CELEX: 62004CC0222
Language: it
Date: 2005-10-27 00:00:00
Title: Conclusioni dell'avvocato generale Jacobs del 27 ottobre 2005. # Ministero dell'Economia e delle Finanze contro Cassa di Risparmio di Firenze SpA, Fondazione Cassa di Risparmio di San Miniato e Cassa di Risparmio di San Miniato SpA. # Domanda di pronuncia pregiudiziale: Corte suprema di cassazione - Italia. # Aiuti concessi dagli Stati - Artt. 87 CE e 88 CE - Banche - Fondazioni bancarie - Nozione d'impresa - Riduzione dell'imposta diretta sui dividendi percepiti dalle fondazioni bancarie - Qualificazione come aiuto di Stato - Compatibilità con il mercato comune - Decisione della Commissione 2003/146/CE - Giudizio di validità - Irricevibilità - Artt. 12 CE, 43 CE e 56 CE - Divieto di discriminazione - Libertà di stabilimento - Libera circolazione dei capitali. # Causa C-222/04.

CONCLUSIONI DELL’AVVOCATO GENERALE
      JACOBS
      presentate il 27 ottobre 2005 1(1)
      
      Causa C-222/04
      Ministero dell’Economia e delle Finanze
      contro
      Cassa di Risparmio di Firenze SpA
      e
      Fondazione Cassa di Risparmio di San Miniato
      e
      Cassa di Risparmio di San Miniato SpA
      1.     Nel presente caso la Corte suprema di cassazione italiana sottopone a questa Corte svariate questioni relative alla compatibilità
         con il diritto comunitario del regime tributario applicabile ad enti istituiti in seguito alla privatizzazione delle banche
         pubbliche italiane, e precisamente alle fondazioni bancarie che hanno sostituito le tradizionali casse di risparmio.
      
      2.     Il giudice nazionale chiede in sostanza, in primo luogo, se tali fondazioni bancarie siano da considerare imprese ai sensi
         della normativa del Trattato CE in materia di concorrenza e, in particolare, di aiuti di Stato.
      
      3.     In base alla risposta a tale questione, il giudice nazionale chiede quindi se il regime fiscale in parola costituisca un aiuto
         di Stato ai sensi del Trattato CE. A tale proposito esso si interroga altresì sulla validità di una decisione della Commissione
         che ha dichiarato che taluni aspetti del regime fiscale in esame non sono aiuti di Stato ai sensi dell’art. 87, n. 1, CE.
      
      4.     Il giudice nazionale chiede infine che la Corte valuti il regime fiscale controverso alla luce degli artt. 12 CE, 43 CE e
         segg. e 56 CE e segg.
      
       Diritto comunitario
      5.     L’art. 12, primo comma, CE prevede che «nel campo di applicazione del presente trattato, e senza pregiudizio delle disposizioni
         particolari dallo stesso previste, è vietata ogni discriminazione effettuata in base alla nazionalità».
      
      6.     Gli artt. 43 CE e 56 CE sono collocati nella Parte terza, Titolo III, del Trattato, «Libera circolazione delle persone, dei
         servizi e dei capitali». L’art. 43 si trova nel Capo 2, «Il diritto di stabilimento», e l’art. 56 nel Capo 4, «Capitali e
         pagamenti».
      
      7.     L’art. 43 CE così prevede:
      «Nel quadro delle disposizioni che seguono, le restrizioni alla libertà di stabilimento dei cittadini di uno Stato membro
         nel territorio di un altro Stato membro vengono vietate. Tale divieto si estende altresì alle restrizioni relative all’apertura
         di agenzie, succursali o filiali, da parte dei cittadini di uno Stato membro stabiliti sul territorio di uno Stato membro.
      
      La libertà di stabilimento importa l’accesso alle attività non salariate e al loro esercizio, nonché la costituzione e la
         gestione di imprese e in particolare di società ai sensi dell’articolo 48, secondo comma, alle condizioni definite dalla legislazione
         del paese di stabilimento nei confronti dei propri cittadini, fatte salve le disposizioni del capo relativo ai capitali».
      
      8.     L’art. 56, nn. 1 e 2, CE stabilisce che, «nell’ambito delle disposizioni previste dal presente capo», sono vietate tutte le
         restrizioni ai movimenti di capitali e sui pagamenti tra Stati membri nonché tra Stati membri e paesi terzi.
      
      9.     Ai sensi dell’art. 87, n. 1, CE, «salvo deroghe contemplate dal presente trattato, sono incompatibili con il mercato comune,
         nella misura in cui incidano sugli scambi tra Stati membri, gli aiuti concessi dagli Stati, ovvero mediante risorse statali,
         sotto qualsiasi forma che, favorendo talune imprese o talune produzioni, falsino o minaccino di falsare la concorrenza».
      
       Diritto nazionale
      10.   Le norme nazionali rilevanti possono essere sintetizzate come segue.
      11.   Le due disposizioni tributarie nazionali rilevanti nel presente caso sono l’art. 10 bis della legge 29 dicembre 1962, n. 1745 (2) (in prosieguo: la «L. n. 1745/62») e l’art. 6 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 601, disciplina
         delle agevolazioni tributarie (in prosieguo: il «D.P.R. n. 601/73») (3).
      
      12.   La L. n. 1745/62 ha introdotto, tra l’altro, una ritenuta d’acconto sui dividenti distribuiti dalle società. Il suo art. 10
         bis, però, esenta da tale misura le persone giuridiche pubbliche e le fondazioni esenti dall’imposta sulle società che hanno
         esclusivamente scopo di beneficenza, educazione, istruzione, studio e ricerca scientifica (4).
      
      13.   L’art. 6 del D.P.R. n. 601/73 prevede una riduzione del 50% dell’imposta sulle società per gli enti attivi nei settori dell’assistenza
         sociale, della sanità, dell’educazione, della cultura e simili.
      
      14.   Il giudizio principale riguarda l’applicazione di tali disposizioni agli enti risultanti dalla privatizzazione degli istituti
         di credito pubblici in Italia, e in particolare alle fondazioni bancarie che hanno sostituito le tradizionali casse di risparmio.
         Tale vicenda è iniziata nel 1990, ben dopo l’adozione dei due provvedimenti tributari, ed è passato attraverso due fasi principali.
      
      15.   La prima fase è iniziata con la legge 30 luglio 1990, n. 218, e il relativo decreto legislativo 20 novembre 1990, n. 356 (in
         prosieguo: il «D.Lgs. n. 356/90»), che hanno trasformato le banche pubbliche in società bancarie per azioni (in prosieguo:
         il «quadro normativo originario»).
      
      16.   L’art. 1 del D.Lgs. n. 356/90 ha permesso agli enti pubblici creditizi, comprese le casse di risparmio (in prosieguo: gli
         «enti conferenti») di conferire le proprie attività bancarie in società per azioni da essi istituite, delle quali essi erano
         i soli azionisti. Le neocostituite società per azioni (in prosieguo: le «banche conferitarie») svolgevano le attività bancarie
         precedentemente svolte dagli enti conferenti.
      
      17.   L’art. 12 del medesimo decreto ha imposto agli enti conferenti di perseguire scopi di interesse pubblico e di utilità sociale,
         principalmente nei settori della ricerca scientifica, dell’istruzione, dell’arte e della sanità.
      
