CELEX: 62008TJ0141
Language: it
Date: 2010-12-15 00:00:00
Title: Sentenza del Tribunale (Ottava Sezione) del 15 dicembre 2010.#E.ON Energie AG contro Commissione europea.#Concorrenza - Procedimento amministrativo - Decisione che constata una violazione di sigillo - Art. 23, n. 1, lett. e), del regolamento (CE) n. 1/2003 - Onere della prova - Presunzione di innocenza - Proporzionalità - Obbligo di motivazione.#Causa T-141/08.

Causa T‑141/08
      E.ON Energie AG
      contro
      Commissione europea
      «Concorrenza — Procedimento amministrativo — Decisione che constata una violazione di sigilli — Art. 23, n. 1, lett. e), del regolamento (CE) n. 1/2003 — Onere della prova — Presunzione d’innocenza — Proporzionalità — Obbligo di motivazione»
      Massime della sentenza
      1.      Concorrenza — Procedimento amministrativo — Decisione della Commissione con cui viene constatata un’infrazione — Elementi
            di prova necessari — Grado di efficacia probatoria necessario
      (Art. 81, n. 1, CE)
      2.      Diritto dell’Unione — Principi — Diritti fondamentali — Presunzione d’innocenza — Procedimento in materia di concorrenza —
            Applicazione
      (Art. 6, n. 2, UE; Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, art. 47)
      3.      Concorrenza — Procedimento amministrativo — Decisione della Commissione con cui viene constatata un’infrazione consistente
            nella conclusione di un accordo anticoncorrenziale — Decisione fondata su elementi di prova diretti — Oneri probatori delle
            imprese che contestano la sussistenza dell’infrazione
      (Artt. 81 CE e 82 CE)
      4.      Concorrenza — Ammende — Condizioni per l’imposizione di ammende da parte della Commissione — Infrazione commessa intenzionalmente
            o per negligenza — Decisione che constata una violazione di sigilli — Onere della prova a carico della Commissione — Limiti
      [Regolamento del Consiglio n. 1/2003, art. 23, n. 1, lett. e)]
      1.      Nel settore del diritto della concorrenza, in caso di controversia sull’esistenza di un’infrazione, spetta alla Commissione
         produrre la prova delle infrazioni da essa accertate e raccogliere elementi di prova idonei a dimostrare adeguatamente l’esistenza
         dei fatti costitutivi di un’infrazione. A tal fine, essa deve raccogliere elementi di prova sufficientemente precisi e concordanti
         per corroborare la ferma convinzione che l’asserita infrazione abbia avuto luogo.
      
      (v. punto 48)
      2.      Il principio della presunzione d’innocenza, quale risulta in particolare dall’art. 6, n. 2, della Convenzione europea dei
         diritti dell’uomo, fa parte dei diritti fondamentali che, secondo la giurisprudenza della Corte, ribadita peraltro dal preambolo
         dell’Atto unico europeo e dall’art. 6, n. 2, UE, nonché dall’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea,
         sono tutelati nell’ordinamento giuridico comunitario. Considerata la natura delle infrazioni di cui trattasi nonché la natura
         e il grado di severità delle sanzioni che vi sono connesse, il principio della presunzione d’innocenza si applica segnatamente
         alle procedure relative a violazioni delle norme sulla concorrenza applicabili alle imprese che possono sfociare nella pronuncia
         di multe o ammende.
      
      Qualora il giudice nutra un qualsivoglia dubbio, tale circostanza deve avvantaggiare l’impresa destinataria della decisione
         che constata un’infrazione. Il giudice non può quindi concludere che la Commissione abbia adeguatamente dimostrato l’esistenza
         dell’infrazione in questione qualora sussista ancora un dubbio in merito a tale questione, in particolare nell’ambito di un
         ricorso diretto all’annullamento di una decisione che infligge un’ammenda.
      
      (v. punti 51‑52, 238)
      3.      Se la Commissione constata una violazione delle norme sulla concorrenza basandosi sul comportamento delle imprese interessate,
         il giudice dell’Unione sarà indotto ad annullare la decisione di cui trattasi qualora esse deducano un’argomentazione che
         ponga in una luce diversa i fatti accertati dalla Commissione e che consenta quindi di sostituire un’altra spiegazione plausibile
         dei fatti a quella indicata dalla Commissione per concludere nel senso dell’esistenza di un’infrazione.
      
      Tuttavia, allorché la Commissione si basi su elementi di prova diretti che sono, in linea di principio, sufficienti a dimostrare
         l’esistenza dell’infrazione, non è sufficiente che l’impresa interessata menzioni la possibilità che si sia verificata una
         circostanza atta a pregiudicare il valore probatorio di detti elementi di prova affinché la Commissione sia tenuta a dimostrare
         che detta circostanza non ha potuto pregiudicare il valore probatorio di questi. Al contrario, salvo il caso in cui una simile
         prova non possa essere fornita dall’impresa interessata a causa del comportamento della stessa Commissione, incombe all’impresa
         interessata dimostrare in misura giuridicamente sufficiente, da un lato, l’esistenza della circostanza da essa invocata e,
         d’altro lato, che tale circostanza mette in discussione il valore probatorio degli elementi di prova sui quali si basa la
         Commissione.
      
      (v. punti 54, 56, 199)
      4.      Conformemente all’art. 23, n. 1, lett. e), del regolamento n. 1/2003, concernente l’applicazione delle regole di concorrenza
         di cui agli articoli 81 CE e 82 CE, la Commissione può irrogare ammende quando, intenzionalmente o per negligenza, sono stati
         infranti i sigilli apposti dagli agenti o dalle persone che li accompagnano autorizzati dalla Commissione. Pertanto, conformemente
         a tale disposizione, la Commissione è tenuta a dimostrare la violazione del sigillo. Per contro, non le incombe dimostrare
         che qualcuno sia effettivamente entrato nel locale che era stato sigillato o che i documenti ivi trasferiti siano stati manipolati.
      
      (v. punti 85, 256)
SENTENZA DEL TRIBUNALE (Ottava Sezione)
      15 dicembre 2010 (*)
      
      «Concorrenza – Procedimento amministrativo – Decisione che constata una violazione di sigilli – Art. 23, n. 1, lett. e), del regolamento (CE) n. 1/2003 – Onere della prova – Presunzione d’innocenza – Proporzionalità – Obbligo di motivazione»
      Nella causa T‑141/08,
      E.ON Energie AG, con sede in Monaco di Baviera (Germania), rappresentata dagli avv.ti A. Röhling, C. Krohs, F. Dietrich e R. Pfromm, 
      
      ricorrente,
      contro
      Commissione europea, rappresentata dai sigg. A. Bouquet, V. Bottka e R. Sauer, in qualità di agenti,
      
      convenuta,
      avente ad oggetto una domanda di annullamento della decisione della Commissione 30 gennaio 2008, C(2008) 377 def., concernente
         la fissazione di un’ammenda a norma dell’art. 23, n. 1, lett. e), del regolamento (CE) n. 1/2003 del Consiglio per violazione
         di sigilli (Caso COMP/B-1/39.326 – E.ON Energie AG),
      
      IL TRIBUNALE (Ottava Sezione),
      composto dalla sig.ra E. Martins Ribeiro (relatore), presidente, dai sigg. S. Papasavvas e N. Wahl, giudici,
      cancelliere: sig.ra K. Andová, amministratore
      vista la fase scritta del procedimento e in seguito all’udienza del 14 aprile 2010,
      ha pronunciato la seguente
      Sentenza
       Contesto normativo
      1        L’art. 20, n. 2, lett. d), del regolamento (CE) del Consiglio 16 dicembre 2002, n. 1/2003, concernente l’applicazione delle
         regole di concorrenza di cui agli articoli 81 [CE] e 82 [CE] (GU 2003, L 1, pag. 1), dispone che «[g]li agenti e le altre
         persone che li accompagnano autorizzati dalla Commissione a procedere agli accertamenti dispongono [del potere di] apporre
         sigilli a tutti i locali e libri o documenti aziendali per la durata degli accertamenti e nella misura necessaria al loro
         espletamento».
      
      2        Ai sensi dell’art. 23, n. 1, lett. e), del regolamento n. 1/2003, «la Commissione può, mediante decisione, irrogare alle imprese
         ed alle associazioni di imprese ammende il cui importo può giungere fino all’1% del fatturato totale realizzato durante l’esercizio
         sociale precedente, quando (…), intenzionalmente o per negligenza[,] sono stati infranti i sigilli apposti, in applicazione
         dell’articolo 20, paragrafo 2, lettera d), dagli agenti o dalle persone che li accompagnano autorizzati dalla Commissione».
      
       Fatti
      3        Con decisione 24 maggio 2006 la Commissione delle Comunità europee disponeva, conformemente all’art. 20 del regolamento n. 1/2003,
         accertamenti presso i locali della E.ON AG e delle imprese da essa controllate, per verificare la fondatezza di sospetti circa
         la loro partecipazione ad accordi anticoncorrenziali. L’accertamento presso la ricorrente, l’E.ON Energie AG, una controllata
         al 100% della E.ON, veniva avviato il pomeriggio del 29 maggio 2006 presso i suoi locali di Monaco. Dopo aver preso conoscenza
         della decisione che disponeva gli accertamenti, la ricorrente dichiarava di non opporvisi.
      
      4        L’accertamento veniva effettuato da quattro rappresentanti della Commissione e da sei rappresentanti del Bundeskartellamt
         (autorità tedesca per la concorrenza). I documenti selezionati durante l’accertamento del 29 maggio 2006 in vista di un esame
         più dettagliato da parte di detti rappresentanti venivano trasferiti nella stanza G.505, messa a disposizione della Commissione
         dalla ricorrente. Poiché non era stato possibile concludere l’accertamento lo stesso giorno, il responsabile del personale
         autorizzato all’accertamento chiudeva a chiave la porta della suddetta stanza, costituita da pannelli insonorizzati laccati
         e da un telaio di alluminio elossidato, e vi apponeva un sigillo ufficiale di 90 per 60 mm (in prosieguo: il «sigillo controverso»).
         Quest’ultimo veniva apposto per circa due terzi della sua superficie sul pannello della porta e, per la parte rimanente, sul
         telaio della stessa. Veniva redatto un verbale di apposizione di sigilli, sul quale apponevano la propria firma i rappresentanti
         della Commissione, del Bundeskartellamt e della ricorrente. Gli ispettori lasciavano quindi i locali della ricorrente, portando
         con sé la chiave della stanza G.505 che era stata loro consegnata. In risposta ad una richiesta di informazioni, la ricorrente
         ha segnalato che, oltre a tale chiave consegnata alla Commissione, erano in circolazione anche altre 20 chiavi «passe‑partout»,
         che consentivano l’accesso alla stanza G.505 (punto 19 della decisione impugnata).
      
      5        Il sigillo controverso era un autoadesivo di colore blu, con linee gialle sui bordi superiore e inferiore e le stelle gialle
         della bandiera europea. La zona gialla inferiore conteneva una dicitura secondo cui la Commissione può irrogare un’ammenda
         in caso di violazione dei sigilli. La pellicola di sicurezza utilizzata per la confezione del sigillo controverso (in prosieguo:
         la «pellicola di sicurezza») era stata prodotta dall’impresa 3M Europe SA (in prosieguo: la «3M») nel dicembre 2002. Su richiesta
         della Commissione, i suddetti elementi sono stati successivamente impressi sulla pellicola di sicurezza da una stamperia nel
         primo trimestre del 2004.
      
      6        Nel caso dei sigilli di plastica, quale il sigillo controverso, in caso di rottura del sigillo la colla bianca, per mezzo
         della quale esso viene fissato al supporto, rimane su quest’ultimo sotto forma di diciture «VOID» delle dimensioni di circa
         12 punti Didot (circa 5 mm), ripartite su tutta la superficie dell’autoadesivo. Il sigillo rimosso diviene trasparente in
         alcune parti, di modo che le diciture «VOID» risultano leggibili anche sul sigillo.
      
      7        Il 30 maggio 2006 alle 8.45 circa, di ritorno presso i locali della ricorrente, il personale autorizzato all’accertamento
         constatava un’alterazione dello stato del sigillo controverso, che aderiva ancora alla porta della stanza G.505.
      
      8        Alle 9.15 circa il responsabile dell’accertamento apriva la porta della stanza G.505. L’apertura della porta provocava il
         distacco della parte del sigillo controverso attaccata al pannello della porta, mentre l’altra parte rimaneva fissata al telaio
         della stessa.
      
      9        Veniva redatto un verbale di violazione di sigilli, nel quale era indicato, in particolare, quanto segue:
      
      «(…)
      –        L’intero sigillo è stato spostato di circa due millimetri in altezza e in larghezza, di modo che sono visibili tracce di colla
         al di sotto e a destra dello stesso.
      
      –        Era chiaramente leggibile la dicitura “VOID” su tutta la superficie del sigillo, che tuttavia si trovava ancora a cavallo
         tra il telaio e la porta e non era stato strappato.
      
      –        In seguito all’apertura della porta da parte [del funzionario] della Commissione (il sig. K.), durante la quale il sigillo
         è rimasto intatto, ossia non si è strappato, sulla parte posteriore del sigillo (superficie adesiva) erano visibili tracce
         bianche della dicitura “VOID”.
      
      –        Di regola, se il sigillo viene staccato, sul supporto rimane la dicitura bianca “VOID”, il che è ampiamente accaduto nel caso
         di specie, dato che la dicitura compariva effettivamente sulla superficie della porta.
      
      –        Tuttavia, erano visibili numerose tracce bianche anche sulla superficie adesiva del sigillo, non sulle parti trasparenti corrispondenti
         alle diciture “VOID” sulla parte posteriore del sigillo, ma a una certa distanza da tali parti».
      
      10      Il verbale di violazione di sigilli veniva firmato da un rappresentante della Commissione e da un rappresentante del Bundeskartellamt.
         La ricorrente si rifiutava di firmarlo.
      
      11      Il pomeriggio del 30 maggio 2006 venivano scattate con un telefono cellulare alcune fotografie digitali del sigillo controverso.
      
      12      Il 31 maggio 2006 la ricorrente formulava una «dichiarazione complementare (…) al verbale di apposizione del sigillo del 30 maggio
         2006», del seguente tenore:
      
      «1. Dopo l’apertura della porta non è stata constatata alcuna alterazione dei documenti trasferiti nella stanza.
      2. Quando il sigillo è stato rimosso, la sera del 30 maggio, per essere sostituito, la dicitura “VOID” sul telaio non è scomparsa
         del tutto.
      
      3. Il sig. K. era presente al momento dell’apposizione del sigillo effettuata il giorno precedente e aveva avuto l’impressione
         che tale operazione si fosse protratta in modo anomalo».
      
      13      Il 9 agosto 2006 la Commissione inviava una richiesta di informazioni alla ricorrente, conformemente all’art. 18 del regolamento
         n. 1/2003. Quest’ultima rispondeva con lettera del 23 agosto 2006. Altre richieste di informazioni venivano inviate, rispettivamente,
         il 29 agosto 2006 alla 3M, il 31 agosto 2006 all’impresa di pulizie dei locali della ricorrente (in prosieguo: l’«impresa
         di pulizie») e il 1° settembre 2006 al servizio di sicurezza della ricorrente.
      
      14      I dieci membri del personale autorizzato all’accertamento rispondevano a questionari concernenti le loro osservazioni sull’apposizione
         del sigillo controverso e sullo stato dello stesso riscontrato il mattino del 30 maggio 2006.
      
      15      Il 2 ottobre 2006 la Commissione inviava una comunicazione degli addebiti alla ricorrente. In base alle informazioni disponibili,
         essa concludeva, tra l’altro, che il sigillo controverso era stato infranto e che, considerato il potere di organizzazione
         dalla ricorrente nel locale in questione, la responsabilità di tale violazione di sigilli doveva essere imputata a lei.
      
      16      Il 13 novembre 2006 la ricorrente presentava osservazioni sulla comunicazione degli addebiti.
      
      17      Il 6 dicembre 2006, su richiesta della ricorrente, il consigliere‑auditore procedeva ad un’audizione, alla quale prendeva
         parte anche la 3M.
      
      18      Il 21 dicembre 2006, su richiesta della Commissione, la 3M confermava per iscritto alcune dichiarazioni rese nel corso dell’audizione.
      
      19      Nel corso del procedimento amministrativo, la ricorrente consegnava alla Commissione tre perizie effettuate da un istituto
         di scienze naturali e medicina (in prosieguo: l’«istituto»).
      
      20      Il 21 marzo 2007 l’istituto effettuava una prima perizia (in prosieguo: la «prima perizia dell’istituto»), con cui veniva
         analizzata la reazione del sigillo controverso alle forze di taglio e di pelatura.
      
      21      L’11 aprile 2007 la Commissione incaricava il sig. Kr., perito giurato in materia di tecniche di incollaggio e di comportamento
         delle materie plastiche, di redigere una relazione su taluni aspetti della funzionalità e della manipolazione del sigillo
         controverso. La sua prima relazione (in prosieguo: la «relazione Kr. I») veniva redatta l’8 maggio 2007.
      
      22      Il 15 maggio 2007 l’istituto realizzava una seconda perizia (in prosieguo: la «seconda perizia dell’istituto»), in cui veniva
         analizzata la reazione del sigillo controverso alle forze di trazione e di compressione e ai carichi di pelatura sotto l’effetto
         del prodotto di pulizia «Synto» (in prosieguo: il «Synto»).
      
      23      Con lettera del 6 giugno 2007 la Commissione informava la ricorrente in merito ai nuovi fatti accertati successivamente alla
         comunicazione degli addebiti, sulla base delle dichiarazioni della 3M e della relazione Kr. I, e le concedeva la possibilità
         di presentare osservazioni scritte al riguardo.
      
      24      Il 6 luglio 2007 la ricorrente trasmetteva osservazioni scritte alla Commissione e chiedeva una nuova audizione. Tale domanda
         veniva respinta.
      
      25      Il 1° ottobre 2007 la ricorrente trasmetteva alla Commissione la terza perizia dell’istituto, del 27 settembre 2007 (in prosieguo:
         la «terza perizia dell’istituto»), in cui veniva analizzata la reazione del sigillo controverso alle forze di pelatura sotto
         l’effetto dell’invecchiamento, del Synto e dell’umidità atmosferica.
      
      26      La Commissione incaricava successivamente il sig. Kr. di commentare gli argomenti e le osservazioni contenuti nella lettera
         della ricorrente del 6 luglio 2007, nonché nella seconda e nella terza perizia dell’istituto. Il sig. Kr. presentava la sua
         seconda relazione il 20 novembre 2007 (in prosieguo: la «relazione Kr. II»).
      
      27      Con lettera del 23 novembre 2007 la Commissione comunicava alla ricorrente i fatti supplementari accertati posteriormente
         alla sua lettera del 6 giugno 2007. Essa accordava contestualmente alla ricorrente l’accesso ai relativi documenti, e in particolare
         alla relazione Kr. II.
      
      28      Il 10 dicembre 2007 la ricorrente comunicava alla Commissione le proprie osservazioni sui documenti inviatile il 23 novembre
         2007.
      
      29      Il 15 gennaio 2008 la Commissione riceveva un’altra lettera della ricorrente, alla quale erano allegate dichiarazioni giurate
         di venti persone che, secondo la ricorrente, la sera del 29 maggio 2006 erano in possesso di chiavi che consentivano l’accesso
         alla stanza G.505 (in prosieguo: i «possessori di chiavi»). Tali persone affermavano in dette dichiarazioni che, nel periodo
         considerato (tra le 19 del 29 maggio 2006 e le 9.30 del 30 maggio 2006), non si trovavano nell’edificio G, o non avevano aperto
         la porta della stanza in questione (punto 42 della decisione impugnata).
      
      30      Il 30 gennaio 2008 la Commissione adottava la decisione C(2008) 377 def., concernente la fissazione di un’ammenda a norma
         dell’art. 23, n. 1, lett. e), del regolamento n. 1/2003 per violazione di sigilli (Caso COMP/B-1/39.326 – E.ON Energie AG)
         (in prosieguo: la «decisione impugnata»), di cui è stata pubblicata una sintesi nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea del 19 settembre 2008 (GU C 240, pag. 6).
      
      31      Il dispositivo della decisione impugnata enuncia quanto segue:
      
      «Articolo 1
      E.ON Energie AG ha infranto un sigillo apposto da agenti della Commissione a norma dell’articolo 20, paragrafo 2, lettera d),
         del regolamento n. 1/2003 e ha violato, quanto meno per negligenza, l’articolo 23, paragrafo 1, lettera e), del medesimo regolamento.
      
      Articolo 2
      Per l’infrazione di cui all’articolo 1, alla E.ON Energie AG è inflitta un’ammenda di EUR 38 000 000.
      (…)».
       Procedimento e conclusioni delle parti
      32      Con atto introduttivo depositato presso la cancelleria del Tribunale il 15 aprile 2008, la ricorrente ha proposto il presente
         ricorso.
      
      33      La ricorrente chiede che il Tribunale voglia:
      
      –        annullare la decisione impugnata;
      –        in subordine, ridurre l’ammontare dell’ammenda irrogata ad un importo equo;
      –        condannare la Commissione alle spese.
      34      La Commissione chiede che il Tribunale voglia:
      
      –        respingere integralmente il ricorso;
      –        condannare la ricorrente alle spese.
      35      Su relazione del giudice relatore, il Tribunale (Ottava Sezione) ha deciso di passare alla fase orale. Le parti hanno presentato
         le loro difese e le loro risposte ai quesiti orali posti dal Tribunale all’udienza del 14 aprile 2010.
      
       In diritto
      36      La ricorrente deduce nove motivi a sostegno del ricorso. I primi sette motivi vertono sulla constatazione della violazione
         di sigillo, mentre gli ultimi due riguardano l’importo dell’ammenda.
      
      37      Il primo motivo verte sulla mancata osservanza dell’onere della prova, il secondo sulla violazione del «principio dell’impulso
         d’ufficio», il terzo sulla presunzione asseritamente errata che il sigillo sia stato apposto in maniera regolare, il quarto
         sulla presunzione asseritamente errata relativa allo «stato evidente» del sigillo controverso il giorno successivo all’accertamento,
         il quinto sulla presunzione asseritamente errata dell’adeguatezza della pellicola di sicurezza all’apposizione ufficiale di
         sigilli da parte della Commissione, il sesto sulla mancata presa in considerazione da parte della Commissione degli «scenari
         alternativi» che avrebbero potuto determinare lo stato del sigillo controverso, il settimo su una violazione del principio
         della presunzione di innocenza, l’ottavo su una violazione dell’art. 23, n. 1, del regolamento n. 1/2003, in quanto non sarebbe
         stato accertato alcun illecito della ricorrente, e il nono, infine, su una violazione dell’art. 253 CE e del principio di
         proporzionalità nella determinazione dell’importo dell’ammenda.
      
       Sul primo motivo, concernente la mancata osservanza dell’onere della prova
       Argomenti delle parti
      38      La ricorrente sostiene che, conformemente alla massima in dubio pro reo, al principio della presunzione di innocenza, sancito
         dall’art. 6, n. 2, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma
         il 4 novembre 1950 (in prosieguo: la «CEDU»), e all’art. 2, prima frase, del regolamento n. 1/2003, la Commissione sopporta
         l’onere della prova nei procedimenti che possono concludersi con l’irrogazione di ammende pronunciate in materia di intese.
         Poiché la Commissione è tenuta a rispettare le garanzie fondamentali del diritto penale e ad accertare in misura giuridica
         sufficiente l’esistenza di un’infrazione, i suoi eventuali dubbi devono avvantaggiare l’impresa in questione. Secondo la ricorrente,
         dalla giurisprudenza risulta che, qualora la Commissione si basi sulla presunzione che i fatti accertati possano essere spiegati
         solo come il risultato di un’infrazione, è sufficiente dimostrare circostanze che mettono in una luce diversa i fatti accertati
         dalla Commissione e che consentono in tal modo di sostituire una diversa spiegazione plausibile dei fatti a quella adottata
         dalla Commissione per concludere nel senso dell’esistenza di una violazione.
      
      39      Per quanto riguarda l’affermazione della Commissione secondo cui l’alterazione del sigillo controverso costituirebbe in ogni
         caso una «prova apparente» dell’elemento materiale della violazione del sigillo, la ricorrente sostiene che tale prova è incompatibile
         con la massima in dubio pro reo. In un procedimento ai sensi dell’art. 23, n. 1, del regolamento n. 1/2003, una «prova apparente»
         non costituirebbe un elemento di prova ricevibile e non sarebbe comunque sufficiente a dimostrare un’infrazione sanzionabile
         con un’ammenda. Quand’anche la Commissione, menzionando una «prova apparente», facesse riferimento in realtà ad una prova
         indiziaria, essa non avrebbe prodotto alcuna prova, in quanto non avrebbe dimostrato alcun indizio.
      
      40      L’onere della prova incombente alla Commissione sarebbe inoltre inasprito, nella specie, dal suo stesso comportamento.
      
