CELEX: 62009CC0108
Language: it
Date: 2010-06-15
Title: Conclusioni dell'avvocato generale Mengozzi del 15 giugno 2010. # Ker-Optika bt contro ÀNTSZ Dél-dunántúli Regionális Intézete. # Domanda di pronuncia pregiudiziale: Baranya megyei bíróság - Ungheria. # Libera circolazione delle merci - Sanità pubblica - Commercializzazione delle lenti a contatto via Internet - Normativa nazionale che autorizza la vendita di lenti a contatto nei soli negozi specializzati in dispositivi medici - Direttiva 2000/31/CE - Società dell’informazione - Commercio elettronico. # Causa C-108/09.

CONCLUSIONI DELL’AVVOCATO GENERALE
      PAOLO MENGOZZI
      presentate il 15 giugno 2010 1(1)
      
      Causa C‑108/09
      Ker-Optika Bt.
      contro
      ÀNTSZ Dél-dunántúli Regionális Intézete
      [domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Baranya Megyei Bíróság (Ungheria)]
      «Libera circolazione delle merci – Misure di effetto equivalente – Modalità di vendita – Vendita di lenti a contatto tramite Internet – Normativa nazionale che riserva la vendita di lenti a contatto ai soli negozi specializzati in dispositivi medici»I –    Introduzione
      1.        Nella presente causa, si chiede alla Corte di voler precisare l’ambito di applicazione della direttiva del Parlamento europeo
         e del Consiglio 8 giugno 2000, 2000/31/CE, relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione,
         in particolare il commercio elettronico, nel mercato interno (in prosieguo: la «direttiva sul commercio elettronico») (2), nonché di applicare nuovamente la sua giurisprudenza Keck e Mithouard (3), pronunciandosi sulla questione se un divieto di vendere lenti a contatto via Internet sia compatibile con le disposizioni
         del Trattato relative alla libera circolazione delle merci.
      
      II – Contesto normativo
      A –    Il diritto primario dell’Unione
      2.        L’art. 28 CE prevede che «[s]ono vietate fra gli Stati membri le restrizioni quantitative all’importazione nonché qualsiasi
         misura di effetto equivalente».
      
      3.        L’art. 30 CE stabilisce che «[l]e disposizioni degli articoli 28 [CE] e 29 [CE] lasciano impregiudicati i divieti o restrizioni
         all’importazione, all’esportazione e al transito giustificati da motivi di moralità pubblica, di ordine pubblico, di pubblica
         sicurezza, di tutela della salute e della vita delle persone e degli animali o di preservazione dei vegetali, di protezione
         del patrimonio artistico, storico o archeologico nazionale, o di tutela della proprietà industriale e commerciale. Tuttavia,
         tali divieti o restrizioni non devono costituire un mezzo di discriminazione arbitraria, né una restrizione dissimulata al
         commercio tra gli Stati membri».
      
      B –    Il diritto derivato dell’Unione
      4.        L’art. 1, n. 2, della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 22 giugno 1998, 98/34/CE (4), che prevede una procedura d’informazione nel settore delle norme e delle regolamentazioni tecniche, come modificata dalla
         direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 20 luglio 1998, 98/48/CE (5) (in prosieguo: «la direttiva 98/34»), definisce i servizi della società dell’informazione, così come devono essere intesi
         ai sensi di tale direttiva, come segue:
      
      «“servizio”: qualsiasi servizio della società dell’informazione, vale a dire qualsiasi servizio prestato normalmente dietro
         retribuzione, a distanza, per via elettronica e a richiesta individuale di un destinatario di servizi.
      
      Ai fini della presente definizione si intende:
      –        “a distanza”: un servizio fornito senza la presenza simultanea delle parti;
      –        “per via elettronica”: un servizio inviato all’origine e ricevuto a destinazione mediante attrezzature elettroniche di trattamento
         (compresa la compressione digitale) e di memorizzazione di dati, e che è interamente trasmesso, inoltrato e ricevuto mediante
         fili, radio, mezzi ottici od altri mezzi elettromagnetici;
      
      –        “a richiesta individuale di un destinatario di servizi”: un servizio fornito mediante trasmissione di dati su richiesta individuale.
      Nell’allegato V figura un elenco indicativo di servizi non contemplati da tale definizione.
      (…)».
      5.        Il diciottesimo ‘considerando’ della citata direttiva sul commercio elettronico precisa in particolare che «[l]e attività
         che, per loro stessa natura, non possono essere esercitate a distanza o con mezzi elettronici, quali la revisione dei conti
         delle società o le consulenze mediche che necessitano di un esame fisico del paziente, non sono servizi della società dell’informazione».
      
      6.        Il ventunesimo ‘considerando’ precisa che «[l]’ambito regolamentato comprende unicamente requisiti riguardanti le attività
         in linea, quali l’informazione in linea, la pubblicità in linea, la vendita in linea, i contratti in linea, e non comprende
         i requisiti legali degli Stati membri relativi alle merci, quali le norme in materia di sicurezza, gli obblighi di etichettatura
         e la responsabilità per le merci, o i requisiti degli Stati membri relativi alla consegna o al trasporto delle merci, compresa
         la distribuzione di prodotti medicinali».
      
      7.        L’art. 1, n. 3, della direttiva sul commercio elettronico stabilisce che «[l]a presente direttiva completa il diritto comunitario
         relativo ai servizi della società dell’informazione facendo salvo il livello di tutela, in particolare, della sanità pubblica
         e dei consumatori, garantito dagli strumenti comunitari e dalla legislazione nazionale di attuazione nella misura in cui esso
         non limita la libertà di fornire servizi della società dell’informazione».
      
      8.        L’art. 2, lett. a), della direttiva sul commercio elettronico definisce i servizi della società dell’informazione come «i
         servizi ai sensi dell’articolo 1, punto 2, della direttiva 98/34/CE, come modificata dalla direttiva 98/48/CE».
      
      9.        L’art. 2, lett. h), della direttiva sul commercio elettronico definisce l’ambito regolamentato come «le prescrizioni degli
         ordinamenti degli Stati membri (...) applicabili ai prestatori di servizi della società dell’informazione, indipendentemente
         dal fatto che siano di carattere generale o loro specificamente destinati».
      
      10.      L’art. 2, lett. h), i), di tale direttiva stabilisce quanto segue: 
      
      «L’ambito regolamentato riguarda le prescrizioni che il prestatore deve soddisfare per quanto concerne:
      –        l’accesso all’attività di servizi della società dell’informazione, quali ad esempio le prescrizioni riguardanti le qualifiche
         e i regimi di autorizzazione o notifica;
      
      –        l’esercizio dell’attività di servizi della società dell’informazione, quali ad esempio le prescrizioni riguardanti il comportamento
         del prestatore, la qualità o i contenuti del servizio, comprese le prescrizioni applicabili alla pubblicità e ai contratti,
         oppure la responsabilità del prestatore».
      
      11.      L’art. 2, lett. h), ii), di questa stessa direttiva prosegue:
      
      «L’ambito regolamentato non comprende le norme su:
      –        le merci in quanto tali,
      –        la consegna delle merci,
      –        i servizi non prestati per via elettronica».
      12.      L’art. 4 della direttiva sul commercio elettronico sancisce, al n. 1, che «[g]li Stati membri garantiscono che l’accesso all’attività
         di un prestatore di un servizio della società dell’informazione e il suo esercizio non siano soggetti ad autorizzazione preventiva
         o ad altri requisiti di effetto equivalente», prima di precisare, al n. 2, che «[i]l paragrafo 1 fa salvi i sistemi di autorizzazione
         che non riguardano specificatamente ed esclusivamente i servizi della società dell’informazione».
      
