza di tale prione.
      
      
        18.      Nell’ambito del dispositivo normativo comunitario per la lotta alla ESB, le misure di prevenzione della contaminazione incrociata
      dovuta alla presenza di proteine animali nell’alimentazione dei ruminanti, occupano un posto importante e sempre più importante.
      In tale ottica va considerata anche la decisione 2000/766. Come affermato dalla Commissione nel corso dell’udienza, precedenti
      analoghe misure, autonomamente adottate dal governo del Regno Unito, si sono rivelate molto efficaci. Le dette misure hanno
      potuto essere assunte come spunto per la decisione comunitaria di cui trattasi. L’eccezione per la farina di pesce destinata
      ai non ruminanti, è pertanto di limitata portata. Essa vale solo – come è dato di leggere expressis verbis nel secondo ‘considerando’
      del regolamento n. 1234/2003 
         			(9)
         		 – per la farina di pesce, il cui impiego non implica alcun rischio di ESB, e non ostacola il controllo delle proteine, che
      molto probabilmente implicano un rischio ESB.
      
      
        19.      Nel presente procedimento si è tuttavia partiti dall’idea di un possibile margine di tolleranza. In breve, il punto di vista
      della ricorrente si basa sul fatto che la farina di pesce destinata ai non ruminanti possa contenere quantitativi trascurabili
      di sostanze vettrici di encefalopatie spongiformi trasmissibili. Afferma a tal riguardo che il diritto comunitario, ammette
      in generale una contaminazione accidentale. Come esempio richiama la normativa comunitaria sugli organismi geneticamente modificati.
      Nel regolamento n. 49/2000, è stabilito un valore limite minimo dell’1% come livello di tolleranza per la presenza accidentale
      negli ingredienti alimentari di materiale proveniente da determinati organismi vegetali geneticamente modificati 
         			(10)
         		.
      
      
        20.      Tale posizione della ricorrente non può essere condivisa. Come anche osservato dai diversi intervenienti nel presente procedimento,
      il regolamento n. 49/2000 depone esattamente in senso contrario. Dato che il diritto comunitario non conosce alcun principio
      generale per cui possono verificarsi contaminazioni accidentali, era necessario che ciò fosse precisato esplicitamente nel
      detto regolamento. Trovo ancora più importante il fatto che è assolutamente attendibile che la presenza di encefalopatie spongiformi
      trasmissibili, anche in concentrazioni molto basse, costituisce un pericolo per la diffusione delle malattie della ESB. Nella
      sentenza Eurstock 
         			(11)
         		, la Corte ha già avuto modo di occuparsi delle raccomandazioni scientifiche nel detto settore. Il prione della ESB è persistente
      e sopravvive anche in basse concentrazioni. In tale causa il governo irlandese ha a ragione affermato che la bassa concentrazione
      poteva senz’altro costituire ancora un pericolo per la diffusione della malattia, considerato che le basse concentrazioni
      sono difficili da depistare.
      
      
        21.      In tale ottica debbono altresì configurarsi le decisioni 2000/766 e 2001/9. Le condizioni previste per le farine di pesce
      sono dirette a evitare che la farina di pesce destinata all’alimentazione animale possa essere contaminata. La farina di pesce
      non deve pertanto venire a contatto con altri alimenti per animali. Il divieto generale di somministrare farine di pesci ai
      ruminanti rientra in questo contesto. Fintantoché non sarà stata raggiunta la assoluta certezza che quand’anche sia stato
      ottemperato ai requisiti di cui all’allegato I della decisione 2001/9, sia esente da contaminazione, la farina di pesce non
      potrà essere somministrata ai ruminanti.
      
      
        22.      Suggerisco pertanto a questa Corte, di risolvere la prima questione come segue: Le norme comunitarie per la lotta alla ESB,
      e in particolare la decisione 2000/766 e la decisione 2001/9, implicano che la farina di pesce utilizzata come mangime per
      animali diversi dai ruminanti non deve contenere alcun frammento di ossa di mammiferi. Il diritto comunitario non consente
      margini di tolleranza.
      
