CELEX: 62003CC0094
Language: it
Date: 2005-05-26 00:00:00
Title: Conclusioni dell'avvocato generale Kokott del 26 maggio 2005. # Commissione delle Comunità europee contro Consiglio dell'Unione europea. # Ricorso di annullamento - Decisione del Consiglio 2003/106/CE riguardante l'approvazione della Convenzione di Rotterdam - Procedura di previo assenso informato - Prodotti chimici e pesticidi pericolosi oggetto di commercio internazionale - Scelta del fondamento normativo - Artt. 133 CE e 175 CE. # Causa C-94/03.

CONCLUSIONI DELL’AVVOCATO GENERALE
      JULIANE KOKOTT
      presentate il 26 maggio 2005 1(1)
      
      Causa C‑94/03
      Commissione delle Comunità europee
      contro
      Consiglio dell’Unione europea
      «Prodotti chimici e pesticidi pericolosi – Convenzione di Rotterdam – Scelta della base giuridica – Politica commerciale comune, politica in materia ambientale»I –    Introduzione
      1.     La presente causa ha per oggetto la controversia tra la Commissione delle Comunità europee e il Consiglio dell’Unione europea
         sulla scelta della corretta base giuridica per la conclusione di un accordo internazionale, segnatamente la Convenzione di
         Rotterdam sulla procedura di previo assenso informato per taluni prodotti chimici e pesticidi pericolosi nel commercio internazionale (2) (in prosieguo: la «convenzione»).
      
      2.     Mentre la Commissione ritiene che il fondamento normativo per la partecipazione della Comunità europea alla convenzione debba
         essere la politica commerciale comune (art. 133 CE), il Consiglio difende la scelta infine effettuata di concludere la convenzione
         sulla base della politica in materia ambientale (art. 175, n. 1, CE), e a suo sostegno intervengono il Parlamento europeo
         nonché cinque Stati membri.
      
      3.     Nel parallelo procedimento pendente nella causa C‑178/03 (3) viene in esame la scelta della base giuridica per il regolamento (CE) del Parlamento europeo e del Consiglio 28 gennaio 2003,
         n. 304, riguardante l’esportazione ed importazione di prodotti chimici pericolosi (4). Tale regolamento è volto, tra l’altro, al recepimento della convenzione nell’ordinamento comunitario (5).
      
      II – La convenzione
      A –    Estratto dei ‘considerando’
      4.     I seguenti brani del preambolo della convenzione rivestono particolare importanza nel caso di specie (primo, secondo, terzo,
         sesto, settimo, ottavo e undicesimo ‘considerando’):
      
      «consapevoli degli effetti nocivi che possono avere sulla salute umana e sull’ambiente taluni prodotti chimici e pesticidi
         pericolosi oggetto di scambi internazionali,
      
      rammentando le disposizioni pertinenti della dichiarazione di Rio su Ambiente e sviluppo ed il capitolo 19 dell’Agenda 21
         sulla “Gestione ecologicamente razionale delle sostanze chimiche tossiche, compresa la prevenzione del traffico internazionale
         illegale di prodotti tossici e pericolosi”,
      
      memori delle attività intraprese dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) e dall’Organizzazione delle Nazioni
         Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) per l’esecuzione della procedura volontaria di previo assenso informato (PIC),
         descritta negli orientamenti di Londra dell’UNEP sullo scambio di informazioni sui prodotti chimici nel commercio mondiale,
         modificati (di seguito denominati “orientamenti di Londra modificati”), e nel codice di condotta internazionale della FAO
         sulla distribuzione e l’impiego di pesticidi (di seguito denominato “codice di condotta internazionale”),
      
      (...)
      riconoscendo che tutti i paesi dovrebbero promuovere buone prassi di gestione dei prodotti chimici, basate tra l’altro sulle
         norme facoltative del codice di condotta internazionale e del codice di etica del commercio internazionale di prodotti chimici
         dell’UNEP,
      
      desiderose di garantire che i prodotti chimici pericolosi esportati dal loro territorio siano imballati ed etichettati in
         modo da proteggere adeguatamente la salute umana e l’ambiente, conformemente ai principi degli orientamenti di Londra modificati
         e del codice di condotta internazionale,
      
      riconoscendo che le politiche commerciali ed ambientali dovrebbero concorrere vicendevolmente al conseguimento di uno sviluppo
         sostenibile,
      
      (…)
      decise a proteggere la salute umana, compresa la salute dei consumatori e dei lavoratori, nonché l’ambiente contro gli effetti
         potenzialmente nocivi di taluni prodotti chimici e pesticidi pericolosi nel commercio internazionale».
      
      5.     Occorre altresì rinviare al terzo ‘considerando’ della decisione del Consiglio 19 dicembre 2002, 2003/106/CE, riguardante
         l’approvazione, a nome della Comunità europea, della Convenzione di Rotterdam sulla procedura di previo assenso informato
         per taluni prodotti chimici e pesticidi pericolosi nel commercio internazionale (6) (in prosieguo definita anche: la «decisione impugnata»), che così recita:
      
      «La convenzione rappresenta un importante passo ai fini di una più efficiente disciplina internazionale del commercio di taluni
         prodotti chimici e pesticidi pericolosi, con l’obiettivo di proteggere la salute umana e l’ambiente contro i potenziali pericoli
         che tali sostanze rappresentano e di contribuire ad incentivarne l’uso compatibile con l’ambiente».
      
      B –    Sintesi delle disposizioni principali della convenzione
      6.     Le più importanti disposizioni della convenzione si possono riassumere – semplificando – come segue:
      7.     Lo scopo della convenzione è, ai sensi del suo art. 1, «di promuovere la responsabilità solidale e la cooperazione tra le parti nel commercio internazionale
         di taluni prodotti chimici pericolosi, a tutela della salute umana e dell’ambiente contro i potenziali effetti nocivi di tali
         sostanze, nonché di contribuire al loro utilizzo ecologicamente razionale, favorendo gli scambi di informazioni sulle loro
         caratteristiche, istituendo una procedura di decisione nazionale per la loro importazione ed esportazione e prescrivendo la
         notifica delle relative decisioni alle parti» (7).
      
      8.     A tal fine la convenzione assoggetta il commercio internazionale di taluni prodotti chimici, unanimemente classificati dalle
         parti contraenti come pericolosi, ad una cosiddetta procedura di Prior Informed Consent (procedura di previo assenso informato; in prosieguo: la «procedura PIC»). Nell’allegato III della convenzione figura un
         elenco dei prodotti chimici di cui trattasi (8). La procedura PIC è descritta in dettaglio agli artt. 10 e 11 della convenzione e prevede in sostanza uno scambio di informazioni tra le parti
         contraenti della convenzione in merito alle rispettive prassi di importazione dei prodotti chimici in questione (9). Inoltre le parti si impegnano a trasmettere le informazioni così ottenute sulla prassi di importazione delle altre parti
         contraenti agli operatori nell’ambito del loro territorio, e a garantirne il rispetto.
      
      L’art. 10, n. 9, della convenzione contiene inoltre la seguente disposizione:
      «Se una delle parti decide (…) di non autorizzare l’importazione di una sostanza chimica o di autorizzarla soltanto a determinate
         condizioni, essa deve [– ove non l’abbia già fatto –] simultaneamente vietare o sottoporre alle medesime condizioni:
      
      a)      l’importazione di detta sostanza da qualsiasi provenienza; nonché
      b)       la produzione nel proprio territorio della sostanza per uso interno».
      9.     Anche per altri prodotti chimici, vale a dire quelli non assoggettati alla procedura PIC conformemente all’allegato III, la convenzione prevede all’art. 5,
         nn. 1‑4, una procedura di scambio di informazioni tra le parti riguardo ai rispettivi divieti nazionali e alle restrizioni rigorose da esse imposte per i prodotti chimici (10). L’art. 12 della convenzione fa obbligo alle parti, qualora una sostanza chimica da esse vietata o sottoposta a rigorose
         restrizioni venga esportata dal loro territorio, di notificare tale esportazione (notifica di esportazione) al paese importatore (cosiddetta parte importatrice).
      
