CELEX: 62010CC0244
Language: it
Date: 2011-05-05 00:00:00
Title: Conclusioni dell'avvocato generale Bot del 5 maggio 2011. # Mesopotamia Broadcast A/S METV (C-244/10) e Roj TV A/S (C-245/10) contro Bundesrepublik Deutschland. # Domande di pronuncia pregiudiziale: Bundesverwaltungsgericht - Germania. # Direttiva 89/552/CEE - Attività di trasmissione televisiva - Facoltà per uno Stato membro di vietare sul suo territorio l’attività di un’emittente televisiva stabilita in un altro Stato membro - Motivo fondato su un pregiudizio alla comprensione fra i popoli. # Cause riunite C-244/10 e C-245/10.

CONCLUSIONI DELL’AVVOCATO GENERALE
      YVES BOT
      presentate il 5 maggio 2011 (1)
      
      Cause riunite C‑244/10 e C‑245/10
      Mesopotamia Broadcast A/S METV e Roj TV A/S
      contro
      Repubblica federale di Germania 
      [domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Bundesverwaltungsgericht (Germania)]
      «Coordinamento di alcune disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative degli Stati membri relative all’esercizio
         di attività di emittenza televisiva – Possibilità per uno Stato membro di vietare sul suo territorio l’attività di un’emittente stabilita in un altro Stato membro
         a causa di un pregiudizio alla comprensione fra i popoli»
      
      1.        Nelle presenti cause la Corte è invitata a pronunciarsi sulla portata della condizione prevista all’art. 22 bis della direttiva
         del Consiglio 89/552/CEE (2), secondo cui le trasmissioni diffuse da uno Stato membro non devono contenere alcun incitamento all’odio basato su differenze
         di razza, sesso, religione o nazionalità.
      
      2.        Il Bundesverwaltungsgericht (Corte amministrativa federale, Germania) chiede se questa condizione debba essere interpretata
         nel senso che in essa è implicito il requisito stabilito nel suo diritto nazionale, secondo cui una trasmissione televisiva
         non deve arrecare pregiudizio alla comprensione fra i popoli.
      
      3.        Le implicazioni del presente quesito riguardano la circostanza secondo cui, in applicazione del sistema previsto dalla direttiva,
         uno Stato membro non può ostacolare la ritrasmissione di una trasmissione televisiva proveniente da un altro Stato membro
         per un motivo che rientra nei settori coordinati dalla direttiva, salvo nelle condizioni eccezionali previste da quest’ultima,
         previa notifica alla Commissione europea delle misure che intende assumere.
      
      4.        La detta questione deriva dal divieto di diffusione in Germania di trasmissioni diffuse da un canale televisivo danese, a
         motivo che tali trasmissioni effettuavano un’apologia del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) arrecando quindi pregiudizio
         alla comprensione fra i popoli ai sensi della legge tedesca, mentre le autorità danesi competenti avevano ritenuto che le
         suddette trasmissioni non violassero l’art. 22 bis della direttiva.
      
      5.        Nelle presenti conclusioni esporrò i motivi per cui il divieto di qualsiasi incitamento all’odio basato su differenze di razza,
         sesso, religione o nazionalità di cui all’art. 22 bis della direttiva dev’essere interpretato, sotto il profilo semantico,
         nel senso che proibisce anche trasmissioni che, facendo l’apologia di un gruppo qualificato come «terrorista» dall’Unione
         europea, possono suscitare reazioni di animosità o di rifiuto tra comunità di origine etnica o culturale diversa.
      
      6.        Affermerò, altresì, che questa interpretazione è la più conforme all’obiettivo della direttiva di garantire la libertà di
         diffusione delle trasmissioni televisive rimuovendo gli ostacoli derivanti dalle disparità delle legislazioni nazionali nel
         settore della tutela dell’ordine pubblico per quanto riguarda le trasmissioni di natura discriminatoria.
      
      I –    Ambito normativo
      A –    La direttiva
      7.        La direttiva parte dall’assunto che le disparità esistenti nelle legislazioni degli Stati membri per quanto riguarda l’esercizio
         delle attività di emittenza televisiva possono ostacolare la libera circolazione delle trasmissioni nella Comunità e che tali
         ostacoli devono essere eliminati in virtù del Trattato CE (3). Essa mira dunque ad attuare l’armonizzazione necessaria e sufficiente per garantire tale libera circolazione (4).
      
      8.        Inoltre, secondo l’ottavo ‘considerando’ della direttiva, la libertà di circolazione dei servizi di radiodiffusione televisiva
         costituisce una manifestazione specifica, nel diritto dell’Unione, dell’art. 10, n. 1, della Convenzione europea per la salvaguardia
         dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950 (in prosieguo: la «CEDU») (5).
      
      9.        La direttiva si fonda sul «principio dello Stato membro d’origine», che rappresenta un’ulteriore espressione del principio
         del mutuo riconoscimento, secondo cui, ai sensi del suo dodicesimo ‘considerando’, è necessario e sufficiente che tutte le
         trasmissioni rispettino la legislazione dello Stato membro da cui sono emesse.
      
      10.      Il quattordicesimo e quindicesimo ‘considerando’ della direttiva così precisano:
      
      «considerando che, nel quadro del mercato comune, è necessario che tutte le trasmissioni aventi la loro origine nella Comunità
         e che devono essere captate nella medesima, in particolare quelle destinate ad un altro Stato membro, rispettino sia le normative
         che lo Stato membro d’origine applica alle trasmissioni per il pubblico nel suo territorio sia le disposizioni della presente
         direttiva;
      
      considerando che l’obbligo dello Stato membro di origine di controllare la conformità delle trasmissioni alle sue normative
         nazionali coordinate dalla presente direttiva è sufficiente, in base alla legislazione comunitaria, per assicurare la libera
         circolazione delle trasmissioni senza che si debba procedere, per gli stessi motivi, ad un secondo controllo negli Stati membri
         di ricezione; che tuttavia uno Stato membro di ricezione può, in via eccezionale e in particolari condizioni, sospendere provvisoriamente
         la ritrasmissione di programmi televisivi».
      
      11.      Le intenzioni del legislatore comunitario espresse nei suddetti ‘considerando’ sono attuate nella maniera sotto indicata nelle
         disposizioni normative della direttiva.
      
      12.      Ai sensi dell’art. 2, n. 1, della direttiva, ciascuno Stato membro vigila a che tutte le trasmissioni televisive delle emittenti
         soggette alla sua giurisdizione rispettino le norme dell’ordinamento giuridico applicabili alle trasmissioni destinate al
         pubblico nel suo territorio.
      