      
        23.      Ciò mi porta ad esaminare le norme, sulla base delle quali si fonda la seconda questione sollevata dal giudice a quo. Il solo
      problema sta nel fatto che un importatore come la ricorrente nel procedimento principale, ha forse adottato le necessarie
      misure, quali descritte nella normativa comunitaria, ma ciononostante le competenti autorità hanno riscontrato una contaminazione
      della farina di pesce. Come affermato dal giudice a quo è persino possibile che la farina di pesce sia stata contaminata accidentalmente.
      In un caso siffatto, uno Stato membro, ai sensi del diritto comunitario, ha il potere o addirittura l’obbligo di imporre una
      sanzione?
      
      
        24.      Tale questione richiede una soluzione alla luce del principio di proporzionalità ai sensi del quale dev’essere trovato una
      via di compromesso tra la serietà di possibili contaminazioni e rischi per la salute pubblica, da un lato, e gli ostacoli
      alla libera circolazione, dall’altro, e, congiuntamente ad essi, il requisito della certezza del diritto per l’importatore.
      
      
        25.      Come già dichiarato dalla Corte nella sentenza Eurostock 
         			(12)
         		 nessun paese deve consentire che tessuti nei quali potrebbe nascondersi l’agente dell’encefalopatia spongiforme bovina penetrino
      in una qualche catena alimentare. Le misure che gli Stati membri devono adottare debbono essere tali, da poter stabilire con
      sicurezza che materiale contaminato non si ritrovi in alcun modo nella catena alimentare. La distruzione è pertanto spesso
      e forse anche l’unica misura idonea.
      
      
        26.      Non vi è pertanto dubbio alcuno che uno Stato membro deve adottare le norme necessarie al fine di tutelare nella misura del
      possibile la popolazione dal rischio della ESB. Ciò implica che se le autorità di uno Stato membro ritrovano materiale infetto,
      debbono infliggere sanzioni ai responsabili, anche se la legislazione comunitaria non prevede l’applicazione di sanzioni –
      specifiche –. Ambedue le considerazioni conseguono dai criteri elaborati dalla giurisprudenza, per garantire la portata e
      l’efficacia del diritto comunitario. Tale garanzia dev’essere, tra altro, efficace, proporzionale e aver forza dissuasiva 
         			(13)
         		.
      
      
        27.      Dato siffatto grave rischio di contaminazione da ESB, la proporzionalità della misura è, a mio avviso, fuori di ogni dubbio.
      
      
        28.      Voglio ancora aggiungere le seguenti considerazioni. Rientra nella responsabilità di un commerciante di farina di pesci adottare
      tutte le misure al fine di evitare la contaminazione della farina. Allo stesso tempo tale commerciante è consapevole, o quantomeno
      deve esserlo, che quand’anche adotti tutte le misure ragionevoli e necessarie, non vi è alcuna certezza che la farina di pesce
      non sia contaminata. Inoltre egli sa, o quantomeno deve sapere, che dal punto di vista della tutela della salute la distruzione
      del materiale contaminato – come sopra detto – costituisce spesso la sola misura idonea. Il commercio della farina di pesce
      è quindi un’attività, che per l’imprenditore interessato, implica un rischio certo. Il danno che subisce quando, senza sua
      responsabilità, si verifica una contaminazione fa parte, a mio avviso, del normale rischio imprenditoriale di un commerciante
      di farina di pesce nei confronti del quale questi deve pertanto premunirsi.
      
      
        29.      Suggerisco pertanto a questa Corte di risolvere la seconda questione sottopostale dal giudice a quo come segue: In una ipotesi
      in cui farina di pesce destinata alla produzione di mangimi per animali diversi dai ruminanti sia contaminata da frammenti
      di ossa di mammiferi, la distruzione della partita di farina di pesce contaminata è una misura compatibile col principio di
      proporzionalità, anche quando la contaminazione è di piccola entità e accidentale.
      