      10.   L’art. 13 della convenzione dispone in sostanza che per l’esportazione di prodotti chimici debbano valere requisiti di etichettatura tali da fornire sufficienti informazioni circa i rischi e/o i pericoli per la salute umana o per l’ambiente (11).
      
      11.   L’art. 14 della convenzione esorta le parti a uno scambio di informazioni concernenti i prodotti chimici oggetto della convenzione, mentre secondo gli artt. 11, n. 1, lett. c), e 16 della convenzione
         le parti sono tenute all’assistenza tecnica, segnatamente per i paesi in via di sviluppo e i paesi a economia in transizione; detta assistenza tecnica mira allo sviluppo
         dell’infrastruttura e del potenziale necessari alla gestione dei prodotti chimici durante tutto il loro ciclo di vita.
      
      12.   Ai sensi dell’art. 15, n. 2, le parti provvedono, nella misura del possibile, affinché il pubblico sia adeguatamente informato sulle modalità di manipolazione dei prodotti chimici, sul modo di procedere in caso di incidente e sulle sostanze alternative
         che risultano più sicure per l’uomo o per l’ambiente rispetto ai prodotti chimici elencati all’allegato III, classificati
         quali particolarmente pericolosi e assoggettati alla procedura PIC.
      
      13.   Ai sensi dell’art. 15, n. 4, la convenzione lascia impregiudicato il diritto delle parti di adottare provvedimenti più rigorosi ai fini della protezione della salute umana e dell’ambiente, a condizione che tali provvedimenti siano compatibili con le disposizioni della convenzione e conformi al diritto internazionale.
      
      III – Fatti, conclusioni delle parti e procedimento
      A –    Fatti all’origine della controversia
      14.   La convenzione è stata adottata a Rotterdam il 10 settembre 1998 e sottoscritta a nome della Comunità l’11 settembre 1998.
      15.   Il 24 gennaio 2002 la Commissione ha proposto al Consiglio di approvare la convenzione sulla base dell’art. 133 CE, in combinato
         disposto con l’art. 300, nn. 2, primo comma, prima frase, e 3, primo comma, CE (12).
      
      16.   Il 19 dicembre 2002 il Consiglio ha approvato la convenzione a nome della Comunità europea. Tuttavia, contrariamente a quanto
         proposto dalla Commissione, il Consiglio ha in questa sede deciso all’unanimità, previa consultazione del Parlamento europeo
         ai sensi dell’art. 300, n. 3, CE, di assumere quale base giuridica per l’approvazione l’art. 175, n. 1, CE in sostituzione
         della disposizione di cui all’art. 133 CE.
      
      17.   Come prevede l’art. 25, n. 3, della convenzione, unitamente al deposito dell’atto di approvazione, la Comunità europea ha
         inoltre reso una dichiarazione sulla portata della propria competenza riguardo alle materie disciplinate dalla convenzione (13). Anche in questa dichiarazione si fa riferimento all’art. 175, n. 1, CE, e non all’art. 133 CE.
      
      18.   Oltre alla Comunità europea, anche la maggior parte degli Stati membri dell’Unione europea sono parti della convenzione (14). La questione se la Comunità, ai sensi della «giurisprudenza AETR» (15), non avesse forse già all’epoca in questione una competenza esclusiva riguardo alla conclusione della convenzione (16) va al di là dell’oggetto del ricorso proposto dalla Commissione e, di conseguenza, non occorre discuterne nel caso di specie.
      
      B –    Conclusioni delle parti e procedimento dinanzi alla Corte
      19.   Con il ricorso di annullamento proposto il 27 febbraio 2003 la Commissione chiede, ai sensi dell’art. 230 CE, che la Corte
         voglia:
      
      –       annullare la decisione del Consiglio 19 dicembre 2002, 2003/106/CE, riguardante l’approvazione, a nome della Comunità europea,
         della convenzione di Rotterdam sulla procedura di previo assenso informato per taluni prodotti chimici e pesticidi pericolosi
         nel commercio internazionale;
      
      –       condannare il Consiglio alle spese del procedimento.
      20.   Dal canto suo, il Consiglio chiede che la Corte voglia:
      –       respingere il ricorso;
      –       condannare la ricorrente alle spese del procedimento.
      21.   Con ordinanza del Presidente della Corte in data 16 luglio 2003 è stato ammesso l’intervento del Parlamento europeo nonché
         della Repubblica francese, del Regno dei Paesi Bassi, della Repubblica d’Austria, della Repubblica di Finlandia e del Regno
         Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord a sostegno del Consiglio.
      
      22.   Tutte le parti hanno presentato osservazioni nella fase scritta del procedimento; la Commissione, il Parlamento, il Consiglio
         e il Regno Unito hanno presentato osservazioni anche all’udienza, comune alla causa C‑178/03, tenutasi il 7 aprile 2005.
      
      IV – Analisi
      23.   Con il ricorso proposto, la Commissione fa valere un unico motivo di annullamento, vale a dire la scelta di una base giuridica
         errata per l’approvazione della convenzione a nome della Comunità. In tal modo la Commissione deduce una violazione del Trattato CE
         ex art. 230, secondo comma, CE.
      
      24.   La scelta della corretta base giuridica riveste una notevole importanza di natura pratica, istituzionale, ed anche costituzionale (17). Da essa dipende, com’è noto, non solo la procedura legislativa applicabile (diritti di partecipazione del Parlamento, unanimità
         o maggioranza qualificata in Consiglio (18)), ma anche la decisione sulla questione se la competenza a legiferare o a concludere un accordo internazionale spetti in
         via esclusiva alla Comunità o debba essere ripartita con gli Stati membri (19).
      
      A –    Criteri di scelta della base giuridica
      25.   Vi è sostanzialmente unanimità tra le parti riguardo ai criteri astratti di scelta della corretta base giuridica per l’approvazione
         della convenzione.
      
      26.   Secondo una giurisprudenza costante, la scelta del fondamento giuridico di un atto comunitario deve basarsi su elementi oggettivi,
         suscettibili di controllo giurisdizionale; tra questi elementi figurano, in particolare, lo scopo e il contenuto dell’atto (20).
      
      27.   Se l’esame di un atto comunitario dimostra che esso persegue una duplice finalità o che ha una doppia componente, e se una
         di queste è identificabile come principale o preponderante, mentre l’altra è solo accessoria, l’atto deve fondarsi su una
         sola base giuridica, ossia quella richiesta dalla finalità o componente principale o preponderante (21).
      
      28.   In questo senso, l’approvazione di un atto comunitario può fondarsi sulla politica commerciale comune (art. 133 CE) anche
         nel caso in cui esso, oltre all’obiettivo principale di politica commerciale, ne persegua anche altri, quali ad esempio obiettivi
         di politica dello sviluppo (22), obiettivi di politica estera e di sicurezza (23), esigenze di salvaguardia dell’ambiente (24) o della salute (25). Ciò vale a maggior ragione in considerazione del fatto che le disposizioni relative alla politica commerciale comune si
         fondano su una concezione aperta e dinamica, per nulla limitata agli aspetti tradizionali del commercio estero (26). Per quanto riguarda in special modo la tutela dell’ambiente e la protezione della salute, già gli artt. 6 CE e 152, n. 1,
         primo comma, CE mostrano come esse costituiscano obiettivi trasversali, di cui occorre tener conto in tutte le altre politiche
         comunitarie e, di conseguenza, anche nella politica commerciale comune.
      
