CELEX: 62009CJ0458
Language: it
Date: 2011-11-24
Title: Sentenza della Corte (Quinta Sezione) del 24 novembre 2011. # Repubblica italiana contro Commissione europea. # Impugnazione - Aiuto concesso dalle autorità italiane alle società recentemente quotate in Borsa - Normativa che prevede agevolazioni fiscali. # Causa C-458/09 P.

SENTENZA DELLA CORTE (Quinta Sezione)
      24 novembre 2011 (*)
      
      «Impugnazione – Aiuto concesso dalle autorità italiane alle società recentemente quotate in Borsa – Normativa che prevede agevolazioni fiscali»
      Nel procedimento C‑458/09 P,
      avente ad oggetto l’impugnazione, ai sensi dell’art. 56 dello Statuto della Corte di giustizia, proposta il 16 novembre 2009,
      Repubblica italiana, rappresentata dalla sig.ra G. Palmieri, in qualità di agente, assistita dal sig. P. Gentili, avvocato dello Stato, con domicilio
         eletto in Lussemburgo,
      
      ricorrente,
      sostenuta da:
      Repubblica di Finlandia, rappresentata dalle sig.re M. Pere e H. Leppo, in qualità di agenti,
      
      interveniente in sede d’impugnazione,
      procedimento in cui l’altra parte è:
      Commissione europea, rappresentata dai sigg. V. Di Bucci e D. Grespan, nonché dalla sig.ra E. Righini, in qualità di agenti, con domicilio eletto
         in Lussemburgo,
      
      convenuta in primo grado,
      LA CORTE (Quinta Sezione),
      composta dal sig. M. Safjan (relatore), presidente di sezione, dai sigg. M. Ilešič e J.‑J. Kasel, giudici,
      avvocato generale: sig.ra V. Trstenjak
      cancelliere: sig. A. Calot Escobar
      vista la fase scritta del procedimento,
      vista la decisione, adottata dopo aver sentito l’avvocato generale, di giudicare la causa senza conclusioni,
      ha pronunciato la seguente
      Sentenza
      1        Con la presente impugnazione la Repubblica italiana chiede l’annullamento della sentenza del Tribunale di primo grado delle
         Comunità europee 4 settembre 2009, causa T‑211/05, Italia/Commissione (Racc. pag. II‑2777; in prosieguo: la «sentenza impugnata»),
         con cui quest’ultimo ha respinto il suo ricorso diretto all’annullamento della decisione della Commissione 16 marzo 2005,
         2006/261/CE, relativa al regime di aiuti C 8/2004 (ex NN 164/2003) cui l’Italia ha dato esecuzione a favore di società recentemente
         quotate in Borsa (GU 2006, L 94, pag. 42; in prosieguo: la «decisione controversa»).
      
       Fatti
       Il regime di aiuti illegittimo
      2        Il regime di aiuti cui la Repubblica italiana ha dato esecuzione a favore di società recentemente quotate in borsa è stato
         instaurato dagli artt. 1, comma 1, lett. d), e 11 del decreto legge 30 settembre 2003, n. 269, recante disposizioni urgenti
         per favorire lo sviluppo e per la correzione dell’andamento dei conti pubblici (in prosieguo: il «d.l. n. 269/2003»). Tale
         regime di aiuti è entrato in vigore il 2 ottobre 2003 senza essere stato notificato alla Commissione delle Comunità europee.
      
      3        L’art. 1, comma 1, lett. d), del d.l. n. 269/2003 prevede quanto segue:
      
      «Per i soggetti in attività alla data di entrata in vigore del presente decreto, in aggiunta alla ordinaria deduzione è escluso
         dall’imposizione sul reddito d’impresa:
      
      (...)
      d)      l’ammontare delle spese sostenute per la quotazione in un mercato regolamentato di cui all’articolo 11 [del d.l. n. 269/2003]».
      4        L’art. 11 del d.l. n. 269/2003 così dispone:
      
      «1.      Per le società le cui azioni sono ammesse alla quotazione in un mercato regolamentato di uno Stato membro dell’Unione europea
         successivamente alla data di entrata in vigore del [d.l. n. 269/2003] e fino al 31 dicembre 2004, l’aliquota dell’imposta
         sul reddito è ridotta al 20 per cento per il periodo d’imposta nel corso del quale è stata disposta l’ammissione alla quotazione
         e per i due periodi d’imposta successivi, a condizione che le azioni delle predette società non siano state precedentemente
         negoziate in un mercato regolamentato di uno Stato membro dell’Unione (...) e che le società effettuino, al fine di ottenere
         l’ammissione alla quotazione, un’offerta di sottoscrizione di proprie azioni che dia luogo ad un incremento del patrimonio
         netto non inferiore al 15 per cento del patrimonio netto risultante dal bilancio relativo all’esercizio precedente a quello
         di inizio dell’offerta, al netto dell’utile di esercizio.
      
      2.      Il reddito complessivo netto dichiarato è assoggettabile ad aliquota ridotta ai sensi del comma 1 per un importo complessivo
         fino a 30 milioni di euro.
      
      3.      Se le azioni di cui al comma 1 sono escluse dalla quotazione, fuori del caso previsto dall’articolo 133 del decreto legislativo
         24 febbraio 1998, n. 58 [vale a dire, il caso di una società successivamente quotata su un’altra borsa valori europea che
         garantisce un livello di tutela degli investitori equivalente a quello assicurato dalla Borsa valori italiana], l’agevolazione
         di cui al comma 1 si applica soltanto per i periodi d’imposta chiusi prima della revoca.
      
      4.      Per i periodi d’imposta in cui è applicabile l’agevolazione di cui al comma 1, alle società ivi indicate non si applica l’agevolazione
         di cui all’articolo 1 e seguenti del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 466 [recante riordino delle imposte personali
         sul reddito al fine di favorire la capitalizzazione delle imprese, a norma dell’art. 3, comma 162, lettere a), b), c), d)
         ed f), della legge 23 dicembre 1996, n. 662 (Supplemento ordinario alla GURI n. 3 del 5 gennaio 1998; in prosieguo: il «d.l.
         n. 466/1997»)]. Tuttavia tali società possono optare per l’applicazione di quest’ultima agevolazione, in luogo di quella di
         cui al comma 1».
      
      5        Il d.l. n. 466/1997 ha istituito un sistema di agevolazioni, il cosiddetto «Super DIT». Quest’ultimo prevede segnatamente
         una riduzione al 7% dell’aliquota d’imposta applicabile alla remunerazione ordinaria dell’aumento del capitale investito,
         che non può risultare in un’aliquota media d’imposta inferiore al 20%, per le società i cui titoli di partecipazione sono
         ammessi alla quotazione in un mercato regolamentato per i tre periodi di imposta successivi a quello della prima quotazione.
         Il Super DIT è stato soppresso dalla legge 18 ottobre 2001, n. 383, recante primi interventi per il rilancio dell’economia
         (GURI n. 248 del 24 ottobre 2001). Tuttavia, le società che al 30 giugno 2001 avevano effettuato operazioni di aumento del
         capitale in base a tale normativa continuavano a fruire delle summenzionate agevolazioni.
      
      6        Ai sensi dell’art. 11, comma 4, del d.l. n. 269/2003, le società interessate possono scegliere tra le agevolazioni riconosciute
         da tale articolo e la riduzione prevista dal Super DIT.
      
       Procedimento amministrativo e decisione controversa
      7        Dopo aver inviato alle autorità italiane vari solleciti infruttuosi aventi ad oggetto gli obblighi ad esse incombenti in forza
         dell’art. 88, n. 3, CE, il 18 febbraio 2004 la Commissione ha avviato il procedimento di cui all’art. 88, n. 2, CE, relativamente
         agli incentivi fiscali concessi in base agli artt. 1, comma 1, lett. d), e 11 del d.l. n. 269/2003.
      
      8        Le autorità italiane hanno presentato le loro osservazioni il 21 aprile 2004. Il 4 ottobre dello stesso anno la Commissione
         ha ricevuto osservazioni da parte della Borsa Italiana SpA. La Commissione ha trasmesso tali osservazioni alle suddette autorità,
         che le hanno comunicato i loro commenti con lettera del 30 novembre 2004.
      
      9        Il 16 marzo 2005 la Commissione ha adottato la decisione controversa, con la quale ha dichiarato che il regime di aiuti C 8/2004
         (ex NN 164/2003) cui la Repubblica italiana aveva dato esecuzione a favore di società recentemente quotate in Borsa era incompatibile
         con il mercato comune. Secondo la Commissione, tale regime di aiuti offre evidenti vantaggi selettivi, in quanto deroga al
         normale funzionamento del sistema tributario e favorisce talune imprese. Le agevolazioni concesse proverrebbero dallo Stato
         sotto forma di rinuncia a gettiti d’imposta di norma percepiti dall’erario italiano. Le misure controverse potrebbero colpire
         gli scambi tra Stati membri e falsare la concorrenza tra imprese, dato che le società beneficiarie potrebbero operare in mercati
         internazionali e svolgere attività commerciali e altre attività economiche in mercati caratterizzati da un’intensa concorrenza.
      
