CELEX: 62005TO0091
Language: it
Date: 2007-02-05
Title: Ordinanza del Tribunale di primo grado (Terza Sezione) del 5 febbraio 2007. # Sinara Handel GmbH contro Consiglio dell'Unione europea e Commissione delle Comunità europee. # Incidenti procedurali - Eccezione d’irricevibilità - Ricorso per risarcimento danni - Lucro cessante - Domanda di rimborso di dazi antidumping - Incompetenza. # Causa T-91/05.

Causa T-91/05
      Sinara Handel GmbH
      contro
      Consiglio dell’Unione europea 
      e 
      Commissione delle Comunità europee
      «Incidenti processuali — Eccezione d’irricevibilità — Ricorso per risarcimento danni — Lucro cessante — Domanda di rimborso di dazi antidumping — Incompetenza»
      Massime dell’ordinanza
      1.      Ricorso per risarcimento danni — Oggetto — Domanda di risarcimento danni diretta contro la Comunità in forza dell’art. 288,
            secondo comma, CE — Competenza esclusiva della Corte — Controllo della natura del ricorso
      [Artt. 234, primo comma, lett. b), CE, 235 CE e 288, secondo comma, CE; regolamento del Consiglio n. 2913/92, artt. 243-246]
      2.      Procedura — Atto introduttivo del ricorso — Requisiti di forma
      [Art. 288 CE; Statuto della Corte di giustizia, artt. 19 e 46, primo comma; regolamento di procedura del Tribunale, art. 44,
            n. 1, lett. c)]
      1.      In forza del combinato disposto dell’art. 235 CE e dell’art. 288 CE, la Corte ha competenza esclusiva per statuire sui ricorsi
         per risarcimento di un danno imputabile alle Comunità, mentre i giudici nazionali sono i soli competenti a conoscere di un’azione
         per la ripetizione di importi indebitamente riscossi da un’amministrazione nazionale in base ad una normativa comunitaria
         dichiarata in seguito invalida.
      
      Per tale ragione, il giudice comunitario, cui è sottoposta una domanda di risarcimento danni ai sensi delle citate disposizioni,
         non può esimersi dall’accertare la vera natura del ricorso di cui è investito per il motivo che l’illecito da cui trae origine
         il diritto al risarcimento sarebbe stato commesso da un’istituzione comunitaria.
      
      Tale verifica porta a considerare, come confermato dagli artt. 243-246 del regolamento n. 2913/92, che istituisce un codice
         doganale comunitario, che rientra nelle competenze dei giudici nazionali – che dovranno statuire sulla sua fondatezza avvalendosi,
         qualora dubitino della validità della normativa comunitaria, della procedura di rinvio pregiudiziale prevista all’art. 234 CE
         – e non nella competenza del giudice comunitario, una domanda che, pur se presentata come diretta ad ottenere un risarcimento
         del lucro cessante, va intesa come una richiesta di rimborso dei dazi antidumping versati da un’impresa in applicazione di
         un regolamento comunitario che si asserisce essere illegittimo.
      
      In effetti, l’asserito danno, anche se non è quantificato in maniera esattamente corrispondente all’importo dei dazi versati
         – in quanto l’impresa ha preso in considerazione, per determinarne l’importo, il supplemento d’imposta che avrebbe dovuto
         pagare sui suoi utili, laddove non fosse stata assoggettata a tali dazi – deriva immediatamente, necessariamente ed esclusivamente
         dal versamento dei detti dazi antidumping.
      
      (v. punti 47-53, 60, 79)
      2.      Al fine di garantire la certezza del diritto e una sana amministrazione della giustizia, è necessario, affinché un ricorso
         sia ricevibile, che gli elementi essenziali di fatto e di diritto sui quali esso è fondato emergano, anche sommariamente,
         purché in modo coerente e comprensibile, dall’atto introduttivo stesso. Un ricorso inteso al risarcimento del danno causato
         da un’istituzione comunitaria deve contenere elementi che consentano di identificare, tra l’altro, il danno che il ricorrente
         asserisce di aver subito e, più precisamente, il carattere e l’entità di tale danno. Solo in situazioni particolari non è
         indispensabile precisare nell’atto introduttivo l’entità esatta del danno e quantificare l’importo del risarcimento chiesto,
         restando inteso che il ricorrente deve dimostrare o almeno indicare, nel suo ricorso, l’esistenza di tali situazioni.
      
      Il fatto che i giudici comunitari possano pronunciarsi, con sentenza interlocutoria, sul principio dell’insorgere della responsabilità
         della Comunità, riservando la determinazione esatta del risarcimento ad una decisione successiva, non può in alcun modo dispensare
         un ricorrente dall’osservanza dei requisiti di forma minimi di cui all’art. 44, n. 1, lett. c), del regolamento di procedura
         del Tribunale. Ne consegue che il ricorrente che chieda al Tribunale la pronuncia di una sentenza interlocutoria è obbligato
         a fornire gli elementi necessari per identificare il comportamento addebitato alla Comunità, il carattere e la natura del
         danno sofferto e il nesso di causalità tra il detto comportamento e il danno, e deve indicare le ragioni che giustifichino
         una deroga al requisito secondo cui il ricorso deve contenere una quantificazione del danno lamentato.
      
      In ogni caso, non spetta al Tribunale statuire in maniera teorica e astratta sul metodo di calcolo idoneo a determinare il
         lucro cessante sofferto da un’impresa. È l’impresa interessata che ha il compito di precisarne in maniera sufficiente i diversi
         aspetti.
      
      (v. punti 108-111, 119-121)
ORDINANZA DEL TRIBUNALE (Terza Sezione)
      5 febbraio 2007 (*)
      
      «Incidenti procedurali – Eccezione d’irricevibilità – Ricorso per risarcimento danni – Lucro cessante – Domanda di rimborso di dazi antidumping – Incompetenza»
      Nella causa T-91/05,
      Sinara Handel GmbH, con sede in Colonia (Germania), rappresentata dagli avv.ti K. Adamantopoulos ed E. Petritsi, 
      
      ricorrente,
      contro
      Consiglio dell’Unione europea, rappresentato dal sig. J.-P. Hix, in qualità di agente, assistito dall’avv. G. Berrisch, 
      
      e
      Commissione delle Comunità europee, rappresentata dai sigg. N. Khan e T. Scharf, in qualità di agenti,
      
      convenuti,
      avente ad oggetto un ricorso a norma dell’art. 288 CE, mirante al risarcimento dei danni che la ricorrente asserisce di aver
         subìto in seguito all’adozione del regolamento (CE) del Consiglio 17 novembre 1997, n. 2320, che istituisce dazi antidumping
         definitivi sulle importazioni di alcuni tipi di tubi senza saldatura, di ferro o di acciai non legati, originari dell’Ungheria,
         della Polonia, della Russia, della Repubblica ceca, della Romania e della Repubblica slovacca, che abroga il regolamento (CEE)
         n. 1189/93 e chiude il procedimento nei confronti di tali importazioni originarie della Repubblica di Croazia (GU L 322, pag. 1),
      
      IL TRIBUNALE DI PRIMO GRADO
      DELLE COMUNITÀ EUROPEE (Terza Sezione),
      composto dal sig. M. Jaeger, presidente, dalla sig.ra V. Tiili e dal sig. O. Czúcz, giudici,
      cancelliere: sig. E. Coulon
      ha pronunciato la seguente
      Ordinanza
       Fatti all’origine della controversia
      1        Con decisione non pubblicata del 25 novembre 1994 (caso IV/35.304), adottata specificamente sulla base dell’art. 14, n. 3,
         del regolamento del Consiglio 6 febbraio 1962, n. 17, primo regolamento d’applicazione degli articoli [81] e [82] del trattato
         (GU 1962, n. 13, pag. 204), la Commissione decideva di avviare un’indagine relativamente all’esistenza eventuale di pratiche
         anticoncorrenziali riguardanti i tubi di acciaio al carbonio, che potevano essere in contrasto con l’art. 53 dell’accordo
         sullo Spazio economico europeo, nonché con l’art. 81 CE. 
      
      2        In seguito a tale indagine, la Commissione decideva, il 20 gennaio 1999, di avviare un procedimento relativo al caso IV/E-1/35.860-B
         – Tubi d’acciaio senza saldatura, in esito al quale adottava, in data 8 dicembre 1999, la decisione 2003/382/CE, relativa
         ad un procedimento d’applicazione dell’articolo 81 CE (Caso IV/E-1/35.860-B Tubi d’acciaio senza saldatura) (GU L 140, pag. 1;
         in prosieguo : la «decisione sull’intesa»). A termini dell’art. 1, n. 1, di tale decisione, le otto imprese destinatarie della
         medesima «(…) hanno violato le disposizioni dell’articolo 81, paragrafo 1, del Trattato CE, partecipando (…) ad un accordo
         che prevedeva fra l’altro la protezione dei rispettivi mercati nazionali dei tubi OCTG [Oil Country Tubular Goods] filettati
         standard e linepipe project senza saldatura».
      
      3        Nell’art. 1, n. 2, della decisione sull’accordo si afferma che l’infrazione è durata dal 1990 al 1995 per Mannesmannröhren-Werke
         AG, Vallourec SA, Dalmine SpA, Sumitomo Metal Industries Limited, Nippon Steel Corporation, Kawasaki Steel Corporation e NKK
         Corporation. Per British Steel Limited, si precisa che l’infrazione è durata dal 1990 al febbraio 1994. In conseguenza di
         tale infrazione alle imprese suindicate sono state inflitte ammende il cui importo variava, a seconda dei casi, da EUR 8,1
         milioni a EUR 13,5 milioni.
      
      4        La decisione in parola veniva pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea il 6 giugno 2003.
      
      5        D’altra parte, in seguito ad una denuncia presentata dal comitato per la difesa dell’industria dei tubi d’acciaio senza saldatura
         in data 19 luglio 1996, la Commissione, in applicazione del regolamento (CE) del Consiglio 22 dicembre 1995, n. 384, relativo
         alla difesa contro le importazioni oggetto di dumping da parte di paesi non membri della Comunità europea (GU 1996, L 56,
         pag. 1), modificato dal regolamento (CE) del Consiglio 2 dicembre 1996, n. 2331 (GU L 317, pag. 1), pubblicava, il 31 agosto
         1996, un avviso di apertura di un procedimento antidumping relativo alle importazioni di alcuni tipi di tubi senza saldatura,
         di ferro o di acciai non legati, originari della Russia, della Repubblica ceca, della Romania e della Slovacchia (GU C 253,
         pag. 26).
      
      6        Il 29 maggio 1997 la Commissione adottava il regolamento (CE) n. 981/97, che impone dazi antidumping provvisori sulle importazioni
         di alcuni tipi di tubi senza saldatura, di ferro o di acciai non legati, originari della Russia, della Repubblica ceca, della
         Romania e della Repubblica slovacca (GU L 141, pag. 36). 
      
      7        In data 17 novembre 1997 il Consiglio adottava il regolamento (CE) n. 2320/97, che istituisce dazi antidumping definitivi
         sulle importazioni di alcuni tipi di tubi senza saldatura, di ferro o di acciai non legati, originari dell’Ungheria, della
         Polonia, della Russia, della Repubblica ceca, della Romania e della Repubblica slovacca, che abroga il regolamento (CEE) n. 1189/93
         e chiude il procedimento nei confronti di tali importazioni originarie della Repubblica di Croazia (GU L 322, pag. 1; in prosieguo:
         il «regolamento definitivo»).
      
      8        Il 16 luglio 2004 il Consiglio adottava il regolamento (CE) n. 1322/2004, che modifica il regolamento definitivo (GU L 246,
         pag. 10). A termini dell’art. 1 di tale regolamento, al regolamento definitivo è aggiunto un art. 8, ai sensi del quale l’art. 1
         del medesimo regolamento, che istituisce dazi antidumping sulle importazioni da esso considerate, non è più applicabile a
         decorrere dal 21 luglio 2004.
      
