CELEX: 62008CJ0419
Language: it
Date: 2010-03-18
Title: Sentenza della Corte (Quarta Sezione) del 18 marzo 2010.#Trubowest Handel GmbH e Viktor Makarov contro Consiglio dell'Unione europea e Commissione europea.#Impugnazione - Dumping - Regolamento (CE) n. 2320/97 che istituisce dazi antidumping sulle importazioni di alcuni tipi di tubi senza saldatura - Responsabilità extracontrattuale - Danno - Nesso causale.#Causa C-419/08 P.

Causa C‑419/08 P
      Trubowest Handel GmbH
      e
      Viktor Makarov
      contro
      Consiglio dell’Unione europea
      e
      Commissione europea
      «Impugnazione — Dumping — Regolamento (CE) n. 2320/97 che istituisce dazi antidumping sulle importazioni di alcuni tipi di tubi senza saldatura — Responsabilità extracontrattuale — Danno — Nesso causale»
      Massime della sentenza
      1.        Ricorso per risarcimento danni — Oggetto — Domanda di rimborso di dazi antidumping indebitamente versati — Competenza dei
            giudici nazionali
      (Regolamento del Consiglio n. 2913/92, art. 236, n. 1)
      2.        Responsabilità extracontrattuale — Presupposti — Illegittimità — Danno — Nesso causale
      (Art. 288, secondo comma, CE)
      3.        Responsabilità extracontrattuale — Presupposti — Nesso causale — Onere della prova
      (Art. 288, secondo comma, CE)
      1.        Spetta alle autorità nazionali trarre le conseguenze, nel loro ordinamento giuridico, di una declaratoria d’invalidità di
         un regolamento antidumping, con la conseguenza che i dazi antidumping pagati in forza di tale regolamento non sarebbero legittimamente
         dovuti ai sensi dell’art. 236, n. 1, del regolamento n. 2913/92, che istituisce un codice doganale comunitario, e dovrebbero,
         in linea di principio, essere rimborsati dalle autorità doganali, conformemente a tale disposizione, purché ricorrano le condizioni
         a cui tale rimborso è assoggettato, tra cui quella prevista al n. 2 di detto articolo.
      
      Di conseguenza, nonostante la conclusione di una transazione tra la parte che si considera lesa e le autorità doganali nazionali,
         la normativa comunitaria implica che una domanda di rimborso di dazi antidumping indebitamente versati rientri nella competenza
         dei giudici nazionali interessati. Tale transazione non può far sorgere in capo al giudice comunitario una competenza che
         non esisteva prima di detta transazione.
      
      (v. punti 25-26)
      2.        La responsabilità extracontrattuale della Comunità e l’attuazione del diritto al risarcimento del danno subito, ai sensi dell’art. 288,
         secondo comma, CE, dipendono della compresenza di un insieme di condizioni, riguardanti l’illegittimità del comportamento
         contestato alle istituzioni, la sussistenza del danno e l’esistenza di un nesso di causalità fra tale comportamento ed il
         danno lamentato.
      
      La condizione relativa al nesso di causalità è indipendente da quella relativa all’illegittimità del comportamento in questione.
         Pertanto, la questione se l’imposizione di dazi antidumping da parte di un regolamento definitivo sia illegittima non influisce
         sull’esame della condizione relativa al nesso di causalità tra tale regolamento e i danni asseritamente subiti a causa dell’adozione
         del regolamento medesimo.
      
      (v. punti 40, 48)
      3.        I principi comuni ai diritti degli Stati membri a cui rinvia l’art. 288, secondo comma, CE non possono essere invocati per
         dimostrare l’esistenza di un obbligo della Comunità di risarcire qualsiasi conseguenza dannosa, anche remota, di comportamenti
         dei suoi organi. Infatti, la condizione relativa al nesso causale richiesta dall’art. 288, secondo comma, CE concerne l’esistenza
         di un rapporto di causa-effetto sufficientemente diretto tra il comportamento delle istituzioni e il danno.
      
      Occorre che detto danno sia stato effettivamente causato dal comportamento contestato alle istituzioni. Anche nel caso di
         un eventuale concorso delle istituzioni nel danno per il quale è richiesto il risarcimento, detto concorso potrebbe essere
         troppo remoto a causa di una responsabilità incombente ad altri soggetti.
      
      Occorre verificare se il soggetto leso, a rischio di doversi accollare in prima persona il pregiudizio, abbia dato prova,
         al pari di un soggetto accorto, di una ragionevole diligenza per evitare il danno o limitarne l’entità. Il nesso di causalità
         può essere interrotto da un comportamento negligente del soggetto leso, qualora tale comportamento risulti essere la causa
         determinante del danno.
      
      (v. punti 53, 59, 61)
SENTENZA DELLA CORTE (Quarta Sezione)
      18 marzo 2010 (*)
      
      «Impugnazione – Dumping – Regolamento (CE) n. 2320/97 che istituisce dazi antidumping sulle importazioni di alcuni tipi di tubi senza saldatura – Responsabilità extracontrattuale – Danno – Nesso causale»
      Nel procedimento C‑419/08 P,
      avente ad oggetto l’impugnazione, ai sensi dell’art. 56 dello Statuto della Corte di giustizia, proposta il 23 settembre 2008,
      Trubowest Handel GmbH, con sede in Colonia (Germania), rappresentata dagli avv.ti K. Adamantopoulos e E. Petritsi, dikigoroi,
      
      Viktor Makarov, residente in Colonia, rappresentato dagli avv.ti K. Adamantopoulos e E. Petritsi, dikigoroi,
      
      ricorrenti,
      procedimento in cui le altre parti sono:
      Consiglio dell’Unione europea, rappresentato dal sig. J.‑P. Hix, in qualità di agente, assistito dagli avv.ti G. Berrisch e G. Wolf, Rechtsanwälte,
      
      Commissione europea, rappresentata dai sigg. N. Khan e H. van Vliet, in qualità di agenti,
      
      convenuti in primo grado,
      LA CORTE (Quarta Sezione),
      composta dal sig. K. Lenaerts, presidente della Terza Sezione, facente funzione di presidente della Quarta Sezione, dalla
         sig.ra R. Silva de Lapuerta, dai sigg. E. Juhász, G. Arestis (relatore) e J. Malenovský, giudici,
      
      avvocato generale: sig. P. Mengozzi
      cancelliere: sig.ra C. Strömholm, amministratore
      vista la fase scritta del procedimento e in seguito all’udienza del 16 settembre 2009,
      sentite le conclusioni dell’avvocato generale, presentate all’udienza del 29 ottobre 2009,
      ha pronunciato la seguente
      Sentenza
      1        Con il loro ricorso d’impugnazione, la Trubowest Handel GmbH (in prosieguo: la «Trubowest») ed il sig. Makarov chiedono l’annullamento
         della sentenza del Tribunale di primo grado delle Comunità europee 9 luglio 2008, causa T‑429/04, Trubowest Handel e Makarov/Consiglio
         e Commissione (in prosieguo: la «sentenza impugnata»), con la quale il Tribunale ha respinto il loro ricorso per risarcimento
         danni ai sensi dell’art. 288 CE, relativo ai danni da questi asseritamente subiti in seguito all’adozione del regolamento
         (CE) del Consiglio 17 novembre 1997, n. 2320, che istituisce dazi antidumping definitivi sulle importazioni di alcuni tipi
         di tubi senza saldatura, di ferro o di acciai non legati, originari dell’Ungheria, della Polonia, della Russia, della Repubblica
         ceca, della Romania e della Repubblica slovacca, che abroga il regolamento (CEE) n. 1189/93 e chiude il procedimento nei confronti
         di tali importazioni originarie della Repubblica di Croazia (GU L 322, pag. 1; in prosieguo: il «regolamento definitivo»).
         