      13.      L’«emittente» è definita all’art. 1, lett. b), della direttiva come la persona fisica o giuridica che ha la responsabilità
         editoriale nella composizione dei palinsesti dei programmi televisivi ai sensi della lett. a) del detto articolo e che li
         trasmette o li fa trasmettere da terzi.
      
      14.      In virtù dell’art. 2, nn. 2 e 3 della direttiva, sono soggette alla giurisdizione di uno Stato membro le emittenti televisive
         stabilite nel suo territorio, ossia che hanno la sede principale in quello Stato membro e le cui decisioni editoriali in merito
         al palinsesto sono prese sul suo territorio.
      
      15.      A tenore dell’art. 3, n. 2, della direttiva, gli Stati membri assicurano, «con i mezzi appropriati, nell’ambito della loro
         legislazione, che le emittenti televisive soggette alla loro giurisdizione rispettino effettivamente le disposizioni della
         detta direttiva».
      
      16.      L’art. 2 bis della direttiva è così formulato:
      
      «1.      Gli Stati membri assicurano la libertà di ricezione e non ostacolano la ritrasmissione sul proprio territorio di trasmissioni
         televisive provenienti da altri Stati membri per ragioni attinenti ai settori coordinati dalla presente direttiva.
      
      2.      Gli Stati membri possono, in via provvisoria, derogare al paragrafo 1 qualora ricorrano le seguenti condizioni:
      a) una trasmissione televisiva proveniente da un altro Stato membro violi in misura manifesta, seria e grave l’articolo 22,
         paragrafi 1 o 2 e/o l’articolo 22 bis;
      
      b) nel corso dei dodici mesi precedenti l’emittente televisiva abbia già violato almeno due volte le disposizioni di cui alla
         lettera a);
      
      c) lo Stato membro interessato abbia notificato per iscritto all’emittente televisiva e alla Commissione le violazioni rilevate
         e i provvedimenti che intende adottare in caso di nuove violazioni;
      
      d) le consultazioni con lo Stato che effettua la trasmissione e la Commissione non abbiano consentito di raggiungere una soluzione
         amichevole entro un termine di quindici giorni dalla notifica di cui alla lettera c) e ove persista la pretesa violazione.
      
      Entro due mesi a decorrere dalla notifica del provvedimento adottato dallo Stato membro, la Commissione adotta una decisione
         sulla compatibilità del provvedimento col diritto comunitario. In caso di decisione negativa, chiede allo Stato membro di
         revocare senza indugio il provvedimento adottato.
      
      3.      Il paragrafo 2 fa salva l’applicazione di qualsiasi procedimento, rimedio giuridico o sanzione contro tali violazioni nello
         Stato membro che esercita la propria giurisdizione sull’emittente televisiva interessata».
      
      17.      Gli artt. 22 e 22 bis della direttiva fanno parte del capitolo V della stessa, intitolato «Tutela dei minori e ordine pubblico».
         Essi dispongono quanto segue:
      
      «Articolo 22
      1. Gli Stati membri adottano le misure atte a garantire che le trasmissioni delle emittenti televisive soggette alla loro
         giurisdizione non contengano alcun programma che possa nuocere gravemente allo sviluppo fisico, mentale o morale dei minorenni,
         in particolare programmi che contengano scene pornografiche o di violenza gratuita.
      
      (…)
      Art. 22 bis
      Gli Stati membri fanno sì che le trasmissioni non contengano alcun incitamento all’odio basato su differenze di razza, sesso,
         religione o nazionalità».
      
      B –    Diritto nazionale
      18.      L’art. 3 della legge 5 agosto 1964 sulle associazioni (Gesetz zur Regelung des öffentlichen Vereinsrechts) (6) prevede che un’associazione possa essere vietata qualora le autorità competenti abbiano stabilito, con decreto, che i suoi
         scopi o la sua attività violano le leggi penali ovvero che essa è contraria al sistema costituzionale o al principio della
         comprensione fra i popoli.
      
      19.      Riguardo al divieto di associazione con sede all’estero, l’art. 18 del Vereinsgesetz così dispone:
      
      «I divieti che colpiscono associazioni aventi sede fuori dal campo di applicazione geografico della presente legge ma con
         sotto‑organizzazioni che vi rientrano si applicano unicamente a queste ultime. Qualora l’associazione non abbia alcuna organizzazione
         nel campo di applicazione geografico di tale legge, il divieto riguarda (…) la sua attività in detto campo di applicazione».
      
      II – Fatti e questioni pregiudiziali 
      20.      La Mesopotamia Broadcast A/S METV (in prosieguo: la «Mesopotamia Broadcast METV») è una società holding per azioni di diritto
         danese con sede in Danimarca. Essa è titolare di diverse autorizzazioni danesi di radiodiffusione e gestisce, fra l’altro,
         l’emittente televisiva Roj TV A/S (in prosieguo: la «Roj TV»), avente anch’essa la forma giuridica di società per azioni di
         diritto danese.
      
      21.      Il programma della Roj TV, prodotto prevalentemente in lingua curda, viene trasmesso dal 1° marzo 2004 tramite satellite in
         tutta l’Europa e nel Medio Oriente, soprattutto in Turchia. La Roj TV fa produrre trasmissioni dalla società di produzione
         VIKO, stabilita a Wuppertal (Germania), nonché in centri di produzione propri, siti a Denderleeuw (Belgio).
      
      22.      Nel 2006 e nel 2007 le autorità turche hanno presentato taluni reclami al comitato danese radiotelevisivo responsabile dell’applicazione
         delle normative ivi vigenti finalizzate all’attuazione della direttiva, asserendo che, con le proprie trasmissioni, la Roj
         TV avrebbe promosso le finalità del PKK, classificato come organizzazione «terroristica» dall’Unione.
      
      23.      Con decisioni 3 maggio 2007 e 23 aprile 2008 detto comitato ha stabilito che la Roj TV non aveva violato le disposizioni danesi
         di attuazione degli artt. 22 e 22 bis della direttiva. Ad avviso dello stesso, le sequenze dei programmi della Roj TV oggetto
         dei reclami non avrebbero incitato all’odio basato su differenze di razza, nazionalità o religione, ma avrebbero invece comunicato
         informazioni, notizie e opinioni nell’ambito di programmi informativi e di dibattiti. Le immagini di episodi violenti trasmesse
         avrebbero rispecchiato la violenza effettivamente esistente nella società turca e nei territori curdi.
      
      24.      Con provvedimento 13 giugno 2008 il Ministero degli Interni tedesco ha vietato alla Mesopotamia Broadcast METV l’esercizio
         di qualsiasi attività per mezzo della Roj TV nell’ambito di vigenza del Vereinsgesetz. Alla Roj TV è stato del pari imposto
         un divieto di attività.
      