      C –    La disciplina legislativa e regolamentare ungherese
      13.      L’art. 1, n. 3, della legge CVIII del 2001 sui servizi di commercio elettronico e sui servizi della società dell’informazione
         (Az elektronikus kereskedelmi szolgáltatások, valamint az információs társadalommal összefüggő szolgáltatásokról szóló 2001. évi CVIII.
         Törvény; in prosieguo: la «legge CVIII del 2001») enuncia che «l’ambito di applicazione della presente legge non si estende
         ai servizi della società dell’informazione accordati e utilizzati in procedimenti giudiziari o amministrativi e non incide
         sull’applicazione delle norme relative alla protezione dei dati personali». Il n. 4 prosegue: «L’ambito di applicazione della
         presente legge non si estende alle comunicazioni effettuate da una persona, facendo ricorso a servizi della società dell’informazione,
         a fini estranei allo svolgimento di attività commerciali o professionali ovvero di incombenze di servizio pubblico, incluse
         le dichiarazioni di volontà contrattuale in tal modo effettuate».
      
      14.      L’art. 3, n. 1, della medesima legge stabilisce che «al fine di intraprendere o esercitare un’attività di prestazione di servizi
         della società dell’informazione non è necessaria una previa autorizzazione né una decisione amministrativa avente effetti
         analoghi».
      
      15.      L’art. 1 del regolamento 7/2004 (XI. 23.) del Ministro della Salute in materia di requisiti professionali ai fini della vendita,
         della riparazione e del noleggio di dispositivi medici [A gyógyászati segédeszközök forgalmazásának, javításának, kölcsönzésének
         szakmai követelményeiről szóló 7/2004 (XI. 23.) egészségügyi miniszteri rendelet; in prosieguo: il «regolamento 7/2004»] prevede
         che «il presente regolamento si applica, salvo per quanto riguarda i dispositivi medici elencati all’allegato 1, allo svolgimento
         di attività di vendita, riparazione e noleggio di dispositivi medici, e di fornitura degli stessi, nonché alle attività di
         fabbricazione di dispositivi medici realizzati in conformità alle misure individuali. (…) La vendita, la riparazione e il
         noleggio di dispositivi medici che rientrano nell’ambito di applicazione del presente regolamento vengono considerati servizi
         sanitari».
      
      16.      L’art. 2 del medesimo regolamento così dispone: 
      
      «Ai fini dell’applicazione del presente regolamento, si intende per:
      a)      dispositivo medico, un dispositivo destinato al trattamento o alle cure di cui disponga chi soffre, in modo temporaneo o permanente,
         di un deterioramento dello stato di salute, di un handicap o di un’invalidità,
      
      (…)».
      17.      Secondo l’art. 3, n. 1, del regolamento 7/2004, «la vendita, la riparazione e il noleggio di dispositivi medici (…) possono
         avere luogo in negozi specializzati, a condizione che dispongano della licenza d’esercizio conforme alla normativa in materia
         e soddisfino le condizioni di cui ai punti I.1 e I.2 di cui all’allegato 2 del presente regolamento».
      
      18.      L’art. 4, n. 5, del regolamento 7/2004 disciplina come segue la consegna a domicilio:
      
      «È possibile consegnare a domicilio:
      a)      dispositivi medici prodotti in serie e riparati,
      b)      dispositivi medici utilizzati a fini di prova e/o di adattamento, o realizzati in funzione delle misure individuali unicamente
         allo scopo di consentire una prova e una familiarizzazione, ove siano destinati al consumo finale».
      
      19.      L’allegato 1 di detto regolamento precisa espressamente quanto segue: 
      
      «Sono esclusi dall’ambito di applicazione del presente regolamento i seguenti dispositivi medici:
      (…) 
      –      gli articoli ottici di serie, fatta eccezione per le lenti a contatto;
      (…)».
      20.      Inoltre, l’allegato 2 del regolamento 7/2004 enuncia due delle condizioni specifiche di cui all’art. 3, n. 1, di detto regolamento.
         Il punto I.1, lett. d), di tale allegato prevede, tra le condizioni materiali che devono essere soddisfatte, che, «ai fini
         della commercializzazione di lenti a contatto e occhiali realizzati in conformità alle misure individuali, è necessario disporre
         di un negozio avente una superficie minima di 18 m2 o di un locale separato del laboratorio». Il punto I.2, lett. c), del medesimo allegato enuncia, dal canto suo, una delle
         condizioni personali, poiché per poter commercializzare lenti a contatto è necessario «esercitare la professione di optometrista
         o di medico oftalmologo qualificato in materia di lenti a contatto».
      
      III – Causa principale e questioni pregiudiziali
      21.      La Ker-Optika Bt. (in prosieguo: la «Ker‑Optika» o la «ricorrente nella causa principale») è una società in accomandita semplice
         di diritto ungherese che, tra le varie attività, commercializza lenti a contatto tramite il suo sito Internet. 
      
      22.      In data 29 agosto 2008, la Ker-Optika è stata oggetto di una decisione amministrativa, adottata dall’ÀNTSZ Pécsi, Sellyei,
         Siklósi Kistérségi Intézete, istituto locale dell’ÀNTSZ, ossia del Servizio nazionale per la sanità pubblica e le questioni
         sanitarie, che le ha vietato di commercializzare le lenti a contatto via Internet. 
      
      23.      La Ker-Optika presentava un reclamo dinanzi all’ÀNTSZ Dél‑dunántúli Regionális Intézete, direzione regionale del servizio
         summenzionato, la quale, con decisione del 14 novembre 2008, respingeva detto reclamo e confermava la decisione di diniego
         adottata dall’istituto locale nei confronti della Ker‑Optika basandosi sull’art. 3, n. 1, del regolamento 7/2004. Tale regolamento
         osterebbe pertanto alla commercializzazione delle lenti a contatto per via elettronica, esigendo, piuttosto, che queste ultime
         siano vendute in negozi di ottica specializzati, che devono soddisfare le condizioni materiali e personali cui rinvia l’art. 3,
         n. 1, del medesimo regolamento.
      
      24.      Contro tale interpretazione, che ha come conseguenza di vietare parte della sua attività, la Ker-Optika proponeva ricorso
         dinanzi al Baranya Megyei Bíróság (Tribunale del dipartimento di Baranya, Ungheria) per ottenere l’annullamento della decisione
         della direzione regionale del Servizio nazionale per la sanità pubblica e le questioni sanitarie.
      
      25.      Dinanzi al giudice del rinvio, la ricorrente nella causa principale sosteneva, da un lato, che la commercializzazione di lenti
         a contatto costituiva un servizio della società dell’informazione e che, a tal riguardo, la decisione controversa sarebbe
         stata contraria all’art. 3, n. 1, della legge CVIII del 2001, ai sensi del quale, al fine di intraprendere o esercitare un’attività
         di prestazione di servizi della società dell’informazione, non è necessaria alcuna previa autorizzazione né una decisione
         amministrativa avente effetti analoghi. Dall’altro lato, la commercializzazione delle lenti a contatto via Internet dovrebbe
         essere consentita, poiché il regolamento 7/2004 autorizza la consegna a domicilio dei dispositivi medici.
      
