CELEX: 62006TJ0405
Language: it
Date: 2009-03-31
Title: Sentenza del Tribunale di primo grado (Settima Sezione) del 31 marzo 2009. # ArcelorMittal Luxembourg SA, ArcelorMittal Belval & Differdange SA e ArcelorMittal International SA contro Commissione delle Comunità europee. # Concorrenza - Intese - Mercato comunitario delle travi - Decisione che constata una violazione dell’art. 65 CA, dopo la scadenza del Trattato CECA, sulla base del regolamento (CE) n. 1/2003 - Competenza della Commissione - Imputabilità del comportamento illecito - Prescrizione - Diritti della difesa. # Causa T-405/06.

Causa T‑405/06
      ArcelorMittal Luxembourg SA e altri
      contro
      Commissione delle Comunità europee
      «Concorrenza — Intese — Mercato comunitario delle travi — Decisione che constata una violazione dell’art. 65 CA, dopo la scadenza del Trattato CECA, sulla base del regolamento (CE)
         n. 1/2003 — Competenza della Commissione — Imputabilità del comportamento illecito — Prescrizione — Diritti della difesa»
      
      Massime della sentenza
      1.      Concorrenza — Intese — Intese soggette ratione materiae e ratione temporis al regime giuridico del Trattato CECA — Scadenza
            del Trattato CECA
      (Art. 65, n. 1, CA; art. 81 CE; regolamento del Consiglio n. 1/2003, artt. 7, n. 1, e 23, n. 2)
      2.      Atti delle istituzioni — Applicazione nel tempo — Norme di procedura — Norme sostanziali — Distinzione — Retroattività di
            una norma sostanziale — Presupposti
      (Art. 65, n. 1, CA; art. 305 CE; regolamento del Consiglio n. 1/2003, artt. 7, n. 1, e 23, n. 2)
      3.      Concorrenza — Regole comunitarie — Infrazioni — Imputazione — Società capogruppo e controllate — Unità economica — Criteri
            di valutazione
      (Artt. 81 CE e 82 CE)
      4.      CECA — Intese — Divieto — Infrazione — Imputazione — Identità delle norme applicabili alle violazioni dell’art. 81 CE e dell’art. 65
            CA
      (Art. 65, n. 1, CA; art. 81, n. 1, CE)
      5.      Concorrenza — Regole comunitarie — Infrazioni — Imputazione — Criterio detto «della continuità economica» dell’impresa
      (Art. 65, n. 1, CA; art. 81, n. 1, CE)
      6.      Concorrenza — Procedimento amministrativo — Prescrizione in materia di azioni — Interruzione — Portata
      (Regolamento del Consiglio n. 1/2003, art. 25, nn. 3 e 4; decisione generale n. 715/78, art. 2, nn. 1 e 2)
      7.      Concorrenza — Procedimento amministrativo — Prescrizione in materia di azioni — Interruzione — Richiesta di informazioni
      8.      Concorrenza — Procedimento amministrativo — Prescrizione in materia di azioni — Sospensione — Presentazione di un ricorso
            dinanzi al giudice comunitario
      (Regolamento del Consiglio n. 1/2003; decisione generale n. 715/78)
      9.      Concorrenza — Procedimento amministrativo — Rispetto dei diritti della difesa — Durata eccessiva del procedimento amministrativo
      1.      Se è vero che la successione del quadro giuridico del Trattato CE a quello del Trattato CECA ha comportato, a partire dal
         24 luglio 2002, una modifica dei fondamenti normativi, delle procedure e delle norme sostanziali applicabili, essa si inserisce
         tuttavia nel contesto dell’unità e della continuità dell’ordinamento giuridico comunitario e dei suoi obiettivi. A tal riguardo,
         si deve rilevare che l’instaurazione e il mantenimento di un regime di libera concorrenza, nel cui ambito siano garantite
         le normali condizioni di concorrenza, e che è in particolare all’origine delle norme in materia di accordi tra imprese, costituiscono
         uno degli obiettivi fondamentali sia del Trattato CE che del Trattato CECA. In tale contesto, per quanto le norme dei Trattati CECA
         e CE che disciplinano la materia degli accordi tra imprese divergano in una certa misura, le nozioni di accordi e di pratiche
         concordate ai sensi dell’art. 65, n. 1, CA corrispondono a quelle di intese e di pratiche concordate ai sensi dell’art. 81 CE
         e queste due disposizioni sono state interpretate allo stesso modo dal giudice comunitario. Pertanto, il perseguimento dell’obiettivo
         di una concorrenza non falsata nei settori inizialmente rientranti nel mercato comune del carbone e dell’acciaio non subisce
         interruzione a seguito della scadenza del Trattato CECA, poiché questo obiettivo è parimenti perseguito nell’ambito del Trattato CE
         dalla stessa istituzione, vale a dire la Commissione, autorità amministrativa incaricata dell’attuazione e dell’elaborazione
         della politica di concorrenza nell’interesse generale della Comunità.
      
      Peraltro, conformemente a un principio comune agli ordinamenti giuridici degli Stati membri, qualora venga mutata la legge
         ed il legislatore non esprima una volontà contraria, è opportuno assicurare la continuità degli istituti giuridici. La continuità
         dell’ordinamento giuridico comunitario e degli obiettivi che presiedono alla sua azione richiede pertanto che la Comunità
         europea, in quanto subentra alla Comunità europea del carbone e dell’acciaio, e nel suo proprio quadro procedurale, assicuri,
         nei riguardi delle situazioni sorte sotto la vigenza del Trattato CECA, il rispetto dei diritti e degli obblighi che a suo
         tempo si imponevano sia agli Stati membri, sia pure ai singoli, in forza del Trattato CECA e delle disposizioni adottate per
         la sua applicazione. Tale requisito si impone a maggior ragione in quanto la distorsione della concorrenza risultante dall’inosservanza
         delle norme in materia di accordi tra imprese è tale da estendere i suoi effetti nel tempo dopo la scadenza del Trattato CECA,
         sotto la vigenza del Trattato CE.
      
      Da quanto precede consegue che il regolamento n. 1/2003, concernente l’applicazione delle regole di concorrenza di cui agli
         articoli 81 e 82 del Trattato e, più in particolare, gli artt. 7, n. 1, e 23, n. 2, dello stesso devono essere interpretati
         nel senso che consentono alla Commissione di constatare e di sanzionare, dopo il 23 luglio 2002, gli accordi tra imprese posti
         in essere nei settori rientranti nell’ambito di applicazione del Trattato CECA ratione materiae e ratione temporis, e ciò
         anche se le citate disposizioni del detto regolamento non menzionano espressamente l’art. 65 CA.
      
      (v. punti 59-64)
      2.      Se è vero che le norme di procedura si ritengono generalmente applicabili a tutte le controversie pendenti al momento in cui
         entrano in vigore, ciò non vale tuttavia per le norme sostanziali. Infatti, queste ultime devono essere interpretate, onde
         garantire il rispetto dei principi di certezza del diritto e di tutela del legittimo affidamento, nel senso che non riguardano
         situazioni maturate anteriormente alla loro entrata in vigore salvo che emerga chiaramente dai loro termini, dalle loro finalità
         o dalla loro economia che si deve attribuire loro questo effetto.
      
      In questa ottica, la continuità dell’ordinamento giuridico comunitario e i dettami dei principi di certezza del diritto e
         di tutela del legittimo affidamento impongono l’applicazione delle disposizioni sostanziali adottate in applicazione del Trattato CECA
         ai fatti rientranti nel loro ambito di applicazione ratione materiae e ratione temporis. La circostanza che, in ragione del
         fatto che il Trattato CECA è scaduto, il quadro normativo di cui trattasi non sia più in vigore al momento in cui viene effettuata
         la valutazione della situazione di fatto non modifica tale considerazione, in quanto tale valutazione verte su una situazione
         giuridica definitivamente acquisita in un’epoca in cui erano applicabili le disposizioni sostanziali adottate ai sensi del
         Trattato CECA.
      
      Per quanto riguarda una decisione della Commissione adottata, dopo la scadenza del trattato CECA, sul fondamento degli artt. 7,
         n. 1, e 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003, concernente l’applicazione delle regole di concorrenza di cui agli articoli 81
         e 82 del Trattato, a seguito di un procedimento condotto conformemente a detto regolamento, atteso che le disposizioni relative
         al fondamento normativo e al procedimento seguito fino all’adozione della decisione impugnata rientrano nelle norme di procedura,
         le norme da applicare sono effettivamente quelle contenute nel regolamento n. 1/2003. Peraltro, per quanto riguarda le norme
         di merito, atteso che la citata decisione riguarda una situazione giuridica definitivamente acquisita anteriormente alla scadenza
         del Trattato CECA, in mancanza di effetto retroattivo delle norme sostanziali in materia di concorrenza applicabili dopo il
         24 luglio 2002 l’art. 65, n. 1, CA costituisce la norma sostanziale applicabile, fermo restando che proprio dalla natura di
         lex generalis del Trattato CE rispetto al Trattato CECA, sancita dall’art. 305 CE, risulta che il regime specifico istituito
         dal Trattato CECA e dalle norme adottate per la sua applicazione è, in forza del principio lex specialis derogat legi generali,
         l’unico applicabile alle situazioni acquisite prima del 24 luglio 2002.
      
      (v. punti 65-68)
      3.      La Commissione è legittimata ad emanare nei confronti di una società capogruppo un provvedimento di irrogazione di un’ammenda
         per infrazione delle regole di concorrenza commessa da una delle sue controllate non a causa di una relazione di istigazione
         tra la capogruppo e la controllata né, a maggior ragione, di un’implicazione della prima in tale illecito, ma per il fatto
         che tali società costituiscono un’entità economica e pertanto un’unica impresa ai sensi degli artt. 81 CE e 82 CE se esse
         non determinano in modo autonomo il loro comportamento sul mercato. 
      
      Nel caso particolare in cui una capogruppo detenga il 100% del capitale della sua controllata che si sia resa responsabile
         di un comportamento illecito, esiste una presunzione relativa che la capogruppo eserciti effettivamente un’influenza determinante
         sul comportamento della controllata e costituisca quindi con essa un’unica impresa ai sensi dell’art. 81 CE. Incombe quindi
         alla capogruppo che contesta dinanzi al giudice comunitario una decisione della Commissione che le infligge un’ammenda per
         il comportamento della controllata confutare tale presunzione fornendo elementi di prova atti a dimostrare l’autonomia della
         controllata.
      
      In altri termini, è sufficiente che la Commissione provi che la totalità del capitale di una controllata sia detenuta dalla
         capogruppo perché sia confermata la presunzione che quest’ultima esercita un’influenza determinante sul comportamento della
         controllata sul mercato. La Commissione potrà, in seguito, ritenere la capogruppo solidalmente responsabile per il pagamento
         dell’ammenda inflitta alla controllata, anche quando si rilevi che la capogruppo non ha partecipato direttamente agli accordi,
         a meno che essa non provi che la controllata si comporta in maniera autonoma sul mercato. 
      
      (v. punti 88-89, 91)
      4.      Al pari del divieto di cui all’art. 81, n. 1, CE, quello dell’art. 65, n. 1, CA è rivolto in particolare alle «imprese». La
         nozione di impresa ha il medesimo significato nelle due disposizioni. Di conseguenza, le norme relative all’imputazione della
         responsabilità delle violazioni dell’art. 81, n. 1, CE valgono anche per le violazioni dell’art. 65, n. 1, CA. 
      
      (v. punto 92)
      5.      Ad una società costituita quale controllata al 100% per proseguire una delle attività economiche della capogruppo può essere
         imputata, in quanto successore economico, la responsabilità del comportamento illecito della capogruppo e quindi, di riflesso,
         la responsabilità per il comportamento illecito di un’altra società controllata da quest’ultima.
      
      Tale imputazione di responsabilità appare giustificata alla luce del criterio della continuità economica elaborato in particolare
         nei casi di ristrutturazione o di altre variazioni all’interno di un gruppo di imprese. Infatti, in caso di trasferimento
         della totalità o di parte delle attività economiche da un’entità giuridica a un’altra, la responsabilità dell’infrazione commessa
         dal gestore iniziale, nell’ambito delle attività in questione, è imputabile al nuovo gestore se esso costituisce con il primo
         un medesimo ente economico ai fini dell’applicazione delle norme in materia di concorrenza, anche se il gestore iniziale esiste
         ancora in quanto ente giuridico. Una tale configurazione della sanzione è ammissibile segnatamente qualora tali enti siano
         stati sotto il controllo della stessa persona e, considerati gli stretti legami che li uniscono sul piano economico e organizzativo,
         abbiano applicato in sostanza le stesse direttive commerciali. Ciò vale in particolare per i casi di ristrutturazione nell’ambito
         di un gruppo di imprese, dove l’originario gestore non cessa necessariamente di esistere giuridicamente, ma non svolge più
         alcuna attività economica significativa sul mercato di cui trattasi. In caso contrario, infatti, qualora tra l’originario
         e il nuovo gestore dell’impresa che ha preso parte all’intesa sussista un nesso strutturale, gli interessati potrebbero sottrarsi
         alla loro responsabilità in materia di concorrenza grazie alle possibilità di riconfigurazioni giuridiche loro consentite,
         a prescindere dal fatto che ciò sia avvenuto intenzionalmente o no. 
      
      Peraltro, tenuto conto della nozione fondamentale di unità economica, non è necessario che la Commissione decida di perseguire
         o la società attiva all’epoca dell’infrazione o il successore economico di quest’ultima nel settore di cui trattasi. Infatti,
         il diritto comunitario della concorrenza, allorché disciplina le attività delle imprese, si rivolge a enti economici costituiti
         da un insieme di elementi materiali ed umani che possono concorrere a un’infrazione prevista dall’art. 81, n. 1, CE, e dall’art. 65,
         n. 1, CA. Un’impresa ai sensi di dette disposizioni può quindi includere più soggetti di diritto. Una società può essere dichiarata
         solidalmente responsabile con un’altra per il pagamento di un’ammenda inflitta a quest’ultima, che abbia commesso un’infrazione
         intenzionalmente o per negligenza, a condizione che la Commissione dimostri, nello stesso atto, che questa infrazione avrebbe
         potuto parimenti essere accertata a carico dell’impresa solidalmente responsabile per l’ammenda. La condanna in solido risulta
         quindi essere una normale conseguenza dell’imputazione della responsabilità del comportamento di una società a un’altra, in
         particolare quando queste due società costituiscano una stessa impresa. 
      
      (v. punti 107-115, 117)
      6.      Conformemente all’art. 2, nn. 1 e 2, della decisione generale n. 715/78, relativa alla prescrizione in materia di azioni e
         di esecuzione nel campo di applicazione del Trattato che istituisce la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, e all’art. 25,
         nn. 3 e 4, del regolamento n. 1/2003, concernente l’applicazione delle regole di concorrenza di cui agli articoli 81 e 82
         del Trattato, la prescrizione si interrompe con qualsiasi atto della Commissione destinato all’accertamento o alla repressione
         dell’infrazione, notificato ad almeno un’impresa che abbia partecipato all’infrazione, e l’interruzione della prescrizione
         vale nei confronti di tutte le imprese che hanno partecipato all’infrazione di cui trattasi.
      
      Per «impresa che abbia partecipato all’infrazione» si deve infatti intendere qualsiasi impresa identificata come tale in una
         decisione della Commissione che sanziona un’infrazione. A tal riguardo, la circostanza che un’impresa non sia stata identificata
         come soggetto «che abbia partecipato all’infrazione», nella comunicazione degli addebiti iniziale o, più in generale, durante
         il procedimento amministrativo in cui si inscrive l’atto interruttivo della prescrizione, non è pertinente se detta impresa
         viene successivamente identificata come tale.
      
      Da tali disposizioni risulta che la prescrizione si interrompe non solo nei confronti delle imprese che sono state oggetto
         di un atto istruttorio o procedurale, ma anche nei confronti di quelle che, pur avendo partecipato all’infrazione, siano ancora
         ignote alla Commissione e, pertanto, non siano state oggetto di alcun provvedimento istruttorio o non siano destinatarie di
         alcun atto procedurale.
      
      Del resto, una società a cui sia imputabile il comportamento illecito di un’altra, per cui si può quindi ritenere che abbia
         commesso essa stessa tale infrazione, «partecipa all’infrazione» ai sensi di tale disposizione.
      
      (v. punti 143-146)
      7.      Una richiesta di informazioni scritta della Commissione, diretta ad ottenere i dati relativi al fatturato delle imprese oggetto
         di un procedimento ai sensi delle norme comunitarie in materia di concorrenza, può costituire un atto necessario alla repressione
         dell’infrazione e che configura una atto interruttivo della prescrizione in quanto consente alla Commissione di verificare
         che le ammende che essa intende infliggere alle imprese medesime non eccedano il massimale delle ammende consentito in caso
         di violazione delle norme comunitarie in materia di concorrenza. 
      
      (v. punto 147)
      8.      Sebbene in tema di interruzione della prescrizione delle azioni il regolamento n. 1/2003, concernente l’applicazione delle
         regole di concorrenza di cui agli articoli 81 e 82 del Trattato, e la decisione generale n. 715/78, relativa alla prescrizione
         in materia di azioni e di esecuzione nel campo di applicazione del Trattato che istituisce la Comunità europea del carbone
         e dell’acciaio, prevedano espressamente l’effetto erga omnes di una tale interruzione, per quanto riguarda invece la sospensione
         della prescrizione tali norme nulla dispongono in merito alla questione se la proposizione di un ricorso abbia un effetto
         relativo, nel qual caso la sospensione della prescrizione per l’intera durata del procedimento vale solo nei confronti dell’impresa
         ricorrente, oppure erga omnes, nel qual caso la sospensione della prescrizione per l’intera durata del procedimento vale nei
         confronti di tutte le imprese che hanno partecipato all’infrazione, a prescindere dalla circostanza che abbiano o meno proposto
         un ricorso.
      