      29.   All’opposto, però, anche accordi internazionali che perseguono in primo luogo obiettivi di politica ambientale possono avere
         incidentalmente conseguenze sul commercio. L’approvazione di siffatti accordi va fondata sull’art. 175, n. 1, CE e non sull’art. 133 CE,
         purché rimanga sempre prevalente la loro finalità di politica ambientale (27).
      
      30.   Per distinguere tra politica commerciale comune (art. 133 CE) e politica in materia ambientale (art. 175 CE) quali possibili
         fondamenti giuridici di accordi internazionali, la Corte ha formulato il criterio dell’effetto diretto e immediato (28). Quindi, qualora un accordo internazionale con finalità di politica ambientale sia privo di effetti diretti e immediati sul
         commercio, va fondato sull’art. 175 CE; in caso contrario esso va fondato sull’art. 133 CE (29). A questo riguardo, per poter far ricadere un accordo internazionale nell’ambito di applicazione dell’art. 133 CE, non è
         necessario che gli effetti diretti e immediati sul commercio consistano nel promuovere o agevolare gli scambi commerciali; piuttosto, è sufficiente che tale accordo sia «uno strumento destinato essenzialmente (...) a promuovere, ad agevolare oppure a disciplinare gli scambi commerciali» (30).
      
      31.   Alla luce di quanto precede occorre a questo punto esaminare, in base al contenuto, alla finalità e al contesto della convenzione,
         quale sia nel caso di specie l’intima ratio di quest’ultima e se essa produca eventuali effetti diretti e immediati sul commercio (a questo riguardo, v. infra, parte B). Per completezza occorrerà altresì chiarire quali conseguenze si produrrebbero
         sulla validità dell’approvazione della convenzione, qualora si ritenesse che questa avrebbe dovuto essere fondata su una base
         giuridica non unica, bensì duplice (a questo riguardo, v. infra, parte C).
      
      B –    Contenuto, obiettivi e contesto della convenzione
      32.   Le parti controvertono sull’ambito politico in cui occorre classificare la convenzione in base al contenuto, agli obiettivi
         e al contesto suoi propri. La Commissione sostiene la tesi secondo cui la convenzione rientra essenzialmente nell’ambito di
         applicazione della politica commerciale comune, mentre il Consiglio, sostenuto dalle parti intervenienti, vi riconosce soprattutto
         uno strumento di politica in materia ambientale. In questo modo le due parti nella presente causa difendono sostanzialmente
         le stesse posizioni sostenute nella causa C‑178/03 trattata in parallelo.
      
      33.   Sottolineo anzitutto che la tesi della Commissione non mi convince.
      34.   Di fatto è vero che il tenore letterale della convenzione non è privo di riferimenti alla politica commerciale. Sia il titolo, sia il preambolo (31), sia taluni articoli della convenzione parlano di commercio internazionale, di politica commerciale nonché di importazione
         ed esportazione. Tuttavia, il testo della convenzione contiene riferimenti alla politica in materia ambientale perlomeno altrettanto
         evidenti. Infatti, il preambolo (32) e in particolare l’art. 1 della convenzione vertono sulla tutela ambientale, sullo sviluppo sostenibile, sulla protezione
         della salute umana, sulla promozione di una corretta gestione dei prodotti chimici e sull’uso ecocompatibile di tali prodotti;
         all’art. 16 si parla di una gestione dei prodotti chimici durante tutto il loro ciclo di vita.
      
      35.   Sotto il profilo contenutistico si deve in effetti convenire con la Commissione e con il Consiglio che la convenzione è imperniata sulla procedura PIC, disciplinata
         in dettaglio agli artt. 10 e 11. Tuttavia, contrariamente alla tesi della Commissione, una procedura PIC non è affatto in
         primo luogo uno strumento di politica commerciale, bensì, al contrario, come la Corte ha dichiarato già nel parere 2/00, un
         tipico strumento di politica in materia ambientale (33). A differenza di quanto sostiene la Commissione, la valutazione compiuta nel parere 2/00 in relazione alla procedura PIC
         di cui al Protocollo di Cartagena può essere trasposta alla procedura PIC di cui al caso di specie. Infatti, anche in relazione
         ai prodotti chimici pericolosi pertinenti nel caso in esame, la procedura PIC serve «in via prioritaria allo scambio di informazioni
         riguardanti i benefici e i rischi connessi con l’utilizzo di prodotti chimici e mira a promuovere un uso ecocompatibile delle
         sostanze tossiche mediante lo scambio di informazioni scientifiche, tecniche, economiche e giuridiche» (34).
      
      36.   Quindi il commercio internazionale di taluni prodotti chimici qualificati di comune accordo dalle parti contraenti come pericolosi (35) costituisce unicamente l’elemento di collegamento esterno della procedura PIC. Infatti, tale procedura non si propone in
         realtà, in primo luogo, di promuovere, agevolare o anche solo disciplinare il traffico commerciale di prodotti chimici pericolosi (36), ma ha solo per oggetto lo scambio di informazioni tra le parti contraenti riguardo alle rispettive prassi di importazione
         (art. 10, nn. 7 e 10, della convenzione (37)), unitamente all’inoltro delle informazioni in tal modo ottenute agli operatori interessati [art. 11, n. 1, lett. a), della
         convenzione].
      
      37.   Mediante la procedura PIC, come pure attraverso le notifiche di esportazione relative a taluni prodotti chimici (art. 12 della
         convenzione), si intende anzitutto impedire che una parte contraente – in special modo un paese in via di sviluppo – si trovi
         a dover affrontare l’importazione di prodotti chimici pericolosi senza aver avuto in precedenza la possibilità di adottare
         le precauzioni necessarie per quanto riguarda la tutela dell’ambiente e della salute umana (38).
      
      38.   È tutt’al più in modo indiretto che la procedura PIC può contribuire, mediante l’informazione degli operatori interessati citata in precedenza [art. 11,
         n. 1, lett. a), della convenzione], a una maggiore trasparenza delle disposizioni vigenti nei diversi paesi e, quindi, eventualmente,
         ad agevolare il commercio di prodotti chimici pericolosi. Dall’altro lato, la convenzione può anche aggravare i costi commerciali
         per l’esportatore interessato, ad esempio nel caso in cui a quest’ultimo venga chiesto di adempiere le formalità necessarie
         per la notifica di esportazione (art. 12 della convenzione) (39).
      
      39.   Tuttavia, fatta eccezione per siffatti effetti indiretti sul commercio, la convenzione non reca, in sostanza, disposizioni
         di politica commerciale. In particolare, la convenzione non prevede norme comuni delle parti contraenti per quanto riguarda l’importazione e l’esportazione di prodotti chimici pericolosi. Essa non contiene
         alcuna disposizione che stabilisca se e a quali condizioni l’importazione di prodotti chimici pericolosi debba o possa essere
         concessa ovvero negata. Tanto meno sono previste norme relative al riconoscimento reciproco di prodotti. Ciascuna parte resta
         pienamente libera di autorizzare l’importazione di un prodotto chimico pericoloso, di non autorizzarla o di autorizzarne l’importazione
         solo a determinate condizioni [art. 10, nn. 1, 2, 4, lett. a), e 6, della convenzione]. Le altre parti la sostengono esclusivamente
         facendo sì («garantendo») che gli esportatori osservino la legge vigente nei rispettivi paesi importatori [art. 11, n. 1,
         lett. b), della convenzione]. Per il resto, la convenzione in quanto tale ricollega alla prassi di importazione delle singole
         parti unicamente un effetto accessorio con conseguenze indirette sul commercio, imponendo loro un divieto di discriminazione (40) in relazione all’origine dei prodotti chimici pericolosi importati, nonché un obbligo di parità di trattamento rispetto ai
         prodotti chimici pericolosi nazionali (41) (art. 10, n. 9, della convenzione).
      
