CELEX: 31992D0180
Language: it
Date: 1992-02-25 00:00:00
Title: DECISIONE DEL CONSIGLIO del 25 febbraio 1992 che adotta la relazione annuale 1991-1992 sulla situazione economica della Comunità e che fissa gli orientamenti di politica economica da seguire nella Comunità nel 1992 (92/180/CEE) #

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31992D0180

DECISIONE DEL CONSIGLIO del 25 febbraio 1992 che adotta la relazione annuale 1991-1992 sulla situazione economica della Comunità e che fissa gli orientamenti di politica economica da seguire nella Comunità nel 1992 (92/180/CEE)  -   

Gazzetta ufficiale n. L 085 del 31/03/1992 pag. 0001 - 0030

DECISIONE DEL CONSIGLIO del 25 febbraio 1992 che adotta la relazione annuale 1991-1992 sulla situazione economica della Comunità e che fissa gli orientamenti di politica economica da seguire nella Comunità nel 1992 (92/180/CEE)IL  CONSIGLIO DELLE COMUNITÀ EUROPEE,  visto il trattato che istituisce la Comunità economica europea,  vista la decisione 90/141/CEE del Consiglio, del 12 marzo 1990, relativa alla realizzazione di una convergenza progressiva delle politiche e dei risultati economici durante la prima fase dell'unione economica e monetaria(1) , in particolare l'articolo  4,  vista la proposta della Commissione,  visto il parere del Parlamento europeo(2) ,  visto il parere del Comitato economico e sociale(3) ,  HA ADOTTATO LA PRESENTE DECISIONE:  Articolo 1  È adottata la relazione economica annuale 1991-1992 acclusa alla presente decisione e sono adottati gli orientamenti di politica economica da seguire nella Comunità nel 1992, enunciati nella relazione summenzionata.  Articolo 2  Gli Stati membri sono destinatari della presente decisione.  Fatto a Bruxelles, addì 25 febbraio 1992.  Per il Consiglio Il Presidente Vitor MARTINS   (1) GU n. L 78 del 24. 3. 1990, pag. 23.  (2) GU n. C 39 del 17. 2. 1992.  (3) Parere reso il 29 gennaio 1992 (non ancora pubblicato nella Gazzetta ufficiale).   RELAZIONE ECONOMICA ANNUALE 1991-1992   INTRODUZIONE E SINTESI  1991-1992: due anni di crescita più lenta La crescita dell'economia mondiale si è praticamente arrestata nel 1991, registrando un tasso del +0,2 % in termini reali. Fattori ciclici, rafforzati dagli effetti negativi della crisi del Golfo, hanno spinto nella recessione le economie di numerosi  importanti paesi industrializzati: Stati Uniti, Canada, alcuni paesi dell'EFTA e Regno Unito. Inoltre, nei paesi dell'Europa centrale ed orientale, le profonde trasformazioni in corso comportano un'inevitabile flessione produttiva, temporanea ma  consistente: l'impatto sulla Comunità resta peraltro limitato. La fine della fase di recessione produttiva in alcuni paesi ed un certo miglioramento del commercio internazionale giustificano l'aspettativa di una ripresa nel 1992, con tassi di crescita  del 2 % circa.  L'economia della Comunità europea è stata a sua volta colpita da tali fattori, che ha peraltro superato molto meglio di altre aree del mondo. Il miglioramento fondamentale nel funzionamento dell'economia della Comunità, attuato negli anni '80, ed i  forti impulsi espansivi generati dall'unificazione tedesca hanno permesso la continuità della crescita economica, sia pure a tasso ridotto. Si prevede che nel 1991 il tasso di crescita della Comunità scenda all' 11/4 % circa, dal 2,8 % registrato nel  1990. Nel 1992 si dovrebbe assistere ad un lieve miglioramento, con un tasso di crescita che salirebbe al 21/4 % per la Comunità nel suo complesso, giacché la ripresa prevista per il Regno Unito sarebbe controbilanciata da un rallentamento in Germania,  una volta esauritisi gli effetti dell'unificazione.  L'attuale rallentamento dell'economia va visto nel contesto della crescita sostenuta che l'ha preceduto. L'economia della Comunità si è sviluppata ad un ritmo soddisfacente fin dal 1984 e gli ultimi anni sono stati caratterizzati da tassi di crescita  degli investimenti eccezionalmente elevati e difficilmente mantenibili: gli investimenti in macchinari e attrezzature effettuati dalle imprese della Comunità nel 1990 sono stati superiori del 50 % in termini reali al corrispondente ammontare del 1984.  Le aspettative generate dal programma per il mercato interno sembrano aver indotto le imprese a massicci investimenti negli anni dal 1987 al 1989, anticipando gli effetti del mercato interno destinati a manifestarsi nel prossimi anni, quando le  decisioni già prese sul piano politico e legislativo entreranno in vigore, comportando l'effettivo smantellamento delle barriere interne residue.  L'economia della Comunità - Principali indicatori Media 1983-1987 Media 1988-1989 1990 1991 (**) 1992 (**) 1993 PIL reale (variazione annua  in %) 2,43,7 2,8 1,3 21/4 21/2 Inflazione (a) (variazione annua  in %) 5,94,3 5,2 5,0 41/2 41/4 Redditi da lavoro dipendente pro capite  (variazione annua in %) 1,31,6 2,3 2,0 11/4 11/4 Occupazione (variazione annua  in %) 0,11,6 1,4 0,5  1/4  1/2 Disoccupazione (in % della  populazione attiva)10,59,3 8,4 8,6 9  91/4 Disavanzo bilancio  (in % del PIL) 4,93,3 4,1 4,4 41/2 41/4 Bilancia delle partite correnti  (in % del PIL ) 0,70  -0,2-0,8-1 - 3/4 (**) Previsioni.  (a) Deflatore dei consumi privati.  (b) Indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche.  Il rallentamento della crescita è un fattore di rischio per i grandi progetti della Comunità L'attuale rallentamento dell'economia comporta un duplice monito per la politica economica della Comunità.  i) Da un lato, rappresenta un andamento sfavorevole che riduce il margine di manovra della politica economica in molti paesi. I minori tassi di crescita hanno già avuto come conseguenza nel 1991 un aumento del numero dei disoccupati, che ha interrotto  la tendenza costantemente discendente del tasso di disoccupazione in atto dal 1986. Sussiste il rischio di una maggiore resistenza sociale ai cambiamenti, giacché le conseguenze positive dell'aggiustamento strutturale in atto non si realizzano che in  tempi lunghi e sono quindi meno visibili delle conseguenze negative e temporanee. La convergenza nel processo verso l'unione economica e monetaria (UEM) si trova interrotta e la crescita più lenta rende più difficile l'impresa di risanamento delle  finanze pubbliche, laddove resta necessaria, e crea condizioni meno favorevoli per un rapido processo di recupero.  ii) D'altra parte, il rallentamento dell'economia rappresenta un chiaro monito, che rammenta come l'aggiustamento di politica economica attuato negli anni '80, sebbene consistente, non sia ancora sufficiente né completo. Il contenimento della dinamica  salariale ha contribuito a migliorare la redditività degli investimenti, deterioratasi gravemente in seguito alle due crisi petrolifere e alla successiva situazione d'instabilità. La tendenza positiva si è tuttavia arrestata nel 1990, in un momento in  cui la correzione non era ancora pienamente compiuta. È necessario un ulteriore impegno per riportare la redditività degli investimenti perlomeno ai livelli degli anni '60.  La forte crescita degli anni 1988-1990 non è stata messa a profitto per rafforzare, laddove necessario, il processo di aggiustamento. In alcuni Stati membri i tassi d'inflazione, anche se ridimensionati rispetto a quelli dei primi anni '80, restavano  però alla fine del decennio ancora troppo elevati a fronte dell'ambizione dichiarata di avanzare rapidamente verso l'unione economica e monetaria. L'aggiustamento strutturale realizzato è stato insufficiente. La forte espansione dell'occupazione degli  anni 1988-1990 ha dato luogo ad incrementi salariali ingiustificati nel 1990, nonostante il persistere di un'elevata disoccupazione. Altrettanto preoccupante è la situazione delle finanze pubbliche. Gli alti tassi di crescita offrivano una splendida  opportunità, che non è stata colta, per prendere provvedimenti risoluti diretti a consolidare la posizione di bilancio a costi contenuti. In molti casi, una decisa manovra di risanamento della finanza pubblica avrebbe contribuito ad evitare un  surriscaldamento, con effetti positivi sulle tensioni inflazioniste. In alcuni paesi persistono problemi di competitività internazionale, che si manifestano nella ricorrente fragilità dei conti con l'estero. Anche sotto questo profilo, l'impegno per un  miglioramento si è arrestato, in molti casi, prematuramente.  Occorre porre nuovamente in atto, con maggiore determinazione, le politiche che hanno permesso la svolta nei risultati conseguiti dall'economia della Comunità nel corso degli anni '80. In un'economia mondiale interdipendente, condizioni di fondo  sostanzialmente sane abbinate ad un'economia flessibile potranno permettere che eventi esterni sfavorevoli non vengano a compromettere il perseguimento degli obiettivi fondamentali di politica economica della Comunità.  Sostenute da politiche adeguate, le prospettive a medio termine restano positive Si prevede attualmente che il tasso di crescita dell'economia della Comunità risalga al 21/2 % circa nel 1993. La lentezza del ritmo della ripresa rispecchia la previsione che numerosi Stati membri s'impegnino in politiche dirette a ripristinare il  processo di aggiustamento. In queste condizioni, l'economia della Comunità potrebbe ritornare a tassi di crescita più elevati e sostenibili tanto sotto il profilo economico che ambientale.  I processi avviati con i grandi programmi comunitari - completamento del mercato interno, passaggio all'unione economica e monetaria, rafforzamento della coesione economica e sociale - sono irreversibili. Decisioni coraggiose ed iniziative risolute  avrebbero un notevole effetto positivo sulla fiducia degli operatori economici e darebbero un impulso immediato alla crescita economica.  Gli interventi diretti a completare il mercato interno hanno generato il più vasto complesso di iniziative interessanti le strutture produttive mai attuato nella storia della Comunità. La maggior parte delle decisioni necessarie sono state prese. La  trasposizione di queste misure nel diritto nazionale subisce tuttavia un certo ritardo e restano da risolvere alcune questioni spinose. Il recente accordo per la costituzione di uno spazio economico europeo amplierà e rafforzerà gli effetti del  programma per il mercato interno.  L'Unione economica e monetaria amplificherà i benefici economici del programma di completamento del mercato interno. Solo con una moneta unica sarà possibile, infatti, realizzare pienamente tutti i benefici potenziali del mercato unico. Obiettivo  principale dell'UEM è pertanto rafforzare l'integrazione della Comunità e migliorare i risultati dell'economia. Tuttavia, dopo vari anni di notevoli progressi, la tendenza verso il grado di convergenza nominale necessario per un passaggio senza scosse  all'UEM si è arrestata nel 1989-1990. Pochi Stati membri sono oggi in una posizione che permetta di attuare la transizione all'UEM senza dover operare consistenti aggiustamenti. Riconoscendo la necessità di riprendere il movimento verso una maggiore  convergenza, gli Stati membri si sono impegnati ad avviare programmi ambiziosi in tale direzione. È indispensabile che detti programmi siano applicati con risolutezza. Gli Stati membri in cui resta da operare un aggiustamento di notevoli proporzioni  sarebbero confortati nella loro determinazione da un esito positivo ed inequivocabile delle riunioni di Maastricht, e trarrebbero incoraggiamento dai successi già ottenuti dai loro partner e da un rafforzamento delle procedure di coordinamento a livello  comunitario.  