CELEX: 62007CJ0381
Language: it
Date: 2008-11-06
Title: Sentenza della Corte (Seconda Sezione) del 6 novembre 2008. # Association nationale pour la protection des eaux et rivières - TOS contro Ministère de l’Écologie, du Développement et de l’Aménagement durables. # Domanda di pronuncia pregiudiziale: Conseil d’État - Francia. # Inquinamento dell’ambiente idrico - Direttiva 2006/11/CE - Art. 6 - Sostanze pericolose - Scarichi - Autorizzazione preventiva - Fissazione di norme di emissione - Regime dichiarativo - Piscicolture. # Causa C-381/07.

Causa C‑381/07
      Association nationale pour la protection des eaux et rivières - TOS
      contro
      Ministère de l’Écologie, du Développement et de l’Aménagement durables
      [domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Conseil d’État (Francia)]
      «Inquinamento dell’ambiente idrico — Direttiva 2006/11/CE — Art. 6 — Sostanze pericolose — Scarichi — Autorizzazione preventiva — Fissazione di norme di emissione — Regime dichiarativo — Piscicolture»
      Massime della sentenza
      Ambiente — Inquinamento delle acque — Direttiva 2006/11 — Esecuzione dei programmi specifici comprendenti standard di qualità
            ambientale al fine di ridurre l’inquinamento provocato da certe sostanze pericolose 
      (Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 2006/11, art. 6 e allegato I, liste II)
      L’art. 6 della direttiva 2006/11, concernente l’inquinamento provocato da certe sostanze pericolose scaricate nell’ambiente
         idrico della Comunità, che impone agli Stati membri di assoggettare ad un’autorizzazione preventiva che fissi le norme di
         emissione qualunque scarico che può contenere una delle sostanze comprese nell’elenco II dell’allegato I della direttiva,
         non può essere interpretato nel senso che esso consente agli Stati membri, una volta che siano stati adottati, in applicazione
         di tale articolo, programmi di riduzione dell’inquinamento delle acque comprendenti standard di qualità ambientale, di istituire,
         per taluni impianti ritenuti scarsamente inquinanti, un regime dichiarativo cui si accompagni un richiamo di tali standard
         e un diritto, a favore dell’autorità amministrativa, di opporsi all’apertura dell’azienda o d’imporre valori limite per lo
         scarico specifici per l’impianto interessato.
      
      Infatti, da un lato, un esame preventivo e specifico di qualunque scarico programmato che potrebbe contenere sostanze dell’elenco
         II è necessario ai fini dell’attuazione dei programmi di riduzione dell’inquinamento delle acque stabiliti dagli Stati membri
         conformemente all’art. 6, n. 1, della suddetta direttiva, in base al quale l’assoggettamento di qualsiasi scarico di questo
         tipo ad un’autorizzazione preventiva costituisce uno dei modi di attuazione di tali programmi. Un esame siffatto è necessario
         anche per fissare in qualunque caso di scarico autorizzato le norme di emissione determinate in funzione degli standard di
         qualità ambientale previsti in tali programmi e diretti a ridurre gli scarichi contenenti una o più sostanze dell’elenco II.
         Tale esame richiede inoltre una valutazione dello stato concreto delle acque di ricevimento che deve essere preso in considerazione
         per determinare le norme di emissione. Dall’altro lato, un’autorizzazione tacita non può essere compatibile con l’esigenza
         di fissare nell’autorizzazione preventiva norme di emissione.
      
      (v. punti 27, 35 e dispositivo)
SENTENZA DELLA CORTE (Seconda Sezione)
      6 novembre 2008 (*)
      
      «Inquinamento dell’ambiente idrico – Direttiva 2006/11/CE – Art. 6 – Sostanze pericolose – Scarichi – Autorizzazione preventiva – Fissazione di norme di emissione – Regime dichiarativo – Piscicolture»
      Nel procedimento C‑381/07,
      avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’art. 234 CE, dal Conseil d’État
         (Francia), con decisione 4 giugno 2007, pervenuta in cancelleria l’8 agosto 2007, nella causa
      
      Association nationale pour la protection des eaux et rivières – TOS
      contro
      Ministère de l’Écologie, du Développement et de l’Aménagement durables,
      