      Al pari dell’interruzione della prescrizione, la sospensione della prescrizione, che costituisce un’eccezione al principio
         della prescrizione quinquennale, deve essere interpretata restrittivamente. Tale principio osta a che il silenzio del legislatore
         possa essere interpretato nel senso di un’efficacia erga omnes. Ciò vale a maggior ragione se si considera che, a differenza
         dell’interruzione della prescrizione, che è intesa a consentire alla Commissione di perseguire e sanzionare efficacemente
         le violazioni delle norme in materia di concorrenza, la sospensione della prescrizione riguarda, per definizione, un’ipotesi
         nella quale la Commissione ha già adottato una decisione. Di regola, non è più necessario, in tale fase, attribuire efficacia
         erga omnes alla proposizione, da parte di una delle imprese sanzionate, di un ricorso dinanzi al giudice comunitario. In tale
         ipotesi, al contrario, l’effetto inter partes dei procedimenti giudiziari e le conseguenze attribuite a tale effetto dal giudice
         comunitario ostano in linea di principio a che il ricorso proposto da un’impresa destinataria della decisione impugnata abbia
         una qualsiasi incidenza sulla situazione degli altri destinatari.
      
      Del resto, per quanto le norme in materia di concorrenza del Trattato siano rivolte alle imprese, ciò non toglie che, ai fini
         dell’applicazione e dell’esecuzione delle decisioni della Commissione in materia, sia necessario identificare, quale destinataria,
         un’entità dotata di personalità giuridica e che la comunicazione degli addebiti debba precisare in maniera inequivocabile
         la persona giuridica alla quale potranno essere inflitte delle ammende e debba essere inviata a quest’ultima. Tale persona
         giuridica è l’unica legittimata a proporre un ricorso contro la decisione adottata a conclusione del procedimento amministrativo
         e, pertanto, è l’unica alla quale si possa opporre la sospensione della prescrizione. La sospensione della prescrizione risultante
         dall’avvio da parte di un’impresa di un procedimento dinanzi al giudice comunitario si applica quindi all’entità giuridica
         parte del procedimento, restando invece escluse tutte le altre entità giuridiche facenti parte della medesima unità economica.
      
      (v. punti 151, 153-158)
      9.      Atteso che il rispetto dei diritti della difesa riveste un’importanza capitale nei procedimenti amministrativi in materia
         di politica della concorrenza, occorre evitare che tali diritti possano essere irrimediabilmente compromessi a motivo della
         durata eccessiva della fase istruttoria, e che tale durata possa ostacolare l’acquisizione di prove volte a confutare l’esistenza
         di comportamenti idonei a far sorgere la responsabilità delle imprese interessate. Per tale motivo, l’esame relativo a un
         eventuale ostacolo all’esercizio dei diritti della difesa non deve essere limitato alla fase stessa in cui tali diritti producono
         il loro pieno effetto, vale a dire la seconda fase del procedimento amministrativo. La valutazione relativa all’origine dell’eventuale
         riduzione dell’efficacia dei diritti della difesa deve estendersi all’insieme di tale procedimento avendo riguardo alla durata
         complessiva del medesimo. Peraltro, l’onere della prova di un’eventuale violazione dei diritti della difesa, risultante dal
         fatto che un’impresa avrebbe incontrato difficoltà nel difendersi contro le affermazioni della Commissione a causa della durata
         eccessiva del procedimento amministrativo, incombe all’interessato.
      
      (v. punti 166-167)
SENTENZA DEL TRIBUNALE (Settima Sezione)
      31 marzo 2009 (*)
      
      «Concorrenza – Intese – Mercato comunitario delle travi – Decisione che constata una violazione dell’art. 65 CA, dopo la scadenza del Trattato CECA, sulla base del regolamento (CE)
         n. 1/2003 – Competenza della Commissione – Imputabilità del comportamento illecito – Prescrizione – Diritti della difesa»
      
      Nella causa T‑405/06,
      ArcelorMittal Luxembourg SA, già Arcelor Luxembourg SA, con sede in Lussemburgo (Lussemburgo),
      
      ArcelorMittal Belval & Differdange SA, già Arcelor Profil Luxembourg SA, con sede in Esch-sur-Alzette (Lussemburgo),
      
      ArcelorMittal International SA, già Arcelor International SA, con sede in Lussemburgo,
      
      rappresentate dall’avv. A. Vandencasteele,
      ricorrenti,
      contro
      Commissione delle Comunità europee, rappresentata dai sigg. X. Lewis e F. Arbault, in qualità di agenti,
      
      convenuta,
      avente ad oggetto una domanda di annullamento della decisione della Commissione 8 novembre 2006, C(2006) 5342 def., relativa
         ad un procedimento di applicazione dell’art. 65 [CA] avente ad oggetto accordi e pratiche concertate con produttori europei
         di travi d’acciaio (caso COMP/F/38.907 – Travi d’acciaio),
      
      IL TRIBUNALE DI PRIMO GRADO 
      DELLE COMUNITÀ EUROPEE (Settima Sezione),
      composto dai sigg. N.J. Forwood (relatore), presidente, D. Šváby e L. Truchot, giudici,
      cancelliere: sig.ra C. Kristensen, amministratore
      vista la fase scritta del procedimento e in seguito all’udienza del 5 novembre 2008,
      ha pronunciato la seguente
      Sentenza
       Contesto normativo
       Disposizioni del Trattato CECA
      1        Ai sensi dell’art. 65 CA:
      
      «1.      È proibito ogni accordo tra imprese, ogni decisione d’associazioni d’imprese e ogni pratica concordata che tenda, sul mercato
         comune, direttamente o indirettamente, a impedire, limitare o alterare il giuoco normale della concorrenza e in particolare:
      
      a)      a fissare o determinare i prezzi;
      b)      limitare o controllare la produzione, lo sviluppo tecnico o gli investimenti;
      c)      a ripartire i mercati, i prodotti, i clienti o le fonti d’approvvigionamento.
      (…)
      4.      Gli accordi o le decisioni vietati per effetto della sezione 1 del presente articolo sono nulli di pieno diritto e non possono
         essere invocati avanti ad alcuna giurisdizione degli Stati membri.
      
      La Commissione ha competenza esclusiva, con riserva dei ricorsi avanti alla Corte, per pronunciarsi sulla conformità di tali
         accordi o decisioni con le disposizioni del presente articolo.
      
      5.      Alle imprese che abbiano concluso un accordo nullo di pieno diritto, eseguito o tentato d’eseguire, per mezzo di arbitrato,
         di penale, boicottaggio, o in qualsiasi altro modo, un accordo o una decisione nulli di pieno diritto, o un accordo la cui
         approvazione è stata rifiutata o revocata; oppure che abbiano ottenuto il beneficio d’una autorizzazione per mezzo di informazioni
         scientemente false o travisate; oppure che abbiano attuato pratiche contrarie alle disposizioni della sezione 1, la Commissione
         può infliggere ammende e penalità di mora al massimo uguali al doppio del volume d’affari ottenuto con i prodotti oggetto
         dell’accordo, della decisione o della pratica contrari alle disposizioni del presente articolo, senza pregiudizio, se il loro
         scopo è di limitare la produzione, lo sviluppo tecnico o gli investimenti, [di] un aumento del massimo così determinato fino
         al 10% del volume d’affari annuo delle imprese in argomento, per quanto concerne l’ammenda, e fino al 20% del volume d’affari
         giornaliero, per quanto concerne le penalità di mora».
      
      2        Conformemente all’art. 97 CA, il Trattato CECA è scaduto il 23 luglio 2002.
      
       Disposizioni del Trattato CE
      3        Ai sensi dell’art. 305, n. 1, CE:
      
      «Le disposizioni del presente trattato non modificano quelle del trattato che istituisce la Comunità europea del carbone e
         dell’acciaio, in particolare per quanto riguarda i diritti e gli obblighi degli Stati membri, i poteri delle istituzioni di
         tale Comunità e le norme sancite da tale trattato per il funzionamento del mercato comune del carbone e dell’acciaio».
      
       Comunicazione della Commissione relativa ad alcuni aspetti del trattamento di casi in materia di concorrenza a seguito della
            scadenza del Trattato CECA
      4        Il 18 giugno 2002 la Commissione ha adottato una comunicazione relativa ad alcuni aspetti del trattamento di casi in materia
         di concorrenza a seguito della scadenza del Trattato CECA (GU C 152, pag. 5; in prosieguo: la «comunicazione del 18 giugno
         2002»).
      
      5        Al punto 2 della comunicazione del 18 giugno 2002 si precisa che la stessa si prefigge:
      
      «–      (…) di sintetizzare per gli operatori economici e gli Stati membri, nella misura in cui essi sono interessati dal trattato CECA
         e dalla relativa legislazione secondaria, i più importanti cambiamenti che il passaggio al regime CE comporta relativamente
         alle norme sostanziali e procedurali applicabili (…),
      
      –        (…) di spiegare come la Commissione intende affrontare questioni specifiche sollevate dal passaggio dal regime CECA al regime CE
         nei settori dell’antitrust (…), del controllo delle concentrazioni (…) e del controllo degli aiuti di Stato».
      
      6        Il punto 31 della comunicazione del 18 giugno 2002, che figura nella sezione dedicata alle questioni specifiche che sorgono
         con il passaggio dal regime CECA al regime CE, così recita:
      
      «Se la Commissione, nell’applicare il diritto di concorrenza comunitario alle intese, individua una violazione in un settore
         rientrante nel campo di applicazione del trattato CECA, il diritto sostanziale applicabile sarà, indipendentemente dal momento
         in cui tale applicazione ha luogo, quello in vigore nel momento in cui si sono verificati i fatti che hanno costituito la
         violazione. In ogni caso, per quanto riguarda la procedura, dopo la scadenza del trattato CECA, si applicherà il diritto CE
         (…)».
      
       Regolamento (CE) n. 1/2003
      7        Ai sensi dell’art. 4 del regolamento (CE) del Consiglio 16 dicembre 2002, n. 1/2003, concernente l’applicazione delle regole
         di concorrenza di cui agli articoli 81 [CE] e 82 [CE] (GU 2003, L 1, pag. 1), «[a]i fini dell’applicazione degli articoli
         81 [CE] e 82 [CE], alla Commissione sono attribuite le competenze previste dal presente regolamento».
      
      8        Ai sensi dell’art. 7, n. 1, del regolamento n. 1/2003:
      
      «Se la Commissione constata, in seguito a denuncia o d’ufficio, un’infrazione all’articolo 81 [CE] o all’articolo 82 [CE],
         può obbligare, mediante decisione, le imprese e associazioni di imprese interessate a porre fine all’infrazione constatata
         (…). Qualora la Commissione abbia un legittimo interesse in tal senso, essa può inoltre procedere alla constatazione di un’infrazione
         già cessata».
      
      9        Ai sensi dell’art. 23, n. 2, lett. a), del regolamento n. 1/2003, la Commissione può, mediante decisione, infliggere ammende
         alle imprese ed alle associazioni di imprese quando, intenzionalmente o per negligenza, commettono un’infrazione alle disposizioni
         dell’art. 81 CE o dell’art. 82 CE.
      
       Disposizioni relative alla prescrizione in materia di azioni
      10      A tenore dell’art. 1, n. 1, della decisione della Commissione 6 aprile 1978, n. 715/78/CECA, relativa alla prescrizione in
         materia di azioni e di esecuzione nel campo di applicazione del trattato che istituisce la Comunità europea del carbone e
         dell’acciaio (GU L 94, pag. 22), e dell’art. 25, n. 1, del regolamento n. 1/2003, il potere della Commissione di infliggere
         ammende per infrazioni alle disposizioni del Trattato o alle disposizioni di applicazione in materia di diritto alla concorrenzaè
         soggetto ad un termine di prescrizione di cinque anni.
      
      11      Ai sensi dell’art. 1, n. 2, della decisione n. 715/78 e dell’art. 25, n. 2, del regolamento n. 1/2003, la prescrizione decorre
         dal giorno in cui è stata commessa l’infrazione. Tuttavia, per quanto concerne le infrazioni permanenti o continuate, la prescrizione
         decorre dal giorno in cui è cessata l’infrazione.
      
      12      Conformemente all’art. 2, n. 1, della decisione n. 715/78 e dell’art. 25, n. 3, del regolamento n. 1/2003, la prescrizione
         dell’azione è interrotta da qualsiasi atto della Commissione concernente l’istruzione o la repressione dell’infrazione. La
         prescrizione è interrotta dal giorno in cui l’atto è notificato ad almeno una parte che abbia partecipato all’infrazione.
         Costituiscono in particolare atti interruttivi della prescrizione:
      
      –        le domande scritte di informazioni della Commissione, nonché le decisioni con cui la Commissione esige le informazioni richieste;
      –        i mandati scritti di accertamento rilasciati ai propri agenti dalla Commissione, nonché le decisioni con cui la Commissione
         ordina accertamenti;
      
      –        l’inizio di una procedura da parte della Commissione;
      –        la comunicazione degli addebiti mossi dalla Commissione.
      13      Ai sensi dell’art. 2, n. 2, della decisione n. 715/78 e dell’art. 25, n. 4, del regolamento n. 1/2003, l’interruzione della
         prescrizione vale nei confronti di tutte le imprese che abbiano partecipato all’infrazione.
      
      14      A termini dell’art. 2, n. 3, della decisione n. 715/78 e dell’art. 25, n. 5, del regolamento n. 1/2003, per effetto dell’interruzione
         si inizia un nuovo periodo di prescrizione. La prescrizione opera tuttavia al più tardi allo spirare del doppio del termine
         previsto, se la Commissione non ha irrogato un’ammenda o una penalità di mora entro tale termine. Detto termine è prolungato
         della durata della sospensione.
      
      15      Ai sensi dell’art. 3 della decisione n. 715/78 e dell’art. 25, n. 6, del regolamento n. 1/2003, la prescrizione dell’azione
         rimane sospesa per il tempo in cui pende dinanzi al giudice comunitario un ricorso contro la decisione della Commissione.
      
       Fatti all’origine della controversia
      16      All’epoca dei fatti della presente causa, la ARBED SA era attiva nella fabbricazione di prodotti siderurgici. Successivamente,
         la ARBED SA ha cambiato denominazione sociale ed è divenuta dapprima Arcelor Luxembourg SA e successivamente ArcelorMittal
         Luxembourg SA (in prosieguo: la «ARBED»).
      
      17      Nello stesso periodo, la TradeARBED SA, controllata al 100% della ARBED, si occupava della distribuzione dei prodotti siderurgici
         della ARBED. Successivamente, la TradeARBED SA ha cambiato denominazione sociale divenendo prima Arcelor International SA
         e in seguito ArcelorMittal International SA (in prosieguo: la «TradeARBED»).
      
      18      La ProfilARBED SA è stata costituita il 27 novembre 1992 quale controllata al 100% della ARBED, per svolgere a partire da
         tale data le attività economiche e industriali della ARBED nel settore delle travi. In seguito la ProfilARBED SA ha cambiato
         la propria denominazione sociale divenendo Arcelor Profil Luxembourg SA e successivamente ArcelorMittal Belval & Differdange
         SA (in prosieguo: la «ProfilARBED»).
      
      19      Nel 1991 la Commissione ha effettuato accertamenti, sulla base di decisioni adottate in forza dell’art. 47 CA, presso i locali
         di varie imprese, tra le quali la TradeARBED. Il 6 maggio 1992 essa ha inviato una comunicazione degli addebiti alle imprese
         interessate, tra le quali la TradeARBED, ma non alla ARBED. La TradeARBED ha inoltre partecipato a un’audizione tenutasi tra
         l’11 e il 14 gennaio 1993.
      
      20      Con decisione 16 febbraio 1994, 94/215/CECA, relativa ad una procedura ai sensi dell’articolo 65 [CA] concernente gli accordi
         e le pratiche concordate posti in essere dai produttori europei di travi (GU L 116, pag. 1; in prosieguo: la «decisione iniziale»),
         la Commissione ha constatato la partecipazione di 17 imprese siderurgiche europee, tra le quali la TradeARBED, a una serie
         di accordi, decisioni e pratiche concordate per la fissazione dei prezzi, la ripartizione dei mercati e lo scambio di informazioni
         riservate sul mercato comunitario delle travi, in violazione dell’art. 65, n. 1, CA, e ha inflitto ammende a quattordici imprese
         di tale settore, fra le quali la ARBED (ECU 11 200 000), per infrazioni commesse tra il 1° luglio 1988 e il 31 dicembre 1990.
      
      21      Secondo il punto 322 della decisione iniziale:
      
      «Soltanto TradeARBED ha preso parte ai vari accordi ed intese. Tuttavia TradeARBED è una società commerciale incaricata tra
         l’altro della vendita delle travi, dietro commissione, per conto della società madre [ARBED] SA. Per tale servizio TradeARBED
         riceve una piccola percentuale del prezzo di vendita. Onde garantire un equo trattamento, la presente decisione è indirizzata
         ad [ARBED] SA, impresa produttrice di travi nell’ambito del gruppo Arbed, ed il fatturato dei prodotti rilevanti corrisponde
         a quello di [ARBED] e non di TradeARBED».
      
      22      Con sentenza 11 marzo 1999, causa T‑137/94, ARBED/Commissione (Racc. pag. II‑303), il Tribunale ha respinto in gran parte
         il ricorso di annullamento proposto dalla ARBED contro la decisione iniziale, ma ha ridotto a EUR 10 000 000 l’importo dell’ammenda
         inflitta a quest’ultima dall’art. 4 di tale decisione.
      
      23      Con sentenza 2 ottobre 2003, causa C‑176/99 P, ARBED/Commissione (Racc. pag. I‑10687), la Corte ha annullato detta sentenza
         del Tribunale e la decisione iniziale, nella parte relativa all’ARBED. Secondo i punti 21‑24 di tale sentenza:
      
      «21.      Considerata la sua importanza, la comunicazione degli addebiti deve precisare in maniera inequivocabile la persona giuridica
         alla quale potranno essere inflitte delle ammende e deve essere inviata a quest’ultima (v. sentenza 16 marzo 2000, cause riunite
         C‑395/96 P e C‑396/96 P, Compagnie maritime belge transports e a./Commissione, Racc. pag. I‑1365, punti 143 e 146).
      