      26.      Dal canto suo, la convenuta nella causa principale invocava la direttiva sul commercio elettronico e, segnatamente, il suo
         diciottesimo ‘considerando’. A suo avviso, la vendita delle lenti a contatto sarebbe un’attività che non può essere esercitata
         a distanza, in quanto assimilabile ad una consulenza medica che necessita di un esame fisico del paziente, e non rientrerebbe,
         pertanto, nell’ambito di applicazione di tale direttiva. Ne consegue che le disposizioni della legge CVIII del 2001, la quale
         traspone nell’ordinamento giuridico ungherese la direttiva sul commercio elettronico, non si applicherebbero all’attività
         di cui alla causa principale. 
      
      27.      Considerata l’esistenza di difficoltà interpretative del diritto dell’Unione, il Baranya Megyei Bíróság ha deciso di sospendere
         il procedimento e, con decisione di rinvio in data 10 febbraio 2009, di sottoporre alla Corte, ai sensi dell’art. 234 CE,
         le tre seguenti questioni pregiudiziali:
      
      «1)      Se la vendita di lenti a contatto rientri tra le consulenze mediche che necessitano di un esame fisico del paziente e, pertanto,
         sia esclusa dall’ambito di applicazione della direttiva [sul commercio elettronico].
      
      2)      Ove la vendita di lenti a contatto non rientri tra le consulenze mediche che necessitano di un esame fisico del paziente,
         se l’art. 30 CE sia allora da interpretarsi nel senso che osta a una normativa nazionale ai sensi della quale le lenti a contatto
         possono essere vendute esclusivamente in negozi specializzati in dispositivi medici.
      
      3)      Se il principio della libera circolazione delle merci di cui all’art. 28 CE osti alla normativa ungherese che consente la
         vendita di lenti a contatto esclusivamente in negozi specializzati in dispositivi medici».
      
      28.      In sostanza, il giudice del rinvio domanda innanzitutto di stabilire se l’attività di cui alla causa principale rientri nell’ambito
         di applicazione della direttiva sul commercio elettronico e, solo nel caso di soluzione negativa da parte della Corte, solleva
         una questione di interpretazione del diritto primario dell’Unione. Il problema dell’applicazione della citata giurisprudenza
         Keck e Mithouard potrebbe porsi segnatamente in quest’ultima eventualità.
      
      IV – Procedimento dinanzi alla Corte
      29.      Hanno presentato osservazioni scritte i governi ceco, ellenico, spagnolo, ungherese e dei Paesi Bassi, nonché la Commissione
         europea. 
      
      30.      All’udienza svoltasi il 15 aprile 2010, hanno formulato osservazioni orali i governi ellenico, spagnolo, ungherese e dei Paesi
         Bassi, nonché la Commissione.
      
      V –    Sulla prima questione pregiudiziale
      31.      Il giudice del rinvio, chiedendo alla Corte di stabilire se la vendita di lenti a contatto rientri tra le consulenze mediche
         che necessitano della presenza fisica del paziente, vuole sapere innanzitutto se l’attività in questione ricada nell’ambito
         di applicazione della direttiva sul commercio elettronico e se, pertanto, la compatibilità del regolamento 7/2004 con il diritto
         dell’Unione debba essere esaminata alla luce di detta direttiva. 
      
      32.      Il regolamento 7/2004 di cui trattasi nella causa principale riserva la possibilità di vendere le lenti a contatto – che nel
         diritto ungherese sono considerate dispositivi medici – a negozi specializzati, aventi una superficie minima di 18 m2 o che prevedano un locale separato del laboratorio, e a persone che esercitano la professione di optometrista o di medico
         oftalmologo. Conseguentemente, la vendita di questo tipo di prodotti via Internet è vietata. Tuttavia, il giudice del rinvio
         rammenta che la consegna a domicilio a fini di consumo finale dei dispositivi medici oggetto del regolamento di cui trattasi,
         comprese quindi le lenti a contatto, è autorizzata, fatto salvo il rispetto delle condizioni prescritte da tale regolamento (6). 
      
      33.      Ancor prima di interrogarsi infra sul se la vendita delle lenti a contatto sia assimilabile a una consulenza medica che necessita
         della presenza fisica del paziente, l’obiettivo della prima questione, la quale va letta insieme alla seconda e alla terza
         questione, mi sembra essere quello di determinare se la compatibilità con il diritto dell’Unione di una normativa nazionale
         che comporta l’esclusione della vendita tramite Internet di una particolare categoria di merci debba essere valutata esclusivamente
         alla luce della direttiva sul commercio elettronico. 
      
      34.      La direttiva sul commercio elettronico si prefigge di contribuire al buon funzionamento del mercato interno creando, in materia,
         un quadro giuridico inteso ad assicurare la libera circolazione dei servizi della società dell’informazione tra gli Stati
         membri. Come si desume dal suo titolo, tale direttiva concerne «taluni» aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione
         e, come precisa il suo art. 1, n. 2, essa mira unicamente a ravvicinare «talune norme nazionali sui servizi della società
         dell’informazione e che interessano il mercato interno, lo stabilimento dei prestatori, le comunicazioni commerciali, i contratti
         per via elettronica, la responsabilità degli intermediari, i codici di condotta, la composizione extragiudiziaria delle controversie,
         i ricorsi giurisdizionali e la cooperazione tra Stati membri».
      
      35.      Quindi, benché nell’immaginario collettivo la direttiva sul commercio elettronico sia intesa come la normativa che ha consentito
         lo sviluppo del commercio elettronico intracomunitario, in realtà essa si limita a disciplinare alcune delle fasi attraverso
         le quali tale commercio si realizza, fornendo un quadro giuridico ad esse specifico, ma non contempla le condizioni relative
         alla circolazione delle merci allo stesso eventualmente riconducibili. Tale direttiva, peraltro, pone l’accento sulla nozione
         di «servizio» e non di «merce». 
      
      36.      In altre parole, sarebbe erroneo sostenere che la direttiva sul commercio elettronico abbia ad oggetto una liberalizzazione
         generale del commercio elettronico delle merci. Nessuna delle sue disposizioni sembra infatti contemplare un obbligo per gli
         Stati membri di autorizzare in modo generale e sistematico, per tutti i tipi di merci, la vendita tramite Internet. La mia
         impressione sembra peraltro confermata dall’analisi dell’ambito regolamentato da tale direttiva.
      
      37.      Infatti, anche se la Corte dovesse decidere di analizzare ulteriormente la direttiva sul commercio elettronico, sussisterebbero
         ancora, a mio avviso, almeno due ragioni idonee a giustificare il fatto che la compatibilità del regolamento 7/2004 con il
         diritto dell’Unione non possa essere valutata alla luce di tale direttiva. Da una parte, ciò può desumersi dalla definizione,
         in essa contenuta, dell’ambito regolamentato. Dall’altra parte, non mi sembra che la vendita delle lenti a contatto possa
         essere qualificata, in tutti i suoi aspetti, quale «servizio della società dell’informazione» ai sensi della direttiva di
         cui trattasi.
      
      38.      In primo luogo, relativamente all’ambito regolamentato, l’obiettivo perseguito da tale direttiva, menzionato al paragrafo
         34 delle presenti conclusioni, non consente di affermare che un divieto di vendita via Internet possa essere esaminato alla
         luce della direttiva sul commercio elettronico. 
      
      39.      Inoltre, definendo, in particolare, le condizioni alle quali le lenti a contatto possono essere commercializzate e distribuite
         ai consumatori finali e vietando incidentalmente la vendita via Internet e, quindi, la consegna a domicilio che contraddistingue
         tale modalità di immissione sul mercato quando essa non ha luogo alle condizioni stabilite dal regolamento 7/2004 (vale a
         dire unicamente per consentire una prova, un adattamento o una familiarizzazione), tale regolamento disciplina le modalità
         della consegna, intesa in senso lato, di dette lenti. La commercializzazione di queste ultime quale prevista da detto regolamento
         non mi sembra quindi, in ogni caso, rientrare nell’ambito regolamentato dalla direttiva sul commercio elettronico. 
      
