CELEX: 62002CC0457
Language: it
Date: 2004-06-10
Title: Conclusioni dell'avvocato generale Kokott del 10 giugno 2004. # Procedimento penale a carico di Antonio Niselli. # Domanda di pronuncia pregiudiziale: Tribunale di Terni - Italia. # Direttive 75/442/CEE e 91/156/CEE - Nozione di rifiuti - Residui di produzione o di consumo idonei alla riutilizzazione - Rottami ferrosi. # Causa C-457/02.

CONCLUSIONI DELL'AVVOCATO GENERALEJULIANE KOKOTTpresentate il 10 giugno 2004(1)
         Causa C-457/02Antonio Niselli(Domanda di pronuncia pregiudiziale del Tribunale penale di Terni )
            «Direttiva 75/442/CEE  –  Nozione di rifiuto  –  Rottami ferrosi  –  Definizione nazionale che esclude dalla nozione di rifiuto i materiali residuali di consumo qualora siano destinati ad un
               processo produttivo  –  Applicazione diretta delle direttive in un procedimento penale  –  Principio dell'applicazione retroattiva della legge penale più mite»
            
            
      
         
      I – Introduzione 
        1.        Dinanzi al Tribunale penale di Terni è in atto un procedimento penale in cui all’imputato, sig. Antonio Niselli, viene addebitata
      la responsabilità del trasporto di rottami ferrosi con un veicolo non autorizzato al trasporto di rifiuti. Con la presente
      ordinanza di rinvio pregiudiziale il Tribunale invita la Corte ad interpretare la direttiva del Consiglio 15 luglio 1975,
      75/442/CEE, relativa ai rifiuti 
         			(2)
         		 (in prosieguo: la «direttiva 75/442»), al fine di valutare se le normative di attuazione italiane, che precisano la nozione
      di rifiuti, siano in armonia con la direttiva.
      
      
        2.        A parere del giudice del rinvio, in base alle disposizioni nazionali in vigore al momento del fatto, il materiale ferroso
      sarebbe qualificabile come rifiuto. Disposizioni emanate successivamente escludono tuttavia dalla nozione di rifiuto i materiali
      del tipo rottami ferrosi, riutilizzabili nello stesso ciclo di produzione o di consumo. Nel caso in cui tale deroga contrasti
      con la direttiva 75/442, è necessario chiarire quali effetti tale risultanza produca sul procedimento penale.
      
      
      II – Contesto normativo
       A – Normativa comunitaria 
        3.        Ai sensi dell’art. 1, lett. a), primo comma, della direttiva 75/442, per «rifiuto» si intende: 
      «Qualsiasi sostanza od oggetto che rientri nelle categorie riportate nell’allegato I e di cui il detentore si disfi o abbia
      deciso o abbia l’obbligo di disfarsi».
      
      
        4.        L’allegato I della direttiva cita, alla posizione Q 14, i «prodotti di cui il detentore non si serve più (…)». L’allegato
      contiene inoltre due voci residuali, ovvero la posizione Q 1, «residui di produzione o di consumo in appresso non specificati»,
      e la posizione Q 16, «qualunque sostanza, materia o prodotto che non rientri nelle categorie sopra elencate».
      
      
        5.        Ai sensi degli artt. 9 e 10 della direttiva 75/442, per l’attuazione delle misure di eliminazione dei rifiuti di cui all’allegato
      II A della direttiva o di recupero ai sensi dell’allegato II B, gli stabilimenti o imprese necessitano di un’autorizzazione.
      Gli stabilimenti o imprese che raccolgono o trasportano rifiuti professionalmente sono soggetti ad obbligo di notifica ai
      sensi dell’art. 12 della direttiva.
      
      
       B – Legislazione nazionale
        6.        L’art. 6, primo comma, lett. a), del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22 
         			(3)
         		 (in prosieguo: il «decreto legislativo n. 22/97») riprende nella normativa italiana la nozione di rifiuto di cui alla direttiva
      75/442. Gli allegati A, B e C del decreto legislativo n. 22/97 corrispondono agli allegati I, II A e II B della direttiva
      75/442.
      
      
        7.        L’art. 51 del decreto legislativo n. 22/97 rende punibile l’inosservanza degli obblighi di autorizzazione, notifica o informazione
      disciplinati negli artt. 27‑33. 
      
      
        8.        Nell’art. 14 del decreto legge 8 luglio 2002, n. 138 
         			(4)
         		 (in prosieguo: il «decreto legge n. 138/02»), ratificato con legge 8 agosto 2002, n. 178 
         			(5)
         		, il legislatore italiano ha introdotto una «interpretazione autentica» della nozione di rifiuto. La disposizione così recita:
      
      «1.
         Le parole: “si disfi”, “abbia deciso” o “abbia l’obbligo di disfarsi” di cui all’articolo 6, comma 1, lettera a), del decreto
            legislativo [n. 22/97] e successive modificazioni, (…) si interpretano come segue:
         
      
      
            a)
               “si disfi”: qualsiasi comportamento attraverso il quale in modo diretto o indiretto una sostanza, un materiale o un bene sono
                  avviati o sottoposti ad attività di smaltimento o di recupero, secondo gli allegati B e C del decreto legislativo n. 22[/97];
               
            
      
      
      
            b)
               “abbia deciso di disfarsi”: la volontà di destinare ad operazioni di smaltimento e di recupero, secondo gli allegati B e C
                  del decreto legislativo n. 22[/97], sostanze, materiali o beni;
               
            
      
      
      
            c)
               “abbia l’obbligo di disfarsi”: l’obbligo di avviare un materiale, una sostanza o un bene ad operazioni di recupero o di smaltimento,
                  stabilito da una disposizione di legge o da un provvedimento delle pubbliche autorità o imposto dalla natura stessa del materiale,
                  della sostanza e del bene o dal fatto che i medesimi siano compresi nell’elenco dei rifiuti pericolosi di cui all’allegato
                  D del decreto legislativo n. 22[/97].
               
            
      
      
      
      2.
         Non ricorrono le fattispecie di cui alle lettere b) e c) del comma 1, per beni o sostanze e materiali residuali di produzione
            o di consumo ove sussista una delle seguenti condizioni:
         
      
      
            a)
               se gli stessi possono essere e sono effettivamente e oggettivamente riutilizzati nel medesimo o in analogo o diverso ciclo
                  produttivo o di consumo, senza subire alcun intervento preventivo di trattamento e senza recare pregiudizio all’ambiente;
               
            
      
      
      
            b)
               se gli stessi possono essere e sono effettivamente e oggettivamente riutilizzati nel medesimo o in analogo o diverso ciclo
                  produttivo o di consumo, dopo aver subito un trattamento preventivo senza che si renda necessaria alcuna operazione di recupero
                  tra quelle individuate nell’allegato C del decreto legislativo n. 22[/97]».
               
            
      
      
      
      
      III – Fatti e questioni pregiudiziali
        9.        In data 18 luglio 2000 i Carabinieri procedevano in Terni al sequestro di un semirimorchio di proprietà della I.L.F.E.R. S.p.A.,
      in quanto non erano state svolte determinate formalità prescritte dal decreto legislativo n. 22/97. Della ILFER risultava
      responsabile legale per i trasporti il sig. Antonio Niselli. 
      
      
        10.      L’autocarro trasportava un volume approssimativo di m3 10 di rottami ferrosi, comprendenti parti di macchinario, lamiere, tubi‑travi, profilati in parte verniciati, reti metalliche
      in parte verniciate, parti di ingranaggi con olio e grasso, parti metalliche minute, tombini di ghisa, parti di tubo con guaina
      di protezione, bombole vuote, telai di ruote di automezzi, griglie di lamiera e tondini. I materiali derivavano dalla demolizione
      di macchinari e automezzi o dalla raccolta di oggetti dismessi. 
      