      9        La ricorrente, Sinara Handel GmbH, è una società di diritto tedesco che importa nella Comunità tubi senza saldatura provenienti
         dalla Russia. Dall’anno 2000 essa distribuisce i prodotti della società Sinarsky Pipe Works e, a partire dalla fine del 2001,
         della Pipe Metallurgical Co. Durante il periodo considerato dal ricorso in esame, vale a dire tra giugno 2000 e dicembre 2002,
         la ricorrente non ha svolto altre attività.
      
      10      Dal mese di giugno 2000 al mese di dicembre 2002, al fine di conformarsi alle indicazioni delle autorità doganali tedesche,
         la ricorrente importava nella Comunità tubi originari della Russia che dichiarava come rientranti nelle voci NC di cui all’art. 1,
         n. 1, del regolamento definitivo. Di conseguenza, le dette autorità procedevano alla riscossione dei dazi antidumping corrispondenti
         a tali importazioni, per un importo totale di EUR 2 818 163,09 (rispettivamente, EUR 420 810,52 per l’anno 2000, EUR 1 385 602,36
         per l’anno 2001 e EUR 1 011 750,21 per l’anno 2002).
      
      11      Nel corso del medesimo periodo la ricorrente importava anche altri tubi senza dichiararli come merci assoggettate all’applicazione
         del regolamento definitivo. Le autorità doganali tedesche, che avevano ciò nonostante ritenuto che alcune di tali importazioni
         rientrassero nell’ambito di applicazione del regolamento, emettevano avvisi di riscossione di dazi a posteriori, che venivano
         contestati dalla ricorrente. Attualmente, vi sarebbero perciò sette opposizioni pendenti dinanzi alle autorità doganali, mentre
         un ricorso giurisdizionale sarebbe pendente dinanzi al Finanzgericht des Landes Brandenburg (Tribunale tributario del Land
         di Brandeburgo, Germania).
      
      12      D’altronde, ritenendo che, soprattutto in considerazione del metodo di fabbricazione, determinati tubi che erano stati dichiarati
         come soggetti al regolamento definitivo in realtà non ricadessero nell’ambito di applicazione di quest’ultimo, la ricorrente
         contestava la loro classificazione finale presso le autorità doganali tedesche. Pertanto, due procedimenti relativi alle importazioni
         dichiarate come soggette al regolamento definitivo sono sempre pendenti dinanzi alle autorità doganali di Francoforte sull’Oder.
      
      13      Da una parte, il 18 novembre 2003, la ricorrente presentava alle dette autorità, sulla base dell’art. 236 del regolamento
         (CEE) del Consiglio 12 ottobre 1992, n. 2913, che istituisce un codice doganale comunitario (GU L 302, pag. 1; in prosieguo:
         il « CDC »), una richiesta di rimborso dei dazi percepiti sulle importazioni che essa ritiene siano state erroneamente classificate
         come rientranti nell’ambito di applicazione del regolamento definitivo. Tale richiesta veniva respinta con riguardo a 31 delle
         diverse entrate doganali contestate. Tali decisioni di rigetto formano attualmente oggetto di un ricorso in appello.
      
      14      D’altra parte, il 22 settembre 2004, la ricorrente presentava, sulla base dell’art. 236 del CDC, una nuova richiesta  di rimborso di tutti i dazi da essa pagati per le importazioni dichiarate come soggette al regolamento definitivo, ivi comprese
         le importazioni la cui classificazione doganale non viene contestata, in quanto il detto regolamento sarebbe illegittimo.
         L’importo totale dei dazi per i quali è così chiesto a tale titolo il rimborso a livello nazionale ammonta a EUR 4 346 558,09.
      
       Procedimento e conclusioni delle parti
      15      Con atto introduttivo depositato nella cancelleria del Tribunale il 25 febbraio 2005, la ricorrente ha presentato il ricorso
         in esame.
      
      16      Con atti separati pervenuti nella cancelleria del Tribunale, rispettivamente, in data 3 e 7 giugno 2005, la Commissione e
         il Consiglio hanno sollevato un’eccezione d’irricevibilità, conformemente all’art. 114, n. 1, del regolamento di procedura
         del Tribunale.
      
      17      La ricorrente ha presentato le proprie osservazioni sulle dette eccezioni di irricevibilità il 25 luglio 2005.
      
      18      Nell’ambito delle misure di organizzazione del procedimento di cui all’art. 64 del proprio regolamento di procedura, il Tribunale
         ha invitato la ricorrente a rispondere ad alcuni quesiti scritti. È stato ottemperato a tale richiesta.
      
      19      La ricorrente conclude che il Tribunale voglia:
      
      –        condannare la Comunità a versarle, come risarcimento per il lucro cessante da essa subìto in conseguenza dell’adozione del
         regolamento definitivo per il periodo giugno 2000 - dicembre 2002, l’importo di EUR 1 633 344,33, unitamente agli interessi
         di mora maturati al tasso annuo dell’8%;
      
      –        in subordine, previa sentenza interlocutoria, condannare la Comunità a versarle, a questo stesso titolo, una somma da determinare
         di comune accordo tra le parti o, in mancanza, con sentenza definitiva del Tribunale;
      
      –        condannare il Consiglio e la Commissione alle spese.
      20      Nelle loro eccezioni di irricevibilità, il Consiglio e la Commissione concludono che il Tribunale voglia:
      
      –        dichiarare il ricorso irricevibile;
      –        condannare la ricorrente alle spese.
      21      Nelle osservazioni relative alle eccezioni di irricevibilità, la ricorrente conclude che il Tribunale voglia:
      
      –        respingere le eccezioni di irricevibilità del Consiglio e della Commissione;
      –        condannare il Consiglio e la Commissione alle spese.
       In diritto
      22      Ai sensi dell’art. 114, n. 1, del regolamento di procedura, se una parte ne fa richiesta, il Tribunale può statuire sull’irricevibilità,
         sull’incompetenza o su un incidente senza impegnare la discussione nel merito. Conformemente al n. 3 del medesimo regolamento,
         il procedimento sull’eccezione d’irricevibilità prosegue oralmente, salvo decisione contraria del Tribunale.
      
      23      Nel caso di specie, il Tribunale ritiene di essere sufficientemente edotto sulla base dei documenti del fascicolo per statuire
         senza proseguire il procedimento.
      
       Sulla domanda principale
       Argomenti delle parti
      24      Il Consiglio e la Commissione sostengono che il Tribunale non è competente a conoscere del presente ricorso, in quanto quest’ultimo,
         in realtà, è volto ad ottenere un rimborso dei dazi antidumping asseritamente pagati.
      
      25      Infatti, il lucro cessante invocato dalla ricorrente sarebbe equivalente all’importo dei detti dazi al netto di eventuali
         imposte. Ciò risulterebbe dalla lettera del perito contabile in data 7 gennaio 2005 prodotta dalla ricorrente, in cui si legge:
      
      «A motivo del pagamento di dazi antidumping dal 2000 al 2002 per un importo totale pari ad EUR 2 818 163,09, gli utili ricavati
         tra il 2000 e il 2002 sono diminuiti per uno stesso importo, con la conseguenza che, a causa di tale diminuzione degli utili,
         anche l’importo delle imposte dovute è stato meno elevato.
      
      Nel caso in cui non fosse stato necessario pagare i dazi antidumping per un ammontare di EUR 2 818 163,09, gli utili relativi
         a tali anni sarebbero aumentati di EUR 2 818 163,09.
      
      Dato che gli utili sarebbero stati di EUR 2 818 163,09, anche le imposte dovute su tali utili sarebbero state, di conseguenza,
         più elevate.
      
      (...) Qualora i dazi antidumping per un ammontare di EUR 2 818 163,09  non fossero stati esigibili per gli anni dal 2000 al
         2002, avrebbe dovuto essere pagato un importo aggiuntivo di EUR 1 184 818,76  a titolo di imposta. Il danno effettivo ammonta
         pertanto a EUR 1 633 344,33».
      
      26      La Commissione sottolinea quindi che il danno lamentato dalla ricorrente non è che la conseguenza, sotto il profilo contabile,
         del versamento dei dazi antidumping asseritamente dovuti, il che non può essere definito come lucro cessante. Essa ricorda
         che, nella sentenza 24 ottobre 2000, causa T-178/98, Fresh Marine/Commissione (Racc. pag. II‑3331, punto 50), il Tribunale
         ha dichiarato che un ricorso per risarcimento danni dev’essere dichiarato irricevibile allorché tende in realtà alla revoca
         di un atto divenuto definitivo e avrebbe come conseguenza, nell’ipotesi di un suo accoglimento, di eliminare gli effetti giuridici
         dell’atto medesimo (sentenze del Tribunale 15 marzo 1995, causa T‑514/93, Cobrecaf e a./Commissione, Racc. pag. II-621, punto
         59; 4 febbraio 1998, causa T-93/95, Laga/Commissione, Racc. pag. II-195, punto 48, e causa T-94/95, Landuyt/Commissione, Racc.
         pag. II-213, punto 48), come avviene, ad esempio, allorché il ricorso mira alla corresponsione di una somma d’importo esattamente
         pari a quello dei dazi pagati dal ricorrente in esecuzione di un atto divenuto definitivo (sentenza della Corte 26 febbraio
         1986, causa 175/84, Krohn/Commissione, Racc. pag. 753, punto 33).
      
      27      La Commissione ritiene che le circostanze della specie corrispondano a tale ipotesi, in quanto la ricorrente mira ad ottenere
         l’eliminazione degli effetti giuridici del regolamento definitivo così come esso le è stato applicato chiedendo, a titolo
         di risarcimento danni, una somma pari all’importo dei dazi effettivamente versati in forza di tale regolamento.
      
      28      Inoltre, il Consiglio, da parte sua, osserva che il rimedio giuridico appropriato contro un avviso di rettifica finalizzato
         alla riscossione di dazi antidumping sarebbe un ricorso proposto a norma degli artt. 243 e 245 del CDC, quali applicati dalle
         pertinenti disposizioni dell’ordinamento nazionale dello Stato membro interessato, ovvero una domanda di sgravio conformemente
         all’art. 236 del CDC. Peraltro, la ricorrente avrebbe contestato gli avvisi di pagamento emessi dalle autorità doganale tedesche
         eccependo, in particolare, l’illegittimità del regolamento definitivo. In tal modo, qualora il giudice competente adito nutra
         dubbi circa la validità del detto regolamento, esso potrebbe adire la Corte in via pregiudiziale sulla base dell’art. 234 CE.
         Nell’ipotesi in cui la Corte dichiarasse invalido tale regolamento, il giudice nazionale annullerebbe gli avvisi di pagamento
         di guisa che alla ricorrente dovrebbe essere rimborsato l’intero ammontare dei dazi antidumping asseritamente versati, maggiorato
         degli interessi ad un tasso mensile dello 0,5%, conformemente agli artt. 236 e 238 dell’Abgabeordnung (codice fiscale tedesco).
      
      29      Secondo una giurisprudenza costante, la ricorrente non potrebbe chiedere il rimborso dei dazi in occasione di un ricorso per
         risarcimento proposto a norma dell’art. 288, secondo comma, CE. Infatti, nella sentenza 13 marzo 1992, causa C‑282/90, Vreugdenhil/Commissione
         (Racc. pag. I‑1937, punto 12), la Corte avrebbe dichiarato che i giudici nazionali sono i soli competenti a conoscere di un’azione
         per la ripetizione di importi indebitamente riscossi da un’amministrazione nazionale in base ad una normativa comunitaria
         dichiarata in seguito invalida. Analogamente, nella sentenza 18 settembre 1995, causa T‑167/94, Nölle/Consiglio e Commissione
         (Racc. pag. II‑2589, punto 35), il Tribunale avrebbe affermato che, nel caso in cui un singolo si ritenga leso dall’applicazione
         di un atto normativo comunitario che considera illegittimo, egli ha la possibilità, qualora l’applicazione dell’atto sia affidata
         alle autorità nazionali, di contestare, in occasione di tale applicazione, la validità dell’atto dinanzi ad un giudice nazionale
         nell’ambito di una controversia che lo opponga all’autorità nazionale.
      