      22.      È pacifico che, nel caso di specie, la comunicazione degli addebiti non precisava che alla [ARBED] avrebbero potuto essere
         inflitte delle ammende. Inoltre, come rilevato dal Tribunale al punto 101 della sentenza impugnata, la [ARBED] non era destinataria
         della detta comunicazione e, per tale motivo, si è vista negare il diritto di accesso al fascicolo.
      
      23.      Se certo è incontestato che la [ARBED] ha avuto conoscenza della comunicazione degli addebiti inviata alla sua controllata
         TradeARBED e della prosecuzione del procedimento contro quest’ultima, non si può dedurre da tale circostanza che i diritti
         della difesa della [ARBED] non siano stati violati. Infatti, fino alla fine del procedimento amministrativo è persistito un
         equivoco quanto alla persona giuridica alla quale sarebbero state inflitte le ammende, che solo una nuova comunicazione degli
         addebiti regolarmente inviata alla ricorrente avrebbe potuto dissipare.
      
      24.      Risulta da tali considerazioni che il Tribunale, al punto 102 della sentenza impugnata, erroneamente ha concluso dalle circostanze
         del caso di specie che il mancato invio di una comunicazione degli addebiti alla [ARBED] non era idoneo a determinare l’annullamento
         della decisione controversa, nella parte riguardante la [ARBED] medesima, per violazione dei diritti della difesa».
      
      24      A seguito di tale annullamento, la Commissione ha deciso di avviare un nuovo procedimento relativo ai comportamenti anticoncorrenziali
         che erano stati oggetto della decisione iniziale. L’8 marzo 2006 essa ha inviato una comunicazione degli addebiti alla ARBED,
         alla TradeARBED e alla ProfilARBED (in prosieguo indicate congiuntamente come le «ricorrenti») per informarle che intendeva
         adottare una decisione con cui le dichiarava responsabili in solido delle infrazioni in questione. Le ricorrenti hanno risposto
         a tale comunicazione degli addebiti il 20 aprile 2006.
      
       Decisione impugnata
      25      L’8 novembre 2006 la Commissione ha adottato la decisione C(2006) 5342 def., relativa ad un procedimento ai sensi dell’articolo 65 [CA],
         avente ad oggetto accordi e pratiche concertate con produttori europei di travi d’acciaio (caso COMP/F/38.907 – Travi in acciaio)
         (in prosieguo: la «decisione impugnata»), di cui è stata pubblicata una sintesi nella Gazzetta ufficiale del 13 settembre
         2008 (GU C 235, pag. 4).
      
      26      Il preambolo della decisione impugnata così recita:
      
      «visto il trattato che istituisce la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, in particolare l’articolo 65,
      visto il trattato che istituisce la Comunità europea,
      visto il regolamento [n. 1/2003], in particolare gli articoli 7, paragrafo 1, e 23, paragrafo 2,
      (…)».
      27      Per quanto attiene alle conseguenze giuridiche della scadenza del Trattato CECA, il 23 luglio 2002, la Commissione ha precisato,
         al punto 292 della decisione impugnata, che detta scadenza non comportava l’estinzione della sua competenza a sanzionare le
         infrazioni delle norme in materia di concorrenza nei settori interessati da detto Trattato. Ai punti 293‑295 della decisione
         impugnata essa ha giustificato tale affermazione con la circostanza che il Trattato CECA e il Trattato CE appartengono a un
         unico ordinamento giuridico, fondato sui Trattati che istituiscono l’Unione europea e le varie Comunità. Essa ha richiamato,
         in particolare, il parere della Corte 14 dicembre 1991, 1/91 (Racc. pag. I‑6079, punto 21), nonché l’art. 305, n. 1, CE, disposizione
         che stabilirebbe un «rapporto di lex generalis/lex specialis» fra i Trattati CE e CECA. Essa ha quindi rilevato che, dopo
         la scadenza del Trattato CECA, i settori che rientravano in tale Trattato erano soggetti alle norme del Trattato CE.
      
      28      Per quanto riguarda la sua competenza ad applicare le norme in materia di concorrenza del Trattato CECA, dopo la scadenza
         dello stesso, a infrazioni commesse prima di tale data, in particolare nelle circostanze del caso di specie, la Commissione
         si è richiamata, ai punti 297 e 298 della decisione impugnata, al punto 31 della comunicazione 18 giugno 2002 per sottolineare
         che doveva operarsi una distinzione, a tale riguardo, tra le norme procedurali e quelle di merito. Essa ha proseguito rilevando
         quanto segue ai punti 299‑301 della decisione impugnata:
      
      «299  Anzitutto, per quanto attiene alle questioni procedurali, risulta da un principio generale del diritto comunitario, quale
         ripreso dalla comunicazione [del 18 giugno 2002] e riconosciuto dalla Corte nelle [sentenze 12 novembre 1981, cause riunite
         da 212/80 a 217/80, Salumi e a., Racc. pag. 2735, punto 9, e 6 luglio 1993, cause riunite C‑121/91 e C‑122/91, CT Control
         (Rotterdam) e JCT Benelux/Commissione, Racc. pag. I‑3873, punto 22], che le norme procedurali applicabili sono quelle vigenti
         nel momento in cui viene adottato il provvedimento di cui trattasi. Inoltre, tale principio impone che le norme procedurali
         del Trattato CE attualmente in vigore siano applicabili alla scadenza del Trattato CECA. La [decisione impugnata] è quindi
         stata adottata conformemente alle norme procedurali del Trattato CE, in particolare il regolamento [n. 1/2003]. L’art. 7,
         n. 1, di detto regolamento dispone (…) che la Commissione è competente a constatare le infrazioni delle norme in materia di
         concorrenza commesse dalle imprese. L’art. 23, n. 2, del medesimo regolamento le consente di irrogare sanzioni in presenza
         di tali infrazioni.
      
      300.      Quanto alla competenza della Commissione ad adottare la presente decisione, detta competenza discende dalla successione, all’interno
         dell’ordinamento giuridico unico, dell’art. 81 CE, in quanto lex generalis, all’art. 65 [CA], in quanto lex specialis, alla
         scadenza di quest’ultimo Trattato. Tenuto conto dell’equivalenza sostanziale di tali norme materiali all’interno del limite
         giurisdizionale posto dal criterio dell’incidenza sul commercio tra gli Stati membri di cui all’art. 81 CE e dell’identità
         dell’organismo, vale a dire la Commissione, competente ad applicare queste due norme in vigenza dei rispettivi due Trattati
         (…), la successione delle norme implica che la Commissione sia del pari competente, ai sensi degli artt. 7, n. 1, e 23, n. 2,
         del regolamento [n. 1/2003], ad avviare un procedimento a norma dell’art. 65 [CA] per constatare un’infrazione di tale articolo,
         onde porre fine all’infrazione rilevata e imporre un’ammenda per sanzionare detta infrazione.
      
      301.      Inoltre, per quanto riguarda le norme sostanziali, secondo un principio generale di diritto, ripreso dalla comunicazione [del
         18 giugno 2002] e riconosciuto dalla Corte nelle [citate sentenze Salumi e a., punto 9, nonché CT Control (Rotterdam) e JCT
         Benelux/Commissione, punto 22], che le norme sostanziali applicabili restano quelle vigenti nel momento in cui è stata commessa
         l’infrazione, a prescindere dalla data di applicazione, nei limiti del principio della lex mitior riconosciuto dalla Corte
         nella [sentenza 3 maggio 2005, cause riunite C‑387/02, causa C‑391/02 e C‑403/02, Berlusconi e a., Racc. pag. I‑3565, punto 69],
         qualora siano applicabili alle procedure con le quali vengono irrogate sanzioni amministrative per violazioni delle norme
         in materia di concorrenza (…)».
      
      29      Ai punti 302‑304 della decisione impugnata la Commissione ha esposto i motivi per i quali riteneva, nella specie, che l’applicazione
         dell’art. 65 CA fosse conforme al principio della lex mitior.
      
      30      Infine, ai punti 305 e 306 della decisione impugnata la Commissione ha respinto gli argomenti dedotti dalle ricorrenti nella
         risposta alla comunicazione degli addebiti per contestare la sua competenza ad adottare tale decisione.
      
      31      Quanto alla determinazione delle tre persone giuridiche destinatarie della decisione impugnata, quali identificate ai punti 1
         e 455, la Commissione ha esposto quanto segue al punto 2:
      
      «Tra le società menzionate al ‘considerando 1, [TradeARBED] ha partecipato, in violazione dell’art. 65, n. 1, [CA], a una
         serie di accordi e di pratiche concordate (…) [ARBED] e [ProfilARBED] sono ritenute responsabili in solido con [TradeARBED]
         di tali infrazioni, poiché dette società appartengono tutte all’impresa la cui capogruppo è stata inizialmente [ARBED] e successivamente
         Arcelor SA».
      
      32      La Commissione ha peraltro ricordato, al punto 453 della decisione impugnata, di avere inviato una comunicazione degli addebiti
         «non solo all’entità giuridica che aveva partecipato all’infrazione, vale a dire [TradeARBED], ma anche alle altre due entità
         giuridiche membri della stessa unità economica, vale a dire [ARBED] e [ProfilARBED], alle quali [era] imputabile il comportamento
         di [TradeARBED]».
      
      33      Per quanto riguarda più specificamente la ARBED, la Commissione ha giustificato l’imputazione dell’infrazione nel modo seguente
         ai punti 458 e 460‑468 della decisione impugnata:
      
      «458. In limine, si deve osservare che, dopo la concentrazione del 2001 di [ARBED], Usinor e Aceralia nel gruppo Arcelor (…),
         attualmente il gruppo controllato da [ARBED] non esiste più nella forma in cui era costituito all’epoca dei fatti contestati.
      
      (…)
      460.      Secondo una costante giurisprudenza della Corte [sentenza 16 novembre 2000, causa C‑286/98 P, Stora Kopparbergs Bergslags/Commissione
         (Racc. pag. I‑9925, punto 29)], detenendo una società controllante l’intero capitale della controllata, la Commissione può
         legittimamente presumere che la società controllante abbia effettivamente esercitato un influsso determinante sul comportamento
         della propria controllata.
      
      461.      Per quanto riguarda le condizioni sostanziali che giustificano tale imputazione di responsabilità, si deve anzitutto rilevare
         che, al pari del divieto di cui all’art. 81, n. 1, [CE], quello dell’art. 65, n. 1, [CA] è rivolto in particolare alle “imprese”.
         Orbene, risulta dalla giurisprudenza del Tribunale [v. sentenza 10 marzo 1992, causa T‑11/89, Shell/Commissione, Racc. pag. II‑757]
         che la nozione di impresa, ai sensi dell’art. 81 [CE], dev’essere intesa nel senso che individua un’entità economica costituita
         da un’organizzazione unitaria di elementi personali, materiali e immateriali, che persegue stabilmente un determinato fine
         di natura economica, organizzazione che può concorrere alla realizzazione di un’infrazione della stessa disposizione (v. anche
         sentenza della Corte 12 luglio 1984, causa 170/83, Hydrotherm, Racc. pag. 2999, punto 11, e sentenza del Tribunale 12 gennaio
         1995, causa T‑102/92, Viho/Commissione, Racc. pag. II‑17, punto 50, confermata dalla sentenza della Corte 24 ottobre 1996,
         causa C‑73/95 P, Viho/Commissione, Racc. pag. I‑5457, punti 15‑18).
      
      462.      Nella specie [TradeARBED] è una controllata al 100% di [ARBED]. All’udienza dinanzi al Tribunale nella causa T‑137/94, l’avvocato
         della ricorrente ha precisato che [TradeARBED] è una società commerciale che distribuisce i prodotti siderurgici, e in particolare
         le travi, [di ARBED] (…). Inoltre, la sede sociale di [ARBED] si trovava presso lo stesso recapito di [TradeARBED] e le due
         società disponevano dello stesso centralino telefonico e dello stesso numero di telex. L’avvocato di [TradeARBED] si è indifferentemente
         presentato quale difensore di [ARBED] e di [TradeARBED]. Due rappresentanti di [ARBED] hanno assistito [TradeARBED] durante
         l’audizione amministrativa tenutasi tra l’11 e il 14 gennaio 1993 [sentenza 11 marzo 1999, ARBED/Commissione, cit., punti 96
         e 97]. Il comportamento di [TradeARBED] sul mercato delle travi dipendeva quindi dalla società controllante, [ARBED]. Nel
         momento in cui sono state commesse le infrazioni, gli impianti di produzione delle travi d’acciaio, che sono il prodotto in
         discussione nel caso in esame, appartenevano ad [ARBED]. È quindi indubbio che [ARBED] esercitasse un’influenza determinante
         su [TradeARBED].
      
      463.      Nelle loro rispettive risposte alla comunicazione degli addebiti dell’8 marzo 2006 le persone giuridiche destinatarie della
         presente decisione sostengono che la Commissione non fornisce la prova della partecipazione di [ARBED], che giustificherebbe
         il fatto che quest’ultima sia stata sanzionata. Inoltre, esse ritengono che sanzionare [TradeARBED] e [ARBED] nella presente
         decisione condurrebbe a formulare conclusioni “totalmente contrapposte e inconciliabili” con quelle tratte dalla Commissione
         nella [decisione iniziale].
      
      464.      A tal riguardo, è sufficiente ricordare che il semplice fatto che [TradeARBED] abbia partecipato in modo diretto e concreto
         all’infrazione non esclude la responsabilità della società controllante che esercitava su di essa un’influenza determinante.
         Si deve inoltre sottolineare che la Commissione conclude nella presente decisione che anche se solo [TradeARBED] ha partecipato
         direttamente all’infrazione, ciò non toglie che, come la stessa Commissione ha già concluso nella [decisione iniziale], il
         comportamento di [TradeARBED] possa essere imputato a [ARBED] in ragione dell’influenza determinante che [ARBED] ha esercitato
         su di essa. Perciò, le conclusioni della Commissione nella presente decisione non sono affatto contrapposte o inconciliabili
         con quelle della [decisione iniziale].
      
      465.      Le persone giuridiche destinatarie della presente decisione ritengono inoltre che la Commissione lederebbe il principio della
         parità di trattamento qualora, per determinare l’imputabilità dell’infrazione nella presente decisione, sostituisse al criterio
         della partecipazione all’infrazione da essa utilizzato in relazione alle imprese membri dell’intesa sanzionata nella [decisione
         iniziale] quello dell’esercizio di un’influenza determinante da parte della società controllante.
      
      466.      A tal riguardo, si deve ricordare anzitutto che la Commissione ha dichiarato, al punto 322 della sua [decisione iniziale],
         che “[s]oltanto TradeARBED ha preso parte ai vari accordi ed intese. Tuttavia, TradeARBED è una società commerciale incaricata
         tra l’altro della vendita delle travi, dietro commissione, per conto della società madre [ARBED]. Per tale servizio TradeARBED
         riceve una piccola percentuale del prezzo di vendita. Onde garantire un equo trattamento, la presente decisione è indirizzata
         ad [ARBED], impresa produttrice di travi nell’ambito del gruppo Arbed, ed il fatturato dei prodotti rilevanti corrisponde
         a quello di Arbed e non di TradeARBED”. Quanto alle altre imprese sanzionate nella [decisione iniziale], la Commissione ha
         imputato la responsabilità in base al seguente criterio: “[q]ualora una società appartenente ad un gruppo si sia resa responsabile
         delle infrazioni descritte in precedenza, la presente decisione è indirizzata alla società produttrice in quanto proprio le
         società di questo tipo possono maggiormente avvantaggiarsi delle anticipazioni dei dati relativi ai prezzi e alle quantità”
         [decisione iniziale, punto 319].
      
      467.      Secondo una consolidata giurisprudenza [sentenze della Corte 31 marzo 1993, cause riunite C‑89/85, causa C‑104/85, causa C‑114/85,
         causa C‑116/85, causa C‑117/85 e da C‑125/85 a C‑129/85, Ahlström Osakeyhtiö e a./Commissione (Racc. pag. I‑1307), e 13 aprile
         2000, causa C‑292/97, Karlsson e a. (Racc. pag. I‑2737, punto 39); sentenze del Tribunale 6 marzo 2003, cause riunite T‑228/99
         e T‑233/99, Westdeutsche Landesbank Girozentrale e Land Nordrhein-Westfalen/Commissione (Racc. pag. II‑435, punto 272), e
         5 aprile 2006, causa T‑351/02, Deutsche Bahn/Commissione (Racc. pag. II‑1047)], “ il principio di parità di trattamento vieta
         di trattare in modo diverso situazioni comparabili, causando con ciò un pregiudizio a taluni operatori rispetto ad altri,
         a meno che tale trattamento non sia obiettivamente giustificato”.
      
      468.      Nella specie è indubbio che sia in conformità del principio di parità di trattamento che la Commissione applica un criterio
         oggettivo, vale a dire il criterio della produzione da parte delle società di travi d’acciaio, per individuare le imprese
         cui possano imputarsi le infrazioni. Si potrebbe quindi sottolineare a contrario che, se la Commissione volesse imputare l’ammenda
         unicamente in funzione del fatturato di [TradeARBED], che riceve per i propri servizi solo una piccola percentuale del prezzo
         di vendita, a differenza delle altre imprese sanzionate nella [decisione iniziale], essa determinerebbe una discriminazione
         nei confronti di queste ultime. Le imprese destinatarie della presente decisione non possono quindi far valere utilmente una
         violazione della parità di trattamento delle imprese sanzionate».
      
      34      Per quanto riguarda più in particolare la ProfilARBED, la Commissione ha giustificato l’imputazione dell’infrazione nel modo
         seguente, ai punti 470‑472 della decisione impugnata:
      
      «470.          [ProfilARBED] è stata creata nel novembre 1992 quale controllata al 100% di [ARBED] e gli impianti di produzione di prodotti
         siderurgici lunghi al carbonio, comprese le travi (…), sono stati trasferiti da [ARBED] a [ProfilARBED]. Pertanto, [ProfilARBED]
         ha proseguito le attività industriali ed economiche di [ARBED], che ha cessato di produrre acciaio al carbonio a seguito di
         tale trasferimento (…)
      
      471.      Poiché [ProfilARBED] è il successore economico di [ARBED] per quanto riguarda le attività industriali e commerciali nel settore
         delle travi, all’interno del gruppo facente capo ad [ARBED] (divenuto in seguito gruppo Arcelor), la Commissione può legittimamente
         avviare un procedimento nei confronti di [ProfilARBED] a titolo della sua responsabilità per le infrazioni oggetto della presente
         decisione.
      