      
        11.      Dinanzi al tribunale penale di Terni è stato iniziato un procedimento penale a carico del sig. Niselli, in quanto quest’ultimo
      si sarebbe reso imputabile del reato di cui all’art. 51, quarto comma, e 1, lett. a) (in combinato disposto con l’art. 28)
      del decreto legislativo n. 22/97. Con ordinanza 18 dicembre 2002, il Tribunale ha sottoposto alla Corte per una pronuncia
      in via pregiudiziale le seguenti questioni:
      
      «1.
         Se è possibile che la nozione di rifiuto dipenda tassativamente dalla seguente condizione: che le parole: “si disfi”, “abbia
            deciso” o “abbia l’obbligo di disfarsi” recepite in Italia dall’articolo 6, comma 1, lettera a), del decreto legislativo 5
            febbraio 1997, n. 22, siano interpretate come segue:
         
      
      
            a)
               “si disfi”: qualsiasi comportamento attraverso il quale in modo diretto o indiretto una sostanza, un materiale o un bene sono
                  avviati o sottoposti ad attività di smaltimento o di recupero, secondo gli allegati B e C del decreto legislativo n. 22;
               
            
      
      
      
            b)
               “abbia deciso”: la volontà di destinare ad operazioni di smaltimento e di recupero, secondo gli allegati B e C del decreto
                  legislativo n. 22, sostanze, materiali o beni;
               
            
      
      
      
            c)
               “abbia l’obbligo di disfarsi”: l’obbligo di avviare un materiale, una sostanza o un bene ad operazioni di recupero o di smaltimento,
                  stabilito da una disposizione di legge o da un provvedimento delle pubbliche autorità o imposto dalla natura stessa del materiale,
                  della sostanza e del bene o dal fatto che i medesimi siano compresi nell’elenco dei rifiuti pericolosi di cui all’allegato
                  D del decreto legislativo n. 22.
               
            
      
      
      
      2.
         Se è possibile che tassativamente non ricorre la nozione di rifiuto per beni o sostanze e materiali residuali di produzione
            o di consumo ove sussista una delle seguenti condizioni: 
         
      
      
            a)
               se gli stessi possono essere e sono effettivamente e oggettivamente riutilizzati nel medesimo o in analogo o diverso ciclo
                  produttivo o di consumo, senza subire alcun intervento preventivo di trattamento e senza recare pregiudizio all’ambiente;
               
            
      
      
      
            b)
               se gli stessi possono essere e sono effettivamente e oggettivamente riutilizzati nel medesimo o in analogo o diverso ciclo
                  produttivo o di consumo, dopo aver subito un trattamento preventivo senza che si renda necessaria alcuna operazione di recupero
                  tra quelle individuate nell’allegato C del decreto legislativo n. 22/97 vigente in Italia (che ha trasposto pedissequamente
                  l’allegato II B alla direttiva 91/156/CEE».
               
            
      
      
      
      
        12.      Il giudice del rinvio spiega che, con l’adozione della disposizione controversa, il legislatore ha inteso porre come obiettivo
      l’esclusione dei rottami ferrosi dalla definizione di rifiuto. Stando alle indicazioni enunciate a motivazione della normativa,
      la disposizione costituirebbe una reazione all’interpretazione troppo restrittiva del termine da parte di alcune procure,
      le cui azioni avrebbero pregiudicato la capacità di funzionamento dell’industria siderurgica e di altri settori dell’economia.
      
      
      
        13.      Se l’interpretazione della nozione di rifiuto disciplinata nel decreto legge n. 138/02 fosse effettivamente applicabile ai
      rottami ferrosi in questione, l’imputato dovrebbe essere immediatamente prosciolto. Il Tribunale dubita tuttavia che la definizione
      di rifiuto proposta dal legislatore italiano nell’art. 14 del decreto legge n. 138/02 sia compatibile con la direttiva 75/442.
      Questi dubbi si fondano anche sul fatto che la Commissione ha avviato una procedura di infrazione nei confronti della Repubblica
      italiana con riferimento a questa disposizione. 
      
      
        14.      Nel procedimento dinanzi alla Corte hanno presentato osservazioni l’imputato, i governi italiano e austriaco e la Commissione.
      Gli argomenti delle parti verranno esposti – nei limiti del necessario – nell’ambito della valutazione giuridica.
      
      
      IV – Valutazione giuridica
       A – Ricevibilità della domanda di pronuncia pregiudiziale
        15.      Il governo italiano contesta la ricevibilità della domanda pregiudiziale in quanto le questioni presentate sono irrilevanti
      ai fini della causa principale. A parere della Commissione la domanda è certamente ammissibile. Nelle sue osservazioni scritte
      essa osserva tuttavia che la soluzione delle questioni pregiudiziali non ha alcuna utilità ai fini della decisione del giudice
      nazionale. 
      
      
        16.      In questo contesto, essa fa rinvio alla giurisprudenza della Corte, secondo la quale «una direttiva non può avere l’effetto,
      di per sé e indipendentemente da una legge interna di uno Stato membro adottata per la sua attuazione, di determinare o di
      aggravare la responsabilità penale di coloro che agiscono in violazione delle sue disposizioni» 
         			(6)
         		.
      
      
        17.      La regolamentazione controversa escluderebbe la responsabilità penale dell’imputato. Anche se la Corte giungesse alla conclusione
      che una siffatta regolamentazione non sia compatibile con la direttiva 75/442, il giudice nazionale dovrebbe applicarla. Diversamente,
      la responsabilità penale si fonderebbe su un’applicazione diretta della direttiva. 
      
      
        18.      In udienza la Commissione ha tuttavia sostenuto il parere opposto, ovvero che il giudice del rinvio è tenuto a disapplicare
      la normativa nazionale successiva più favorevole all’imputato, ove questa contrasti con la direttiva 75/442. 
      
      
        19.      Secondo una giurisprudenza costante spetta esclusivamente al giudice nazionale, cui è stata sottoposta la controversia e che
      deve assumersi la responsabilità della decisione giurisdizionale, valutare, alla luce delle particolari circostanze di ciascuna
      causa, sia la necessità di una pronuncia pregiudiziale ai fini della pronuncia della sentenza, sia la rilevanza delle questioni
      che sottopone alla Corte. Di conseguenza, se le questioni sollevate vertono sull’interpretazione del diritto comunitario,
      la Corte è tenuta in linea di principio a statuire 
         			(7)
         		.
      
      
        20.      La Corte certamente ha rilevato anche che, in ipotesi eccezionali, spetta ad essa esaminare le condizioni in cui è adita dal
      giudice nazionale al fine di verificare la propria competenza; essa ha tuttavia chiarito che il rifiuto di pronunciarsi su
      una questione pregiudiziale sollevata da un giudice nazionale è possibile solo qualora l’interpretazione del diritto comunitario
      richiesta non abbia manifestamente alcuna relazione con la realtà effettiva o con l’oggetto della causa principale, oppure
      qualora il problema sia di natura teorica, oppure nel caso in cui essa non disponga degli elementi di fatto o di diritto necessari
      per fornire una soluzione utile alle questioni che le vengono sottoposte 
         			(8)
         		.
      
      
        21.      Nel presente caso non si configura alcuna di tali fattispecie. Le questioni sono collegate con l’oggetto della controversia
      nella causa principale e non riguardano un problema teorico. Non è infatti per nulla chiaro quali conseguenze possano emergere
      ai fini della decisione della controversia nella causa principale da un possibile contrasto dell’art. 14 del decreto legge
      n. 138/02 con la direttiva 75/442.
      