      40.      Infatti, sebbene inizialmente il diciottesimo ‘considerando’ disponga che «[i] servizi della società dell’informazione abbracciano
         una vasta gamma di attività economiche svolte in linea (on line)» e che «[t]ali attività possono consistere, in particolare,
         nella vendita in linea di merci», esso precisa subito dopo che «[n]on sono contemplate attività come la consegna delle merci
         in quanto tale o la prestazione di servizi non in linea». Quanto al ventunesimo ‘considerando’, essa dispone in termini chiari
         che «[l]’ambito regolamentato comprende unicamente requisiti riguardanti le attività in linea, quali l’informazione in linea,
         la pubblicità in linea, la vendita in linea, i contratti in linea, e non comprende i requisiti legali degli Stati membri relativi
         alle merci, quali le norme in materia di sicurezza, gli obblighi di etichettatura e la responsabilità per le merci, o i requisiti
         degli Stati membri relativi alla consegna o al trasporto delle merci, compresa la distribuzione di prodotti medicinali».
      
      41.      Come è stato fatto osservare dai governi ceco e dei Paesi Bassi nelle loro osservazioni scritte, la definizione dell’ambito
         regolamentato, di cui all’art. 2, lett. h), ii), della direttiva sul commercio elettronico, richiama tale esclusione di principio
         dall’ambito di applicazione della direttiva dei requisiti applicabili alle merci in quanto tali e alla loro consegna. In tal
         modo essa mira altresì a ricordare che tale direttiva «comprende unicamente requisiti riguardanti le attività in linea, la
         vendita in linea, i contratti in linea», ed è pertanto diretta a disciplinare taluni aspetti del commercio che si svolge eventualmente
         on line, e non, invece, a pronunciarsi sulla questione se tale tipo di attività o di transazione debba avere accesso al commercio
         via Internet. La direttiva non prevede quindi le condizioni alle quali può essere fondatamente vietata la vendita via Internet
         di una determinata categoria di merci.
      
      42.      In secondo luogo, e al di là dell’analisi delle disposizioni relative all’ambito regolamentato, l’impiego dell’espressione
         «servizio della società dell’informazione» costituisce un ulteriore elemento che mi consente di concludere nel senso della
         non pertinenza del riferimento alla direttiva sul commercio elettronico nella causa principale. 
      
      43.      Tale direttiva non è destinata ad applicarsi a tutti i servizi, ma solo a quella particolare categoria costituita dai servizi
         della società dell’informazione. Sebbene, ai sensi della legislazione ungherese, la vendita delle lenti a contatto costituisca
         un servizio sanitario – il che, in ogni caso, rappresenta solo una qualificazione nazionale –, la definizione, fornita dalla
         legislazione dell’Unione, di servizio della società dell’informazione non appare effettivamente trasponibile a tale specifica
         attività.
      
      44.      Infatti, per «servizio della società dell’informazione», ai sensi della citata direttiva 98/34, si deve intendere «qualsiasi
         servizio prestato normalmente dietro retribuzione, a distanza, per via elettronica e a richiesta individuale di un destinatario
         di servizi» (7). Dalla definizione fornita risulta ancora che si deve intendere «“per via elettronica” (...) un servizio inviato all’origine
         e ricevuto a destinazione mediante attrezzature elettroniche di trattamento (compresa la compressione digitale) e di memorizzazione
         di dati, e che è interamente trasmesso, inoltrato e ricevuto mediante fili, radio, mezzi ottici od altri mezzi elettromagnetici».
         
      
      45.      Contrariamente a quanto sostenuto dal governo ungherese, ritengo che la vendita di lenti a contatto, di per sé, possa senz’altro
         essere realizzata a distanza o via Internet. Tale constatazione implica, ovviamente, che sia accettata la distinzione tra
         la fase delle consulenze mediche, eventualmente imposte prima della consegna delle lenti a contatto, e la vendita stessa di
         tali lenti. 
      
      46.      Tuttavia, pur mantenendo distinte la consulenza medica e la vendita delle lenti a contatto, non mi sembra possibile ritenere
         che la commercializzazione di queste ultime costituisca, di per sé e relativamente a ciascuna delle sue fasi, un servizio
         «interamente trasmesso, inoltrato e ricevuto» alle condizioni stabilite dalla direttiva sul commercio elettronico, contrariamente
         a quanto sostenuto dalla Commissione. Se è vero che l’ordine delle lenti a contatto, l’accettazione dello stesso e la formazione
         del contratto di acquisto on line che ne discende possono essere trasmessi, eventualmente, per via elettronica, resta nondimeno
         il fatto che la spedizione delle lenti a contatto al consumatore finale è un’operazione non già elettronica, bensì fisica.
         È in questa fase del ragionamento che la distinzione tra i servizi della società dell’informazione e le attività da essi organizzate,
         operata dal diciottesimo ‘considerando’ di tale direttiva, acquista tutto il suo significato. 
      
      47.      Ricorderò, infine, che, in occasione della causa che ha dato luogo alla sentenza Dynamic Medien (8) a proposito del divieto, in Germania, di vendere tramite Internet supporti video che non erano stati sottoposti, come invece
         esigeva la normativa tedesca, a un controllo e a una classificazione da parte di un’autorità nazionale competente ai fini
         della tutela dei minori, avevo richiamato una giurisprudenza costante della Corte secondo la quale, qualora le norme nazionali
         adottate in un determinato settore costituiscano oggetto di un’armonizzazione esaustiva a livello dell’Unione europea, esse
         devono essere valutate con riguardo a tale misura di armonizzazione e non in rapporto al diritto primario (9). Ne avevo dedotto che, anche ammettendo che la vendita di supporti video potesse, per taluni suoi aspetti, rientrare nell’ambito
         di applicazione della direttiva sul commercio elettronico, era comunque plausibile chiedersi quale specifica disciplina contenuta
         nella direttiva avesse eventualmente realizzato quell’armonizzazione esaustiva delle norme nazionali di protezione dei minori
         che consentirebbe di escludere la verifica della compatibilità del suddetto divieto con le disposizioni pertinenti del Trattato (10). La Corte aveva peraltro seguito questo approccio (11). 
      
      48.      Ciò che mi aveva consentito di concludere in tal senso, ossia che taluni aspetti dell’attività in questione potevano rientrare
         nell’ambito di applicazione della direttiva sul commercio elettronico, era che la legislazione nazionale ammetteva, a monte,
         il principio della vendita tramite Internet dei supporti video. La situazione di cui alla presente causa si configura invece
         diversamente. 
      
      49.      Quindi, per riconoscere che la direttiva sul commercio elettronico copre taluni aspetti relativi alla commercializzazione
         delle lenti a contatto, occorrerebbe comunque che la vendita tramite Internet di queste ultime fosse previamente consentita.
         Orbene, come ho cercato di dimostrare, è difficile individuare, in seno a tale direttiva, le norme di armonizzazione delle
         disposizioni nazionali che consentirebbero di basare unicamente su queste ultime il controllo da parte della Corte vertente
         sulla compatibilità con il diritto dell’Unione della normativa nazionale oggetto della causa principale, la quale, lo ricordo,
         ha come conseguenza di vietare la vendita tramite Internet delle lenti a contatto. 
      