      LA CORTE (Seconda Sezione),
      composta dal sig. C.W.A. Timmermans, presidente di sezione, dai sigg. J.‑C. Bonichot, J. Makarczyk, P. Kūris (relatore) e
         L. Bay Larsen, giudici,
      
      avvocato generale: sig. J. Mazák
      cancelliere: sig. B. Fülöp, amministratore
      vista la fase scritta del procedimento e in seguito alla trattazione orale del 26 giugno 2008,
      considerate le osservazioni presentate:
      –        per l’Association nationale pour la protection des eaux e rivières – TOS, dal sig. P. Jeanson, vice-presidente di tale associazione;
      –        per il governo francese, dal sig. G. de Bergues e dalla sig.ra A.‑L. During, in qualità di agenti;
      –        per il governo italiano, dal sig. I.M. Braguglia, in qualità di agente, assistito dal sig. P. Gentili, avvocato dello Stato;
      –        per il governo olandese, dal sig. M. de Grave, in qualità di agente;
      –        per la Commissione delle Comunità europee, dalla sig.ra S. Pardo Quintillán e dal sig. J.‑B. Laignelot, in qualità di agenti,
      vista la decisione, adottata dopo aver sentito l’avvocato generale, di giudicare la causa senza conclusioni,
      ha pronunciato la seguente
      Sentenza
      1        La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione dell’art. 6 della direttiva del Parlamento europeo e del
         Consiglio 15 febbraio 2006, 2006/11/CE, concernente l’inquinamento provocato da certe sostanze pericolose scaricate nell’ambiente
         idrico della Comunità (GU L 64, pag. 52).
      
      2        Tale domanda è stata sollevata dal Conseil d’État nell’ambito di ricorsi per eccesso di potere proposti dall’Association nationale
         pour la protection des eaux et rivières – TOS diretti ad ottenere l’annullamento, in particolare, del decreto 17 luglio 2006,
         n. 2006-881, che modifica il decreto 29 marzo 1993, n. 93‑743, relativo alla nomenclatura delle operazioni soggette ad autorizzazione
         o a dichiarazione in applicazione dell’art. 10 della legge 3 gennaio 1992, n. 92‑3, sulle acque, e il decreto 29 aprile 1994,
         n. 94‑354, relativo alle aree di ripartizione delle acque (JORF del 18 luglio 2006, pag. 10786), nonché del decreto 27 luglio
         2006, n. 2006‑942, che modifica la nomenclatura degli impianti classificati (JORF del 29 luglio 2006, pag. 11336).
      
       Contesto normativo
       La normativa comunitaria
      3        La direttiva 2006/11 che, conformemente all’art. 1, lett. a), si applica in particolare alle acque interne superficiali, ossia,
         ai sensi dell’art. 2, lett. a), a «tutte le acque dolci superficiali correnti o stagnanti situate sul territorio di uno o
         più Stati membri», ai suoi sesto, settimo e ottavo ‘considerando’ enuncia quanto segue:
      
      «(6)      Per garantire una protezione efficace dell’ambiente idrico della Comunità, è necessario stabilire un primo elenco, detto elenco
         I, contenente un certo numero di sostanze singole, scelte soprattutto in base alla loro tossicità, alla loro persistenza e
         alla loro capacità di bioaccumulo, escluse le sostanze che sono biologicamente innocue o che si trasformano rapidamente in
         sostanze biologicamente innocue, nonché un secondo elenco, detto elenco II, contenente sostanze che hanno sull’ambiente idrico
         un effetto nocivo che può essere tuttavia limitato ad una determinata zona e che dipende dalle caratteristiche delle acque
         di ricevimento e dalla loro localizzazione. Qualsiasi scarico di tali sostanze dovrebbe essere soggetto ad un’autorizzazione
         preliminare che ne fissi le norme di emissione.
      
      (7)      Occorre eliminare l’inquinamento causato dallo scarico delle varie sostanze pericolose dell’elenco I (…).
      (8)      È necessario ridurre l’inquinamento delle acque provocato dalle sostanze dell’elenco II. A tale scopo, gli Stati membri dovrebbero
         adottare programmi comprendenti standard di qualità ambientale per le acque, stabiliti nel rispetto delle direttive del Consiglio
         quando esse esistono. Le norme di emissione applicabili a dette sostanze dovrebbero essere calcolate in funzione di tali standard
         di qualità ambientale».
      
      4        L’art. 3 della direttiva 2006/11 dispone quanto segue:
      
      «Gli Stati membri prendono i provvedimenti atti a eliminare l’inquinamento delle acque di cui all’articolo 1 provocato dalle
         sostanze pericolose comprese nelle famiglie e nei gruppi di sostanze contenuti nell’elenco I dell’allegato I (di seguito:
         “sostanze dell’elenco I”), nonché a ridurre l’inquinamento di tali acque provocato dalle sostanze pericolose comprese nelle
         famiglie e nei gruppi di sostanze contenuti nell’elenco II dell’allegato I (di seguito: “sostanze dell’elenco II”), a norma
         della presente direttiva». 
      