      
       Contesto normativo
      2        La normativa comunitaria di base nel settore delle dogane è costituita dal regolamento (CEE) del Consiglio 12 ottobre 1992,
         n. 2913, che istituisce un codice doganale comunitario (GU L 302, pag. 1; in prosieguo: il «CDC»). L’art. 236 prevede quanto
         segue: 
      
      «1. Si procede al rimborso dei dazi all’importazione o dei dazi all’esportazione quando si constati che al momento del pagamento
         il loro importo non era legalmente dovuto o che l’importo è stato contabilizzato contrariamente all’articolo 220, paragrafo
         2.
      
      Si procede allo sgravio dei dazi all’importazione o dei dazi all’esportazione quando si constati che al momento della contabilizzazione
         il loro importo non era legalmente dovuto o che l’importo è stato contabilizzato contrariamente all’articolo 220, paragrafo
         2.
      
      Non vengono accordati né rimborso né sgravio qualora i fatti che hanno dato luogo al pagamento o alla contabilizzazione di
         un importo che non era legalmente dovuto risultano da una frode dell’interessato.
      
      2. Il rimborso o lo sgravio dei dazi all’importazione o dei dazi all’esportazione viene concesso, su richiesta presentata
         all’ufficio doganale interessato, entro tre anni dalla data della notifica al debitore dei dazi stessi.
      
      Questo termine viene prorogato quando l’interessato fornisce la prova che gli è stato impossibile presentare la domanda nel
         termine stabilito per caso fortuito o di forza maggiore.
      
      L’autorità doganale procede d’ufficio al rimborso o allo sgravio dei dazi di cui sopra quando constati, durante detto termine,
         l’esistenza di una delle situazioni descritte nel paragrafo 1, primo e secondo comma».
      
      3        Le disposizioni che disciplinano l’applicazione di provvedimenti antidumping da parte della Comunità europea sono contenute
         nel regolamento (CE) del Consiglio 22 dicembre 1995, n. 384/96, relativo alla difesa contro le importazioni oggetto di dumping
         da parte di paesi non membri della Comunità europea (GU 1996, L 56, pag. 1; in prosieguo: il «regolamento base»).
      
       Fatti
      4        Il Tribunale ha esposto i fatti della controversia ai punti 1‑21 della sentenza impugnata nei seguenti termini:
      
      «1      Con decisione non pubblicata del 25 novembre 1994 (caso IV/35.304), adottata specificamente sulla base dell’art. 14, n. 3,
         del regolamento del Consiglio 6 febbraio 1962, n. 17, primo regolamento d’applicazione degli articoli [81 CE] e [82 CE] (GU
         1962, n. 13, pag. 204), la Commissione decideva di avviare un’indagine relativamente all’esistenza eventuale di pratiche anticoncorrenziali
         riguardanti i tubi di acciaio al carbonio, che potevano essere in contrasto con l’art. 53 dell’accordo sullo Spazio economico
         europeo [del 2 maggio 1992 (GU 1994, L 1, pag. 3)], nonché con l’art. 81 CE. 
      
      2      In seguito a tale indagine, la Commissione decideva, il 20 gennaio 1999, di avviare un procedimento amministrativo relativo
         al caso IV/E-1/35.860-B – Tubi d’acciaio senza saldatura, in esito al quale adottava, in data 8 dicembre 1999, la decisione
         2003/382/CE, relativa ad un procedimento d’applicazione dell’articolo 81 CE (Caso IV/E‑1/35.860-B – Tubi d’acciaio senza saldatura)
         (GU L 140, pag. 1; in prosieguo: la “decisione sull’intesa”). 
      
      3      Ai sensi dell’art. 1, n. 1, della decisione sull’intesa, le otto imprese destinatarie della medesima “hanno violato le disposizioni
         dell’articolo 81, [n.] 1, (…) CE, partecipando (…) ad un accordo che prevedeva fra l’altro la protezione dei loro rispettivi
         mercati nazionali dei tubi [Oil Country Tubular Goods] filettati standard e [dei tubi da trasporto ‘project’] senza saldatura”.
         Nell’art. 1, n. 2, della decisione sull’intesa si afferma che l’infrazione è durata dal 1990 al 1995 per Mannesmannröhren-Werke
         AG, Vallourec SA, Dalmine SpA, Sumitomo Metal Industries Ltd, Nippon Steel Corp., Kawasaki Steel Corp. e NKK Corp. Per British
         Steel Ltd, si precisa che l’infrazione è durata dal 1990 al febbraio 1994. In conseguenza di tale infrazione alle imprese
         suindicate sono state inflitte ammende il cui importo variava, a seconda dei casi, da EUR 8,1 milioni a EUR 13,5 milioni.
         
      
      4      La decisione sull’intesa ha formato oggetto del comunicato stampa della Commissione 8 dicembre 1999, n. IP/99/957, ed è stato
         pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea il 6 giugno 2003. 
      
      5      L’8 luglio 2004, con la sentenza JFE Engineering e a./Commissione nelle cause riunite T‑67/00, T‑68/00, T‑71/00 e T‑78/00
         (Racc. pag. II‑2501), il Tribunale, da un lato, ha annullato l’art. 1, n. 2, della decisione sull’intesa, in quanto la Commissione
         aveva erroneamente constatato che quattro delle imprese interessate da detto articolo avevano partecipato all’intesa prima
         del 1° gennaio 1991 e oltre il 30 giugno 1994, e, dall’altro, ha ridotto l’importo dell’ammenda inflitta dalla Commissione
         a dette imprese. 
      
      6      Peraltro, in seguito ad una denuncia presentata il 19 luglio 1996 dal comitato per la difesa dell’industria dei tubi d’acciaio
         senza saldatura dell’Unione europea, la Commissione, in applicazione del regolamento (…) n. 384/96 (…), modificato dal regolamento
         (CE) del Consiglio 2 dicembre 1996, n. 2331 (GU L 317, pag. 1), pubblicava, il 31 agosto 1996, un avviso di apertura di un
         procedimento antidumping relativo alle importazioni di alcuni tipi di tubi senza saldatura, di ferro o di acciai non legati,
         originari della Russia, della Repubblica ceca, della Romania e della Slovacchia (GU C 253, pag. 26). 
      
      7      Il 29 maggio 1997, la Commissione adottava il regolamento (CE) n. 981/97, che impone dazi antidumping provvisori sulle importazioni
         di alcuni tipi di tubi senza saldatura, di ferro o di acciai non legati, originari della Russia, della Repubblica ceca, della
         Romania e della Repubblica slovacca (GU L 141, pag. 36). 
      
      8      In data 17 novembre 1997 il Consiglio adottava il regolamento [definitivo]. 
      9      Il 16 luglio 2004 il Consiglio adottava il regolamento (CE) n. 1322/2004 che modifica il regolamento definitivo (GU L 246,
         pag. 10). Ai sensi dell’art. 1 di tale regolamento, al regolamento definitivo è aggiunto un art. 8, ai sensi del quale l’art. 1
         del regolamento definitivo, che istituisce dazi antidumping sulle importazioni da esso considerate, non è più applicabile
         a decorrere dal 21 luglio 2004. 
      
      10      La Trubowest (…) è una società di diritto tedesco che importa nella Comunità alcuni tipi di tubi senza saldatura provenienti
         dalla Russia. La Trubowest, di cui il sig. (…) Makarov è amministratore dal 1997, ha iniziato le sue attività d’importazione
         di detti prodotti nel gennaio 1999 e le ha cessate nell’ottobre 1999. (…) 
      
      11      Peraltro, dal 1992 il sig. Makarov era anche amministratore della società Truboimpex Handel GmbH (in prosieguo: la “Truboimpex”),
         la cui attività commerciale consisteva nell’importare, in particolare in proprio nome, all’interno della Comunità, a partire
         dal 1996, alcuni tipi di tubi senza saldatura provenienti dalla Russia. 
      