      50.      Identico rilievo s’impone, peraltro, con riguardo alla direttiva del Consiglio 14 giugno 1993, 93/42/CEE, concernente i dispositivi
         medici (12), categoria di cui fanno parte le lenti a contatto, poiché essa non stabilisce alcuna condizione relativamente alla loro modalità
         di immissione sul mercato, di commercializzazione o di consegna. 
      
      51.      Propongo pertanto alla Corte di risolvere la prima questione sollevata dal giudice del rinvio, così come reinterpretata al
         paragrafo 33 delle presenti conclusioni, nel senso che la compatibilità, in rapporto al diritto dell’Unione, di una normativa
         nazionale che comporta il divieto della vendita tramite Internet delle lenti a contatto non può essere valutata alla luce
         delle disposizioni della direttiva sul commercio elettronico. La questione se la vendita delle lenti a contatto rientri tra
         le consulenze mediche che necessitano della presenza fisica del paziente, ai sensi del diciottesimo ‘considerando’ della suddetta
         direttiva, è, pertanto, irrilevante.
      
      52.      Quindi, in assenza di qualsiasi misura di armonizzazione pertinente ai fini della soluzione della controversia principale,
         è necessario valutare il regolamento 7/2004 alla luce del diritto primario dell’Unione (13), cosa che costituisce per l’appunto l’oggetto delle due seguenti questioni pregiudiziali.
      
      VI – Sulla seconda e sulla terza questione pregiudiziale
      A –    Osservazione introduttiva
      53.      In via preliminare, visto l’ordine logico delle questioni sollevate dal giudice a quo, occorre innanzitutto accertare se la
         compatibilità della normativa nazionale con il diritto dell’Unione debba essere valutata alla luce dell’art. 28 CE, e poi
         verificare se detta normativa possa eventualmente essere giustificata sulla base dell’art. 30 CE.
      
      B –    Valutazione giuridica
      1.      Considerazioni preliminari
      54.      Qualora un provvedimento nazionale costituisca una restrizione sia alla libera circolazione delle merci sia alla libera prestazione
         di servizi, la Corte procede al suo esame, in linea di principio, solamente con riguardo ad una delle due dette libertà fondamentali
         qualora risulti che una delle due sia del tutto secondaria rispetto all’altra e possa essere a questa ricollegata (14).
      
      55.      Il governo ungherese sostiene che la vendita delle lenti a contatto, come rilevato dalla Corte in occasione della sentenza
         LPO (15), non è un’attività commerciale come le altre e non può essere considerata se non unitamente ai servizi sanitari prestati
         al momento in cui essa è posta in essere. Tale governo deduce, peraltro, dalla sentenza Dollond & Aitchison (16) che la Corte avrebbe già riconosciuto l’inscindibilità dei servizi relativi alle lenti a contatto in rapporto alla vendita
         di queste ultime.
      
      56.      Rimango tuttavia convinto che le due azioni, vale a dire, da un lato, la vendita delle lenti a contatto e, dall’altro, le
         consulenze eventualmente conseguenti, siano del tutto scindibili. 
      
      57.      Il richiamo della citata sentenza Dollond & Aitchison non mi sembra affatto pertinente, in considerazione della profonda differenza
         della ratio sottostante la questione che la Corte ha dovuto esaminare in tale causa rispetto a quella che ci occupa oggi.
         Infatti, in tale sentenza, la Corte era chiamata a pronunciarsi sulle modalità di calcolo dell’imposta sul valore aggiunto
         per una prestazione offerta da un’impresa comunitaria consistente nella fornitura di lenti a contatto e di servizi costituiti,
         in particolare, da esami della vista. Non si chiedeva alla Corte di pronunciarsi sulla necessità di considerare unitariamente,
         in modo sistematico, le due attività. Pertanto, e contrariamente a quanto sostenuto dal governo ungherese, la Corte, in occasione
         di detta sentenza, non si è vincolata, per il futuro, all’ipotesi dell’inscindibilità di tali attività.
      
      58.      Inoltre, il governo ungherese è stato invitato a precisare, in udienza, le condizioni alle quali viene prestato, in linea
         di principio, il servizio sanitario, rappresentato, per detto governo, dalla vendita di lenti a contatto. Orbene, sebbene
         sia pacifico che una prescrizione medica dev’essere ottenuta prima della vendita, le altre prestazioni sanitarie non sono
         necessariamente contestuali a quest’ultima e il protocollo medico che all’occorrenza occorre seguire per la stessa varia notevolmente
         a seconda delle fasi previste del processo di vendita stesso. 
      
      59.      Una volta ammesso che tali operazioni possono essere disgiunte, risulta abbastanza chiaramente che la compatibilità del regolamento
         7/2004 con il diritto dell’Unione dev’essere esaminata con riferimento alle disposizioni del Trattato relative alla libera
         circolazione delle merci. Il governo ungherese non sembra peraltro contestare la sussistenza di restrizioni alla vendita di
         lenti a contatto ai pazienti (17). Inoltre, occorre rilevare che la Corte, quando ha dovuto valutare la compatibilità di un provvedimento che vietava la vendita
         per corrispondenza di supporti video (18), ovvero – ipotesi ancor più simile al caso di specie – la vendita di medicinali via Internet (19), si è fondata sulla libera circolazione delle merci.
      
      2.      Sull’esistenza di una misura di effetto equivalente ad una restrizione quantitativa all’importazione
      60.      La questione è allora se il divieto di vendere lenti a contatto che deriva dalla normativa di cui trattasi nella causa principale
         sia contrario all’art. 28 CE.
      
      61.      Il regolamento 7/2004 non impone requisiti cui le lenti a contatto devono rispondere (20); esso semplicemente stabilisce che la vendita deve aver luogo in negozi specializzati, che rispettino i requisiti relativi
         alla superficie minima e al personale qualificato, ovvero, eventualmente, tramite consegna a domicilio a fini di prova o di
         adattamento, ma mai tramite Internet. Esso prevede quindi, in modo chiaro, le modalità di vendita proprie di questo tipo di
         merci.
      
      62.      Orbene, secondo la formula consacrata nella sentenza Keck e Mithouard (21), «non può costituire ostacolo diretto o indiretto, in atto o in potenza, agli scambi commerciali tra gli Stati membri (…)
         l’assoggettamento di prodotti provenienti da altri Stati membri a disposizioni nazionali che limitino o vietino talune modalità
         di vendita, sempreché tali disposizioni valgano nei confronti di tutti gli operatori interessati che svolgano la propria attività
         sul territorio nazionale, e sempreché incidano in egual misura, tanto sotto il profilo giuridico quanto sotto quello sostanziale,
         sullo smercio dei prodotti sia nazionali sia provenienti da altri Stati membri». Solo a queste condizioni la misura nazionale
         potrà sfuggire al divieto di cui all’art. 28 CE.
      
      63.      Per quanto riguarda il primo requisito, è incontestabile che la misura nazionale in questione, in effetti, si applica indistintamente
         a tutti gli operatori interessati che svolgono la loro attività sul territorio ungherese, poiché ciascuno di essi, laddove
         intenda operare nel mercato ungherese delle lenti a contatto, deve conformarsi ai criteri stabiliti dal regolamento 7/2004.
      
      64.      Mi sembra invece che i requisiti richiesti dal diritto ungherese per la vendita delle lenti a contatto incidano più pesantemente
         sulla commercializzazione dei prodotti provenienti da altri Stati membri. 
      