      18.   La medesima disposizione ha inoltre previsto che gli enti conferenti potevano compiere le operazioni finanziarie, commerciali,
         immobiliari e mobiliari necessarie od opportune per il conseguimento dei loro scopi. Essi potevano gestire le proprie partecipazioni
         nelle società bancarie conferitarie, ma non esercitare direttamente l’impresa bancaria né possedere partecipazioni di controllo
         nel capitale di imprese bancarie o finanziarie diverse dalla società bancaria conferitaria medesima.
      
      19.   Gli enti conferenti, tuttavia, potevano acquisire o cedere partecipazioni di minoranza al capitale di altre imprese bancarie
         e finanziarie. In via transitoria, al fine di assicurare la continuità operativa, i membri del comitato di gestione od organo
         equivalente dell’ente conferente dovevano essere nominati nel consiglio di amministrazione della banca, e i membri dell’organo
         di controllo dell’ente conferente nel collegio sindacale della banca conferitaria.
      
      20.   L’art. 13 del D.Lgs. n. 356/90 disciplinava la cessione, da parte degli enti conferenti, delle loro azioni delle banche conferitarie.
         La cessione al pubblico di quote doveva essere effettuata mediante offerta pubblica di vendita, anche se era libera la vendita
         in borsa di azioni quotate nel limite complessivo dell’1% del capitale della banca conferitaria. La vendita mediante altre
         procedure era soggetta a previa autorizzazione del Ministro del Tesoro. Era richiesta altresì l’autorizzazione qualora, a
         seguito della cessione, l’ente conferente perdesse, anche temporaneamente, il controllo della maggioranza delle azioni con
         diritto di voto nell’assemblea ordinaria della banca conferitaria. Infine, l’ente conferente che avesse ceduto la sua partecipazione
         di controllo poteva acquistare una partecipazione di controllo in un’altra società bancaria, previa autorizzazione del Ministro
         del Tesoro.
      
      21.   La seconda fase principale del processo di privatizzazione è iniziata con le modifiche introdotte nel quadro normativo originario
         da parte della legge 23 dicembre 1998, n. 461 (5). Il decreto legislativo 17 maggio 1999, n. 153 (in prosieguo: il «D.Lgs. n. 153/99»), adottato sulla base di tale legge delega,
         conteneva norme attuative particolareggiate (in prosieguo: il «nuovo quadro normativo»).
      
      22.   Il nuovo quadro normativo ha introdotto sostanziali modifiche nella disciplina delle fondazioni bancarie, con la conseguenza
         di un controllo rafforzato.
      
      23.   L’art. 1 del D.Lgs. n. 153/99 codifica la prassi formatasi, e rinomina gli enti conferenti «fondazioni» (in prosieguo: le
         «fondazioni bancarie»).
      
      24.   L’art. 2, primo comma, del medesimo decreto definisce le fondazioni bancarie persone giuridiche private senza fine di lucro,
         dotate di piena autonomia gestionale, che perseguono esclusivamente scopi di utilità sociale e di promozione dello sviluppo
         economico secondo quanto previsto dai rispettivi statuti.
      
      25.   L’art. 3 stabilisce che le fondazioni bancarie perseguono i propri scopi con tutte le modalità consentite dalla loro natura
         giuridica, come definita dall’art. 2; esse possono esercitare imprese solo se direttamente «strumentali» ai fini statutari,
         ed esclusivamente nei c.d. «settori rilevanti» (in prosieguo: le «imprese strumentali»); non possono esercitare funzioni creditizie,
         né possono sovvenzionare, direttamente o indirettamente, enti o imprese diversi dalle imprese strumentali.
      
      26.   I «settori rilevanti» erano, ai sensi del dettato originario dell’art. 1 del D.Lgs. n. 153/99, quelli della ricerca scientifica,
         dell’istruzione, dell’arte, della conservazione e valorizzazione dei beni e delle attività culturali e dei beni ambientali,
         della sanità e dell’assistenza alle categorie sociali deboli. Il numero dei settori rilevanti è stato poi ampliato alla fine
         del 2001 (6).
      
      27.   Ai sensi del testo originario dell’art. 4, terzo comma, del D.Lgs. n. 153/99, i membri dell’organo di amministrazione della
         fondazione bancaria non potevano entrare nel consiglio di amministrazione della banca conferitaria. Tale disposizione è stata
         modificata alla fine del 2003 (7), per impedire ai soggetti che svolgono funzioni di amministrazione, direzione o controllo presso la fondazione bancaria di
         ricoprire le medesime posizioni nella banca conferitaria o in sue controllate o partecipate. Inoltre, i soggetti che svolgono
         funzioni di indirizzo presso la fondazione non possono ricoprire funzioni di amministrazione, direzione o controllo presso
         la società bancaria conferitaria.
      
      28.   Il testo originale dell’art. 5, primo comma, del D.Lgs. n. 153/99 prevedeva che il patrimonio di una fondazione bancaria fosse
         totalmente vincolato al perseguimento degli scopi statutari e che le fondazioni, nell’amministrare il proprio patrimonio,
         osservassero criteri prudenziali di rischio, in modo da conservarne il valore ed ottenerne una redditività adeguata. L’art. 11
         della L. n. 448/01 ha poi aggiunto che la gestione del patrimonio deve essere coerente con la natura delle fondazioni quali
         enti senza scopo di lucro che operano secondo principi di trasparenza e moralità.
      
      29.   L’art. 6, primo comma, prevede che le fondazioni bancarie possono detenere partecipazioni di controllo solamente in enti e
         società che abbiano per oggetto esclusivo l’esercizio di imprese strumentali.
      
      30.   L’art. 25, primo e secondo comma, del D.Lgs. n. 153/99 prevedeva, nella sua versione originaria, che le partecipazioni di
         controllo nelle banche conferitarie potessero continuare ad essere detenute per un periodo di quattro anni dalla data di entrata
         in vigore del decreto. Nel caso di mancata dismissione entro il suddetto termine, le partecipazioni potevano ulteriormente
         essere detenute per non oltre due anni.
      
      31.   Le partecipazioni di controllo in società diverse dalle banche conferitarie, con esclusione di quelle in imprese strumentali,
         dovevano essere dismesse entro il termine stabilito dall’Autorità di vigilanza e, comunque, non oltre il termine quadriennale
         prima menzionato.
      
      32.   A seguito di modifiche apportate nel 2001 e nel 2003, l’originario periodo di quattro anni è stato sostituito dal termine
         del 31 dicembre 2005. Le partecipazioni di controllo in società diverse dalle banche conferitarie, ad eccezione delle imprese
         strumentali, dovevano essere cedute in ogni caso entro il 31 dicembre 2005 (8).
      
      33.   Ai sensi dell’art. 25, terzo comma, del D.Lgs. n. 153/99, nel caso di mancato rispetto di tali termini da parte delle fondazioni
         bancarie l’Autorità di vigilanza è autorizzata a provvedere alla dismissione delle partecipazioni di controllo, nella misura
         idonea a determinare la perdita del controllo.
      
      34.   Per quanto riguarda il regime fiscale applicabile, l’art. 12, primo comma, del D.Lgs. n. 153/99 prevede che le fondazioni
         bancarie che hanno adeguato gli statuti alle sue disposizioni si considerano enti non commerciali, anche se perseguono le
         loro finalità mediante imprese strumentali.
      