      10      Di conseguenza, la Commissione ha intimato alle autorità italiane di sopprimere tale regime di aiuti e di recuperare presso
         i beneficiari dello stesso gli aiuti già messi a loro disposizione illegalmente.
      
       Azioni giudiziarie 
      11      Con atto introduttivo depositato presso la cancelleria del Tribunale il 26 maggio 2005, la Repubblica italiana ha proposto
         ricorso volto ad ottenere l’annullamento della decisione controversa. 
      
      12      Con la sentenza impugnata il Tribunale di primo grado ha respinto integralmente il ricorso e ha condannato la Repubblica italiana
         alle spese.
      
      13      Con atto introduttivo depositato presso la cancelleria della Corte il 20 novembre 2009, la Repubblica italiana ha proposto
         impugnazione avverso detta sentenza.
      
      14      L’8 marzo 2010 la Repubblica di Finlandia ha chiesto di intervenire a sostegno della Repubblica italiana. Con ordinanza del
         presidente della Corte 17 agosto 2010, la Repubblica di Finlandia è stata ammessa ad intervenire nell’ambito della presente
         impugnazione.
      
       La sentenza impugnata
      15      Ai punti 37‑48 della sentenza impugnata, il Tribunale ha respinto nei seguenti termini il primo motivo della Repubblica italiana,
         vertente sulla violazione di forme sostanziali e dell’art. 88, n. 2, CE nonché degli artt. 10 e 13 del regolamento (CE) del
         Consiglio 22 marzo 1999, n. 659, recante modalità di applicazione dell’articolo [88] del trattato CE (GU L 83, pag. 1), sotto
         il profilo del contraddittorio, nonché su un vizio di procedura per un errore manifesto di valutazione (snaturamento) degli
         atti di causa: 
      
      «37      Considerate le conseguenze giuridiche di una decisione di avviare il procedimento ex art. 88, n. 2, CE, con relativa qualificazione
         provvisoria delle misure di cui trattasi come aiuti nuovi, qualificazione dalla quale lo Stato membro interessato può dissentire,
         la Commissione è tenuta a discutere preliminarmente dette misure con tale Stato, affinché questo possa farle eventualmente
         presente che, a suo parere, esse non costituiscono aiuti oppure che sono aiuti esistenti (sentenza [10 maggio 2005, causa
         C‑400/99,] Italia/Commissione[, Racc. pag. I‑3657], punto 29).
      
      38      Orbene, dall’esame della corrispondenza scambiata tra le autorità italiane e la Commissione non emerge nessun inadempimento
         degli obblighi che incombono a quest’ultima.
      
      39      In primo luogo, la lettera della Commissione datata 22 ottobre 2003, che costituiva una richiesta generale di informazioni
         riguardante un insieme di misure contenute nel d.l. n. 269/2003, comprendeva, nella parte intitolata “numero misura: 4”, le
         misure in questione.
      
      40      In tale lettera, che indicava che talune misure fiscali ‘‘sembra[va]no comportare degli alleggerimenti d’imposta per certe
         categorie di imprese, ovvero degli incentivi ad hoc per determinate imprese, ai sensi dell’articolo 87, paragrafo 1, [CE]’’,
         la Commissione ha invitato le autorità italiane a precisarle l’esatta natura dei vantaggi fiscali previsti, l’identificazione
         e il numero (anche stimato) dei beneficiari dei vantaggi suddetti, l’impatto finanziario (anche stimato) relativo alla erogazione
         di tali vantaggi, la loro possibile giustificazione alla luce della natura del sistema fiscale generale e ogni altro elemento
         che le consentisse di formarsi un’opinione.
      
      41      Le autorità italiane hanno risposto a tale lettera con lettera del 5 novembre 2003, ribadendo il carattere generale delle
         misure in questione, al fine di confutare la qualificazione delle medesime quali aiuto di Stato.
      
      42      In secondo luogo, nella sua lettera datata 19 dicembre 2003, la Commissione ha precisato di non disporre di elementi idonei
         ad escludere che gli incentivi fiscali in questione costituissero un vantaggio fiscale limitato a talune imprese ammesse alla
         quotazione in un mercato regolamentato durante il periodo di applicazione del regime di aiuti, e che tale agevolazione implicasse
         una distorsione della concorrenza e degli scambi comunitari. Essa ha altresì precisato di non disporre di elementi per escludere
         che gli incentivi fiscali previsti dall’art. 11 del d.l. n. 269/2003 costituissero un aiuto al funzionamento normalmente incompatibile
         col mercato unico, perché non finalizzati ad alcun investimento od obiettivo previsto dall’art. 87, n. 3, CE. Infine, la Commissione
         ha invitato le autorità italiane ad informare i potenziali beneficiari di tali incentivi fiscali della possibilità che l’aiuto
         fosse recuperato presso di essi, qualora fosse stato considerato illegittimo.
      
      43      Con tale lettera, la Commissione ha comunicato alle autorità italiane la sua analisi preliminare e le ha pertanto poste in
         grado di sollevare eventuali obiezioni. Orbene, le autorità italiane non hanno dato alcun seguito ad essa.
      
      44      Alla luce di quanto precede, si deve considerare che, contrariamente a quanto sostenuto dalla Repubblica italiana, le misure
         di cui è causa sono state effettivamente discusse con essa prima che la Commissione adottasse la decisione di avviare il procedimento
         ex art. 88, n. 2, CE.
      
      45      Occorre comunque osservare che, anche se il rispetto dei diritti della difesa esige che lo Stato membro di cui trattasi sia
         posto in grado di far conoscere efficacemente la propria posizione sugli elementi sui quali la Commissione ha basato la propria
         valutazione (v., in tal senso e per analogia, sentenza della Corte 21 marzo 1990, causa C‑142/87, Belgio/Commissione, Racc. pag. I‑959,
         punto 47), cionondimeno, perché una violazione dei diritti della difesa nella fase preliminare comporti un annullamento della
         decisione finale, occorre che, in mancanza di tale irregolarità, il procedimento potesse sfociare in un diverso risultato
         (v., in tal senso e per analogia, sentenze della Corte Belgio/Commissione, cit., punto 48, e 5 ottobre 2000, causa C‑288/96,
         Germania/Commissione, Racc. pag. I‑8237, punto 101; sentenza del Tribunale 8 luglio 2004, causa T‑198/01, Technische Glaswerke
         Ilmenau/Commissione, Racc. pag. II‑2717, punto 201, e giurisprudenza ivi citata). L’onere della prova a questo proposito incombe
         allo Stato membro interessato, dato che qualunque violazione dei diritti della difesa costituisce un vizio di forma, il quale
         richiede che la parte interessata eccepisca l’effetto negativo specifico di tale omissione sui propri diritti soggettivi (v.,
         in tal senso, sentenza Technische Glaswerke Ilmenau/Commissione, cit., punto 203).
      
      46      A questo proposito, è giocoforza constatare che la Repubblica italiana non ha fornito nessun elemento che consenta di dimostrare
         che, in mancanza della presunta irregolarità, il procedimento sarebbe potuto sfociare in un diverso risultato, ma si è limitata
         a dichiarare che “nessuno può ‘divinare’ quali sarebbero stati gli effetti sugli sviluppi successivi del procedimento di una
         discussione preliminare ‘mai nata’”.
      
      47      La Repubblica italiana non ha dimostrato, in particolare, l’effetto negativo che deriverebbe dai presunti vizi contenuti nella
         decisione di avvio del procedimento ex art. 88, n. 2, CE.
      
      48      Alla luce di tutte le considerazioni sin qui svolte, occorre concludere che le misure controverse sono state effettivamente
         discusse con le autorità italiane prima che la Commissione adottasse la decisione di avvio del procedimento e che, in ogni
         caso, la Repubblica italiana non ha dimostrato l’esistenza di un’irregolarità o di un vizio della decisione di avvio, in mancanza
         dei quali il procedimento sarebbe potuto sfociare in un diverso risultato».
      
      16      Ai punti 50‑60 della sentenza impugnata, il Tribunale ha respinto il motivo vertente sulla violazione del principio del contraddittorio
         nella quale sarebbe incorsa la Commissione a proposito della valutazione della selettività della misura in questione. In particolare
         esso ha dichiarato quanto segue:
      
      «56      Nel caso di specie, occorre ricordare che, nella decisione di avvio del procedimento d’indagine formale, in particolare nel
         punto 19 di quest’ultima, la Commissione ha precisato che, a suo parere, le misure in questione avvantaggiavano solo le imprese
         con sede in Italia a danno delle imprese straniere ivi attive, nei termini in cui queste ultime non avevano diritto alle agevolazioni
         fiscali concesse da dette misure. Con lettera datata 21 aprile 2004, le autorità italiane hanno dichiarato che, a norma dell’art. 11
         del d.l. n. 269/2003, le società straniere, operanti in Italia tramite una stabile organizzazione e quotate in un mercato
         regolamentato dell’Unione, potevano godere anch’esse delle misure in questione. In seguito a tale lettera, la Commissione
         ha constatato e precisato, nel punto 30 della decisione [controversa], che rimaneva comunque una disparità di trattamento
         tra imprese italiane e straniere, in quanto le agevolazioni fiscali concesse dal regime di aiuti in questione riguardavano,
         per le prime, gli utili realizzati a livello mondiale e, per le seconde, quelli conseguiti e soggetti ad imposta in Italia.
      