      25.               Il Ministero federale degli Interni ha motivato i divieti sostanzialmente con il fatto che le trasmissioni della Roj TV avallavano
         il ricorso alla violenza per il conseguimento degli obiettivi politici del PKK, nonché nei rapporti fra turchi e curdi, pregiudicando
         dunque l’intesa tra i popoli ai sensi del Vereinsgesetz.
      
      26.      La Mesopotamia Broadcast METV e la Roj TV hanno impugnato tali decisioni dinanzi al Bundesverwaltungsgericht.
      
      27.      Le ricorrenti nella causa principale hanno affermato che le loro attività transfrontaliere nel settore dell’emittenza televisiva
         rientravano nell’ambito della direttiva e che, in applicazione di quest’ultima, soltanto il Regno di Danimarca, sul cui territorio
         esse sono stabilite, può esercitare un controllo su queste attività.
      
      28.      Nell’ordinanza di rinvio il Bundesverwaltungsgericht osserva che i programmi trasmessi dalla Mesopotamia Broadcast METV tramite
         la Roj TV promuovono effettivamente la lotta armata condotta dal PKK contro la Repubblica di Turchia, ricadendo, pertanto,
         nella sfera del divieto delle violazioni del principio della comprensione fra i popoli ai sensi del Vereinsgesetz.
      
      29.      Il giudice a quo espone che, in virtù della legge anzidetta, siffatto motivo di divieto può trovare applicazione allorché
         un gruppo sostiene un movimento che, con l’esercizio della violenza, pregiudica la convivenza pacifica fra i popoli.
      
      30.      Egli rammenta, tuttavia, che, in applicazione della direttiva, uno Stato membro non può vietare la ridiffusione di trasmissioni
         che provengono da un altro Stato membro per un motivo che rientri nei settori coordinati da quest’ultima.
      
      31.      Per questa ragione il Bundesverwaltungsgericht ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte, nelle due
         cause, la seguente questione pregiudiziale: «se – ed eventualmente a quali condizioni – l’applicazione di una norma nazionale
         relativa ad un divieto di associazione per pregiudizio al principio della comprensione fra i popoli rientri nei settori coordinati
         dalla direttiva e, pertanto, sia esclusa a norma dell’art. 2 bis della medesima».
      
      32.      Le due cause sono state riunite con ordinanza 3 agosto 2010.
      
      III – Analisi
      A –    Osservazioni preliminari
      33.      Prima di esaminare la questione sollevata, ritengo necessario precisarne le implicazioni.
      
      34.      Come emerge dalla decisione di rinvio e dalle spiegazioni fornite dalle parti nel corso dell’udienza, le misure controverse
         assunte dalle autorità tedesche hanno l’effetto di vietare qualsiasi attività della Roy TV in Germania nonché la ritrasmissione
         sul medesimo territorio, in ambito pubblico, delle trasmissioni televisive di tale società diffuse a partire dalla Danimarca.
      
      35.      La Mesopotamia Broadcast METV, che gestisce la Roy TV, può avvalersi, contro le autorità tedesche competenti, delle disposizioni
         della direttiva sulla garanzia della libera circolazione delle proprie trasmissioni televisive.
      
      36.      Infatti, tale società danese viene descritta dal giudice del rinvio come un’emittente ai sensi dell’art. 1, lett. b), della
         direttiva, che trasmette programmi televisivi destinati al pubblico ai sensi dell’art. 1, lett. a), di quest’ultima, e che
         rientra nella competenza del Regno di Danimarca, conformemente alle disposizioni dell’art. 2, nn. 2 e 3, della detta direttiva,
         in quanto la sua direzione centrale, ove vengono adottate le decisioni relative alla programmazione, si trova sul territorio
         di tale Stato membro.
      
      37.      Il giudice del rinvio ha inoltre precisato che, contrariamente a quanto le autorità tedesche competenti abbiano potuto pensare,
         dagli elementi del fascicolo non risulterebbe che l’attività della suddetta società si sia svolta esclusivamente o principalmente
         in Germania. Egli ha indicato che la Roj TV diffondeva le proprie trasmissioni in tutta l’Europa occidentale e nel Medio Oriente
         e non soltanto tra i curdi che vivono in Germania.
      
      38.      Le autorità tedesche competenti non disponevano dunque degli elementi sufficienti per poter equiparare la Mesopotamia Broadcast
         METV a un’emittente nazionale sulla base della giurisprudenza citata al quattordicesimo ‘considerando’ della direttiva 97/36 (7).
      
      39.      Conseguentemente, tale società può applicare l’art. 2 bis della direttiva, secondo cui uno Stato membro, quale è la Repubblica
         federale di Germania, non può opporsi alla ritrasmissione sul proprio territorio di trasmissioni televisive diffuse dalla
         detta società tramite il proprio canale Roj TV per ragioni attinenti ai settori coordinati dalla direttiva, ossia, riguardo
         alle presenti cause, perché le trasmissioni conterrebbero incitamenti all’odio basato su differenze di razza, sesso, religione
         o nazionalità.
      
      40.      Conformemente al sistema introdotto dalla direttiva e come esposto al suo quindicesimo ‘considerando’, il controllo esercitato
         dallo Stato membro d’origine sulle trasmissioni televisive delle emittenti che rientrano nella competenza di quest’ultimo
         è ritenuto sufficiente per assicurare il rispetto dei requisiti della direttiva, quali quelli enunciati all’art. 22 bis di
         quest’ultima. Gli Stati membri di ricezione non sono autorizzati ad esercitare un secondo controllo del rispetto di tali requisiti.
      
      41.      Secondo questo sistema, se uno Stato membro di ricezione valuta in maniera diversa il rispetto dei suddetti requisiti, esso
         può agire soltanto nell’ambito della procedura di cui all’art. 2 bis, n. 2, della direttiva. Tale norma gli impone in particolare
         di notificare all’emittente televisiva di cui trattasi e alla Commissione i provvedimenti che intende adottare e, in mancanza
         di soluzione amichevole, in caso di adozione di questi ultimi, prevede che tale istituzione possa chiedere allo Stato membro
         di revocare i provvedimenti stessi.
      
      42.      Tuttavia, come indicato all’art. 2 bis, n. 1, della direttiva, un secondo controllo da parte dello Stato membro di ricezione
         è inammissibile soltanto nei settori coordinati dalla direttiva. In altre parole, il divieto di un secondo controllo a cura
         degli Stati membri di ricezione si applica soltanto qualora detto controllo debba essere effettuato dallo Stato membro d’origine.
         La direttiva, come più volte rammentato dalla giurisprudenza, non ha come obiettivo un’armonizzazione completa delle norme
         relative ai settori da essa coperti (8).
      
