CELEX: 62001TJ0120
Language: it
Date: 2004-12-16
Title: Sentenza del Tribunale di primo grado (Terza Sezione) del 16 dicembre 2004. # Carlo De Nicola contro Banca europea per gli investimenti. # Personale della Banca europea per gli investimenti - Ricevibilità - Condizioni di lavoro - Procedimento disciplinare - Sospensione - Licenziamento senza preavviso. # Cause riunite T-120/01 e T-300/01.

SENTENZA DEL TRIBUNALE (Terza Sezione)
      16 dicembre 2004
      Cause riunite T-120/01 e T-300/01
      Carlo De Nicola
      contro
      Banca europea per gli investimenti
      «Personale della Banca europea per gli investimenti — Ricevibilità — Condizioni di lavoro — Procedimento disciplinare — Sospensione — Licenziamento senza preavviso»
      Testo completo in italiano II - 0000
      Oggetto:         Ricorso avente ad oggetto, per quanto riguarda la causa T-120/01, in sostanza, da un lato, l’annullamento della lettera del
         direttore del servizio del personale della Banca europea per gli investimenti (BEI) datata 6 marzo 2001, riguardante le condizioni
         di reintegrazione del ricorrente a seguito della sentenza del Tribunale 23 febbraio 2001, cause riunite T-7/98, T-208/98 e
         T-109/99, De Nicola/BEI (Racc. PI pagg. I-A-49 e II-185), e l’annullamento della decisione del presidente della BEI, 22 maggio
         2001, di sospenderlo dalle sue funzioni e, dall’altro, una richiesta di risarcimento dei danni; per quanto riguarda la causa
         T-300/01, in sostanza, da un lato, l’annullamento della decisione del presidente della BEI 6 settembre 2001, di licenziare
         il ricorrente senza preavviso e senza indennità di cessazione dal servizio e, dall’altro, una richiesta di risarcimento dei
         danni.
      
      Decisione:         La decisione della convenuta 22 maggio 2001, con cui il ricorrente è sospeso dal servizio, è annullata. La decisione della
         convenuta 6 settembre 2001, con cui il ricorrente è licenziato, è annullata. La convenuta deve versare al ricorrente, in ragione
         della parziale mancata esecuzione del punto 2 del dispositivo della sentenza 23 febbraio 2001, la somma di EUR 3 716, aumentata,
         eventualmente, di una compensazione finanziaria corrispondente ai giorni di ferie non goduti, e maggiorata di interessi di
         mora a decorrere dal 1º giugno 2001 fino alla data dell’effettivo pagamento. Il tasso degli interessi di mora da applicare
         è calcolato sulla base del tasso fissato dalla Banca centrale europea per le operazioni principali di rifinanziamento, vigente
         durante il periodo di cui trattasi, maggiorato di due punti. La convenuta deve versare al ricorrente la somma di EUR 2 315
         a titolo di retribuzioni non percepite per il periodo compreso tra il 1º marzo 2001 e il 31 agosto 2001, maggiorata di interessi
         di mora a decorrere dal 1º giugno 2001 fino alla data dell’effettivo pagamento. Il tasso degli interessi di mora da applicare
         è calcolato sulla base del tasso fissato dalla Banca centrale europea per le operazioni principali di rifinanziamento, vigente
         durante il periodo di cui trattasi, maggiorato di due punti. La convenuta deve versare al ricorrente gli arretrati delle retribuzioni
         non percepite a decorrere dal 1º settembre 2001, maggiorati di interessi di mora, effettuando la deduzione della somma di
         EUR 1 290, versata al ricorrente a titolo di indennità di mobilità geografica per il mese di settembre 2001. Il tasso degli
         interessi di mora da applicare è calcolato sulla base del tasso fissato dalla Banca centrale europea per le operazioni principali
         di rifinanziamento, vigente durante il periodo di cui trattasi, maggiorato di due punti. La convenuta è condannata a versare
         al ricorrente la somma di EUR 10 000 come risarcimento del danno morale da esso subito. La convenuta sopporterà le proprie
         spese, comprese quelle relative ai procedimenti sommari, e la metà delle spese sostenute dal ricorrente nelle cause T-120/01
         e T-300/01, nonché nel corso dei procedimenti sommari in tali cause. Per il resto, i ricorsi sono respinti.
      
      Massime
      1.     Dipendenti — Dipendenti della Banca europea per gli investimenti — Ricorso — Condizioni di ricevibilità — Esaurimento di una
            fase preliminare di conciliazione — Presentazione preliminare di una petizione o di un reclamo — Esclusione — Carattere facoltativo
            di tali procedure
      (Statuto del personale, artt. 90 e 91)
      2.     Dipendenti — Dipendenti della Banca europea per gli investimenti — Organizzazione dei servizi — Misure di esecuzione di una
            sentenza del Tribunale — Potere discrezionale dell’amministrazione — Portata — Sindacato giurisdizionale — Limiti
      3.     Dipendenti — Dipendenti della Banca europea per gli investimenti — Condizioni generali di lavoro adottate dalla Banca — Codice
            di condotta — Applicabilità indipendente da qualsiasi previo consenso dei dipendenti interessati
      4.     Dipendenti — Dipendenti della Banca europea per gli investimenti — Competenze del presidente — Decisioni che hanno implicazioni
            sui rapporti di lavoro — Delega — Ammissibilità — Condizioni
      (Statuto della Banca europea per gli investimenti, art. 13, n. 7)
      5.     Dipendenti — Dipendenti della Banca europea per gli investimenti — Ricorso — Atto che reca pregiudizio — Nozione — Decisione
            che ordina la sospensione di un dipendente
      (Statuto del personale, artt. 88, 90 e 91)
      6.     Dipendenti — Dipendenti della Banca europea per gli investimenti — Regime disciplinare — Rispetto dei diritti della difesa
            — Obbligo di ascoltare l’interessato prima di sospenderlo ex art. 39 del regolamento del personale
      7.     Dipendenti — Dipendenti della Banca europea per gli investimenti — Ricorso — Ricorso diretto avverso un atto di portata generale
            — Art. 39 del regolamento del personale — Irricevibilità
      (Art. 236 CE)
      8.     Dipendenti — Dipendenti della Banca europea per gli investimenti — Ricorso — Oggetto — Ingiunzione nei confronti dell’amministrazione
            — Irricevibilità
      9.     Dipendenti — Ricorso — Ricorso per risarcimento danni — Annullamento dell’atto illegittimo impugnato — Risarcimento adeguato
      10.   Dipendenti — Dipendenti della Banca europea per gli investimenti — Regime disciplinare — Sanzione — Licenziamento — Potere
            discrezionale dell’amministrazione — Sindacato giurisdizionale — Portata — Limiti
      11.   Dipendenti — Dipendenti della Banca europea per gli investimenti — Regime disciplinare — Procedura disciplinare — Onere della
            prova
      12.   Dipendenti — Dipendenti della Banca europea per gli investimenti — Regime disciplinare — Sanzione — Divulgazione, ad opera
            di un dipendente, di informazioni riservate e divulgazione di dichiarazioni lesive della reputazione della Banca e di alcuni
            suoi colleghi — Circostanze attenuanti — Mancata considerazione — Errore manifesto di valutazione
      (Art. 280 CE)
      13.   Dipendenti — Regime disciplinare — Sanzione — Errori in sede di accertamento o di valutazione dei fatti addebitati — Sindacato
            giurisdizionale — Portata — Limiti
      14.   Dipendenti — Dipendenti della Banca europea per gli investimenti — Ricorso — Determinazione degli importi dovuti a titolo
            di retribuzione — Competenza giurisdizionale estesa anche al merito
      15.   Procedura — Procedura orale — Relazione d’udienza del giudice relatore — Osservazioni delle parti — Oggetto 
      16.   Procedura — Misure d’istruzione — Perizia — Determinazione degli importi dovuti a titolo di retribuzione nell’ambito di una
            causa di personale — Inammissibilità — Competenza del Tribunale
      17.   Dipendenti — Retribuzione — Condanna al versamento di arretrati di retribuzione non percepiti — Interessi di mora — Calcolo
            — Dies a quo 
      18.   Dipendenti — Ricorso — Competenza giurisdizionale estesa anche al merito — Domanda di pagamento — Concessione di interessi
            di mora — Oggetto — Calcolo 
      19.   Dipendenti — Dipendenti della Banca europea per gli investimenti — Dimissioni — Compensazione degli importi dovuti tra le
            parti in seguito ad una sentenza che annulla il diniego di accogliere il ritiro — Portata
      20.   Dipendenti — Responsabilità extracontrattuale delle istituzioni — Condizioni — Illecito — Danno — Nesso di causalità — Condizioni
            cumulative
      21.   Dipendenti — Responsabilità extracontrattuale delle istituzioni — Decisione illegittima di licenziamento per gravi motivi
            — Valutazione del danno economico e professionale — Rilevanza del diniego del dipendente di accettare proposte volte a limitare
            i danni a suo carico 
      1.     La ricevibilità di un ricorso presentato da un membro del personale della Banca europea per gli investimenti (BEI) non è affatto
         subordinata all’esaurimento di un procedimento di composizione amichevole dinanzi alla commissione di conciliazione, di cui
         all’art. 41 del regolamento del personale della BEI, né alla presentazione preliminare di una petizione o di un reclamo. A
         tal riguardo, benché sia vero che la procedura di conciliazione persegue il medesimo obiettivo della fase precontenziosa obbligatoria
         istituita dall’art. 90 dello Statuto del personale delle Comunità europee (in prosieguo: lo «Statuto del personale»), ossia
         consentire la composizione amichevole delle controversie, conferendo all’amministrazione la possibilità di rivedere l’atto
         contestato ed al funzionario o dipendente interessato la facoltà di accettare la motivazione su cui si fonda tale atto e di
         rinunciare, eventualmente, a proporre ricorso, questi semplici elementi, tuttavia, non possono rimettere in discussione il
         dato di fatto che la BEI, la quale è l’unica competente a determinare le condizioni di ricevibilità dei ricorsi proposti dai
         suoi dipendenti, non ha previsto l’obbligo, in capo a questi ultimi, di rivolgerle un reclamo o di fare uso delle procedure
         di composizione interna delle controversie prima di adire il Tribunale.
      
      A tal proposito occorre ricordare che, escludendo l’applicazione dell’art. 283 CE, che conferisce al Consiglio la competenza
         ad adottare le disposizioni dello Statuto del personale e il Regime applicabile agli altri agenti delle Comunità europee,
         lo Statuto della BEI attribuisce a quest’ultima, per la determinazione del regime applicabile ai membri del suo personale,
         un’autonomia funzionale di cui essa ha fatto uso optando per un regime contrattuale piuttosto che per un regime statutario,
         di modo che è escluso che le disposizioni dello Statuto del personale possano essere applicate, tali e quali, ai rapporti
         di lavoro tra la BEI e i suoi dipendenti.
      
      (v. punti 54-57 e 60)
      Riferimento: Corte 15 giugno 1976, causa 110/75, Mills/BEI (Racc. pag. 955, punto 22); Corte 14 marzo 1989, causa 133/88,
         Del Amo Martinez/Parlamento (Racc. pag. 689, punto 9); Tribunale 23 febbraio 2001, cause riunite T‑7/98, T‑208/98 e T‑109/99,
         De Nicola/BEI (Racc. PI pagg. I‑A‑49 e II‑185, punti 90, 91, 95 e 96); Tribunale 17 giugno 2003, causa T‑385/00, Seiller/BEI
         (Racc. PI pagg. I‑A‑161 e II‑801, punti 50, 51, 65 e 73)
      
      2.     Al pari delle altre istituzioni e degli altri organismi comunitari, la BEI dispone di un ampio potere discrezionale nell’organizzazione
         dei suoi servizi e nell’assegnazione del suo personale al fine di svolgere i compiti di interesse pubblico ad essa affidati.
         La portata di questo potere discrezionale implica che l’applicazione di provvedimenti a carattere temporaneo, adottati da
         quest’ultima nei confronti di un dipendente al fine di conformarsi al dispositivo di una sentenza del Tribunale, non può essere
         subordinata al consenso dell’interessato. Infatti, un tale obbligo avrebbe l’effetto di limitare in modo intollerabile la
         libertà di disposizione della BEI nell’organizzazione dei suoi servizi e nell’adeguamento di detta organizzazione allo sviluppo
         delle esigenze.
      
      Tenuto conto della portata di questo potere discrezionale, il controllo, da parte del giudice comunitario, della legittimità
         di siffatti provvedimenti deve limitarsi a decidere se la BEI abbia rispettato i limiti ragionevoli di quanto imposto dall’interesse
         del servizio e se essa non abbia fatto uso del suo potere discrezionale in modo manifestamente errato.
      
      (v. punti 83-86)
      Riferimento: Corte 24 febbraio 1981, cause riunite 161/80 e 162/80, Carbognani e a./Commissione (Racc. pag. 543, punto 28);
         Tribunale 16 dicembre 1993, causa T‑80/92, Turner/Commissione (Racc. pag. II‑1465, punto 53); Tribunale 17 luglio 1998, causa
         T‑28/97, Hubert/Commissione (Racc. PI pagg. I‑A‑435 e II‑1255, punto 76); Tribunale 16 dicembre 1999, causa T‑143/98, Cendrowicz/Commissione
         (Racc. PI pagg. I‑A‑273 e II‑1341, punto 23); Tribunale 9 agosto 2001, causa T‑120/01 R, De Nicola/BEI (Racc. PI pagg. I‑A‑171
         e II‑783, punto 28); Tribunale 22 ottobre 2002, cause riunite T‑178/00 e T‑341/00, Pflugradt/BCE (Racc. pag. II‑4035, punto 54)
      
      3.     Al pari di quanto vale per le altre condizioni generali di lavoro adottate dalla BEI in forza dei suoi poteri regolamentari,
         l’applicabilità del codice di condotta approvato dal comitato direttivo della BEI, che precisa le norme in materia di etica
         professionale, non dipende da un qualsivoglia previo consenso del membro del personale interessato.
      
      (v. punto 92)
      4.     Dall’art. 13, n. 7, dello Statuto della BEI, che attribuisce al suo presidente il potere di assumere e di licenziare i dipendenti
         di quest’ultima, non discende che tutte le decisioni che incidono sui rapporti di lavoro presso la BEI debbano essere necessariamente
         adottate dal presidente della Banca personalmente. L’efficacia dell’organizzazione della BEI esige, al contrario, che, al
         pari di ogni altra istituzione o organismo comunitario e, più in generale, di qualsiasi impresa, l’adozione di tali decisioni
         possa essere delegata a determinati organi o persone nell’ambito delle dette istituzioni o dei detti organismi. In particolare,
         riguardo alla gestione pratica dei rapporti di lavoro nell’ambito di un organismo quale la BEI, può rivelarsi utile che l’adozione
         di decisioni necessarie in tale contesto venga delegata, in forza di un atto di delega formale recante specificazione dell’ampiezza
         dei poteri così delegati, ad una persona che disponga delle qualifiche necessarie a tal fine.
      
      (v. punti 97 e 98)
      5.     La giurisprudenza secondo la quale le decisioni di sospensione di un dipendente in forza dell’art. 88 dello Statuto del personale
         costituiscono atti che arrecano pregiudizio, impugnabili mediante un ricorso di annullamento alle condizioni di cui agli artt. 90
         e 91 dello Statuto, è applicabile alle decisioni di sospensione che il presidente della BEI può adottare in base all’art. 39
         del regolamento del personale della BEI. Ciò tanto più in quanto il quarto comma di tale disposizione prevede che l’eventuale
         licenziamento produce effetti dal giorno della sospensione.
      
      (v. punti 113-115)
      Riferimento: Corte 5 maggio 1966, cause riunite 18/65 e 35/65, Gutmann/Commissione (Racc. pag. 141, in particolare pag. 160);
         Tribunale 19 maggio 1999, causa T‑203/95, Connolly/Commissione (Racc. PI pagg. I‑A‑83 e II‑443, punto 33)
      
      6.     Il rispetto dei diritti della difesa in qualsiasi procedimento promosso nei confronti di una persona, che possa sfociare in
         un atto per essa lesivo, costituisce un principio fondamentale del diritto comunitario che deve essere garantito anche in
         mancanza di una disposizione espressa prevista a tal fine.
      
      Una decisione di sospensione di un dipendente della BEI, adottata in forza dell’art. 39 del regolamento del personale della
         BEI, costituisce un atto che reca pregiudizio e, anche tenendo conto dell’urgenza che generalmente esiste di adottare una
         decisione siffatta in presenza dell’attribuzione di una grave mancanza, siffatta decisione deve essere presa rispettando i
         diritti della difesa. Di conseguenza, salvo circostanze particolari debitamente dimostrate, una decisione di sospensione può
         essere adottata solo dopo che il dipendente sia stato posto in grado di far conoscere inutilmente la sua posizione sugli elementi
         posti a suo carico e sui quali l’autorità competente prevede di fondare tale decisione. Solo in circostanze particolari potrebbe
         rivelarsi impossibile nella pratica, o incompatibile con l’interesse del servizio, procedere ad un’audizione prima dell’adozione
         di un provvedimento di sospensione. In tali circostanze, i doveri derivanti dal principio del rispetto dei diritti della difesa
         potrebbero essere soddisfatti mediante audizione del dipendente interessato il più presto possibile dopo la decisione di sospensione.
      
      (v. punti 121-124)
      Riferimento: Gutmann/Commissione, cit., pag. 160; Corte 24 ottobre 1996, causa C‑32/95 P, Commissione/Lisrestal e a. (Racc.
         pag. I‑5373, punto 24); Connolly/Commissione, cit., punto 33; Tribunale 15 giugno 2000, causa T‑211/98, F/Commissione (Racc. PI
         pagg. I‑A‑107 e II‑471, punti 26 e segg.); Tribunale 18 ottobre 2001, causa T‑333/99, X/BCE (Racc. pag. II‑3021, punto 183)
      
      7.     In quanto disposizione del regolamento del personale della BEI adottata dalla BEI in base ai poteri regolamentari ad essa
         attribuiti in forza del suo Statuto, l’art. 39 del detto regolamento costituisce un atto di portata generale e, di conseguenza,
         non può costituire oggetto di un ricorso diretto dinanzi al Tribunale.
      
      (v. punti 131 e 132)
      Riferimento: Tribunale 6 marzo 2001, causa T‑192/99, Dunnett e a./BEI (Racc. pag. II‑813, punto 62)
      8.     Non spetta al giudice comunitario fare dichiarazioni di principio o rivolgere ingiunzioni all’amministrazione, di modo che
         deve essere dichiarata irricevibile la domanda di un dipendente della BEI diretta a che il codice di condotta approvato dal
         comitato direttivo della BEI sia dichiarato inapplicabile nei suoi confronti.
      
      (v. punti 136 e 137)
      Riferimento: X/BCE, cit., punto 48
      9.     La responsabilità extracontrattuale della Comunità europea presuppone che il ricorrente provi l’illeicità del comportamento
         addebitato all’organo comunitario, la presenza effettiva del danno e l’esistenza di un nesso di causalità tra tale comportamento
         e il danno dedotto.
      
      La condizione relativa all’esistenza di un comportamento illecito è soddisfatta quando il Tribunale annulla, a causa della
         violazione dei diritti della difesa, una decisione di sospensione di un dipendente adottata senza che quest’ultimo sia stato
         preventivamente ascoltato. L’annullamento della decisione di sospensione costituisce tuttavia un risarcimento adeguato e sufficiente
         del danno sofferto, a tal riguardo, dall’interessato.
      
      (v. punti 140-142)
      Riferimento: Tribunale 26 maggio 1998, causa T‑177/96, Costacurta/Commissione (Racc. PI pagg. I‑A‑225 e II‑705); 23 febbraio
         2001, De Nicola/BEI, cit., punto 332
      
      10.   Una decisione che infligge ad un dipendente della BEI la sanzione del licenziamento per gravi motivi, senza preavviso e senza
         indennità di cessazione dal servizio, implica necessariamente che la BEI formuli considerazioni delicate, tenuto conto delle
         conseguenze serie e irrevocabili che ne derivano per l’interessato. La BEI dispone, al riguardo, di un ampio potere discrezionale
         e il sindacato giurisdizionale si limita alla verifica dell’esattezza materiale dei fatti assunti e dell’assenza di errori
         manifesti nella valutazione dei fatti.
      
      (v. punti 167 e 168)
      Riferimento: Tribunale 28 settembre 1999, causa T‑140/97, Hautem/BEI (Racc. PI pagg. I‑A‑171 e II‑897, punto 66)
      11.   In un procedimento disciplinare aperto a carico di un dipendente della BEI, l’onere della prova delle censure mosse a carico
         di quest’ultimo incombe all’autorità competente.
      
      (v. punto 180)
      12.   In sede di valutazione della gravità della divulgazione, ad opera di un dipendente della BEI, senza autorizzazione né previa
         informazione dei suoi superiori gerarchici, di fatti, informazioni e documenti interni e riservati, tradottasi nella divulgazione
         di dichiarazioni gravemente lesive della reputazione di alcuni suoi colleghi e della BEI, costituiscono circostanze attenuanti,
         anzitutto, il fatto che tali informazioni siano state trasmesse a membri del Parlamento europeo, competente, in particolare,
         ad adottare, in forza dell’art. 280 CE, provvedimenti diretti a combattere la frode e qualsiasi altra lesione degli interessi
         economici della Comunità, inclusi quelli della BEI; in secondo luogo, il fatto che le dette informazioni siano state trasmesse
         su domanda esplicita del suo vicepresidente, a titolo strettamente riservato, alla commissione per il controllo dei bilanci
         del Parlamento europeo e che, in seguito, il dipendente abbia testimoniato più volte dinanzi alla detta commissione ed abbia
         partecipato a diversi colloqui con membri dell’Ufficio europeo per la lotta antifrode.
      
      Benché sia vero che tali circostanze non giustificano, come tali, la conclusione che i fatti contestati non costituiscano
         mancanze ai doveri di comportamento sanciti dalla BEI, ciò non di meno quest’ultima deve tenerne conto imperativamente in
         quanto circostanze attenuanti, al fine di determinare un provvedimento disciplinare adeguato, a pena di commettere un errore
         manifesto di valutazione in merito alla gravità dei fatti addebitati.
      
      (v. punti 208-214)
      Riferimento: Corte 10 luglio 2003, causa C‑15/00, Commissione/BEI (Racc. pag. I‑7281, punto 125)
      13.   Quando il Tribunale accoglie un motivo fondato su un errore in sede di accertamento o valutazione dei fatti presi in considerazione
         per punire un dipendente, occorre annullare integralmente la decisione che irroga la sanzione, tenuto conto del carattere
         unico e indivisibile della sanzione disciplinare contenuta nella detta decisione e del fatto che tale sanzione si fonda sulle
         censure accolte in tale decisione, considerate nel loro complesso. Pertanto, non spetta al Tribunale sostituirsi all’autorità
         disciplinare nel decidere la sanzione disciplinare adeguata, eventualmente, alle censure che risultano accertate al termine
         dell’esame del motivo prima menzionato.
      
      (v. punto 219)
      Riferimento: Tribunale 9 luglio 2002, causa T‑21/01, Zavvos/Commissione (Racc. PI pagg. I‑A‑101 e II‑483, punto 316); Tribunale
         11 settembre 2002, causa T‑89/01, Willeme/Commissione (Racc. PI pagg. I‑A‑153 e II‑803, punto 83)
      
      14.   Le controversie tra la BEI e i suoi dipendenti vertenti sulla determinazione degli importi dovuti in forza delle norme applicabili
         alle retribuzioni e ai benefici concessi al personale hanno carattere pecuniario, di modo che il Tribunale dispone a tal riguardo
         di una competenza giurisdizionale estesa anche al merito.
      
      (v. punto 257)
      Riferimento: Corte 2 ottobre 2001, causa C‑449/99 P, BEI/Hautem (Racc. pag. I‑6733, punti 94 e 95)
      15.   Conformemente ai principi essenziali che disciplinano il procedimento dinanzi al Tribunale, l’oggetto delle osservazioni delle
         parti sulla relazione d’udienza è esclusivamente quello di correggere eventuali errori o inesattezze di fatto contenuti nella
         relazione d’udienza che è stata comunicata alle parti prima dell’udienza, e non di consentire a queste ultime di replicare
         agli argomenti della controparte e ancor meno di dedurre nuovi argomenti.
      
      (v. punto 261)
      16.   Benché sia vero che, in talune circostanze precise, il Tribunale può ordinare la nomina di un perito, tuttavia tale perito
         può essere incaricato solo di indagini specifiche di natura materiale o tecnica. In nessun caso il Tribunale, nell’ambito
         di una causa di personale, può delegare a tale perito il potere di accertare quanto sia effettivamente dovuto ad un dipendente
         a titolo di retribuzione alla luce della documentazione prodotta in giudizio e di prendere direttamente decisioni in merito
         al versamento di tali importi, in quanto tale delega equivarrebbe a trasferire al perito il potere di decidere su una parte
         della controversia. Tale constatazione si impone tanto più quando l’imprecisione di talune disposizioni pertinenti richiede
         l’esercizio di un certo potere discrezionale del Tribunale.
      
      (v. punto 265)
      17.   Quando un’istituzione è stata condannata a versare a un dipendente gli arretrati di retribuzione non percepiti, aumentati
         degli interessi di mora, il dies a quo per il calcolo dei detti interessi è il momento in cui le somme di cui trattasi dovevano
         essere versate al dipendente conformemente alle norme applicabili. In assenza di precisazione a tale proposito nelle disposizioni,
         spetta al Tribunale stabilire il momento in cui esse dovevano ragionevolmente essergli versate.
      
      (v. punto 272)
      18.   Poiché gli interessi di mora hanno lo scopo di risarcire il danno subito da una parte a causa del mancato pagamento di somme
         ad opera di un’altra parte, essi continuano a maturare fino al momento in cui tali somme sono effettivamente pagate.
      
      (v. punto 273)
      19.   Quando il Tribunale ha annullato ex tunc gli effetti del diniego della BEI di accogliere il ritiro delle dimissioni di un
         suo dipendente, la BEI ha il diritto di compensare gli importi dovuti a titolo di arretrati di retribuzione non percepiti
         e di interessi di mora con l’insieme degli importi che essa ha versato al dipendente in seguito alla sua cessazione dal servizio,
         ossia l’importo netto dell’indennità di cessazione dal servizio e dell’indennità di nuova sistemazione, in quanto è venuta
         meno la causa del versamento di detti importi e, pertanto, il loro rimborso è giustificato.
      
      Viceversa, in mancanza di domande di rimborso dell’indennità di cessazione dal servizio e dell’indennità di nuova sistemazione,
         la BEI non può pretendere che tali importi vengano aumentati degli interessi di mora.
      
      (v. punti 282 e 283)
      20.   Nell’ambito di una domanda di risarcimento danni proposta da un dipendente, il riconoscimento di una responsabilità in capo
         alla Comunità presuppone la presenza di un insieme di condizioni concernenti l’illeicità del comportamento addebitato alle
         istituzioni, la presenza effettiva del danno lamentato e l’esistenza di un nesso di causalità tra il comportamento e il danno
         denunciato. Le tre citate condizioni per il riconoscimento di una responsabilità in capo alla Comunità sono cumulative, il
         che implica che, una volta che una di queste ultime non è soddisfatta, non può sorgere una responsabilità in capo alla Comunità.
      
      (v. punti 303 e 304)
      Riferimento: Corte 9 settembre 1999, causa C‑257/98 P, Lucaccioni/Commissione (Racc. pag. I‑5251, punto 14); Tribunale14 maggio 1998,
         causa T‑165/95, Lucaccioni/Commissione (Racc. PI pagg. I‑A‑203 e II‑627, punto 57); Tribunale 26 maggio 1998, causa T‑205/96,
         Bieber/Parlamento (Racc. PI pagg. I‑A‑231 e II‑723, punto 48); Tribunale 12 dicembre 2002, cause riunite T‑338/00 e T‑376/00,
         Morello/Commissione (Racc. PI pagg. I‑A‑301 e II‑1457, punto 150)
      
      21.   Una decisione di licenziamento per gravi motivi costituisce un provvedimento di una gravità tale da potere compromettere seriamente
         le possibilità del dipendente interessato di trovare un’occupazione adeguata sul mercato del lavoro e, di conseguenza, può
         causargli un danno economico e professionale. Tuttavia, nella valutazione di tale danno, occorre tenere conto del rifiuto
         del dipendente di prendere in considerazione talune proposte del suo datore di lavoro, dirette ad agevolare il suo ritorno
         sul mercato del lavoro e quindi a ridurre il suo danno. In casi del genere, l’annullamento della decisione di licenziamento
         costituisce, come tale, un risarcimento adeguato di un tale danno.
      
      (v. punto 306)
SENTENZA DEL TRIBUNALE (Terza Sezione)
      16 dicembre 2004 (*)
      
      «Personale della Banca europea per gli investimenti – Ricevibilità – Condizioni di lavoro – Procedimento disciplinare – Sospensione – Licenziamento senza preavviso»
      Nelle cause riunite T-120/01 e T-300/01,
      Carlo De Nicola, residente a Roma, rappresentato dall'avv. L. Isola,
      
      ricorrente,
      contro
      Banca europea per gli investimenti, rappresentata dal sig. C. Gómez de la Cruz e dal sig. F. Mantegazza, in qualità di agenti, assistiti dall'avv. C. Camilli,
         con domicilio eletto in Lussemburgo,
      
      convenuta,
      aventi ad oggetto, in sostanza, per quanto riguarda la causa T-120/01, da un lato, l'annullamento della lettera 6 marzo 2001
         del direttore del servizio del personale della Banca europea per gli investimenti riguardante le condizioni di reintegrazione
         del ricorrente a seguito della sentenza del Tribunale 23 febbraio 2001, cause riunite T-7/98, T-208/98 e T-109/99, De Nicola/BEI
         (Racc. PI pagg. I-A-49 e II-185), e l'annullamento della decisione del presidente della Banca, in data 22 maggio 2001, di
         sospenderlo dalle sue funzioni e, dall'altro, una richiesta di risarcimento dei danni, e, per quanto riguarda la causa T‑300/01,
         da un lato, l'annullamento della decisione del presidente della Banca, in data 6 settembre 2001, di licenziare il ricorrente
         senza preavviso e senza indennità di cessazione dal servizio e, dall'altro, una richiesta di risarcimento dei danni,
      
      IL TRIBUNALE DI PRIMO GRADO DELLE COMUNITÀ EUROPEE (Terza Sezione),
      composto dal sig. J. Azizi, presidente, dai sigg. Jaeger e A.W.H. Meij, giudici, 
      cancelliere:  sig. J. Plingers, amministratore, 
      vista la fase scritta del  procedimento e in seguito alle udienze del 15 ottobre 2003 e dell'11 febbraio 2004, 
      ha pronunciato la seguente
      Sentenza
       Ambito normativo della controversia
      1       Ai sensi degli artt. 9 e 266 CE, lo statuto della Banca europea per gli investimenti (in prosieguo: la «Banca») è fissato
         da un protocollo allegato al Trattato CE, di cui costituisce parte integrante.
      
      2       L’art. 9, n. 3, lett. h), di tale Statuto dispone che il regolamento interno della Banca è approvato dal consiglio dei governatori.
         Tale regolamento è stato approvato il 4 dicembre 1958 e ha successivamente subìto diverse modifiche. L’art. 29 del medesimo
         dispone che i regolamenti relativi al personale della Banca sono stabiliti dal consiglio di amministrazione.
      
      3       Il 20 aprile 1960, il consiglio di amministrazione ha adottato il regolamento del personale della Banca (in prosieguo: il
         «regolamento del personale»).
      
      4       L’art. 8 del regolamento del personale impone ai dipendenti ed ex dipendenti della Banca di mantenere il segreto su qualsiasi
         fatto o notizia di cui siano venuti a conoscenza nell’esercizio delle loro funzioni. Ai sensi dell’art. 9 di tale regolamento,
         essi non possono, senza preventiva autorizzazione, comunicare o divulgare informazioni o documenti, pubblicare scritti o articoli,
         e tenere conferenze, concernenti la Banca o riferentisi alla sua attività.
      
      5       L’art. 12 del regolamento del personale così dispone: «I dipendenti non possono, senza preventiva autorizzazione della Banca,
         deporre in giudizio, a qualsiasi titolo, in relazione a fatti o notizie soggetti all’obbligo del segreto previsto all’art. 8.
         Tale disposizione si applica anche dopo la cessazione del rapporto di lavoro con la Banca. L’autorizzazione prevista al comma
         precedente è concessa nei casi in cui un diniego potrebbe provocare conseguenze penali per l’interessato. L’autorizzazione
         a deporre in giudizio non è necessaria quando un dipendente o ex-dipendente venga citato come teste avanti alla Corte di giustizia
         delle Comunità europee in una causa fra la Banca e un suo dipendente o ex-dipendente».
      
      6       Il regolamento del personale dispone, all’art. 13, che «i rapporti tra la Banca ed i suoi dipendenti sono, in linea di massima,
         regolati da contratti individuali nell’ambito del presente regolamento. Il regolamento fa parte integrante di detti contratti».
      
      7       L’art. 38 del regolamento del personale prevede quanto segue:
      «I dipendenti che non adempiano i loro obblighi sono passibili, a seconda dei casi, dei seguenti provvedimenti:
      […]
      3)      Licenziamento per gravi motivi, senza preavviso, con o senza indennità di cessazione dal servizio; […].
      I provvedimenti previsti a[l] punt[o] 3) […] sono adottati previo parere di una commissione paritetica, alle condizioni indicate
         all’art. 40. […]».
      
      8       In forza dell’art. 39 del regolamento:
      «[i]n caso di gravi motivi, atti a determinare un licenziamento senza preavviso, il Presidente può sospendere immediatamente
         l’interessato dalle sue funzioni, per un periodo massimo di tre mesi.
      
      Lo stesso vale nel caso in cui un dipendente sia oggetto di un’azione penale che possa sfociare in una condanna, ovvero portare
         ad una pena afflittiva o infamante; in tal caso, la sospensione può essere prorogata fino alla decisione giudiziaria definitiva.
      
      La sospensione dalle funzioni può accompagnarsi alla sospensione della retribuzione, salvo concessione di un aiuto da valutarsi
         in ragione dell’esistenza di persone a carico. Tale aiuto non può essere superiore ad un terzo della retribuzione dell’interessato.
      
