CELEX: 62009CJ0509
Language: it
Date: 2011-10-25
Title: Sentenza della Corte (Grande Sezione) del 25 ottobre 2011.#eDate Advertising GmbH e a. contro X e Société MGN LIMITED.#Domande di pronuncia pregiudiziale proposte da Bundesgerichtshof e Tribunal de grande instance de Paris.#Regolamento (CE) n. 44/2001– Competenza giurisdizionale ed esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale – Competenza “in materia di illeciti civili dolosi o colposi” – Direttiva 2000/31/CE – Pubblicazione di informazioni su Internet – Violazione dei diritti della personalità – Luogo in cui l’evento dannoso è avvenuto o può avvenire – Diritto applicabile ai servizi della società dell’informazione.#Cause riunite C-509/09 e C-161/10.

Cause riunite C‑509/09 e C‑161/10
      eDate Advertising GmbH
      contro
      X
      e
      Olivier Martinez et Robert Martinez
      contro
      MGN Limited
      (domande di pronuncia pregiudiziale proposte dal Bundesgerichtshof e dal Tribunal de grande instance de Paris)
      «Regolamento (CE) n. 44/2001 — Competenza giurisdizionale ed esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale — Competenza “in materia di illeciti civili dolosi o colposi” — Direttiva 2000/31/CE — Pubblicazione di informazioni su Internet — Violazione dei diritti della personalità — Luogo in cui l’evento dannoso è avvenuto o può avvenire — Diritto applicabile ai servizi della società dell’informazione»
      Massime della sentenza
      1.        Cooperazione giudiziaria in materia civile — Competenza giurisdizionale ed esecuzione delle decisioni in materia civile e
            commerciale — Regolamento n. 44/2001 — Competenze speciali — Competenza in materia di illeciti civili dolosi o colposi — Violazione
            dei diritti della personalità attraverso contenuti messi in rete su un sito Internet — Luogo in cui è avvenuto l’evento dannoso
            — Nozione
      (Regolamento del Consiglio n. 44/2001, art. 5, punto 3)
      2.        Cooperazione giudiziaria in materia civile — Competenza giurisdizionale ed esecuzione delle decisioni in materia civile e
            commerciale — Regolamento n. 44/2001 — Competenze speciali — Competenza in materia di illeciti civili dolosi o colposi — Violazione
            dei diritti della personalità attraverso contenuti messi in rete su un sito Internet
      (Regolamento del Consiglio n. 44/2001, art. 5, punto 3)
      3.        Ravvicinamento delle legislazioni — Commercio elettronico — Direttiva 2000/31 — Disposizioni relative al mercato interno —
            Obbligo, per gli Stati membri, di non assoggettare i prestatori di servizi a prescrizioni più rigorose di quelle del loro
            Stato membro di stabilimento — Portata
      (Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 2000/31, art. 3)
      1.        La norma sulla competenza speciale enunciata all’art. 5, punto 3, del regolamento n. 44/2001, concernente la competenza giurisdizionale,
         il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale, in deroga al principio della competenza
         dei giudici del domicilio del convenuto, trova il suo fondamento nell’esistenza di un collegamento particolarmente stretto
         tra la controversia e i giudici del luogo in cui l’evento dannoso è avvenuto, che giustifica un’attribuzione di competenza
         a questi ultimi giudici ai fini della buona amministrazione della giustizia e dell’economia processuale. La locuzione «luogo
         in cui l’evento dannoso è avvenuto» si riferisce sia al luogo del fatto generatore del danno sia a quello in cui il danno
         si è concretato.
      
      Tuttavia, qualora una vittima invochi una violazione di un diritto della personalità per mezzo di contenuti messi in rete
         su un sito Internet, poiché la portata della diffusione di contenuti messi in rete, in linea di principio, è universale, le
         difficoltà di attuazione del suddetto criterio della concretizzazione del danno inerente alla diffusione di informazioni impongono
         di adeguare i criteri di collegamento nel senso che la vittima di una siffatta lesione può adire un foro, a seconda del luogo
         di concretizzazione del danno cagionato da detta lesione nell’Unione europea, per la totalità di tale danno. 
      
      Poiché l’impatto, sui diritti della personalità di un soggetto, di un contenuto messo in rete può essere valutato meglio dal
         giudice del luogo in cui la presunta vittima possiede il proprio centro di interessi, l’attribuzione di competenza a tale
         giudice corrisponde all’obiettivo di una buona amministrazione della giustizia. Tale luogo, in linea generale, corrisponde
         alla residenza abituale della vittima, ma può trattarsi anche di uno Stato membro in cui la vittima non risiede abitualmente,
         ove altri indizi, quali l’esercizio di un’attività professionale, possano dimostrare l’esistenza di un collegamento particolarmente
         stretto con tale Stato.
      
      La competenza del giudice del luogo in cui la vittima ha il proprio centro di interessi è conforme all’obiettivo della prevedibilità
         delle norme sulla competenza anche nei confronti del convenuto, poiché chi emette l’informazione lesiva, al momento della
         messa in rete della stessa, è in condizione di conoscere i centri d’interessi delle persone che ne formano oggetto. Il criterio
         del centro d’interessi consente, al contempo, all’attore di individuare agevolmente il giudice al quale può rivolgersi e al
         convenuto di prevedere ragionevolmente dinanzi a quale giudice può essere citato.
      
      (v. punti 40-41, 46-50)
      2.        L’art. 5, punto 3, del regolamento n. 44/2001, concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione
         delle decisioni in materia civile e commerciale, deve essere interpretato nel senso che, in caso di asserita violazione dei
         diritti della personalità per mezzo di contenuti messi in rete su un sito Internet, la persona che si ritiene lesa ha la facoltà
         di esperire un’azione di risarcimento, per la totalità del danno cagionato, o dinanzi ai giudici dello Stato membro del luogo
         di stabilimento del soggetto che ha emesso tali contenuti, o dinanzi ai giudici dello Stato membro in cui si trova il proprio
         centro d’interessi. In luogo di un’azione di risarcimento per la totalità del danno cagionato, tale persona può altresì esperire
         un’azione dinanzi ai giudici di ogni Stato membro sul cui territorio un’informazione messa in rete sia accessibile oppure
         lo sia stata. Questi ultimi sono competenti a conoscere del solo danno cagionato sul territorio dello Stato membro del giudice
         adito.
      