      
        22.      All’epoca dei fatti il decreto legislativo n. 22/97 era la disposizione nazionale da applicare. Ai sensi di tale decreto,
      secondo le indicazioni fornite dal giudice del rinvio, i rottami ferrosi di cui alla controversia dovevano essere qualificati
      come rifiuti, cosicché il sig. Niselli potrebbe incorrere in una pena. Solo applicando la restrizione della nozione di rifiuto,
      introdotta successivamente ai fatti, con l’art. 14 del decreto legge n. 138/02 è possibile escludere la responsabilità penale.
      
      
      
        23.      Questa situazione non è di per sé necessariamente equiparabile alla definizione diretta – inammissibile – di una fattispecie
      di reato mediante una direttiva. Nella fattispecie, il ricorso alla direttiva porterebbe solamente alla disapplicazione di
      una disposizione che esclude la responsabilità penale, con la conseguenza che torna nuovamente in essere la responsabilità
      penale esistente in virtù della normativa nazionale generale.
      
      
        24.      In secondo luogo è necessario risolvere la questione preliminare dei limiti entro i quali all’imputato sia applicabile la
      legge più favorevole emanata successivamente. Nella giurisprudenza applicata finora, la Corte ha qualificato quanto sopra
      come questione di diritto nazionale, che deve essere valutata dal giudice del rinvio 
         			(9)
         		. Tuttavia è anche ipotizzabile considerare il principio di applicazione della legge penale successiva più favorevole all’imputato
      come un principio di diritto comunitario 
         			(10)
         		. In tutti i casi è necessario chiarire se tale principio possa essere invocato appieno quando la legge penale più favorevole
      non sia conforme al diritto comunitario 
         			(11)
         		. 
      
      
        25.      Infine, va rilevato che finora la Corte ha sempre considerato ammissibili le domande pregiudiziali concernenti situazioni
      similari. Così, nell’ordinanza Caterino, citata dalla Commissione 
         			(12)
         		, la Corte ha rimandato alla giurisprudenza secondo la quale l’applicazione diretta della direttiva non può giustificare la
      responsabilità penale, senza risolvere la questione pregiudiziale in base all’interpretazione della direttiva stessa sui rifiuti.
      La Corte ha deciso con ordinanza (ex art. 104, n. 3, del regolamento di procedura) perché la soluzione si poteva trarre chiaramente
      dalla giurisprudenza e non, al contrario, perché la domanda pregiudiziale fosse di natura teorica e pertanto inammissibile 
         			(13)
         		. Nella sentenza nelle cause riunite C‑74/95 e C‑129/95 
         			(14)
         		 la Corte si è limitata ad un riferimento alla citata giurisprudenza, rispondendo infine alle questioni pregiudiziali.
      
      
        26.      Le cause Arcaro 
         			(15)
         		 e Kolpinghuis Nijmegen 
         			(16)
         		 erano totalmente differenti. In tali procedimenti la questione dell’ammissibilità della domanda di pronuncia pregiudiziale
      non si poneva già per il fatto che alla Corte erano state presentate domande esplicite in materia di efficacia della direttiva
      nel procedimento penale.
      
      
        27.      Per questi motivi, la domanda di pronuncia pregiudiziale in oggetto è ricevibile. Al fine di fornire al giudice una risposta
      utile, oltre all’interpretazione della direttiva 75/442 è anche necessario esaminare se e in quale misura essa possa essere
      utilizzata direttamente in un procedimento penale alla luce delle circostanze di cui alla causa principale.
      
      
       B – Sulla prima questione pregiudiziale 
        28.      Con la sua prima questione il giudice del rinvio desidera sapere se la direttiva 75/442 osti alla disposizione nazionale che
      concretizza la nozione di rifiuto, secondo la quale il detentore di una sostanza o di un oggetto si disfa o ha deciso o ha
      l’obbligo di disfarsi del materiale in oggetto solo quando la sostanza o l’oggetto è sottoposto ad un’operazione di smaltimento
      o di recupero, menzionata negli allegati II A e II B della direttiva e nelle disposizioni nazionali di uguale tenore, ovvero
      quando esiste una volontà od un obbligo corrispondente. 
      
      
        29.      Prima di risolvere tale questione si deve anzitutto ricordare che l’obiettivo della direttiva 75/442, in base al terzo ‘considerando’,
      prevede la protezione della salute umana e dell’ambiente contro gli effetti nocivi della raccolta, del trasporto, del trattamento,
      dell’ammasso e del deposito dei rifiuti. Ai sensi dell’art. 174, n. 2, CE, la politica della Comunità in materia ambientale
      deve mirare ad un elevato livello di tutela e deve fondarsi, in particolare, sui principi della precauzione e dell’azione
      preventiva. Da ciò la Corte evince che la nozione di rifiuto non può essere interpretata in maniera restrittiva 
         			(17)
         		.
      
      
        30.      L’art. 1, lett. a), primo comma, della direttiva 75/442 definisce rifiuto qualsiasi sostanza od oggetto che rientri nelle
      categorie riportate nell’allegato I e di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi. Tale allegato
      e l’elenco europeo dei rifiuti 
         			(18)
         		 specificano ed illustrano tale definizione, formulando elenchi di sostanze ed oggetti che possono essere qualificati come
      rifiuti. La Corte sostiene tuttavia che tali elenchi hanno solo carattere indicativo 
         			(19)
         		. 
      
      
        31.     È decisivo accertare se il detentore si disfi, abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi di un oggetto. In base alla sentenza
      ARCO Chemie Nederland e a., ciò va accertato alla luce del complesso delle circostanze. Nel caso specifico si deve tenere
      conto dell’obiettivo della direttiva ed agire in modo da non pregiudicarne l’efficacia 
         			(20)
         		. 
      
      
        32.      Certamente, può sussistere un’esigenza di concretizzare maggiormente tali nozioni molto indefinite in modo tale da determinare
      con chiarezza la nozione di rifiuto. Nella fattispecie non si deve tuttavia perdere di vista l’obiettivo della direttiva 75/442,
      mirante ad armonizzare le disposizioni nazionali concernenti la gestione dei rifiuti 
         			(21)
         		 e a porre alla base della legislazione in materia di rifiuti una terminologia uniforme a livello comunitario 
         			(22)
         		. Le norme nazionali non devono perciò in alcun caso precisare l’elemento centrale della nozione di rifiuto, ossia il concetto
      del disfarsi di un oggetto, in modo tale da portare ad uno scostamento della nozione nazionale di rifiuto rispetto alla nozione
      di diritto comunitario, mettendo così in discussione l’efficacia della direttiva e dell’art. 175 CE 
         			(23)
         		. 
      
      
        33.      In base alle regolamentazioni italiane controverse, le ipotesi «si disfi», «abbia deciso» o «abbia l’obbligo di disfarsi»
      ricorrono sempre e solo quando, in modo diretto o indiretto, una sostanza, un materiale o un bene sono avviati o sottoposti
      ad un’operazione di smaltimento o di recupero ai sensi degli allegati B e C del decreto legislativo n. 22/97, corrispondenti
      agli allegati II A e II B della direttiva 75/442, o quando esiste una volontà od un obbligo corrispondente. 
      
      
        34.      La Corte ha per contro deciso che la realizzazione di un’operazione prevista nell’allegato II A o II B della direttiva 75/442
      non consente, di per sé, di classificare una sostanza o un oggetto come rifiuto 
         			(24)
         		. Il sistema di sorveglianza e di gestione istituito dalla direttiva 75/442 intende riferirsi infatti a tutti gli oggetti
      e le sostanze di cui il proprietario si disfa, anche se essi hanno un valore commerciale e sono raccolti a titolo professionale
      a fini di riciclo, di recupero o di riutilizzo 
         			(25)
         		.
      