      35.   L’art. 12, secondo comma, del medesimo decreto ha esteso alla fondazioni bancarie che hanno adeguato i propri statuti alle
         disposizioni del D.Lgs. n. 153/99, e che operano nei «settori rilevanti», il regime di cui all’art. 6 del D.P.R. n. 601/73,
         vale a dire una riduzione del 50% dell’imposta sulle società (9). Lo stesso regime si applicava, fino all’adeguamento dei rispettivi statuti al D.Lgs. n. 153/99, alle fondazioni non aventi
         natura di enti commerciali che avessero perseguito prevalentemente fini di interesse pubblico e di utilità sociale nei settori
         indicati nell’art. 12 del D.Lgs. n. 356/90 e successive modifiche.
      
      36.   Infine, l’art. 12, terzo comma, del D.Lgs. n. 153/99 prevede che le fondazioni bancarie perdano la qualifica di enti non commerciali
         e cessino di fruire delle agevolazioni fiscali previste qualora, successivamente al 31 dicembre 2005, controllino ancora una
         banca conferitaria.
      
       Procedimento principale e questioni pregiudiziali
      37.   La Fondazione Cassa di Risparmio di San Miniato, una fondazione bancaria (10), ha richiesto, ai sensi dell’art. 10 bis della L. n. 1745/62, l’esenzione dalla ritenuta d’acconto per l’anno 1998 per i
         suoi proventi quale socio della Cassa di Risparmio di San Miniato SpA e della Casse Toscane SpA, due banche. L’istanza è stata
         respinta dagli uffici finanziari della Toscana, con la motivazione che la gestione, da parte di una fondazione bancaria, della
         propria partecipazione in una banca conferitaria costituisce un’attività commerciale incompatibile con l’esenzione di cui
         all’art. 10 bis della L. n. 1745/62.
      
      38.   La Fondazione Cassa di Risparmio di San Miniato, insieme con la Cassa di Risparmio di San Miniato SpA e la Cassa di Risparmio
         di Firenze SpA, subentrata alla Casse Toscane SpA (in prosieguo: le «controricorrenti nella causa principale»), in qualità
         di enti responsabili dell’effettuazione della ritenuta sui dividendi da pagarsi alla Fondazione, hanno impugnato, con esito
         negativo, il provvedimento dinanzi alla Commissione tributaria provinciale di Firenze.
      
      39.   In appello, la Commissione tributaria regionale della Toscana ha riformato la decisione della Commissione tributaria provinciale,
         affermando che il nuovo quadro normativo esplicitamente disponeva l’applicazione dei benefici fiscali in parola alle fondazioni
         bancarie. Non essendovi prova che le attività commerciali della Fondazione Cassa di Risparmio di San Miniato prevalessero
         sui suoi fini di interesse pubblico e di utilità sociale, detta Commissione tributaria ha ritenuto che la Fondazione avesse
         diritto alla riduzione del 50% dell’imposta sulle società ai sensi dell’art. 6 del D.P.R. n. 601/73 e, di conseguenza, all’esenzione
         dalla ritenuta d’acconto sui dividendi prevista dall’art. 10 bis della L. n. 1745/62, soltanto in considerazione delle sue
         finalità di interesse pubblico e di utilità sociale in determinati settori (11).
      
      40.   Contro tale decisione il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha proposto ricorso dinanzi alla Corte suprema di cassazione,
         la quale ritiene che, per poter decidere la controversia sottopostale, sia prima necessario verificare se le agevolazioni
         fiscali per le fondazioni bancarie siano compatibili con le norme e i principi del Trattato CE, sia in materia di concorrenza
         – in particolare con gli artt. 87 CE e 88 CE in materia di aiuti di Stato – che in materia di divieto di discriminazione (art. 12
         CE), libertà di stabilimento (artt. 43 CE e segg.) e libera circolazione dei capitali (artt. 56 CE e segg.).
      
      41.   Per quanto riguarda gli artt. 87 CE e segg., il giudice nazionale rileva che, con decisione 22 agosto 2002, n. 2003/146/CE,
         relativa alle misure fiscali sulle fondazioni bancarie cui l’Italia ha dato esecuzione (in prosieguo: la «decisione della
         Commissione») (12), la Commissione ha esaminato le disposizioni tributarie di cui all’art. 12, secondo comma, del D.Lgs. n. 153/99, alla luce
         delle norme del Trattato CE in materia di aiuti di Stato. In tale decisione la Commissione ha ritenuto che, nel caso di fondazioni
         bancarie non esercitanti direttamente alcuna attività nei settori rilevanti, le misure nazionali esaminate non costituissero
         aiuti di Stato ai sensi dell’art. 87, n. 1, CE, poiché i beneficiari non erano qualificabili come imprese ai sensi di tale
         disposizione.
      
      42.   Il giudice della causa principale rileva che esistono diverse opinioni, a livello nazionale, circa la natura commerciale o
         meno delle fondazioni bancarie.
      
      43.   Mentre gli uffici tributari italiani hanno sempre ritenuto che le fondazioni bancarie abbiano natura commerciale, e siano
         pertanto soggette all’ordinario regime fiscale, il governo italiano ha sostenuto, nel corso del procedimento che ha condotto
         all’adozione della decisione della Commissione, che le fondazioni bancarie non possono essere considerate imprese ai sensi
         della normativa comunitaria in materia di concorrenza. Quanto all’ambito giurisdizionale, il giudice della causa principale
         rileva che anche la sua stessa giurisprudenza mostra oscillazioni sul punto.
      
      44.   Il giudice nazionale osserva inoltre che, secondo una parte della giurisprudenza italiana, l’art. 12, secondo comma, del D.Lgs.
         n. 153/99, che ha esteso le agevolazioni fiscali di cui all’art. 6 del D.P.R. n. 601/73 alle fondazioni bancarie, va ritenuto
         una norma meramente interpretativa, cosicché le agevolazioni fiscali sarebbero applicabili anche per i periodi d’imposta precedenti
         all’entrata in vigore del D.Lgs. n. 153/99.
      
      45.   Esso ritiene inoltre necessario verificare la legittimità della decisione della Commissione, giudicando in pratica che quest’ultima
         non abbia correttamente applicato il Trattato e non abbia valutato esattamente i compiti, la natura e il ruolo delle fondazioni
         bancarie nel mercato creditizio italiano. Il giudice della causa principale ritiene inoltre che la Commissione non abbia adeguatamente
         motivato la propria decisione, e non abbia svolto un’analisi adeguata dell’attività delle fondazioni bancarie relativamente
         all’acquisizione e alla gestione di partecipazioni in imprese diverse dalla banca conferitaria.
      
      46.   Secondo il giudice nazionale, l’esistenza di un’attività economica risulta inoltre chiaramente dal fatto che le partecipazioni
         di controllo nelle banche sono conferite ad enti costituiti ad hoc, dal fatto che tale situazione si è protratta per un periodo
         considerevole e che i proventi della cessione di tali quote sono utilizzati per acquistare e gestire partecipazioni rilevanti
         in altre imprese, al fine di perseguire vari obiettivi societari, tra i quali lo sviluppo economico del sistema.
      