      (v. punto 52, dispositivo 1)
      3.        L’art. 3 della direttiva 2000/31, relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione, in particolare
         il commercio elettronico, nel mercato interno, deve essere interpretato nel senso che esso non impone un recepimento in forma
         di norma specifica di conflitto. Nondimeno, per quanto attiene all’ambito regolamentato, gli Stati membri devono assicurare
         che, fatte salve le deroghe autorizzate alle condizioni previste dall’art. 3, n. 4, di tale direttiva, il prestatore di un
         servizio del commercio elettronico non sia assoggettato a prescrizioni più rigorose di quelle previste dal diritto sostanziale
         applicabile nello Stato membro di stabilimento di tale prestatore. 
      
      (v. punto 68, dispositivo 2)
SENTENZA DELLA CORTE (Grande Sezione)
      25 ottobre 2011 (*)
      
      «Regolamento (CE) n. 44/2001– Competenza giurisdizionale ed esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale – Competenza “in materia di illeciti civili dolosi o colposi” – Direttiva 2000/31/CE – Pubblicazione di informazioni su Internet – Violazione dei diritti della personalità – Luogo in cui l’evento dannoso è avvenuto o può avvenire – Diritto applicabile ai servizi della società dell’informazione»
      Nei procedimenti riuniti C‑509/09 e C‑161/10,
      aventi ad oggetto due domande di pronuncia pregiudiziale proposte alla Corte, ai sensi dell’art. 267 TFUE, dal Bundesgerichtshof
         (Germania) (C‑509/09) e dal Tribunal de grande instance de Paris (Francia) (C‑161/10) con decisioni 10 novembre 2009 e 29
         marzo 2010, pervenute in cancelleria rispettivamente il 9 dicembre 2009 e il 6 aprile 2010, nelle cause
      
      eDate Advertising GmbH
      contro
      X
      e
      Olivier Martinez,
      Robert Martinez
      contro 
      MGN Limited,
      LA CORTE (Grande Sezione),
      composta dal sig. V. Skouris, presidente, dai sigg. A. Tizzano, J.N. Cunha Rodrigues, K. Lenaerts, J.-C. Bonichot,  U. Lõhmus
         e M. Safjan (relatore), presidenti di sezione, dai sigg.  E. Levits, A. Ó Caoimh, L. Bay Larsen e T. von Danwitz, giudici,
      
      avvocato generale: sig. P. Cruz Villalón
      cancelliere: sig. B. Fülöp, amministratore
      vista la fase scritta del procedimento e in seguito all’udienza del 14 dicembre 2010,
      considerate le osservazioni presentate:
      –        per l’eDate Advertising GmbH, dagli avv.ti H. Graupner e M. Dörre, Rechtsanwälte; 
      –        per il sig. X, dall’avv. A. Stopp, Rechtsanwalt;
      –        per la MGN Limited, dall’avv. C. Bigot;
      –        per il governo tedesco, dal sig. J. Möller e dalla sig.ra J. Kemper, in qualità di agenti;
      –        per il governo francese, dal sig. G. de Bergues e dalla sig.ra B. Beaupère-Manokha, in qualità di agenti;
      –        per il governo danese, dal sig. C. Vang, in qualità di agente;
      –        per il governo ellenico, dalla sig.ra S. Chala, in qualità di agente;
      –        per il governo italiano, dalla sig.ra W. Ferrante, in qualità di agente;
      –        per il governo lussemburghese, dal sig. C. Schiltz, in qualità di agente;
      –        per il governo austriaco, dalla sig.ra C. Pesendorfer e dal sig. E. Riedl, in qualità di agenti;
      –        per il governo del Regno Unito, dalla sig.ra F. Penlington, in qualità di agente, assistita dalla sig.ra J. Stratford, QC;
      –        per la Commissione europea, dal sig. M. Wilderspin, in qualità di agente,
      sentite le conclusioni dell’avvocato generale, presentate all’udienza del 29 marzo 2011,
      ha pronunciato la seguente
      Sentenza
      1        Le domande di pronuncia pregiudiziale vertono sull’interpretazione dell’art. 5, punto 3, del regolamento (CE) del Consiglio
         22 dicembre 2000, n. 44/2001, concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni
         in materia civile e commerciale (GU 2001, L 12, pag. 1; in prosieguo: il «regolamento»), nonché dell’art. 3, nn. 1 e 2, della
         direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 8 giugno 2000, 2000/31/CE, relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi
         della società dell’informazione, in particolare il commercio elettronico, nel mercato interno («direttiva sul commercio elettronico»)
         (GU L 178, pag. 1; in prosieguo: la «direttiva»).
      
      2        Tali domande sono state presentate nell’ambito di due controversie che vedono contrapposti rispettivamente, da un lato, il
         sig. X e l’eDate Advertising GmbH (in prosieguo: l’«eDate Advertising») e, dall’altro, i sigg. Olivier e Robert Martinez e
         la MGN Limited (in prosieguo: la «MGN»), in merito alla responsabilità civile dei predetti convenuti per informazioni e foto
         pubblicate su Internet.
      
       Contesto normativo
       Il regolamento 
      3        L’undicesimo ‘considerando’ del regolamento così recita :
      
      «Le norme sulla competenza devono presentare un alto grado di prevedibilità ed articolarsi intorno al principio della competenza
         del giudice del domicilio del convenuto, la quale deve valere in ogni ipotesi salvo in alcuni casi rigorosamente determinati,
         nei quali la materia del contendere o l’autonomia delle parti giustifichi un diverso criterio di collegamento. Per le persone
         giuridiche il domicilio deve essere definito autonomamente, in modo da aumentare la trasparenza delle norme comuni ed evitare
         i conflitti di competenza». 
      
      4        Ai sensi dell’art. 2, n. 1, del regolamento, contenuto nel capo II («Competenza») di quest’ultimo, sezione 1, intitolata «Disposizioni
         generali»:
      
      «Salve le disposizioni del presente regolamento, le persone domiciliate nel territorio di un determinato Stato membro sono
         convenute, a prescindere dalla loro nazionalità, davanti ai giudici di tale Stato membro». 
      
      5        L’art. 3, n. 1, del medesimo regolamento così dispone: 
      
      «Le persone domiciliate nel territorio di uno Stato membro possono essere convenute davanti ai giudici di un altro Stato membro
         solo in base alle norme enunciate nelle sezioni da 2 a 7 del presente capo». 
      
