CELEX: C2004/262/26
Language: it
Date: 2004-10-23 00:00:00
Title: Causa C-308/04 P: Ricorso della SGL Carbon AG contro la sentenza del Tribunale di primo grado delle Comunità europee (Seconda Sezione) 29 aprile 2004 nelle cause riunite T-236/01, T-239/01, T-244/01 - T-246/01, T-251/01 e T-252/01, Tokai e a. contro Commissione delle Comunità europee relativamente alla causa T-239/01 presentato il 19 luglio 2004

23.10.2004   
            
            
               IT
            
            
               Gazzetta ufficiale dell'Unione europea
            
            
               C 262/14
            
         Ricorso della SGL Carbon AG contro la sentenza del Tribunale di primo grado delle Comunità europee (Seconda Sezione) 29 aprile 2004 nelle cause riunite T-236/01, T-239/01, T-244/01 - T-246/01, T-251/01 e T-252/01, Tokai e a. contro Commissione delle Comunità europee relativamente alla causa T-239/01 presentato il 19 luglio 2004
   (Causa C-308/04 P)
   (2004/C 262/26)
   Il 19 luglio 2004 la SGL Carbon AG rappresentata dagli avv.ti Dr. Martin Klusmann e Dr. Kirsten Bechmann dello studio Freshfields Bruckhaus Deringer, Freiligrathstr. 1, D-40479 Düsseldorf, ha presentato dinanzi alla Corte di giustizia delle Comunità europee un ricorso contro la sentenza del Tribunale di primo grado delle Comunità europee (Seconda Sezione) del 29 aprile 2004 nelle cause riunite T-236/01, T-239/01, T-244/01 -T-246/01, T-251/01 e T-252/01, Tokai e a. contro Commissione delle Comunità europee relativamente alla causa T-239/01.
   La ricorrente conclude che la Corte voglia:
   
               1)
            
            
               fatte salve le domande presentante in primo grado, annullare parzialmente la sentenza del Tribunale di primo grado delle Comunità europee nella causa T-239/01 in quanto respinge il ricorso nella parte in cui è rivolto contro gli artt. 3 e 4 della decisione della convenuta 18 luglio 2001;
            
         
               2)
            
            
               in subordine, ridurre adeguatamente l'ammenda inflitta alla ricorrente nell'art. 3 della decisione COMP/E-1/36.490 nonché gli interessi di mora e di litispendenza stabiliti nell'art. 4 della decisione in combinato disposto con la lettera della convenuta del 23 luglio 2001 (SG 2001) D/290091;
            
         
               3)
            
            
               in ulteriore subordine rimettere la controversia al Tribunale di primo grado per una nuova decisione tenendo conto degli orientamenti giuridici della Corte;
            
         
               4)
            
            
               condannare la convenuta a tutte le spese di causa.
            
         Motivi e principali argomenti:
   La ricorrente chiede con complessivi 7 motivi un annullamento degli artt. 3 e 4 della decisione della Commissione che va oltre quello concesso con la sentenza di primo grado:
   
               1.
            
            
               Essa fa valere innanzi tutto la violazione del principio ne bis in idem in quanto non si è tenuto conto del fatto che gli stessi atti erano già stati sanzionati nel Nord America prima dell'adozione della decisione della Commissione impugnata. Essa sostiene che, essendo identici gli obiettivi materiali di tutela delle norme di divieto vigenti a tutela della concorrenza in Europa e nel Nord America, si sarebbe dovuto tenere conto di sanzioni inflitte precedentemente per gli stessi fatti. Questo deriva o direttamente dal principio ne bis in idem nella sua ampia accezione, che trova applicazione nei rapporti tra il diritto comunitario ed il diritto degli Stati terzi, o dal principio del «natural justice», che è formulato in senso ancora più ampio e vige a decorrere dalla giurisprudenza «Walt Wilhelm». Per il resto la Corte di giustizia nella sua sentenza nella causa Boehringer ha già sancito l'obbligo di tener conto fondamentalmente delle sanzioni US nel caso dell'esistenza di un idem, cosa che il Tribunale di primo grado non ha fatto.
            
         
               2.
            