      47.   Il giudice nazionale chiede inoltre se il regime fiscale in questione non costituisca una discriminazione ai danni di altre
         imprese operanti nello stesso mercato e, al tempo stesso, una violazione dei principi del diritto di stabilimento e della
         libera circolazione dei capitali.
      
      48.   Alla luce di tutto questo, il giudice della causa principale ha sospeso il procedimento ed ha sottoposto alla Corte le seguenti
         questioni pregiudiziali:
      
      «1)      Se una serie di soggetti (cd. fondazioni bancarie), creati in base alla legge n. 218[/90] e al D.[Lgs.] n. 356[/90] e successive
         modificazioni per essere titolari di partecipazioni di controllo di società esercenti attività bancaria e per amministrare
         tali partecipazioni, in relazione ad una quota assai rilevante dei soggetti operanti sul mercato, con devoluzione a questi
         degli utili delle imprese controllate, debbano ritenersi sottoposti – anche quando agli stessi vengano affidati compiti di
         utilità sociale – alla disciplina comunitaria in materia di concorrenza; se, con riguardo alla disciplina introdotta col D.[Lgs.]
         n. 153[/99], la possibilità offerta a tali enti di destinare il ricavato della dismissione di tali partecipazioni all’acquisto
         e gestione di rilevanti partecipazioni in altre imprese anche bancarie, e anche di controllo in imprese non bancarie, per
         diverse finalità, tra cui quella dello sviluppo economico del sistema, costituisca del pari esercizio d’impresa, ai fini dell’applicazione
         del diritto comunitario della concorrenza.
      
      2)      Se, in conseguenza, tali enti – nella disciplina contenuta nella legge n. 218[/90] e nel D.[Lgs.] n. 356[/90] e successive
         modificazioni, nonché nella riforma di cui alla legge n. 461[/98] e al D.[Lgs.] n. 153[/99] – siano sottoposti alla normativa
         comunitaria in materia di aiuti di Stato (articoli 87 CE – 88 CE), in relazione ad un regime fiscale di favore di cui siano
         destinatari.
      
      3)      Se, in caso di risposta affermativa al precedente quesito, il regime di imposizione diretta agevolata sui dividendi percepiti,
         in contestazione nella presente causa, costituisca o meno un aiuto di Stato, ai sensi dell’art. 87 CE.
      
      4)      Sempre nel caso di risposta affermativa al quesito [sub 2], se sia valida, sotto i profili di legittimità e di difetto e/o
         insufficienza della motivazione evidenziati nella presente ordinanza, la decisione della Commissione delle Comunità europee
         (…) 22 agosto 2002, [2003/146], con la quale è stata ritenuta inapplicabile la disciplina sugli aiuti di Stato alle fondazioni
         di origine bancaria.
      
      5)      A prescindere dall’applicabilità della disciplina in materia di aiuti di Stato, se il riconoscimento di un regime fiscale
         più favorevole sulla distribuzione degli utili delle imprese bancarie conferitarie, esclusivamente nazionali, controllate
         dalle fondazioni, e da queste percepiti, ovvero delle imprese le cui partecipazioni fossero acquistate col ricavato della
         dismissione delle partecipazioni in società bancarie conferitarie, costituisca una discriminazione delle imprese partecipate
         nei confronti delle altre imprese operanti nel mercato di riferimento e, nel contempo, una violazione dei principi di libertà
         di stabilimento e di libera circolazione dei capitali, in relazione agli articoli 12 CE, 43 CE e seguenti, 56 CE e seguenti».
      
       Valutazione
       Ricevibilità
      49.   Le parti che hanno presentato osservazioni eccepiscono l’irricevibilità di tutte le questioni sollevate dal giudice della
         causa principale.
      
       La prima, la seconda e la terza questione
      50.   Le controricorrenti nella causa principale sostengono che le prime tre questioni dovrebbero essere dichiarate irricevibili
         per i seguenti motivi.
      
      51.   In primo luogo, contrariamente a quanto affermato dal giudice della causa principale nell’ordinanza di rinvio, l’esenzione
         ai sensi dell’art. 10 bis della L. n. 1745/62 non riguarda una ritenuta alla fonte, ma una ritenuta d’acconto. In secondo
         luogo, né tale articolo, che è precedente alla creazione delle fondazioni bancarie, né alcuna altra norma prevede che l’esenzione
         ivi prevista si applichi alle fondazioni bancarie. In terzo luogo, le questioni pregiudiziali proposte hanno rilievo puramente
         interno, poiché hanno il solo scopo di accertare se le fondazioni bancarie abbiano diritto ai benefici fiscali di cui all’art. 10 bis
         della L. n. 1745/62.
      
      52.   La prima e la seconda di tali eccezioni riguardano presunti errori di interpretazione, da parte del giudice del rinvio, delle
         norme nazionali applicabili ai fatti della causa principale.
      
      53.   Secondo giurisprudenza consolidata, ai sensi dell’art. 234 CE l’interpretazione del diritto nazionale esorbita dalle competenze
         della Corte, poiché spetta al giudice nazionale valutare la portata delle disposizioni nazionali e le loro modalità di applicazione (13).
      
      54.   Per quanto riguarda la terza eccezione delle controricorrenti, è altresì principio di giurisprudenza consolidata che spetta
         solo al giudice nazionale determinare sia la necessità di una pronuncia pregiudiziale che la rilevanza della questione sottoposta
         alla Corte. Pertanto, se le questioni poste dal giudice nazionale riguardano l’interpretazione di una norma comunitaria, la
         Corte, in linea di principio, è tenuta a pronunciarsi (14).
      
      55.   Dall’ordinanza di rinvio risulta che il giudice della causa principale non chiede alla Corte se le norme nazionali si applichino
         alle fondazioni bancarie in Italia – punto sul quale il giudice nazionale sembra già essersi formato un convincimento – ma
         come tali norme nazionali si pongano rispetto alle norme comunitarie in materia di concorrenza. Alla luce di ciò, la Corte
         è tenuta a rispondere al giudice nazionale.
      
      56.   La Commissione sostiene che la Corte dovrebbe ignorare le parti della prima e della terza questione che fanno riferimento
         al D.Lgs. n. 153/99. Tale decreto è infatti entrato in vigore successivamente ai fatti oggetto della causa principale, avvenuti
         nel 1998, e pertanto è irrilevante per il caso di cui è investito il giudice nazionale.
      
      57.   Secondo giurisprudenza consolidata, la Corte può rifiutarsi di statuire sulle questioni poste solo qualora risulti «manifestamente
         che l’interpretazione del diritto comunitario richiesta non ha alcuna relazione con l’effettività o con l’oggetto della causa
         principale oppure qualora il problema sia di natura ipotetica» (15).
      
      58.   Non ritengo che sia questo il caso. Anche se le parti che hanno presentato osservazioni possono non condividerne le posizioni,
         resta il fatto che il giudice nazionale competente ritiene il D.Lgs. n. 153/99 rilevante per la soluzione della controversia
         sottopostagli. Dal fascicolo risulta inoltre che, in alcuni casi, le disposizioni del decreto relative al regime fiscale sono
         state ritenute dai giudici italiani provviste di efficacia retroattiva per quanto riguarda le fondazioni bancarie, e pertanto
         applicabili prima del 1998. La questione relativa all’interpretazione del diritto comunitario relativamente al D.Lgs. n. 153/99
         appare quindi prima facie rilevante per il giudizio sulla causa principale.
      