Le politiche prioritarie della Comunità richiedono un'applicazione coerente di adeguate politiche macroeconomiche e di aggiustamento strutturale Le iniziative volte a migliorare la flessibilità dell'economia devono essere portate avanti in tutti i paesi. Il coesistere di livelli generali di disoccupazione molto elevati e di strozzature in taluni settori del mercato del lavoro testimonia la  necessità di interventi più incisivi per migliorare la formazione professionale e ridurre la mancata corrispondenza delle qualifiche offerte dai lavoratori con quelle richieste. Sarà necessaria, nel contempo, maggiore flessibilità tanto nella formazione  che nella struttura dei salari. Occorre rivedere le procedure di determinazione dei salari, rendendole più sensibili a considerazioni macroeconomiche e all'esigenza di promuovere l'aggiustamento strutturale.  La Comunità e il mondo intero sono di fronte ad un'insufficienza del risparmio che rischia di aggravarsi nei prossimi anni. Sebbene la domanda di investimenti nei paesi industrializzati sia contenuta, i tassi d'interesse reale a lungo termine del 1991  sono alti e sembrano indicare che il risparmio disponibile è insufficiente a soddisfare la domanda di capitali. La situazione rischia di farsi ancora più tesa una volta avviata la ripresa degli investimenti e nel momento in cui l'enorme domanda repressa  di capitali dell'Europa centrale ed orientale si concretizzi in domanda effettiva di finanziamenti. Le autorità dovrebbero intraprendere un riesame sistematico di tutti gli ostacoli strutturali al risparmio.  Il contributo di per sé più consistente ad un aumento del risparmio nazionale potrebbe peraltro provenire da una riduzione significativa dei disavanzi pubblici nella maggior parte dei paesi. Vari Stati membri (Grecia, Italia, Portogallo, Belgio, Paesi  Bassi, Irlanda e Germania) presentano, in diversa misura, posizioni di bilancio insoddisfacenti che devono essere corrette, sia per migliorare le condizioni macroeconomiche interne, sia per permettere un'ordinata transizione all'UEM. I necessari  progressi verso questi obiettivi contribuirebbero altresì a ridurre l'insufficienza generale del risparmio ed allevierebbero l'onere attualmente imposto alla politica monetaria.  Il successo delle autorità monetarie nel salvaguardare la stabilità dei prezzi e dei cambi nella Comunità è stato riconosciuto dai mercati ed i differenziali d'interesse tra le valute dello SME si sono notevolmente ridotti, fino a scomparire quasi del  tutto nel segmento di mercato rappresentato dalle valute che fanno parte della banda stretta fin dall'origine. In queste condizioni lo spazio di manovra a livello nazionale è estremamente ridotto, il che rende quanto mai urgente il passaggio all'UEM  completa. Dato il persistente vigore delle tensioni inflazioniste nella grande maggioranza degli Stati membri, l'indirizzo generale di politica monetaria dovrebbe comunque restare prudente.  Tenuto conto dei vincoli posti alla politica monetaria e a quella di bilancio dall'alto grado di integrazione economica e dalla stabilità del cambio ormai prevalente nella Comunità, il compito di creare le condizioni atte a promuovere un armonioso  sviluppo di tutti i paesi e di tutte le regioni della Comunità spetterà maggiormente alle politiche di aggiustamento strutturale, che andranno sostenute dalle opportune misure nei settori chiave dell'economia, per agevolare l'aggiustamento necessario.  Gli Stati membri e la Comunità debbono garantire che le condizioni del sistema produttivo migliorino ovunque per generare nuovi posti di lavoro. Occorre creare condizioni attrattive per gli investimenti che generano posti di lavoro nelle regioni in cui  la disoccupazione è elevata. Tali condizioni contribuirebbero altresì al processo di recupero che sarebbe a sua volta rafforzato da un'intensificazione delle politiche di coesione della Comunità. Infrastrutture migliori, maggiore cooperazione, mercati  del lavoro meno rigidi e strutture fiscali che non penalizzino le attività imprenditoriali sono tutti fattori estremamente importanti. Gli Stati membri dovrebbero conferire al miglioramento delle politiche dirette alle strutture produttive un posto di  primo piano nelle loro strategie economiche. La cooperazione a livello della Comunità e politiche volte a migliorare le condizioni produttive negli Stati membri sono il necessario complemento delle strategie macroeconomiche.  Il miglioramento delle condizioni dell'apparato produttivo deve procedere di pari passo con il mantenimento di una concorrenza aperta e non distorta. Le sovvenzioni pubbliche minacciano il funzionamento di un mercato competitivo, conferendo vantaggi  specifici a determinate società in concorrenza con le altre. Nel processo di transizione verso l'UEM gli aiuti di Stato dovrebbero essere oggetto di un più attento esame, per migliorare la convergenza. La Commissione si adopera per limitare l'erogazione  di sovvenzioni ed integrarla in un contesto di ristrutturazione.  Un impegno per una maggiore disciplina nelle sovvenzioni pubbliche contribuirebbe altresì a realizzare un sistema di scambi internazionali più aperto. Una tempestiva conclusione dell'Uruguay Round non solo garantirebbe l'accesso ai mercati ed un minor  protezionismo nei settori tradizionalmente oggetto dei negoziati commerciali, ma permetterebbe anche di estendere le regole concordate sul piano multilaterale a nuovi settori di grande interesse per la Comunità, quali i servizi, i diritti di proprietà  intellettuale e gli investimenti internazionali. Occorre migliorare l'accesso ai nostri mercati per i prodotti per i quali i paesi dell'Europa centrale ed orientale possono sostenere efficacemente la concorrenza a livello mondiale: prodotti agricoli,  tessili, carbone ed acciaio. Questo miglioramento dell'accesso al mercato non dovrà però realizzarsi a scapito delle relazioni già esistenti con altri partner commerciali, in particolare con i paesi in via di sviluppo. Soltanto un'economia della  Comunità forte, competitiva ed aperta potrà assistere in maniera soddisfacente l'Europa orientale ed i paesi in via di sviluppo ed orientali nel loro sviluppo.  I. SITUAZIONE E PROSPETTIVE DELL'ECONOMIA   1. Il 1991: fase di rallentamento della crescita economica  A. Minor dinamismo dell'economia mondiale Negli ultimi due anni la Comunità si è trovata ad operare in un clima economico sempre più sfavorevole. Dopo aver raggiunto nel 1988 un picco del 4 % circa, la crescita della produzione mondiale, esclusa la Comunità, è costantemente rallentata fino ad  approssimarsi allo zero nel 1991; si tratta del livello più basso dal 1982. Ancor più marcato è stato il declino della crescita del volume del commercio mondiale (CE esclusa), passata da un tasso superiore al 7 % nel 1988 a meno del 2 % nel 1991 (vedi  tabella 1). Il rallentamento dell'attività è stato più pronunciato di quanto preventivato all'inizio dell'anno e la ripresa sperata appare meno imminente. La precedente valutazione delle prospettive economiche è stata evidentemente troppo ottimistica.  B. Un andamento diversificato della crescita economica nella Comunità La Comunità presenta un quadro piuttosto differenziato: un'attività relativamente debole in Francia e in Italia e una recessione nel Regno Unito, che sembra aver ormai toccato il fondo, contrastano fortemente con i tassi d'espansione positivi, anche se  decrescenti, osservati in Germania, nel Lussemburgo e in Spagna, mentre gli altri paesi si situano fra questi estremi.   Tabella 1 PIL in termini reali, domanda interna e commercio mondiale  (variazione in %) 1981- 19851986- 198919901991 (*)1992 (*)1993 (*)PIL Mondo (CE esclusa)2,63,81,8-0,22,13,1 USA2,93,50,9-0,42,12,2 Giappone3,94,45,64,63,53,5 CE1,53,22,81,32,22,4 Domanda interna USA3,73,00,5-1,02,12,1 Giappone2,95,65,83,43,73,7 CE0,94,22,91,12,22,6 Commercio mondiale Importazioni mondiali (CE esclusa)3,06,03,01,85,16,1 Importazioni tedesche1,66,111,412,85,04,7 Importazioni CE (**)2,08,84,72,55,25,5 Partite correnti (in % del PIL) USA-1,2-2,8-1,6-0,1-0,7-0,6 Giappone1,93,21,21,51,61,7 CE (***)-0,10,5-0,2-0,8-0,9-0,8 (*)Previsioni.  (**)CE, Germania esclusa.  (***)CE, compresa dal 1991 in poi la Germania unificata.  Fonte: Servizi della Commissione.  a) La crescita continua, specie in Germania, ma il suo ritmo rallenta La Germania ha continuato a crescere a ritmo sostenuto grazie alla significativa spinta espansionistica indotta dalla politica fiscale derivante dall'unificazione. La politica fiscale ha dato un forte impulso ai consumi privati, mentre il livello degli  investimenti è stato mantenuto alto dall'intenzione degli investitori di ampliare le capacità produttive per servire il mercato dei nuovi cinque Laender. Questa pressione della domanda non ha potuto essere assorbita dall'offerta interna e si è quindi  prodotto un forte travaso verso i fornitori esteri con una conseguente inversione della situazione delle partite correnti: da un'eccedenza del 4,7 % del PIL (Germania occidentale) nel 1989 a un disavanzo del'1,1 % del PIL (Germania unificata) nel 1991.   Ma anche questo notevole travaso verso l'esterno della domanda interna non è bastato a impedire l'accumularsi di pressioni interne: diversi fattori, fra cui aumenti delle imposte indirette, hanno contribuito a un rialzo del livello dei prezzi.  L'inflazione strutturale è salita in modo strisciante e il tasso d'inflazione nella Germania occidentale è ormai del 4 %. Sono stati conclusi contratti collettivi comportanti aumenti salariali del 6-7 %. Accompagnandosi ad un declino dell'aumento della  produttività, questi hanno provocato un incremento del costo del lavoro per unità di prodotto di quasi il 6 % e un calo dei margini di profitto, pur se a partire da livelli elevati.  Per effetto dell'ingente aumento delle spese per trasferimenti nel quadro dell'unificazione, il saldo del bilancio si è spostato dall'equilibrio nel 1989 a un disavanzo del 3,6 % del PIL nel 1991, nonostante i provvedimenti di aumento delle entrate e di  compressione della spesa equivalenti al 2 % circa del PIL adottati all'inizio del 1991.  Dalla metà circa del 1991 il processo di crescita ha cominciato a perdere slancio con l'affievolirsi dell'impulso espansionistico derivato dall'unificazione unito ad una politica monetaria restrittiva intesa a soffocare le aspettative inflazionistiche.  