      41      In primo luogo, nell’utilizzo del sigillo controverso, la Commissione non avrebbe adottato i provvedimenti necessari per limitare
         il rischio di «false reazioni positive» (vale a dire la comparsa delle diciture «VOID» sul sigillo controverso in assenza
         di una sua rimozione), segnatamente in ragione del mancato rispetto del termine di conservazione del suo sigillo. Pertanto,
         la Commissione avrebbe dovuto dimostrare che, malgrado il superamento del termine massimo di conservazione del sigillo controverso,
         quest’ultimo fosse idoneo alla sua funzione nella notte tra il 29 e il 30 maggio 2006. A tal riguardo, le indicazioni del
         produttore sarebbero insufficienti, dato che la 3M menzionerebbe solo un termine massimo di conservazione di due anni nella
         scheda informativa della pellicola di sicurezza (in prosieguo: la «scheda tecnica») e non avrebbe neppure fornito un parere
         definitivo sulla durata esatta del ciclo di vita del prodotto nella risposta al questionario della Commissione. Quest’ultima
         non avrebbe prodotto tale prova neppure attraverso i test del sig. Kr., che peraltro non sarebbero stati effettuati sul sigillo
         controverso. Infine, i periti dell’istituto farebbero riferimento ad una maggiore sensibilità dei sigilli autoadesivi in funzione
         delle circostanze della loro apposizione e del livello di umidità dell’aria.
      
      42      In secondo luogo, la Commissione avrebbe omesso di adottare in loco i provvedimenti necessari all’assunzione delle prove,
         scattando fotografie del sigillo controverso prima dell’apertura della porta, tenuto conto in particolare delle osservazioni
         sullo stato del sigillo controverso rivolte dai rappresentanti della ricorrente agli agenti della Commissione la mattina del
         30 maggio 2006. A tal riguardo, il verbale di violazione di sigilli non costituirebbe di per sé una prova sufficiente dello
         stato del sigillo controverso, poiché detto verbale è stato redatto posteriormente all’accertamento.
      
      43      Tenuto conto della massima in dubio pro reo e dell’inasprimento dell’onere della prova che sarebbe derivato dal comportamento
         della Commissione, non si potrebbe constatare l’esistenza di una violazione del sigillo imputabile alla ricorrente. Pertanto,
         la Commissione non avrebbe dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio l’elemento materiale dell’infrazione.
      
      44      Contrariamente a quanto sostiene la Commissione, il presente motivo non sarebbe astratto, ma farebbe concretamente valere
         l’assenza di prove del fatto che circostanze imputabili alla ricorrente abbiano determinato l’alterazione dello stato del
         sigillo controverso. Pertanto, anche in assenza delle perizie presentate dalla ricorrente, l’irrogazione di una sanzione sotto
         forma di ammenda non sarebbe giustificata. In un procedimento che si conclude con una decisione che infligge un’ammenda non
         incomberebbe all’impresa interessata fornire la prova di elementi a discarico o di «scenari alternativi». Al contrario, la
         Commissione dovrebbe esaminare globalmente tutte le circostanze a carico e a discarico e produrre la prova assoluta e al di
         là di qualsiasi ragionevole dubbio che circostanze imputabili alla ricorrente hanno determinato l’alterazione dello stato
         del sigillo controverso. Una semplice probabilità di realizzazione dell’infrazione non sarebbe sufficiente per irrogare un’ammenda,
         a maggior ragione in quanto la ricorrente avrebbe sollevato dubbi sufficienti in ordine alla produzione della prova.
      
      45      Quand’anche si dovesse riconoscere che, in un primo tempo, la Commissione ha fornito prove apparentemente convincenti atte
         a dimostrare gli elementi costitutivi di una violazione di sigilli, tuttavia la ricorrente avrebbe prodotto valide prove contrarie.
         In ogni caso, essa sarebbe riuscita a sollevare dubbi in ordine al fatto che le prove della Commissione fossero sufficienti
         a dimostrare l’infrazione. Contrariamente a quanto suggerirebbe la Commissione al punto 44 della decisione impugnata, la ricorrente
         non si sarebbe limitata, per quanto riguarda l’esistenza della violazione del sigillo, alla «semplice menzione di un’eventuale
         spiegazione diversa» o alla «menzione della possibilità teorica che (…) si siano verificate circostanze anomale», ma si sarebbe
         basata su un certo numero di perizie dell’istituto per dimostrare che talune circostanze, vale a dire l’utilizzo di un sigillo
         vecchio, l’umidità dell’aria, le vibrazioni subite dalla porta e dal suo telaio e le tensioni di taglio che ne sarebbero derivate,
         nonché l’azione del Synto, potevano aver provocato uno scorrimento del sigillo controverso, causando l’«impressione di danneggiamento»
         constatato dal personale autorizzato all’accertamento. In un procedimento che si conclude con una decisione che infligge un’ammenda,
         eventuali dettagli relativi alla scelta del prodotto intermedio del sigillo (nella specie, la pellicola di sicurezza), alla
         sua conservazione e al suo utilizzo da parte della Commissione non potrebbero essere considerati puramente e semplicemente
         irrilevanti.
      
      46      Nell’ambito del presente motivo, la ricorrente propone, conformemente all’art. 65, lett. c), del regolamento di procedura
         del Tribunale, che il suo legale e un incaricato della E.ON vengano sentiti come testimoni in merito alle condizioni del sigillo
         controverso riscontrate la mattina del 30 maggio 2006.
      
      47      La Commissione chiede il rigetto del primo motivo, in quanto esso sarebbe formulato in maniera astratta, senza esaminare gli
         effetti concreti sulla valutazione delle prove e sulla decisione impugnata. In subordine, essa contesta gli argomenti della
         ricorrente.
      
       Giudizio del Tribunale
      48      Dall’art. 2 del regolamento n. 1/2003 e da una costante giurisprudenza elaborata nell’ambito dell’applicazione degli artt. 81 CE
         e 82 CE risulta che nel settore del diritto della concorrenza, in caso di controversia sull’esistenza di un’infrazione, spetta
         alla Commissione produrre la prova delle infrazioni da essa accertate e raccogliere elementi di prova sufficienti a dimostrare
         l’esistenza dei fatti costitutivi di un’infrazione (sentenze della Corte 17 dicembre 1998, causa C‑185/95 P, Baustahlgewebe/Commissione,
         Racc. pag. I‑8417, punto 58, e 6 gennaio 2004, cause riunite C‑2/01 P e C‑3/01 P, BAI e Commissione/Bayer, Racc. pag. I‑23,
         punto 62; sentenza del Tribunale 17 settembre 2007, causa T‑201/04, Microsoft/Commissione, Racc. pag. II‑3601, punto 688).
         A tal fine, essa deve raccogliere elementi di prova sufficientemente precisi e concordanti per corroborare la ferma convinzione
         che l’asserita infrazione abbia avuto luogo (v., in tal senso, sentenze della Corte 28 marzo 1984, cause riunite 29/83 e 30/83,
         CRAM e Rheinzink/Commissione, Racc. pag. 1679, punto 20, e 31 marzo 1993, cause riunite C‑89/85, C‑104/85, C‑114/85, C‑116/85,
         C‑117/85 e da C‑125/85 a C‑129/85, Ahlström Osakeytiö e a./Commissione, Racc. pag. I‑1307, punto 127; sentenza del Tribunale
         21 gennaio 1999, cause riunite T‑185/96, T‑189/96 e T‑190/96, Riviera Auto Service e a./Commissione, Racc. pag. II‑93, punto 47).
      
      49      Inoltre, occorre rammentare che, nell’ambito di un ricorso di annullamento proposto ai sensi dell’art. 230 CE, il giudice
         dell’Unione è tenuto solo a controllare la legittimità dell’atto impugnato (sentenza del Tribunale 8 luglio 2004, cause riunite
         T-67/00, T‑68/00, T‑71/00 e T‑78/00, JFE Engineering e a./Commissione, Racc. pag. II‑2501, punto 174).
      
      50      In tal modo, il ruolo del giudice investito di un ricorso di annullamento diretto contro una decisione della Commissione che
         constata l’esistenza di un’infrazione alle norme della concorrenza e che infligge ammende ai destinatari consiste nel valutare
         se le prove e altri elementi fatti valere dalla Commissione nella sua decisione siano sufficienti a dimostrare l’esistenza
         dell’infrazione contestata (sentenza JFE Engineering e a./Commissione, cit. al punto 49 supra, punto 175).
      
      51      Inoltre, qualora il giudice nutra un qualsivoglia dubbio, tale circostanza deve avvantaggiare l’impresa destinataria della
         decisione che constata un’infrazione (v., in tal senso, sentenza della Corte 14 febbraio 1978, causa 27/76, United Brands/Commissione,
         Racc. pag. 207, punto 265). Il giudice non può quindi concludere che la Commissione ha sufficientemente dimostrato l’esistenza
         dell’infrazione in questione qualora egli nutra ancora dubbi in merito a tale questione, in particolare nell’ambito di un
         ricorso diretto all’annullamento di una decisione che infligge un’ammenda (sentenza JFE Engineering e a./Commissione, cit.
         al punto 49 supra, punto 177).
      
      52      Infatti, in quest’ultima situazione, è necessario tener conto del principio della presunzione d’innocenza, quale risulta in
         particolare dall’art. 6, n. 2, della CEDU, il quale fa parte dei diritti fondamentali che, secondo la giurisprudenza della
         Corte, riaffermata peraltro dal preambolo dell’Atto unico europeo, dall’art. 6, n. 2, UE,nonché dall’art. 47 della Carta dei
         diritti fondamentali dell’Unione europea proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 (GU C 364, pag. 1), sono oggetto di tutela
         nell’ordinamento giuridico comunitario. Considerata la natura delle infrazioni di cui trattasi nonché la natura e il grado
         di severità delle sanzioni che vi sono connesse, il principio della presunzione d’innocenza si applica segnatamente alle procedure
         relative a violazioni delle norme sulla concorrenza applicabili alle imprese che possono sfociare nella pronuncia di multe
         o ammende (v., in tal senso, sentenze della Corte eur. D.U. Öztürk del 21 febbraio 1984, serie A n. 73, e Lutz del 25 agosto
         1987, serie A n. 123‑A; sentenze della Corte 8 luglio 1999, causa C‑199/92 P, Hüls/Commissione, Racc. pag. I‑4287, punti 149
         e 150, e causa C‑235/92 P, Montecatini/Commissione, Racc. pag. I‑4539, punti 175 e 176; sentenza JFE Engineering e a./Commissione,
         cit. al punto 49 supra, punto 178).
      
      53      La ricorrente si basa sulla giurisprudenza relativa alle pratiche concordate vietate dall’art. 81 CE, secondo cui un parallelismo
         di comportamenti può essere considerato prova di una concertazione contraria a detta disposizione soltanto qualora la concertazione
         ne costituisca l’unica spiegazione plausibile (sentenza CRAM e Rheinzink/Commissione, cit. al punto 48 supra, punto 16). Per
         quanto riguarda le pratiche concordate, la Commissione deve quindi esaminare, alla luce dell’argomentazione sviluppata dalle
         imprese interessate nel corso del procedimento amministrativo, tutte le possibili spiegazioni del comportamento in questione
         e attribuirgli carattere illecito solo nel caso in cui l’infrazione costituisca l’unica spiegazione plausibile.
      
      54      Pertanto, se la Commissione constata una violazione delle norme sulla concorrenza basandosi sul comportamento delle imprese
         interessate, il giudice dell’Unione deve annullare la decisione di cui trattasi qualora esse deducano un’argomentazione che
         ponga in una luce diversa i fatti accertati dalla Commissione e che consenta quindi di sostituire una diversa spiegazione
         plausibile dei fatti a quella indicata dalla Commissione per concludere nel senso dell’esistenza di un’infrazione (sentenze
         CRAM e Rheinzink/Commissione, cit. al punto 48 supra, punto 16, e Ahlström Osakeyhtiö e a./Commissione, cit. al punto 48 supra,
         punti 126 e 127).
      
      55      Tuttavia, nello stesso modo in cui, allorché la Commissione si basa, nell’ambito dell’accertamento di una violazione degli
         artt. 81 CE e 82 CE, su elementi di prova documentali, le imprese interessate sono tenute non semplicemente a presentare un’alternativa
         plausibile alla tesi della Commissione, ma anche a eccepire l’insufficienza delle prove prese in considerazione nella decisione
         impugnata per dimostrare l’esistenza dell’infrazione (v., in tal senso, sentenze del Tribunale 20 aprile 1999, cause riunite
         da T‑305/94 a T‑307/94, da T‑313/94 a T‑316/94, T‑318/94, T‑325/94, T‑328/94, T‑329/94 e T‑335/94, Limburgse Vinyl Maatschappij
         e a./Commissione, Racc. pag. II‑931, punti 725‑728, e JFE Engineering e a./Commissione, cit. al punto 49 supra, punto 187),
         si deve ritenere che in un caso come quello di specie, in cui la Commissione si basa su elementi di prova diretti, spetti
         alle imprese interessate dimostrare che gli elementi di prova addotti dalla Commissione sono insufficienti. È già stato dichiarato
         che tale inversione dell’onere della prova non contravviene al principio della presunzione di innocenza (v., in tal senso,
         sentenza Montecatini/Commissione, cit. al punto 52 supra, punto 181).
      
      56      Si deve inoltre sottolineare che un’impresa non può trasferire l’onere della prova alla Commissione avvalendosi di circostanze
         che non può dimostrare (v., in tal senso, sentenze del Tribunale 8 luglio 2004, causa T‑44/00, Mannesmannröhren‑Werke/Commissione,
         Racc. pag. II‑2223, punto 262, e JFE Engineering e a./Commissione, cit. al punto 49 supra, punto 343). In altri termini, quando
         la Commissione si basa su elementi di prova che risultano sufficienti, in linea di principio, a dimostrare l’esistenza dell’infrazione,
         l’impresa interessata non può limitarsi ad evocare la possibilità che si sia verificata una circostanza atta a pregiudicare
         il valore probatorio di tali elementi di prova affinché la Commissione sia tenuta a dimostrare che detta circostanza non poteva
         comportare tale conseguenza. Al contrario, salvo che la prova in questione non possa essere fornita dall’impresa interessata
         a causa del comportamento della stessa Commissione (v., in tal senso, citate sentenze Mannesmannröhren‑Werke/Commissione,
         punti 261 e 262, e JFE Engineering e a./Commissione, cit. al punto 49 supra, punti 342 e 343), incombe all’impresa interessata
         dimostrare in misura giuridicamente sufficiente, da un lato, l’esistenza della circostanza da essa invocata e, dall’altro,
         che tale circostanza mette in discussione il valore probatorio degli elementi di prova sui quali si basa la Commissione.
      
      57      Nell’ambito del presente motivo, la ricorrente ritiene che la Commissione, nella decisione impugnata, dovesse dimostrare al
         di là di ogni ragionevole dubbio che l’alterazione dello stato del sigillo controverso constatata il 30 maggio 2006 era imputabile
         a lei, dopo avere dimostrato che le varie circostanze da essa dedotte non fossero idonee a spiegare tale stato. Secondo la
         ricorrente, non incomberebbe a lei fornire la prova di elementi a discarico o di «scenari alternativi». La semplice probabilità
         che l’infrazione sia stata commessa non sarebbe sufficiente per irrogare un’ammenda, a maggior ragione in quanto la ricorrente
         avrebbe sollevato dubbi sufficienti in ordine alla produzione della prova. Nell’ambito del suo primo motivo, la ricorrente
         fa infatti riferimento alla vetustà del sigillo controverso, all’umidità dell’aria, alle vibrazioni subite dalla porta e dal
         telaio della stessa e alle tensioni di taglio che ne sarebbero risultate, nonché all’azione del Synto, che avrebbero potuto
         provocare uno scorrimento del sigillo controverso, causando l’«impressione di danneggiamento» constatata dal personale autorizzato
         all’accertamento.
      
      58      A tal riguardo si deve rilevare che, contrariamente a quanto affermato dalla Commissione, il motivo dedotto dalla ricorrente
         non è astratto, in quanto essa fa sostanzialmente valere che, tenuto conto della violazione dei principi che disciplinano
         l’onere della prova nel diritto comunitario della concorrenza da parte della Commissione, quest’ultima non ha dimostrato in
         misura giuridicamente sufficiente che circostanze imputabili alla ricorrente avessero determinato l’alterazione dello stato
         del sigillo controverso, di modo che occorrerebbe annullare la decisione impugnata.
      
      59      Tuttavia, dalla suddetta decisione risulta che la Commissione non ha violato i principi che disciplinano l’onere della prova.
         Infatti, da un lato, il punto 44 della decisione impugnata indica espressamente che «incombe alla Commissione illustrare i
         fatti pertinenti per dimostrare l’asserita violazione del sigillo». Dall’altro, la Commissione ha fondato la sua constatazione
         della violazione sullo stato in cui si trovava, la mattina del 30 maggio 2006, il sigillo controverso, che, secondo lei, presentava
         la dicitura «VOID» su tutta la sua superficie e residui di colla sulla sua parte posteriore, come risulta in particolare dalle
         dichiarazioni degli ispettori della Commissione e del Bundeskartellamt, nonché dalle constatazioni che figurano nel verbale
         di violazione di sigilli (punti 75 e 76 della decisione impugnata).
      
      60      Pertanto, facendo riferimento in particolare alle dichiarazioni dei sei ispettori presenti sul posto e alla firma da parte
         della ricorrente del verbale di apposizione del sigillo, la Commissione ha anzitutto constatato che il sigillo controverso
         era stato apposto regolarmente la sera del 29 maggio 2006 (punti 50 e 51 della decisione impugnata). Inoltre, come rilevato
         supra, al punto 59, la mattina del 30 maggio 2006 la Commissione ha constatato un’alterazione dello stato di detto sigillo,
         che, a suo parere, costituirebbe la prova dell’infrazione.
      
      61      A prescindere dal valore probatorio degli elementi di prova sui quali si è basata la Commissione, e che dovranno essere valutati
         nell’ambito dell’esame dei motivi terzo, quarto e quinto, la Commissione ha giustamente considerato al punto 44 della decisione
         impugnata che «la semplice menzione della possibilità teorica che (…) si siano verificate circostanze anomale non può essere
         sufficiente» ad escludere l’esistenza di un’infrazione. Infatti, conformemente ai principi esposti supra, ai punti 55 e 56,
         incombeva alla ricorrente dimostrare non solo l’esistenza delle varie circostanze da lei addotte per spiegare lo stato del
         sigillo controverso riscontrato il 30 maggio 2006, ma altresì che tali circostanze mettono in discussione il valore probatorio
         degli elementi di prova prodotti dalla Commissione.
      
      62      Orbene, nella decisione impugnata la Commissione ha esaminato le spiegazioni alternative addotte dalla ricorrente nel corso
         del procedimento amministrativo in ordine allo stato del sigillo controverso riscontrato il 30 maggio 2006. La Commissione
         ha tuttavia considerato che tali spiegazioni non dimostravano che detto stato dipendesse da circostanze diverse da una violazione
         del sigillo (punti 62‑68 e 77‑98 della decisione impugnata). Pertanto, non è ravvisabile alcuna violazione dei principi relativi
         all’onere della prova.
      
      63      Infine, la ricorrente non può validamente sostenere che due circostanze, vale a dire la presunta vetustà del sigillo controverso
         e l’assenza di fotografie dalle quali risultino le condizioni del sigillo controverso prima dell’apertura della porta, abbiano
         inasprito l’onere della prova incombente alla Commissione. Anche supponendo che l’esistenza di tali circostanze sia stata
         sufficientemente dimostrata, occorrerà esaminare se, alla luce dell’argomentazione sviluppata dalla ricorrente in ordine a
         tali circostanze, gli elementi di prova dedotti dalla Commissione corroborino in misura giuridicamente sufficiente la constatazione
         della violazione del sigillo ai sensi dell’art. 23, n. 1, lett. e), del regolamento n. 1/2003. Tale esame verrà effettuato
         nell’ambito dell’analisi dei motivi terzo, quarto e quinto.
      
      64      Da tutto quanto precede consegue che il primo motivo deve essere respinto.
      
       Sul secondo motivo, concernente la violazione del «principio dell’impulso d’ufficio»
       Argomenti delle parti
      65      Riferendosi alle sentenze della Corte 13 luglio 1966, cause riunite 56/64 e 58/64, Consten e Grundig/Commissione (Racc. pag. 458,
         e 21 novembre 1991, causa C‑269/90, Technische Universität München (Racc. pag. I‑5469), la ricorrente rammenta che, secondo
         il «principio dell’impulso d’ufficio», la Commissione è tenuta a procedere d’ufficio all’accertamento dei fatti e ad esaminare,
         in modo accurato e imparziale, tutti gli elementi rilevanti della fattispecie. Orbene, tale «principio» sarebbe stato violato
         nel caso in esame.
      
      66      In primo luogo, la Commissione avrebbe dovuto fugare le «manifeste incertezze» relative alla composizione del Synto. La Commissione
         non avrebbe dovuto limitarsi ad affermare di non sapere quale prodotto avesse utilizzato l’istituto nelle sue perizie (punto 85
         della decisione impugnata). Nella seconda perizia dell’istituto, quest’ultimo avrebbe accertato la presenza del componente
         2‑(2‑ butossietossi)etanolo nel Synto. Orbene, tale componente attaccherebbe un considerevole numero di sostanze organiche.
         Per contro, il sig. Kr. non avrebbe effettuato egli stesso un’analisi della composizione del Synto, ma avrebbe considerato
         che il prodotto di pulizia consisteva in «una soluzione acquosa tensioattiva contenente elementi di 2‑butossietanolo e di
         2‑propanolo (alcol isopropilico)». Tale sostanza produrrebbe soltanto effetti analoghi a quelli di un alcole, mentre la sostanza
         analizzata dall’istituto produrrebbe anche gli stessi effetti di un etere e, pertanto, un ulteriore effetto di solvente in
         particolare sulle colle e sulle tracce di pennarello. I risultati delle perizie dell’istituto avrebbero dovuto indurre la
         Commissione ad effettuare ulteriori analisi della composizione del Synto. La Commissione non avrebbe potuto rinunciarvi solo
         perché l’unica variante del Synto, che è in gran parte anidro (in prosieguo: il «Synto Forte»), non verrebbe commercializzato,
         secondo le indicazioni del produttore, nei flaconi da un litro che sono stati utilizzati dall’impresa di pulizie (punto 85
         della decisione impugnata). Sarebbe impossibile escludere che il produttore abbia reso dichiarazioni errate e/o che la confezione
         del Synto sia cambiata successivamente.
      
      67      La Commissione, inoltre, non avrebbe tenuto conto del fatto che il prodotto di pulizia utilizzato in precedenza dall’impresa
         di pulizie (il Synto Forte) sarebbe stato sostituito con il Synto prima dell’accertamento, il che sarebbe stato segnalato
         alla Commissione nella risposta della ricorrente alla richiesta di informazioni del 19 ottobre 2007. A tal riguardo, non si
         potrebbe escludere che l’impresa di pulizie disponesse ancora di resti di Synto Forte. La Commissione avrebbe potuto facilmente
         effettuare un’analisi del prodotto di pulizia utilizzato, dato che la ricorrente le avrebbe proposto di inviarle una parte
         del contenuto rimanente nel flacone.
      
      68      In secondo luogo, la Commissione avrebbe violato il suo obbligo di indagine omettendo di verificare l’asserita possibilità
         che i possessori di chiavi avessero consentito a terzi l’accesso alla stanza G.505, o che qualcuno fosse entrato in tale stanza
         in un altro modo. La Commissione avrebbe ignorato, ai punti 98 e 100 della decisione impugnata, il fatto che la porta della
         stanza in questione era stata non solo sigillata, ma anche chiusa a chiave per evitare qualsiasi accesso non autorizzato.
         Dalle dichiarazioni giurate dei possessori di chiavi emergerebbe che, nella notte in questione, non sono state aperte né la
         serratura né la porta della suddetta stanza. La ricorrente chiede che ne venga assunta la prova mediante audizione come testimoni
         di tali persone, conformemente all’art. 65, lett. c), del regolamento di procedura.
      
      69      Poiché la Commissione affermerebbe che altre persone potrebbero essersi procurate una chiave della stanza G.505 presso i possessori
         di chiavi (punto 98 della decisione impugnata), la ricorrente sostiene che, tenuto conto del suo obbligo di accertare completamente
         i fatti, la Commissione avrebbe dovuto esigere un’integrazione delle dichiarazioni giurate, oppure informarsi essa stessa
         sull’ubicazione delle chiavi.
      
      70      Analogamente, poiché la Commissione affermerebbe che le dichiarazioni giurate non escludono che «la porta sia stata aperta
         con altri mezzi» (punto 98 della decisione impugnata), essa avrebbe dovuto effettuare indagini sulla serratura e sulla porta
         della stanza G.505 per accertare se vi fosse stata un’effrazione o un tentativo di manipolazione di qualsivoglia natura. L’esame
         della superficie della porta avrebbe consentito di constatare che si poteva escludere che essa fosse stata aperta con altri
         mezzi.
      
