CELEX: 62008CC0069
Language: it
Date: 2009-04-02 00:00:00
Title: Conclusioni dell'avvocato generale Trstenjak del 2 aprile 2009. # Raffaello Visciano contro Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS). # Domanda di pronuncia pregiudiziale: Tribunale di Napoli - Italia. # Politica sociale - Tutela dei lavoratori - Insolvenza del datore di lavoro - Direttiva 80/987/CEE - Obbligo di pagare la totalità dei crediti insoluti entro un massimale prestabilito - Natura dei crediti del lavoratore nei confronti dell’organismo di garanzia - Termine di prescrizione. # Causa C-69/08.

CONCLUSIONI DELL’AVVOCATO GENERALE
      VERICA TRSTENJAK
      presentate il 2 aprile 2009 1(1)
      
      Causa C‑69/08
      Raffaello Visciano
      contro
      I.N.P.S.
      [domanda di pronuncia pregiudiziale, sottoposta dal Tribunale di Napoli (Italia)]
      «Politica sociale – Ravvicinamento delle legislazioni – Tutela dei lavoratori subordinati in caso di insolvenza del datore di lavoro – Direttiva 80/987 – Obbligo di soddisfare i crediti di lavoro fino ad un determinato massimale – Natura giuridica dei crediti del lavoratore subordinato nei confronti dell’organismo di garanzia – Termini di prescrizione – Principi generali del diritto – Principi di equivalenza e di effettività – Principio di uguaglianza»I –    Introduzione
      1.        Con la sua domanda di pronuncia pregiudiziale ai sensi dell’art. 234 CE, il Tribunale di Napoli (in prosieguo: il «giudice
         del rinvio») sottopone alla Corte di giustizia delle Comunità europee tre questioni concernenti l’interpretazione della direttiva
         del Consiglio 20 ottobre 1980, 80/987/CEE, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative alla
         tutela dei lavoratori subordinati in caso di insolvenza del datore di lavoro (2).
      
      2.        Tale domanda viene presentata nell’ambito di un ricorso promosso dal sig. Visciano (in prosieguo: il «ricorrente») nei confronti
         dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (in prosieguo: l’«INPS»), mirante alla soddisfazione dei crediti relativi
         agli ultimi tre mesi del rapporto di lavoro, rimasti insoluti a causa dell’insolvenza del suo datore di lavoro. Tra le parti
         del procedimento principale è controverso in sostanza l’ammontare di tali crediti, ma soprattutto se l’INPS possa invocare
         il termine di prescrizione di un anno previsto dal diritto italiano. L’INPS rimanda al riguardo alla giurisprudenza italiana
         di ultimo grado, la quale attribuisce a tali crediti la natura giuridica di crediti di natura previdenziale, nonché alla non
         applicabilità di disposizioni nazionali suscettibili di sospendere ovvero interrompere il decorso del termine di prescrizione.
      
      3.        Le questioni pregiudiziali sono intese a chiarire la natura giuridica nonché i requisiti di diritto comunitario concernenti
         la possibilità di far valere in giudizio i crediti di un lavoratore nei confronti degli organismi di garanzia che devono essere
         istituiti ai sensi della direttiva 80/987.
      
      II – Contesto normativo
      A –    Normativa comunitaria
      4.        La direttiva 80/987 contiene le seguenti disposizioni rilevanti nella loro versione applicabile al procedimento a quo.
      
      5.        Ai sensi del suo primo ‘considerando’, sono «necessarie disposizioni per tutelare i lavoratori subordinati in caso di insolvenza
         del datore di lavoro, in particolare per garantire loro il pagamento dei diritti non pagati (…)».
      
      6.        L’art. 1, nn. 1 e 2, della direttiva prevede quanto segue:
      
      «1.    La presente direttiva si applica ai diritti dei lavoratori subordinati derivanti da contratti di lavoro o da rapporti di lavoro
         ed esistenti nei confronti dei datori di lavoro che si trovano in stato di insolvenza ai sensi dell’articolo 2, paragrafo
         1.
      
      2.      Gli Stati membri possono, in via eccezionale, escludere dal campo di applicazione della presente direttiva i diritti di alcune
         categorie di lavoratori subordinati, in funzione della natura particolare del contratto di lavoro o del rapporto di lavoro
         dei lavoratori subordinati o in funzione dell’esistenza di altre forme di garanzia che assicurano ai lavoratori subordinati
         una tutela equivalente a quella che risulta dalla presente direttiva.
      
      L’elenco delle categorie di lavoratori subordinati di cui al primo comma è riportato nell’allegato». 
      7.        Secondo il suo art. 2, n. 2, la direttiva non pregiudica il diritto nazionale per quanto riguarda la definizione dei termini
         «lavoratore subordinato», «datore di lavoro», «retribuzione», «diritto maturato» e «diritto in corso di maturazione».
      
      8.        L’art. 3 della direttiva prevede quanto segue:
      
      «1.    Gli Stati membri adottano le misure necessarie affinché gli organismi di garanzia assicurino, fatto salvo l’articolo 4, il
         pagamento dei diritti non pagati dei lavoratori subordinati, risultanti da contratti di lavoro o da rapporti di lavoro e relativi
         alla retribuzione del periodo situato prima di una data determinata.
      
      2.      La data di cui al paragrafo 1 è, a scelta degli Stati membri:
      –        o quella dell’insorgere dell’insolvenza del datore di lavoro; 
      –        o quella del preavviso di licenziamento del lavoratore subordinato interessato, comunicato a causa dell’insolvenza del datore
         di lavoro; 
      
      –        o quella dell’insorgere dell’insolvenza del datore di lavoro o quella della cessazione del contratto di lavoro o del rapporto
         di lavoro del lavoratore subordinato interessato, avvenuta a causa dell’insolvenza del datore di lavoro».
      
      9.        L’art. 4 della direttiva prescrive quanto segue:
      
      «1.    Gli Stati membri hanno la facoltà di limitare l’obbligo di pagamento degli organismi di garanzia, di cui all’articolo 3.
      2.      Quando si avvalgono della facoltà di cui al paragrafo 1, gli Stati membri devono:
      –        nel caso di cui all’articolo 3, paragrafo 2, primo trattino, assicurare il pagamento dei diritti non pagati relativi alla
         retribuzione degli ultimi tre mesi del contratto di lavoro o del rapporto di lavoro nell’ambito di un periodo di sei mesi
         precedenti la data dell’insorgere dell’insolvenza del datore di lavoro;
      
      –        nel caso di cui all’articolo 3, paragrafo 2, secondo trattino, assicurare il pagamento dei diritti non pagati relativi alla
         retribuzione degli ultimi tre mesi del contratto di lavoro o del rapporto di lavoro precedenti la data del preavviso di licenziamento
         del lavoratore subordinato, comunicato a causa dell’insolvenza del datore di lavoro;
      
      –        o, nel caso di cui all’articolo 3, paragrafo 2, terzo trattino, assicurare il pagamento dei diritti non pagati relativi alla
         retribuzione degli ultimi diciotto mesi del contratto di lavoro o del rapporto di lavoro precedenti la data dell’insorgere
         dell’insolvenza del datore di lavoro o la data della cessazione del contratto di lavoro o del rapporto di lavoro del lavoratore
         subordinato, avvenuta a causa dell’insolvenza del datore di lavoro. In tal caso, gli Stati membri possono limitare l’obbligo
         di pagamento alla retribuzione corrispondente ad un periodo di otto settimane o a vari periodi parziali per un totale della
         stessa durata.
      
      (3)    Tuttavia per evitare di versare delle somme che vanno oltre il fine sociale della presente direttiva, gli Stati membri possono
         fissare un massimale per la garanzia di pagamento dei diritti non pagati dei lavoratori subordinati.
      
      (…)».
      10.      L’art. 5 della direttiva contiene le seguenti disposizioni:
      
      «Gli Stati membri fissano le modalità di organizzazione, di finanziamento e di funzionamento degli organismi di garanzia nel
         rispetto, in particolare, dei seguenti principi:
      
      a)      il patrimonio degli organismi deve essere indipendente dal capitale di esercizio dei datori di lavoro e essere costituito
         in modo da non poter essere sequestrato in un procedimento in caso di insolvenza;
      
      b)      i datori di lavoro devono contribuire al finanziamento, a meno che quest’ultimo non sia integralmente assicurato dai pubblici
         poteri;
      
      c)      l’obbligo di pagamento a carico degli organismi esiste indipendentemente dall’adempimento degli obblighi di contribuire al
         finanziamento».
      
      11.      L’art. 6 della direttiva così recita:
      
      «Gli Stati membri possono prevedere che gli articoli 3, 4 e 5 non si applichino ai contributi dovuti a titolo dei regimi legali
         nazionali di sicurezza sociale o dai regimi complementari di previdenza, professionali o interprofessionali, diversi dai regimi
         legali nazionali di sicurezza sociale».
      
      B –    Normativa nazionale
      1.      La legge n. 297/1982
      12.      In attuazione della direttiva 80/987, la legge 29 maggio 1982, n. 297 (3), recante la disciplina del trattamento di fine rapporto e norme in materia pensionistica, prevedeva, all’art. 2, l’istituzione
         presso l’INPS di un «Fondo di garanzia per il trattamento di fine rapporto», il quale, in caso di insolvenza, è tenuto a sostituirsi
         al datore di lavoro nel pagamento del trattamento di fine rapporto previsto dall’art. 2120 cod. civ. spettante ai lavoratori
         o ai loro aventi diritto. Erogata la prestazione, il Fondo di garanzia ha azione di regresso nei confronti del datore di lavoro
         e subentra per l’importo della somma pagata nel privilegio riconosciuto al credito del lavoratore dagli artt. 2751 bis e 2776
         cod. civ.
      
      2.      Il decreto legislativo n. 80/1992
      13.      Gli artt. 1 e 2 del decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 80, di attuazione della direttiva 80/987 in materia di tutela
         dei lavoratori subordinati in caso di insolvenza del datore di lavoro (4) (in prosieguo: il «decreto legislativo n. 80/92») disciplinano la garanzia del pagamento dei crediti di lavoro e l’intervento
         del Fondo di garanzia gestito dall’INPS (in prosieguo: il «Fondo»). 
      
      14.      L’art. 1 («Garanzia dei crediti di lavoro»), n. 1, del decreto legislativo n. 80/92, stabilisce quanto segue: 
      
      «Nel caso in cui il datore di lavoro sia assoggettato alle procedure di fallimento, concordato preventivo, liquidazione coatta
         amministrativa ovvero alla procedura dell’amministrazione straordinaria (…), il lavoratore da esso dipendente o i suoi aventi
         diritto possono ottenere a domanda il pagamento, a carico del Fondo di garanzia (…), dei crediti di lavoro non corrisposti
         di cui all’art. 2». 
      