      5        Ai sensi dell’art. 6 della direttiva 2006/11, il cui tenore letterale è identico a quello dell’art. 7 della direttiva del
         Consiglio 4 maggio 1976, 76/464/CEE, concernente l’inquinamento provocato da certe sostanze pericolose scaricate nell’ambiente
         idrico della Comunità (GU L 129, pag. 23), che è stata abrogata dalla direttiva 2006/11:
      
      «1.      Per ridurre l’inquinamento delle acque di cui all’articolo 1 provocato dalle sostanze dell’elenco II, gli Stati membri stabiliscono
         programmi per la cui attuazione ricorrono in particolare ai mezzi previsti dai paragrafi 2 e 3.
      
      2.      Qualsiasi scarico nelle acque di cui all’articolo 1 che potrebbe contenere una delle sostanze dell’elenco II è soggetto ad
         autorizzazione preventiva, rilasciata dall’autorità competente dello Stato membro interessato, che ne fissi le norme di emissione.
         Tali norme vanno fissate in funzione degli standard di qualità ambientale stabiliti a norma del paragrafo 3.
      
      3.      I programmi di cui al paragrafo 1 contengono standard di qualità ambientale per le acque, stabiliti nel rispetto delle direttive
         del Consiglio quando esse esistono.
      
      (…)».
      6        L’elenco II delle famiglie e dei gruppi di sostanze di cui all’allegato I della direttiva 2006/11, previsto dagli artt. 3
         e 6 di quest’ultima, menziona al n. 8 le sostanze che esercitano un’influenza sfavorevole sul bilancio di ossigeno, in particolare
         l’ammoniaca e i nitriti.
      
      7        La direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 23 ottobre 2000, 2000/60/CE, che istituisce un quadro per l’azione comunitaria
         in materia di acque (GU L 327, pag. 1; in prosieguo: la «direttiva quadro sulle acque»), precedente alla direttiva 2006/11,
         ma le cui disposizioni si sostituiranno a quelle di quest’ultima a decorrere dal 22 dicembre 2013, conformemente all’art. 22,
         n. 2, della direttiva quadro sulle acque, all’art. 11 enuncia quanto segue: 
      
      «1.      Per ciascun distretto idrografico o parte di distretto idrografico internazionale compreso nel suo territorio, ciascuno Stato
         membro prepara un programma di misure, che tiene conto dei risultati delle analisi prescritte dall’articolo 5, allo scopo
         di realizzare gli obiettivi di cui all’articolo 4 (…).
      
      2.      Ciascun programma annovera le “misure di base” indicate al paragrafo 3 e, ove necessario, “misure supplementari”.
      3.      Con l’espressione “misure di base” si intendono i requisiti minimi del programma, in particolare:
      (…)
      g)      per gli scarichi da origini puntuali che possono provocare inquinamento, l’obbligo di una disciplina preventiva, come il divieto
         di introdurre inquinanti nell’acqua, o un obbligo di autorizzazione preventiva o di registrazione in base a norme generali
         e vincolanti, che stabiliscono controlli delle emissioni per gli inquinanti in questione, compresi i controlli a norma dell’articolo
         10 e dell’articolo 16 (…). 
      
      (…)».
      8        L’art. 22, n. 3, lett. b), della direttiva quadro sulle acque contiene la seguente disposizione transitoria:
      
      «ai fini dell’articolo 7 della direttiva 76/464/CEE, gli Stati membri possono applicare i principi previsti nella presente
         direttiva per individuare i problemi relativi all’inquinamento e le sostanze che li provocano, istituire standard di qualità
         e adottare misure».
      
       La normativa nazionale
      9        Al titolo «Acqua e ambienti idrici», le disposizioni del codice dell’ambiente, relative alle procedure di autorizzazione o
         dichiarazione di impianti, opere, lavori ed attività, sono intese, in base all’art. L. 211-1 di tale codice, a consentire
         una gestione equilibrata e durevole delle risorse idriche volta a garantire, tra l’altro, la tutela delle acque e la lotta
         contro ogni tipo di inquinamento. L’art. L. 211-2 del codice dell’ambiente prevede in particolare che le regole generali di
         preservazione della qualità e di ripartizione delle acque superficiali siano stabilite con decreto emanato secondo la procedura
         del Conseil d’État. Conformemente a tale articolo, queste regole generali fissano in particolare le norme di qualità e le
         misure necessarie al ripristino e alla preservazione di tale qualità, le condizioni in cui possono essere vietati o disciplinati
         gli scarichi, gli scoli, i rigetti, i depositi diretti o indiretti di materiali e, più in generale, qualunque fatto idoneo
         ad alterare la qualità delle acque e dell’ambiente idrico, così come le condizioni in cui possono essere prescritte le misure
         necessarie per preservare tale qualità. A completamento di queste regole generali, disposizioni nazionali o disposizioni che
         riguardano specificamente talune parti del territorio sono altresì stabilite con decreto emanato secondo la procedura del
         Conseil d’État, ai sensi dell’art. L. 211‑3 dello stesso codice. 
      