      71      La ricorrente aggiunge che non si può presumere che essa abbia consapevolmente indotto uno dei possessori di chiavi ad infrangere
         il sigillo controverso e/o ad aprire la porta. Essa ritiene che, con una falsa dichiarazione giurata, tale ipotetico soggetto
         terzo si esporrebbe, secondo il diritto tedesco, ad una sanzione penale ed eventualmente all’obbligo di pagare pesanti risarcimenti.
      
      72      In terzo luogo, la Commissione avrebbe violato il «principio dell’impulso d’ufficio» attraverso la formulazione della domanda
         n. 6 del questionario distribuito agli ispettori, che avrebbe impedito la riproduzione delle proprie constatazioni da parte
         degli stessi o avrebbe influito su di essa.
      
      73      La Commissione osserva che il motivo in esame deve essere respinto, in quanto la ricorrente si limita a formulare affermazioni
         generiche senza dimostrare in qual modo le censure sollevate potrebbero inficiare la legittimità della decisione impugnata.
         In subordine, essa contesta gli argomenti della ricorrente.
      
       Giudizio del Tribunale
      74      Come si è già ricordato supra, ai punti 48 e 49, nel settore del diritto della concorrenza spetta alla Commissione produrre
         la prova delle infrazioni da essa accertate e raccogliere elementi di prova sufficienti a dimostrare l’esistenza dei fatti
         costitutivi di un’infrazione. A tal fine, essa deve raccogliere elementi di prova sufficientemente precisi e concordanti per
         corroborare la ferma convinzione che l’asserita infrazione abbia avuto luogo.
      
      75      Occorre inoltre osservare che la Commissione deve, nell’interesse di una sana amministrazione, concorrere con i propri mezzi
         all’accertamento dei fatti e delle circostanze rilevanti (sentenza Consten e Grundig/Commissione, cit. al punto 65 supra,
         pag. 501).
      
      76      Tra le garanzie conferite dall’ordinamento giuridico dell’Unione si annovera in particolare l’obbligo dell’istituzione competente
         di esaminare in modo accurato e imparziale tutti gli elementi rilevanti della fattispecie (v., in tal senso, sentenza Technische
         Universität München, cit. al punto 65 supra, punto 14, e sentenza del Tribunale 18 settembre 1995, causa T‑167/94, Nölle/Consiglio
         e Commissione, Racc. pag. II‑2589, punto 73).
      
      77      A tal riguardo, si deve constatare preliminarmente che il motivo della ricorrente è diretto a dimostrare che la Commissione
         non ha esaminato gli elementi rilevanti della fattispecie, e in particolare non ha fugato le incertezze relative alla composizione
         del Synto, né ha indagato sufficientemente sull’ipotetico accesso alla stanza G.505. Orbene, tali carenze, ammettendo che
         possano eventualmente ridurre il valore probatorio degli elementi di prova utilizzati dalla Commissione nella decisione impugnata,
         potrebbero inficiare la legittimità di quest’ultima.
      
      78      In primo luogo, per quanto riguarda l’argomento della ricorrente secondo cui la Commissione avrebbe lasciato sussistere incertezze
         in ordine alla composizione del prodotto di pulizia utilizzato il 30 maggio 2006, in primo luogo, occorre rilevare che, al
         punto 85 della decisione impugnata, contrariamente a quanto sostenuto dalla ricorrente, la Commissione non si è limitata ad
         affermare che non sapeva quale prodotto avesse utilizzato l’istituto per le sue prove. In tale punto, da un lato, la Commissione
         ha affermato che dalle relazioni Kr. I e Kr. II risultava che l’effetto del Synto sulla superficie del sigillo controverso
         non poteva aver avuto alcun incidenza sul funzionamento dello stesso. Dall’altro, essa ha respinto l’affermazione della ricorrente
         secondo cui il sig. Kr. non aveva utilizzato per i suoi test il prodotto di pulizia originale.
      
      79      Anzitutto, essa ha effettivamente dichiarato di essersi fatta consegnare dalla medesima impresa di pulizie esattamente lo
         stesso detergente che era stato utilizzato nei locali della ricorrente nella notte tra il 29 e il 30 maggio 2006 e che nella
         serie di test era stato utilizzato soltanto tale prodotto di pulizia. Inoltre, è giocoforza constatare che l’affermazione
         figurante al punto 85 della decisione impugnata, secondo cui la Commissione non sapeva quale prodotto avesse utilizzato l’istituto
         per le sue prove, risponde all’argomento della ricorrente secondo cui l’istituto ha testato il prodotto che le era stato inviato
         dalla stessa ricorrente e ha constatato che si trattava di un solvente anidro il cui componente principale era il 2‑(2‑butossietossi)etanolo.
         Orbene, secondo le indicazioni del produttore, il Synto Forte, l’unica variante del Synto, che sarebbe in gran parte anidro,
         non viene commercializzato nei flaconi da un litro che sarebbero stati utilizzati per pulire la porta della stanza G.505 e
         non viene impiegato come prodotto di pulizia, bensì come smacchiatore.
      
      80      In secondo luogo, la Commissione non era tenuta ad analizzare la composizione del Synto, dato che essa ha effettuato i suoi
         test con il Synto utilizzato dall’impresa di pulizie sulla porta della stanza G.505, che le è stato inviato direttamente dalla
         ricorrente stessa, la quale, interrogata al riguardo in udienza, non ha negato tale circostanza. Inoltre, dalla lettera del
         5 settembre 2006 inviata dall’impresa di pulizie alla Commissione, e in particolare dalla risposta data da tale impresa alla
         seconda domanda della Commissione, risulta che per pulire la porta della suddetta stanza è stato effettivamente utilizzato
         il Synto. Infine, la scheda di dati di sicurezza del Synto non menziona la presenza in tale prodotto del componente 2‑(2‑butossietossi)etanolo.
      
      81      In terzo luogo, la ricorrente non contesta che, secondo le indicazioni che figurano sul sito Internet del produttore, il Synto
         Forte non venga venduto nei flaconi da un litro che sono stati utilizzati dall’impresa di pulizie. A tal riguardo, gli argomenti
         della ricorrente secondo cui sarebbe impossibile escludere che il produttore abbia formulato dichiarazioni errate o che la
         confezione sia cambiata successivamente non sono convincenti e, in ogni caso, non sono stati dimostrati.
      
      82      In quarto luogo, devono essere respinti anche gli argomenti della ricorrente secondo cui non si potrebbe escludere che l’impresa
         di pulizie disponesse di resti della variante più aggressiva del Synto, che sarebbe stato asseritamente utilizzato in precedenza.
         Infatti, da un lato, la ricorrente non spiega perché tale variante, più nociva per le superfici in legno, sarebbe stata utilizzata
         per pulire le porte dei suoi locali. Dall’altro, dal punto 85 della decisione impugnata risulta che la Commissione si è fatta
         consegnare dalla stessa impresa di pulizie esattamente il medesimo detergente utilizzato nei locali della ricorrente il 30 maggio
         2006 e ha utilizzato solo tale prodotto durante numerose serie di test. Orbene, tale affermazione non è contestata dalla ricorrente.
      
      83      Poiché il prodotto detergente su cui il perito incaricato dalla Commissione ha effettuato le sue prove era precisamente il
         detergente utilizzato dall’impresa di pulizie nella notte tra il 29 e il 30 maggio 2006, la Commissione non aveva alcun motivo
         di procedere all’analisi della sua composizione.
      
      84      In secondo luogo, la ricorrente fa valere che la Commissione avrebbe violato il «principio dell’impulso d’ufficio» omettendo
         di indagare sulla possibilità che i possessori di chiavi avessero consentito a terzi l’accesso alla stanza G.505 e sulla possibilità
         che qualcuno fosse entrato in detto locale in un altro modo.
      
      85      Orbene, conformemente all’art. 23, n. 1, lett. e), del regolamento n. 1/2003, la Commissione può irrogare ammende quando,
         intenzionalmente o per negligenza, «sono stati infranti i sigilli apposti (…) dagli agenti o dalle persone che li accompagnano
         autorizzati dalla Commissione». Pertanto, conformemente a tale disposizione, la Commissione è tenuta a dimostrare la violazione
         del sigillo. Per contro, non le incombe dimostrare che qualcuno sia effettivamente entrato nella stanza che era stata sigillata
         o che i documenti ivi trasferiti siano stati manipolati. Nella specie, dai punti 74‑76 della decisione impugnata risulta che
         la Commissione ha effettivamente considerato che il sigillo controverso era stato infranto. A tal fine, la Commissione ha
         indicato tra l’altro (punto 74 della decisione impugnata) che «[l]o stato del sigillo riscontrato la mattina del 30 maggio
         2006 induce[va] chiaramente a concludere che esso [era] stato staccato dalla porta dell’ufficio durante la notte e che pertanto
         quest’ultima poteva essere stata aperta». Alla luce delle considerazioni che precedono, risultano inoperanti le affermazioni
         della ricorrente secondo cui né la serratura né la porta della suddetta stanza sarebbero state aperte nella notte in questione,
         affermazioni che sarebbero suffragate dalle dichiarazioni giurate dei possessori di chiavi.
      
      86      In ogni caso, come rilevato dalla Commissione, le dichiarazioni giurate dei possessori di chiavi, rese tra il 2 settembre
         e il 22 dicembre 2007, ossia circa un anno e mezzo dopo i fatti, non sono atte a modificare la conclusione da essa raggiunta
         nella decisione impugnata in ordine alla sussistenza di una violazione del sigillo, dato che, come emerge dalle risposte della
         ricorrente alla sua richiesta di informazioni, altre persone avevano potenzialmente accesso ad una chiave che consentiva di
         aprire la porta della stanza G.505. La Commissione non era quindi tenuta ad indagare sull’eventualità che i possessori di
         chiavi avessero consentito a terzi l’accesso alla stanza G.505 o che qualcuno fosse entrato in tale stanza in un altro modo.
      
      87      In terzo luogo, la ricorrente asserisce che la Commissione ha violato il «principio dell’impulso d’ufficio» attraverso la
         formulazione della domanda n. 6 del questionario sottoposto agli ispettori, la quale avrebbe impedito loro di riprodurre le
         proprie constatazioni o influito su tale riproduzione.
      
      88      Tale argomento deve essere respinto. Infatti, la suddetta domanda era diretta ad interrogare i membri del personale autorizzato
         all’accertamento in merito agli indizi che deponevano in favore della constatazione di una violazione del sigillo, in particolare
         alla luce degli accertamenti registrati nel verbale di infrazione, vale a dire la presenza delle diciture «VOID» su tutta
         la superficie del sigillo controverso e di colla intorno ad esso e sulla sua parte posteriore. La formulazione del questionario
         non impediva quindi agli ispettori di riprodurre le proprie constatazioni.
      
      89      Dalle risposte date dagli ispettori a detto questionario risulta peraltro che essi hanno effettivamente indicato, in relazione
         alla domanda n. 6, gli elementi che ciascuno di essi ricordava a tale proposito. Così, ad esempio, il sig. Kl. ha dichiarato
         di avere subito avuto l’impressione «che il sigillo fosse stato alterato successivamente alla sua apposizione e di avere registrato
         per iscritto le osservazioni che autorizzavano tale conclusione e (…) [di averle] allegate al verbale di violazione di sigilli».
         Il sig. Ko. ha dichiarato di avere «notato che il sigillo era “spostato” e che era leggibile la dicitura “VOID”», ma di non
         avere «guardato la parte posteriore del sigillo». Il sig. L., dal canto suo, ha indicato di essersi «accertato personalmente
         dello stato del sigillo il giorno successivo», notando che esso «risultava spostato di circa 2 mm», ma di non avere prestato
         «particolare attenzione alla presenza di una dicitura “VOID” sul sigillo». Il sig. N. ha parimenti indicato di «ricord[arsi]
         perfettamente, avendolo osservato personalmente, che le diciture “VOID” erano leggibili su tutta la superficie del sigillo»
         e che «anche i resti di colla sulla porta, molto vicino al bordo del sigillo, [s]embravano dimostrare che quest’ultimo era
         stato infranto». Infine, il sig. M. ha rilevato che «[l]a descrizione contenuta nel verbale [era] esatta» e che egli avrebbe
         «redatto il punto b) in maniera più precisa nel modo seguente: resti di colla su entrambi i bordi del sigillo; si trattava
         di frammenti di 1‑2 mm della dicitura “VOID”».
      
      90      Ne consegue che il secondo motivo deve essere respinto.
      
       Sul terzo motivo, concernente la presunzione asseritamente errata che il sigillo fosse stato apposto in maniera regolare
       Argomenti delle parti
      91      La ricorrente sostiene che la Commissione ha erroneamente considerato, al punto 5 della decisione impugnata, che era dimostrato
         che il sigillo controverso fosse intatto al momento della sua apposizione alla stanza G.505 il 29 maggio 2006 e che esso aderisse
         completamente alla porta e al telaio della stessa allorché il personale autorizzato all’accertamento ha lasciato i locali
         intorno alle 19.30.
      
      92      In primo luogo, l’apposizione regolare del sigillo controverso alla porta non sarebbe pacifica. Nella sua risposta alla comunicazione
         degli addebiti, la ricorrente avrebbe già negato che il sigillo controverso aderisse perfettamente alla superficie del supporto
         in questione. Il contenuto del fascicolo consentirebbe tutt’al più di concludere che, secondo l’impressione superficiale degli
         ispettori presenti al momento della sua apposizione, il sigillo controverso aderiva alla superficie del supporto in questione,
         il che non sarebbe sufficiente a giustificare la constatazione di un’apposizione regolare. La ricorrente osserva che, nella
         scheda tecnica, si spiega che questo tipo di sigillo aderisce a determinate superfici a condizione che siano prima state pulite.
         Orbene, tale pulizia non sarebbe stata effettuata. Inoltre, la porta in questione sarebbe composta da pannelli insonorizzati
         laccati e dal telaio in alluminio elossidato, che non sarebbero menzionati nella scheda tecnica.
      
      93      Non sarebbe stato dimostrato neppure che il sigillo controverso sia stato staccato dalla pellicola di protezione conformemente
         alle istruzioni del produttore. Anche la 3M riconoscerebbe la possibilità di un preesistente deterioramento in caso di manipolazione
         errata (punto 60 della decisione impugnata). Dalla terza perizia dell’istituto risulterebbe che l’apposizione di un sigillo
         con modalità difformi dalle istruzioni del produttore non comporta necessariamente una comparsa immediata della dicitura «VOID»
         sul sigillo. Pertanto, sarebbe irrilevante l’affermazione secondo cui qualsiasi indizio dell’aderenza insufficiente del sigillo
         controverso sarebbe stato immediatamente rilevato dai presenti al momento della sua apposizione (punto 54 della decisione
         impugnata). Inoltre, la ricorrente contesta il fatto che il sigillo controverso sia stato staccato correttamente dalla sua
         pellicola di protezione, che sia stato possibile fissarlo senza problemi, che esso aderisse alla porta della stanza G.505
         e al telaio della stessa essendo intatto e senza che fossero leggibili le diciture «VOID», e che sia stato oggetto di un’attenta
         osservazione da parte di alcuni ispettori. La ricorrente non avrebbe potuto verificare tali circostanze e la Commissione non
         le avrebbe dimostrate. La ricorrente aggiunge che le dichiarazioni degli ispettori relative all’apposizione del sigillo controverso
         sono contraddittorie.
      
      94      Per quanto riguarda le affermazioni figuranti al punto 56 della decisione impugnata, la ricorrente sostiene che è inverosimile
         che il produttore abbia fornito istruzioni così dettagliate in ordine alla manipolazione del prodotto, se esse risultavano
         comunque superflue. Inoltre, la 3M, in qualità di fabbricante, non avrebbe alcun interesse a mettere in discussione l’affidabilità
         del suo prodotto. Di conseguenza, la Commissione non avrebbe potuto constatare con un sufficiente grado di certezza che il
         sigillo controverso era «intatto» e che esso «aderiva alla porta e al telaio della stanza G.505» (punto 5 della decisione
         impugnata).
      
      95      In secondo luogo, il fatto che un rappresentante della ricorrente abbia firmato il verbale di apposizione del sigillo il 29 maggio
         2006 confermerebbe unicamente l’apposizione ufficiale di un sigillo, ma non la sua apposizione corretta, dato che la ricorrente
         non ha avuto la possibilità di rilevare immediatamente danni preesistenti o errori nell’applicazione del sigillo controverso.
      
      96      In terzo luogo, contrariamente a quanto sostenuto dalla Commissione, la presunta esperienza della stessa e i test effettuati
         dal sig. Kr. sarebbero irrilevanti. La mera circostanza che non vi siano asseritamente stati problemi di aderenza né «false
         reazioni positive» con altri sigilli utilizzati a partire dal 2004 e appartenenti allo stesso lotto (punto 55 della decisione
         impugnata) non consentirebbe di concludere che tale reazione sia esclusa o improbabile. Lo stesso sig. Kr. avrebbe riconosciuto
         che le sue analisi non consentivano di stabilire se le sue osservazioni potessero essere generalizzate. Orbene, i risultati
         delle analisi effettuate dal sig. Kr. avrebbero dovuto essere «confermate statisticamente».
      
      97      In quarto luogo, l’affermazione della Commissione secondo cui, in caso di utilizzo su normali porte di ufficio in alluminio
         (laccato), è probabile che i sigilli funzionino correttamente (punto 56 della decisione impugnata) sarebbe irrilevante, in
         quanto non sarebbe mai stato constatato che la porta della stanza G.505 fosse di alluminio. Neppure il telaio della porta
         in questione sarebbe di alluminio laccato, bensì di alluminio elossidato, vale a dire rivestito di uno strato di protezione
         ossidato per proteggerlo dalla corrosione.
      
      98      La Commissione chiede il rigetto del motivo.
      
       Giudizio del Tribunale 
      99      È pacifico che il 29 maggio 2006, intorno alle 19.15, la stanza G.505 è stata sigillata con un sigillo ufficiale della Commissione.
         Tuttavia, secondo la ricorrente, non è dimostrato che l’apposizione del sigillo sia stata regolare. A suo parere, dall’impressione
         superficiale degli ispettori presenti al momento dell’apposizione si potrebbe dedurre soltanto che il sigillo controverso
         aderiva alla superficie del supporto in questione. Non si potrebbe invece ritenere con un sufficiente grado di certezza che,
         la sera del 29 maggio 2006, il sigillo controverso, essendo intatto, aderisse fermamente alla porta della stanza G.505 e al
         suo telaio.
      
      100    Si deve rilevare che, nella decisione impugnata, la Commissione ha constatato che «[l]’apposizione del sigillo si [era(…)]
         svolta regolarmente», che «[i]l sigillo aderiva perfettamente al supporto costituito dalla porta e dal suo telaio e [che]
         dopo l’apposizione non era visibile alcuna dicitura “VOID” sulla sua superficie gialla e blu» (punto 50 della decisione impugnata).
      
      101    A tal fine, nella decisione impugnata (punti 5, 50 e 51) la Commissione si è basata sul verbale di apposizione del sigillo
         e sulle risposte date dai sei funzionari presenti al momento dell’apposizione del sigillo controverso alla domanda n. 3 del
         questionario distribuito agli ispettori.
      
      102    In primo luogo, occorre quindi esaminare se gli elementi di prova menzionati nella decisione impugnata consentissero di concludere
         che l’apposizione del sigillo controverso era stata regolare.
      
      103    In primo luogo, si deve constatare che il verbale di apposizione del sigillo attesta, da un lato, che alle 19.15 del 29 maggio
         2006 è stato apposto un sigillo alla stanza G.505, conformemente all’art. 20, n. 2, lett. d), del regolamento n. 1/2003, e,
         dall’altro, che un rappresentante della ricorrente, il sig. P., è stato informato delle disposizioni dell’art. 20, n. 2, lett. d),
         e dell’art. 23, n. 1, lett. e), del regolamento n. 1/2003, nonché della possibilità dell’irrogazione di un’ammenda, ai sensi
         dell’art. 23, n. 1, lett. e), di detto regolamento, nel caso in cui i sigilli vengano infranti intenzionalmente o per negligenza.
         Il verbale è stato firmato dal sig. Kl., agente della Commissione e responsabile del personale autorizzato all’accertamento,
         dal sig. J., agente del Bundeskartellamt, e dal sig. P., rappresentante della ricorrente.
      
      104    Contrariamente a quanto asserito dalla ricorrente, il verbale di apposizione del sigillo dimostra sufficientemente la regolarità
         dell’apposizione del sigillo controverso. Il verbale in questione attesta infatti che il sigillo è stato apposto «conformemente
         all’art. 20, n. 2, lett. d), del regolamento n. 1/2003», come è stato riconosciuto da un rappresentante della ricorrente che
         ha firmato il verbale dopo essere stato informato in merito alle disposizioni applicabili. Orbene, solo un’apposizione del
         sigillo regolare può essere considerata conforme all’art. 20, n. 2, lett. d), del regolamento n. 1/2003.
      
      105    In ogni caso, se la sera del 29 maggio 2006 la ricorrente avesse constatato un’irregolarità nell’apposizione del sigillo controverso
         o la comparsa dei segni «VOID» sullo stesso, è lecito supporre che essa avrebbe immediatamente formulato osservazioni in proposito,
         dato che conosceva perfettamente l’importanza di tali segni (v. anche punto 51 della decisione impugnata). Inoltre, come rilevato
         dalla Commissione, il servizio di sicurezza della ricorrente ha affermato che dalla verifica del sigillo controverso effettuata
         in occasione di due ronde nell’edificio G, varie ore dopo la sua apposizione, non risultava alcuna alterazione. Occorre quindi
         respingere l’argomento della ricorrente secondo cui le diciture «VOID» potrebbero essere apparse solo successivamente, per
         effetto di un preesistente deterioramento del sigillo controverso provocato da una sua errata manipolazione.
      
      106    In secondo luogo, si deve constatare che le risposte dei sei ispettori della Commissione e del Bundeskartellamt presenti al
         momento dell’apposizione del sigillo, cui la Commissione ha fatto riferimento ai punti 5 e 50 della decisione impugnata, confermano
         che il sigillo controverso era stato apposto in modo regolare.
      
      107    Infatti, il sig. Kl., agente della Commissione e responsabile del personale autorizzato all’accertamento, ha affermato di
         essere «assolutamente certo che il sigillo fosse intatto [(…) e di essersene] accertato personalmente con particolare attenzione».
         Egli ha aggiunto che il sigillo controverso «aderiva fermamente alla porta e allo stipite e [che] non era visibile alcuna
         dicitura “VOID”».
      
      108    Del pari, il sig. L., agente della Commissione, ha dichiarato di «[essere] sicuro che il sigillo fosse intatto quando [gli
         ispettori hanno] lasciato l’edificio [e che essi avevano] ancora controllato attentamente il sigillo e verificato che esso
         fosse ben attaccato».
      
      109    La sig.ra W., agente della Commissione, ha confermato dal canto suo che «[e]ra indubbio [che il sigillo] aderisse correttamente
         alla porta[, che l’]apposizione [fosse] stata effettuata correttamente [(…) e che] il sigillo sembrasse “normale”». Essa ha
         aggiunto che il sigillo controverso «[era] stato posizionato correttamente sulla porta, [che esso] presentava i normali colori
         giallo e blu scuro [e che] non era visibile alcuna dicitura “VOID”».
      
      110    Il sig. N., agente del Bundeskartellamt, ha spiegato di avere «personalmente constatato che il sigillo era intatto quando
         il personale autorizzato all’accertamento ha lasciato l’edificio (…) [e di avere] osservato il sigillo con attenzione».
      
      111    Il sig. M., agente del Bundeskartellamt, ha dichiarato che, «dopo che il sig. [Kl. aveva] apposto il sigillo, vari funzionari,
         compreso [lui], si [erano] assicurati che esso fosse stato apposto correttamente». Ha aggiunto che, «[q]uando il personale
         autorizzato all’accertamento, ivi compresi i funzionari del Bundeskartellamt, [hanno] lasciato il corridoio in cui si trovava
         la stanza sigillata, il sigillo era intatto». Egli ha affermato di averlo «constatato de visu».
      
      112    Infine, il sig. B, agente del Bundeskartellamt, ha confermato che «il sig. [Kl.], e altri membri dell’équipe oltre a [egli]
         stesso, [si erano] assicurati che il sigillo fosse stato apposto correttamente [e di avere] constatato personalmente che il
         sigillo era intatto quando il personale autorizzato all’accertamento ha lasciato l’edificio».
      
      113    In terzo luogo, si deve constatare che le risposte date alla domanda n. 3 del questionario della Commissione dagli altri quattro
         ispettori che avevano partecipato all’accertamento nei locali della ricorrente non mettono in discussione il valore probatorio
         degli elementi di prova sopra menzionati. Infatti, un ispettore ha affermato di non avere partecipato all’apposizione del
         sigillo, mentre tre ispettori hanno fornito altri indizi della regolarità dell’apposizione del sigillo controverso e quindi
         confermato il tenore degli elementi di prova sui quali si è basata la Commissione nella decisione impugnata.
      