      59.   Pertanto, a mio parere non vi sono le condizioni richieste dalla giurisprudenza della Corte per ritenere irricevibili la prima,
         la seconda e la terza questione.
      
       La quarta questione
      60.   Le controricorrenti nella causa principale affermano che la decisione della Commissione è divenuta definitiva, poiché l’Italia
         non l’ha impugnata nel termine previsto dall’art. 230 CE. Esse richiamano, a sostegno di tale affermazione, la sentenza TWD (16).
      
      61.   Non ritengo che le circostanze del presente caso siano analoghe a quelle della causa TWD.
      62.   In quel caso il problema era se il ricorrente nella causa principale fosse decaduto dal diritto di contestare la legittimità
         di una decisione della Commissione a sostegno dell’impugnazione del provvedimento amministrativo con cui le autorità nazionali,
         dando esecuzione alla decisione della Commissione, gli avevano revocato un aiuto percepito. La Corte, sottolineando la necessità
         di preservare la certezza del diritto, ha concluso che un soggetto che avrebbe potuto impugnare la decisione, ma aveva lasciato
         trascorrere il termine di decadenza di cui all’art. 230 CE, non poteva lamentare l’illegittimità della decisione dinanzi ai
         giudici nazionali nell’impugnare la misura nazionale di esecuzione.
      
      63.   Il presente caso, al contrario, riguarda una decisione della Commissione di carattere generale indirizzata all’Italia, la
         cui validità non è stata contestata di fronte al giudice nazionale da nessuna delle parti del giudizio principale. La questione
         della validità è stata sollevata d’ufficio dal giudice nazionale esercitando le prerogative riconosciutegli dall’art. 234 CE.
         Pertanto non vi è qui alcun possibile uso distorto di strumenti processuali da parte di un soggetto che avrebbe dovuto impugnare
         direttamente la decisione dinanzi alla Corte ma non lo ha fatto, che è – a mio giudizio – l’essenza della sentenza TWD.
      
      64.   L’art. 234 CE non pone alcun limite temporale perché un giudice nazionale possa chiedere una pronuncia pregiudiziale sulla
         validità degli atti delle istituzioni comunitarie. Stando alla giurisprudenza, le questioni pregiudiziali sono ricevibili
         se esse risultano rilevanti per la soluzione della controversia di fronte al giudice nazionale e se il contesto normativo
         e dei fatti è sufficientemente chiarito. È nel valutare la validità dell’atto comunitario oggetto d’esame – valutazione di
         merito -- che la Corte considererà tutti gli elementi che possono viziarlo, compresi i requisiti necessari per garantire il
         principio della certezza del diritto.
      
      65.   Anche la Commissione sostiene che la quarta questione è irricevibile. La sua decisione ha esaminato la compatibilità con le
         norme del Trattato in materia di aiuti di Stato delle esenzioni fiscali previste dal D.Lgs. n. 153/99, entrato in vigore successivamente
         ai fatti oggetto della causa principale. Inoltre, essa si riferiva ad esenzioni fiscali diverse da quella prevista dall’art. 10
         bis della L. n. 1745/62, che è la norma oggetto della causa principale. La decisione della Commissione non sarebbe pertanto
         rilevante per decidere la questione all’esame del giudice nazionale.
      
      66.   Il governo italiano svolge un ragionamento analogo a quello della Commissione e sottolinea che, poiché la decisione della
         Commissione non ha preso in considerazione la situazione delle fondazioni bancarie nel quadro normativo originario, la questione
         circa la sua legittimità è irrilevante per la causa principale.
      
      67.   Se l’art. 12 del D.Lgs. n. 153/99 si applichi o meno retroattivamente, se l’art. 6 del D.P.R. n. 601/73 e l’art. 10 bis della
         L. n. 1745/62 siano in qualche modo correlati secondo il diritto nazionale e siano rilevanti per la decisione della causa
         principale, sono problemi che solo il giudice nazionale è competente a risolvere. Inoltre, come si è già visto, le questioni
         poste non sono manifestamente irrilevanti rispetto ai fatti e all’oggetto della causa principale (17).
      
      68.   Ne consegue che anche la quarta questione deve essere ritenuta ricevibile.
       La quinta questione
      69.   Le controricorrenti nella causa principale affermano che la quinta questione è troppo generica. Il giudice della causa principale
         non avrebbe indicato quali aspetti della normativa nazionale in esame potrebbero costituire un ostacolo all’esercizio delle
         libertà garantite dal Trattato CE, o quali banche o fondazioni profitterebbero di una possibile discriminazione.
      
      70.   È vero che, di per sé, la quinta questione è in certo modo imprecisa. Tuttavia, letta nel suo insieme, l’ampia ordinanza di
         rinvio fornisce gli elementi di diritto e di fatto necessari per consentire alla Corte di rispondere in modo utile e significativo
         in merito alle circostanze di cui alla quinta questione (18).
      
      71.   Anche la quinta questione deve pertanto essere dichiarata ricevibile.
       Nel merito
       La prima e la seconda questione
      72.   Con la prima e la seconda questione il giudice nazionale chiede in sostanza se le fondazioni bancarie, poiché possiedono e
         gestiscono partecipazioni di controllo nelle banche conferitarie e in altre imprese, siano qualificabili come «imprese» ai
         fini della normativa del Trattato CE in materia di concorrenza, e in particolare di aiuti di Stato.
      
      73.   Ritengo che, in base alla giurisprudenza della Corte, le fondazioni bancarie possano essere qualificate come imprese, ai sensi
         del diritto comunitario, in due casi: in primo luogo, qualora svolgano esse stesse una «attività economica» ai sensi della
         giurisprudenza e/o, in secondo luogo, qualora siano direttamente o indirettamente coinvolte nella gestione di imprese che
         svolgono una simile attività economica.
      
       Se le fondazioni bancarie svolgano un’attività economica
      74.   E’ noto che la Corte ha elaborato, per quanto riguarda la normativa comunitaria in materia di concorrenza, una nozione funzionale
         di impresa. Un ente è un’impresa se esercita una «attività economica», a prescindere dal suo status giuridico e dalle sue
         modalità di finanziamento (19). Secondo la giurisprudenza un ente svolge una «attività economica» quando «offre beni o servizi sul mercato». La Corte ha
         inoltre affermato che la mancanza di scopo di lucro dell’ente in questione, o il fatto che esso non persegua obiettivi commerciali,
         è irrilevante ai fini della sua qualificazione come impresa (20).
      
      75.   Per poter determinare se le fondazioni bancarie italiane svolgano di per sé un’«attività economica», ai sensi della citata
         giurisprudenza, è necessario esaminare i loro vari compiti e attività sulla base dei due regimi normativi prima esposti.
      
       Gestione delle partecipazioni di controllo
      76.   Nel contesto normativo originario, la gestione di una partecipazione di controllo in una banca conferitaria appare limitata
         alla vendita e/o all’acquisto di quote, all’esercizio dei diritti di azionista e all’uso dei proventi relativi per il perseguimento
         dei fini statutari delle fondazioni bancarie, fini di pubblico interesse e utilità sociale.
      