      10      L’art. L. 214-1 del codice dell’ambiente dispone quanto segue:
      
      «Sono soggetti alle disposizioni degli artt. da L. 214‑2 a L. 214‑6 gli impianti non menzionati nella nomenclatura degli impianti
         classificati, le opere, i lavori e le attività realizzati a scopi non domestici da qualsiasi persona fisica o giuridica, pubblica
         o privata, che comportano (…) scarichi, scoli, rigetti o depositi diretti o indiretti, cronici o episodici, anche non inquinanti».
      
      11      Ai sensi dell’art. L. 214‑2, primo comma, del codice dell’ambiente:
      
      «Gli impianti, le opere, i lavori e le attività di cui all’art. L. 214-1 sono definiti in una nomenclatura, stabilita con
         decreto emanato secondo la procedura del Conseil d’État su parere del Comité national de l’eau (comitato nazionale francese
         per l’acqua), e sottoposti ad autorizzazione o dichiarazione a seconda dei pericoli che essi presentano e della gravità dei
         loro effetti sulle risorse idriche e gli ecosistemi acquatici, tenuto conto in particolare dell’esistenza di zone e delimitazioni
         perimetrali istituite per la tutela dell’acqua e degli ambienti idrici». 
      
      12      L’art. L. 214‑3 del codice dell’ambiente prevede:
      
      «I.      Sono soggetti ad autorizzazione dell’autorità amministrativa gli impianti, le opere, i lavori e le attività tali da presentare
         pericoli per la salute e la sicurezza pubblica, nuocere al libero scorrimento delle acque, ridurre le risorse idriche, accrescere
         significativamente il rischio di inondazioni, arrecare grave danno alla qualità o alla diversità dell’ambiente idrico, segnatamente
         al popolamento ittico.
      
      (…)
      II.      Sono soggetti a dichiarazione gli impianti, le opere, i lavori e le attività che, non essendo tali da presentare detti pericoli,
         devono tuttavia rispettare le misure adottate in applicazione degli artt. L. 211-2 e L. 211-3. 
      
      Entro un termine stabilito con decreto emanato secondo la procedura del Conseil d’État, l’autorità amministrativa può opporsi
         all’operazione progettata se risulta che essa è incompatibile con le disposizioni dello schema generale di regolazione e di
         gestione delle acque o dello schema di regolazione e di gestione delle acque, o reca agli interessi di cui all’art. L. 211‑1
         un pregiudizio di gravità tale che nessuna misura permetterebbe di rimediarvi. I lavori non possono cominciare prima della
         scadenza di tale termine. 
      
      Anche se il rispetto degli interessi menzionati all’art. L. 211-1 non è garantito dall’attuazione delle misure adottate in
         applicazione degli artt. L. 211‑2 e L. 211‑3, l’autorità amministrativa può, in qualunque momento, imporre con decreto tutte
         le misure particolari necessarie. 
      
      (…)».
      13      Gli artt. da R. 214‑32 a R. 214‑40 del codice dell’ambiente contengono le disposizioni applicabili alle operazioni soggette
         a dichiarazione. La dichiarazione deve essere indirizzata, in base al primo di questi articoli, al prefetto del dipartimento
         o dei dipartimenti interessati, il quale, entro quindici giorni successivi al ricevimento della dichiarazione, invia al dichiarante,
         in applicazione dell’art. R. 214‑33 dello stesso codice, quando la dichiarazione è incompleta, un avviso di ricezione che
         indica i documenti o le informazioni mancanti o, quando la dichiarazione è completa, una ricevuta di dichiarazione che indica
         sia la data in cui l’operazione progettata, in mancanza di opposizione, potrà essere effettuata, sia la mancanza di opposizione
         che consente di compiere subito tale operazione. La stessa disposizione prevede che tale ricevuta sia accompagnata, ove necessario,
         da una copia delle prescrizioni generali applicabili. Il termine concesso al prefetto per consentirgli di opporsi ad un’operazione
         soggetta a dichiarazione è di due mesi, in base all’art. R. 214‑35 del detto codice, a decorrere dal ricevimento di una dichiarazione
         completa.
      