      57      Occorre pertanto osservare, come giustamente sottolineato dalla Commissione, che, benché la posizione di quest’ultima appaia
         certamente meglio definita rispetto ai dubbi espressi nella decisione di avvio del procedimento, ciò è proprio il risultato
         del contraddittorio instauratosi con le autorità italiane, che hanno avuto modo, durante tutta la durata del procedimento
         d’indagine formale, di precisare la loro posizione nei confronti delle censure della Commissione. Infatti, contrariamente
         a quanto sostiene la Repubblica italiana, la censura formulata dalla Commissione nel punto 30 della decisione [controversa]
         non differisce, quanto al suo oggetto, da quella espressa in sede di decisione di avvio del procedimento, in particolare nel
         punto 19 di quest’ultima. La differenza riguarda unicamente la valutazione della portata della disparità di trattamento tra
         le imprese registrate in Italia e quelle che tali non sono e, di conseguenza, anche la portata del carattere selettivo dell’agevolazione
         di cui godono le imprese registrate in Italia.
      
      58      Non risulta, d’altro canto, da nessuna disposizione relativa al controllo degli aiuti di Stato né dalla giurisprudenza che
         la Commissione sia tenuta ad informare lo Stato membro interessato della propria posizione prima di adottare la propria decisione,
         una volta che lo Stato membro è stato posto in grado di presentare le sue osservazioni, come è avvenuto nel caso di specie
         (v., in tal senso, sentenza Technische Glaswerke Ilmenau/Commissione, [cit.], punto 198)».
      
      17      In risposta ai differenti motivi vertenti sulla violazione dell’art. 87 CE, il Tribunale ha ritenuto, anzitutto, che il regime
         di aiuti di cui trattasi favorisse talune imprese ai sensi dell’art. 87, n. 1, CE, per le seguenti ragioni:
      
      «120      (…) la natura selettiva dell’agevolazione fiscale stabilita dall’art. 1, comma 1, lett. d), e dall’art. 11 del d.l. n. 269/2003
         si ricava da diversi elementi. Anzitutto, il diritto alla riduzione dell’aliquota dell’imposta sui redditi nei tre anni successivi
         all’esercizio durante il quale avviene la quotazione, nonché il diritto alla deduzione dal reddito imponibile di un importo
         pari alle spese sostenute per la quotazione, è riconosciuto solo alle imprese recentemente quotate in un mercato regolamentato.
         Queste imprese poi, ossia società per azioni recentemente quotate, devono farsi ammettere alla quotazione ufficiale in un
         mercato regolamentato nel periodo compreso tra il 2 ottobre 2003, data di entrata in vigore del d.l. n. 269/2003, ed il 31
         dicembre 2004, termine ultimo per la prima quotazione conformemente all’art. 11 del d.l. n. 269/2003. Pertanto, le misure
         in questione avvantaggiano unicamente le imprese che effettuino le operazioni considerate (v., in tal senso, sentenza 15 dicembre
         2005, [causa C‑66/02,] Italia/Commissione, [Racc. pag. I‑10901,] punto 97), nel breve periodo d’applicazione del regime di
         aiuti, pari a 15 mesi (v., in tal senso e per analogia, sentenza del Tribunale 6 marzo 2002, cause riunite T‑92/00 e T‑103/00,
         Diputación Foral de Álava e a./Commissione, Racc. pag. II‑1385, punto 49). Infatti, qualunque altra impresa è esclusa dai
         benefici del regime di aiuti, a prescindere dal fatto che si tratti di società già quotate o che non soddisfano o non possono
         soddisfare i requisiti per essere quotate nel periodo di validità del regime di aiuti. A questo proposito occorre inoltre
         precisare, come si ricava dal punto 18 della decisione [controversa] e come la Commissione ha più volte sostenuto nelle sue
         memorie, senza essere contraddetta dalla Repubblica italiana, che il breve periodo previsto per il regime di aiuti era sostanzialmente
         paragonabile al tempo necessario per progettare, avviare e condurre a buon fine l’ammissione alla quotazione, tenuto conto
         delle disposizioni che disciplinano quest’ultima, che impongono il rispetto di rigorose condizioni per le imprese che desiderino
         farsi ammettere alla quotazione. Di conseguenza, i benefici concessi dalle misure in questione, come ammesso in udienza dalla
         Repubblica italiana, erano riservati, di fatto, alle sole imprese che avessero già avviato il procedimento per la quotazione,
         a quelle che avessero quanto meno progettato di farlo o a quelle che fossero pronte ad avviare un’iniziativa del genere entro
         breve termine.
      
      121      Nei termini in cui le società ammesse alla quotazione nel periodo di vigenza del regime di aiuti beneficiavano di agevolazioni
         fiscali – ossia, la riduzione dell’aliquota dell’imposta sui redditi e la deduzione dal reddito imponibile, oltre alla deduzione
         normale, dei costi collegati alla quotazione – di cui non potevano beneficiare imprese che non effettuassero operazioni del
         tipo di quelle previste da queste misure, esse beneficiavano di vantaggi cui non avrebbero avuto diritto in sede di ordinaria
         applicazione del regime tributario. Per questa ragione, le misure in questione risultano essere selettive.
      
      122      Inoltre, le misure in questione sono selettive in quanto favoriscono di fatto le società registrate in Italia rispetto a quelle
         che non lo sono (v., in tal senso e per analogia, sentenza della Corte 14 luglio 1983, causa C‑203/82, Commissione/Italia,
         Racc. pag. 2525). Infatti, come sottolinea giustamente la Commissione nel punto 30 della decisione [controversa], l’incentivo
         fiscale, concesso in deroga al normale trattamento fiscale a favore di tutte le imprese soggette a imposizione in Italia ammesse
         alla quotazione in un mercato regolamentato, va a beneficio soprattutto di società registrate in Italia. Per di più, per quanto
         riguarda queste ultime, la minore imposizione si applica agli utili realizzati su scala mondiale, mentre per le società estere
         dette agevolazioni valgono soltanto per gli utili realizzati in Italia.
      
      123      Questa conclusione non può essere rimessa in discussione in base all’argomento della Repubblica italiana secondo il quale
         il carattere selettivo di una misura va valutato esclusivamente paragonando, da un lato, le situazioni disciplinate e, dall’altro,
         quelle escluse, e non confrontando tra loro le situazioni disciplinate dalla misura considerata. A questo proposito occorre
         ricordare che l’art. 87, n. 1, CE ha lo scopo di vietare qualsiasi aiuto che possa favorire “talune imprese o talune produzioni”
         e definisce una misura di aiuto in funzione dei suoi effetti. Pertanto, nulla osta, come giustamente sottolineato dalla Commissione,
         a che una misura già in partenza limitata a determinati soggetti – nel caso di specie, le società che si quotano in borsa
         – avvantaggi maggiormente alcuni dei beneficiari – nella fattispecie, le società italiane, per le quali le agevolazioni fiscali
         si applicano agli utili conseguiti a livello mondiale – rispetto ad altre società, parimenti beneficiarie del regime di aiuti,
         ossia le società straniere, per le quali le agevolazioni fiscali valgono per i soli utili conseguiti in Italia».
      
      18      Il Tribunale ha poi ritenuto che una siffatta differenziazione non fosse giustificata dalla natura e dall’economia del sistema
         tributario italiano per le seguenti ragioni:
      
      «130      Da un lato, come la Commissione giustamente sottolinea nel punto 27 della decisione [controversa], poiché le agevolazioni
         fiscali previste dall’art. 11 del d.l. n. 269/2003 sono concesse all’atto dell’ammissione alla quotazione, esse si applicano
         agli utili futuri realizzati dalle imprese beneficiarie, che non hanno nessun nesso con il fatto che i beneficiari siano stati
         ammessi alla quotazione, né con gli oneri sostenuti in seguito alle operazioni di ammissione, né con un qualsiasi altro presunto
         svantaggio derivante da questa specifica situazione. Inoltre, vista la sua breve durata, il regime di aiuti non è giustificabile
         neppure in base ai suoi obiettivi specifici, ossia la promozione della quotazione delle imprese, poiché esso esclude di fatto
         numerosi beneficiari potenziali.
      