      30      Gli argomenti della ricorrente secondo cui essa non sarebbe stata in grado di presentare in tempo utile un ricorso di annullamento
         contro il regolamento definitivo sarebbero irrilevanti al riguardo. Anzitutto, la questione riguarderebbe, nella specie, il
         rapporto tra il ricorso per risarcimento danni e il rinvio pregiudiziale avente ad oggetto la validità del regolamento e non
         già il rapporto tra il ricorso per risarcimento danni e il ricorso di annullamento. In secondo luogo, il motivo per il quale
         alla ricorrente sarebbe stata preclusa l’impugnazione del regolamento definitivo non sarebbe la sua presa di conoscenza tardiva
         della decisione sull’intesa, bensì il fatto che la ricorrente non sarebbe stata individualmente interessata dal regolamento
         medesimo, ai sensi dell’art. 230, quarto comma, CE. Infine, l’azione per risarcimento danni non potrebbe essere esperita allo
         scopo di sottrarsi ai termini d’impugnazione previsti dall’art. 230, quinto comma, CE (sentenza della Corte 12 dicembre 1967,
         causa 4/67, Collignon/Commissione, Racc. pag. 429).
      
      31      Per quanto riguarda la menzionata sentenza Krohn/Commissione, citata dalla ricorrente, il Consiglio rileva che i passi della
         sentenza richiamati da quest’ultima vertono sulla questione di stabilire l’istanza dinanzi alla quale si debba chiedere un
         risarcimento nelle situazioni in cui le autorità nazionali hanno applicato il diritto comunitario, e non già la questione
         di stabilire la somma che possa essere percepita a titolo di riparazione in forza dell’art. 288, secondo comma, CE.
      
      32      Inoltre, contrariamente a quanto afferma la ricorrente, tenuto conto del fatto che il giudice nazionale da essa adito ha la
         facoltà di deferire alla Corte di giustizia, in via pregiudiziale, la questione della validità del regolamento definitivo,
         i rimedi giuridici nazionali offrirebbero un mezzo efficace per assicurare la tutela dei singoli interessati.
      
      33      Il Consiglio peraltro rileva che, comunque, il diritto comunitario direttamente applicabile prevede, all’art. 236 del CDC,
         un rimedio giuridico specifico per il caso di un’asserita riscossione abusiva dei dazi. Secondo il diritto comunitario, un
         debitore delle autorità doganali dovrebbe, quindi, anzitutto rimettersi alla tutela dei giudice nazionali anziché presentare
         un ricorso per risarcimento danni dinanzi ai giudici comunitari.
      
      34      Infine, il Consiglio e la Commissione osservano che, in caso di accoglimento del presente ricorso, dovrebbe ugualmente venire
         accolto il ricorso presentato dalla ricorrente a livello nazionale contro gli avvisi di pagamento, il che, di conseguenza,
         comporterebbe l’attribuzione di un doppio risarcimento a favore della ricorrente.
      
      35      La ricorrente ritiene infondati tali argomenti.
      
      36      Essa evidenzia che il suo ricorso è diretto ad ottenere un risarcimento per il lucro cessante subìto per effetto del regolamento
         definitivo illegittimo, e non il rimborso dei dazi versati. Le eccezioni di irricevibilità riguarderebbero, in realtà, unicamente
         il metodo di calcolo del detto lucro cessante, che costituirebbe una questione di merito, e non la vera natura del ricorso.
      
      37      A proposito di tale metodo, la ricorrente dichiara di aver utilizzato i dazi antidumping pagati come semplici «indicatori»
         del pregiudizio subìto, al fine di determinare quale sarebbe stata la sua situazione qualora non avesse pagato tali dazi.
         La relativa perdita sarebbe quindi stata stimata in base ad una comparazione tra gli utili realizzati dopo aver pagato i dazi
         antidumping in vigenza del regolamento definitivo e quelli che sarebbero stati realizzati in assenza di tale pagamento. Pertanto,
         la somma richiesta a titolo di risarcimento, per un importo di EUR 1 633 344,33, sarebbe diversa dalla somma di EUR 2 818 163,09,
         versata a titolo di dazi antidumping. Tale metodo di calcolo sarebbe inoltre stato riconosciuto dalla giurisprudenza (sentenza
         della Corte 4 ottobre 1979, causa 238/78, Ireks-Arkady/Consiglio e Commissione, Racc. pag. 2955, punto 13).
      
      38      Perciò, il presente ricorso non sarebbe inteso ad annullare gli effetti giuridici del regolamento definitivo. Inoltre, nel
         caso in cui, come nella specie, l’atto all’origine del danno non possa essere impugnato ai sensi dell’art. 230 CE, un’azione
         di risarcimento danni come la presente sarebbe ricevibile. Qualora il ricorso venisse accolto, l’illegittimità del regolamento
         definitivo sarebbe soltanto una conseguenza indiretta e riguarderebbe solo le parti del procedimento. Il danno per il quale
         è chiesta una riparazione non avrebbe pertanto alcun nesso con gli effetti giuridici intrinseci del detto regolamento e non
         avrebbe potuto essere eliminato attraverso un ricorso di annullamento, come sarebbe stato considerato ai punti 47-51 della
         citata sentenza Fresh Marine/Commissione.
      
      39      La ricorrente osserva che la giurisprudenza citata dal Consiglio e dalla Commissione riguarda il caso eccezionale in cui l’azione
         di risarcimento miri indirettamente ad aggirare l’irricevibilità di un ricorso di annullamento. Ciò non accadrebbe nel caso
         di specie, tenuto conto del fatto che l’illegittimità del regolamento definitivo non sarebbe stata evidente all’epoca in cui
         avrebbe potuto essere presentato un ricorso di annullamento, talché la ricorrente non avrebbe mai considerato tale possibilità.
         Gli argomenti dedotti dalla ricorrente con riguardo all’illegittimità del regolamento definitivo avrebbero pertanto l’unico
         scopo di dimostrare la responsabilità del Consiglio e della Commissione e non quello di eliminare gli effetti del detto regolamento,
         come sarebbe stato considerato nella sentenza del Tribunale 17 dicembre 2003, causa T-146/01, DLD Trading/Consiglio (Racc.
         pag. II‑6005, punto 52). Gli argomenti del Consiglio ignorerebbero perciò l’autonomia dell’azione di risarcimento e non terrebbero
         conto del fatto che nessun singolo, fosse stato esso o meno individualmente interessato, avrebbe potuto far valere l’illegittimità
         del regolamento definitivo sul fondamento invocato nel presente ricorso, vale a dire la mancata presa in considerazione della
         decisione sull’intesa, poiché tale elemento non poteva essere conosciuto nel periodo in cui il ricorso di annullamento avrebbe
         dovuto essere presentato.
      
      40      D’altronde, a differenza della situazione prevalente nelle cause citate dal Consiglio e dalla Commissione al precedente punto
         26, la ricorrente non cercherebbe di ottenere il pagamento di una somma che le è stata rifiutata. Non essendo mai stato respinto
         un suo ricorso di annullamento, non si potrebbe sostenere che la ricorrente abbia tentato indirettamente di ottenere lo stesso
         risultato attraverso un’azione di risarcimento. Per di più, il Consiglio e la Commissione non terrebbero conto del contesto
         che fa da sfondo all’affermazione di cui al punto 50 della citata sentenza Fresh Marine/Commissione, riprodotta nella giurisprudenza
         ivi citata, che sarebbe applicabile solo salvo le circostanze particolari di ciascuna causa.
      
      41      Infine, la ricorrente sostiene che il presente ricorso non può portare ad un doppio rimborso dei dazi antidumping da essa
         pagati, nei limiti in cui esso mira ad ottenere una riparazione per il lucro cessante da essa subìto, che è di natura giuridica
         diversa dal rimborso delle somme indebitamente pagate. Del resto, i giudici nazionali non sarebbero competenti ad accordare
         il risarcimento del danno qualora all’origine del pregiudizio si trovi il comportamento delle istituzioni comunitarie.
      
      42      Al riguardo la ricorrente osserva che, in quanto le autorità tedesche hanno applicato il regolamento definitivo valido, senza
         disporre di alcun margine discrezionale, il danno asserito dev’essere ricondotto al comportamento illecito delle istituzioni
         comunitarie. Pertanto, il giudice comunitario godrebbe di una competenza esclusiva a conoscere del presente ricorso, non essendo
         necessario che la ricorrente soddisfi l’obbligo di esaurimento dei rimedi giuridici nazionali (sentenza Krohn/Commissione,
         cit., punto 19). D’altra parte, il riferimento del Consiglio alla citata sentenza Vreugdenhil/Commissione sarebbe erroneo,
         poiché nel caso presente, contrariamente alla situazione considerata in tale sentenza, il regolamento definitivo non è mai
         stato dichiarato invalido. Inoltre, costringere la ricorrente ad esperire i rimedi giuridici nazionali a sua disposizione
         prima di proporre un ricorso per risarcimento danni sarebbe contrario ai principi di sana amministrazione della giustizia
         e di efficacia processuale (sentenza della Corte 24 ottobre 1973, causa 43/72, Merkur Aussenhandels/Commissione Racc. pag. 1055,
         punti 5-7). Infatti, poiché la ricorrente ha fatto valere l’illegittimità del regolamento definitivo come motivo complementare
         nell’ambito della controversia nazionale riguardante la classificazione delle sue importazioni, la decisione finale dei giudici
         nazionali sulla sua domanda di rimborso rischierebbe di essere adottata solo in una data remota.
      
      43      In ogni caso, la ricorrente considera che, contrariamente alle esigenze della giurisprudenza, i rimedi giuridici nazionali
         di cui essa dispone non sono tali da garantire una tutela efficace dei suoi interessi, tenuto conto del fatto che essa ha
         potuto prendere conoscenza della decisione sull’intesa e, quindi, dell’illegittimità del regolamento definitivo, solo tardivamente.
         Di conseguenza, essa avrebbe presentato la sua domanda di rimborso di tutti i dazi pagati, conformemente all’art. 236 del
         CDC, sostenendo l’illegittimità del regolamento definitivo, soltanto il 22 settembre 2004, in seguito alla pubblicazione della
         decisione sull’intesa in data 6 giugno 2003 e all’adozione del regolamento n. 1322/2004, il 16 luglio 2004.
      
      44      Pertanto, al momento dell’applicazione del regolamento definitivo, la ricorrente non sarebbe stata in grado di contestare
         la validità di quest’ultimo dinanzi ai giudici nazionali. Inoltre, a tenore dell’art. 236 del CDC, si procede al rimborso
         dei dazi quando si constati che al momento del pagamento il loro importo non era dovuto. Orbene, la ricorrente sottolinea
         che, nel periodo controverso, il regolamento definitivo era valido e che, di conseguenza, i dazi antidumping erano legalmente
         dovuti. Per di più, essa sostiene che, in considerazione del termine di prescrizione di tre anni a decorrere dalla notifica
         al debitore dei dazi stessi, previsto dall’art. 236 CE, essa ha potuto fondare la richiesta di rimborso dei dazi sull’illegittimità
         del regolamento definitivo solo per i tre anni precedenti alla presentazione del ricorso in data 22 settembre 2004. Essa non
         potrebbe quindi ottenere il rimborso dei dazi pagati tra il mese di giugno 2000 ed i mesi di settembre o di ottobre 2001.
      