      6        Al capo II, sezione 2, intitolata «Competenze speciali», l’art. 5, punto 3, è formulato nei seguenti termini :
      
      «La persona domiciliata nel territorio di uno Stato membro può essere convenuta in un altro Stato membro: 
      (…)
      3)       in materia di illeciti civili dolosi o colposi, davanti al giudice del luogo in cui l’evento dannoso è avvenuto o può avvenire».
       La direttiva 
      7        La quarta frase del ventiduesimo ‘considerando’ della direttiva ha il seguente tenore:
      
      «Inoltre, per garantire efficacemente la libera circolazione dei servizi e la certezza del diritto per i prestatori e i loro
         destinatari, questi servizi devono in linea di principio essere sottoposti alla normativa dello Stato membro nel quale il
         prestatore è stabilito». 
      
      8        Il ventitreesimo ‘considerando’ della direttiva sancisce quanto segue: 
      
      «La presente direttiva non è volta a introdurre norme supplementari di diritto internazionale privato sui conflitti di leggi,
         né tratta della competenza degli organi giurisdizionali. Le disposizioni della legge applicabile in base alle norme del diritto
         internazionale privato non limitano la libertà di fornire servizi della società dell’informazione come stabilito dalla presente
         direttiva». 
      
      9        Il venticinquesimo ‘considerando’ della direttiva precisa quanto segue: 
      
      «Le giurisdizioni nazionali, anche civili, chiamate a dirimere controversie di diritto privato possono adottare provvedimenti
         per derogare alla libertà di fornire servizi della società dell’informazione conformemente alle condizioni stabilite nella
         presente direttiva». 
      
      10      Conformemente al suo art. 1, n. 1, la direttiva mira «a contribuire al buon funzionamento del mercato garantendo la libera
         circolazione dei servizi della società dell’informazione tra Stati membri».
      
      11      L’art. 1, n. 4, della direttiva è redatto nei seguenti termini:  
      
      «La presente direttiva non introduce norme supplementari di diritto internazionale privato, né tratta delle competenze degli
         organi giurisdizionali». 
      
      12      Ai termini dell’art. 2, lett. h), sub i), della direttiva : 
      
      «[L]’ambito regolamentato riguarda le prescrizioni che il prestatore deve soddisfare per quanto concerne:
      –        l’accesso all’attività di servizi della società dell’informazione, quali ad esempio le prescrizioni riguardanti le qualifiche
         e i regimi di autorizzazione o notifica;
      
      –        l’esercizio dell’attività di servizi della società dell’informazione, quali ad esempio le prescrizioni riguardanti il comportamento
         del prestatore, la qualità o i contenuti del servizio, comprese le prescrizioni applicabili alla pubblicità e ai contratti,
         oppure la responsabilità del prestatore».
      
      13      L’art. 3, nn. 1 e 2, della direttiva così dispone:
      
      «1.      Ogni Stato membro provvede affinché i servizi della società dell’informazione, forniti da un prestatore stabilito nel suo
         territorio, rispettino le disposizioni nazionali vigenti in detto Stato membro nell’ambito regolamentato. 
      
      2.      Gli Stati membri non possono, per motivi che rientrano nell’ambito regolamentato, limitare la libera circolazione dei servizi
         [della] società dell’informazione provenienti da un altro Stato membro».
      
      14      L’art. 3, n. 4, della direttiva precisa le condizioni in presenza delle quali gli Stati membri possono adottare provvedimenti
         in deroga al n. 2, per quanto concerne un determinato servizio della società dell’informazione. 
      
       Cause principali e questioni pregiudiziali
       Causa C‑509/09 
      15      Nel 1993 il sig. X, domiciliato in Germania, è stato condannato da un giudice tedesco all’ergastolo, assieme a suo fratello,
         per l’omicidio di un attore famoso. Nel gennaio 2008, egli è stato ammesso alla liberazione condizionale. 
      
      16      L’eDate Advertising, stabilita in Austria, gestisce un portale Internet accessibile all’indirizzo «www.rainbow.at». Nella
         rubrica «Info-news», sulle pagine riservate alle notizie meno recenti, fino al 18 giugno 2007 la convenuta ha mantenuto accessibile,
         ai fini della sua consultazione, una notizia risalente al 23 agosto 1999, in cui si diceva, citando segnatamente il sig. X
         nonché suo fratello, che essi avevano entrambi presentato un ricorso avverso la loro condanna dinanzi al Bundesverfassungsgericht
         (Corte costituzionale federale) di Karlsruhe (Germania). Oltre ad una breve descrizione dei fatti commessi nel 1990, veniva
         citato l’avvocato incaricato dai due condannati, a detta del quale essi intendevano provare che, nel corso del processo, molti
         dei principali testimoni dell’accusa non avrebbero dichiarato il vero.
      
      17      Il sig. X ha ingiunto all’eDate Advertising di smettere di riportare una simile notizia e di assumersi un obbligo di non fare
         mediante un’apposita dichiarazione. L’eDate Advertising non ha risposto alla suddetta lettera, ma, in data 18 giugno 2007,
         essa ha eliminato dal proprio sito Internet l’informazione contestata. 
      
      18      Con il suo ricorso dinanzi ai giudici tedeschi, il sig. X chiede all’eDate Advertising di non riportare più notizie che lo
         concernono, indicando il suo nome per esteso in relazione all’atto commesso. L’eDate Advertising ha contestato principalmente
         la competenza internazionale dei giudici tedeschi. Poiché il ricorso ha avuto esito positivo nei due gradi di giudizio inferiori,
         la medesima rinnova, dinanzi al Bundesgerichtshof, le proprie conclusioni volte al rigetto del ricorso. 
      
      19      Il Bundesgerichtshof rileva che l’esito di tale ricorso dipende dalla questione se i giudici dei gradi inferiori abbiano,
         a giusto titolo, riconosciuto la propria competenza internazionale per dirimere la controversia conformemente all’art. 5,
         punto 3, del regolamento. 
      
      20      Ove venga accertata la competenza internazionale dei giudici tedeschi, si porrebbe la questione se sia applicabile il diritto
         tedesco o il diritto austriaco. Ciò dipenderebbe dall’interpretazione dell’art. 3, nn. 1 e 2, della direttiva.  
      
      21      Da un lato, il principio del paese d’origine potrebbe costituire un correttivo sul piano del diritto sostanziale. L’esito
         giuridico sostanziale, previsto dal diritto dichiarato applicabile in base alle norme di conflitto dello Stato del foro, verrebbe,
         nel caso concreto, modificato a livello contenutistico e ridotto alle prescrizioni meno rigorose del diritto del paese d’origine.
         Secondo questa interpretazione, il principio del paese d’origine non inciderebbe sulle norme nazionali sul conflitto di leggi
         dello Stato del foro e – al pari delle libertà fondamentali enunciate nel Trattato CE – interverrebbe solo nell’ambito di
         una comparazione concreta, tra costi e benefici, sul piano del diritto sostanziale. 
      