      77.   Come rilevano la Commissione e le controricorrenti nella causa principale, nessuna di tali attività può essere comparata alla
         «offerta di beni o servizi sul mercato». Pertanto, sulla base di un’interpretazione restrittiva della giurisprudenza, esse
         non costituiscono un’attività economica ai sensi delle norme del Trattato CE in materia di concorrenza.
      
      78.   Intendo tuttavia andare oltre questa interpretazione. Concordo con il governo italiano sul fatto che un ente deve essere qualificato
         come impresa ai fini della normativa comunitaria sulla concorrenza non solo quando offre beni e servizi sul mercato, ma anche
         quando esercita altre attività che hanno natura economica e che potrebbero distorcere un mercato concorrenziale. Come ho suggerito
         in precedenti conclusioni, nel valutare se un’attività abbia natura economica, il criterio fondamentale deve consistere nello
         stabilire se essa, «almeno in linea di principio, possa essere svolta da un’impresa privata a scopo di lucro» (21).
      
      79.   Tale interpretazione è fondata sulla necessità di garantire la piena efficacia delle norme del Trattato sulla concorrenza,
         in particolare se considerate alla luce del loro basilare fondamento logico, che è quello di evitare ogni distorsione della
         concorrenza sul mercato a causa del comportamento di un qualunque soggetto, pubblico o privato. La Corte ha seguito tale interpretazione
         quando, con un’analisi congiunta delle norme del Trattato in materia di concorrenza, comprensiva degli artt. 3, n. 1, lett. g),
         CE, e 10 CE, ha esteso all’azione dei pubblici poteri il divieto di comportamenti anticoncorrenziali (22).
      
      80.   Nel presente caso, come osserva il governo italiano e come suggerito nella decisione della Commissione (23), non si può escludere l’esistenza di un mercato concorrenziale per le partecipazioni di controllo nelle banche. Gestendo
         le proprie partecipazioni, le fondazioni bancarie svolgerebbero un ruolo importante in tale mercato, soprattutto perché, con
         l’autorizzazione del Ministro del Tesoro, potrebbero vendere la propria partecipazione di controllo in una banca conferitaria
         per acquisirne una in un’altra. Tali operazioni potrebbero distorcere la concorrenza se, ad esempio, il ruolo di acquirenti
         delle fondazioni bancarie fosse potenziato mediante aiuti di Stato, o se esse si accordassero con altre imprese per modificare
         il prezzo delle loro partecipazioni di controllo. Tuttavia, seguendo la lettura restrittiva della giurisprudenza suggerita
         dalla Commissione e dalle controricorrenti nella causa principale, un simile comportamento anticoncorrenziale sfuggirebbe
         alle norme comunitarie sulla concorrenza. È chiaro che una simile lettura va evitata.
      
      81.   La situazione appare differente dopo l’entrata in vigore del D.Lgs. n. 153/99. In base al nuovo quadro normativo – che, stando
         alle osservazioni delle parti in udienza, è stato in parte motivato dal fatto che il regime precedente non aveva raggiunto
         il suo obiettivo di garantire una completa separazione tra fondazioni bancarie e banche conferitarie – le fondazioni bancarie
         possono possedere e gestire partecipazioni di controllo, direttamente o indirettamente, soltanto in «imprese strumentali»,
         che favoriscano direttamente il perseguimento dei loro scopi statutari di pubblico interesse ed operino esclusivamente nei
         «settori rilevanti» individuati. Le partecipazioni nelle banche conferitarie e in qualsiasi altra società devono essere cedute
         entro un termine prestabilito, poi prorogato al 31 dicembre 2005. In caso di mancato rispetto del termine, l’Autorità di vigilanza
         è autorizzata a provvedere alla dismissione, al fine di determinare la perdita del controllo sulla società.
      
      82.   Imponendo tali obblighi, la nuova disciplina ha in buona parte soppresso la possibilità, per le fondazioni bancarie, di influenzare
         il mercato delle partecipazioni di controllo, sempre che un tale mercato esista. Pare ora improbabile che esse possano distorcere
         la concorrenza in tale mercato.
      
      83.   Spetta naturalmente al giudice nazionale stabilire se siano realizzate le premesse di cui ai precedenti paragrafi 81 e 82,
         e in particolare se esista un mercato rilevante per le partecipazioni di controllo.
      
       Attività svolte direttamente dalle fondazioni bancarie nel perseguimento dei loro obiettivi di interesse pubblico e di utilità
         sociale
      
      84.   Concordo con la Commissione sul fatto che, nel perseguire i loro obiettivi di pubblico interesse e utilità sociale, le fondazioni
         bancarie possono impegnarsi in attività comportanti l’offerta di beni o servizi in mercati concorrenziali. I settori in cui
         sono attive le fondazioni bancarie, sia in base al quadro normativo originario che a quello attuale, quali la ricerca scientifica,
         l’istruzione, l’arte e la sanità, spesso operano secondo le regole di mercato e vedono la presenza di imprese che sono in
         concorrenza tra loro e cercano di conseguire profitti.
      
      85.   Poiché l’assenza di uno scopo di lucro non è una ragione per un’esenzione, le fondazioni bancarie possono, in tali circostanze,
         essere considerate imprese ai sensi della citata giurisprudenza.
      
      86.   Spetta al giudice della causa principale determinare se, nel perseguire i propri scopi statutari, le fondazioni bancarie svolgano
         direttamente un’attività economica consistente nell’offrire beni o servizi in un mercato di tipo concorrenziale. Tale valutazione
         va fatta caso per caso.
      
       Le fondazioni bancarie quali società controllanti di un’impresa
      87.   Nella giurisprudenza della Corte, la nozione di «impresa» deve essere intesa come riferita, nell’ambito del diritto della
         concorrenza, ad una «unità economica» (24). Ogni volta che una società controllata non determina liberamente il proprio comportamento sul mercato, ma esegue le istruzioni
         ad essa fornite, direttamente o indirettamente, dalla società che la controlla interamente, esse costituiscono un’unità economica,
         e devono essere considerate come un unico soggetto ai fini della normativa comunitaria in materia di concorrenza (25).
      
      88.   Un analogo fondamento logico si trova alla base della giurisprudenza della Corte sul concetto di attività economica  sviluppato
         relativamente alla Sesta direttiva IVA, citata dalla Commissione a sostegno della propria posizione, secondo la quale una
         società il cui solo scopo sia quello di acquisire partecipazioni in altre imprese, senza intervenire direttamente o indirettamente
         nella gestione di esse, fatti salvi i diritti ad essa spettanti in quanto socia, non svolge un’attività economica ai sensi
         della Sesta direttiva (26). Ne discende che una società, che gestisca direttamente o indirettamente tali imprese, svolge un’attività economica.
      
      89.   Poiché le banche conferitarie sono chiaramente imprese ai sensi delle norme del Trattato in materia di concorrenza, le fondazioni
         bancarie, così come originariamente configurate dal legislatore, si configurerebbero a loro volta come imprese se la loro
         partecipazione fosse accompagnata da un coinvolgimento, diretto o indiretto, nella gestione delle banche conferitarie. La
         Corte ha evidenziato quali indizi eventuali di un tale coinvolgimento la fornitura di servizi amministrativi, di contabilità
         ed informatici alle controllate (27).
      