      (…)
      133      D’altra parte, come osserva correttamente la Commissione nel punto 28 della decisione [controversa], la deduzione dal reddito
         imponibile di cui all’art. 1, comma 1, lett. d), del d.l. n. 269/2003, che si aggiunge alla normale deduzione delle spese,
         costituisce anch’essa un incentivo straordinario. Orbene, anche ipotizzando che essa possa essere considerata giustificata
         dallo scopo specifico di promuovere la quotazione di società, perseguito dal regime di aiuti, ciò nondimeno ancora una volta,
         come giustamente rilevato dalla Commissione, a causa della sua breve durata d’applicazione, essa è in contraddizione con tale
         obiettivo, in quanto esclude di fatto numerosi beneficiari potenziali.
      
      134      Inoltre, contrariamente a quanto sostenuto dalla Repubblica italiana, non c’è nessuna contraddizione nella decisione [controversa]
         tra il fatto che la Commissione avrebbe apparentemente escluso qualsiasi possibilità di giustificazione ricavata dalla natura
         o dall’economia del sistema rispetto agli incentivi fiscali enunciati dall’art. 11 del d.l. n. 269/2003 (punto 27 della decisione
         [controversa]), ed il contemporaneo riconoscimento, viceversa, della possibilità di una giustificazione riguardo agli incentivi
         fiscali previsti dall’art. 1, comma 1, lett. d), del d.l. n. 269/2003 (punto 28 della decisione [controversa]).
      
      135      A questo proposito, la Commissione giustamente esclude sin dall’inizio, per quanto concerne la prima misura, qualsiasi possibilità
         di giustificazione, dato che tale misura non è collegata a nessuna situazione particolare, peculiare alle società ammesse
         alla quotazione, e, per quanto concerne la seconda misura, esclude qualsiasi giustificazione nel caso di specie, dopo aver
         rilevato che sarebbe stato eventualmente possibile giustificarla, dal momento che essa si riferisce a spese inerenti alla
         quotazione.
      
      (…)
      142      Infine, per quanto concerne l’argomento della Repubblica italiana ricavato, in sostanza, dalla coerenza del trattamento differenziato
         tra residenti e non residenti con il sistema tributario nazionale, occorre ricordare che, nel caso di specie, gli effetti
         delle misure in questione non derivano dalla determinazione della base imponibile in quanto tale, e pertanto dalle diverse
         modalità di imposizione, la cui coerenza è stata sottolineata dalla Repubblica italiana. Questi effetti derivano piuttosto,
         come giustamente sostenuto dalla Commissione, dalla scelta di collegare le agevolazioni in questione alla base imponibile,
         circostanza che costituisce una scelta estranea alla logica del sistema tributario. In altri termini, le agevolazioni, dirette
         in linea di principio a promuovere la quotazione in un mercato regolamentato, si applicano alla base imponibile, che non ha
         nessun rapporto con la quotazione. Di conseguenza, benché l’agevolazione tragga origine dall’ammissione alla quotazione, il
         regime di aiuti giunge in pratica a concedere un’agevolazione diversa in funzione del fatto che il beneficiario sia stabilito,
         in via principale, in Italia o altrove».
      
      19      Infine, il Tribunale ha respinto il motivo vertente sulla violazione dell’art. 87, n. 3, lett. c), CE, dichiarando che, senza
         incorrere in un errore manifesto di valutazione, la Commissione aveva potuto qualificare tali misure come aiuti al funzionamento
         per le seguenti ragioni:
      
      «172      (…) le misure di cui è causa non mirano a favorire lo sviluppo di un’attività o di una regione economica, bensì alla mera
         riduzione degli oneri normalmente sostenuti dalle imprese interessate nell’ambito della loro attività economica.
      
      173      (...) gli aiuti al funzionamento non rientrano nel campo di applicazione dell’art. 87, n. 3, CE, poiché essi falsano le condizioni
         della concorrenza nei settori ove sono concessi senza essere in grado tuttavia, per la loro stessa natura, di conseguire uno
         degli obiettivi fissati da tale disposizione (v. sentenza del Tribunale 8 giugno 1995, causa T‑459/93, Siemens/Commissione,
         Racc. pag. II‑1675, punto 48, e giurisprudenza ivi citata).
      
      174      Questi aiuti possono essere considerati compatibili con il mercato comune solo in casi eccezionali. Orbene, come si evince
         dagli atti e dalla decisione [controversa], questi casi eccezionali non erano ravvisabili nel caso di specie e non sono stati
         nemmeno invocati dalle autorità italiane, alle quali incombeva l’onere di fornire tutti gli elementi atti a consentire alla
         Commissione di accertare che ricorressero le condizioni della deroga richiesta (v., in tal senso, sentenza [del Tribunale
         15 giugno 2005, causa T‑171/02,] Regione autonoma della Sardegna/Commissione [Racc. pag. II‑2123], punto 129, e giurisprudenza
         ivi citata). (...)
      
      175      Per quanto riguarda poi la presunta natura di aiuti all’investimento delle misure in questione, (…) la Commissione ha giustamente
         escluso tale qualificazione alla luce della circostanza che le agevolazioni fiscali concesse non sono collegate a specifici
         investimenti, alla creazione di posti di lavoro o a particolari progetti. (…)
      
      176      Infine, per quanto concerne il fatto che le misure potrebbero essere giustificate in quanto dirette ad aumentare e a promuovere
         le quotazioni in borsa, occorre fare una distinzione tra la valutazione riguardante la riduzione dell’imposta, prevista dall’art. 11
         del d.l. n. 269/2003, e quella relativa alla deduzione dal reddito imponibile dei costi collegati alla quotazione, in aggiunta
         alla normale deduzione di questi stessi costi, prevista dall’art. 1, comma 1, lett. d), del d.l. n. 269/2003.
      
      177      Poiché la riduzione dell’imposta è collegata ai redditi globali dei beneficiari, essa non è direttamente connessa ai costi
         relativi alla quotazione o ad altri presunti svantaggi derivanti dalla detta operazione. Di conseguenza, essa non può essere
         qualificata in nessun caso come misura diretta a promuovere la quotazione in borsa. Pertanto la Commissione non ha commesso
         un errore manifesto di valutazione a questo proposito.
      
      178      Viceversa, la deduzione dal reddito imponibile, prevista dall’art. 1, comma 1, lett. d), del d.l. n. 269/2003, se effettivamente
         collegata a costi inerenti alla quotazione, potrebbe essere considerata, in linea di principio, come diretta a promuovere
         la quotazione in borsa. Pertanto, si deve esaminare se la Commissione abbia commesso un errore manifesto di valutazione dichiarando
         che detta misura non perseguiva uno scopo compatibile con il disposto dell’art. 87, n. 3, lett. c), CE.
      
      (...)
      181      (...) la Commissione ha escluso, nel caso di specie, che le misure in questione possano essere giustificate alla luce dell’art. 87,
         n. 3, lett. c), CE, poiché esse costituiscono aiuti al funzionamento. In particolare, la Commissione precisa che “le agevolazioni
         fiscali disposte dal regime (…) costituiscono semplicemente una riduzione degli oneri che le imprese interessate devono di
         norma sostenere nel corso delle loro attività economiche (...)” (punto 45 della decisione [controversa]).
      
      182      Infatti, contrariamente a quanto sostiene la Repubblica italiana, la quotazione in borsa, di per sé, non è un investimento
         specifico perché non costituisce una spesa in beni di investimento materiali o immateriali, né una spesa per l’assunzione
         di nuovo personale collegata ad un nuovo investimento. È piuttosto un’operazione complessa attraverso la quale le società
         che si quotano perseguono obiettivi finanziari, legati all’accesso a determinate fonti di capitale.
      
      183      Peraltro, la mera circostanza che dette misure siano dirette ad aumentare il numero di società quotate in borsa – circostanza
         che, secondo la Repubblica italiana, costituisce un obiettivo di politica economica nazionale – non può bastare a far loro
         applicare la deroga prevista dall’art. 87, n. 3, lett. c), CE. Infatti, come accertato dal Tribunale, gli aiuti in questione
         non soddisfano le due condizioni secondo le quali gli aiuti devono essere destinati ad agevolare lo sviluppo di determinate
         attività o di determinate regioni economiche e non devono alterare le condizioni degli scambi in misura contraria all’interesse
         comune».
      
       Conclusioni delle parti dinanzi alla Corte
      20      Con la sua impugnazione la Repubblica italiana chiede alla Corte di annullare la sentenza impugnata nonché la decisione controversa.
      
      21      La Commissione chiede il rigetto dell’impugnazione e la condanna della Repubblica italiana alle spese.
      
       Sull’impugnazione
      22      A sostegno della sua impugnazione la Repubblica italiana deduce sei motivi, ai quali la Commissione risponde pur interrogandosi
         sulla ricevibilità dell’impugnazione nel suo complesso.
      