      15.      L’art. 2, nn. 1, 2, 4 e 5 del decreto legislativo n. 80/92 così recita: 
      
      «1.    Il pagamento effettuato dal Fondo di garanzia ai sensi dell’art. 1 è relativo ai crediti di lavoro, diversi da quelli spettanti
         a titolo di trattamento di fine rapporto, inerenti gli ultimi tre mesi del rapporto di lavoro rientranti nei dodici mesi che
         precedono: a) la data del provvedimento che determina l’apertura di una delle procedure indicate nell’art. 1, comma 1; b)
         la data di inizio dell’esecuzione forzata; c) la data del provvedimento di messa in liquidazione o di cessazione dell’esercizio
         provvisorio ovvero dell’autorizzazione alla continuazione dell’esercizio di impresa per i lavoratori che abbiano continuato
         a prestare attività lavorativa, ovvero la data di cessazione del rapporto di lavoro, se questa è intervenuta durante la continuazione
         dell’attività dell’impresa.
      
      2.      Il pagamento effettuato dal Fondo ai sensi del comma 1 non può essere superiore ad una somma pari a tre volte la misura massima
         del trattamento straordinario di integrazione salariale mensile al netto delle trattenute previdenziali e assistenziali.
      
      (…) 
      4.      Il pagamento di cui al comma 1 non è cumulabile fino a concorrenza degli importi: a) con il trattamento straordinario di integrazione
         salariale fruito nell’arco dei dodici mesi di cui al comma 1; b) con le retribuzioni corrisposte al lavoratore nell’arco dei
         tre mesi di cui al comma 1; c) con l’indennità di mobilità riconosciuta ai sensi della legge 23 luglio 1991, n. 223, nell’arco
         dei tre mesi successivi alla risoluzione di rapporto di lavoro.
      
      5.      Il diritto alla prestazione di cui al comma 1 si prescrive in un anno (…)».
      III – Fatti, procedimento principale e questioni pregiudiziali
      16.      Dall’ordinanza di rinvio si evince che il ricorrente nel procedimento principale ha prestato attività lavorativa subordinata
         fino al 9 novembre 2000 alle dipendenze della società di vigilanza La Metropoli S.a.r.l. In tale data, a seguito dell’apertura
         della procedura concorsuale di liquidazione coatta amministrativa per insolvenza, dichiarata con decreto ministeriale 24 ottobre
         2000, egli veniva assoggettato alla procedura di licenziamento collettivo ai sensi degli artt. 4 e 24 della legge n. 223/1991.
      
      17.      L’8 giugno 2001, il ricorrente proponeva, ai sensi degli artt. 1 e 2 del decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 80, recante
         attuazione della direttiva 80/987, una domanda volta ad ottenere dal Fondo di garanzia istituito presso l’INPS il pagamento
         dei crediti di lavoro rimasti insoluti relativi agli ultimi tre mesi del rapporto di lavoro.
      
      18.      L’INPS, nel liquidare la prestazione a carico del Fondo, anziché erogargli la retribuzione rimasta insoluta nel limite fissato
         dal decreto legislativo 80/1992, ossia tre volte la misura massima del trattamento straordinario di integrazione salariale,
         sottraeva dal massimale fissato per legge gli anticipi sulla retribuzione ottenuti dal datore di lavoro, liquidando così una
         somma inferiore a quella spettante.
      
      19.      Il ricorrente faceva valere che la metodologia seguita dall’INPS, di sottrazione dal massimale degli anticipi sulla retribuzione
         pagati dal datore di lavoro, fosse illegittima alla luce della sentenza della Corte di giustizia 4 marzo 2004, Barsotti e a. (5), e chiedeva che il giudice del rinvio gli riconoscesse il diritto a percepire la differenza tra l’importo che gli era già
         stato erogato ed il massimale spettantegli senza alcuna detrazione. 
      
      20.      A fronte del ricorso l’INPS eccepiva la prescrizione annuale del credito. Essa rilevava al riguardo che il credito fatto valere
         nei confronti del Fondo di garanzia non fosse lo stesso credito vantato nei confronti del datore di lavoro, bensì un’autonoma
         e distinta obbligazione previdenziale. Tale istituto obiettava inoltre che la natura autonoma e previdenziale del credito
         escludeva la qualificazione della fattispecie in termini di accollo ex lege e rendeva inapplicabili le norme sulla prescrizione
         nelle obbligazioni solidali e quindi l’art. 94 della legge fallimentare, che dispone la sospensione del decorso della prescrizione
         sino alla chiusura della procedura concorsuale. In assenza di sospensione o di precedenti atti interruttivi della prescrizione,
         il credito azionato doveva ritenersi prescritto per l’avvenuto decorso del termine annuale ai sensi dell’art. 2 del decreto
         legislativo n. 80/92.
      
      21.      Secondo il Tribunale di Napoli la decisione giudiziaria della controversia dipende dall’applicazione del diritto comunitario.
         Esso solleva al contempo dubbi in merito all’applicazione degli artt. 3 e 4 della direttiva 80/987 nonché di ulteriori principi
         del diritto comunitario. Alla luce di tali circostanze ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte
         le seguenti questioni pregiudiziali:
      
      «1)      Se gli articoli 3 e 4 della direttiva 20 ottobre 1980, n. 80/987 nella parte in cui prevedono il pagamento dei diritti non
         pagati ai lavoratori subordinati relativi alla retribuzione, consentono che tali crediti, nel momento in cui vengono fatti
         valere nei confronti dell’organismo di garanzia, vengano privati della loro iniziale natura retributiva ed assumano la diversa
         qualificazione previdenziale per il solo fatto che la loro erogazione sia stata affidata dallo Stato membro ad un istituto
         previdenziale, e che quindi nella normativa nazionale il termine «retribuzione» venga sostituito dall’espressione “prestazione
         previdenziale”.
      
      2)      Se per il fine sociale della direttiva è sufficiente che la normativa nazionale utilizzi il credito retributivo iniziale del
         lavoratore subordinato come un mero termine di paragone, rispetto al quale determinare per relationem la prestazione da garantire
         con l’intervento dell’organismo di garanzia, o si richiede che il credito retributivo del lavoratore nei confronti del datore
         di lavoro insolvente venga tutelato, grazie all’intervento dell’organismo di garanzia, assicurandogli eguale contenuto, garanzie,
         tempi e modalità di esercizio di quelle riconosciute a qualsiasi altro credito di lavoro nello stesso ordinamento.
      
      3)      Se i principi desumibili dalla normativa comunitaria, ed in particolare i principi di equivalenza ed effettività, consentono
         di applicare ai diritti non pagati ai lavoratori subordinati relativi alla retribuzione del periodo individuato ai sensi dell’art. 4
         della direttiva n. 80/987 un regime prescrizionale meno favorevole rispetto a quello applicato a crediti di analoga natura».
      
      IV – Procedimento dinnanzi alla Corte
      22.      L’ordinanza di rinvio del 29 gennaio 2008 è pervenuta alla cancelleria della Corte il 20 febbraio 2008. 
      
      23.      Hanno presentato osservazioni scritte, nei termini previsti dall’art. 23 dello Statuto della Corte, il ricorrente nel procedimento
         principale, l’INPS, i governi della Repubblica italiana, del Regno dei Paesi Bassi e del Regno di Spagna nonché la Commissione.
      
      24.      All’udienza del 12 febbraio 2009 hanno presentato osservazioni i rappresentanti del ricorrente nel procedimento principale,
         dell’INPS, dei governi della Repubblica italiana, del Regno dei Paesi Bassi e del Regno di Spagna nonché della Commissione.
      
      V –    Argomenti sostanziali delle parti
      A –    Sulla prima questione
      25.      Il ricorrente nel procedimento principale suggerisce di risolvere la prima questione nel senso che un’interpretazione della direttiva 80/987
         intesa a conferire ai crediti nei confronti del Fondo di garanzia una natura giuridica diversa da quella retributiva sia incompatibile
         con il fine sociale delle direttiva, in quanto una siffatta interpretazione scende al di sotto del livello di protezione fissato
         dal diritto comunitario. Il ricorrente chiarisce che il legislatore comunitario avrebbe inteso munire il rapporto di lavoro
         di una garanzia supplementare nel caso di insolvenza del datore di lavoro ponendo a carico degli Stati membri il pagamento
         di una parte della retribuzione non corrisposta.
      
      26.      L’INPS sottolinea che le questioni pregiudiziali riguarderebbero solo il caso in cui il diritto al pagamento della retribuzione
         non corrisposta venga fatto valere nell’ambito di una procedura concorsuale. La recente giurisprudenza della Corte di cassazione,
         la quale attribuirebbe natura previdenziale ai diritti risultanti dalla direttiva 80/987, rafforzerebbe la loro tutela. Il
         fine sociale della direttiva sarebbe salvaguardato dall’organismo di garanzia, in quanto viene assicurato il pagamento integrale
         della retribuzione.
      
      27.      Il governo italiano suggerisce di risolvere la prima questione nel senso che gli artt. 3 e 4 della direttiva 80/987 consentono che i crediti insoluti
         del lavoratore, allorché vengono fatti valere nei confronti dell’organismo di garanzia, perdono la loro originaria natura
         giuridica retributiva e acquisiscono la diversa natura giuridica di prestazione previdenziale, in quanto lo Stato ha affidato
         il loro soddisfacimento ad un organismo di garanzia e il legislatore nazionale ha corrispondentemente sostituito il termine
         «retribuzione» con l’espressione «prestazione previdenziale».
      
      28.      Il governo italiano argomenta che il lavoratore sarebbe tutelato in modo particolare dalla struttura che caratterizzerebbe
         gli organismi di garanzia, in quanto questi ultimi sarebbero sottratti a procedure esecutive. La direttiva prevedrebbe inoltre
         la possibilità di limitare sotto il profilo temporale l’obbligo di pagamento a carico degli organismi di garanzia nonché di
         fissare un massimale. Gli organismi di garanzia garantirebbero in tal modo un minimo a tutti i lavoratori. Il pagamento delle
         retribuzioni rimaste insolute non sarebbe invece assicurato se il lavoratore dovesse far valere egli stesso i propri diritti
         nei confronti del datore di lavoro.
      
      29.      Il governo spagnolo suggerisce di risolvere negativamente la prima questione. Esso rimanda innanzitutto alla circostanza che la convenzione dell’OIL
         n. 173 e la raccomandazione n. 180 avrebbero sancito la tutela delle retribuzioni attraverso gli organismi di garanzia. In
         secondo luogo esso sostiene che la prestazione erogata dall’organismo di garanzia debba essere considerata quale retribuzione,
         e ciò a prescindere dalla circostanza che il patrimonio dell’organismo di garanzia, come altre prestazioni sociali, venga
         gestito dall’INPS stessa.
      
      30.      La Commissione ritiene che la prima questione debba essere risolta nel senso che gli artt. 3 e 4 della direttiva 80/987 non ostano ad una
         normativa nazionale come quella di cui alla legge n. 297/82 e al decreto legislativo n. 80/92, la quale conferisce ai crediti
         vantati dal lavoratore nei confronti dell’organismo di garanzia una natura giuridica diversa rispetto a quelli che gli spettano
         nei confronti del datore di lavoro.
      