       Giudizio del Tribunale
      45      Il Consiglio e la Commissione sostengono, fondamentalmente, che il presente ricorso costituisce, in realtà, una domanda di
         rimborso dei dazi antidumping versati dalla ricorrente alle autorità doganali nazionali in applicazione del regolamento definitivo.
         Orbene, il Tribunale sarebbe incompetente a statuire su una tale domanda.
      
      46      Al riguardo occorre anzitutto sottolineare che, ai sensi dell’art. 236, n. 2, del CDC, «[i]l rimborso o lo sgravio dei dazi
         all’importazione (…) viene concesso, su richiesta presentata all’ufficio doganale interessato, entro tre anni dalla data della
         notifica al debitore dei dazi stessi». Inoltre, l’art. 243, n. 1, primo comma, del CDC prevede che «[c]hiunque ha il diritto
         di proporre ricorso contro le decisioni prese dall’autorità doganale, concernenti l’applicazione della normativa doganale,
         quando esse lo riguardino direttamente e individualmente». Il terzo comma della medesima disposizione precisa che «[i]l ricorso
         è introdotto nello Stato membro in cui la decisione è stata presa (…)». Infine, a termini dell’art. 245 del CDC, «[l]e norme
         di attuazione della procedura di ricorso sono adottate dagli Stati membri».
      
      47      Occorre quindi constatare che il diritto comunitario derivato applicabile ha espressamente previsto il rimedio giuridico esperibile
         da un debitore di dazi all’importazione il quale ritenga che tali dazi gli siano stati indebitamente imposti dalle autorità
         doganali. Tale rimedio viene esperito a livello nazionale, secondo la procedura di ricorso istituita dallo Stato membro considerato,
         in conformità ai principi enunciati negli artt. 243-246 del CDC. Nell’ambito di tale ricorso il debitore ha inoltre la facoltà
         di chiedere al giudice competente investito della controversia di procedere ad un rinvio pregiudiziale per accertamento di
         validità della normativa comunitaria sulla cui base è stata adottata la decisione di imposizione dei dazi, conformemente all’art. 234,
         primo comma, lett. b), CE.
      
      48      In occasione di un ricorso per risarcimento danni proposto successivamente ad una sentenza pronunciata nell’ambito di un siffatto
         rinvio pregiudiziale per accertamento di validità, la Corte ha peraltro rilevato che i giudici nazionali sono i soli competenti
         a conoscere di un’azione per la ripetizione di importi indebitamente riscossi da un’amministrazione nazionale in base ad una
         normativa comunitaria dichiarata in seguito invalida (sentenza Vreugdenhil/Commissione, cit., punto 12).
      
      49      Nella specie è vero che, formalmente, la ricorrente definisce il danno del quale chiede il risarcimento come lucro cessante.
         Orbene, il Tribunale ha già dichiarato che un ricorso diretto al risarcimento di un danno commerciale, equivalente al lucro
         cessante connesso alla sospensione delle sue esportazioni nella Comunità nonché al costo del ripristino della sua posizione
         sul mercato comunitario, a seguito di un illecito della Commissione che ha portato all’istituzione di misure provvisorie contro
         le importazioni dei suoi prodotti, era diverso da un ricorso avente ad oggetto l’abrogazione dei dazi antidumping e dei dazi
         compensativi provvisori istituiti sulle importazioni dei suoi prodotti nella Comunità e lo svincolo delle somme eventualmente
         depositate per via di questi dazi provvisori e che, di conseguenza, un siffatto ricorso doveva essere considerato ricevibile
         (v., in tal senso, sentenza Fresh Marine/Commissione, cit., punto 46).
      
      50      Tuttavia, occorre constatare che, nell’atto introduttivo, la ricorrente indica espressamente che il presente ricorso mira
         a compensare il lucro cessante derivante dagli importi indebitamente pagati a titolo di dazi antidumping. Inoltre, come osservano
         il Consiglio e la Commissione, dalle spiegazioni fornite dalla ricorrente e dagli allegati 12 e 13 al ricorso, nonché dall’allegato
         2 alle osservazioni sulle eccezioni di irricevibilità, risulta che la ricorrente valuta il proprio lucro cessante pari all’importo
         dei dazi antidumping pagati durante il periodo controverso, al netto delle imposte che essa avrebbe dovuto versare su tale
         somma qualora i detti dazi non fossero stati pagati.
      
      51      Ne consegue che, al di là della denominazione puramente formale di lucro cessante attribuita al preteso danno, occorre constatare
         che quest’ultimo, come viene identificato e calcolato dalla ricorrente, dev’essere considerato, in realtà, come derivante
         immediatamente, necessariamente ed esclusivamente dal versamento dall’importo dovuto a titolo di dazi all’importazione imposti,
         di guisa che il presente ricorso consiste, in definitiva, in una domanda di rimborso, al netto da imposte, dei dazi che la
         ricorrente asserisce di aver indebitamente pagato. Il solo fatto che il danno del quale si chiede il risarcimento non corrisponda
         esattamente all’importo dei dazi effettivamente versato è, al riguardo, irrilevante, nei limiti in cui la differenza è dovuta
         alla mera deduzione, da tale importo, di imposte che la ricorrente avrebbe asseritamente dovuto pagare qualora i dazi antidumping
         non le fossero stati imposti. Tale circostanza non può pertanto incidere sulla natura stessa della presente domanda.
      
      52      Orbene, conformemente alla giurisprudenza citata supra al punto 48, siffatta domanda di rimborso rientra nella competenza
         esclusiva dei giudici nazionali. Contrariamente alle affermazioni della ricorrente, è ininfluente, al riguardo, la circostanza
         che, nella specie, il regolamento definitivo non sia stato dichiarato invalido dalla Corte nell’ambito di un rinvio pregiudiziale
         per accertamento di validità.
      
      53      Infatti, anche ipotizzando che, nell’ambito della verifica dei presupposti per l’insorgere della responsabilità extracontrattuale
         della Comunità, il Tribunale constati che il regolamento definitivo è illegittimo, tale circostanza non potrebbe comunque
         far acquisire al Tribunale la competenza a conoscere di una domanda di rimborso delle somme riscosse dalle autorità doganali
         in forza del regolamento medesimo.
      
      54      Da un lato, occorre al riguardo ricordare che, ai sensi dell’art. 2, n. 1, lett. b), di entrambe le decisioni relative al
         sistema delle risorse proprie delle Comunità europee, divenute applicabili nell’ordine per quanto riguarda i fatti del caso
         di specie, cioè la decisione del Consiglio 31 ottobre 1994, 94/728/CE, Euratom (GU L 293, pag. 9), e poi, a decorrere dal
         1° gennaio 2002, la decisione del Consiglio 29 settembre 2000, 2000/597/CE, Euratom (GU L 253, pag. 42), costituiscono risorse
         proprie iscritte nel bilancio delle Comunità le entrate provenienti «dai dazi della tariffa doganale comune e da altri dazi
         fissati o da fissare da parte delle istituzioni delle Comunità sugli scambi con i paesi terzi».
      
      55      Inoltre, l’art. 8, n. 1, delle dette decisioni prevede, in particolare, che le risorse proprie della Comunità di cui all’art. 2,
         n. 1, lett. a) e b), siano riscosse dagli Stati membri ai sensi delle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative
         nazionali, eventualmente adattate alle esigenze della normativa comunitaria.
      
      56      Perciò, la circostanza che la competenza a riscuotere le risorse proprie della Comunità, tra le quali figurano i dazi antidumping,
         appartenga alle autorità nazionali motiva il fatto che le controversie relative alla restituzione dei dazi all’importazione
         percepiti per conto della Comunità rientrano nella competenza dei giudici nazionali e vanno risolte da questi ultimi nell’ambito
         della procedura di ricorso adottata dallo Stato membro interessato in conformità dei principi di cui agli artt.  243-246 del
         CDC (v., in tal senso, sentenza della Corte 21 maggio 1976, causa 26/74, Roquette Frères/Commissione, Racc. pag. 677, punto 11).
      
      57      In proposito, occorre d’altronde rilevare che, nell’ambito della procedura prevista dall’art. 11, n. 8, del regolamento (CE)
         n. 384/96, che consente ad un importatore di chiedere il rimborso dei dazi riscossi se viene dimostrato che il margine di
         dumping in base al quale essi sono stati pagati è stato eliminato o ridotto ad un livello inferiore a quello del dazio in
         vigore, benché la domanda di rimborso di cui trattasi sia trasmessa dall’importatore alla Commissione tramite lo Stato membro
         sul territorio del quale i prodotti sono stati immessi, in libera pratica, nel caso in cui la Commissione decida che la detta
         domanda dev’essere accolta, il rimborso così autorizzato deve di norma essere effettuato dagli Stati membri entro novanta
         giorni dalla decisione della Commissione, conformemente all’ultimo comma della medesima disposizione.
      
      58      D’altra parte, occorre rilevare che, come osservano il Consiglio e la Commissione, dagli elementi che la stessa ricorrente
         ha fornito risulta che, in data 18 novembre 2003, essa ha presentato, a norma dell’art. 236 del CDC, una richiesta di rimborso
         dei dazi antidumping riscossi a seguito di importazioni dichiarate soggette al regolamento definitivo, ma che essa riteneva
         fossero state erroneamente qualificate come tali. Tale richiesta è stata parzialmente respinta ed è attualmente oggetto di
         un giudizio d’appello. Inoltre, il 22 settembre 2004, la ricorrente ha proposto, sulla base della stessa disposizione, una
         richiesta di rimborso per tutti i dazi antidumping da essa versati, adducendo l’illegittimità del regolamento definitivo.
      
      59      Così, non solo l’importo totale dei dazi antidumping alla fine pagati dalla ricorrente potrebbe venire ridotto, dal momento
         che la classificazione di alcune delle importazioni in questione è tuttora oggetto di controversia a livello nazionale, ma,
         per di più, è prevedibile che, in seguito ad un rinvio pregiudiziale per accertamento di validità del regolamento definitivo,
         la ricorrente ottenga, da parte delle autorità doganali nazionali, il rimborso dei dazi antidumping pagati.
      
      60      Infatti, tenuto conto del fatto che, con il presente ricorso, la ricorrente cerca, in ultima analisi, di ottenere il rimborso
         dei dazi antidumping che le sono stati imposti per il motivo che essi sarebbero fondati su un regolamento illegittimo, si
         deve sottolineare che, secondo la giurisprudenza, il singolo, qualora si consideri leso dall’applicazione di un atto normativo
         comunitario da lui ritenuto illegittimo, dispone della possibilità, se l’applicazione dell’atto è affidata alle autorità nazionali,
         di contestare la validità dell’atto stesso, in occasione di tale applicazione, dinanzi al giudice nazionale, nell’ambito di
         una causa intentata contro l’autorità nazionale. Tale giudice può, o persino deve, nelle ipotesi contemplate dall’art. 234
         CE, sottoporre alla Corte una questione relativa alla validità dell’atto comunitario controverso (sentenza della Corte 12
         aprile 1984, causa 281/82, Unifrex/Consiglio e Commissione, Racc. pag. 1969, punto 11; v., inoltre, citata sentenza Nölle/Consiglio
         e Commissione, punto 35).
      