      40.   Anche estendendo l’esame alle altre disposizioni della convenzione, viene confermata l’impressione che quest’ultima costituisca
         in sostanza uno strumento di politica in materia ambientale e non di politica commerciale. Né lo scambio di informazioni tra
         le parti (art. 14 della convenzione), né l’assistenza tecnica reciproca [artt. 11, n. 1, lett. c), e 16 della convenzione],
         né l’informazione del pubblico (art. 15, n. 2, della convenzione) mirano a promuovere, agevolare o anche solo a disciplinare
         il traffico commerciale di prodotti chimici pericolosi. Come emerge già dal testo di queste disposizioni, esse sono volte
         piuttosto, in primo luogo, alla tutela dell’ambiente, oltre che alla protezione della salute umana.
      
      41.   Nonostante la prima impressione, neanche le disposizioni di cui all’art. 13 della convenzione relative a etichettatura e informazioni
         obbligatorie per i prodotti chimici si configurano come disposizioni di politica commerciale, bensì rientrano nella politica
         in materia ambientale. Infatti, nelle dette disposizioni non assume valore preminente – come invece solitamente avviene ­–
         il ravvicinamento o il riconoscimento reciproco degli imballaggi e delle informazioni obbligatorie, al fine di garantire la
         commerciabilità dei prodotti chimici o di migliorare il loro accesso al mercato (42). La finalità è piuttosto soltanto quella di soddisfare le esigenze di informazione del pubblico sui rischi e/o pericoli per
         la salute umana o per l’ambiente nella gestione dei prodotti chimici in questione. Conformemente a ciò, la convenzione stabilisce
         unicamente l’obiettivo di politica ambientale di etichettare i prodotti chimici accludendovi informazioni obbligatorie, mentre
         la fissazione dei concreti requisiti sostanziali per detti imballaggi e informazioni obbligatorie resta affidata alle rispettive
         normative nazionali delle parti contraenti.
      
      42.   Per quanto riguarda gli obiettivi della convenzione, dall’art. 1 di quest’ultima risulta che la preminenza è accordata ad obiettivi di politica ambientale, vale a dire la promozione
         della condivisione delle responsabilità, la tutela della salute e dell’ambiente da potenziali danni, la facilitazione dello
         scambio di informazioni sulle caratteristiche dei prodotti chimici pericolosi, nonché l’uso ecocompatibile di tali sostanze.
         La grande importanza attribuita agli obiettivi di politica ambientale è confermata anche dal preambolo della convenzione,
         il quale fin dal primo ‘considerando’ parla degli effetti di taluni prodotti chimici e pesticidi pericolosi sulla salute umana
         e sull’ambiente, ed anche al settimo, nono e undicesimo ‘considerando’ si occupa in maniera significativa della tutela dell’ambiente.
         Questo è anche l’orientamento del sesto e dell’ottavo’considerando’, dedicati alla promozione di un buon uso dei prodotti
         chimici e all’obiettivo di uno sviluppo sostenibile.
      
      43.   In effetti, un accenno al commercio internazionale non manca neppure nelle disposizioni programmatiche, segnatamente nel secondo,
         nell’ottavo e nel nono’considerando’ del preambolo, nonché nel testo dell’art. 1 della convenzione. Tuttavia, anche in questo
         caso il commercio funge piuttosto da elemento di collegamento per gli effettivi obiettivi di politica ambientale della convenzione,
         senza assumere un’autonoma e significativa importanza nell’ambito di questi ultimi. Si tratta di un accordo in materia ambientale
         presentante connessioni con la politica commerciale, e non di un accordo di politica commerciale presentante connessioni con
         la politica in materia ambientale (43).
      
      44.   Si perviene alla stessa conclusione valutando il contesto in cui si colloca la convenzione. Essa non è stata conclusa nell’ambito dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC),
         bensì si rifà alle attività intraprese dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) e dall’Organizzazione delle
         Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) (44). Queste due istituzioni hanno promosso le trattative per la convenzione e svolgono ora, ai sensi dell’art. 19, n. 3, la funzione
         di segretariato per le parti contraenti. Inoltre, la stessa convenzione si propone di raccogliere l’eredità della conferenza
         delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo, svoltasi a Rio de Janeiro (Brasile) nel 1992; la convenzione rinvia espressamente (45) alla dichiarazione di Rio su ambiente e sviluppo (46), nonché al capitolo 19 dell’«Agenda 21» (47). Tra gli atti più recenti occorre inoltre menzionare il piano d’azione approvato nel 2002 nell’ambito del vertice mondiale
         per lo sviluppo sostenibile a Johannesburg (Sudafrica), che invita alla rapida ratifica e trasposizione della convenzione
         di Rotterdam (48). È altresì importante, dal punto di vista interno della Comunità, il sesto programma di azione in materia di ambiente del
         22 luglio 2002 (49); questo programma, a sua volta fondato sull’art. 175 CE, presenta, sotto il profilo tematico, numerosi punti di contatto
         con la convenzione (50) e inserisce la rapida ratifica della convenzione tra le azioni prioritarie della politica comunitaria in materia ambientale (51).
      
      45.   In sintesi si deve dunque rilevare che, tenuto conto del contenuto e degli obiettivi della convenzione, nonché del contesto
         in cui essa è stata conclusa, la sua intima ratio va ricercata non nell’ambito della politica commerciale comune, bensì in
         quello della politica in materia ambientale. Gli effetti – senz’altro possibili – della convenzione sul commercio internazionale
         di prodotti chimici pericolosi sono piuttosto indiretti che diretti (52). In questo senso condivido l’opinione del Consiglio e degli intervenienti a suo sostegno, secondo cui la convenzione ha più
         affinità, per quanto riguarda la base giuridica per la sua approvazione, con il Protocollo di Cartagena relativo alla sicurezza
         biologica (53), che con l’accordo Energy Star (54). Era dunque corretto fondare l’approvazione della convenzione sull’art. 175, n. 1, CE e non sull’art. 133 CE (55).
      
      46.   La Commissione obietta peraltro che si dovrebbero temere un grave pregiudizio del mercato interno e distorsioni degli scambi
         qualora si assumesse come base giuridica l’art. 175, n. 1, CE e non l’art. 133 CE. Infatti, in mancanza di competenza esclusiva
         della Comunità, gli Stati membri potrebbero adottare unilateralmente disposizioni più rigorose in materia di importazione
         ed esportazione di prodotti chimici pericolosi, ed anche eludere le disposizioni già vigenti a livello comunitario in materia
         di classificazione, imballaggio ed etichettatura di sostanze pericolose.
      
      47.   A questo riguardo occorre anzitutto rilevare che nell’ambito della politica in materia ambientale, secondo la «giurisprudenza
         AETR», può senz’altro configurarsi una competenza esterna esclusiva della Comunità (56). In definitiva però è superfluo stabilire se ricorresse tale ipotesi in relazione alla conclusione della convenzione controversa
         nel caso di specie. Infatti, anche nell’ambito della ripartizione delle competenze gli Stati membri devono attenersi al diritto
         comunitario vigente per l’esercizio dei poteri a essi restanti. A questo riguardo essi non possono violare né il diritto derivato
         vigente, né il diritto primario, e segnatamente non possono violare le libertà fondamentali garantite dal Trattato CE e l’art. 95,
         nn. 4‑10, CE. Ciò si impone in forza del principio del primato del diritto comunitario. L’obiezione sollevata dalla Commissione
         è pertanto infondata.
      