            
               Relativamente agli accertamenti del Tribunale sulla determinazione degli importi delle ammende si fa valere che il Tribunale ingiustamente non ha intrapreso nei confronti della ricorrente alcun adeguamento al ribasso dell'importo iniziale dell'ammenda, benché questo sarebbe dovuto avvenire per conformarsi senza discriminazioni ai criteri di calcolo stabiliti dal Tribunale.
            
         
               3.
            
            
               Col terzo motivo si fa valere l'illegittimità dell'aumento specifico del 21 % dell'importo dell'ammenda relativamente ad avvertimenti telefonici prima dell'inizio dell'indagine della Commissione. Questi avvertimenti non costituiscono elementi dell'infrazione e, contrariamente alla tesi del Tribunale, non devono essere presi in considerazione, senza violare il principio nulla poena sine lege, come circostanze aggravanti nell'ambito del calcolo dell'ammenda ai sensi dell'art. 15, n. 2 del regolamento n. 17. La giurisprudenza nella causa Sarrió, menzionata dal Tribunale per sostenere la tesi opposta, non è pertinente, poiché nella fattispecie che è alla base di tale causa circostanze aggravanti sono state prese in considerazione per aumentare l'ammenda, ma non atti successivi, che avrebbero dovuto o potuto ostacolare in maniera pregiudizievole l'accertamento dei fatti. Per il resto il Tribunale nella presente fattispecie avrebbe presupposto in maniera speculativa fatti interni a svantaggio della ricorrente, il che è incompatibile con le regole in materia di prova.
            
         
               4.
            
            
               Per quanto riguarda il calcolo dell'ammenda si fa valere poi il superamento del limite del 10 % del volume d'affari realizzato previsto dall'art. 15, n. 2 del regolamento 17. Se la Commissione si fosse basata sull'effettivo fatturato dell'anno 2000 o dell'anno 1999, avrebbe dovuto limitare l'importo aritmetico dell'ammenda al 10 % del volume d'affari prima dell'applicazione della «regola della cogerazione». Il Tribunale ha nel complesso ingiustamente lasciata irrisolta tale questione, ammettendo erroneamente in diritto che essa non ha alcuna rilevanza per il rigetto della relativa censura dedotta.
            
         
               5.
            
            
               Inoltre, si addebita al Tribunale la mancata presa in considerazione della rilevanza di documenti tenuti segreti nell'ambito dell'esame incompleto del fascicolo. A completamento di quanto fatto valere in primo grado la ricorrente sostiene che sono stati utilizzati per la prima volta nella decisione da parte del Tribunale di primo grado nuovi documenti a suo carico che erano ad essa sconosciuti e sui quali precedentemente essa non era mai stata sentita.
            
         
               6.
            
            
               La ricorrente fa valere poi il fatto che non si sia tenuto affatto conto della diminuzione incontestabile della sua capacità finanziaria nell'ambito della determinazione dell'ammenda in violazione del principio di proporzionalità e della libertà di proprietà. Le sanzioni previste dal diritto della concorrenza non possono mettere in pericolo l'esistenza dei destinatari delle stesse; un criterio per l'esame dell'adeguatezza e dell'equità nel singolo caso di sanzioni sarebbe l'impresa come operatore. Basarsi sulle parti dell'impresa che potrebbero ancora essere salvate in caso di insolvenza intervenuta a seguito di un'ammenda è illegittimo. Qualsiasi determinazione di una sanzione deve avvenire in modo che non vi sia nessuna «sentenza di morte» economica.
            
         
               7.
            
            
               Infine, la ricorrente fa valere la mancata decisione sulla sua censura, articolata in più parti, relativa alla fissazione degli interessi di mora e di litispendenza respinta solo alla fine. Il Tribunale ha ingiustamente omesso di tener conto del fatto che non vi è alcun fondamento giuridico né per la determinazione degli interessi né per il tasso di interesse adottato nella fattispecie. Anche se si ammette che la fissazione di interessi sia fondamentalmente legittima per la determinazione di interessi per impedire ricorsi abusivi per raggiungere tale obiettivo è in ogni caso necessaria in una misura considerevolmente più bassa. Questo vale innanzi tutto in un contesto in cui il livello delle sanzioni è drasticamente cresciuto, cosa che comporta anche un livello assoluto nettamente accresciuto degli interessi imposti. Nella sentenza impugnata non sono state trattate le censure materiali dedotte; invece il Tribunale si è pronunciato su una censura che la ricorrente non aveva dedotto.