      31.      La direttiva 80/987 prescriverebbe un obbligo di risultato e lascerebbe a ciascuno Stato membro la scelta dei mezzi per conseguirlo.
         Ciò che rileverebbe è che i crediti del lavoratore rimasti insoluti vengano pagati dall’organismo di garanzia, e ciò a prescindere
         dalla natura giuridica dei crediti fatti valere nei confronti dell’organismo stesso.
      
      32.      La Commissione sottolinea l’ambiguità della legislazione italiana quanto alla qualificazione dei crediti del lavoratore nei
         confronti dell’organismo di garanzia, in quanto essa consentirebbe di qualificarli sia come «crediti retributivi» sia come
         «prestazione previdenziale».
      
      B –    Sulla seconda questione
      33.      Secondo la Commissione, la direttiva 80/987 deve essere interpretata nel senso che per il suo recepimento sia sufficiente, con riguardo al suo fine
         sociale, che la normativa nazionale utilizzi il credito retributivo iniziale del lavoratore subordinato come un mero termine
         di paragone, rispetto al quale determinare per relationem la prestazione da garantire con l’intervento del Fondo di garanzia.
         Essa sottolinea che la direttiva sarebbe intesa a garantire ai lavoratori una tutela minima quanto al pagamento dei crediti
         retributivi rimasti insoluti nel caso di insolvenza del datore di lavoro. Se gli autori della direttiva avessero inteso equiparare
         sotto ogni aspetto il credito del lavoratore nei confronti del Fondo di garanzia a quello nei confronti del proprio datore
         di lavoro, essi non si sarebbero accordati con gli Stati membri sulla possibilità di limitare l’obbligo di pagamento da parte
         del Fondo di garanzia.
      
      34.      Il governo italiano suggerisce di rispondere nel senso che per il fine sociale della direttiva sia sufficiente che la normativa nazionale impieghi
         il credito retributivo solo quale termine di paragone rispetto al quale determinare per relationem la prestazione da garantire
         con l’intervento del Fondo di garanzia, senza che il credito retributivo del lavoratore nei confronti del datore di lavoro
         insolvente debba coincidere esattamente in senso giuridico, quanto alla persistenza di garanzie, termini e altre modalità,
         con tutti gli altri crediti retributivi analoghi. Esso chiarisce che la più recente giurisprudenza della Corte di cassazione
         si fonderebbe sull’idea che il diritto al pagamento nei confronti del Fondo di garanzia nascerebbe non in forza del rapporto
         di lavoro bensì dal rapporto con l’organismo di garanzia. Da questa natura autonoma rispetto a quella del credito nei confronti
         del datore di lavoro discenderebbe l’inapplicabilità delle disposizioni inerenti i crediti retributivi.
      
      35.      Il governo olandese suggerisce di rispondere nel senso che, in relazione al fine sociale della direttiva, sia sufficiente che la normativa nazionale
         utilizzi la nozione di credito retributivo solo come termine di paragone, rispetto al quale determinare per relationem la
         prestazione da garantire attraverso l’organismo di garanzia. Non sarebbe necessario che la normativa nazionale tratti tale
         credito in conformità della sua natura giuridica originaria.
      
      36.      Il governo spagnolo espone che sarebbe adeguato assoggettare i crediti retribuitivi non corrisposti, nel caso di insolvenza del datore di lavoro,
         al medesimo regime di tutela previsto per le retribuzioni in generale. Esso rileva che i crediti retributivi beneficerebbero
         di talune garanzie che dovrebbero essere preservate. 
      
      C –    Sulla terza questione
      37.      Il ricorrente nel procedimento principale suggerisce di rispondere nel senso che un’interpretazione della direttiva 80/987 tendente a riconoscere
         ai crediti vantati nei confronti del Fondo una natura giuridica diversa da quella dei crediti di lavoro è inammissibile, in
         quanto essa crea una disparità fra i lavoratori nei diversi Stati membri legata all’esistenza o meno di un sistema di previdenza
         sociale. Tale interpretazione comporterebbe inoltre una disparità di trattamento fra i lavoratori del medesimo Stato membro.
      
      38.      Egli rammenta che la giurisprudenza più recente della Corte di Cassazione comporterebbe che per i crediti esistenti nei confronti
         dell’organismo di garanzia verrebbe creato un regime prescrizionale diverso rispetto a quello valido per tutti gli altri crediti
         della massa fallimentare.
      
      39.      Egli sottolinea inoltre che – nonostante la procedura fallimentare sia ancora aperta e il termine di prescrizione per l’ammissione
         al passivo dei crediti sia pertanto sospeso – i lavoratori che non abbiano ancora ottenuto la somma nell’ammontare stabilito
         nella sentenza Barsotti vedrebbero prescritto il loro credito ammesso al passivo solo a causa della sua qualificazione come
         prestazione previdenziale.
      
      40.      Infine, egli fa valere che una siffatta qualificazione sarebbe contraria ai principi della parità di trattamento e di effettività.
      
      41.      L’INPS osserva che la Corte di cassazione, con sentenza 18 aprile 2001 avrebbe respinto l’eccezione pregiudiziale relativa all’incompatibilità
         con il principio di equivalenza, motivando che la previsione di un termine annuale di prescrizione non avrebbe comportato
         per il lavoratore alcuno svantaggio rispetto ad un ricorso analogo di natura interna. Nel procedimento a quo l’inerzia del
         lavoratore, il quale avrebbe agito in giudizio per ottenere il pagamento delle retribuzioni rimaste insolute solo dopo più
         di un anno dalla presentazione della domanda di pagamento, sarebbe dovuta al fatto che, alla luce dello sviluppo della giurisprudenza,
         sarebbe stato difficile stabilire con certezza il momento iniziale della decorrenza del termine. La giurisprudenza della Corte
         di cassazione non avrebbe tuttavia come conseguenza quella di impedire l’esercizio tempestivo delle pretese retributive del
         lavoratore nei confronti del Fondo di garanzia.
      
      42.      Secondo la Commissione, la terza questione si fonda sulla presunzione che i crediti retributivi fatti valere dal lavoratore nei confronti dell’organismo
         di garanzia rivestirebbero il medesimo carattere giuridico di quelli che il lavoratore potrebbe far valere nei confronti del
         proprio datore di lavoro. In considerazione della soluzione suggerita per la prima questione, diverrebbe superfluo risolvere
         la terza questione.
      
      43.      Qualora il giudice nazionale dovesse comunque pervenire alla conclusione che i due tipi di credito presentino un carattere
         giuridico analogo, il principio di uguaglianza e di non discriminazione imporrebbe la parità di trattamento dei crediti fatti
         valere nei confronti del datore di lavoro nell’ambito di una procedura fallimentare. In relazione all’interruzione della prescrizione
         essi dovrebbero pertanto essere assoggettati alle medesime modalità.
      
      44.      Il governo italiano suggerisce di risolvere la terza questione nel senso che i principi del diritto comunitario, e segnatamente i principi di
         equivalenza e di effettività, consentono di applicare ai crediti retributivi rimasti insoluti un regime prescrizionale meno
         favorevole rispetto a quello applicato a crediti analoghi, in quanto la disciplina rispettivamente applicabile deve essere
         presa in considerazione nel suo complesso.
      
      45.      In relazione al principio di effettività, il governo italiano argomenta che il decreto legislativo n. 80/92 sarebbe estremamente
         chiaro nel fissare un termine di prescrizione di un anno. Il mutamento nella giurisprudenza della Corte di cassazione riguarderebbe
         esclusivamente l’applicabilità della solidarietà passiva. In relazione al principio di equivalenza esso dichiara che il termine
         annuale di prescrizione sarebbe applicabile in generale alle prestazioni previdenziali. Esso sottolinea inoltre che la Corte
         di cassazione partirebbe di regola dal presupposto che la prescrizione non inizierebbe a decorrere fintantoché non si verifichino
         gli specifici presupposti per il sorgere del diritto alle prestazioni previdenziali, il che avverrebbe non al momento della
         cessazione del rapporto di lavoro, bensì allorché si realizzano le condizioni previste dalla legge fallimentare.
      
      46.      Secondo il governo olandese, il diritto comunitario non osta all’applicazione di un regime prescrizionale come quello che caratterizza il giudizio a quo
         ai crediti retributivi dei lavoratori rimasti insoluti relativi al periodo individuato ai sensi dell’art. 4 della direttiva
         80/987, nella misura in cui tale regime prescrizionale non sia contrario ai principi di equivalenza e di effettività.
      
      47.      Il governo olandese si fonda al riguardo sulla sentenza Pflücke (6), la quale autorizza gli Stati membri a fissare un termine di decadenza ai fini della proposizione da parte di un lavoratore,
         secondo il diritto nazionale, di una domanda diretta ad ottenere la corresponsione di un’indennità di insolvenza, sempreché
         tale termine osservi i principi generali del diritto comunitario. Esso non deve pertanto, ai sensi del principio di equivalenza,
         risultare meno favorevole rispetto a quelli relativi a domande analoghe di natura interna e, in conformità del il principio
         di effettività, non deve essere strutturato in modo tale da rendere praticamente impossibile l’esercizio dei diritti riconosciuti
         dall’ordinamento giuridico comunitario.
      
      48.      Esso richiama inoltre l’attenzione sul fatto che il giudice del rinvio sosterrebbe manifestamente la posizione secondo la
         quale il regime di prescrizione applicabile ai crediti in questione sarebbe meno favorevole rispetto a quello applicato a
         crediti analoghi. Esso fa valere che l’applicazione del principio di equivalenza implicherebbe un confronto fra le norme procedurali
         applicabili a crediti analoghi. Qualora uno Stato membro abbia optato per un regime in cui la garanzia delle retribuzioni
         sia configurata quale credito di diritto civile, il termine di prescrizione applicabile a crediti analoghi di diritto civile
         dovrebbe essere impiegato quale metro di paragone. Lo stesso dovrebbe valere qualora la garanzia delle retribuzioni sia configurata
         quale diritto ad una prestazione previdenziale.
      
      49.      Il governo spagnolo suggerisce di risolvere negativamente la terza questione. Esso ritiene che una legge nazionale, la quale preveda un termine
         di decadenza di un anno senza specificare il momento di decorrenza di tale termine e senza tenere conto delle peculiarità
         della procedura fallimentare del datore di lavoro, sarebbe idonea a generare una situazione in cui la tutela concessa sarebbe
         inferiore alla tutela minima prevista dalla direttiva 80/987.
      
      VI – Valutazione giuridica
      A –    Osservazioni preliminari
      50.      Il diritto del lavoro degli Stati membri dell’Unione europea è stato oggetto di armonizzazione in alcuni settori. Il diritto
         emanato al riguardo può essere in linea di principio suddiviso in dichiarazioni di principio, normative intese alla tutela
         del lavoratore nel caso di crisi aziendali e alla salvaguardia della parità di trattamento tra uomini e donne, nonché in disposizioni
         concernenti la tutela del lavoro sul piano tecnico (7). 
      