      14      Secondo l’art. R. 214-38 del codice dell’ambiente, gli impianti, le opere, i lavori o le attività interessati devono essere
         installati, realizzati e gestiti conformemente al fascicolo di dichiarazione e, se del caso, alle prescrizioni specifiche
         menzionate agli artt. R. 214‑35 e R. 214‑39 di tale codice. Quest’ultimo articolo prevede che la modifica delle prescrizioni
         applicabili ad un impianto possa essere domandata dal dichiarante al prefetto, il quale statuisce con decreto, e che essa
         possa anche essere imposta dal prefetto sulla base dell’art. L. 214‑33, II, terzo comma, del detto codice. Inoltre, l’art. R. 214‑40
         dello stesso codice dispone che qualunque modifica apportata dal dichiarante al progetto dichiarato e tale da comportare un
         notevole cambiamento degli elementi del fascicolo di dichiarazione iniziale prima della sua attuazione deve essere portata
         a conoscenza del prefetto, il quale può richiedere una nuova dichiarazione, soggetta alle stesse formalità della dichiarazione
         iniziale. 
      
      15      Il decreto n. 2006-881, di cui è chiesto l’annullamento nella causa principale, ha realizzato una rifusione della nomenclatura
         prevista dall’art. L. 214‑2, n. 1, del codice dell’ambiente, che compare nell’allegato dell’art. R. 214‑1 di tale codice sotto
         il titolo «Nomenclatura delle operazioni soggette ad autorizzazione o a dichiarazione in applicazione degli artt. da L. 214‑1
         a L. 214‑3 del codice dell’ambiente». Secondo la rubrica 3.2.7.0 di detta nomenclatura, come modificata, gli allevamenti ittici
         di acqua dolce (in prosieguo: gli «allevamenti ittici») rientrano ormai, a titolo di polizia delle acque, nella procedura
         di dichiarazione, mentre prima erano soggetti ad autorizzazione o a dichiarazione a seconda che dessero luogo a uno studio
         o ad una nota d’impatto. 
      
      16      Peraltro, in applicazione dell’art. L. 511‑1 del codice dell’ambiente, sono soggetti alle disposizioni di tale codice, relative
         agli impianti classificati per la tutela dell’ambiente, gli impianti che possono presentare pericoli o inconvenienti, vuoi
         in particolare per la salute, la sicurezza e la salubrità pubbliche, vuoi per l’agricoltura, vuoi per la tutela della natura
         e dell’ambiente. Conformemente all’art. L. 511-2 di questo stesso codice, tali impianti sono definiti nella nomenclatura degli
         impianti classificati che li sottopone ad autorizzazione del prefetto o a dichiarazione a seconda della gravità dei pericoli
         o degli inconvenienti che può comportare la loro gestione. 
      
      17      Il decreto n. 2006-942, di cui, parimenti, è chiesto l’annullamento nella causa principale, ha modificato tale nomenclatura.
         Ne risulta che gli allevamenti ittici sono ormai soggetti ad autorizzazione, a titolo della polizia degli impianti classificati
         per la tutela dell’ambiente, solo qualora la loro capacità di produzione annua sia superiore a 20 tonnellate.
      
       Causa principale e questione pregiudiziale
      18      L’Association nationale pour la protection des eaux et rivières – TOS afferma, a sostegno dei ricorsi di annullamento dei
         decreti nn. 2006‑881 e 2006‑942 dinanzi al Conseil d’État, che questi ultimi violano le disposizioni dell’art. 6 della direttiva
         2006/11. 
      
      19      Dopo aver rilevato che gli scarichi degli allevamenti ittici contengono ammoniaca e nitriti, sostanze rientranti nell’elenco
         II, e che l’art. 6 della direttiva 2006/11 assoggetta gli scarichi che potrebbero contenere tali sostanze ad autorizzazione
         preventiva che ne fissa le norme di emissione, il giudice del rinvio constata nella sua decisione che, ad eccezione di quelli
         la cui capacità di produzione annua è superiore a 20 tonnellate, soggetti ad autorizzazione in base alla legislazione relativa
         agli impianti classificati per la tutela dell’ambiente, gli allevamenti ittici in quanto tali sono soggetti soltanto ad un
         regime dichiarativo. 
      
      20      Tuttavia il giudice del rinvio afferma che tale regime, tenuto conto del carattere ritenuto scarsamente inquinante degli impianti
         di piscicoltura, si basa su un obiettivo di semplificazione delle procedure amministrative e di migliore assegnazione dei
         mezzi di controllo. Egli rileva che il prefetto, nell’ambito di tale regime, dispone di un diritto di opposizione ai lavori,
         i quali possono avere inizio solo dopo che sia trascorso un termine di due mesi, e ove non si opponga può fissare prescrizioni
         tecniche per proteggere gli interessi di cui all’art. L. 211‑1 del codice dell’ambiente, in particolare fissando i valori
         limite di emissione di sostanze inquinanti. Egli considera che, in tale contesto, presenta serie difficoltà la questione se
         l’art. 6 della direttiva 2006/11 possa essere interpretato nel senso che esso consente agli Stati membri di istituire tale
         regime.
      