      22      D’altro lato, l’art. 3 della direttiva potrebbe sancire un principio generale in materia di norme di conflitto che comporti
         la sola applicazione del diritto vigente nel paese d’origine, con esclusione delle norme nazionali sul conflitto di leggi.
         
      
      23      Il Bundesgerichtshof evidenzia che, qualora si consideri il principio del paese d’origine come un ostacolo all’applicazione
         del diritto sul piano sostanziale, troverebbe applicazione il diritto internazionale privato tedesco e occorrerebbe annullare
         la decisione impugnata e respingere definitivamente il ricorso, poiché non si potrebbe riconoscere al ricorrente una pretesa
         inibitoria fondata sul diritto tedesco. Per contro, se si riconosce al principio del paese d’origine il carattere di una norma
         di conflitto, la pretesa inibitoria del sig. X andrebbe valutata in base al diritto austriaco. 
      
      24      Ciò premesso, il Bundesgerichtshof ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni
         pregiudiziali: 
      
      «1)      Se, per l’ipotesi di (minacciata) violazione di diritti della personalità attraverso contenuti di un sito Internet, la locuzione
         “luogo in cui l’evento dannoso può avvenire” di cui all’art. 5, punto 3, del regolamento (...) debba essere interpretata nel
         senso che 
      
      l’interessato può esercitare un’azione inibitoria contro il gestore del sito Internet, indipendentemente dallo Stato membro
         di stabilimento del gestore, anche dinanzi ai giudici di ogni Stato membro in cui il sito Internet può essere consultato,
         
      
      oppure 
      la competenza dei giudici di uno Stato membro, in cui il gestore del sito Internet non è stabilito, presuppone che, oltre
         alla mera accessibilità tecnica a tale sito, sussista uno specifico collegamento dei contenuti controversi o del sito Internet
         con lo Stato del foro. 
      
      2)       Qualora sia richiesto un siffatto collegamento con lo Stato del foro: 
      secondo quali criteri esso vada riscontrato; 
      se assume rilievo il fatto che il sito Internet cui si riferisce l’azione inibitoria si rivolga, alla luce delle scelte del
         gestore, (anche) agli utenti di Internet nello Stato del foro, o se sia sufficiente che le informazioni accessibili sul sito
         presentino un collegamento oggettivo con lo Stato del foro, nel senso che, secondo le circostanze del caso concreto ed in
         particolare in base al contenuto del sito controverso, un conflitto tra interessi contrapposti – l’interesse del ricorrente
         al rispetto dei propri diritti della personalità e l’interesse del gestore ad impostare discrezionalmente il proprio sito
         e a fornire informazione – possa essersi verificato o potrà verificarsi nello Stato del foro; 
      
      se, al fine del riscontro di tale collegamento con lo Stato del foro, sia determinante il numero di accessi al sito Internet
         controverso operati da detto Stato.
      
      3)       Ove, ai fini della sussistenza della competenza giurisdizionale, non sia necessario alcuno specifico collegamento con lo Stato
         del foro oppure tale collegamento si presuma qualora le informazioni controverse presentino un collegamento oggettivo con
         lo Stato del foro, nel senso che un conflitto tra contrapposti interessi, alla luce delle circostanze del caso concreto ed
         in particolare in base al contenuto del sito Internet controverso, possa essersi verificato o potrà verificarsi in detto Stato
         e la presunzione di tale collegamento non presupponga il riscontro di un numero minimo di accessi al sito Internet controverso
         dallo Stato del foro:
      
      se l’art. 3, nn. 1 e 2, della direttiva (...) debba essere interpretato nel senso che 
      alle menzionate disposizioni va attribuito carattere di norme di conflitto, nel senso che esse, anche nell’ambito del diritto
         civile, prescrivono la sola applicazione del diritto vigente nel paese d’origine, con esclusione delle norme di conflitto
         nazionali, 
      
      oppure 
      tali disposizioni costituiscono un correttivo rilevante sul piano giuridico materiale, attraverso il quale l’esito giuridico
         sostanziale del diritto individuato come applicabile dalle norme di conflitto nazionali viene modificato a livello contenutistico
         e ridotto alle prescrizioni normative dello Stato d’origine. 
      
      Per il caso in cui i nn. 1 e 2 dell’art. 3 della direttiva (...) abbiano carattere di norme di conflitto:
      se le disposizioni citate si limitino a prescrivere la sola applicazione del diritto sostanziale del paese d’origine o prescrivano
         anche l’applicazione delle norme di conflitto ivi in vigore, con la conseguenza che resti possibile il rinvio da parte del
         diritto dello Stato di origine al diritto dello Stato del foro».
      
       Causa C‑161/10
      25      Dinanzi al Tribunal de grande instance di Parigi, l’attore francese Olivier Martinez e suo padre, Robert Martinez, lamentano
         violazioni della loro vita privata e del diritto all’immagine di Olivier Martinez, che sarebbero avvenute tramite la messa
         in rete, sul sito Internet accessibile all’indirizzo «www.sundaymirror.co.uk», di un testo redatto in lingua inglese, datato
         3 febbraio 2008 ed intitolato, secondo la traduzione francese non contestata, depositata in udienza, «Kylie Minogue è di nuovo
         con Olivier Martinez», unitamente a dettagli relativi al loro incontro.
      
      26      In base all’art. 9 del codice civile francese, il quale dispone che «ciascuno ha diritto al rispetto della propria vita privata»,
         è stata intentata un’azione contro la società di diritto inglese MGN, editrice del sito del quotidiano britannico Sunday Mirror. Tale società eccepisce l’incompetenza del Tribunal de grande instance di Parigi per insussistenza di un collegamento sufficiente
         tra la pubblicazione on line controversa e il presunto danno sul territorio francese, mentre i ricorrenti ritengono al contrario
         che un siffatto collegamento non sia necessario e che, in ogni caso, esso sussista.
      
      27      Il giudice del rinvio rileva che un evento dannoso, il cui supporto è costituito dalla rete Internet, può essere considerato
         come prodottosi sul territorio di uno Stato membro soltanto qualora sussista un nesso sufficiente, sostanziale o significativo,
         che lo colleghi con detto territorio.
      