Inoltre le prospettive di profitto si sono deteriorate a seguito dell'incremento del costo del lavoro per unità di prodotto. Allo stesso tempo, a partire dalla scorsa primavera, l'ampliamento delle capacità produttive, indotto dagli investimenti degli  ultimi anni, si è tradotto in una certa flessione dell'elevato tasso di utilizzo delle capacità. Anche se il pericolo di un'inflazione da domanda si è un pò attenuato, rimane un considerevole rischio di inflazione indotta da fattori fiscali e dai costi,  dovuto alle attuali scelte di politica fiscale che si sono troppo concentrate sul lato delle entrate.  b) Una crescita più lenta nel resto della Comunità Il Regno Unito ha conosciuto nel 1991 una profonda recessione, con un declino del PIL prossimo al 2 %. I consumi privati e in particolare gli investimenti si sono contratti in misura significativa sotto l'influsso ritardato della politica monetaria  restrittiva perseguita nel 1989 e nel 1990 per raffreddare il surriscaldamento dell'economia nel precedente boom dei consumi.  Il resto della Comunità ha fatto registrare un tasso di crescita dell'1,5 %, paragonato al 2,7 % nel 1990. Globalmente è stata in particolare la crescita dei consumi privati e delle esportazioni a denunciare un calo, mentre gli investimenti  ristagnavano. La fiducia dei consumatori e delle imprese si è attestata su livelli bassi dallo scoppio della crisi del Golfo ed ha conosciuto successivamente una limitata ripresa (vedi grafico 1).  Si assiste per la prima volta a un ristagno degli investimenti, dopo il boom particolarmente forte degli ultimi cinque anni, nel corso dei quali lo stock di capitale in Europa è cresciuto quasi del 15 % in termini reali. Una simile pausa di respiro era  quasi inevitabile dopo la prima ondata di investimenti indotta dall'aspettativa del completamento del mercato interno. Gli effetti dei provvedimenti relativi al mercato interno si faranno sentire nel prossimi anni, man mano che le decisioni politiche e  legislative già prese saranno messe in atto e porteranno all'effettivo smantellamento delle barriere interne residue (vedi tabella 2).  In ogni caso la decelerazione della crescita sarebbe stata più pronunciata se non ci fosse stata l'unificazione tedesca. In effetti i risultati in termini di crescita dei paesi della Comunità hanno beneficiato di una forte spinta da parte della domanda  derivante dall'espansione economica tedesca. L'impatto totale dell'unificazione tedesca sugli altri paesi comunitari è valutato a mezzo punto percentuale all'anno in media nel periodo 1990-1991 (vedi riquadro).   Tabella 2 Principali indicatori dell'economia comunitaria  1983- 19871988- 198919901991 (*)1992 (*)1993 (*)Crescita del PIL2,43,72,81,32,22,4 Occupazione0,31,61,40,50,30,5 Salari reali (**)1,31,62,32,01,31,4 Inflazione (***)5,84,35,25,04,54,2 Costo reale del lavoro per unità di  prodotto-1,1-1,00,50,6-0,7-0,7 Investimenti2,67,94,1-0,52,23,7 di cui: attrezzature e macchinari4,99,94,7-0,42,64,8 (*)Previsioni.  (**)Redditi reali da lavoro dipendente pro capite (deflatore dei consumi privati).  (***)Deflatore dei consumi privati.  Fonte: Servizi della Commissione.  Il rallentamento della crescita ha avuto carattere largamente ciclico in paesi quali Spagna, Portogallo, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Irlanda, Italia e Francia. L'andamento discendente del ciclo ha messo in evidenza debolezze strutturali di  fondo in alcuni paesi che avrebbero comunque difficilmente potuto mantenere un ritmo più sostenuto di attività economica rispetto ai loro partner commerciali, a causa della fragilità della loro bilancia dei pagamenti. La competitività in termini di  prezzi si è deteriorata significativamente in Italia. In Francia la composizione settoriale della bilancia commerciale appare preoccupante: mentre cresce l'avanzo per i prodotti agricoli, l'avanzo che si registrava nel settore dei manufatti a metà degli  anni '80 si è tramutato in un significativo disavanzo, anche se nel 1991 si è manifestato un certo miglioramento.  I risultati meno positivi in termini di crescita hanno avuto naturalmente conseguenze significative sulla situazione dell'occupazione nella Comunità, che aveva avuto uno sviluppo favorevole negli anni '80 con l'aggiunta netta di 9 milioni di posti di  lavoro (vedi tabella 3). Benché la crescita sia diventata a più alta intensità occupazionale, l'incremento dell'occupazione è rallentato decisamente per la prima volta dal 1982, con un conseguente significativo aumento del tasso di disoccupazione già  inaccettabilmente elevato.   Tabella 3 Occupazione nella Comunità  Totale occupati in milioni variazione in % Tasso di disoccupazione (**) 1980128   6,0 1984124,8-0,6 (***)10,7 1990133,6 1,4 8,4 1991 (*)134,2 0,5 8,6 1992 (*)134,6 0,3 9,1 1993 (*)135,3 0,5 9,2 (*) Previsioni.  (**) In percentuale delle forze di lavoro civili.  (***) Media 1980-1984.  Fonte: Servizi della Commissione.  Tuttavia, a dispetto della maggior fiacchezza del mercato del lavoro, le pressioni salariali si sono attenuate solo marginalmente: nel 1991 il salario nominale pro capite è salito del 7 %, un tasso solo marginalmente inferiore a quello del 1990  (7,6 %). Combinandosi con il rallentamento ciclico dell'aumento della produttività, questo fenomeno ha provocato un nuovo incremento del costo nominale del lavoro per unità di prodotto e, per l'impossibilità di aumentare in misura sufficiente i prezzi,  un ulteriore aumento del suo costo reale, il che ha avuto un impatto negativo sulla redditività e sulla competitività internazionale.  Nonostante questo declino la redditività rimane elevata. Ma se il tasso di profitto per unità di valore aggiunto è tornato ai livelli del periodo 1961-1973, ciò non è ancora avvenuto per la redditività dello stock di capitale. La produttività del  capitale è scesa drasticamente fra il 1970 e il 1983 ed ha iniziato a risalire lentamente solo dal 1985 in poi. Di conseguenza la redditività del capitale fisso è ancora inferiore ai livelli del periodo 1961-1973 e sono necessari ulteriori sforzi per un  pieno recupero della redditività (vedi grafico 2).  Il deterioramento della redditività nel 1990 e nel 1991 non può certo considerarsi drammatico (vedi tabella 4). Tuttavia, mentre i prezzi relativi dei fattori e la redditività influiscono sugli investimenti solo in misura limitata a breve termine, hanno  un impatto più sensibile a più lungo termine. Se la tendenza all'erosione della redditività dovesse confermarsi, ciò andrebbe a scapito della ripresa degli investimenti e dell'occupazione. Dal 1985 vi è stata una forte ripresa degli investimenti indotta  dal significativo miglioramento della redditività: gli investimenti reali sono oggi più alti di circa un terzo rispetto al 1985. Ciononostante il rapporto investimenti/PIL è tuttora inferiore di oltre un punto percentuale al livello medio del periodo  1961-1973. Per ridurre l'alto livello di disoccupazione nella Comunità è necessario un ulteriore miglioramento di questo rapporto.  Una sostenuta dinamica salariale e gli inasprimenti fiscali in taluni paesi non hanno consentito una moderazione dell'aumento dei prezzi, nonostante il rallentamento ciclico. I prezzi al consumo e il deflatore del PIL hanno fatto registrare la stessa  progressione che nel 1990, ossia il 5 % circa.   Tabella 4 Fattori dell'offerta nella Comunità (variazione percentuale annua, salvo indicazione contaria)  1981- 19861987- 19891990- 19911991 (*)1992 (*)Investimenti totali0,17,11,8-0,52,2 di cui:  -macchinari e attrezzature1,79,42,2-0,42,6 -costruzione-1,04,91,7-0,51,8 Stock di capitale2,32,72,92,82,8 Produttività del capitale-0,60,7-0,8-1,5-0,6 Salari reali pro capite (**)0,91,72,12,01,3 Costo reale del lavoro per unità di prodotto-1,0-0,70,50,6-0,7 Redditività (***)73,890,292,591,692,9 Tasso d'interesse reale a lungo termine (****)4,35,05,35,1:  (*)Previsioni.  (**)Corretti con il deflatore del consumi privati.  (***)Rendimento netto dello stock di capitale netto (1961-1973 = 100).  (****)Corretti con il deflatore del PIL.   2. Prospettive per il 1992 e 1993: una graduale ripresa  Ci si attende che l'attività, dopo aver raggiunto il punto di svolta inferiore nella seconda metà del 1991, si rianimi moderatamente nel 1992 per effetto di fattori interni. Anche se si prevede un  miglioramento del contesto esterno per effetto di un decollo della produzione e del commercio mondiale, gli Stati membri della Comunità potrebbero beneficiare solo in misura limitata di tale ripresa in quanto il suo effetto positivo verrebbe compensato  dall'esaurirsi dell'effetto di spinta della domanda generato dall'unificazione tedesca. Non c'è quindi da aspettarsi che la bilancia con l'estero possa dare un contributo significativo alla crescita del PIL nella maggior parte dei paesi. Tuttavia i  mercati extracomunitari dovrebbero contribuire all'incremento delle esportazioni comunitarie in misura più sensibile che negli anni più recenti, È quindi cruciale mantenere la competitività esterna.  Ci si attende un graduale ritorno della fiducia con una conseguente modesta ripresa dei consumi privati e degli investimenti nel 1992. Grazie a politiche sane l'efficienza in termini di prezzi e di costi dovrebbe migliorare, invertendo il corso negativo  della redditività constatato nel periodo 1990-1991.  Il rallentamento dell'attività fa prevedere un ulteriore indebolimento anche della crescita dell'occupazione che passerebbe dall'1,5 % in media nel periodo 1988-1990 allo 0,5 % nel 1991 e allo 0,3 % nel 1992. Abbinata a una crescita sostenuta della  forza lavoro nella Comunità, la più debole crescita dell'occupazione porterà ad un ulteriore incremento del tasso di disoccupazione dall'8,6 % nel 1991 al 9,1 % nel 1992.  Per il 1993 si prevede un consolidamento della ripresa con un aumento del tasso di crescita del PIL in termini reali del 21/2 % circa. Tuttavia il più alto livello di attività non dovrebbe ancora bastare a creare un numero di posti di lavoro tale da  compensare l'espansione della forza lavoro e si assisterebbe ad un ulteriore, anche se marginale, incremento del tasso di disoccupazione.  I fattori di rischio che pesano sulle prospettive dell'economia hanno chiaramente radici più all'interno della Comunità che al suo esterno, anche se incertezze esterne potrebbero comunque influire significativamente sui risultati comunitari. La  prospettiva di graduale rafforzamento della ripresa dipende altamente dal perseguimento di politiche adeguate.  Un miglioramento dell'efficienza sotto il profilo dei costi dopo il deterioramento nel 1990-1991 potrà probabilmente indurre una graduale ripresa degli investimenti. Ma se tale miglioramento non dovesse manifestarsi, è incerta la reazione degli  investimenti. In ogni modo è necessaria una crescita più decisa per ridurre l'ancor alto livello di disoccupazione e per facilitare l'aggiustamento strutturale in vista del completamento del mercato interno e della transizione verso l'unione economica e  monetaria.  