      12      Il 15 ottobre 1999, l’Amtsgericht Kleve (giudice di primo grado di Kleve, Germania) ha emesso un mandato di arresto, in particolare
         nei confronti del sig. Makarov, in quanto “fortemente sospettato di aver fornito alle autorità tributarie di Colonia e di
         Emmerich, nel corso degli anni dal 1997 al 1999, dati inesatti ed incompleti riguardanti importanti operazioni fiscali, in
         quanto tali dichiarazioni costituivano 36 distinte infrazioni, e di aver così ridotto le imposte al fine di ottenere per [sé]
         e per altre persone vantaggi fiscali ingiustificati, il che ha consentito di eludere gran parte dei dazi all’importazione”.
         Inoltre, nel mandato di arresto si asseriva che, “[i]n tale occasione, i [tubi provenienti dalla Russia importati dalla Truboimpex
         e dalla Trubowest] costituivano l’oggetto di false dichiarazioni al fine di aggirare le disposizioni [del regolamento definitivo]”.
         
      
      13      In forza di tale mandato di arresto, il sig. Makarov è stato posto in regime detentivo dal 27 ottobre al 12 novembre 1999.
         A decorrere dalla sua liberazione, il sig. Makarov è stato sottoposto a misure restrittive della libertà di circolazione,
         in forza delle quali egli era in particolare tenuto a presentarsi, fino al 31 gennaio 2000, tre volte alla settimana all’ufficio
         di polizia competente, e non poteva recarsi all’estero senza previa autorizzazione (in prosieguo: le “misure restrittive della
         libertà”). 
      
      14      A partire dal 27 ottobre 1999, lo Hauptzollamt Emmerich (ufficio doganale principale di Emmerich, Germania), divenuto in seguito
         lo Hauptzollamt Duisburg (ufficio doganale principale di Duisburg, Germania), ha notificato ai ricorrenti alcuni avvisi di
         recupero, volti ad ottenere il pagamento di dazi antidumping che si riferivano alle importazioni effettuate dalla Truboimpex
         e dalla Trubowest nel periodo intercorrente tra dicembre 1997 e l’ottobre 1999. Le autorità doganali tedesche hanno ritenuto,
         in sostanza, che le importazioni delle ricorrenti non fossero state classificate, erroneamente, secondo i codici della nomenclatura
         comunitaria relativa ad alcuni tipi di tubi senza saldatura, oggetto del regolamento definitivo. In tale contesto, i conti
         bancari della Trubowest e del sig. Makarov sono stati posti sotto sequestro.
      
      15      Secondo le autorità doganali tedesche, la Truboimpex e la Trubowest erano quindi debitrici, a titolo di dazi antidumping insoluti,
         rispettivamente di EUR 1 575 181,86 e di EUR 729 538,78, vale a dire di un importo complessivo di EUR 2 304 720,64 per dazi
         antidumping insoluti da tali due società. Inoltre il sig. Makarov, nella sua qualità di amministratore della Trubowest e della
         Truboimpex, era considerato responsabile del pagamento dell’importo totale dovuto da tali due società. 
      
      16      A partire dal 16 e dal 17 novembre 1999, i ricorrenti contestavano, in conformità all’art. 243 del [CDC] e al diritto nazionale
         applicabile, presso lo Hauptzollamt Emmerich, gli avvisi di pagamento a posteriori di dazi antidumping emessi nei confronti
         della Trubowest e del sig. Makarov. Il 15 dicembre 2000, i ricorrenti hanno proposto un ricorso presso il Finanzgericht Düsseldorf
         (Tribunale finanziario di Düsseldorf, Germania), chiedendo la sospensione degli avvisi di pagamento che erano immediatamente
         esecutivi. Il 30 ottobre 2001, il Finanzgericht Düsseldorf ha respinto la domanda dei ricorrenti. Il 29 agosto 2003, i ricorrenti
         hanno depositato dinanzi allo Hauptzollamt Duisburg le loro conclusioni, nelle quali sostenevano, in sostanza, che le autorità
         doganali avevano erroneamente ritenuto che le loro importazioni rientrassero nell’ambito di applicazione del regolamento definitivo.
         
      
      17      Il 19 giugno 2000, lo Staatsanwaltschaft Kleve (il pubblico ministero di Kleve) ha adottato un atto di accusa (Anklageschrift)
         nei confronti del sig. Makarov, a causa delle false dichiarazioni doganali relative alle importazioni della Trubowest e della
         Truboimpex. In tale atto di accusa, lo Staatsanwaltschaft Kleve ha concluso, in sostanza, che un importo totale di 4 376 250,25
         di marchi tedeschi (DEM), pari a EUR 2 237 541,22, era dovuto a titolo di dazi doganali elusi risultanti dalle importazioni
         della Trubowest e della Truboimpex. 
      
      18      Il 14 novembre 2002, il Landgericht Kleve (Tribunale regionale di Kleve) ha sospeso il procedimento penale a carico del sig. Makarov
         in attesa dell’esito del procedimento tributario pendente nei suoi confronti. 
      
      19      Il 15 dicembre 2004, i ricorrenti hanno concluso una transazione con lo Hauptzollamt Duisburg la quale ha posto fine alla
         controversia con le autorità doganali tedesche. 
      
      20      Tale transazione prevedeva, in particolare, quanto segue:
      “Preambolo
      (…)
      Tramite la presente esposizione dei fatti, le parti intendono comporre in via definitiva la controversia che le oppone relativamente
         alla legittimità degli avvisi di pagamento controversi. Le parti riconoscono che la presente esposizione congiunta dei fatti
         non risolve la loro controversia in merito ai tipi di tubi di acciaio a cui si applichi o meno il diritto antidumping. 
      
      (…)
      In forza di quanto precede, le parti convengono su quanto segue: 
      (1.)
      Gli avvisi di accertamento e le dichiarazioni di responsabilità (…) riguardanti i dazi antidumping per l’importo di EUR 2 304 734,45
         verranno assolti con il versamento dell’importo complessivo di EUR 460 000 da parte[, in particolare, dei ricorrenti]. Le
         parti convengono sul fatto che una sola parte della somma di EUR 435 125,21 percepita in data odierna dallo Hauptzollamt Duisburg,
         pari a EUR 343 644,15, verrà dedotta dalla somma dovuta di EUR 460 000. 
      
      (…)
      (3.)
      La sottoscrizione del presente accordo comporterà la cessazione immediata di tutti i procedimenti esecutivi avviati nei confronti
         della Trubowest, nonché[, in particolare, del sig. Makarov]. 
      
      (…)
      (5.)
      [I ricorrenti] rinunciano con la presente a far valere nuove pretese nei confronti dell’amministrazione doganale, al fine
         di ottenere ad esempio un risarcimento danni, interessi inclusi, per i fatti di cui alla presente esposizione congiunta dei
         fatti. Essi rinunciano inoltre ad avviare ulteriori procedimenti giurisdizionali nei confronti dell’amministrazione doganale.
         
      
      Tuttavia, le parti conservano la possibilità di far valere pretese di tal sorta nei confronti di terzi, segnatamente le domande
         di risarcimento danni summenzionate (…) nei confronti della Commissione e del Consiglio (…) ai sensi dell’art. 288 [CE]”.
      
      21      Il 2 maggio 2005, il Landgericht Kleve ha emesso un’ordinanza (Beschluss) che poneva fine, ai sensi dell’art. 153a dello Strafprozessordnung-StPO
         (codice di procedura penale tedesco), al procedimento penale pendente nei confronti del sig. Makarov, a condizione del pagamento
         da parte di quest’ultimo di un’ammenda pari a EUR 18 000. In detta ordinanza il Landgericht Kleve afferma di aver tenuto conto
         del fatto che “[il sig. Makarov] dichiara che il suo accordo [diretto a porre fine al procedimento penale] non implica un
         riconoscimento di colpevolezza, ma che esso procede da considerazioni di ordine procedurale ed economico”».
      