      
        35.      Poiché, diversamente da quanto emerge dalla giurisprudenza della Corte, la definizione nazionale porta a qualificare una sostanza
      come rifiuto solo se il detentore la sottopone ad unﾀﾙoperazione di smaltimento o di recupero tra quelle elencate, essa introduce
      una inammissibile restrizione della nozione di rifiuto. Se è vero che il governo italiano rileva giustamente che le operazioni
      di smaltimento e di recupero citate negli allegati della direttiva comprendono molte possibilità di trattamento dei rifiuti,
      da un lato tali elenchi non sono tuttavia tassativi e, in secondo luogo, non includono il caso di riutilizzo di rifiuti senza
      una precedente operazione di recupero. 
      
      
        36.      Sotto altro aspetto, la definizione nazionale del concetto di disfarsi è troppo ampia e differisce in tal senso dalla corrispondente
      nozione della direttiva 75/442. Certamente il fatto che una sostanza sia sottoposta ad una delle operazioni elencate negli
      allegati II A e II B della direttiva 75/442 può costituire indizio del fatto che si tratti di un processo di smaltimento e
      che pertanto la sostanza sia un rifiuto. Il fatto che tali allegati descrivano operazioni di smaltimento o di recupero dei
      rifiuti non porta necessariamente a considerare un rifiuto qualsiasi sostanza sottoposta a tali operazioni 
         			(26)
         		. Molti tra i processi citati negli allegati possono infatti avere ad oggetto anche sostanze che non sono rifiuti. Così, pressoché
      qualsiasi oggetto o sostanza solida può essere depositato sul suolo (punto D 1 dell’allegato II A). Come combustibile (posizione
      R 1 dell’allegato II B) vengono utilizzati soprattutto carbone, petrolio e gas naturale, senza che tali materie prime siano
      per questo qualificate come rifiuti. 
      
      
        37.      Partendo dal presupposto che ai sensi dell’art. 176 CE gli Stati membri possono introdurre o mantenere un livello di tutela
      più elevato rispetto a quanto previsto dalla direttiva 75/442, una siffatta formulazione più ampia della nozione di rifiuto
      nel diritto nazionale sarebbe ammissibile. Tuttavia, a ciò si oppone il fatto che la direttiva deve escludere anche una distorsione
      della concorrenza realizzata attraverso l’applicazione di gradi di tutela diversi 
         			(27)
         		.
      
      
        38.      Nella sentenza Fornasar e a. 
         			(28)
         		, alla quale il governo italiano fa riferimento, la Corte ha certamente dichiarato ammissibile che, in certi casi, gli Stati
      membri possono introdurre un livello di tutela più elevato rispetto a quello della normativa comunitaria di cui alla direttiva
      91/689, concernente i rifiuti pericolosi 
         			(29)
         		. In tal modo essi possono qualificare come rifiuti pericolosi ulteriori sostanze, non incluse nel corrispondente elenco comunitario.
      Questa giurisprudenza non è tuttavia applicabile al caso di specie, perché la direttiva 91/689 contiene espressamente una
      clausola di riserva al riguardo e sancisce condizioni concrete per le sostanze che gli Stati membri intendano includere nel
      campo di applicazione della direttiva oltre a quelle indicate nell’elenco comunitario. 
      
      
        39.      Il giudice del rinvio e le parti intervenute nel procedimento dinanzi alla Corte citano inoltre la dichiarazione della Corte
      nella sentenza ARCO Chemie Nederland e a., secondo cui, «in mancanza di disposizioni comunitarie, gli Stati membri sono liberi
      di scegliere le modalità di prova dei diversi elementi definiti nelle direttive da essi trasposte, purché ciò non pregiudichi
      l’efficacia del diritto comunitario (…). Potrebbe pregiudicare l’efficacia dell’art. 130 R del Trattato [divenuto, in seguito
      a modifica, art. 174 CE] e della direttiva [75/442] l’uso (…) di modalità di prova come le presunzioni iuris et de iure che
      abbiano l’effetto di restringere l’ambito di applicazione della direttiva escludendone sostanze, materie o prodotti che rispondono
      alla definizione del termine “rifiuti” ai sensi della direttiva» 
         			(30)
         		.
      
      
        40.      Il governo austriaco ritiene che, nel caso delle definizioni contenute nell’art. 14, primo comma, del decreto legge n. 138/02,
      si tratti in tal senso di regole probatorie ammissibili. 
      
      
        41.      Tale tesi non può essere condivisa. Come giustamente rilevato dal giudice del rinvio, le citate disposizioni non disciplinano
      il modo in cui deve essere apportata la prova dell’esistenza degli elementi «si disfi», «abbia deciso» o «abbia l’obbligo
      di disfarsi». Si tratta piuttosto di definizioni più precise di ciascuno di tali termini giuridici. Anche se le disposizioni
      fossero regole probatorie, esse, come già constatato, limiterebbero in modo inammissibile la portata delle pertinenti nozioni
      di diritto comunitario.
      
      
        42.      Occorre quindi rispondere alla prima questione dichiarando che la direttiva 75/442 osta ad una disposizione giuridica di uno
      Stato membro, che concretizzi la nozione di rifiuto, in base alla quale il detentore di una sostanza o di un oggetto si disfi
      o abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi di detto materiale (solo) quando la sostanza o l’oggetto è sottoposto ad un’operazione
      di smaltimento o di recupero menzionata negli allegati II A e II B della direttiva e nelle disposizioni nazionali di uguale
      tenore, ovvero quando esiste una volontà od un obbligo corrispondente. 
      
      
       C – Sulla seconda questione pregiudiziale
        43.      Con la seconda questione il giudice del rinvio domanda alla Corte di precisare se la direttiva 75/442 osti ad una disposizione
      giuridica di uno Stato membro, che concretizzi la nozione di rifiuto, ai sensi della quale beni o sostanze e materiali residuali
      di produzione o di consumo non costituiscono rifiuto 
      
        
      –
         se gli stessi possono essere e sono effettivamente e oggettivamente riutilizzati nel medesimo o in analogo o diverso ciclo
            produttivo o di consumo, senza subire alcun intervento preventivo di trattamento e senza recare pregiudizio all’ambiente,
            oppure
         
      
      
        
      –
         se gli stessi possono essere e sono effettivamente e oggettivamente riutilizzati nel medesimo o in analogo o diverso ciclo
            produttivo o di consumo, dopo aver subito un trattamento preventivo senza che si renda necessaria alcuna operazione di recupero
            tra quelle individuate nell’allegato II B della direttiva e nelle disposizioni nazionali di uguale tenore.
         
      
      
      
      
        44.      Come già affermato, per qualificare una sostanza come rifiuto è decisivo accertare se il detentore si disfi o abbia deciso
      o abbia l’obbligo di disfarsene. Ciò va accertato alla luce dell’insieme delle circostanze. Nel caso specifico si deve tenere
      conto degli scopi della direttiva ed agire in modo da non pregiudicarne l’efficacia 
         			(31)
         		.
      
      
        45.      La scelta dei metodi di trattamento o delle modalità di utilizzazione dell’oggetto o della sostanza non è determinante 
         			(32)
         		. Anche il fatto che il materiale possa essere sottoposto ad un riutilizzo economico, o che il recupero abbia luogo senza
      produrre danni all’ambiente, non ha alcuna influenza sulla sua qualità di rifiuto 
         			(33)
         		.
      