      21      Da ciò consegue che il Conseil d’État ha deciso di sospendere il procedimento riguardo alle conclusioni del ricorso di annullamento
         presentato contro il decreto n. 2006‑881, nella parte in cui esso assoggetta gli allevamenti ittici ad un regime dichiarativo
         a titolo della polizia delle acque, nonché riguardo al ricorso di annullamento del decreto n. 2006/942, e di sottoporre alla
         Corte la seguente questione pregiudiziale:
      
      «Se l’art. 6 della direttiva 2006/11 (…) possa essere interpretato nel senso che esso consente agli Stati membri, una volta
         che siano stati adottati, in applicazione di detto articolo, programmi di riduzione dell’inquinamento delle acque comprendenti
         standard di qualità ambientale, di istituire, per impianti ritenuti scarsamente inquinanti, un regime dichiarativo cui si
         accompagni un richiamo di tali prescrizioni e un diritto, a favore dell’autorità amministrativa, di opporsi all’apertura di
         un’azienda o d’imporre valori limite per lo scarico specifici per l’impianto interessato».
      
       Sulla questione pregiudiziale
      22      Per risolvere la questione sottoposta occorre rilevare, in primo luogo, che la direttiva 2006/11 non è diretta a subordinare
         l’apertura di aziende che potrebbero scaricare sostanze pericolose nell’ambiente idrico ad un regime particolare, di autorizzazione
         o di dichiarazione in funzione delle caratteristiche delle dette aziende. Essa è volta invece, come risulta in particolare
         dai suoi ‘considerando’, dal sesto all’ottavo, nonché dall’art. 3, ad eliminare l’inquinamento delle acque che rientrano nel
         suo ambito di applicazione provocato dalle sostanze contenute nell’elenco I, e a ridurre l’inquinamento delle stesse acque
         provocato dalle sostanze dell’elenco II, come l’ammoniaca e i nitriti. La direttiva 2006/11 non intende, quindi, obbligare
         gli Stati membri ad adottare misure applicabili specificamente a determinate aziende o impianti in quanto tali, ma impone
         loro di adottare le misure idonee ad eliminare o a ridurre l’inquinamento delle acque provocato dagli scarichi che potrebbero
         contenere sostanze pericolose a seconda della natura di queste ultime.
      
      23      Pertanto, al fine di ridurre l’inquinamento delle acque provocato dalle sostanze dell’elenco II, l’art. 6 della direttiva
         2006/11 dispone in particolare che gli Stati membri stabiliscono programmi che prevedono standard di qualità ambientale per
         le acque, stabiliti nel rispetto delle direttive del Consiglio quando esse esistono. Per l’attuazione di tali programmi il
         detto art. 6 prevede, al n. 2, che qualsiasi scarico nelle acque di cui all’art. 1 della stessa direttiva, che potrebbe contenere
         una di queste sostanze, sia soggetto ad autorizzazione preventiva rilasciata dall’autorità competente dello Stato membro interessato,
         che ne fissa le norme di emissione da stabilirsi in funzione degli standard di qualità ambientale.
      
      24      In secondo luogo occorre sottolineare che la direttiva 2006/11 non prevede alcuna eccezione alla norma contenuta nell’art. 6,
         n. 2. Pertanto, per i motivi esposti al punto 22 della presente sentenza, tale disposizione non pone distinzioni a seconda
         delle caratteristiche degli impianti da cui provengono gli scarichi e, in particolare, a seconda che tali impianti siano ritenuti
         molto inquinanti o scarsamente inquinanti. Essa non pone nemmeno distinzioni a seconda dell’entità degli scarichi. Pertanto
         un regime dichiarativo come quello descritto nella questione sottoposta dal giudice del rinvio potrebbe essere considerato
         consentito dall’art. 6 della direttiva 2006/11 solo nel caso in cui imponga all’autorità amministrativa competente di adottare
         per tutti gli scarichi una decisione che può essere considerata valere come autorizzazione preventiva ai sensi di tale articolo.
         