       Procedimento dinanzi al Tribunale e sentenza impugnata
      5        Con atto depositato presso la cancelleria del Tribunale il 25 ottobre 2004, i ricorrenti hanno proposto un ricorso di risarcimento
         danni ai sensi dell’art. 288 CE contro il Consiglio e la Commissione, diretto ad ottenere la condanna di questi ultimi al
         pagamento dei seguenti importi:
      
      –      EUR 118 058,46 alla Trubowest, unitamente agli interessi di mora maturati al tasso annuo dell’8%, corrispondenti a quanto
         effettivamente pagato dalla Trubowest in seguito ai diversi avvisi di pagamento di dazi antidumping emessi dalle autorità
         doganali tedesche nei confronti dei ricorrenti, e ad un lucro cessante per la Trubowest; 
      
      –      EUR 397 916,91 al sig. Makarov, unitamente agli interessi di mora maturati al tasso annuo dell’8%, corrispondenti, per EUR 277 939,37,
         all’importo totale da questi effettivamente versato in seguito ai vari avvisi di pagamento di dazi antidumping; per EUR 63 448,54,
         alla retribuzione che non gli è stata versata dalla Trubowest e, per EUR 56 529, alle spese legali sostenute nell’ambito dei
         procedimenti in cui i ricorrenti si opponevano alle autorità doganali tedesche; 
      
      –      EUR 128 000 alla Trubowest, unitamente agli interessi di mora maturati al tasso annuo dell’8%, a titolo di lucro cessante
         ovvero, in subordine, una somma da convenire tra le parti a seguito di una decisione interlocutoria del Tribunale; 
      
      –      EUR 150 000 al sig. Makarov, unitamente agli interessi di mora maturati al tasso annuo dell’8%, a titolo di risarcimento del
         danno morale. 
      
      6        Con la sentenza impugnata il Tribunale ha respinto l’insieme dei motivi dedotti a sostegno del ricorso di risarcimento e ha
         condannato i ricorrenti alle spese sostenute dal Consiglio e dalla Commissione.
      
      7        Ai punti 41‑74 e 77‑82 della sentenza impugnata, il Tribunale ha dichiarato irricevibili alcuni capi della domanda contenuti
         nel ricorso di risarcimento, dichiarandosi incompetente, ai sensi dell’art. 288 CE, a pronunciarsi in merito. Per quanto attiene,
         da un lato, a domande di risarcimento danni il cui importo corrispondeva a somme versate dai ricorrenti a titolo di dazi antidumping,
         il Tribunale ha giudicato che tali domande erano di competenza esclusiva dei giudici nazionali, in conformità dei procedimenti
         previsti dal CDC. D’altro lato, riguardo alla domanda di rimborso delle spese legali, il Tribunale ha deciso che quest’ultima
         richiesta verteva su un elemento della controversia tra i ricorrenti e le autorità doganali tedesche di competenza esclusiva
         dei giudici nazionali. 
      
      8        Quanto al resto, nel valutare la condizione per l’accertamento della responsabilità extracontrattuale della Comunità, relativa
         all’esistenza di un nesso causale diretto tra l’illegittimità contestata e gli altri pregiudizi asseritamente subiti, ossia
         il lucro cessante della Trubowest, la perdita di retribuzione del sig. Makarov nonché il danno morale subìto dallo stesso,
         il Tribunale ha giudicato che i pregiudizi addotti non derivavano in modo sufficientemente diretto dall’illegittimità contestata.
         
      
      9        Il Tribunale ha giudicato opportuno, al punto 86 della sentenza impugnata, esaminare, innanzi tutto, la questione se i ricorrenti
         dimostrassero l’esistenza di un nesso di causalità tra l’asserito comportamento illegittimo del Consiglio nonché della Commissione
         e i pretesi danni di natura materiale e morale. Ai punti 98‑137 della sentenza impugnata, esso ha concluso che non vi era
         alcun nesso causale diretto e sufficiente tra l’istituzione dei dazi antidumping da parte del regolamento definitivo e detti
         danni. In tale contesto, il Tribunale non ha esaminato la questione se il regolamento fosse viziato da illegittimità o se
         i ricorrenti avessero realmente subito i danni lamentati. 
      
      10      In particolare, il Tribunale ha esaminato se esistesse un nesso di causalità sufficientemente diretto tra il comportamento
         contestato al Consiglio nonché alla Commissione ed i danni asseriti, sia nell’ipotesi in cui il regolamento definitivo non
         si applicasse alle merci importate dai ricorrenti sia nell’ipotesi contraria. Al riguardo, al punto 110 della sentenza impugnata,
         esso ha statuito che, nella prima ipotesi, la responsabilità della Comunità non può sussistere in quanto i pregiudizi addotti
         sarebbero imputabili esclusivamente alle autorità doganali e penali tedesche e non alla condotta asseritamente illegittima
         del Consiglio e della Commissione. Nella seconda ipotesi, esso ha dichiarato, al punto 116 della sentenza impugnata, che la
         causa determinante dei danni in questione risiederebbe nel comportamento dei ricorrenti consistente nella errata classificazione
         delle proprie importazioni. 
      
      11      Infine, il Tribunale ha respinto la domanda dei ricorrenti relativa ad alcune misure di organizzazione della procedura, giudicando,
         ai punti 138‑141 della sentenza impugnata, che non era necessario richiedere alla Commissione di produrre, da un lato, le
         prove del contributo da essa fornito ai negoziati relativi alla controversia sulla classificazione delle merci importate dai
         ricorrenti, conclusisi con la transazione tra questi e le autorità doganali tedesche, e, dall’altro, tutta la corrispondenza
         da essa scambiata con le autorità doganali ed il governo russo. 
      
       Procedimento dinanzi alla Corte e conclusioni delle parti
      12      I ricorrenti chiedono che la Corte voglia:
      
      –        annullare la sentenza impugnata nella sua totalità;
      –        pronunciarsi in via definitiva sulla controversia accogliendo il ricorso di risarcimento proposto dinanzi al Tribunale e condannare
         il Consiglio e la Commissione alle spese del procedimento di primo grado o, in subordine, rinviare la causa al Tribunale,
         e 
      
      –        condannare il Consiglio e la Commissione alle spese del presente procedimento. 
      13      Il Consiglio chiede che la Corte voglia:
      
      –        respingere il ricorso;
      –        in subordine, rinviare la causa al Tribunale;
      –        in ulteriore subordine, respingere il ricorso di risarcimento proposto dai ricorrenti, e 
      –        condannare questi alle spese.
      14      La Commissione chiede il rigetto del ricorso d’impugnazione e la condanna dei ricorrenti alle spese.
      
       Sull’impugnazione
      15      Il Tribunale ha proceduto all’esame del requisito del nesso causale diretto tra l’illegittimità contestata ed i danni asseriti
         dai ricorrenti solo relativamente alle domande da esso dichiarate ricevibili. Il primo motivo, che riguarda la sentenza impugnata
         nella parte in cui questa statuisce su detto requisito, riguarda quindi esclusivamente tali domande. Pertanto, nell’ambito
         dell’impugnazione, occorre esaminare innanzi tutto il secondo motivo, relativo alla sentenza impugnata nella parte in cui
         dichiara irricevibili alcune altre domande di risarcimento.
      