      L’eventuale licenziamento ha effetto a partire dal giorno della sospensione; l’interessato non è tenuto a restituire le somme
         da lui percepite a titolo di aiuto durante il periodo di sospensione».
      
      9       Per quanto riguarda l’art. 40 del regolamento del personale, esso dispone quanto segue:
      «La commissione paritetica prevista all’art. 38 è così composta: da un lato, il direttore della Direzione dell’Amministrazione
         generale, in qualità di presidente, che non prende parte al voto, il capo del personale e un direttore di una direzione diversa
         da quella a cui appartiene il dipendente interessato; dall’altro lato, due rappresentanti del personale di sua scelta; infine
         un segretario, che non partecipa né alle deliberazioni né al voto.
      
      La commissione paritetica è investita della questione tramite comunicazione scritta del presidente al direttore della Direzione
         degli Affari generali; tale comunicazione è notificata contemporaneamente al dipendente interessato; quest’ultimo riceve,
         per iscritto, comunicazione degli addebiti che gli sono mossi almeno quindici giorni prima della data prevista per la riunione
         della commissione.
      
      Il dipendente può, e, se lo richiede, deve, essere sentito dalla commissione dinanzi alla quale può farsi assistere da un
         consulente di sua scelta. 
      
      La commissione paritetica può, se ritiene di non essere sufficientemente informata sui fatti, procedere a un’inchiesta e sentire
         testimoni. Il dipendente ha anch’esso il diritto di citare testimoni.
      
      La commissione delibera senza la presenza del dipendente interessato. Essa rimette al presidente della Banca un parere motivato,
         a cui ciascuno dei suoi membri può allegare il proprio parere; tali pareri sono contemporaneamente comunicati per iscritto
         all’interessato. Il presidente decide nei quindici giorni successivi alla consegna del parere motivato».
      
      10     Peraltro, l’art. 41 del regolamento del personale così dispone: «Tutte le controversie di carattere individuale tra la Banca
         e i suoi dipendenti sono sottoposte alla Corte di giustizia delle Comunità europee. Indipendentemente dall’azione intentata
         davanti alla Corte di giustizia, le controversie che non abbiano per oggetto l’applicazione di sanzioni [disciplinari] sono
         sottoposte, ai fini di amichevole composizione, a una commissione di conciliazione della Banca».
      
      11     Il 25 marzo 1997, il comitato direttivo della Banca ha adottato un codice di condotta (in prosieguo: il «codice di condotta»)
         che, come si desume dal suo tenore letterale, precisa le regole in materia di etica professionale e deve essere letto congiuntamente
         al regolamento del personale.
      
       Fatti e procedimento
      I –  Precedenti e dispositivo della sentenza 23 febbraio 2001
      12     Per una descrizione dei fatti svoltisi sino alla proposizione dei ricorsi nelle cause T‑7/98, T‑208/98 e T‑109/99, si rimanda,
         sostanzialmente, ai punti 26-69 della sentenza 23 febbraio 2001, cause riunite T‑7/98, T‑208/98 e T‑109/99, De Nicola/BEI
         (Racc. PI pagg. I‑A-49 e II‑185; in prosieguo: la «sentenza 23 febbraio 2001»).
      
      13     Nelle cause riunite T‑7/98 e T‑208/98 il ricorrente ha contestato i propri rapporti informativi annuali relativi agli anni
         1996 e 1997 nonché le decisioni della Banca riguardanti le promozioni alla funzione D con riguardo ai suddetti esercizi. Ambedue
         i ricorsi sono stati respinti dal Tribunale in quanto infondati con sentenza 23 febbraio 2001.
      
      14     A tal riguardo, il Tribunale ha, anzitutto, respinto l’argomentazione del ricorrente che asseriva di essere stato vittima
         di una mancanza di obiettività da parte dei suoi superiori gerarchici per aver denunciato presunti errori ed illeciti commessi
         dalla Banca e da taluni suoi dipendenti. Il giudice comunitario ha infatti rilevato l’assenza di indizi precisi e concordanti
         che permettessero di suffragare le tesi del ricorrente al riguardo (punti 181-195). Il Tribunale ha quindi respinto l’argomentazione
         del ricorrente secondo cui, alla fine dell’esercizio di valutazione annuale per il 1996 e di quello relativo al 1997, la Banca
         avrebbe commesso un errore manifesto di valutazione in occasione dell’esame comparativo dei meriti, ovvero avrebbe violato
         il principio di parità di trattamento, omettendo di menzionare una proposta di promozione nel rapporto di valutazione del
         ricorrente per gli anni considerati e, successivamente, astenendosi dal promuoverlo (punti 196-231). Inoltre, pur avendo rilevato
         che taluni fatti addotti dal ricorrente denotavano un comportamento della convenuta incompatibile con il principio di buona
         amministrazione e con il dovere di sollecitudine, ed avendo quindi condannato la Banca a versare simbolicamente un euro al
         ricorrente a titolo di risarcimento per il danno così arrecatogli, il Tribunale ha tuttavia considerato che il complesso degli
         elementi dedotti dal ricorrente non consentiva di ritenere che le sue dimissioni fossero state oggettivamente provocate da
         un comportamento della convenuta mirante a screditarlo e a peggiorare deliberatamente le sue condizioni di lavoro. Infine,
         ai punti 342-351 della sentenza, il Tribunale ha parzialmente accolto le domande della convenuta volte a chiedere il ritiro
         dagli atti di causa di taluni documenti che erano stati prodotti dal ricorrente nel corso del procedimento. Il Tribunale ha
         infatti rilevato, da un lato, che il ricorrente non aveva dimostrato di avere acquisito regolarmente tali documenti e, dall’altro,
         che gli stessi risultavano irrilevanti ai fini della soluzione della controversia.
      
      15     Per contro, nella causa T‑109/99, nella quale il ricorso mirava, sostanzialmente, ad ottenere la dichiarazione di nullità
         delle dimissioni, presentate dal ricorrente il 30 novembre 1998 e poi revocate con lettera del suo avvocato del 14 gennaio
         1999, il Tribunale ha accolto il motivo principale dedotto dal ricorrente. Il Tribunale ha infatti rilevato che «al più tardi
         in occasione della revoca della dichiarazione di dimissioni da parte del ricorrente, la convenuta disponeva manifestamente
         di elementi di informazione sullo stato di salute di quest’ultimo e sui motivi di tale dichiarazione sufficienti per stabilire
         un nesso tra quest’ultima e i disturbi psichici da cui egli era affetto. Alla luce di queste informazioni, tali da sollevare
         seri dubbi sulla validità delle dimissioni, spettava alla convenuta, in forza del suo dovere di sollecitudine, riesaminare
         tutti gli elementi a sua disposizione. Tenuto conto di tali elementi, la convenuta non poteva ritenere in buona fede che tali
         dimissioni fossero valide. Di conseguenza essa era tenuta ad accettarne immediatamente la revoca, di modo che la sospensione
         del rapporto di lavoro è terminata al momento di tale revoca» (punto 314 della sentenza). Il Tribunale ha conseguentemente
         annullato la decisione del 2 febbraio 1999 con cui la convenuta aveva rifiutato di accettare la revoca della dichiarazione
         di dimissioni del ricorrente e ha condannato la Banca a versare al ricorrente gli arretrati delle retribuzioni non percepite
         a decorrere dalla revoca della sua dichiarazione di dimissioni, maggiorate degli interessi di mora al tasso del 6,75%.
      
      II –  Fatti successivi alla sentenza 23 febbraio 2001
      16     Successivamente alla pronuncia della sentenza 23 febbraio 2001, il ricorrente comunicava alla Banca, con telefax 28 febbraio
         e 1° marzo 2001, di essere pronto a riprendere il servizio.
      
      17     Dopo aver comunicato al ricorrente, con lettera 1° marzo 2001, che era stato temporaneamente dispensato dalla prestazione
         del servizio, il direttore del servizio del personale della Banca, con lettera del 6 marzo 2001, comunicava al ricorrente
         la sua reintegrazione nella funzione «E» e che, a decorrere dal 23 febbraio, lo stesso era assegnato al Credit Risk Department
         (in prosieguo: la «lettera 6 marzo 2001»). In tale lettera, veniva inoltre specificato che tali misure erano state adottate
         in via temporanea, senza pregiudizio dei diritti che la Banca si riservava di esercitare nei confronti del ricorrente, o di
         ogni ulteriore conclusione che la Banca avrebbe potuto trarre dalla sentenza. Inoltre, al terzo e al quarto capoverso della
         lettera, si sottolineava che, nell’ambito della sua nuova destinazione, il ricorrente era stato trasferito all’ufficio della
         Banca a Roma, ove avrebbe lavorato sotto la direzione del sig. Hackett, direttore del servizio, il quale sarebbe stato responsabile
         della sua presenza in ufficio. Veniva peraltro sottoposto all’attenzione del ricorrente che le condizioni generali del suo
         lavoro a Roma erano previste in allegato alla lettera medesima.
      
      18     Con messaggio di posta elettronica del 12 marzo 2001 il direttore del Credit Risk Department trasmetteva al ricorrente un
         programma di lavoro. Il ricorrente rispondeva con messaggio di posta elettronica del 19 marzo 2001 accettando, sostanzialmente,
         gli incarichi assegnatigli, ma contestando le relative condizioni di lavoro che gli venivano imposte .
      
      19     Successivamente, con lettera 22 maggio 2001, il presidente della Banca comunicava al ricorrente la propria decisione, adottata
         a norma dell’art. 39, primo comma, del regolamento del personale, di sospenderlo dalla sue funzioni «con effetto immediato,
         per un periodo massimo di tre mesi, che sarà impiegato per riunire la commissione paritetica di cui all’art. 38 del regolamento
         del personale, la quale dovrà pronunciarsi sul fascicolo nel suo complesso» (in prosieguo: la «decisione di sospensione»).
         Nella stessa lettera veniva inoltre precisato che, nel corso del periodo di sospensione, la retribuzione del ricorrente avrebbe
         continuato ad essere corrisposta, ma che quest’ultimo non avrebbe avuto accesso ai locali della Banca, salvo su convocazione
         espressa nell’ambito del procedimento disciplinare. Il presidente dichiarava che tale decisione era fondata sulla constatazione
         che la condotta tenuta dal ricorrente non era conforme al contegno che è lecito attendersi da un dipendente della Banca, che
         il comportamento dello stesso nei confronti di alcuni suoi colleghi nuoceva gravemente alla loro reputazione nonché a quella
         della Banca stessa e, infine, che il ricorrente aveva utilizzato informazioni riservate e si era appropriato senza averne
         diritto alcuni documenti di carattere riservato.
      
      20     Con lettera 13 giugno 2001, il presidente della Banca comunicava al ricorrente, in conformità dell’art. 40, secondo comma,
         del regolamento del personale, l’elenco dei fatti contestatigli nell’ambito del procedimento disciplinare avviato nei suoi
         confronti. Si tratta, anzitutto, dell’irregolare acquisizione dei sei documenti di cui il Tribunale ha disposto il ritiro
         dagli atti di causa con sentenza 23 febbraio 2001 (punti 220 e 342‑348 della sentenza). Il presidente della Banca addebitava
         inoltre al ricorrente di aver divulgato, in assenza di qualsivoglia informazione e autorizzazione dei superiori gerarchici,
         informazioni riservate, messe abusivamente in relazione con la sua mancata promozione, presentandole in maniera tendenziosa,
         come asseritamente rivelatrici di situazioni ovvero di pratiche non professionali, se non reprensibili, da parte della Banca
         e di taluni suoi agenti. A tal riguardo, il presidente si riferiva, segnatamente, ad una lettera scritta dal ricorrente in
         data 11 febbraio 1999, intitolata «On the abuses of public money in the Community institutions» («Sugli abusi riguardanti
         i fondi pubblici nelle istituzioni comunitarie»), ad una relazione redatta dal ricorrente in data 16 aprile 1999, intitolata
         «Draft information on Possibile Fraud, Mismanagement and Cover up in the European Investment Bank» («Informazioni provvisorie
         su possibili episodi di frode, mala amministrazione e dissimulazione presso la Banca europea per gli investimenti»). Del pari,
         osservava che, secondo l’articolo pubblicato il 20 aprile 1999 sul giornale danese «Ekstra Bladet», intitolato «Inizialmente
         folle – quindi licenziato. Carlo De Nicola ha protestato contro la frode in seno all’Unione europea – una danese ha fatto
         la stessa cosa. Entrambi ancora non lavorano per la Banca», il ricorrente aveva trasmesso al detto giornale documenti riservati,
         tra i quali la menzionata relazione. Il presidente osservava peraltro che, il 14 febbraio 1999, un giornale scozzese, lo «Scotland
         on Sunday», aveva pubblicato un articolo intitolato «L’informatore della Banca europea costretto ad abbandonare le sue funzioni»,
         dal quale emergeva che le osservazioni ivi contenute erano state divulgate dal ricorrente. Infine, il presidente della Banca
         menzionava una lettera scritta dal ricorrente, pubblicata il 5 marzo 1999 dal quotidiano italiano «Il Mondo» con il titolo
         «Eurocorruzione, attenti a generalizzare». Secondo il presidente della Banca, da tali svariati fatti emergerebbe che, appropriandosi
         illegittimamente documenti interni e strettamente riservati della Banca e divulgando al di fuori della Banca medesima documenti
         ed informazioni interne con modalità non autorizzate ed utilizzandoli a fini privati, il ricorrente aveva violato gli artt. 8,
         9 e 12 del regolamento del personale, nonché gli artt. 1.4., terzo, quinto ed ottavo punto, e 2.1. del codice di condotta.
         Il presidente della Banca sottolineava, del pari, che l’utilizzazione delle dette informazioni da parte del ricorrente appariva
         tanto più grave alla luce della natura delicata del posto al quale era stato assegnato nonché dei compiti affidati alla Banca
         e concludeva che, con il suo comportamento, il ricorrente aveva violato molteplici disposizioni del regolamento del personale
         e del codice di condotta e che tali violazioni apparivano tali da costituire gravi motivi suscettibili di determinare il licenziamento
         ai sensi degli artt. 38 e 39 del regolamento del personale. Infine, invitava il ricorrente a indicargli i due rappresentanti
         del personale di sua scelta in seno alla commissione paritetica e precisava che la Banca era disposta a sentirlo in qualsiasi
         momento durante il periodo di sospensione, e anche prima che egli venisse sentito dalla commissione paritetica. 
      
      21     Con telefax 20 giugno 2001, il ricorrente comunicava alla Banca di non poter procedere alla designazione dei due rappresentanti
         del personale in seno alla commissione paritetica, ma chiedeva di essere ascoltato dalla commissione medesima.
      
      22     Con telefax 22 giugno 2001, il ricorrente inviava alla Banca un certificato di malattia per un periodo di un mese e chiedeva
         che la commissione paritetica si riunisse dopo il 21 luglio 2001, per poter essere ascoltato dalla commissione stessa.
      
      23     Con lettera 5 luglio 2001, il presidente della Banca rispondeva affermativamente alle richieste del ricorrente. Conseguentemente,
         fissava la data della detta riunione per il 23 luglio 2001. Inoltre, il presidente della Banca ricordava al ricorrente che
         il suo rifiuto di designare due rappresentanti del personale in seno alla commissione paritetica si poneva in contrasto con
         l’obbligo generale di leale cooperazione cui lo stesso era tenuto in quanto dipendente della Banca.
      
      24     La commissione paritetica si riuniva, una prima volta, il 23 luglio 2001. Oltre al ricorrente, erano presenti a tale riunione
         il sig. Carpenter, quale presidente della detta commissione, i sigg. Verykios e Dufresne, quali rappresentanti della Banca
         in seno alla commissione, ed il sig. Pietilä, quale segretario della commissione. Per contro, i due rappresentanti del personale
         designati d’ufficio dal presidente della Banca si rifiutavano di partecipare alla commissione. Durante l’audizione, al ricorrente
         veniva consentito di dar lettura di una difesa scritta dalla quale risultava che egli respingeva tutte le accuse mosse nei
         suoi confronti. In sostanza, il ricorrente contestava il fatto che la lettera da lui scritta l’11 febbraio 1999 violasse il
         regolamento o il codice di comportamento della Banca, non riconosceva la conformità della relazione datata 16 aprile 1999
         con quella da lui firmata, smentiva di aver fornito tale relazione al giornale danese «Ekstra Bladet» nonché di aver fornito
         informazioni circa i fatti avvenuti in seno alla Banca menzionati nell’articolo apparso sul giornale scozzese «Scotland on
         Sunday» e sosteneva che la sua lettera pubblicata il 5 marzo 1999 sul quotidiano italiano «Il Mondo» era stata scritta in
         termini generali e con spirito costruttivo.
      
      25     La commissione paritetica si riuniva una seconda volta in data 25 luglio 2001 per deliberare sull’interpretazione dei fatti
         nonché dell’art. 40, secondo comma, del regolamento del personale. Considerato che il termine minimo di quindici giorni, garantito
         all’interessato in forza dello stesso art. 40 per predisporre la propria difesa, non era stato rispettato a causa del congedo
         per malattia chiesto dal ricorrente per il periodo compreso tra il 21 giugno e il 20 luglio 2001, la commissione paritetica
         decideva di tenere una nuova seduta il 29 agosto 2001 ed invitava il ricorrente a nominare due rappresentanti del personale.
      
      26     La commissione paritetica si riuniva, infine, il 29 agosto 2001 in presenza dei sigg. Carpenter, Verykios, Dufresne e Pietilä.
         Il ricorrente nonché i due rappresentanti del personale di cui all’art. 40 del regolamento del personale non si presentavano
         alla detta riunione. Il 30 agosto 2001, la commissione paritetica emetteva un parere motivato all’unanimità dei presenti,
         rilevando che i fatti addebitati al ricorrente costituivano «un grave motivo di licenziamento, ai sensi dell’art. 38, primo
         comma, n. 3 del [regolamento del personale], senza il pagamento di un’indennità di cessazione dal servizio».
      
      27     Con lettera 30 agosto 2001, notificata al ricorrente in data 3 settembre 2001, veniva comunicato al medesimo il parere emesso
         dalla commissione paritetica in esito alle sedute del 23 luglio e del 29 agosto 2001.
      
      28     Il 5 settembre 2001 il presidente della Banca riceveva il ricorrente, al fine di sentirlo prima di decidere definitivamente
         nell’ambito del procedimento disciplinare a suo carico.
      
      29     Con lettera 6 settembre 2001, notificata al ricorrente il 12 settembre 2001, il presidente della Banca comunicava al medesimo
         il suo licenziamento con effetto a partire dal giorno della sospensione dalle funzioni, ai sensi dell’art. 39, quarto comma,
         del regolamento del personale. La lettera così recita:
      
      «Con lettera del 30 agosto 2001 Le è stata data comunicazione del parere emesso dalla commissione paritetica di cui all’art. 38
         del regolamento del personale della Banca europea per gli investimenti, in esito alle riunioni del 23 luglio e del 29 agosto
         2001.
      
      Dall’esame complessivo dei documenti contenuti nel fascicolo, eseguito dalla detta commissione, nonché dalle osservazioni
         orali da Lei svolte dinanzi alla commissione medesima, sono emersi i seguenti fatti: Lei è risultato responsabile
      
      1)      di avere diffuso, senza l’autorizzazione del suo superiore gerarchico, documenti della Banca di carattere interno e riservato,
         che si era irregolarmente appropriato;
      
      2)      di avere divulgato all’esterno della Banca, senza avere l’autorizzazione dei Suoi superiori e senza averli previamente informati,
         fatti, informazioni e documenti a carattere interno e riservato;
      
      3)      attraverso la diffusione di affermazioni diffamatorie o tendenziose, di avere adottato nei confronti di alcuni suoi colleghi
         un comportamento lesivo della reputazione di questi ultimi e di quella della Banca, nonché una condotta atta a offendere gravemente
         la dignità della funzione da Lei ricoperta, in violazione del dovere di lealtà, di collegialità e di rispetto reciproco impostiLe.
      
      Tali fatti configurano le seguenti trasgressioni:
      –       avendo diffuso, senza l’autorizzazione del Suo superiore gerarchico, documenti della Banca di carattere interno e riservato,
         e avendo divulgato all’esterno di questa istituzione, senza l’autorizzazione dei Suoi superiori e senza averli previamente
         informati, fatti, informazioni e documenti di carattere interno e riservato, nonché avendo utilizzato questi ultimi a fini
         privati, Lei ha violato gravemente e simultaneamente l’obbligo del segreto professionale (art. 8 del regolamento del personale),
         l’obbligo di riservatezza (art. 9 del regolamento del personale) e l’obbligo di previa autorizzazione a deporre in giudizio
         (art. 12 del regolamento del personale); è inoltre venuto meno agli obblighi derivanti dagli artt. 1.4, terzo, quinto e ottavo
         punto, e 2.1. del codice di condotta della Banca, nella parte in cui si riferiscono anch’essi ai citati articoli del regolamento;
      
      –       essendosi appropriato in modo irregolare i detti documenti, a fini privati, e, avendo adottato, nei confronti di alcuni colleghi
         e della Banca, attraverso la diffusione di affermazioni diffamatorie o tendenziose, un comportamento lesivo della loro reputazione
         professionale o personale nonché di quella della Banca, Lei ha gravemente contravvenuto al Suo dovere di lealtà nei confronti
         di questa istituzione (artt. 1.2. e 1.4. del codice di condotta), all’obbligo di riservatezza e di moderazione, recando in
         tal modo offesa alla dignità della Sua funzione (art. 2.3. del codice di condotta), e venendo meno ai doveri di collegialità
         e di rispetto reciproco che reggono le relazioni tra colleghi (artt. 3.1. e 3.5. del codice di condotta).
      
      In subordine, Lei ha parimenti violato l’obbligo di cooperare lealmente allo svolgimento del procedimento disciplinare, rifiutandosi
         di nominare i due rappresentanti del personale a norma dell’art. 40 del regolamento del personale.
      
      L’insieme di questi comportamenti dimostra in maniera sufficiente che Lei ha tenuto in pubblico una condotta non conforme
         a ciò che è lecito attendersi da parte di un dipendente della Banca europea per gli investimenti e che, di conseguenza, costituisce
         una violazione dell’art. 1 del regolamento del personale della Banca.
      
      Inoltre, tenuto conto, a titolo di circostanza aggravante, della natura delicata del posto cui era stato assegnato (art. 2.4.4.
         del codice di condotta), nonché del ruolo importante rivestito dalla Banca quale istituzione finanziaria della Comunità europea,
         che esige l’osservanza di una condotta irreprensibile da parte del proprio personale, ritengo che le Sue azioni, data la loro
         estrema gravità, abbiano compromesso irreparabilmente le relazioni di fiducia e di reciproco rispetto che costituiscono la
         base di ogni rapporto di collaborazione tra la direzione della Banca ed il personale, nonché le relazioni tra gli stessi membri
         del personale.
      
      In considerazione di quanto precede, facendo seguito al parere unanime della commissione paritetica, ritengo che i fatti che
         Le vengono addebitati costituiscano un motivo grave, atto a determinare il licenziamento senza preavviso, ai sensi dell’art. 38,
         primo comma, punto 3, del regolamento del personale, e senza il pagamento di un’indennità di cessazione dal servizio.
      
      Di conseguenza, Le comunico con la presente il Suo licenziamento che, ai sensi dell’art. 39, quarto comma, del regolamento
         del personale ha effetto a partire dal giorno in cui è stato sospeso dalle Sue funzioni […]».
      
      30     Lo stesso giorno, il responsabile dell’ufficio della Banca a Roma, il sig. Hackett, informava oralmente il ricorrente della
         decisione presa dal presidente della Banca.
      
      III –  Procedimento
      31     Con atto introduttivo depositato presso la cancelleria del Tribunale il 4 giugno 2001 il ricorrente proponeva un ricorso diretto
         sostanzialmente ad ottenere, da un lato, l’annullamento della lettera 6 marzo 2001 e della decisione di sospensione e, dall’altro,
         il risarcimento dei danni (causa T‑120/01).
      
      32     Con atto separato, depositato presso la cancelleria del Tribunale in pari data, il ricorrente proponeva una domanda diretta,
         in sostanza, ad ottenere la sospensione dell’esecuzione della lettera 6 marzo 2001 e della decisione di sospensione (causa
         T‑120/01 R). Tale domanda veniva respinta con ordinanza del presidente del Tribunale 9 agosto 2001, causa T‑120/01 R, De Nicola/BEI
         (Racc. PI pagg. I‑A-171 e II‑783).
      
      33     Con atto separato, depositato presso la cancelleria del Tribunale il 26 luglio 2001, la convenuta sollevava, con riguardo
         al ricorso nella causa T‑120/01, un’eccezione di irricevibilità a norma dell’art. 114 del regolamento di procedura. Con ordinanza
         26 novembre 2001 del presidente della terza sezione, l’esame dell’eccezione di irricevibilità veniva rinviata all’esame del
         merito della causa e le spese venivano riservate. 
      
      34     Con atto introduttivo depositato presso la cancelleria del Tribunale il 3 dicembre 2001, il ricorrente proponeva un ricorso
         avente ad oggetto, segnatamente, l’annullamento della decisione di licenziamento, l’esecuzione della sentenza 23 febbraio
         2001 ed il risarcimento del danno (causa T‑300/01).
      
      35     Con atto separato, depositato presso la cancelleria del Tribunale il 28 dicembre 2001, il ricorrente presentava una domanda
         volta, sostanzialmente, ad ottenere la sospensione dell’esecuzione della decisione di licenziamento e un provvedimento del
         Tribunale che ordinasse la sua reintegrazione provvisoria nel posto di lavoro e la ricostituzione della sua carriera professionale.
         Il ricorrente chiedeva, inoltre, l’adozione di misure istruttorie e l’assegnazione della causa al collegio del Tribunale (causa
         T‑300/01 R). Tali domande venivano respinte con ordinanza del presidente del Tribunale 29 aprile 2002 (causa T‑300/01 R, non
         pubblicata nella Raccolta). Quest’ultima ordinanza veniva confermata in sede di impugnazione, con ordinanza del presidente
         della Corte 25 luglio 2002, causa C‑198/02 P®, De Nicola/BEI (non pubblicata nella Raccolta).
      
      36     Su proposta del giudice relatore, il Tribunale convocava le parti ad una riunione informale al fine di intraprendere un tentativo
         di conciliazione nei procedimenti T‑120/01 e T‑300/01. Tale riunione si svolgeva il 12 maggio 2003. Non essendo riuscito il
         tentativo di conciliazione, le parti venivano informate della fissazione di un’udienza. 
      
      37     Con ordinanza 31 luglio 2003, il presidente della terza sezione del Tribunale disponeva la riunione delle cause T‑120/01 e
         T‑300/01 ai fini dell’udienza e della sentenza.
      
      38     Su proposta del giudice relatore, il Tribunale (terza sezione) decideva di avviare la fase orale e, nell’ambito delle misure
         di organizzazione del procedimento previste dall’art. 64 del regolamento di procedura, invitava le parti a depositare determinati
         documenti e a rispondere a taluni quesiti. 
      
      39     Le difese orali delle parti e le loro risposte ai quesiti posti dal Tribunale venivano sentite all’udienza del 15 ottobre
         2003. In occasione di tale udienza, il Tribunale prendeva atto della volontà delle parti di tentare una composizione amichevole
         quanto alla parte della controversia relativa all’esecuzione della sentenza 23 febbraio 2001 e di comunicare al Tribunale
         i risultati di tale tentativo entro e non oltre il 10 novembre 2003. 
      
      40     La fase orale del procedimento si concludeva il 10 novembre 2003 con il deposito delle osservazioni delle parti in ordine
         all’esito di tale tentativo. In tali osservazioni, le parti informavano il Tribunale del fallimento delle trattative, precisando
         le loro posizioni con riguardo alla parte della controversia relativa all’esecuzione della sentenza 23 febbraio 2001 ed al
         versamento della retribuzione dovuta dal momento della reintegrazione del ricorrente, nel marzo 2001.
      
      41     Alla luce di tali osservazioni, il Tribunale (terza sezione) decideva di riaprire la fase orale del procedimento e poneva
         alle parti taluni quesiti integrativi. 
      
      42     L’11 febbraio 2004 si svolgeva una nuova udienza, limitata a tale parte della controversia. Alla detta udienza si presentavano
         solo i rappresentanti della Banca, le cui difese orali venivano sentite. 
      
       Conclusioni
      43     Nella causa T‑120/01 il ricorrente conclude che il Tribunale voglia:
      –       annullare la lettera 6 marzo 2001 del direttore del personale della Banca nella parte in cui, al terzo capoverso, introduce
         un nuovo e non previsto tipo di sanzione, specificamente destinata a disciplinare il rapporto di lavoro del ricorrente;
      
      –       annullare l’allegato alla lettera 6 marzo 2001, nella parte in cui, ai punti 1, 2, 4 e 5, stabilisce unilateralmente regole
         nuove, diverse e contrarie rispetto a quelle previste dal contratto di lavoro;
      
      –       annullare la lettera 22 maggio 2001 con la quale il presidente della Banca ha sospeso il ricorrente da ogni funzione, con
         effetto immediato, per un periodo di tre mesi;
      
      –       annullare l’art. 39 del regolamento del personale, nei limiti in cui consentirebbe di privare il dipendente di ogni funzione
         e dello stipendio, per un periodo massimo di tre mesi, senza la necessità dell’immediata e contestuale comunicazione dei fatti
         addebitati;
      
      –       annullare tutti gli atti connessi conseguenti e presupposti ai provvedimenti impugnati;
      –       dichiarare l’inapplicabilità del codice di condotta al ricorrente;
      –       condannare la convenuta al risarcimento dei danni materiali e morali subiti dal ricorrente;
      –       condannare la convenuta alle spese.
      44     Nella causa T‑300/01, il ricorrente conclude che il Tribunale voglia:
      –       accertare e dichiarare l’inesistenza e/o la nullità del licenziamento verbale comunicato al ricorrente dal sig. M. Hackett
         il 6 settembre 2001;
      
      –       annullare la decisione del presidente della Banca in data 6 settembre 2001, notificata il 12 settembre 2001, di licenziamento
         del ricorrente;
      
      –       accertare e dichiarare l’inapplicabilità al ricorrente e/o l’illegittimità degli artt. 8, 9, 12, 38, 39, 40, 41 e 44 del regolamento
         del personale;
      
      –       accertare e dichiarare l’inapplicabilità al ricorrente del codice di condotta;
      –       condannare la convenuta a reintegrare il ricorrente nel posto di lavoro, a ricostruire la sua carriera a decorrere dal febbraio
         1999 e, se del caso, previa consulenza tecnica e nomina di un apposito commissario ad acta, condannarla a versare al ricorrente tutte le retribuzioni medio tempore maturate, rivalutate e maggiorate degli interessi
         al tasso annuo del 10%, al netto degli acconti ricevuti dal 6 marzo al 6 settembre 2001;
      
      –       condannare la convenuta al risarcimento, da un lato, del danno materiale subito dal ricorrente, inteso come danno alla salute
         e come perdita della possibilità di far carriera e, dall’altro, al risarcimento del danno morale passato e futuro arrecato
         al ricorrente;
      
      –       condannare la convenuta alla restituzione del bonus sugli interessi relativi al mutuo gravante sulla casa del ricorrente a
         Lussemburgo e alla concessione di un bonus analogo sugli interessi relativi al mutuo per la casa che il ricorrente ha acquistato
         a Roma;
      
      –       ordinare alla convenuta di formulare le valutazioni annuali del ricorrente dal 1998 in avanti e di fissarne gli obiettivi
         per il futuro;
      
      –       ordinare che siano tolte dal controricorso le parole «appropriazione di documenti riservati», che compaiono alla pag. 17,
         primo capoverso; «diffusione d’informazioni riservate e calunniose a carico della BEI e dei suoi funzionari», figuranti a
         pag. 29, ultimo e penultimo rigo; l’intero primo periodo della pag. 32; la parola «appropriazione» a pag. 34, quartultimo
         rigo, e altresì le parole «denigrazione sistematica», che compaiono al terzultimo e al penultimo rigo, e ogni altra parola
         che ecceda i limiti di una corretta e leale difesa;
      
      –       respingere la domanda avente ad oggetto l’esclusione dei sei documenti il cui ritiro dagli atti è stato ordinato dal Tribunale
         con sentenza 23 febbraio 2001;
      
      –       in subordine, previo annullamento del corrispondente articolo del regolamento del personale, dichiarare l’illegittimità del
         mancato versamento dell’indennità di cessazione dal servizio e condannare la BEI a pagarla; 
      
      –       condannare la convenuta alle spese.
      45     Nella causa T‑120/01, la convenuta chiede che il Tribunale voglia:
      –       dichiarare irricevibile il ricorso, ovvero rigettarlo nel merito;
      –       condannare il ricorrente alle spese, ai sensi dell’art. 87, n. 3, del regolamento di procedura, vista la natura vessatoria
         del ricorso.
      
      46     Nella causa T‑300/01, la convenuta conclude che il Tribunale voglia:
      –       dichiarare il ricorso irricevibile, ovvero rigettarlo nel merito;
      –       ordinare l’esclusione dal fascicolo dei sei documenti di cui il Tribunale di primo grado ha ordinato il ritiro dagli atti
         di causa con sentenza 23 febbraio 2001;
      
      –       condannare il ricorrente al pagamento delle spese, vista la natura vessatoria del ricorso, ai sensi dell’art. 87, n. 3, del
         regolamento di procedura.
      
       In diritto
      I –  Sulla ricevibilità dei ricorsi
      47     Sia nella causa T‑120/01, sia nella causa T‑300/01, la convenuta eccepisce l’irricevibilità del ricorso in ragione del mancato
         rispetto della procedura precontenziosa, da un lato, e del mancato deposito di un certificato di legittimazione da parte del
         difensore del ricorrente, dall’altro. All’udienza, la convenuta ha dichiarato, in risposta ad un quesito del Tribunale, di
         desistere da tale ultimo motivo. 
      
      48     Inoltre, nella causa T‑120/01, la convenuta deduce vari motivi, volti a dimostrare l’irricevibilità di specifiche domande
         formulate dal ricorrente nell’ambito della causa T‑120/01. In tal senso la convenuta deduce che il ricorrente non ha più interesse
         ad agire per l’annullamento della lettera 6 marzo 2001 e della decisione di sospensione. Essa sostiene, inoltre, che la domanda
         di annullamento dell’art. 39 del regolamento del personale è irricevibile, trattandosi di un atto di portata generale. La
         convenuta ritiene peraltro che non spetti al Tribunale dichiarare il codice di condotta inapplicabile al ricorrente. Infine,
         eccepisce l’irricevibilità della domanda di risarcimento in ragione, segnatamente, della sua imprecisione. 
      