      472.      Infatti, nella causa “Cemento” [sentenza della Corte 7 gennaio 2004, cause riunite C‑204/00 P, causa C‑205/00 P, causa C‑211/00 P,
         causa C‑213/00 P, causa C‑217/00 P e C‑219/00 P, Aalborg Portland e a./Commissione, Racc. pag. I‑123, punti 354‑361)], la
         Corte ha dichiarato che la Commissione aveva giustamente ritenuto una società responsabile dei comportamenti illeciti di un’altra
         società, che apparteneva allo stesso gruppo e le cui attività economiche nel settore del cemento erano state trasferite alla
         prima società. Secondo la Corte, il fatto che la seconda società abbia continuato ad esistere in quanto persona giuridica
         dopo il trasferimento non invalidava affatto tale conclusione. Conformemente alla sentenza nella causa “Cemento”, poiché [ProfilARBED]
         era succeduta ad [ARBED] nell’esercizio delle attività industriali ed economiche di quest’ultima nel settore della produzione
         di travi, non può esserle imputata la responsabilità delle infrazioni oggetto del caso in esame. Il fatto che [ARBED] esista
         ancora in quanto persona giuridica non inficia tale conclusione. Inoltre, qualsiasi altra conclusione equivarrebbe a consentire
         di aggirare le norme comunitarie in materia di concorrenza, dato che le imprese potrebbero in tal modo evitare l’attribuzione
         della responsabilità per le infrazioni commesse trasferendo le attività controverse a un’altra società del medesimo gruppo.
         È per tale motivo che la presente decisione è indirizzata anche a [ProfilARBED]».
      
      35      Quanto all’eventuale prescrizione del suo potere di irrogare ammende, la Commissione ha rilevato quanto segue, ai punti 446‑452
         della decisione impugnata:
      
      «446. Per individuare le norme sulla prescrizione applicabili al caso in esame in materia di imposizione di ammende, non occorre
         stabilire se le norme concernenti la prescrizione siano norme procedurali, con la conseguenza che sarebbero applicabili le
         disposizioni in materia del regolamento [n. 1/2003], oppure norme sostanziali, con la conseguenza che sarebbero applicabili
         le disposizioni della [decisione n. 715/78], dato che tali disposizioni sono sostanzialmente identiche (…).
      
      447.      (…) [L]a Commissione ha avviato accertamenti nel settore delle travi d’acciaio il 16, 17 e 18 gennaio 1991, data in cui ritiene
         sia cessata l’infrazione. Il 6 febbraio 1992 la Commissione ha inviato a [TradeARBED] una comunicazione degli addebiti. Richieste
         di informazioni scritte sono state inviate a [TradeARBED] e al servizio giuridico di [ARBED], in particolare il 26 novembre
         1993, per chiedere a [ARBED] di comunicarle il fatturato realizzato da [ARBED] nella CECA tra gennaio e settembre del 1993.
         Il 16 febbraio 1994 la Commissione ha adottato la [decisione iniziale], con cui ha inflitto un’ammenda a [ARBED] per la partecipazione
         di [TradeARBED] alle infrazioni dell’art. 65 del Trattato CECA. L’8 aprile 1994 [ARBED] ha proposto un ricorso contro tale
         decisione dinanzi al Tribunale. L’11 marzo 1999 il Tribunale ha pronunciato la sentenza nella causa T‑137/94, ARBED/Commissione.
         L’11 maggio 1999 [ARBED] ha impugnato tale sentenza dinanzi alla Corte. Il 20 ottobre 2003 la Corte ha annullato la sentenza
         nella causa T‑137/94. L’8 marzo [2006] la Commissione ha deciso di avviare un nuovo procedimento relativo al comportamento
         anticoncorrenziale che era stato oggetto della [decisione iniziale] inviando a [ARBED, TradeARBED e ProfilARBED] una nuova
         comunicazione degli addebiti, che ha condotto all’adozione della presente decisione.
      
      448.      In base a quanto precede, la Commissione rileva che [ARBED] non può far valere la prescrizione, in quanto la presente decisione
         non è stata adottata oltre il termine entro il quale la Commissione può infliggere un’ammenda conformemente alle disposizioni
         richiamate al punto 446. Infatti, tralasciando gli atti istruttori e procedurali inviati alle altre imprese, le richieste
         scritte di informazioni inviate ad [ARBED] il 26 novembre 1993 e la [decisione iniziale] costituiscono entrambe atti interruttivi
         della prescrizione, che fanno decorrere ex novo il termine di prescrizione nei confronti di tutte le società che compongono
         l’unità economica facente capo ad [ARBED]. Inoltre, il termine di prescrizione è stato sospeso, conformemente all’art. 3 della
         decisione [n. 715/78], una prima volta dalla proposizione da parte di [ARBED], l’11 maggio 1994, di un ricorso contro la [decisione
         iniziale] dinanzi al Tribunale, che ha pronunciato la sua sentenza l’11 marzo 1999, e successivamente, una seconda volta,
         dalla proposizione, l’11 maggio 1999, di un’impugnazione dinanzi alla Corte, che ha pronunciato la propria sentenza il 20 ottobre
         2003. Successivamente a tale sospensione, la prescrizione di cinque anni è stata nuovamente interrotta allorché la Commissione
         ha adottato la comunicazione degli addebiti dell’8 marzo 2006. Inoltre, si deve rilevare che la presente decisione è stata
         adottata entro il termine di prescrizione di dieci anni decorrente dalla fine dell’infrazione nel 1990, dopo essere rimasto
         sospeso per i dieci anni corrispondenti alla durata dei procedimenti avviati in ordine successivo da [ARBED] dinanzi al Tribunale
         e alla Corte. Di conseguenza, e contrariamente a quanto sostengono le parti nelle loro rispettive risposte alla comunicazione
         degli addebiti dell’8 marzo 2006, è indubbio che [ARBED] non possa far valere la prescrizione in materia di imposizione di
         ammende.
      
      449.      Inoltre, le norme in materia di prescrizione non ostano all’imposizione di un’ammenda a [TradeARBED], in quanto i ricorsi
         proposti da [ARBED] dinanzi al Tribunale e alla Corte contro la [decisione iniziale] hanno determinato la sospensione del
         termine di prescrizione anche nei confronti di [TradeARBED]. Nella specie, l’ultimo atto interruttivo della prescrizione nei
         confronti di [TradeARBED] è la comunicazione degli addebiti inviata l’8 marzo 2006, dopo la quale il termine di prescrizione
         è rimasto sospeso per tutta la durata dei procedimenti avviati da [ARBED] dinanzi al Tribunale e alla Corte.
      
      450.      Infatti, come prevedono l’art. 3 della decisione [n. 715/78] e l’art. 25 del regolamento [n. 1/2003], la prescrizione dell’azione
         è sospesa per il tempo in cui pende dinanzi alla Corte un ricorso contro la decisione della Commissione.
      
      451.      La Commissione ritiene quindi che la sospensione della prescrizione conseguente all’avvio da parte di un’impresa di procedimenti
         dinanzi al Tribunale e alla Corte si applichi sia all’entità giuridica parte del procedimento che a tutte le altre entità
         giuridiche facenti parte della medesima unità economica, a prescindere da quale sia l’entità giuridica che ha avviato tali
         procedimenti. A tale riguardo si deve sottolineare che, se così non fosse, la Commissione non sarebbe in grado di correggere
         errori di procedura in cui potrebbe incorrere, a prescindere dal diritto di adottare una nuova decisione che la Corte le ha
         espressamente riconosciuto nella causa PVC II. Infatti, dal momento che la [decisione iniziale] è stata oggetto di un ricorso
         dinanzi al Tribunale e successivamente dinanzi alla Corte, la Commissione non avrebbe potuto, conformemente al principio di
         buona amministrazione, adottare una nuova decisione per sanzionare [TradeARBED] mentre erano pendenti i procedimenti avviati
         da [ARBED]. Ciò vale a maggior ragione se si considera che, nel corso del procedimento, [ARBED] non si è limitata a sollevare
         unicamente motivi procedurali, ma ha anche dedotto motivi di merito in ordine alla partecipazione di [TradeARBED] alle infrazioni
         contestate. È quindi indubbio che [TradeARBED] non possa beneficiare, per gli stessi motivi per cui non può farlo [ARBED],
         della prescrizione in materia di imposizione di ammende.
      
      452.      Infine, si deve rilevare che gli argomenti esposti ai punti 449 e seguenti in relazione ad [ARBED] valgono necessariamente
         per [ProfilARBED], che è il successore economico di [ARBED]».
      
      36      Ai sensi dell’art. 1 della decisione impugnata:
      
      «L’impresa composta da [ARBED, TradeARBED e ProfilARBED] ha partecipato, in violazione dell’art. 65, paragrafo 1, [CA], a
         una serie di accordi e di pratiche concordate aventi per oggetto o per effetto la fissazione dei prezzi, la ripartizione delle
         quote e lo scambio, su ampia scala, di informazioni sul mercato comunitario delle travi. La partecipazione accertata dell’impresa
         così composta a dette infrazioni è durata dal 1°luglio 1988 al 16 gennaio 1991».
      
      37      Ai sensi dell’art. 2 della decisione impugnata, «[è] inflitta [u]n’ammenda di EUR 10 milioni ad [ARBED, TradeARBED e ProfilARBED]
         in solido per le infrazioni di cui all’articolo 1».
      
       Procedimento e conclusioni delle parti
      38      Con atto depositato presso la cancelleria del Tribunale il 27 dicembre 2006 le ricorrenti hanno proposto il presente ricorso
         sul fondamento, da un lato, degli artt. 33 CA e 36 CA, e, dall’altro, degli artt. 229 CE e 230 CE.
      
      39      Essendo cambiata la composizione delle Sezioni del Tribunale, il giudice relatore è stato assegnato alla Settima Sezione,
         cui è stata quindi attribuita la presente causa.
      
      40      Su relazione del giudice relatore, il Tribunale (Settima Sezione) ha deciso di passare alla fase orale.
      
      41      Le parti hanno svolto le loro difese orali e hanno risposto ai quesiti loro posti dal Tribunale all’udienza del 5 novembre
         2008.
      
      42      Le ricorrenti chiedono che il Tribunale voglia:
      
      –        annullare la decisione impugnata;
      –        quanto meno, annullare l’art. 2 della detta decisione, nella parte in cui infligge loro una sanzione pecuniaria, o ridurre
         quest’ultima drasticamente;
      
      –        condannare la Commissione alle spese.
      43      La Commissione chiede che il Tribunale voglia:
      
      –        respingere il ricorso;
      –        condannare le ricorrenti alle spese.
       In diritto
      44      A sostegno delle loro conclusioni, le ricorrenti deducono, in sostanza, quattro motivi. Il primo motivo verte sull’assenza
         di fondamento normativo della decisione impugnata e su uno sviamento di potere. Il secondo motivo verte sulla violazione delle
         norme relative all’imputazione delle infrazioni, in quanto la decisione impugnata imputerebbe a tre società controllate la
         responsabilità del comportamento di una di loro, senza che le altre due vi abbiano partecipato. Il terzo motivo verte sulla
         violazione delle norme in materia di prescrizione. Il quarto motivo, sollevato in subordine, verte sulla violazione dei diritti
         della difesa, in quanto la decisione impugnata sarebbe stata adottata dopo un periodo di tempo eccessivamente lungo.
      
       Sul primo motivo, concernente l’assenza di fondamento normativo della decisione impugnata e uno sviamento di potere
       Argomenti delle parti
      45      Le ricorrenti suddividono il loro motivo in due parti.
      
      46      Nella prima parte del motivo sostengono che la Commissione è incorsa in violazione dell’art. 97 CA e sviamento di potere per
         avere applicato l’art. 65 CA dopo la data di scadenza del Trattato CECA. A loro avviso, infatti, la scadenza di detto Trattato,
         il 23 luglio 2002, avrebbe necessariamente comportato l’estinzione della competenza della Commissione ad applicare tale disposizione,
         contrariamente a quanto affermato al punto 292 della decisione impugnata.
      
      47      Sarebbe irrilevante a tale riguardo la circostanza, richiamata al punto 293 della decisione impugnata, che i Trattati CE e CECA
         appartengono a un unico ordinamento giuridico, fondato sui Trattati che istituiscono l’Unione europea e le varie Comunità.
         Le istituzioni sarebbero certamente tenute ad elaborare un’interpretazione coerente dei diversi Trattati. Tuttavia, ciò non
         potrebbe giustificare in alcun caso il fatto che la Commissione assicuri la «sopravvivenza» del Trattato CECA oltre il suo
         termine di scadenza, anche se le disposizioni di detto Trattato non lo prevedono. In tal senso le ricorrenti richiamano, in
         particolare, il citato parere 1/91 della Corte, punto 29.
      
      48      Nella seconda parte del motivo le ricorrenti sostengono che la Commissione è incorsa in violazione del regolamento n. 1/2003
         e in sviamento di potere per avere fondato la propria competenza ad adottare una decisione di applicazione dell’art. 65 CA
         su un regolamento che le conferisce poteri solo ai fini dell’attuazione degli artt. 81 CE e 82 CE.
      
      49      Per quanto riguarda le norme di procedura applicabili nel caso di specie, le ricorrenti criticano, in particolare, l’affermazione
         formulata al punto 299 della decisione impugnata, secondo cui gli artt. 7, n. 1, e 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003 conferirebbero
         alla Commissione il potere di rilevare e sanzionare le «violazioni delle norme in materia di concorrenza». Al contrario, dall’art. 4
         di tale regolamento risulterebbe che i poteri conferiti da quest’ultimo alla Commissione sono preordinati unicamente a consentirle
         di perseguire le violazioni degli artt. 81 CE e 82 CE.
      
      50      Le ricorrenti osservano inoltre che il regolamento n. 1/2003 è stato adottato dopo la scadenza del Trattato CECA. Non avendo
         esteso, in tale regolamento, le competenze della Commissione per l’attuazione dell’art. 65 CA, il Consiglio avrebbe probabilmente
         concluso, a loro parere correttamente, di non essere competente a prorogare la durata di detto Trattato, dato che tale prerogativa
         spetta esclusivamente agli autori dello stesso e non alle istituzioni da esso create.
      
      51      Quanto all’argomento della Commissione fondato sulla comunicazione del 18 giugno 2002, le ricorrenti sottolineano che non
         è sufficiente ripetere una posizione di principio per giustificarla.
      
      52      Nella replica le ricorrenti aggiungono che, anche ammettendo che il regolamento n. 1/2003 possa essere interpretato nel senso
         che riguarda anche i procedimenti ai sensi dell’art. 65 CA, ciò non potrebbe comportare una modifica della portata del Trattato CECA
         e, più in particolare, del suo art. 97. Dalla gerarchia delle norme discenderebbe infatti che un regolamento del Consiglio
         non può modificare un Trattato. Ciò varrebbe a maggior ragione in quanto l’art. 95 CA prevedeva una specifica procedura da
         rispettare nel caso in cui si fosse ritenuto necessario modificare il Trattato CECA per renderlo applicabile a casi che non
         contemplava.
      
      53      Per quanto riguarda le norme sostanziali, le ricorrenti ritengono inapplicabile, nella specie, il principio generale di diritto
         invocato al punto 301 della decisione impugnata, secondo cui il diritto sostanziale applicabile rimane quello vigente nel
         momento in cui è stata commessa l’infrazione, a prescindere dalla data di applicazione. Infatti, nella specie non si tratterebbe
         di una modifica di un testo legislativo da parte del suo autore, bensì di un’iniziativa presa dall’istituzione incaricata
         di dare attuazione alla norma giuridica e diretta a prorogare la vigenza di tale norma oltre la data di scadenza espressamente
         stabilita dal suo autore. Nella specie il Trattato CECA sarebbe scaduto il 23 luglio 2002, conformemente al suo art. 97, senza
         che i suoi autori abbiano adottato una qualsiasi misura volta a mantenere in vigore talune delle sue disposizioni. A prescindere
         dal disappunto che tale situazione possa causare nella Commissione, quest’ultima non sarebbe autorizzata a sostituirsi ai
         detti autori mantenendo in vigore l’art. 65 CA.
      
      54      Le ricorrenti aggiungono nella replica che, se i comportamenti anteriori al 23 luglio 2002 restano soggetti al Trattato CECA,
         essi sono disciplinati da tutte le disposizioni di detto Trattato, compreso l’art. 97, che osta all’applicazione del medesimo
         Trattato dopo tale data.
      
      55      La Commissione contesta gli argomenti delle ricorrenti e sviluppa un argomento analogo a quello figurante nella decisione
         impugnata.
      
       Giudizio del Tribunale
      56      Occorre esaminare congiuntamente le due parti del motivo.
      
      57      Il Tribunale ricorda che i Trattati comunitari hanno istituito un ordinamento giuridico unico (v., in tal senso, parere della
         Corte 1/91, cit., punto 21; sentenza del Tribunale 27 giugno 1991, causa T‑120/89, Stahlwerke Peine‑Salzgitter/Commissione,
         Racc. pag. II‑279, punto 78), nel cui ambito, come risulta dall’art. 305, n. 1, CE, il Trattato CECA costituiva un regime
         specifico che derogava alle norme di applicazione generale del Trattato CE.
      
      58      Ai sensi del suo art. 97, il Trattato CECA è scaduto il 23 luglio 2002. Di conseguenza, il 24 luglio 2002, l’ambito di applicazione
         del regime generale risultante dal Trattato CE si è esteso ai settori inizialmente disciplinati dal Trattato CECA.
      