II. IL PROCESSO DI CONVERGENZA ECONOMICA RISTAGNA   1. Stallo della convergenza nominale, ma le condizioni di fondo dell'economia rimangono positive  Dopo un significativo peggioramento nel 1990 la convergenza dei prezzi (misurata dalla dispersione dei deflatori dei consumi privati)(1)  è leggermente  migliorata nel 1991, situandosi però intorno a un tasso medio d'inflazione meno favorevole che nel periodo 1987-1989 (vedi grafico 3). Ciò è dovuto soprattutto ad un aumento dell'inflazione media nei paesi aderenti fin dall'origine alla banda stretta  (EUR 7), attribuibile essenzialmente a particolari sviluppi in Germania e nei Paesi Bassi, mentre negli altri paesi aderenti al meccanismo di cambio vi è stato generalmente un progresso sotto il profilo del contenimento dei prezzi. Nei paesi non  originariamente compresi nella banda stretta e in particolare nel Regno Unito il rialzo dei prezzi è rallentato. Tuttavia l'andamento dei prezzi nella Comunità offre ancora motivi di preoccupazione in quanto il tasso medio d'inflazione è ancora vicino  al 5 % in un momento di rallentamento dell'attività economica.  La dinamica salariale e gli inasprimenti fiscali sembrano essere le cause principali di questi risultati meno favorevoli sul fronte dei prezzi. Nei paesi aderenti fin dall'origine alla banda stretta la dinamica salariale nel 1991 è stata poco  soddisfacente (vedi grafico 4) e in Germania, in particolare, vi è un rischio potenziale di inflazione da costi.  La tendenza sempre più spiccata a riccorrere alla manovra sulle entrate per correggere i disavanzi di bilancio non è priva di pericoli per la dinamica dei prezzi in quanto rischia di riaccendere la contesa per la distribuzione del reddito.  Nella prospettiva dell'UEM i risultati della Comunità sotto il profilo dei prezzi e dei costi sono tuttora insoddisfacenti. Ai fini dell'UEM sarebbe auspicabile che il tasso medio d'inflazione in termini di prezzi scenda verso la fascia del 2-3 %, con  una simultanea riduzione della divergenza.  Per quanto riguarda la situazione di bilancio il mancato miglioramento della convergenza è dovuto principalmente, come nel caso dei prezzi e dei costi, a un andamento meno favorevole nei paesi che avevano conseguito buoni risultati negli anni  precedenti. Nel 1990 la situazione di bilancio è peggiorata nella maggior parte del paesi, nonostante un'attività ancora sostenuta, ma il deterioramento è stato particolarmente marcato in Germania e nel Regno Unito (vedi tabella 5). Anche per il 1991 la  situazione di bilancio meno soddisfacente della Comunità nel suo complesso è dovuta principalmente all'allargarsi del disavanzo nel Regno Unito e in Germania. Nella maggior parte degli altri paesi il disavanzo si è più o meno stabilizzato in termini di  PIL, in un contesto di attività economica più fiacca. Di conseguenza anche gli stabilizzatori automatici non hanno potuto esercitare pienamente i loro effetti, come sarebbe invece stato necessario per impedire un ulteriore peggioramento dei disavanzi di  bilancio.  L'unificazione tedesca ha anche contribuito a un significativo mutamento della posizione esterna della Comunità europea. La sua bilancia dei pagamenti correnti si è deteriorata continuamente dal 1986, passando da un avanzo dell'1,4 % del PIL a un  disavanzo stimato a quasi l'1 % del PIL nel 1991 (vedi tabella 6). Questo sviluppo è dovuto a un indebolimento della situazione delle partite correnti nella maggior parte dei paesi, ad eccezione di Danimarca, Irlanda e Paesi Bassi. Il deterioramento è  stato particolarmente pronunciato nel Regno Unito (dal 1986 al 1989), in Spagna (dal 1987 al 1989) e in Germania (dal 1989 al 1991). Ma anche i conti con l'estero di Francia e Italia sono sensibilmente peggiorati, sebbene il deterioramento risulti di  minore entità. Per la bilancia commerciale della Francia il disavanzo, stabilizzatosi nel 1990, è stato ridotto nel 1991. Nella maggioranza dei casi il deterioramento è da attribuire a una domanda interna elevata in relazione al potenziale produttivo.  Lo sviluppo più degno di nota negli ultimi anni per quanto riguarda i conti con l'estero è la scomparsa dell'avanzo delle partite correnti della Germania. La contropartita dell'annullamento del saldo attivo non può essere del tutto ritrovata all'interno  della Comunità.  Circa la metà dell'impatto della domanda proveniente dall'unificazione tedesca sembra essersi travasata al di fuori della Comunità, con una distribuzione corrispondente grosso modo alle quote di mercato dei partner commerciali della Germania al di fuori  della Comunità. Il deterioramento dei conti con l'estero è particolarmente pronunciato nel commercio di manufat  Tabella 5 Indebitamento (-) o accreditamento (+) netto della pubblica amministrazione  (**)  (in % del PIL)  (***)19811985198919901991 (*)1992 (*)CE- 5,3- 5,2- 2,9- 4,1- 4,4- 4,4 Grecia-11,0-13,8-18,3-19,8-17,3-14,0 Italia-11,4-12,5-10,1-10,6- 9,9- 9,3 (***) Belgio-12,8- 8,5- 6,7- 5,6- 6,3- 6,2 Portogallo- 9,3-10,1- 3,4- 5,8- 5,4- 4,6 Paesi Bassi- 5,5- 4,8- 5,2- 5,3- 4,4- 4,1 Germania- 3,6- 0,9- 0,2- 1,9- 3,6- 3,4 Irlanda-13,4-11,2- 3,5- 3,6- 4,1- 4,1 Spagna- 3,9- 6,9- 2,7- 4,0- 3,9- 3,6 Regno Unito- 2,6- 2,8- 1,3- 0,7- 1,9- 3,6 Danimarca- 6,9- 2,0- 0,5- 1,5- 1,7- 1,5 Francia- 1,9- 2,9- 1,2- 1,6- 1,5- 1,7 Lussemburgo- 3,5- 5,3- 4,3- 4,7- 1,9- 2,0 (*) Previsione nell'ipotesi di politiche immutate.  (**) Gli Stati membri sono classificati, in base all'entità del disavanzo nel 1991.  (***) Non tiene pienamente conto dei provvedimenti di cui al programma italiano di convergenza.  Fonte: Servizi della Commissione.    Tabella 6 Bilancia dei pagamenti correnti  (in % del PIL) 1980 1986 1990 1991 (*) 1992 (*) CE-1,21,4-0,2-0,8-0,9 Belgio-4,32,11,01,01,1 Danimarca-3,7-5,40,81,42,2 Germania-1,74,43,2-1,1-0,9 Grecia0,5-5,3-6,1-4,1-3,4 Spagna-2,41,6-3,5-3,1-3,2 Francia-0,60,5-1,0-0,7-0,8 Irlanda-11,8-2,93,42,32,0 Italia-2,20,5-1,4-1,3-1,5 Lussemburgo18,739,431,228,126,1 Paesi Bassi-1,52,73,84,14,4 Portogallo-5,92,4-0,3-1,1-1,5 Regno Unito1,5-0,9-2,6-1,1-1,4 (*)  Previsioni.  Fonte: Servizi della Commissione.  ti: le importazioni di manufatti dall'esterno della Comunità sono mediamente aumentate più rapidamente delle importazioni intracomunitarie; specie nel campo dei prodotti a tecnologia avanzata i produttori comunitari sembrano aver ceduto terreno  alle imprese extracomunitarie. Anche per quanto riguarda le esportazioni, quelle di manufatti sono cresciute ad un ritmo modesto, assai inferiore al tasso di incremento delle esportazioni intracomunitarie in volume. Questa tendenza è indicativa di un  riorientamento dei flussi commerciali verso un mercato interno particolarmente dinamico.  Desta tuttavia gravi preoccupazioni il fatto che questo deterioramento è anche sintomo di una riduzione della competitività, particolarmente sui mercati dei paesi terzi e, cosa ancor più inquietante, nel segmento di mercato ad elevata tecnologia. Le  monete comunitarie, complessivamente, si sono costantemente apprezzate in termini reali dal 1984, con una conseguente perdita di quote di mercato. Questo fenomeno porta ad interrogarsi sulla solidità delle economie di taluni Stati membri e sulla loro  capacità di reggere alla concorrenza sui mercati internazionali. La competitività dei salari è perciò un tema che merita certamente un esame più attento nei paesi la cui bilancia con l'estero rimane fragile, in particolare nell'ipotesi di un'espansione  della domanda interna più rapida di quella dei mercati esteri.  Per migliorare la convergenza durante la prima fase dell'UEM gli Stati membri sono stati quindi invitati a predisporre dei cosiddetti programmi di convergenza da discutere e approvare a livello comunitario nel quadro della sorveglianza multilaterale.  Questi programmi sono stati presentati o sono in corso di elaborazione da parte della maggioranza degli Stati membri con l'obiettivo di conseguire progressi duraturi in materia di convergenza.  2. Rallentamento della convergenza reale  Negli anni più recenti i paesi impegnati in un processo di recupero, ad eccezione della Grecia, sono riusciti a ridurre il loro divario in termini di reddito rispetto alla media comunitaria (vedi tabella 7). A  questo risultato hanno contribuito politiche interne adeguate e il raddoppio delle risorse distribuite attraverso i Fondi strutturali. In Spagna e in Portogallo il recupero è stato trainato dagli investimenti a seguito del forte miglioramento della  redditività e dell'apertura del mercato comunitario. La quota degli investimenti nel PIL è cresciuta di quasi un quarto fra il 1986 e il 1990 (vedi tabella 8). Il risparmio interno era insufficiente per sostenere una simile espansione cosicché la  bilancia dei pagamenti correnti ha accumulato un disavanzo, che nel caso della Spagna è consistente. Una delle condizioni essenziali perché il processo di recupero di questi paesi possa proseguire è quindi che si generi un adeguato volume di risparmio  interno, soprattutto attraverso ulteriori riduzioni del risparmio negativo pubblico.   Tabella 7 Il processo di recupero nella Comunità  (PIL pro capite - EUR 12 = 100) Spagna Grecia Irlanda (**) Portogallo 197581,957,362,752,2 198074,258,164,055,0 198672,855,963,452,5 1991 (*)79,052,568,956,3 1992 (*)79,952,168,956,3 Differenze:  1986-1980-1,4-2,2-0,6-2,5 1991-19866,2-3,45,53,8(*) Previsioni.  (**) Il riferimento al PIL può comportare una sopravalutazione dei progressi, nella misura in cui i trasferimenti all'estero siano aumentati ad un ritmo superiore a quello del PIL nominale.  Fonte: Servizi della Commissione.  In Irlanda tuttavia l'accelerazione della crescita è stata indotta principalmente dalle esportazioni. Gli sforzi di consolidamento del bilancio e la moderazione salariale hanno compresso la   Tabella 8 Quota degli investimenti e delle esportazioni e costo reale del lavoro per unità di prodotto nei paesi in fase di recupero  GR E IRL P EUR-4 EUR-8 Quota degli investimenti (in % del PIL)) 1986 18,519,518,122,119,618,9 1990 18,924,418,626,723,720,3 1992 (*) 18,524,118,726,023,419,6 Quota delle esportazioni (in % del PIL) 1986 22,419,955,233,223,828,0 1990 22,617,262,136,422,828,9 1992 *) 21,217,365,030,022,029,9 Costo reale del lavoro per unità di prodotto (1961-1973 = 100) 1986102,391,192,898,494,298,1 1990102,487,588,993,890,896,8 1992 (*) 95,086,392,597,690,096,9 (*) Previsioni.  Fonte: Servizi della Commissione.  domanda interna mentre la maggiore competitività dava slancio alle esportazioni. L'espansione indotta dalle esportazioni ha però reso l'Irlanda più vulnerabile, rispetto alla Spagna e al Portogallo, nei confronti del deterioramento del clima  economico internazionale. Ora che l'Irlanda si è costruita una base più solida per un ulteriore recupero, dovrebbe dare più importanza allo sviluppo del potenziale produttivo interno. Il saggio d'investimento è ancora relativamente basso e non è molto  aumentato. In particolare abbisogna di ulteriori miglioramenti il settore dell'offerta.  