       Sulla ricevibilità dell’impugnazione
       Argomenti delle parti
      23      Occorre rilevare che, prima di rispondere sul merito di ciascun motivo dedotto dalla Repubblica italiana, la Commissione s’interroga
         in via preliminare sulla ricevibilità dell’impugnazione, senza tuttavia sollevare formalmente un’eccezione di irricevibilità.
         Infatti, ai sensi dell’art. 37, n. 6, del regolamento di procedura della Corte, il ricorrente non è decaduto dall’impugnazione
         se una copia firmata del ricorso perviene alla cancelleria della Corte nei termini impartiti mediante qualsiasi mezzo tecnico
         di comunicazione di cui dispone la Corte, purché l’originale firmato dell’atto sia depositato in cancelleria entro i dieci
         giorni successivi. Orbene, la copia dell’originale sarebbe pervenuta in formato «Word» entro i termini, non firmata, corredata
         unicamente di un documento in formato «PDF» contenente l’indice e la firma dell’avvocato in calce. Atteso che, secondo l’ordinanza
         27 novembre 2007, causa C‑163/07 P, Diy‑Mar Insaat Sanayi ve Ticaret e Akar/Commissione (Racc. pag. I‑10125, punto 37), il
         requisito della firma del ricorso da parte di un avvocato abilitato al patrocinio dinanzi ad un organo giurisdizionale di
         uno Stato membro è un requisito di forma prescritto ad substantiam dallo Statuto della Corte di giustizia dell’Unione europea
         e che, secondo il punto 26 di detta ordinanza, l’assenza di sottoscrizione autografa del ricorso non rientra tra le irregolarità
         formali che possono essere sanate ai sensi dell’art. 21, secondo comma, dello Statuto della Corte e dell’art. 38, n. 7, del
         regolamento di procedura, la Commissione si rimette all’apprezzamento della Corte per quanto attiene alla ricevibilità dell’impugnazione.
         
      
      24      A tal riguardo, la Repubblica italiana afferma in particolare che il documento in formato «Word» consentiva di conoscere il
         testo integrale del ricorso, mentre il documento in formato «PDF» consentiva di verificare che l’ultima pagina di tale testo
         – identica nel documento in formato «Word» e in quello in formato «PDF» – era stata sottoscritta dal suo difensore.
      
       Giudizio della Corte
      25      Per quanto riguarda l’argomento della Commissione diretto a contestare la ricevibilità dell’impugnazione nel suo complesso,
         occorre ricordare che la firma del ricorso apposta da un avvocato abilitato al patrocinio dinanzi ad un organo giurisdizionale
         di uno Stato membro è un requisito di forma prescritto ad substantiam la cui inosservanza non rientra tra le irregolarità
         che possono essere sanate ai sensi dell’art. 21, secondo comma, dello Statuto della Corte e dell’art. 38, n. 7, del regolamento
         di procedura (v., in tal senso, ordinanza Diy-Mar Insaat Sanayi ve Ticaret e Akar/Commissione, cit., punto 37). Occorre aggiungere
         che, ai sensi dell’art. 37, n. 6, del regolamento di procedura, la data in cui una copia dell’originale firmato di un atto
         processuale perviene alla cancelleria mediante telecopia o qualsiasi altro mezzo tecnico di comunicazione di cui dispone la
         Corte è presa in considerazione ai fini dell’osservanza dei termini processuali, purché l’originale firmato dell’atto sia
         depositato in cancelleria entro i dieci giorni successivi.
      
      26      Occorre tuttavia rilevare che, conformemente all’art. 37, n. 6, del regolamento di procedura, una copia dell’originale firmato
         del ricorso è effettivamente pervenuta alla cancelleria della Corte entro il termine di due mesi a decorrere dalla notifica
         della sentenza impugnata, prescritto dall’art. 56 dello Statuto della Corte. Il fatto che l’ultima pagina del ricorso trasmessa
         per via elettronica in formato «Word» sia stata riprodotta in un documento in formato «PDF», anch’esso inviato simultaneamente
         per via elettronica ha per l’appunto consentito di conformarsi al requisito di cui all’art. 37, n. 6, del regolamento di procedura.
         
      
      27      Ne consegue che l’argomentazione volta a contestare la ricevibilità dell’impugnazione nel suo complesso deve essere respinta
         in quanto infondata.
      
       Nel merito
       Argomenti delle parti
      –       Sul primo motivo 
      28      Con il suo primo motivo, la Repubblica italiana lamenta una violazione di forme sostanziali consistente nella violazione del
         principio del contraddittorio alla luce dell’art. 88, n. 2, CE nonché degli artt. 10 e 13 del regolamento n. 659/1999 e in
         un vizio di procedura dovuto a uno snaturamento degli atti di causa. Essa ritiene che, respingendo in quanto infondato tale
         motivo vertente sulla violazione di tali disposizioni, il Tribunale le abbia a sua volta violate.
      
      29      A tal fine, come già aveva fatto nel procedimento di primo grado, la Repubblica italiana si basa sulla citata sentenza 10
         maggio 2005, Italia/Commissione (punti 29‑31), dalla quale emergerebbe che, prima di avviare il procedimento d’indagine formale,
         la Commissione è tenuta a discutere preliminarmente dette misure con lo Stato membro interessato, affinché questo possa farle
         eventualmente presente che, a suo parere, esse non costituiscono aiuti oppure che sono aiuti esistenti. 
      
      30      Essa ritiene che il Tribunale abbia erroneamente dichiarato che, nel caso di specie, la Commissione non era venuta meno a
         tale obbligo. Secondo la Repubblica italiana, le lettere della Commissione precedenti all’avvio del procedimento formale,
         datate 22 ottobre e 19 dicembre 2003, non contenevano indicazioni sufficienti in merito ai dubbi che la Commissione nutriva
         circa la compatibilità delle misure in questione e non hanno quindi consentito l’avvio di una discussione di merito sulle
         caratteristiche e sugli effetti di tali misure. La lettera della Commissione datata 22 ottobre 2003 avrebbe avuto ad oggetto
         solo una richiesta di informazioni del tutto generica e quella datata 19 dicembre 2003 non avrebbe menzionato nessuno dei
         chiarimenti forniti dalla Repubblica italiana nella sua lettera del 5 novembre 2003. Ne risulterebbe che, contrariamente a
         quanto dichiarato dal Tribunale, il contraddittorio sarebbe stato meramente formale.
      
      31      Il Tribunale sarebbe giunto a tale valutazione erronea perché avrebbe manifestamente snaturato i documenti versati al fascicolo.
         Al punto 41 della sentenza impugnata, esso avrebbe infatti dichiarato che, in tale lettera del 5 novembre 2003, le autorità
         italiane si erano limitate a ribadire il carattere generale della misura in questione al fine di confutare che essa costituiva
         un aiuto di Stato, mentre il contenuto della lettera sarebbe stato ben più complesso, dal momento che essa toccava tutti gli
         aspetti rilevanti ai fini della qualificazione delle misure controverse (struttura, finalità, compatibilità, durata ed entità).
         Il Tribunale avrebbe altresì ritenuto che la lettera della Commissione datata 19 dicembre 2003 contenesse un’effettiva discussione
         delle misure in questione, sfociata nella qualificazione in positivo (come aiuto o non aiuto, aiuto compatibile o incompatibile),
         laddove tale nota conterrebbe soltanto proposizioni in negativo e prive di motivazione (non si può escludere che la misura
         costituisca un aiuto, e un aiuto incompatibile). 
      
      32      Infine, il Tribunale avrebbe erroneamente respinto il motivo vertente sul vizio di procedura, ritenendo che la Repubblica
         italiana non avesse dimostrato gli effetti pregiudizievoli che il mancato contraddittorio preliminare avrebbe prodotto sul
         seguito del procedimento. Infatti, l’assenza di un vero contraddittorio preliminare, in violazione della finalità che quest’ultimo
         persegue, comporterebbe inevitabilmente l’avvio del procedimento formale.
      
      33      Secondo la Commissione, la Repubblica italiana si limita in sostanza a riproporre gli stessi argomenti già sollevati a sostegno
         del primo motivo in primo grado, riprendendo quasi testualmente la memoria di replica presentata al Tribunale. Il motivo sollevato
         sarebbe quindi diretto a ottenere un semplice riesame del ricorso presentato dinanzi al Tribunale e sarebbe pertanto irricevibile.
         Inoltre, la valutazione del Tribunale quanto al contenuto della corrispondenza in atti avrebbe natura fattuale e non può quindi
         essere censurabile in sede di impugnazione, salvo il caso di snaturamento di tali elementi, che dovrebbe risultare manifestamente
         dai documenti del fascicolo, senza che sia necessario effettuare una nuova valutazione dei fatti e delle prove. Orbene, in
         realtà la Repubblica italiana non dedurrebbe un siffatto snaturamento.
      