      43.      Il giudice del rinvio chiede pertanto se un divieto come quello previsto dal Vereinsgesetz, che consente di impedire la diffusione
         di trasmissioni televisive che pregiudicano la comprensione fra i popoli, possa essere considerato come già contenuto nell’obbligo
         di cui all’art. 22 bis della direttiva, secondo cui siffatte trasmissioni non devono contenere alcun incitamento all’odio
         basato su differenze di razza, sesso, religione o nazionalità.
      
      44.      Le implicazioni della soluzione della questione sollevata dal giudice del rinvio sono dunque assai chiare.
      
      45.      Si tratta di sapere se le autorità tedesche competenti potessero vietare in maniera unilaterale la ridiffusione delle trasmissioni
         in parola o se esse fossero tenute a rispettare le condizioni previste all’art. 2 bis, n. 2, della direttiva.
      
      46.      Nella prima ipotesi, le misure adottate dalle autorità contro le trasmissioni della Mesopotamia Broadcast METV rientrerebbero
         nel campo di applicazione delle norme del Trattato sulla libera prestazione dei servizi. Spetterebbe dunque al giudice nazionale
         verificare che i divieti contestati nelle cause principali fossero giustificati da un motivo legittimo e fossero proporzionati
         a tale obiettivo.
      
      47.      In proposito, non si può negare in maniera convincente che uno Stato membro, sul cui territorio convivono rilevanti comunità
         turche e curde, poteva legittimamente ritenere che trasmissioni televisive che operano un’apologia del PKK, qualificato dal
         Consiglio dell’Unione europea come «gruppo terrorista» (9), potessero turbare l’ordine pubblico. Spetterebbe inoltre al giudice nazionale verificare che i divieti in parola rientrassero
         nell’ambito di un’azione coerente e sistematica di tutela dell’ordine pubblico e che fossero proporzionati.
      
      48.      Nella seconda ipotesi, l’azione unilaterale delle autorità tedesche dev’essere dichiarata contraria alla direttiva. Tuttavia,
         tale interpretazione dell’art. 22 bis della direttiva non va intesa nel senso che trasmissioni pregiudizievoli per la comprensione
         fra i popoli secondo il diritto tedesco possono essere diffuse liberamente negli Stati membri.
      
      49.      Va precisato che siffatta interpretazione dev’essere intesa nel senso che lo Stato membro d’origine, tenuto ad accertarsi
         che le trasmissioni delle emittenti che rientrano nella sua competenza rispettino i requisiti dell’art. 22 bis della direttiva,
         doveva verificare che queste trasmissioni non arrecassero pregiudizio alla comprensione fra i popoli.
      
      50.      È unicamente perché, lo ricordo, si presume che siffatto controllo sia stato effettuato dallo Stato membro d’origine che gli
         Stati membri di ricezione, che valutano in maniera diversa il rispetto delle norme contenute nel suddetto art. 22 bis, possono
         agire soltanto nell’ambito della procedura prevista all’art. 2 bis, n. 2, della direttiva.
      
      51.      Le implicazioni delle presenti controversie non consistono dunque nel precisare il contenuto del limite alla libertà di espressione
         di cui all’art. 22 bis della direttiva. È pacifico che il diritto fondamentale alla libertà di espressione di cui all’art. 11
         della Carta costituisce il principio e che i limiti che lo riguardano, quali quelli previsti all’art. 22 bis della direttiva,
         devono essere interpretati restrittivamente.
      
      52.      Le presenti cause richiedono di determinare la portata del trasferimento di competenza per quanto riguarda la tutela dell’ordine
         pubblico che gli Stati membri hanno voluto attribuire all’art. 22 bis della direttiva.
      
      53.      Propongo alla Corte di esaminare la questione sollevata dal Bundesverwaltungsgericht alla luce di tali considerazioni.
      
      B –    Esame della questione pregiudiziale
      54.      Il giudice del rinvio chiede se nell’ambito di applicazione dell’art. 22 bis della direttiva rientrino le trasmissioni in
         grado di pregiudicare, mediante l’apologia del PKK, la comprensione fra le comunità d’origine turca e curda che vivono in
         Germania.
      
      55.      Detto giudice chiede quindi, in sostanza, se l’art. 22 bis della direttiva, secondo cui gli Stati membri fanno sì che le trasmissioni
         non contengano alcun incitamento all’odio basato su differenze di razza, sesso, religione o nazionalità, debba essere interpretato
         nel senso che proibisce anche le trasmissioni che, facendo l’apologia di un gruppo qualificato come «terrorista» dall’Unione,
         possono indurre reazioni di animosità o di rifiuto tra comunità d’origine etnica o culturale diversa.
      
      56.      Il giudice del rinvio nutre dubbi sulla possibilità di rispondere in senso affermativo a tale quesito per i motivi che seguono.
      
      57.      Ad avviso del giudice a quo, da un lato, la condizione prevista all’art. 22 bis della direttiva, a differenza della nozione
         di pregiudizio alla comprensione fra i popoli, che si ricollegherebbe a un principio generale di diritto obiettivo, si fonderebbe,
         nel suo enunciato, su un coinvolgimento soggettivo, in caratteristiche individuali che spingono all’esclusione.
      
      58.      Dall’altro, l’art. 22 bis della direttiva, riferendosi a un incitamento all’odio, conterrebbe un messaggio di intensità maggiore
         rispetto ad un mero pregiudizio alla comprensione fra i popoli.
      
      59.      Da ultimo, le differenze tra i cittadini turchi e quelli curdi sarebbero innanzi tutto di natura etnica e culturale e non
         di razza o di nazionalità.
      
      60.      Non condivido le riserve del giudice del rinvio. Analogamente alla Commissione e al contrario della Mesopotamia Broadcast
         METV, nonché dei governi tedesco e francese, sono del parere che il motivo del divieto di cui all’art. 22 bis della direttiva
         possa applicarsi a una trasmissione che violi il principio della comprensione fra i popoli, secondo il significato attribuito
         a questa nozione dal diritto tedesco.
      
      61.      La mia analisi si fonda sulle seguenti considerazioni.
      
      62.      In via preliminare occorre constatare, innanzi tutto, che la direttiva non contempla alcuna definizione dei termini di cui
         all’art. 22 bis della medesima.
      