      65.      È vero che niente vieta agli operatori stabiliti nel territorio di un altro Stato membro di aprire un negozio specializzato
         che risponda alle condizioni richieste dal regolamento 7/2004 al fine della vendita di lenti a contatto. Tuttavia, il carattere
         maggiormente vincolante e oneroso di tale commercio è evidente. L’interesse della vendita on line consiste proprio nel fatto
         che Internet offre agli operatori una vetrina dotata di visibilità che oltrepassa le frontiere, senza che essi debbano sopportare
         i costi e i vincoli legati al possesso di un negozio «effettivo». La vendita on line è una modalità di vendita alternativa
         al commercio così come tradizionalmente inteso e rappresenta per gli operatori nazionali uno strumento complementare che consente
         loro di raggiungere una clientela che, da un punto di vista geografico, non è circoscritta alla popolazione adiacente alla
         sede fisica del negozio. 
      
      66.      In tal senso, a proposito del divieto tedesco di vendere medicinali via Internet, la Corte ha già statuito che «un divieto
         simile a quello in esame nella causa principale arreca un pregiudizio più significativo alle farmacie situate fuori della
         Germania che a quelle situate sul territorio tedesco. Se rispetto a queste ultime è difficilmente contestabile che tale divieto
         le privi di un mezzo supplementare o alternativo per raggiungere il mercato tedesco dei consumatori finali di medicinali,
         cionondimeno esse conservano la possibilità di vendere i medicinali nelle loro farmacie. Al contrario, Internet costituirebbe
         un mezzo più importante per le farmacie che non sono stabilite sul territorio tedesco per raggiungere direttamente tale mercato.
         Un divieto che colpisse in misura maggiore le farmacie stabilite al di fuori del territorio [nazionale] potrebbe essere tale
         da ostacolare maggiormente l’accesso al mercato dei prodotti provenienti da altri Stati membri rispetto a quello dei prodotti
         nazionali» (22). La Corte sembra quindi aver chiaramente ammesso che il divieto di vendita di una categoria di merci via Internet penalizza
         maggiormente gli operatori economici che non si trovano sul territorio nazionale. Tale ragionamento è pienamente applicabile,
         a mio avviso, alla causa di cui oggi ci occupiamo, in quanto la normativa ungherese richiede non solo che la vendita di lenti
         a contatto abbia luogo esclusivamente presso la sede fisica di un negozio, ma anche che quest’ultimo risponda a criteri di
         superficie minima e di qualificazione del personale. 
      
      67.      Inoltre, il governo ungherese ha ammesso all’udienza che i prodotti ungheresi che possono essere venduti in negozi specializzati
         in dispositivi medici,  segnatamente in lenti a contatto, rappresentano una quantità assolutamente trascurabile, senza tuttavia
         essere in grado di fornire dati numerici. È dunque evidente che il divieto colpisce sostanzialmente i prodotti provenienti
         da altri Stati membri dell’Unione.
      
      68.      Infine, e per quanto riguarda la seconda condizione cumulativa fissata dal regolamento 7/2004, ossia la condizione personale,
         la Corte ha già concluso che una normativa diretta a riservare la vendita di lenti a contatto a personale specializzato era
         atta ad incidere sugli scambi intracomunitari (23).
      
      69.      Quindi, un divieto nazionale di vendita tramite Internet di lenti a contatto, quale quello previsto dal regolamento 7/2004,
         costituisce, per l’appunto, una misura di effetto equivalente ad una restrizione quantitativa ai sensi dell’art. 28 CE.
      
      3.      Sulla possibilità di giustificare la misura di effetto equivalente ad una restrizione quantitativa sulla base dell’art. 30 CE
      70.      Il divieto di misure di effetto equivalente a una restrizione quantitativa sancito all’art. 28 CE non è, tuttavia, assoluto,
         in quanto siffatte misure possono essere giustificate laddove necessarie per soddisfare ragioni d’interesse generale elencate
         nell’art. 30 CE, o esigenze imperative. Il governo ungherese sostiene che il regolamento 7/2004 persegue un obiettivo di interesse
         generale, costituito dalla tutela della sanità pubblica.
      
      71.      In effetti, secondo giurisprudenza costante, una misura di effetto equivalente ad una restrizione quantitativa può essere
         giustificata sulla base della tutela della salute e della vita delle persone. La Corte ha costantemente sottolineato che «la
         salute e la vita delle persone occupano una posizione preminente tra i beni e gli interessi protetti dal Trattato» (24).
      
      72.      Se è corretto affermare che i Trattati non hanno attribuito all’Unione una competenza piena e illimitata in materia e che
         quest’ultima è ancora largamente condivisa tra l’Unione e i suoi Stati membri, come risulta dall’art. 152 CE, spetta a questi
         ultimi decidere il livello di tutela della sanità pubblica che intendono offrire e gli strumenti necessari per realizzarlo (25). È pacifico che i diversi livelli possano variare da uno Stato all’altro, il che presuppone che agli Stati sia riconosciuto
         un certo margine di discrezionalità. Pertanto il regolamento 7/2004 non può essere ritenuto non giustificato, in quanto sproporzionato,
         in relazione all’art. 30 CE, per il solo fatto che in alcuni altri Stati membri dell’Unione la vendita di lenti a contatto
         non necessita di prescrizione medica, di commercio specializzato ovvero di personale qualificato (26). Tuttavia, tale competenza lasciata agli Stati membri dev’essere esercitata nel rispetto delle disposizioni del Trattato (27).
      
      73.      Pertanto, dev’essere analizzata la proporzionalità in sé del regime istituito rispetto all’obiettivo perseguito di tutela
         della sanità pubblica. 
      
      74.      Secondo il governo ungherese, il regolamento 7/2004 persegue un legittimo obiettivo di tutela della sanità pubblica, consistente
         nella salvaguardia degli interessi dei pazienti. Dal momento che le lenti a contatto sono dispositivi medici particolarmente
         invasivi, posti a contatto diretto con la membrana dell’occhio, è indispensabile evitare la banalizzazione dell’atto di vendita
         che le concerne per una più efficace prevenzione delle alterazioni della vista e delle malattie oftalmiche, causate da un
         impiego errato delle stesse, che potrebbero comportare danni irreparabili alla vista. Questo è il motivo per cui le condizioni
         di vendita delle lenti a contatto sono tassativamente fissate ed è richiesta come necessaria la presenza del paziente in ogni
         fase di tale vendita. Il paziente deve interagire con un professionista che sia in grado di consigliarlo e di seguirlo nel
         corso di tutta la sua esperienza con le lenti a contatto, vale a dire al momento della prescrizione e del successivo acquisto,
         ma anche durante le prove e l’adattamento. Il controllo effettuato in occasione delle visite del paziente richiede l’esistenza
         di un esercizio specializzato avente una superficie minima di 18 m2 o di un locale separato del laboratorio. La condizione relativa alla superficie minima, infatti, garantisce, sempre secondo
         il governo ungherese, che il negozio disponga del materiale e dello spazio necessari per effettuare gli esami, ma anche dello
         spazio sufficiente per la presentazione dei prodotti e delle istruzioni per l’uso. Ogni incontro del professionista con il
         paziente deve rappresentare l’occasione per verificare, se necessario, lo stato della vista di quest’ultimo tramite esami,
         nonché per fornire allo stesso consigli e informazioni. Essendo quindi impossibile prescindere dalla presenza del paziente,
         il governo ungherese esclude, nelle sue osservazioni scritte, che gli esami o le prove possano aver luogo a distanza (28). Infine, il governo ungherese ritiene che il regolamento 7/2004 sia necessario e proporzionato. L’obiettivo della salvaguardia
         della salute degli occhi stabilito dalla Repubblica di Ungheria potrebbe essere conseguito solo garantendo la presenza del
         paziente in ogni fase della fornitura medicalizzata delle lenti a contatto e mettendo sistematicamente in contatto quest’ultimo
         con personale qualificato. Le prescrizioni di detto regolamento avrebbero la portata necessaria a conseguire tale obiettivo
         conformemente alle disposizioni del diritto dell’Unione.
      