      49     Ciò premesso, in questa fase occorre limitare l’esame al motivo relativo al mancato rispetto della procedura precontenziosa.
         
      
      A –  Argomenti delle parti
      50     La convenuta eccepisce l’irricevibilità dei presenti ricorsi in quanto il ricorrente, prima di proporli dinanzi al Tribunale,
         non ha adito la commissione conciliatrice di cui all’art. 41 del regolamento del personale e/o rivolto all’amministrazione
         una petizione o un reclamo. Essa osserva, infatti, richiamandosi ai punti 96-107 della sentenza 23 febbraio 2001, che il principio
         dell’economia processuale e l’esigenza fondamentale di una corretta gestione dei rapporti di lavoro impongono una fase siffatta
         prima di avviare il procedimento dinanzi ai giudici comunitari. Essa d’altronde rileva che lo svolgimento di tale fase è previsto
         espressamente dagli artt. 90 e 91 dello Statuto del personale delle Comunità europee (in prosieguo: lo «Statuto del personale»),
         ed è comunemente previsto dalla generalità delle legislazioni del lavoro degli Stati membri (nell’ordinamento italiano, dagli
         artt. 410 e 410 bis del codice di procedura civile). La convenuta domanda peraltro al Tribunale di verificare se, nella specie,
         il ricorrente abbia rispettato le prescrizioni di cui agli artt. 90 e 91 dello Statuto del personale che, secondo costante
         giurisprudenza del Tribunale (sentenza 23 febbraio 2001, punto 100; sentenza del Tribunale 28 settembre 1999, causa T‑140/97,
         Hautem/BEI, Racc. PI pagg. I‑A-171 e II‑897, punto 77), sono applicabili al personale della Banca, ma in via subordinata rispetto
         alle disposizioni del regolamento del personale. 
      
      51     La convenuta ritiene, in subordine, che, ove il Tribunale ritenesse la procedura di conciliazione di natura facoltativa, i
         ricorsi in esame sarebbero comunque irricevibili, in quanto il ricorrente, prima di proporli, non ha rivolto alla Banca istanze,
         reclami o petizioni. Secondo la convenuta, un obbligo di procedere in tal senso risulta, segnatamente, dal disposto dell’art. 46,
         n. 2, del regolamento di procedura, che fa obbligo al convenuto di allegare al controricorso una copia del reclamo del dipendente.
      
      52     Il ricorrente contesta l’asserzione secondo cui il fatto ch’egli non abbia instaurato la procedura di conciliazione prevista
         all’art. 40 del regolamento del personale prima di adire il Tribunale comporta automaticamente l’irricevibilità dei suoi ricorsi.
         
      
      B –  Giudizio del Tribunale
      53     Dall’art. 41 del regolamento del personale emerge che «[i]ndipendentemente dall’azione intentata davanti alla Corte di giustizia,
         le controversie che non abbiano per oggetto l’applicazione di sanzioni previste dall’art. 38 sono sottoposte, ai fini di amichevole
         composizione, a una commissione di conciliazione della Banca».
      
      54     Alla luce della chiara formulazione di tale disposizione il Tribunale, nella sentenza 23 febbraio 2001, ha affermato che «la
         ricevibilità di [un ricorso presentato da un dipendente della Banca dinanzi al Tribunale] non è affatto subordinata all’esaurimento
         di tale procedura amministrativa, come d’altra parte ha ammesso la convenuta in risposta ad un quesito del Tribunale» (punto
         96 della sentenza; v., parimenti in tal senso, sentenza del Tribunale 17 giugno 2003, causa T‑385/00, Seiller/BEI, Racc. PI
         pagg. I‑A‑161 e II‑801, punti 50‑51, 65 e 73). D’altronde, risulta chiaramente da tale passo che, contrariamente a quanto
         suggerito dalla convenuta, tale affermazione del Tribunale si fonda solo in subordine sulla dichiarazione resa dall’avvocato
         della Banca nel corso dell’udienza relativa alle cause T‑7/98, T‑208/98 e T‑109/99. Tale affermazione si basa, in primo luogo,
         sul tenore letterale dell’art. 41 del regolamento del personale. 
      
      55     È pur vero che, in linea di principio, l’esperimento di una fase procedimentale precontenziosa prima di adire il giudice competente
         può risultare opportuno in virtù, segnatamente, del principio di economia processuale e al fine di garantire una corretta
         gestione dei rapporti di lavoro. In tal senso, occorre riconoscere che il procedimento di conciliazione previsto all’art. 41
         del regolamento del personale persegue il medesimo obiettivo della fase precontenziosa obbligatoria del procedimento istituita
         dall’art. 90 dello Statuto del personale, vale a dire consentire la composizione amichevole delle controversie, conferendo
         all’amministrazione la possibilità di rivedere l’atto contestato e al dipendente interessato la facoltà di accettare la motivazione
         su cui si fonda tale atto e di rinunciare, eventualmente, a proporre ricorso (con riguardo alla fase precontenziosa del procedimento
         statutario, v. sentenza della Corte 14 marzo 1989, causa 133/88, Del Amo Martinez/Parlamento, Racc. pag. 689, punto 9).
      
      56     Tali elementi, di per sé, non possono tuttavia alterare la conclusione secondo cui la Banca, che è l’unico organo competente
         a definire i requisiti di ricevibilità dei ricorsi proposti dai suoi dipendenti (sentenza 23 febbraio 2001, punto 95), non
         ha previsto l’obbligo, per questi ultimi, di presentare un reclamo alla Banca stessa ovvero di fare uso dei procedimenti di
         risoluzione interna delle controversie prima di adire il Tribunale. 
      
      57     In linea generale occorre ricordare, infatti, che, escludendo l’applicazione dell’art. 283 CE, il quale conferisce al Consiglio
         la competenza di stabilire lo Statuto del personale e il regime applicabile agli altri agenti delle Comunità, lo statuto della
         Banca attribuisce a quest’ultima un’autonomia funzionale per la determinazione del regime applicabile ai suoi dipendenti (sentenza
         23 febbraio 2001, punti 90 e 91). Nell’esercizio di tale competenza, la Banca ha optato per un regime di natura contrattuale
         piuttosto che statutaria (sentenza della Corte 15 giugno 1976, causa 110/75, Mills/BEI, Racc. pag. 955, punto 22). È pertanto
         escluso che le disposizioni dello Statuto del personale possano essere applicate, in quanto tali, ai rapporti di lavoro tra
         la Banca ed i suoi dipendenti. 
      
      58     Cionondimeno, in un certo numero di decisioni, il Tribunale ha preso spunto dalle condizioni relative ai termini di ricorso
         stabilite dagli artt. 90 e 91 dello Statuto del personale al fine di colmare una lacuna nel regime contenzioso applicabile
         al personale della Banca, rivelatasi incompatibile con il diritto ad una tutela giurisdizionale effettiva (v., segnatamente,
         sentenza 23 febbraio 2001, punto 101, e sentenza del Tribunale 6 marzo 2001, causa http://ogma.curia.eu.int:8080/cGTi/html/CelexUrl.html?command=DocNumber&lg=it&source=Celex&numdoc=61999A0192&html=1http://ogma.curia.eu.int:8080/cGTi/html/CelexUrl.html?command=DocNumber&lg=it&source=Celex&numdoc=61999J0449&html=1P, BEI/Hautem, Racc. pag. I‑6733, punti 90-98).
      
      59     Tale valutazione non viene rimessa in discussione per il fatto che l’art. 46, n. 2, del regolamento di procedura del Tribunale
         prevede che «[n]elle controversie tra le Comunità e i loro dipendenti il controricorso dev’essere corredato del reclamo ai
         sensi dell’articolo 90, paragrafo 2, dello Statuto del personale e della decisione di rigetto con l’indicazione delle date
         di proposizione e di notifica». Infatti, come risulta chiaramente dal tenore letterale di tale disposizione, un siffatto obbligo
         è previsto unicamente quando la fase contenziosa del procedimento sia preceduta da una procedura precontenziosa di reclamo
         ai sensi dello Statuto. In caso contrario, come può verificarsi nelle controversie tra la Banca e i suoi dipendenti nelle
         quali il ricorso ad una siffatta procedura è facoltativo, tale obbligo non trova applicazione.  
      
      60     Infine, è parimenti erronea la tesi della convenuta secondo cui il ricorrente avrebbe dovuto proporre petizioni e/o reclami
         preliminarmente alla proposizione del proprio ricorso dinanzi al Tribunale. Infatti, nessuna disposizione regolamentare emanata
         dalla Banca subordina la proposizione di un ricorso dinanzi al Tribunale a siffatti adempimenti amministrativi.
      
      61     Alla luce delle suesposte considerazioni, il presente motivo di irricevibilità deve essere respinto in quanto infondato. 
      II –  Sul merito
      A –  Sulle domande nella causa http://ogma.curia.eu.int:8080/cGTi/html/CelexUrl.html?command=DocNumber&lg=it&source=Celex&numdoc=62001A0120&html=1
      
      1.     Sulla domanda di annullamento della lettera 6 marzo 2001 e del relativo allegato
      a)     Sulla ricevibilità della domanda
       Argomenti della parti
      62     La convenuta sostiene che il ricorrente non ha più interesse ad agire per l’annullamento della lettera 6 marzo 2001 e del
         relativo allegato in quanto, a seguito dell’adozione della decisione di sospensione del 22 maggio 2001 e, a maggior ragione,
         della decisione di licenziamento del 6 settembre 2001, gli effetti puramente temporanei dei provvedimenti contenuti nella
         lettera 6 marzo 2001 e nell’allegato sono venuti a cessare. Infatti, anche se, per ipotesi, il Tribunale annullasse la decisione
         di sospensione e/o quella di licenziamento, non vi sarebbe alcun dubbio, secondo la convenuta, che l’assegnazione del ricorrente
         agli uffici della Banca in Roma avrebbe ormai esaurito i suoi effetti e che la Banca dovrebbe assegnare al ricorrente nuove
         mansioni. La convenuta sottolinea poi che, secondo costante giurisprudenza, non spetta al giudice comunitario rivolgere ingiunzioni
         alle istituzioni (v., in particolare, punto 318 della sentenza 23 febbraio 2001), per cui la domanda del ricorrente diretta
         ad ottenere una pronuncia che determini le regole da applicare al futuro svolgimento del rapporto di lavoro è irricevibile.
      
      63     Il ricorrente contesta l’affermazione secondo cui egli non avrebbe un interesse ad agire per l’annullamento della lettera
         6 marzo 2001 e del relativo allegato.
      
       Giudizio del Tribunale
      64     Secondo costante giurisprudenza, l’interesse ad agire costituisce un presupposto indispensabile per la ricevibilità del ricorso
         proposto da agenti e dipendenti delle istituzioni (v., segnatamente, sentenza del Tribunale 24 aprile 2001, causa T‑159/98,
         Torre e a./Commissione, Racc PI pagg. I‑A-83 e II‑395, punto 28). Tale condizione si applica anche ai ricorsi proposti dagli
         agenti della Banca (v., in tal senso, sentenza 23 febbraio 2001, punto 127).
      
      65     Nella specie, si deve rilevare che, a decorrere dall’adozione della decisione di sospensione, la lettera 6 marzo 2001, in
         realtà, non ha più prodotto effetti sulla situazione giuridica e lavorativa del ricorrente in quanto, per effetto della detta
         sospensione, quest’ultimo per un periodo determinato non poteva più fornire prestazioni lavorative. Il medesimo rilievo si
         impone con riguardo alla decisione di licenziamento che ha definitivamente messo fine al rapporto di lavoro.
      
      66     Occorre tuttavia rilevare che, nell’ipotesi di eventuale annullamento delle decisioni di sospensione e di licenziamento, i
         provvedimenti previsti nella lettera 6 marzo 2001 tornerebbero ad essere efficaci. Tale conclusione non è inficiata dalla
         circostanza che, come emerge dalla menzionata lettera, i provvedimenti ivi previsti con riguardo alla riassegnazione del ricorrente
         sono di natura temporanea e non pregiudicano qualsivoglia altro diritto che la Banca ritenesse di dover esercitare nonché
         ogni altra conclusione alla quale essa potrebbe pervenire alla luce della sentenza 23 febbraio 2001. Infatti, se le decisioni
         di sospensione e di licenziamento dovessero essere annullate, tali provvedimenti riprenderebbero la loro efficacia temporanea
         sino all’adozione di nuovi provvedimenti da parte della convenuta. 
      
      67     Ne consegue che il ricorrente mantiene un interesse ad agire per l’annullamento della lettera 6 marzo 2001 e del relativo
         allegato. 
      
      68     Ciò premesso, la domanda di annullamento della lettera 6 marzo 2001 e del relativo allegato è ricevibile. 
      b)     Sul merito
       Sul motivo relativo alla modifica unilaterale delle condizioni di lavoro
      –       Argomenti delle parti
      69     Il ricorrente sostiene che, con la lettera 6 marzo 2001 ed il relativo allegato, la convenuta ha unilateralmente modificato
         le sue condizioni di lavoro. Egli rileva, infatti, che dal terzo capoverso della lettera risulta che le condizioni generali
         relative al suo rapporto di lavoro presso la sede di Roma della Banca sono disciplinate dalle disposizioni contenute in allegato
         a tale lettera. Orbene, a suo avviso, alcune di tali disposizioni modificano e alterano il suo rapporto di lavoro con la Banca.
         In primo luogo, egli osserva che il punto 1 dell’allegato, in cui è previsto che egli ha facoltà di lavorare dalla propria
         abitazione, può essere interpretato soltanto nel senso che la convenuta è legittimata a considerarlo alla stregua di un lavoratore
         extra muros o a domicilio. Secondo il ricorrente, tale interpretazione trova conferma nella precisazione che figura nel quarto
         capoverso della suddetta lettera, secondo cui il sig. Hackett, superiore gerarchico del ricorrente, sarà responsabile dell’organizzazione
         della sua presenza in ufficio. In secondo luogo, il ricorrente sottolinea che dal punto 2 dell’allegato risulta che gli verranno
         assegnati unicamente compiti non operativi e mai compiti di altro tipo, il che costituisce una forte limitazione del suo diritto
         alle pari opportunità, all’accrescimento professionale e alle normali aspirazioni di carriera. In terzo luogo, egli osserva
         che il punto 4 dell’allegato, in cui gli viene posto il divieto di avere contatti con persone che abbiano avuto, hanno o avranno
         rapporti di affari con la Banca senza il consenso esplicito di quest’ultima, rappresenta una forma di censura inaccettabile,
         in quanto, da un lato, egli è nell’impossibilità di rendersi conto se una persona possa intrattenere rapporti con la Banca
         e, dall’altro, può rivelarsi impraticabile ottenere il consenso della Banca prima di ogni contatto.
      
      70     Il ricorrente ritiene illegittima tale modificazione unilaterale delle sue condizioni di lavoro presso la Banca.
      71     Egli rileva, infatti, che il suo rapporto di lavoro con la Banca è regolato unicamente dalle disposizioni accettate al momento
         dell’assunzione, nel 1991, vale a dire, da un lato, dal contratto di lavoro firmato in tale occasione e, dall’altro, dal regolamento
         del personale all’epoca vigente. A suo avviso, tali norme possono essere modificate soltanto dalla concorde volontà di entrambe
         le parti e non, come nella fattispecie, con decisione unilaterale di una di esse, atteso che il lavoratore non ha concesso
         al datore di lavoro alcuna delega in tal senso. Secondo il ricorrente, la modifica unilaterale di tali norme costituisce pertanto
         una violazione del contratto di lavoro, del regolamento del personale, del codice di condotta (qualora applicabile), della
         Carta dei diritti fondamentali e dei principi generali di diritto comunitario. Egli sostiene, d’altra parte, che il rinvio
         al regolamento del personale figurante nell’atto di assunzione sarebbe di ordine statico e non dinamico, cioè limitato alle
         norme regolamentari vigenti al momento della sottoscrizione dell’atto, con esclusione di tutte le modifiche successive del
         regolamento medesimo, e questo sino alla sottoscrizione di un nuovo contratto contenente un nuovo rinvio statico.
      
      72     Il ricorrente fa valere che la sua tesi circa il carattere statico del rinvio al regolamento del personale trova conferma
         nella circostanza che la convenuta fa firmare ai propri dipendenti una nuova lettera di assunzione ad ogni avanzamento di
         carriera. Inoltre, pur ammettendo la possibilità prevista in alcuni Stati membri di integrare e modificare i contratti di
         lavoro di diritto privato per mezzo di contratti collettivi (v., nell’ordinamento italiano, la possibilità prevista all’art. 2067
         e segg. del codice civile italiano), il ricorrente pone in evidenza che tale facoltà è subordinata almeno a tre condizioni,
         vale a dire: in primo luogo, che il contratto collettivo preveda norme più favorevoli per il lavoratore; in secondo luogo,
         che il contratto collettivo sia concordato e sottoscritto dai sindacati maggiormente rappresentativi e, infine, che il lavoratore
         sia iscritto ad uno di questi sindacati oppure accetti tacitamente la nuova normativa. Orbene, secondo il ricorrente, nessuna
         di queste tre condizioni è soddisfatta nella fattispecie.
      
      73     Inoltre, il ricorrente contesta l’argomento dedotto dalla convenuta a proposito della natura temporanea del provvedimento
         in questione. Egli sottolinea, infatti, che tale temporaneità è riferita unicamente alla sua reintegrazione e all’assegnazione
         al Credit Risk Department. Invece, a suo avviso, deve escludersi qualunque temporaneità con riguardo alle condizioni di lavoro
         imposte con la lettera 6 marzo 2001, considerato che, da un lato, nell’allegato non si fa menzione della natura temporanea
         del provvedimento e, dall’altro, trattandosi di condizioni generali di lavoro, devono presumersi dotate di una certa stabilità.
      
      74     La convenuta contesta di avere unilateralmente modificato le condizioni di lavoro del ricorrente con la lettera 6 marzo 2001
         ed il relativo allegato.
      
      –       Giudizio del Tribunale
      75     Con lettera 6 marzo 2001, il direttore del servizio del personale della Banca ha comunicato al ricorrente che quest’ultimo
         era stato reintegrato, a seguito della sentenza 23 febbraio 2001, nella funzione E e che, da tale data, lo stesso era assegnato
         al Credit Risk Department e trasferito preso la sede di Roma della Banca. In tale lettera, il direttore del servizio del personale
         specificava, inoltre, che tali disposizioni erano state adottate in via temporanea, senza pregiudizio dei diritti che la Banca
         si riservava di esercitare nei confronti del ricorrente, o di ogni ulteriore conclusione che la Banca avrebbe potuto trarre
         dalla sentenza. Egli sottolineava, inoltre, che le condizioni generali di lavoro del ricorrente a Roma erano indicate in allegato
         alla lettera. In tale allegato si afferma, in sostanza, che il ricorrente sarebbe stato assegnato all’ufficio della Banca
         situato in via Sardegna avendo, previa autorizzazione, la possibilità di lavorare dal proprio domicilio (punto 1), che gli
         sarebbero stati affidati incarichi non operativi adeguati alle sue qualifiche e alla sua esperienza (punto 2), che avrebbe
         goduto dei privilegi generalmente spettanti al personale della Banca (punto 3), che non avrebbe instaurato alcun contatto
         con interlocutori situati al di fuori della Banca o che con la Banca abbiano avuto – ovvero possano avere in futuro – relazioni
         d’affari senza il consenso esplicito di quest’ultima (che dovrà essere accordato caso per caso) (punto 4) e, infine, che sarebbe
         stato sottoposto alla disciplina normalmente applicabile al personale (ivi compreso il codice di condotta) e, in particolare,
         alle regole in materia di riservatezza (punto 5). 
      
      76     Secondo il ricorrente la detta lettera sarebbe illegittima in quanto, adottando tale atto, la Banca avrebbe modificato unilateralmente
         le sue condizioni di lavoro. 
      
      77     A tal riguardo occorre osservare, in via preliminare, che la lettera 6 marzo 2001, nel prevedere la reintegrazione del ricorrente
         nella categoria «personale di concetto», «funzione E», alla quale egli apparteneva precedentemente, costituisce un provvedimento
         di esecuzione conforme al punto 1 del dispositivo della sentenza 23 febbraio 2001. Quanto al trasferimento del ricorrente
         all’ufficio della Banca a Roma, si tratta di una decisione presa di concerto con quest’ultimo.
      
      78     Occorre inoltre rilevare che i provvedimenti previsti nella lettera 6 marzo 2001 e nel suo allegato sono di natura temporanea.
         D’altronde, a torto il ricorrente tenta di contestare tale natura temporanea rilevando che in nessun punto dell’allegato alla
         lettera 6 marzo 2001 si fa riferimento alla natura temporanea. È sufficiente rilevare, infatti, che l’allegato in questione
         accompagna la lettera 6 marzo 2001 e non costituisce un documento autonomo. Pertanto, se il direttore del servizio del personale
         della Banca precisa, nella lettera, che i provvedimenti nella stessa previsti sono di natura temporanea, ciò vale, del pari,
         per i provvedimenti allegati alla lettera. 
      
      79     Inoltre, contrariamente a quanto sostiene il ricorrente, non vi è alcun passo della lettera 6 marzo 2001 e del relativo allegato
         che consenta di concludere che, con tale atto, la convenuta abbia inteso modificare le condizioni di lavoro del ricorrente.
         Al contrario, dal tenore letterale della lettera emerge che con essa si intendeva informare il ricorrente circa le modalità
         pratiche del suo lavoro a Roma. Del pari, si deve rilevare che, se è pur vero che l’ultima frase del terzo capoverso della
         lettera nonché il titolo del relativo allegato possono creare confusione al riguardo, tuttavia, a termini del punto 5 dell’allegato,
         il ricorrente resta assoggettato alle regole normalmente applicabili a tutti i dipendenti della Banca. 
      
      80     Deve parimenti osservarsi che, ad esclusione del trasferimento all’ufficio di Roma, che riguarda il luogo di esecuzione del
         rapporto di lavoro, i provvedimenti previsti nell’allegato non vertono su elementi essenziali del detto rapporto nel senso
         in cui tale nozione viene interpretata, segnatamente, nell’art. 2 della direttiva del Consiglio 14 ottobre 1991, 91/533/CEE,
         relativa all’obbligo del datore di lavoro di informare il lavoratore delle condizioni applicabili al contratto o al rapporto
         di lavoro (GU L 288, pag. 32). Si tratta, infatti, rispettivamente, della possibilità di lavorare a domicilio (punto 1, seconda
         frase), dell’assegnazione di nuovi incarichi al ricorrente (punto 2), della determinazione dei privilegi di cui il ricorrente
         potrà disporre (punto 3) e dell’instaurazione di un regime di previa autorizzazione per i contatti con terzi (punto 4).  
      
      81     Peraltro, in risposta ad un quesito scritto del Tribunale, la convenuta ha confermato che nel marzo 2001 non esistevano condizioni
         di lavoro adottate dalla banca relative, in particolare, alle modalità di cui all’allegato alla lettera 6 marzo 2001 e che,
         pertanto, sarebbero state modificate dal detto allegato. Nemmeno il ricorrente ha dimostrato che ciò sarebbe avvenuto.  
      
      82     Dalle suesposte considerazioni risulta che la lettera 6 marzo 2001, ivi compreso il relativo allegato, non ha modificato le
         condizioni di lavoro del ricorrente, quali previste dal contratto di assunzione sottoscritto da quest’ultimo e dalle condizioni
         generali di lavoro fissate dalla convenuta in forza dei propri poteri regolamentari. 
      
      83     Tale lettera contiene, invece, una serie di provvedimenti di natura temporanea presi dalla convenuta per conformarsi in tempo
         utile al dispositivo della sentenza 23 febbraio 2001. 
      
      84     Tali provvedimenti sono stati adottati nell’ambito dell’ampio potere discrezionale di cui la convenuta dispone, al pari delle
         altre istituzioni e degli altri organismi comunitari, nell’organizzazione dei suoi servizi e nell’assegnazione del suo personale
         al fine di svolgere i compiti di interesse pubblico ad essa affidati (v., analogamente, sentenze del Tribunale 16 dicembre
         1993, causa http://ogma.curia.eu.int:8080/cGTi/html/CelexUrl.html?command=DocNumber&lg=it&source=Celex&numdoc=61992A0080&html=1http://ogma.curia.eu.int:8080/cGTi/html/CelexUrl.html?command=DocNumber&lg=it&source=Celex&numdoc=62000A0178&html=1http://ogma.curia.eu.int:8080/cGTi/html/CelexUrl.html?command=DocNumber&lg=it&source=Celex&numdoc=62000A0341&html=1, Pflugradt/BCE, Racc. pag. II‑4035, punto 54 ; v. anche ordinanza del presidente del Tribunale 9 agosto 2001, causa T‑120/01 R,
         De Nicola/BEI, Racc. PI pagg. I‑A-171 e II‑783, punto 28). 
      
      85     L’ampiezza di tale potere discrezionale implica che l’applicazione dei provvedimenti adottati in tale contesto dalla convenuta
         non può essere subordinata al consenso dei dipendenti interessati. Tale condizione, infatti, «si risolverebbe (…) nel limitare
         in modo inaccettabile la libertà di disposizione delle istituzioni nell’organizzazione dei loro servizi e nell’adattamento
         di detta organizzazione alle mutate esigenze» (v., analogamente, sentenza della Corte 24 febbraio 1981, cause riunite 161/80
         e 162/80, Carbognani e a./Commissione, Racc. pag. 543, punto 28 ; sentenza del Tribunale 17 luglio 1998, causa T‑28/97, Hubert/Commissione,
         Racc. PI pagg. I‑A-435 e II‑1255, punto 76).
      
      86     Inoltre, essa ha come conseguenza che il sindacato da parte del giudice comunitario della legittimità di tali provvedimenti
         deve limitarsi ad accertare che la convenuta non abbia travalicato i limiti ragionevoli delle esigenze del servizio e non
         si sia avvalsa del suo potere discrezionale in modo manifestamente errato (v., segnatamente, sentenza Turner/Commissione,
         punto 84 supra, punto 53, e sentenza del Tribunale 16 dicembre 1999, causa http://ogma.curia.eu.int:8080/cGTi/html/CelexUrl.html?command=DocNumber&lg=it&source=Celex&numdoc=61998A0143&html=1, Cendrowicz/Commission, Racc. PI pagg. I‑A-273 e II‑1341, punto 23).
      
      87     È alla luce di tali principi che occorre esaminare gli argomenti del ricorrente volti a contestare la legittimità dei punti
         1, 2, 4 e 5 dell’allegato alla lettera 6 marzo 2001. 
      
      88     A tal riguardo occorre sottolineare, in primo luogo, che, contrariamente a quanto asserito dal ricorrente, la seconda frase
         del punto 1 dell’allegato alla lettera 6 marzo 2001 non può essere interpretata nel senso che la convenuta intenda renderlo
         un lavoratore a domicilio. Dal passo controverso del punto 1 dell’allegato, ai sensi del quale «[p]revia autorizzazione, il
         sig. De Nicola può anche lavorare dal proprio domicilio» emerge, infatti, che il ricorrente ha la possibilità, e non l’obbligo,
         di lavorare a domicilio. D’altronde, erroneamente il ricorrente fa valere, in tale contesto, che la penultima frase della
         lettera 6 marzo 2001 conferma la sua tesi circa la portata del punto 1 dell’allegato. Tale frase, infatti, si limita a precisare
         che il capo dell’ufficio di Roma sarebbe stato responsabile dell’organizzazione della presenza del ricorrente in ufficio.
         Essa non prevede che questi abbia l’obbligo di lavorare al proprio domicilio. 
      
      89     In secondo luogo, con riguardo all’assegnazione di compiti non operativi previsti al punto 2 dell’allegato, occorre rilevare
         che, come correttamente sottolineato dalla convenuta senza essere contestata dal ricorrente, i compiti non operativi hanno
         valore equivalente ai compiti operativi. Il ricorrente, inoltre, non ha dimostrato che, attribuendogli compiti non operativi,
         la convenuta avrebbe commesso un errore manifesto di valutazione ovvero avrebbe travalicato i limiti della ragionevolezza
         nel perseguimento dell’interesse del servizio. Occorre peraltro osservare che, con messaggio di posta elettronica del 19 marzo
         2001, il ricorrente ha accettato, sostanzialmente, i compiti che gli erano stati affidati dal suo superiore gerarchico. 
      
      90     In terzo luogo, va respinto l’argomento del ricorrente inteso a dimostrare che il divieto di contatti con terzi in assenza
         di previa autorizzazione della Banca, previsto al punto 4 dell’allegato, costituisce «una forma di censura inaccettabile».
      
      91     Occorre, infatti, tener conto delle circostanze particolari in presenza delle quali è stato adottato tale provvedimento, vale
         a dire che, da un lato, la controversia sfociata nella sentenza 23 febbraio 2001 aveva seriamente intaccato il rapporto di
         fiducia tra la Banca ed il ricorrente e, dall’altro, che la Banca disponeva di indizi di natura tale che non si può escludere,
         prima facie, che abbiano potuto indurre quest’ultima a concludere che il ricorrente aveva divulgato a terzi informazioni riservate
         sulla propria attività e aveva espresso affermazioni diffamatorie nei confronti della Banca  e di alcuni membri del suo personale.
         Date tali premesse, la convenuta poteva ritenere, senza incorrere in un errore manifesto di valutazione, che il solo modo
         di conciliare gli interessi del servizio con quelli del ricorrente consistesse nel limitare i contatti che quest’ultimo poteva
         avere con terzi nell’ambito dell’esecuzione delle proprie mansioni. Il Tribunale, inoltre, ritiene che, assoggettando tali
         contatti a un regime di previa autorizzazione piuttosto che ad un regime di divieto assoluto, la convenuta si sia mantenuta
         entro i limiti ragionevoli di quanto richiesto dall’interesse del servizio. Tale conclusione s’impone tanto più che, al pari
         degli altri provvedimenti previsti nella lettera 6 marzo 2001 e nel relativo allegato, tale provvedimento, ancorché fortemente
         restrittivo, è di natura temporanea. 
      
      92     Infine, con riguardo al punto 5 dell’allegato alla lettera 6 marzo 2001, occorre rilevare che tale disposizione si limita
         a ricordare che il ricorrente è sottoposto alla disciplina normalmente applicabile a tutto il personale della Banca (ivi compreso
         il codice di condotta) e, in particolare, alle regole in materia di riservatezza. Tale disposizione non istituisce alcuna
         nuova modalità circa lo svolgimento delle proprie mansioni da parte del ricorrente. A tal riguardo, va respinto l’argomento
         di quest’ultimo secondo il quale la detta disposizione lo danneggerebbe nella parte in cui dichiara il codice di condotta
         applicabile nei suoi confronti pur non essendo stato da lui approvato. Infatti, al pari di quanto previsto per le altre condizioni
         generali di lavoro adottate dalla convenuta in forza dei suoi poteri regolamentari, l’applicabilità del codice non dipende
         da qualsivoglia previo consenso del dipendente interessato. Occorre peraltro rilevare che l’argomentazione del ricorrente,
         nella parte in cui si risolve nella contestazione dell’applicabilità, nei suoi confronti, delle norme applicabili a tutto
         il personale, si pone in contraddizione rispetto alla sua affermazione secondo cui la lettera 6 marzo 2001 ed il relativo
         allegato comporterebbero il suo assoggettamento ad un regime eccezionale. 
      
      93     Alla luce di tali considerazioni, il presente motivo deve essere respinto in quanto infondato.
       Sul motivo relativo all’incompetenza dell’autore della lettera 6 marzo 2001
      –       Argomenti delle parti
      94     Il ricorrente sostiene che la modifica unilaterale delle sue condizioni di lavoro risultante dalla lettera 6 marzo 2001 e
         dal suo allegato è illegittima, in quanto tale lettera reca la firma del direttore del servizio del personale, sig. Verykios,
         il quale non ha alcuna competenza ad adottare provvedimenti concernenti i rapporti di lavoro all’interno della Banca. A suo
         avviso, si ricava infatti dal regolamento del personale che tale competenza spetta solo al presidente della Banca.
      
      95     Egli precisa inoltre di non contestare di aver ricevuto la comunicazione delle sue nuove mansioni dal direttore del servizio
         del personale, bensì il fatto che, con la lettera 6 marzo 2001, quest’ultimo ha imposto dei limiti al suo rapporto di lavoro
         con la Banca. Il ricorrente rileva, peraltro, che la lettera 6 marzo 2001 non contiene alcuna precisazione riguardo alle nuove
         mansioni attribuitegli, ma indica solamente che le stesse gli saranno comunicate successivamente, il che è avvenuto con il
         messaggio di posta elettronica inviato dal sig. Gilibert il 12 marzo 2001. Egli del resto sottolinea di aver risposto al sig.
         Gilibert con messaggio di posta elettronica del 19 marzo 2001, protestando ancora una volta avverso le anomale condizioni
         di lavoro che gli erano state imposte dal direttore del servizio del personale.
      
      96     La convenuta contesta l’argomentazione del ricorrente secondo cui il direttore del servizio del personale sarebbe stato incompetente
         ad adottare i provvedimenti contenuti nella lettera 6 marzo 2001 e nel relativo allegato.
      
      –       Giudizio del Tribunale
      97     L’art. 13, n. 7, dello statuto della Banca prevede che il suo presidente ha il potere di assumere e di licenziare i dipendenti
         di tale organismo. 
      
      98     Contrariamente a quanto suggerito dal ricorrente, da tale disposizione non discende che tutte le decisioni che incidono sui
         rapporti di lavoro presso la Banca debbano essere necessariamente adottate dal presidente della Banca personalmente. L’efficacia
         dell’organizzazione della Banca esige, al contrario, che, al pari di ogni altra istituzione o organismo comunitario e, più
         generalmente, di ogni datore di lavoro, l’adozione di tali decisioni possa essere delegata a determinati organi o persone
         nell’ambito delle dette istituzioni o dei detti organismi. In particolare, con riguardo alla gestione pratica dei rapporti
         di lavoro nell’ambito di un organismo quale la Banca, può rivelarsi utile che l’adozione di decisioni necessarie in tale contesto
         venga delegata, in forza di un atto di delega formale recante specificazione dell’ampiezza dei poteri così delegati, ad un
         persona che disponga delle qualifiche necessarie a tal fine. 
      