      28      Il giudice del rinvio ritiene che la soluzione della questione della competenza del giudice di uno Stato membro a conoscere
         di una violazione dei diritti della personalità commessa sulla rete Internet, a partire da un sito edito da una persona domiciliata
         in un altro Stato membro ed essenzialmente destinato al pubblico di quest’altro Stato, non emerge chiaramente dal tenore letterale
         degli artt. 2 e 5, punto 3, del regolamento.
      
      29      In tale contesto, il Tribunal de grande instance di Parigi ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte
         la seguente questione pregiudiziale:
      
      «Se gli artt. 2 e 5, [punto 3,] del regolamento (...) debbano essere interpretati nel senso che riconoscono la competenza
         del giudice di uno Stato membro a decidere in merito ad un’azione per una violazione dei diritti della personalità commessa
         mediante la pubblicazione di informazioni e/o fotografie su un sito Internet edito in un altro Stato membro da una società
         stabilita in detto secondo Stato (oppure in un terzo Stato membro, in ogni caso diverso dal primo):
      
      –        alla mera condizione che tale sito Internet possa essere consultato a partire dal primo Stato, oppure
      –        solamente qualora tra l’evento dannoso e il territorio del primo Stato sussista un collegamento sufficiente, sostanziale e
         significativo e, in questa seconda ipotesi, se il collegamento possa derivare:
      
      –        dalla quantità di connessioni alla pagina controversa provenienti dal primo Stato membro, in valore assoluto o relativo al
         numero totale di connessioni alla pagina, 
      
      –        dalla residenza o dalla nazionalità della persona che lamenta la violazione dei propri diritti della personalità o, più in
         generale, dalla residenza o dalla nazionalità delle persone interessate, 
      
      –        dalla lingua in cui è diffusa l’informazione controversa o da qualunque altro elemento idoneo a dimostrare la volontà dell’editore
         del sito Internet di rivolgersi specificamente al pubblico del primo Stato, 
      
      –        dal luogo in cui sono avvenuti i fatti lamentati e/o dove sono state effettuate le riprese fotografiche eventualmente pubblicate
         in linea,
      
      –        da altri criteri». 
      30      Con ordinanza 29 ottobre 2010, il presidente della Corte di giustizia ha deciso, ai sensi dell’art. 43 del regolamento di
         procedura della Corte, di riunire i procedimenti C-509/09 e C-161/10 ai fini della trattazione orale e della sentenza. 
      
       Sulla ricevibilità
      31      Il governo italiano considera che le questioni poste nel procedimento C‑509/09 devono essere dichiarate irricevibili per difetto
         di rilevanza nella causa principale. L’azione inibitoria costituirebbe uno strumento giurisdizionale d’urgenza e presupporrebbe
         quindi l’attualità del comportamento dannoso. Dall’esposizione dei fatti di causa risulterebbe, nondimeno, che la condotta
         assunta come lesiva non era più attuale al momento della proposizione della domanda inibitoria, in quanto il gestore del sito
         aveva già eliminato la notizia controversa prima dell’inizio del giudizio. 
      
      32      A tal riguardo occorre rammentare che, secondo costante giurisprudenza, nell’ambito di un procedimento ex art. 267 TFUE, spetta
         soltanto al giudice nazionale, cui è stata sottoposta la controversia e che deve assumersi la responsabilità dell’emananda
         decisione giurisdizionale, valutare, alla luce delle particolari circostanze della causa, sia la necessità di una pronuncia
         pregiudiziale per essere in grado di emettere la propria sentenza, sia la rilevanza delle questioni che sottopone alla Corte.
         Di conseguenza, se le questioni sollevate riguardano l’interpretazione del diritto dell’Unione, la Corte, in via di principio,
         è tenuta a pronunciarsi (v. sentenza 17 febbraio 2011, causa C‑52/09, TeliaSonera Sverige, Racc. pag. I-527, punto 15 e giurisprudenza
         ivi citata).
      
      33      Il rifiuto, da parte della Corte, di pronunciarsi su una domanda di pronuncia pregiudiziale proposta da un giudice nazionale
         è, infatti, possibile soltanto qualora appaia in modo manifesto che l’interpretazione del diritto dell’Unione richiesta non
         ha alcun rapporto con la realtà effettiva o l’oggetto della causa principale, in particolare qualora la questione sia di tipo
         ipotetico (v. sentenza TeliaSonera Sverige, cit., punto 16).
      
      34      Orbene, non sembra che, nella causa principale, l’azione inibitoria sia divenuta priva di oggetto per il fatto che il gestore
         del sito avesse già rimosso la notizia controversa prima dell’inizio del procedimento. Infatti, come ricordato al punto 18
         della presente sentenza, l’azione inibitoria ha avuto esito favorevole nei due gradi di giudizio inferiori. 
      
      35      Ad ogni modo, la Corte ha già statuito che, alla luce del suo tenore letterale, l’art. 5, punto 3, del regolamento non presuppone
         la sussistenza attuale di un danno (v., in tal senso, sentenza 1° ottobre 2002, causa C‑167/00, Henkel, Racc. pag. I‑8111,
         punti 48 e 49). Ne consegue che rientra nell’ambito di applicazione di tale disposizione un’azione diretta ad impedire che
         si riproduca un comportamento considerato illecito. 
      
      36      Pertanto, la domanda di pronuncia pregiudiziale deve essere considerata ricevibile.
      
       Sulle questioni pregiudiziali
       Sull’interpretazione dell’art.  5, punto 3, del regolamento 
      37      Con le sue prime due questioni nel procedimento C‑509/09 e con la sua questione unica nel procedimento C‑161/10, che occorre
         esaminare congiuntamente, i giudici del rinvio chiedono sostanzialmente alla Corte come debba essere interpretata la locuzione
         «luogo in cui l’evento dannoso è avvenuto o può avvenire», di cui all’art. 5, punto 3, del regolamento, in caso di asserita
         lesione di diritti della personalità attraverso contenuti messi in rete su un sito Internet.
      
      38      Per risolvere dette questioni occorre ricordare che, da un lato, secondo una costante giurisprudenza, le disposizioni del
         regolamento vanno interpretate in modo autonomo, alla luce del loro sistema generale e delle loro finalità (v., in particolare,
         sentenza 16 luglio 2009, causa C‑189/08, Zuid-Chemie, Racc. pag. I‑6917, punto 17 e giurisprudenza ivi citata).
      