      75.      Sebbene le preoccupazioni del governo ungherese relativamente alla salute degli occhi siano quanto mai apprezzabili, non posso
         fare a meno di pensare che la normativa nazionale in materia presenti una qualche incoerenza, se non una contraddizione.
      
      76.      A proposito della condizione personale, la Corte ha già dichiarato compatibile con il diritto dell’Unione la normativa nazionale
         che riservi al solo personale qualificato il diritto di vendere medicinali, adducendo in particolare il fatto che questo tipo
         di personale può controllare l’autenticità delle prescrizioni in maniera più soddisfacente (29). Un certo parallelismo può essere fatto con il caso in esame, poiché lo Stato ungherese subordina la consegna di lenti a
         contatto al possesso di una prescrizione medica. Tuttavia, non si può omettere di rilevare la diversa natura delle due categorie
         di merci interessate, nel senso che le lenti a contatto non sono considerate medicinali soggetti a prescrizione, bensì dispositivi
         medici. Ad ogni modo, la Corte ha già ammesso, quanto meno indirettamente, la compatibilità, con il diritto dell’Unione, di
         una legislazione nazionale che richiede la presenza di dipendenti o soci che siano ottici diplomati in ogni negozio (30).
      
      77.      Non si può contestare il diritto, per la Repubblica di Ungheria, di mantenere una normativa che richiede che le lenti a contatto
         siano consegnate solo dietro presentazione di una prescrizione medica. Tuttavia, il fatto che, nel caso di specie, si tratti
         di dispositivi medici – e non, invece, di medicinali – comporta un’attenuazione dell’intensità dell’obbligo di informazione
         e di consulenza del professionista, tenuto conto della differenza in termini di rischio. La Corte ha infatti già statuito
         che, «a differenza dei prodotti di ottica, i medicinali prescritti o utilizzati per motivi terapeutici possono malgrado tutto
         rivelarsi gravemente tossici se assunti senza necessità o scorrettamente, senza che il consumatore sia in grado di prenderne
         coscienza al momento della somministrazione» (31). Il parallelismo con la giurisprudenza della Corte sui medicinali, pertanto, termina qui.
      
      78.      L’esigenza del governo ungherese di garantire la tutela e la salvaguardia della sanità pubblica è assolutamente legittima.
         Esso evidenzia le gravi conseguenze che discenderebbero da un impiego errato delle lenti a contatto. Tuttavia, innegabilmente,
         la condizione materiale posta dal regolamento 7/2004 sminuisce la ricostruzione del governo ungherese.
      
      79.      A mio avviso, il carattere sproporzionato della misura risiede essenzialmente in tale condizione materiale, la quale ha come
         conseguenza di impedire al personale qualificato, in attività sul territorio di un altro Stato membro, di accedere al mercato
         ungherese e ivi vendere le proprie merci.
      
      80.      In effetti, il divieto assoluto della vendita di lenti a contatto via Internet non tiene conto dell’ipotesi in cui essa sia
         effettuata da personale qualificato, eventualmente stabilito nel territorio di un altro Stato membro (32).
      
      81.      Se il rapporto tra la superficie minima fissata in 18 m2 e la qualità dell’informazione o del controllo non appare evidente, come giustamente rilevato dai governi ceco e dei Paesi
         Bassi, nonché dalla Commissione nelle loro osservazioni scritte, va riconosciuto che esso lo è ancor meno atteso che la consegna
         a domicilio delle lenti a contatto è autorizzata. Infatti, il regolamento 7/2004 sottende una contraddizione intrinseca. Esso
         richiede un negozio avente una superficie minima sufficiente per disporre del materiale necessario ed effettuare gli esami
         e, al contempo, autorizza la consegna a domicilio a fini di prova e di adattamento delle lenti a contatto. A mio avviso, ciò
         dimostra che le diverse operazioni, delle quali il governo ungherese tenta di dimostrare il carattere indissociabile, possono
         essere considerate in modo assolutamente indipendente. 
      
      82.      Riguardo alla consegna a domicilio, il governo ungherese sembra partire dall’assunto secondo cui la vendita via Internet presupporrebbe
         una consegna delle lenti a contatto da effettuarsi mediante corriere o postino, e non tramite un professionista. Orbene, poiché
         il governo ungherese, nella sua risposta al quesito scritto posto dal giudice relatore, sembra affermare che in Ungheria la
         consegna a domicilio delle lenti a contatto a fini di prova o di adattamento sia effettuata da personale qualificato, niente
         impedisce di immaginare anche uno schema di vendita tramite Internet in cui la consegna sia garantita da personale qualificato.
      
      83.      Del resto, quale conseguenza di quanto già osservato al precedente paragrafo 77 delle presenti conclusioni, vi è ragione di
         contestare alla normativa ungherese di non effettuare alcun distinguo in ordine all’obbligo della concomitante presenza del
         paziente e del professionista nel negozio specializzato. Sebbene sia possibile ammettere che l’informazione e la consulenza
         rivestono una grande importanza al momento della prima prescrizione e durante i primi tempi di utilizzo delle lenti a contatto,
         le esigenze degli acquirenti che fanno uso già da diverso tempo di tali dispositivi medici sono diverse. In tal senso potrebbe
         configurarsi, ad esempio al momento del rinnovo delle lenti a contatto, un obbligo di informazione e di consulenza di minore
         intensità. Non è quindi così ovvio che l’operatore via Internet non sia in grado, ove ciò risulti necessario, di controllare
         l’autenticità delle prescrizioni, né di fornire un’informazione e una consulenza sufficienti tramite mezzi appropriati, come
         ad esempio un avviso sul sito Internet con l’indicazione di rivolgersi ad un consulente in caso di problemi o l’inserimento
         di foglietti illustrativi nelle confezioni.
      
      84.      L’assenza di qualsivoglia differenziazione è inoltre confermata dal fatto che il governo ungherese non sembra operare distinzioni
         né tra le lenti a contatto dette «rigide» e quelle dette «morbide», né tra le lenti a contatto che correggono menomazioni
         visive e quelle che servono soltanto a variare il colore dell’iride. L’assistenza del professionista per l’adattamento delle
         lenti a contatto rigide agli occhi del paziente può essere considerata un’operazione delicata poiché, in base a quanto esposto
         dal governo ungherese durante l’udienza, il professionista interviene sul prodotto. Alla consegna delle lenti a contatto rigide
         deve necessariamente seguire una particolare fase di monitoraggio caratterizzata dal processo di adattamento e di controllo.
         Per contro, nell’ipotesi in cui siano prescritte lenti a contatto morbide, questo iter è molto meno impegnativo. Alcune lenti,
         inoltre, possono essere utilizzate solo per scopi cosmetici, e, sebbene debbano essere comunque fornite istruzioni ai fini
         della loro manutenzione, il monitoraggio del loro impiego sarà molto meno impegnativo di quanto non lo sia per le lenti a
         contatto utilizzate per scopi terapeutici. 
      
      85.      Alla luce di quanto precede, a mio avviso, per quanto legittimo sia lo scopo perseguito dal regolamento 7/2004, l’obiettivo
         di tutela della sanità pubblica può essere conseguito mediante misure meno restrittive della libera circolazione delle merci.
         