      114    Infatti, il sig. K. ha dichiarato che, «quando [l’aveva] visto per l’ultima volta, il sigillo era intatto». Il sig. Me. ha
         confermato da parte sua di «[essersi] assicurato, quanto meno meccanicamente, che il sigillo fosse intatto». Infine, il sig. J.
         ha affermato che, «[p]er quanto [si ricordava], il sigillo era intatto quando il personale autorizzato all’accertamento ha
         lasciato quell’ala dell’edificio il 29 maggio 2006».
      
      115    Da quanto precede risulta che gli elementi di prova sui quali si è basata la Commissione nella decisione impugnata consentivano
         di constatare che il sigillo controverso era stato apposto regolarmente il 29 maggio 2006, che esso aderiva quindi alla porta
         della stanza G.505 e al telaio della stessa e che era intatto, nel senso che non faceva apparire le diciture «VOID» nel momento
         in cui il personale autorizzato all’accertamento ha lasciato i locali della ricorrente.
      
      116    In secondo luogo, si deve esaminare se le circostanze invocate dalla ricorrente siano atte a mettere in discussione il valore
         probatorio dei suddetti elementi di prova. A tal riguardo, la ricorrente fa riferimento al fatto che, in primo luogo, la porta
         della stanza G.505 e il telaio della stessa non sono stati puliti prima dell’apposizione del sigillo controverso, in secondo
         luogo, che i materiali di detta porta e del suo telaio non sono menzionati nella scheda tecnica e, in terzo luogo, che non
         è stato dimostrato che il sigillo controverso sia stato staccato dalla sua pellicola di protezione in modo conforme alle istruzioni
         del produttore.
      
      117    In primo luogo, si deve constatare che, nella decisione impugnata, la Commissione ha spiegato che i suoi rappresentanti e
         quelli del Bundeskartellamt si erano «assicurati dell’adeguatezza del supporto, di modo che non era indispensabile effettuare
         una particolare pulizia della porta e del telaio in questione» (punto 49 della decisione impugnata).
      
      118    Benché sia vero che nella scheda tecnica si consiglia di pulire la superficie del supporto prima di apporvi un sigillo, tuttavia
         tale raccomandazione va rapportata al fatto che una superficie sporca potrebbe compromettere la forza adesiva del sigillo,
         con la conseguenza che, in caso di violazione del sigillo, potrebbero non apparire i segni «VOID». Infatti, nella scheda tecnica
         è espressamente indicato che «qualsiasi elemento che contamini la superficie influisce negativamente sull’aderenza [del sigillo]
         e sul messaggio di distruzione». Il produttore dei sigilli, la 3M, ha inoltre espressamente confermato che la raccomandazione
         relativa alla previa pulizia della superficie dei supporti in questione riguarda principalmente i casi in cui tale superficie
         sia sporca di olio o di grasso. La polvere che si trova normalmente in un ufficio non ha, secondo il produttore, alcuna incidenza
         sulla funzionalità dei sigilli.
      
      119    Orbene, la ricorrente, cui incombe fornire la prova delle circostanze da essa invocate, non ha dimostrato che la sera del
         29 maggio 2006 la superficie della porta della stanza G.505 e del telaio della stessa fossero coperti da contaminanti diversi
         dalla polvere normalmente presente in un ufficio. Non ha neppure dimostrato che la sera del 29 maggio 2006 lo stato della
         superficie della porta e del telaio in questione fosse tale da poter pregiudicare, in condizioni normali, la funzionalità
         del sigillo controverso. Al contrario, si può semmai ritenere che la porta della stanza G.505 fosse stata pulita regolarmente
         dall’impresa di pulizie. Pertanto, il primo argomento della ricorrente deve essere respinto.
      
      120    In secondo luogo, per quanto riguarda gli argomenti della ricorrente relativi ai materiali che compongono la porta della stanza
         G.505 e il suo telaio, si deve constatare che la Commissione ha rilevato, al punto 56 della decisione impugnata, che, «[i]n
         caso di utilizzo su normali porte di ufficio di alluminio (laccato), [era] probabile che i sigilli funzion[assero] correttamente».
         La Commissione ha precisato che «[c]iò [era] stato chiaramente confermato dalle analisi effettuate in loco e in laboratorio
         dal perito da [lei] incaricato sui sigilli e sulla loro aderenza al loro supporto reale».
      
      121    La ricorrente asserisce che il telaio della porta in questione non è costituito da alluminio laccato, bensì da alluminio elossidato.
         Tuttavia, la ricorrente, alla quale incombe fornire la prova degli elementi da essa invocati, non deduce alcun elemento che
         consenta di ritenere che il fatto che il telaio della porta sia costituito da alluminio elossidato, e non laccato, possa avere
         avuto una qualsiasi incidenza sul funzionamento del sigillo controverso.
      
      122    In ogni caso, nella sua risposta alla richiesta di informazioni della Commissione, la 3M ha indicato che la colla utilizzata
         per questo tipo di sigillo era adatta praticamente a tutti i supporti, sicché l’elenco dei possibili supporti contenuto nella
         scheda tecnica [acciaio inossidabile, acrilonitrile butadiene stirene (ABS), polipropilene, metallo verniciato, poliestere,
         polietilene ad alta densità (PEAD), nylon, vetro, policarbonato] non era esaustivo, bensì inteso a fornire un’indicazione
         approssimativa della natura e della gamma di supporti sui quali può essere utilizzato il prodotto. La 3M ha inoltre indicato
         che tale sigillo funziona correttamente sulle porte di alluminio e di alluminio laccato, pur precisando che, se un sigillo
         non aderisce sufficientemente al supporto, le diciture «VOID» potrebbero non apparire nel caso in cui esso venga spostato,
         ipotesi che nella fattispecie non si è verificata. Anche le osservazioni figuranti nella relazione Kr. I e quelle svolte dal
         sig. Kr. il 9 luglio 2008 confermano tali affermazioni. Pertanto, il secondo argomento della ricorrente deve essere respinto.
      
      123    In terzo luogo, per quanto riguarda la circostanza che non sarebbe dimostrato che il sigillo controverso sia stato staccato
         dalla sua pellicola di protezione in modo conforme alle istruzioni del produttore, è sufficiente constatare che la ricorrente
         non ha prodotto alcun indizio dell’effettività della circostanza invocata, sicché tale argomento deve essere respinto. In
         ogni caso, secondo la 3M, il danneggiamento del prodotto in occasione della rimozione della sua pellicola di protezione avrebbe
         l’effetto di far apparire le diciture «VOID» anche prima dell’apposizione sul supporto, mentre sarebbe escluso che una «falsa
         reazione positiva» possa intervenire successivamente. Nella relazione Kr. I è inoltre stato escluso che la velocità con cui
         il sigillo controverso viene staccato dalla pellicola di protezione possa incidere sulla comparsa delle diciture «VOID», e
         che tali diciture possano comparire solo dopo un certo lasso di tempo. Pertanto, anche il terzo argomento della ricorrente
         deve essere respinto.
      
      124    Da quanto sopra affermato consegue che il terzo motivo non può essere accolto.
      
       Sul quarto motivo, concernente la presunzione asseritamente errata dello «stato evidente» del sigillo controverso riscontrato
            il giorno successivo all’accertamento
       Argomenti delle parti
      125    La ricorrente sostiene che la Commissione, nella decisione impugnata (punti 9, 24, 55, 61 e 75), ha erroneamente considerato
         che il 30 maggio 2006 le diciture «VOID» erano visibili su tutta la superficie del sigillo controverso.
      
      126    In primo luogo, secondo la percezione dei rappresentanti della ricorrente, le diciture «VOID» erano visibili molto debolmente
         e di certo non su tutta la superficie del sigillo controverso. Anche un funzionario del Bundeskartellamt, nella sua risposta
         al questionario della Commissione, avrebbe indicato che, «in alcuni punti, il segno “VOID” appariva debolmente attraverso
         la carta». In un primo tempo, i membri del personale autorizzato all’accertamento e i rappresentanti della ricorrente avrebbero
         avuto dubbi circa l’esistenza di un’alterazione del sigillo controverso. A tale proposito, la ricorrente propone, conformemente
         all’art. 65, lett. c), del regolamento di procedura, di sentire il suo legale in qualità di testimone.
      
      127    Il fatto che gli ispettori abbiano voluto procedere ad un confronto dello stato del sigillo controverso con quello dei sigilli
         apposti in altre parti dell’immobile (punto 76 della decisione impugnata) confermerebbe che, in ogni caso, le diciture «VOID»
         non erano chiaramente leggibili su tutta la superficie del sigillo controverso. A tal riguardo non si potrebbe comunque parlare
         di una percezione perfettamente concordante di tutti i funzionari presenti. Inoltre, alcune dichiarazioni degli ispettori
         sarebbero contraddette dal verbale di violazione di sigilli.
      
      128    In secondo luogo, la Commissione si sarebbe erroneamente basata sulle fotografie della parte del sigillo rimasta attaccata
         al telaio della porta della stanza G.505 e che sarebbero state scattate con un telefono cellulare solo nel pomeriggio del
         30 maggio 2006. A tal riguardo, sarebbe errata l’affermazione della Commissione secondo cui, la mattina del 30 maggio 2006,
         la porta della stanza G.505 sarebbe stata aperta dal responsabile del personale autorizzato all’accertamento senza danneggiare
         ulteriormente il sigillo controverso (punto 10 della decisione impugnata). Il distacco del sigillo controverso dalla porta
         avrebbe dovuto necessariamente danneggiarne la superficie adesiva. Poiché l’accertamento sarebbe proseguito in maniera intensiva
         a partire dalle 9.30 e la porta della stanza G.505 sarebbe quindi stata aperta e richiusa a più riprese, il sigillo controverso
         si sarebbe staccato e sarebbe stato riposizionato più volte. Sarebbe inevitabile che le risultanti forze di tensione e di
         taglio abbiano provocato uno spostamento del sigillo controverso, il che avrebbe avuto l’effetto di far apparire le diciture
         «VOID». Oltre a ciò, dopo la ripresa dell’accertamento, il sigillo controverso non sarebbe più stato sorvegliato costantemente
         e sarebbe impossibile escludere che esso sia stato toccato o manipolato in qualche altro modo.
      
      129    In tale contesto, sarebbe contraddittorio che la Commissione, da un lato, ritenga che la semplice comparsa delle diciture
         «VOID» sia sufficiente per considerare che sia stata commessa una violazione del sigillo e, dall’altro, affermi di non aver
         potuto giungere ad una conclusione definitiva in merito all’esistenza di una violazione di sigilli in assenza di un ulteriore
         distacco del sigillo controverso. Sarebbe inoltre contraddittorio che, secondo le dichiarazioni di alcuni ispettori, le diciture
         «VOID» fossero visibili su tutta la superficie del sigillo controverso, ma solo dopo il distacco dello stesso.
      
      130    Per quanto riguarda la sua risposta alla domanda n. 15 della richiesta di informazioni della Commissione, invocata da quest’ultima,
         la ricorrente sottolinea che essa riguarda unicamente la visibilità delle diciture «VOID» sulla porta della stanza G.505 e
         sul telaio della stessa dopo la sua apertura da parte del personale autorizzato all’accertamento, e non la leggibilità delle
         diciture «VOID» sul sigillo controverso al momento della prima osservazione effettuata la mattina del 30 maggio 2006. Indicando
         che le diciture «VOID» sarebbero più o meno evidenti a seconda del supporto e apparirebbero dello stesso colore del sigillo
         controverso, il che renderebbe necessaria un’osservazione attenta, la Commissione avrebbe confermato che le diciture «VOID»
         erano visibili molto debolmente, per frammenti e non su tutta la superficie del sigillo controverso.
      
      131    La dichiarazione complementare al verbale del 30 maggio 2006 non avrebbe alcun valore probatorio per quanto riguarda lo stato
         del sigillo controverso riscontrato la mattina dello stesso giorno. Essa non conterrebbe alcuna dichiarazione a tale riguardo
         e completerebbe unicamente le osservazioni della Commissione relative allo stato in cui appariva il sigillo controverso dopo
         l’apertura della porta della stanza G.505.
      
      132    Infine, la Commissione non spiegherebbe come le diciture «VOID» siano apparse sull’intero sigillo controverso mentre, in ogni
         caso, la parte di esso fissata al telaio della porta della stanza G.505 non sarebbe stata staccata. Infatti, secondo quanto
         esposto dalla Commissione, le diciture «VOID» potrebbero apparire solo a seguito del distacco del sigillo (punto 75 della
         decisione impugnata). Allo stesso tempo, sarebbe praticamente impossibile ricollocare il sigillo esattamente nello stesso
         punto, sicché il suo distacco lascerebbe inevitabilmente residui di colla sulla sua superficie posteriore (punto 74 della
         decisione impugnata). Tuttavia, tali residui di colla non sarebbero stati riscontrati sulla parte del sigillo controverso
         attaccata al telaio della porta in questione. Al contrario, dopo la rimozione definitiva del sigillo controverso, in quel
         punto le diciture «VOID» sarebbero state intatte e non vi sarebbero stati residui di colla su tale parte del sigillo (punto 13
         della decisione impugnata). Ma se la parte del sigillo controverso attaccata al telaio della porta non era stata staccata,
         sarebbe impossibile spiegare come siano apparse le diciture «VOID» leggibili su di esso. L’affermazione della Commissione
         secondo cui le diciture «VOID» sarebbero state visibili su tutta la superficie del sigillo controverso implicherebbe quindi
         necessariamente che si tratti di una «falsa reazione positiva».
      
      133    La Commissione contesta gli argomenti della ricorrente.
      
       Giudizio del Tribunale
      134    Si deve rilevare che, nella decisione impugnata, la Commissione ha considerato che «[l]o stato in cui si trovava il sigillo
         la mattina del 30 maggio 2006 induce[va] chiaramente a concludere che esso [fosse] stato staccato dalla porta dell’ufficio
         durante la notte e che pertanto quest’ultima potesse essere stata aperta in tale lasso di tempo» (punto 74 della decisione
         impugnata).
      
      135    A tal fine, nella decisione impugnata essa si è basata sul verbale di violazione di sigilli e sulle risposte di otto ispettori
         che erano presenti al momento della constatazione della violazione del sigillo (punti 8, 12, 75 e 76 della decisione impugnata).
         Ha inoltre rilevato, al punto 13 della decisione impugnata, che i rappresentanti interni ed esterni della ricorrente presenti
         quel giorno all’accertamento non avevano contestato l’alterazione nello stato del sigillo controverso, ma avevano rifiutato
         di firmare il verbale di violazione di sigilli.
      
      136    In primo luogo, occorre quindi esaminare se gli elementi di prova addotti dalla Commissione nella decisione impugnata consentissero
         di concludere che era constatabile una violazione del sigillo.
      
      137    Anzitutto, come emerge dal punto 7 della decisione impugnata, a differenza di quanto avviene con i sigilli di carta, la violazione
         di un sigillo di plastica, come quello controverso, non si manifesta con uno strappo. Una volta fissato, un sigillo di plastica
         non può più essere staccato dal supporto senza che la sua rimozione rimanga visibile. È impossibile riapporlo senza lasciare
         tracce. Infatti, in seguito alla rimozione, la colla bianca rimane sul supporto sotto forma di diciture «VOID» delle dimensioni
         di circa 12 punti Didot (circa 5 mm), ripartite su tutta la superficie dell’autoadesivo. Il sigillo rimosso diviene trasparente
         in tali punti, sicché le diciture «VOID» sono ben leggibili anche sul sigillo. Tenuto conto in particolare del numero elevato
         e delle dimensioni delle diciture «VOID», in definitiva è impossibile apporre il sigillo esattamente nella stessa posizione
         in cui si trovava in precedenza. E se anche così fosse, rimarrebbero ben visibili i segni «VOID».
      
      138    A tal riguardo, si deve constatare che il verbale di violazione di sigilli (v. supra, punto 9) attesta, da un lato, che l’intero
         sigillo controverso è stato spostato di circa 2 mm in altezza e in larghezza, di modo che erano visibili tracce di colla sotto
         e a destra dello stesso, e, dall’altro, che la dicitura «VOID» era chiaramente leggibile su tutta la superficie del sigillo,
         che tuttavia si trovava ancora a cavallo tra la porta della stanza G.505 e il suo telaio, e non era stato strappato. Pertanto,
         contrariamente a quanto sostenuto dalla ricorrente, le constatazioni che figurano nel verbale, firmato dal sig. Kl., agente
         della Commissione e responsabile del personale autorizzato all’accertamento, e dal sig. J., agente del Bundeskartellamt, dimostrano
         sufficientemente l’esistenza di un’infrazione del sigillo.
      
      139    Inoltre, si deve rilevare che le risposte degli otto ispettori presenti al momento in cui è stata constatata la violazione
         del sigillo, alle quali la Commissione ha fatto riferimento al punto 75 della decisione impugnata, confermano tale conclusione.
      
      140    Infatti, il sig. Kl., agente della Commissione e responsabile del personale autorizzato all’accertamento, ha affermato che
         «ciò [aveva] immediatamente suscitato l’impressione che il sigillo fosse stato alterato successivamente alla sua apposizione».
         Egli ha indicato di avere «registrato per iscritto le osservazioni che autorizzavano tale conclusione» e di averle «allegate
         al verbale di violazione di sigilli».
      
      141    Analogamente, il sig. Ko., agente della Commissione, ha dichiarato «[di avere] notato che il sigillo era “spostato” e che
         era leggibile la dicitura “VOID”».
      
      142    La sig.ra W., agente della Commissione, ha parimenti confermato di avere notato che «il sigillo non aveva lo stesso aspetto
         della sera precedente», che la dicitura «VOID» era leggibile su tutta la superficie del sigillo controverso e che vi erano
         residui di colla di 2 mm sul bordo e sulla parte posteriore del sigillo controverso, a fianco delle diciture «VOID». Essa
         ha aggiunto che «il sigillo non aveva più lo stesso colore blu scuro di prima, in quanto erano leggibili le diciture “VOID”».
      
      143    Il sig. N., agente del Bundeskartellamt, ha spiegato che «[si] ricord[ava] perfettamente (…) che le diciture “VOID” erano
         leggibili su tutta la superficie del sigillo [e che] anche i resti di colla sulla porta, molto vicino al bordo del sigillo,
         sembravano dimostrare che quest’ultimo era stato infranto».
      
      144    Il sig. M., agente del Bundeskartellamt, ha dichiarato che «[l]a descrizione contenuta nel verbale [era] esatta [e che egli
         avrebbe redatto] il punto b) in maniera più precisa nel modo seguente: resti di colla su entrambi i bordi del sigillo; si
         trattava di frammenti di 1‑2 mm della dicitura “VOID”».
      
      145    Analoghe constatazioni sono state effettuate dai sigg. Me., J. e B., agenti del Bundeskartellamt.
      
      146    Da quanto precede risulta che gli elementi di prova sui quali si è basata la Commissione nella decisione impugnata (punti 8,
         9, 74 e 75) consentivano di concludere che il sigillo controverso era stato rimosso dalla porta della stanza G.505 nella notte
         tra il 29 e il 30 maggio 2006 e che la suddetta porta poteva quindi essere stata aperta in tale lasso di tempo, tenuto conto
         delle diciture «VOID» su tutta la superficie del sigillo controverso e della presenza di tracce di colla vicino al sigillo
         e sulla parte posteriore dello stesso riscontrata la mattina del 30 maggio 2006. Pertanto, non occorre pronunciarsi sull’affermazione
         della ricorrente secondo cui le diciture «VOID» sul telaio della porta non sarebbero scomparse del tutto e sarebbero state
         «intatte», il che implicherebbe che la parte del sigillo controverso che si trovava sul telaio della porta, pur non essendo
         stata staccata, presentava le diciture «VOID» e dimostrava una «falsa reazione positiva». In ogni caso, come rilevato dalla
         Commissione, quest’ultima non ha mai accolto le dichiarazioni formulate dalla ricorrente al punto 2 della sua dichiarazione
         complementare del 30 maggio 2006 (v. supra, punto 12). Inoltre, la semplice affermazione della ricorrente secondo cui «la
         dicitura “VOID” sul telaio non era scomparsa del tutto», di per sé, non è atta a dimostrare l’esistenza di una «falsa reazione
         positiva» del sigillo controverso.
      
      147    In secondo luogo, occorre esaminare se le circostanze invocate dalla ricorrente siano idonee a mettere in discussione il valore
         probatorio dei suddetti elementi di prova. A tale proposito, la ricorrente fa riferimento al fatto che le diciture «VOID»
         sarebbero state visibili solo molto debolmente, e di certo non su tutta la superficie del sigillo controverso, e al fatto
         che la Commissione si sarebbe basata erroneamente sulle fotografie, scattate nel pomeriggio del 30 maggio 2006, della parte
         del sigillo controverso che sarebbe rimasta attaccata al telaio della porta della stanza G.505.
      
      148    Anzitutto, per sostenere che le diciture «VOID» erano visibili solo molto debolmente, e soltanto su una parte del sigillo
         controverso, la ricorrente si basa sul fatto che un funzionario del Bundeskartellamt avrebbe indicato che, in alcuni punti,
         il segno «VOID» appariva debolmente attraverso la carta e sul fatto che, in un primo tempo, i membri del personale autorizzato
         all’accertamento e i rappresentanti della ricorrente avrebbero avuto dubbi circa l’esistenza di un’alterazione del sigillo
         controverso, il che sarebbe stato dimostrato da un confronto de visu fra lo stato del sigillo e quello dei sigilli apposti
         in altre parti dell’immobile. Alcune dichiarazioni degli ispettori sarebbero inoltre contraddette dal verbale di violazione
         del sigillo.
      
      149    In primis, è giocoforza constatare che la ricorrente non contesta che le diciture «VOID» fossero effettivamente visibili sul
         sigillo controverso o, quanto meno, su una parte di esso, la mattina del 30 maggio 2006. La ricorrente non contesta neppure
         che vi fossero tracce di colla sotto e a destra dello stesso. Orbene, come confermato dalla 3M nella sua risposta alla richiesta
         di informazioni della Commissione del 5 settembre 2006, la comparsa delle diciture «VOID» indica che l’autoadesivo è stato
         spostato. Ne consegue che la Commissione poteva giustamente constatare, nel verbale di violazione di sigilli, che il sigillo
         controverso era stato infranto. Inoltre, come rilevato dalla Commissione, sebbene le constatazioni relative alla comparsa
         delle diciture «VOID» siano state riprodotte nel verbale di violazione di sigilli, la ricorrente, nella sua dichiarazione
         complementare a detto verbale, non ha formulato alcuna osservazione in proposito (punto 13 della decisione impugnata).
      
      150    Inoltre, lo stato del sigillo controverso è stato confermato dalle dichiarazioni degli otto ispettori presenti sul posto (v.
         infra, punto 139). A tal riguardo, l’affermazione della ricorrente secondo cui le dichiarazioni di alcuni ispettori sarebbero
         contraddette dalle constatazioni del verbale di violazione di sigilli non può essere accolta. Infatti, né la dichiarazione
         della sig.ra P., secondo cui, «in alcuni punti, il segno “VOID” appariva debolmente attraverso la carta», né le affermazioni
         del sig. L., secondo cui quest’ultimo avrebbe visto delle macchie quadrate sulla porta a sinistra del sigillo controverso
         e non avrebbe prestato particolare attenzione al fatto che sul sigillo controverso appariva un segno «VOID», non rimettono
         in discussione la constatazione della comparsa delle diciture «VOID» sul sigillo controverso, e non sono atte ad inficiare
         le constatazioni figuranti nel verbale di violazione di sigilli né tutte le dichiarazioni degli altri ispettori riportate
         supra, ai punti 140‑145.
      
      151    Infine, per quanto riguarda il confronto fra lo stato del sigillo controverso e quello dei sigilli apposti in altre parti
         dell’immobile, che dimostrerebbe, secondo la ricorrente, l’esistenza di dubbi in ordine all’alterazione del sigillo controverso,
         si deve considerare che, come spiegato dalla Commissione al punto 76 della decisione impugnata, poiché questo era il primo
         caso di violazione di sigilli e non si trattava di una violazione di sigilli mediante strappo, sembra giustificato che il
         personale autorizzato all’accertamento abbia adottato precauzioni procedendo ad un confronto con gli altri sigilli. In ogni
         caso, il fatto che il personale autorizzato all’accertamento abbia effettuato un confronto tra il sigillo controverso e quelli
         apposti in altre parti dell’immobile non è atto a rimettere in discussione le constatazioni relative allo stato fisico del
         sigillo controverso registrate nel verbale di infrazione e, pertanto, l’affermazione della ricorrente è irrilevante.
      
      152    Oltre a ciò, per quanto attiene all’argomento secondo cui la Commissione, per constatare lo stato del sigillo controverso,
         si sarebbe erroneamente basata su fotografie scattate con un telefono cellulare il pomeriggio del 30 maggio 2006, è giocoforza
         constatare che tale argomento si fonda su una premessa errata.
      