      99     Nella specie, dai precedenti punti 83 e segg. risulta che la lettera 6 marzo 2001 ed il relativo allegato contengono una serie
         di provvedimenti di organizzazione, di natura temporanea, presi dalla convenuta al fine di conformarsi in tempo utile al dispositivo
         della sentenza 23 febbraio 2001. 
      
      100   Orbene, non si può escludere che l’adozione di tali provvedimenti rientri nei poteri delegati al direttore del servizio del
         personale della Banca. In ogni caso, il ricorrente non ha dimostrato sotto quale profilo l’adozione di tali provvedimenti
         da parte di quest’ultimo avrebbe oltrepassato i limiti dei detti poteri. Tale conclusione s’impone tanto più dal momento che,
         come rilevato supra, al punto 82, i provvedimenti previsti nella lettera 6 marzo 2001 e nel relativo allegato non hanno modificato
         le condizioni di lavoro del ricorrente, quali previste dal contratto di assunzione sottoscritto da quest’ultimo e dalle condizioni
         generali di lavoro fissate dalla convenuta in forza dei suoi poteri regolamentari.
      
      101   Infine, va respinto l’argomento dedotto dal ricorrente in subordine, secondo cui i provvedimenti previsti nella lettera 6
         marzo 2001 e nel relativo allegato avrebbero dovuto essere adottati dal direttore del Credit Risk Department. Infatti, trattandosi
         delle modalità di esecuzione delle mansioni affidate al ricorrente, spetta, in primo luogo, al direttore del servizio del
         personale della Banca adottare siffatti provvedimenti. 
      
      102   Alla luce delle suesposte considerazioni, il presente motivo deve essere respinto in quanto infondato. 
       Sul carattere sanzionatorio della lettera 6 marzo 2001 e del relativo allegato
      –       Argomenti delle parti
      103   Il ricorrente sostiene che la lettera 6 marzo 2001 è illegittima, in considerazione del carattere sanzionatorio delle nuove
         regole ivi impostegli. Egli sottolinea, infatti, che il regolamento del personale non prevede la possibilità di imporre sanzioni
         al di fuori dell’ambito del procedimento disciplinare e in violazione di principi generali del diritto, quali il rispetto
         del diritto di difesa. Inoltre, la modifica unilaterale delle sue condizioni di lavoro presso la Banca pregiudicherebbe la
         sua salute, già minata dai comportamenti della convenuta, che il Tribunale ha stigmatizzato nella sentenza 23 febbraio 2001.
      
      104   La convenuta contesta che le disposizioni contenute nell’allegato alla lettera 6 marzo 2001 possiedano carattere sanzionatorio.
      –       Giudizio del Tribunale
      105   Come rilevato supra, ai punti 75 e segg., la convenuta, nell’adottare i provvedimenti indicati nella lettera 6 marzo 2001
         e nel relativo allegato, non è incorsa in un errore manifesto di valutazione e ha rispettato i limiti della ragionevolezza
         nel perseguimento dell’interesse del servizio. Ne consegue che tali provvedimenti, che non figurano tra quelli di carattere
         disciplinare previsti dall’art. 38 del regolamento del personale, non costituiscono una sanzione nei confronti del ricorrente.
         
      
      106   Conseguentemente, il presente motivo deve essere respinto in quanto infondato. 
       Conclusione
      107   Alla luce delle suesposte considerazioni, la domanda di annullamento della lettera 6 marzo 2001 e del suo allegato deve essere
         respinta in quanto infondata. 
      
      2.     Sulla domanda di annullamento della decisione di sospensione
      a)     Sulla ricevibilità
       Argomenti delle parti
      108   Secondo la convenuta, il ricorrente non ha più un interesse ad agire per l’annullamento della decisione di sospensione, in
         quanto, con l’adozione della decisione di licenziamento nel settembre 2001, la prima ha cessato di produrre effetti, tanto
         più che non è stata accompagnata da una sospensione della retribuzione.
      
      109   A sostegno di tale tesi, la convenuta si richiama alla sentenza del Tribunale 3 luglio 2001, cause riunite http://ogma.curia.eu.int:8080/cGTi/html/CelexUrl.html?command=DocNumber&lg=it&source=Celex&numdoc=61998A0024&html=1http://ogma.curia.eu.int:8080/cGTi/html/CelexUrl.html?command=DocNumber&lg=it&source=Celex&numdoc=61999A0241&html=1, E/Commissione (Racc. PI pagg. I‑A-149 e II‑681), in cui il Tribunale ha dichiarato che, qualora la decisione di licenziamento
         non venga annullata e la domanda di annullamento della decisione medesima venga quindi respinta, il ricorrente che non si
         trova più in posizione di sospensione dalle sue mansioni, poiché è stato licenziato, non vanta più un interesse attuale all’annullamento
         della decisione di sospensione. Essa chiede pertanto al Tribunale di pronunciare il non luogo a statuire riguardo alla relativa
         domanda (punti 110-119 della sentenza).
      
       Giudizio del Tribunale
      110   Nella specie, con lettera 22 maggio 2001 il presidente della Banca ha comunicato al ricorrente che, a norma dell’art. 39,
         primo comma, del regolamento del personale, questi era sospeso dalle sue funzioni con effetto immediato, per un periodo massimo
         di tre mesi e che, durante il detto periodo, la sua retribuzione sarebbe stata mantenuta. 
      
      111   L’art. 39, primo comma, del regolamento del personale stabilisce che «[i]n caso di gravi motivi, atti a determinare un licenziamento
         senza preavviso, il Presidente può sospendere immediatamente l’interessato dalle sue funzioni, per un periodo massimo di tre
         mesi».
      
      112   Tale disposizione, con riserva della peculiarità descritta infra al punto 115, presenta un contenuto ed una portata analoghi
         all’art. 88, primo comma, dello Statuto del personale, ai sensi del quale «[i]n caso di colpa grave addebitata ad un funzionario
         dall’autorità che ha il potere di nomina, sia che si tratti di una mancanza ai suoi obblighi professionali o di una infrazione
         delle norme di diritto comune, questa ultima può sospendere immediatamente il colpevole».
      
      113   Orbene, come riconosciuto da costante giurisprudenza, le decisioni di sospensione di un dipendente in forza dell’art. 88 dello
         Statuto del personale costituiscono atti recanti pregiudizio, che possono essere oggetto di un ricorso di annullamento alle
         condizioni previste dagli artt. 90 e 91 dello Statuto del personale (sentenza della Corte 5 maggio 1966, cause riunite 18/65
         e 35/65, Gutmann/Commissione, Racc. pag. 141, in particolare pag. 160, e sentenza del Tribunale 19 maggio 1999, causa T‑203/95,
         Connolly/Commissione, Racc. PI pagg. I‑A-83 e II‑443, punto 33). Del pari, secondo la giurisprudenza, una decisione di sospensione
         in base all’art. 88 dello Statuto del personale non costituisce un atto procedurale indispensabile, preparatorio della decisione
         finale di pronuncia della sanzione, ma una decisione autonoma, che l’APN «può» adottare in forza dell’art. 88, primo comma,
         dello Statuto del personale, la cui applicazione è subordinata all’allegazione di una colpa grave. Pertanto, l’eventuale legittimità
         della decisione finale non può pregiudicare quella della decisione che pronuncia la sospensione (v., in tal senso, sentenza
         Connolly/Commissione, cit. supra, punto 36).
      
      114   La detta giurisprudenza può essere trasposta alle decisioni di sospensione che il presidente della Banca può adottare ai sensi
         dell’art. 39 del regolamento del personale. Il ricorso deve pertanto essere dichiarato ricevibile nella parte in cui è volto
         all’annullamento della decisione recante sospensione del ricorrente. 
      
      115   Tale conclusione si impone tanto più che, a differenza dal caso di specie deciso dal Tribunale nella sentenza E/Commissione
         (cit. supra, al punto 109), il regolamento del personale della Banca prevede, all’art. 39, quarto comma, che «l’eventuale
         licenziamento ha effetto a partire dal giorno della sospensione». È in base a tale disposizione che, nella specie, il presidente
         della Banca ha fatto retroagire gli effetti del licenziamento del ricorrente «a partire dal giorno in cui è stato sospeso
         dalle [sue] funzioni» (v. penultimo capoverso della lettera 6 settembre 2001). In ragione di tale effetto retroattivo, il
         ricorrente è divenuto debitore nei confronti della Banca della retribuzione percepita a decorrere dal 22 maggio 2001. Ne consegue
         che il ricorrente mantiene un interesse manifesto ad agire per l’annullamento della decisione di sospensione poiché, nell’ipotesi
         di annullamento della detta decisione, il suo licenziamento non potrà più retroagire sino al giorno della sospensione. 
      
      116   Ciò premesso, la domanda di annullamento della decisione di sospensione è ricevibile. 
      b)     Sul merito
       Sulla violazione del principio del rispetto del diritto di difesa e sulla violazione dell’obbligo di motivazione
      –       Argomenti delle parti
      117   Il ricorrente sostiene che, anche supponendo che sussistessero realmente gravi motivi tali da comportare un licenziamento,
         questi avrebbero dovuto essergli notificati previamente e avrebbero dovuto essere menzionati esplicitamente nel provvedimento
         di sospensione, onde assicurare, da una parte, il rispetto dell’obbligo di motivazione che incombe alla convenuta e, dall’altra,
         il rispetto del suo diritto di difesa. Orbene, a suo avviso tali condizioni non sono state rispettate nella specie.
      
      118   La convenuta contesta di aver violato l’obbligo di motivazione e/o il principio del rispetto del diritto di difesa con l’adozione
         del provvedimento di sospensione. In primo luogo, essa evidenzia come, tanto dal ricorso quanto dalla domanda di provvedimenti
         provvisori risulti chiaramente che il ricorrente ha una conoscenza precisa delle circostanze oggetto della decisione di sospensione.
         Essa rileva, infatti, che, nei suoi scritti, il ricorrente asserisce che la Banca non può tenere conto di fatti risalenti
         a diversi anni prima. In secondo luogo, la convenuta espone che, come emerge dalla sentenza 23 febbraio 2001, il ricorrente
         ha avuto ampie opportunità di essere ascoltato sui fatti relativi all’utilizzazione abusiva di documenti e al tentativo di
         screditare la Banca e la sua direzione, che sono stati ampiamente dibattuti dinanzi al Tribunale. Essa rileva, d’altra parte,
         che in tale sentenza il Tribunale ha constatato il carattere abusivo dell’appropriazione e dell’utilizzo, da parte del ricorrente,
         di documenti riservati e confidenziali ai quali non aveva libero accesso. In terzo luogo, la convenuta fa valere che, comunque,
         con lettera 13 giugno 2001, il presidente della Banca ha precisato in dettaglio tutti gli addebiti mossi al ricorrente nell’ambito
         del procedimento disciplinare, allegando tutti i documenti sui quali si fondavano tali addebiti. Essa rileva inoltre che,
         sebbene con la stessa lettera il presidente abbia offerto al ricorrente la possibilità di essere ascoltato personalmente,
         quest’ultimo non si è avvalso di tale facoltà, e sembra anzi avervi implicitamente rinunciato, dato che, con la lettera in
         data 20 giugno 2001, ha chiesto di essere ascoltato dalla commissione paritetica. La convenuta, d’altronde, fa notare che
         il provvedimento di sospensione e la lettera 13 giugno 2001 fanno parte dello stesso procedimento disciplinato dagli artt.
         39 e 40 del regolamento del personale, talché sarebbe assurdo esaminarli separatamente. Da ultimo, essa evidenzia che dall’art. 40,
         secondo comma, del regolamento del personale emerge che soltanto nella seconda fase del procedimento disciplinare, la quale
         include la «comunicazione degli addebiti» all’interessato e l’audizione di quest’ultimo dinanzi alla commissione paritetica,
         e non nella prima fase, che riguarda la «notifica» della richiesta di costituzione della commissione, appare l’esigenza di
         rispettare il termine minimo di quindici giorni, che deve intercorrere tra la comunicazione dei fatti e la data della riunione
         della detta commissione. Secondo la convenuta, ne consegue che, al fine di soddisfare l’esigenza di motivazione nell’ambito
         della prima fase, è sufficiente una descrizione sommaria dei fatti contestati e della valutazione data dalla Banca della gravità
         degli stessi, tale da giustificare la risoluzione del rapporto.
      
      –       Giudizio del Tribunale
      119   Tale motivo consta di due capi. Da un lato, il ricorrente fa valere che la convenuta ha violato l’obbligo di motivazione non
         avendo indicato con sufficiente precisione, nella decisione di sospensione, gli addebiti fatti valere nei suoi confronti nell’ambito
         del procedimento disciplinare. Dall’altro, sostiene che essa ha violato il principio del rispetto del diritto di difesa non
         avendolo ascoltato prima di adottare tale decisione. 
      
      120   Il Tribunale decide di esaminare, innanzi tutto, il motivo relativo alla violazione del principio del rispetto del diritto
         di difesa. 
      
      121   A tal riguardo, occorre ricordare che, secondo la giurisprudenza, il rispetto del diritto di difesa in qualsiasi procedimento
         promosso nei confronti di una persona e che possa sfociare in un atto per essa lesivo costituisce un principio fondamentale
         del diritto comunitario che deve essere garantito anche in mancanza di una disposizione espressa prevista a tal fine (v.,
         segnatamente, sentenza della Corte 24 ottobre 1996, causa C‑32/95 P, Commissione/Lisrestal e a., Racc. pag. I‑5373, punto
         21). 
      
      122    Orbene, un provvedimento di sospensione costituisce un atto recante pregiudizio (sentenza Gutmann/Commissione, punto 113
         supra, pag. 160, e Connolly/Commissione, punto 113 supra, punto 33). 
      
      123   Ne consegue che, anche tenendo conto dell’urgenza che generalmente esiste di adottare una decisione di sospensione in presenza
         dell’attribuzione di una colpa grave, siffatta decisione dev’essere presa rispettando il diritto di difesa. Di conseguenza,
         salvo circostanze particolari debitamente determinate, una decisione di sospensione può essere adottata solo dopo che il dipendente
         è stato posto in grado di far conoscere utilmente il suo punto di vista sugli elementi posti a suo carico e sui quali l’autorità
         competente prevede di fondare tale decisione. Solo in circostanze particolari potrebbe rivelarsi impossibile nella pratica,
         o incompatibile con l’interesse del servizio, procedere a un’audizione prima dell’adozione di un provvedimento di sospensione.
         In tali circostanze, le esigenze derivanti dal principio del rispetto del diritto di difesa potrebbero essere soddisfatte
         mediante l’audizione del dipendente interessato il più presto possibile dopo la decisione di sospensione (sentenze del Tribunale
         15 giugno 2000, causa T‑211/98, F/Commissione, Racc. PI pagg. I‑A-107 e II‑471, punti 26 e segg., e 18 ottobre 2001, causa
         T‑333/99, X/BCE, Racc. PI pagg. I‑A-199 e II‑921; Racc. pag. II‑3021, punto 183). 
      
      124   Trattandosi dell’interpretazione di un principio generale di diritto comunitario, tale giurisprudenza può essere applicata
         alle decisioni di sospensione adottate dalla convenuta in forza dell’art. 39 del regolamento del personale. Ne consegue che
         la convenuta ha l’obbligo di ascoltare il dipendente interessato prima di adottare un provvedimento di sospensione nei suoi
         confronti. 
      
      125   Orbene, nella specie la convenuta non ha dimostrato di aver ascoltato il ricorrente prima di adottare la decisione di sospensione
         22 maggio 2001. 
      
      126   A tal riguardo, erroneamente essa fa valere che, con la lettera 13 giugno 2001, il ricorrente sarebbe stato informato in modo
         preciso e dettagliato degli addebiti fatti valere nei suoi confronti nell’ambito del procedimento disciplinare, ed è irrilevante
         il fatto che il presidente della Banca gli avrebbe proposto di ascoltarlo personalmente. Infatti, come risulta dalla giurisprudenza
         sopra citata, solo circostanze eccezionali possono giustificare che l’interessato sia ascoltato solo dopo l’adozione del provvedimento
         lesivo. Orbene, la convenuta non ha addotto alcuna circostanza eccezionale di tal sorta. D’altronde, sembra escluso che circostanze
         di questo tipo potessero essere fatte valere nella specie, vertendo gli addebiti su fatti verificatisi circa due anni prima
         della decisione di sospensione. Deve peraltro rilevarsi che la lettera 13 giugno 2001 aveva ad oggetto la comunicazione al
         ricorrente dei fatti che gli venivano addebitati nell’ambito del procedimento disciplinare conformemente all’art. 40, secondo
         comma, del regolamento del personale. Tale lettera, per contro, non verteva sull’adozione della decisione di sospensione e
         ancor meno sulla possibilità di ascoltare il ricorrente prima dell’adozione di tale misura. 
      
      127   Inoltre, va respinta la deduzione della convenuta secondo la quale, nell’ambito dei procedimenti sfociati nella sentenza 23
         febbraio 2001, il ricorrente sarebbe stato ascoltato su a tutti i fatti addebitatigli nell’ambito del procedimento disciplinare.
         Deve sottolinearsi, in primo luogo, che i procedimenti giurisdizionali ai quali si riferisce la convenuta avevano un oggetto
         diverso dalle presenti cause, poiché riguardavano le decisioni della Banca di non promuovere il ricorrente e di rifiutare
         il ritiro delle sue dimissioni. Inoltre, se è pur vero che alcuni dei fatti dedotti sono stati ampiamente discussi e sono
         sfociati in alcune constatazioni del Tribunale con riguardo ai sei documenti controversi prodotti dal ricorrente nell’ambito
         di tali procedimenti, la maggior parte dei fatti addebitati come costitutivi di un «motivo grave, atto a determinare il licenziamento
         senza preavviso», che, secondo la convenuta, hanno giustificato la decisione di sospensione, tuttavia, non è mai stata richiamata
         nel corso di tali procedimenti. Ciò vale, in particolare, da un lato, per l’addebito relativo all’invio di una lettera in
         data 11 febbraio 1999, intitolata «On the abuses of public money in the Community institutions», nonché di una relazione,
         datata 16 aprile 1999, intitolata «Draft information on Possibile Fraud, Mismanagement and Cover up in the European Investment
         Bank» e, dall’altro, per l’asserita trasmissione di informazioni a giornali (articoli apparsi sul giornale danese «Ekstra
         Bladet», sul giornale scozzese «Scotland on Sunday» e sul giornale italiano «Il Mondo»). Pertanto, anche a voler ritenere
         che il ricorrente sia stato sufficientemente ascoltato con riguardo all’utilizzazione e all’appropriazione abusiva di documenti
         interni della Banca prima dell’adozione della decisone di sospensione, tuttavia, da un lato, risalendo tali fatti al 1999,
         nessuna urgenza poteva giustificare una deroga al rispetto del diritto di difesa e, dall’altro, è pacifico che il ricorrente
         non è mai stato ascoltato sugli altri fatti addebitatigli nell’ambito del procedimento disciplinare e addotti a fondamento
         della decisione di sospensione. 
      
      128   Alla luce di tali considerazioni, il Tribunale ritiene fondato il secondo capo del presente motivo, relativo ad una violazione
         del principio del rispetto del diritto di difesa, sicché la decisione di sospensione deve essere annullata senza che occorra
         esaminare gli altri motivi dedotti dal ricorrente. 
      
      3.     Sulla domanda di annullamento dell’art. 39 del regolamento del personale
      a)     Argomenti delle parti
      129   La convenuta asserisce che l’art. 39 del regolamento del personale non tocca direttamente e individualmente la situazione
         giuridica del ricorrente, per cui il ricorso, nei limiti in cui è diretto ad ottenere l’annullamento di tale disposizione,
         è irricevibile.
      
      130   Il ricorrente contesta la tesi secondo cui egli non avrebbe un interesse ad agire per l’annullamento dell’art. 39 del regolamento
         del personale.
      
      b)     Giudizio del Tribunale
      131   Occorre ricordare che, secondo costante giurisprudenza, gli atti di portata generale, in linea di principio, non possono costituire
         oggetto di un ricorso diretto dinanzi al Tribunale (v., segnatamente, sentenza del Tribunale 6 marzo 2001, causa T‑192/99,
         Dunnett e a./BEI, Racc. PI pagg. I‑A-65 e II‑313; Racc. pag. II‑813, punto 62).
      
      132   Orbene, occorre rilevare che, quale disposizione del regolamento del personale emanato dalla Banca in forza dei poteri normativi
         ad essa conferiti dal suo statuto, l’art. 39 del regolamento del personale costituisce un atto di portata generale.  
      
      133   Conseguentemente, la domanda di annullamento della detta disposizione è irricevibile. 
      4.     Sulla domanda volta ad ottenere dal Tribunale la dichiarazione di inapplicabilità del codice di condotta al ricorrente
      a)     Argomenti delle parti
      134   La convenuta sostiene che le disposizioni del codice di condotta non toccano direttamente e individualmente la situazione
         giuridica del ricorrente, sicché il ricorso, nei limiti in cui mira all’annullamento di tali disposizioni, è irricevibile.
         Essa sottolinea, inoltre, che la domanda diretta ad ottenere l’accertamento, da parte del Tribunale, dell’inapplicabilità
         del codice di condotta nei confronti del ricorrente risulta troppo imprecisa perché il Tribunale possa pronunciarsi in proposito.
      
      135   Il ricorrente sostiene di avere interesse a chiedere che il Tribunale accerti l’inapplicabilità del codice.
      b)     Giudizio del Tribunale
      136   Secondo costante giurisprudenza, non spetta al giudice comunitario fare dichiarazioni di principio o rivolgere ingiunzioni
         all’amministrazione (sentenza X/BCE, punto 123 supra, punto 48).
      
      137   Ne consegue che la domanda volta ad ottenere dal Tribunale la dichiarazione di inapplicabilità del codice di condotta al ricorrente
         va respinta in quanto irricevibile. 
      
      5.     Sulla domanda di risarcimento
      a)     Argomenti delle parti
      138   Il ricorrente sottolinea che gli atti impugnati e gli atti ad essi connessi dimostrano la volontà inequivocabile della convenuta
         di emarginarlo, estromettendolo da ogni ruolo significativo all’interno della Banca e screditando la sua immagine a Lussemburgo
         e altrove. Di conseguenza, egli chiede al Tribunale di condannare la convenuta al risarcimento del danno materiale e morale
         arrecatogli. Per quanto riguarda il danno materiale, secondo il ricorrente, si tratterebbe, da un lato, del danno biologico,
         inteso come disagio nevrotico, senso di frustrazione, stress e ansia, quantificabile previa consulenza medica, che egli stima
         in EUR 300 000 e, dall’altro, di un danno patrimoniale stimato in EUR 2 000 000, pari al valore attuale di una rendita vitalizia,
         calcolata in base alla speranza di vita dell’interessato, alla percentuale di danno accertata e ad un parametro monetario
         dato dalla somma del reddito effettivo dell’interessato e di quello simbolico per l’attività svolta presso il suo domicilio.
         D’altra parte, ricorre, a suo avviso, un danno morale, derivante dal provvedimento di sospensione e dalle relative ripercussioni
         sulla sua carriera, che egli valuta in EUR 2 000 al giorno, a partire dal 6 marzo 2001 e fino alla soppressione dei provvedimenti
         impugnati.
      
      139   La convenuta contesta sia la ricevibilità sia la fondatezza della domanda di risarcimento formulata dal ricorrente.
      b)     Giudizio del Tribunale
      140   Essendo del tutto privo di fondamento quanto dedotto dalla convenuta con riguardo all’eventuale irricevibilità della domanda
         di risarcimento del danno e contenendo invece il ricorso elementi che consentono l’esame della detta domanda, il Tribunale
         ritiene che occorra esaminare la fondatezza della domanda medesima. Secondo giurisprudenza costante, la responsabilità extracontrattuale
         della Comunità presuppone che il ricorrente provi l’illegittimità del comportamento addebitato all’organo comunitario, l’effettività
         del danno e l’esistenza di un nesso di causalità tra tale comportamento e il danno dedotto (v., segnatamente, sentenza del
         Tribunale 26 maggio 1998, causa http://ogma.curia.eu.int:8080/cGTi/html/CelexUrl.html?command=DocNumber&lg=it&source=Celex&numdoc=61996A0177&html=1, Costacurta/Commissione, Racc. PI pag. II‑705).
      
      141   Nella specie, per i motivi precedentemente esposti ai punti 75 e seguenti, il presupposto relativo all’esistenza di un comportamento
         illegittimo non è soddisfatto con riguardo alla lettera 6 marzo 2001. Pertanto, la domanda di risarcimento deve essere respinta
         in quanto infondata nella parte in cui è intesa ad ottenere il risarcimento del danno asseritamente subito in ragione della
         detta lettera.
      
      142   Per contro, per i motivi esposti ai punti 121 e seguenti, tale presupposto, che si riferisce ad una violazione sufficientemente
         grave e manifesta di una norma giuridica preordinata a conferire diritti ai singoli (v. sentenza della Corte 4 luglio 2000,
         causa C‑352/98 P, Bergaderm e Goupil/Commissione, Racc. pag. I‑5291, punto 42), è soddisfatto con riguardo alla decisione
         di sospensione. Il Tribunale ritiene, tuttavia, che l’annullamento della decisione di sospensione rappresenti un risarcimento
         adeguato e sufficiente del danno subito, a tal riguardo, dal ricorrente (v., in tal senso, sentenza 23 febbraio 2001, punto
         332). 
      
      143   Alla luce delle suesposte considerazioni, la domanda di risarcimento va respinta per il resto. 
      B –  Sulle domande nella causa T‑300/01
      1.     Osservazione preliminare
      144   In via preliminare, il Tribunale ricorda che il ricorrente ha dichiarato, all’udienza, in risposta ad un quesito del Tribunale,
         di rinunciare alla sua domanda di annullamento del licenziamento orale che gli sarebbe stato comunicato il 6 settembre 2001.
         L’esame nel merito si limiterà quindi alle altre domande del ricorrente. 
      
      2.     Sulle domanda di annullamento della decisione di licenziamento
      145   Il ricorrente deduce motivi vertenti rispettivamente sull’inapplicabilità del codice di condotta, sull’inapplicabilità degli
         artt. 41 e 44 del regolamento del personale, sulla rinuncia tacita ai provvedimenti disciplinari, sui vizi che inficiano la
         regolarità del procedimento disciplinare, sull’illegittimità dell’art. 38 del regolamento del personale, sull’assenza di notificazione
         immediata e puntuale degli addebiti prima dell’adozione della decisione di licenziamento, sull’accertamento e/o valutazione
         erronei dei fatti addebitati, sulla mancata presa in considerazione delle circostanze attenuanti, sull’illegittimità dell’efficacia
         retroattiva della decisione di licenziamento e sulla violazione del principio di proporzionalità.
      
      146   Tra tali diversi motivi, il Tribunale decide di esaminare anzitutto il motivo relativo ad errori manifesti nell’accertamento
         e nella valutazione dei fatti addebitati.
      
      a)     Argomenti delle parti
       Sul motivo relativo ad errori manifesti nell’accertamento e nella valutazione dei fatti addebitati
      –       Sull’appropriazione irregolare e sulla produzione di sei documenti appartenenti alla Banca
      147   Il ricorrente contesta l’affermazione del presidente della Banca secondo cui egli si sarebbe procurato in modo irregolare
         sei documenti interni e riservati appartenenti alla Banca e li avrebbe utilizzati per fini diversi da quelli direttamente
         collegati all’esercizio delle sue funzioni specifiche.Egli sottolinea, in primo luogo, che la convenuta non ha mai provato
         che egli avesse acquisito tali documenti in modo irregolare e che, nonostante egli avesse contestato tale affermazione in
         sede di procedimento disciplinare, la commissione paritetica non si è premurata di svolgere alcuna indagine per verificarne
         l’esattezza. In secondo luogo, egli contesta il fatto che dai diversi punti della sentenza 23 febbraio 2001 richiamati al
         punto 1 della lettera 13 giugno 2001 si possa dedurre che il Tribunale abbia constatato un’appropriazione irregolare, da parte
         sua, dei sei documenti in questione. Infine, egli sostiene che è illegittimo comminargli la sanzione disciplinare del licenziamento
         senza preavviso per aver prodotto i sei documenti di cui trattasi senza l’autorizzazione dei superiori gerarchici (v. punto
         1 della decisione di licenziamento), laddove tale circostanza non era menzionata nella lettera 13 giugno 2001 (v. punti 1
         e 2 della lettera).
      
      148   La convenuta ritiene che tale motivo debba essere respinto in quanto infondato, poiché la prova dell’acquisizione illegittima
         di numerosi documenti da parte del ricorrente emerge inequivocabilmente dalla sentenza 23 febbraio 2001. Essa ricorda, anzitutto,
         che dal punto 220 della sentenza risulta che, secondo una giurisprudenza consolidata, l’acquisizione e la produzione in giudizio
         di documenti riservati può costituire, di per sé, una violazione delle regole di comportamento, in quanto tale utilizzabile
         in sede di valutazione del comportamento del dipendente, a prescindere dalla loro rilevanza rispetto alla decisione presa
         nei confronti di quest’ultimo. Essa rileva poi che dai punti 226 e 227, il Tribunale ha constatato che i documenti provenienti
         dai sigg. Page e Brück e dalla sig.ra Obolensky costituivano certamente documenti riservati, non diretti al ricorrente, che
         non aveva alcun diritto né di consultarli né di farne copia. Essa nota inoltre che dai punti 223 e 345 della sentenza emerge
         che il ricorrente non ha fornito la prova della legittimità dell’acquisizione di tali documenti, laddove incombeva a lui l’onere
         della prova. A tale riguardo essa contesta l’affermazione del ricorrente secondo cui, con la sentenza 23 febbraio 2001, il
         Tribunale non avrebbe constatato l’appropriazione irregolare dei detti documenti. Inoltre, essa ricorda che, contrariamente
         a quanto sostiene il ricorrente, la sentenza 23 febbraio 2001 ha chiaramente stabilito il carattere riservato dei sei documenti
         controversi. Infine, la convenuta ritiene che, avendo essa sufficientemente dimostrato il carattere riservato dei sei documenti
         e l’illegittimità della loro acquisizione e diffusione da parte del ricorrente, incombe ormai a quest’ultimo l’onere di provare
         le sue allegazioni.
      
      –       Sulla lettera dell’11 febbraio 1999 indirizzata ai membri del Parlamento europeo
      149   Il ricorrente sostiene che, ai punti 3, 4 e 5 della lettera 13 giugno 2001, il presidente della Banca ha solamente affermato,
         ma non provato che, con l’invio della lettera 11 febbraio 1999, egli ha divulgato all’esterno della Banca, senza previa autorizzazione,
         informazioni interne e riservate, presentandole come rivelatrici delle irregolarità commesse nella gestione della Tesoreria.
         Orbene, egli sottolinea che, nell’ambito del procedimento disciplinare, ha contestato in toto tali accuse, avendo osservato
         che nella lettera dell’11 febbraio 1999 sono menzionati soltanto fatti personali, che il Tribunale ha poi stigmatizzato, dichiarando
         che erano incompatibili con il principio di buona amministrazione e il dovere di sollecitudine (punto 285 della sentenza 23
         febbraio 2001). Egli ricorda inoltre che il Tribunale ha respinto l’istanza presentata dalla convenuta affinché la trattazione
         della causa che ha portato alla sentenza 23 febbraio 2001 si svolgesse a porte chiuse, il che deve essere interpretato come
         un implicito riconoscimento, da parte del giudice comunitario, che i fatti in questione potevano essere divulgati e resi pubblici
         e che non costituivano una violazione del dovere di confidenzialità e di riservatezza o di altri obblighi analoghi. Infine,
         in risposta a un quesito del Tribunale, egli ha sostenuto di non aver mai affermato di aver inviato una qualsivoglia lettera
         ai 626 membri del Parlamento europeo e che, nella lettera del presidente della Banca del 13 giugno 2001, non gli era stato
         mosso alcun addebito di questo tipo. Inoltre, all’udienza, egli ha contestato di aver inviato la lettera 11 febbraio 1999
         ai membri del Parlamento europeo, pur ammettendo che tale lettera si trovava nel suo computer in ufficio quando il suo rapporto
         di lavoro terminò nel febbraio 1999. In tale contesto, egli ha anche sostenuto che la lettera del sig. Blak in data 10 marzo
         1999, depositata dalla Banca nel corso dell’udienza del 15 ottobre 2003, in ragione della data in cui era stata scritta e
         del suo contenuto, non permette di provare che la lettera dell’11 febbraio 1999 è stata inviata dal ricorrente.
      
      150   La convenuta considera del tutto priva di fondamento l’affermazione del ricorrente secondo cui egli non avrebbe diffuso la
         lettera 11 febbraio 1999. Essa rileva, infatti, che, con lettera 20 marzo 1999, indirizzata al ricorrente, il sig. Blak, membro
         del Parlamento europeo, chiedeva a quest’ultimo di inviargli informazioni supplementari, il che dimostra che effettivamente
         la lettera del ricorrente gli era pervenuta. Inoltre, essa osserva che gli articoli apparsi sulla stampa fanno preciso riferimento
         alla lettera 11 febbraio 1999, a prova del fatto che il ricorrente ha effettivamente inviato tale lettera ai membri del Parlamento
         europeo. Infine, nel corso dell’udienza del 15 ottobre 2003, essa ha presentato copia di una lettera indirizzata dal sig. Blak
         alla Banca il 10 marzo 1999, da cui risulta che quest’ultimo ha ricevuto copia di una lettera inviata dal sig. De Nicola ad
         alcuni membri del Parlamento europeo, in cui egli menziona episodi di cattiva gestione e di frode all’interno della divisione
         della Tesoreria della Banca.
      
      151   La convenuta contesta poi quanto affermato dal ricorrente secondo cui la lettera 11 febbraio 1999 si limita a illustrare fatti
         personali. Essa rileva, da una parte, che il ricorrente in tale lettera riferisce di una vera e propria volontà di persecuzione
         da parte della Banca nei suoi confronti, insinuando che tale volontà sarebbe una conseguenza della denuncia, da parte sua,
         di fatti e comportamenti contrari alla buona gestione dell’istituzione. Essa sottolinea, d’altra parte, che la lunga premessa
         sulla funzione del whistleblower che precede l’esposizione della sua storia personale lascia chiaramente intendere che le situazioni evocate riguardano effettivamente
         l’autore della lettera che, proprio per questo, si sarebbe visto bloccare la carriera e sarebbe stato oggetto di molteplici
         vessazioni.
      