      39      D’altro lato, poiché il regolamento ha sostituito, nei rapporti tra Stati membri, la Convenzione 27 settembre 1968 concernente
         la competenza giurisdizionale e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale (GU 1972, L 299, pag. 32), come
         modificata dalle successive convenzioni relative all’adesione dei nuovi Stati membri a tale Convenzione (in prosieguo: la
         «Convenzione di Bruxelles»), l’interpretazione fornita dalla Corte con riferimento alle disposizioni di tale Convenzione vale
         anche per quelle del citato regolamento, quando le disposizioni di tali atti comunitari possono essere qualificate come equivalenti
         (sentenza Zuid-Chemie, cit., punto 18).
      
      40      Secondo costante giurisprudenza, la norma sulla competenza speciale enunciata all’art. 5, punto 3, del regolamento, in deroga
         al principio della competenza dei giudici del domicilio del convenuto, trova il suo fondamento nell’esistenza di un collegamento
         particolarmente stretto tra una data controversia e i giudici del luogo in cui l’evento dannoso è avvenuto, che giustifica
         un’attribuzione di competenza a questi ultimi giudici ai fini della buona amministrazione della giustizia e dell’economia
         processuale (v. sentenza Zuid-Chemie, cit., punto 24 e giurisprudenza ivi citata). 
      
      41      Va altresì ricordato che la locuzione «luogo in cui l’evento dannoso è avvenuto» si riferisce sia al luogo del fatto generatore
         del danno sia a quello in cui il danno si è concretato. Questi due luoghi possono costituire un significativo collegamento
         dal punto di vista della competenza giurisdizionale, dato che ciascuno di essi può, a seconda della circostanze, fornire un’indicazione
         particolarmente utile dal punto di vista della prova e dello svolgimento del processo (sentenza 7 marzo 1995, causa C‑68/93,
         Shevill e a., Racc. pag. I‑415, punti 20 e 21). 
      
      42      Per quanto riguarda l’applicazione di questi due criteri di collegamento ad azioni dirette al risarcimento di un danno immateriale
         asseritamente causato da una pubblicazione diffamatoria, la Corte ha considerato che, in caso di diffamazione mediante un
         articolo di stampa diffuso in più Stati contraenti, la vittima può esperire nei confronti dell’editore un’azione di risarcimento
         sia dinanzi ai giudici dello Stato contraente del luogo ove è stabilito l’editore della pubblicazione diffamatoria, i quali
         sono competenti a pronunciarsi sul risarcimento dei danni derivanti dalla diffamazione nella loro integralità, sia dinanzi
         ai giudici di ciascuno Stato contraente in cui la pubblicazione è stata diffusa e in cui la vittima assume aver subìto una
         lesione della sua reputazione, i quali sono competenti a conoscere dei soli danni cagionati nello Stato del giudice adito
         (sentenza Shevill e a., cit., punto 33).
      
      43      A tal riguardo, la Corte ha parimenti precisato che, nonostante gli inconvenienti derivanti dalla limitazione della competenza
         dei giudici dello Stato di diffusione ai soli danni cagionati nello Stato del foro, l’attore ha pur sempre la facoltà di esperire
         l’azione nel suo complesso dinanzi al giudice sia del domicilio del convenuto, sia del luogo dove è stabilito l’editore della
         pubblicazione diffamatoria (sentenza Shevill e a., cit., punto 32). 
      
      44      Come evidenziato dall’avvocato generale al paragrafo 39 delle sue conclusioni, tali considerazioni possono essere applicate
         anche ad altri mezzi e supporti di comunicazione e possono coprire un’ampia gamma di violazioni dei diritti della personalità
         conosciute dai vari ordinamenti giuridici, come quelle lamentate dai ricorrenti nella causa principale. 
      
      45      Tuttavia, come rilevato tanto dai giudici del rinvio quanto dalla maggioranza delle parti e degli interessati che hanno presentato
         osservazioni alla Corte, la messa in rete di contenuti su un sito Internet si distingue dalla diffusione circoscritta territorialmente
         di un mezzo di comunicazione quale una stampa, giacché, in via di principio, essa mira all’ubiquità di detti contenuti. Questi
         possono essere consultati istantaneamente da un numero indefinito di internauti, ovunque al mondo, indipendentemente da qualsiasi
         intenzione del loro emittente in ordine alla loro consultazione al di là del proprio Stato membro di stabilimento e al di
         fuori del proprio controllo. 
      
      46      Sembra dunque che Internet riduca l’utilità del criterio inerente alla diffusione, poiché la portata della diffusione di contenuti
         messi in rete, in linea di principio, è universale. Inoltre, sul piano tecnico è tuttora impossibile quantificare tale diffusione
         con certezza ed attendibilità rispetto ad un determinato Stato membro e, di conseguenza, valutare il danno causato esclusivamente
         in tale Stato membro. 
      
      47      Le difficoltà di attuazione, nel contesto di Internet, di detto criterio della concretizzazione del danno, sancito nella citata
         sentenza Shevill e a., contrastano, come rilevato dall’avvocato generale al paragrafo 56 delle sue conclusioni, con la gravità
         della lesione che può subire il titolare del diritto della personalità, il quale constata che un’informazione lesiva di suddetto
         diritto è disponibile in qualunque parte del mondo. 
      
      48      I criteri di collegamento ricordati al punto 42 della presente sentenza vanno quindi adeguati nel senso che la vittima di
         una lesione di un diritto della personalità per mezzo di Internet può adire un foro, a seconda del luogo di concretizzazione
         del danno cagionato da detta lesione nell’Unione europea, per la totalità di tale danno. Poiché l’impatto, sui diritti della
         personalità di un soggetto, di un’informazione messa in rete può essere valutata meglio dal giudice del luogo in cui la presunta
         vittima possiede il proprio centro di interessi, l’attribuzione di competenza a tale giudice corrisponde all’obiettivo di
         una buona amministrazione della giustizia, ricordato al punto 40 della presente sentenza. 
      
      49      Il luogo in cui una persona ha il proprio centro di interessi corrisponde, in via generale, alla sua residenza abituale. Tuttavia,
         una persona può avere il proprio centro di interessi anche in uno Stato membro in cui non risiede abitualmente, ove altri
         indizi, quali l’esercizio di un’attività professionale, possano dimostrare l’esistenza di un collegamento particolarmente
         stretto con tale Stato. 
      