       Sul secondo motivo 
       Argomenti delle parti
      16      Con il secondo motivo, diviso in due parti, i ricorrenti sostengono, in primo luogo, che il Tribunale ha violato l’art. 288,
         secondo comma, CE e ha commesso un errore di diritto, ai punti 41‑74, 77‑82 e 138‑141 della sentenza impugnata, dichiarandosi
         incompetente a pronunciarsi sulle loro domande di risarcimento relative ad importi equivalenti alle somme pagate a titolo
         di dazi antidumping, nonché sulle spese legali sostenute nell’ambito del procedimento tra di essi e le autorità doganali tedesche,
         alla luce delle circostanze eccezionali di cui alla fattispecie, caratterizzate dal fatto che i ricorsi nazionali si sono
         estinti in seguito ad una transazione. In secondo luogo, i ricorrenti fanno valere che, al punto 68 della sentenza impugnata,
         il Tribunale ha snaturato gli elementi di fatto e di prova avendo giudicato che essi non avevano fornito alcun elemento di
         prova a sostegno delle loro affermazioni relative all’impatto sulla conclusione di una transazione, da un lato, del ruolo
         svolto dalla Comunità e dalle autorità russe e, dall’altro, dei procedimenti penali avviati dalle autorità doganali tedesche.
         
      
      17      Il Consiglio e la Commissione affermano che il Tribunale ha correttamente affermato che i dazi antidumping sono riscossi dalle
         autorità doganali nazionali e che, pertanto, secondo una giurisprudenza costante, solo i giudici nazionali sono competenti
         a stabilire la restituzione di dazi indebitamente riscossi in base a disposizioni comunitarie dichiarate successivamente invalide.
         Il giudice comunitario non sarebbe quindi competente a disporre una tale restituzione o il rimborso di spese legali sostenute
         nell’ambito di procedimenti nazionali relativi a detti dazi. Inoltre, la transazione conclusa tra i ricorrenti e le autorità
         doganali tedesche non può far sorgere, in capo al giudice comunitario, una competenza che non esisteva prima di detta transazione.
         Detto giudice sarebbe competente solo per il danno che si estenda oltre al mero rimborso di dazi illeciti. 
      
      18      Il Consiglio sostiene, inoltre, che le parti del presente motivo sono irricevibili. Infatti, la prima parte non conterrebbe
         un’esposizione precisa delle considerazioni giuridiche sulle quali si fonda l’asserzione secondo cui i ricorrenti non avrebbero
         concluso per loro spontanea volontà la transazione intervenuta tra di essi e le autorità doganali tedesche. Quanto alla seconda
         parte, i ricorrenti non indicherebbero in maniera precisa gli elementi che sarebbero stati snaturati dal Tribunale e non dimostrerebbero
         gli errori di valutazione che avrebbero condotto quest’ultimo al suddetto snaturamento. 
      
      19      La Commissione sostiene inoltre che l’impugnazione non rimette in discussione la fondatezza dell’analisi effettuata dal Tribunale
         ai punti 61‑66 della sentenza impugnata, secondo la quale i ricorrenti avrebbero potuto contestare la legittimità del regolamento
         definitivo nell’ambito del procedimento nazionale, il che avrebbe permesso loro di ottenere un rinvio pregiudiziale ai sensi
         dell’art. 234 CE e, in tal modo, un eventuale annullamento di detto regolamento da parte della Corte. Essa considera incompatibile
         con i fatti e il diritto la tesi secondo cui, nonostante la transazione da essi conclusa con le autorità doganali tedesche,
         i ricorrenti «non hanno mai rinunciato al loro diritto al risarcimento» e hanno accettato tale transazione «senza far venir
         meno l’illegittimità del regolamento [definitivo]». Peraltro, l’asserito ruolo delle istituzioni e la pressione dei procedimenti
         penali nei confronti di uno dei ricorrenti non avrebbero alcun legame con la fondatezza della valutazione del Tribunale secondo
         cui questi sarebbe incompetente a pronunciarsi su alcuni capi della domanda. 
      
       Giudizio della Corte
      20      Nella prima parte del loro secondo motivo i ricorrenti rilevano, innanzi tutto, che due dei capi della domanda per i quali
         il Tribunale si è dichiarato incompetente vertono su importi costituenti la somma da essi versata in forza della transazione
         conclusa con le autorità doganali tedesche, nonostante l’invocata illegittimità del regolamento definitivo. Benché i ricorrenti
         non specifichino nel loro ricorso d’impugnazione che quanto da loro saldato presso dette autorità siano dazi antidumping,
         occorre rilevare che il Tribunale ha constatato, al punto 46 della sentenza impugnata, che gli importi in questione corrispondono
         alle somme che i ricorrenti hanno rispettivamente versato a tale titolo e ha giudicato, al punto 47 di detta sentenza, che
         le loro domande al riguardo sono in sostanza domande di rimborso di detti diritti pagati in maniera asseritamente indebita,
         il che non è rimesso in discussione dai ricorrenti nell’ambito dell’impugnazione in esame. 
      
      21      Inoltre, i ricorrenti sostengono che, in seguito a detta transazione, sussiste un danno importante derivante dall’esistenza
         del regolamento definitivo da essi ritenuto illegittimo, il quale implica la responsabilità comunitaria e che va risarcito
         conformemente all’art. 288, secondo comma, CE. 
      
      22      Il Tribunale, al punto 63 della sentenza impugnata, ha statuito che la transazione conclusa tra le autorità doganali tedesche
         e i ricorrenti non è tale da conferirgli una competenza per statuire sulle domande di risarcimento proposte da questi ultimi
         relativamente ai dazi antidumping versati. Inoltre, esso ha constatato, al punto 67 di detta sentenza, che gli stessi ricorrenti
         hanno riconosciuto che essi disponevano, nell’ambito dei ricorsi nazionali da essi proposti, di un rimedio giurisdizionale
         efficace che consentiva loro di contestare il pagamento dei dazi antidumping sollevando l’illegittimità del regolamento definitivo,
         ma che essi hanno posto fine a tali ricorsi con detta transazione. 
      
      23      Al riguardo, occorre innanzi tutto rilevare che i giudici nazionali sono i soli competenti a conoscere di un’azione di ripetizione
         di importi indebitamente riscossi da un’amministrazione nazionale in forza di una normativa comunitaria successivamente dichiarata
         invalida (v., in tal senso, sentenze 30 maggio 1989, causa 20/88, Roquette frères/Commissione, Racc. pag. 1553, punto 14;
         13 marzo 1992, causa C‑282/90, Vreugdenhil/Commissione, Racc. pag. I‑1937, punto 12, e 27 settembre 2007, causa C‑351/04,
         Ikea Wholesale, Racc. pag. I‑7723, punto 68).
      
      24      In tale contesto, qualora un singolo si ritenga leso dall’applicazione di un regolamento antidumping che considera illegittimo,
         egli ha la possibilità di contestare, dinanzi al giudice nazionale competente, la validità del regolamento applicato dalle
         autorità doganali nazionali. Quindi, in presenza delle condizioni di cui all’art. 234 CE, tale giudice può, o meglio deve,
         sottoporre alla Corte una questione relativa alla validità del regolamento in questione.
      
      25      Occorre anche ricordare che spetta alle autorità nazionali trarre le conseguenze, nel loro ordinamento giuridico, di una declaratoria
         d’invalidità, con la conseguenza che i dazi antidumping pagati in forza del regolamento in questione non sarebbero legittimamente
         dovuti ai sensi dell’art. 236, n. 1, del CDC e dovrebbero, in linea di principio, essere rimborsati dalle autorità doganali,
         conformemente a tale disposizione, purché ricorrano le condizioni a cui tale rimborso è assoggettato, tra cui quella prevista
         al n. 2 di detto articolo (v. sentenza Ikea Wholesale, cit., punto 67).
      
      26      Di conseguenza, nonostante la transazione conclusa, nella fattispecie, tra i ricorrenti e le autorità doganali tedesche, la
         normativa comunitaria implica che una domanda di rimborso di dazi antidumping indebitamente versati rientri nella competenza
         dei giudici nazionali interessati. Tale transazione non può far sorgere in capo al giudice comunitario una competenza che
         non esisteva prima di detta transazione. 
      