      90.   L’esistenza di tali condizioni è una valutazione di fatto che deve compiere il giudice nazionale, caso per caso. Nel fare
         ciò, il giudice nazionale deve valutare i poteri esercitati dalle fondazioni bancarie sulle banche conferitarie e il modo
         in cui tali poteri potevano essere, o siano stati effettivamente, esercitati sulla base delle norme nazionali applicabili.
         A mio avviso il fatto che le fondazioni bancarie detenessero una partecipazione di maggioranza, potessero nominare alcuni
         membri dei propri organi amministrativi e di controllo nel consiglio di amministrazione e nel collegio sindacale delle banche
         conferitarie e che, anche se solo in via transitoria, si dovesse assicurare la continuità operativa tra le fondazioni bancarie
         e le banche conferitarie controllate, deve essere valutato a fronte del divieto per le fondazioni bancarie di essere coinvolte
         «direttamente» in qualunque attività bancaria o in ogni altra attività non collegata ai loro scopi statutari di interesse
         pubblico e utilità sociale.
      
      91.   L’introduzione del nuovo quadro normativo, d’altra parte, sembra aver ridotto i mezzi con i quali le fondazioni bancarie possono
         esercitare una «influenza decisiva» sulle relative banche conferitarie. Spetta naturalmente al giudice nazionale stabilire
         se sia così. Per esprimersi sul punto il giudice nazionale dovrebbe tenere in considerazione, a mio giudizio, il fatto che
         ai membri degli organi amministrativi delle fondazioni bancarie è ora esplicitamente vietato di essere consiglieri di amministrazione
         di una banca, e che tale divieto è stato esteso nel 2003 a tutte le posizioni di amministrazione o di controllo in società
         controllate dalla banca conferitaria o nelle quali essa possiede una partecipazione, nonché alle persone che definiscono gli
         indirizzi della fondazione bancaria. Il giudice nazionale dovrebbe altresì prendere in considerazione che alle fondazioni
         bancarie è esplicitamente vietato svolgere funzioni creditizie, nonché effettuare, direttamente o indirettamente, operazioni
         di finanziamento, erogazione o sovvenzione a favore di enti con fini di lucro o di imprese, di qualunque natura, che non siano
         quelle strumentali.
      
      92.   Per quanto riguarda il rapporto con le imprese strumentali nel nuovo quadro normativo, qualora le fondazioni bancarie, sulla
         base dei loro diritti di azionista, possano esercitare un’influenza decisiva su tali imprese, allora esse, sulla base della
         citata giurisprudenza (28), andranno qualificate come imprese, purché naturalmente abbiano tale qualità le imprese strumentali in quanto tali. Il fatto
         che le imprese strumentali non possano avere scopo di lucro e che debbano operare in uno dei settori rilevanti non esclude
         la possibilità che esse possano offrire beni o servizi in settori nei quali esiste concorrenza tra soggetti privati. Nel caso
         fosse così, le fondazioni bancarie svolgerebbero allora anche un’attività economica, in ragione della loro influenza decisiva
         sulle imprese strumentali, e sarebbero soggette alla normativa comunitaria sulla concorrenza.
      
      93.   Infine, come rileva il governo italiano, nel caso in cui le fondazioni bancarie non abbiano adeguato i propri statuti, o non
         abbiano ancora ceduto le proprie partecipazioni di controllo come richiesto dalla nuova disciplina legislativa, restano valide
         le considerazioni che ho illustrato in relazione al precedente quadro normativo.
      
       La terza questione
      94.   Con la terza questione il giudice nazionale chiede se il sistema di agevolazioni ed esenzioni fiscali descritto nell’ordinanza
         di rinvio costituisca un aiuto di Stato ai sensi dell’art. 87 CE.
      
      95.   La Commissione sostiene che, qualora i beneficiari dell’esenzione – le fondazioni bancarie – fossero imprese, il regime fiscale
         costituirebbe in linea di principio un aiuto di Stato ai sensi dell’art. 87, n. 1, CE, salvo che non fosse giustificato dalla
         natura o dalla struttura generale del sistema di cui fa parte.
      
      96.   Il governo italiano accetta il fatto che, se si interpretasse l’art. 12 del D.Lgs. n. 153/99 nel senso che esso estende retroattivamente
         alle fondazioni bancarie, come configurate originariamente, i benefici fiscali di cui al combinato disposto dell’art. 6 del
         D.P.R. n. 601/73 e dell’art. 10 bis della L. n. 1745/62, tali benefici costituirebbero un aiuto di Stato ai sensi dell’art. 87,
         n. 1, CE.
      
      97.   Le controricorrenti nella causa principale sostengono che il regime fiscale controverso non possiede i requisiti di selettività
         necessari per costituire un aiuto di Stato ai sensi dell’art. 87, n. 1, CE.
      
      98.   A mio parere, i benefici fiscali in esame, se concessi a soggetti che sono imprese nei sensi di cui alla giurisprudenza citata
         trattando la prima e la seconda questione (29), costituirebbero aiuti di Stato ai sensi dell’art. 87, n. 1, CE.
      
      99.   Secondo la giurisprudenza, sono aiuti di Stato ai sensi dell’art. 87, n. 1, CE gli interventi che, in varie forme, alleviano
         gli oneri normalmente gravanti sul bilancio di un’impresa e che, senza essere di conseguenza sovvenzioni in senso stretto,
         hanno analoga natura e producono identici effetti (30).
      
      100. Tali interventi comprendono le agevolazioni fiscali concesse dagli Stati membri, anche se non implicanti, a rigore, un trasferimento
         di risorse statali. Le agevolazioni fiscali possiedono la caratteristica di fornire un beneficio gratuito, poiché pongono
         i soggetti che ne usufruiscono in una posizione più favorevole di quella degli altri contribuenti (31). I provvedimenti oggetto della controversia, estendendo l’esenzione fiscale alle fondazioni bancarie, sembrano fare proprio
         questo a favore dei loro beneficiari.
      
      101. È irrilevante che l’agevolazione fiscale consista nell’esenzione delle fondazioni bancarie da una ritenuta alla fonte, come
         afferma l’ordinanza di rinvio, o da una ritenuta d’acconto, come sostengono le parti che hanno presentato osservazioni. In
         entrambi i casi il beneficiario dell’esenzione ottiene un vantaggio gratuito, che si tratti del mancato pagamento di un tributo
         o di una significativa proroga del pagamento stesso.
      
      102. Per quanto riguarda il criterio della selettività, in base al quale il provvedimento deve beneficiare talune specifiche imprese
         o la produzione di determinati beni, la Commissione sostiene correttamente, a mio giudizio, che l’art. 10 bis della L. n. 1745/62,
         favorendo certe imprese per la loro natura giuridica (fondazioni o enti di diritto pubblico) e lo specifico settore in cui
         operano (istruzione, sanità, ecc.), soddisfa prima facie tale criterio.
      
      103. Lo stesso ragionamento si può fare per il combinato disposto dell’art. 12 del D.Lgs. n. 153/99 e dell’art. 6 del D.P.R. n. 601/73,
         quando estende la riduzione del 50% dell’imposta sulle società alle fondazioni bancarie, purché esse limitino le proprie attività
         ai settori rilevanti.
      