      59      Se è vero che la successione del quadro giuridico del Trattato CE a quello del Trattato CECA ha comportato, a partire dal
         24 luglio 2002, una modifica dei fondamenti normativi, delle procedure e delle norme sostanziali applicabili alle situazioni
         precedentemente disciplinate dal Trattato CECA, essa si inserisce tuttavia nel contesto dell’unità e della continuità dell’ordinamento
         giuridico comunitario e dei suoi obiettivi (sentenza del Tribunale 12 settembre 2007, causa T‑25/04, González y Díez/Commissione,
         Racc. pag. II‑3121, punto 55).
      
      60      A tal riguardo, si deve rilevare che l’instaurazione e il mantenimento di un regime di libera concorrenza, nel cui ambito
         siano garantite le normali condizioni di concorrenza, e che è in particolare all’origine delle norme in materia di accordi
         tra imprese, costituiscono uno degli obiettivi fondamentali sia del Trattato CE (v., in tal senso, sentenza della Corte 29 giugno
         2006, causa C‑308/04 P, SGL Carbon/Commissione, Racc. pag. I‑5977, punto 31) che del Trattato CECA (v., in tal senso, parere
         della Corte 13 dicembre 1961, 1/61, Racc. pag. 491, in particolare pag. 504, e sentenza del Tribunale 11 marzo 1999, causa
         T‑141/94, Thyssen Stahl/Commissione, Racc. pag. II‑347, punti 265, 299‑304).
      
      61      In tale contesto, per quanto le norme dei Trattati CECA e CE che disciplinano la materia degli accordi tra imprese divergano
         in una certa misura, si deve sottolineare che le nozioni di accordi e di pratiche concordate ai sensi dell’art. 65, n. 1, CA
         corrispondono a quelle di intese e di pratiche concordate ai sensi dell’art. 81 CE e che queste due disposizioni sono state
         interpretate allo stesso modo dal giudice comunitario (v., in tal senso, sentenza Thyssen Stahl/Commissione, cit., punti 262‑272
         e 277). Pertanto, il perseguimento dell’obiettivo di una concorrenza non falsata nei settori inizialmente rientranti nel mercato
         comune del carbone e dell’acciaio non subisce interruzione a seguito della scadenza del Trattato CECA, poiché questo obiettivo
         è parimenti perseguito nell’ambito del Trattato CE dalla stessa istituzione, vale a dire la Commissione, autorità amministrativa
         incaricata dell’attuazione e dell’elaborazione della politica di concorrenza nell’interesse generale della Comunità (v., in
         tal senso e per analogia, sentenza González y Díez/Commissione, cit., punto 55).
      
      62      Peraltro, conformemente a un principio comune agli ordinamenti giuridici degli Stati membri, le cui origini risalgono al diritto
         romano, qualora venga mutata la legge ed il legislatore non esprima una volontà contraria, è opportuno assicurare la continuità
         degli istituti giuridici (sentenza della Corte 25 febbraio 1969, causa 23/68, Klomp, Racc. pag. 43, punto 13). Il Tribunale
         osserva che, in detta sentenza, la Corte ha applicato tale principio mentre era in discussione una modifica del diritto comunitario
         primario, attuata attraverso il Trattato di fusione.
      
      63      La continuità dell’ordinamento giuridico comunitario e degli obiettivi che presiedono alla sua azione richiede pertanto che
         la Comunità europea, in quanto subentra alla Comunità europea del carbone e dell’acciaio, e nel suo proprio quadro procedurale,
         assicuri, nei riguardi delle situazioni sorte sotto la vigenza del Trattato CECA, il rispetto dei diritti e degli obblighi
         che a suo tempo si imponevano sia agli Stati membri, sia pure ai singoli, in forza del Trattato CECA e delle disposizioni
         adottate per la sua applicazione. Tale requisito si afferma a maggior ragione in quanto la distorsione della concorrenza risultante
         dall’inosservanza delle norme in materia di accordi tra imprese è tale da estendere i suoi effetti nel tempo dopo la scadenza
         del Trattato CECA, sotto la vigenza del Trattato CE (v., per analogia, sentenza della Corte 18 luglio 2007, causa C‑119/05,
         Lucchini, Racc. pag. I‑6199, punto 41, e giurisprudenza ivi citata, e sentenza González y Díez/Commissione, cit., punto 56).
      
      64      Da quanto precede consegue che, contrariamente a quanto sostenuto dalla ricorrente, il regolamento n. 1/2003 e, più in particolare,
         gli artt. 7, n. 1, e 23, n. 2, dello stesso devono essere interpretati nel senso che consentono alla Commissione di constatare
         e di sanzionare, dopo il 23 luglio 2002, gli accordi tra imprese posti in essere nei settori rientranti nell’ambito di applicazione
         del Trattato CECA ratione materiae e ratione temporis (v., per analogia, sentenza González y Díez/Commissione, cit., punto 57),
         e ciò anche se le citate disposizioni del detto regolamento non menzionano espressamente l’art. 65 CA.
      
      65      Inoltre, si deve rilevare che l’applicazione delle norme del Trattato CE a un settore inizialmente disciplinato dal Trattato CECA
         deve avvenire nel rispetto dei principi cui è soggetta l’applicazione della legge nel tempo. A tale riguardo, risulta da una
         costante giurisprudenza che, se è vero che le norme di procedura si ritengono generalmente applicabili a tutte le controversie
         pendenti al momento in cui entrano in vigore, ciò non vale tuttavia per le norme sostanziali. Infatti, queste ultime devono
         essere interpretate, onde garantire il rispetto dei principi di certezza del diritto e di tutela del legittimo affidamento,
         nel senso che non riguardano situazioni maturate anteriormente alla loro entrata in vigore salvo che emerga chiaramente dai
         loro termini, dalle loro finalità o dalla loro economia che si deve attribuire loro questo effetto (sentenze della Corte Salumi
         e a., cit., punto 9, e 10 febbraio 1982, 21/81, Bout, Racc. pag. 381, punto 13; sentenza del Tribunale 19 febbraio 1998, causa
         T‑42/96, Eyckeler & Malt/Commissione, Racc. pag. II‑401, punto 55).
      
      66      In questa ottica, per quanto riguarda la questione delle disposizioni sostanziali applicabili ad una situazione giuridica
         definitivamente acquisita anteriormente alla scadenza del Trattato CECA, la continuità dell’ordinamento giuridico comunitario
         e i dettami dei principi di certezza del diritto e di tutela del legittimo affidamento impongono l’applicazione delle disposizioni
         sostanziali adottate in applicazione del Trattato CECA ai fatti rientranti nel loro ambito di applicazione ratione materiae
         e ratione temporis. La circostanza che, in ragione del fatto che il Trattato CECA è scaduto, il quadro normativo di cui trattasi
         non sia più in vigore al momento in cui viene effettuata la valutazione della situazione di fatto non modifica tale considerazione,
         in quanto tale valutazione verte su una situazione giuridica definitivamente acquisita in un’epoca in cui erano applicabili
         le disposizioni sostanziali adottate ai sensi del Trattato CECA (sentenza González y Díez/Commissione, cit., punto 59).
      
      67      Nella specie, la decisione impugnata è stata adottata sul fondamento degli artt. 7, n. 1, e 23, n. 2, del regolamento n. 1/2003,
         a seguito di un procedimento condotto conformemente a detto regolamento. Le disposizioni relative al fondamento normativo
         e al procedimento seguito fino all’adozione della decisione impugnata rientrano nelle norme di procedura ai sensi della giurisprudenza
         di cui al punto 65 supra. Dal momento che la decisione impugnata è stata adottata dopo la scadenza del Trattato CECA, la Commissione
         ha giustamente applicato le norme contenute nel regolamento n. 1/2003 (v., in tal senso e per analogia, sentenza González
         y Díez/Commissione, cit., punto 60, e, a contrario, sentenza del Tribunale 25 ottobre 2007, cause riunite T‑27/03, T‑46/03,
         T‑58/03, T‑79/03, T‑80/03, T‑97/03 e T‑98/03, SP e a./Commissione, Racc. pag. II‑4331).
      
      68      Per quanto riguarda le norme di merito, si deve osservare che la decisione impugnata riguarda una situazione giuridica definitivamente
         acquisita anteriormente alla scadenza del Trattato CECA e che il periodo dell’infrazione è compreso tra il 1° luglio 1988
         e il 16 gennaio 1991 (v. infra, punto 140). In mancanza di effetto retroattivo delle norme sostanziali in materia di concorrenza
         applicabili dopo il 24 luglio 2002, si deve rilevare che l’art. 65, n. 1, CA costituisce la norma sostanziale applicabile
         ed effettivamente applicata dalla Commissione nella decisione impugnata, fermo restando che proprio dalla natura di lex generalis
         del Trattato CE rispetto al Trattato CECA, sancita dall’art. 305 CE, risulta che il regime specifico istituito dal Trattato CECA
         e dalle norme adottate per la sua applicazione è, in forza del principio lex specialis derogat legi generali, l’unico applicabile
         alle situazioni acquisite prima del 24 luglio 2002.
      
      69      Da tutte le suesposte considerazioni risulta che devono essere respinte entrambe le parti del primo motivo.
      
       Sul secondo motivo, concernente la violazione delle norme in materia di imputazione delle infrazioni
       Argomenti delle parti
      70      Le ricorrenti negano che la responsabilità delle infrazioni constatate nella decisione impugnata sia imputabile alla ARBED
         e alla ProfilARBED.
      
      71      Per quanto riguarda la ARBED, e in risposta al punto 460 della decisione impugnata, le ricorrenti fanno valere, in riferimento
         al punto 28 della citata sentenza Stora Kopparbergs Bergslags/Commissione, che la Corte non ha mai confermato che un controllo
         al 100% fosse sufficiente per considerare una società controllante responsabile del comportamento della controllata. Essa
         avrebbe dichiarato che, qualora la controllante avesse accettato di assumersi la responsabilità del comportamento della controllata
         nel corso del procedimento amministrativo, la Commissione poteva presumere che essa ne fosse effettivamente responsabile.
         Tale ipotesi non ricorrerebbe nel caso di specie, dato che la Commissione non ha mai comunicato alla ARBED, durante il primo
         procedimento amministrativo, che intendeva imputarle la responsabilità del comportamento della TradeARBED.
      
      72      Le ricorrenti aggiungono che, nella causa conclusasi con la citata sentenza Stora Kopparbergs Bergslags/Commissione, la Commissione
         aveva adottato un approccio consistente nell’inviare la decisione controversa alla società controllante laddove esistessero
         prove esplicite che la coinvolgessero nella partecipazione al cartello della controllata [v. punto 143 della decisione della
         Commissione 13 luglio 1994, 94/601/CE, relativa ad un procedimento a norma dell’articolo 85 del trattato CEE (IV/C/33.833
         – Cartoncino) (GU L 243, pag. 1)]. Così non sarebbe nel caso di specie.
      
      73      Poiché nella specie non sussistono tutte le condizioni particolari individuate dalla Corte nella citata sentenza Stora Kopparbergs
         Bergslags/Commissione, le ricorrenti fanno valere che i principi generali del carattere individuale delle sanzioni e dell’onere
         della prova richiedono che la Commissione dimostri che si possano muovere specifiche censure a ciascuna delle imprese destinatarie
         della comunicazione degli addebiti. Esse richiamano, a tal proposito, la sentenza del Tribunale 4 luglio 2006, causa T‑304/02,
         Hoek Loos/Commissione (Racc. pag. II‑1887, punto 118, e giurisprudenza ivi citata).
      
      74      Orbene, nella specie la Commissione avrebbe rilevato, sia nella decisione impugnata (punti 444 e 464) che nella decisione
         iniziale (punto 322), che solo la TradeARBED aveva partecipato ai vari accordi e alle varie pratiche concordate in questione.
      
      75      Infine, le ricorrenti fanno valere che l’imputazione dell’infrazione commessa dalla TradeARBED alla ARBED, per la sola ragione
         che quest’ultima detiene il 100% del capitale della sua controllata, condurrebbe nella specie a una discriminazione rispetto
         alle altre imprese interessate. Infatti, contrariamente a quanto affermerebbe la Commissione al punto 468 della decisione
         impugnata, nella decisione iniziale sarebbe stato adottato, nei confronti di tali imprese, un criterio di imputabilità fondato
         non sulla produzione di travi, bensì sull’effettiva partecipazione alle infrazioni controverse. La Commissione avrebbe adottato
         una decisione unicamente nei confronti della società di produzione solo quando abbiano partecipato all’intesa due società
         dello stesso gruppo (v. punti 320 e 321 della decisione iniziale). Secondo le ricorrenti, nel caso di specie la Commissione
         non può discostarsi da tale criterio di imputabilità senza rendersi responsabile di una discriminazione contraria al principio
         della parità di trattamento.
      
      76      Nella replica le ricorrenti aggiungono che, nella specie, la Commissione ha scelto di non fondarsi sulla presunzione semplice
         relativa alla partecipazione azionaria delle società controllanti nelle loro controllate al 100% e di esaminare invece, sulla
         base dei fatti e delle informazioni da essa raccolte, se tali società avessero effettivamente partecipato all’infrazione.
         Orbene, nella specie la Commissione avrebbe concluso in base al suo esame dei fatti, nella decisione iniziale, che, per quanto
         riguardava il gruppo ARBED, solo la TradeARBED aveva partecipato all’infrazione. Ne deriverebbero due conseguenze.
      
      77      Da un lato, poiché la Commissione aveva deciso, nell’ambito del procedimento conclusosi con l’adozione della decisione iniziale,
         di non fondarsi sulla presunzione semplice in questione, le ricorrenti ritengono che essa non potesse adottare un approccio
         diverso, nell’ambito del procedimento conclusosi con l’adozione della decisione impugnata, senza ledere il principio della
         parità di trattamento.
      
      78      Dall’altro, il ricorso a detta presunzione sarebbe reso impossibile, nella specie, dalla forza di cosa giudicata che sarebbe
         insita, secondo le ricorrenti, nella decisione iniziale in cui la Commissione avrebbe concluso che solo la TradeARBED aveva
         partecipato all’infrazione. Infatti, tale aspetto della decisione iniziale non sarebbe mai stato contestato né a fortiori
         annullato da una decisione giudiziaria.
      
      79      Per quanto riguarda la ProfilARBED, le ricorrenti fanno valere che, anche ammettendo che la Commissione possa imputare alla
         società di produzione del gruppo ARBED la responsabilità dell’infrazione commessa dalla TradeARBED, essa dovrebbe decidere
         di perseguire sia la ARBED, in quanto società di produzione attiva all’epoca dei fatti controversi, sia la ProfilARBED, in
         quanto successore economico della ARBED nel settore della produzione delle travi.
      
      80      Secondo le ricorrenti, la Commissione non potrebbe, salvo ledere il principio del carattere individuale delle sanzioni, imputare
         la stessa infrazione sia all’impresa che ha partecipato all’infrazione che all’impresa che ha successivamente esercitato l’attività
         interessata dall’infrazione. L’approccio difeso dalla Commissione condurrebbe infatti a perseguire e condannare due imprese
         per gli stessi fatti.
      
      81      In ogni caso, poiché la ProfilARBED è considerata responsabile del comportamento della ARBED in quanto successore della stessa
         nell’attività di produzione delle travi, essa intende dedurre, mutatis mutandis, gli argomenti riportati ai precedenti punti 71‑78.
      
      82      La Commissione contesta gli argomenti delle ricorrenti sviluppando una argomento analogo a quello che figura nella decisione
         impugnata.
      
       Giudizio del Tribunale
      83      Occorre mantenere distinte le situazioni individuali di ciascuna delle tre ricorrenti.
      
      –       TradeARBED 
      84      Fatto salvo il loro argomento sviluppato nell’ambito del primo e del terzo motivo, le ricorrenti non contestano che la decisione
         impugnata potesse essere indirizzata alla TradeARBED, in quanto società individuata, nella decisione iniziale, come l’unica
         società del gruppo ARBED ad avere «partecipato ai vari accordi e alle varie pratiche».
      
      85      Si deve quindi ritenere che il secondo motivo non sia stato dedotto dalla TradeARBED a sostegno della sua domanda di annullamento
         della decisione impugnata.
      
      –       ARBED
      86      L’argomento sviluppato dalle ricorrenti, nell’ambito del presente motivo, non consente di dimostrare che l’imputazione alla
         ARBED della responsabilità del comportamento illecito della TradeARBED e l’imposizione di un’ammenda a queste due società,
         in solido, siano viziate da un errore di diritto.
      
      87      A tal riguardo, occorre anzitutto ricordare che la nozione d’impresa ai sensi dell’art. 81 CE include entità economiche, ognuna
         delle quali consiste in un’organizzazione unitaria di elementi personali, materiali e immateriali che persegue stabilmente
         un determinato fine di natura economica, organizzazione che può concorrere alla realizzazione di un’infrazione prevista da
         tale disposizione (sentenza del Tribunale 12 dicembre 2007, causa T‑112/05, Akzo Nobel e a./Commissione, Racc. pag. II‑5049,
         attualmente in fase di impugnazione, punto 57; v. anche sentenza del Tribunale 20 marzo 2002, causa T‑9/99, HFB e a./Commissione,
         Racc. pag. II‑1487, punto 54, e giurisprudenza ivi citata).
      
      88      Non è quindi una relazione di istigazione a commettere l’illecito tra la controllante e la sua controllata né, a maggior ragione,
         un’implicazione della prima in tale illecito, ma il fatto che esse costituiscono un’unica impresa nel sopraccitato senso che
         permette alla Commissione di adottare la decisione che infligge ammende nei confronti della società controllante di un gruppo
         di società. Infatti, il diritto comunitario della concorrenza riconosce che varie società appartenenti ad uno stesso gruppo
         costituiscono un’entità economica e pertanto un’impresa ai sensi degli artt. 81 CE e 82 CE se le società interessate non determinano
         in modo autonomo il loro comportamento sul mercato (sentenza Akzo Nobel e a./Commissione, cit., punto 58; v. anche sentenza
         del Tribunale 30 settembre 2003, causa T‑203/01, Michelin/Commissione, Racc. pag. II‑4071, punto 290).
      