      
        46.      Per contro, la Corte considera un indizio significativo dell’esistenza di un rifiuto il fatto che si tratti di un residuo
      di produzione, cioè di una sostanza che non è stata prodotta con uno scopo mirato 
         			(34)
         		. Le sostanze provenienti dalla produzione possono essere considerate sottoprodotti, e non rifiuti, solo in presenza di condizioni
      molto rigide, e precisamente quando il loro riutilizzo ha luogo «senza trasformazione preliminare, e nel corso del processo
      di produzione» 
         			(35)
         		. Il fatto che, in seguito ad un processo di consumo o di utilizzazione, un oggetto o una sostanza non venga destinato ad
      un utilizzo conforme allo scopo iniziale, induce parimenti a presupporre fortemente che il detentore se ne voglia disfare.
      
      
        47.      La regolamentazione controversa è in totale contrasto con tale tesi. Essa si applica a residui di produzione o di consumo
      da considerare rifiuti già prima facie. Non lascia alcun margine alla presa in considerazione di tutte le circostanze bensì
      si concentra nell’utilizzo del materiale (con o senza pretrattamento) in un analogo ciclo produttivo o di consumo, benché
      secondo la giurisprudenza ciò non fornisca chiarimenti in merito alla qualità di rifiuto. Essa esclude dalla definizione di
      rifiuto perfino quei residui di produzione o di consumo che devono essere ancora sottoposti ad un «trattamento preventivo»
      (che non può tuttavia essere un’operazione di recupero) prima del loro riutilizzo. 
      
      
        48.      Come esposto chiaramente dalla Commissione, in forza della regolamentazione controversa sarebbero escluse dalla definizione
      numerose sostanze, qualificabili inequivocabilmente come rifiuti in base all’elenco europeo dei rifiuti 
         			(36)
         		. La Commissione cita, a titolo di esempio: imballaggi in metallo (codice 15 01 04), metalli prodotti dallo smantellamento
      di veicoli fuori uso (16 01 17 e 16 01 18), rifiuti metallici dell’attività di costruzione e demolizione (17 09), imballaggi
      di carta (15 01 01), carta e cartone prodotti dal trattamento meccanico dei rifiuti (19 12 01) e carta e cartone oggetto di
      raccolta differenziata di rifiuti urbani (20 01 01). Quantunque la menzione nell’elenco dei rifiuti non sia alla fine giuridicamente
      decisiva ai fini della qualificazione, essa ha certamente valore di indizio.
      
      
        49.      In tale contesto va menzionata anche la sentenza della Corte nella causa Mayer Parry Recycling 
         			(37)
         		. Oggetto del procedimento era la questione di quando rifiuti di imballaggio metallici perdano la loro qualità di rifiuti.
      La Corte è giunta alla conclusione che i rottami metallici sottoposti a trattamento di frantumazione e smistamento non perdono
      il loro carattere di rifiuti. Solo attraverso la fusione in fornace per produrre lingotti, lamiere o bobine di acciaio, il
      rifiuto diviene un nuovo prodotto. 
      
      
        50.      Ai sensi della regolamentazione di cui all’art. 14 del decreto legge n. 138/02, il materiale che la Corte ha qualificato inequivocabilmente
      come rifiuto nella sentenza Mayer Parry Recycling sarebbe escluso dalla definizione di rifiuto 
         			(38)
         		. Gli imballaggi metallici ormai inutilizzabili sono, di fatto, un materiale residuale di consumo che, dopo un pretrattamento
      (frantumazione e cernita), viene fatto confluire in un processo produttivo similare (fusione in fornace). Questo esempio dimostra
      già di per sé che la disposizione italiana in questione conduce, anche in pratica, a risultati che non sono in armonia con
      le disposizioni della normativa comunitaria in materia di rifiuti. 
      
      
        51.      Occorre quindi rispondere alla seconda questione dichiarando che la direttiva 75/442 osta ad una disposizione giuridica di
      uno Stato membro, che concretizzi la nozione di rifiuto, e ai sensi della quale beni o sostanze e materiali residuali di produzione
      o di consumo non costituiscono rifiuto: 
      
        
      –
         se gli stessi possono essere e sono effettivamente e oggettivamente riutilizzati nel medesimo o in analogo o diverso ciclo
            produttivo o di consumo, senza subire alcun intervento preventivo di trattamento e senza recare pregiudizio all’ambiente,
            oppure
         
      
      
        
      –
         se gli stessi possono essere e sono effettivamente e oggettivamente riutilizzati nel medesimo o in analogo o diverso ciclo
            produttivo o di consumo, dopo aver subito un trattamento preventivo senza che si renda necessaria alcuna operazione di recupero
            tra quelle individuate nell’allegato II B alla direttiva e nelle disposizioni nazionali di uguale tenore.
         
      
      
      
      
       D – Sugli effetti di una violazione della direttiva 75/442 ad opera di disposizioni nazionali, sul procedimento penale pendente
         in sede di causa principale
        52.      Al fine di fornire al giudice del rinvio una risposta utile alla soluzione della controversia nella causa principale si deve
      verificare l’effetto prodotto in un procedimento penale dall’interpretazione della direttiva 75/442 proposta in questa sede.
      
      
      
        53.      Nei precedenti giurisprudenziali è già stato chiarito che una direttiva non può avere l’effetto, di per sé e indipendentemente
      da una legge interna di uno Stato membro adottata per la sua attuazione, di determinare o di aggravare la responsabilità penale
      di coloro che agiscono in violazione delle disposizioni della direttiva 
         			(39)
         		.
      
      
        54.      Da un lato, tale constatazione deriva dal principio di legalità della pena (nullum crimen, nulla poena sine lege) 
         			(40)
         		, il quale fa parte dei principi generali del diritto che stanno alla base delle tradizioni costituzionali comuni agli Stati
      membri, ed è anche sancito nell’art. 7 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali
      e nell’art. 49, n. 1, prima frase, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea 
         			(41)
         		
         			(42)
         		. In applicazione di tale principio, che vieta anche l’interpretazione estensiva delle disposizioni penali a svantaggio dell’interessato,
      l’interpretazione conforme alle direttive nel procedimento penale è soggetta a restrizioni rigorose 
         			(43)
         		.
      
      
        55.      In secondo luogo la Corte ha basato la regola secondo cui le direttive non possono essere utilizzate direttamente per determinare
      o aggravare la responsabilità penale, sul fatto che da una direttiva di per sé non possono derivare obblighi per i singoli
      soggetti 
         			(44)
         		.
      
      
        56.      Nella causa Pfeiffer, l’avvocato generale Ruiz-Jarabo Colomer ha recentemente espresso dubbi in merito al principio secondo
      cui da una direttiva non possono derivare obblighi per un soggetto nell’ipotesi di applicazione diretta di una direttiva in
      un rapporto tra due individui 
         			(45)
         		. Egli ha peraltro fatto presente che nei procedimenti penali in cui il singolo compare contro lo Stato, sono applicabili
      standard diversi 
         			(46)
         		. In conclusione rimane pur sempre vero che comunque, nel procedimento penale, l’efficacia diretta di una direttiva non può
      portare all’imposizione di obblighi ai singoli soggetti. 
      
      
        57.      Nella fattispecie, tuttavia, nessuna delle motivazioni addotte dalla Corte con riferimento alla limitazione dell’applicazione
      diretta di direttive nel procedimento penale è pertinente.
      
      
        58.      In primo luogo, il principio di legalità della pena è irrilevante, dal momento che l’applicazione diretta della direttiva
      75/442 nella causa principale non avrebbe l’effetto di determinare la responsabilità penale già di per sé e indipendentemente
      da una legge interna di uno Stato membro adottata per la sua attuazione 
         			(47)
         		. Disapplicando il decreto legge n. 138/02, emanato solo successivamente al reato, la responsabilità penale si fonderebbe
      sul diritto nazionale vigente al momento del fatto, vale a dire sulla disposizione generale nuovamente applicabile, che attua
      la direttiva 75/442 (art. 6 del decreto legislativo n. 22/97). La direttiva porterebbe unicamente alla disapplicazione di
      una disposizione emanata successivamente al reato, che esclude la responsabilità penale.
      