      51.      La direttiva 80/987 deve essere classificata nella seconda categoria delle normative comunitarie nel settore del diritto del
         lavoro (8). Con essa viene assicurata una tutela minima di tutti i lavoratori subordinati in caso d’insolvenza del datore di lavoro (9). I crediti non soddisfatti dal datore di lavoro risultanti da contratti di lavoro o da rapporti di lavoro e relativi alla
         retribuzione per un determinato periodo di tempo, vengono saldati da organismi di garanzia che devono essere creati ad hoc.
         Senza la tutela della direttiva 80/987, i crediti dei lavoratori aventi ad oggetto il pagamento della retribuzione verrebbero
         spesso riuniti ai crediti di altri creditori di pari rango. La loro realizzazione è, in questi casi, quasi senza speranza (10). Questa direttiva persegue pertanto, come risulta già dal suo primo ‘considerando’ [«necessità di un equilibrato sviluppo
         (…) sociale nella Comunità»] e come ha ripetutamente sottolineato la Corte nella sua giurisprudenza, un fine sociale nell’interesse dei
         lavoratori (11). Lo stesso vale per la direttiva 2002/74/CE (12), la quale doveva essere recepita nel diritto nazionale entro l’8 ottobre 2005, e che, a causa delle modifiche del diritto
         fallimentare intervenute negli Stati membri e dello sviluppo del mercato interno, è stata accompagnata da adeguamenti e modifiche
         sulla scorta della giurisprudenza della Corte.
      
      52.      La tutela offerta dalla direttiva 80/987 è, da un lato, concepita quale standard minimo di diritto comunitario. Dall’altro,
         essa risulta da un’armonizzazione parziale (13) del diritto nazionale, il che comporta che la facoltà degli Stati membri di applicare o di introdurre disposizioni legislative,
         regolamentari o amministrative più favorevoli per i lavoratori non è limitata, come si evince espressamente dall’art. 9 della
         direttiva 80/987 (14). Al contempo il legislatore comunitario accorda agli Stati membri, nell’attuazione della direttiva 80/987, un ampio potere
         discrezionale (15) nella misura in cui esso, inter alia, lascia ai medesimi la specificazione delle modalità di organizzazione, di finanziamento
         e di funzionamento degli organismi di garanzia (art. 5) nonché la scelta delle misure necessarie affinché venga assicurato
         il pagamento dei diritti non pagati dei lavoratori subordinati (art. 3). Il legislatore evita inoltre di fornire esso stesso
         definizioni legali per talune nozioni di diritto del lavoro contenute nell’art. 2, n. 2, e rimanda invece, quanto alla loro
         determinazione, al singolo diritto nazionale (16).
      
      53.      Non è la prima volta che la Corte si occupa di questioni pregiudiziali sollevate da giudici italiani concernenti l’interpretazione
         della direttiva 80/987. La presente domanda di pronuncia pregiudiziale offre ancora una volta la possibilità di mostrare le
         interfacce fra il diritto del lavoro della Comunità come espresso dalla direttiva 80/987 e il diritto nazionale, al fine di
         precisare, se del caso, i confini delle competenze legislative degli Stati membri nell’interesse di un’attuazione effettiva
         delle pretese di diritto comunitario dei lavoratori.
      
      B –    Sulla prima questione
      54.      Con la prima questione il giudice del rinvio chiede se sia compatibile con la direttiva 80/987 il fatto che il diritto nazionale
         non considera più i crediti del lavoratore come crediti di natura retributiva bensì come crediti di natura previdenziale,
         in quanto lo Stato membro ha affidato la loro erogazione ad un istituto previdenziale.
      
      55.      Il giudice a quo, nella sua ordinanza di rinvio, rimanda alla circostanza che negli ultimi anni si sarebbero formate, nella
         giurisprudenza della Corte di cassazione, interpretazioni diverse quanto alla natura giuridica delle prestazioni erogate dal
         Fondo di garanzia per coprire i crediti dei lavoratori relativi agli ultimi tre mesi del rapporto di lavoro, rimasti insoluti
         a seguito dell’insolvenza del datore di lavoro, interpretazioni le quali influenzerebbero la giurisprudenza dei giudici di
         merito, segnatamente in relazione al decorso del termine annuale di prescrizione previsto nell’ordinamento giuridico italiano
         per le prestazioni previdenziali. Mentre un primo orientamento, manifestato dalle Sezioni Unite, classificherebbe le prestazioni
         del Fondo come «retribuzione», un secondo orientamento partirebbe dal presupposto che il credito vantato nei confronti dell’organismo
         di garanzia avrebbe ad oggetto una «prestazione previdenziale», la quale dovrebbe essere considerata indipendente dal diritto
         al pagamento della retribuzione vantato nei confronti del datore di lavoro. Il governo italiano sottolinea, nelle sue osservazioni
         scritte, che la Corte di cassazione aderirebbe attualmente a questa seconda tesi.
      
      56.      Ad un esame più approfondito degli argomenti esposti a favore dell’una e dell’altra classificazione delle prestazioni controverse
         risulta evidente che le tesi sostenute all’interno della giurisprudenza italiana di ultimo grado si fondano principalmente
         sulle peculiarità del diritto italiano. Ciò vale, per esempio, per la questione dell’applicabilità di quelle disposizioni
         che fissano i rispettivi termini di prescrizione nonché di quelle che disciplinano la sospensione ovvero l’interruzione del
         decorso di siffatti termini. Come correttamente esposto dalla Commissione e dal giudice del rinvio, a seconda della disposizione
         nazionale, è possibile produrre argomenti a favore e contro una determinata tesi.
      
      57.      Occorre inoltre rammentare che non rientra nella competenza della Corte prendere posizione, nell’ambito di un rinvio pregiudiziale
         ai sensi dell’art. 234 CE, in merito a disposizioni degli ordinamenti giuridici nazionali. Secondo giurisprudenza costante (17), la Corte non può infatti pronunciarsi, nell’ambito dell’art. 234 CE, né sull’interpretazione di disposizioni legislative
         o regolamentari nazionali né sulla loro compatibilità con il diritto comunitario. Essa può tuttavia fornire al giudice nazionale
         gli elementi interpretativi attinenti al diritto comunitario che gli consentono di risolvere il problema giuridico ad esso
         sottoposto.
      
      58.      In tal senso occorre pertanto rinviare al già menzionato potere discrezionale degli Stati membri in sede di attuazione della
         direttiva 80/987 (18), il quale li autorizza a disciplinare essi stessi i dettagli del sistema di garanzia, mentre al contempo viene loro prescritto
         un determinato fine di tutela di diritto comunitario. Al riguardo, il legislatore comunitario esige esclusivamente, ai sensi
         dell’art. 3, n. 1, della direttiva 80/987, che gli Stati membri «adott[i]no le misure necessarie» affinché gli organismi di
         garanzia «assicurino» il pagamento dei diritti non pagati dei lavoratori subordinati, risultanti da contratti di lavoro o
         da rapporti di lavoro e relativi alla retribuzione del periodo situato prima di una data determinata.
      
      59.      In conformità della sua natura giuridica di direttiva, essa, ai sensi dell’art. 249, terzo comma, CE, è vincolante per quanto
         riguarda il risultato da raggiungere, salva restando la competenza degli organi nazionali in merito alla forma e ai mezzi.
         All’attuazione di ogni direttiva è pertanto connesso l’obbligo, incombente a ciascuno Stato membro, di attestare un determinato
         risultato (19), il quale, nel caso della direttiva 80/987, può configurarsi come la concessione effettiva di una garanzia supplementare
         per il pagamento delle retribuzioni rimaste insolute nel caso di insolvenza del datore di lavoro. 
      
      60.      Come esposto all’inizio, il legislatore comunitario lascia inoltre agli Stati membri il compito di specificare le modalità
         di organizzazione, di finanziamento e di funzionamento degli organismi di garanzia, limitandosi a fissare talune condizioni
         quadro imperative intese ad assicurare che il fine di tutela della direttiva venga in ogni caso conseguito.
      
      61.      Poiché l’obbligo degli Stati membri consiste in sostanza nell’instaurare una situazione giuridica auspicata dalla direttiva,
         è irrilevante, dal punto di vista del legislatore comunitario, il carattere giuridico che in definitiva rivestono i crediti
         del lavoratore nei confronti dell’organismo di garanzia, tanto più che dalle disposizioni della direttiva 80/987 non sono
         ravvisabili elementi a favore di un’interpretazione opposta. Di conseguenza, il legislatore comunitario è in linea di principio
         libero, allo stato attuale del diritto comunitario, di determinare esso stesso la natura giuridica di tali crediti, fintantoché
         ciò sia conforme al resto del diritto comunitario. Mi occuperò ancora, nell’ambito dell’esame della terza questione pregiudiziale,
         dei limiti posti dal diritto comunitario alla libertà organizzativa del legislatore nazionale nel recepimento della direttiva
         80/987.
      
      62.      Il fatto che la competenza di stabilire la natura giuridica dei crediti nei confronti dell’organismo di garanzia spetti in
         linea di principio al legislatore nazionale si spiega in definitiva anche sulla scorta della circostanza che la direttiva
         80/987 si limita ad un’armonizzazione minima, al fine di fissare un livello minimo di tutela per i lavoratori. Essa è stata
         emanata sul fondamento dell’art. 100 Trattato CEE (art. 94 CE) e dovrebbe esplicare effetti sul riavvicinamento delle disposizioni
         legislative nazionali nel progresso ai sensi dell’art. 117 di tale Trattato (art. 136 CE). L’armonizzazione perseguita dovrebbe
         peraltro avvenire solo per tappe, tanto più che il legislatore comunitario, come ha dichiarato la Corte nella sentenza Francovich
         II (20), ha incontrato la difficoltà di armonizzare sistemi nazionali molto diversi fra loro, i quali in parte non conoscevano questo
         tipo di meccanismi di garanzia (21). La Corte ha pertanto riconosciuto, nella medesima sentenza, che, nonostante la direttiva costituisca certamente un progresso
         sulla via del miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro della mano d’opera in tutta la Comunità come pure su quella
         dell’armonizzazione graduale delle pertinenti legislazioni, permangono differenze nelle legislazioni da uno Stato membro all’altro,
         le quali possono ripercuotersi sulla tutela dei lavoratori (22).
      
      63.      Diversamente dal giudice del rinvio, ritengo che dalla semplice circostanza che gli artt. 3 e 4 della direttiva 80/987 parlino
         di «retribuzione» non possa trarsi alcuna conclusione su un’eventuale classificazione effettuata dal diritto comunitario delle
         controverse prestazioni dell’organismo di garanzia. Una siffatta interpretazione esclusivamente letterale non tiene conto
         del fatto che questa direttiva, ai sensi del suo art. 2, n. 2, non pregiudica il diritto del singolo Stato per quanto riguarda
         la definizione della nozione di «retribuzione». Nella sentenza Rodríguez Caballero (23), la Corte ha interpretato questa disposizione nel senso che compete al diritto nazionale precisare la nozione di «retribuzione»
         e definirne il contenuto. Come riconosciuto dalla Corte in tale sentenza, questa disposizione deve essere intesa giuridicamente
         come un rinvio diretto al diritto nazionale.
      