      48.   Nel complesso pervengo quindi alla conclusione che il ricorso proposto dalla Commissione è infondato e, di conseguenza, va
         respinto.
      
      C –    Sulla questione di una duplice base giuridica
      49.   Non si perverrebbe ad una conclusione diversa neppure supponendo che la convenzione avrebbe dovuto essere fondata non su una
         base giuridica unica, bensì, in realtà, su un duplice fondamento normativo, vale a dire sull’art. 175, n. 1, CE e sull’art. 133 CE
         contemporaneamente.
      
      50.   In realtà è possibile fondare un atto su varie pertinenti basi giuridiche, e precisamente nel caso in cui si accerti, in via
         eccezionale, che l’atto persegue contemporaneamente diversi obiettivi inscindibilmente connessi tra loro, senza che uno sia
         subordinato e indiretto rispetto all’altro (57).
      
      51.   Nel caso di specie il ricorso ad una duplice base giuridica sarebbe venuto in questione ove si fosse partiti dal presupposto
         che nella convenzione siano presenti su un piede di parità aspetti di politica commerciale e di politica in materia ambientale (58) e che dunque – contrariamente alla tesi suesposta – la convenzione non sia riconducibile in maniera univoca a nessuna delle
         due politiche.
      
      52.   Al riguardo occorre anzitutto rilevare che le differenze nelle procedure rispettivamente previste per la conclusione di accordi
         in materia di politica commerciale, da un lato, e di accordi in materia di politica ambientale, dall’altro, non sono insormontabili (59). Difatti, nell’ambito degli accordi in materia di politica commerciale, il Parlamento viene di norma informato solo in via non ufficiale (60), senza che gli spetti, in base al Trattato, un qualsivoglia diritto di partecipazione formale, laddove invece, ai sensi dell’art. 300,
         n. 3, primo comma, CE, la consultazione di tale istituzione prima della conclusione di accordi in materia di politica ambientale è obbligatoria. Tuttavia, nulla
         impedisce al Consiglio di consultare il Parlamento in via facoltativa anche nell’ambito di accordi in materia di politica ambientale (61).
      
      53.   Appare comunque decisivo il fatto che un annullamento dell’approvazione della convenzione potrebbe essere preso in considerazione solo se l’asserito vizio nella scelta della base
         giuridica fosse qualcosa di più di un semplice errore formale.
      
      54.   La Corte ha ad esempio ritenuto sussistente un mero vizio di forma in un caso in cui un atto era stato erroneamente fondato
         su una duplice base giuridica, invece che su un unico fondamento normativo (62). Lo stesso dovrebbe accadere anche nell’ipotesi opposta, ossia qualora si addebitasse al legislatore comunitario di aver
         preso in considerazione un unico fondamento normativo, anziché una duplice base giuridica. Infatti, per l’annullamento di
         un atto comunitario non è sufficiente la mera menzione erronea della base giuridica o delle basi giuridiche nei ‘considerando’
         dell’atto stesso, ma occorre che tale errore nella scelta del fondamento normativo abbia determinato conseguenze ulteriori,
         in particolare portando all’applicazione di una procedura illegittima (63) o arrecando altrimenti pregiudizio alla posizione giuridica delle istituzioni interessate.
      
      55.   Nel caso di specie ha avuto luogo la consultazione del Parlamento ai sensi dell’art. 300, n. 3, primo comma, CE. I diritti procedurali del Parlamento sono stati dunque rispettati. Il ricorso all’art. 133 CE quale base giuridica aggiuntiva non sarebbe valso a conferire alla
         detta istituzione diritti ulteriori; al contrario, già dal testo dell’art. 300, n. 3, primo comma, CE emerge che i diritti
         procedurali del Parlamento nell’ambito di accordi di politica commerciale hanno portata più ristretta rispetto al caso, ad
         esempio, di accordi in materia di politica ambientale (64).
      
      56.   Non emergono neanche elementi concreti che inducano a ritenere che la mancanza dell’art. 133 CE quale fondamento normativo
         aggiuntivo abbia indebolito il ruolo svolto dalla Commissione nella conduzione delle trattative (65). Infatti, per la politica commerciale comune (art. 133 CE) si configura una competenza esclusiva della Comunità (66), mentre nell’ambito della politica in materia ambientale (art. 175 CE) essa condivide, in linea di principio, la competenza
         con gli Stati membri (67); quindi, solo in quest’ultimo caso gli Stati membri siedono, accanto alla Commissione, al tavolo delle trattative, mentre
         nel primo caso la conduzione delle trattative spetta esclusivamente alla Commissione. Il ricorso all’art. 133 CE quale base
         giuridica aggiuntiva può dunque rafforzare la posizione procedurale della Commissione ogniqualvolta l’accordo in questione
         includa diversi ambiti specifici separati tra loro, uno dei quali rientri in ogni caso nella competenza esclusiva della Comunità (68). In un caso come quello di specie non consta però che sarebbe stato possibile distinguere così chiaramente l’una dall’altra
         le varie disposizioni della convenzione. La convenzione costituisce piuttosto un insieme unitario; pertanto, il ricorso all’art. 133 CE
         quale base giuridica aggiuntiva accanto all’art. 175, n. 1, CE non avrebbe potuto rafforzare la posizione della Commissione
         nelle trattative, e l’assenza della summenzionata base giuridica non ha indebolito il ruolo negoziale della detta istituzione.
      
      57.   Quindi, anche ammettendo che nella convenzione controversa gli aspetti di politica commerciale e quelli di politica ambientale
         emergano con pari rilevanza, il mancato ricorso all’art. 133 CE quale base giuridica aggiuntiva costituirebbe soltanto un
         mero vizio di forma che non giustificherebbe un annullamento dell’atto impugnato. La decisione del Consiglio di approvare
         la convenzione sulla base dell’art. 175, n. 1, CE, in combinato disposto con l’art. 300, nn. 2, primo comma, prima frase,
         e 3, primo comma, CE, non potrebbe quindi essere annullata neppure sotto questo profilo.
      
      V –    Sulle spese
      58.   Ai sensi dell’art. 69, n. 2, del regolamento di procedura, la parte soccombente è condannata alle spese se ne è stata fatta
         domanda. Poiché la Commissione è rimasta soccombente, le spese del procedimento vanno poste a suo carico come richiesto dal
         Consiglio.
      
      59.   In deroga a quanto precede, consegue dall’art. 69, n. 4, del regolamento di procedura che il Parlamento europeo, quale istituzione
         interveniente, nonché i cinque Stati membri parimenti intervenuti nella controversia, sopportano le proprie spese.
      
      VI – Conclusione
      60.   Alla luce delle considerazioni che precedono, propongo alla Corte di statuire come segue:
      1)      Il ricorso è respinto.
      2)      Il Parlamento europeo, la Repubblica francese, il Regno dei Paesi Bassi, la Repubblica d’Austria, la Repubblica di Finlandia
         nonché il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord sopportano ciascuno le proprie spese. Per il resto la Commissione
         delle Comunità europee è condannata alle spese del procedimento.
      
      1 –	 Lingua originale: il tedesco.
      
      2  –	Pubblicata in GU 2003, L 63, pagg. 29 e segg..
      
      3  –	Commissione/Parlamento e Consiglio. V. a questo proposito anche le conclusioni da me presentate in data odierna (causa
         decisa con sentenza 10 gennaio 2006, Racc. pag. I‑107).
      
      4  –	GU L 63, pag. 1; in prosieguo: il «regolamento n. 304/2003».
      