      34      In subordine, la Commissione asserisce che gli effetti della decisione controversa avevano soppiantato quelli della decisione
         di avvio del procedimento formale, di modo che non occorreva più chiedersi se la Repubblica italiana avesse potuto presentare
         le proprie osservazioni sulla qualificazione come aiuto, o come aiuto esistente, della misura di cui trattasi, prima della
         decisione di avviare il procedimento formale, ma tutt’al più ci si chiedeva se detto Stato membro avesse potuto esercitare
         i diritti della difesa nel corso di tale procedimento, poi sfociato nell’adozione della decisione controversa. Le eventuali
         carenze del dibattito contraddittorio tra lo Stato membro e la Commissione, prima dell’avvio del procedimento d’indagine formale,
         non possono incidere sulla legittimità di quest’ultima decisione.
      
      35      In ulteriore subordine, la Commissione afferma di condividere l’analisi svolta dal Tribunale ai punti 37‑47 della sentenza
         impugnata. Il Tribunale avrebbe giustamente inferito dagli elementi del fascicolo che le misure controverse erano state effettivamente
         discusse con le autorità italiane prima dell’avvio del procedimento d’indagine formale e avrebbe correttamente ritenuto che
         la Repubblica italiana non aveva dimostrato che, in mancanza delle pretese irregolarità procedurali della decisione di avvio
         del procedimento, il procedimento avrebbe potuto avere un esito diverso e ne ha giustamente dedotto che eventuali irregolarità
         non avrebbero potuto condurre all’annullamento della decisione controversa.
      
      –       Sul secondo motivo
      36      La Repubblica italiana solleva anche un secondo motivo con cui deduce la violazione del principio del contraddittorio commessa
         a proposito della valutazione della selettività della misura in questione. Il Tribunale avrebbe erroneamente dichiarato che
         il fatto di qualificare una misura come «selettiva» nella decisione di avvio del procedimento formale, in quanto esclude le
         imprese comunitarie e si rivolge soltanto alle imprese nazionali, e successivamente, nella decisione controversa, in quanto
         l’entità del beneficio, benché di quest’ultimo fruiscano tutte le imprese, sia diverso a seconda che le imprese siano nazionali
         o comunitarie, modifica non già l’oggetto della censura vertente sulla selettività della misura in questione, ma soltanto
         la valutazione della portata della disparità di trattamento. Il Tribunale ne avrebbe dedotto che si doveva considerare che
         la Repubblica italiana era stata messa in grado di formulare le sue osservazioni, sebbene a tale mutamento di approccio non
         avesse fatto seguito la riapertura di un contraddittorio.
      
      37      In risposta a tale argomento, la Commissione, richiamandosi alla sentenza 12 luglio 1973, causa 70/72, Commissione/Germania
         (Racc. pag. 813, punto 19), afferma che i dubbi da essa espressi in occasione dell’avvio del procedimento sono necessariamente
         generici, in quanto preliminari, e mirano unicamente ad ottenere da parte degli interessati tutte le informazioni necessarie
         per orientarla nella propria azione futura. Se è pur vero che gli elementi forniti dalle autorità italiane e dalle terze parti
         interessate avrebbero consentito alla Commissione di precisare la posizione assunta nella decisione di avvio del procedimento
         in ordine al trattamento più favorevole concesso alle società italiane neoquotate rispetto alle società estere, tuttavia giustamente
         il Tribunale si sarebbe rifiutato di considerare la precisazione contenuta nella decisione controversa come un mutamento di
         approccio giuridico. 
      
      –       Sul terzo motivo
      38      Con il suo terzo motivo, la Repubblica italiana deduce una violazione dell’art. 87, n. 1, CE, consistente nel fatto che il
         Tribunale avrebbe erroneamente dedotto il carattere selettivo della misura in questione dal fatto che le società italiane
         interessate potevano applicare l’agevolazione in parola sull’intero imponibile mondiale, mentre le società comunitarie potevano
         applicarla soltanto sull’imponibile tassabile in Italia. Infatti, la nozione di selettività farebbe riferimento soltanto alla
         differenza tra i beneficiari di tale misura e coloro che ne sono esclusi e non alla differenza di portata del vantaggio che
         la citata misura conferisce ai suoi beneficiari. La Repubblica di Finlandia aggiunge che tale differenza di trattamento trova
         una spiegazione nella limitazione della competenza fiscale dello Stato italiano e in particolare nel principio della portata
         territoriale della fiscalità, vale a dire nel principio della competenza fiscale dello Stato in cui la società è stabilita.
      
      39      Per la Commissione, invece, una misura, ancorché possa teoricamente andare a vantaggio di tutte le imprese, può ciononostante
         rivestire un carattere selettivo, vuoi perché solo alcune imprese possono di fatto fruirne, vuoi perché alcune imprese ne
         traggono vantaggi ben maggiori rispetto a quelli di cui godono le altre imprese. Inoltre, poiché la decisione controversa
         ha rilevato tre diversi elementi di selettività, ciascuno dei quali è sufficiente a dimostrare che le misure in questione
         hanno carattere selettivo, il riconoscimento della fondatezza di questo terzo motivo potrebbe condurre all’annullamento della
         sentenza impugnata soltanto nell’ipotesi in cui la Corte dovesse accogliere anche gli altri motivi relativi agli altri due
         elementi di selettività riscontrati dalla Commissione nella citata decisione.
      
      –       Sul quarto motivo
      40      Come quarto motivo d’impugnazione, la Repubblica italiana lamenta ancora una violazione dell’art. 87, n. 1, CE sotto un duplice
         profilo. Per valutare la selettività dell’agevolazione fiscale di cui trattasi, il Tribunale avrebbe erroneamente posto a
         raffronto le situazioni di tutte le possibili società per azioni, laddove, trattandosi di quotazione in mercati regolamentati,
         sarebbe corretto porre a raffronto solo le società per azioni potenzialmente in grado di quotarsi. Inoltre, il Tribunale avrebbe
         erroneamente rifiutato di riconoscere la coerenza tra la differenza di trattamento fiscale delle società quotate e non quotate
         e la particolare situazione delle società quotate. Infatti, le società che intendono quotarsi sarebbero inevitabilmente esposte
         ad oneri molto elevati cui restano del tutto estranee le società non quotate e quelle da tempo quotate, che hanno ormai ammortizzato
         tali oneri. Dichiarando che agevolazioni rivolte ai redditi futuri non potevano comunque essere correlate ai costi di quotazione,
         il Tribunale sarebbe incorso anzitutto in un difetto di motivazione, poiché, se avesse esaminato tale differenza di oneri,
         avrebbe potuto ammettere che, senza tutte le agevolazioni fiscali di cui è causa, le società potenzialmente interessate si
         sarebbero astenute per non subire la decurtazione di utili conseguente alle spese collegate a tale quotazione.
      
      41      Viceversa, secondo la Commissione, anche ad ammettere che le società quotate possano avere caratteristiche diverse rispetto
         a quelle non quotate, l’agevolazione fiscale derivante dall’applicazione di un’aliquota ridotta su tutti gli utili conseguiti
         nel corso di tre esercizi non ha alcun nesso con gli oneri organizzativi sopportati dalle società ammesse alla quotazione.
         La Commissione sottolinea, inoltre, che il Tribunale, al punto 132 della sentenza impugnata, ha rilevato la sussistenza di
         oneri in capo alle società che intendano quotarsi, pur ritenendo che non vi fosse alcun nesso tra la riduzione dell’imposta
         sugli utili concessa e le spese dell’operazione di ammissione alla quotazione. 
      
      –       Sul quinto motivo
      42      Con il suo quinto motivo, la Repubblica italiana ravvisa una violazione dell’art. 87, n. 1, CE nel fatto che il Tribunale
         abbia ritenuto che le agevolazioni fiscali in questione fossero selettive a causa della loro breve durata di applicazione,
         la quale porta ad escludere di fatto numerosi beneficiari potenziali. Orbene, secondo tale Stato membro, se una misura presenta
         un carattere non selettivo, esso si conserva, anche se tale misura è temporanea. Nel caso di specie, la limitazione temporale
         dell’agevolazione fiscale concessa troverebbe una giustificazione nei vincoli di bilancio dello Stato, e dunque in una scelta
         di politica finanziaria che non sarebbe sindacabile dalla Commissione.
      
      43      Anche per la Repubblica di Finlandia le agevolazioni fiscali non erano selettive, essendo aperte a tutte le imprese non quotate.
         Basandosi sulle citate sentenze 14 luglio 1983, Commissione/Italia, e 15 dicembre 2005, Italia/Commissione (punto 96), tale
         Stato membro sostiene che, per presentare un carattere selettivo, sarebbe stato necessario che tali agevolazioni avessero
         favorito taluni settori o talune produzioni. Il fatto che le imprese già ammesse alla quotazione fossero escluse dai vantaggi
         di tali agevolazioni sarebbe stato giustificato dallo scopo perseguito, diretto al rafforzamento della struttura del capitale.
         Peraltro, contrariamente a quanto dichiarato dal Tribunale, il fatto che si trattasse di un aiuto eccezionale non sarebbe
         sufficiente a far considerare la misura in questione come un aiuto di Stato. Quanto alla breve durata dei vantaggi concessi,
         essa rappresenterebbe l’unica possibilità di incoraggiare effettivamente piani di quotazione in borsa e le agevolazioni fiscali
         sarebbero state in vigore abbastanza a lungo da consentire anche alle società che non avevano ancora avviato la procedura
         di quotazione al momento in cui era entrata in vigore la misura di entrare effettivamente in Borsa prima della scadenza del
         termine e dunque di beneficiare del sistema di aiuto controverso, come emergerebbe dal punto 120 della sentenza impugnata.
      