      
      86.      Suggerisco perciò alla Corte di risolvere la seconda e la terza questione, come riformulate, affermando che l’art. 28 CE deve
         essere interpretato nel senso che una normativa nazionale ai sensi della quale, al fine della commercializzazione di lenti
         a contatto, è necessario disporre di un negozio specializzato in dispositivi medici avente una superficie minima di 18 m2 o di un locale separato del laboratorio, nonché di personale qualificato, e che ha come conseguenza di vietare la vendita
         via Internet, costituisce una misura di effetto equivalente ad una restrizione quantitativa all’importazione. Gli artt. 28 CE
         e 30 CE devono essere interpretati nel senso che siffatta normativa non è giustificata da motivi di tutela della salute e
         della vita delle persone, in quanto lo stesso obiettivo può essere conseguito mediante misure meno restrittive. 
      
      VII – Conclusione
      87.      Alla luce delle considerazioni che precedono, suggerisco di risolvere come segue le questioni sollevate dal Baranya Megyei
         Bíróság: 
      
      «1)      La compatibilità con il diritto dell’Unione di una normativa nazionale che ha per conseguenza di escludere la vendita via
         Internet delle lenti a contatto non può essere esaminata alla luce delle disposizioni della direttiva del Parlamento europeo
         e del Consiglio 8 giugno 2000, 2000/31/CE, relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione,
         in particolare il commercio elettronico, nel mercato interno. La questione se la commercializzazione delle lenti a contatto
         sia una consulenza medica che necessita della presenza fisica del paziente, ai sensi del diciottesimo ‘considerando’ di detta
         direttiva, è pertanto irrilevante. 
      
      2)      L’art. 28 CE deve essere interpretato nel senso che una normativa nazionale ai sensi della quale, al fine della commercializzazione
         di lenti a contatto, è necessario disporre di un negozio specializzato in dispositivi medici avente una superficie minima
         di 18 m2 o di un locale separato del laboratorio, nonché di personale qualificato, e che ha come conseguenza di vietare la vendita
         via Internet, costituisce una misura di effetto equivalente ad una restrizione quantitativa all’importazione.
      
      3)      Gli artt. 28 CE e 30 CE devono essere interpretati nel senso che siffatta normativa non è giustificata da motivi di tutela
         della salute e della vita delle persone, in quanto lo stesso obiettivo può essere conseguito mediante misure meno restrittive».
      
      1 	Lingua originale: il francese.
      
      2–      GU L 178, pag. 1.
      
      3–      Sentenza 24 novembre 1993, cause riunite C-267/91 e C-268/91 (Racc. pag. I‑6097). 
      
      4–      GU L 204, pag. 37.
      
      5–      GU L 217, pag. 18.
      
      6–      Nella sua risposta al quesito scritto, il governo ungherese ha precisato che «è possibile consegnare [lenti a contatto] a
         domicilio a scopo di consumo finale unicamente per consentire una prova e una familiarizzazione», cosa che lascia supporre
         che la consegna possa essere effettuata solo da personale qualificato (v. il punto 7 della risposta al quesito posto al governo
         ungherese).
      
      7–      V.  paragrafo 4 delle presenti conclusioni.
      
      8–      Sentenza 14 febbraio 2008, causa C-244/06 (Racc. pag. I‑505). 
      
      9 –	V. paragrafo 21 delle mie conclusioni relative alla causa che ha dato luogo alla citata sentenza Dynamic Medien, nonché
         le sentenze 23 novembre 1989, causa 150/88, Parfümerie-Fabrik 4711/Provide (Racc. pag. 3891, punto 28); 12 ottobre 1993, causa
         C-37/92, Vanacker e Lesage (Racc. pag. I-4947, punto 9); 13 dicembre 2001, causa C-324/99, DaimlerChrysler (Racc. pag. I-9897,
         punto 32); 24 ottobre 2002, causa C-99/01, Linhart e Biffl (Racc. pag. I–9375, punto 18), e 11 dicembre 2003, causa C-322/01,
         Deutscher Apothekerverband (Racc. pag. I-14887, punto 64).
      
      10–      V. il paragrafo 24 delle mie conclusioni presentate nella causa che ha dato luogo alla citata sentenza Dynamic Medien.
      
      11 –	V. citata sentenza Dynamic Medien (punti 22 e 23).
      
      12–      GU L 169, pag. 1.
      
      13–      Sentenza Dynamic Medien, cit. (punto 23).
      
      14–      Sentenze 24 marzo 1994, causa C-275/92, Schindler (Racc. pag. I-1039, punto 22); 25 marzo 2004, causa C‑71/02, Karner (Racc. pag. I‑3025,
         punto 46), e 26 maggio 2005, causa C-20/03, Burmanjer e a. (Racc. pag. I-4133, punto 35).
      
      15–      Sentenza 25 maggio 1993, causa C-271/92 (Racc. pag. I-2899, punto 11).
      
      16–      Sentenza 23 febbraio 2006, causa C-491/04, Dollond & Aitchison (Racc. pag. I‑2129, punto 35).
      
      17 –	V. punto 34 delle osservazioni scritte presentate dal governo ungherese.
      
      18 –	V. sentenza Dynamic Medien, cit. (punti 26 e segg.). 
      
      19 –	Sentenza Deutscher Apothekerverband, cit. (punti 64 e segg.).
      
      20 –      Ai sensi della giurisprudenza Cassis de Dijon, in particolare (v. sentenze 20 febbraio 1979, causa 120/78, Rewe-Zentral, detta
         «Cassis de Dijon», Racc. 1979 pag. 649, nonché Keck e Mithouard, cit., punto 15). 
      
      21 –	Sentenza Keck e Mithouard, cit. (punto 16). 
      
      22 –	Sentenza Deutscher Apothekerverband, cit. (punto 74). 
      
      23 –	Sentenza LPO, cit. (punto 8). 
      
      24–      Sentenze 7 marzo 1989, causa 215/87, Schumacher (Racc. pag. 617, punto 17); 16 aprile 1991, causa C-347/89, Eurim-Pharm (Racc. pag. I-1747,
         punto 26); 8 aprile 1992, causa C-62/90, Commissione/Germania (Racc. pag. I-2575, punto 10); 10 novembre 1994, causa C-320/93,
         Ortscheit (Racc. pag. I-5243, punto 16); Deutscher Apothekerverband, cit. (punto 103); 11 settembre 2008, causa C‑141/07,
         Commissione/Germania (Racc. pag. I-6935, punto 46), e 19 maggio 2009, cause riunite C-171/07 e C-172/07, Apothekerkammer des
         Saarlandes e a. (Racc. pag. I‑4171, punto 19).
      
      25 –	Sentenza Apothekerkammer des Saarlandes e a., cit.  (punti 18 e 19). 
      
      26 –	Sentenza 11 settembre 2008, Commissione/Germania, cit. (punto 51).
      
      27 –	Sentenza 1° febbraio 2001, causa C-108/96, Mac Quen e a. (Racc. pag. I‑837, punto 24), nonché sentenza 11 settembre 2008,
         Commissione/Germania, cit.  (punto 23).
      
      28 –	V. il punto 46 delle osservazioni scritte presentate dal governo ungherese.
      
      29 –	Sentenza Deutscher Apothekerverband, cit. (punto 119).
      
      30 –	Sentenza della Corte 21 aprile 2005, causa C-140/03, Commissione/Grecia (Racc. pag. I‑3177, punto 35). 
      
      31 –	Sentenza Apothekerkammer des Saarlandes e a., cit. (punto 60).
      
      32 –	Questo peraltro è il caso di specie sottoposto alla Corte nella causa che ha dato luogo alla citata sentenza Deutscher
         Apothekerverband per quanto concerneva, all’epoca, i farmacisti.