      153    Infatti, dai punti 74 e 75 della decisione impugnata risulta che, per constatare l’esistenza di una violazione di sigilli,
         la Commissione si è basata sullo stato del sigillo controverso riscontrato la mattina del 30 maggio 2006, che presentava in
         particolare diciture «VOID» su tutta la sua superficie. Quanto alla prova di tale constatazione, la Commissione ha indicato,
         al punto 76 della decisione impugnata, che il responsabile del personale autorizzato all’accertamento e un rappresentante
         del Bundeskartellamt avevano redatto il verbale di violazione di sigilli in presenza di rappresentanti della ricorrente. Essa
         ha inoltre osservato che lo stato del sigillo controverso ivi descritto, in particolare la comparsa delle diciture «VOID»
         su gran parte della sua superficie, era stato confermato unanimemente dagli ispettori interrogati a tale riguardo. Orbene,
         come rilevato supra, al punto 146, i suddetti elementi sono sufficienti a dimostrare l’infrazione.
      
      154    Ciò premesso, senza che occorra pronunciarsi sul valore probatorio delle fotografie del sigillo controverso, gli argomenti
         della ricorrente relativi al fatto che dette fotografie sono state scattate dalla Commissione dopo l’apertura della porta
         della stanza G.505 non sono atti a mettere in discussione il valore probatorio degli elementi menzionati supra, al punto 153,
         e devono essere respinti.
      
      155    Da quanto precede risulta che la ricorrente, cui incombe l’onere di provare le circostanze da essa invocate, non ha dimostrato
         l’irregolarità della constatazione della violazione del sigillo effettuata la mattina del 30 maggio 2006.
      
      156    Pertanto, il quarto motivo della ricorrente deve essere respinto.
      
       Sul quinto motivo, concernente la presunzione asseritamente errata che la pellicola di sicurezza fosse idonea all’apposizione
            ufficiale di sigilli da parte della Commissione
       Argomenti delle parti
      157    La ricorrente osserva che la Commissione ha commesso un errore nel considerare che la pellicola di sicurezza fosse idonea
         all’apposizione ufficiale di sigilli nell’ambito di un procedimento di indagine.
      
      158    In primo luogo, la pellicola di sicurezza sarebbe stata progettata per dimostrare che un «contenitore o un prodotto di sicurezza»
         non è stato aperto in alcun modo. A tal riguardo, l’utilizzatore di una pellicola di sicurezza accetterebbe che, in caso di
         reazione positiva della stessa, non sia possibile sapere, a posteriori, se si tratti di una «falsa reazione positiva» o se
         vi sia effettivamente stata una manipolazione del prodotto di cui trattasi.
      
      159    Per contro, in un procedimento ai sensi del regolamento n. 1/2003, non sarebbe opportuno far sopportare il rischio di una
         «falsa reazione positiva» all’impresa interessata, considerate in particolare le ammende previste per la violazione dei sigilli.
         La Commissione dovrebbe utilizzare una pellicola per la quale sia esclusa a priori la comparsa di «false reazioni positive».
      
      160    La Commissione non potrebbe basarsi sull’affermazione della 3M secondo cui, fino ad ora, essa non sarebbe stata a conoscenza
         di alcun reclamo relativo ad un funzionamento difettoso delle pellicole come quella di sicurezza (punto 55 della decisione
         impugnata), dato che gli utilizzatori di tali pellicole avrebbero motivo di presentare un reclamo solo in caso di «falsa reazione
         negativa».
      
      161    In secondo luogo, la ricorrente sostiene che la data di scadenza del sigillo controverso è stata superata. Orbene, dalle perizie
         dell’istituto emergerebbe che più la pellicola di sicurezza è vecchia, meno risulta affidabile e più diventa sensibile alle
         «influenze esterne».
      
      162    Sebbene la 3M, nella sua risposta alla richiesta di informazioni dell’8 dicembre 2006, lasci intendere per la prima volta
         che la pellicola di sicurezza può funzionare correttamente dopo un periodo di magazzinaggio superiore a due anni, la stessa
         3M eviterebbe di pronunciarsi definitivamente sul termine di conservazione di detta pellicola. Inoltre, minimizzando gli effetti
         del tempo sulla pellicola di sicurezza, la 3M ignorerebbe lo stato attuale della scienza e della tecnica nel settore della
         segnaletica di sorveglianza per quanto riguarda gli adesivi sensibili alla pressione. In ogni caso, le indicazioni fornite
         dal produttore non potrebbero costituire una prova della funzionalità del sigillo controverso nel momento preciso in cui si
         sono svolti i fatti e non potrebbero sostituire la valutazione di un «esperto neutrale». I risultati delle perizie del sig. Kr.
         non fugherebbero i dubbi circa l’efficacia del sigillo controverso, in quanto non terrebbero conto dell’effetto del tempo
         o del Synto sul sigillo, né delle conseguenze di una tensione dello stesso per un periodo prolungato nel punto corrispondente
         all’interstizio della porta, in caso di vibrazioni durature della stessa e di forze di taglio simultanee.
      
      163    Per quanto riguarda le critiche della Commissione relative alla simulazione di invecchiamento utilizzata dall’istituto, la
         ricorrente fa valere che essa soddisfaceva i requisiti scientifici. L’invecchiamento accelerato mediante un lieve aumento
         della temperatura sarebbe stato necessario per poter misurare l’invecchiamento.
      
      164    In terzo luogo, il rifiuto della 3M di riconoscere la possibilità dell’esistenza di «false reazioni positive» (punto 68 della
         decisione impugnata) sarebbe irrilevante e in ogni caso non sarebbe suffragato da prove. L’eventuale assenza di reclami da
         parte dei clienti per «false reazioni positive» non sarebbe sufficiente a dimostrare l’impossibilità di tali reazioni. Inoltre,
         le dichiarazioni della 3M relative al periodo di conservazione illimitato del sigillo non sarebbero credibili e sarebbero
         contraddette dalle indicazioni figuranti sulla scheda tecnica. Da tale scheda risulterebbe peraltro che, in caso di rischio
         di danni economici gravi, la pellicola di sicurezza non costituisce di per sé uno strumento di sicurezza adeguato. A tal riguardo,
         la 3M raccomanderebbe l’impiego di strumenti di sicurezza supplementari qualora possano verificarsi danni gravi, e la Commissione
         avrebbe quindi potuto utilizzare più sigilli per ogni porta. Le conseguenze della mancata adozione di misure supplementari
         da parte della Commissione e i problemi di ordine probatorio che ne derivano dovrebbero essere posti a suo carico.
      
      165    La Commissione contesta gli argomenti della ricorrente.
      
       Giudizio del Tribunale
      166    Con il suo motivo, la ricorrente intende dimostrare che la pellicola di sicurezza è stata progettata per assicurare che un
         «contenitore o un prodotto di sicurezza» non sia stato aperto in alcun modo. Essa, tuttavia, non sarebbe adatta per l’apposizione
         ufficiale di sigilli nell’ambito di un’indagine della Commissione nel settore del diritto della concorrenza.
      
      167    In primo luogo, si deve rilevare come dalla scheda tecnica risulti che tale linea di prodotti è stata progettata per rivelare
         una manipolazione, distruggendosi qualora si tenti di rimuovere l’etichetta. Orbene, è precisamente questo l’uso che viene
         fatto di questo tipo di pellicola di sicurezza da parte della Commissione nell’ambito delle sue indagini. È vero che, nella
         rubrica «Idee per l’uso», la 3M suggerisce per tale pellicola di sicurezza i seguenti impieghi: «etichette non trasferibili
         per l’automobile, gli elettrodomestici e l’elettronica; etichette e sigilli inviolabili per medicinali in libera vendita e
         altri metodi di imballaggio». Tuttavia, il fatto che l’utilizzo da parte della Commissione della pellicola di sicurezza nelle
         sue indagini non sia espressamente indicato nella scheda tecnica non può essere interpretato nel senso che tale utilizzo è
         escluso, dato che l’elenco degli usi suggeriti dal produttore non è esaustivo. In ogni caso, la ricorrente non ha dimostrato
         che l’uso di questo tipo di pellicole di sicurezza nell’ambito delle suddette indagini sia inappropriato.
      
      168    Se pure è vero che, come sottolinea la ricorrente, il produttore raccomanda l’impiego di strumenti di sicurezza supplementari
         per l’utilizzo del suo prodotto nei casi in cui «la manipolazione possa avere conseguenze molto gravi, ad esempio notevoli
         perdite economiche», è giocoforza constatare che, come risulta dalla scheda tecnica, questo tipo di misure è raccomandato
         in quanto la 3M non può escludere l’eventualità di una «falsa reazione negativa».
      
      169    In secondo luogo, come illustrato supra al punto 103, il verbale di apposizione del sigillo menziona l’apposizione del sigillo
         controverso, conformemente all’art. 20, n. 2, lett. d), del regolamento n. 1/2003, e la possibilità dell’irrogazione di un’ammenda,
         conformemente all’art. 23, n. 1, lett. e), di detto regolamento, nel caso in cui i sigilli vengano infranti intenzionalmente
         o per negligenza. Inoltre, l’apposizione di un sigillo conformemente all’art. 20, n. 2, lett. d), del regolamento n. 1/2003
         è stata riconosciuta da un rappresentante della ricorrente, che ha firmato il verbale di apposizione del sigillo. Orbene,
         come rilevato supra, al punto 104, solo l’apposizione di un sigillo idoneo a tale uso può essere considerata conforme all’art. 20,
         n. 2, lett. d), del regolamento n. 1/2003. Pertanto, se la ricorrente avesse avuto dubbi in ordine all’adeguatezza della pellicola
         di sicurezza utilizzata dalla Commissione per l’apposizione di sigilli conformemente alla menzionata disposizione, si può
         ritenere che avrebbe immediatamente sollevato obiezioni al momento dell’apposizione del sigillo controverso, di cui conosceva
         perfettamente l’importanza. Orbene, la ricorrente non ha formulato alcuna osservazione di questo tipo.
      
      170    In terzo luogo, per quanto riguarda gli argomenti della ricorrente relativi al superamento della data di scadenza del sigillo
         controverso, che avrebbe influito sulla sua sensibilità alle «influenze esterne», alle vibrazioni durature della porta e alle
         forze di taglio simultanee, nonché all’utilizzo del Synto, si deve constatare che esse non riguardano l’adeguatezza della
         pellicola di sicurezza ai fini dell’apposizione ufficiale di sigilli, ma piuttosto la circostanza che la Commissione avrebbe
         asseritamente ignorato gli «scenari alternativi» che potrebbero aver dato origine allo stato del sigillo controverso riscontrato
         il 30 maggio 2006, circostanza che forma oggetto del sesto motivo della ricorrente. Si fa quindi rinvio ai rilievi inerenti
         all’esame tale motivo.
      
      171    Da quanto precede risulta che il quinto motivo deve essere respinto.
      
       Sul sesto motivo, secondo cui la Commissione avrebbe ignorato gli «scenari alternativi» che potrebbero aver dato origine allo
            stato del sigillo controverso
       Argomenti delle parti
      172    La ricorrente fa valere che la Commissione non ha fornito una prova sufficiente, tenuto conto della massima in dubio pro reo,
         di una violazione di sigilli.
      
      173    In primo luogo, la ricorrente espone che, considerate le perizie dell’istituto, essa ha dimostrato che «influenze esterne»
         diverse dal distacco del sigillo controverso potevano aver causato la comparsa su di esso delle diciture «VOID».
      
      174    Anzitutto, la ricorrente fa valere che è stato superato il termine massimo di conservazione del sigillo controverso. Gli esperti
         della ricorrente avrebbero dimostrato che l’affidabilità della pellicola di sicurezza diminuisce con il trascorrere del tempo
         e che la sensibilità alle «influenze esterne» aumenta conseguentemente. Nella specie sarebbe appurato che il sigillo controverso
         ha superato di almeno un anno e mezzo il termine massimo di conservazione menzionato dal produttore.
      
      175    Inoltre, la ricorrente invoca l’influenza determinante del Synto. Nella sua risposta alla richiesta di informazioni del 9 agosto
         2006 la ricorrente avrebbe già esposto che la dipendente dell’impresa di pulizie non poteva escludere di avere strofinato
         il sigillo controverso con un panno imbevuto di Synto. Orbene, la terza perizia dell’istituto consentirebbe di dimostrare
         la ridotta funzionalità della pellicola di sicurezza e la sua maggiore tendenza a produrre «false reazioni positive» nel caso
         in cui essa sia stata precedentemente strofinata con il Synto. Riguardo alla messa in contatto della pellicola di sicurezza
         con il Synto, nella seconda perizia dell’istituto sarebbe stata menzionata anche la possibilità di un fenomeno di scorrimento
         della pellicola di sicurezza risultante da forze di taglio in tensione e in compressione.
      
      176    La ricorrente sottolinea altresì che, secondo quanto dichiarato dalla dipendente dell’impresa di pulizie, il panno in microfibra
         utilizzato era molto bagnato nel momento in cui è stato passato sul sigillo controverso, per cui non si potrebbe escludere
         che quest’ultimo sia entrato in contatto con un’elevata quantità di Synto. Contrariamente a quanto suggerito dalla Commissione,
         i test condotti dall’istituto sarebbero stati realizzati con il Synto, e non con il Synto Forte. Il nome del prodotto in questione
         non fornirebbe al riguardo alcuna indicazione sulla sua composizione effettiva. Se pure è vero che la seconda perizia dell’istituto
         contiene riferimenti al Synto Forte, il detergente utilizzato sarebbe stato il Synto. La ricorrente contesta il risultato
         delle relazioni del sig. Kr., secondo cui il Synto non altererebbe la funzionalità del sigillo. Il sig. Kr. non avrebbe esaminato
         l’azione di una penetrazione laterale del Synto sotto la pellicola per un periodo prolungato in presenza di forze tangenziali,
         che potrebbe determinare la formazione di residui di colla di fianco al sigillo. Egli non avrebbe escluso che l’azione congiunta
         del Synto sulla colla acrilica del sigillo sensibile all’umidità e una debole carica meccanica possa aver determinato la formazione
         delle diciture «VOID» sul sigillo controverso.
      
      177    La ricorrente fa poi riferimento all’influenza determinante dell’umidità dell’aria. Dalla terza perizia dell’istituto risulterebbe
         infatti che un’umidità dell’aria superiore al 60% influisce notevolmente sul funzionamento della pellicola di sicurezza e
         provoca un aumento della possibilità di «false reazioni positive». Orbene, nella notte tra il 29 e il 30 maggio 2006, a Monaco,
         l’umidità dell’aria sarebbe stata superiore all’80%.
      
      178    Il climatizzatore installato nell’edificio G della ricorrente, in linea di massima, non verrebbe attivato in caso di elevata
         umidità dell’aria esterna, per evitare la formazione di condensa sulle piastre refrigeranti. Oltre tutto, nel periodo in questione,
         il sistema di regolazione dell’impianto di climatizzazione avrebbe spesso creato problemi, che avrebbero causato il malfunzionamento
         del sistema di spegnimento automatico del dispositivo di umidificazione supplementare integrato nell’impianto di climatizzazione
         a partire da un certo livello di umidità dell’aria esterna, il che non sarebbe stato contestato dalla Commissione.
      
      179    Pertanto, sarebbe irrilevante l’affermazione della Commissione secondo cui la ricorrente non avrebbe né specificato né, a
         fortiori, dimostrato che il sigillo controverso era stato esposto ad un livello elevato di umidità (punto 94 della decisione
         impugnata). La stessa Commissione, durante il procedimento amministrativo, avrebbe attribuito un’importanza decisiva all’umidità
         dell’aria. Nella sua richiesta del 19 ottobre 2007 essa avrebbe chiesto informazioni precise sull’umidità dell’aria nella
         notte in questione.
      
      180    Oltre a ciò, la ricorrente invoca l’influenza determinante delle vibrazioni. Dalla prima perizia dell’istituto emergerebbe
         che l’asserito stato del sigillo controverso potrebbe essere spiegato, con un grado di probabilità sufficiente, anche con
         le vibrazioni subite dalla porta e dai muri della stanza G.505 a causa dell’utilizzo delle stanze adiacenti, nonché con un
         gioco sufficientemente ampio della porta, ancorché chiusa a chiave. Tali risultati sarebbero inoltre illustrati dal film che
         la ricorrente avrebbe proiettato durante l’audizione del 6 dicembre 2006 dinanzi al consigliere‑auditore. I locali contigui
         alla stanza G.505 sarebbero stati riservati in vista di una riunione del giorno seguente. Vi sarebbe stato un andirivieni
         incessante durante il quale la porta della stanza vicina potrebbe essere stata sbattuta, il che avrebbe potuto provocare vibrazioni.
         Sarebbe inoltre impossibile escludere che persone che avevano sbagliato stanza o che non erano state informate della modifica
         di destinazione della stanza G.505 ne abbiano tirato la porta. Non si potrebbe contestare alla ricorrente di non avere impedito
         questo tipo di incidenti, dato che l’ipersensibilità della pellicola di sicurezza e la sua tendenza a produrre «false reazioni
         positive» non sarebbero state prevedibili ed essa avrebbe quindi potuto essere sicura che la chiusura a chiave della porta
         avrebbe protetto sufficientemente il sigillo controverso. A tal riguardo, la ricorrente propone, conformemente all’art. 65,
         lett. c), del regolamento di procedura, di sentire come testimone un incaricato della E.ON Facility Management GmbH.
      
      181    Inoltre, la ricorrente sottolinea che l’effetto combinato del superamento del termine massimo di conservazione del sigillo
         controverso, dell’azione del Synto, dell’umidità dell’aria e delle vibrazioni ha probabilmente provocato un’ipersensibilità
         della pellicola di sicurezza, che avrebbe dato origine allo stato del sigillo controverso.
      
      182    Infine, dalle indagini relative al luogo in cui sono state conservate le chiavi della porta della stanza G.505 e al comportamento
         dei possessori di chiavi risulterebbe che detta porta non poteva essere stata aperta nella notte tra il 29 e il 30 maggio
         2006. La ricorrente chiede che ne sia assunta la prova mediante l’audizione dei possessori di chiavi, conformemente all’art. 65,
         lett. c), del regolamento di procedura.
      
      183    In secondo luogo, la ricorrente sostiene che la Commissione commette l’errore di considerare che le condizioni in cui gli
         esperti dell’istituto hanno effettuato i loro test non corrispondevano, in ampia misura, ai dati tecnici in loco (punto 67
         della decisione impugnata).
      
      184    Anzitutto, la ricorrente ritiene che l’argomento della Commissione vertente sul mancato utilizzo di sigilli originali nei
         test dell’istituto sia irrilevante (punti 27, 29 e 35 della decisione impugnata). L’esperto della ricorrente non avrebbe mai
         ammesso che le conclusioni relative ad un sigillo di determinate dimensioni possano essere pertinenti solo in relazione ad
         un sigillo delle stesse dimensioni. Egli avrebbe semplicemente osservato che i valori di resistenza non possono essere trasposti
         a piacimento da «piccolo a grande». La ricorrente insiste sul fatto che la prova della tendenza dei sigilli a manifestare
         «false reazioni positive» non dipende dalla constatazione o dalla misurazione di determinati valori assoluti. Dato che, nelle
         analisi effettuate, i campioni utilizzati dall’istituto sarebbero sempre stati delle stesse dimensioni, le sue conclusioni
         sarebbero esatte anche se i valori assoluti potrebbero essere diversi. Anche per questo motivo non sarebbe necessario utilizzare
         campioni di dimensioni identiche.
      
      185    La ricorrente aggiunge che, nell’ipotesi in cui il Tribunale ritenesse che le proprietà del sigillo originale siano determinanti,
         la Commissione ha impedito un’assunzione della prova rispettosa dei suoi diritti della difesa e che, per tale motivo, la stessa
         Commissione non può invocare il mancato utilizzo di sigilli originali da parte degli esperti dell’istituto. La ricorrente
         avrebbe chiesto, con lettera del 10 ottobre 2006, che le fossero inviati sigilli originali (v. anche punto 21 della decisione
         impugnata), che la Commissione avrebbe potuto facilmente invalidare bucandoli, apponendovi segni indelebili o in altro modo.
         Il rischio di falsificazione sarebbe stato minimo e la ricorrente e i suoi esperti avrebbero inoltre potuto firmare dichiarazioni
         di responsabilità. La Commissione avrebbe unicamente acconsentito a che gli esperti della ricorrente effettuassero analisi
         sui sigilli originali in presenza di funzionari della Commissione, il che sarebbe stato praticamente impossibile, dato che
         la realizzazione «statisticamente confermata» di molte prove avrebbe richiesto un numero elevato di analisi individuali della
         durata di varie settimane, che avrebbero dovuto essere effettuate in laboratorio. Sarebbe poco probabile che la Commissione
         fosse disposta a mettere a disposizione della ricorrente un collaboratore per l’intera durata delle sue prove.
      
      186    Inoltre, la ricorrente sarebbe stata obbligata, in ragione del rifiuto di mettere a disposizione sigilli originali, a simulare
         il superamento del termine massimo di conservazione. A tal riguardo, data la permeabilità della pellicola di protezione al
         vapore, il metodo di invecchiamento scelto avrebbe prodotto risultati perfettamente affidabili. Del pari, per quanto riguarda
         l’assenza di «picchi di potenza» periodici nei diagrammi della seconda e della terza perizia dell’istituto, che sarebbero
         invece stati constatati nelle relazioni del sig. Kr. (punto 67 della decisione impugnata), invocata dalla Commissione, tale
         assenza si spiegherebbe con il fatto che l’istituto avrebbe utilizzato un apparecchio di prova dotato di un carrello di sollevamento
         ad aria che avrebbe eliminato in larga misura l’«effetto slip‑stick» responsabile della formazione di tali picchi di potenza.
         A tal riguardo, la ricorrente chiede che sia sentito come testimone un esperto dell’istituto, conformemente all’art. 65, lett. c),
         del regolamento di procedura.
      
      187    Oltre a ciò, la mancata reazione degli altri sigilli apposti il 29 maggio 2006 sarebbe irrilevante. Detti sigilli sarebbero
         stati utilizzati in un altro edificio, che sarebbe stato costruito in maniera totalmente diversa. A prescindere dalle differenze
         esistenti tra gli edifici per quanto riguarda i materiali da costruzione utilizzati e la sensibilità alle vibrazioni delle
         porte, gli altri sigilli non sarebbero stati necessariamente esposti alla stessa umidità dell’aria (punto 92 della decisione
         impugnata).
      
      188    In terzo luogo, la ricorrente fa valere che le relazioni del sig. Kr. non sono convincenti né dal punto di vista materiale,
         né da quello tecnico‑scientifico.
      
      189    In primis, le relazioni del sig. Kr. sarebbero basate sull’ipotesi errata secondo cui le fotografie scattate nel pomeriggio
         del 30 maggio 2006 riprodurrebbero il sigillo controverso nello stato in cui si trovava la mattina del 30 maggio 2006. Tuttavia,
         le fotografie sarebbero state scattate solo dopo che la porta della stanza G.505 era stata aperta e richiusa varie volte.
         In mancanza di una premessa pertinente, l’esposizione sarebbe priva di valore probatorio.
      
      190    Inoltre, il sig. Kr. si sarebbe basato su un «gioco della porta» troppo ridotto, di 0,53 mm, mentre l’istituto avrebbe constatato
         che il gioco tra il pannello della porta della stanza G.505 e il suo telaio potrebbe essere stato di almeno 2 mm. Pertanto,
         la stima effettuata dal sig. Kr. del possibile stiramento del sigillo controverso dovuto alle vibrazioni sarebbe troppo ridotta.
         Inoltre, contrariamente a quanto affermerebbe la Commissione (punto 79 della decisione impugnata), un «gioco della porta»
         di 2 mm e le altre circostanze esistenti il giorno in questione dimostrerebbero che il sigillo controverso poteva essere scivolato
         sul supporto.
      
      191    Oltre a ciò, dalla decisione impugnata (punto 91) risulterebbe che la stessa Commissione ha riconosciuto che la pellicola
         di sicurezza è permeabile all’umidità dell’aria. A tale proposito, anzitutto, le indicazioni della 3M figuranti nella scheda
         tecnica non sarebbero trasponibili alla presente causa, in quanto costituirebbero solo semplici orientamenti relativi alle
         proprietà del prodotto e sarebbero riferiti solo ad una superficie di prova in acciaio inossidabile. Inoltre, la pellicola
         di sicurezza sarebbe stata esposta all’umidità dell’aria non solo dopo essere stata staccata dal suo supporto e attaccata
         alla porta, ma anche mentre si trovava ancora sul suo supporto, che è costituito da carta siliconata. Infine, l’affermazione
         non dimostrata della Commissione secondo cui, fra tutti i tipi di colla adesiva, il gruppo degli acrilati sarebbe quello che
         offre la maggiore resistenza all’umidità sarebbe irrilevante, in quanto l’istituto avrebbe dimostrato che la colla acrilica
         utilizzata sul sigillo controverso non è sufficientemente resistente all’umidità. Nelle relazioni del sig. Kr. non sarebbe
         stata esaminata la questione se l’azione dell’umidità potesse aver determinato «false reazioni positive» della pellicola di
         sicurezza, vale a dire se potessero essere apparse diciture «VOID» anche in assenza di «influenze esterne».
      