      
      25      Orbene, oltre al fatto che l’autorizzazione prevista dall’art. 6, n. 2, della direttiva 2006/11 deve essere preventiva a qualunque
         scarico che può contenere una delle sostanze comprese nell’elenco II, deve fissare le norme di emissione che sono calcolate
         in funzione degli standard di qualità ambientale definiti in un programma stabilito dallo Stato membro conformemente ai nn. 1
         e 3 dello stesso articolo. D’altronde la Corte ha avuto più volte modo di affermare che dall’art. 7, n. 2, della direttiva
         76/464, il cui tenore letterale era identico a quello dell’art. 6, n. 2, della direttiva 2006/11, risultava che le autorizzazioni
         dovevano contenere norme di emissione applicabili agli scarichi individuali autorizzati e calcolate in funzione degli obiettivi
         di qualità previamente stabiliti in un programma, ai sensi del n. 1 del detto art. 7, diretto a proteggere le acque degli
         specchi e dei corsi d’acqua in questione (v., in particolare, sentenza 2 giugno 2005, causa C‑282/02, Commissione/Irlanda,
         Racc. pag. I‑4653, punto 68, e la giurisprudenza ivi citata). La Corte ha anche precisato, riguardo allo stesso art. 7, n. 2,
         che le norme di emissione fissate nelle autorizzazioni preventive devono essere calcolate in funzione degli obiettivi di qualità
         stabiliti in tale programma in base all’esame delle acque di ricevimento (v. sentenza 25 maggio 2000, causa C‑384/97, Commissione/Grecia,
         Racc. pag. I‑3823, punto 41). 
      
      26      Ne consegue che un’autorizzazione preventiva ai sensi dell’art. 6, n. 2, della direttiva 2006/11 implica un esame caso per
         caso di tutte le domande presentate a tale scopo e non può essere tacita (v., per quanto riguarda in particolare l’art. 7
         della direttiva 76/464, sentenza 14 giugno 2001, causa C‑230/00, Commissione/Belgio, Racc. pag. I‑4591, punto 16). 
      
      27      Infatti, da un lato, un esame preventivo e specifico di qualunque scarico programmato che potrebbe contenere sostanze dell’elenco
         II è necessario ai fini dell’attuazione dei programmi di riduzione dell’inquinamento delle acque stabiliti dagli Stati membri
         conformemente all’art. 6, n. 1, della direttiva 2006/11, in base al quale l’assoggettamento di qualsiasi scarico di questo
         tipo ad un’autorizzazione preventiva costituisce uno dei modi di attuazione di tali programmi. Un esame siffatto è necessario
         anche per fissare in qualunque caso di scarico autorizzato le norme di emissione determinate in funzione degli standard di
         qualità ambientale previsti in tali programmi e diretti a ridurre gli scarichi contenenti una o più sostanze dell’elenco II.
         Tale esame richiede inoltre una valutazione dello stato concreto delle acque di ricevimento che deve essere preso in considerazione
         per determinare le norme di emissione. Dall’altro lato, un’autorizzazione tacita non può essere compatibile con l’esigenza
         di fissare nell’autorizzazione preventiva norme di emissione stabilite in base alle modalità summenzionate.
      
      28      Alla luce delle suesposte considerazioni, un regime dichiarativo come quello nella causa principale, cui si accompagni un
         richiamo degli standard di qualità ambientale previsti nei programmi di riduzione dell’inquinamento delle acque e un diritto,
         a favore dell’autorità amministrativa, di opporsi all’apertura di un’azienda o d’imporre valori limite per lo scarico specifici
         per l’impianto interessato, non può soddisfare i requisiti summenzionati dell’art. 6 della direttiva 2006/11, poiché esso
         non garantisce che tutti gli scarichi che possono contenere una sostanza dell’elenco II diano preventivamente luogo ad un
         esame specifico che conduce alla fissazione delle rispettive norme di emissione determinate in funzione degli standard di
         qualità ambientale applicabili e dello stato concreto delle acque di ricevimento. Un regime siffatto non impone, quindi, all’autorità
         amministrativa competente di adottare una decisione che può essere qualificata come autorizzazione preventiva ai sensi dell’art. 6,
         n. 2, della direttiva 2006/11. 
      
      29      Inoltre, né l’esistenza di regole generali di preservazione della qualità delle acque superficiali o di disposizioni nazionali
         o speciali di talune parti del territorio, come quelle previste dagli artt. L. 211‑2 e L. 211‑3 del codice dell’ambiente e
         al pari delle disposizioni applicabili agli allevamenti ittici stabilite con decreto adottato il 1° aprile 2008, secondo le
         indicazioni fornite in udienza, anche corredate di sanzioni, né la comunicazione al dichiarante di una copia delle prescrizioni
         generali applicabili come quella imposta dall’art. R. 214-33 dello stesso codice, possono supplire alla mancata fissazione
         di norme di emissione applicabili agli scarichi individuali determinate in funzione degli standard di qualità ambientale stabiliti
         e dello stato concreto delle acque di ricevimento. 
      