      64.      Mi sembra inoltre conforme alla direttiva e all’obiettivo da essa perseguito classificare come credito di natura previdenziale
         il credito del lavoratore nei confronti dell’organismo di garanzia (24). La natura giuridica dei crediti vantati dal lavoratore nei confronti dell’organismo di garanzia dipende da se l’organismo
         di garanzia subentri in un debito del datore di lavoro o se esso eroghi una prestazione autonoma e faccia riferimento, quanto
         all’ammontare della medesima, alla retribuzione corrisposta fino a quel momento. Per la soluzione di tale questione rileva
         la natura giuridica dell’organismo di garanzia stesso secondo i precetti della direttiva. L’art. 5 della direttiva 80/987
         prevede al riguardo che l’organismo di garanzia venga alimentato finanziariamente dai contributi dei datori di lavoro e dei
         pubblici poteri. I dettagli vengono fissati dagli Stati membri stessi. In tal modo l’organismo di garanzia acquista piuttosto
         il carattere di un ente previdenziale. Già ciò depone a favore del fatto che è conforme alla direttiva 80/987 considerare
         come una prestazione autonoma la prestazione erogata dall’organismo di garanzia, con la conseguenza che anche i crediti del
         lavoratore nei confronti del Fondo non devono condividere la natura giuridica del credito retributivo originario per essere
         conformi alla medesima.
      
      65.      L’art. 5, lett. c), della direttiva 80/987 prescrive inoltre che l’esistenza dell’obbligo di pagamento a carico dell’organismo
         di garanzia nei confronti dei lavoratori di cui trattasi non può essere fatta dipendere dall’effettivo adempimento, da parte
         del datore di lavoro, del suo obbligo di finanziamento nei confronti dell’organismo di garanzia (25). Tale organismo deve, in altre parole, adempiere in ogni caso al suo obbligo di pagamento allorché sussistono i relativi
         presupposti di diritto. Questa disposizione mira a prevenire il pericolo che il lavoratore, in seguito all’insolvenza del
         datore di lavoro, perda i propri diritti nei confronti dell’organismo di garanzia, nonostante sia proprio tale organismo a
         doverlo tutelare nei casi di insolvenza del suo datore di lavoro. Da questa disposizione della direttiva si può inoltre ricavare
         che non occorre necessariamente equiparare, sotto il profilo giuridico, il credito vantato nei confronti dell’organismo di
         garanzia al credito vantato nei confronti del datore di lavoro. Piuttosto, esso esiste per legge, a prescindere dalla capacità
         e dalla volontà contributiva del datore di lavoro. Ritengo pertanto che esso non debba neanche presentare lo stesso carattere
         giuridico del credito esistente nei confronti del datore di lavoro.
      
      66.               Infine, nell’esaminare la prima questione, occorre valutare la circostanza che gli Stati membri, ai sensi dell’art. 6 della
         direttiva 80/987, possono escludere i pagamenti del datore di lavoro a favore dei regimi legali di sicurezza sociale. Tali
         contributi costituiscono tuttavia, in linea di principio, anche una componente della retribuzione, in quanto si fondano sul
         rapporto di lavoro reciproco e sono dovuti insieme alla retribuzione, anche qualora quest’ultima – come nel caso di insolvenza
         – non venga corrisposta. La possibilità, accordata dalla direttiva 80/987, di compensare in altro modo gli svantaggi risultanti
         dal mancato pagamento dei contributi previdenziali mostra dunque, parimenti, che la direttiva 80/987 non pone come condizione
         una ripresa del credito retributivo originario nella normativa nazionale.
      
      67.      Occorre pertanto risolvere la prima questione pregiudiziale nel senso che gli artt. 3 e 4 della direttiva 80/987 non ostano
         ad una normativa nazionale come quella di cui alla legge n. 297/82 e al decreto legislativo n. 80/92, la quale conferisce
         ai crediti del lavoratore nei confronti dell’organismo di garanzia una natura giuridica diversa da quella che rivestono i
         crediti vantati nei confronti del proprio datore di lavoro.
      
      C –    Sulla seconda questione
      68.      Con la seconda questione il giudice del rinvio chiede se per il fine sociale della direttiva sia sufficiente che la normativa
         nazionale utilizzi il credito retributivo iniziale del lavoratore subordinato come un mero termine di paragone, rispetto al
         quale determinare per relationem la prestazione da garantire con l’intervento dell’organismo di garanzia o se debba piuttosto
         essere assicurato che tale credito abbia eguale contenuto, garanzie, tempi e modalità di esercizio di quelle riconosciute
         a qualsiasi altro credito di lavoro nello stesso ordinamento giuridico.
      
      69.      Per poter risolvere tale questione occorre innanzitutto esaminare l’art. 4 della direttiva 80/987, il cui n. 1 prevede che
         gli Stati membri hanno la facoltà di limitare l’obbligo di pagamento degli organismi di garanzia di cui all’art. 3. Consentendo
         la limitazione della garanzia dei crediti da parte degli organismi di garanzia sia sotto il profilo temporale sia del loro
         ammontare, si mira, da un lato, ad impedire che gli organismi di garanzia vengano gravati eccessivamente dal punto di vista
         finanziario, dall’altro, ad assicurare tuttavia anche una tutela a fronte di uno sfruttamento abusivo dell’organismo di garanzia (26). Fissando un massimale si impedisce che vengano versati importi per un ammontare che oltrepassa il fine sociale della direttiva (27).
      
      70.      Qualunque sia la finalità di questa normativa dal punto di vista del legislatore, già sulla scorta di questa autorizzazione
         emerge che il credito del lavoratore nei confronti dell’organismo di garanzia non è qualitativamente identico al credito nei
         confronti del datore di lavoro insolvente, ma piuttosto è soggetto a restrizioni, le quali, fatti salvi i limiti fissati in
         maniera esatta all’art. 4, nn. 2 e 3, rientrano nella discrezionalità degli Stati membri. Se il legislatore comunitario avesse
         avuto la finalità di collocare sotto il profilo giuridico il lavoratore nei confronti dell’organismo di garanzia nella stessa
         posizione in cui lo stesso si trova nei confronti del datore di lavoro, avrebbe rinunciato, come espone correttamente la Commissione,
         ad una siffatta limitazione della portata della tutela della direttiva 80/987. 
      
      71.      Già per questo motivo, un’interpretazione secondo la quale la direttiva 80/987 è intesa ad equiparare il credito nei confronti
         dell’organismo di garanzia, quanto a contenuto, garanzie, tempi e modalità di esercizio, a qualsiasi altro credito di lavoro
         nel medesimo ordinamento giurisdizionale, sarebbe insostenibile.
      
      72.      Inoltre, la decisione concernente la natura giuridica del credito del lavoratore nei confronti dell’organismo di garanzia,
         come da me esposto nell’ambito dell’esame della prima questione pregiudiziale, rientra in linea di principio, in assenza di
         un’espressa disciplina nella direttiva 80/987, nella competenza degli Stati membri. Alla luce di una possibile divergenza
         quanto alla natura giuridica dei due tipi di credito, non si può escludere che il contenuto, le garanzie, i tempi e le modalità
         di esercizio dei crediti nei confronti del datore di lavoro e dell’organismo di garanzia divergano parimenti l’uno dall’altro.
         Ciò non viola di per sé il diritto comunitario al suo stato attuale. 
      
      73.      Occorre pertanto risolvere la seconda questione nel senso che per il fine sociale della direttiva è sufficiente che la normativa
         nazionale utilizzi il credito retributivo iniziale del lavoratore subordinato come un mero termine di paragone, rispetto al
         quale determinare per relationem la prestazione da garantire con l’intervento dell’organismo di garanzia.
      
      D –    Sulla terza questione
      74.      La terza questione è intesa ad accertare se il diritto comunitario osti all’applicazione di un regime prescrizionale come
         quello che caratterizza il procedimento principale ai crediti insoluti dei lavoratori subordinati relativi alla retribuzione,
         risalenti al periodo individuato ai sensi dell’art. 4 della direttiva n. 80/987.
      
      75.      A questo proposito, desidero premettere che i termini di ricorso sono imperativi. Il loro decorso, di regola, impedisce definitivamente
         ai soggetti interessati di sottoporre ulteriormente una fattispecie a sindacato amministrativo o giurisdizionale, a prescindere
         dalla situazione giuridica sostanziale. Ciò ha offerto ripetutamente l’occasione per sottoporre i termini nazionali all’esame
         della Corte di giustizia sotto il profilo della loro conformità al diritto comunitario.
      
      76.      Il diritto processuale degli Stati membri non è armonizzato. In tale settore non esiste neanche una competenza legislativa
         generale della Comunità. La Corte sottolinea pertanto, nella sua giurisprudenza, che il procedimento inteso all’esercizio
         di diritti comunitari soggettivi è disciplinato dal diritto nazionale (28). Tale principio del diritto comunitario, conosciuto anche come «autonomia processuale degli Stati membri», viene riconosciuto
         anche dalla dottrina giuridica (29).
      
      77.      Anche la direttiva 80/987 non contiene alcuna disposizione in ordine alla durata dei termini di decadenza ovvero di prescrizione.
         Nella sentenza Pflücke (30), la Corte ha tuttavia dichiarato che gli Stati membri sono liberi, in linea di principio, di stabilire, nell’ambito dei rispettivi
         ordinamenti nazionali, disposizioni che fissino un termine di decadenza ai fini della proposizione, da parte di un lavoratore,
         di una domanda diretta ad ottenere, secondo le modalità previste dalla direttiva 80/987, la corresponsione dell’indennità
         d’insolvenza, sempreché tali disposizioni rispettino i principi generali del diritto comunitario.
      
      78.      Per quanto attiene a tali principi, è giurisprudenza costante (31) che siffatti termini di decadenza previsti dal diritto nazionale non possono essere meno favorevoli di quelli che riguardano
         domande analoghe di natura interna (principio di equivalenza) e non possono essere strutturati in modo da rendere praticamente
         impossibile l’esercizio dei diritti conferiti dall’ordinamento giuridico comunitario (principio di effettività). Poiché il
         diritto comunitario non distingue fra termini di decadenza e di prescrizione, bensì si fonda esclusivamente sull’attuabilità
         effettiva dei diritti garantiti a livello comunitario, mi sembra opportuno estendere questa giurisprudenza alle disposizioni
         in materia di prescrizione.
      
      79.      In linea di principio, stabilire in concreto se una disposizione processuale nazionale rispetti i suddetti requisiti è compito
         dei giudici nazionali, ai quali incombe il dovere, sulla base del principio di collaborazione enunciato nell’art. 10 CE, di
         garantire la tutela giurisdizionale spettante ai singoli in forza delle norme di diritto comunitario aventi efficacia diretta.
         Pertanto, un giudice nazionale, se accerta che una norma nazionale non è conforme al diritto comunitario sotto questo profilo,
         deve disapplicarla (32).
      