      50      La competenza del giudice del luogo in cui la presunta vittima ha il proprio centro di interessi è conforme all’obiettivo
         della prevedibilità delle norme sulla competenza (v. sentenza 12 maggio 2011, causa C‑144/10, BVG, Racc. pag. I‑3961, punto 33)
         anche nei confronti del convenuto, poiché chi emette l’informazione lesiva, al momento della messa in rete della stessa, è
         in condizione di conoscere i centri d’interessi delle persone che ne formano oggetto. Occorre dunque considerare che il criterio
         del centro d’interessi consente, al contempo, all’attore di individuare agevolmente il giudice al quale può rivolgersi e al
         convenuto di prevedere ragionevolmente dinanzi a quale giudice può essere citato (v. sentenza 23 aprile 2009, causa C‑533/07,
         Falco Privatstiftung e Rabitsch, Racc. pag. I‑3327, punto 22 e giurisprudenza ivi citata). 
      
      51      Peraltro, in luogo di un’azione di risarcimento per la totalità del danno, il criterio della concretizzazione del danno, sancito
         nella citata sentenza Shevill e a., conferisce competenza ai giudici di ciascuno Stato membro sul cui territorio un’informazione
         messa in rete sia accessibile oppure lo sia stata. Questi sono competenti a conoscere del solo danno causato sul territorio
         dello Stato membro del giudice adito. 
      
      52      Di conseguenza, le prime due questioni nel procedimento C‑509/09 e la questione unica nel procedimento C‑161/10 vanno risolte
         dichiarando che l’art. 5, punto 3, del regolamento deve essere interpretato nel senso che, in caso di asserita violazione
         dei diritti della personalità per mezzo di contenuti messi in rete su un sito Internet, la persona che si ritiene lesa ha
         la facoltà di esperire un’azione di risarcimento, per la totalità del danno cagionato, o dinanzi ai giudici dello Stato membro
         del luogo di stabilimento del soggetto che ha emesso tali contenuti, o dinanzi ai giudici dello Stato membro in cui si trova
         il proprio centro d’interessi. In luogo di un’azione di risarcimento per la totalità del danno cagionato, tale persona può
         altresì esperire un’azione dinanzi ai giudici di ogni Stato membro sul cui territorio un’informazione messa in rete sia accessibile
         oppure lo sia stata. Questi ultimi sono competenti a conoscere del solo danno cagionato sul territorio dello Stato membro
         del giudice adito.
      
       Sull’interpretazione dell’art. 3 della direttiva 
      53      Con la sua terza questione nel procedimento C‑509/09, il Bundesgerichtshof intende sapere se le disposizioni di cui all’art. 3,
         nn. 1 e 2, della direttiva abbiano carattere di norme di conflitto, nel senso che esse prescrivono anche in materia civile
         l’applicazione esclusiva, per i servizi della società dell’informazione, del diritto in vigore nel paese d’origine con esclusione
         della norme nazionali sul conflitto di leggi, oppure se esse costituiscano un correttivo al diritto dichiarato applicabile
         secondo le norme nazionali sul conflitto di leggi, per modificarne il contenuto conformemente alle prescrizioni del paese
         d’origine.
      
      54      Si devono analizzare tali disposizioni tenendo conto non soltanto della lettera delle stesse, ma anche del loro contesto e
         degli scopi perseguiti dalla normativa di cui esse fanno parte (v. sentenze 19 settembre 2000, causa C‑156/98, Germania/Commissione,
         Racc. pag. I‑6857, punto 50; 7 dicembre 2006, causa C‑306/05, SGAE, Racc. pag. I‑11519, punto 34, nonché 7 ottobre 2010, causa
         C‑162/09, Lassal, Racc. pag. I-9217, punto 49). 
      
      55      In tal senso, il dispositivo di un atto dell’Unione è indissociabile dalla sua motivazione e deve essere pertanto interpretato,
         se necessario, tenendo conto dei motivi che hanno portato alla sua adozione (sentenze 29 aprile 2004, causa C‑298/00 P, Italia/Commissione,
         Racc. pag. I‑4087, punto 97 e giurisprudenza ivi citata, nonché Lassal, cit., punto 50). 
      
      56      La direttiva, adottata in base agli artt. 47, n. 2, CE, 55 CE e 95 CE, ai sensi del suo art. 1, n. 1, mira a contribuire al
         buon funzionamento del mercato interno garantendo la libera circolazione dei servizi della società dell’informazione tra gli
         Stati membri. Il suo quinto ‘considerando’ elenca, quali ostacoli giuridici al buon funzionamento del mercato interno in tale
         settore, le divergenze tra le normative nazionali, nonché l’incertezza sul diritto nazionale applicabile a tali servizi. 
      
      57      Orbene, per la maggior parte degli aspetti del commercio elettronico, la direttiva non prevede un’armonizzazione delle norme
         sostanziali, bensì definisce un «ambito regolamentato», in cui il meccanismo previsto dall’art. 3 deve consentire, secondo
         il ventiduesimo ‘considerando’ della direttiva in parola, di sottoporre i servizi della società dell’informazione, in linea
         di principio, alla normativa dello Stato membro in cui è stabilito il prestatore. 
      
      58      A tal riguardo va rilevato, da una parte, che la normativa dello Stato membro di stabilimento del prestatore comprende l’ambito
         del diritto civile, il che emerge, in particolare, dal venticinquesimo ‘considerando’ della direttiva, nonché dalla circostanza
         che l’allegato di quest’ultima elenca i diritti e gli obblighi di natura civilistica ai quali non si applica il meccanismo
         di cui all’art. 3. D’altra parte, l’applicazione del medesimo alla responsabilità dei prestatori è espressamente prevista
         dall’art. 2, lett. h), sub i), secondo trattino, della direttiva.
      
      59      La lettura dell’art. 3, nn. 1 e 2, della direttiva, alla luce delle disposizioni e degli obiettivi summenzionati, dimostra
         che il meccanismo delineato dalla direttiva dispone, anche in diritto civile, l’osservanza delle prescrizioni del diritto
         sostanziale vigente nel paese di stabilimento del prestatore. Invero, in mancanza di disposizioni vincolanti di armonizzazione,
         adottate a livello dell’Unione, soltanto il riconoscimento del carattere vincolante della normativa nazionale, al quale il
         legislatore ha deciso di sottoporre i prestatori e i lori servizi, può garantire la piena efficacia della libera prestazione
         dei medesimi servizi. L’art. 3, n. 4, della direttiva può corroborare siffatta lettura in quanto precisa le condizioni alle
         quali gli Stati membri possono derogare al n. 2 dell’articolo in parola, condizioni da considerarsi esaustive.    
      