      5  –	V. per esempio il terzo ‘considerando’ del regolamento n. 304/2003 e l’art. 1, n. 1, lett. a), di quest'ultimo.
      
      6  –	GU 2003, L 63, pag. 27.
      
      7  –	In conformità della convenzione, per prodotti chimici si intendono anche, ai sensi dell’art. 2, lett. a), i pesticidi.
      
      8  –	La conferenza delle parti contraenti, su raccomandazione di un comitato per l’esame dei prodotti chimici, può ampliare
         questo elenco ovvero eliminare taluni prodotti dall’elenco stesso (artt. 7 e 8, in combinato disposto con l’art. 5, nn. 5
         e 6, della convenzione).
      
      9  –	In una comunicazione relativa alla propria prassi di importazione, una parte può autorizzare l’importazione del prodotto
         chimico in questione, autorizzarne l’importazione solo a determinate condizioni, non autorizzarla, oppure limitarsi a rendere
         una dichiarazione provvisoria (art. 10, n. 4, della convenzione). Il segretariato comune coadiuva nello scambio di siffatte
         informazioni (art. 10, nn. 7 e 10, della convenzione).
      
      10  –	Lo scambio di informazioni ha luogo tramite il segretariato comune e deve includere talune informazioni, indicate in dettaglio
         nell’allegato I della convenzione, relative al tipo di sostanza da esportare e, in particolare, alle sue caratteristiche chimico-fisiche,
         tossicologiche ed ecotossicologiche, nonché relative ai motivi di politica ambientale o sanitaria alla base di siffatti divieti
         o restrizioni.
      
      11  –	Tale disposizione riguarda non solo l’esportazione di prodotti chimici assoggettati alla procedura PIC conformemente all’allegato III
         della convenzione, ma anche l’esportazione di prodotti chimici vietati o sottoposti a rigorose restrizioni da una delle parti
         nel rispettivo territorio. Inoltre le parti possono estendere questa norma anche ad altri prodotti chimici sottoposti a requisiti
         di etichettatura in conformità del proprio diritto nazionale.
      
      12  –	COM (2001) 802 def. (GU 2002, C 126 E, pag. 274). Nel contempo la Commissione ha presentato una proposta di regolamento
         del Consiglio sull’esportazione ed importazione dei prodotti chimici pericolosi, fondandola sull’art. 133 CE (GU 2002, C 126 E,
         pag. 291).
      
      13  –	GU 2003, L 63, pag. 47.
      
      14  –	V. a questo proposito il prospetto sullo stato attuale delle ratifiche, disponibile alla pagina Internet della convenzione
         < http://www.pic.int/fr/ViewPage.asp?id='272' > (visitata da ultimo il 1° febbraio 2005).
      
      15  –	Riguardo allo stato della giurisprudenza avviata con la sentenza 31 marzo 1971, causa 22/70, Commissione/Consiglio, «AETR»
         (Racc. pag. 263, punto 22), v. in particolare i pareri 19 marzo 1993, 2/91 (Racc. pag. I‑1061, punto 9), e 6 dicembre 2001,
         2/00 («Protocollo di Cartagena sulla sicurezza biologica», Racc. pag. I‑9713, punti 45‑47), nonché le cosiddette «sentenze
         open skies» 5 novembre 2002, cause C‑467/98, Commissione/Danimarca (Racc. pag. I‑9519, punti 82‑84), C‑468/98, Commissione/Svezia
         (Racc. pag. I‑9575, punti 78‑80), C‑469/98, Commissione/Finlandia (Racc. pag. I‑9627, punti 82‑84), C‑471/98, Commissione/Belgio
         (Racc. pag. I‑9681, punti 95‑97), C‑472/98, Commissione/Lussemburgo (Racc. pag. I‑9741, punti 88-90), C‑475/98, Commissione/Austria
         (Racc. pag. I‑9797, punti 97‑99), e C‑476/98, Commissione/Germania (Racc. pag. I‑9855, punti 108‑110).
      
      16  –	Riguardo al diritto derivato all’epoca vigente, v. in particolare il regolamento (CEE) del Consiglio 23 luglio 1992, n. 2455,
         relativo alle esportazioni e importazioni comunitarie di taluni prodotti chimici pericolosi (GU L 251, pag. 13), con il quale,
         tra l'altro, la Comunità si assoggettava già a una procedura PIC, a quel tempo ancora volontaria. Detto regolamento è l’antesignano
         del regolamento n. 304/2003 attualmente in vigore.
      
      17  –	Parere 2/00 (cit. alla nota 15, punto 5).
      
      18  –	V. al riguardo, per esempio, la sentenza 11 settembre 2003, causa C‑211/01, Commissione/Consiglio, «trasporto di merci»
         (Racc. pag. I‑8913, punto 52).
      
      19  –	V. al riguardo, per esempio, pareri 15 novembre 1994, 1/94 («OMC», Racc. pag. I‑5267), e 2/00 (cit. alla nota 15).
      
      20  –	Sentenze 3 dicembre 1996, causa C‑268/94, Portogallo/Consiglio (Racc. pag. I‑6177, punto 22), 30 gennaio 2001, causa C‑36/98,
         Spagna/Consiglio, «Convenzione per la protezione del Danubio» (Racc. pag. I‑779, punto 58), 12 dicembre 2002, causa C‑281/01,
         Commissione/Consiglio, «Energy Star» (Racc. pag. I‑12049, punto 33), e sentenza «trasporto di merci» (cit. alla nota 18, punto 38),
         oltre al parere 2/00 (cit. alla nota 15, punto 22). Già la sentenza 11 giugno 1991, causa C‑300/89, Commissione/Consiglio,
         «biossido di titanio» (Racc. pag. I‑2867, punto 10), rivestiva importanza fondamentale.
      
      21  –	Sentenze «Energy Star» (cit. alla nota 20, punto 34), «Convenzione per la protezione del Danubio» (cit. alla nota 20,
         punto 59) e «trasporto di merci» (cit. alla nota 18, punto 39), nonché parere 2/00 (cit. alla nota 15, punto 23). Già la sentenza 17
         marzo 1993, causa C‑155/91, Commissione/Consiglio, «direttiva rifiuti» (Racc. pag. I‑939, punti 19 e 21) rivestiva importanza
         fondamentale.
      
      22  –	Sentenza 26 marzo 1987, causa 45/86, Commissione/Consiglio (Racc. pag. 1493, punti 17‑21). V. anche le conclusioni dell’avvocato
         generale Lenz presentate il 29 gennaio 1987 nella stessa causa, in particolare paragrafo 62.
      
      23  –	Sentenze 17 ottobre 1995, causa C‑70/94, Werner (Racc. pag. I‑3189, punto 10), e 14 gennaio 1997, causa C‑124/95, Centro‑Com
         (Racc. pag. I‑81, punto 26).
      
      24  –	Sentenze 29 marzo 1990, causa C‑62/88, Grecia/Consiglio, «Cernobyl» (Racc. pag. I-1527, punti 15‑19), ed «Energy Star»
         (cit. alla nota 20, punti 39‑43).
      
      25  –	In questo senso, ancorché in riferimento al rapporto intercorrente tra disposizioni in materia di mercato interno e politica
         sanitaria, v. sentenza 5 ottobre 2000, causa C‑376/98, Germania/Parlamento e Consiglio (Racc. pag. I‑8419, punto 88), nonché
         sentenze 14 dicembre 2004, causa C‑434/02, Arnold André (Racc. pag. I‑11825, punti 32‑34), e C‑210/03, Swedish Match (Racc. pag. I‑11893,
         punti 31‑33). Queste considerazioni possono essere trasposte al rapporto esistente tra politica commerciale comune e politica
         sanitaria.
      