      
        59.      Nella sentenza Tombesi 
         			(48)
         		, basata su un contesto giuridico nazionale molto simile, la Corte ha conformemente sostenuto quanto segue: 
      «Peraltro, dalle ordinanze di rinvio emerge che, all’epoca in cui sono stati commessi, i fatti che costituiscono oggetto delle
      cause a quibus potevano essere puniti in base al diritto nazionale e che i decreti legge che li hanno sottratti all’applicazione
      delle sanzioni risultanti dal DPR n. 915/82 sono entrati in vigore soltanto successivamente. Pertanto, non vi è motivo di
      esaminare le conseguenze che potrebbero derivare dal principio della legalità delle pene per l’applicazione del regolamento
      n. 259/93».
      
      
        60.      In secondo luogo non è nemmeno necessaria un’interpretazione conforme alle direttive, che potrebbe violare il divieto di interpretazione
      estensiva a svantaggio dell’imputato. Ai fini della determinazione della responsabilità penale – in caso di disapplicazione
      del decreto legge n. 138/02 – diverrebbe rilevante esclusivamente il decreto legislativo n. 22/97, che contiene la stessa
      definizione di rifiuto di cui alla direttiva 75/442 e non necessita pertanto di interpretazione estensiva per essere conforme
      alle indicazioni della direttiva. 
      
      
        61.      Infine, la direttiva 75/442 non determina, nella situazione in oggetto, alcun obbligo per i singoli soggetti. La questione
      di quali obblighi spettino ad un soggetto dev’essere decisa in base alla situazione normativa esistente al momento dei fatti
      rilevanti, dato che gli obblighi possono essere imposti solo con riferimento ad un comportamento futuro. Gli obblighi non
      possono essere istituiti retroattivamente. Al momento dell’effettuazione del trasporto di rottami oggetto del ricorso, le
      disposizioni da osservare e le definizioni da tenere in considerazione erano tuttavia contenute compiutamente nel decreto
      legislativo n. 22/97, senza che si rendesse necessario un ricorso diretto alla direttiva. 
      
      
        62.      Il caso si sarebbe potuto valutare diversamente se i fatti si fossero verificati successivamente all’adozione del decreto
      legge n. 138/08. Le disposizioni di tale decreto legge hanno portato, tra l’altro, ad una limitazione degli obblighi esistenti
      con riferimento ai residui di produzione o di consumo. Se si disapplicasse il decreto legge n. 138/08 in tale periodo, sarebbe
      più giustificato sostenere che l’applicazione diretta della direttiva determini alcuni obblighi. 
      
      
        63.      Nella fattispecie, all’applicazione diretta della direttiva potrebbe tuttavia ostare il principio in base al quale si deve
      applicare la legge penale più mite quando questa sia entrata in vigore, dopo il compimento del reato, in sostituzione della
      legge penale in vigore al momento del fatto. 
      
      
        64.      Il principio dell’applicazione retroattiva della legge penale più mite, riconosciuto nella maggior parte degli ordinamenti
      giuridici degli Stati membri della Comunità (non tuttavia, ad esempio, in Irlanda e nel Regno Unito), è stato recepito anche
      nell’art. 49, n. 1, terza frase, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Inoltre è stato accolto nel diritto
      comunitario derivato relativo alle sanzioni amministrative riguardanti le irregolarità lesive degli interessi finanziari della
      Comunità 
         			(49)
         		. 
      
      
        65.      Nella sentenza Allain 
         			(50)
         		 la Corte ha implicitamente riconosciuto tale principio, affermando che un comportamento che ha violato in origine il diritto
      comunitario e che poteva pertanto essere punito in base al diritto nazionale, può essere nuovamente valutato in attuazione
      dei principi procedurali nazionali (in special modo, del principio dell’applicazione retroattiva della legge penale più mite),
      se la situazione di fatto e di diritto è cambiata successivamente.
      
      
        66.      Ne consegue che questo principio non deve essere considerato solo come un principio puramente nazionale, ma anche come un
      principio generale del diritto comunitario, del quale il giudice del rinvio deve tenere conto nell’interpretazione della legge
      nazionale di uno Stato membro adottata per l’attuazione della direttiva 75/442 
         			(51)
         		.
      
      
        67.      Anche se il decreto legge n. 138/02 non è qualificabile di per sé come disposizione sanzionatoria, porta comunque ad una interpretazione
      più favorevole all’imputato della nozione di rifiuto e pertanto anche dei reati disciplinati nel decreto legislativo n. 22/97,
      che richiedono l’esistenza di rifiuti. 
      
      
        68.      L’applicazione con efficacia retroattiva del decreto legge n. 138/02, come «legge penale più mite», ai fatti commessi prima
      della sua adozione potrebbe tuttavia essere esclusa ove esso violi il disposto della direttiva 75/442.
      
      
        69.      La ragione dell’applicazione retroattiva della legge penale più mite è la considerazione che un imputato non deve essere condannato
      per un comportamento che, secondo il parere (mutato) del legislatore, non è più meritevole di pena al momento del procedimento.
      Le valutazioni giuridiche mutate devono quindi andare a suo beneficio. In tal modo viene garantita la coerenza dell’ordinamento
      giuridico. L’applicazione retroattiva della legge più mite tiene inoltre conto del fatto che la finalità repressiva di prevenzione
      generale e speciale viene meno se il comportamento in questione non è più punibile. 
      
      
        70.      Ciò dimostra che il principio si fonda comunque su considerazioni di equità che non hanno una rilevanza paragonabile a quelle
      a fondamento del principio della legalità della pena (il principio dello stato di diritto e il principio della certezza del
      diritto). Per tale ragione, molti ordinamenti nazionali ammettono anche deroghe al principio, ad esempio quando la responsabilità
      penale si fondi su una legge in vigore, fin dal principio, solo sino ad una certa data. 
      
      
        71.      In un caso connesso alla normativa comunitaria si deve tuttavia tenere conto dell’eventualità che le opinioni del legislatore
      nazionale, che stanno alla base della legge penale più mite adottata successivamente, siano in contrasto con le valutazioni
      del legislatore comunitario che disciplinano l’ambito in oggetto. Venendo al punto, si potrebbe affermare che una legge adottata
      successivamente non costituisce una legge penale più mite applicabile. 
      
      
        72.      Non sembra esservi alcun motivo per cui un soggetto debba beneficiare retroattivamente di una valutazione mutata del legislatore
      nazionale che sia contraria alle prescrizioni di diritto comunitario che perdurino invariate 
         			(52)
         		. Piuttosto, la coerenza dell’ordinamento giuridico impone, al contrario, che sia osservata in modo prioritario la normativa
      comunitaria applicabile. Inoltre, se un comportamento rimane punibile sotto il profilo del diritto comunitario, non viene
      meno nemmeno la finalità repressiva di prevenzione generale e speciale. 
      
      
        73.      Le allegazioni della corte nella sentenza Allain 
         			(53)
         		 non sono in contraddizione con l’interpretazione sostenuta in questa sede. A differenza del caso di specie, nella causa Allain
      il contesto normativo comunitario e le circostanze di fatto erano mutati a favore dell’imputato in un momento successivo. Questa situazione non è raffrontabile
      con il fatto che una disposizione favorevole all’imputato, ma incompatibile con il diritto comunitario, venga introdotta a
      livello nazionale successivamente. 
      