      –       Sulla relazione del 16 aprile 1999 indirizzata alla commissione per il controllo dei bilanci del Parlamento europeo
      152   Il ricorrente afferma che, ai punti 3, 4 e 5 della lettera 13 giugno 2001, il presidente della Banca ha solamente affermato
         ma non provato che, con l’invio della relazione del 16 aprile 1999 alla commissione per il controllo dei bilanci del Parlamento
         europeo, egli avrebbe divulgato all’esterno della Banca, senza previa autorizzazione, informazioni interne e riservate, presentandole
         come rivelatrici di irregolarità commesse nella gestione della Tesoreria. In primo luogo, egli evidenzia che, durante il procedimento
         disciplinare, ha contestato la conformità all’originale della copia della detta relazione allegata alla lettera del presidente
         della Banca 13 giugno 2001. In risposta ad un quesito del Tribunale che lo invitava a produrre la versione originale di tale
         relazione e dei suoi allegati, egli ha affermato di non essere in grado di produrre tale versione dal momento che questa relazione
         era stata redatta in un unico originale che è stato trasmesso personalmente al sig. Blak. Del resto egli ritiene che, poiché
         tale relazione è stata trasmessa in un unico esemplare, ne consegue che la Banca ne ha ottenuto irregolarmente una copia,
         cosicché il Tribunale deve ordinarne il ritiro. Inoltre, egli ha precisato che la parte dell’originale della relazione che
         non figura nella copia che di essa ha prodotto la convenuta è una richiesta espressa al Parlamento europeo affinché ottenesse
         dal presidente della Banca l’autorizzazione per il ricorrente di precisare taluni fatti. In secondo luogo egli fa valere di
         aver dichiarato e provato di aver redatto la relazione del 16 aprile 1999 in seguito ad una richiesta esplicita che gli era
         stata indirizzata dalla Commissione per il controllo dei bilanci del Parlamento europeo (v. lettera del sig. Blak del 30 marzo
         1999) e che, successivamente, è stato convocato per tre volte da tale commissione per presentarvi la sua testimonianza orale.
         Orbene, egli sottolinea che, poiché l’art. 12, terzo comma, del regolamento del personale autorizza gli agenti della Banca
         a deporre in giudizio in qualsiasi circostanza, a suo parere è evidente che la previa autorizzazione dei suoi superiori gerarchici
         non era richiesta o, comunque, avrebbe dovuto intervenire senza indugi. Infine, il ricorrente sostiene che egli aveva incontestabilmente
         il dovere civico, morale e giuridico (art. 12, secondo comma, del regolamento del personale) di rispondere sia alle domande
         dei membri della commissione per il controllo dei bilanci, sia alle ulteriori domande a lui rivolte dall’Ufficio europeo per
         la lotta antifrode. Del resto, egli osserva che, dal momento che non poteva deporre il falso dinanzi a tali organi e, come
         la convenuta, aveva perfino l’obbligo di deporre, la convenuta non può sindacare il contenuto delle deposizioni rese dal ricorrente,
         a meno che non lo accusi di aver dichiarato il falso.
      
      153   La convenuta considera del tutto infondati gli argomenti dedotti dal ricorrente per quanto concerne la relazione del 16 aprile
         1999.
      
      154   In primo luogo, essa ritiene che il carattere confidenziale delle informazioni contenute nella relazione e la natura di questa,
         fortemente diffamatoria nei confronti sia della Banca sia dei suoi dirigenti, non possano essere seriamente posti in discussione.
         Essa ricorda, inoltre, che a tale relazione sono stati allegati i documenti prodotti dal ricorrente nel procedimento T‑7/98
         (allegati 1-33 al ricorso e allegati 101‑180 alla replica), numerosi ulteriori documenti non prodotti in giudizio (allegati
         201 e xxx), nonché alcune tabelle illustrative contenenti dati relativi ad operazioni finanziarie della Banca. Secondo la
         convenuta, è inutile procedere ad un’analisi dettagliata di tale relazione essendo certo che essa i) contiene informazioni
         confidenziali e riservate circa operazioni finanziarie della Banca; ii) diffonde documenti per loro natura riservati; iii)
         contiene apprezzamenti diffamatori su numerosi dipendenti della Banca, in particolare su tutti coloro che sono venuti in contatto
         con il ricorrente; iv) accusa i dirigenti della Banca di aver operato contro le finalità istituzionali, omettendo di riportare
         le perdite subite nei bilanci periodici. Essa sottolinea che, con la produzione di tale relazione, il ricorrente ha gravemente
         violato i suoi obblighi non mantenendo il segreto sulle informazioni confidenziali ad esso pervenute nell’esecuzione dei suoi
         compiti, divulgando documenti della Banca, la maggior parte dei quali ottenuti attraverso ricerche da lui svolte personalmente
         negli archivi e, infine, non informando la Banca del fatto che la commissione per il controllo dei bilanci del Parlamento
         gli aveva chiesto di fornire una relazione sui fatti evocati nella sua lettera dell’11 febbraio 1999. Essa sostiene parimenti
         che il ricorrente ha commesso una mancanza ancora più grave allorché è stato chiamato a fornire dettagli ed informazioni a
         discredito del vice‑presidente della Banca, sig. Roth, convocato dinanzi alla commissione per il controllo dei bilanci, e,
         come sembra, ha accolto tale richiesta. 
      
      155   In secondo luogo, essa fa notare che il rilievo mosso dal ricorrente circa la non conformità all’originale della copia della
         relazione, prodotta in allegato alla lettera 13 giugno 2001, è assolutamente generico. Secondo la convenuta, spetta al ricorrente,
         che non contesta la paternità di tale documento, produrlo nella versione originale e indicare espressamente le eventuali difformità,
         specificandone l’importanza.
      
      156   In terzo luogo, essa ritiene che il fatto che la relazione sia stata richiesta dal sig. Blak sia ininfluente e non valga a
         giustificare la violazione, da parte del ricorrente, dei suoi obblighi a termini del regolamento del personale e del codice
         di condotta. Secondo la convenuta il ricorrente fa erroneamente riferimento all’art. 12 del regolamento del personale. Infatti
         essa rileva che, tra le norme applicabili in materia, figura, da un lato, l’art. 8, che enuncia il principio fondamentale
         in forza del quale i dipendenti della Banca sono tenuti a mantenere il segreto su tutte le informazioni di cui abbiano avuto
         conoscenza nell’esercizio delle loro funzioni, anche dopo la cessazione del loro rapporto di lavoro, e, dall’altro, l’art. 9,
         che completa tale principio, vietando esplicitamente, salvo che esista un’autorizzazione della Banca, qualsiasi comunicazione
         o diffusione di informazioni o documenti, ivi inclusa la pubblicazione di articoli o la partecipazione a seminari riguardanti
         la Banca o le sue attività. Quanto all’art. 12, il suo primo comma riafferma il principio enunciato all’art. 8, secondo cui
         i dipendenti non possono, senza preventiva autorizzazione della Banca, deporre in giudizio in relazione a informazioni che,
         in forza dell’art. 9, sono coperte dal segreto professionale, mentre gli altri due commi ammettono eccezioni per i casi in
         cui, da un lato, la mancata testimonianza potrebbe comportare conseguenze penali per il dipendente (secondo comma) e, dall’altro,
         il dipendente è chiamato a testimoniare in un giudizio dinanzi al giudice comunitario tra la Banca ed un suo dipendente (terzo
         comma). Ne risulta, secondo la convenuta, che, salvo il caso in cui ottengano l’autorizzazione prevista a tale riguardo, i
         dipendenti della Banca non possono diffondere documenti interni al di fuori dei due casi eccezionali sopra menzionati.
      
      157   Ora, secondo la convenuta, è evidente che tali eccezioni non sono applicabili nella fattispecie. Essa, infatti, ritiene inapplicabile
         l’eccezione prevista all’art. 12, terzo comma, perché riguarda unicamente il caso di una lite tra la Banca e un suo dipendente
         o ex dipendente. Del pari, essa ritiene che erroneamente il ricorrente invochi l’eccezione contemplata nel secondo comma di
         questo articolo, poiché nessuna conseguenza penale può farsi discendere dalla mancata risposta ad una richiesta di informazioni
         proveniente dalla commissione per il controllo dei bilanci del Parlamento europeo. D’altra parte, essa sottolinea che è stato
         il ricorrente a sollecitare l’intervento del Parlamento europeo, con l’invio della lettera dell’11 febbraio 1999.
      
      158   Infine, essa aggiunge che i comportamenti addebitati al ricorrente non possono trovare giustificazione nel generale diritto
         alla libertà di espressione (sentenza della Corte 6 marzo 2001, causa C‑274/99 P, Connolly/Commissione, Racc. pag. I‑1611,
         punti 46 e 47).
      
      –       Sull’articolo apparso sul giornale danese Ekstra Bladet
      159   Il ricorrente asserisce che, ai punti 3, 4 e 5 della lettera 13 giugno 2001, il presidente della Banca ha solo affermato,
         ma non provato che dall’articolo apparso sul giornale danese Ekstra Bladet si evince che egli ha divulgato all’esterno della
         Banca, senza previa autorizzazione, informazioni interne e riservate, presentandole come rivelatrici di irregolarità commesse
         nella gestione della Tesoreria.
      
      160   La convenuta contesta l’affermazione secondo cui le informazioni riportate sul giornale Ekstra Bladet non sarebbero state
         fornite dal ricorrente. Essa rileva, infatti, che il giornalista dichiara espressamente nel suo articolo che il ricorrente
         non voleva avere contatti diretti con la stampa ma ha messo la documentazione a disposizione del giornale («he does not want to see the press but has made his documentation available to Ekstra Bladet - including the 57-pages report
            he drafted for the Budget Committee»). Essa osserva inoltre come l’ampiezza e la precisione delle informazioni pubblicate, nonché la loro rispondenza al contenuto
         della relazione preparata dal ricorrente e l’indicazione del numero delle pagine, dimostrino chiaramente che il giornalista
         aveva ricevuto una copia della relazione. D’altra parte, essa rileva che, se effettivamente tale informazione non fosse stata
         fornita dal ricorrente, quest’ultimo non avrebbe mancato di far pubblicare una smentita sullo stesso giornale. 
      
      –       Sull’articolo apparso sul giornale scozzese Scotland on Sunday
      161   Il ricorrente asserisce che, ai punti 6 e 7 della lettera 13 giugno 2001, il presidente della Banca ha solo affermato ma non
         provato che dall’articolo apparso sul giornale scozzese Scotland on Sunday si ricava che egli ha divulgato all’esterno della
         Banca, senza previa autorizzazione, informazioni interne e riservate, presentandole come rivelatrici di irregolarità commesse
         nella gestione della Tesoreria.
      
      162   La convenuta contesta tale asserzione del ricorrente. Essa rileva, infatti, che l’articolista del giornale scozzese Scotland
         on Sunday riporta tra virgolette il contenuto di una sua conversazione con il ricorrente («Carlo de Nicola, 37 told Scotland on Sunday […] My career is effectively over - he said - I am fighting people who are a lot
            more powerful than I am»). Essa ritiene che, a meno che non si voglia accusare il giornalista di avere inventato i brani riportati, appare difficile
         credere al ricorrente quando nega di avere rilasciato interviste o trasmesso documentazione. Inoltre, la convenuta osserva
         che l’ampiezza e la precisione delle informazioni pubblicate nonché la loro esatta rispondenza al contenuto della relazione
         preparata dal ricorrente dimostrano chiaramente che il giornalista ne aveva ricevuta copia. Essa ritiene, del resto, che,
         se effettivamente tale informazione non fosse stata fornita dal ricorrente, quest’ultimo non avrebbe mancato di far pubblicare
         una smentita sullo stesso giornale.
      
      –       Sull’articolo comparso sul giornale italiano Il Mondo
      163   Il ricorrente asserisce che, al punto 8 della lettera 13 giugno 2001, il presidente della Banca ha solo affermato ma non provato
         che dall’articolo apparso sul giornale italiano «Il Mondo» si evince che egli ha divulgato all’esterno della Banca, senza
         previa autorizzazione, informazioni interne e riservate, presentandole come rivelatrici di irregolarità commesse nella gestione
         della Tesoreria.
      
      164   La convenuta rileva che il ricorrente non contesta di essere l’autore della lettera pubblicata su «Il Mondo». Orbene, essa
         osserva come dal contenuto della lettera risulti palese che il ricorrente si riferisce a pretesi misfatti che sarebbero stati
         compiuti all’interno della Banca. Essa sottolinea che tale conclusione deriva sia dalla qualifica che si attribuisce il firmatario
         della lettera («portfolio manager of the European Investment Bank»), sia dal suo testo, che è espresso in prima persona («Se io, dipendente, vengo a conoscenza di misfatti, anche per molti
         miliardi, senza preventiva autorizzazione non posso denunciarli (…) e quindi l’istituzione può coprire tutto negandomi l’autorizzazione»).
         Essa fa osservare che è evidente anche per un lettore di scarsa attenzione che, se un ex dipendente di un’istituzione comunitaria
         denuncia le conseguenze di misfatti che egli stesso ha scoperto, non può che riferirsi proprio a quello specifico organismo
         di cui ha cessato di far parte. 
      
      –       Sulla mancata collaborazione allo svolgimento del procedimento disciplinare
      165   Il ricorrente rileva che tra i comportamenti e le mancanze ad esso addebitati nella decisione di licenziamento figura in particolare
         il fatto che egli non avrebbe prestato la propria leale collaborazione in occasione del procedimento disciplinare, laddove
         tale fatto non è menzionato nella lettera 13 giugno 2001. A suo parere, se la convenuta voleva perseguirlo per questi fatti
         o mancanze, avrebbe dovuto avviare un nuovo procedimento disciplinare.
      
      166   La convenuta contesta, anzitutto, la deduzione secondo cui essa avrebbe dovuto avviare un nuovo procedimento disciplinare con riguardo alla censura relativa
         al difetto di collaborazione. Infatti, essa rileva che, a seguire tale tesi, il comportamento di non collaborazione del dipendente
         nel corso del procedimento disciplinare richiederebbe ogni volta un nuovo procedimento, e quindi una nuova contestazione,
         e così ad infinitum. Inoltre, essa considera evidente che il ricorrente si è reso responsabile di un consapevole e deliberato tentativo di boicottaggio
         del funzionamento della commissione paritetica attraverso il rifiuto di nominare i membri di sua scelta, il che costituisce
         una violazione del dovere di lealtà sancito dall’art. 1 del regolamento del personale e ribadito dalle regole del codice di
         condotta (in particolare, dall’art. 1.4 del codice). Essa ritiene infatti che, con tale comportamento, il ricorrente abbia
         ostacolato il buon funzionamento di tale organismo, la cui funzione consiste, da una parte, nel tutelare gli interessi del
         dipendente di cui trattasi, dandogli la possibilità di far valere le proprie ragioni prima dell’adozione di un grave provvedimento
         disciplinare a suo carico e, dall’altra, nell’assicurare, nell’interesse della buona amministrazione, che le decisioni importanti
         in materia di impiego vengano prese dalla Banca dopo un esame dei fatti rilevanti da parte di un organismo composito che possa
         tenere conto dell’opinione dei membri della direzione e dei rappresentanti del personale. Del resto, essa rileva che tale
         atteggiamento di deliberato boicottaggio emerge chiaramente dai motivi di rifiuto espressi con la lettera 20 giugno 2001.
      
      b)     Giudizio del Tribunale
      167   Nel caso di specie, occorre anzitutto esaminare se la convenuta ha commesso un errore nell’accertamento e nella valutazione
         dei fatti e/o violato il principio di proporzionalità adottando nei confronti del ricorrente, in seguito al procedimento previsto
         all’art. 40 del regolamento del personale, un provvedimento di licenziamento per grave motivo senza preavviso e senza indennità
         di cessazione dal servizio. 
      
      168   Come risulta dalla giurisprudenza, una simile decisione implica necessariamente considerazioni delicate da parte dell’istituzione,
         tenuto conto delle conseguenze serie ed irrevocabili che ne derivano per l’interessato. L’istituzione dispone, a tale riguardo,
         di un ampio potere discrezionale e il sindacato giurisdizionale si limita alla verifica dell’esattezza materiale dei fatti
         assunti e dell’assenza di errori manifesti nella valutazione dei fatti (v., in particolare, sentenza del Tribunale 28 settembre
         1999, causa T‑140/97, Hautem/BEI, Racc. PI pagg. I‑A-171 e II‑897, punto 66).
      
      169   Per quanto riguarda i fatti addebitati al ricorrente, dalla decisione di licenziamento risulta che essi sono di quattro tipi.
         In primo luogo, gli è stato rimproverato di aver diffuso, senza l’autorizzazione dei suoi superiori gerarchici, documenti
         di carattere interno e riservato della Banca, che si era irregolarmente appropriato. In secondo luogo, viene rimproverato
         al ricorrente di aver divulgato all’esterno della Banca, senza l’autorizzazione dei suoi superiori gerarchici, e senza averli
         previamente informati, fatti, informazioni e documenti a carattere interno e riservato. In terzo luogo, il ricorrente è accusato
         di aver adottato nei confronti di alcuni dei suoi colleghi, attraverso la diffusione di affermazioni diffamatorie o tendenziose,
         un comportamento che lede la loro reputazione e quella della Banca e che compromette gravemente la dignità della funzione
         e il dovere di lealtà nonché quello di collegialità e di rispetto reciproco. Infine, viene addebitato al ricorrente, in subordine,
         di aver rifiutato di designare i due rappresentanti del personale in conformità dell’art. 40 del regolamento del personale.
      
      170   Benché la decisione di licenziamento non comprenda la descrizione degli elementi di fatto su cui sono fondate queste quattro
         censure, dalla lettera del presidente della Banca 13 giugno 2001 nonché dal parere della commissione paritetica 30 agosto
         2001 a cui si riferisce la decisione impugnata risulta che tali constatazioni si fondano sugli elementi seguenti: un articolo
         comparso il 14 febbraio 1999 sul giornale scozzese Scotland on Sunday, una lettera scritta dal ricorrente comparsa il 5 marzo
         1999 sul giornale italiano Il Mondo, un articolo comparso il 20 aprile 1999 sul giornale danese Ekstra Bladet, taluni passi
         della sentenza 23 febbraio 2001 (in particolare i punti 220 e 342‑348), una lettera scritta dal ricorrente in data 11 febbraio
         1999, una relazione redatta dal ricorrente recante la data del 16 aprile 1999 e, infine, il rifiuto del ricorrente di designare
         i rappresentanti del personale che dovevano far parte della commissione paritetica. 
      
      171   È quindi alla luce di questi soli elementi che occorre verificare se, come afferma il ricorrente, la convenuta abbia dimostrato
         in maniera insufficiente i fatti che gli sono addebitati e/o abbia commesso un errore manifesto nella valutazione di tali
         fatti.
      
      172   A tale proposito, il Tribunale decide di esaminare, anzitutto, gli argomenti del ricorrente riguardanti la censura vertente
         sulla presentazione, senza autorizzazione dei suoi superiori gerarchici, di documenti interni e riservati della Banca che
         si sarebbe irregolarmente appropriato. L’esame verterà poi sull’argomento del ricorrente relativo alle censure riguardanti
         gli articoli pubblicati sui giornali Ekstra Bladet e Scotland on Sunday nonché la lettera del ricorrente pubblicata sul giornale
         Il Mondo. Infine, il Tribunale analizzerà la fondatezza degli argomenti del ricorrente relativi alle censure riguardanti la
         lettera 11 febbraio 1999, e la relazione 16 aprile 1999, nonché alla censura vertente sulla mancata collaborazione al procedimento
         disciplinare.
      
       Sulla censura vertente sulla presentazione, senza l’autorizzazione dei suoi superiori gerarchici, di documenti interni e riservati
         della Banca che il ricorrente si sarebbe irregolarmente appropriato
      
      173   Dal parere della commissione paritetica in data 30 agosto 2001, a cui si riferisce la decisione di licenziamento, risulta
         che tale censura si fonda esclusivamente sugli accertamenti effettuati dal Tribunale ai punti 220 e 342‑348 della sentenza
         23 febbraio 2001.
      
      174   In via preliminare, occorre respingere l’argomento del ricorrente secondo cui la convenuta ha violato l’art. 40, secondo comma,
         del regolamento del personale relativamente a tale censura in quanto essa non gli ha notificato, almeno quindici giorni prima
         della riunione della commissione paritetica, che gli veniva addebitato di aver presentato i documenti controversi senza previa
         autorizzazione dei suoi superiori gerarchici. È vero che nella lettera 13 giugno 2001, con cui il presidente della Banca ha
         comunicato al ricorrente l’elenco dei fatti che gli erano addebitati, non è specificamente menzionata la presentazione di
         documenti senza autorizzazione della Banca. Tuttavia si deve osservare che, dopo aver elencato l’insieme degli elementi del
         fascicolo disciplinare, il presidente della Banca ha concluso, a pagina 3 di tale lettera, che il ricorrente «[si è appropriato],
         senza averne diritto, documenti della Banca a carattere interno e strettamente riservato [e ha divulgato] senza autorizzazione
         all’esterno della Banca documenti e informazioni a carattere interno, ed ha utilizzato questi ultimi per fini privati». Da
         tali passi risulta che nella lettera 13 giugno 2001 viene menzionata non solo l’appropriazione irregolare dei documenti, ma
         anche l’utilizzazione di tali documenti a fini privati, senza autorizzazione della Banca.
      
      175   Inoltre, occorre esaminare se, come suggerisce in sostanza la convenuta, le constatazioni effettuate dal Tribunale nella sentenza
         23 febbraio 2001 per quanto riguarda l’appropriazione asseritamente irregolare di taluni documenti riservati della Banca possano
         da sole costituire il fondamento dei provvedimenti disciplinari adottati dalla Banca nei confronti del ricorrente.
      
      176   A tale proposito, occorre ricordare che, al punto 220 della sentenza 23 febbraio 2001, il Tribunale ha precisato che «la produzione
         senza autorizzazione di documenti riservati che appartengono alla Banca e acquisiti irregolarmente dal dipendente interessato
         può presentare carattere d’illiceità e, per tale motivo, può essere presa legittimamente in considerazione dall’autorità competente
         per escludere, eventualmente, la candidatura dell’interessato alla promozione, indipendentemente dalla questione se tali documenti
         saranno considerati dal Tribunale indispensabili per la soluzione della controversia in esame e per questo mantenuti nel fascicolo,
         fatta salva la tutela della riservatezza». Orbene, occorre rilevare che, a tale proposito, il Tribunale si è limitato a constatare,
         al punto 229 della citata sentenza, che il ricorrente non ha dedotto elementi sufficienti per provare che la convenuta ha
         ecceduto i limiti del suo potere discrezionale prendendo in considerazione, tra gli altri elementi, nell’ambito di un procedimento
         di promozione, l’acquisizione, a suo parere irregolare, dei documenti controversi da parte del ricorrente. 
      
      177   Per quanto riguarda i punti 342‑348 della sentenza 23 febbraio 2001, il Tribunale ha esaminato in essi la richiesta della
         convenuta diretta ad ottenere che il Tribunale ordinasse il ritiro di un certo numero di documenti prodotti dal ricorrente
         nell’ambito dei ricorsi T‑7/98, T‑208/98 e T‑109/99. A tale proposito, il Tribunale ha ritenuto che tali documenti dovessero
         essere ritirati dal fascicolo «dato che non [erano] rilevanti per la valutazione della presente causa e il ricorrente non
         [aveva] dimostrato che li aveva acquisiti regolarmente (punto 348)».
      
      178   Tali constatazioni effettuate dal Tribunale nella sentenza 23 febbraio 2001 non permettono di trarre alcuna conclusione per
         quanto riguarda la realtà e la qualificazione dei fatti addebitati al ricorrente nell’ambito del procedimento disciplinare
         avviato nei suoi confronti e nell’ambito della presente controversia. 
      
      179   Infatti, nella sentenza sopra menzionata, il Tribunale ha esclusivamente verificato se il ricorrente abbia fornito la prova
         di aver acquisito regolarmente i documenti di cui trattasi e se abbia sufficientemente provato che la convenuta ha oltrepassato
         i limiti del suo potere discrezionale tenendo conto, nell’ambito di un procedimento di promozione, dell’acquisizione asseritamene
         irregolare dei documenti in parola. 
      
      180   Al contrario, in un procedimento disciplinare, l’onere della prova delle censure mosse a un dipendente incombe all’autorità
         competente, nel caso specifico il presidente della Banca. Nella fattispecie, spetta a tale autorità, da un lato, fornire prove
         sufficienti del fatto che il ricorrente si era irregolarmente appropriato i sei documenti che aveva presentato nell’ambito
         delle cause T‑7/98, T‑208/98 e T‑109/99 e, dall’altro, motivare sufficientemente in diritto la sua valutazione della gravità
         dell’illecito così fatto valere.
      
      181    Orbene, occorre constatare che la convenuta non ha fornito alcuna prova a sostegno delle sue affermazioni riguardanti tale
         acquisizione asseritamene irregolare. 
      
      182   La censura fondata su tali affermazioni deve quindi essere respinta.
       Sulle censure relative agli articoli comparsi sui giornali Ekstra Bladet e Scotland on Sunday nonché alla lettera del ricorrente
         pubblicata sul giornale Il Mondo
      
      183   In primo luogo, occorre esaminare gli argomenti del ricorrente per quanto riguarda gli articoli comparsi sul giornale danese
         Ekstra Bladet e sul giornale scozzese Scotland on Sunday. 
      
      184   A tale proposito, occorre, in via preliminare, respingere l’argomento del ricorrente diretto a contestare l’autenticità di
         tali articoli. Infatti, in risposta a un quesito del Tribunale nel corso dell’udienza, la convenuta ha presentato una copia
         della pagina dell’edizione del giornale Scotland on Sunday su cui è comparso l’articolo in parola. Inoltre, per quanto riguarda
         l’articolo comparso sul giornale Ekstra Bladet, essa ha presentato una copia della corrispondenza elettronica che ha scambiato
         con la società Infomedia che gestisce gli archivi del giornale Ekstra Bladet. Essa ha anche presentato una dichiarazione del
         responsabile della sua divisione della traduzione in cui si conferma che la traduzione in inglese di tale articolo è stata
         effettuata sulla base dell’originale dell’articolo pubblicato sul giornale di cui si tratta. Contrariamente a quanto affermato
         dal ricorrente, tali elementi non costituiscono una prova tardiva. Infatti, il ricorrente non ha mai contestato l’autenticità
         di tali articoli nell’ambito del procedimento disciplinare per cui non si può addebitare alla convenuta di non aver fornito
         la prova della loro autenticità nel corso di tale procedimento.
      
      185   Inoltre, è pacifico tra le parti che gli autori di tali articoli indicano nel ricorrente la fonte delle informazioni di cui
         danno conto. Infatti, nell’articolo comparso sul giornale Scotland on Sunday è precisato, al secondo paragrafo, che il ricorrente
         ha avuto un contatto diretto con l’autore di tale articolo («Carlo de Nicola, 37, told Scotland on Sunday […]»). Per quanto
         riguarda l’articolo comparso sul giornale Ekstra Bladet, in esso si precisa che il sig. De Nicola si rifiuta di parlare alla
         stampa, ma ha trasmesso tutta la sua documentazione al detto giornale, compresa la relazione da lui redatta per la commissione
         per il controllo dei bilanci del Parlamento europeo.
      
      186   Analogamente, è evidente che tali articoli attribuiscono al ricorrente affermazioni gravemente dannose per la reputazione
         della Banca e di taluni dei suoi dipendenti e che, secondo l’articolo comparso sul giornale Ekstra Bladet, il ricorrente avrebbe
         trasmesso a quest’ultimo tutta la sua documentazione, compresa la relazione da lui redatta per la commissione per il controllo
         dei bilanci del Parlamento europeo.
      
      187   Tuttavia, la convenuta non ha presentato alcuna prova del fatto che le informazioni riportate in tali articoli sarebbero state
         comunicate ai giornali in parola dal ricorrente personalmente o quanto meno dopo che egli ne fosse stato informato e avesse
         prestato il suo consenso.
      
      188   Inoltre, occorre rilevare che, sia nell’ambito del procedimento disciplinare, sia nell’ambito della presente controversia,
         il ricorrente ha categoricamente negato di aver avuto contatti con gli autori di tali articoli e, a maggior ragione, di aver
         loro trasmesso informazioni e documenti interni e riservati appartenenti alla Banca.
      
      189   Inoltre, occorre osservare che, in risposta ad un quesito scritto del Tribunale, il ricorrente ha affermato, senza che la
         convenuta contestasse tale affermazione, che egli è stato informato per la prima volta di questi due articoli nel giugno 2001,
         quando il presidente della Banca gli ha comunicato i fatti che gli erano addebitati nell’ambito del procedimento disciplinare.
         La convenuta non aveva mai, prima di quella data, contattato il ricorrente per chiedergli spiegazioni in merito al contenuto
         di tali articoli. 
      
      190   Inoltre, si deve sottolineare che, quando egli è stato informato di tali articoli nel giugno 2001, erano trascorsi quasi due
         anni dalla loro pubblicazione. Pertanto, anche supponendo che, secondo la legge applicabile, esistesse un diritto di replica
         e che i giornali Ekstra Bladet e Scotland on Sunday fossero obbligati ad accettare di pubblicare una smentita su richiesta
         del ricorrente, una rettifica così tardiva sarebbe stata priva di ogni interesse sia per quest’ultimo sia per la convenuta.
         
      
      191   D’altra parte, la convenuta non ha presentato alcun valido motivo per spiegare perché il ricorrente, che senz’alcun dubbio
         aveva conoscenza delle gravi conseguenze che poteva comportare per la sua carriera la comunicazione alla stampa di affermazioni
         diffamatorie nei confronti della Banca e dei suoi colleghi, avrebbe scelto di comunicare tali affermazioni a giornali a diffusione
         limitata come lo Scotland on Sunday e l’Ekstra Bladet. Inoltre, il Tribunale giudica poco credibile la circostanza che, dopo
         aver redatto la relazione in data 16 aprile 1999 che, secondo la prima pagina, era destinata a essere comunicata «in via strettamente
         riservata» alla commissione per il controllo dei bilanci, il ricorrente abbia ritenuto opportuno comunicare, quattro giorni
         più tardi, una copia di questa stessa relazione al giornale Ekstra Bladet. Infatti, una simile azione avrebbe irrimediabilmente
         compromesso la credibilità della sua testimonianza all’interno di questa stessa commissione.
      
      192   In tale contesto, occorre considerare che gli articoli comparsi sui giornali Scotland on Sunday e Ekstra Bladet non costituiscono
         una prova sufficiente del fatto che il ricorrente abbia trasmesso direttamente e personalmente o abbia prestato il suo consenso
         alla divulgazione a tali giornali delle informazioni interne e riservate della Banca e/o che abbia diffuso affermazioni diffamatorie
         o a carattere tendenzioso che danneggiano la reputazione di quest’ultima e di taluni dei suoi colleghi.
      
      193   Una conclusione analoga si impone, del resto, per quanto riguarda la lettera del ricorrente che è stata pubblicata il 5 marzo
         1999 sul giornale italiano Il Mondo.
      
      194   Infatti, come giustamente rileva la ricorrente, tale lettera non contiene alcuna informazione interna e riservata sull’attività
         della Banca. Certo, tale lettera contiene un determinato numero di critiche generali nei confronti delle istituzioni comunitarie.
         Tuttavia, la convenuta non ha provato in quale misura tali affermazioni, che sono state pubblicate in un momento in cui il
         ricorrente non era più dipendente della Banca, dovevano essere qualificate come «affermazioni diffamatorie o a carattere tendenzioso
         che danneggiano la reputazione della Banca o di taluni suoi dipendenti» o, come risulta dal parere della commissione paritetica
         del 30 agosto 2001, come una violazione dell’obbligo di riservatezza.
      
       Sui motivi relativi alla lettera 11 febbraio 1999 e alla relazione 16 aprile 1999
      195   Dai punti 2.5 e 2.6 del parere della commissione paritetica del 30 agosto 2001, a cui fa riferimento la decisione di licenziamento,
         risulta che la convenuta addebita al ricorrente di aver indirizzato a taluni membri del Parlamento europeo una lettera in
         data 11 febbraio 1999 e alla commissione per il controllo dei bilanci del Parlamento europeo una relazione in data 16 aprile
         1999, senza aver informato i suoi superiori gerarchici e senza previa autorizzazione degli stessi, laddove, secondo la convenuta,
         tali documenti contengono informazioni riservate della Banca nonché affermazioni diffamatorie e a carattere tendenzioso che
         danneggiano la reputazione di taluni colleghi del ricorrente nonché quella della Banca e compromettono gravemente la dignità
         della funzione, il dovere di lealtà nonché il dovere di collegialità e di mutuo rispetto.
      
      196   A tale proposito, occorre anzitutto respingere l’argomento del ricorrente diretto a negare che egli abbia inviato la lettera
         11 febbraio 1999 a taluni membri del Parlamento europeo. È vero che, come afferma il ricorrente, non v’è alcun elemento del
         fascicolo che permetta di provare che egli ha inviato tale lettera ai 626 membri del Parlamento europeo. Tuttavia, la convenuta
         ha fornito una serie di indizi precisi e concordanti per dimostrare che il ricorrente ha effettivamente inviato la lettera
         11 febbraio 1999 a taluni membri del Parlamento europeo. 
      