      27      Con la prima parte del presente motivo, i ricorrenti contestano, in secondo luogo, la sentenza impugnata nella parte in cui
         il Tribunale si è dichiarato incompetente per statuire sulla loro domanda di risarcimento relativamente alle spese legali
         sostenute in relazione ai procedimenti svoltisi a livello nazionale. Tuttavia essi non adducono alcun argomento idoneo ad
         inficiare il carattere accessorio di dette spese rispetto alla controversia nazionale. Orbene, dalla giurisprudenza correttamente
         citata dal Tribunale al punto 78 della sentenza impugnata risulta che la questione del rimborso delle spese sostenute nell’ambito
         di un procedimento nazionale, che è una questione accessoria rispetto alla lite che ha dato luogo a tale procedimento, appartiene
         alla competenza esclusiva del giudice nazionale.
      
      28      Occorre quindi constatare che il Tribunale si è correttamente dichiarato incompetente a conoscere dei capi della domanda di
         cui trattasi, di modo che la prima parte del secondo motivo è infondata. 
      
      29      Con la seconda parte del presente motivo, relativa alla transazione in merito alla controversia a livello nazionale, i ricorrenti
         sostengono che il Tribunale ha snaturato gli elementi di fatto e di prova ad esso sottoposti giudicando, al punto 68 della
         sentenza impugnata, che essi non avevano fornito prove a sostegno dei loro argomenti relativi all’impatto sulla conclusione
         di tale transazione, da un lato, del ruolo svolto dalla Comunità e dalle autorità russe e, dall’altro, dei procedimenti penali
         che erano stati avviati dalle autorità tedesche. Essi fanno inoltre valere che il Tribunale avrebbe commesso un errore rifiutando,
         ai punti 138‑141 della sentenza impugnata, di richiedere alla Commissione di produrre, da un lato, le prove del contributo
         da essa fornito ai negoziati relativi alla controversia sulla classificazione delle merci importate, conclusisi con detta
         transazione, e, dall’altro, tutta la corrispondenza da essa scambiata con le autorità doganali tedesche ed il governo russo.
         Tali elementi di prova relativi al comportamento delle istituzioni comunitarie potrebbero, secondo i ricorrenti, essere rilevanti
         nell’ambito di un’azione fondata sull’art. 288, secondo comma, CE. 
      
      30      A tale riguardo si deve rammentare che, secondo una giurisprudenza costante, dagli artt. 225 CE e 58, primo comma, dello Statuto
         della Corte di giustizia emerge che il Tribunale è il solo competente, da un lato, ad accertare i fatti, salvo il caso in
         cui l’inesattezza materiale dei suoi accertamenti consti dai documenti del fascicolo ad esso sottoposti, e, dall’altro, a
         valutare tali fatti. Una volta che il Tribunale abbia accertato o valutato i fatti, la Corte è competente, ai sensi dell’art. 225 CE,
         ad effettuare un controllo sulla qualificazione giuridica di tali fatti e sulle conseguenze di diritto che il Tribunale ne
         ha tratto (v., in particolare, sentenze 6 aprile 2006, causa C‑551/03 P, General Motors/Commissione, Racc. pag. I‑3173, punto
         51; 22 maggio 2008, causa C‑266/06 P, Evonik Degussa/Commissione, punto 72; 18 dicembre 2008, cause riunite C‑101/07 P e C‑110/07 P,
         Coop de France bétail et viande e a./Commissione, Racc. pag. I‑10193, punto 58, nonché 3 settembre 2009, causa C‑535/06 P,
         Moser Baer India/Consiglio, non ancora pubblicata nella Raccolta, punto 31). 
      
      31      In tal senso, la Corte non è competente ad accertare i fatti né, in linea di principio, ad esaminare le prove sulle quali
         il Tribunale ha basato il proprio accertamento dei fatti stessi. Infatti, una volta che tali prove siano state acquisite regolarmente
         e che i principi generali del diritto e le norme di procedura applicabili in materia di onere e di produzione della prova
         siano stati rispettati, spetta unicamente al Tribunale pronunciarsi sul valore da attribuire agli elementi dinanzi ad esso
         prodotti. Salvo il caso dello snaturamento di tali elementi, tale valutazione non costituisce pertanto una questione di diritto
         soggetta, in quanto tale, al sindacato della Corte (v., in particolare, citate sentenze General Motors/Commissione, punto
         52; Evonik Degussa/Commissione, punto 73; Coop de France bétail et viande e a./Commissione, punto 59, nonché Moser Baer India/Consiglio,
         punto 32).
      
      32      Si deve peraltro ricordare che uno snaturamento deve risultare manifestamente dai documenti del fascicolo, senza che sia necessario
         effettuare una nuova valutazione dei fatti e delle prove (v., in particolare, citate sentenze General Motors/Commissione,
         punto 54; Evonik Degussa/Commissione, punto 74; Coop de France bétail et viande e a./Commissione, punto 60, nonché Moser Baer
         India/Consiglio, punto 33). 
      
      33      Nella fattispecie, quanto alla censura relativa alla prova fornita dai ricorrenti riguardo alle condizioni in presenza delle
         quali le parti hanno concluso la transazione in questione, l’asserito snaturamento dei fatti non è indicato in maniera precisa
         e sufficiente nel ricorso d’impugnazione. Inoltre, i ricorrenti non provano in che modo sarebbero state influenzate le conseguenze
         giuridiche tratte dal Tribunale al punto 139 della sentenza impugnata, relative alla propria incompetenza a statuire su domande
         di risarcimento di dazi antidumping e di spese legali rispettivamente versati e sostenute a livello nazionale, nel caso in
         cui la Commissione fosse stata obbligata a produrre i documenti richiesti. 
      
      34      È giocoforza constatare che i ricorrenti mirano ad ottenere, in tal modo, un riesame delle valutazioni di fatto operate dal
         Tribunale, riesame per il quale la Corte non è competente nell’ambito dell’impugnazione, cosicché tale censura dev’essere
         dichiarata irricevibile. 
      
      35      Ne consegue che il secondo motivo dev’essere respinto in toto in quanto parzialmente infondato e parzialmente irricevibile.
         
      
       Sul primo motivo
      36      I ricorrenti sostengono che il Tribunale è incorso in un errore di diritto nell’interpretazione ed applicazione dell’art. 288,
         secondo comma, CE, con riferimento alle condizioni in presenza delle quali la Comunità può incorrere in responsabilità extracontrattuale.
         Con tale motivo, che comporta due parti, i ricorrenti addebitano al Tribunale, da un lato, di non avere esaminato il comportamento
         illegittimo idoneo a causare il danno e, in particolare, il comportamento illegittimo addebitato con riferimento al suo contesto
         giuridico ed alla valutazione del nesso causale, e, dall’altro, di aver giudicato che il nesso di causalità esistente tra
         il comportamento addebitato alle istituzioni comunitarie ed i diversi elementi del danno lamentato non possa essere considerato
         come sufficientemente diretto. 
      
       Sulla prima parte
      –       Argomenti delle parti
      37      I ricorrenti fanno valere che, nella fase di esame del nesso causale tra il presunto comportamento illegittimo ed il danno
         allegato, questi ultimi devono essere stati esaminati, in qualsivoglia maniera, prima di poter decidere che non esiste un
         tale nesso sufficientemente diretto tra i due o che tale nesso è stato interrotto. In altri termini, secondo i ricorrenti,
         in materia di responsabilità extracontrattuale della Comunità, mentre il fatto di iniziare con l’esame della legittimità contestata
         o del danno allegato non presuppone l’esame delle altre condizioni di tale responsabilità, il fatto di iniziare con l’esame
         del nesso causale presuppone che, in una maniera o in un’altra, le altre due condizioni siano già state considerate.
      