      
        74.      Al pari del principio della legalità della pena, il principio dell’applicazione retroattiva della legge penale più mite non
      contrasta assolutamente con l’applicazione diretta della direttiva 75/442 nella causa principale. La presa in considerazione
      della direttiva non porta inoltre all’istituzione di obblighi, ma produce effetti pregiudizievoli per l’imputato solo indirettamente.
      Ciò non esime tuttavia il giudice nazionale dall’obbligo, derivante dall’art. 249, terzo comma, CE e dall’art. 10 CE, di dare
      esecuzione alla direttiva 75/442 
         			(54)
         		. 
      
      
        75.      In conclusione, si deve pertanto dichiarare che il giudice del rinvio ha l’obbligo di fare osservare la direttiva 75/442,
      nel senso di disapplicare una legge penale più mite emanata successivamente al reato, se tale legge è incompatibile con la
      direttiva. 
      
       
      V – Conclusione
        76.      Alla luce di quanto sopra esposto, suggerisco alla Corte di risolvere le questioni pregiudiziali proposte dal Tribunale penale
      di Terni nei termini seguenti:
      
      1.
         La direttiva del Consiglio 15 luglio 1975, 75/442/CEE, relativa ai rifiuti, osta alla disposizione di uno Stato membro ai
            sensi della quale, nell’ambito della definizione di rifiuto, il concetto «si disfi», «abbia deciso» o «abbia l’obbligo di
            disfarsi» esiste solo quando una sostanza, un materiale o un bene sono sottoposti ad un’operazione di smaltimento o di recupero
            inclusa negli allegati II A e II B della direttiva e nelle disposizioni nazionali di uguale tenore, o quando esiste una volontà
            od un obbligo corrispondente.
         
      
      
      2.
         La direttiva 75/442 osta ad una disposizione giuridica di uno Stato membro che concretizzi la nozione di rifiuto, ai sensi
            della quale beni o sostanze e materiali residuali di produzione o di consumo non costituiscono rifiuto:
         
      
        
      
         
            –
               se gli stessi possono essere e sono effettivamente e oggettivamente riutilizzati nel medesimo o in analogo o diverso ciclo
                  produttivo o di consumo, senza subire alcun intervento preventivo di trattamento e senza recare pregiudizio all’ambiente,
                  oppure
               
            
      
      
        
      
         
            –
               se gli stessi possono essere e sono effettivamente e oggettivamente riutilizzati nel medesimo o in analogo o diverso ciclo
                  produttivo o di consumo, dopo aver subito un trattamento preventivo senza che si renda necessaria alcuna operazione di recupero
                  tra quelle individuate nell’allegato II B alla direttiva e nelle disposizioni nazionali di uguale tenore.
               
            
      
      
      
      
      3.
         Il giudice di uno Stato membro ha l’obbligo di fare osservare la direttiva 75/442, nel senso di disapplicare una legge penale
            più mite emanata successivamente al reato, se e in quanto tale legge sia incompatibile con la direttiva. 
         
      
      
      
       1 –
         
         Lingua originale: il tedesco.
      
      2 –
         
         Direttiva del Consiglio 15 luglio 1975, 75/442/CEE, relativa ai rifiuti (GU L 194, pag. 39), modificata dalla direttiva del
            Consiglio 18 marzo 1991, 91/156/CEE, che modifica la direttiva 75/442 (GU L 78, pag. 32), e dalla decisione della Commissione
            24 maggio 1996, 96/350/CE, che adatta gli allegati II A e II B della direttiva 75/442/CEE del Consiglio, relativa ai rifiuti
            (GU L 135, pag. 32).
            
         
      
      3 –
         
         GURI 15 febbraio 1997, n. 38 (Suppl. ord. 33). 
            
         
      
      4 –
         
         GURI 8 luglio 2002, n. 158.
            
         
      
      5 –
         
         GURI 10 agosto 2002, n. 187 .
            
         
      
      6 –
         
         Sentenza 26 settembre 1996, causa C-168/95, Arcaro (Racc. pag. I‑4705, punto 37).
            
         
      
      7 –
         
         Sentenza 15 dicembre 1995, causa C-415/93, Bosman (Racc., pag. I-4921, punto 59).
            
         
      
      8 –
         
         Sentenza 13 marzo 2001, causa C-379/98, PreussenElektra (Racc., pag. I‑2099, punto 39).
            
         
      
      9 –
         
         V. sentenza 26 settembre 1996, causa C-341/94 Allain (Racc. pag. I‑4631, punto 12), e ordinanza 15 gennaio 2004, causa C-235/02,
            Saetti e Frediani (Racc. pag. I‑0000, punto 26), in cui la Corte rimanda alle motivazioni, non del tutto chiare in tal senso,
            di cui alla sentenza Tombesi (sentenza 25 giugno 1997, cause riunite C‑304/94, C‑330/94, C‑342/94 e C‑224/95, Tombesi e a.
            (Racc. pag. I‑3561, punti 42 e 43).
            
         
      
      10 –
         
         V., in proposito, i successivi paragrafi 64 e 66.
            
         
      
      11 –
         
         V., in proposito, il successivo paragrafo 67.
            
         
      
      12 –
         
         Ordinanza 29 maggio 2001, causa C-311/99 (non pubblicata).
            
         
      
      13 –
         
         V., anche, ordinanza Saetti e Frediani (citata alla nota 9).
            
         
      
      14 –
         
         Sentenza 12 dicembre 1996, cause riunite C-74/95 e C-129/95, X (Racc. pag. I-6609).
            
         
      
      15 –
         
         Citata alla nota 6.  
            
         
      
      16 –
         
         Sentenza 8 ottobre 1987, causa 80/86, Kolpinghuis Nijmegen (Racc. pag. 3969). 
            
         
      
      17 –
         
         Sentenze 15 giugno 2000, cause riunite C-418/97 e C-419/97, ARCO Chemie Nederland e a. (Racc. pag. I-4475, punti 38 e segg.),
            e 18 aprile 2002, causa C-9/00, Palin Granit e Vehmassalon Kansanterveystyön Kuntayhtymän hallitus (Racc. pag. I‑3533, punto 23),
            e conclusioni da me presentate il 29 gennaio 2004, causa C-1/03, Van de Walle (Racc. pag. I‑0000, paragrafo 25). 
            
         
      
      18 –
         
         Decisione della Commissione 3 maggio 2000, 2000/532/CE, che sostituisce la decisione 94/3/CE che istituisce un elenco di rifiuti
            conformemente all'articolo 1, lettera a), della direttiva 75/442/CEE del Consiglio relativa ai rifiuti e la decisione 94/904/CE
            del Consiglio che istituisce un elenco di rifiuti pericolosi ai sensi dell'articolo 1, paragrafo 4, della direttiva 91/689/CEE
            del Consiglio relativa ai rifiuti pericolosi (GU L 226, pag. 3), modificata da ultimo dalla decisione del Consiglio 23 luglio
            2001, 2001/573/CE, che modifica l'elenco dei rifiuti contenuto nella decisione 2000/532/CE della Commissione (GU L 203, pag.
            18).
            
         
      
      19 –
         
         V. sentenza Palin Granit (citata alla nota 17, punto 22), e conclusioni presentate nella causa Van de Walle (citate alla nota
            17, paragrafo 26).
            
         
      
      20 –
         
         Sentenze ARCO Chemie Nederland e a. (citata alla nota 17, punto 73), e Palin Granit (citata alla nota 17, punto 24).
            
         
      
      21 –
         
         Primo ‘considerando’ della direttiva 75/442.
            
         
      
      22 –
         
         Terzo ‘considerando’ della direttiva 91/156 (citata alla nota 2).
            