      61      È pur vero che, nella sentenza 15 febbraio 2001, causa C-239/99, Nachi Europe (Racc. pag. I‑1197, punti 35-37), la Corte ha
         dichiarato che il principio giuridico generale che assicura al ricorrente il diritto, nell’ambito del ricorso proposto in
         base all’ordinamento nazionale contro il rigetto della sua domanda, di eccepire l’illegittimità dell’atto comunitario su cui
         è basato il provvedimento nazionale adottato nei suoi confronti non osta assolutamente a che un regolamento divenga definitivo
         nei confronti di un singolo soggetto, in relazione al quale esso dev’essere considerato come una decisione individuale e che
         avrebbe potuto senza alcun dubbio chiederne l’annullamento in virtù dell’art. 230 CE, il che impedisce al singolo di eccepire
         l’illegittimità del detto regolamento di fronte al giudice nazionale (v., con riferimento ad una decisione della Commissione,
         sentenza della Corte 9 marzo 1994, causa C-188/92, TWD Textilwerke Deggendorf, Racc. pag. I-833, punti 24 e 25). Secondo la
         Corte, tale conclusione è applicabile ai regolamenti che istituiscono dazi antidumping, a causa della loro duplice natura,
         derivante dal fatto che questi ultimi, pur avendo, per loro natura e portata, carattere normativo, possono riguardare direttamente
         e individualmente, in particolare, quelle imprese produttrici ed esportatrici che possono dimostrare di essere stata individuate
         negli atti della Commissione o del Consiglio o prese in considerazione nelle indagini preparatorie (sentenza della Corte 21
         febbraio 1984, cause riunite 239/82 e 275/82, Allied Corporation e a./Commissione, Racc. pag. 1005, punto 12) o, ancora, quegli
         importatori i cui prezzi di rivendita delle merci di cui è causa sono alla base della costruzione del prezzo all’esportazione
         nel caso di associazione tra l’esportatore e l’importatore (sentenza della Corte 11 luglio 1990, cause riunite C‑305/86 e
         C-160/87, Neotype Techmashexport/Commissione e Consiglio, Racc. pag. I‑2945, punto 19).
      
      62      Tuttavia, è giocoforza constatare che, nella specie, non risulta che la ricorrente sia interessata da una di tali ipotesi.
         Infatti, da una parte, la ricorrente non è minimamente individuata nel regolamento n. 981/97 e nel regolamento definitivo
         come impresa produttrice ed esportatrice e, in quanto impresa importatrice, non può essere interessata dalle indagini preparatorie
         a tale titolo. D’altra parte, non risulta da tali regolamenti che i prezzi di rivendita praticati dalla ricorrente abbiano
         costituito la base della costruzione del prezzo all’esportazione, anche supponendo che essa sia stata associata ad un esportatore.
         Ad ogni modo, poiché il regolamento definitivo è stato adottato il 17 novembre 1997, una tale presa in considerazione sarebbe
         stata impossibile dal punto di vista cronologico, tenuto conto della data di costituzione della ricorrente, e ciò indipendentemente
         dal fatto che ci si attenga all’affermazione della ricorrente secondo la quale essa si sarebbe costituita secondo il diritto
         tedesco nel giugno 2000 ovvero all’estratto del registro delle imprese dell’Amtsgericht Köln (Tribunale cantonale di Colonia,
         Germania), riprodotto nell’allegato 2 del ricorso, dal quale risulta che la prima iscrizione della ricorrente nel registro
         risale all’11 dicembre 1997.
      
      63      Pertanto, senza neppure che si debba stabilire se il fatto che la ricorrente non abbia il diritto di eccepire l’illegittimità
         del regolamento definitivo giustifichi una legittimazione della stessa a proporre il presente ricorso, occorre constatare
         che la ricorrente non può essere considerata direttamente né individualmente interessata dal regolamento definitivo, talché
         non si può ritenere che la medesima non abbia il diritto di eccepire l’illegittimità del detto regolamento nell’ambito di
         una controversia nazionale in applicazione della giurisprudenza derivante dalla citata sentenza Nachi Europe.
      
      64      Perciò, non si può affatto escludere che, nutrendo dubbi circa la validità del regolamento definitivo per i motivi fatti valere
         dalla ricorrente, vale a dire l’asserita mancata presa in considerazione da parte del detto regolamento definitivo dell’incidenza
         della decisione sull’intesa, il giudice nazionale investito della controversia proceda ad un rinvio pregiudiziale per accertamento
         di validità del regolamento medesimo dinanzi alla Corte e che, se del caso, quest’ultima dichiari lo stesso invalido.
      
      65      Orbene, in tale ipotesi, occorre ricordare che una sentenza con cui la Corte accerti l’invalidità di un atto delle istituzioni
         comunitarie impone a tutti i giudici nazionali di considerare invalido tale atto (sentenza della Corte 13 maggio 1981, causa
         66/80, International Chemical Corporation, Racc. pag. 1191, punti 12 e 13), e obbliga l’autore dell’atto dichiarato illegittimo
         a modificarlo o ad abrogarlo (sentenza della Corte 19 ottobre 1977, cause riunite 117/76 e 16/77, Ruckdeschel e a., Racc.
         pag. 1753). Inoltre, spetta anzitutto alle autorità nazionali trarre, nel proprio ordinamento giuridico, le conseguenze dalla
         declaratoria di tale illegittimità (sentenza della Corte 30 ottobre 1975, causa 23/75, Rey Soda, Racc. pag. 1279, punto 51),
         il che avrebbe come conseguenza che i dazi antidumping pagati non sarebbero più legalmente dovuti e dovrebbero, in via di
         principio, venire rimborsati dalle autorità doganali.
      
      66      Oltre al fatto che dalle suesposte considerazioni emerge che la ricorrente dispone di un rimedio giuridico che le consente
         di contestare efficacemente la validità del regolamento definitivo con la prospettiva di ottenere il rimborso dei dazi antidumping
         percepiti sulla base di quest’ultimo, cui la ricorrente è stata assoggettata, occorre rilevare che, qualora il Tribunale dovesse
         accogliere la domanda della ricorrente, quest’ultima potrebbe essere risarcita due volte in idem.
      
      67      Da tutto quanto precede deriva che, in quanto il presente ricorso dev’essere considerato, sostanzialmente, come una domanda
         di rimborso dei dazi antidumping pagati dalla ricorrente alle autorità doganali tedesche, il Tribunale non è competente a
         conoscere di essa.
      
      68      Nessuno degli argomenti della ricorrente può rimettere in discussione tale conclusione.
      
      69      Anzitutto, è pur vero che, come osserva la ricorrente, nella citata sentenza Merkur Aussenhandels/Commissione (punti 5 e 6),
         la Corte, rispondendo all’argomento della Commissione secondo cui occorreva rimettere la controversia alle autorità amministrative
         e giudiziarie nazionali, le quali sarebbero state indotte a sottoporre alla Corte la questione relativa alla validità dei
         regolamenti contestati, ha affermato che sarebbe in contrasto con il principio di sana amministrazione della giustizia e con
         quello dell’economia processuale costringere la ricorrente a far ricorso ai rimedi giuridici di diritto interno e ad attendere
         così a lungo la sentenza definitiva.
      
      70      Tuttavia, tale causa si distingue dal presente ricorso in quanto aveva ad oggetto una domanda di risarcimento del danno che
         la ricorrente asseriva di aver subìto in conseguenza della mancata fissazione, da parte della Commissione, di importi compensativi
         per l’esportazione di prodotti trasformati a base d’orzo. Orbene, in tale caso, un’eventuale declaratoria d’invalidità del
         regolamento contestato a seguito dell’illegittima omissione, da parte della Commissione, della fissazione di tali importi
         non avrebbe avuto affatto come conseguenza la concessione alla ricorrente della riparazione del danno da essa reclamata sulla
         base dell’azione per danni, di guisa che, dopo aver ottenuto tale declaratoria di illegittimità, la ricorrente avrebbe dovuto
         comunque adire la Corte per ottenere un risarcimento del danno subìto, poiché le autorità nazionali non sono competenti a
         stabilire importi del genere.
      
      71      D’altra parte, è giocoforza constatare che, come è stato esposto nei punti precedenti, il CDC prevede espressamente una procedura
         specifica a livello nazionale per il caso in cui un debitore ritenga che gli siano stati indebitamente imposti dazi all’importazione.
      
      72      In secondo luogo, la ricorrente sostiene che, a seguito del termine di prescrizione di tre anni, previsto all’art. 236 del
         CDC, essa verrebbe privata del diritto di ottenere il rimborso dei dazi antidumping versati per il periodo anteriore al periodo
         di tre anni che precede la presentazione, il 22 settembre 2002, del suo ricorso, nell’ambito del quale essa avrebbe potuto,
         per la prima volta, eccepire l’illegittimità del regolamento definitivo. Prima di tale data, non le sarebbe infatti stato
         possibile prendere conoscenza di tale illegittimità. Perciò, i rimedi giuridici nazionali non sarebbero tali da assicurare
         alla ricorrente una tutela efficace dei suoi diritti, contrariamente a quanto richiesto dalla giurisprudenza.
      
      73      Tale argomento non può essere accolto. Infatti, da un lato, occorre ricordare che, ai sensi dell’art. 236, n. 2, del CDC,
         il rimborso dai dazi all’importazione viene concesso su richiesta presentata all’ufficio doganale interessato, entro tre anni
         dalla data della notifica al debitore dei dazi stessi. A termini del secondo comma della medesima disposizione, «[q]uesto
         termine viene prorogato quando l’interessato fornisce la prova che gli è stato impossibile presentare la domanda nel termine
         stabilito per caso fortuito o di forza maggiore». Pertanto, lo stesso art. 236 del CDC prevede un’eventuale proroga del termine
         di prescrizione nelle ipotesi ivi contemplate. È dunque nell’ambito del CDC che la ricorrente deve poter ottenere tale proroga,
         se le circostanze da essa invocate lo giustificano. La ricorrente non può, ancora una volta, aggirare la procedura specifica
         di rimborso dei dazi prevista dal CDC, per l’unico motivo che la sua azione sarebbe, se del caso, parzialmente prescritta.
      
      74      D’altra parte, è giocoforza constatare che la decisione sull’intesa, adottata l’8 dicembre 1999, è stata pubblicata il 6 giugno
         2003, di guisa che, a decorrere da tale data, al più tardi, si deve ritenere che la ricorrente fosse a conoscenza del fatto
         generatore del danno, supponendo che la pretesa illegittimità del regolamento definitivo costituisca tale fatto.
      
      75      Orbene, anche se la ricorrente sostiene che i detti dazi antidumping le sono stati imposti sulla base del regolamento definitivo
         sin dal mese di giugno del 2000, gli elementi di prova forniti al riguardo non consentono di confermare la veridicità di tale
         affermazione. Infatti, dall’allegato 3 alle osservazioni della ricorrente sulle eccezioni di irricevibilità, che la stessa
         ha prodotto come prova dei pagamenti effettuati, risulta che la ricorrente ha ricevuto, dalla società di spedizione e di trasporto
         Wesotra (il cui coinvolgimento non viene in alcun modo spiegato dalla ricorrente), richieste mensili di pagamento di dazi
         all’importazione da effettuare presso lo Hauptzollamt Frankfurt an der Oder (Ufficio doganale principale di Francoforte sull’Oder,
         Germania). Sebbene i conti bancari che accompagnano tali richieste sembrino attestare che la ricorrente ha soddisfatto tali
         richieste di pagamento presso l’Ufficio doganale principale, è impossibile stabilire, sulla base dei documenti prodotti, a
         che titolo la ricorrente abbia pagato i dazi all’importazione di cui trattasi e, in particolare, se sia stata tenuta a farlo
         in forza del regolamento definitivo. Ad ogni modo, la prima di tali richieste di pagamento, relativa al mese di giugno 2000,
         reca la data del 6 luglio 2000. Ne consegue che, al giorno della pubblicazione della decisione sull’intesa, il 6 giugno 2003,
         il termine di prescrizione di tre anni a decorrere dalla data di notifica dei dazi al debitore, di cui all’art. 236, n. 2,
         del CDC, non era scaduto, e che la ricorrente disponeva del termine ragionevole di un mese, a partire dalla data di pubblicazione
         della decisione sull’intesa, per presentare una domanda di rimborso eccependo l’illegittimità del regolamento definitivo,
         senza che nessuno dei dazi pagati fosse prescritto.
      