      197   In effetti, dalla lettera 10 marzo 1999, indirizzata alla convenuta dal sig. Blak, vice presidente della commissione per il
         controllo dei bilanci del Parlamento europeo, risulta chiaramente che la lettera 11 febbraio 1999 è stata effettivamente inviata
         a taluni membri del Parlamento europeo, anche se il suo contenuto non permette di individuare né la loro identità né il loro
         numero. Contrariamente a quanto afferma il ricorrente, né la data alla quale tale lettera è stata inviata né il suo contenuto
         permettono di dubitare della sua autenticità. Allo stesso modo, è a torto che il ricorrente fa valere che tale lettera, che
         è stata presentata dalla convenuta nel corso dell’udienza del 15 ottobre 2003, costituisce una prova tardiva. Infatti, il
         ricorrente non ha mai contestato, nell’ambito del procedimento disciplinare, il fatto che la lettera 11 aprile 1999 sia stata
         inviata a taluni membri del Parlamento europeo, cosicché non si può addebitare alla convenuta di non aver fornito la prova
         di tale fatto nel corso di tale procedimento. Inoltre, occorre sottolineare che il ricorrente ha accettato l’invito rivoltogli
         dal sig. Blak, con lettera 30 marzo 1999, a testimoniare dinanzi alla commissione per il controllo dei bilanci del Parlamento
         europeo e a presentare «informazioni supplementari» in merito alle sue affermazioni di cattiva gestione e di frode nei confronti
         della Banca. Orbene, il ricorrente avrebbe difficilmente potuto ricevere un simile invito, se, come afferma nei suoi scritti,
         non avesse inviato la lettera 11 febbraio 1999. Inoltre, l’accettazione, da parte del ricorrente, dell’invito a testimoniare
         dinanzi a tale commissione ed a fornire informazioni supplementari rende poco credibile la sua affermazione secondo cui la
         Banca avrebbe approfittato della sua assenza, nel febbraio 1999, per inviare tale lettera che si trovava nel computer in dotazione
         nel suo ufficio.
      
      198   Analogamente, occorre respingere in quanto infondata l’obiezione del ricorrente relativa al carattere incompleto della copia
         della relazione 16 aprile 1999 che è stata presentata dalla convenuta come documento a carico. Infatti, da un lato, il ricorrente
         non è stato in grado di provare quanto da lui affermato a tale proposito. Dall’altro, dalla sua risposta ai quesiti scritti
         del Tribunale risulta che la parte di tale relazione che mancherebbe nella copia presentata dalla Banca sarebbe una domanda
         indirizzata al Parlamento europeo affinché sollecitasse presso la convenuta l’autorizzazione per il ricorrente a trasmettere
         informazioni complementari relative ai fatti riferiti in detta relazione. Orbene, anche supponendo che la copia controversa
         della relazione fosse effettivamente incompleta a tale riguardo, cionondimeno tale elemento non giustifica, di per sé, la
         conclusione che tale copia è sprovvista di efficacia probatoria relativamente agli addebiti mossi al ricorrente. 
      
      199   Poiché è sufficientemente provato che il ricorrente ha inviato la lettera 11 febbraio 1999 a taluni membri del Parlamento
         europeo e che il carattere asseritamene incompleto della copia della relazione 16 aprile 1999 non compromette la sua efficacia
         probatoria, il Tribunale decide di esaminare, qui di seguito, gli argomenti del ricorrente diretti a dimostrare che la convenuta
         non ha provato sufficientemente che, inviando tali documenti, il ricorrente, da un lato, ha divulgato senza autorizzazione
         della Banca né previa informazione fatti, informazioni e documenti interni e riservati della Banca e, dall’altro, ha diffuso
         affermazioni diffamatorie o a carattere tendenzioso che danneggiano la reputazione di taluni suoi colleghi nonché quella della
         Banca.
      
      200   Per quanto riguarda la relazione 16 aprile 1999, è evidente che, come sottolinea la convenuta, tale relazione contiene accuse
         molto gravi relative a casi di frode e di incompetenza che si sarebbero verificati all’interno della Banca. 
      
      201   A tale proposito, occorre rilevare, in via preliminare, che non spetta al Tribunale pronunciarsi sulla fondatezza di tali
         accuse. Infatti, nell’ambito del presente ricorso, il Tribunale è esclusivamente investito della questione se la convenuta
         abbia commesso un errore di fatto o di diritto considerando che, nell’inviare tale relazione alla Commissione per il controllo
         dei bilanci del Parlamento europeo, il ricorrente ha commesso gli inadempimenti che gli sono addebitati nell’ambito del procedimento
         disciplinare.
      
      202   Inoltre, il Tribunale ritiene che non vi sia alcun dubbio sul fatto che le accuse contenute nella relazione 16 aprile 1999
         possano danneggiare gravemente la reputazione della Banca e quella di taluni colleghi del ricorrente. Contrariamente a quanto
         afferma quest’ultimo, non si può addebitare alla convenuta di non aver indicato con precisione i passi di tale relazione che
         considera diffamatori nei suoi confronti nonché nei confronti di coloro che lavorano presso la Banca. Infatti, è sufficiente
         constatare che tale relazione contiene, praticamente in ogni pagina, gravi accuse nei confronti della Banca, dei suoi dirigenti
         e di un gran numero di suoi dipendenti. Inoltre, anche se è vero che la relazione non menziona il nome dei destinatari di
         tali accuse, tuttavia la descrizione precisa delle loro funzioni e del periodo in cui si sono svolti i fatti considerati permette
         di identificarli facilmente.
      
      203   Inoltre, il ricorrente non contesta il fatto che la relazione 16 aprile 1999 nonché i documenti ad essa allegati contengano
         informazioni interne e riservate relative alle operazioni della Banca. 
      
      204   Inoltre, per quanto riguarda la lettera 11 febbraio 1999, il Tribunale ritiene che il ricorrente sostenga erroneamente che
         tale lettera contiene solo fatti personali. 
      
      205   È vero che, come afferma il ricorrente, questi ha fatto valere, nella lettera 11 febbraio 1999, un certo numero di fatti relativi
         alla sua situazione personale presso la Banca nel 1998 e nel 1999, e cioè che: i) taluni suoi colleghi lo hanno accusato di
         soffrire di una mania di persecuzione; ii) nell’agosto 1998 egli è stato privato delle funzioni che aveva esercitato per quattro
         anni, e gli sono stati attribuiti compiti che nessun altro desiderava; iii) è stata distribuita una foto segnaletica agli
         agenti della sicurezza a cui era stato dato l’ordine di informare direttamente il direttore del servizio del personale dell’arrivo
         del ricorrente.
      
      206   Tuttavia, risulta chiaramente da tale lettera che il ricorrente non si è limitato a far valere questi diversi fatti personali,
         ma li ha collegati al suo asserito tentativo di rendere pubbliche informazioni relative a pratiche scorrette o a malversazioni
         all’interno della Banca. Ciò risulta, in primo luogo, dal fatto che la lettera 11 febbraio 1999 è intitolata «Sugli abusi
         riguardanti i fondi pubblici nelle istituzioni comunitarie». Inoltre, tale conclusione si impone in considerazione del fatto
         che, dopo una lunga premessa sulle difficoltà che devono affrontare i dipendenti che intendono denunciare fatti riprovevoli
         all’interno delle istituzioni (che il ricorrente chiama «whistleblowers»), il ricorrente ha illustrato il suo punto di vista a tale proposito, facendo riferimento alla sua situazione personale
         (v. terzultimo paragrafo della pagina 2 della lettera: «Se qualcuno dovesse pensare che quanto precede è una rappresentazione
         esagerata della situazione, vorrei descrivere taluni problemi che io stesso ho incontrato»). Da quanto esposto risulta chiaramente
         che il ricorrente si considera come un denunciante (whistleblower) e che ritiene di essere stato oggetto di diversi provvedimenti infamanti perché ha voluto divulgare presunte malversazioni
         che si sono verificate all’interno della Banca. Se è vero che, nella lettera in parola, egli non descrive tali irregolarità
         in quanto tali, ma si limita a far valere «situazioni particolari che si sono prodotte nel suo dipartimento» (pag. 2) o «informazioni
         particolari da trasmettere alle autorità penali» (pag. 3), tuttavia risulta chiaramente dal contesto generale in cui egli
         colloca tali passi che si tratta effettivamente di irregolarità che si asserisce essere avvenute all’interno della Banca.
         La conclusione della lettera 11 febbraio 1999 non lascia del resto alcun dubbio a tale proposito poiché essa è formulata nel
         modo seguente: «Alla luce di tutti questi motivi e dei fatti sopra descritti, mi sembra che i dipendenti onesti e capaci che
         rifiutano di rendersi complici di comportamenti poco chiari i quali o hanno carattere criminoso o si risolvono, in ogni caso,
         in impieghi abusivi di fondi pubblici devono pagare un prezzo molto alto». 
      
      207   Inoltre, il ricorrente erroneamente sostiene che la circostanza che, all’inizio dell’udienza nelle cause T‑7/98, T‑208/98
         e T‑109/99, il Tribunale abbia respinto la domanda di udienza a porte chiuse presentata dalla convenuta deve essere interpretata
         come un’ammissione che i fatti riferiti nella lettera 11 febbraio 1999 sono di pubblico dominio. Infatti, è sufficiente constatare
         che l’udienza in parola si è svolta il 26 settembre 2000, per cui essa non può essere fatta valere per giustificare un fatto
         avvenuto nel febbraio 1999. Inoltre, la decisione del Tribunale di rifiutare l’udienza a porte chiuse non giustifica affatto
         la conclusione che il dipendente interessato sia autorizzato a divulgare liberamente a terzi, vale a dire senza autorizzazione
         dei suoi superiori gerarchici, l’insieme dei fatti che sono evocati nell’ambito del procedimento. D’altra parte, occorre sottolineare
         che, nella fattispecie, le parti avevano dato il loro consenso all’inizio dell’udienza per escludere dal dibattimento i documenti
         per i quali la convenuta aveva richiesto un trattamento riservato.
      
      208   Alla luce di quanto precede, il Tribunale ritiene che la convenuta abbia sufficientemente provato che il ricorrente, inviando
         la relazione 16 aprile 1999 alla commissione per il controllo dei bilanci del Parlamento europeo e indirizzando la lettera
         11 febbraio 1999 a taluni membri del Parlamento europeo, ha divulgato, senza autorizzazione o previa informazione dei suoi
         superiori gerarchici, fatti, informazioni e documenti interni e riservati della Banca. Del pari, essa ha sufficientemente
         provato che, agendo in tal modo, il ricorrente ha diffuso affermazioni che danneggiano gravemente la reputazione di taluni
         suoi colleghi nonché quella della Banca.
      
      209   Tuttavia, occorre anzitutto rilevare che, nella valutazione dell’illiceità di tali fatti, la convenuta non ha, in alcun momento,
         tenuto conto della circostanza che la lettera 11 febbraio 1999 è stata indirizzata a membri del Parlamento europeo, competente,
         in particolare, ad adottare, in forza dell’art. 280 CE, provvedimenti diretti a combattere la frode e qualsiasi altro pregiudizio
         agli interessi finanziari della Comunità, compresi quelli della Banca (v. sentenza della Corte 10 luglio 2003, causa C‑15/00,
         Commissione/BEI, Racc. pag. I‑7281, punto 125). 
      
      210   Analogamente, occorre sottolineare, in secondo luogo, che la BEI non ha tenuto conto del fatto che il ricorrente ha redatto
         la relazione 16 aprile 1999 su espressa richiesta del vicepresidente della commissione per il controllo dei bilanci del Parlamento
         europeo e che, in seguito alla trasmissione «in via strettamente riservata» di tale relazione, il ricorrente ha in più occasioni
         testimoniato dinanzi a tale commissione e ha partecipato a diversi colloqui con membri dell’Ufficio europeo per la lotta antifrode.
      
      211   Tali circostanze si rivelano tanto più importanti in quanto, in terzo luogo, trattandosi del controllo che il Tribunale deve
         effettuare circa la valutazione dell’illiceità dei fatti addebitati al ricorrente, come risulta dai punti 192 e ss. supra,
         la convenuta non ha sufficientemente provato che il ricorrente abbia comunicato tali informazioni a persone o organi diversi
         da quelli indicati ai punti precedenti.
      
      212   Pertanto, se è vero che le circostanze rilevate ai punti 209 e 210 supra non giustificano, in quanto tali, la conclusione
         che i fatti addebitati al ricorrente con riferimento alla lettera 11 febbraio 1999 e alla relazione 16 aprile 1999 non costituiscono
         violazioni degli obblighi di comportamento stabiliti dalla Banca, cionondimento la convenuta avrebbe dovuto imperativamente
         tenerne conto, in quanto circostanze attenuanti, nell’ambito della valutazione della gravità di tali violazioni al fine di
         adottare un provvedimento disciplinare adeguato. 
      
      213   Orbene, occorre constatare che, nella valutazione della gravità dei fatti addebitati al ricorrente, la convenuta non ha considerato
         alcuna circostanza attenuante a favore del ricorrente.
      
      214   Alla luce di quanto precede, occorre concludere che la convenuta ha commesso un errore manifesto di valutazione per quanto
         riguarda la gravità dei fatti addebitati al ricorrente con riferimento alla lettera 11 febbraio 1999 e alla relazione 16 aprile
         1999.
      
       Sulla censura relativa al rifiuto del ricorrente di designare i rappresentanti del personale nella commissione paritetica
      215   Per quanto riguarda tale censura, è sufficiente constatare che essa è fatta valere esclusivamente a titolo accessorio. Pertanto,
         tenuto conto delle conclusioni a cui è giunto il Tribunale per quanto riguarda le tre censure principali su cui si fonda la
         decisione di licenziamento, non è necessario pronunciarsi su quest’ultima censura. Ad abundantiam e senza che occorra esaminare
         la questione se il rifiuto di designare rappresentanti del personale nella commissione paritetica sia sufficientemente grave
         da giustificare da solo un licenziamento, il Tribunale constata, a tale proposito, che quest’ultima censura era successiva
         all’avvio del procedimento disciplinare, e non può quindi averne, di per sé, costituito l’oggetto ed essere valutata nell’ambito
         del medesimo nel pieno rispetto del diritto della difesa. Di conseguenza, quest’ultima censura non può giustificare la decisione
         impugnata.
      
       Conclusione
      216   Dall’esame del presente motivo risulta, da un lato, che la convenuta non ha sufficientemente provato che il ricorrente si
         è irregolarmente appropriato i sei documenti interni e riservati che ha presentato dinanzi al Tribunale nell’ambito delle
         cause decise con sentenza 23 febbraio 2001 e, dall’altro, che essa ha commesso un errore manifesto di valutazione per quanto
         riguarda tale addebito.
      
      217   Allo stesso modo, si deve ritenere che gli articoli comparsi sui giornali Scotland on Sunday e Ekstra Bladet non costituiscano
         una prova sufficiente del fatto che il ricorrente ha divulgato informazioni interne e riservate della Banca e che ha diffuso
         affermazioni diffamatorie o a carattere tendenzioso che danneggiano la reputazione di quest’ultima e di taluni suoi colleghi.
         La medesima conclusione si impone per quanto riguarda la lettera del ricorrente che è stata pubblicata sul giornale Il Mondo.
         
      
      218   Infine, la convenuta ha sufficientemente provato che, inviando la relazione 16 aprile 1999 alla commissione per il controllo
         dei bilanci del Parlamento europeo e indirizzando la lettera 11 febbraio 1999 a taluni membri del Parlamento europeo, il ricorrente
         ha divulgato, senza autorizzazione né previa informazione dei suoi superiori gerarchici, fatti, informazioni e documenti interni
         e riservati della Banca. Analogamente, essa ha sufficientemente provato che, agendo in tal modo, il ricorrente ha diffuso
         affermazioni che danneggiano gravemente la reputazione di taluni suoi colleghi nonché quella della Banca. Tuttavia, il Tribunale
         considera che essa ha commesso un errore manifesto nella valutazione dell’illiceità di tali fatti.
      
      219   Ne consegue che il motivo relativo ad errori nell’accertamento e/o nella valutazione dei fatti addebitati al ricorrente deve
         essere accolto nei limiti precisati ai punti precedenti. Di conseguenza, senza che sia necessario pronunciarsi sugli altri
         motivi e argomenti svolti dal ricorrente nelle sue conclusioni dirette all’annullamento, occorre annullare integralmente la
         decisione di licenziamento tenuto conto del carattere unico e indivisibile della sanzione disciplinare contenuta nella detta
         decisione e del fatto che tale sanzione si fonda sulle censure accolte in tale decisione, considerate nel loro complesso.
         Pertanto, non spetta al Tribunale sostituirsi all’autorità disciplinare nel decidere la sanzione disciplinare adeguata, eventualmente,
         alle censure che risultano accertate al termine dell’esame del motivo supra menzionato (sentenze del Tribunale 9 luglio 2002,
         causa T‑21/01, Zavvos/Commissione, Racc. PI pagg. I‑A-101 e II‑483, punto 316, e 11 settembre 2002, T‑89/01, Willeme/Commissione,
         Racc. PI pagg. I‑A-153 e II‑803, punto 83).
      
      3.     Sulle altre domande
      a)     Sulle domande del ricorrente relative alla sua reintegrazione nella Banca, alla compilazione delle sue valutazioni annuali
         e alla consegna delle sue buste paga 
      
       Argomenti delle parti
      220   Il ricorrente chiede al Tribunale di ordinare alla convenuta la sua reintegrazione nel posto di lavoro, ricostruendo la sua
         carriera a far data dal febbraio 1999, la compilazione delle sue valutazioni annuali dal 1998 in poi e la fissazione dei suoi
         obiettivi per gli anni a venire, nonché la consegna delle sue buste paga a decorrere dal gennaio 1999.
      
      221   Egli respinge, al riguardo, l’argomentazione della convenuta nel suo complesso. Infatti, egli rileva che la sua situazione
         attuale è del tutto identica a quella in cui si è trovato dopo la pronuncia della sentenza 23 febbraio 2001, poiché, a seguito
         di tale sentenza, il rapporto di lavoro è ripreso esattamente dal momento in cui era stato illegittimamente interrotto dalla
         Banca, cioè dal febbraio 1999. Egli ritiene, quindi, che, qualora il Tribunale dovesse annullare la decisione di licenziamento,
         egli debba essere reintegrato a decorrere dalla data in cui il licenziamento ha avuto effetto.
      
      222   La convenuta sostiene che le suddette domande sono irricevibili, nei limiti in cui, secondo una giurisprudenza costante, il
         Tribunale non è competente a rivolgere ingiunzioni o a sostituirsi alle istituzioni comunitarie (sentenza 23 febbraio 2001,
         punto 318). 
      
      223   Inoltre, essa ritiene che la domanda relativa alla compilazione delle valutazioni annuali per gli anni 1998 e seguenti sia
         priva di senso, poiché non è possibile formulare giudizi sull’attività di un dipendente se questo non ha svolto alcuna attività
         professionale per un determinato periodo. Essa sostiene, quindi, di avere correttamente rifiutato, con lettera 31 maggio 2001,
         di formulare una valutazione relativa all’anno 2000, precisando peraltro che gli aumenti di retribuzione per gli anni 1998,
         1999 e 2000 sarebbero stati calcolati sulla base dell’ultima valutazione da lui ottenuta per l’anno 1997 («B»).
      
       Giudizio del Tribunale
      224   Occorre ricordare che, nell’ambito della competenza di annullamento conferitagli dall’art. 236 CE, il giudice comunitario
         non è competente a rivolgere ingiunzioni o a sostituirsi alle istituzioni comunitarie. Spetta all’istituzione interessata
         adottare, ai sensi dell’art. 233 CE, le misure richieste dall’esecuzione di una sentenza di annullamento esercitando, fatto
         salvo il sindacato del giudice comunitario, la discrezionalità di cui essa dispone al riguardo nel rispetto tanto del dispositivo
         e della motivazione della sentenza che è tenuta ad eseguire quanto delle disposizioni del diritto comunitario (sentenza 23
         febbraio 2001, punti 318 e 319 e giurisprudenza ivi citata). 
      
      225   Di conseguenza le presenti domande devono essere dichiarate irricevibili.
      226   Ad abundantiam, il Tribunale considera che tali domande non sono fondate. Infatti, dalla lettera 6 marzo 2001 risulta che,
         in seguito alla sentenza 23 febbraio 2001, il ricorrente è stato reintegrato nella funzione E e assegnato al Credit Risk Department.
         Inoltre occorre rilevare che, come giustamente sostiene la convenuta, non è possibile ricostruire la carriera di un dipendente
         o formulare giudizi sulla sua attività professionale se lo stesso non ha svolto alcuna attività di questo tipo durante il
         periodo di riferimento. D’altra parte deve notarsi che il ricorrente non è stato danneggiato, da un punto di vista economico,
         da tale mancata valutazione dal momento che, come risulta dalla lettera 31 maggio 2001, la convenuta ha deciso di calcolare
         i suoi aumenti di retribuzione per gli anni 1998, 1999 e 2000 sulla base della valutazione ottenuta per l’anno 1997, e cioè
         la nota «B». Infine, si deve constatare che i documenti che sono stati presentati dalla convenuta per precisare le modalità
         di calcolo degli arretrati delle retribuzioni non percepite dal ricorrente per gli anni 1999, 2000 e 2001 contengono informazioni
         almeno equivalenti se non addirittura più ampie di quelle contenute nelle buste paga di cui il ricorrente chiede la presentazione.
      
      b)     Sulle domande del ricorrente relative al pagamento degli arretrati di retribuzione maturati dal gennaio 1999, aumentati degli
         interessi di mora e al pagamento della somma di un euro simbolico
      
       Argomenti delle parti
      227   Il ricorrente fa valere che la convenuta non gli ha versato la totalità degli stipendi maturati dal gennaio 1999, aumentati
         degli interessi di mora a un tasso del 10%.
      
      228   Anzitutto, egli considera che la convenuta non ha correttamente eseguito il punto 3 del dispositivo della sentenza 23 febbraio
         2001 con cui il Tribunale ha condannato la convenuta a versargli la somma di un euro simbolico come risarcimento del suo danno
         morale. Infatti egli esige che il pagamento di tale somma sia accompagnato da una lettera del presidente della Banca in cui
         quest’ultimo precisi che il pagamento di un euro è effettuato a titolo di risarcimento del danno morale subìto dal ricorrente,
         come accertato nella sentenza 23 febbraio 2001.
      
      229   Inoltre, per quanto riguarda l’esecuzione del punto 2 del dispositivo della sentenza 23 febbraio 2001, egli formula, in via
         preliminare, riserve circa la ricevibilità di numerosi argomenti dedotti tardivamente dalla convenuta nella lettera 10 novembre
         2003 su punti riguardo ai quali il Tribunale non ha chiesto alcuna precisazione. A suo parere, tali riserve sono ancora più
         giustificate in quanto il Tribunale senza alcun motivo ha rifiutato il deposito delle osservazioni sulla relazione d’udienza
         da lui formulate nella lettera 7 ottobre 2003. Pertanto, egli ritiene che la lettera della convenuta 10 novembre 2003 debba
         anch’essa essere ritirata dal fascicolo. In subordine, egli nutre dubbi circa l’efficacia probatoria delle fotocopie anonime
         di pretese disposizioni vigenti che sono state tardivamente depositate dalla convenuta. Inoltre, egli si stupisce del fatto
         che il Tribunale conduca di propria iniziativa un’indagine contabile sull’esecuzione della sentenza 23 febbraio 2001 piuttosto
         che accogliere la sua domanda diretta alla nomina di un perito o meglio di un commissario ad acta, che disponga del potere di entrare negli uffici della convenuta e di verificare ciò che gli è dovuto alla luce dei documenti
         prodotti in giudizio, e che adotti decisioni in merito al pagamento delle somme dovute a tale titolo.
      
      230   Alla luce di tali riserve il ricorrente espone la sua argomentazione diretta a provare che la convenuta non ha pagato l’intera
         retribuzione a cui egli aveva diritto in forza del punto 2 del dispositivo della sentenza 23 febbraio 2001. 
      
      231   In primo luogo, egli fa valere che la convenuta non gli ha versato la totalità delle retribuzioni di base che egli avrebbe
         dovuto percepire dalla revoca della sua dichiarazione di dimissioni nel gennaio 1999. Infatti egli sottolinea che dai suoi
         calcoli risulta che la convenuta gli è debitrice a tale titolo di una somma pari a EUR 170 721,12, a cui occorre aggiungere
         gli interessi di mora al tasso del 6,75% fino al 23 febbraio 2001 e al tasso del 9,75% per il periodo successivo fino al pagamento
         effettuato l’8 giugno 2001. Egli conclude quindi che, previa deduzione dell’insieme delle somme che gli sono state versate
         dalla convenuta fino al 12 settembre 2001 (compresa l’indennità di mobilità geografica), la convenuta deve, a questo titolo,
         ancora pagargli una somma pari a EUR 4 821,31 (compresi gli interessi di mora fino al 12 settembre 2001). 
      
      232   In secondo luogo, il ricorrente sostiene che la convenuta non gli ha corrisposto la retribuzione corrispondente ai premi annuali
         per gli esercizi 1998‑2001. Orbene, egli sottolinea che il personale della Banca ha diritto, ogni anno, a un premio che viene
         versato contemporaneamente allo stipendio del mese di luglio. Egli si riferisce, a titolo di prova, a un estratto conto del
         15 luglio 1997 che conferma il versamento di tale premio. Orbene, poiché egli ha percepito tale premio per gli anni che hanno
         preceduto le sue dimissioni nel 1999 e dato che la convenuta gli ha attribuito la nota «B» a titolo di valutazione per gli
         anni 1998, 1999 e 2000, egli ritiene di avere diritto a questo premio per questi tre anni nonché per l’anno 2001. 
      
      233   A tale proposito, egli contesta l’insieme degli argomenti dedotti dalla convenuta nonché i calcoli che quest’ultima ha prodotto
         nella lettera 10 novembre 2003. Nel constatare che la convenuta riconosce che egli ha diritto al premio annuale per l’anno
         1998 e che le fotocopie anonime delle disposizioni vigenti che essa ha presentato in allegato alla sua lettera 10 novembre
         2003 non consentono di attribuirle a un organo decisionale della Banca, egli ritiene che tale premio gli sia dovuto anche
         per gli anni seguenti (compreso l’anno 2001) e che, poiché la somma totale dei premi non è mai stata pagata, gli interessi
         moratori su tale somma gli siano dovuti al tasso del 6,75% fino al 23 febbraio 2001 e al tasso del 10% per il periodo successivo
         a tale sentenza fino alla data del pagamento effettivo. Per quanto riguarda i calcoli dei premi annuali che sono stati anticipati
         dalla convenuta, egli rileva che, da un lato, tali calcoli non sono credibili, tenuto conto degli aumenti generali dei premi
         annuali per gli anni 1993, 1994, 1995, 1998, 1999, 2000 e 2001 e, dall’altro, che essi non sono affidabili in quanto sono
         stati predisposti unilateralmente dalla Banca. Inoltre, egli rileva che l’importo totale di EUR 20 175,64 che è anticipato
         dalla convenuta per i premi annuali relativi agli anni 1998, 1999 e 2000 è anch’esso erroneo in quanto include solamente gli
         interessi maturati al 10 settembre 2001, mentre la somma realmente dovuta non è mai stata pagata, per cui gli interessi continuano
         a maturare. In conclusione, nel confermare le riserve espresse sugli importi annuali di partenza indicati dalla convenuta,
         egli considera che, applicando le formule indicate nelle disposizioni applicabili presentate dalla convenuta, l’importo minimo
         che gli è dovuto a titolo dei premi annuali per gli anni 1998‑2001 ammonta a EUR 49 157,61 (compresi gli interessi di mora
         ad un tasso del 6,75% fino al 23 febbraio 2001 e del 10% per il periodo successivo fino al 31 marzo 2004).
      
      234   In terzo luogo, il ricorrente fa valere che la convenuta non gli ha pagato la retribuzione equivalente ai giorni di ferie
         di cui non ha potuto godere durante gli anni 1998‑2001. Egli contesta, anzitutto, l’efficacia probatoria delle fotocopie anonime
         delle presunte disposizioni applicabili che la convenuta ha prodotto tardivamente in allegato alla sua lettera 10 novembre
         2003. In seguito, egli sottolinea che la convenuta riconosce di non avergli corrisposto alcuna indennità a tale titolo, che
         egli non ha utilizzato nove giorni di ferie nel 1998 e non ha beneficiato di alcun giorno di ferie durante gli anni 1999‑2001,
         che egli ha diritto, per ogni giorno di ferie non goduto, a un’indennità proporzionale alla sua retribuzione mensile, e che
         il diritto alle ferie è un diritto inviolabile. Per quanto riguarda il calcolo dell’indennità relativa ai giorni di ferie
         non goduti, il ricorrente fa valere che il valore giornaliero di tale indennità si stabilisce dividendo per 20,5 la retribuzione
         al lordo dell’imposta a cui ha diritto al 1° agosto di ogni anno. A suo parere, l’importo complessivo di tale indennità deve
         essere aumentato degli interessi di mora ad un tasso del 6,75% fino al 23 febbraio 2001 e di un interesse del 10% dalla data
         della sentenza fino al pagamento effettivo. In conclusione, pur ribadendo le riserve già espresse, egli valuta di aver diritto,
         per i giorni di ferie di cui non ha goduto, ad una somma totale di EUR 77 300, 43 (compresi gli interessi di mora a un tasso
         del 6,75% fino al 23 febbraio 2001 e del 10% per il periodo successivo fino al 31 marzo 2004). 
      
      235   In quarto luogo, egli afferma che, contrariamente a quanto sostiene la convenuta, quest’ultima non gli ha corrisposto le indennità
         per i viaggi verso il centro di interessi alle quali ha diritto in forza delle disposizioni applicabili. Infatti, egli rileva
         che, al momento del pagamento delle retribuzioni in aprile e in ottobre di ogni anno, tutti i dipendenti della Banca percepiscono
         un’indennità corrispondente al costo di un biglietto aereo andata e ritorno, per sé e per la loro famiglia. Egli sottolinea
         parimenti che, nei suoi scritti, la convenuta ha riconosciuto, da un lato, che essa paga tale indennità a tutti i dipendenti,
         compresi quelli che non ritornano ai centri di interessi, e, dall’altro, che i dipendenti che viaggiano in aereo hanno diritto
         al rimborso del loro titolo di trasporto. Inoltre, egli prende atto del fatto che la convenuta riconosce, da un lato, che
         essa gli ha pagato l’indennità di viaggio in passato e, dall’altro, che egli ha diritto a tale indennità, per gli anni 1999
         e 2000. Infine, per quanto riguarda il calcolo di tale indennità egli ritiene che, tenuto conto delle disposizioni prodotte
         dalla convenuta e del fatto che il suo centro di interessi è situato a più di cinquecento chilometri da Lussemburgo, lui e
         la sua famiglia hanno diritto al rimborso del biglietto aereo per gli anni 1999, 2000 e per la prima metà del 2001. Pertanto
         egli considera che, poiché il costo di un simile biglietto ammonta attualmente a EUR 4 267,16, egli ha diritto, a titolo di
         indennità per i viaggi verso il centro di interessi, a una somma totale di EUR 25 658,15 (compresi gli interessi di mora fino
         al 31 marzo 2004).
      
      236   In quinto luogo, il ricorrente fa valere che la convenuta non gli ha versato le somme a cui egli ha diritto a titolo del bonus
         di interessi sui mutui relativi all’acquisto delle sue case a Lussemburgo e a Roma.
      
      237   Per quanto riguarda il prestito per l’acquisto della casa a Lussemburgo, egli sottolinea che la somma a cui ha diritto corrisponde
         alla differenza tra, da un lato, gli interessi convenzionali che ha pagato alla BCEE, a decorrere dal giugno 1999, per il
         prestito relativo all’acquisto di tale casa e, dall’altro, quelli che avrebbe dovuto pagare alla Banca se avesse potuto continuare
         a beneficiare, dopo il 1° marzo 1999, del prestito inizialmente autorizzato dalla Banca nel 1995. Egli afferma anche che l’importo
         totale del bonus di interessi di cui avrebbe dovuto beneficiare deve essere calcolato sulla somma inizialmente presa a prestito
         dal ricorrente, e cioè EUR 139 000, e non sull’importo inferiore del finanziamento sostitutivo che ha contratto presso la
         BCEE, e cioè EUR 100 000. Pertanto egli ritiene di aver diritto a tale titolo alla somma di EUR 15 816,86 (compresi gli interessi
         di mora al tasso del 6,75% fino al 23 febbraio 2001 e al tasso del 10% per il periodo successivo fino al 31 dicembre 2003).
      
      238   Per quanto concerne il bonus di interessi sul mutuo relativo all’acquisto della casa a Roma, il ricorrente fa valere che egli
         ha diritto a tale agevolazione in quanto, con un messaggio di posta elettronica dell’8 maggio 2001, il capo della divisione
         dei servizi amministrativi della Banca ha confermato che, secondo le regole applicabili, egli ha diritto a un prestito sovvenzionato
         per un importo massimo di EUR 231 385,72 e che tale prestito può essere utilizzato per acquistare una casa in Lussemburgo
         o altrove o per acquistare diverse case, a condizione di rispettare tale importo massimo. A suo parere, ne consegue che, per
         il periodo dal luglio 2001 al 12 settembre 2001, egli ha diritto, a tale titolo, alla somma di EUR 273,91 (compresi gli interessi
         di mora al tasso del 10% per il periodo dal 12 settembre 2001 fino al 31 dicembre 2003).
      
      239   In sesto luogo, il ricorrente sostiene che, nella sua risposta ai quesiti scritti del Tribunale, la convenuta ha ammesso che
         egli ha diritto all’indennità di nuova sistemazione prevista all’art. 1.3 delle disposizioni amministrative, che corrisponde
         a tre volte la retribuzione di base al momento del trasferimento (v. nota del servizio del personale del 6 marzo 2001). Orbene,
         egli rileva che, benché dovesse percepire, a tale titolo, la somma di EUR 19 086,57 (uguale a tre volte EUR 6 362,19), la
         convenuta gli ha versato solo EUR 18 799,49. A suo giudizio, ne deriva a suo favore un credito di EUR 287,08 (senza gli interessi
         di mora).
      
      240   In settimo luogo, il ricorrente fa valere che, nella lettera che la Banca gli ha indirizzato il 16 luglio 2001, quest’ultima
         ha espressamente riconosciuto che, in seguito al suo trasferimento all’ufficio della Banca a Roma, egli ha diritto, da un
         lato, al pagamento delle spese di viaggio per sé e per la sua famiglia e, dall’altro, alle spese di trasloco. Egli chiede
         quindi il pagamento delle spese di viaggio per una somma di EUR 3 200 (senza gli interessi di mora). Per quanto riguarda le
         spese di trasloco, egli si riserva il diritto di chiederne il rimborso in tempo utile.
      