      63.      Neppure nei relativi lavori preparatori possono rinvenirsi indicazioni pertinenti. I lavori preparatori della direttiva 89/552,
         ove la condizione di cui all’art. 22 bis della direttiva, figurava all’art. 22, secondo comma, non forniscono alcun elemento
         sulla portata di tale condizione. Quanto ai lavori preparatori della direttiva 97/36, essi confermano semplicemente che all’art. 22
         bis della direttiva il legislatore comunitario ha voluto prevedere un motivo di divieto basato sull’ordine pubblico diverso
         da quelli intesi, in particolar modo, alla tutela dei minori (10).
      
      64.      Conformemente a quanto ritenuto dalla giurisprudenza, la portata dell’art. 22 bis della direttiva va dunque determinata partendo
         dal senso abituale dei suoi termini nel linguaggio corrente, in funzione del sistema da essa instaurato e degli scopi da essa
         perseguiti (11).
      
      65.      Ricordo che l’art. 22 bis della direttiva prevede che le trasmissioni non devono contenere alcun incitamento all’odio basato
         su differenze di razza, sesso, religione o nazionalità. Il divieto stabilito in tale norma si applica dunque a una trasmissione
         televisiva soltanto se quest’ultima soddisfa entrambe le seguenti condizioni, ossia, in primo luogo, l’incitamento all’odio,
         e, in secondo luogo, il fatto che tale odio sia fondato su uno dei motivi elencati.
      
      66.      Innanzi tutto, per quanto riguarda i termini «incitamento» e «odio», il primo di essi, nel linguaggio corrente, indica un’azione
         diretta a orientare il comportamento, mentre il secondo indica un sentimento violento, per cui si desidera il male altrui
         e ci si rallegra della sua rovina (12).
      
      67.      Contrariamente al giudice del rinvio, non ritengo che in queste definizioni sussistano motivi che permettano di ritenere che
         il contenuto della nozione di incitamento all’odio differisca in maniera sensibile da quella di pregiudizio alla comprensione
         fra i popoli. Incitare all’odio significa stimolare e alimentare un sentimento di animosità o di rifiuto nei confronti del
         prossimo, in forza del quale il soggetto che prova questo sentimento non è più in grado di vivere in armonia con l’altra persona
         e dunque di comprenderla.
      
      68.      Inoltre, attribuire alla nozione di pregiudizio alla comprensione fra i popoli un contenuto più ampio, nel senso che essa
         riguarderebbe messaggi non in grado di suscitare un sentimento di intolleranza, sarebbe contrario al diritto fondamentale
         della libertà di espressione. In altre parole, e come emerge dall’art. 54 della Carta, la libertà di espressione garantita
         all’art. 11 di quest’ultima non si applica allorché il messaggio pregiudica gli altri principi e diritti fondamentali riconosciuti
         dalla detta Carta, quali la protezione della dignità umana e il principio di non-discriminazione. 
      
      69.      A mio avviso, le nozioni di incitamento all’odio e di pregiudizio alla comprensione fra i popoli riguardano, dunque, il medesimo
         comportamento.
      
      70.      Per quanto concerne, poi, il significato dei termini «razza» e «nazionalità», di cui all’art. 22 bis della direttiva, non
         credo che ad essi possa essere attribuita l’interpretazione restrittiva del giudice del rinvio, secondo cui essi non riguarderebbero
         disparità di natura etnica o culturale come quelle che possono sussistere tra i curdi e i turchi.
      
      71.      Come giustamente sottolineato dalla Commissione, il termine «razza», con riferimento agli esseri umani, non possiede alcun
         contenuto scientifico oggettivo e, pertanto, non può essere definito. Infatti, esso non corrisponde ad alcun criterio genetico,
         del sangue o di altro tipo. Nel linguaggio corrente, esso rinvia, tutt’al più, a caratteristiche visibili e globali – quali
         il colore della pelle – che sono relative e parziali. Il diritto dell’Unione come espressamente indicato al sesto ‘considerando’
         della direttiva del Consiglio 2000/43/CE (13), respinge le teorie che tentano di dimostrare l’esistenza di razze umane distinte.
      
      72.      A mio parere, nel momento in cui il legislatore comunitario proibisce ogni incitamento all’odio basato su differenze di razza,
         egli considera dunque le forme di discriminazione fondate su un criterio che, secondo le teorie che esso condanna, consentirebbe
         di suddividere gli esseri umani in categorie diverse e ritenere che una o più tra esse siano per loro natura superiori o inferiori
         alle altre.
      
      73.      Nella direttiva del Consiglio 2004/83/CE (14), che fissa criteri comuni per gli Stati membri al fine di stabilire quali siano gli apolidi o i cittadini di Stati terzi
         che hanno bisogno di una protezione, il termine «razza», ai sensi dell’art. 10, n. 1, lett. a), si riferisce quindi, «in particolare,
         a considerazioni inerenti al colore della pelle, alla discendenza o all’appartenenza ad un determinato gruppo etnico»; allo
         stesso modo, l’art. 10, n. 1, lett. c), della suddetta direttiva, indica che il termine di nazionalità non si riferisce esclusivamente
         alla cittadinanza, o all’assenza di cittadinanza, ma designa, in particolare, l’appartenenza ad un gruppo caratterizzato da
         un’identità culturale, etnica o linguistica, comuni origini geografiche o politiche o la sua affinità con la popolazione di
         un altro Stato.
      
      74.      Ritengo, pertanto, che il fatto che all’art. 22 bis della direttiva il legislatore comunitario abbia indicato quale criterio
         di discriminazione soltanto la razza e la nazionalità, mentre in numerosi altri testi (15) l’origine etnica è stata espressamente aggiunta a tali due criteri, non possa essere interpretato come l’intenzione di escludere
         le discriminazioni fondate sull’origine etnica dai settori coordinati dalla direttiva (16).
      
      75.      L’aggiunta della nozione di origine etnica negli altri testi sulle discriminazioni basate sull’origine serve soltanto, a mio
         avviso, a illustrare e a chiarire il contenuto della nozione di discriminazione fondata sulla razza e non ad ampliarne il
         campo di applicazione (17).
      
      76.      Infine, nel testo dell’art. 22 bis della direttiva non rilevo la presenza di elementi convincenti a favore dell’interpretazione
         considerata dal giudice a quo, secondo cui tale articolo riguarderebbe soltanto le discriminazioni fondate su criteri soggettivi
         e non coprirebbe le trasmissioni atte a pregiudicare la sicurezza pubblica.
      