      76      In terzo luogo, la ricorrente sostiene che l’eccezione di irricevibilità per sviamento di procedura non è applicabile nell’ipotesi
         in cui l’atto all’origine del danno non sia impugnabile ai sensi dell’art. 230 CE.
      
      77      Al riguardo è sufficiente sottolineare che, come rileva il Consiglio, il presente ricorso dev’essere considerato irricevibile
         per il motivo che si risolve in una domanda di rimborso dei dazi antidumping pagati dalla ricorrente, il che non rientra nella
         competenza del Tribunale, e non in quanto si tratterebbe di uno sviamento di procedura ai sensi dell’art. 230 CE.
      
      78      In quarto luogo, la ricorrente sostiene che, in considerazione del fatto che il danno asserito deriva da un comportamento
         illecito delle istituzioni comunitarie, il giudice comunitario gode di una competenza esclusiva a conoscere del presente ricorso,
         senza che esso debba soddisfare la condizione relativa al previo esaurimento dei rimedi giurisdizionali interni.
      
      79      È pur vero che, secondo una giurisprudenza costante, in forza del combinato disposto dell’art. 235 CE e dell’art. 288 CE,
         il giudice comunitario ha competenza esclusiva per statuire sui ricorsi per risarcimento di un danno imputabile alle Comunità
         (sentenza Vreugdenhil/Commissione, cit., punto 14, e sentenza del Tribunale 13 dicembre 1995, cause riunite T-481/93 e T-484/93,
         Exporteurs in Levende Varkens e a./Commissione, Racc. pag. II‑2941, punto 72). Tale principio regola la ripartizione delle
         competenze tra il giudice comunitario ed i giudici nazionali nell’ambito delle azioni di risarcimento dei danni subiti dai
         singoli a seguito del comportamento delle autorità nazionali e comunitarie. Tuttavia, non si può dispensare il giudice comunitario
         dal compito di accertare la vera natura del ricorso di cui è investito per il solo motivo che il preteso illecito sarebbe
         imputabile alle istituzioni comunitarie. Orbene, nella specie, come è stato evidenziato in precedenza, il ricorso della ricorrente
         mira ad ottenere il rimborso, al netto d’imposta, dei dazi antidumping versati alle autorità doganali nazionali. Se è vero
         che l’illecito asserito dalla ricorrente è imputabile alla Comunità, è altrettanto vero che, conformemente alla giurisprudenza
         ricordata sopra, ai punti 48 e 60, tale domanda rientra nelle competenze dei giudici nazionali, i quali hanno la facoltà,
         e addirittura l’obbligo, alle condizioni previste all’art. 234 CE, terzo comma, di interpellare la Corte di giustizia in via
         pregiudiziale, al fine di ottenere una decisione sulla validità del regolamento definitivo.
      
      80      Pertanto, l’argomento della ricorrente dev’essere respinto.
      
      81      In quinto luogo, la ricorrente sostiene che, nella citata sentenza Ireks-Arkady/Consiglio e Commissione e nella sentenza 4
         ottobre 1979, cause riunite 64/76 e 113/76, 167/78 e 239/78, 27/79, 28/79 e 45/79, Dumortier Frères e a./Consiglio e Commissione
         (Racc. pag. 3091), la Corte avrebbe convalidato il metodo consistente nel valutare il danno subìto in misura pari ai dazi
         indebitamente pagati.
      
      82      Tale argomento è ciò nondimeno irrilevante nella specie. Al riguardo occorre sottolineare che nelle sentenze richiamate dalla
         ricorrente (Ireks-Arkady/Consiglio e Commissione, cit., punto 13, e Dumortier Frères e a./Consiglio, cit., punto 14), la Corte
         ha effettivamente considerato che l’importo delle restituzioni che avrebbe dovuto essere versato ai produttori di quellmehl
         e di gritz di granoturco qualora fosse stata rispettata la parità di trattamento con i produttori di amido di granoturco avrebbe
         dovuto servire da base di calcolo per valutare l’entità del pregiudizio subìto.
      
      83      Infatti, in tali sentenze (punto 6), un’eventuale declaratoria, da parte della Corte, di invalidità del regolamento controverso
         che sopprimeva le restituzioni alla produzione di quellmehl e di gritz, sulla base di una violazione del principio della parità
         di trattamento, in quanto tali restituzioni erano state mantenute per l’amido gonfiato, non avrebbe potuto comportare, di
         per sé stessa, la riparazione del danno lamentato dalla ricorrente, vale a dire la mancata concessione di restituzioni, tenuto
         conto del fatto che le autorità nazionali non erano competenti ad accordare tali restituzioni. 
      
      84      Al contrario, nella specie, un’eventuale sentenza della Corte, adita in via pregiudiziale dal giudice nazionale competente,
         che dichiarasse l’invalidità del regolamento definitivo comporterebbe automaticamente l’obbligo delle autorità doganali tedesche
         di rimborsare alla ricorrente le somme indebitamente riscosse in forza del detto regolamento, talché il danno asserito verrebbe
         interamente compensato, come è stato esposto in precedenza.
      
      85      Occorre inoltre rilevare che, nelle citate sentenze Ireks-Arkady/Consiglio e Commissione (punto 14) e Dumortier Frères e a./Consiglio
         (punto 15), la Corte ha unicamente affermato che l’ammontare delle restituzioni che avrebbe dovuto essere versato ai produttori
         interessati qualora fosse stato rispettato il principio della parità di trattamento forniva una base di calcolo per valutare
         l’entità del danno subìto dagli stessi produttori; essa ha poi aggiunto che si doveva ammettere che, qualora l’abolizione
         delle restituzioni fosse stata effettivamente ripercossa, o avesse potuto essere ripercossa, sui prezzi, l’entità del danno
         non avrebbe potuto venire calcolata in relazione all’ammontare delle restituzioni non corrisposte. Secondo la Corte, in questo
         caso l’aumento dei prezzi sostituirebbe il versamento delle restituzioni per tenere il produttore indenne.
      
      86      Infine, in sesto luogo, l’argomento della ricorrente secondo cui le esigenze legate ai principi di sana amministrazione della
         giustizia e di economia processuale portano a ritenere ricevibile la sua domanda non può giustificare un pregiudizio alla
         coerenza del sistema dei rimedi giuridici predisposto dal Trattato e dal CDC. Inoltre, è dubbio il fatto che, nell’ipotesi
         in cui, come nel caso di specie, il ricorrente cerchi solo di ottenere il rimborso dei dazi antidumping che asserisce di avere
         indebitamente pagato, il rimedio giuridico del ricorso per responsabilità extracontrattuale sia il più efficace e il più favorevole,
         tenuto conto, in particolare, delle condizioni relative alla natura grave e manifesta dell’illecito imputabile alle istituzioni
         comunitarie affinché possa sorgere un diritto al risarcimento per i singoli quando l’azione delle istituzioni comporta scelte
         di politica economica, mentre, come è stato esposto in precedenza, la sola dichiarazione d’invalidità del regolamento definitivo
         basta, in via principio, a privare i dazi antidumping della base legale, e, quindi, a giustificarne il loro rimborso da parte
         delle autorità doganali nazionali.
      
      87      Ad abundantiam, quanto all’argomento della ricorrente secondo cui il ricorso in esame sarebbe appunto volto ad ottenere una
         riparazione per il lucro cessante e le eccezioni di irricevibilità sollevate dal Consiglio e dalla Commissione, in realtà,
         si riferirebbero unicamente al metodo usato per calcolare tale lucro cessante, argomento che costituirebbe una questione di
         merito, occorre ricordare che, ai sensi dell’art. 19 dello Statuto della Corte di giustizia applicabile al procedimento dinanzi
         al Tribunale di primo grado in forza dell’art. 46, primo comma, dello Statuto medesimo, e ai sensi dell’art. 44, n. 1, lett. c),
         del regolamento di procedura del Tribunale, il ricorso deve, tra l’altro, indicare l’oggetto della controversia e contenere
         un’esposizione sommaria dei motivi dedotti. Per soddisfare tali requisiti, un ricorso diretto ad ottenere il risarcimento
         dei danni che si asseriscono causati da un’istituzione comunitaria deve contenere gli elementi che consentano di individuare
         il comportamento che la ricorrente addebita all’istituzione, le ragioni per cui essa ritiene che esista un nesso di causalità
         tra il comportamento ed il danno che afferma di aver subìto nonché la natura e l’entità di tale danno. Per contro, una domanda
         intesa a ottenere un risarcimento qualunque manca della precisione necessaria e deve, di conseguenza, essere considerata irricevibile
         (sentenza della Corte 2 dicembre 1971, causa 5/71, Zuckerfabrik Schöppenstedt/Consiglio, Racc. pag. 975, punto 9; sentenze
         del Tribunale 10 luglio 1990, causa T-64/89, Automec/Commissione, Racc. pag. II‑367, punto 73, e 8 giugno 2000, cause riunite
         T-79/96, T-260/97 e T‑117/98, Camar e Tico/Commissione e Consiglio, Racc. p. II‑2193, punto 181).
      
      88      Orbene, nella specie, anche nell’ipotesi in cui il metodo di calcolo proposto dalla ricorrente non giustificasse una riqualificazione
         del ricorso per risarcimento di un asserito lucro cessante come domanda di rimborso dei dazi antidumping, è giocoforza constatare
         che la ricorrente non indica affatto in che modo tale metodo possa dare un’idea dell’entità del lucro cessante né in che cosa
         consista tale lucro cessante. Nel ricorso, essa indica, tutt’al più, che stava procedendo all’acquisto del  laminatoio romeno
         Artrom SA, operazione che costituiva un investimento sotto il profilo tecnico e al contempo organizzativo, di guisa che, in
         quanto la ricorrente sviluppava costantemente la gamma dei tubi proposti alla clientela, sarebbe possibile affermare che la
         sua redditività avrebbe potuto aumentare ulteriormente se il lucro cessante fosse stato impiegato e investito per le summenzionate
         operazioni. Oltre al fatto che la ricorrente non indica minimamente in che misura la valutazione proposta rifletta il lucro
         cessante derivante dall’impossibilità di investire nella società Artrom né dimostra che tale impossibilità fosse reale, è
         giocoforza constatare che, al punto 28 del ricorso, la stessa ricorrente dichiara di aver realizzato l’acquisto dell’Artrom.
         D’altronde, dall’ulteriore esposizione della ricorrente sembra emergere che, in tal modo, essa intende non già precisare in
         cosa consista il preteso lucro cessante stimato pari ad EUR 1 633 344,33, ma dimostrare che tale lucro cessante potrebbe in
         realtà essere superiore al detto importo, senza tuttavia fornire alcuna stima di tale lucro cessante supplementare.
      
      89      Pertanto, quand’anche si dovesse ritenere che la domanda principale non si risolva in una domanda di rimborso dei dazi antidumping,
         occorre concludere che essa non soddisfa i requisiti formali del ricorso previsti dall’art. 44, n. 1, lett. c), del regolamento
         di procedura.
      
      90      Da tutto quanto precede risulta che la domanda principale dev’essere dichiarata irricevibile, senza neppure che occorra una
         pronuncia sull’eccezione di irricevibilità, sollevata dalla Commissione, relativa alla violazione delle forme sostanziali
         di cui all’art. 44, n. 1, sub c), del regolamento di procedura, in quanto il ricorso non dimostrerebbe l’esistenza di un danno.
      
       Sulla domanda proposta in subordine
       Argomenti delle parti
      91      Nelle conclusioni del ricorso, la ricorrente chiede «in subordine, a titolo di risarcimento per lucro cessante per il periodo
         giugno 2000 - dicembre 2002, una somma da determinare nel corso del procedimento, previa sentenza interlocutoria del Tribunale,
         di comune accordo tra le parti o, in caso di mancato raggiungimento di tale accordo, da una sentenza definitiva del Tribunale».
      