      89      Nel caso particolare in cui una società controllante detenga il 100% del capitale della sua controllata che si sia resa responsabile
         di un comportamento illecito, esiste una presunzione relativa che tale società controllante eserciti effettivamente un’influenza
         determinante sul comportamento della sua controllata (sentenza Akzo Nobel e a./Commissione, cit., punto 60; v. anche, in tal
         senso, sentenza della Corte 25 ottobre 1983, causa 107/82, AEG‑Telefunken/Commissione, Racc. pag. 3151, punto 50, e sentenza
         del Tribunale 20 aprile 1999, cause riunite da T‑305/94 a T‑307/94, da T‑313/94 a T‑316/94, T‑318/94, T‑325/94, T‑328/94,
         T‑329/94 e T‑335/94, Limburgse Vinyl Maatschappij e a./Commissione, detta «PVC II», Racc. pag. II‑931, punti 961 e 984) e
         costituisca quindi con essa un’unica impresa ai sensi dell’art. 81 CE (sentenza del Tribunale 15 giugno 2005, cause riunite
         T‑71/03, causa T‑74/03, causa T‑87/03 e T‑91/03, Tokai Carbon e a./Commissione, punto 59). Incombe quindi alla società controllante
         che contesta dinanzi al giudice comunitario una decisione della Commissione che le infligge un’ammenda per il comportamento
         della sua controllata confutare tale presunzione fornendo elementi di prova idonei a dimostrare l’autonomia della sua controllata
         (sentenza del Tribunale 27 settembre 2006, causa T‑314/01, Avebe/Commissione, Racc. pag. II‑3085, punto 136; v. anche, in
         tal senso, sentenza Stora Kopparbergs Bergslags/Commissione, cit., punto 29).
      
      90      A tal riguardo, è vero che, ai punti 28 e 29 della citata sentenza Stora Kopparbergs Bergslags/Commissione, la Corte ha menzionato,
         oltre alla detenzione del 100% del capitale della controllata, altre circostanze, quali la mancata contestazione, da parte
         della controllante, dell’influenza da essa esercitata sulla politica commerciale della sua controllata e la rappresentanza
         comune delle due società durante il procedimento amministrativo. Tuttavia, tali circostanze sono state rilevate dalla Corte
         solo con l’obiettivo di mostrare tutti gli elementi su cui il Tribunale aveva fondato il suo ragionamento, per concludere
         che questo non era fondato solamente sulla detenzione della totalità del capitale della controllata da parte della società
         controllante. Pertanto, dal fatto che la Corte abbia confermato la valutazione del Tribunale in tale causa non può derivare
         la modifica del principio enunciato al punto 50 della citata sentenza AEG‑Telefunken/Commissione (sentenza Akzo Nobel e a./Commissione,
         cit., punto 61).
      
      91      Alla luce di tali considerazioni, è sufficiente che la Commissione provi che la totalità del capitale di una controllata sia
         detenuta dalla controllante perché sia confermata la presunzione che quest’ultima esercita un’influenza determinante sul comportamento
         della controllata sul mercato. La Commissione potrà, in seguito, ritenere la società controllante solidalmente responsabile
         per il pagamento dell’ammenda inflitta alla sua controllata, anche quando si rilevi che detta società controllante non ha
         partecipato direttamente agli accordi, a meno che essa non provi che la sua controllata si comporta in maniera autonoma sul
         mercato (sentenza del Tribunale 18 dicembre 2008, causa T‑85/06, General Química e a./Commissione, punto 62).
      
      92      Quanto alla legittimità dell’attribuzione di responsabilità operata dalla Commissione, si deve anzitutto rilevare che, al
         pari del divieto di cui all’art. 81, n. 1, CE, quello dell’art. 65, n. 1, CA è rivolto in particolare alle «imprese». È già
         stato dichiarato, peraltro, che la nozione di impresa ha il medesimo significato nelle due disposizioni (sentenza del Tribunale
         11 marzo 1999, causa T‑145/94, Unimétal/Commissione, Racc. pag. II‑585, punto 600). Di conseguenza, le norme relative all’imputazione
         della responsabilità delle violazioni dell’art. 81, n. 1, CE valgono anche per le violazioni dell’art. 65, n. 1, CA (v., in
         tal senso, sentenza della Corte 2 ottobre 2003, causa C‑196/99 P, Aristrain/Commissione, Racc. pag. I‑11005, punto 96).
      
      93      Nella specie è pacifico che la ARBED detenga il 100% del capitale della sua controllata TradeARBED.
      
      94      Pertanto, la Commissione poteva legittimamente ritenere, come ha fatto al punto 460 della decisione impugnata, che la ARBED
         avesse esercitato un’influenza determinante sul comportamento della TradeARBED, dato che non era stato dimostrato, né affermato,
         che detta controllata determinasse in modo autonomo la propria politica commerciale così da non costituire con essa un’entità
         economica unica e, quindi, un’unica impresa ai sensi dell’art. 65 CA.
      
      95      L’argomento sviluppato a tale riguardo dalle ricorrenti nell’ambito del ricorso in esame, sulla base del punto 28 della citata
         sentenza Stora Kopparbergs Bergslags/Commissione, deriva da un’interpretazione errata di tale sentenza e deve essere respinto
         per i motivi esposti al precedente punto 90.
      
      96      In ogni caso, la Commissione rileva giustamente di avere apportato, al punto 462 della decisione impugnata, elementi di prova
         aggiuntivi, che, al di là della presunzione fondata sul fatto che la società controllante detiene l’intero capitale sociale
         della controllata, hanno confermato non la partecipazione materiale effettiva della ARBED alle infrazioni in questione, bensì
         la sua influenza determinante sul comportamento della TradeARBED e l’effettivo esercizio di tale potere.
      
      97      Al punto 92 della citata sentenza ARBED/Commissione, non contestata nell’ambito dell’impugnazione dinanzi alla Corte, il Tribunale
         ha peraltro già constatato, sul fondamento delle precisazioni fornite in udienza dall’avvocato della ARBED, che la TradeARBED
         era una società commerciale che distribuiva i prodotti siderurgici, e in particolare le travi, fabbricati della ARBED, intervenendo
         o in qualità di agente, nel qual caso la vendita era fatturata direttamente dalla ARBED al cliente, o in qualità di agente
         mandatario, nel qual caso la vendita era fatturata al cliente dalla TradeARBED in nome della ARBED, e in entrambi i casi la
         TradeARBED percepiva una provvigione sui prodotti venduti. Il Tribunale ha peraltro accertato che la TradeARBED non si comportava
         in maniera autonoma sul mercato comunitario delle travi, ma applicava, in sostanza, le istruzioni che le venivano impartite
         dalla ARBED.
      
      98      Risulta inoltre dai punti 96 e 97 della citata sentenza ARBED/Commissione, non contestati nell’ambito dell’impugnazione, che
         a) per l’intero procedimento amministrativo che ha condotto alla decisione iniziale, la ARBED o, a seconda dei casi, la TradeARBED
         hanno indifferentemente risposto alle richieste di chiarimenti inviate dalla Commissione alla TradeARBED; b) la ARBED considerava
         semplicemente la TradeARBED quale proprio «organismo» o «organizzazione» di vendita; c) la ARBED si è spontaneamente ritenuta
         destinataria della comunicazione degli addebiti formalmente notificata alla TradeARBED e ha conferito mandato ad un avvocato
         ai fini della difesa dei propri interessi.
      
      99      Risulta da quanto precede che la ARBED e la sua controllata TradeARBED devono essere considerate una stessa ed unica impresa
         ai sensi dell’art. 65, n. 1, CA e che la Commissione poteva legittimamente imputare alla prima la responsabilità per il comportamento
         della seconda.
      
      100    Quanto al resto, l’argomento delle ricorrenti deriva da una confusione tra l’imputazione diretta a una società controllante
         dell’infrazione commessa da quest’ultima di concerto con la sua controllata, in ragione della sua partecipazione effettiva
         all’infrazione, e l’imputazione alla medesima società controllante della responsabilità dell’infrazione commessa dalla sua
         unica controllata, in ragione dell’influenza determinante esercitata dalla prima sul comportamento della seconda.
      
      101    Contrariamente a quanto sostengono le ricorrenti, la Commissione si è fondata su quest’ultimo criterio di imputabilità per
         inviare alla ARBED sia la decisione iniziale (v. il relativo punto 322) che la decisione impugnata (v. il relativo punto 462).
      
      102    Pertanto, si deve respingere in quanto inoperante l’argomento delle ricorrenti fondato sulla pretesa forza di cosa giudicata
         insita nella constatazione, formulata nella decisione iniziale, della partecipazione della sola TradeARBED alle infrazioni
         in esame.
      
      103    Quanto all’argomento che le ricorrenti pretendono di fondare su una presunta discriminazione di cui sarebbero state vittime
         rispetto alle imprese destinatarie della decisione impugnata, esso è del tutto privo di fondamento. Come emerge dai punti 466‑468
         della decisione impugnata (e già dal punto 322 della decisione iniziale), è proprio per tenere conto della situazione particolare
         dell’impresa costituita dalla ARBED e dalla TradeARBED, la quale, in quanto società commerciale distributrice delle travi
         della ARBED, riceveva solo una piccola percentuale del prezzo di vendita per i propri servizi, e per garantire la parità di
         trattamento fra tutte le imprese produttrici di travi implicate nelle infrazioni di cui trattasi, che la Commissione ha voluto
         imputare alla ARBED la responsabilità delle violazioni commesse dalla sua controllata TradeARBED. Lungi dal comportare una
         discriminazione nei confronti della ARBED, tale imputazione di responsabilità è pienamente conforme al principio generale
         della parità di trattamento, che, secondo costante giurisprudenza, impone che situazioni analoghe non siano trattate in maniera
         diversa e che situazioni diverse non siano trattate in maniera uguale, a meno che tale trattamento non sia obiettivamente
         giustificato (v. sentenze della Corte 3 maggio 2007, causa C‑303/05, Advocaten voor de Wereld, Racc. pag. I‑3633, punto 56,
         e del Tribunale 5 aprile 2006, causa T‑351/02, Deutsche Bahn/Commissione, Racc. pag. II‑1047, punto 137, e giurisprudenza
         ivi citata).
      
      104    Infine, il Tribunale ritiene che, applicando la nozione di «impresa», la ARBED e la TradeARBED potessero essere considerate
         responsabili in solido del comportamento loro addebitato, dato che gli atti compiuti dall’una erano imputabili all’altra e,
         pertanto, potevano essere considerati compiuti da quest’ultima (v., in tal senso, sentenze HFB e a./Commissione, cit., punti 524
         e 525; Tokai Carbon e a./Commissione, cit., punto 62, e Akzo Nobel e a./Commissione, cit., punto 62; v. anche, in tal senso
         e per analogia, sentenze della Corte 6 marzo 1974, cause riunite 6/73 e 7/73, Istituto Chemioterapico Italiano e Commercial
         Solvents/Commissione, Racc. pag. 223, punto 41, e 16 novembre 2000, causa C‑294/98 P, Metsä‑Serla e a./Commissione, Racc. pag. I‑10065,
         punti 26‑28).
      
      105    Risulta dalle suesposte considerazioni che il secondo motivo dev’essere respinto in quanto infondato, nella misura in cui
         è stato dedotto dalla ARBED.
      
      –       ProfilARBED
      106    L’argomento sviluppato nella specie dalle ricorrenti, nell’ambito del presente motivo, non consente neppure di dimostrare
         che l’imputazione della responsabilità del comportamento illecito dalla ARBED/TradeARBED alla ProfilARBED e l’imposizione
         di un’ammenda a queste tre società, in solido, siano viziate da errori di diritto.
      
      107    Anzitutto, il Tribunale ritiene che la Commissione potesse legittimamente imputare alla ProfilARBED, in quanto successore
         economico della ARBED nel settore della produzione di travi nell’ambito del gruppo ARBED, la responsabilità del comportamento
         illecito della ARBED e quindi, di riflesso, la responsabilità per il comportamento illecito della TradeARBED.
      
      108    Tale imputazione di responsabilità appare infatti giustificata alla luce del criterio della continuità economica elaborato
         dalla giurisprudenza, in particolare nei casi di ristrutturazione o di altre variazioni all’interno di un gruppo di imprese
         (v., a tale riguardo, sentenza della Corte 11 dicembre 2007, causa C‑280/06, ETI e a., Racc. pag. I‑10893, punti 40‑49, e
         conclusioni dell’avvocato generale Kokott relative a detta sentenza, Racc. pag. I‑10896, paragrafi 65‑84).
      
      109    Secondo detta giurisprudenza, in caso di trasferimento della totalità o di parte delle attività economiche da un’entità giuridica
         a un’altra, la responsabilità dell’infrazione commessa dal gestore iniziale, nell’ambito delle attività in questione, è imputabile
         al nuovo gestore se esso costituisce con il primo un medesimo ente economico ai fini dell’applicazione delle norme in materia
         di concorrenza, anche se il gestore iniziale esiste ancora in quanto ente giuridico (v., in tal senso, sentenze della Corte
         7 gennaio 2004, cause riunite C‑204/00 P, C‑205/00 P,  C‑211/00 P, C‑213/00 P, C‑217/00 P e C‑219/00 P, Aalborg Portland e a./Commissione,
         Racc. pag. I‑123, punti 354‑359, ed ETI e a., cit., punto 48; sentenza del Tribunale 27 settembre 2006, causa T‑43/02, Jungbunzlauer/Commissione,
         Racc. pag. II‑3435, punti 131‑133).
      
      110    La Corte ha precisato che una tale configurazione della sanzione è ammissibile segnatamente qualora tali enti siano stati
         sotto il controllo della stessa persona e, considerati gli stretti legami che li uniscono sul piano economico e organizzativo,
         abbiano applicato in sostanza le stesse direttive commerciali (sentenza ETI e a., cit., punto 49). Ciò vale in particolare
         per i casi di ristrutturazione nell’ambito di un gruppo di imprese, dove l’originario gestore non cessa necessariamente di
         esistere giuridicamente, ma non svolge più alcuna attività economica significativa sul mercato di cui trattasi. Qualora, infatti,
         tra l’originario e il nuovo gestore dell’impresa che ha preso parte all’intesa sussista un nesso strutturale, gli interessati
         potrebbero sottrarsi alla loro responsabilità in materia di concorrenza grazie alle possibilità di riconfigurazioni giuridiche
         loro consentite, a prescindere dal fatto che ciò sia avvenuto intenzionalmente o no. In tal modo l’originario gestore dell’impresa
         potrebbe, a seguito di una ristrutturazione interna del gruppo, ridursi ad una «scatola vuota» (sentenza ETI e a., cit., punto 41,
         e conclusioni dell’avvocato generale Kokott relative a tale sentenza, cit., paragrafo 79).
      
      111    Nella specie, la costituzione della ProfilARBED, nel 1992, quale controllata al 100% della ARBED, per proseguire le attività
         economiche e industriali della ARBED nel settore delle travi costituisce una fattispecie analoga a quelle da cui hanno tratto
         origine le citate sentenze Aalborg Portland e a./Commissione e Jungbunzlauer/Commissione.
      
      112    La possibilità di imputare alla ProfilARBED la responsabilità per il comportamento illecito della ARBED/TradeARBED non è peraltro
         seriamente contestato dalle ricorrenti. Ciò che queste ultime fanno sostanzialmente valere nelle loro memorie, infatti, è
         che, anche ammettendo che tale imputazione di responsabilità sia possibile, questione sulla quale esse non prendono espressamente
         posizione, occorre altresì che la Commissione decida di perseguire o la ARBED, in quanto società di produzione di travi attiva
         all’epoca dell’infrazione, o la ProfilARBED, in quanto successore economico della ARBED in tale settore.
      
      113    Tuttavia, questo ragionamento non può essere accolto, tenuto conto della nozione fondamentale di unità economica sottesa alla
         giurisprudenza comunitaria relativa all’imputabilità della responsabilità delle infrazioni agli enti giuridici che costituiscono
         una stessa impresa.
      
      114    Risulta infatti da detta giurisprudenza che il diritto comunitario della concorrenza riguarda le attività delle imprese (v.
         sentenza ETI e a., cit., punto 38, e giurisprudenza ivi citata). Vietando loro, in particolare, di concludere accordi e di
         partecipare a pratiche concordate restrittive della concorrenza, l’art. 81, n. 1, CE e l’art. 65, n. 1, CA si rivolgono a
         enti economici costituiti da un insieme di elementi materiali ed umani che possono concorrere a un’infrazione prevista da
         tali disposizioni. Un’impresa ai sensi di dette disposizioni può quindi includere più soggetti di diritto (v. sentenza Tokai
         Carbon e a./Commissione, cit., punto 54, e giurisprudenza ivi citata).
      
      115    Più specificamente, dopo avere rilevato che l’art. 15, n. 2, del regolamento del Consiglio 6 febbraio 1962, n. 17, primo regolamento
         d’applicazione degli articoli 85 e 86 del Trattato (GU 13, pag. 204), non precisa espressamente se un’impresa che non sia
         direttamente e formalmente considerata responsabile per il comportamento illecito accertato dalla Commissione possa essere
         dichiarata solidalmente responsabile con un’altra impresa, autrice del comportamento illecito accertato e a tale titolo sanzionata,
         per il pagamento di un’ammenda irrogata a quest’ultima, il Tribunale ha dichiarato che la summenzionata disposizione dev’essere
         interpretata nel senso che un’impresa può essere dichiarata solidalmente responsabile con un’altra impresa per il pagamento
         di un’ammenda inflitta a quest’ultima, che abbia commesso un’infrazione intenzionalmente o per negligenza, a condizione che
         la Commissione dimostri, nello stesso atto, che questa infrazione avrebbe potuto parimenti essere accertata a carico dell’impresa
         solidalmente responsabile per l’ammenda (sentenza del Tribunale 14 maggio 1998, cause riunite da T‑339/94 a T‑342/94, Metsä‑Serla
         e a./Commissione, Racc. pag. II‑1727, punti 42 e 43).
      