In Grecia il processo di recupero ha perso terreno negli ultimi anni per effetto di politiche inadeguate. Il programma di stabilizzazione e di aggiustamento strutturale del 1991, adottato dal governo, costituisce un serio sforzo per invertire il declino  macroeconomico del paese e ricostituire il suo potenziale produttivo. I capisaldi del programma sono la riforma fiscale e il rinnovamento strutturale. Il provvedimenti di aggiustamento fiscale e di riforma strutturale sono interdipendenti e se applicati  in maniera efficace dovrebbero consentire alla Grecia di godere i benefici del processo di integrazione europea. I più recenti sviluppi sembrano però indicare che l'attuazione del programma incontra serie difficoltà e ritardi. In mancanza di una piena  attuazione del programma, la riprese del processo di recupero sarà ulteriormente ritardata.  III. LE PRIORITÀ DELLA POLITICA ECONOMICA NELLA COMUNITÀ  Visto che il contesto internazionale è probabilmente destinato a migliorare solo in modesta misura nel prossimo anno, è particolarmente importante che la Comunità rafforzi il proprio potenziale  interno. Le politiche economiche dovrebbero perciò contribuire alla rapida realizzazione dei principali progetti comunitari.  Il completamento del mercato interno rimane una priorità immediata per la Comunità e il lavoro che resta da compiere è ancora considerevole: dei 282 provvedimenti del Libro bianco, 69 attendono ancora una decisione del Consiglio. Il ritmo del  recepimento delle direttive nelle legislazioni nazionali deve essere accelerato. Sono entrate in vigore 166 delle misure del Libro bianco, 134 delle quali richiedono misure nazionali, di applicazione. In media ne sono state emanate finora il 71 % (vedi  grafico 5). Gli Stati membri sembrano diventati consapevoli delle loro responsabilità e della necessità di un'azione più celere.  Il programma di realizzazione del mercato interno ha già impresso un impulso decisivo alle prospettive di crescita e di prosperità della Comunità europea: gli operatori economici hanno già in qualche misura anticipato il contesto altamente competitivo e  le nuove condizioni e opportunità operative che si presenteranno dopo il 1992. Questo atteggiamento ha dato luogo alla forte crescita degli investimenti nel periodo dal 1986 al 1990.  Gli effetti reali dei provvedimenti per l'instaurazione del mercato interno saranno avvertiti negli anni a venire, specie man mano che saranno smantellate le barriere interne residue. Azioni e decisioni risolute avrebbero un sostanziale effetto positivo  sulla fiducia degli operatori economici e darebbero nuovo impulso all'espansione dell'economia.  Un'unione economica e monetaria nella Comunità amplificherà i benefici economici prodotti dal programma 1992. In realtà solo una moneta unica consentirà di sfruttare pienamente il potenziale positivo del mercato unico.  L'obiettivo primario dell'UEM è di rinsaldare l'integrazione della Comunità e di migliorare i suoi risultati economici. L'UEM assicurerà un clima di stabilità che rafforzerebbe il processo di crescita autoalimentata. L'esperienza degli anni '80 ha  chiaramente dimostrato che non esiste un trade-off a lungo termine tra inflazione più elevata e minore disoccupazione. Al contrario, un clima di stabilità viene sempre più largamente percepito come una condizione preliminare di un miglioramento dei  risultati economici reali.  Il divario di reddito tra i paesi in fase di recupero e la media comunitaria rimane considerevole e occorreranno quindi molti anni per colmarlo. Questo processo potrà svolgersi solo sul fondamento di una crescita sana, che accresca il potenziale  produttivo interno.  Le politiche a livello nazionale e comunitario devono costituire la base di una crescita relativa più forte e costante del PIL in termini reali, senza pressioni inflazionistiche e squilibri interni ed esterni insostenibili. La realizzazione di una  rapida convergenza economica e sociale dipende soprattutto e in misura decisiva dagli stessi paesi meno favoriti. Gli sviluppi più recenti hanno confermato che politiche macroeconomiche sane sono una condizione essenziale per migliorare le loro  condizioni interne di crescita con ogni mezzo disponibile.  I paesi economicamente più forti devono contribuire anch'essi a questo processo sostenendo una crescita dinamica a medio termine.  La Comunità deve tener presente l'obiettivo del rafforzamento della coesione economica e sociale nell'attuazione delle politiche comuni e nella realizzazione del mercato interno. Le iniziative di politica economica a livello comunitario devono operare  in sinergia con le politiche nazionali per migliorare i risultati economici negli Stati membri meno favoriti. I Fondi strutturali e gli altri strumenti finanziari, a condizione di essere utilizzati efficientemente in un quadro nazionale propizio, sono  in grado di migliorare notevolmente le condizioni tanto dell'offerta quanto della domanda nei paesi beneficiari. Questi strumenti dovrebbero essere rafforzati in modo da prendere in considerazione gli sviluppi precedenti e la più forte integrazione  della Comunità.  L'ambiente e la sua rilevanza nel contesto globale della qualità della vita sono sempre più oggetto di attenzione da parte della Comunità. La Commissione ha recentemente delineato una strategia comunitaria coerente che mira a stabilizzare entro il 2000  nella Comunità le emissioni di CO2 al livello del 1990. La strategia consiste di una serie di misure regolamentari, volontarie e di possibili misure fiscali adottate a livello comunitario in combinazione con programmi nazionali complementari.  L'auspicato ricorso a misure fiscali, in particolare una nuova imposta combinata sul CO2 e sull'energia che rispetti la neutralità fiscale, è considerato un presupposto importante per conseguire l'obiettivo comunitario della stabilizzazione delle  emissioni di CO2 nel modo più efficiente in termini di costi. Se riceveranno i giusti segnali in termini di prezzi, tutti i soggetti economici saranno indotti a comportarsi in modo più compatibile con l'ambiente. È nell'interesse della sostenibilità e  della prosperità economica a lungo termine, oltre che dell'ambiente, che le considerazioni ecologiche siano integrate in modo soddisfacente nelle altre politiche comunitarie, segnatamente nei settori dell'energia, dei trasporti e dell'agricoltura.  IV. POLITICHE MACROECONOMICHE E POLITICHE DI AGGIUSTAMENTO STRUTTURALE   1. La politica monetaria e lo SME  Obiettivo dello SME è contribuire al conseguimento della stabilità dei prezzi e della convergenza nominale nella Comunità tramite la stabilità dei cambi ed un'adeguata politica monetaria. Le condizioni per il  raggiungimento di questo obiettivo si sono fatte più difficili nello scorso anno. Nell'autunno del 1990 la politica monetaria nella Comunità si è fatta più restrittiva, in reazione all'aumento dei prezzi del petrolio. Ma in seguito nel corso del 1991 i  tassi d'interesse di mercato sono stati mediamente inferiori a quelli dell'anno precedente, in un contesto peraltro in cui in molti paesi della Comunità persistevano o addirittura si rafforzavano tensioni inflazionistiche, nonostante la flessione dei  prezzi petroliferi dopo la guerra del Golfo. I tassi a breve termine sono tuttavia tornati a salire nella seconda metà dell'anno.  Con il rallentamento dell'economia della Comunità nel 1991, un certo allentamento delle condizioni monetarie era opportuno e non risulta che abbia avuto ripercussioni negative sulle aspettative d'inflazione a lungo termine: le curve di rendimento hanno  manifestato quest'anno la tendenza a spostarsi verso il basso, invece di farsi semplicemente più ripide dato che nella maggior parte dei mercati i tassi a lungo termine sono inferiori a quelli di un anno fa. Con l'aumento dei tassi a breve termine nella  seconda metà dell'anno le politiche monetarie sono rimaste rigorose. Occorre infatti garantire che la convergenza nominale proceda nella linea di una stabilità assoluta e non relativa dei prezzi e che lo SME continui ad operare come una forza potente di  salvaguardia della stabilità dei prezzi, in vista del passaggio alla fase definitiva dell'UEM.  In proposito, il meccanismo per il cui tramite se è manifestato quest'anno l'allentamento della politica monetaria nella Comunità dà luogo ad alcune difficoltà. Negli anni '80 il processo di disinflazione nella Comunità era guidato dalla Germania e si  trasmetteva, tramite la disciplina di cambio dello SME, agli altri paesi aderenti alla banda stretta del meccanismo di cambio. Questo legame si è rafforzato dopo l'ultimo riallineamento avvenuto nel gennaio 1987, quando si sono gradualmente annullate le  anticipazioni di ulteriori riallineamenti. La strategia della Germania era basata su una rigorosa gestione della finanza pubblica e un'efficace manovra degli aggregati monetari. Questa strategia ha mantenuto l'inflazione tendenziale a livelli bassi, sia  pure in progressivo aumento, anche quando gli obiettivi monetari sono stati perseguiti con maggiore flessibilità in risposta a circostanze esterne.  Il progressivo venir meno delle aspettative di riallineamento ha modificato notevolmente questa configurazione. La considerevole spinta espansionista della politica fiscale in Germania, risultante dall'unificazione, abbinata ad una politica monetaria  orientata alla stabilità, darebbe luogo in teoria ad un apprezzamento reale della valuta, in una situazione di eccesso della domanda sull'offerta interna in termini reali. Di fatto, la pressione eccessiva della domanda ha esercitato una forte influenza  nel processo di contrattazione salariale, alimentando aumenti striscianti dei prezzi. Questo processo è stato esarcerbato da misure di politica tributaria dirette a limitare l'impatto fiscale dell'unificazione. Questa costellazione di politica monetaria  e fiscale, nell'impossibilità di permettere nel quadro dello SME che l'apprezzamento reale si traducesse in un aggiustamento del cambio nominale, ha provocato ulteriori notevoli pressioni sui tassi d'interesse in Germania e, di conseguenza, negli altri  paesi che partecipano al meccanismo di cambio.  I mercati hanno talvolta manifestato sentimenti d'incertezza circa la capacità della Bundesbank a mantenere la stessa strategia di politica economica seguita in passato. Queste incertezze e le aspettative di stabilità dei tassi di cambio e di  diminuzione dei differenziali d'inflazione hanno provocato una notevole riduzione dei differenziali d'interesse delle valute del meccanismo di cambio dello SME nei confronti del marco tedesco, riduzione che riflette la scomparsa, in maggiore o minor  misura, del premio di rischio di cambio.  