      241   In ottavo luogo, il ricorrente fa valere che, nei calcoli che sono stati presentati dalla convenuta, quest’ultima ha correttamente
         escluso, a partire dal marzo 2001, la concessione al ricorrente dell’indennità di espatrio, ma ha dimenticato di aggiungere
         l’indennità di mobilità geografica a cui ha diritto. Inoltre, a suo parere, la convenuta ha, successivamente, pagato soltanto
         una parte di tale indennità, che corrisponde a EUR 1 290 al mese. Del resto, egli fa valere che le fotocopie anonime delle
         disposizioni applicabili che essa ha presentato in allegato alla sua lettera 10 novembre 2003 non consentono di attribuirle
         a un organo decisionale della Banca. Infine, essa rileva che tale indennità è una delle componenti della retribuzione mensile
         del ricorrente e che egli non ha mai rilasciato una ricevuta del pagamento di tale indennità.
      
      242   Infine, il ricorrente riconosce di dover restituire la somma di EUR 27 524,91 che ha ricevuto nel 1999 a titolo di indennità
         di cessazione dal servizio. Egli sottolinea tuttavia che tale questione non rientra nell’oggetto della presente controversia
         in quanto la convenuta avrebbe dovuto introdurre una domanda riconvenzionale per chiedere la restituzione di tale somma. Inoltre,
         egli contesta il fatto di dover rimborsare la somma di EUR 11 015,94 che la convenuta asserisce di avergli corrisposto e per
         cui essa non ha mai introdotto una domanda di restituzione. In ogni caso, egli osserva che la convenuta non ha formulato una
         domanda riconvenzionale a tale riguardo, e che quindi tale questione non costituisce oggetto della presente controversia.
      
      243   La convenuta contesta in toto l’argomentazione del ricorrente.
      244   Anzitutto essa sottolinea che, a suo parere, anche se la somma di un euro simbolico prevista al punto 3 del dispositivo della
         sentenza 23 febbraio 2001 può costituire oggetto di una compensazione con le somme che le sono dovute dal ricorrente, essa,
         per mostrare la sua disponibilità a risolvere la presente controversia, ha versato tale somma sul conto del ricorrente. 
      
      245   Inoltre, essa contesta in toto l’argomentazione del ricorrente diretta a provare che essa non avrebbe correttamente eseguito
         il punto 2 del dispositivo della sentenza 23 febbraio 2001, con cui il Tribunale l’ha condannata a pagare gli arretrati delle
         retribuzioni non percepite dal ricorrente, maggiorati degli interessi di mora. 
      
      246   In primo luogo, essa rileva che, conformemente alle disposizioni applicabili, l’importo totale delle retribuzioni di base,
         da un lato, è stato adattato all’inflazione e agli avanzamenti di carriera e, dall’altro, è stato maggiorato delle diverse
         indennità previste dalle disposizioni applicabili (indennità di compensazione, indennità di mobilità geografica, assegni famigliari,
         indennità scolastiche, assegni per figli a carico). A suo giudizio, tale importo ammonta, detratte le imposte e altri prelievi,
         a EUR 181 764,86 (compresi gli interessi di mora fino al 28 febbraio 2001). 
      
      247   In secondo luogo, essa indica che, a titolo di transazione e a condizione espressa di una rinuncia nell’ambito dell’udienza,
         essa accetta di pagare al ricorrente i premi annuali per gli anni 1998‑2000, maggiorati degli interessi di mora. Essa sottolinea
         che, compresa la concessione di un premio annuale per l’anno 2001, il ricorrente ha diritto a tale titolo, previa deduzione
         delle imposte, a una somma complessiva di EUR 25 065,46 (compresi gli interessi di mora fino al 10 settembre 2001). Tuttavia
         essa precisa che la concessione di un premio per l’anno 2001 è prevista solo nel caso in cui il Tribunale annullasse la decisione
         di sospensione e mantenesse gli effetti della decisione di licenziamento. Inoltre, in risposta a un quesito del Tribunale,
         essa sostiene che i coefficienti utilizzati per il calcolo dei premi sono derivati, da un lato, dalla percentuale di incremento
         annuale degli stipendi e, dall’altro, dalla percentuale di aumento annuale del bilancio dei premi annuali. Essa osserva anche
         che la proposta fatta al ricorrente è in realtà più vantaggiosa rispetto a quanto gli altri dipendenti della Banca hanno ricevuto
         a tale titolo.
      
      248   In terzo luogo, la convenuta rileva che le regole relative ai giorni di ferie annuali sono riportate agli artt. 5.1.1 e 5.1.2
         delle disposizioni amministrative e che, secondo tali regole, quando un dipendente cessa dalle sue funzioni presso la Banca,
         ha diritto al pagamento dei giorni di ferie che non ha utilizzato durante il detto anno e dei giorni di ferie che ha riportato
         dall’anno precedente. A suo parere, ne deriva che, nel caso di specie, il ricorrente ha diritto al pagamento di sette giorni
         di ferie per i due primi mesi del 1999 e, benché tale periodo non sia coperto dalla sentenza 23 febbraio 2001, a 21,5 giorni
         di ferie per il periodo da marzo a settembre 2001. Per contro, esse contesta il fatto che il ricorrente abbia diritto alla
         retribuzione corrispondente ai giorni di ferie per i periodi in cui non ha lavorato. Infatti essa sottolinea che, dal momento
         che la sentenza 23 febbraio 2001 ha ordinato la reintegrazione del ricorrente con effetto retroattivo, quest’ultimo ha, in
         realtà, beneficiato di ferie pari all’intero periodo trascorso tra la data effettiva della cessazione del suo contratto di
         lavoro e quella della sua reintegrazione.
      
      249   In quarto luogo, la convenuta rileva che, conformemente agli artt. 6.2 e 6.2.3 delle disposizioni amministrative, la Banca
         paga ogni anno un’indennità forfetaria destinata a rimborsare le spese di viaggio dal luogo di servizio al centro di interessi
         del dipendente interessato e della sua famiglia. Essa sottolinea che, a tale titolo, ha versato al ricorrente una somma di
         EUR 5 461,08 che corrisponde al rimborso forfettario di due viaggi nel 1999 e di due viaggi nel 2000, e ciò per il ricorrente,
         sua moglie e i suoi due figli. Inoltre, essa osserva che, contrariamente a quanto afferma il ricorrente, un rimborso aggiuntivo
         può essere ottenuto unicamente quando l’agente interessato prova, sulla base di una ricevuta, che il costo del viaggio è stato
         effettivamente superiore al rimborso forfettario. Orbene, essa precisa che, nella fattispecie, il ricorrente e la sua famiglia
         non hanno mai effettuato tali viaggi e che quindi non hanno potuto presentare alcuna ricevuta. Essa rileva, del resto, che
         tutti i dipendenti della Banca che si trovavano nella stessa situazione del ricorrente hanno ottenuto il rimborso della stessa
         somma e nessuno ha richiesto il rimborso aggiuntivo previsto all’art. 6.2.3 delle disposizioni amministrative. Analogamente
         essa osserva che l’indennità annuale di EUR 2 730,54 riconosciuta al ricorrente rappresenta la media delle indennità versate
         dalla Banca per viaggi al centro di interessi a Roma durante gli anni 1999 e 2000. Infine, essa osserva che, nel 2001, il
         ricorrente è stato trasferito a Roma, perdendo il suo diritto al versamento forfettario, come risulta dalla nota RH/Adm 1623
         del 16 luglio 2001.
      
      250   In quinto luogo, essa respinge l’argomento del ricorrente secondo cui, in seguito al suo trasloco a Roma, egli avrebbe diritto
         al rimborso delle spese di viaggio e di trasloco ad esso relative. In via principale, essa fa valere che tale aspetto non
         è coperto dalla sentenza 23 febbraio 2001 e che il ricorrente non ha formulato alcuna domanda su tale punto nelle sue memorie.
         In subordine, nell’ipotesi in cui il Tribunale decidesse cionondimeno di statuire su tale richiesta, essa rileva che il ricorrente
         ha certamente diritto al rimborso delle spese di viaggio per un importo di EUR 585, pur sottolineando tuttavia che un importo
         di EUR 219,98 gli è stato già versato a tale titolo. Per quanto riguarda le spese di trasloco, essa sottolinea che tali spese
         non rientrano nella presente controversia e non sono mai state richieste dal ricorrente. Ad abundantiam essa rileva che, in
         seguito alle sue dimissioni, il ricorrente ha già ottenuto, nell’aprile 1999, il rimborso delle spese di trasloco da Lussemburgo
         a Roma.
      
      251   In sesto luogo, la convenuta contesta l’argomento del ricorrente sui bonus di interessi relativi ai mutui per l’acquisto delle
         sue case a Lussemburgo e a Roma.
      
      252   Per quanto riguarda il bonus di interessi relativi al mutuo per l’acquisto della casa a Lussemburgo, essa rileva, anzitutto,
         che le regole vigenti sono previste dal Vademecum dei prestiti immobiliari che è in vigore dal maggio 1992, in una nota di
         servizio del 12 aprile 1995, n. 514, e in una nota di servizio del 16 dicembre 1998. Essa ricorda poi che, al momento della
         cessazione delle sue funzioni nel febbraio 1999, il ricorrente ha dovuto rimborsare alla Banca il prestito che essa gli aveva
         concesso, cosa che quest’ultimo ha fatto nel maggio 1999, ad eccezione di una somma di EUR 2 766,95 che rimane ancora a suo
         debito. Essa ritiene, di conseguenza, che, in seguito all’annullamento ex tunc della decisione di rifiuto della revoca della dichiarazione di dimissioni, il ricorrente abbia diritto alla differenza tra
         gli interessi convenzionali che egli ha pagato sul prestito concesso dalla BCEE e quelli che avrebbe dovuto pagare sul prestito
         della Banca. A suo parere, prendendo come base di calcolo la data del licenziamento, tale differenza ammonta, con gli interessi
         di mora, a EUR 6 058,07 per un prestito di EUR 139 077,56 e a EUR 5 514,34 per un prestito di EUR 100 000. Inoltre, essa ritiene
         che il ricorrente abbia anche diritto al rimborso della commissione di EUR 1 204, 76 che ha dovuto pagare a causa del rimborso
         anticipato del prestito concesso dalla Banca.
      
      253   Per quanto riguarda il bonus di interessi relativi al mutuo per l’acquisto della casa a Roma, essa ritiene che il ricorrente
         non abbia diritto a tale beneficio in quanto, conformemente alle regole applicabili, non ha presentato una domanda formale
         completa in tal senso. Essa osserva, d’altra parte, che, dopo che vi era stato un primo scambio di messaggi di posta elettronica
         all’inizio del mese di maggio 2001 a proposito della concessione di tale bonus, la Banca ha deciso di sospendere e successivamente
         di licenziare il ricorrente. A suo parere, tali circostanze hanno probabilmente impedito o concorso a impedire al ricorrente
         di presentare una domanda formale per la concessione di tale bonus.
      
      254   In settimo luogo, la convenuta riconosce che, a decorrere dal suo trasferimento a Roma, il ricorrente aveva diritto all’indennità
         di mobilità geografica prevista all’art. 1.4 delle disposizioni amministrative. Essa rileva, tuttavia, che, il 27 luglio 2001,
         l’indennità corrispondente al periodo dal marzo all’agosto 2001 è stata versata al ricorrente insieme all’indennità di nuova
         sistemazione. Quanto all’indennità per il mese di settembre, essa sottolinea che tale indennità è stata versata l’8 agosto
         2001, insieme alla retribuzione del mese di agosto 2001.
      
      255   Infine, la convenuta ritiene di essere legittimata a compensare le somme che essa deve pagare al ricorrente con quelle che
         quest’ultimo le deve in seguito alla sentenza 23 febbraio 2001. Infatti, essa sottolinea che, in seguito all’annullamento
         ex tunc delle dimissioni del ricorrente, i versamenti di somme che sono stati effettuati dalla Banca a causa di tali dimissioni hanno
         perduto la loro ragion d’essere. Tale è, in particolare, il caso dell’indennità di cessazione dal servizio, dell’importo netto
         di EUR 26 510,23, e dell’indennità di nuova sistemazione di EUR 11 015,94, che sono state versate al ricorrente nel febbraio/marzo
         1999. A suo parere, tale conclusione si impone a maggior ragione per quest’ultima indennità in quanto, il 27 luglio 2003,
         essa gli ha corrisposto la somma di EUR 18 814,98, anch’essa a titolo di indennità di nuova sistemazione. Inoltre, essa osserva
         che il ricorrente è ancora debitore nei suoi confronti della somma di EUR 2 766,95 nell’ambito del rimborso del mutuo relativo
         all’acquisto della casa a Lussemburgo. Infine la convenuta lascia alla valutazione del Tribunale la questione se gli interessi
         sulle somme indebitamente percepite dal ricorrente possano essere compensati con gli interessi su una somma equivalente che
         la Banca dovrebbe versargli.
      
       Giudizio del Tribunale
      –       Osservazioni preliminari
      256   In primo luogo, occorre rilevare che, laddove il ricorrente chiede di condannare la convenuta al pagamento di tutti gli stipendi
         arretrati dal gennaio 1999 fino al suo licenziamento, la sua argomentazione comporta, in realtà, due parti distinte. La prima
         parte riguarda il pagamento di tutte le somme a cui il ricorrente ha diritto in forza della sentenza 23 febbraio 2001. Il
         ricorrente ritiene, infatti, che, in violazione del punto 2 del dispositivo di tale sentenza, la convenuta non gli abbia versato
         la totalità degli arretrati delle retribuzioni dalla revoca della sua dichiarazione di dimissioni, maggiorati degli interessi
         di mora al tasso del 6,75%. Inoltre, egli afferma che la convenuta non ha dato correttamente esecuzione al punto 3 della citata
         sentenza in forza del quale essa è stata condannata a versargli la somma di un euro simbolico a causa del danno morale da
         lui subito. La seconda parte dell’argomentazione del ricorrente riguarda, invece, il versamento di retribuzioni e benefici
         a cui quest’ultimo può aver diritto a decorrere dalla sua reintegrazione nel marzo 2001 fino al suo licenziamento nel settembre
         2001. Il Tribunale ritiene opportuno esaminare queste due parti separatamente.
      
      257   In secondo luogo, si deve ricordare che, dal momento che tale aspetto della presente controversia riguarda la determinazione
         delle somme a cui il ricorrente può avere diritto in forza delle norme applicabili, esso ha carattere pecuniario per cui il
         Tribunale dispone al riguardo di una competenza anche di merito (sentenza della Corte 2 ottobre 2001, causa C‑449/99 P, BEI/Hautem,
         Racc. pag. I‑6733, punti 94 e 95).
      
      258   Nella fattispecie, l’esercizio di tale competenza comporta, anzitutto, che il Tribunale valuti entro quali limiti il ricorrente
         può pretendere il versamento di talune retribuzioni e/o benefici, quindi, che determini autoritativamente le somme a cui il
         ricorrente può aver diritto a tale titolo e, infine, che analizzi se la convenuta, con i versamenti che ha effettuato tra
         il 6 marzo 2001 e il 6 settembre 2001, abbia pagato l’insieme di tali somme al ricorrente.
      
      259   Nell’esercizio di tale competenza il Tribunale intende basarsi, in particolare, sulle lettere depositate dal ricorrente il
         15 luglio 2003, il 10 novembre 2003 e il 20 gennaio 2004, nonché sulle lettere depositate dalla convenuta il 1° ottobre 2003,
         il 10 novembre 2003 e il 30 gennaio 2004.
      
      260   A tale proposito, il ricorrente chiede a torto al Tribunale di rifiutare il deposito della lettera 10 novembre 2003 della
         convenuta. È vero che tale lettera contiene un certo numero di informazioni e di documenti che non sono stati allegati o presentati
         in una fase precedente del procedimento. Tuttavia, occorre sottolineare che, con tale lettera, la convenuta ha risposto alla
         richiesta del Tribunale di precisare le regole applicabili ai diversi elementi della retribuzione che costituiscono oggetto
         di controversia tra le parti nonché di chiarire i suoi calcoli dei diversi importi versati al ricorrente a tale titolo. Contrariamente
         a quanto afferma il ricorrente, il fatto che la convenuta precisi in tale lettera che, ai fini del calcolo delle somme che
         essa deve versargli in esecuzione della sentenza 23 febbraio 2001, essa ha effettuato una compensazione con le somme che le
         sono dovute dal ricorrente non costituisce un argomento nuovo, ma una precisazione utile al fine di valutare l’esattezza di
         tale calcolo. Inoltre, occorre rilevare che sia nella sua lettera al ricorrente in data 30 maggio 2001 sia nelle sue memorie,
         la convenuta ha sottolineato più volte che le somme dovute dalla Banca devono essere compensate con gli importi che essa ha
         versato al ricorrente quando quest’ultimo ha lasciato la Banca nel febbraio 1999.
      
      261   D’altronde il tenore della lettera 10 novembre 2003 della convenuta non può assolutamente essere paragonato a quello delle
         osservazioni sulla relazione d’udienza che sono state depositate dal ricorrente il 7 ottobre 2003. Infatti, il Tribunale ha
         rifiutato il deposito di tale documento a causa del fatto che esso andava ben oltre l’oggetto di simili osservazioni, che,
         conformemente ai principi essenziali che disciplinano il procedimento dinanzi al Tribunale, è esclusivamente quello di correggere
         eventuali errori o inesattezze di fatto contenute nella relazione d’udienza che è stata comunicata alle parti prima dell’udienza
         e non di consentire a queste ultime di replicare agli argomenti della controparte e ancor meno di dedurre nuovi argomenti.
      
      262   Inoltre, occorre respingere le censure fatte valere dal ricorrente per quanto riguarda l’efficacia probatoria delle copie
         delle disposizioni applicabili che sono state presentate dalla convenuta in allegato alla sua lettera 10 novembre 2003. Infatti,
         il semplice fatto che la convenuta non abbia indicato su tali copie l’organo decisionale che ha adottato tali disposizioni
         non è sufficiente a privarle di qualsiasi efficacia probatoria. L’argomento del ricorrente è d’altronde contraddittorio su
         tale punto poiché, da un lato, egli afferma di aver diritto a taluni benefici in forza delle disposizioni applicabili e, dall’altro,
         considera che le copie di tali disposizioni presentate dalla convenuta non abbiano alcuna efficacia probatoria.
      
      263   In terzo luogo, si deve osservare che dagli scritti delle parti risulta che, sotto molteplici aspetti, esse non concordano
         né sulle somme a cui il ricorrente ha diritto né sul momento in cui tali somme avrebbero dovuto essere versate e, pertanto,
         sul modo in cui gli interessi di mora devono essere calcolati. Tali divergenze sono la conseguenza, tra l’altro, del fatto
         che il calcolo degli arretrati delle retribuzioni non percepite dal ricorrente relative al periodo precedente alla sua reintegrazione
         si basa su una situazione fittizia, in quanto il ricorrente non ha fornito prestazioni professionali durante tale periodo.
         Esse risultano anche dall’esistenza di un potere discrezionale degli organi competenti della Banca relativamente alla concessione
         di taluni benefici o ancora da imprecisioni nelle disposizioni pertinenti.
      
      264   In tali circostanze e nell’intento di fornire una soluzione equa a tale parte della controversia, il Tribunale ritiene necessario
         stabilire, alla luce delle disposizioni applicabili e dell’insieme degli elementi di fatto di cui dispone, gli importi dovuti
         da ciascuna delle parti e valutare in tal modo se, con i versamenti effettuati, la convenuta abbia soddisfatto tutti i suoi
         obblighi pecuniari nei confronti del ricorrente.
      
      265   A tale proposito, il ricorrente addebita ingiustamente al Tribunale di voler condurre di propria iniziativa un’indagine di
         natura contabile piuttosto che accogliere la sua domanda diretta alla nomina di un perito o di un commissario ad acta per risolvere tale parte della controversia. Infatti, occorre sottolineare che, nei suoi scritti, il ricorrente non ha dedotto
         alcun motivo valido per giustificare l’accoglimento di tale domanda da parte del Tribunale. Inoltre, se è vero che, in talune
         circostanze precise, il Tribunale può ordinare la nomina di un perito, tuttavia tale perito può essere incaricato solo di
         indagini specifiche di natura fattuale o tecnica. Contrariamente a quanto suggerisce il ricorrente, in nessun caso il Tribunale
         può delegare a tale perito il potere «di accertare quanto è ancora effettivamente dovuto al ricorrente per i titoli dedotti
         in giudizio, disponendo direttamente per il relativo pagamento», in quanto tale delega equivarrebbe a trasferire al perito
         il potere di decidere su una parte della controversia. Tale constatazione si impone tanto più che, nella fattispecie, l’imprecisione
         di talune disposizioni pertinenti richiede l’esercizio di un certo potere discrezionale del Tribunale.
      
      266   Infine, occorre rilevare che questa parte della controversia è indissolubilmente legata al resto del procedimento in quanto,
         da un lato, essa riguarda le conseguenze economiche della sentenza 23 febbraio 2001 e delle decisioni adottate dalla convenuta
         in seguito a tale sentenza e, dall’altro, la sua soluzione nell’ambito della presente sentenza deve permettere la definizione,
         con la pronuncia, dell’insieme dei punti di conflitto che oppongono le parti nell’ambito delle presenti cause, comprese le
         questioni di ordine finanziario. In tali circostanze, occorre respingere la domanda del ricorrente diretta alla pronuncia
         di una sentenza interlocutoria da parte del Tribunale.
      
      267   È alla luce di tali considerazioni generali che occorre esaminare, anzitutto, l’argomento del ricorrente relativo all’esecuzione
         dei punti 2 e 3 della sentenza 23 febbraio 2001 e, successivamente, l’argomento del ricorrente relativo al pagamento delle
         retribuzioni in seguito alla sua reintegrazione.
      
      –       Sull’esecuzione dei punti 2 e 3 del dispositivo della sentenza 23 febbraio 2001
      268   In via preliminare, occorre respingere l’argomento del ricorrente secondo cui la convenuta non ha correttamente eseguito il
         punto 3 del dispositivo della sentenza 23 febbraio 2001 in forza del quale essa è stata condannata a versare al ricorrente
         la somma di un euro simbolico a risarcimento del suo danno morale. Infatti, come risulta dalla lettera 6 novembre 2003, che
         figura nell’allegato 1 della lettera 10 novembre 2003 della convenuta, tale somma è stata effettivamente versata sul conto
         del ricorrente. Inoltre, a tale proposito, il ricorrente esige a torto una lettera del presidente della Banca che confermi
         che tale pagamento è diretto a risarcire il danno morale che egli ha subito. Infatti, tale incombenza non risulta dal punto
         3 del dispositivo della citata sentenza.
      
      269   Inoltre, occorre ricordare che, in conformità del punto 2 del dispositivo della sentenza 23 febbraio 2001, la convenuta è
         stata condannata a versare al ricorrente gli arretrati delle retribuzioni non percepite dalla revoca della sua dichiarazione
         di dimissioni, maggiorati degli interessi di mora al tasso del 6,75%.
      
      270   Per valutare se la convenuta abbia correttamente eseguito tale parte del dispositivo della sentenza, occorre anzitutto rilevare
         che, benché diverse somme siano state versate al ricorrente durante il periodo compreso tra il 6 marzo 2001 e il 6 settembre
         2001, solo la somma di EUR 180 654, che gli à stata versata il 1° giugno 2001, è stata espressamente imputata all’esecuzione
         del punto 2 della sentenza 23 febbraio 2001. Infatti, le altre somme sono state versate al ricorrente come retribuzione per
         il periodo compreso tra la sua reintegrazione nel marzo 2001 e il suo licenziamento nel settembre 2001. Per l’esame degli
         argomenti esposti dal ricorrente in merito a tali somme, si rinvia ai punti 287 e ss. infra.
      
      271   Inoltre, occorre sottolineare che, in forza del punto 2 del dispositivo della sentenza 23 febbraio 2001, il ricorrente ha
         diritto al pagamento di tutte le retribuzioni che avrebbe dovuto percepire se la Banca non avesse rifiutato di accettare la
         revoca delle sue dimissioni ed egli avesse quindi continuato ad essere dipendente della stessa. Come risulta da tale punto
         del dispositivo, per il calcolo di tali arretrati di retribuzione bisogna partire dalla data in cui il ricorrente ha revocato
         la sua dichiarazione di dimissioni, vale a dire il 14 gennaio 1999 (sentenza 23 febbraio 2001, punto 307). Inoltre, è pacifico
         tra le parti che, poiché il ricorrente à stato reintegrato a decorrerere dal 1° marzo 2001, gli arretrati di retribuzione
         di cui al punto 2 devono essere calcolati fino al 28 febbraio 2001.
      
      272   Del resto, il Tribunale rileva che, per quanto riguarda il calcolo degli interessi di mora al tasso del 6,75% a cui il ricorrente
         ha diritto in forza del punto 2 della sentenza 23 febbraio 2001, il punto di partenza è il momento in cui le somme in questione
         avrebbero dovuto essere versate al ricorrente conformemente alle disposizioni applicabili. In assenza di precisazioni a tale
         proposito nelle disposizioni, spetta al Tribunale stabilire il momento in cui esse avrebbero dovuto ragionevolmente essergli
         versate.
      
      273   Infine, si deve rilevare che, poiché gli interessi di mora hanno lo scopo di risarcire il danno subìto da una parte a causa
         del mancato pagamento di somme certe ad opera di un’altra parte, essi continuano a maturare fino al momento in cui tali somme
         sono effettivamente pagate. Orbene, come è stato precedentemente ricordato, la convenuta ha versato, il 1° giugno 2001, un
         importo di EUR 180 654,10 sul conto del ricorrente per dare esecuzione al punto 2 della sentenza 23 febbraio 2001, cosicché
         gli interessi di mora devono, in linea di principio, essere calcolati fino a quella data. Tuttavia, qualora tale somma dovesse
         risultare inferiore all’importo totale a cui il ricorrente ha diritto in forza del punto 2 del dispositivo della sentenza
         23 febbraio 2001, gli interessi di mora continueranno a maturare sul saldo fino al suo pagamento effettivo.
      
      274   È alla luce di tali premesse che occorre esaminare l’insieme degli argomenti dedotti dal ricorrente per provare che la convenuta
         non ha correttamente eseguito il punto 2 del dispositivo della sentenza 23 febbraio 2001.
      
      275   In primo luogo, occorre constatare che, in seguito a trattative tra le parti che hanno avuto luogo dopo l’udienza del 15 ottobre
         2003, le posizioni delle parti si sono notevolmente avvicinate per quanto riguarda l’importo totale a cui il ricorrente ha
         diritto a titolo della retribuzione di base, dell’indennità di compensazione, degli assegni famigliari, dell’indennità di
         espatrio, dell’indennità scolastica e dell’indennità per figli a carico. Alla luce dell’insieme dei dati di fatto e dei calcoli
         trasmessi dalle parti, il Tribunale decide che l’importo totale a cui il ricorrente ha diritto a tale titolo per il periodo
         dal 14 gennaio 1999 al 28 febbraio 2001 ammonta, dopo il prelievo dell’imposta e di altri contributi, a EUR 170 700. Per quanto
         riguarda gli interessi di mora su tale somma, occorre, tenendo conto dei calcoli trasmessi dalle parti, fissarli a EUR 14
         000.
      
      276   In secondo luogo, il Tribunale ritiene che il ricorrente, in considerazione del fatto che è stato dipendente della Banca per
         tutto l’anno 1998 e che ha ottenuto un premio per ciascuno degli anni 1992‑1997, abbia diritto al versamento di tale premio
         per gli anni 1998, 1999 e 2000 a titolo degli arretrati di retribuzione. Per quanto riguarda l’importo di tali premi, il Tribunale
         osserva che non occorre tener conto dei calcoli trasmessi a tal fine dalla convenuta in quanto tali calcoli sono stati effettuati
         mediante un coefficiente e non con le formule previste a tal fine dalle disposizioni applicabili da essa prodotte su richiesta
         del Tribunale. Di conseguenza, il Tribunale decide che, alla luce dei calcoli trasmessi dal ricorrente e tenendo conto del
         fatto che dai documenti presentati dalle parti risulta che tali premi sono applicati al tasso medio del 25%, gli importi dei
         premi annuali ammontano rispettivamente a EUR 6 970 per l’anno 1998, a EUR 7 130 per l’anno 1999, e a EUR 7 500 per l’anno
         2000. Per quanto riguarda il pagamento del premio annuale per l’anno 2001, esso non può essere richiesto in forza del punto
         2 della sentenza 23 febbraio 2001. Pertanto, l’importo totale a cui il ricorrente ha diritto a tale titolo ammonta, detratte
         le imposte, a EUR 21 600. Quanto agli interessi di mora su tale importo, alla luce dei calcoli trasmessi dalle parti, occorre
         fissarli a EUR 1 450.
      
      277   In terzo luogo, per quanto riguarda l’eventuale pagamento della retribuzione corrispondente ai giorni di ferie non goduti
         nel 1998 nonché durante il periodo compreso tra il gennaio 1999 e il 23 febbraio 2001, il Tribunale considera che spetterà
         all’autorità competente, nell’ambito dell’esecuzione della presente sentenza, provvedere o a un riporto di tali giorni di
         ferie o a una compensazione finanziaria adeguata. 
      
      278   In quarto luogo, il Tribunale rileva che è pacifico tra le parti che, in esecuzione del punto 2 del dispositivo della sentenza
         23 febbraio 2001, il ricorrente ha diritto, per sé e per la sua famiglia, al pagamento dell’indennità forfettaria per i viaggi
         verso il centro di interessi prevista all’art. 6.2 delle disposizioni amministrative. Al contrario, le parti non si accordano
         sull’importo dell’indennità che il ricorrente può pretendere a tale titolo, avendo quest’ultimo basato i suoi calcoli sull’ipotesi
         di un viaggio in aereo mentre la convenuta lo ha fatto sulla base di un viaggio via terra.
      
      279   A tale proposito, tenuto conto del fatto che, conformemente all’art. 6.2.3 delle disposizioni amministrative, il rimborso
         complementare è previsto solo in caso di impiego effettivo dell’aereo e su presentazione dei documenti giustificativi delle
         spese relative, nonché del fatto che il ricorrente e la sua famiglia non hanno mai effettuato i viaggi in parola, il Tribunale
         decide che il ricorrente ha diritto solo al pagamento dell’indennità forfettaria prevista all’art. 6.2.2 delle disposizioni
         amministrative. Inoltre, poiché tale indennità è pagata il 1° aprile e il 1° ottobre di ogni anno, il ricorrente ha diritto
         al versamento delle somme che erano pagabili a tale titolo il 1° aprile 1999, il 1° ottobre 1999, il 1° aprile 2000 e il 1° ottobre
         2000. D’altronde, dai calcoli trasmessi dalla convenuta risulta che, nel caso del ricorrente, tale indennità ammonta a EUR 1 365
         per viaggio. Pertanto, alla luce dell’insieme delle informazioni di cui dispone, il Tribunale decide che il ricorrente ha
         diritto, a titolo delle indennità di viaggio verso il centro di interessi che gli spettano in forza del punto 2 del dispositivo
         della sentenza 23 febbraio 2001, a un importo totale di EUR 5 460. Per quanto riguarda gli interessi di mora su tale somma,
         occorre, tenuto conto dei calcoli trasmessi dalle parti, fissarli a EUR 540.
      
      280   In quinto luogo, le parti sono concordi sul fatto che, in seguito all’annullamento ex tunc del rifiuto delle revoca delle dimissioni del ricorrente, quest’ultimo ha diritto di percepire una somma corrispondente alla
         differenza tra gli interessi che egli ha pagato alla BCEE dal marzo 1999 sul mutuo relativo all’acquisto della sua casa a
         Lussemburgo e quelli che avrebbe dovuto pagare alla Banca se non fosse stato costretto a rimborsare anticipatamente il prestito
         concesso da quest’ultima. Il Tribunale decide che, alla luce dei calcoli trasmessi dalla convenuta e tenuto conto della mancanza
         di precisione dei calcoli prodotti al riguardo dal ricorrente, l’importo a cui il ricorrente ha diritto a tale titolo ammonta
         a EUR 5 991. Inoltre, è pacifico tra le parti che quest’ultimo ha diritto al rimborso, da un lato, della commissione bancaria
         di EUR 1 204 che ha pagato alla BCEE e, dall’altro, della trattenuta per spese private di EUR 250 che ha pagato alla convenuta
         nell’ambito del rimborso anticipato del suo prestito immobiliare. Pertanto, il Tribunale decide che, alla luce delle disposizioni
         vigenti e dell’insieme delle informazioni di cui dispone, l’importo totale a cui il ricorrente ha diritto a tale titolo ammonta
         a EUR 7 445. Per quanto riguarda gli interessi di mora su tale somma, occorre, tenuto conto dei calcoli trasmessi dalle parti,
         fissarli a EUR 700.
      
      281   Dall’insieme delle considerazioni che precedono risulta che, in esecuzione del punto 2 del dispositivo della sentenza 23 febbraio
         2001, il ricorrente ha diritto al pagamento di un importo totale di EUR 221 895.
      
      282   Contrariamente a quanto afferma il ricorrente, la convenuta aveva il diritto di compensare tale somma con l’insieme delle
         somme che essa ha versato al ricorrente in seguito alla sua cessazione dal servizio nel marzo 1999, e cioè rispettivamente
         l’importo netto dell’indennità di cessazione dal servizio e dell’indennità di nuova sistemazione che sono state versate al
         ricorrente in tale circostanza, e cioè rispettivamente EUR 26 510 e EUR 11 015. Infatti, poiché la sentenza 23 febbraio 2001
         ha comportato l’annullamento ex tunc degli effetti del rifiuto della Banca di accettare la revoca della dichiarazione di dimissioni del ricorrente, il pagamento
         di tali somme ha perso la sua ragion d’essere e, di conseguenza, il loro rimborso da parte del ricorrente è giustificato.
         A tale proposito occorre d’altronde respingere l’obiezione del ricorrente secondo cui il rimborso di tali somme non costituisce
         oggetto della presente controversia in mancanza di una domanda riconvenzionale della convenuta. Infatti, risulta chiaramente
         dai calcoli prodotti dalla convenuta che essa ha tenuto conto di tali somme nell’ambito del calcolo degli arretrati di retribuzione
         dovuti al ricorrente in forza del punto 2 del dispositivo della citata sentenza. Orbene, poiché il ricorrente contesta tale
         calcolo, è evidente che il rimborso di tali somme rientra nella presente controversia.
      