      44      Viceversa, secondo la Commissione, che si richiama alle sentenze 1° dicembre 1998, causa C‑200/97, Ecotrade (Racc. pag. I‑7907,
         punto 38); 17 giugno 1999, causa C‑295/97, Piaggio (Racc. pag. I‑3735, punto 37), e 26 settembre 2002, causa C‑351/98, Spagna/Commissione
         (Racc. pag. I‑8031, punto 40), nonché all’ordinanza del presidente della Corte 26 giugno 2003, cause riunite C‑182/03 R e
         C‑217/03 R, Belgio e Forum 187/Commissione (Racc. pag. I‑6887, punto 125), poco conta che la misura in questione si applichi
         a diversi settori, se poi essa va a beneficio soltanto di alcune categorie di imprese. Anche un beneficio previsto da un atto
         generale costituirebbe una misura selettiva qualora, in linea di fatto e tenuto conto in particolare delle limitazioni temporali
         previste per la sua concessione, favorisse un numero limitato di imprese. Nel caso di specie, la misura in oggetto si rivolgerebbe
         non già alla generalità delle società che si quotano in Borsa, bensì solamente alla categoria delle società ammesse alla quotazione
         nel periodo di quindici mesi indicato dalla citata misura. Infine, per quanto riguarda la breve durata dell’agevolazione,
         secondo le sentenze 14 novembre 1984, causa 323/82, Intermills/Commissione (Racc. pag. 3809, punto 31); 14 ottobre 1987, causa
         248/84, Germania/Commissione (Racc. pag. 4013, punto 17); 26 settembre 1996, causa C‑241/94, Francia/Commissione (Racc. pag. I‑4551,
         punto 20); 12 ottobre 2000, causa C‑480/98, Spagna/Commissione (Racc. pag. I‑8717, punto 16), e 12 dicembre 2002, causa C‑5/01,
         Belgio/Commissione (Racc. pag. I‑11991, punto 45), essa potrebbe avere un effetto contrario all’obiettivo perseguito di impulso
         all’entrata in Borsa e, in ogni caso, introdurrebbe manifestamente un elemento di selettività, tanto più che la nozione di
         aiuto di Stato risulterebbe collegata non agli obiettivi perseguiti da uno Stato membro, ma soltanto ai suoi effetti. 
      
      –       Sul sesto motivo
      45      Infine, la Repubblica italiana deduce un sesto motivo, vertente sulla violazione dell’art. 87, n. 3, lett. c), CE. Il Tribunale
         avrebbe qualificato erroneamente gli aiuti destinati a compensare gli oneri connessi alla quotazione come aiuti al funzionamento.
         Le misure in questione mirerebbero infatti non già a sostenere la gestione corrente dell’impresa, bensì a rafforzare in maniera
         stabile la situazione patrimoniale delle società, poiché l’agevolazione fiscale sarebbe riservata alle società che, in vista
         della quotazione, incrementano il capitale preesistente di almeno il 15%. Inoltre, le agevolazioni fiscali controverse mirerebbero
         a incrementare l’accesso alla quotazione e, pertanto, a promuovere l’aumento delle dimensioni delle società e a rendere il
         loro controllo accessibile alla concorrenza, stimolandola. A tal riguardo, non si può legittimamente effettuare una differenziazione
         sulla base dell’agevolazione fiscale concessa (deduzione dal reddito imponibile dei costi collegati all’accesso alla quotazione
         e riduzione dell’aliquota d’imposta).
      
      46      La Commissione replica che il Tribunale ha correttamente dichiarato che essa, qualificando le agevolazioni fiscali concesse
         come aiuti al funzionamento, non era incorsa in un errore manifesto di valutazione. Le spese collegate alla quotazione in
         Borsa non costituirebbero spese in attivi materiali o immateriali, destinati a costituire elementi patrimoniali ammortizzabili
         e finalizzati a intraprendere nuovi processi produttivi o a migliorare quelli esistenti, né spese per l’assunzione di nuovo
         personale legato ad un nuovo investimento e poste in diretta relazione al conseguimento di futuri benefici d’impresa. La quotazione
         in Borsa mirerebbe all’accesso a determinate fonti di capitale. Orbene, secondo la sentenza 19 settembre 2000, causa C‑156/98,
         Germania/Commissione (Racc. pag. I‑6857, punto 64), i costi relativi al reperimento del capitale costituirebbero normali oneri
         che ogni impresa deve sopportare nell’ambito della sua gestione corrente e, di conseguenza, aiuti destinati a ridurre tali
         costi costituirebbero aiuti al funzionamento. Inoltre, la differenziazione sulla base dell’agevolazione fiscale concessa sarebbe
         giustificata, poiché, mentre una riduzione dell’imposta non è direttamente collegata ai costi di quotazione in Borsa, la deduzione
         dal reddito imponibile dei soli costi inerenti a tale quotazione potrebbe essere considerata come una misura idonea a promuovere
         la quotazione in Borsa.
      
       Giudizio della Corte
      –       Sul primo motivo
      47      Risulta dalla giurisprudenza della Corte che, prima dell’avvio del procedimento ex art. 88, n. 2, CE, la Commissione è tenuta
         a discutere preliminarmente le misure di cui trattasi con lo Stato membro interessato, affinché questo possa farle eventualmente
         presente che, a suo parere, esse non costituiscono aiuti oppure che sono aiuti esistenti (v. sentenza 10 maggio 2005, Italia/Commissione,
         cit., punto 29).
      
      48      Tuttavia, il Tribunale, senza disattendere tale prescrizione, ha potuto desumere dalla corrispondenza intercorsa tra i servizi
         della Commissione e le autorità italiane, sinteticamente illustrata ai punti 39‑43 della sentenza impugnata, che la Commissione
         aveva effettivamente discusso le misure controverse con la Repubblica italiana prima dell’avvio del procedimento previsto
         dall’art. 88, n. 2, CE.
      
      49      La censura relativa allo snaturamento dello scambio di corrispondenza, con particolare riferimento alla lettera delle autorità
         italiane datata 5 novembre 2003 e a quella della Commissione datata 19 dicembre 2003, non può essere accolta.
      
      50      Occorre infatti ricordare che, secondo costante giurisprudenza, risulta dagli artt. 256 TFUE e 58, primo comma, dello Statuto
         della Corte che l’impugnazione è limitata alle questioni di diritto. Il Tribunale, dunque, è competente in via esclusiva,
         da un lato, ad accertare i fatti, salvo nel caso in cui l’inesattezza materiale dei suoi accertamenti risulti dai documenti
         del fascicolo ad esso sottoposti e, dall’altro, a valutare tali fatti e tali elementi di prova. Pertanto, eccetto il caso
         di snaturamento degli elementi ad esso presentati, una tale valutazione non costituisce una questione di diritto soggetta,
         come tale, al controllo della Corte in sede di impugnazione. Uno snaturamento del genere deve risultare manifestamente dai
         documenti del fascicolo, senza che sia necessario effettuare una nuova valutazione dei fatti e delle prove (v. sentenza 18
         maggio 2010, causa C‑419/08 P, Trubowest Handel e Makarov/Consiglio e Commissione, Racc. pag. I‑2259, punti 30‑32 e giurisprudenza
         ivi citata).
      
      51      Orbene, non risulta che il Tribunale abbia manifestamente snaturato la corrispondenza intercorsa tra la Commissione e la Repubblica
         italiana, giacché le asserzioni di quest’ultima al riguardo poggiano su una lettura erronea della sentenza impugnata.
      
      52      Contrariamente a quanto sostenuto dalla Repubblica italiana, al punto 41 della sentenza impugnata, il Tribunale ha rilevato,
         con riferimento alla lettera delle autorità italiane datata 5 novembre 2003, non già che le citate autorità si erano limitate
         a ribadire il carattere generale della misura in questione, bensì che esse avevano insistito sul carattere generale della
         stessa al fine di confutare il fatto che essa costituiva un aiuto di Stato. L’affermazione secondo la quale il Tribunale avrebbe
         ignorato la complessità del contenuto della citata lettera non trova quindi riscontro nei fatti. Esso ne ha riportato i termini
         essenziali e tale valutazione non può essere efficacemente contestata nell’ambito di un’impugnazione.
      