      26  –	Giurisprudenza costante: v. pareri 4 ottobre 1979, 1/78 («gomma naturale», Racc. pag. 2871, punti 44 e 45), e 1/94 (cit.
         alla nota 19, punto 41), nonché sentenza 26 marzo 1987, Commissione/Consiglio (cit. alla nota 22, punto 19).
      
      27  –	V. il parere 2/00 (cit. alla nota 15, in particolare punti 25 e 40‑44). Analogamente, la Corte ha proceduto anche alla
         distinzione tra art. 95 CE (ex art. 100 A del Trattato CE) e art.  175 CE (ex art. 130 S del Trattato CE), statuendo nella
         sentenza «direttiva rifiuti» (cit. alla nota 21, punto 19) che «(…) il solo fatto che siano interessati l’instaurazione o
         il funzionamento del mercato interno non è sufficiente affinché vada applicato l’art. 100 A del Trattato. Dalla giurisprudenza
         della Corte emerge infatti che non è giustificato il rinvio all’art. 100 A allorché l’atto da adottare abbia solo accessoriamente
         come effetto quello di armonizzare le condizioni del mercato all’interno della Comunità». V., nel medesimo senso, sentenza
         28 giugno 1994, causa C‑187/93, Parlamento/Consiglio (Racc. pag. I‑2857, punto 25).
      
      28  –	Sentenza Energy Star (cit. alla nota 20, punti 40 in fine e 41 in fine). In senso analogo la Corte aveva già distinto
         in precedenza, ad esempio, tra politica culturale (ex art. 128 del Trattato CE) e politica industriale (ex art. 130 del Trattato CE):
         sentenza 23 febbraio 1999, causa C‑42/97, Parlamento/Consiglio (Racc. pag. I‑869, punto 63).
      
      29  –	Sentenza Energy Star (cit. alla nota 20, punti 40, 41, 43 e 48) e parere 2/00 (cit. alla nota 15, punti 40 e 42‑44).
      
      30  –	In questo senso v. il parere 2/00 (cit. alla nota 15, punto 37 in fine; il corsivo è mio). Infatti, gli strumenti di politica
         commerciale non sempre mirano solo a promuovere o agevolare il commercio; l’art. 133 CE consente anzi anche misure tradizionali (protezionistiche) di politica commerciale, che possono
         equivalere a ostacolare o, addirittura, a vietare l'importazione ovvero l'esportazione di taluni prodotti, per esempio in
         caso di imposizione di dazi antidumping o di un embargo commerciale (quanto a quest'ultima fattispecie v., ad esempio, sentenza
         Centro‑Com, cit. alla nota 23).
      
      31  –	V. in particolare il secondo, l’ottavo e il nono ‘considerando’ della convenzione; in senso analogo, peraltro, v. anche
         il terzo ‘considerando’ della decisione del Consiglio 2003/106/CE impugnata.
      
      32  –	V. in particolare il primo, il secondo, il sesto, il settimo, l’ottavo, il nono e l’undicesimo ‘considerando’ della convenzione;
         in senso analogo, peraltro, anche il terzo ‘considerando’ della decisione del Consiglio 2003/106/CE impugnata.
      
      33  –	Parere 2/00 (cit. alla nota 15, punto 33).
      
      34  –	Così si legge al punto 19.33 dell’«Agenda 21», con cui ha inizio la sezione che mette in rilievo lo strumento della procedura PIC.
         «Agenda 21» è stata approvata nel 1992 in occasione della Conferenza delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo, svoltasi
         a Rio de Janeiro (Brasile), il cosiddetto «vertice mondiale». Il testo è disponibile, tra l'altro, in lingua inglese all'indirizzo
         < http://www.un.org/esa/sustdev/documents/agenda21/index.htm >; si può consultare una traduzione in tedesco sul sito: < http://www.agrar.de/agenda/agd21k00.htm >
         (entrambi i siti da ultimo visitati il 2 marzo 2005).
      
      35  –	L’elenco di questi prodotti chimici figura nell’allegato III della convenzione.
      
      36  –	Sotto questo profilo la convenzione si distingue, per esempio, dalle convenzioni, allegate all’accordo OMC, sull’applicazione
         di misure sanitarie e fitosanitarie («Sanitary and Phytosanitary Measures» - in prosieguo: «SPS») e sulle barriere tecniche
         al commercio («Technical Barriers to Trade» – in prosieguo: «TBT»). Infatti, l’accordo SPS «si limita (…) all’istituzione
         di un quadro multilaterale di regole e norme intese a orientare l’elaborazione, l’adozione e l’applicazione delle misure sanitarie
         e fitosanitarie onde minimizzarne gli effetti negativi sul commercio», mentre le disposizioni dell’accordo TBT «sono semplicemente destinate ad evitare che i regolamenti tecnici e le norme, nonché le procedure (…), creino indebiti ostacoli al commercio internazionale» (parere 1/94, cit. alla nota 19, punti 31 e 33; il corsivo è mio).
      
      37  –	L’art. 5 della convenzione disciplina un ulteriore aspetto relativo allo scambio di informazioni.
      
      38  –	A questo proposito, al punto 19.35 dell’«Agenda 21» (cit. alla nota 34) si legge: «L’esportazione in paesi in via di sviluppo
         di prodotti chimici vietati nei paesi produttori o il cui uso è soggetto a una disciplina rigorosa in alcuni paesi industrializzati
         desta preoccupazioni, in quanto taluni paesi importatori non dispongono dei mezzi atti a garantirne una gestione sicura, a causa delle infrastrutture inadeguate a controllare l’importazione, la distribuzione, l’immagazzinaggio, la formulazione
         e l’eliminazione dei prodotti chimici» (il corsivo è mio).
      
      39  –	V. a questo riguardo, per esempio, l’art. 7, in particolare nn. 1 e 7, del regolamento n. 304/2003.
      
      40  –	In parole povere: per l’importazione di prodotti chimici pericolosi devono applicarsi le stesse condizioni o divieti,
         indipendentemente dal paese d’origine.
      
      41 	In parole povere: qualora l’importazione di prodotti chimici pericolosi sia soggetta a restrizioni, queste ultime devono
         applicarsi anche all’industria nazionale.
      
      42  –	Sotto questo profilo il caso di specie si distingue dalla causa Energy Star (cit. alla nota 20, in particolare punto 40
         della sentenza), vertente su un programma di etichettatura che doveva in primo luogo consentire ai produttori di utilizzare,
         sulla base di una procedura di riconoscimento reciproco, un logo comune, affinché i consumatori potessero riconoscere taluni
         prodotti.
      
      43 –	Come osserva a ragione la Commissione, le misure di politica ambientale possono anche costituire ostacoli al commercio
         e, sotto questo profilo, occorre esaminare le giustificazioni che le sorreggono, ad esempio nell’ambito delle disposizioni
         dell’Accordo generale sulle tariffe e sul commercio (GATT). Tuttavia, ciò non priva le misure in questione del loro carattere
         politico‑ambientale.
      
      44  –	Terzo ‘considerando’ del preambolo della convenzione.
      
      45 –	Secondo ‘considerando’ del preambolo della convenzione.
      
      46  –	La dichiarazione di Rio su ambiente e sviluppo è consultabile in inglese sul sito < http://www.un.org/esa/sustdev/documents/agenda21/index.htm >
         (da ultimo visitato il 2 marzo 2005), quale allegato I alla relazione «Report of the United Nations Conference on Environment
         and Development» (documento n. A/CONF.151/26 [Vol. I]).
      