      116    L’interpretazione data dal Tribunale all’art. 15, n. 2, del regolamento n. 17 è stata espressamente confermata dalla Corte
         in sede di impugnazione nella sentenza Metsä‑Serla e a./Commissione, cit. (punti 27 e 28). La Corte ha rilevato in particolare
         che tale interpretazione non era contraria al principio di legalità in quanto le ricorrenti, alle quali era stato imputato
         il comportamento anticoncorrenziale di un altro soggetto di diritto, erano state condannate, in forza del menzionato articolo,
         a un’ammenda per un’infrazione ritenuta commessa da loro stesse per effetto di tale imputazione.
      
      117    La condanna in solido risulta quindi essere una normale conseguenza dell’imputazione della responsabilità del comportamento
         di una società a un’altra, in particolare quando queste due società costituiscano una stessa impresa.
      
      118    Quanto all’argomento delle ricorrenti concernente una pretesa violazione del principio del carattere individuale delle sanzioni,
         esso è adeguatamente confutato dalla circostanza, rilevata dalla Commissione, che nella specie le tre ricorrenti, che costituiscono
         congiuntamente una stessa impresa ai sensi del diritto comunitario della concorrenza, sono state condannate a un’unica ammenda,
         che esse sono tenute a pagare in solido, e non a tre ammende individuali.
      
      119    Risulta dalle suesposte considerazioni che il secondo motivo deve essere respinto in quanto infondato nella misura in cui
         viene dedotto dalla ProfilARBED.
      
       Sul terzo motivo, concernente la violazione delle norme in materia di prescrizione dell’azione
       Argomenti delle parti
      120    Per quanto riguarda l’interruzione della prescrizione ai sensi dell’art. 2 della decisione n. 715/78 e dell’art. 25, n. 3,
         del regolamento n. 1/2003, le ricorrenti fanno valere che l’unica tra esse che possa corrispondere alla definizione di impresa
         che ha partecipato all’infrazione è la TradeARBED. In ogni caso, tale definizione, secondo loro, non sarebbe applicabile ad
         imprese cui la Commissione non abbia inviato una comunicazione degli addebiti.
      
      121    Nella replica le ricorrenti aggiungono che le imprese che hanno partecipato all’infrazione, ai sensi di tali disposizioni,
         sono esclusivamente quelle che sono state identificate come tali nel procedimento in cui si inscrive l’atto interruttivo della
         prescrizione.
      
      122    Per quanto riguarda la sospensione della prescrizione, ai sensi dell’art. 3 della decisione n. 715/78 e dell’art. 25, n. 6,
         del regolamento n. 1/2003, le ricorrenti fanno valere peraltro che un ricorso proposto dinanzi al giudice comunitario da uno
         dei destinatari di una decisione della Commissione è privo di effetti giuridici nei confronti degli altri destinatari che
         non siano parti del procedimento. Esse invocano, in tal senso, il principio generale secondo cui il giudice comunitario non
         può statuire ultra petita, nonché l’effetto inter partes dei procedimenti giudiziari e le conseguenze attribuite a detti principi
         dalla sentenza della Corte 14 settembre 1999, causa C‑310/97 P, Commissione/AssiDomän Kraft Products e a. (Racc. pag. I‑5363,
         punti 52 e 53). Tale ricorso sarebbe, a fortiori, privo di effetti nei confronti delle persone che, al pari della TradeARBED
         e della ProfilARBED nel caso di specie, non sono destinatarie della decisione di cui trattasi e non possono quindi impugnarla
         in giudizio.
      
      123    Per quanto riguarda l’eventuale «applicazione trasversale» dei termini di sospensione della prescrizione, quale prevista dalla
         Commissione al punto 451 della decisione impugnata, le ricorrenti aggiungono che per quanto, formalmente, le decisioni di
         applicazione dell’art. 65 CA assumano di regola la forma di un unico documento inviato a varie imprese, nondimeno esse costituiscono,
         in diritto, un insieme di decisioni individuali. In tale contesto, qualsiasi ricorso proposto da uno dei destinatari sarebbe
         privo di effetti, in linea di principio, sulla situazione giuridica degli altri destinatari e, a fortiori, su quella delle
         imprese non destinatarie della decisione di cui trattasi.
      
      124    A tal riguardo, le ricorrenti rilevano ancora che, contrariamente a quanto espressamente previsto per l’interruzione della
         prescrizione all’art. 2, n. 2, della decisione n. 715/78 e all’art. 25, n. 4, del regolamento n. 1/2003, l’art. 3 della decisione
         n. 715/78 e l’art. 25, n. 6, del regolamento n. 1/2003 non prevedono che la sospensione della prescrizione nei confronti di
         un’impresa valga anche nei confronti di tutte le altre imprese che hanno partecipato all’infrazione. Tali disposizioni riguarderebbero
         quindi una prescrizione applicabile unicamente alle parti del procedimento.
      
      125    Nella replica le ricorrenti fanno valere che tale interpretazione restrittiva è suffragata dalla sentenza della Corte 19 aprile
         2007, causa C‑282/05 P, Holcim (Deutschland)/Commissione (Racc. pag. I‑2941).
      
      126    Applicando tali principi alle circostanze del caso di specie, le ricorrenti fanno valere, per quanto riguarda la TradeARBED,
         che l’ultimo atto interruttivo della prescrizione è l’audizione svoltasi tra l’11 e il 14 gennaio 1993 o, eventualmente, l’adozione
         stessa della decisione iniziale, il 16 febbraio 1994. Nessun atto interruttivo della prescrizione avrebbe potuto essere adottato,
         per ipotesi, dopo quest’ultima data e, in realtà, non le sarebbe stato trasmesso alcun atto istruttorio fino all’invio della
         comunicazione degli addebiti, l’8 marzo 2006. Il potere della Commissione di imporle un’ammenda sarebbe quindi prescritto
         dopo il gennaio 1998 o, eventualmente, dopo il febbraio 1999. In ogni caso, l’infrazione che le viene addebitata sarebbe prescritta
         dopo il gennaio 2001, ossia a dieci anni dal giorno in cui è cessata l’infrazione.
      
      127    Per quanto riguarda la ARBED, le ricorrenti osservano che essa non ha ricevuto alcuna richiesta di informazioni, non è stata
         destinataria della comunicazione degli addebiti del 6 maggio 1992 e, per tale motivo, si è vista negare l’accesso al fascicolo
         (sentenza 2 ottobre 2003, ARBED/Commissione, cit., punto 22). Le uniche richieste di informazioni pervenutele, a settembre
         e novembre del 1993, non le sarebbero state inviate in quanto impresa che ha partecipato all’infrazione, come confermerebbe
         la decisione iniziale. Le ricorrenti ne deducono che l’ARBED non è stata ritenuta dalla Commissione un’impresa che abbia partecipato
         all’infrazione, ai sensi dell’art. 2, n. 1, della decisione n. 715/78 e dell’art. 25, n. 3, del regolamento n. 1/2003, nell’ambito
         del procedimento sfociato nella decisione iniziale. Esse ritengono, pertanto, che la prescrizione non abbia potuto essere
         interrotta nei suoi confronti.
      
      128    Quanto alla stessa decisione iniziale, le ricorrenti sostengono che essa non è con tutta evidenza un atto «istruttorio» ai
         sensi delle disposizioni sopra menzionate e che pertanto non è idonea a interrompere la prescrizione. In ogni caso, detta
         decisione sarebbe stata annullata dalla Corte e non potrebbe quindi produrre alcun effetto.
      
      129    Il ricorso di annullamento della decisione iniziale sarebbe stato proposto l’8 aprile 1994, ossia a circa tre anni e tre mesi
         dal giorno in cui è cessata la pretesa infrazione. La prescrizione sarebbe stata sospesa fino alla pronuncia della sentenza
         della Corte, il 2 ottobre 2003. A decorrere da tale data sarebbero rimasti alla Commissione un anno e poco meno di nove mesi
         per adottare un atto interruttivo della prescrizione nei confronti della ARBED. Orbene, il primo atto idoneo a interrompere
         la prescrizione, vale a dire la decisione di avviare il procedimento e l’invio della comunicazione degli addebiti, con lettera
         dell’8 marzo 2006, sarebbe intervenuto a due anni e cinque mesi dalla suddetta data.
      
      130    Le ricorrenti ammettono che, a partire dall’inizio del 2004, la Commissione ha inviato varie richieste di informazioni alla
         Arcelor SA, che all’epoca dei fatti era la società capogruppo. Esse rilevano tuttavia che tale società era un’entità giuridica
         distinta dalla ARBED e che essa non è mai stata identificata come una società che ha partecipato alle infrazioni, né come
         una società alla quale potessero essere imputate dette infrazioni. Sulla base di tali circostanze, le ricorrenti ritengono
         che le richieste di informazioni in questione non abbiano potuto interrompere la prescrizione nei confronti di nessuna impresa.
      
      131    Infine, per quanto riguarda la ProfilARBED, le ricorrenti fanno valere che il primo atto interruttivo della prescrizione,
         vale a dire la comunicazione degli addebiti dell’8 marzo 2006, le è stata inviata oltre quindici anni dopo la cessazione delle
         infrazioni. Quanto agli atti interruttivi inviati alle altre partecipanti alle infrazioni, essi sarebbero tutti anteriori
         alla data di adozione della decisione iniziale del 16 febbraio 1994, ossia oltre dodici anni prima dell’invio della menzionata
         comunicazione degli addebiti.
      
      132    La Commissione ritiene che l’argomento sviluppato dalle ricorrenti sulla base della citata sentenza Commissione/AssiDomän
         Kraft Products e a. (v. supra, punti 122‑124) non sia trasponibile al caso della sospensione della prescrizione. Infatti,
         tale giurisprudenza riguarderebbe, per ipotesi, solo imprese già destinatarie di una decisione divenuta definitiva e nei confronti
         delle quali non si porrebbe il problema della sospensione della prescrizione. Tale sentenza non sancirebbe quindi l’effetto
         relativo della sospensione della prescrizione nei confronti dell’unica parte del procedimento giurisdizionale.
      
      133    In ogni caso, tale argomento sarebbe contraddetto dal tenore letterale e dall’economia delle disposizioni applicabili della
         decisione n. 715/78 e del regolamento n. 1/2003. Risulterebbe infatti da tali disposizioni che la prescrizione riguarda la
         possibilità per la Commissione di perseguire un’infrazione del diritto della concorrenza, e non la possibilità per essa di
         avviare un procedimento contro una determinata impresa.
      
      134    Per quanto riguarda in particolare l’art. 2, n. 2, della decisione n. 715/78 e l’art. 25, n. 4, del regolamento n. 1/2003,
         ne discenderebbe che la prescrizione è interrotta nei confronti non solo delle imprese che sono state oggetto di un atto procedurale,
         ma anche di quelle che, pur avendo partecipato all’infrazione, sono ancora ignote alla Commissione e, pertanto, non sono state
         oggetto di alcun provvedimento istruttorio o non sono destinatarie di alcun atto di procedura. Del pari, l’art. 2, n. 3, della
         decisione n. 715/78 e l’art. 25, n. 5, del regolamento n. 1/2003 riguarderebbero tutte le imprese che hanno partecipato all’infrazione.
      
      135    Inoltre, secondo la Commissione, sarebbe illogico e incoerente interpretare l’art. 3 della decisione n. 715/78 e l’art. 25,
         n. 6, del regolamento n. 1/2003 nel senso che la prescrizione decorre nei confronti di tutte le imprese, tranne quelle che
         sono parti di un procedimento giurisdizionale. Essa ritiene che, se il legislatore avesse voluto tale risultato, avrebbe precisato
         che la sospensione della prescrizione produce effetti solo nei confronti dell’impresa parte del procedimento giurisdizionale.
         Infatti, la proposizione di un ricorso contro una decisione che constata un’infrazione, da parte di uno qualsiasi dei destinatari,
         avrebbe l’effetto di sospendere la prescrizione nei confronti di tutte le altre imprese che hanno partecipato all’infrazione,
         a prescindere dalla circostanza che esse siano state o meno destinatarie di una decisione identica.
      
      136    Nella controreplica la Commissione aggiunge che l’espressione «che abbiano partecipato all’infrazione» implica un fatto oggettivo,
         vale a dire la partecipazione all’infrazione, che si distingue nettamente da un elemento soggettivo e contingente quale l’identificazione
         di un’impresa quale partecipante all’infrazione. Infatti, un’impresa potrebbe avere partecipato all’infrazione senza che la
         Commissione ne sia a conoscenza nel momento in cui essa compie un atto interruttivo della prescrizione.
      
      137    La Commissione ritiene, peraltro, che la citata sentenza Holcim (Deutschland)/Commissione non sia pertinente nel caso di specie,
         dato che in tale sentenza la Corte non si è pronunciata sul problema dell’individuazione dei soggetti nei cui confronti può
         produrre effetti un atto interruttivo o sospensivo della prescrizione.
      
      138    Infine, la Commissione ricorda di avere affermato, al punto 451 della decisione impugnata, che la sospensione della prescrizione
         risultante dalla partecipazione di una società a un procedimento giurisdizionale si applica necessariamente a tutte le altre
         entità giuridiche facenti parte della medesima unità economica e, quindi, della stessa «impresa» ai sensi del diritto comunitario
         della concorrenza.
      
       Giudizio del Tribunale
      139    Si deve esaminare, da un lato, se sia stato rispettato il termine quinquennale di prescrizione, tenendo conto di ogni eventuale
         interruzione della prescrizione e, dall’altro, se la Commissione abbia rispettato anche il termine decennale di prescrizione,
         tenendo distinte le specifiche situazioni di ciascuna delle tre ricorrenti.
      
      –       ARBED
      140    Si deve ricordare che, secondo l’art. 1 della decisione impugnata, la partecipazione dell’impresa composta dalla ARBED, dalla
         TradeARBED e dalla ProfilARBED alle infrazioni in questione è accertata per quanto riguarda il periodo compreso tra il 1° luglio
         1988 e il 16 gennaio 1991. Le ricorrenti non contestano tale constatazione relativa al periodo dell’infrazione. Trattandosi
         di infrazioni continuate, si deve ritenere che il termine di prescrizione abbia iniziato a decorrere, al più presto, il 17 gennaio
         1991.
      
      141    Per quanto riguarda, in primo luogo, il termine di prescrizione quinquennale, risulta dalla decisione impugnata (punti 447
         e 448) che quest’ultimo è stato interrotto, in particolare, dagli accertamenti effettuati dalla Commissione presso le imprese
         interessate il 16, 17 e 18 gennaio 1991, dalla comunicazione degli addebiti inviata il 6 febbraio 1992 alla TradeARBED, dalla
         richieste di informazioni inviate alla TradeARBED e al servizio giuridico della ARBED il 26 novembre 1993, con cui si chiedeva
         alla ARBED di comunicare alla Commissione il fatturato realizzato dalla ARBED nella CECA tra gennaio e settembre del 1993,
         nonché dall’adozione della decisione iniziale, il 16 febbraio 1994. Posteriormente alla sospensione della prescrizione per
         tutta la durata del procedimento pendente dinanzi ai giudici comunitari, la prescrizione è stata nuovamente interrotta dalla
         comunicazione degli addebiti inviata alla ARBED l’8 marzo 2006.
      
      142    La ARBED non contesta tali dati, ma sostiene che la prescrizione non poteva essere interrotta nei suoi confronti, dato che
         essa non sarebbe un’«impresa che abbia partecipato all’infrazione» ai sensi dell’art. 2, n. 1, della decisione n. 715/78 e
         della disposizione equivalente del regolamento n. 1/2003. In primo luogo, essa richiama il punto 2 della decisione impugnata,
         dal quale risulterebbe che solo la TradeARBED corrisponde a tale definizione. In secondo luogo, tale definizione non sarebbe
         applicabile, a suo parere, a un’impresa cui la Commissione non abbia inviato una comunicazione degli addebiti. In terzo luogo,
         detta definizione si applicherebbe unicamente alle imprese che siano state identificate come tali nel procedimento amministrativo
         in cui si inscrive l’atto interruttivo della prescrizione.
      
      143    Nessuno di tali argomenti può essere accolto. Per «impresa che abbia partecipato all’infrazione» si deve infatti intendere,
         ai sensi delle menzionate disposizioni, qualsiasi impresa identificata come tale in una decisione della Commissione che sanziona
         un’infrazione. A tal riguardo, la circostanza che un’impresa non sia stata identificata come soggetto «che abbia partecipato
         all’infrazione», nella comunicazione degli addebiti o, più in generale, durante il procedimento amministrativo in cui si inscrive
         l’atto interruttivo della prescrizione, non è pertinente se detta impresa viene successivamente identificata come tale (v.,
         in tal senso, sentenza del Tribunale 1° luglio 2008, causa T‑276/04, Compagnie maritime belge/Commissione, Racc. pag. II‑1277,
         punto 31, e giurisprudenza ivi citata).
      
      144    Infatti, conformemente all’art. 2, n. 1, della decisione n. 715/78 e all’art. 25, n. 3, del regolamento n. 1/2003, la prescrizione
         si interrompe con qualsiasi atto della Commissione destinato all’accertamento o alla repressione dell’infrazione, notificato
         ad almeno un’impresa che abbia partecipato all’infrazione, e, conformemente all’art. 2, n. 2, della decisione n. 715/78 e
         all’art. 25, n. 4, del regolamento n. 1/2003, l’interruzione della prescrizione vale nei confronti di tutte le imprese che
         hanno partecipato all’infrazione di cui trattasi.
      
      145    Come sottolinea giustamente la Commissione, da tali disposizioni risulta che la prescrizione si interrompe non solo nei confronti
         delle imprese che sono state oggetto di un atto istruttorio o procedurale, ma anche nei confronti di quelle che, pur avendo
         partecipato all’infrazione, siano ancora ignote alla Commissione e, pertanto, non siano state oggetto di alcun provvedimento
         istruttorio o non siano destinatarie di alcun atto procedurale. Come rileva giustamente la Commissione, l’espressione «che
         abbia partecipato all’infrazione» implica un fatto oggettivo, vale a dire la partecipazione all’infrazione, che si distingue
         da un elemento soggettivo e contingente quale l’identificazione di tale impresa nel corso del procedimento amministrativo.
         Così, un’impresa potrebbe avere partecipato all’infrazione senza che la Commissione ne sia a conoscenza nel momento in cui
         essa compie un atto interruttivo della prescrizione.
      