      80.      L’accertamento astratto delle condizioni di cui sopra spetta tuttavia alla Corte di giustizia, la quale, nell’ambito del rinvio
         pregiudiziale previsto all’art. 234 CE, è incaricata di garantire l’unitaria e uniforme applicazione del diritto comunitario (33).
      
      81.      Secondo il giudice del rinvio, qualificare il credito fatto valere dal lavoratore nei confronti del Fondo di garanzia come
         credito di natura previdenziale comporta la penalizzazione di tale credito rispetto a crediti analoghi fatti valere nell’ambito
         della procedura fallimentare. Il giudice del rinvio raffronta al riguardo il regime prescrizionale di cui all’art. 2, n. 5,
         del decreto legislativo n. 80/92 di attuazione della direttiva n. 80/987, pari ad un anno, con il regime prescrizionale applicabile
         ai crediti retributivi, pari a cinque anni. 
      
      82.      Verificherò pertanto innanzitutto, conformemente a tale argomento, se il legislatore nazionale, relativamente ai termini di
         prescrizione nell’ambito dell’attuazione della direttiva n. 80/987, debba riprendere il termine nazionale previsto dalla legge
         per far valere crediti retributivi, al fine di rimanere in sintonia con gli obiettivi della direttiva.
      
      83.      Come già illustrato in sede di soluzione della prima e della seconda questione pregiudiziale, il credito vantato dal lavoratore
         nei confronti dell’organismo di garanzia non deve essere qualitativamente identico al credito vantato nei confronti del datore
         di lavoro insolvente (34). Piuttosto, esso è soggetto a restrizioni che, fatti salvi i limiti esattamente fissati nella direttiva n. 80/987, rientrano
         nella discrezionalità degli Stati membri. Il legislatore comunitario non ha pertanto avuto la finalità di collocare sotto
         il profilo giuridico il lavoratore nei confronti dell’organismo di garanzia nella stessa posizione in cui lo stesso si trova
         nei confronti del datore di lavoro. Queste considerazioni valgono anche in relazione ai corrispondenti termini di prescrizione
         per entrambi i crediti. Ciò consente di desumere che, anche con riferimento al termine per far valere i crediti e alla loro
         prescrizione nei confronti dell’organismo di garanzia, il termine per far valere i crediti retributivi non rileva. La circostanza
         che il termine per l’esercizio dei crediti retributivi ordinari sia pari a cinque anni, e sia dunque considerevolmente più
         lungo di quello previsto per i crediti vantati nei confronti dell’organismo di garanzia, è pertanto irrilevante, poiché le
         due disposizioni non sono equivalenti. Entrambi i termini di prescrizione non devono essere trattati in maniera analoga neanche
         sotto ogni altro aspetto del principio di equivalenza, non potendosi equiparare il termine di prescrizione quinquennale di
         un credito di fatto inattuabile al termine annuale relativo ad un diritto garantito al pagamento nei confronti dell’organismo
         di garanzia. Non è pertanto ravvisabile una violazione del principio di equivalenza da parte della legge nazionale.
      
      84.      Tale conclusione viene confermata dal fatto che, in alcuni Stati membri, il termine per far valere crediti di lavoro nel caso
         di insolvenza del datore di lavoro viene assorbito dai termini speciali – e soprattutto più brevi – previsti dalle leggi fallimentari,
         quali lex specialis. In questo caso risulta in generale che l’attuabilità giuridica dei crediti di lavoro nel caso di insolvenza
         del datore di lavoro – conformemente alla natura dell’insolvenza – può mutare, con la conseguenza che, pur presupponendo che
         i crediti vantati nei confronti dell’organismo di garanzia debbano essere qualificati come crediti di lavoro, ciò non ha necessariamente
         implicazioni per la configurazione della loro prescrizione.
      
      85.      È possibile che ciò si fondi sulla considerazione che per la questione dell’attuabilità di crediti connessi al contratto di
         lavoro non si può più fare esclusivamente riferimento al rapporto obbligatorio sinallagmatico fra lavoratore e datore di lavoro.
         In situazioni di insolvenza, infatti, occorre prendere contemporaneamente in considerazione una pluralità di interessi diversi:
         le esigenze sociali dei lavoratori, gli interessi del curatore fallimentare ad un rapido risanamento ovvero alla liquidazione
         dell’azienda, la quale potrebbe essere intralciata da termini di prescrizione lunghi, nonché gli interessi dei creditori della
         massa – fra i quali i lavoratori – ad un pagamento il più possibile integrale dei loro crediti (35). Se anche in Italia i termini previsti dal diritto del lavoro vengano assorbiti da disposizioni speciali in materia fallimentare,
         è questione la cui soluzione spetta al giudice del rinvio.
      
      86.      L’insolvenza costituisce non solo nello spirito di numerosi ordinamenti giuridici nazionali, bensì evidentemente anche nello
         spirito degli autori della direttiva 80/987, un evento inaspettato e radicale per il quale occorre trovare soluzioni ad hoc.
         La direttiva – come risulta dalla sua configurazione nello specifico – è intesa a far fronte a questa speciale situazione
         per quanto riguarda la retribuzione lavorativa non corrisposta. In relazione ai termini, essa autorizza gli Stati membri ad
         esercitare il loro potere discrezionale, solo fintantoché resti impregiudicato il fine della copertura finanziaria del periodo
         di disoccupazione. Da essa non si può invece desumere l’intento di garantire termini in materia di diritto del lavoro ormai
         inapplicabili in molti ordinamenti giuridici in situazioni di insolvenza e dei quali in genere non potrebbe inoltre più avvalersi
         il lavoratore di un’impresa insolvente nei confronti del suo datore di lavoro fino alla loro scadenza (nel caso presente cinque
         anni). 
      
      87.      Occorre infine verificare se il termine annuale previsto nel diritto italiano per i crediti relativi a prestazioni previdenziali
         sia configurato in maniera tale da non rendere praticamente impossibile l’esercizio dei diritti che i giudici nazionali sono
         tenuti a tutelare. Come dichiarato dalla Corte nella sentenza Pflücke (36) in relazione all’applicazione di termini di decadenza a livello nazionale, la loro brevità non deve essere tale da mettere
         l’interessato nell’impossibilità pratica di rispettare tale termine e quindi di beneficiare della tutela che la direttiva
         80/987 deve garantirgli. 
      
      88.      È vero che la Corte sottolinea, nella medesima sentenza, che un termine di due mesi deve, a causa della sua brevità, essere
         giustificato da motivi imperativi connessi al principio della certezza del diritto, e in particolare al buon funzionamento
         dell’organismo di garanzia (37). Essa si è tuttavia astenuta dall’imporre requisiti più precisi quanto alla lunghezza di un termine, e tanto meno dal fissare
         un termine minimo per l’esercizio dei crediti vantati nei confronti dell’organismo di garanzia. 
      
      89.      Da una valutazione complessiva della giurisprudenza pertinente (38) si evince inoltre che la Corte rinviene nella fissazione di termini adeguati, come per esempio per l’esercizio di diritti,
         un’applicazione del principio fondamentale della certezza del diritto e presuppone pertanto, in linea di principio, la conformità
         al diritto comunitario dei termini nazionali di decadenza e di prescrizione (39). Così, nella sentenza Palmisani (40), in relazione a richieste risarcitorie di singoli a causa del tardivo recepimento della direttiva 80/987 nel diritto nazionale,
         la Corte ha dichiarato ammissibile in ogni caso, in base allo stato allora vigente del diritto comunitario, un termine di
         decadenza di un anno per avviare un’azione di risarcimento danni. Lo stesso dicasi per un termine di decadenza ovvero di prescrizione
         di due (41), tre (42) ovvero cinque anni (43) quanto ai ricorsi in materia di ripetizione dell’indebito. 
      
      90.      Alla luce di questa giurisprudenza, non vedo in che misura l’applicazione di un termine nazionale di prescrizione di un anno
         debba di per sé rendere praticamente impossibile la soddisfazione, accordata dall’ordinamento giuridico comunitario, dei crediti
         insoluti dei lavoratori risultanti dai contratti o dai rapporti di lavoro. Il ricorrente nel procedimento principale ha avuto
         oggettivamente la possibilità di venire a conoscenza del termine, essendo tale termine previsto dalla legge nazionale e risultando
         dunque senz’altro accessibile al medesimo, diversamente da quanto succede spesso nel caso di direttive non ancora recepite
         o recepite solo in parte. Nulla depone inoltre nel senso che per il ricorrente possa essere divenuto praticamente impossibile
         o eccessivamente gravoso osservare il termine per far valere i crediti nei confronti del Fondo di garanzia. Mi sembra senz’altro
         ragionevole nonché possibile far valere i crediti entro il termine di un anno. Ciò costituisce un termine sufficiente nella
         particolare situazione dell’insolvenza di un datore di lavoro, la quale esige un rapido risanamento ovvero la liquidazione
         dell’azienda al fine di soddisfare i creditori.
      
      91.      Alla luce dei principi enunciati dalla Corte di giustizia pervengo dunque alla conclusione che la normativa nazionale soddisfa
         anche le esigenze del principio di effettività.
      
      92.      Un ulteriore limite di diritto comunitario alla libertà di organizzazione del legislatore nazionale in sede di attuazione
         della direttiva 80/987 si evince dai diritti fondamentali. Secondo giurisprudenza costante, questi ultimi formano parte integrante
         dei principi generali del diritto dei quali la Corte deve garantire l’osservanza. È infatti riconosciuto che gli Stati membri,
         quando danno esecuzione ed attuazione alle normative comunitarie, devono osservare gli obblighi inerenti alla tutela dei diritti
         fondamentali nell’ordinamento giuridico comunitario. Essi sono pertanto tenuti, per quanto possibile, ad applicare tali normative
         nel rispetto di tali obblighi (44). Fra i diritti fondamentali rientra, in particolare, il principio generale di uguaglianza e di non discriminazione. In forza
         di tale principio, situazioni analoghe non possono essere trattate in modo dissimile e situazioni diverse non possono essere
         trattate nello stesso modo, a meno che tale trattamento non sia obiettivamente giustificato (45).
      
      93.      Nel caso presente mancano tuttavia già due situazioni analoghe. Da un lato, la direttiva non presuppone in alcun modo, come
         già illustrato, che il credito retributivo vantato nei confronti del datore di lavoro debba essere trattato allo stesso modo
         del credito vantato nei confronti dell’organismo di garanzia. Dall’altro, il ricorrente nel procedimento principale non può
         far valere la circostanza che venga creata una disparità di trattamento fra i lavoratori nei diversi Stati membri, tanto più
         che il legislatore comunitario ha lasciato agli Stati membri un ampio potere discrezionale nella definizione sia della natura
         giuridica del credito nei confronti dell’organismo di garanzia, sia dei termini di prescrizione. 
      