Dato che le tensioni inflazionistiche restano vivaci nella Comunità nel suo complesso, ogni ulteriore allentamento dell'indirizzo generale di politica monetaria sarebbe per il momento inopportuno. Il carattere necessariamente collettivo dello SME  presuppone che gli altri partecipanti al meccanismo di cambio, oltre alla Germania, ed in particolare i maggiori paesi accettino una parte di responsabilità nel perseguire nella Comunità una politica monetaria coerente con i livelli più bassi  d'inflazione e con il proseguimento della convergenza verso la disinflazione nei paesi in cui la dinamica dei prezzi è tuttora elevata.  Nei due paesi che ancora non partecipano all'accordo di cambio, vale a dire Portogallo e Grecia, l'inflazione resta attestata su livelli assai superiori a quelli compatibili con la convergenza nominale, anche se di recente ha segnato, in entrambi i  paesi, un certo rallentamento. In Portogallo, dove il tasso di inflazione misurato dall'indice dei prezzi al consumo è sceso al di sotto del 10 % nell'ultimo trimestre del 1991, la priorità immediata è mantenere una politica monetaria sufficientemente  restrittiva per ridurre il surriscaldamento sul mercato del lavoro. Data l'entità degli afflussi di capitali, questa politica potrà richiedere ancora per qualche tempo una certa flessibilità verso l'alto del tasso di cambio reale. L'obiettivo dovrebbe  essere di aderire al meccanismo di cambio dello SME in un momento in cui sia stata attuata ormai una sufficiente depressurizzazione dell'economia, tale da garantire che il vincolo di cambio non provochi un allentamento inopportuno della politica  monetaria.  In Grecia, la politica monetaria deve continuare a cercare di contenere le tensioni inflazioniste generate da un disavanzo di bilancio decisamente eccessivo. La politica monetaria non può tuttavia far fronte indefinitamente alle conseguenze del nodo  della finanza pubblica. Solo con l'osservanza dei limiti massimi fissati per le grandezze di bilancio nel programma di stabilizzazione si può sperare di mettere in moto un processo rapido e durevole di convergenza nominale in Grecia.  2. La politica di bilancio  Dal momento che le decisioni in ordine al bilancio resteranno di competenza degli Stati membri, il progresso verso l'UEM richiede un maggiore coordinamento ispirato a principi o regole tali da garantire che la politica  fiscale non comprometta la stabilità nella Comunità.  Un primo gruppo di paesi (Grecia ed Italia) ha registrato disavanzi di bilancio eccessivi per numerosi anni ed un onere sempre crescente del debito pubblico (vedi tabella 5 e grafico 6).  In Grecia, l'andamento del bilancio nel 1991 mostra uno stacco dalle tendenze precedenti, grazie all'applicazione del nuovo programma triennale di convergenza. L'aggiustamento di bilancio e la riforma non raggiungeranno tuttavia pienamente i loro  obiettivi. Il programma deve essere applicato con maggior vigore, in modo da ottenere una riduzione significativa del disavanzo di bilancio ed una stabilizzazione del debito pubblico espresso in percentuale del PIL.  I risultati ottenuti dall'Italia in tema di finanza pubblica continuano a divergere da quelli degli altri paesi aderenti alla banda stretta del meccanismo di cambio. Nonostante i ripetuti tentativi di correzione, il disavanzo del bilancio è rimasto  costantemente ad un livello prossimo al 10 % del PIL. Di conseguenza, il rapporto fra debito pubblico e PIL ha superato nel 1990 la soglia del 100 % e continua ad aumentare. Non sono certamente mancati i programmi di stabilizzazione; le carenze hanno  riguardato semmai una loro vigorosa applicazione. Occorrerebbe porre maggiormente l'accento sugli strumenti che saranno utilizzati per raggiungere gli obiettivi e su misure strutturali di risanamento. Anche se attuato con decisione, l'attuale programma  rischia ancora di non conseguire gli obiettivi annunciati, giacché si fonda su ipotesi di crescita economica quanto mai ottimiste. Il programma s'incentra inoltre prevalentemente sugli aspetti tributari: sussiste il pericolo che gli aumenti delle  imposte dirette si traducano in maggiori rivendicazioni salariali da parte dei contribuenti, alimentando così le tensioni inflazioniste. È incoraggiante tuttavia che il governo italiano abbia confermato la propria volontà di prendere provvedimenti  correttivi, qualora gli obiettivi non fossero raggiunti.  Un secondo gruppo di paesi (Belgio, Paesi Bassi, Portogallo e Irlanda) presenta tuttora disavanzi consistenti e livelli relativi del debito pubblico eccessivamente elevati rispetto al PIL. In Belgio lo sforzo di risanamento intrapreso nel periodo di  forte crescita (1988-1990) non è stato sufficiente ad evitare un nuovo aumento del rapporto fra debito pubblico e PIL nel 1991, in concomitanza con il rallentamento dell'attività economica. La duplice norma applicata dal governo - congelamento della  spesa reale al netto degli interessi, mantenendo costante il disavanzo dell'amministrazione pubblica centrale in termini nominali - risulta decisamente insufficiente e dovrebbe essere estesa a tutti i livelli della pubblica amministrazione, compresa la  sicurezza sociale. È necessaria una riduzione consistente del disavanzo, che riporti su una tendenza chiaramente discendente il rapporto fra debito pubblico e PIL, pari tuttora al doppio del quoziente medio per la Comunità.  Anche nei Paesi Bassi l'impegno per un risanamento è stato insufficiente nel periodo di crescita sostenuta (1988-1990). Nel 1991 si dovranno prendere ulteriori provvedimenti che permettano di raggiungere gli obiettivi in tema di finanza pubblica. Il  persistere di un risparmio pubblico negativo richiederebbe peraltro una rigorosa applicazione degli obiettivi a medio termine stabiliti dal governo (disavanzo pari al 3 % del PIL entro il 1994), per ridurre il rapporto fra debito pubblico e PIL. PER LA CONTINUAZIONE DEL TESTO VEDI SOTTO NUMERO : 392D0180.1La riduzione degli squilibri delle finanze pubbliche in Portogallo, attuata negli ultimi anni, è il frutto del'incisiva riforma del sistema tributario, la quale ne ha aumentato l'efficienza, di uno sforzo di limitazione della spesa, della svolta ciclica  dell'economia e del processo di privatizzazione. Ma tanto il disavanzo che il debito pubblico restano superiori, in termini relativi, alla media della Comunità. Data questa situazione, ed anche per contribuire al rientro dell'inflazione, l'aggiustamento  fiscale resta una delle grandi priorità della politica economica e dovrebbe continuare ad essere perseguito con vigore.  L'Irlanda ha ottenuto notevoli successi nel risanare le finanze pubbliche negli ultimi anni '80. Da allora il consolidamento si è fatto più lento, per gli effetti della minor crescita economica e per le pressioni esercitate sulla spesa pubblica  dall'aumento della disoccupazione e dagli incrementi retributivi nel settore pubblico. L'impegno per un risanamento dovrebbe protrarsi nel medio periodo, in modo da mantenere l'evoluzione del livello relativo del debito pubblico su una traiettoria  saldamente discendente.  La Germania ed il Regno Unito rappresentano casi a parte.  In Germania, quale diretta conseguenza dell'ingente fabbisogno di finanziamento generato dall'unificazione, l'inversione di tendenza nell'andamento dei conti del settore pubblico ha comportato un deterioramento del saldo di notevole entità, pari a 4  punti percentuali del PIL tra il 1989 e il 1991, nonostante il livello elevato di attività economica. Sebbene il disavanzo attuale non sia tale da destare gravi preoccupazioni, se non quella di provocare una distorsione del mix di politica economica, le  prospettive a medio termine di riportare il disavanzo sotto controllo non sono per nulla favorevoli. Anche se le spese di sostegno ai consumi verranno ridotte, saranno gradualmente sostituite da investimenti su vasta scala in infrastrutture;  l'interazione tra un indebitamento pubblico in rapido aumento e l'onere crescente per gli interessi aggraverà la pressione sulle spese. Il consolidamento dei conti pubblici rappresenterà perciò una vera e propria sfida per la politica economica nei  prossimi anni.  Per di più, la politica fiscale recente ha posto l'accento soprattutto sull'aumento delle entrate. Gli incrementi delle imposte dirette o indirette possono peraltro generare, verosimilmente, maggiori richieste retributive dirette a compensare le perdite  di reddito: in queste condizioni, una politica basata eccessivamente sulle entrate tributarie potrebbe dare l'avvio ad un nuovo ciclo di aumento delle rivendicazioni in tema di distribuzione del reddito. Esistono ancora notevoli possibilità di ridurre  il disavanzo di bilancio contenendo la spesa. Inoltre, i trasferimenti di reddito alle famiglie dovrebbero essere strutturati in modo da garantire il carattere temporaneo della loro erogazione.  Nel Regno Unito il peggioramento della situazione di bilancio è dovuto soprattutto al meccanismo degli stabilizzatori automatici in atto nel periodo di severa recessione. L'obiettivo a medio termine delle autorità resta di ottenere grosso modo  l'equilibrio del bilancio su una base corretta delle variazioni cicliche. Resta opportuno un indirizzo prudente di politica fiscale, il quale permetta di soddisfare tale obiettivo di equilibrio del bilancio nel medio periodo e di mantenere un risparmio  pubblico positivo.  Nell'ultimo gruppo di paesi (Danimarca, Spagna, Francia e Lussemburgo) le posizioni di bilancio e l'onere del debito pubblico sono grosso modo sotto controllo. Questi paesi hanno un risparmio pubblico positivo e un livello relativo del debito pubblico  inferiore alla media della Comunità. Sussiste peraltro anche in questi paesi la necessità di mantenere un indirizzo prudente di politica fiscale, dato che alcuni di essi presentano forti tensioni inflazioniste e consistenti disavanzi della bilancia dei  pagamenti (Spagna) oppure un debito estero elevato (Danimarca).  L'insistenza sui consolidamento del bilanci pubblici è motivata da varie considerazioni: in primo luogo mira a correggere l'attuale asimmetria del policy mix, caratterizzato da una politica fiscale relativamente lassista, accompagnata ad una politica  monetaria relativamente restrittiva. Anche laddove i disavanzi di bilancio siano giustificabili alla luce di fattori temporanei ed eccezionali, resterebbe opportuno ridimensionarli il più rapidamente possibile per poter attuare un dosaggio più  equilibrato delle politiche economiche. In secondo luogo, esiste un fabbisogno di maggior risparmio nella Comunità, al quale la riduzione dei disavanzi pubblici darebbe un contributo consistente. Infine, una politica fiscale più restrittiva è atta a  favorire una dinamica salariale più equilibrata, che contribuirebbe a migliorare la convergenza.  