         
      
      23 –
         
         V. sentenza ARCO Chemie Nederland e a. (citata alla nota 17, punto 42). 
            
         
      
      24 –
         
         Sentenze ARCO Chemie Nederland e a. (citata alla nota 17, punto 82), e Palin Granit (citata alla nota 17, punto 27).
            
         
      
      25 –
         
         Sentenze Tombesi (citata alla nota 9, punto 52), e Palin Granit (citata alla nota 17, punto 29).
            
         
      
      26 –
         
         Sentenza ARCO Chemie Nederland e a. (citata alla nota 17, punto 49). V., anche, sentenza Palin Granit (citata alla nota 17,
            punto 27). 
            
         
      
      27 –
         
         Primo ‘considerando’ della direttiva 75/442.
            
         
      
      28 –
         
         Sentenza 22 giugno 2000, causa C-318/98, Fornasar e a. (Racc. pag.  I-4785, punti 46 e segg.).
            
         
      
      29 –
         
         Direttiva del Consiglio 12 dicembre 1991, 91/689/CEE, relativa ai rifiuti pericolosi (GU L 377, pag. 20), come modificata
            dalla direttiva del Consiglio 27 giugno 1994, 94/31/CE (GU L 168, pag. 28).
            
         
      
      30 –
         
         Sentenza ARCO Chemie Nederland e a. (citata alla nota 17, punti 41 e 42). 
            
         
      
      31 –
         
         V. supra, paragrafo 31.
            
         
      
      32 –
         
         Sentenza ARCO Chemie Nederland e a. (citata alla nota 17, punto 64).
            
         
      
      33 –
         
         Sentenze 28 marzo 1990, cause riunite C-206/88 e C-207/88, Vessoso e Zanetti (Racc. pag. I‑1461, punto 9), e 18 dicembre 1997,
            causa C-129/96, Inter-Environnement Wallonie (Racc. pag. I-7411, punto 31).
            
         
      
      34 –
         
         Sentenze Palin Granit (citata alla nota 17, punto 32), e ARCO Chemie Nederland e a. (citata alla nota 17, punti 83‑87).
            
         
      
      35 –
         
         Sentenza Palin Granit (citata alla nota 17, punto 36). Così la Corte ha recentemente riconosciuto che determinati sottoprodotti
            della raffinazione del petrolio, volutamente fabbricati per essere utilizzati come combustibile (coke da petrolio), in presenza
            di determinate circostanze non sono qualificabili come rifiuti (ordinanza Saetti e Frediani, citata alla nota 9, punti 42 e
            segg.). 
            
         
      
      36 –
         
         Citato alla nota 18.
            
         
      
      37 –
         
         Sentenza 19 giugno 2003, causa C-444/00 (Racc. pag.  I-6163).
            
         
      
      38 –
         
         Il fatto che la definizione di riciclaggio, su cui pure si dibatteva in tale occasione, venga mantenuta nella  direttiva del
            Parlamento europeo e del Consiglio 20 dicembre 1994, 94/62/CE, sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio (GU L 365, pag. 10),
            non esclude la possibilità di estendere le allegazioni della Corte alla presente fattispecie. Per la definizione di rifiuto
            la direttiva 94/62 rimanda infatti alla direttiva 75/442.
            
         
      
      39 –
         
         Sentenze 11 giugno 1987, causa 14/86, Pretore di Salò/X (Racc. pag. I-2545, punto 20), Arcaro (citata alla nota 6, punto 36),
            e 7 gennaio 2004, causa C‑60/02, X (Racc. pag. I‑0000, punto 61).
            
         
      
      40 –
         
         Conclusioni dell'avvocato generale Ruiz-Jarabo Colomer presentate il 18 giugno 1996, cause riunite C-74/95 e C-129/95, X (Racc.
            pag. I-6612, paragrafo 43). Conclusioni dell'avvocato generale Jacobs presentate il 24 ottobre 1996 nelle cause riunite C-304/94,
            C-330/94, C-342/94 e C-224/95, Tombesi e a. (Racc. pag. I-3564, paragrafo 37). 
            
         
      
      41 –
         
         GU 2000, C 364, pag. 1.
            
         
      
      42 –
         
         Sentenza nelle cause riunite C-74/95 e C-129/95 (citata alla nota 14, punto 25), con richiamo alle sentenze della Corte europea
            dei diritti dell'uomo 25 maggio 1993, Kokkinakis, Serie A, n. 260‑A, punto 52, e 22 novembre 1995, S.W./Regno Unito e C. R./Regno
            Unito, Serie A, nn. 335-B, punto 35, e 335-C, punto 33. V., anche, sentenza 10 luglio 1984, causa 63/83, Kirk (Racc. pag.
            2689, punto 22).
            
         
      
      43 –
         
         V. in proposito, in particolare, sentenza nelle cause riunite C-74/95 e C-129/95 (citata alla nota 14, punti 24 e 25), e inoltre
            sentenze Kolpinghuis Nijmegen (citata alla nota 16, punto 13) e Arcaco (citata alla nota 6, punto 42).
            
         
      
      44 –
         
         Sentenza Pretore di Salò (citata alla nota 39, punto 19) e sentenza Arcaro (citata alla nota 6, punto 36), ciascuna con richiamo
            alla sentenza  26 febbraio 1986, causa 152/84, Marshall (Racc. pag. 723, punto 48). V., anche, sentenze Tombesi (citata alla
            nota 9, punto 42), e Palin Granit (citata alla nota 14, punto 23).
            
         
      
      45 –
         
         Conclusioni presentate il 6 maggio 2003 nelle cause riunite da C-397/01 a C-403/01 (Racc. pag. I‑0000). Poiché, a parere della
            Corte, con esse è stata sollevata la questione di principio dell'efficacia diretta delle direttive tra singoli soggetti, essa
            ha rimesso la causa alla Grande Sezione e ha riaperto la fase orale. Nelle seconde conclusioni, presentate il 27 aprile 2004,
            l'avvocato generale ha confermato la sua opinione.
            
         
      
      46 –
         
         (Seconde) conclusioni presentate il 27 aprile 2004 nelle cause riunite da C-397/01 a C-403/01, Pfeiffer (paragrafo 38). 
            
         
      
      47 –
         
         V., in proposito, la documentazione di cui alla nota 39.
            
         
      
      48 –
         
         Citata alla nota 9, punto 43. V., inoltre, ordinanza Saetti e Frediani (citata alla nota 9, punto 26).
            
         
      
      49 –
         
         V. art. 2, n. 2, del regolamento (CE, Euratom) del Consiglio 18 dicembre 1995, n. 2988, relativo alla tutela degli interessi
            finanziari delle Comunità (GU L 312, pag. 1).
            
         
      
      50 –
         
         Citata alla nota 9.
            
         
      
      51 –
         
         La questione se si tratti di un principio di diritto comunitario è già stata sollevata dall'avvocato generale Fennely nelle
            sue conclusioni presentate il 7 marzo 1996 nella causa C-341/94, Allain (Racc. pag. I-4633, paragrafo 43), ma alla fine è
            stata tuttavia ignorata.
            
         
      
      52 –
         
         Il discorso è diverso se la legge penale vigente al momento del fatto era la legge più mite. In questo caso, in base al principio
            della legalità delle pene, tale legge deve essere applicata anche se contrasta con una direttiva – v. sentenza nella causa
            C-60/02 (citata alla nota 39, punto 63).
            
         
      
      53 –
         
         Citata alla nota 9.
            
         
      
      54 –
         
         Sentenza 7 gennaio 2004, causa C-201/02, Delena Wells (Racc. pag. I‑0000, punto 57), e conclusioni da me presentate il 29
            gennaio 2004 nella causa C-127/02, Landelijke Vereniging tot Behoud van de Waddenzee e a. (Racc. pag. I‑0000, paragrafi 146
            e segg.)