      38      Il Consiglio fa valere che l’affermazione secondo cui il Tribunale sarebbe tenuto a «prendere in considerazione in una maniera
         o in un’altra (…) le altre due condizioni» o ad «esaminare l’ambito normativo relativo al nesso di causalità e, in particolare,
         il comportamento illegittimo» è priva di fondamento. L’iter seguito dal Tribunale, consistente nell’analizzare il nesso causale,
         considerando come un dato di fatto l’atto asseritamente illegittimo ed il danno lamentato, è quello seguito d’abitudine. Esso
         non sarebbe tenuto ad esaminare le condizioni della responsabilità di un’istituzione in un determinato ordine e, se una delle
         tre condizioni non è soddisfatta, la richiesta di risarcimento dovrebbe essere respinta senza che occorra esaminare le altre
         condizioni. 
      
      39      Secondo la Commissione, nessuna norma impedirebbe al Tribunale di esaminare la condizione relativa al nesso causale senza
         pronunciarsi sulla questione dell’asserita illegittimità del regolamento definitivo. Benché possa effettivamente essere corretto
         che «la causalità non esiste in termini assoluti», il ricorso d’impugnazione prescinderebbe completamente dal fatto che il
         nesso causale è determinato né, da un lato, dal comportamento illegittimo né, dall’altro, dal danno subìto, ma semplicemente
         dalla questione se il comportamento contestato abbia causato il danno asserito.
      
      –       Giudizio della Corte
      40      Dalla giurisprudenza della Corte emerge che la responsabilità extracontrattuale della Comunità e l’attuazione del diritto
         al risarcimento del danno subìto, ai sensi dell’art. 288, secondo comma, CE, dipendono della compresenza di un insieme di
         condizioni, riguardanti l’illegittimità del comportamento contestato alle istituzioni comunitarie, la sussistenza del danno
         e l’esistenza di un nesso di causalità fra tale comportamento dell’istituzione ed il danno lamentato (v., in particolare,
         sentenze 29 settembre 1982, causa 26/81, Oleifici Mediterranei/CEE, Racc. pag. 3057, punto 16; 15 settembre 1994, causa C‑146/91,
         KYDEP/Consiglio e Commissione, Racc. pag. I‑4199, punto 19, nonché 9 settembre 2008, cause riunite C‑120/06 P e C‑121/06 P,
         FIAMM e a./Consiglio e Commissione, Racc. pag. I‑6513, punto 106).
      
      41      Poiché le tre condizioni della responsabilità prevista dall’art. 288, secondo comma, CE devono essere cumulativamente soddisfatte,
         la mancanza di una di esse è sufficiente per respingere un ricorso per risarcimento danni (sentenza 9 settembre 1999, causa
         C‑257/98 P, Lucaccioni/Commissione, Racc. pag. I‑5251, punto 14).
      
      42      Inoltre, non esiste alcun obbligo di esaminare le condizioni della responsabilità di un’istituzione in un determinato ordine
         (v., in tal senso, sentenza Lucaccioni/Commissione, cit., punto 13).
      
      43      Rispetto al rigetto del secondo motivo, il presente motivo verte esclusivamente su richieste di risarcimento relative, da
         un lato, ai danni materiali che consisterebbero in un lucro cessante per la Trubowest e in una perdita di retribuzione per
         il sig. Makarov, rispettivamente valutati in EUR 128 000 ed EUR 63 448,54, e, dall’altro, al danno morale che il sig. Makarov
         avrebbe sofferto, valutato in EUR 150 000.
      
      44      Il Tribunale ha concluso, al punto 134 della sentenza impugnata, che, in ogni caso, ossia sia che le importazioni realizzate
         dalla Trubowest rientrino o meno nell’ambito di applicazione del regolamento definitivo, e sia che i ricorrenti abbiano o
         meno commesso un errore di classificazione, il nesso di causalità esistente tra il comportamento illegittimo contestato al
         Consiglio nonché alla Commissione ed i danni lamentati non può essere qualificato come sufficientemente diretto. 
      
      45      In udienza i ricorrenti hanno sottolineato che il Tribunale non ha esaminato l’evento giuridico all’origine del danno. A loro
         parere, la questione della causalità può essere trattata solo nell’ambito di un esame approfondito del contesto giuridico
         dell’atto controverso, ossia il regolamento definitivo secondo loro illegittimo. 
      
      46      Il Consiglio e la Commissione ritengono che non vi sia alcun obbligo per il Tribunale di pronunciarsi sull’illegittimità contestata
         prima di esaminare l’esistenza di un nesso di causalità tra tale illegittimità ed il danno lamentato. 
      
      47      Come sottolineato dall’avvocato generale al paragrafo 68 delle sue conclusioni, i ricorrenti hanno omesso di spiegare in che
         modo l’esame, da parte del Tribunale, della condotta contestata alle istituzioni abbia influito sulla valutazione della condizione
         relativa al nesso di causalità effettuata nella sentenza impugnata. Il Tribunale poteva esaminare il nesso causale partendo
         dal presupposto che, come asserito dai ricorrenti, l’atto contestato fosse effettivamente illegittimo ed il danno effettivamente
         esistente (v., per analogia, sentenza Lucaccioni/Commissione, cit., punti 12, 15 e 16, nonché ordinanza 12 aprile 2005, causa
         C‑80/04 P, DLD Trading Company Import-Export/Consiglio, punto 50). 
      
      48      La condizione relativa al nesso di causalità è indipendente da quella relativa all’illegittimità dell’atto in questione nell’ambito
         di un ricorso di risarcimento sulla base dell’art. 288, secondo comma, CE. Pertanto, nella fattispecie, la questione se l’imposizione
         di dazi antidumping da parte del regolamento definitivo fosse illegittima non influisce sull’esame della condizione relativa
         al nesso di causalità. 
      
      49      È quindi a ragione che il Tribunale ha giudicato di poter esaminare innanzi tutto la questione del nesso di causalità tra
         il comportamento contestato al Consiglio nonché alla Commissione e i danni lamentati. 
      
      50      Da quanto precede consegue che la prima parte del primo motivo dev’essere respinta in quanto infondata. 
      
       Sulla seconda parte
      –       Argomenti delle parti
      51      I ricorrenti sostengono che il Tribunale è incorso in un errore di diritto giudicando che il nesso di causalità esistente
         tra il comportamento illegittimo delle istituzioni comunitarie e i danni asseriti non possa essere considerato come sufficientemente
         diretto, essendosi basato su due ipotesi consistenti in asserzioni infondate. Il Tribunale avrebbe omesso di tenere conto
         del fatto che i ricorrenti chiedevano un risarcimento dei danni subiti in seguito all’istituzione di dazi illegittimi. Esso
         avrebbe, erroneamente, tenuto conto di errori ipotetici, non verificati, nella classificazione delle merci importate ed asseritamente
         costitutivi di inadempienze in capo alle autorità tedesche o ai ricorrenti. Questi ultimi ritengono che il Tribunale abbia
         applicato erroneamente la condizione di causalità, avendo esaminato l’esistenza di un’interruzione del nesso di causalità
         senza previamente valutare l’esistenza di un tale nesso diretto tra il comportamento illegittimo contestato e il danno lamentato.
      
      52      Il Consiglio e la Commissione fanno valere che, considerato che non è mai stato stabilito in maniera definitiva se i tipi
         di tubi per i quali le autorità doganali tedesche avevano reclamato dazi antidumping ai sensi del regolamento definitivo entrassero
         o meno nell’ambito d’applicazione di detto regolamento, il Tribunale ha esaminato il nesso di causalità sulla base di due
         ipotesi. 
      