      146    In ogni caso, si deve rilevare che, nella specie, la ARBED ha effettivamente «partecipato all’infrazione», dato che, conformemente
         alla giurisprudenza citata al precedente punto 116, può esserle imputato il comportamento illecito della TradeARBED e si può
         quindi ritenere che la ARBED abbia commesso essa stessa tale infrazione.
      
      147    Quanto agli atti interruttivi della prescrizione compiuti nel caso di specie, è pacifico che costituiscono atti del genere
         gli accertamenti del 16, 17 e 18 gennaio 1991, la comunicazione degli addebiti del 6 febbraio 1992 e la comunicazione degli
         addebiti dell’8 marzo 2006. Lo stesso vale per le richieste di informazioni inviate alla TradeARBED e al servizio giuridico
         della ARBED il 26 novembre 1993. A tal riguardo, è già stato dichiarato che una richiesta di informazioni diretta ad ottenere
         i dati relativi al fatturato delle imprese oggetto di un procedimento ai sensi delle norme comunitarie in materia di concorrenza
         può costituire un atto necessario alla repressione dell’infrazione, in quanto consente alla Commissione di verificare che
         le ammende che essa intende infliggere alle imprese medesime non eccedano il massimale delle ammende consentito dai menzionati
         regolamenti in caso di violazione delle norme comunitarie in materia di concorrenza (sentenza del Tribunale 19 marzo 2003,
         causa T‑213/00, CMA CGM e a./Commissione, Racc. pag. II‑913, punto 490).
      
      148    Per quanto attiene al computo del termine di prescrizione quinquennale, e senza che occorra pronunciarsi sulla questione se
         si possa ritenere che la decisione iniziale abbia interrotto la prescrizione nei confronti della ARBED, dato che detta decisione
         è stata annullata dalla citata sentenza 2 ottobre 2003, ARBED/Commissione, tale termine è trascorso senza interruzioni, al
         massimo, dal 26 novembre 1993 all’8 aprile 1994, ossia per circa quattro mesi e mezzo, e in seguito, dopo la sospensione dovuta
         all’avvio del procedimento dinanzi al Tribunale e successivamente dinanzi alla Corte, dal 20 ottobre 2003 all’8 marzo 2006,
         ossia per circa due anni e quattro mesi e mezzo. Ne consegue che la decisione impugnata è stata adottata entro il termine
         di prescrizione quinquennale. La medesima constatazione si imporrebbe qualora si dovesse tenere conto del periodo di due mesi
         compreso tra la pronuncia della citata sentenza 11 marzo 1999, ARBED/Commissione, e la proposizione dell’impugnazione alla
         Corte, questione che le ricorrenti non hanno sollevato e che non è necessario risolvere.
      
      149    Per quanto concerne, in secondo luogo, il termine di prescrizione decennale, esso è decorso, al massimo, dal 17 gennaio 1991
         all’8 aprile 1994, ossia per circa tre anni e tre mesi, e in seguito, dopo la sospensione, dal 20 ottobre 2003 all’8 novembre
         2006, ossia per circa tre anni e un mese. Ne consegue che la decisione impugnata è stata adottata entro il termine di prescrizione
         decennale. La stessa constatazione si imporrebbe qualora si dovesse tenere conto del periodo di due mesi compreso tra la pronuncia
         della citata sentenza 11 marzo 1999, ARBED/Commissione, e la proposizione dell’impugnazione dinanzi alla Corte, questione
         che le ricorrenti non hanno sollevato e sulla quale non occorre pronunciarsi.
      
      150    Risulta dalle suesposte considerazioni che il terzo motivo deve essere respinto in quanto infondato nella misura in cui è
         stato dedotto dalla ARBED.
      
      –       TradeARBED
      151    Per quanto riguarda la TradeARBED, la questione decisiva è se la proposizione di un ricorso dinanzi al giudice comunitario
         abbia un effetto relativo, nel qual caso la sospensione della prescrizione per l’intera durata del procedimento vale solo
         nei confronti dell’impresa ricorrente, oppure erga omnes, nel qual caso la sospensione della prescrizione per l’intera durata
         del procedimento vale nei confronti di tutte le imprese che hanno partecipato all’infrazione, a prescindere dalla circostanza
         che abbiano o meno proposto un ricorso.
      
      152    Nel primo caso, il termine di prescrizione decennale dovrebbe essere considerato ampiamente trascorso, nella specie, alla
         data di adozione della decisione impugnata, dato che esso ha iniziato a decorrere il 17 gennaio 1991. Nel secondo caso, la
         TradeARBED si troverebbe in una situazione identica a quella della ARBED, esaminata in precedenza, e quest’ultima non potrebbe
         far valere né la prescrizione decennale, né quella quinquennale.
      
      153    A differenza di quanto espressamente previsto in materia di interruzione della prescrizione dall’art. 2, n. 2, della decisione
         n. 715/78 e dall’art. 25, n. 4, del regolamento n. 1/2003 (effetto erga omnes), tale questione, per quanto attiene alla sospensione,
         non viene risolta da tali atti. Le ricorrenti fondano un argomento su questo silenzio legislativo, facendo valere che, se
         il legislatore comunitario avesse voluto conferire un effetto erga omnes alla sospensione della prescrizione, l’avrebbe previsto
         espressamente. Secondo la Commissione, al contrario, sarebbe illogico e incoerente interpretare tale silenzio nel senso che
         la prescrizione decorre nei confronti di tutte le imprese, ad eccezione di quelle che siano parti di un procedimento giurisdizionale.
         Essa ritiene che, se il legislatore avesse voluto questo risultato, avrebbe precisato che la sospensione della prescrizione
         produce effetti solo nei confronti dell’impresa parte del procedimento giurisdizionale. Risulterebbe peraltro dall’economia
         dei regolamenti in questione che la prescrizione riguarda la possibilità per la Commissione di perseguire un’infrazione del
         diritto della concorrenza, e non la possibilità per essa di esercitare un’azione contro una determinata impresa.
      
      154    A tal riguardo, il Tribunale ritiene che, al pari dell’interruzione della prescrizione [sentenza CMA CGM e a./Commissione,
         cit., punto 484; v. anche sentenza della Corte 24 giugno 2004, causa C‑278/02, Handlbauer, Racc. pag. I‑6171, punto 40, e,
         per quanto riguarda la prescrizione dell’azione per responsabilità della Comunità, sentenza Holcim (Deutschland)/Commissione,
         cit., punto 36], la sospensione della prescrizione, che costituisce un’eccezione al principio della prescrizione quinquennale,
         debba essere interpretata restrittivamente.
      
      155    Tale principio osta a che il silenzio del legislatore possa essere interpretato nel senso propugnato dalla Commissione.
      
      156    Ciò vale a maggior ragione se si considera che, a differenza dell’interruzione della prescrizione, che è intesa a consentire
         alla Commissione di perseguire e sanzionare efficacemente le violazioni delle norme in materia di concorrenza, la sospensione
         della prescrizione riguarda, per definizione, un’ipotesi nella quale la Commissione ha già adottato una decisione. Di regola,
         non è più necessario, in tale fase, attribuire efficacia erga omnes alla proposizione, da parte di una delle imprese sanzionate,
         di un ricorso dinanzi al giudice comunitario. In tale ipotesi, al contrario, l’effetto inter partes dei procedimenti giudiziari
         e le conseguenze attribuite a tale effetto dalla Corte, in particolare nella citata sentenza Commissione/AssiDomän Kraft Products
         e a. (punti 49 e segg.), ostano in linea di principio a che il ricorso proposto da un’impresa destinataria della decisione
         impugnata abbia una qualsiasi incidenza sulla situazione degli altri destinatari.
      
      157    Nella decisione impugnata la Commissione ha tuttavia sviluppato un argomento più specifico, che ha ripreso in fase di controreplica.
         Al punto 451 di tale decisione essa fa infatti valere che la sospensione della prescrizione risultante dall’avvio da parte
         di un’impresa di un procedimento dinanzi al Tribunale e alla Corte si applica sia all’entità giuridica parte del procedimento
         che a tutte le altre entità giuridiche facenti parte della medesima unità economica, a prescindere da quale sia l’entità giuridica
         che ha avviato tali procedimenti.
      
      158    Tuttavia, anche questo argomento, fondato sulla nozione di «impresa» intesa quale unità economica, deve essere respinto. Per
         quanto le norme in materia di concorrenza del Trattato siano rivolte alle imprese, ciò non toglie che, ai fini dell’applicazione
         e dell’esecuzione delle decisioni della Commissione in materia, sia necessario identificare, quale destinataria, un’entità
         dotata di personalità giuridica (v., in tal senso, sentenza PVC II, cit., punto 978). A tal riguardo, la Corte ha già dichiarato,
         nella citata sentenza 2 ottobre 2003, ARBED/Commissione, (punto 21), che la comunicazione degli addebiti deve precisare in
         maniera inequivocabile la persona giuridica alla quale potranno essere inflitte delle ammende e deve essere inviata a quest’ultima.
         Tale persona giuridica è l’unica legittimata a proporre un ricorso contro la decisione adottata a conclusione del procedimento
         amministrativo e, pertanto, è l’unica alla quale si possa opporre la sospensione della prescrizione.
      
      159    Discende dalle suesposte considerazioni che il terzo motivo è fondato in quanto dedotto dalla TradeARBED. Pertanto, la decisione
         impugnata deve essere annullata nella parte riguardante tale impresa.
      
      –       ProfilARBED
      160    Le considerazioni svolte con riferimento alla TradeARBED valgono anche, mutatis mutandis, per quanto riguarda la ProfilARBED.
      
      161    Il terzo motivo è quindi fondato in quanto dedotto dalla ProfilARBED, il che non può che comportare l’annullamento della decisione
         impugnata nella parte riguardante tale impresa.
      
       Sul quarto motivo, concernente la violazione dei diritti della difesa
       Argomenti delle parti
      162    In subordine, le ricorrenti sostengono che la durata particolarmente lunga del procedimento ha determinato una violazione
         dei loro diritti della difesa di una tale gravità da dover comportare l’annullamento della decisione impugnata o, quanto meno,
         quella dell’art. 2 della detta decisione, nella parte in cui infligge loro una sanzione economica, o una drastica riduzione
         di quest’ultima. Esse richiamano, in tal senso, la sentenza della Corte 21 settembre 2006, causa C‑113/04 P, Technische Unie/Commissione
         (Racc. pag. I‑8831, punto 55).
      
      163    Nella specie, ciò osterebbe alla possibilità per le imprese interessate di confutare la presunzione semplice di responsabilità
         fondata sull’esistenza di vincoli di capitale tra l’unica società che ha partecipato all’infrazione e le altre due ricorrenti,
         fatta valere per la prima volta dopo sedici anni di procedimento. Secondo le ricorrenti, gli elementi di prova che avrebbero
         potuto essere a loro disposizione nel 1990 sono venuti meno dopo un tale lasso di tempo.
      
      164    La Commissione confuta questo argomento.
      
       Giudizio del Tribunale 
      165    Tale motivo, proposto in via subordinata dalla ricorrenti, sarà esaminato solo in quanto dedotto dalla ARBED, dato che il
         terzo motivo è già stato accolto in quanto dedotto dalla TradeARBED e dalla ProfilARBED.
      
      166    Per quanto riguarda il rispetto dei diritti della difesa, la Corte ha dichiarato, al punto 55 della citata sentenza Technische
         Unie/Commissione, richiamata dalle ricorrenti, che, posto che il rispetto dei diritti della difesa – principio il cui carattere
         fondamentale è stato sottolineato a più riprese dalla giurisprudenza della Corte – riveste un’importanza capitale nei procedimenti
         come quello in questione nel presente caso, occorre evitare che tali diritti possano essere irrimediabilmente compromessi
         a motivo della durata eccessiva della fase istruttoria, e che tale durata possa ostacolare l’acquisizione di prove volte a
         confutare l’esistenza di comportamenti idonei a far sorgere la responsabilità delle imprese interessate. Per tale motivo,
         l’esame relativo a un eventuale ostacolo all’esercizio dei diritti della difesa non deve essere limitato alla fase stessa
         in cui tali diritti producono il loro pieno effetto, vale a dire la seconda fase del procedimento amministrativo. La valutazione
         relativa all’origine dell’eventuale riduzione dell’efficacia dei diritti della difesa deve estendersi all’insieme di tale
         procedimento avendo riguardo alla durata complessiva del medesimo.
      
      167    Peraltro, l’onere della prova di un’eventuale violazione dei diritti della difesa, risultante dal fatto che un’impresa avrebbe
         incontrato difficoltà nel difendersi contro le affermazioni della Commissione a causa della durata eccessiva del procedimento
         amministrativo, incombe all’interessato (sentenza Technische Unie/Commissione, cit., punto 61).
      
      168    Orbene, nella specie la ARBED non ha dimostrato in qual modo la durata del procedimento amministrativo, senz’altro particolarmente
         lunga se si tiene conto anche del procedimento giurisdizionale per l’annullamento della decisione iniziale, abbia potuto nuocere
         all’esercizio di tali diritti della difesa e, più in particolare, alla possibilità per essa di «confutare la presunzione di
         responsabilità fondata sull’esistenza di vincoli di capitale tra l’unica società che ha partecipato ed [essa stessa], fatta
         valere per la prima volta dopo sedici anni di procedimento». A tale riguardo la ARBED si è limitata ad affermare che «gli
         elementi di prova che avrebbero potuto essere a [sua] disposizione nel 1990 sono venuti meno dopo un tale lasso di tempo».
      
      169    Si deve aggiungere che, contrariamente a quanto sostiene la ARBED, la presunzione di responsabilità in questione non è stata
         fatta valere «per la prima volta dopo sedici anni di procedimento», bensì allo stadio della decisione iniziale, adottata nel
         febbraio 1994 (v. punto 322 di detta decisione e supra, punto 101).
      
      170    A prescindere da ciò, la ARBED non ha dimostrato, né sostenuto, nel corso del procedimento dinanzi al Tribunale, che la sua
         controllata TradeARBED stabilisse la propria politica commerciale in maniera autonoma, così da non costituire con essa un’entità
         economica e, quindi, un’unica impresa ai sensi dell’art. 65 CA (v. supra, punto 94).
      
      171    Infine, tale presunzione semplice di responsabilità, il cui principio è stato enunciato dalla Corte sin dal 1983 a partire
         dalla citata sentenza AEG‑Telefunken/Commissione, è stata semplicemente suffragata, nella specie, dagli elementi di prova
         aggiuntivi già dedotti dalla Commissione nella decisione iniziale (v. supra, punto 96) e accolti dal Tribunale nella citata
         sentenza 11 marzo 1999, ARBED/Commissione (v. supra, punti 97 e 98).
      
      172    Pertanto, il quarto motivo deve essere respinto in quanto infondato nella misura in cui è stato invocato dalla ARBED.
      
      173    Da tutte le suesposte considerazioni consegue che il ricorso è infondato e va respinto per quanto riguarda la ARBED, ma che
         va accolto per quanto riguarda la TradeARBED e la ProfilARBED.
      
       Sulle spese
      174    Ai sensi dell’art. 87, n. 2, del regolamento di procedura del Tribunale, la parte soccombente è condannata alle spese, se
         ne è stata fatta domanda.
      
      175    Viste le conclusioni delle parti, si deve quindi decidere che, limitatamente al presente procedimento, la Commissione sopporterà,
         oltre alle proprie spese, le spese sostenute dalla TradeARBED e dalla ProfilARBED. Inoltre, limitatamente al presente procedimento,
         la ARBED sopporterà, oltre alle proprie spese, le spese sostenute dalla Commissione.
      
      Per questi motivi,
      IL TRIBUNALE (Settima Sezione)
      dichiara e statuisce:
      1)      La decisione della Commissione 8 novembre 2006, C(2006) 5342 def., relativa ad un procedimento di applicazione dell’art. 65 [CA]
            avente ad oggetto accordi e pratiche concertate con produttori europei di travi d’acciaio (caso COMP/F/38.907 – Travi d’acciaio),
            è annullata per quanto riguarda la ArcelorMittal Belval & Differdange SA e la ArcelorMittal International SA.
      2)      Il ricorso è respinto in quanto infondato per il resto.
      3)      Limitatamente al presente procedimento, la Commissione è condannata a sopportare, oltre alle proprie spese, le spese sostenute
            dalla ArcelorMittal Belval & Differdange e dalla ArcelorMittal International.
      4)      Limitatamente al presente procedimento, la ArcelorMittal Luxembourg SA è condannata a sopportare, oltre alle proprie spese,
            le spese sostenute dalla Commissione.
      
               Forwood
            
            
               Šváby
            
            
               Truchot
            
         Così deciso e pronunciato a Lussemburgo il 31 marzo 2009.
      Firme
      Indice
      
      Contesto normativo
      Disposizioni del Trattato CECA
      Disposizioni del Trattato CE
      Comunicazione della Commissione relativa ad alcuni aspetti del trattamento di casi in materia di concorrenza a seguito della
         scadenza del Trattato CECA
      
      Regolamento (CE) n. 1/2003
      Disposizioni relative alla prescrizione in materia di azioni
      Fatti all’origine della controversia
      Decisione impugnata
      Procedimento e conclusioni delle parti
      In diritto
      Sul primo motivo, concernente l’assenza di fondamento normativo della decisione impugnata e uno sviamento di potere
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      Sul secondo motivo, concernente la violazione delle norme in materia di imputazione delle infrazioni
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      – TradeARBED
      – ARBED
      – ProfilARBED
      Sul terzo motivo, concernente la violazione delle norme in materia di prescrizione dell’azione
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      – ARBED
      – TradeARBED
      – ProfilARBED
      Sul quarto motivo, concernente la violazione dei diritti della difesa
      Argomenti delle parti
      Giudizio del Tribunale
      Sulle spese
      * Lingua processuale: il francese.