      77.      È certo vero che l’art. 22 bis della direttiva, vietando le trasmissioni con un contenuto discriminatorio, mira a proteggere
         la dignità umana. Tuttavia, nel suo contenuto non è presente alcun elemento che giustifichi una distinzione fra le trasmissioni
         discriminatorie in funzione dei loro effetti sull’ordine pubblico. Al contrario, dall’impiego del termine «aucune», nella
         versione in lingua francese, può dedursi che il legislatore comunitario abbia voluto vietare tutte le trasmissioni contenenti
         un incitamento all’odio basato su differenze di razza e di nazionalità, a prescindere dalle loro possibili conseguenze sull’ordine
         pubblico (18).
      
      78.      L’analisi semantica dell’art. 22 bis della direttiva accredita quindi, a mio parere, la tesi della Commissione, che è supportata
         dalla struttura e dagli obiettivi della direttiva medesima.
      
      79.      Come abbiamo visto, la direttiva mira a garantire la libera circolazione delle trasmissioni televisive. Tale libertà di circolazione
         viene attuata dalla direttiva mediante due azioni: da un lato l’armonizzazione dei requisiti minimi necessari per quanto riguarda
         il contenuto dei programmi e, dall’altro, il principio del riconoscimento da parte di tutti gli Stati membri del controllo
         del rispetto di tali requisiti effettuato dallo Stato membro d’origine.
      
      80.      La libera circolazione delle trasmissioni può essere pienamente garantita soltanto se il contenuto e la portata dei requisiti
         minimi imposti dalla direttiva sono chiaramente determinati. Dalla chiarezza di tali requisiti dipende la certezza del diritto
         per le emittenti, che devono poter conoscere con precisione gli effetti del controllo eseguito dalle autorità competenti dello
         Stato membro in cui esse sono stabilite rispetto ai poteri riservati agli Stati membri di ricezione.
      
      81.      Negli artt. 22 e 22 bis della direttiva, il legislatore comunitario ha stabilito i requisiti minimi necessari per la tutela
         dei minori e dell’ordine pubblico.
      
      82.      È ben vero che l’art. 22 bis non effettua un’armonizzazione esaustiva delle restrizioni alla libera circolazione delle trasmissioni
         televisive che possono essere giustificate da motivi di ordine pubblico. Contrariamente, ad esempio, all’art. 10, n. 2, della CEDU (19), esso contempla unicamente le trasmissioni di natura discriminatoria.
      
      83.      Ciò non toglie che l’obiettivo della direttiva e il regime che essa prevede ostino, per principio, a una suddivisione del
         controllo della natura non discriminatoria delle trasmissioni televisive tra lo Stato membro d’origine e gli Stati membri
         di ricezione. Siffatta suddivisione sarebbe compatibile con l’imperativo di certezza del diritto soltanto se fosse possibile
         procedervi sulla base di criteri precisi e facilmente applicabili.
      
      84.      Orbene, come ho già indicato, la nozione di razza non esiste nel diritto dell’Unione, di modo che sarebbe difficile distinguere
         chiaramente gli incitamenti all’odio basati su differenze di razza, di cui all’art. 22 bis della direttiva, da quelli basati
         su motivi etnici che rimarrebbero di competenza di ciascuno Stato membro. Sarebbe altresì assai difficile tracciare una linea
         netta di demarcazione tra le trasmissioni discriminatorie che violano soltanto la dignità umana e quelle che possono anche
         pregiudicare la sicurezza interna o esterna di uno Stato membro.
      
      85.      A mio parere, l’obiettivo perseguito dalla direttiva con l’armonizzazione effettuata dal suo art. 22 bis induce a interpretare
         estensivamente la nozione di incitamento all’odio basato su differenze di razza e di nazionalità, nel senso di inglobarvi
         anche le trasmissioni che possono pregiudicare la comprensione fra diverse comunità etniche o culturali, quali le comunità
         curde e turche che vivono in Germania.
      
      86.      Sono ben consapevole della rilevanza del trasferimento di competenza da parte degli Stati membri sancito da siffatta interpretazione.
         La valutazione della natura discriminatoria di una trasmissione televisiva può legittimamente variare da uno Stato membro
         all’altro. Inoltre a ogni Stato membro spetta, in definitiva, l’onere e la responsabilità di garantire la protezione dell’ordine
         pubblico sul proprio territorio. Infine, le conseguenze sull’ordine pubblico delle trasmissioni televisive che incitano all’odio
         tra comunità etniche o culturali differenti dipendono chiaramente dalla presenza di tali comunità sul territorio nazionale
         e gli Stati membri hanno il pieno diritto di compiere tutto quanto in loro potere affinché i conflitti esistenti in Stati
         terzi non vengano importati all’interno dei loro confini nazionali.
      
      87.      Non ritengo tuttavia che tali argomenti giustifichino un’interpretazione restrittiva dell’art. 22 bis della direttiva, e ciò
         per i due seguenti motivi.
      
      88.      In primo luogo, l’obiettivo stesso di una norma armonizzata è essere comune a tutti gli Stati membri e, conseguentemente,
         essere applicata da ciascuno di essi. Pertanto, come già osservato, se la Corte dichiara che l’art. 22 bis della direttiva
         osta alla diffusione di trasmissioni che arrecano pregiudizio alla comprensione tra i popoli, il rispetto di tale requisito
         dovrà essere verificato dalle autorità competenti dello Stato membro nella cui competenza rientra l’emittente in parola, a
         prescindere dalla presenza sul territorio di tale Stato delle comunità etniche o culturali interessate.
      
      89.      Invero, l’applicazione del divieto di cui all’art. 22 bis della direttiva dipende non dai potenziali effetti della trasmissione
         di cui trattasi nello Stato membro d’origine o in uno Stato membro in particolare, ma soltanto dal ricorrere delle due condizioni
         previste da tale disposizione, ossia l’incitamento all’odio e motivi di razza e di nazionalità.
      
      90.      In secondo luogo, uno Stato membro che ritenesse che trasmissioni diffuse a partire da un altro Stato membro non soddisfino
         le condizioni di cui all’art. 22 bis della direttiva non è completamente privo di strumenti d’azione. Come già visto, esso
         dispone della procedura prevista all’art. 2 bis, n. 2, della direttiva che gli consente, alle condizioni in esso stabilite,
         di adottare provvedimenti restrittivi nei confronti di tali trasmissioni.
      
      91.      Questa garanzia di cui dispongono dunque gli Stati membri di ricezione, diretta a conciliare nel miglior modo possibile l’esercizio
         del diritto fondamentale alla libertà di espressione con il diritto altrettanto legittimo degli Stati membri di proteggere
         il proprio ordine pubblico, depone altresì, a mio parere, a favore di un’interpretazione estensiva del trasferimento di competenza
         previsto all’art. 22 bis della direttiva.
      