      94.      Come ho rilevato da ultimo nelle mie conclusioni nella causa Horvath (46), differenze delle diverse norme nazionali non costituiscono discriminazioni nei settori non sottoposti ad armonizzazione.
         Piuttosto, gli Stati membri, nei settori di propria competenza, sono liberi di legiferare, così che la sola diversità di regolamentazione
         di una fattispecie in due diversi Stati membri non può costituire una violazione del principio di uguaglianza. Ciò è da tempo
         riconosciuto nella giurisprudenza della Corte (47). La Corte ha pertanto chiarito per la prima volta nella sentenza Van Dam en Zonen e a. (48) che non si può considerare come contraria al principio di uguaglianza l’applicazione di una legislazione nazionale solo perché
         singoli Stati membri applicano disposizioni meno rigorose. Ciò è senz’altro illuminante, in quanto un’interpretazione contraria
         comporterebbe un pregiudizio alla discrezionalità legislativa degli Stati membri difficilmente sostenibile.
      
      95.      Di conseguenza, nella fissazione di un termine annuale di prescrizione non è ravvisabile neanche una violazione del principio
         di uguaglianza.
      
      VII – Conclusione
      96.      Sulla base delle considerazioni sopra svolte suggerisco alla Corte di rispondere nel seguente modo al Tribunale di Napoli:
      
      1)      Gli artt. 3 e 4 della direttiva del Consiglio 20 ottobre 1980, 80/987/CEE, concernente il ravvicinamento delle legislazioni
         degli Stati membri relative alla tutela dei lavoratori subordinati in caso di insolvenza del datore di lavoro non ostano ad
         una normativa nazionale come quella di cui alla legge n. 297/82 e al decreto legislativo n. 80/92, la quale conferisce ai
         crediti del lavoratore nei confronti dell’organismo di garanzia una natura giuridica diversa da quella che rivestono i crediti
         vantati nei confronti del proprio datore di lavoro.
      
      2)      Per il fine sociale della direttiva è sufficiente che la normativa nazionale utilizzi il credito retributivo iniziale del
         lavoratore subordinato come un mero termine di paragone, rispetto al quale determinare per relationem la prestazione da garantire
         con l’intervento dell’organismo di garanzia.
      
      3)      È compatibile con i principi del diritto comunitario, e segnatamente con i principi di equivalenza, di effettività e di non
         discriminazione l’applicazione ai crediti vantati nei confronti di un organismo di garanzia di un regime di prescrizione più
         breve di quello che si applica ai crediti retributivi nei confronti del datore di lavoro.
      
      1 –	Lingua originale: il tedesco.
      
      2 –	GU L 283, pag. 23.
      
      3 –	GURI del 31 maggio 1982, n. 147.
      
      4 –	GURI del 13 febbraio 1992, Supplemento ordinario n. 36, pag. 26.
      
      5 –	Sentenza 4 marzo 2004, cause riunite C‑19/01, C‑50/01 e C‑84/01, Barsotti e a. (Racc. pag. I‑2005).
      
      6 –	Sentenza 18 settembre 2003, causa C‑125/01, Pflücke (Racc. pag. I‑9375).
      
      7 –	In tal senso la ripartizione tematica di Eichenhofer, E., «Arbeitsrecht», in: Handbuch des EU-Wirtschaftsrechts (a cura di M. A. Dauses), D. III, punto 29, pag. 9.
      
      8 –	Nel tema della tutela sociale del lavoro all’interno del diritto del lavoro dell’Unione europea rientra, oltre alla tutela
         dei lavoratori subordinati in caso di insolvenza del datore di lavoro (disciplinata dalla direttiva 80/987), la tutela dei
         lavoratori subordinati nel caso di licenziamenti collettivi (disciplinata dalla direttiva del Consiglio 20 luglio 1998, 98/59/CE,
         concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri in materia di licenziamenti collettivi, GU L 225, pag. 16)
         e la loro tutela sociale nel caso di trasferimenti di aziende (disciplinata dalla direttiva del Consiglio 14 febbraio 1977,
         77/187/CEE, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative al mantenimento dei diritti dei lavoratori
         in caso di trasferimento di imprese, di stabilimenti o di parti di stabilimenti, GU L 61, pag. 26).
      
      9 –	In tal senso anche Barnard, C., EC Employment Law, 2a ed., Oxford, 2000, pag. 504, riferendosi all’art. 9 della direttiva 80/987. 
      
      10 –	In tal senso Krimphove, D., Europäisches Arbeitsrecht, Monaco di Baviera, 1996, pag. 255.
      
      11 –	V. sentenze 10 luglio 1997, causa C‑373/95, Maso (Racc. pag. I‑4051, punto 56); 14 luglio 1998, causa C‑125/97, Regeling
         (Racc. pag. I‑4493, punto 20); 18 ottobre 2001, causa C‑441/99, Gharehveran (Racc. pag. I‑7687, punto 26), nonché 11 settembre
         2003, causa C‑201/01, Walcher (Racc. pag. I‑8827, punto 38).
      
      12 –	Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 23 settembre 2002, che modifica la direttiva 80/987/CEE del Consiglio
         concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative alla tutela dei lavoratori subordinati in caso
         di insolvenza del datore di lavoro (GU L 270, pag. 10). 
      
      13 –	Sentenza Regeling (cit. alla nota 11, punto 19). Al paragrafo 47 delle sue conclusioni 14 maggio 1998 in tale causa, l’avvocato
         generale Cosmas sottolinea che la soluzione consistente in una armonizzazione parziale non sia stata scelta deliberatamente
         dal legislatore comunitario, ma che sia stata imposta dai fatti, cioè dalle divergenze significative che presentavano le legislazioni
         degli Stati membri in materia e dalle difficoltà pratiche che suscitava l'elaborazione di norme comuni da applicarsi in modo
         uniforme in tutti gli Stati membri.
      
      14 –	Sentenza Maso (cit. alla nota 11, punto 3).
      
      15 –	Sentenze 19 novembre 1991, cause riunite C‑6/90 e C‑9/90, Francovich (Racc. pag. I‑5357, punti 25 e 26); 16 dicembre 1993,
         causa C‑334/92, Wagner Miret (Racc. pag. I‑6911, punto 17), nonché Gharehveran (cit. alla nota 11, punto 36).
      
      16 –	V. sentenze 16 dicembre 2004, causa C‑520/03, Olaso Valero (Racc. pag. I‑12065, punto 31), nonché 12 dicembre 2002, causa
         C‑442/00, Rodríguez Caballero (Racc. pag. I‑11915, punto 27). 
      
      17 –	V., inter alia, sentenze 18 novembre 1999, causa C‑107/98, Teckal (Racc. pag. I‑8121, punto 33); 23 gennaio 2003, causa
         C‑57/01, Makedoniko Metro e Michaniki (Racc. pag. I‑1091, punto 55), nonché Barsotti e a., cit. alla nota 5, punto 30.
      
      18 –	V. paragrafo 52 delle presenti conclusioni.
      
      19 –	La nozione di «Ziele» nella versione tedesca dell’art. 249, n. 3, CE viene intesa anche dalla dottrina di lingua tedesca
         nel senso di un «risultato» prescritto dalla direttiva. Tale opinione viene supportata dalla formulazione utilizzata in altre
         versioni linguistiche («résultat»,«result»,«resultado», «risultato», «resultaat»). Gli Stati membri devono pertanto instaurare
         una situazione giuridica auspicata dalla direttiva [v., al riguardo, Schroeder, W., in: EUV/EGV – Kommentar [a cura di Rudolf Streinz], Monaco di Baviera, 2003, art. 249 EGV, punto 77, pag. 2178, e Biervert, B., EU-Kommentar (a cura di Jürgen Schwarze, Baden-Baden, 2000, art. 249 EGV, punto 25, pag. 2089]. Per questo motivo in dottrina è divenuta
         di uso corrente la nozione francese di «obligation de résultat» (v. Lenaerts, K./Van Nuffel, P., Constitutional Law of the European Union, 2aed., Londra, 2006, punti 17-123, pag. 768).
      
      20 –	Sentenza 9 novembre 1995, causa C‑479/93, Francovich II (Racc. pag. I‑3843, punti 25 e 26). La Corte ha rinviato al riguardo
         alla proposta di direttiva sottoposta dalla Commissione al Consiglio il 13 aprile 1978 (GU 1978, C 135, pag. 2). Da essa si
         evince che già prima dell’adozione della direttiva esistevano in più Stati membri organismi a garanzia dei diritti del lavoratori
         nel caso di insolvenza del datore di lavoro, le cui normative erano tuttavia molto diverse fra loro, mentre siffatti organismi
         in alcuni Stati mancavano.
      
      21 –	Nella Repubblica federale di Germania esistevano già dal 1974, e quindi prima dell’entrata in vigore della direttiva 80/987,
         normative concernenti l’indennità di insolvenza. Il motivo dell’introduzione di tale indennità deve essere ricercato nella
         recessione che aveva caratterizzato l’inizio degli anni ‘70, la quale aveva fatto salire il numero dei fallimenti ed aveva
         inasprito la situazione dei lavoratori nel caso di insolvenza del datore di lavoro. Il governo federale partiva dal presupposto,
         nel 1974, di perdite salariali annuali a scapito dei lavoratori pari ad un ammontare da 20 milioni fino a 50 milioni di marchi
         tedeschi. Un adeguamento delle disposizioni legislative alle mutate strutture economiche e sociali fu pertanto considerato
         urgentemente necessario (v. Grepl, M., Die Funktionen des Insolvenzgeldes unter besonderer Berücksichtigung des europäischen Rechts, Amburgo, 2008, pag. 8). Uno dei primi Stati membri che ha introdotto il sistema di garanzia è considerato tuttavia il Belgio,
         in quanto già negli anni ‘60 esso aveva istituito un corrispondente fondo di garanzia (v. Servais, J.‑M., Droit Social de l’Union Européenne, Bruxelles, 2008, pag. 182). Prima dell’introduzione dell’indennità di insolvenza nella forma attuale, la tutela del lavoratore
         subordinato è stata assicurata in più Stati membri attraverso la concessione di un privilegio per i crediti salariali. Essa
         consisteva nel classificare gli arretrati salariali sorti prima dell’apertura della procedura fallimentare come crediti fallimentari
         di primo rango. Tale metodo si rivelò tuttavia sempre più insufficiente per assicurare la tutela dei lavoratori.
      
      22 –	V. sentenza Francovich II (cit. alla nota 20, punti 20 e 27).
      
      23 –	Sentenza Rodríguez Caballero (cit. alla nota 16). 
      
      24 –	Servais, J.‑M., op. cit. (nota 21), Bruxelles, 2008, pag. 182, sostiene manifestamente la stessa tesi. Egli sottolinea
         che i principi ai quali è ispirato il funzionamento degli organismi di garanzia sarebbero simili a quelli propri della previdenza
         sociale: carattere obbligatorio, solidarietà, finanziamento (salvo eccezioni) attraverso contributi calcolati sulla base dello
         stipendio, attuazione attraverso organismi autonomi sotto il profilo tecnico‑amministrativo, finanziario e legale.
      