      92      Il Consiglio e la Commissione ritengono che anche la domanda diretta ad ottenere una sentenza interlocutoria del Tribunale
         che accerti la responsabilità della Comunità debba essere dichiarata irricevibile.
      
      93      Secondo il Consiglio, dal ricorso emergerebbe che tale domanda viene presentata, vuoi per l’eventualità in cui il danno fatto
         valere nella domanda principale, ossia il lucro cessante subìto in conseguenza del pagamento dei dazi antidumping, non fosse
         quantificabile, vuoi al fine di ottenere il risarcimento di un danno supplementare derivante dal fatto che alla ricorrente
         sarebbe stato impedito investire e quindi aumentare ulteriormente la propria redditività.
      
      94      Nella prima ipotesi, il Consiglio ritiene che la domanda sia irricevile per gli stessi motivi della domanda principale. Quanto
         alla seconda ipotesi, la domanda non soddisfarebbe i requisiti di cui all’art. 44, n. 1, lett. c), del regolamento di procedura.
         La ricorrente si limiterebbe, infatti, ad asserire di poter far valere che la propria redditività avrebbe potuto essere ancor
         più elevata qualora il mancato guadagno fosse stato utilizzato e investito per le esigenze Artrom, che essa stava acquistando,
         e che la sua redditività avrebbe potuto essere ancora maggiore, senza fornire il benché minimo elemento di prova con riguardo
         a tali affermazioni.
      
      95      Pertanto la domanda in esame non rientrerebbe nello stesso contesto di fatto che ha portato alla pronuncia della sentenza
         30 settembre 1998, causa T-149/96, Coldiretti e a./Consiglio e Commissione (Racc. pag. II‑3841, punti 49 e 50), in cui il
         Tribunale ha dichiarato che «stime particolareggiate delle perdite che si assumono subite» autorizzavano a considerare il
         ricorso sufficientemente preciso.
      
      96      Così, secondo il Consiglio, il giudice comunitario si pronuncerebbe con sentenza interlocutoria nell’ambito di un ricorso
         per risarcimento solo quando risultassero soddisfatti tutti i requisiti sostanziali di cui all’art. 288, secondo comma, CE,
         ma difficoltà di ordine pratico impedissero il calcolo esatto del danno. L’insorgere del danno dovrebbe tuttavia essere certo
         e il ricorso dovrebbe fornire gli elementi atti ad identificare il carattere e la natura del danno stesso, il che sarebbe
         confermato dalla citata sentenza Coldiretti e a./Consiglio e Commissione, e dalla sentenza della Corte 14 maggio 1975, causa
         74/74, CNTA/Commissione (Racc. pag. 533, punti 42 e 45-47), citate dalla ricorrente. 
      
      97      La Commissione sostiene che, per sua natura, una domanda subordinata è meno importante della domanda principale, di modo che
         la domanda subordinata in esame non potrebbe aggiungere nulla alla domanda principale, e sarebbe quindi irricevibile.
      
      98      Ad ogni modo, la presente domanda sarebbe subordinata alla domanda principale, con la conseguenza che l’irricevibilità di
         quest’ultima comporterebbe l’irricevibilità della prima. Al riguardo, il Tribunale non potrebbe riqualificare la domanda subordinata
         come domanda supplementare senza statuire ultra petita.
      
      99      Se il Tribunale procedesse tuttavia ad una siffatta riqualificazione, la Commissione sostiene che la domanda sarebbe irricevibile
         poiché non soddisfa i requisiti di cui all’art. 44, n. 1, lett. c), del regolamento di procedura. Il ricorso si riassumerebbe,
         su tale punto, in una serie di congetture che non potrebbe interpretarsi come un’argomentazione chiara, precisa e specifica.
         La Commissione ribadisce infine l’argomento secondo cui la ricorrente non dimostra in alcun modo che il danno discenda da
         una corretta applicazione del regolamento definitivo da parte delle autorità doganali nazionali e non da un’applicazione errata
         del medesimo regolamento. Pertanto, neppure nell’ambito della domanda subordinata la ricorrente fornirebbe una qualsiasi prova
         del fatto che il suo preteso danno derivi da un illecito interamente imputabile alle istituzioni comunitarie. Poiché l’esposizione
         dei motivi della ricorrente sarebbe insufficiente, la presente domanda sarebbe quindi irricevibile.
      
      100    La ricorrente precisa che la sua domanda, quale risulta dal ricorso, dev’essere appunto considerata come una domanda subordinata.
         Essa è stata formulata per il solo caso in cui il Tribunale non le concedesse la somma esatta richiesta, a motivo vuoi dalla
         contestazione del metodo di calcolo utilizzato o dell’importo del lucro cessante, vuoi delle particolari difficoltà che il
         Tribunale potrebbe eventualmente incontrare nella determinazione del detto importo.
      
      101    Inoltre, l’affermazione della Commissione secondo cui una domanda subordinata è, per definizione, meno importante della domanda
         principale sarebbe infondata. Infatti, nella specie, l’unica differenza tra le due domande della ricorrente consisterebbe
         nel fatto che l’una indica un importo preciso mentre l’altra invita il Tribunale a determinare tale importo con una sentenza
         interlocutoria. La ricorrente precisa, quindi, che nella domanda subordinata non viene lamentato alcun danno eccedente il
         lucro cessante.
      
      102    La ricorrente sostiene, infine, che tutte le condizioni affinché il Tribunale emetta una sentenza interlocutoria sono soddisfatte
         nella specie. Da una parte, essa avrebbe esposto chiaramente il motivo per cui le istituzioni comunitarie devono essere ritenute
         responsabili ai sensi dell’art. 288, secondo comma, CE. D’altra parte, essa avrebbe dimostrato di aver subìto un danno preciso
         ed avrebbe fornito informazioni dettagliate sui criteri utilizzati per valutare l’importo del danno medesimo. Infine, essa
         avrebbe spiegato perché tale importo è di difficile determinazione. Il Tribunale potrebbe quindi statuire sulla questione
         principale, riservando ad una fase successiva la valutazione del danno. La ricorrente chiede pertanto al Tribunale di pronunciarsi
         in una fase preliminare e di riservare ad una fase successiva la valutazione del danno e del nesso causale tra il comportamento
         addebitato alla Comunità ed il detto danno, come è stato già deciso nella citata sentenza Krohn/Commissione, e nella sentenza
         della Corte 13 febbraio 1979, causa 101/78, Granaria (Racc. pag. 623).
      
       Giudizio del Tribunale
      103    In limine, occorre rilevare che, alla fine del punto 149 del ricorso, la ricorrente asserisce che, qualora avesse potuto disporre
         della somma corrispondente ai dazi pagati, «è probabile che la [sua] redditività (…) avrebbe potuto essere ancora più elevata,
         se il lucro cessante fosse stato utilizzato ed investito» nella società Artrom. Pertanto, è giocoforza constatare che agli
         occhi della stessa ricorrente il danno derivante dalla pretesa impossibilità di investire nella suddetta società è diverso
         dal lucro cessante calcolato in precedenza, contrariamente a quanto essa sembra affermare nelle sue osservazioni relative
         alle eccezioni d’irricevibilità.
      
      104    Nel ricorso, la ricorrente aggiunge che, «tenuto conto della [sua] redditività (…) nei primi anni di esercizio, in base al
         corso normale degli eventi, essa avrebbe potuto continuare a realizzare maggiori utili» e che «il danno effettivamente [da
         lei] sofferto poteva forse eccedere la somma di EUR 1 633 344,33, nei limiti in cui non può essere esclusa una redditività
         maggiore della società».
      
      105    Infine, dopo un’analisi della giurisprudenza, la ricorrente conclude la sua domanda di sentenza interlocutoria dichiarando
         che, «in quanto sono state apportate prove sufficienti di un danno certo e [essa] trova difficoltà a fornire una stima definitiva
         di un’ulteriore lucro cessante, [essa] chiede al Tribunale di condannare la Comunità europea a risarcire il danno subìto versando
         la somma di EUR 1 633 344,33 a titolo di lucro cessante o, in subordine, di autorizzare le parti a regolare la questione relativa
         al risarcimento nell’ambito di un accordo amichevole dopo che il Tribunale si sia pronunciato, in una sentenza interlocutoria,
         sulla questione relativa al risarcimento».
      
      106    Di conseguenza, nel ricorso, la ricorrente giustifica le sue difficoltà a definire con esattezza il danno subìto con la sola
         motivazione che il pregiudizio poteva rivelarsi superiore al lucro cessante inizialmente calcolato sulla base dei dazi antidumping
         da essa versati, tenuto conto, in particolare, degli investimenti che avrebbe potuto realizzare e della maggiore redditività
         che avrebbe verosimilmente raggiunto. Perciò, contrariamente a quanto afferma nelle sue osservazioni relative alle eccezioni
         di irricevibilità del Consiglio e della Commissione, la ricorrente non ha affatto sostenuto, nel ricorso, che le difficoltà
         incontrate nel valutare il danno riguardavano l’importo di EUR 1 633 344,33 reclamato a titolo di lucro cessante nella domanda
         principale o il metodo impiegato per ricavare tale importo.
      
      107    Tale argomento, sollevato nell’ambito delle osservazioni relative alle eccezioni di irricevibilità, non è quindi ricevibile
         ed opera tardivamente una reinterpretazione del ricorso snaturandone perfino i termini.
      
      108    Quanto alla ricevibilità della domanda subordinata in sé e per sé, occorre ricordare che, al fine di garantire la certezza
         del diritto ed una sana amministrazione della giustizia, è necessario, affinché un ricorso sia ricevibile, che gli elementi
         essenziali di fatto e di diritto sui quali esso è fondato emergano, anche sommariamente, purché in modo coerente e comprensibile,
         dall’atto introduttivo stesso (sentenze della Corte 13 dicembre 1990, causa C-347/88, Commissione/Grecia, Racc. pag. I‑4747,
         punto 28, e 31 marzo1992, causa C‑52/90, Commissione/Danimarca, Racc. pag. I‑2187, punti 17 e segg.; ordinanza del Tribunale
         29 novembre 1993, causa T-56/92, Koelman/Commissione, Racc. pag. II-1267, punto 21; sentenza del Tribunale 18 settembre 1996,
         causa T‑387/94, Asia Motor France e a./Commissione, Racc. pag. II‑961, punto 106; ordinanza del Tribunale 21 novembre 1996,
         causa T-53/96, Syndicat des producteurs de viande bovine e a./Commissione, Racc. pag. II‑1579, punto 21, e sentenza del Tribunale
         29 gennaio 1998, causa T-113/95, Dubois et fils /Consiglio e Commissione, Racc. pag. II‑125, punto 29). 
      
      109    Per essere conforme a tali requisiti, un ricorso inteso al risarcimento del danno causato da un’istituzione comunitaria deve
         contenere elementi che consentano di identificare, tra l’altro, il danno che il ricorrente asserisce di aver subìto e, più
         precisamente, il carattere e l’entità di tale danno (sentenza Exporteurs in Levende Varkens e a./Commissione, cit., punto
         75; in tal senso, v., ugualmente, ordinanza Koelman/Commissione, cit., punti 22-24).
      
      110    Solo in via del tutto eccezionale il Tribunale ha ammesso, in situazioni particolari (sentenza Automec/Commissione, cit.,
         punti 75-77), che non è indispensabile precisare nell’atto introduttivo l’entità esatta del danno e quantificare l’importo
         del risarcimento chiesto. Al riguardo è stato altresì dichiarato che, nel ricorso, il ricorrente deve dimostrare, o almeno
         indicare, l’esistenza di tali situazioni (ordinanza del Tribunale 14 maggio 1998, causa T-262/97, Goldstein/Commissione, Racc.
         pag. II‑2175, punto 25).
      