      30      Di conseguenza, contrariamente a quanto affermato dal governo francese, un regime dichiarativo come quello in questione nella
         causa principale non è corredato di disposizioni che possono assimilarlo in pratica ad un regime di autorizzazione semplificato
         che soddisfa i requisiti stabiliti nell’art. 6 della direttiva 2006/11. 
      
      31      Dall’insieme delle considerazioni che precedono risulta che, contrariamente a quanto sostenuto dai governi francese, italiano
         e dei Paesi Bassi nelle loro osservazioni scritte e orali, un regime dichiarativo come quello in questione nella causa principale,
         cui si accompagni un diritto di opposizione, anche se si basa su un obiettivo di semplificazione delle procedure amministrative
         e di migliore assegnazione dei mezzi di controllo, non può essere considerato equivalente al regime di autorizzazione preventiva
         di cui all’art. 6 della direttiva 2006/11.
      
      32      Tale conclusione non può essere rimessa in discussione dall’argomento avanzato dal governo dei Paesi Bassi in udienza e sostenuto
         anche dal governo francese, relativo alla direttiva quadro sulle acque. 
      
      33      E’ vero che gli Stati membri d’ora in poi possono applicare, in base alla disposizione transitoria di cui all’art. 22, n. 3,
         lett. b), della direttiva quadro sulle acque, ai fini dell’art. 6 della direttiva 2006/11, «i principi previsti nella [direttiva
         quadro sulle acque] per individuare i problemi relativi all’inquinamento e le sostanze che li provocano, istituire standard
         di qualità e adottare misure». In particolare, come ricordato dalla Commissione delle Comunità europee in udienza, l’art. 11,
         n. 3, lett. g), della direttiva quadro sulle acque, consente, per gli scarichi da origini puntuali che possono provocare inquinamento,
         l’adozione in particolare di un regime di registrazione e non impone quindi necessariamente un regime di autorizzazione preventiva.
      
      34      Tuttavia, tale regime di registrazione è concepibile, anche a titolo transitorio, solo nell’ambito dell’attuazione della direttiva
         quadro sulle acque. Orbene, il detto regime di registrazione non può essere applicato indipendentemente da altre misure previste
         da tale direttiva – la cui esistenza nel contesto della causa principale non risulta né dalla decisione di rinvio né dalle
         osservazioni presentate dal governo francese – e presuppone in particolare, come risulta dall’art. 11 di questa stessa direttiva,
         la previa identificazione di distretti idrografici, la realizzazione di analisi per ciascuno di essi, nonché l’elaborazione
         di un programma di misure, tenuto conto dei risultati di tali analisi, come anche la definizione dei controlli delle emissioni
         per gli inquinanti in questione.
      
      35       Da quanto sopra discende che occorre risolvere la questione sottoposta dichiarando che l’art. 6 della direttiva 2006/11 non
         può essere interpretato nel senso che esso consente agli Stati membri, una volta che siano stati adottati, in applicazione
         di tale articolo, programmi di riduzione dell’inquinamento delle acque comprendenti standard di qualità ambientale, di istituire,
         per taluni impianti ritenuti scarsamente inquinanti, un regime dichiarativo cui si accompagni un richiamo di tali standard
         e un diritto, a favore dell’autorità amministrativa, di opporsi all’apertura dell’azienda o d’imporre valori limite per lo
         scarico specifici per l’impianto interessato.
      
       Sulle spese
      36      Nei confronti delle parti nella causa principale il presente procedimento costituisce un incidente sollevato dinanzi al giudice
         del rinvio, cui spetta quindi statuire sulle spese. Le spese sostenute da altri soggetti per presentare osservazioni alla
         Corte non possono dar luogo a rifusione.
      
      Per questi motivi, la Corte (Seconda Sezione) dichiara:
      L’art. 6 della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 15 febbraio 2006, 2006/11/CE, concernente l’inquinamento provocato
            da certe sostanze pericolose scaricate nell’ambiente idrico della Comunità, non può essere interpretato nel senso che esso
            consente agli Stati membri, una volta che siano stati adottati, in applicazione di tale articolo, programmi di riduzione dell’inquinamento
            delle acque comprendenti standard di qualità ambientale, di istituire, per taluni impianti ritenuti scarsamente inquinanti,
            un regime dichiarativo cui si accompagni un richiamo di tali standard e un diritto, a favore dell’autorità amministrativa,
            di opporsi all’apertura dell’azienda o d’imporre valori limite per lo scarico specifici per l’impianto interessato.
      Firme
      * Lingua processuale: il francese.