      47  –	Il capitolo 19 dell’«Agenda 21» (cit. alla nota 34) è intitolato «Gestione ecologicamente razionale delle sostanze chimiche
         tossiche, compresa la prevenzione del traffico internazionale illegale di prodotti tossici e pericolosi». Nella sezione «C.
         Scambio di informazioni su prodotti chimici tossici e rischi derivanti» si evidenzia in particolare la procedura PIC (punti 19.36
         e 19.37).
      
      48  –	Punto 23, lett. a), del piano d’azione, consultabile al sito < http://www.johannesburgsummit.org > (da ultimo visitato
         il 2 marzo 2005), quale parte della relazione «Report of the World Summit on Sustainable Development» (documento n. A/CONF.199/20).
      
      49  –	GU 2002, L 242, pag. 1.
      
      50  –	Per esempio la valutazione e la gestione del rischio in relazione ai prodotti chimici, nonché l’informazione del pubblico
         [art. 7, n. 2, lett. b), del sesto programma di azione in materia ambientale].
      
      51  –	Art. 7, n. 2, lett. d), primo trattino, del sesto programma di azione in materia ambientale.
      
      52  –	Per quanto riguarda il criterio degli effetti diretti (e immediati) ovvero indiretti (e a lungo termine), v. paragrafo 30
         delle presenti conclusioni.
      
      53  –	Su cui verte il parere 2/00 (cit. alla nota 15). A puro titolo di esempio si osservi che i due capitoli dell’«Agenda 21»
         (capitolo 15 e capitolo 19), nel cui contesto si collocano il Protocollo di Cartagena e la convenzione di Rotterdam in questione
         nel caso di specie, rientrano entrambi nella Parte II dell’Agenda 21, recante il titolo «Conservazione e gestione delle risorse
         per lo sviluppo».
      
      54  –	Su cui verte la sentenza Energy Star (cit. alla nota 20).
      
      55  –	Poiché la convenzione mira anche alla protezione della salute umana, non occorre una base giuridica distinta oltre all’art. 175, n. 1, CE. Infatti, come emerge dall’art. 174, n. 1, secondo
         trattino, CE, la politica della Comunità in materia ambientale contribuisce anche alla protezione della salute umana.
      
      56 –	V. a questo proposito già il paragrafo 18 delle presenti conclusioni. La possibilità di una competenza esterna esclusiva
         della Comunità nella politica in materia ambientale viene ammessa anche dal parere 2/00 (cit. alla nota 15, punti 45 e 46).
      
      57  –	Parere 2/00 (cit. alla nota 15, punto 23, in fine), nonché sentenze Energy Star (cit. alla nota 20, punti 35 e 39) e «trasporto
         di merci» (cit. alla nota 18, punto 40). V. anche sentenza «biossido di titanio» (cit. alla nota 20, punti 13 e 17).
      
      58  –	A sostegno di questa tesi si potrebbero richiamare, ad un esame superficiale, per esempio l’ottavo ‘considerando’ della
         convenzione e il terzo ‘considerando’ della decisione del Consiglio impugnata, nei quali la politica commerciale e la politica
         in materia ambientale vengono menzionate congiuntamente e, in apparenza, su un piede di parità.
      
      59  –	Secondo la giurisprudenza, il cumulo di differenti basi giuridiche è escluso quando le rispettive procedure previste sono
         tra loro incompatibili; v. sentenza «biossido di titanio» (cit. alla nota 20, punti 17‑21), sentenze 25 febbraio 1999, cause
         riunite C‑164/97 e C‑165/97, Parlamento/Consiglio (Racc. pag. I‑1139, punto 14), e 29 aprile 2004, causa C‑338/01, Commissione/Consiglio
         (Racc. pag. I‑4829, punto 57). Da questa giurisprudenza si può dedurre che un cumulo di due fondamenti normativi viene tutt’al
         più preso in considerazione nel caso in cui le due basi giuridiche prevedano la stessa procedura legislativa o, comunque,
         procedure legislative compatibili; v. in questo senso anche sentenza 9 settembre 2004, cause riunite C‑184/02 e C‑223/02,
         Spagna e Finlandia/Parlamento europeo e Consiglio (Racc. pag. I‑7789, punti 42‑44).
      
      60  –	V. in questo senso l’accordo quadro 5 luglio 2000, sui rapporti tra il Parlamento europeo e la Commissione, vigente alla
         data di approvazione della convenzione; v. segnatamente l’allegato 2 «Informazione e inclusione del Parlamento europeo riguardo
         a convenzioni internazionali e all’allargamento» (GU 2001, C 121, pagg. 122 e segg., segnatamente pag. 128).
      
      61  –	In questo senso – riguardo ad altri fondamenti normativi – v. per esempio la sentenza 27 settembre 1988, causa 165/87,
         Commissione/Consiglio (Racc. pag. 5545, punto 20), secondo cui la consultazione del Parlamento, della quale il Consiglio ha
         sempre la facoltà di avvalersi, non può essere considerata illegittima anche se non è obbligatoria. Dalla sentenza 2 marzo
         1994, causa C‑316/91, Parlamento/Consiglio (Racc. pag. I‑625, punto 16, seconda frase), non emergono al riguardo elementi
         in senso contrario. Infatti, in quest’ultima sentenza la Corte dichiara che la realizzazione di una consultazione facoltativa del Parlamento non può sostituirne la consultazione obbligatoria; resta tuttavia impregiudicata la possibilità di procedere a una consultazione facoltativa in tutti i casi in cui il Trattato
         non prevede affatto una consultazione (obbligatoria).
      
      62 –	Nella sentenza Swedish Match, emessa di recente (cit. alla nota 25, punto 44), la Corte dichiara che l’erroneo riferimento
         all’art. 133 CE come fondamento normativo aggiuntivo di un atto non determina di per sé l’invalidità di quest’ultimo; v. anche la sentenza 10 dicembre 2002, causa C‑491/01, British
         American Tobacco (Racc. pag. I‑11453, punto 98).
      
      63 –	V. in tal senso – nel caso dell’erronea presa in considerazione di un duplice fondamento normativo – la sentenza Swedish
         Match (cit. alla nota 25, punto 44); v. anche le sentenze 9 settembre 2004, Spagna e Finlandia/Parlamento (cit. alla nota 59,
         punto 44), 27 settembre 1988, Commissione/Consiglio (cit. alla nota 61, punto 19), 26 marzo 1987, Commissione/Consiglio (cit.
         alla nota 22, punti 12 e 22), e «biossido di titanio» (cit. alla nota 20, punti 18‑20 e 25).
      
      64 –	V. anche paragrafo 51 delle presenti conclusioni.
      
      65 –	Art. 133, n. 3, CE, in combinato disposto con l’art. 300, n. 1, seconda frase, CE.
      
      66  –	Parere 11 novembre 1975, 1/75 («spese locali», Racc. pag. 1355, in particolare pagg. 1363 e segg.), sentenza 15 dicembre
         1976, causa 41/76, Donckerwolcke (Racc. pag. 1921, punto 32), pareri 2/91 (cit. alla nota 15, punto 8) e 1/94 (cit. alla nota 19,
         punto 34).
      
      67  –	Tuttavia, nel caso specifico può emergere anche in questo ambito una competenza esclusiva, segnatamente in applicazione
         della «giurisprudenza AETR», citata alla nota 15. Anche il parere 2/00 (cit. alla nota 15, punti 45 e 46) ammette la possibilità
         di una competenza esterna esclusiva della Comunità nella politica in materia ambientale.
      
      68  –	V. a questo proposito, per esempio, il parere 1/94 (cit. alla nota 19), che in relazione alla costituzione dell'OMC opera
         un distinzione tra gli specifici ambiti GATT, GATS e TRIPS e li riconduce a fondamenti normativi distinti.