L'auspicato ulteriore incremento del saggio di investimento, per incentivare la crescita economica ed aumentare l'occupazione, solleva il problema dell'adeguatezza dei risparmi. Il basso livello del risparmio, anche se non sembra aver avuto finora gravi  ripercussioni sui risultati dell'economia, ha però contribuito a mantenere elevati i tassi d'interesse a lungo termine. L'insufficienza del risparmio rischia però di diventare un vincolo più decisivo per la crescita economica futura, in particolare per  le economie dell'Europa centrale ed orientale in via di liberalizzazione e per i paesi in via di sviluppo. Un maggior risparmio potrà essere realizzato solo con un'inversione di segno delle cifre fortemente negative del risparmio pubblico nella Comunità  e negli altri grandi paesi occidentali. La capacità di generare un risparmio pubblico sufficiente rappresenta quindi un requisito essenziale anche per il decollo delle economie di mercato dell'Europa centrale ed orientale.  Infine, nel quadro di un'UEM pienamente realizzata, minore sarà lo spazio di manovra lasciato alla politica fiscale e soprattutto alla politica monetaria. Occorrerà pertanto porre maggiormente l'accento sulle misure strutturali, per realizzare il  necessario aggiustamento delle economie nella Comunità.  3. Le politiche di aggiustamento strutturale  Gli sforzi diretti a realizzare un mercato interno hanno dato luogo al più vasto complesso d'iniziative concernenti le strutture produttive mai attuato nella storia della Comunità. La dinamica del mercato  interno ha tuttavia non solo incrementato il potenziale di crescita della Comunità, ma anche evidenziato le notevoli rigidità tuttora esistenti nei diversi mercati, rigidità che si fanno più visibili con l'intensificarsi della concorrenza. Poiché la  situazione internazionale si dimostra attualmente meno atta a sostenere la crescita è inoltre importante che la Comunità consolidi la propria crescita interna.  Politiche d'aggiustamento strutturale, sostenute da adeguate politiche industriali, migliorano l'adattabilità e l'efficienza delle economie comunitarie. In piena coerenza con il programma 1992 la Commissione ha dato risalto alla necessità di misure di  politica industriale in diversi settori importanti ed ha avanzato proposte in questo senso. La realizzazione del mercato interno deve essere accompagnata da politiche strutturali se si vuole essere certi che tale mercato produca effettivamente tutti i  suoi potenziali effetti benefici.  Nell'ambito dell'unione economica e monetaria peraltro gli Stati che vi partecipano appieno non potranno più servirsi del tasso di cambio a fini d'aggiustamento, cosicché sarà necessaria una maggiore flessibilità di tutti i mercati per garantire lo  sviluppo equilibrato di tutte le regioni dell'unione. Nell'ambito dell'UEM l'adattabilità del mercato del lavoro dovrà pertanto costituire un importante fattore d'aggiustamento se si vorranno evitare ulteriori aumenti della disoccupazione.  Una funzione sempre più importante spetterà alle politiche d'aggiustamento strutturale tanto nazionali quanto comunitarie. Accompagnate da politiche macroeconomiche prudenti e da una politica diretta a rafforzare la coesione economica e sociale della  Comunità, esse dovranno costituire la risposta della Comunità per ripristinare in modo sostenibile tassi di crescita superiori al 3,5 % all'anno così da ridurre il livello persistentemente elevato della disoccupazione. Quattro settori in particolare  meritano di essere presi in considerazione per ulteriori miglioramenti strutturali: cooperazione, mercato del lavoro, politica della concorrenza e commercio internazionale.  La cooperazione può migliorare le condizioni di base in cui operano le società e rafforzare la concorrenzialità internazionale della Comunità rendendo disponibili energie e procedimenti innovativi. Una politica volta a migliorare le infrastrutture, e  specialmente quelle di trasporto, costituisce un elemento indispensabile per la realizzazione del mercato interno, oltre a rappresentare un elemento del processo di coesione in quanto infrastrutture più efficienti riducono il costo dei trasporti e delle  comunicazioni ravvicinando così le regioni periferiche al centro della Comunità.  Occorrerà inoltre prendere ulteriori iniziative nel campo dell'innovazione, della ricerca e dello sviluppo. Le politiche di ricerca e sviluppo incoraggeranno la concorrenzialità delle imprese comunitarie, ma, in un periodo di intensa evoluzione  tecnologica che spesso comporta costi di sviluppo notevoli, i risultati di un impegno in questo senso devono trovare più ampia applicazione grazie a una maggiore cooperazione così da rendere più rapido l'adeguamento delle nostre economie al progresso  tecnologico. Anche nel campo della ristrutturazione industriale e della tutela dell'ambiente una maggiore cooperazione agevolerà probabilmente l'aggiustamento. La cooperazione in questi settori dovrebbe consentire alla Comunità di fare più validamente  fronte alla concorrenza internazionale. La Comunità può svolgere un'importante funzione di stimolo alla cooperazione fra le imprese.  I mercati del lavoro della Comunità hanno progressivamente dato prova di maggiore flessibilità, ma i miglioramenti in questo senso si rivelano ancora insufficienti: l'aumento delle pressioni salariali in un momento nel quale più del 9 % della  popolazione attiva civile è tuttora disoccupata sembra indicare il persistere di notevoli problemi strutturali sui mercati del lavoro.  Per realizzare appieno il mercato interno in un momento in cui l'economia comunitaria cresce ad un ritmo ridotto e la concorrenza estera si fa più forte è necessario che le imprese ed i lavoratori adeguino metodi e pratiche di lavoro a questa nuova  situazione. La flessibilità della risposta data dalle imprese al nuovo ambiente in cui si trovano ad operare deve trovar riscontro nella flessibilità del mercato del lavoro in termini tanto di formazione e di qualifiche professionali quanto di  condizioni e pratiche occupazionali.  Nella maggior parte dei paesi l'aggiustamento del costo del lavoro risulta tuttora insufficiente a garantire la piena occupazione. Se si desidera evitare un aumento della disoccupazione le parti sociali devono tener maggiormente conto della necessità di  tale aggiustamento nelle negoziazioni salariali; le autorità degli Stati membri dovrebbero dunque rendere più visibili gli obiettivi delle politiche perseguite cosicché le prospettive macroeconomiche possano essere tenute in maggior considerazione nelle  contrattazioni salariali. Un impegno credibile dei governi degli Stati membri per la convergenza costituirebbe un segnale in tale direzione.  La rigidità delle strutture salariali, le tradizioni occupazionali e la mancanza di formazione professionale hanno aggravato i problemi delle persone escluse dal mercato del lavoro. L'ampio numero di disoccupati non qualificati illustra il problema del  costo del lavoro e dell'adeguatezza delle qualifiche in relazione al potenziale produttivo. Gli Stati membri dovrebbero riesaminare la regolamentazione del mercato del lavoro e le disposizioni di sicurezza sociale per rettificare alcuni aspetti che  impediscono l'ingresso od il reinserimento nel mercato del lavoro.  Vari argomenti sembrano infine militare a favore di una politica più attiva del mercato del lavoro, che ponga maggiormente l'accento sulla riqualificazione professionale anziché sull'erogazione di indennità di disoccupazione.  Con la piena realizzazione del mercato interno la concorrenza è destinata ad intensificarsi man mano che verranno meno gli ostacoli agli scambi. Le imprese europee devono essere pronte a questo nuovo clima di maggior concorrenza, che ha già dato origine  ad un'ondata di fusioni e concentrazioni all'interno della Comunità. La Comunità dal canto suo persegue un'attiva politica della concorrenza nell'intento di evitare l'insorgere di posizioni dominanti atte a ridurre la concorrenza e diminuire così il  benessere generale.  Un'accresciuta concorrenza può anche dare origine a richieste di maggiori aiuti destinati a tutelare le imprese o le attività poste sotto pressione dalla concorrenza stessa. Gli aiuti di Stato possono tuttavia compromettere il funzionamento del processo  di mercato poiché conferiscono vantaggi specifici a società concorrenti e rischiano inoltre di impedire la necessaria ristrutturazione dell'industria. Per questo motivo la Commissione è impegnata a limitare le sovvenzioni e ad integrarle in un contesto  di ristrutturazione.  I paesi economicamente più forti della Comunità devono resistere alla tentazione di compensare mediante sovvenzioni nazionali la maggiore competizione risultante dall'apertura dei mercati; sovvenzioni di tal genere rischierebbero infatti di eliminare i  vantaggi concorrenziali ottenuti in settori specifici dai paesi più svantaggiati.  La salvaguardia di una concorrenza libera ed esente da distorsioni nella Comunità presuppone un'efficace vigilanza sugli aiuti di Stato. La Commissione ha intrapreso due censimenti degli aiuti di Stato nella Comunità europea (nel 1988 e nel 1990) e  persegue con coerenza una maggiore trasparenza in questo campo. Gli aiuti pubblici assorbono tuttora una quota significativa delle risorse pubbliche negli Stati membri (vedi tabella 9): il secondo censimento ha individuato aiuti pubblici erogati a  livello nazionale per un importo complessivo pari al 2,2 % del PIL della Comunità, ovverossia a più del doppio del bilancio comunitario. Differenze considerevoli si riscontrano fra gli Stati membri: mentre infatti la Danimarca ed il Regno Unito spendono  per questo tipo d'interventi solo l'1 % del PIL, Belgio, Grecia, Italia e Lussemburgo ne spendono il 3 % o più.   Tabella 9 Aiuti di Stato nella Comunità (*) (media 1986-1988)  in % del PIL in % della spesa pubblica Concessi sotto forma di (%) spesa pubblica sgravi fiscali B3,25,8 8911 DK1,01,7100 0 D2,55,3 3664 GR3,16,5100 0 E2,35,5100 0 F2,03,8 8218 Irl2,75,2 6337 It3,16,2 6436 L4,17,6 91 9 NL1,32,1 7030 P2,35,3 4160 UK1,12,6 94 6 (*) Si tratta delle sovvenzioni contemplate della normativa comunitaria. Il totale delle sovvenzioni è difficile da determinare, per la varietà delle forme che gli aiuti possono assumere e la mancanza di dati nazionali completi.  Fonte: Servizi della Commissione, seconda inchiesta sugli aiuti di Stato.  Gli aiuti di Stato risultano fortemente concentrati: il settore manifatturiero ne ha assorbito il 41 %, quello dei trasporti il 30 %, l'industria carboniera il 16 % e l'agricoltura (in termini di aiuti nazionali) il 13 %.  In preparazione all'unione economica e monetaria le spese nazionali per sovvenzioni dovrebbero formare oggetto di un più attento esame allo scopo di migliorare la convergenza; l'impegno ad una maggiore disciplina in materia di aiuti di Stato  contribuirebbe parimenti alla realizzazione di un sistema di commercio internazionale più aperto.  