      111    Così, il fatto che la Corte e il Tribunale abbiano già avuto occasione di pronunciarsi, con sentenza interlocutoria, sul principio
         dell’insorgere della responsabilità della Comunità, riservando la determinazione esatta del risarcimento ad una decisione
         successiva, non può dispensare un ricorrente dall’osservanza dei requisiti di forma minimi di cui all’art. 44, n. 1, lett. c),
         del regolamento di procedura. Ne consegue altresì che il ricorrente che chieda al Tribunale la pronuncia di una sentenza di
         tal genere, non soltanto è obbligato a fornire gli elementi necessari per identificare il comportamento addebitato alla Comunità,
         il carattere e la natura del danno sofferto e il nesso di causalità tra il detto comportamento ed il danno, ma deve inoltre
         indicare le ragioni che giustifichino una deroga al requisito secondo cui il ricorso deve contenere una quantificazione del
         danno lamentato.
      
      112    Il Tribunale ha così ammesso, nella sentenza richiamata dalla ricorrente, Coldiretti e a./Consiglio e Commissione, citata
         supra, che il ricorso, pur non quantificando in maniera definitiva i danni sofferti da ciascun allevatore, doveva nondimeno
         essere considerato ricevibile, dopo aver constatato che il ricorso menzionava, alle pagg. 18 e 19, le varie categorie di danni
         sofferti dagli allevatori di bovini, vale a dire: in primo luogo, il danno emergente derivante dalla vendita sottocosto degli
         animali vivi ad un prezzo che, secondo i ricorrenti, sarebbe stato inferiore del 40% alle loro aspettative; in secondo luogo,
         il danno emergente derivante dai costi di mantenimento degli animali invenduti alla fine del ciclo d’ingrasso; in terzo luogo,
         il lucro cessante derivante dalla mancata vendita di animali per l’anno in corso e, in quarto luogo, il lucro cessante derivante
         dal calo costante dei consumi di carne bovina negli anni immediatamente successivi. Inoltre, il Tribunale ha rilevato che
         gli allegati al ricorso contenevano stime particolareggiate delle pretese perdite subite dagli allevamenti bovini italiani,
         ed erano ivi indicati i criteri e parametri seguiti per tali valutazioni. Infine, il Tribunale ha osservato che, nonostante
         la produzione di tali stime, i ricorrenti avevano sottolineato le enormi difficoltà da essi incontrate per valutare e quantificare
         correttamente il danno sofferto da ciascun allevatore, e specificavano che proprio per questa ragione avevano chiesto che
         questo accertamento complesso fosse compiuto da un collegio di periti. Il Tribunale ne ha concluso che occorreva pertanto
         ammettere che il ricorso, integrato con le informazioni prodotte negli allegati, era sufficientemente preciso per quanto riguardava
         la natura ed il carattere dei danni fatti valere e non aveva impedito né ai convenuti né al Tribunale di conoscere l’entità
         approssimativa di tali danni.
      
      113    Orbene, è giocoforza constatare che, nella specie, il ricorso non soddisfa tali condizioni.
      
      114    Infatti, nel caso in cui, conformemente ad un’interpretazione restrittiva del ricorso, si ritenesse che la domanda subordinata
         sia intesa ad ottenere la pronuncia di una sentenza interlocutoria per il motivo che il danno potrebbe risultare superiore
         al lucro cessante derivante dalla perdita di utili lamentata in via principale, tale domanda dovrebbe subito essere considerata
         irricevibile per la parte del danno che riguarda tale lucro cessante per gli stessi motivi della domanda principale. Quanto
         alla parte del danno riguardante il lucro cessante che la ricorrente asserisce di aver subìto oltre al lucro cessante lamentato
         nella domanda principale (in prosieguo: il «lucro cessante supplementare»), è giocoforza constatare che la ricorrente si limita
         ad affermare che non è escluso che la sua redditività sarebbe stata maggiore qualora non le fossero stati imposti i dazi antidumping.
         A sostegno di tale affermazione, la ricorrente indica semplicemente che, all’epoca dei fatti, essa procedeva all’acquisto
         di un laminatoio romeno, operazione che avrebbe costituito un buon investimento dal punto di vista sia tecnico che organizzativo.
         Si doveva inoltre tenere conto del fatto che la ricorrente aggiornava costantemente la gamma di tubi offerti alla clientela,
         in particolare dopo aver cominciato la distribuzione per la società TMK. Perciò, la ricorrente conclude che, se il «lucro
         cessante fosse stato utilizzato e investito per le summenzionate esigenze (…), è possibile affermare che la [sua] redditività
         avrebbe potuto essere ancor più elevata».
      
      115    Oltre al fatto che la ricorrente non fornisce una stima in cifre di tale lucro cessante supplementare, le indicazioni, tutto
         sommato poco chiare, riportate poc’anzi costituiscono solo vaghe affermazioni prive di qualsiasi argomentazione o elemento
         di prova, che vengono presentate dalla stessa ricorrente come semplici congetture. Così esse non consentono in alcun modo
         al Tribunale e alla parte convenuta di identificare con la certezza e la precisione necessarie il carattere e la natura del
         danno fatto valere, né di accertarne la reale sussistenza o di valutarne l’ammontare, anche solo in maniera approssimativa,
         né, addirittura, di individuare il metodo in base al quale la ricorrente intende calcolare quest’ultimo. L’unica indicazione,
         figurante al punto 151 del ricorso, secondo cui «la perdita di introiti dev’essere calcolata come la differenza tra gli introiti
         che la ricorrente avrebbe potuto ottenere in assenza della violazione di legge e gli importi effettivamente percepiti, ivi
         compresi quelli derivanti da attività sostitutive», non è sufficiente a tal fine, tenuto conto del fatto che la ricorrente
         non fornisce alcun elemento concreto che consenta di applicare tale proposta al caso di specie.
      
      116    D’altronde, è giocoforza constatare che la ricorrente non espone in misura sufficiente i motivi che giustificherebbero l’omissione,
         da parte sua, di una stima, anche approssimativa, del lucro cessante supplementare. Tutt’al più, essa asserisce che «non è
         facile stabilire con esattezza la destinazione delle somme corrispondenti all’importo dei dazi pagati qualora questi ultimi
         non fossero stati istituiti» e che è «difficile valutare con esattezza determinati elementi del danno». Tali affermazioni,
         non accompagnate dalla benché minima spiegazione, non possono evidentemente essere considerate una giustificazione sufficiente
         della totale mancanza di valutazione del danno supplementare.
      
      117    Allo stesso modo, nel caso in cui occorresse ammettere la tesi della ricorrente, esposta nelle sue osservazioni relative alle
         eccezioni d’irricevibilità, secondo cui la domanda subordinata non sarebbe intesa ad ottenere il risarcimento di un lucro
         cessante supplementare, ma sarebbe stata formulata solamente per il caso in cui il Tribunale non concedesse il pagamento della
         somma specifica reclamata, vuoi perché vengono contestati l’importo o il metodo di calcolo del lucro cessante, vuoi a motivo
         delle difficoltà particolari che il Tribunale potrebbe incontrare nel determinare l’importo esatto del danno, neppure la suddetta
         domanda può essere considerata ricevibile.
      
      118    Infatti, se la ricorrente intende in tal modo sostenere che l’applicazione del metodo descritto nella domanda principale potrebbe,
         in realtà, dopo la correzione di determinati errori, sfociare in un risarcimento di importo superiore rispetto a quello calcolato
         inizialmente, in quanto l’importo complessivo dei dazi pagati sarebbe, in definitiva, più elevato degli importi indicati nel
         ricorso, così come essa fa valere nelle sue osservazioni sulle eccezioni di irricevibilità, la domanda subordinata, alla stregua
         della domanda principale, si risolverebbe allora in una domanda sviata di rimborso dei dazi. Se la stessa ricorrente considera
         che il suo metodo di calcolo del lucro cessante non è pertinente e chiede al Tribunale di definire un altro metodo atto a
         calcolare tale lucro cessante, la domanda di risarcimento non può allora essere riqualificata come domanda di rimborso dei
         dazi, tenuto conto del fatto che tale riqualificazione della domanda principale poggia appunto sull’analisi di tale metodo
         di calcolo. Tuttavia, in quest’ultima ipotesi, occorre sottolineare che non è ammissibile che il Tribunale colmi le lacune
         del ricorso solo perché la ricorrente glielo chiede espressamente.
      
      119    Inoltre, anche qualora il Tribunale non tenesse conto del metodo di calcolo del lucro cessante proposto dalla ricorrente,
         vale a dire il metodo secondo il quale il danno sarebbe equivalente agli utili puramente contabili che essa avrebbe realizzato
         se non avesse effettuato i pagamenti dei dazi antidumping, è giocoforza constatare che non sarebbe possibile determinare con
         la necessaria precisione la natura del danno lamentato dalla ricorrente. Eccettuati i vaghi elementi relativi agli investimenti
         che la ricorrente avrebbe asseritamente potuto realizzare se non le fossero stati imposti i dazi antidumping – che, come è
         stato constatato nei precedenti punti, non soddisfacevano i requisiti minimi di cui all’art. 44, n. 1, lett. c), del regolamento
         di procedura e che sembrano inoltre riferirsi unicamente ad un danno distinto, che si aggiungerebbe a quello oggetto della
         domanda principale –, la ricorrente si limita infatti a qualificare tale danno come lucro cessante senza spiegare in che cosa
         esso consista. Orbene, non spetta al Tribunale statuire in maniera teorica e astratta sul metodo di calcolo idoneo a determinare
         il lucro cessante sofferto da un’impresa in una situazione come quella della ricorrente. È quest’ultima che ha il compito
         di precisare in maniera sufficiente i diversi aspetti di tale lucro cessante.
      
      120    Tale conclusione non può essere rimessa in discussione per il fatto che il giudice comunitario, in alcuni casi, ha ammesso
         la ricevibilità di ricorsi per risarcimento nei quali non era stato specificato l’ammontare esatto del danno, pronunciandosi
         con sentenza interlocutoria sulla responsabilità della Comunità e rinviando la determinazione dell’entità del risarcimento
         ad un accordo tra le parti o, in mancanza di accordo, ad una sentenza successiva (v., in tal senso, sentenze della Corte Ireks‑Arkady/Consiglio
         e Commissione, cit., punto 18; Dumortier Frères e a./Consiglio e Commissione, cit., punto 23; 13 novembre 1984, cause riunite
         256/80, 257/80, 265/80, 267/80, 5/81 e 51/81 e 282/82, Birra Wührer e a./Consiglio e Commissione, Racc. pag. 3693, punto 35,
         e 26 giugno 1990, causa C-152/88, Sofrimport/Commissione, Racc. pag. I‑2477, punto 30).
      
      121    Si deve infatti rilevare che, in tali cause, il danno asserito era descritto in maniera sufficientemente precisa da consentire
         alla Corte di identificarne la natura esatta e di indicare il metodo che le parti avrebbero dovuto seguire per determinare
         l’entità del risarcimento, il che, per le ragioni esposte in precedenza, non accade nel caso di specie.
      
      122    Da quanto precede emerge che la domanda subordinata dev’essere dichiarata irricevibile.
      
      123    Di conseguenza, il presente ricorso dev’essere dichiarato irricevibile in toto.
      
       Sulle spese
      124    A norma dell’art. 87, n. 2, del regolamento di procedura, la parte soccombente è condannata alle spese se ne è stata fatta
         domanda. Poiché il Consiglio e la Commissione ne hanno fatto domanda, la ricorrente, rimasta soccombente, dev’essere condannata
         alle spese.
      
      Per questi motivi,
      IL TRIBUNALE (Terza Sezione)
      dichiara e statuisce:
      1)      Il ricorso è irricevibile.
      2)      La ricorrente, Sinara Handel GmbH, è condannata alle spese.
      Lussemburgo, 5 febbraio 2007
      
               Il cancelliere 
            
             
            
                     Il presidente
            
         
               E. Coulon 
            
             
            
                     M. Jaeger
            
         * Lingua processuale: l'inglese.