      283   Per contro, il Tribunale ritiene che, in mancanza di domanda di rimborso dell’indennità di cessazione dal servizio e dell’indennità
         di nuova sistemazione precedentemente menzionate, la convenuta non possa pretendere che tali somme siano maggiorate degli
         interessi di mora.
      
      284   Inoltre, il ricorrente giustamente contesta il diritto della convenuta di compensare le somme che gli sono dovute dalla Banca
         in forza del punto 2 del dispositivo della sentenza 23 febbraio 2001 con il saldo del prestito immobiliare che egli deve ancora
         rimborsare alla Banca in seguito alla sua cessazione dal servizio nel marzo 1999, e cioè una somma di EUR 2 766. Infatti,
         contrariamente all’indennità di cessazione dal servizio e all’indennità di nuova sistemazione, non si tratta di una somma
         che ha perso la sua ragion d’essere a causa della citata sentenza ma, al contrario, di un debito certo ed esigibile dal 1999
         di cui la convenuta non ha mai chiesto il pagamento.
      
      285   Pertanto, il Tribunale considera che, nel versare, il 1° giugno 2001, la somma di EUR 180 654 al ricorrente, la convenuta
         non abbia eseguito correttamente il punto 2 del dispositivo della sentenza 23 febbraio 2001. Infatti, dopo la compensazione
         con l’indennità di cessazione dal servizio e con l’indennità di nuova sistemazione versate al ricorrente in seguito alla sua
         cessazione dal servizio nel marzo 1999, la convenuta avrebbe dovuto versare al ricorrente la somma di EUR 184 370.
      
      286   In conclusione, il Tribunale decide, esercitando la sua competenza anche di merito, che la convenuta deve versare al ricorrente
         la somma di EUR 3 716, maggiorata, se del caso, di un’eventuale compensazione finanziaria supplementare corrispondente ai
         giorni di ferie non goduti (v. supra, punto 277). Inoltre, per risarcire il danno subìto dal ricorrente a causa della parziale
         mancata esecuzione del punto 2 del dispositivo della sentenza 23 febbraio 2001, occorre maggiorare tale somma degli interessi
         di mora a decorrere dal 1° giugno 2001 fino alla data del pagamento effettivo. Il tasso degli interessi di mora da applicare
         è calcolato sulla base del tasso fissato dalla Banca centrale europea per le principali operazioni di rifinanziamento, vigente
         durante il periodo di cui trattasi, maggiorato di due punti.
      
      –       Sul pagamento delle retribuzioni scadute a partire dal 1° marzo 2001
      287   Tenuto conto dell’annullamento della decisione di sospensione (v. punto 128 supra) e della decisione di licenziamento (v.
         punto 219supra), occorre decidere che la Banca deve versare al ricorrente gli arretrati delle retribuzioni che egli avrebbe
         dovuto percepire dal 1° marzo 2001.
      
      288   Tuttavia occorre tener conto del fatto che, come risulta dai documenti prodotti a tale riguardo dalla convenuta, essa ha versato
         al ricorrente taluni importi a titolo di retribuzione per il periodo dal marzo 2001 al settembre 2001. Pertanto, essa ha pagato
         un importo totale di EUR 38 371 a titolo di retribuzione di base per il periodo da marzo ad agosto 2001. Inoltre, essa ha
         pagato, nel luglio 2001, una somma di EUR 18 814 a titolo di indennità di nuova sistemazione e una somma di EUR 7 740 a titolo
         di indennità di mobilità geografica per il periodo marzo-agosto 2001. Infine, essa ha versato al ricorrente, insieme alla
         retribuzione del mese di agosto 2001, una somma di EUR 1 290 a titolo di indennità di mobilità geografica per il mese di settembre
         2001.
      
      289   Da tali documenti risulta che, fatta salva l’indennità di mobilità geografica di EUR 1 290, il ricorrente non ha percepito
         alcuna retribuzione dal 1° settembre 2001. Pertanto, la Banca deve versare al ricorrente gli arretrati delle retribuzioni
         non percepite a decorrere dal 1° settembre 2001, maggiorati degli interessi di mora, operando una deduzione della somma di
         EUR 1 290 versata al ricorrente nell’agosto 2001. Il tasso degli interessi di mora da applicare è calcolato sulla base del
         tasso fissato dalla Banca centrale europea per le principali operazioni di rifinanziamento, vigente durante il periodo di
         cui trattasi, maggiorato di due punti.
      
      290   Per quanto riguarda la retribuzione dovuta al ricorrente per il periodo dal 1° marzo 2001 al 31 agosto 2001, occorre, anzitutto,
         respingere in quanto infondato l’argomento del ricorrente secondo cui la somma di EUR 18 814 che gli è stata versata a titolo
         di indennità di nuova sistemazione non è esatta. Infatti, risulta dall’art. 1.3 delle disposizioni amministrative che, in
         seguito alla sua riassegnazione a Roma, il ricorrente ha diritto ad un’indennità di nuova sistemazione pari a tre volte la
         retribuzione di base in vigore al momento del trasferimento. Orbene, nella fattispecie, la retribuzione di base a cui il ricorrente
         aveva diritto nel marzo 2001 era di EUR 6 271,66 (v. stipendio corrispondente alla funzione E29 sulla tabella degli stipendi
         di base per l’anno 2001), per cui l’indennità di nuova sistemazione a cui il ricorrente ha diritto in seguito alla sua riassegnazione
         ammonta a EUR 18 814,98, il che corrisponde alla somma versata dalla convenuta.
      
      291   Inoltre, occorre respingere la domanda del ricorrente diretta ad ottenere che il Tribunale condanni la convenuta a concedergli
         il bonus di interessi relativo al mutuo per l’acquisto della sua casa a Roma. Infatti, la convenuta ha sottolineato nei suoi
         scritti, senza essere contestata sul punto dal ricorrente, che quest’ultimo non ha presentato una domanda formale per la concessione
         di tale beneficio.
      
      292   Per contro, alla luce delle considerazioni esposte al punto 280 supra, il Tribunale ritiene che il ricorrente giustamente
         chieda il pagamento del bonus di interessi relativi al mutuo per l’acquisto della sua casa a Lussemburgo per il periodo dal
         1° marzo 2001 al 31 agosto 2001. Pertanto, il Tribunale decide che, alla luce delle disposizioni applicabili e dell’insieme
         delle informazioni di cui dispone, il ricorrente ha diritto, a tale titolo, a un importo complessivo di EUR 2 315.
      
      293   Inoltre, se è vero che, per l’insieme dei motivi esposti al punto 276 supra, il ricorrente può aver diritto al pagamento di
         un premio annuale per l’anno 2001, cionondimeno, in conformità alle disposizioni applicabili, tale premio annuale è pagabile
         esclusivamente al 1° luglio dell’anno che segue l’anno della valutazione. Pertanto, il ricorrente non può addebitare alla
         convenuta di non avergli pagato tale premio durante il periodo compreso tra il 1° marzo 2001 e il 31 agosto 2001.
      
      294   Infine, il Tribunale giudica che a torto il ricorrente chiede il pagamento dell’indennità di viaggio verso il centro di interessi
         per l’anno 2001. Infatti, come sottolinea giustamente la convenuta, dall’art. 6.2 delle disposizioni amministrative della
         Banca risulta che, in seguito alla sua rassegnazione presso la sede della Banca a Roma, il ricorrente non ha più diritto al
         pagamento di tale indennità dal momento che la sua sede di servizio e il suo centro di interessi sono identici. Analogamente,
         occorre respingere la domanda del ricorrente diretta al pagamento delle spese di trasloco e di viaggio risultanti dalla sua
         riassegnazione a Roma. Infatti, da un lato, il ricorrente non ha mai dovuto sostenere tali spese e, dall’altro, la convenuta
         ha già rimborsato le spese di trasloco del ricorrente in occasione della sua cessazione dal servizio nel marzo 1999.
      
      295   Da quanto precede risulta che, a titolo di retribuzione non percepita per il periodo compreso tra il 1° marzo 2001 e il 31
         agosto 2001, il ricorrente ha diritto al pagamento di una somma di EUR 2 315. Per risarcire il danno subìto dal ricorrente
         a causa del ritardo nel pagamento di tale somma, questa deve essere maggiorata degli interessi di mora. Inoltre, poiché tale
         beneficio è concesso su base mensile, il Tribunale ritiene equo far decorrere tali interessi di mora dal 1° giugno 2001.
      
      296   Pertanto, la Banca deve pagare al ricorrente, a titolo di arretrati di retribuzione per il periodo compreso tra il 1° marzo
         2001 e il 31 agosto 2001, la somma di EUR 2 315, maggiorata degli interessi di mora a decorrere dal 1° giugno 2001. Il tasso
         degli interessi di mora da applicare è calcolato sulla base del tasso fissato dalla Banca centrale europea per le principali
         operazioni di rifinanziamento, vigente durante il periodo di cui trattasi, maggiorato di due punti.
      
      c)     Sulla domanda di risarcimento
       Argomenti delle parti
      297   Il ricorrente chiede innanzi tutto il risarcimento del danno biologico, inteso come incapacità temporanea e danno alla salute
         conseguenti alle vessazioni da lui subite dopo il 1999 e successivamente alla sua reintegrazione, nonché alle numerose irregolarità
         che hanno viziato il procedimento disciplinare. Egli stima che tale danno ammonti indicativamente ad un milione di euro, riservandosi
         di quantificarlo più precisamente in corso di causa, segnatamente previa consulenza tecnica disposta dal Tribunale al fine
         di valutare la percentuale di incapacità del ricorrente.
      
      298   In secondo luogo, il ricorrente chiede il risarcimento del danno patrimoniale conseguente all’impossibilità di aspirare alla
         benché minima carriera o di trovare un’altra occupazione. Egli indica che tale danno ammonta a due milioni di euro, cifra
         ottenuta sulla base della retribuzione annuale percepita nel 1998, cui si aggiungono i normali incrementi della retribuzione
         per il periodo compreso tra il 1998 e il 2026, tenuto conto dell’inflazione. Secondo il ricorrente, con questo calcolo si
         ottiene, con una certa approssimazione e tenuto conto della speranza di vita e della ripercussione sul trattamento pensionistico,
         il valore del danno da lui subito.
      
      299   Infine, il ricorrente chiede il risarcimento del danno morale subito in conseguenza della mala fede della Banca, e in particolare
         dell’insieme dei comportamenti illeciti da questa tenuti.
      
      300   La convenuta sostiene che la domanda di risarcimento del danno asseritamente subito dal ricorrente deve essere respinta in
         quanto, per le ragioni già indicate nell’ambito del presente procedimento, il presupposto relativo all’illegittimità dell’atto
         non sussiste.
      
      301   Inoltre, essa rileva che le domande risarcitorie anteriori alla pronuncia della sentenza 23 febbraio 2001 sono state già respinte
         dal Tribunale che, ritenendo insussistente il danno patrimoniale, gli ha accordato simbolicamente un euro a titolo di risarcimento
         del danno morale. Essa considera, perciò, che tali domande non possono venire riproposte al Tribunale.
      
      302   Per il resto, essa rileva che sia la domanda di risarcimento del danno derivante dalla perdita delle opportunità di carriera,
         sia quella relativa alle vessazioni che il ricorrente asserisce di aver subito, riguardano danni futuri. Orbene, secondo la
         convenuta, il risarcimento di tale danno può essere ammesso solo nei limiti in cui sia già verificata la situazione dalla
         quale origina il danno. Ne consegue che, in una situazione come quella della fattispecie, in cui manca il fatto generatore
         del pregiudizio, non può neppure configurarsi una domanda di risarcimento.
      
       Giudizio del Tribunale
      303   Secondo la giurisprudenza, la responsabilità extracontrattuale della Comunità presuppone che sussista un insieme di condizioni
         costituite dall’illegittimità del comportamento addebitato all’istituzione interessata, l’effettività del danno e l’esistenza
         di un nesso di causalità tra il comportamento addebitato e il pregiudizio asserito (v., in particolare, sentenze del Tribunale
         26 maggio 1998, causa T‑205/96, Bieber/Parlamento, Racc. PI, pagg. I‑A‑231 e II‑723, punto 48, e 12 dicembre 2002, cause riunite
         T‑338/00 e T‑376/00, Morello/Commissione, Racc. PI pagg. I‑A‑301 e II‑1457, punto 150).
      
      304   Le tre condizioni per la responsabilità della Comunità sopra menzionate sono cumulative, il che implica che, qualora una di
         esse venga meno, la responsabilità della Comunità non può sussistere (v., in tal senso, sentenza della Corte 9 settembre 1999,
         causa C‑257/98 P, Lucaccioni /Commissione, Racc. pag. I‑5251, punto 14, e sentenza del Tribunale 14 maggio 1998, causa T‑165/95,
         Lucaccioni/Commissione, Racc. PI pagg. I‑A‑203 e II‑627, punto 57).
      
      305   In primo luogo, per quanto riguarda la richiesta di risarcimento del danno biologico, inteso come incapacità temporanea e
         danno alla salute che il ricorrente ha sofferto a causa delle vessazioni subite dopo il 1999, occorre rilevare che il ricorrente
         non prova il nesso di causalità tra il danno asserito e l’illegittimità della decisione di licenziamento del 6 settembre 2001.
         Ne consegue che, anche supponendo che il ricorrente sia in grado di provare l’effettività di tale danno, la responsabilità
         della convenuta non può sussistere a tale riguardo. Per queste stesse ragioni, non si deve accogliere la domanda del ricorrente
         diretta ad ottenere che il Tribunale disponga una perizia per valutare il grado di incapacità fisica del ricorrente.
      
      306   Inoltre per quanto riguarda il risarcimento del danno patrimoniale conseguente all’impossibilità di aspirare alla benché minima
         carriera o di trovare un’altra occupazione, occorre rilevare che una decisione di licenziamento per grave motivo costituisce
         un provvedimento di tale gravità da essere idoneo a compromettere seriamente le possibilità del dipendente interessato di
         trovare un’occupazione adeguata sul mercato del lavoro. Tuttavia, nella valutazione del danno subito a tale titolo dal ricorrente,
         occorre anche tener conto dell’atteggiamento adottato da quest’ultimo e dal suo rappresentante durante la riunione informale
         che si è svolta tra le parti il 12 maggio 2003. Infatti, durante tale riunione, il ricorrente ha rifiutato di prendere in
         considerazione talune proposte dirette a facilitare il suo ritorno sul mercato del lavoro. Il Tribunale ritiene che con tale
         atteggiamento negativo il ricorrente si sia astenuto dal prendere le disposizioni necessarie al fine di limitare il danno
         patrimoniale e professionale derivante dall’estrema difficoltà per lui di trovare di nuovo un’occupazione adeguata. Pertanto,
         il Tribunale ritiene che l’annullamento della decisione di licenziamento costituisca, di per sé, un risarcimento adeguato
         di tale danno.
      
      307   Da ultimo, per quanto riguarda il danno morale subìto in conseguenza dei comportamenti illeciti della Banca, occorre rilevare
         che, come risulta dalla sentenza 23 febbraio 2001 e dalla presente sentenza, la convenuta ha, in due occasioni, commesso un
         atto illegittimo che ha avuto l’effetto di porre fine prematuramente al rapporto di lavoro con il ricorrente. Pertanto, il
         Tribunale considera che occorre condannare la convenuta a versare al ricorrente la somma di EUR 10 000 come risarcimento del
         danno morale da esso subìto.
      
      d)     Sulle domande dirette ad ottenere che il Tribunale constati l’inapplicabilità al ricorrente di talune disposizioni del regolamento
         del personale e dell’intero codice di condotta.
      
       Argomenti delle parti
      308   Il ricorrente chiede al Tribunale di constatare e di dichiarare inapplicabili gli artt. 8, 9, 12, 36, 39, 41 e 44 del regolamento
         del personale nonché l’intero codice di condotta.
      
      309   La convenuta contesta la fondatezza di tale domanda.
       Giudizio del Tribunale
      310   Secondo una costante giurisprudenza, non spetta al giudice comunitario fare dichiarazioni di principio o rivolgere ingiunzioni
         all’amministrazione (v. punto 136 supra).
      
      311   Ne consegue che la presente domanda deve essere dichiarata irricevibile.
      e)     Sulla domanda del ricorrente relativa alla soppressione di taluni passi del controricorso
       Argomenti delle parti
      312   Il ricorrente chiede al Tribunale di ordinare la cancellazione dal controricorso delle parole «appropriazione di documenti
         riservati» che compaiono a pag. 17, primo capoverso, delle parole «diffusione di informazioni riservate e calunniose a carico
         della Banca e dei suoi funzionari» figuranti a pag. 29, ultimo e penultimo rigo, dell’intero primo capoverso della pag. 32,
         della parola «appropriazione» a pag. 34, quartultimo rigo, e delle parole «denigrazione sistematica», che compaiono al terzultimo
         e al penultimo rigo della pag. 34 e di tutti gli altri passaggi che eccedono il limite di una corretta e leale difesa. 
      
      313   La convenuta ritiene che tale domanda debba essere respinta come infondata in quanto le espressioni criticate dal ricorrente
         appaiono pertinenti e non eccedono i limiti di una descrizione precisa dei fatti di causa nei limiti di una corretta e appropriata
         manifestazione del pensiero.
      
       Giudizio del Tribunale
      314   Relativamente alla presente domanda è sufficiente rilevare che non è compito dei giudici comunitari limitare la libertà di
         espressione di cui godono le parti, nei limiti del rispetto delle regole deontologiche. La domanda è perciò irricevibile.
      
      f)     Sulla domanda della convenuta diretta al ritiro di sei documenti presentati dal ricorrente
       Argomenti delle parti
      315   La convenuta chiede al Tribunale di escludere dal dibattito, con divieto di far riferimento ad essi in occasione di un’eventuale
         udienza, tutti i documenti presentati dall’una o dall’altra parte, in particolare i sei documenti di cui Tribunale ha ordinato
         il ritiro dagli atti di causa nella sentenza 23 febbraio 2001.
      
      316   Il ricorrente ritiene che tale richiesta debba essere respinta. Infatti, egli rileva che tali documenti sono già stati presentati
         dalla convenuta in altre cause. Per quanto riguarda il suggerimento della convenuta secondo cui non sarebbe necessario tenere
         un’udienza nelle presenti cause, egli sottolinea che la convenuta non ha indicato alcun motivo che giustificasse una tale
         misura.
      
       Giudizio del Tribunale
      317   Il Tribunale osserva che la decisione di licenziamento è basata, almeno in parte, sull’asserita appropriazione e sull’utilizzazione
         abusiva dei sei documenti controversi. Pertanto, tali documenti sono pertinenti per la risoluzione della presente controversia.
         La domanda di ritiro deve quindi essere respinta in quanto infondata.
      
      g)     Sulla domanda del ricorrente diretta ad ottenere che il Tribunale condanni la convenuta a versargli un’indennità di cessazione
         dal servizio
      
       Argomenti delle parti
      318   Il ricorrente chiede al Tribunale, nell’ipotesi in cui non annullasse la decisione di licenziamento, di dichiarare illegittimo
         l’art. 38, primo comma, del regolamento del personale nella parte in cui non prevede il versamento di un’indennità di cessazione
         dal servizio, e di condannare la convenuta a versargli tale indennità.
      
       Giudizio del Tribunale
      319   In considerazione del fatto che la decisione di licenziamento è annullata (v. punto 219 supra), questa domanda è divenuta
         priva di oggetto.
      
       Domanda di misure di organizzazione del procedimento
      I –  Argomenti delle parti
      320   A titolo di misure di organizzazione del procedimento nella causa T‑300/01, il ricorrente chiede al Tribunale di ordinare:
      –       la produzione della relazione medica redatta dal prof. Busnengo a seguito della visita del 28 giugno 2001;
      –       la produzione di tutte le buste paga del ricorrente successive al gennaio 1999;
      –       la produzione del rapporto predisposto dalla società KPMG e dell’incarico che alla stessa era stato conferito, nonché della
         lettera del sig. Sandher del 27 gennaio 1995;
      
      –       l’audizione del legale rappresentante della Banca affinché venga interrogato su i) la mancata esecuzione della sentenza 23
         febbraio 2001 (incluso il mancato pagamento di tutti gli arretrati retributivi su base documentata), ii) la mancata ricostruzione
         della carriera del ricorrente dal febbraio 1999 al marzo 2001, iii) la mancata restituzione del bonus sugli interessi relativi
         al mutuo sulla casa del ricorrente a Lussemburgo, iv) il rifiuto di concedere un bonus sugli interessi relativi al mutuo che
         grava sulla casa che il ricorrente ha acquistato a Roma, v) la mancata formulazione delle valutazioni annuali sul ricorrente
         dal 1998 in poi, nonché la mancata fissazione di obiettivi per il futuro, vi) il mancato risarcimento del danno morale cui
         la Banca è stata condannata con sentenza 23 febbraio 2001, vii) il mancato rimborso delle spese legali relative ai procedimenti
         definiti con sentenza 23 febbraio 2001;
      
      –       una perizia nonché la nomina di un commissario speciale ad acta per stabilire gli importi a cui il ricorrente ha diritto a titolo di arretrati di retribuzione come previsto al punto 2 del
         dispositivo della sentenza 23 febbraio 2001;
      
      –       una perizia medica per accertare il danno alla salute e l’invalidità di cui soffre il ricorrente in seguito al comportamento
         della Banca;
      
      –       una perizia volta ad accertare l’esattezza dei fatti che il ricorrente ha portato a conoscenza del Parlamento europeo.
      321   Per quanto riguarda la domanda relativa alla produzione della relazione medica del dott. Busnengo, la convenuta produce, in
         allegato al controricorso, una copia della lettera scritta dal dott. Busnengo in data 2 luglio 2001 e una copia della domanda
         di intervento.
      
      322   Per quanto concerne poi le domande relative agli arretrati di retribuzione, essa produce un prospetto dei compensi dovuti
         e dei versamenti effettuati. Essa presenta anche una copia di una lettera del 30 maggio 2001 con la quale comunica al ricorrente
         che gli è stato accreditato un importo di EUR 180 654,10, con allegato il relativo prospetto. Infine, la convenuta allega
         al controricorso copia di tutta la corrispondenza scambiata tra le parti da marzo a maggio 1999 con riguardo alla liquidazione
         delle somme reciprocamente dovute all’atto della risoluzione del rapporto di lavoro in seguito alle dimissioni del ricorrente.
      
      323   In merito alle altre domande di organizzazione del procedimento presentate dal ricorrente, la convenuta ritiene che esse siano
         del tutto prive di pertinenza. Essa nota, anzitutto, che il rapporto KPMG è palesemente estraneo alla lite, in quanto il presente
         procedimento ha ad oggetto solo la validità del licenziamento del ricorrente e non le modalità della gestione del portafoglio
         obbligazionario. Essa considera poi altrettanto non pertinente la lettera del sig. Sandher in data 27 gennaio 1995. Essa ritiene
         peraltro che le domande relative all’audizione del legale rappresentante della Banca siano anch’esse non pertinenti, se non
         addirittura irricevibili, non essendo formulate in modo specifico e definito.
      
      II –  Giudizio del Tribunale
      324   In primo luogo, per quanto riguarda la domanda di presentazione della relazione medica del dott. Busnengo, si deve osservare
         che la convenuta ha presentato, in allegato al suo controricorso, una copia della lettera del dott. Busnengo del 2 luglio
         2001 e della domanda di intervento di quest’ultimo. Di conseguenza, tale domanda del ricorrente è divenuta priva di oggetto.
      
      325   Inoltre, occorre constatare che il ricorrente non deduce alcun motivo a sostegno della sua domanda di presentazione del rapporto
         KPMG e della lettera del sig. Sandher del 27 gennaio 1995. Tale domanda deve quindi essere respinta in quanto infondata.
      
      326   Allo stesso modo, il Tribunale giudica che la domanda di audizione del rappresentante legale della Banca deve essere respinta
         in quanto il ricorrente non apporta alcun elemento per giustificare la necessità di tale misura.
      
      327   Per il resto, per l’insieme dei motivi esposti al punto 265 supra, occorre respingere la domanda del ricorrente diretta ad
         ottenere che il Tribunale nomini un perito o un commissario ad acta per quanto riguarda il pagamento delle retribuzioni che
         sono dovute al ricorrente dal gennaio 1999. Analogamente, per i motivi indicati a punto 226 supra, occorre respingere la sua
         domanda diretta ad ottenere che il Tribunale ordini alla convenuta di produrre in tale fase tutte le sue buste paga dal gennaio
         1999. Infine, per il motivo esposto al  punto 201, la domanda del ricorrente diretta a nominare un perito al fine di accertare
         i fatti che sono stati portati a conoscenza del Parlamento europeo, deve essere respinta in quanto priva di fondamento.
      
      328   Infine, come è stato precedentemente sottolineato (v. punto 305 supra), non occorre disporre una perizia diretta ad accertare
         il danno alla salute fatto valere e l’invalidità di cui soffre il ricorrente in seguito al comportamento della Banca.
      
       Sulle spese
      329   L’art. 87 del regolamento di procedura del Tribunale, al suo n. 2, dispone che la parte soccombente è condannata alle spese
         se ne è stata fatta domanda e, al suo n. 3, che il Tribunale può ripartire le spese o decidere che ciascuna parte sopporti
         le proprie spese, se le parti soccombono rispettivamente su uno o più capi. 
      
      330   Inoltre, in forza dell’art. 88 dello stesso regolamento, nelle controversie tra le Comunità e i loro dipendenti, le spese
         sostenute dalle istituzioni restano a loro carico.
      
      331   Nella fattispecie, occorre rilevare che il Tribunale, pur avendo accolto le domande di annullamento della decisione di sospensione
         e della decisione di licenziamento nonché, nella causa T‑300/01, la domanda di risarcimento del danno morale, ha tuttavia
         respinto come irricevibili e/o infondate tutte le altre domande formulate dal ricorrente nelle due cause. Inoltre, si deve
         osservare che, nonostante l’invito loro rivolto in due occasioni dal Tribunale, né il ricorrente né il suo difensore si sono
         presentati all’udienza dell’11 febbraio 2004 né hanno fornito alcuna valida giustificazione al riguardo. Infine, la convenuta
         non ha provato il carattere vessatorio dei ricorsi proposti dal ricorrente.
      
      332   In tale contesto, occorre decidere, alla luce delle disposizioni sopramenzionate, che la convenuta sopporterà le proprie spese,
         comprese quelle relative ai procedimenti sommari, e la metà delle spese sostenute dal ricorrente nella cause T‑120/01 e T‑300/01
         nonché nel corso dei procedimenti sommari in tali cause.
      
      Per questi motivi,
      IL TRIBUNALE (Terza Sezione)
      dichiara e statuisce:
      1)      La decisione della convenuta 22 maggio 2001 con cui il ricorrente è sospeso dal servizio è annullata.
      2)      La decisione della convenuta 6 settembre 2001 con cui il ricorrente è licenziato è annullata.
      3)      La convenuta deve versare al ricorrente, in ragione della parziale mancata esecuzione del punto 2 del dispositivo della sentenza
            23 febbraio 2001, la somma di EUR 3 716, aumentata, eventualmente, di una compensazione finanziaria corrispondente ai giorni
            di ferie non goduti, e maggiorata di interessi di mora a decorrere dal 1º giugno 2001 fino alla data dell’effettivo pagamento.
            Il tasso degli interessi di mora da applicare è calcolato sulla base del tasso fissato dalla Banca centrale europea per le
            principali operazioni di rifinanziamento, vigente durante il periodo di cui trattasi, maggiorato di due punti.
      4)      La convenuta deve versare al ricorrente la somma di EUR 2 315 a titolo di retribuzioni non percepite per il periodo compreso
            tra il 1º marzo 2001 e il 31 agosto 2001, maggiorata di interessi di mora a decorrere dal 1º giugno 2001 fino alla data dell’effettivo
            pagamento. Il tasso degli interessi di mora da applicare è calcolato sulla base del tasso fissato dalla Banca centrale europea
            per le principali operazioni di rifinanziamento, vigente durante il periodo di cui trattasi, maggiorato di due punti.
      5)      La convenuta deve versare al ricorrente gli arretrati delle retribuzioni non percepite a decorrere dal 1º settembre 2001,
            maggiorati di interessi di mora, effettuando la deduzione della somma di EUR 1 290, versata al ricorrente a titolo di indennità
            di mobilità geografica per il mese di settembre 2001. Il tasso degli interessi di mora da applicare è calcolato sulla base
            del tasso fissato dalla Banca centrale europea per le principali operazioni di rifinanziamento, vigente durante il periodo
            di cui trattasi, maggiorato di due punti.
      6)      La convenuta è condannata a versare al ricorrente la somma di EUR 10 000 come risarcimento del danno morale da esso subìto.
      7)      La convenuta sopporterà le proprie spese, comprese quelle relative ai procedimenti sommari, e la metà delle spese sostenute
            dal ricorrente nelle cause T‑120/01 e T‑300/01, nonché nel corso dei procedimenti sommari in tali cause. 
      8)      I ricorsi sono respinti per il resto.
      
               Azizi 
            
            
                Jaeger 
            
            
                Meij 
            
         Così deciso e pronunciato a Lussemburgo il 16 dicembre 2004.
      
               Il cancelliere 
            
             
            
                      Le président
            
         
               H. Jung 
            
             
            
                      J. Azizi
            
         Indice
      
      Ambito normativo della controversia
      Fatti e procedimento
      I –  Precedenti e dispositivo della sentenza 23 febbraio 2001
      II –  Fatti successivi alla sentenza 23 febbraio 2001
      III –  Procedimento
      Conclusioni
      In diritto
      I –  Sulla ricevibilità dei ricorsi
      A –  Argomenti delle parti
      B –  Giudizio del Tribunale
      II –  Sul merito
      A –  Sulle domande nella causa http://ogma.curia.eu.int:8080/cGTi/html/CelexUrl.html?command=DocNumber&lg=it&source=Celex&numdoc=62001A0120&html=1
      1.  Sulla domanda di annullamento della lettera 6 marzo 2001 e del relativo allegato
      a)  Sulla ricevibilità della domanda
      Argomenti della parti
      Giudizio del Tribunale
      b)  Sul merito
      Sul motivo relativo alla modifica unilaterale delle condizioni di lavoro
      –  Argomenti delle parti
      –  Giudizio del Tribunale
      Sul motivo relativo all’incompetenza dell’autore della lettera 6 marzo 2001
      –  Argomenti delle parti
      –  Giudizio del Tribunale
      Sul carattere sanzionatorio della lettera 6 marzo 2001 e del relativo allegato
      –  Argomenti delle parti
      –  Giudizio del Tribunale
      Conclusione
      2.  Sulla domanda di annullamento della decisione di sospensione
      a)  Sulla ricevibilità
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      b)  Sul merito
      Sulla violazione del principio del rispetto del diritto di difesa e sulla violazione dell’obbligo di motivazione
      –  Argomenti delle parti
      –  Giudizio del Tribunale
      3.  Sulla domanda di annullamento dell’art. 39 del regolamento del personale
      a)  Argomenti delle parti
      b)  Giudizio del Tribunale
      4.  Sulla domanda volta ad ottenere dal Tribunale la dichiarazione di inapplicabilità del codice di condotta al ricorrente
      a)  Argomenti delle parti
      b)  Giudizio del Tribunale
      5.  Sulla domanda di risarcimento
      a)  Argomenti delle parti
      b)  Giudizio del Tribunale
      B –  Sulle domande nella causa T‑300/01
      1.  Osservazione preliminare
      2.  Sulle domanda di annullamento della decisione di licenziamento
      a)  Argomenti delle parti
      Sul motivo relativo ad errori manifesti nell’accertamento e nella valutazione dei fatti addebitati
      –  Sull’appropriazione irregolare e sulla produzione di sei documenti appartenenti alla Banca
      –  Sulla lettera dell’11 febbraio 1999 indirizzata ai membri del Parlamento europeo
      –  Sulla relazione del 16 aprile 1999 indirizzata alla commissione per il controllo dei bilanci del Parlamento europeo
      –  Sull’articolo apparso sul giornale danese Ekstra Bladet
      –  Sull’articolo apparso sul giornale scozzese Scotland on Sunday
      –  Sull’articolo comparso sul giornale italiano Il Mondo
      –  Sulla mancata collaborazione allo svolgimento del procedimento disciplinare
      b)  Giudizio del Tribunale
      Sulla censura vertente sulla presentazione, senza l’autorizzazione dei suoi superiori gerarchici, di documenti interni e riservati
         della Banca che il ricorrente si sarebbe irregolarmente appropriato
      
      Sulle censure relative agli articoli comparsi sui giornali Ekstra Bladet e Scotland on Sunday nonché alla lettera del ricorrente
         pubblicata sul giornale Il Mondo
      
      Sui motivi relativi alla lettera 11 febbraio 1999 e alla relazione 16 aprile 1999
      Sulla censura relativa al rifiuto del ricorrente di designare i rappresentanti del personale nella commissione paritetica
      Conclusione
      3.  Sulle altre domande
      a)  Sulle domande del ricorrente relative alla sua reintegrazione nella Banca, alla compilazione delle sue valutazioni annuali
         e alla consegna delle sue buste paga
      
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      b)  Sulle domande del ricorrente relative al pagamento degli arretrati di retribuzione maturati dal gennaio 1999, aumentati
         degli interessi di mora e al pagamento della somma di un euro simbolico
      
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      –  Osservazioni preliminari
      –  Sull’esecuzione dei punti 2 e 3 del dispositivo della sentenza 23 febbraio 2001
      –  Sul pagamento delle retribuzioni scadute a partire dal 1° marzo 2001
      c)  Sulla domanda di risarcimento
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      d)  Sulle domande dirette ad ottenere che il Tribunale constati l’inapplicabilità al ricorrente di talune disposizioni del
         regolamento del personale e dell’intero codice di condotta.
      
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      e)  Sulla domanda del ricorrente relativa alla soppressione di taluni passi del controricorso
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      f)  Sulla domanda della convenuta diretta al ritiro di sei documenti presentati dal ricorrente
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      g)  Sulla domanda del ricorrente diretta ad ottenere che il Tribunale condanni la convenuta a versargli un’indennità di cessazione
         dal servizio
      
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      Domanda di misure di organizzazione del procedimento
      I –  Argomenti delle parti
      II –  Giudizio del Tribunale
      Sulle spese
      * Lingua processuale: l'italiano.