      92.      Tale garanzia depone in tal senso, a maggior ragione, se si considera che, come evidenziato dai dibattiti in udienza, le misure
         consentite dall’art. 2 bis, n. 2, della direttiva possono essere maggiormente efficaci rispetto a quelle unilateralmente adottate
         da uno Stato membro di ricezione. Così, nelle presenti cause, l’attuazione della procedura di cui all’art. 2 bis, n. 2, della
         direttiva potrebbe eventualmente portare ad un divieto, da parte del Regno di Danimarca, di qualsiasi diffusione delle trasmissioni
         televisive della Mesopotamia Broadcast METV recanti apologia del PKK, mentre le misure tedesche controverse hanno il solo
         effetto concreto di sanzionare penalmente la loro ritrasmissione nei luoghi pubblici in Germania, ma non la loro ricezione,
         su detto territorio, in ambito privato.
      
      93.      Alla luce delle considerazioni che precedono, propongo dunque alla Corte di risolvere la questione sollevata affermando che
         l’art. 22 bis della direttiva, secondo cui gli Stati membri fanno sì che le trasmissioni non contengano alcun incitamento
         all’odio basato su differenze di razza, sesso, religione o nazionalità, dev’essere interpretato nel senso che proibisce anche
         le trasmissioni che, facendo l’apologia di un gruppo qualificato come «terrorista» dall’Unione europea, possono indurre reazioni
         di animosità o di rifiuto tra comunità di origine etnica o culturale diversa.
      
      IV – Conclusione
      94.      Alla luce delle suesposte considerazioni, propongo alla Corte di risolvere la questione pregiudiziale sottoposta dal Bundesverwaltungsgericht
         nei termini seguenti:
      
      «L’art. 22 bis della direttiva del Consiglio 3 ottobre 1989, 89/552/CEE, relativa al coordinamento di determinate disposizioni
         legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri concernenti l’esercizio delle attività televisive, come modificata
         dalla direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 30 giugno 1997, 97/36/CE, secondo cui gli Stati membri fanno sì che
         le trasmissioni non contengano alcun incitamento all’odio basato su differenze di razza, sesso, religione o nazionalità, dev’essere
         interpretato nel senso che proibisce anche le trasmissioni che, facendo l’apologia di un gruppo qualificato come «terrorista»
         dall’Unione europea, possono indurre reazioni di animosità o di rifiuto tra comunità di origine etnica o culturale diversa».
      
      1 –	Lingua originale: il francese.
      
      2 –	Direttiva 3 ottobre 1989, relativa al coordinamento di determinate disposizioni legislative, regolamentari e amministrative
         degli Stati membri concernenti l’esercizio delle attività televisive (GU L 298, pag. 23), come modificata dalla direttiva
         del Parlamento europeo e del Consiglio 30 giugno 1997, 97/36/CE (GU L 202, pag. 60, in prosieguo: la «direttiva»).
      
      3 –	Nono e decimo ‘considerando’ della direttiva.
      
      4 –	Tredicesimo ‘considerando’ della direttiva e quarantaquattresimo ‘considerando’ della direttiva 97/36.
      
      5 –	L’art. 10, n. 1, della CEDU prevede che «[o]gni persona ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la
         libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte
         delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera. Il presente articolo non impedisce agli Stati di sottoporre a un regime
         di autorizzazione le imprese di radiodiffusione, cinematografiche o televisive». La prima frase di questo articolo corrisponde
         all’art. 11, n. 1, della carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (in prosieguo: la «carta»). Quest’ultimo articolo
         contiene anche un secondo paragrafo che sancisce il rispetto della libertà dei media e del loro pluralismo.
      
      6 –	BGBl. 1964 I, pag. 593, come modificata dall’art. 6 della legge 21 dicembre 2007 (BGBl. 2007 I, pag. 3198, in prosieguo:
         il «Vereinsgesetz»).
      
      7 –	Nel suddetto quattordicesimo ‘considerando’ è indicato che secondo la costante giurisprudenza della Corte di giustizia,
         uno Stato membro conserva la facoltà di prendere provvedimenti contro un ente televisivo che, pur avendo stabilito la propria
         sede in un altro Stato membro, dirige in tutto o in parte la propria attività verso il territorio del primo Stato membro,
         laddove la scelta di stabilirsi nel secondo Stato membro sia stata compiuta al fine di sottrarsi alla legislazione che sarebbe
         stata applicata ove esso si fosse stabilito sul territorio del primo Stato membro. Alla nota a piè di pagina vengono citate
         le sentenze della Corte 3 dicembre 1974, causa 33/74, van Binsbergen (Racc. pag. 1299), e 5 ottobre 1994, causa C-23/93, TV10
         (Racc. pag. I‑4795).
      
      8 –	Sentenza 5 marzo 2009, causa C‑222/07, UTECA (Racc. pag. I‑1407, punto 19 e giurisprudenza ivi citata).
      
      9 –	Ai fini dell’attuazione della risoluzione 1373 (2001) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il 27 dicembre 2001
         il Consiglio ha adottato la posizione comune 2001/931/PESC relativa all’applicazione di misure specifiche per la lotta al
         terrorismo (GU L 344, pag. 93). La posizione comune 2001/931 contiene un allegato in cui figura l’elenco delle «persone, dei
         gruppi e delle entità coinvolti in atti terroristici». Il PKK è stato aggiunto a tale elenco a seguito della posizione comune
         del Consiglio 2 maggio 2002, 2002/340/PESC (GU L 116, pag. 75). Questa organizzazione ha poi continuato a figurare nel suddetto
         elenco in seguito alle successive posizioni comuni del Consiglio, da ultimo in virtù della decisione del Consiglio 12 luglio
         2010, 2010/386/PESC, che aggiorna l’elenco delle persone, dei gruppi e delle entità a cui si applicano gli articoli 2, 3 e
         4 della posizione comune 2001/931 (GU L 178, pag. 28). Parimenti, il PKK è stato aggiunto all’elenco dei gruppi terroristici
         dalla decisione del Consiglio 2 maggio 2002, 2002/334/CE che attua l’articolo 2, paragrafo 3 del regolamento (CE) n. 2580/2001
         relativo a misure restrittive specifiche, contro determinate persone e entità, destinate a combattere il terrorismo, e che
         abroga la decisione 2001/927/CE (GU L 116, pag. 33).
      