      –       Giudizio della Corte
      53      I principi comuni ai diritti degli Stati membri a cui rinvia l’art. 288, secondo comma, CE non possono essere invocati per
         dimostrare l’esistenza di un obbligo della Comunità di risarcire qualsiasi conseguenza dannosa, anche remota, di comportamenti
         dei suoi organi (v., in tal senso, sentenze 4 ottobre 1979, cause riunite 64/76, 113/76, 167/78, 239/78, 27/79, 28/79 e 45/79,
         Dumortier e a./Consiglio, Racc. pag. 3091, punto 21, nonché 30 gennaio 1992, cause riunite C-363/88 e C‑364/88, Finsider e a./Commissione,
         Racc. pag. I‑359, punto 25). Infatti, la condizione relativa al nesso causale richiesta dall’art. 288, secondo comma, CE concerne
         l’esistenza di un rapporto di causa-effetto sufficientemente diretto tra il comportamento delle istituzioni e il danno (v.,
         in tal senso, sentenza Dumortier e a./Consiglio, cit. punto 21). 
      
      54      Inoltre, si deve ricordare che, secondo la giurisprudenza costante della Corte, un’impugnazione può fondarsi, ai sensi degli
         artt. 225 CE e 58, primo comma, dello Statuto della Corte di giustizia, solo su motivi relativi alla violazione di norme di
         diritto, con esclusione di qualsiasi valutazione dei fatti (v. in tal senso, in particolare, sentenza 1° ottobre 1991, causa
         C‑283/90 P, Vidrányi/Commissione, Racc. pag. I‑4339, punto 12, e ordinanza 17 settembre 1996, causa C‑19/95 P, San Marco/Commissione,
         Racc. pag. I-4435, punto 39). 
      
      55      I ricorrenti non spiegano in che modo l’addotta illegittimità del regolamento definitivo possa rapportarsi all’esistenza di
         un nesso sufficientemente diretto tra i danni asseritamente subiti ed il comportamento illegittimo contestato. Infatti, la
         legittimità di tale regolamento non ha alcun rapporto con la validità della valutazione delle ipotesi fattuali delineate dal
         Tribunale, che ha indotto quest’ultimo a concludere che il nesso di causalità fosse venuto meno. 
      
      56      I ricorrenti sostengono inoltre che il Tribunale ha commesso un errore di diritto concludendo, al punto 134 della sentenza
         impugnata, che il nesso di causalità esistente tra il comportamento illegittimo delle istituzioni ed i danni lamentati non
         può essere considerato come sufficientemente diretto. 
      
      57      Dalla sentenza impugnata risulta che il Tribunale non ha esaminato previamente e in maniera generale la questione se il danno
         lamentato si sarebbe verificato in assenza del comportamento illegittimo delle istituzioni. La motivazione di tale sentenza
         si concentra sull’interruzione del nesso causale tra tali due elementi. Ai punti 112 e 113 di detta sentenza, nell’ambito
         della prima ipotesi, il Tribunale ha giudicato che la valutazione dell’esistenza di un nesso causale non dipende dalla questione
         se, in assenza dell’atto illegittimo, l’esito degli eventi sarebbe stato diverso. Parimenti, secondo la giurisprudenza citata
         ai punti 99 e 102 della sentenza impugnata, il danno lamentato deve derivare dal comportamento contestato in maniera sufficientemente
         diretta, e senza che vi sia stata interruzione del nesso causale. 
      
      58      A tal riguardo, occorre dichiarare che vi è un nesso di causalità ai sensi dell’art. 288, secondo comma, CE ogni qualvolta
         esista un rapporto diretto di causa-effetto tra il comportamento illegittimo delle istituzioni in questione e il danno lamentato.
         
      
      59      Occorre che detto danno sia stato effettivamente causato dal comportamento contestato alle istituzioni. Tale approccio è confermato
         dalla giurisprudenza costante ricordata al punto 53 della presente sentenza, secondo la quale, anche nel caso di un eventuale
         concorso delle istituzioni nel danno per il quale è richiesto il risarcimento, detto concorso potrebbe essere troppo remoto
         a causa di una responsabilità incombente ad altri soggetti, tra i quali eventualmente i ricorrenti. 
      
      60      Innanzi tutto, il Tribunale ha correttamente valutato che, nel caso in cui il regolamento definitivo non si applichi alle
         merci importate dai ricorrenti e questi non abbiano quindi commesso alcun errore nella classificazione delle stesse, occorrerebbe
         constatare che i danni da essi lamentati sono esclusivamente imputabili alle autorità doganali tedesche, poiché queste avrebbero
         assoggettato dette merci a dazi antidumping ancorché queste non rientrassero nell’ambito d’applicazione del regolamento definitivo.
         
      
      61      In secondo luogo, il Tribunale ha dichiarato, a ragione, che, nel caso in cui il regolamento definitivo si applichi alle merci
         importate dai ricorrenti e questi ultimi non abbiano quindi classificato tali merci correttamente, occorrerebbe constatare
         che la causa determinante dei danni da essi lamentati risiederebbe nella loro propria condotta, e non nel preteso comportamento
         illegittimo del Consiglio e della Commissione. In tale ipotesi, il Tribunale ha anche giustamente ricordato, ai punti 100
         e 101 della sentenza impugnata, che occorre verificare se il soggetto leso, a rischio di doversi accollare in prima persona
         il pregiudizio, abbia dato prova, al pari di un soggetto accorto, di una ragionevole diligenza per evitare il danno o limitarne
         l’entità. Il nesso di causalità può essere interrotto da un comportamento negligente del soggetto leso, qualora tale comportamento
         risulti essere la causa determinante del danno.
      
      62      I ricorrenti sostengono che il Tribunale ha omesso di prendere in considerazione il fatto che essi chiedevano il risarcimento
         del danno subìto in seguito all’istituzione di dazi illegittimi, e si è invece concentrato, a torto, su errori ipotetici nella
         classificazione delle merci importate. Secondo i ricorrenti, la questione non è di sapere se il regolamento definitivo si
         applichi o meno a tali merci. Gli importi che sono stati riscossi a titolo di dazi antidumping e che restano versati presso
         le autorità doganali tedesche conformemente alla transazione conclusa dai ricorrenti e tali autorità implicano che i dazi
         erano dovuti in base ad un regolamento di cui è eccepita l’illegittimità. 
      
      63      Il Tribunale, nell’ambito dell’esame dei danni lamentati derivanti direttamente o meno dall’istituzione di dazi antidumping
         da parte del regolamento definitivo, non fa alcun riferimento alla legittimità o meno di detto regolamento. Infatti, in merito
         alla questione se l’imposizione di detti dazi da parte del regolamento definitivo abbia causato in maniera diretta i danni
         asseritamente subiti dai ricorrenti, esso ha proceduto all’esame successivo della situazione di questi ultimi nelle due ipotesi
         di fatto da esso delineate, le quali coprono l’insieme dei casi configurabili. Il loro esame alternativo ha quindi portato
         alla medesima soluzione. 
      
      64      Di conseguenza, i ricorrenti non provano che il Tribunale ha commesso un errore di diritto giudicando che non esiste alcun
         nesso causale sufficientemente diretto tra il comportamento contestato alle istituzioni e i danni da essi stessi lamentati.
         
      
      65      Tenuto conto delle considerazioni che precedono, il primo motivo dev’essere respinto in quanto infondato. 
      
      66      Ne deriva che l’impugnazione dev’essere interamente respinta.
      
       Sulle spese
      67      Ai sensi dell’art. 69, n. 2, del regolamento di procedura, applicabile al procedimento d’impugnazione in forza dell’art. 118
         del medesimo regolamento, la parte soccombente è condannata alle spese se ne è stata fatta domanda. Poiché il Consiglio e
         la Commissione ne hanno fatto domanda, la Trubowest e il sig. Makarov, rimasti soccombenti, devono essere condannati alle
         spese del presente procedimento.
      
      Per questi motivi, la Corte (Quarta Sezione) dichiara e statuisce:
      1)      L’impugnazione è respinta.
      2)      La Trubowest Handel GmbH e il sig. Makarov sono condannati alle spese. 
      Firme
      * Lingua processuale: l’inglese.