      53      Del pari, al punto 42 della sentenza impugnata, il Tribunale non ha affermato che la lettera della Commissione datata 19 dicembre
         2003 conteneva una qualificazione in positivo delle misure in questione alla luce della nozione di aiuto di Stato e della
         loro compatibilità con il mercato unico. Esso ha rilevato, come ha fatto esplicitamente anche la Repubblica italiana, che
         la Commissione, nella citata lettera, aveva precisato di non escludere che le suddette misure contenessero elementi di aiuti
         di Stato incompatibili con il mercato unico. La censura relativa allo snaturamento della lettera della Commissione datata
         19 dicembre 2003 non trova dunque riscontro nei fatti. 
      
      54      Dalle considerazioni che precedono risulta che il primo motivo deve essere respinto perché infondato. Non occorre pertanto
         pronunciarsi sulla ricevibilità di tale motivo nel suo complesso.
      
      –       Sui motivi dal secondo al quinto
      55      I motivi dal secondo al quinto mettono in discussione l’esame, effettuato dal Tribunale, delle censure dirette a contestare
         i diversi elementi di selettività riscontrati dalla Commissione.
      
      56      A tal riguardo, occorre ricordare che il carattere selettivo di una misura statale costituisce una delle caratteristiche della
         nozione di «aiuto di Stato» ai sensi dell’art. 87, n. 1, CE. Come ricorda la Commissione, la decisione controversa ravvisa
         tre diversi elementi di selettività. In primo luogo, possono beneficiare dell’aiuto in questione soltanto le società che soddisfano
         le condizioni di capitalizzazione, finanziarie e contabili prescritte per essere ammesse alla quotazione per la prima volta
         in un mercato regolamentato, con conseguente esclusione delle imprese già quotate, delle imprese che non soddisfano le predette
         condizioni e di quelle che decidono di non farsi quotare nel periodo preso in considerazione. In secondo luogo, l’aiuto in
         oggetto va a vantaggio soprattutto di imprese italiane, dato che, nel loro caso, la minore imposizione si applica agli utili
         realizzati su scala mondiale e non solo a quelli realizzati in Italia. In terzo luogo, il regime controverso ha una durata
         limitata che esclude di fatto molti potenziali beneficiari, ed in particolare le società che non soddisfano le citate condizioni
         per essere ammesse alla quotazione nel limitato periodo compreso tra il 2 ottobre 2003 e il 31 dicembre 2004.
      
      57      Orbene, occorre rammentare che, nell’ambito dell’esame della legittimità della decisione della Commissione in primo grado,
         è sufficiente che la valutazione di uno qualunque degli elementi di selettività operata da tale istituzione sia fondata affinché
         le contestazioni degli altri elementi di selettività riscontrati dalla Commissione debbano essere respinte in quanto inoperanti,
         essendo fondate su motivi formulati ad abundantiam (v., in tal senso, sentenza 15 dicembre 2005, Italia/Commissione, cit.,
         punto 98).
      
      58      Allo stesso modo, se, in sede di impugnazione, il riconoscimento da parte del Tribunale della fondatezza di uno degli elementi
         di selettività riscontrati dalla Commissione risulta esente da qualsiasi errore di diritto, i punti della motivazione della
         sentenza del Tribunale che riconoscono la fondatezza degli altri elementi di selettività devono essere logicamente anch’essi
         considerati formulati ad abundantiam, in quanto non incidono sul dispositivo di tale sentenza. Ne consegue che qualunque censura
         vertente su tali punti della motivazione deve essere respinta in quanto inoperante (v., in tal senso, sentenza 21 ottobre
         2004, causa C‑447/02 P, KWS Saat/UAMI, Racc. pag. I‑10107, punti 43‑53).
      
      59      Per quanto riguarda più in particolare il quinto motivo, con il quale la Repubblica italiana contesta il riconoscimento da
         parte del Tribunale del carattere selettivo delle agevolazioni concesse a causa della loro breve durata d’applicazione, occorre
         quindi verificare se la misura in questione comporti o meno vantaggi di cui fruiscono esclusivamente talune imprese o taluni
         settori di attività (v. in tal senso, in particolare, citate sentenze Francia/Commissione, punto 24, e Ecotrade, punti 40
         e 41).
      
      60      A tal riguardo, non risulta che il Tribunale sia incorso in un errore di diritto ritenendo, al punto 120 della sentenza impugnata,
         che la limitazione nel tempo delle agevolazioni di cui è causa comportasse la loro selettività, dal momento che di fatto determinava
         l’esclusione di numerosi beneficiari potenziali. La circostanza che una siffatta limitazione sia stata motivata dalla volontà
         di incoraggiare effettivamente, nel rispetto dei vincoli di bilancio, i progetti di quotazione in Borsa è irrilevante, atteso
         che gli aiuti di Stato sono caratterizzati unicamente dagli effetti delle misure in parola e non dalle loro cause o dai loro
         obiettivi (v. in tal senso, in particolare, citate sentenze Francia/Commissione, punto 20, e 12 dicembre 2002, Belgio/Commissione,
         punto 45).
      
      61      Ne consegue che il quinto motivo deve essere respinto in quanto infondato.
      
      62      Ne consegue che non occorre prendere in considerazione i motivi dal secondo al quarto, dal momento che essi sono inoperanti.
         
      
      –       Sul sesto motivo
      63      Per quanto attiene al sesto motivo, vertente sulla violazione dell’art. 87, n. 3, lett. c), CE, occorre ricordare che devono
         essere qualificati come aiuti al funzionamento gli aiuti diretti a sollevare un’impresa dai costi cui avrebbe dovuto normalmente
         far fronte nell’ambito della propria gestione corrente o delle proprie normali attività (v., in tal senso, sentenza 19 settembre
         2000, Germania/Commissione, cit., punto 30 e giurisprudenza ivi citata).
      
      64      Orbene, si deve necessariamente constatare che, come rilevato dal Tribunale segnatamente ai punti 172, 175 e 182 della sentenza
         impugnata, le agevolazioni fiscali in oggetto non sono collegate a specifici investimenti, alla creazione di posti di lavoro
         o a particolari progetti. Essendo dirette a favorire l’accesso a determinate fonti di capitale, esse mirano alla mera riduzione
         degli oneri normalmente sostenuti dalle imprese interessate nell’ambito della loro attività economica e non possono pertanto
         essere considerate come aiuti all’investimento. Il fatto che, come sostiene la Repubblica italiana, gli aiuti in questione
         siano diretti a promuovere la quotazione delle società in Borsa non è tale da sottrarli alla qualificazione come aiuti al
         funzionamento, poiché, come osservato a giusto titolo dal Tribunale al punto 182 della sentenza impugnata, detta quotazione,
         di per sé, non è un investimento specifico, in quanto non costituisce una spesa in beni di investimento materiali o immateriali,
         né una spesa per l’assunzione di nuovo personale collegata ad un nuovo investimento. 
      
      65      Ne deriva che il Tribunale non ha travisato la nozione di aiuto al funzionamento escludendo che vi sia stato un qualsiasi
         errore manifesto di valutazione da parte della Commissione nel qualificare come aiuti al funzionamento gli aiuti di cui trattasi,
         destinati a compensare gli oneri connessi alla quotazione.
      
      66      Per quanto riguarda la censura relativa al fatto che il Tribunale avrebbe erroneamente ritenuto che la riduzione dell’imposta
         – a differenza della deduzione dal reddito imponibile dei costi di quotazione in Borsa – non possa essere qualificata come
         misura diretta a promuovere detta quotazione, essa deve essere respinta in quanto inoperante. Pur ipotizzando che la riduzione
         dell’imposta debba essere ugualmente considerata idonea a promuovere la quotazione in Borsa, essa, al pari della deduzione
         dei costi di quotazione in Borsa dal reddito imponibile, resterebbe un aiuto al funzionamento, in quanto tale non autorizzabile.
      
      67      Alla luce delle considerazioni che precedono si deve respingere il sesto motivo in quanto infondato.
      
      68      Atteso che nessuno dei motivi sollevati dalla Repubblica italiana a sostegno della sua impugnazione è stato accolto, quest’ultima
         deve essere respinta integralmente.
      
       Sulle spese
      69      Ai sensi dell’art. 69, n. 2, del regolamento di procedura, applicabile al procedimento d’impugnazione in forza dell’art. 118
         dello stesso regolamento, la parte soccombente è condannata alle spese se ne è stata fatta domanda. Poiché la Commissione
         ne ha fatto domanda, la Repubblica italiana, rimasta soccombente, deve essere condannata alle spese.
      
      70      Conformemente al n. 4, primo comma, del medesimo art. 69, la Repubblica di Finlandia, intervenuta nella causa, sopporta le
         proprie spese.
      
      Per questi motivi, la Corte (Quinta Sezione) dichiara e statuisce:
      1)      L’impugnazione è respinta.
      2)      La Repubblica italiana è condannata alle spese.
      3)      La Repubblica di Finlandia sopporterà le proprie spese.
      Firme
      * Lingua processuale: l’italiano.