      
       B – La terza e la quarta questione
        30.      Alla luce di quanto sopra, sono del parere che la terza e la quarta questione sollevata dal giudice a quo non richiedano soluzioni.
      
      
        31.      Per quanto riguarda la terza questione: ai sensi dell’art. 10 della direttiva 98/34, l’obbligo di notificazione non si applica
      alle disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative o agli accordi facoltativi con i quali gli Stati membri si
      conformano agli atti comunitari cogenti che danno luogo all’adozione di specificazioni tecniche. Considerato che le norme
      nazionali applicabili nella presente fattispecie riguardano l’attuazione delle decisioni comunitarie 2000/766 e 2001/9, e
      rientrano pertanto nell’ambito dell’applicazione di tali decisioni, la terza questione non presenta pertanto rilevanza.
      
      
        32.      Per quanto riguarda la quarta questione: tale questione si caratterizza per il fatto che verte sull’importazione di farina
      di pesce dalla Norvegia in Italia. La questione del giudice a quo riguarda pertanto l’interpretazione dell’Accordo sullo Spazio
      Economico Europeo, e, più in particolare, degli artt. 13 e 20 di tale accordo, come pure dell’art. 2, n. 5, del Protocollo
      n. 9, sul commercio del pesce e di altri prodotti del mare.
      
      
        33.      Invero, dal momento che nel commercio interno vige il principio della tolleranza zero e che, le norme in considerazione che
      ostacolano il commercio – compresa la sanzione posta a carico della ricorrente nel procedimento principale – sono inoltre
      consentite da norme di diritto comunitario interno, non si rende necessario valutare in quale misura il commercio della farina
      di pesce costituisca parte dell’Accordo SEE. La conseguenza di tale accordo non può mai essere che una norma, che ostacola
      il commercio, prescritta – o almeno consentita – nel commercio interno da norme di diritto comunitario secondario, non sia
      consentita, in caso di importazione di un prodotto da un paese che non è paese terzo, bensì parte del detto accordo. Qualora
      la normativa comunitaria considerata non sia vincolante per l’importazione da un siffatto paese, l’ostacolo al commercio viene
      giustificato dal disposto dell’art. 13 dell’Accordo SEE, che equivale all’art. 30 CE.
      
       
      IV – Conclusioni
        34.      Alla luce di quanto sopra suggerisco a questa Corte di risolvere le questioni sottopostele dal Tribunale di Treviso come segue:
      
        
      –
         per quanto riguarda la prima questione: le norme comunitarie per la lotta alla ESB, e, in particolare, la decisione del Consiglio
            4 dicembre 2000, 2000/766/CE, relativa a talune misure di protezione nei confronti delle encefalopatie spongiformi trasmissibili
            e la somministrazione di proteine animali nell’alimentazione degli animali e la decisione della Commissione 29 dicembre 2000,
            2001/9/CE, in merito a misure di controllo necessarie per l’attuazione della decisione 2000/766/CE del Consiglio, comportano
            che la farina di pesce, utilizzata per l’alimentazione di animali diversi dai ruminanti, non deve contenere frammenti di ossa
            di mammiferi. Il diritto comunitario non riconosce margini di tolleranza.
         
      
      
        
      –
         Per quanto riguarda la seconda questione: in una fattispecie in cui la farina di pesce destinata alla produzione di mangimi
            per animali diversi dai ruminanti fosse contaminata da frammenti di ossa di mammiferi, la distruzione della partita di farina
            di pesce contaminata è una misura conforme al principio di proporzionalità, anche se tale contaminazione sia di scarsa entità
            e accidentale.
         
      
      
        
      –
         Non si rende necessario risolvere la terza e la quarta questione.
      