Il risorgere di tendenze protezioniste nel commercio internazionale costituisce un elemento preoccupante: si sono avuti notevoli attriti tra partner commerciali, in particolare per quanto riguarda le sovvenzioni all'agricoltura e ad alcuni settori  industriali in declino, mentre il ricorso a provvedimenti non tariffari a tutela della produzione nazionale si è fatto più intenso in varie parti del mondo. La Comunità è impegnata a conseguire un risultato ambizioso, globale ed equilibrato nell'ambito  dell'Uruguay Round che si trova attualmente in una fase cruciale; un tale risultato è necessario per consolidare il sistema di scambi multilaterali ed invertire l'attuale tendenza al protezionismo. Ulteriori ritardi potrebbero compromettere la strategia  di aggiustamento di molti paesi in via di sviluppo e dell'Europa centrale ed orientale che hanno scelto di perseguire la crescita e lo sviluppo delle loro economie in una logica di mercato e di apertura verso l'estero. I principali paesi industriali  hanno una responsabilità notevole a questo proposito e dovrebbero adoperarsi per una tempestiva conclusione dell'Uruguay Round.  Un esito positivo dell'Uruguay Round non solo servirebbe gli interessi della Comunità garantendo l'accesso ai mercati ed un minore protezionismo nei settori tradizionalmente oggetto dei negoziati commerciali, ma permetterebbe anche di estendere  l'applicazione di regole convenute multilateralmente a nuovi settori di grande interesse per la Comunità, quali i servizi, i diritti di proprietà intellettuale e gli investimenti internazionali.  I negoziati tra la Comunità ed i paesi dell'EFTA diretti a costituire uno spazio economico europeo stanno per essere conclusi e permetteranno di estendere i vantaggi nel mercato interno ad una zona ancora più vasta. Facilitando il flusso di beni,  servizi, capitale e manodopera tra la CE e l'EFTA l'accordo contribuirà a sua volta a stimolare la concorrenza e a migliorare l'offerta di beni e servizi.  La Comunità svolge un ruolo attivo nell'assistere i paesi dell'Europa centrale ed orientale nelle riforme politiche ed economiche da essi avviate: oltre a gestire il programma di assistenza della Comunità, la Commissione funge infatti da coordinatore  per il G-24, gruppo che comprende tutti i principali paesi industrializzati.  L'assistenza si esplica in svariate forme tra cui: sostegno alla ricostruzione economica, aiuti alimentari e d'emergenza, assistenza tecnica, sostegno alle bilance dei pagamenti, finanziamento degli investimenti e crediti all'esportazione. La Comunità è  diventata la principale fonte di finanziamenti per i paesi dell'Europa centrale ed orientale, cui fornisce circa la metà degli aiuti complessivi da essi ricevuti. La Comunità ha inoltre portato a termine negoziati in vista di «accordi europei» per  stabilire relazioni di associazione con Ungheria, Polonia e Cecoslovacchia. Tali accordi consentiranno ai paesi dell'Europa centrale ed orientale di partecipare al processo d'integrazione europea; essi rivestono la massima importanza politica ed  economica, in un momento in cui le riforme intraprese da questi paesi si trovano in una fase cruciale mentre quello che era tradizionalmente il loro principale mercato estero (l'URSS) ha subito un tracollo. La costituzione di un'area di libero scambio  incoraggerà gli investimenti privati in questi paesi, il che rappresenta una tra le principali condizioni per il successo delle riforme economiche. La Comunità è pronta a negoziare analoghi accordi con altri paesi dell'Europa centrale ed orientale che  soddisfino le necessarie condizioni politiche ed economiche.  La Comunità ha dimostrato la propria volontà di migliorare l'accesso ai propri mercati per i paesi dell'Europa centrale ed orientale per i prodotti con i quali tali paesi possono concorrere efficacemente sul mercato mondiale, in particolare: prodotti  agricoli, tessili, siderurgici e carbonieri. Si deve tener conto delle implicazioni e delle difficoltà per questi stessi settori e per le regioni coinvolte all'interno della Comunità. Questo più ampio accesso ai mercati non andrà però a scapito delle  relazioni commerciali già esistenti con gli altri partner, ed in particolare con i paesi in via di sviluppo con i quali la Comunità ha stipulato accordi di cooperazione. La possibilità di accedere ai mercati comunitari rappresenta un fattore critico  perché lo sviluppo delle economie dei paesi in questione sia coronato dal successo.  PRINCIPALI INDICATORI ECONOMICI 1989-1993 COMUNITÀ, USA E GIAPPONE   (a)  PIL a prezzi costanti (1) (variazione percentuale annua) 198919901991 (*)1992 (*)1993 (*)B3,9 3,7 1,32 1/42 1/2 DK1,2 2,1 1,833 1/4 D3,3 4,7 3,32 1/41 3/4  GR2,8 -0,3 0,71 1/42 E4,8 3,7 2,533 1/4 F3,6 2,8 1,32 1/42 1/2  IRL5,9 5,7 1,32 1/42 3/4 I3,2 2,0 1,122 1/2 L6,1 2,3 3,03 1/23 1/4  NL4,0 3,9 2,31 1/42 P5,4 4,0 2,01 3/42 UK2,2 0,8 -1,822 3/4  CE3,3 2,8 1,32 1/42 1/2  USA2,8 0,9 -0,422 1/4 JAP4,9 5,6 4,63 1/23 1/2 (c)  Deflatore dei consumi privati (variazione percentuale annua) B 3,5 3,5 3,2 3 1/2 3 1/2 DK 5,1 2,5 2,4 2 1/4 2 1/2 D 3,1 2,6 3,5 4 1/4 4  GR14,720,218,314 1/411 E 6,6 6,4 5,8 5 1/2 5 1/4 F 3,5 2,9 3,0 3 2 3/4  IRL 3,9 2,6 3,0 3 2 3/4 I 5,8 6,2 6,4 5 1/4 5 1/4 L 3,4 4,2 3,4 3 3/4 3 1/4  NL 2,9 2,5 3,2 3 1/2 3 1/4 P12,813,611,7 9 1/2 7 3/4 UK 5,9 8,4 6,5 4 1/2 4  CE 4,9 5,2 5,0 4 1/2 4 1/4  USA 4,5 5,0 4,4 4 3/4 5 JAP 1,7 2,4 2,8 2 1/2 2 1/2 (b)  Domanda interna a prezzi costanti (variazione percentuale annua) B4,9 3,4 1,22 1/42 1/4 DK0,3 -0,7 0,423 1/4 D2,7 5,0 3,02 1/42  GR3,3 3,3 -0,312 1/4 E7,8 4,6 3,13 1/23 1/2 F3,2 3,2 1,122 1/4  IRL6,0 5,4 0,61 1/41 3/4 I3,6 1,9 1,52 1/42 3/4 L7,8 3,4 4,33 3/43 3/4  NL4,9 3,6 2,1  1/41 1/2 P4,0 5,8 4,63 1/43 1/4 UK3,1 -0,1 -3,02 1/43  CE3,7 2,9 1,12 1/42 1/2  USA2,2 0,5 -1,022 JAP5,7 5,8 3,43 3/43 3/4 (d)  Bilancia dei pagamenti correnti (in % del PIL) 198919901991 (*)1992 (*)1993 (*)B 1,1 1,0 1,0 1 1 1/4 DK -1,2 0,8 1,4 2 1/4 2 1 /2 D (2) 4,7 3,2 -1,1 -1 -   3/4  GR -4,8 -6,1 -4,1 -3 1/4 -2 3 /4 E -3,2 -3,5 -3,1 -3 1/4 -3 1 /4 F 0,1 -1,0 -0,7 -  3/4 - 3 /4  IRL 1,3 3,4 2,3 2 1 3 /4 I -1,4 -1,4 -1,3 -1 1/2 -1 3 /4 L 34,4 31,2 28,1 26 1/4 25 1/2  NL 3,3 3,8 4,1 4 1/2 4 3 /4 P -2,9 -0,3 -1,1 -1 1/2 -2 1 /2 UK -4,8 -2,6 -1,1 -1 1/2 -1 1 /4  CE -0,1 -0,2 -0,8 -1 -  3 /4  USA -1,9 -1,6 -0,1 -  3/4 -  3 /4 JAP 2,1 1,2 1,5 1 1/2 1 3 /4 (*)Previsioni, ottobre 1991.  (1)Per gli USA e il Giappone, PNB a partire dal 1990.  (2)Bilancia dei pagamenti correnti della Germania unificata in percentuale del PIL della Germania unificata a partire dal 1991.  Fonte: Servizi della Commissione.  (e)  Tasso di disoccupazione in % della popolazione attiva civile   B 8,5 8,1 8,6 8 1/2 8 1/2 DK 7,8 8,2 9,5 9 1/2 9 D 5,5 5,1 4,6 5 5 1/2  GR 7,5 7,5 8,8 9 1/4 9 3/4 E17,116,115,815 1/215 1/4 F 9,4 9,0 9,51010 1/4  IRL16,015,616,81818 1/2 I10,7 9,8 9,4 9 1/2 9 1/4 L 1,8 1,7 1,6 1 1/2 1 1/2  NL 8,7 8,1 7,2 7 3/4 7 3/4 P 4,8 4,6 4,0 4 1/4 4 3/4 UK 7,0 6,4 8,4 9 3/410  CE 8,9 8,4 8,6 9 9 1/4  USA 5,3 5,5 6,7 7 6 3/4 JAP 2,3 2,1 2,2 2 1/4 2 1/4 (g)  Occupazione totale (variazione percentuale annual) B 1,6 0,9 -0,3 0   1/4 DK -0,6 -0,4 -1,0 0 1 D 1,4 2,8 2,8 1   1/4  GR 0,4 0,2 0,8 -0   1/4 E 3,6 2,6 0,7 1 1/4 1 1/2 F 1,1 1,2 0,4-0   1/2  IRL -0,1 1,3 0,0    1/4   3 /4 I 0,2 1,0 0,9    1/2   3/4 L  4,0  4,2  1,9  1 1/2  1 1/2  NL 1,6 2,1 1,0 -  1/4 0 P 1,0 1,1 1,1 0-  1 /2 UK 2,8 0,4 -2,3 -  3/4   1/2  CE 1,5 1,4 0,5   1/4   1/2  USA 2,3 0,5 0,8 1 1 1/2 JAP 1,9 2,0 1,6 1 1/2 1 3/2(f)Indebitamento (-) o accreditamento (+) netto della pubblica amministrazione (in % del PIL) B- 6,7- 5,6- 6,3- 6 1/4- 5 3/4 DK- 0,5- 1,5- 1,7- 1 1/2-   1/2 D (1)   0,2- 1,9- 3,6- 3 1/4- 3 3/4  GR-18,3-19,8-17,3-14-10 1/4 E- 2,7- 4,0- 3,9- 3 1/2- 3 1/4 F- 1,2- 1,6- 1,5- 1 3/4- 1 1/2  IRL- 3,5- 3,6- 4,1- 4- 4 I (2)-10,1-10,6- 9,9- 9 1/4- 9 1/2 L- 4,3   4,7   1,9   2   2  NL- 5,2- 5,3- 4,4- 4- 3 3/4 P- 3,4- 5,8- 5,4- 4 1/2- 4 UK   1,3- 0,7- 1,9- 3 1/2- 3 1/4  CE- 2,9- 4,0- 4,4- 4 1/2- 4 1/4  USA- 1,7- 2,4- 2,3- 2- 1 1/2 JAP   2,5   2,2   1,8   2   2 (h)  Salario reale pro capite (3) (variazione percentuale annua) B 0,1 2,8 1,9 2 1/4 2 DK-1,6 1,0 1,1 1 1/4 1 1/2 D-0,2 1,5 2,6 1 1/2 1 1/2  GR 2,9 0,0 -1,7-2 1/4-  3/4 E -0,5 1,2 1,8 1 1/4 1 1/4 F 1,2 1,9 1,5 1 1  IRL 2,2 5,9 3,5 3 2 1/4 I 3,0 3,9 1,7 1 1/2 1 1/2 L 3,0 1,0 1,3 1 1/2 1 3/4  NL -2,4 1,1 1,5 1 1/2 2 P 0,8 3,7 6,6 4 1/2 2 UK 2,8 2,7 1,7 1 1/4 1 1/2  CE 1,1 2,3 2,0 1 1/4 1 1/4  USA -1,0 -0,1 0,3 -0-  1/4 JAP 2,5  1,8 1,0 1  1 (*)Previsioni, ottobre 1991.  (1)Compresi trasferimenti correnti ai nuovi cinque Laender e il disavanzo degli enti locali di questi Laender in percentuale del PIL della Germania unificata a partire dal 1991.  (2)1992 e 1993: questa previsione realizzata nell'ottobre 1991, non poteva incorporare pienamente gli effetti delle misure previste nel programma di convergenza.  (3)Deflazionato con il deflatore dei consumi privati.  Fonte: Servizi della Commissione.  (i)  Investimenti fissi lordi in costruzioni (variazone % annua, prezzi costanti) B  8,9  6,7 - 1,4 3 1/42 3/4 DK - 4,6 - 6,1 - 6,5 -14 D  5,1  5,3  3,5 2 1/21 3/4  GR  2,0  2,1- 5,0 2 1/25 E 14,9 10,7  5,3 44 F  5,3  2,3  1,2 23  IRL  9,8  8,4 - 2,9 44 I  3,6  2,5  0,4 1 1/41 1/4 L  4,4  5,9  5,9 4 1/23  NL  1,6  1,3- 0,6 -11 1/4 P  3,5  6,5  4,5 34 UK  2,5 - 1,1 -12,9 - 3/44 3/4  CE  5,3  3,6 - 0,5 1 3/42 3/4 (k)  Investimenti fissi lordi totali  (variazione % annua, prezzi costanti) B 13,6  8,3  0,6 32 3/4 DK  0,2 - 1,9 - 1,9 27 1/4 D  7,1  8,8  6,6 3 3/43  GR  8,6  4,8 - 1,2 3 1/25 1/2 E 13,7  6,7  2,2 3 3/44 F  5,8  3,8 - 0,6 1 3/43 1/4  IRL 11,3  7,5 - 0,4 3 3/44 1/4 I  5,1  3,0 - 0,4 2 1/23 L 13,4  3,3  6,2 4 3/44  NL  3,0  4,2 - 1,1 -12 P  7,5  7,5  4,5  33 3/4 UK  4,8 - 2,4 -12,8 -  3/46 1/2  CE  6,7  4,1 - 0,5 2 1/43 3/4  USA  2,7  0,9 - 4,4 4 1/25 1/2 JAP 11,0 10,9  4,6 3 1/24 (j)  Investimenti fissi lordi in macchinari e attrezzature (variazione % annua, prezzi costanti) B18,2 10,3  3,0 2 3/4 2 3/4 DK 6,3  3,0  3,0 510 D10,0 12,9 10,0 5 4 1/2  GR17,4  7,9  3,0 4 1/2 6 E13,0  1,2 - 2,5 3 4 F 5,8  5,0 - 1,8 1 1/2 3 1/2  IRL15,3  6,8  1,8 3 3/4 4 1/2 I 6,2  3,5 - 1,1 3 1/2 4 1/2 L26,3 13,7  6,4 4 3/4 4 3/4  NL 4,5  7,7  3,0 -1 1/4 2 1/2 P10,0  8,5  4,5 3 3 1/2 UK 8,3 - 3,6 -12,8 -1 8  CE 8,5  4,7 - 0,4 2 1/2 4 3/4 (l)PIL pro capite (CE=100), prezzi correnti e standard di potere d'acquisto  B 95,4101,2100,6103,4103,8 DK118,3113,1117,0110,2111,4 D117,9111,1114,0113,6112,3  GR 38,6 56,8 55,9 52,1 52,0 E 60,3 79,0 72,8 79,9 80,7 F105,8110,4110,1108,8108,8  IRL 60,8 58,9 63,4 68,9 69,2 I 86,5 93,3103,0103,2103,4 L158,5141,9126,2131,7134,3  NL118,6113,1106,0102,7102,0 P 38,7 56,4 52,2 56,3 56,2 UK128,6108,5105,4102,1102,5  CE100,0100,0100,0100,0100,0  USA189,6161,6155,7145,9148,1 JAP 55,8 96,2110,6124,3125,6 (*)Previsioni, ottobre 1991.  Fonte: Servizi della Commissione.     (1) Come misura della dispersione si è assunta la media non ponderata degli scarti assoluti dalla media ponderata.