      192    Inoltre, la ricorrente afferma che i test effettuati in loco non potrebbero beneficiare di una «conferma statistica» indispensabile
         per un’affermazione scientificamente fondata. Anche le prove effettuate nel laboratorio del sig. Kr. sarebbero irrilevanti,
         dato che la maggior parte di esse sarebbe stata realizzata su lamiera verniciata. Allo stato attuale della scienza, sarebbe
         riconosciuto che, su una superficie verniciata, le colle acriliche si comportano diversamente che sull’alluminio elossidato.
         Pertanto, qualsiasi conclusione relativa alla porta della stanza G.505 sarebbe esclusa a priori.
      
      193    La ricorrente considera poi che, nella relazione Kr. II, l’esperto ha ignorato la possibilità che il sigillo controverso fosse
         stato apposto in modo tale da subire successivamente una tensione da sotto lo spazio tra il pannello della porta e il telaio
         della stessa. Durante il sopralluogo del 26 aprile 2007 il sig. Kr. avrebbe evitato di creare qualsiasi tensione sul sigillo
         controverso nel punto corrispondente all’interstizio della porta e avrebbe inoltre apposto più sigilli autoadesivi sulla porta
         prima di scuoterla, il che avrebbe provocato un indebolimento della forza di movimento della stessa. Orbene, secondo la prima
         perizia dell’istituto, un sigillo autoadesivo sarebbe sensibile allo scorrimento, in caso di forze esercitate su un periodo
         prolungato e a più riprese. Tuttavia, non sarebbe escluso che il sigillo controverso sia stato apposto il 29 maggio 2006 in
         maniera tale da subire successivamente una tensione da sotto lo spazio tra il pannello della porta e il telaio della stessa.
      
      194    Inoltre, la Commissione non avrebbe tenuto conto neppure del fatto che tutte le pellicole di sicurezza apposte dal suo esperto
         durante il sopralluogo, dopo essere state staccate, presentavano angoli piegati. Pertanto, una manipolazione diretta a staccare
         il sigillo controverso avrebbe necessariamente provocato evidenti segni di danneggiamento. Il sigillo controverso non avrebbe
         invece presentato alcun angolo piegato. Il sigillo controverso non avrebbe quindi potuto essere stato rimosso durante la notte
         tra il 29 e il 30 maggio 2006. A tale proposito, la ricorrente propone, conformemente all’art. 65, lett. c), del regolamento
         di procedura, che siano sentiti come testimoni il suo avvocato e un dipendente della E.ON.
      
      195    Oltre a ciò, il sig. Kr. non avrebbe neppure tenuto sufficientemente conto dell’esistenza eventualmente combinata di taluni
         effetti (quali il superamento del termine di conservazione del sigillo controverso, gli altri danni preesistenti, l’esistenza
         di vibrazioni, l’elevata umidità dell’aria e l’azione di un prodotto di pulizia). Il sigillo controverso sarebbe stato apposto
         per circa 14 ore e sarebbe quindi stato esposto a «influenze esterne» quali l’umidità dell’aria ed eventuali vibrazioni. Per
         quanto riguarda l’applicazione del prodotto di pulizia, il sig. Kr. avrebbe inoltre ignorato gli «scenari ipotizzabili». Egli
         si sarebbe basato, in particolare, solo su un’azione del prodotto della durata di 30 minuti, mentre nel caso in esame non
         si potrebbe escludere che l’azione deteriorante del prodotto di pulizia sul sigillo controverso sia durata più a lungo. Non
         si potrebbe escludere neppure che il sigillo controverso, che sarebbe rimasto sotto tensione per un periodo prolungato, si
         sia leggermente spostato.
      
      196    La ricorrente rileva altresì che, conformemente a quanto esposto dalla stessa Commissione nella decisione impugnata (punti 7,
         74 e 75), possono verificarsi «false reazioni positive». Secondo la Commissione, la comparsa delle diciture «VOID» e i residui
         di colla sulla parte posteriore del sigillo sarebbero spiegabili solo con una rimozione e un riposizionamento del sigillo.
         Si dovrebbe quindi concludere, a contrario, che la presenza di diciture «VOID» intatte dimostra che è escluso che il sigillo
         sia stato rimosso e poi riattaccato. Orbene, nella sua dichiarazione complementare del 31 maggio 2006 la ricorrente avrebbe
         indicato, e ciò non sarebbe contestato dalla Commissione, che le diciture «VOID» sul telaio della porta della stanza G.505
         (e non, come afferma la Commissione, sulla porta e sul telaio della stessa; v. punto 75 della decisione impugnata) non erano
         scomparse del tutto ed erano quindi assolutamente intatte allorché, la sera del 30 maggio 2006, il sigillo controverso è stato
         staccato per essere sostituito (punto 13 della decisione impugnata). Pertanto, da quanto esposto dalla stessa Commissione
         emergerebbe che la parte del sigillo controverso che aderiva al telaio della porta della stanza G.505 non era stata staccata
         dal suo supporto nel lasso di tempo in questione, ma aveva fatto apparire i segni «VOID».
      
      197    La ricorrente aggiunge che è naturale che i suoi vari tentativi spontanei di fornire una spiegazione dello stato del sigillo
         controverso riscontrato il 30 maggio 2006 non siano stati totalmente concordanti. Né i dipendenti né i prestatori di servizi
         della ricorrente conoscerebbero il vero motivo dell’asserita alterazione dello stato del sigillo controverso.
      
      198    La Commissione chiede il rigetto del motivo.
      
       Giudizio del Tribunale
      199    Come si è ricordato supra, ai punti 55 e 56, per quanto riguarda l’onere della prova di un’infrazione nel diritto della concorrenza,
         qualora la Commissione si basi su elementi di prova diretti che, in linea di principio, sono sufficienti a dimostrare l’esistenza
         dell’infrazione, l’impresa interessata non può limitarsi a menzionare la possibilità che si sia verificata una circostanza
         atta a pregiudicare il valore probatorio di tali elementi di prova affinché la Commissione sopporti l’onere di provare che
         siffatta circostanza non sussiste. Al contrario, salvo che tale prova non possa essere fornita dall’impresa interessata a
         causa del comportamento della stessa Commissione, spetta all’impresa interessata dimostrare in misura giuridicamente sufficiente,
         da un lato, l’esistenza della circostanza da essa invocata e, dall’altro, che tale circostanza rimette in discussione il valore
         probatorio degli elementi di prova sui quali si basa la Commissione.
      
      200    Come si è rilevato supra, al punto 146, gli elementi di prova sui quali si è basata la Commissione nella decisione impugnata
         (punti 8, 9, 74 e 75) consentivano di concludere che il sigillo controverso era stato rimosso dalla porta della stanza G.505
         nella notte tra il 29 e il 30 maggio 2006 e che, pertanto, tale porta poteva essere stata aperta in tale lasso di tempo, tenuto
         conto delle diciture «VOID» su tutta la superficie del sigillo controverso e della presenza di tracce di colla vicino e sulla
         parte posteriore dello stesso visibili la mattina del 30 maggio 2006. Per quanto concerne le circostanze che, secondo la ricorrente,
         pregiudicherebbero il valore probatorio di detti elementi di prova, occorre quindi verificare se essa abbia dimostrato in
         misura giuridicamente sufficiente, da un lato, l’esistenza di tali circostanze, e, dall’altro, che esse mettono in discussione
         il valore probatorio degli elementi di prova sui quali si è basata la Commissione.
      
      201    In primo luogo, la ricorrente sostiene di avere fornito la prova dell’esistenza di «influenze esterne», che avrebbero causato
         la comparsa delle diciture «VOID» sul sigillo controverso, tra le quali figurano il superamento del termine massimo di conservazione
         del sigillo, l’influenza del prodotto di pulizia Synto, l’umidità dell’aria, le vibrazioni, nonché una combinazione di questi
         diversi elementi.
      
      202    In primis, per quanto riguarda l’argomento della ricorrente secondo cui le diciture «VOID» sarebbero apparse sul sigillo controverso
         a causa del superamento del suo termine massimo di conservazione, e senza che occorra pronunciarsi sull’argomento della ricorrente
         secondo cui il sigillo controverso avrebbe superato di almeno un anno e mezzo il termine massimo di conservazione raccomandato
         dal produttore, è giocoforza constatare che la ricorrente non ha fornito la prova di un nesso di causalità tra tale eventuale
         superamento e la comparsa delle diciture «VOID» sulla superficie del sigillo controverso.
      
      203    A tale proposito, occorre sottolineare che, da un lato, il sigillo controverso e gli altri sigilli utilizzati sulle porte
         delle altre stanze alle quali era vietato l’accesso, facevano parte dello stesso lotto (punto 69 della decisione impugnata).
         Orbene, solo il sigillo controverso presentava le diciture «VOID», il che tende ad escludere che l’asserito superamento del
         termine massimo di conservazione del sigillo controverso sia all’origine della loro comparsa. Dall’altro, la terza perizia
         dell’istituto prodotta dalla ricorrente non dimostra, in ogni caso, l’esistenza di una «falsa reazione positiva» in caso di
         utilizzo di una pellicola di sicurezza invecchiata artificialmente, ma fa riferimento «[a]d una variazione significativa della
         forza di adesione della pellicola invecchiata in un acceleratore e [a] una maggiore sensibilità per quanto riguarda la comparsa
         delle lettere VOID». Ne consegue che il primo argomento deve essere respinto.
      
      204    Inoltre, per quanto concerne l’asserita influenza determinante del Synto, si deve rilevare che la ricorrente non ha fornito
         la prova che l’utilizzo del Synto comporti un rischio di «falsa reazione positiva» del sigillo.
      
      205    Anzitutto, va rilevato che l’affermazione della ricorrente secondo cui non si potrebbe escludere che la dipendente dell’impresa
         di pulizie abbia passato un panno impregnato di un elevato quantitativo di Synto sul sigillo controverso sembra controbilanciata
         dalle constatazioni del sig. Kr., non contestate dalla ricorrente, secondo cui l’applicazione del Synto sul sigillo controverso
         con un panno provoca un effetto abrasivo, di modo che il colore blu scuro del sigillo rimane sul panno. Orbene, la dipendente
         dell’impresa di pulizie non ha mai fatto riferimento a tale alterazione del sigillo controverso conseguente alla pulizia della
         porta della stanza G.505. Al contrario, il 6 settembre 2006, in risposta ad una richiesta di informazioni della Commissione,
         l’impresa di pulizie ha dichiarato che l’incaricata non aveva constatato alcuna alterazione del sigillo controverso dopo la
         pulizia della porta. Neppure dal verbale di violazione di sigilli, né dalla dichiarazione complementare della ricorrente,
         risulta che gli ispettori abbiano rilevato una qualsiasi abrasione del colore blu scuro del sigillo controverso nel momento
         in cui hanno constatato l’infrazione.
      
      206    Oltre a ciò, le perizie prodotte dalla ricorrente non provano che l’utilizzo di un prodotto di pulizia comporti un rischio
         di «falsa reazione positiva» del sigillo, dato che dette perizie dimostrano solo un «significativo aumento della sensibilità»
         dello stesso. Inoltre, anche ammettendo che le perizie prodotte dalla ricorrente dimostrino l’esistenza di un rischio del
         genere, si deve rilevare che non è comprovato che i test dell’istituto siano stati realizzati con il Synto, dato che i risultati
         della seconda perizia dell’istituto indicano, quanto meno una volta, che per detti test è stato utilizzato il Synto Forte.
         Al riguardo occorre rammentare che, come si è rilevato supra, al punto 80, dalla lettera del 5 settembre 2006 inviata dall’impresa
         di pulizie alla Commissione, e in particolare dalla risposta data da tale impresa alla seconda domanda della Commissione,
         risulta che per la pulizia della porta della stanza G.505 è stato effettivamente utilizzato il Synto (e non il Synto Forte).
         Orbene, non si può escludere che l’utilizzo del Synto Forte possa aver alterato le conclusioni delle perizie dell’istituto.
      
      207    Infine, dalla risposta data dalla 3M ad una richiesta di informazioni della Commissione risulta che i detergenti, in linea
         di massima, non hanno alcun effetto sui sigilli. Infatti, la 3M ha indicato che «[d]i regola, i prodotti per la pulizia non
         [avevano] alcun effetto sull’etichetta», che «[i]l supporto del prodotto [era] un poliestere resistente ai solventi» e che
         «[i]l prodotto dovrebbe sopportare l’esposizione ai prodotti di pulizia di uso corrente». Sebbene la 3M abbia ammesso di «non
         [aver] effettuato test specifici con [il Synto]», essa ha tuttavia dichiarato che, a suo parere, «il rischio principale derivante
         dall’utilizzo dei prodotti per la pulizia consisterebbe nel modificare la superficie anteriore [della] pellicola di supporto
         del prodotto alterando – nella fattispecie – i colori blu e giallo che figurano sul sigillo utilizzato dalla Commissione»
         e che «[i] prodotti di pulizia non dovrebbero incidere sull’aderenza dello strato adesivo della parte posteriore del prodotto».
         Orbene, si deve rilevare che ciò costituisce per l’appunto l’effetto di abrasione constatato nelle sue prove dall’esperto
         della Commissione, come si è rilevato supra, al punto 205. Inoltre, va rilevato che l’esperto della Commissione non ha constatato
         alcuna «falsa reazione positiva» a seguito dell’applicazione del Synto sul sigillo.
      
      208    In ogni caso, come rilevato dalla Commissione al punto 84 della decisione impugnata, spettava alla ricorrente informare l’impresa
         di pulizie in merito al significato del sigillo controverso e al modo in cui esso doveva essere maneggiato, e assicurarsi
         che il sigillo non venisse eventualmente infranto dalla sua incaricata, tanto più che, come risulta dal verbale del colloquio
         con la dipendente della società di pulizie, detta dipendente, prima di iniziare la pulizia dei locali per le riunioni, riceve
         un programma in cui è indicato l’uso cui verranno destinati detti locali.
      
      209    Per quanto riguarda, poi, l’asserita umidità dell’aria, la ricorrente produce un documento dal quale risulterebbe che la notte
         tra il 29 e 30 maggio 2006, a Monaco, il tasso di umidità dell’aria era pari all’80%. Orbene, secondo la terza perizia dell’istituto,
         un’umidità dell’aria superiore al 60% comporterebbe un aumento significativo della sensibilità della pellicola di sicurezza.
      
      210    Al riguardo è sufficiente constatare che, da un lato, la ricorrente non ha dimostrato che nell’edificio G, nella notte tra
         il 29 e il 30 maggio 2006, l’umidità dell’aria fosse superiore al 60%. Infatti, il documento prodotto dalle ricorrente in
         cui è indicato il tasso di umidità dell’aria nella notte tra il 29 e il 30 maggio 2006 riguarda solo l’umidità dell’aria all’esterno
         di detto edificio e quindi non è direttamente rilevante per dimostrare il tasso di umidità che vi sarebbe stato all’interno
         dell’edificio in questione. Per quanto riguarda quest’ultimo, la ricorrente ha comunicato alla Commissione che non disponeva
         più dei dati relativi al 29 e 30 maggio 2006. Inoltre, il documento del 14 luglio 2006, redatto dalla ricorrente all’attenzione
         dei suoi collaboratori, indica che nei giorni precedenti alla suddetta data l’umidità dell’aria era pari al 55% all’esterno
         dell’edificio G e al 50% all’interno dello stesso. Non risultano decisivi neppure gli argomenti della ricorrente relativi
         al metodo di regolazione dell’impianto di climatizzazione o al malfunzionamento dello spegnimento automatico del dispositivo
         di umidificazione supplementare integrato nell’impianto di climatizzazione a partire da un certo livello di umidità dell’aria,
         dato che la ricorrente non ha dimostrato che tali circostanze abbiano determinato un tasso di umidità superiore al 60% all’interno
         dell’edificio G nella notte tra il 29 e il 30 maggio 2006. Dall’altro, la ricorrente non ha dimostrato neppure che una maggiore
         umidità dell’aria comporti la comparsa di «false reazioni positive», dato che la terza perizia dell’istituto menziona unicamente
         una «maggiore sensibilità» della pellicola di sicurezza all’umidità dell’aria.
      
      211    In ogni caso, le affermazioni della ricorrente sono contraddette dalle informazioni figuranti nella scheda tecnica, secondo
         cui tale prodotto resiste all’esposizione ad un tasso di umidità del 90% per un periodo di 168 ore, ad una temperatura di
         32 °C, che risultano suffragate dalle constatazioni dell’esperto della Commissione. Ne consegue che il terzo argomento della
         ricorrente deve essere respinto.
      
      212    Per quanto attiene all’asserita influenza determinante delle vibrazioni, che potrebbero spiegare lo stato del sigillo controverso,
         è sufficiente constatare che la ricorrente non ha dimostrato che la porta e i muri della stanza G.505 abbiano subito vibrazioni.
         Come rilevato dalla Commissione, non è possibile verificare le condizioni in cui sono state realizzate le registrazioni video
         prodotte dalle ricorrente e intese a dimostrare che le vibrazioni possono causare la comparsa delle diciture «VOID» su alcune
         parti di un sigillo apposto su una porta chiusa, né se tali registrazioni mostrino effettivamente la porta della stanza G.505.
         Inoltre, come rilevato dalla Commissione, dette registrazioni non dimostrano in ogni caso la comparsa di «false reazioni positive»,
         ma solo la comparsa, in caso di vibrazioni generate dalla presunta chiusura violenta della porta del locale adiacente, delle
         diciture «VOID» nell’interstizio tra la porta e il suo telaio, il che non corrisponde alle constatazioni che figurano nel
         verbale di violazione di sigilli.
      
      213    Inoltre, la circostanza, menzionata a titolo di ipotesi dalla ricorrente, che la stanza adiacente alla G.505 sarebbe stata
         preparata in vista di una riunione del giorno seguente e la porta di detta stanza potrebbe quindi essere stata sbattuta, il
         che potrebbe avere provocato vibrazioni, o che alcune persone, sbagliando stanza, potrebbero aver tirato la porta della G.505,
         non consente di spiegare lo stato del sigillo controverso riscontrato la mattina del 30 maggio 2006.
      
      214    Infatti, poiché il sigillo controverso era ancora intatto la sera del 29 maggio 2006 intorno alle 19.30 (punto 5 della decisione
         impugnata) e il personale autorizzato all’accertamento ha constatato l’alterazione del sigillo controverso la mattina seguente
         intorno alle 8.45 (punto 8 della decisione impugnata), l’ipotesi addotta dalla ricorrente implica che vi sia stato un «andirivieni
         incessante» nella stanza G.506, l’unica stanza adiacente alla G.505, nella notte tra il 29 e il 30 maggio 2006, il che non
         è stato dimostrato. A tal riguardo, dal programma di utilizzo degli uffici risulta che la stanza G.506 è stata occupata il
         30 maggio 2006 solo tra le 10 e le 16, ossia dopo che è stata constatata l’infrazione del sigillo. Se è pur vero che la ricorrente
         ha osservato, nella sua risposta del 9 agosto 2008 alla richiesta di informazioni della Commissione, che la porta di detta
         stanza era stata aperta intorno alle 5 dal servizio di sicurezza, la ricorrente non ha affermato che detto servizio l’abbia
         chiusa violentemente, causando così le asserite vibrazioni. Inoltre, per quanto riguarda gli argomenti della ricorrente, ribaditi
         in udienza, secondo cui una riunione nella stanza G.506 avrebbe richiesto il trasferimento di materiale pesante a partire
         dalle 5 del mattino, è sufficiente constatare che, tenuto conto del fatto che la stanza in questione è stata pulita solo alle
         7 antimeridiane e che la detta riunione iniziava alle 10, tale affermazione non è credibile.
      
      215    Infine, l’argomento della ricorrente secondo cui alcune persone potrebbero aver sbagliato stanza o non essere state informate
         della modifica di destinazione della stanza G.505 e ne avrebbero tirato la porta, danneggiando così il sigillo controverso,
         non può essere accolto, in quanto la porta di detta stanza era chiusa a chiave e la ricorrente non ha dimostrato il nesso
         di causalità tra eventuali scuotimenti della porta in questione e lo stato in cui si trovava il sigillo controverso la mattina
         del 30 maggio 2006.
      
      216    In ogni caso, anche ammettendo che si siano verificate le circostanze descritte supra, ai punti 212‑215, la ricorrente era
         tenuta ad adottare le precauzioni necessarie per informare i membri del suo personale e gli eventuali visitatori presenti
         nell’edificio G la notte tra il 29 e il 30 maggio 2006 in merito all’esistenza del sigillo controverso e al modo in cui doveva
         essere maneggiato, onde evitare qualsiasi violazione del sigillo. Ne consegue che il quarto argomento della ricorrente deve
         essere respinto.
      
      217    Per quanto riguarda inoltre il fatto che una combinazione del superamento del termine massimo di conservazione del sigillo
         controverso, dell’azione del Synto, dell’umidità dell’aria e delle vibrazioni potrebbe aver provocato un’ipersensibilità del
         sigillo controverso, è giocoforza constatare che l’esistenza stessa di tali circostanze, anche prese singolarmente, o il loro
         effetto su tale sigillo non sono state dimostrate in misura giuridicamente sufficiente. Peraltro, la ricorrente non sostiene
         che la combinazione di tali fattori comporti un rischio di «falsa reazione positiva», ma solo che «un preesistente deterioramento
         della pellicola di sicurezza dovuto all’invecchiamento, al prodotto Synto o alla combinazione di questi due fattori determina,
         in caso di elevata umidità dell’aria, un netto aumento della sensibilità di detta pellicola». Tale argomento va quindi parimenti
         respinto.
      
      218    Per quanto riguarda poi l’argomento secondo cui la porta della stanza G.505 non sarebbe stata aperta la notte tra il 29 e
         il 30 maggio 2006, si deve ricordare che, come rilevato supra, al punto 85, la Commissione, conformemente all’art. 23, n. 1,
         lett. e), del regolamento n. 1/2003, ha l’onere di provare la violazione del sigillo. Per contro, essa non è tenuta a dimostrare
         che qualcuno sia effettivamente entrato nella stanza che era stata sigillata. Pertanto, tale argomento non può essere accolto.
      
      219    Dall’insieme delle considerazioni che precedono risulta che la ricorrente non ha dimostrato l’esistenza di circostanze tali
         da mettere in discussione il valore probatorio degli elementi di prova sui quali si è basata la Commissione per concludere
         nel senso dell’esistenza di una violazione di sigilli.
      
      220    In secondo luogo, poiché, come risulta dai precedenti rilievi, le perizie prodotte dalla ricorrente non dimostrano che le
         circostanze sopra indicate possano aver determinato lo stato del sigillo controverso riscontrato la mattina del 30 maggio
         2006, le loro eventuali carenze, asserite dalla Commissione, risultano irrilevanti nel caso di specie.
      
      221    In ogni caso, come rilevato dalla Commissione, tali perizie sono effettivamente viziate da varie carenze. Infatti, anzitutto,
         le prove effettuate dall’istituto non sono state realizzate su sigilli originali della Commissione, ma su campioni di dimensioni
         molto ridotte (4 cm² anziché 54 cm²). Lo stesso esperto della ricorrente ha indicato in tale contesto che i valori di resistenza
         dei sigilli non potevano essere trasposti a piacere da «piccolo a grande». Inoltre, come rilevato dall’esperto della Commissione,
         le dimensioni di un sigillo possono influire sui risultati delle perizie per quanto riguarda l’eventuale influenza del Synto,
         delle vibrazioni o dell’umidità dell’aria sul funzionamento del sigillo. A tal riguardo, l’argomento della ricorrente secondo
         cui la Commissione avrebbe impedito un’assunzione della prova rispettosa dei suoi diritti della difesa, rifiutando di inviarle
         sigilli originali, non può essere accolto. Infatti, la ricorrente non contesta che la Commissione abbia proposto di fornirle
         sigilli originali, a condizione che propri agenti partecipassero alle prove. La ricorrente ha tuttavia declinato tale proposta
         (punto 65 della decisione impugnata). In tale contesto, non può essere accolta neppure l’affermazione della ricorrente secondo
         cui era poco probabile che la Commissione fosse disposta a mettere a disposizione un collaboratore sul posto con funzioni
         di osservatore per l’intera durata delle prove, dato che tale onere avrebbe eventualmente gravato sulla Commissione, e non
         sulla ricorrente, sicché non può essere invocato da quest’ultima per giustificare la mancata realizzazione di prove su sigilli
         originali.
      
      222    Inoltre, la ricorrente, avendo rifiutato di effettuare le sue prove su sigilli originali in presenza di un agente della Commissione,
         ha utilizzato sigilli invecchiati artificialmente. A tale proposito, i sigilli utilizzati dalla ricorrente sono stati collocati
         in un armadio climatico nel quale i campioni sono stati esposti per oltre 40 giorni ad un’umidità relativa del 60%, che è
         superiore a quella indicata nelle raccomandazioni relative alla conservazione figuranti nella scheda tecnica, ossia un’umidità
         relativa del 50%.
      