      60      Orbene, l’interpretazione dell’art. 3 della direttiva deve anche tenere conto del suo art. 1, n. 4, secondo cui essa non introduce
         norme supplementari di diritto internazionale privato relative al conflitto di leggi. 
      
      61      A tal riguardo va rilevato, da un lato, che un’interpretazione della norma relativa al mercato interno, di cui all’art. 3,
         n. 1, della direttiva, nel senso che essa conduce all’applicazione del diritto sostanziale vigente nello Stato membro di stabilimento,
         non determina la sua qualificazione come norma di diritto internazionale privato. Infatti, tale paragrafo impone principalmente
         agli Stati membri l’obbligo di provvedere affinché i servizi della società dell’informazione, forniti da un prestatore stabilito
         sul loro territorio, rispettino le disposizioni nazionali applicabili in tali Stati membri, rientranti nell’ambito regolamentato.
         L’imposizione di un obbligo siffatto non presenta le caratteristiche di una norma di conflitto, destinata a dirimere un conflitto
         specifico tra più diritti applicabili. 
      
      62      D’altra parte, l’art. 3, n. 2, della direttiva contiene un divieto per gli Stati membri di limitare, per motivi che rientrano
         nell’ambito regolamentato, la libera circolazione dei servizi della società dell’informazione provenienti da un altro Stato
         membro. Per contro, dall’art. 1, n. 4, della direttiva, letto alla luce del ventitreesimo ‘considerando’ della medesima, emerge
         che, in linea di principio, gli Stati membri ospitanti sono liberi di designare, in base al loro diritto internazionale privato,
         le norme sostanziali applicabili, purché non ne derivi una restrizione della libera prestazione dei servizi del commercio
         elettronico.  
      
      63      Ne consegue che l’art. 3, n. 2, della direttiva non impone un recepimento in forma di norme specifiche di conflitto di leggi.
         
      
      64      Occorre tuttavia interpretare le disposizioni di cui all’art. 3, nn. 1 e 2, della direttiva in modo da garantire che l’approccio
         coordinativo prescelto dal legislatore dell’Unione consenta effettivamente di assicurare la libera circolazione dei servizi
         della società dell’informazione tra gli Stati membri.
      
      65      A tale proposito va ricordato che la Corte ha già statuito che le disposizioni imperative di una direttiva, necessarie per
         la realizzazione degli obiettivi del mercato interno, devono potersi applicare anche nonostante una scelta legislativa diversa
         (v., in tal senso, sentenze 9 novembre 2000, causa C‑381/98, Ingmar, Racc. pag. I‑9305, punto 25, nonché 23 marzo 2006, causa
         C‑465/04, Honyvem Informazioni Commerciali, Racc. pag. I‑2879, punto 23). 
      
      66      Orbene, per quanto riguarda il meccanismo di cui all’art. 3 della direttiva, occorre considerare che la sottoposizione dei
         servizi del commercio elettronico alla normativa dello Stato membro di stabilimento dei rispettivi prestatori, in forza dell’art. 3,
         n. 1, non consentirebbe di garantire pienamente la libera circolazione di tali servizi qualora, in definitiva, i prestatori
         dovessero rispettare, nello Stato membro ospitante, prescrizioni più rigorose di quelle loro applicabili nel proprio Stato
         membro di stabilimento.  
      
      67      Ne consegue che, fatte salve le deroghe autorizzate secondo le condizioni di cui al suddetto art. 3, n. 4, l’art. 3 della
         direttiva osta a che il prestatore di un servizio del commercio elettronico sia soggetto a prescrizioni più rigorose di quelle
         previste dal diritto sostanziale in vigore nello Stato membro di stabilimento di tale prestatore.
      
      68      Alla luce di quanto precede, la terza questione nel procedimento C‑509/09 deve essere risolta dichiarando che l’art. 3 della
         direttiva deve essere interpretato nel senso che esso non impone un recepimento in forma di norma specifica di conflitto.
         Nondimeno, per quanto attiene all’ambito regolamentato, gli Stati membri devono assicurare che, fatte salve le deroghe autorizzate
         alle condizioni previste dall’art. 3, n. 4, della direttiva, il prestatore di un servizio del commercio elettronico non sia
         assoggettato a prescrizioni più rigorose di quelle previste dal diritto sostanziale applicabile nello Stato membro di stabilimento
         di tale prestatore.  
      
       Sulle spese
      69      Nei confronti delle parti nella causa principale il presente procedimento costituisce un incidente sollevato dinanzi al giudice
         nazionale, cui spetta quindi statuire sulle spese. Le spese sostenute da altri soggetti per presentare osservazioni alla Corte
         non possono dar luogo a rifusione.
      
      Per questi motivi, la Corte (Grande Sezione) dichiara:
      1)      L’art. 5, punto 3, del regolamento (CE) del Consiglio 22 dicembre 2000, n. 44/2001, concernente la competenza giurisdizionale,
            il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale, deve essere interpretato nel senso che,
            in caso di asserita violazione dei diritti della personalità per mezzo di contenuti messi in rete su un sito Internet, la
            persona che si ritiene lesa ha la facoltà di esperire un’azione di risarcimento, per la totalità del danno cagionato, o dinanzi
            ai giudici dello Stato membro del luogo di stabilimento del soggetto che ha emesso tali contenuti, o dinanzi ai giudici dello
            Stato membro in cui si trova il proprio centro d’interessi. In luogo di un’azione di risarcimento per la totalità del danno
            cagionato, tale persona può altresì esperire un’azione dinanzi ai giudici di ogni Stato membro sul cui territorio un’informazione
            messa in rete sia accessibile oppure lo sia stata. Questi ultimi sono competenti a conoscere del solo danno cagionato sul
            territorio dello Stato membro del giudice adito.
      2)      L’art. 3 della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 8 giugno 2000, 2000/31/CE, relativa a taluni aspetti giuridici
            dei servizi della società dell’informazione, in particolare il commercio elettronico, nel mercato interno («direttiva sul
            commercio elettronico»), deve essere interpretato nel senso che esso non impone un recepimento in forma di norma specifica
            di conflitto. Nondimeno, per quanto attiene all’ambito regolamentato, gli Stati membri devono assicurare che, fatte salve
            le deroghe autorizzate alle condizioni previste dall’art. 3, n. 4, della direttiva 2000/31, il prestatore di un servizio del
            commercio elettronico non sia assoggettato a prescrizioni più rigorose di quelle previste dal diritto sostanziale applicabile
            nello Stato membro di stabilimento di tale prestatore. 
      Firme
      * Lingue processuali: il tedesco e il francese.