      25 –	Fuchs, M./Marhold, F., Europäisches Arbeitsrecht, 2a ed., Vienna, 2006, pag. 169.
      
      26 –	In tal senso Fuchs, M./Marhold, F., op. cit. (nota 25), pag. 169 e seg. e Teyssié, B., Droit européen du travail, 2a ed., Parigi, 2003, pag. 220.
      
      27 –	Secondo Teyssié, B., op. cit. (nota 26), pag. 220, gli Stati membri possono dunque, fissando un massimale, impedire che
         venga erogato più di quanto assicurato dal fine sociale della direttiva, senza violare la direttiva stessa. Analogamente anche
         Guggenbühl, A./Leclerc, S., Droit social européen des travailleurs salariés et indépendants – Recueil de la législation et de la jurisprudence de l’Union
            européenne, Bruxelles, 1995, pag. 518, e Grepl, M., op. cit. (nota 21), pag. 34, secondo i quali la fissazione di un massimale sarebbe
         intesa ad evitare un superamento del fine sociale della direttiva nel caso concreto.
      
      28 –	Secondo il principio dell’autonomia istituzionale e procedurale degli Stati membri, questi ultimi sono tenuti ad attuare
         il diritto comunitario, in linea di principio, secondo il proprio diritto amministrativo, sostanziale e processuale. V., al
         riguardo, sull’esempio dell’esecuzione diretta del diritto doganale della Comunità da parte degli Stati membri, le mie allegazioni
         nelle conclusioni 3 maggio 2007, causa C‑62/06, Zefeser (Racc. pag. 2007, I‑11995, paragrafo 36). Secondo giurisprudenza costante
         della Corte, in mancanza di una disciplina comunitaria in materia, spetta all’ordinamento giuridico interno di ciascuno Stato
         membro designare i giudici competenti e stabilire le modalità procedurali dei ricorsi giurisdizionali intesi a garantire la
         tutela dei diritti spettanti al cittadino in forza delle norme di diritto comunitario (v. in tal senso sentenze 16 dicembre
         1976, causa 33/76, Rewe, Racc. pag. 1989, punto 5, e causa 45/76, Comet, Racc. pag. 2043, punto 13; 14 dicembre 1995, causa
         C‑312/93, Peterbroeck, Racc. pag. I‑4599, punto 12, nonché le sentenze 20 settembre 2001, causa C‑453/99, Courage e Crehan,
         Racc. pag. I‑6297, punto 29; 11 settembre 2003, causa C‑13/01, Safalero, Racc. pag. I-8679, punto 49; 13 marzo 2007, causa
         C‑432/05, Unibet, Racc. pag. I‑2271, punto 39; 7 giugno 2007, cause riunite da C‑222/05 a C‑225/05, Van der Weerd e a., Racc. pag. I‑4233,
         punto 28, nonché 12 febbraio 2008, causa C‑2/06, Kempter, Racc. pag. I-411, punto 57).
      
      29 –	V. Stettner, R., in: «Verwaltungsvollzug», Handbuch des EU-Wirtschaftsrechts (a cura di Dauses), vol. III, punto 30; Voß, R., Grabitz/Hilf, Das Recht der Europäischen Union, Art. 135 EGV punti 4 e 9 (aggiornamento gennaio 2004); Kahl, W., Kommentar zum EUV/EGV, 1a edizione (1999), art. 10, pag. 377, punto 24, nonché Lenaerts, K./Arts, D./Maselis, I., Procedural Law of the European Union, 2 a edizione, Londra, 2006, pag. 83, punto 3-001.
      
      30 –	Sentenza 18 settembre 2003, causa C‑125/01, Pflücke (Racc. pag. I‑9375, punto 33).
      
      31 –	V., in particolare, sentenza Pflücke (cit. alla nota 30, punto 34) e in generale sentenze Rewe (cit. alla nota 28, punto
         5) e Comet (cit. alla nota 28, punti 13 e 16); Francovich e a. (cit. alla nota 15, punto 43); Peterbroeck (cit. alla nota 28,
         punti 14 e segg.); 10 luglio 1997, causa C‑261/95, Palmisani (Racc. pag. I‑4025, punto 27); 1° giugno 1999, causa C‑126/97,
         Eco Swiss (Racc. pag. I‑3055, punto 45); 22 febbraio 2001, cause riunite C‑52/99 e C‑53/99, Camarotto e Vignone (Racc. pag. I‑1395,
         punti 28, 30); Courage e Crehan (cit. alla nota 28, punto 29); 6 giugno 2002, causa C‑159/00, Sapod Audic (Racc. pag. I‑5031,
         punto 52), nonché 13 luglio 2006, cause riunite da C‑295/04 a C‑298/04, Manfredi (Racc. pag. I‑6619, punto 62). 
      
      32 –	Secondo giurisprudenza costante, il giudice del rinvio deve disapplicare la disposizione nazionale riguardante il termine
         di decadenza ove rilevi che essa non è conforme ai requisiti del diritto comunitario e non può neanche essere interpretata
         conformemente a tale diritto (v. in tal senso sentenze 9 marzo 1978, causa 106/77, Simmenthal, Racc. pag. 629, punto 21; 14
         luglio 1994, causa C‑91/92, Faccini Dori, Racc. pag. I‑3325, punto 26; 19 novembre 2002, causa C‑188/00, Kurz, Racc. pag. I‑10691,
         punto 69, nonché Pflücke, cit. alla nota 30, punto 48). In tal senso anche l’avvocato generale Cosmas nelle sue conclusioni
         23 gennaio 1997 nella causa Palmisani (cit. alla nota 31, paragrafo 20).
      
      33 –	V. le conclusioni dell’avvocato generale Cosmas nella causa Palmisani (cit. alla nota 32, paragrafo 21) e la sentenza in
         tale causa (cit. alla nota 30, punto 33).
      
      34 –	V. paragrafi 61 e 70 di queste conclusioni.
      
      35 –	Obiettivo di una procedura fallimentare è la soddisfazione collettiva dei creditori di un debitore. La soddisfazione dei
         creditori avviene attraverso la liquidazione del patrimonio del debitore; al riguardo sono possibili tre strade: (1) Nella
         maggior parte dei casi il patrimonio del debitore viene monetizzato e il ricavato viene ripartito fra i creditori. Si parla
         di liquidazione del patrimonio. (2) Nel caso di imprese viene preso in considerazione anche il risanamento. In questo caso
         il patrimonio del debitore viene impiegato per i creditori in maniera tale che – in genere a seguito di considerevoli investimenti
         e ristrutturazioni – esso viene rimesso in grado di poter procurare utili con i quali poter soddisfare i creditori. (3) Infine,
         si può optare per un risanamento mediante cessione, caratterizzato dal fatto che un’impresa in grado di sopravvivere (o una
         parte della medesima) viene ceduta ad un altro soggetto di diritto, come per esempio un concorrente o una società di salvataggio,
         e il prezzo ricavato dalla vendita viene ripartito fra i creditori del precedente titolare dell’impresa (v., al riguardo,
         Bork, R., Einführung in das Insolvenzrecht, 4a ed., Tubinga, 2005, pag. 2 e seg.).
      
      36 –	Sentenza Pflücke (cit. alla nota 30, punto 37).
      
      37 –	Ibidem, punto 39. 
      
      38 –	V. la giurisprudenza citata alla nota 31 delle presenti conclusioni. 
      
      39 –	V., sulla compatibilità con il diritto comunitario dei termini nazionali di decadenza e di prescrizione, paragrafo 94 delle
         mie conclusioni 4 settembre 2008 nella causa C‑445/06, Danske Slagterier (sentenza 24 marzo 2009, non ancora pubblicata nella
         Raccolta). In tal senso anche Von Bogdandy, A., in E. Grabitz/M. Hilf, op. cit., (nota 29), art. 10, punti 48, 54, 54a.
      
      40 –	Sentenza Palmisani, (cit. alla nota 31). Oggetto del procedimento a quo in questa causa era un’azione intesa ad ottenere
         il risarcimento del danno subito a causa della tardiva attuazione della direttiva 80/987.
      
      41 –	Sentenza Camarotto e Vignone (cit. alla nota 31, punto 30).
      
      42 –	Sentenza 15 settembre 1998, causa C‑231/96, Edis (Racc. pag. I‑4951).
      
      43 –	Sentenze 17 luglio 1997, causa C‑90/94, Haahr Petroleum (Racc. pag. 4085, punto 49), nonché 2 dicembre 1997, causa C‑188/95,
         Fantask (Racc. pag. I‑6783, punto 49).
      
      44 –	V. sentenze 24 marzo 1994, causa C‑2/92, Bostock (Racc. pag. I‑955, punto 16); 13 aprile 2000, causa C‑292/97, Karlsson
         e a. (Racc. pag. I‑2737, punto 37), nonché Rodríguez Caballero (cit. alla nota 16, punto 30).
      
      45 –	V., per esempio, sentenze 12 luglio 2001, causa C‑189/01, Jippes (Racc. pag. I‑5689, punto 129); Rodríguez Caballero (cit.
         alla nota 16, punto 32); 23 novembre 1999, causa C‑149/96, Portogallo/Consiglio (Racc. pag. I‑8395, punto 91); Francovich II
         (cit. alla nota 20, punto 23), nonché 13 dicembre 1994, causa C‑306/93, SMW Winzersekt (Racc. pag. I‑5555, punto 30).
      
      46 –	Conclusioni 3 febbraio 2009, causa C‑428/07, Horvath, ancora pendente, paragrafi 112‑114.
      
      47 –	V. sentenze 13 febbraio 1969, causa 14/68, Walt Wilhelm (Racc. pag. 1, punto 13); 28 giugno 1978, causa 1/78, Kenny (Racc. pag. 1489,
         punto 18); 30 novembre 1978, causa 31/78, Bussone (Racc. pag. 2429, punti 38 e seg.); 7 aprile 1979, causa 136/78, Auer (Racc. pag. 437,
         punti 23‑26); 3 luglio 1979, cause riunite da 185 a 204/78, Van Dam en Zonen e a. (Racc. pag. 2345, punto 10); 14 luglio 1981,
         causa 155/80, Oebel (Racc. pag. 1993, punto 9); 25 gennaio 1983, causa 126/82, Smit (Racc. pag. 73, punto 27); 7 maggio 1992,
         cause riunite C‑251/90 e C‑252/90, Wood e Cowie (Racc. pag. I‑2873, punto 19); 24 novembre 1993, cause riunite C‑267/91 e
         C‑268/91, Keck e Mithouard (Racc. pag. I‑6097, punto 8); 14 febbraio 1995, causa C‑279/93, Schumacker (Racc. pag. I‑225, punto
         21), nonché 1° febbraio 1996, causa C‑177/94, Perfili (Racc. pag. I‑161, punto 17).
      
      48 –	Sentenza Van Dam en Zonen e a. (cit. alla nota 47, punto 10). Questa giurisprudenza è stata confermata nelle sentenze Oebel
         (punto 9), Smit (punto 27), Wood e Cowie (punto 19), nonché Perfili (punto 17), citate alla nota 47.