      223    Per di più, dalla seconda e dalla terza perizia dell’istituto risulta che l’esperto della ricorrente ha effettuato i suoi
         test, o quanto meno alcuni di essi, imbevendo le bande di pellicola plastica di 100 mg di prodotto detergente, che corrisponderebbero
         a una quantità molto superiore a quella che sarebbe stata eventualmente utilizzata dall’addetta alle pulizie, la quale ha
         indicato che il panno «era molto bagnato – ma non intriso di una grande quantità di prodotto per la pulizia». Inoltre, non
         si potrebbe escludere che il detergente utilizzato dall’istituto per le sue prove non fosse il Synto, che è stato utilizzato
         dall’addetta dell’impresa di pulizie ed inviato alla Commissione ai fini delle sue prove dalla medesima impresa, ma la sua
         variante, il Synto Forte. Infatti, dalla seconda perizia dell’istituto risulta espressamente che alcune prove sono state effettuate
         con la variante Synto Forte. Inoltre, dalla seconda e dalla terza perizia dell’istituto risulta che il prodotto utilizzato
         per gli esperimenti contiene la componente 2‑(2‑butossietossi)etanolo, che non è presente nel Synto, ma solo nella sua variante,
         il Synto Forte. Orbene, è pacifico che tale componente faccia del Synto Forte un detergente molto più aggressivo.
      
      224    In terzo luogo, considerato che, da un lato, gli elementi di prova sui quali si è basata la Commissione nella decisione impugnata
         (punti 8, 9, 74 e 75) consentivano di concludere che il sigillo controverso era stato rimosso dalla porta della stanza G.505
         nella notte tra il 29 e il 30 maggio 2006 e che tale porta poteva quindi essere stata aperta in tale lasso di tempo (v. supra,
         punto 146), e, dall’altro, che la ricorrente, cui incombeva l’onere di provare i fatti da essa invocati, non ha dimostrato
         le circostanze che a suo parere sarebbero all’origine dello stato del sigillo controverso così constatato, le presunte carenze
         delle relazioni del sig. Kr. da essa rilevate non sono atte a rimettere in discussione la conclusione figurante supra, al
         punto 219.
      
      225    In ogni caso, in primis, contrariamente a quanto sostenuto dalla ricorrente, le perizie del sig. Kr. non sono fondate sull’ipotesi
         secondo cui le fotografie scattate nel pomeriggio del 30 maggio 2006 riprodurrebbero il sigillo controverso nello stato in
         cui si trovava la mattina dello stesso giorno, dato che i riferimenti a dette fotografie contenuti in particolare nella relazione
         Kr. II costituiscono solo un indizio supplementare dello stato del sigillo controverso quale risultava dalle fotografie scattate
         il 30 maggio 2006.
      
      226    Inoltre, per quanto riguarda il presunto «gioco della porta», che sarebbe stato troppo ridotto nelle prove del sig. Kr., si
         deve anzitutto rilevare che, durante il suo sopralluogo, in presenza della ricorrente, lo stesso sig. Kr. ha constatato, per
         mezzo di un riga digitale, un «gioco della porta» massimo di 0,53 mm, e che tale constatazione non è stata contestata dalla
         ricorrente nelle sue osservazioni sull’esposizione dei fatti, né rimessa in discussione dalla seconda e dalla terza perizia
         dell’istituto. In ogni caso, da, un lato, come risulta dal punto 79 della decisione impugnata, anche ammettendo che il «gioco
         della porta» fosse di 2 mm, lo stiramento del sigillo controverso sarebbe comunque stato molto ridotto. Dall’altro, la ricorrente
         non ha dedotto alcun elemento che consenta di concludere nel senso che un «gioco della porta» maggiore sarebbe stato tale
         da comportare un rischio di «falsa reazione positiva» del sigillo controverso.
      
      227    Per quanto attiene poi all’umidità dell’aria, si deve rilevare che la ricorrente non ha dimostrato che le indicazioni della
         scheda tecnica, sulla quale la Commissione ha fondato gran parte delle sue osservazioni, non sono applicabili nel caso di
         specie, considerato in particolare il materiale di cui sono composti la porta della stanza G.505 e il suo telaio. Essa non
         ha dimostrato neppure la sensibilizzazione della pellicola di sicurezza dovuta alla presenza di umidità nell’aria al momento
         della sua rimozione. Infine, contrariamente a quanto sostenuto dalla ricorrente, dalla relazione Kr. II risulta che nemmeno
         un’elevata umidità dell’aria avrebbe potuto provocare un’alterazione del sigillo controverso.
      
      228    Per quanto concerne l’assenza di «conferme statistiche» delle prove del sig. Kr., si deve rilevare che incombe alla ricorrente
         dimostrare le circostanze da essa invocate, sicché l’assenza di una presunta «conferma statistica indispensabile per un’affermazione
         scientificamente fondata» è irrilevante. In ogni caso, la Commissione ha indicato che il procedimento sperimentale in cui
         sono state utilizzate lamiere laccate con verniciatura in polvere era particolarmente prudente rispetto agli esperimenti su
         alluminio anodizzato.
      
      229    Occorre inoltre respingere l’affermazione della ricorrente secondo cui il sig. Kr. avrebbe ignorato la possibilità che il
         sigillo controverso potesse essere stato apposto in maniera tale da subire una tensione dal di sotto, nell’interstizio tra
         il pannello della porta della stanza G.505 e il telaio della stessa, il che potrebbe aver prodotto sul sigillo stesso forze
         superiori a quelle ipotizzate nella relazione Kr. II, dato che tale affermazione non è assolutamente comprovata. In ogni caso,
         il sig. Kr. ha constatato che un allargamento del sigillo controverso avrebbe richiesto una forza considerevole (punto 89
         della decisione impugnata), il che sarebbe escluso nel caso di una sua apposizione manuale.
      
      230    Quanto all’asserita assenza di angoli piegati sul sigillo controverso, essa non è atta a dimostrare che quest’ultimo non sia
         stato rimosso nella notte tra il 29 e il 30 maggio 2006. A parte il fatto che gli «angoli piegati» non costituiscono una caratteristica
         della rottura dei sigilli, si deve sottolineare che un distacco manuale non provoca necessariamente la comparsa di angoli
         piegati, dato che un sigillo può essere rimosso con cautela o staccato a partire dall’interstizio tra la porta e il telaio
         sui quali è posizionato. Anche tale censura va quindi respinta.
      
      231    Inoltre, contrariamente a quanto sostenuto dalla ricorrente, dalla relazione Kr. II risulta che in essa è stato effettivamente
         esaminato l’effetto combinato delle circostanze addotte dalla ricorrente. Tale censura non può quindi essere accolta.
      
      232    In quarto luogo, data la conclusione raggiunta supra, al punto 219, non occorre pronunciarsi sull’asserita «possibilità di
         false reazioni positive» che emergerebbe dall’esposizione effettuata dalla stessa Commissione ai punti 7, 74 e 75 della decisione
         impugnata.
      
      233    In ogni caso, come si è indicato supra, al punto 146, tale argomento deve essere respinto, in quanto la Commissione non ha
         mai accolto le affermazioni formulate dalla ricorrente al punto 2 della dichiarazione complementare del 30 maggio 2006 (v.
         supra, punto 12) e, inoltre, la semplice affermazione della ricorrente secondo cui «la dicitura “VOID” sul telaio non era
         scomparsa del tutto», di per sé, non è atta a dimostrare l’esistenza di una «falsa reazione positiva» del sigillo controverso.
      
      234    Ne consegue che il sesto motivo dev’essere integralmente respinto.
      
       Sul settimo motivo, concernente la violazione del principio della presunzione di innocenza
       Argomenti delle parti
      235    La ricorrente fa valere che, nel corso del procedimento amministrativo, la Commissione non ha «sufficientemente rispettato»
         il principio della presunzione di innocenza. Essa ricorda che il 16 ottobre 2007 la Commissione ha incaricato il sig. Kr.
         di presentare le sue osservazioni sulla seconda e sulla terza perizia dell’istituto. La maggior parte delle domande poste
         dalla Commissione al sig. Kr. ai fini della preparazione della relazione Kr. II avrebbe avuto «carattere suggestivo», ed essa
         avrebbe quindi violato il suo obbligo di imparzialità, la neutralità dell’indagine, il principio della presunzione di innocenza
         ed il «diritto ad un equo processo».
      
      236    Poiché la Commissione non avrebbe rispettato la neutralità dell’indagine, come imporrebbe il principio della presunzione di
         innocenza, sarebbe inutile risolvere la questione se sussistano seri dubbi in ordine alla credibilità e alla neutralità dell’esperto
         (punto 37 della decisione impugnata), dato che la censura relativa all’inosservanza del principio della presunzione di innocenza
         non è diretta contro l’esperto della Commissione, ma contro la Commissione stessa. Infatti, il solo fatto che sussistano dubbi
         circa la neutralità della Commissione sarebbe sufficiente per dimostrare una violazione dell’obbligo di imparzialità risultante
         dal principio della presunzione di innocenza. Inoltre, il comportamento dell’esperto consistente nel riformulare le domande
         non sarebbe sufficiente a controbilanciare il mancato rispetto del principio della presunzione di innocenza da parte della
         Commissione.
      
      237    La Commissione chiede il rigetto del motivo.
      
       Giudizio del Tribunale
      238    Si deve ricordare che il principio della presunzione di innocenza, quale risulta in particolare dall’art. 6, n. 2, della CEDU,
         fa parte dei diritti fondamentali che, secondo la giurisprudenza della Corte, peraltro riaffermata dal preambolo dell’Atto
         unico europeo e dall’art. 6, n. 2, UE nonché dall’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, sono riconosciuti
         nell’ordinamento giuridico comunitario. Tenuto conto della natura delle infrazioni in parola, nonché della natura e del grado
         di severità delle sanzioni che vi sono connesse, il principio della presunzione di innocenza si applica in particolare ai
         procedimenti relativi a violazioni delle norme sulla concorrenza applicabili alle imprese che possano sfociare nella pronuncia
         di ammende o penalità di mora (v. sentenza del Tribunale 5 aprile 2006, causa T‑279/02, Degussa/Commissione, Racc. pag. II‑897,
         punto 115, e giurisprudenza ivi citata).
      
      239    Il principio della presunzione di innocenza implica che ogni persona accusata è presunta innocente fino a quando la sua colpevolezza
         non sia stata legalmente accertata (sentenza del Tribunale 6 ottobre 2005, cause riunite T‑22/02 e T‑23/02, Sumitomo Chemical
         e Sumika Fine Chemicals/Commissione, Racc. pag. II‑4065, punto 106).
      
      240    Nella specie, la ricorrente ritiene che la Commissione abbia violato il principio della presunzione di innocenza per avere
         rivolto al sig. Kr., con lettera del 16 ottobre 2007, un questionario le cui domande avrebbero avuto «carattere suggestivo».
      
      241    A tal riguardo, occorre rilevare che le domande poste al sig. Kr. in detta lettera erano così formulate (v. anche punto 36
         della decisione impugnata):
      
      «1. La preghiamo di esprimere il suo parere in ordine ai metodi, alle analisi e alle conclusioni delle relazioni dell’[istituto]
         inviate alla Commissione con lettere del 6 giugno 2007 e del 1° ottobre 2007. Indichi in particolare nel suo parere i motivi
         per i quali le relazioni in questione dell’[istituto] non contraddicono la sua relazione dell’8 maggio 2007 sulla funzionalità
         dei sigilli della Commissione per quanto riguarda i metodi, le analisi e le conclusioni. Se ritiene che siano necessari nuovi
         test al fine di confermare/corroborare le sue precedenti relazioni, li descriva brevemente.
      
      2. La preghiamo di rispondere alla questione precedente anche in relazione agli argomenti e ai fattori che [la ricorrente]
         – al di là delle relazioni dell’istituto – ha addotto nella sua lettera del 6 luglio 2007 (ad esempio, l’irrilevanza statistica
         della prova da Lei effettuata).
      
      3. La preghiamo di confermare che la combinazione dei fattori e degli argomenti addotti [dalla ricorrente] o [dall’istituto]
         (tra l’altro, l’assenza di previa pulizia della superficie, l’utilizzo del Synto sul sigillo, le vibrazioni della porta, l’umidità
         atmosferica, la presunta durata eccessiva del magazzinaggio dei sigilli) non può avere comportato una falsa reazione positiva
         in assenza di rimozione del sigillo dalla superficie. La preghiamo inoltre di confermare che la combinazione dei fattori e
         degli argomenti addotti non può spiegare le altre circostanze constatate dalla Commissione la mattina del 30 maggio 2006 (residui
         di colla intorno al bordo del sigillo e sulla parte posteriore dello stesso). Se ritiene che siano necessari ulteriori test
         per confermare/corroborare le sue precedenti relazioni, li descriva brevemente».
      
      242    Come risulta dall’esame del quarto motivo, gli elementi di prova sui quali si è basata la Commissione nella decisione impugnata
         (punti 8, 9, 74 e 75) consentivano di concludere che il sigillo controverso era stato rimosso nella notte tra il 29 e il 30 maggio
         2006 e che la porta della stanza G.505 poteva quindi essere stata aperta in tale lasso di tempo, tenuto conto delle diciture
         «VOID» su tutta la superficie del sigillo controverso e della presenza di tracce di colla vicino e dietro ad esso riscontrata
         la mattina del 30 maggio 2006. In tale contesto, come risulta dall’esame del primo motivo, incombeva all’impresa interessata
         dimostrare in misura giuridicamente sufficiente, da un lato, l’esistenza delle circostanze da essa invocate e, dall’altro,
         che tali circostanze mettono in discussione il valore probatorio degli elementi di prova sui quali si è basata la Commissione.
      
      243    A tal riguardo, è giocoforza constatare che, come rilevato dalla Commissione, la relazione Kr. II era diretta a verificare
         se le conclusioni della relazione Kr. I fossero rimesse in discussione dalla seconda e dalla terza perizia dell’istituto.
         Nella relazione Kr. I l’esperto della Commissione ha effettivamente indicato che uno «scorrimento» del sigillo originale,
         che era stato menzionato nella prima perizia dell’istituto, non potrebbe aver dato origine ad una «falsa reazione positiva»,
         a prescindere dall’età, dalle modalità di apposizione e dalla velocità con cui il sigillo era stato staccato, e ciò anche
         nell’ipotesi in cui esso fosse stato prima pulito con il Synto e avesse successivamente subito l’azione di forze di taglio
         e di pelatura.
      
      244    Pertanto, il questionario della Commissione era diretto a stabilire, alla luce della conclusione figurante nella relazione
         Kr. I, se tale conclusione fosse rimessa in discussione dalla seconda e dalla terza perizia dell’istituto. La Commissione
         ha inoltre precisato, senza essere contraddetta su questo punto dalla ricorrente, che la formulazione di tali domande risultava
         anche dal contesto in cui esse erano collocate, vale a dire che il sig. Kr. aveva già esposto oralmente alcuni rilievi sulle
         constatazioni contenute nella seconda e terza perizia dell’istituto e aveva indicato di non avere motivo di dubitare delle
         conclusioni figuranti nella relazione Kr. I.
      
      245    Infine, come rilevato dalla Commissione al punto 37 della decisione impugnata, dalla formulazione delle domande utilizzata
         dallo stesso sig. Kr. nella relazione Kr. II risulta che l’esperto della Commissione riteneva che tali domande fossero domande
         aperte, dato che le ha riformulate come segue: «I rapporti di valutazione dell’istituto rimettono in discussione (…) le conclusioni
         dell’ultima relazione?»; «Gli argomenti addotti [dal legale della ricorrente] rimettono in discussione le conclusioni dell’ultima
         relazione?»; «Una combinazione dei fattori/argomenti addotti può determinare una falsa reazione positiva e spiegare le condizioni
         in cui è stato trovato il sigillo?».
      
      246    Dai rilievi che precedono risulta che la Commissione non ha violato il principio della presunzione di innocenza attraverso
         la formulazione delle domande al sig. Kr. contenute nella sua lettera del 16 ottobre 2007.
      
      247    Pertanto, il settimo motivo dev’essere respinto.
      
       Sull’ottavo motivo, concernente la violazione dell’art. 23, n. 1, del regolamento n. 1/2003
       Argomenti delle parti
      248    La ricorrente ricorda che, nella decisione impugnata, la Commissione le ha contestato di aver commesso una violazione di sigilli
         per negligenza, senza tuttavia precisare quale fosse il comportamento che essa considerava negligente.
      
      249    In primo luogo, l’art. 23, n. 1, del regolamento n. 1/2003 sarebbe rivolto esclusivamente alle imprese o associazioni di imprese
         che agiscono tramite propri dipendenti o rappresentanti i cui comportamenti possano, quindi, essere imputati ad esse. Facendo
         riferimento alla sentenza della Corte 7 giugno 1983, cause riunite da 100/80 a 103/80, Musique Diffusion française e a./Commissione
         (Racc. pag. 1825, punto 97), la ricorrente considera che la Commissione ha ritenuto erroneamente, al punto 101 della decisione
         impugnata, che le fossero imputabili comportamenti di terzi. Nessun collaboratore o rappresentante autorizzato della ricorrente
         avrebbe aperto la porta della stanza G.505, il che emergerebbe dalle dichiarazioni giurate da essa prodotte. Ciò premesso,
         l’asserita apertura della porta o qualsiasi altro fatto che abbia determinato il distacco del sigillo controverso costituirebbe
         un «atto che eccede i poteri delle persone che agiscono per suo conto» e pertanto non può essere imputato alla ricorrente.
         Il fatto che l’impresa di pulizie sia stata avvertita dell’esistenza del sigillo controverso sarebbe irrilevante, dato che
         essa non possiede una chiave della stanza G.505. Al riguardo, lo scopo del sigillo controverso, vale a dire preservare elementi
         del fascicolo che devono ancora essere esaminati, avrebbe potuto essere messo a rischio solo dai possessori di chiavi, sicché
         era inutile informare l’impresa di pulizie dell’esistenza del sigillo controverso.
      
      250    In secondo luogo, la censura di negligenza formulata dalla Commissione non sarebbe pertinente. Sussisterebbe negligenza solo
         nel caso in cui l’interessato potesse e dovesse sapere che stava commettendo l’infrazione. Orbene, la Commissione si sarebbe
         basata unicamente su asserite alterazioni di un sigillo vecchio utilizzato in maniera errata.
      
      251    Contrariamente a quanto sostenuto dalla Commissione (punto 102 della decisione impugnata), la dipendente dell’impresa di pulizie
         non avrebbe potuto sapere che il semplice fatto di passare un panno imbevuto di un prodotto per la pulizia sul sigillo controverso
         avrebbe potuto determinare la comparsa di elementi simili a quelli di un’infrazione del sigillo. Alla ricorrente non si potrebbe
         neppure contestare di non avere previsto un tale intervento (nota a pag. 176 della decisione impugnata). Infatti, il sigillo
         controverso non avrebbe contenuto alcuna menzione della sua eventuale sensibilità ad una pulizia superficiale e la ricorrente
         non sarebbe stata informata della sensibilità del sigillo né al momento della sua apposizione, né attraverso il verbale di
         apposizione del sigillo. La ricorrente potrebbe essere considerata responsabile solo dell’apertura senza autorizzazione della
         porta sigillata. Anche i membri del personale autorizzato all’accertamento sarebbero stati palesemente ignari del funzionamento
         del sigillo controverso.
      
      252    Inoltre, il fatto che la Commissione non abbia indicato alla ricorrente che era stato superato il termine massimo di conservazione
         del sigillo controverso non dovrebbe arrecarle pregiudizio. Non si potrebbero escludere malfunzionamenti del sigillo in caso
         di superamento del suo termine massimo di conservazione. Nel diritto tedesco, il semplice superamento della data di scadenza
         costituirebbe un difetto della merce. In considerazione del superamento del termine massimo di conservazione del sigillo controverso,
         e tenuto conto dell’ammenda che poteva eventualmente essere inflitta in caso di violazione del sigillo, la Commissione avrebbe
         comunque dovuto informare la ricorrente di tale circostanza.
      
      253    La Commissione contesta gli argomenti della ricorrente.
      
       Giudizio del Tribunale
      254    Nella decisione impugnata la Commissione ha considerato che, «[a] parte i casi di forza maggiore, in linea di massima si [doveva]
         ritenere che il sigillo [potesse] essere rimosso solo con un atto deliberato, tanto più che, dopo essere stato staccato, apparentemente
         il sigillo [era] stato riposizionato in modo da dissimularne l’infrazione». Essa ha precisato che «[a]l riguardo occorre[va]
         tenere conto anche del fatto che nell’edificio erano presenti solo persone autorizzate dalla [ricorrente] (tra le quali i
         dipendenti dell’[impresa di pulizie], una controllata al 100% [della ricorrente])» (punto 101 della decisione impugnata).
         Essa ha inoltre ritenuto che si dovesse «ammettere che si tratta[va] quanto meno di una violazione di sigilli per negligenza»,
         che «a tale proposito occorre[sse] prendere in considerazione il fatto che, al momento dell’apposizione del sigillo, rappresentanti
         della [ricorrente] [erano] stati informati dal responsabile del personale autorizzato all’accertamento in merito al significato
         del sigillo e alle conseguenze della sua violazione» e che «tali elementi [erano] indicati anche sul sigillo stesso» (punto 102
         della decisione impugnata). Pertanto, la natura dell’alterazione del sigillo controverso l’ha indotta, in considerazione degli
         elementi che figurano in particolare al punto 9 della decisione impugnata e nel verbale di infrazione, a prendere in considerazione
         l’esistenza di una violazione di sigilli commessa intenzionalmente o, quanto meno, per negligenza.
      
      255    Col presente motivo la ricorrente sostiene, sostanzialmente, che la Commissione ha ritenuto erroneamente, al punto 101 della
         decisione impugnata, che le fosse imputabile il comportamento di terzi e che nella specie la negligenza non potesse essere
         posta in discussione, se la dipendente dell’impresa di pulizie non era stata in grado di riconoscere che stava realizzando
         l’elemento materiale della violazione del sigillo.
      
      256    In primo luogo, si è già ricordato che, conformemente all’art. 23, n. 1, lett. e), del regolamento n. 1/2003, la Commissione
         può irrogare ammende quando, «intenzionalmente o per negligenza», sono stati infranti i sigilli apposti dagli agenti o dalle
         persone che li accompagnano autorizzati dalla Commissione. Come si è ricordato esaminando il secondo motivo non incombe alla
         Commissione, in forza dell’art. 23, n. 1, lett. e), del regolamento n. 1/2003, dimostrare che qualcuno sia effettivamente
         entrato nella stanza sigillata. Risultano quindi irrilevanti gli argomenti della ricorrente secondo cui la porta della stanza
         G.505 non sarebbe stata aperta dai possessori di chiavi, come emergerebbe dalle dichiarazioni giurate di tali persone, né
         dalla dipendente dell’impresa di pulizie, in quanto essa non disporrebbe di una chiave di detta stanza.
      
      257    In secondo luogo, per quanto riguarda l’argomento della ricorrente secondo cui nessuno dei suoi collaboratori o rappresentanti
         autorizzati avrebbe aperto la porta della stanza G.505, come emergerebbe dalle dichiarazioni giurate dei possessori di chiavi
         e dal fatto che, in tale contesto, qualsiasi distacco del sigillo controverso esulerebbe comunque dalla sfera di controllo
         di tali persone, si deve rilevare che, al punto 101 della decisione impugnata, la Commissione ha affermato che nell’edificio G
         erano presenti solo persone autorizzate dalla ricorrente (compresi i dipendenti dell’impresa di pulizie, controllata al 100%
         dalla ricorrente). Inoltre, al punto 103 della decisione impugnata, la Commissione ha considerato che si poteva escludere
         che una persona non autorizzata potesse aver avuto accesso a detto edificio nella notte tra il 29 e il 30 maggio 2006, e che
         la ricorrente non ha mai affermato che una persona non autorizzata si fosse introdotta in tale edificio.
      
      258    Orbene, anzitutto, si deve rilevare che tali affermazioni non sono contestate dalla ricorrente nel presente ricorso. Inoltre,
         si deve ritenere che i collaboratori o rappresentanti autorizzati della ricorrente svolgano attività lavorative per conto
         e sotto la direzione della stessa (v., in tal senso, sentenza della Corte 16 dicembre 1975, cause riunite da 40/73 a 48/73,
         50/73, da 54/73 a 56/73, 111/73, 113/73 e 114/73, Suiker Unie e a./Commissione, Racc. pag. 1663, punto 539). A tale proposito,
         si deve respingere l’argomento della ricorrente fondato sulla sentenza Musique Diffusion française/Commissione, citata supra,
         al punto 249, secondo cui solo i possessori di chiavi sarebbero collaboratori o rappresentanti autorizzati. Infatti, come
         rilevato dalla Commissione, il potere della Commissione di sanzionare un’impresa quando questa abbia commesso un’infrazione
         presuppone solamente l’azione di una persona che sia generalmente autorizzata ad agire per conto dell’impresa stessa (v. sentenza
         del Tribunale 29 aprile 2004, cause riunite T‑236/01, T‑239/01, da T‑244/01 a T‑246/01, T‑251/01 e T‑252/01, Tokai Carbon
         e a./Commissione, Racc. pag. II‑1181, punto 277, e giurisprudenza ivi citata).
      