      10 –	Nella relazione esplicativa delle modifiche apportate dalla direttiva 97/36, è indicato che «[l]’ex articolo 22 è stato
         scisso in due parti per facilitare la comprensione delle disposizioni in materia di ordine pubblico. Queste ultime infatti
         hanno una portata molto più generale rispetto alla tutela dei minori in quanto sono volte a proteggere anche gli adulti contro
         programmi che possano arrecare pregiudizio alla loro integrità fisica, morale o spirituale». V. relazione sull’attuazione
         della direttiva 89/552/CEE e proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio recante modificazione della direttiva
         89/552/CEE del Consiglio, relativa al coordinamento di determinate disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative
         degli Stati membri concernenti l’esercizio delle attività televisive [COM(95) 86 def., pag. 45].
      
      11 –	Sentenza 10 marzo 2005, causa C‑336/03, easyCar (Racc. pag. I‑1947, punto 21 e giurisprudenza ivi citata).
      
      12 –	V. [per la lingua francese] Le Nouveau Petit Robert - Dictionnaire alphabétique et analogique de la langue française. Queste definizioni corrispondono anche alle versioni dell’art. 22 bis della direttiva nelle lingue spagnola («incitacíon
         al odio»); tedesca («zu Haβ aufstacheln»); greca («καμία παρότρυνση σε μίσος»); inglese («incitement to hatred»); italiana
         («incitamento all’odio»); olandese («geen enkele aansporing tot haat») e portoghese («incitamento ao ódio»).
      
      13 –	Direttiva 29 giugno 2000, che attua il principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza
         e dall’origine etnica (GU L 180, pag. 22).
      
      14 –	Direttiva 29 aprile 2004, recante norme minime sull’attribuzione, a cittadini di paesi terzi o apolidi, della qualifica
         di rifugiato o di persona altrimenti bisognosa di protezione internazionale, nonché norme minime sul contenuto della protezione
         riconosciuta (GU L 304, pag. 12).
      
      15 –	V., in particolare, l’art. 13 CE, secondo cui «il Consiglio (…) può prendere i provvedimenti opportuni per combattere le
         discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, gli handicap, l’età
         o le tendenze sessuali». V. anche il dodicesimo ‘considerando’ della decisione quadro del Consiglio 13 giugno 2002, 2002/584/GAI
         relativa al mandato d’arresto europeo e alle procedure di consegna tra Stati membri (GU L 190, pag. 1), secondo cui occorre
         rifiutare di procedere con la consegna di una persona «qualora sussistano elementi oggettivi per ritenere che il mandato d’arresto
         europeo sia stato emesso al fine di perseguire penalmente o punire una persona a causa del suo sesso, della sua razza, religione,
         origine etnica, nazionalità, lingua, opinione politica o delle sue tendenze sessuali».
      
      16 –	Questa analisi trova altresì conferma nella convenzione europea sulla televisione transfrontaliera a cui la direttiva 89/552
         fa riferimento nel suo quarto ‘considerando’ e che, all’art. 7 prevede che i programmi non devono incitare all’odio razziale.
         Ai sensi della raccomandazione del Comitato dei Ministri agli Stati membri n. R (97) 20 sui «discorsi di odio», a cui rinvia
         la relazione esplicativa di tale convenzione per chiarire la portata della condizione di cui al citato art. 7, la locuzione
         «discorsi di odio» dev’essere intesa come riguardante qualsiasi forma di espressione che diffonda, inciti a, promuova o giustifichi
         l’odio razziale, la xenofobia, l’antisemitismo ovvero altre forme di odio basate sull’intolleranza, tra cui quella forma di
         intolleranza che si esprime sotto forma di nazionalismo aggressivo e di etnocentrismo, di discriminazione e di ostilità nei
         confronti delle minoranze, degli immigrati e delle persone provenienti da un contesto migratorio.
      
      17 –	Sono previste formule più precise, per esempio il testo dell’art. 21 della Carta, secondo cui «[è] vietata qualsiasi forma
         di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche
         genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza
         ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale». Questa formula è ripresa,
         segnatamente, in termini quasi identici all’ultimo ‘considerando’ della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 29
         aprile 2004, 2004/38/CE, relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare
         liberamente nel territorio degli Stati membri, che modifica il regolamento (CEE) n. 1612/68 ed abroga le direttive 64/221/CEE,
         68/360/CEE, 72/194/CEE, 73/148/CEE, 75/34/CEE, 75/35/CEE, 90/364/CEE, 90/365/CEE e 93/96/CEE (GU L 158, pag. 77, e rettifiche
         GU 2004, L 229, pag. 35, GU 2005, L 197, pag. 34 e GU 2007, L 204, pag. 28). Tuttavia, la formulazione più sobria dell’art. 22
         bis della direttiva continua ed essere utilizzata, per esempio, nell’art. 3, n. 4, lett. a), punto i), primo trattino, della
         direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 8 giugno 2000, 2000/31/CE, relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi
         della società dell’informazione, in particolare il commercio elettronico, nel mercato interno («direttiva sul commercio elettronico»)
         (GU L 178, pag. 1).
      
      18 –	Non intendo sostituire la mia valutazione del significato della versione in lingua tedesca dell’art. 22 bis della direttiva
         a quella proposta dal giudice del rinvio. Ritengo, tuttavia, che la mia analisi sia applicabile alle versioni del suddetto
         articolo nelle lingue spagnola («Los Estados miembros velarán por que las emisiones no contengan ninguna incitación al odio
         por motivos de raza, sexo, religión o nacionalidad»), greca («Άρθρο 22αΤα κράτη μέλη μεριμνούν ώστε οι εκπομπές να μην περιλαμβάνουν
         καμία παρότρυνση σε μίσος λόγω διαφορών φυλής, φύλου, θρησκείας ή ιθαγένειας»), inglese («Member States shall ensure that
         broadcasts do not contain any incitement to hatred on grounds of race, sex, religion or nationality»), italiana («Gli Stati
         membri fanno sì che le trasmissioni non contengano alcun incitamento all’odio basato su differenze di razza, sesso, religione
         o nazionalità»), olandese («De lidstaten dragen er zorg voor dat uitzendingen geen enkele aansporing tot haat op grond van
         ras, geslacht, godsdienst of nationaliteit bevatten») e portoghese («Os Estados-membros assegurarão que as emissões não contenham
         qualquer incitamento ao ódio por razões de raça, sexo, religião ou nacionalidade»).
      
      19 –	L’art. 10, n. 2, della CEDU dispone che la libertà di espressione può essere oggetto di restrizioni necessarie, in una
         società democratica, «alla sicurezza nazionale, all’integrità territoriale o alla pubblica sicurezza, alla difesa dell’ordine
         e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, alla protezione della reputazione o dei diritti
         altrui, per impedire la divulgazione di informazioni riservate o per garantire l’autorità e l’imparzialità del potere giudiziario».