      
      
      
       1 –
         
         Lingua originale: l'olandese.
      
      2 –
         
         Tra altro indicata nelle presenti conclusioni come «ESB».
            
         
      
      3 –
         
         In particolare decisione del Consiglio 4 dicembre 2000, 2000/766/CE, relativa a talune misure di protezione nei confronti
            delle encefalopatie spongiformi trasmissibili e la somministrazione di proteine animali nell'alimentazione degli animali (GU L 306,
            pag. 32; in prosieguo: la «decisione 2000/766») e decisione della Commissione 29 dicembre 2000, 2001/9/CE, in merito a misure
            di controllo necessarie per l'attuazione della decisione 2000/766/CE del Consiglio concernente certe misure di protezione
            relative alle encefalopatie spongiformi trasmissibili e alla somministrazione di proteine animali (GU L 2, pag. 32; in prosieguo:
            la «decisione 2001/9»).
            
         
      
      4 –
         
         La direttiva del Consiglio 11 dicembre 1989, 89/662/CEE, relativa ai controlli veterinari applicabili negli scambi intracomunitari,
            nella prospettiva della realizzazione del mercato interno (GU L 395, pag. 13) e, in particolare, l'art. 10, n. 4, e la direttiva
            del Consiglio 18 dicembre 1997, 97/79/CE, che modifica le direttiva 71/118/CEE, 72/462/CEE, 85/73/CEE, 91/67/CEE, 91/493/CEE,
            92/45/CEE e 92/118/CEE per quanto riguarda l'organizzazione dei controllo veterinari per i prodotti che provengono da paesi
            terzi e che sono introdotti nella Comunità (GU L 24, pag. 31), in particolare l'art. 22.
            
         
      
      5 –
         
         La direttiva in materia di notifiche 83/189/CEE è stata modificata nell'agosto 1998 con direttiva del Parlamento europeo e
            del Consiglio 22 giugno 1998, 98/34/CE, che prevede una procedura d'informazione nel settore delle norme e della regolamentazioni
            tecniche (GU L 204, pag. 37). È questa direttiva qui per ultimo menzionata quella alla quale si intende fare riferimento «strictu
            sensu».
            
         
      
      6 –
         
         V., ad esempio, sentenza 24 ottobre 2002, causa C-121/00, Hahn (Racc. pag. I-9193, punto 38).
            
         
      
      7 –
         
         V. tra altre sentenza della Corte 22 maggio 2003, causa C-393/01, Francia/Commissione (Racc. pag. I-5456, punto 42).
            
         
      
      8 –
         
         V., a questo proposito, anche sentenza della Corte 3 luglio 2003, causa C-220/01, Lennox (non ancora pubblicata nella Raccolta).
            
         
      
      9 –
         
         Regolamento (CE) della Commissione 10 luglio 2003, n. 1234,che modifica gli allegati I, IV, XI del regolamento (CE) n. 999/2001
            relativo alle encefalopatie spongiformi trasmissibili e all'alimentazione degli animali (GU L 173, pag. 6).
            
         
      
      10 –
         
         Regolamento (CE) della Commissione 10 gennaio 2000, n. 49, che modifica il regolamento (CE) n. 1139/98 del Consiglio concernente
            l'obbligo di indicare nell'etichettatura di alcuni prodotti alimentari derivati da organismi geneticamente modificati caratteristiche
            diverse da quelle di cui alla direttiva 79/112/CEE (GU L 6, pag. 13).
            
         
      
      11 –
         
         Sentenza della Corte 5 dicembre 2000, causa C-477/98 (Racc. pag. I-10695, punti 63-66).
            
         
      
      12 –
         
         Sentenza già citata alla nota 11, punto 63.
            
         
      
      13 –
         
         V., ad esempio, sentenza 21 settembre 1989, causa 68/88, Commissione/Grecia (Racc. pag. 2965).