      259    In terzo luogo, per quanto riguarda l’argomento secondo cui la dipendente dell’impresa di pulizie non avrebbe potuto sapere
         che il fatto di passare un panno impregnato di un prodotto di pulizia sul sigillo controverso poteva determinare la comparsa
         di caratteristiche simili a quelle di un’infrazione del sigillo, si deve constatare che tale argomento si basa sulla premessa
         errata secondo cui sarebbe stato dimostrato che lo stato del sigillo controverso riscontrato la mattina del 30 maggio 2006
         fosse imputabile al detergente asseritamente utilizzato da detta dipendente.
      
      260    In ogni caso, anche ammettendo che lo stato del sigillo controverso possa essere stato alterato mediante tale utilizzo di
         un panno e di detergente (punto 102 della decisione impugnata), è giocoforza constatare che incombeva alla ricorrente adottare
         tutti i provvedimenti necessari per impedire qualsiasi manipolazione del sigillo controverso, tanto più che essa era stata
         chiaramente informata del significato del sigillo controverso e delle conseguenze di una violazione di sigilli (punto 5 della
         decisione impugnata).
      
      261    In quarto luogo, per quanto concerne gli argomenti della ricorrente vertenti, da un lato, sul fatto che la Commissione si
         baserebbe unicamente su alterazioni di un sigillo vecchio utilizzato in maniera errata e, dall’altro, sul presunto termine
         massimo di conservazione del sigillo controverso, si deve rilevare che essi sono già stati respinti nell’esame del sesto motivo.
      
      262    Alla luce di quanto precede, si deve considerare che la Commissione ha legittimamente ritenuto che nella specie si trattasse
         quanto meno di una violazione di sigilli per negligenza.
      
      263    Ne consegue che il motivo deve essere respinto.
      
       Sul nono motivo, concernente una violazione dell’art. 253 CE e del principio di proporzionalità nella fissazione dell’importo
            dell’ammenda
       Argomenti della ricorrente
      264    La ricorrente fa valere, in subordine, che l’ammenda inflittale nella decisione impugnata deve essere annullata e, in ulteriore
         subordine, che essa deve essere ridotta.
      
      265    In primo luogo, l’ammenda inflitta alla ricorrente violerebbe il «divieto di arbitrarietà» e l’art. 253 CE. Nella decisione
         impugnata la Commissione avrebbe infatti omesso di precisare i criteri sui quali si era basata per determinare l’importo dell’ammenda
         inflitta, sicché l’irrogazione di un’ammenda di EUR 38 milioni sarebbe incomprensibile, a maggior ragione in quanto gli orientamenti
         per il calcolo delle ammende inflitte in applicazione dell’articolo 15, paragrafo 2, del regolamento n. 17 e dell’articolo 65,
         paragrafo 5 [CA] (GU 1998, C 9, pag. 3) prevedrebbero, anche in caso di infrazioni gravi, un importo di base di soli EUR 20 milioni.
         Tenuto conto dell’insufficienza di motivazione della decisione impugnata, la ricorrente non avrebbe potuto far valere efficacemente
         i suoi diritti della difesa.
      
      266    Anzitutto, nella decisione impugnata (punti 104 e segg.), la Commissione si sarebbe limitata ad elencare una serie di circostanze
         che si applicherebbero a qualsiasi violazione di sigilli e costituirebbero globalmente circostanze aggravanti o attenuanti,
         senza tuttavia quantificare l’importo di base o le circostanze aggravanti o attenuanti, né in valore assoluto né in percentuale.
         Di conseguenza, la Commissione avrebbe omesso di indicare, in relazione ad un aspetto essenziale della decisione impugnata,
         gli aspetti determinanti della sua valutazione, violando così l’art. 253 CE.
      
      267    Inoltre, la decisione impugnata susciterebbe l’impressione che la Commissione sia partita dall’ipotesi di un’infrazione intenzionale,
         mentre nei passaggi pertinenti della decisione impugnata avrebbe fatto riferimento ad un’infrazione commessa «quanto meno
         per negligenza» (punto 102 della decisione impugnata).
      
      268    In secondo luogo, le circostanze aggravanti invocate sarebbero errate sotto il profilo sostanziale, si applicherebbero a tutti
         i casi di violazione di sigilli e si ridurrebbero ad osservazioni generali e astratte totalmente prive di nesso con il caso
         concreto (v. punti 105‑108 della decisione impugnata). Si dovrebbe operare una distinzione in base all’importanza e agli effetti
         della violazione di sigilli. Orbene, nella specie la Commissione non avrebbe preso posizione sulle circostanze concrete della
         violazione del sigillo. Gli altri motivi addotti nella decisione impugnata, vale a dire, primo, l’inasprimento delle sanzioni
         per violazione di sigilli nel regolamento n. 1/2003 rispetto al regime precedente, secondo, la circostanza che si trattava
         di un accertamento in materia di diritto della concorrenza, terzo, il fatto che i documenti trasferiti nella stanza G.505
         non erano stati fotocopiati né catalogati, quarto, le dimensioni della ricorrente e, infine, la mancata adozione di misure
         per assicurare la sicurezza del sigillo controverso, sarebbero irrilevanti per quanto riguarda il giudizio relativo alla gravità
         dell’infrazione.
      
      269    In terzo luogo, la Commissione non avrebbe tenuto sufficientemente conto di varie circostanze attenuanti a favore della ricorrente,
         che avrebbero giustificato una considerevole riduzione dell’importo dell’ammenda.
      
      270    Anzitutto, una violazione di sigilli per negligenza dovrebbe essere sanzionata con un’ammenda inferiore a quella irrogata
         per una violazione di sigilli intenzionale. Inoltre, nella specie, la violazione del sigillo sarebbe dipesa da una serie di
         circostanze più o meno imprevedibili.
      
      271    Inoltre, i membri del personale autorizzato all’accertamento non avrebbero informato la ricorrente della particolare sensibilità
         della pellicola di sicurezza, il che avrebbe contribuito all’eventuale negligenza costituita dalla mancata adozione di misure
         preventive da parte della ricorrente.
      
      272    Oltre a ciò, non sarebbe stato possibile accertare se dalla stanza G.505 siano stati prelevati documenti.
      
      273    Per di più, contrariamente a quanto affermato dalla Commissione al punto 112 della decisione impugnata, la ricorrente avrebbe
         cooperato con essa più di quanto fosse tenuta a fare, in particolare fornendole costose perizie.
      
      274    Infine, il semplice rinvio alla percentuale dell’ammenda fissata rispetto alla cifra d’affari globale della ricorrente non
         sarebbe sufficiente per escludere una violazione del diritto al momento della determinazione dell’importo dell’ammenda. Quest’ultimo
         sarebbe sproporzionato rispetto all’infrazione, tenuto conto dei dubbi in ordine all’effettiva sussistenza, nella specie,
         di una violazione di sigilli imputabile alla ricorrente. Non si potrebbe neppure pretendere che l’ammenda abbia un effetto
         dissuasivo. Inoltre, in un’analoga applicazione del principio di proporzionalità, la Nederlandse Mededingingsautoriteit (autorità
         olandese per la concorrenza; in prosieguo: la «NMa») avrebbe recentemente irrogato un’ammenda per violazione di sigilli di
         EUR 269 000 o pari allo 0,0028% della cifra d’affari complessiva dell’impresa interessata, sebbene la wet houdende nieuwe
         regels omtrent de economische mededinging (Mededingingswet) (legge olandese sulla concorrenza) (Stb. 1997, n. 242), come modificata,
         consentisse di fissare un’ammenda ammontante fino all’1% del fatturato mondiale (art. 70 b, n. 1, della Mededingingswet).
      
      275    La Commissione chiede il rigetto degli argomenti della ricorrente.
      
       Giudizio del Tribunale
      276    In primo luogo, la ricorrente fa valere che la decisione impugnata non è sufficientemente motivata, in quanto la Commissione
         non ha ivi precisato i criteri sui quali si era basata per stabilire l’ammontare dell’ammenda inflitta. Tale insufficienza
         di motivazione avrebbe violato i diritti della difesa della ricorrente.
      
      277    Secondo una costante giurisprudenza, la motivazione prescritta dall’art. 253 CE dev’essere adeguata alla natura dell’atto
         in questione e deve fare apparire in forma chiara e inequivocabile l’iter logico seguito dall’istituzione da cui esso promana,
         in modo da consentire agli interessati di conoscere le ragioni del provvedimento adottato e permettere al giudice competente
         di esercitare il proprio controllo. La portata dell’obbligo di motivazione dev’essere valutata in funzione delle circostanze
         del caso, in particolare del contenuto dell’atto, della natura dei motivi esposti e dell’interesse che i destinatari dell’atto
         o soggetti terzi, da questo colpiti direttamente e individualmente, possano avere a ricevere spiegazioni. La motivazione non
         deve necessariamente specificare tutti gli elementi di fatto e di diritto pertinenti, in quanto l’accertamento dell’osservanza,
         da parte della motivazione, degli obblighi imposti dall’art. 253 CE va effettuato alla luce non solo del suo tenore, ma anche
         del suo contesto e del complesso delle norme giuridiche che disciplinano la materia (v. sentenza della Corte 2 aprile 1998,
         causa C‑367/95 P, Commissione/Sytraval e Brink’s France, Racc. pag. I‑1719, punto 63, e giurisprudenza ivi citata).
      
      278    Nella specie, per quanto riguarda i criteri sui quali si è basata la Commissione per stabilire l’importo dell’ammenda inflitta
         alla ricorrente, la stessa Commissione ha dichiarato che l’importo dell’ammenda dipendeva in particolare dalla gravità dell’infrazione
         e dalle specifiche circostanze del caso di specie (punti 104 e 113 della decisione impugnata).
      
      279    La Commissione ha quindi fatto valere che, anzitutto, a prescindere dal caso concreto, una violazione di sigilli rappresentava
         un’infrazione grave e l’ammenda irrogata per una violazione di sigilli doveva avere un effetto dissuasivo (punto 105 della
         decisione impugnata), di modo che per un’impresa sottoposta ad accertamenti non risultasse più vantaggioso infrangere un sigillo.
      
      280    Essa ha poi fatto valere che gli accertamenti, di regola, vengono disposti solo in presenza di indizi di infrazioni delle
         norme in materia di concorrenza e che tale ipotesi ricorreva anche nel caso di specie. A tal riguardo, l’accertamento effettuato
         nei locali della ricorrente doveva consentirle di verificare gli indizi di infrazioni alle norme sulla concorrenza e, inoltre,
         i documenti non catalogati, rinvenuti in particolare il primo giorno dell’accertamento, si trovavano nella stanza alla quale
         erano stati apposti i sigilli (punti 107 e 108 della decisione impugnata).
      
      281    Essa ha inoltre rilevato di avere tenuto conto, per calcolare l’importo dell’ammenda inflitta alla ricorrente, del fatto che
         si trattava del primo caso di applicazione dell’art. 23, n. 1, lett. e), del regolamento n. 1/2003, pur considerando che tale
         circostanza non poteva comportare che l’ammenda fissata non fosse atta a garantire l’effetto dissuasivo di detta disposizione
         (punto 109 della decisione impugnata).
      
      282    Ha poi rilevato che, oltre al fatto che il regolamento n. 1/2003 aveva inasprito le disposizioni in materia di ammende per
         le infrazioni procedurali tre anni prima dell’accertamento e che alcune settimane prima erano già stati apposti sigilli negli
         edifici dello stesso gruppo di società, la ricorrente era una delle maggiori imprese europee del settore energetico, disponeva
         di molti esperti in materia di diritto delle intese e, in occasione dell’apposizione dei sigilli, era stata informata in merito
         alle gravi ammende previste per la loro violazione (punto 110 della decisione impugnata).
      
      283    La Commissione ha inoltre respinto gli argomenti della ricorrente invocati a titolo di circostanze attenuanti, secondo cui
         la Commissione non avrebbe dimostrato che la porta del locale G.505 era stata aperta o che fossero stati sottratti documenti,
         o secondo cui la ricorrente avrebbe collaborato con la Commissione più di quanto fosse tenuta a fare (punti 111 e 112 della
         decisione impugnata).
      
      284    Poiché, in relazione all’art. 23, n. 1, lett. e), del regolamento n. 1/2003, la Commissione non ha adottato orientamenti nei
         quali venga indicato il metodo di calcolo che essa dovrebbe applicare ai fini della fissazione delle ammende irrogate in forza
         della citata disposizione, e la decisione impugnata fa apparire in modo chiaro e inequivocabile l’iter logico seguito dalla
         Commissione, quest’ultima non era tenuta, contrariamente a quanto sostenuto dalla ricorrente, a quantificare in valore assoluto
         o in percentuale l’importo di base dell’ammenda e le eventuali circostanze aggravanti o attenuanti. Ne consegue che la censura
         relativa ad una violazione dell’art. 253 CE deve essere respinta. Dev’essere parimenti respinta la censura della ricorrente
         relativa ad una violazione dei suoi diritti della difesa derivante dall’asserita insufficienza di motivazione della decisione
         impugnata.
      
      285    In secondo luogo, la ricorrente sostiene che l’ammenda inflittale è sproporzionata.
      
      286    A tale proposito, va ricordato che il principio di proporzionalità esige che gli atti delle istituzioni comunitarie non superino
         i limiti di ciò che è idoneo e necessario al conseguimento degli scopi legittimamente perseguiti dalla normativa di cui trattasi,
         fermo restando che, qualora sia possibile una scelta tra più misure appropriate, si deve ricorrere a quella meno restrittiva
         e che gli inconvenienti causati non devono essere sproporzionati rispetto agli scopi perseguiti (sentenza della Corte 5 maggio
         1998, causa C‑180/96, Regno Unito/Commissione, Racc. pag. I‑2265, punto 96, e sentenza del Tribunale 12 settembre 2007, causa
         T‑30/05, Prym e Prym Consumer/Commissione, Racc. pag. II-107, punto 223).
      
      287    Ne consegue che le ammende non devono essere sproporzionate rispetto agli scopi perseguiti, vale a dire rispetto alle norme
         in materia di concorrenza, e che l’importo dell’ammenda inflitta ad un’impresa per un’infrazione in materia di concorrenza
         deve essere proporzionata all’infrazione, valutata complessivamente, tenendo conto, in particolare, della gravità di quest’ultima
         (sentenza Prym e Prym Consumer/Commissione, cit. al punto 286 supra, punto 224). A tal riguardo, conformemente ad una giurisprudenza
         costante, la gravità di un’infrazione è determinata tenendo conto di vari elementi, per i quali la Commissione dispone di
         un potere discrezionale (sentenza della Corte 10 maggio 2007, causa C‑328/05 P, SGL Carbon/Commissione, Racc. pag. I‑3921,
         punto 43; v. anche, in tal senso, sentenza della Corte 28 giugno 2005, cause riunite C‑189/02 P, C‑202/02 P, da C‑205/02 P
         a C‑208/02 P e C‑213/02 P, Dansk Rørindustri e a./Commissione, Racc. pag. I‑5425, punti 240‑242).
      
      288    Anzitutto, ai punti 105‑108 della decisione impugnata, la Commissione ha giustamente esposto i motivi per i quali la violazione
         di sigilli costituiva, di per sé, un’infrazione particolarmente grave, facendo riferimento in particolare allo scopo dei sigilli,
         ossia impedire che le prove vadano perdute durante l’accertamento, e alla necessità di assicurare un effetto sufficientemente
         dissuasivo all’ammenda inflitta. A tal riguardo, si deve anche sottolineare che, da un lato, per quanto riguarda l’infrazione
         relativa alla violazione di sigilli, il legislatore ha fissato, nel regolamento n. 1/2003, sanzioni più severe di quelle previste
         dal regime precedente, per tenere conto della natura particolarmente grave di tale infrazione. Dall’altro, dalla giurisprudenza
         risulta che, nella determinazione dell’importo delle ammende, la Commissione può tenere conto dell’esigenza di garantire alla
         stessa un effetto sufficientemente dissuasivo (v., in tal senso, sentenza Musique Diffusion française e a./Commissione, cit.
         al punto 249 supra, punto 108), il che riveste un’importanza ancora maggiore nell’ambito di un’infrazione consistente in una
         violazione di sigilli, affinché le imprese non possano ritenere che, nel contesto di un accertamento, sarebbe per loro vantaggioso
         infrangere un sigillo (punto 105 della decisione impugnata). In base a quanto precede, e contrariamente a quanto sostenuto
         dalla ricorrente, la Commissione non ha applicato circostanze aggravanti nei suoi confronti, ma ha menzionato le circostanze
         che giustificavano l’irrogazione di un’ammenda sufficientemente dissuasiva per qualsiasi infrazione consistente in una violazione
         di sigilli.
      
      289    Inoltre, per quanto riguarda le circostanze attenuanti di cui la Commissione non avrebbe sufficientemente tenuto conto, va
         anzitutto respinto l’argomento della ricorrente secondo cui la violazione di un sigillo per negligenza costituirebbe una circostanza
         attenuante per l’impresa interessata. A tal riguardo, si deve subito rilevare che, contrariamente a quanto sostenuto dalla
         ricorrente, la Commissione non è partita dall’ipotesi di un’infrazione intenzionale, poiché ha ritenuto che nella specie occorresse
         riconoscere che si trattava «come minimo» di una violazione di sigilli per negligenza (punto 102 della decisione impugnata).
         Inoltre, conformemente all’art. 23, n. 1, lett. e), del regolamento n. 1/2003, l’infrazione costituita dalla violazione di
         sigilli può essere commessa intenzionalmente o per negligenza. Infatti, come rileva la Commissione, il solo fatto della violazione
         di sigilli fa venir meno l’effetto di salvaguardia degli stessi ed è sufficiente a costituire l’infrazione.
      
      290    Per quanto riguarda poi l’argomento della ricorrente secondo cui la Commissione avrebbe dovuto informarla della particolare
         sensibilità della pellicola di sicurezza, è giocoforza constatare che, come risulta dall’analisi del quinto e del sesto motivo,
         tale asserita sensibilità non è stata dimostrata in relazione a sigilli ufficiali della Commissione e, in ogni caso, la ricorrente
         non ha dimostrato che essa poteva comportare la comparsa di «false reazioni positive» del sigillo. Inoltre, come risulta dall’esame
         dell’ottavo motivo, spettava alla ricorrente adottare i provvedimenti necessari per impedire qualsiasi manipolazione del sigillo
         controverso.
      
      291    Oltre a ciò, il fatto che non sia stato possibile constatare la sottrazione di documenti dalla stanza G.505 è irrilevante,
         dato che lo scopo dell’apposizione di un sigillo è per l’appunto evitare, in assenza del personale della Commissione autorizzato
         all’accertamento, qualsiasi manipolazione dei documenti collocati nel locale sigillato. Nella specie, come rilevato dalla
         Commissione ai punti 11 e 111 della decisione impugnata, i documenti trasferiti nella stanza G.505 non erano stati catalogati,
         segnatamente in ragione del loro numero elevato. Era quindi impossibile per il personale autorizzato all’accertamento verificare
         se mancassero alcuni dei documenti trasferiti in detta stanza.
      
      292    Inoltre, i dispendiosi sforzi che la ricorrente avrebbe asseritamente profuso al fine di realizzare le perizie dell’istituto
         o gli interrogatori dei collaboratori e dei possessori di chiavi non possono essere considerati un chiarimento dei fatti che
         vada al di là di ciò cui essa sarebbe stata tenuta e tale da giustificare una riduzione dell’importo dell’ammenda, dato che
         tali sforzi sono stati compiuti nell’ambito dell’esercizio dei diritti di difesa della ricorrente e non hanno agevolato l’indagine
         della Commissione.
      
      293    Si deve altresì rilevare che, in ogni caso, la Commissione ha preso in considerazione il fatto che la violazione di sigilli
         di cui è causa costituiva il primo caso di applicazione dell’art. 23, n. 1, lett. e), del regolamento n. 1/2003 (punto 109
         della decisione impugnata), precisando al contempo che, a prescindere da tale circostanza, primo, la ricorrente disponeva
         di molti legali esperti in diritto delle intese, secondo, la modifica del regolamento n. 1/2003 risaliva ad oltre tre anni
         prima dell’accertamento di cui essa era stata oggetto, terzo, la ricorrente era stata informata delle conseguenze di una violazione
         di sigilli e, quarto, alcune settimane prima erano già stati apposti altri sigilli negli edifici di altre società del gruppo
         della ricorrente.
      
      294    Inoltre, contrariamente a quanto sostenuto dalla ricorrente, un’ammenda dell’importo di EUR 38 milioni non può essere considerata
         sproporzionata rispetto all’infrazione, tenuto conto della natura particolarmente grave di una violazione di sigilli, delle
         dimensioni della ricorrente e dell’esigenza di garantire all’ammenda un effetto sufficientemente dissuasivo, affinché non
         possa risultare vantaggioso per un’impresa infrangere un sigillo apposto dalla Commissione nell’ambito di un accertamento.
      
      295    A tal riguardo, l’argomento fondato sulla prassi decisionale della NMa dei Paesi Bassi non può essere accolto. Oltre al fatto
         che la Commissione non può comunque essere vincolata dalla prassi decisionale di autorità nazionali per la concorrenza, è
         giocoforza constatare che il confronto effettuato dalla ricorrente tra, da un lato, la percentuale dell’ammenda inflitta dalla
         NMa rispetto al fatturato globale dell’impresa interessata e, dall’altro, la percentuale dell’ammenda inflitta alla ricorrente
         nel caso di specie rispetto al suo fatturato non è pertinente, dato che tale confronto è stato effettuato, nel caso dell’infrazione
         olandese, in relazione al fatturato del gruppo di società interessato e, nella presente causa, in relazione al fatturato della
         sola ricorrente, e non a quello del gruppo E.ON nella sua interezza.
      
      296    Dall’insieme delle suesposte considerazioni risulta che l’ammenda inflitta alla ricorrente dalla Commissione, che corrisponde
         a circa lo 0,14% del suo fatturato, non è sproporzionata.
      
      297    Ne consegue che il motivo, così come il ricorso nella sua integralità, devono essere respinti, senza che sia necessario accogliere
         le domande di provvedimenti istruttori formulate dalla ricorrente (v., in tal senso, sentenza della Corte 22 novembre 2007,
         causa C‑260/05 P, Sniace/Commissione, Racc. pag. I‑10005, punti 77‑79, e giurisprudenza ivi citata).
      
       Sulle spese
      298    Ai sensi dell’art. 87, n. 2, del regolamento di procedura, la parte soccombente è condannata alle spese se ne è stata fatta
         domanda.
      
      299    Poiché la Commissione ne ha fatto domanda, la ricorrente, rimasta soccombente nelle sue conclusioni, dev’essere condannata
         alle spese.
      
      Per questi motivi,
      IL TRIBUNALE (Ottava Sezione)
      dichiara e statuisce:
      1)      Il ricorso è respinto.
      2)      La E.ON Energie AG è condannata alle spese.
      
               Martins Ribeiro 
            
            
               Papasavvas 
            
            
               Wahl
            
         Così deciso e pronunciato a Lussemburgo il 15 dicembre 2010.
      Firme
      Indice
      
      Contesto normativo
      Fatti
      Procedimento e conclusioni delle parti
      In diritto
      Sul primo motivo, concernente la mancata osservanza dell’onere della prova
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      Sul secondo motivo, concernente la violazione del «principio dell’impulso d’ufficio»
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      Sul terzo motivo, concernente la presunzione asseritamente errata che il sigillo fosse stato apposto in maniera regolare
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      Sul quarto motivo, concernente la presunzione asseritamente errata dello «stato evidente» del sigillo controverso riscontrato
         il giorno successivo all’accertamento
      
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      Sul quinto motivo, concernente la presunzione asseritamente errata che la pellicola di sicurezza fosse idonea all’apposizione
         ufficiale di sigilli da parte della Commissione
      
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      Sul sesto motivo, secondo cui la Commissione avrebbe ignorato gli «scenari alternativi» che potrebbero aver dato origine allo
         stato del sigillo controverso
      
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      Sul settimo motivo, concernente la violazione del principio della presunzione di innocenza
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      Sull’ottavo motivo, concernente la violazione dell’art. 23, n. 1, del regolamento n. 1/2003
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      Sul nono motivo, concernente una violazione dell’art. 253 CE e del principio di proporzionalità nella fissazione dell’importo
         dell’ammenda
      
      Argomenti della ricorrente
      Giudizio del Tribunale
      Sulle spese
      * Lingua processuale: il tedesco.