      104. Secondo la giurisprudenza della Corte, il giudice nazionale deve tuttavia verificare se tali disposizioni tributarie possano
         essere giustificate dalla natura o dalla struttura generale del sistema di cui fanno parte, nel qual caso esse esorbiterebbero
         dall’ambito di applicazione dell’art. 87, n. 1, CE (32). L’estensione delle agevolazioni fiscali controverse alle fondazioni bancarie sembrerebbe una conseguenza dell’obiettivo
         perseguito dalla legislazione nazionale, vale a dire beneficiare enti con scopi di pubblico interesse o di utilità sociale,
         anziché della logica interna delle norme fiscali o del metodo impositivo. In tal caso, le agevolazioni concesse alle fondazioni
         bancarie soddisferebbero il criterio della selettività.
      
      105. Infine, stando alla giurisprudenza, il fatto che i provvedimenti in questione perseguano obiettivi di utilità sociale e di
         pubblico interesse è irrilevante ai fini della loro classificazione quali aiuti di Stato ai sensi dell’art. 87, n. 1, CE (33).
      
      106. Pertanto, purché siano presenti gli altri elementi della nozione di aiuto di Stato – ovvero una distorsione della concorrenza
         e un effetto sul commercio tra Stati membri – e le agevolazioni fiscali non siano giustificate dalla natura o dalla struttura
         generale del sistema (valutazione che spetta al giudice nazionale compiere), le agevolazioni fiscali in esame nella causa
         principale, che siano l’esenzione da una ritenuta d’acconto o la riduzione dell’imposta sulle società, presentano le caratteristiche
         per essere qualificati come aiuti di Stato ai sensi dell’art. 87, n. 1, CE, se concessi ad «imprese» ai sensi delle norme
         del Trattato in materia di concorrenza, secondo quanto esposto nell’ambito della prima e della seconda questione.
      
       La quarta questione
      107. Con la sua quarta questione il giudice nazionale chiede alla Corte di pronunciarsi sulla validità della decisione della Commissione.
      108. Tale validità deve essere valutata considerando il suo specifico oggetto, vale a dire l’analisi del nuovo quadro normativo.
      109. Mi paiono necessarie alcune considerazioni preliminari. La giurisprudenza non è totalmente univoca circa la reale portata
         del sindacato della Corte. Qualora una decisione della Commissione implichi una complessa valutazione economica, la giurisprudenza
         ha generalmente limitato la funzione della Corte alla verifica del rispetto delle regole di procedura e di motivazione, dell’accurata
         ricostruzione dei fatti e dell’eventuale presenza di manifesti errori di valutazione o di abusi di potere, escludendo che
         i giudici comunitari possano sostituire la propria valutazione economica a quella della Commissione (34). Tale giurisprudenza riguarda decisioni adottate dalla Commissione ai sensi degli artt. 81, n. 3, CE, e 87, n. 3, CE, campi
         in cui essa gode di ampia discrezionalità, ma anche ai sensi dell’art. 87, n. 1, CE (35).
      
      110. In altri casi, tuttavia, la Corte ha ritenuto che poiché la nozione di aiuto di Stato ha «carattere giuridico e deve essere
         interpretata sulla base di elementi obiettivi[,] il giudice comunitario deve esercitare, in linea di principio e tenuto conto sia degli elementi concreti della causa sottopostagli
         sia del carattere tecnico o complesso delle valutazioni effettuate dalla Commissione, un controllo completo per quanto riguarda la questione se una misura rientri nell’ambito di applicazione dell’art. [87, n. 1, CE]» (36).
      
      111. Sarei favorevole ad una verifica più penetrante, da parte della Corte, delle decisioni della Commissione circa la qualificazione
         di provvedimenti statali quali aiuti di Stato ai sensi dell’art. 87, n. 1, CE, anche se in effetti ciò può presentare problemi
         pratici in procedimenti ai sensi dell’art. 234 CE. La natura oggettiva del concetto di aiuto di Stato e il fatto che, contrariamente
         all’esclusiva e ampia discrezionalità di cui la Commissione gode ai sensi dell’art. 87, n. 3, CE, o dell’art. 81, n. 3, CE,
         essa condivide con i giudici nazionali, sia pure con scopi differenti, il compito di interpretare ed applicare l’art. 87,
         n. 1, CE, richiedono, a mio giudizio, che il sindacato della Corte non dev’essere limitato a specifici motivi. Di conseguenza,
         i giudici comunitari possono, quando necessario, sostituire la propria valutazione economica a quella della Commissione, per
         quanto complessa questa possa essere.
      
      112. Un diverso approccio si scontrerebbe anche con il fatto che la Corte ha richiesto ai giudici nazionali di effettuare una completa
         analisi economica di tutti gli elementi rilevanti per determinare se un provvedimento statale costituisca un aiuto di Stato
         ai sensi del Trattato (37).
      
      113. Tuttavia non è necessario risolvere la questione in questa sede, perché comunque, a mio parere, la decisione della Commissione
         non può essere considerata invalida.
      
      114. La procedura di rito è stata chiaramente rispettata. I passi intrapresi e le ragioni che hanno condotto ad avviare il procedimento
         ai sensi dell’art. 88, n. 2, CE sono chiaramente esposti nella decisione della Commissione (38).
      
      115. Secondo la giurisprudenza, «la motivazione prescritta dall’art. 253 CE dev’essere adeguata alla natura dell’atto in questione
         e deve far apparire in forma chiara e non equivoca l’iter logico seguito dall’istituzione da cui esso promana, in modo da
         consentire agli interessati di conoscere le ragioni del provvedimento adottato e permettere al giudice competente di esercitare
         il proprio controllo. (…) La motivazione non deve necessariamente specificare tutti gli elementi di fatto e di diritto pertinenti,
         in quanto l’accertamento se la motivazione di un atto soddisfi i requisiti di cui all’art. 253 CE va effettuato alla luce
         non solo del suo tenore, ma anche del suo contesto e del complesso delle norme giuridiche che disciplinano la materia» (39).
      
      116. La decisione esordisce con la valutazione iniziale dei provvedimenti contestati, che hanno condotto la Commissione ad avviare
         il procedimento di cui all’art. 88, n. 2, CE. Si passa quindi ad un’accurata descrizione della competenza, del ruolo e delle
         funzioni delle fondazioni bancarie secondo la nuova normativa, e dei benefici fiscali annessi. La decisione contiene inoltre
         le osservazioni del destinatario della decisione, il governo italiano, ed una sintesi delle osservazioni inviate dai terzi
         interessati.
      
      117. In tale quadro, la Commissione sviluppa il ragionamento giuridico su cui si basano le sue conclusioni, inserendo non solo
         un richiamo, ma anche una breve discussione della giurisprudenza a sostegno (40). A mio parere il ragionamento è espresso «in forma chiara e inequivocabile», e risponde pertanto ai requisiti richiesti dalla
         Corte.
      
      118. Per quanto riguarda l’obbligo di ricostruire con precisione i fatti, va osservato che l’ordinanza di rinvio non contesta la
         ricostruzione dei fatti operata dalla Commissione, ma semmai la loro valutazione giuridica alla luce delle norme del Trattato
         sulla concorrenza. In ogni caso, come visto in precedenza, i fatti sono stati senza dubbio correttamente descritti e la decisione
         della Commissione non presenta dunque problemi neppure sotto tale profilo.
      
      119. Né vi sono ragioni, a mio giudizio, per ritenere che la Commissione abbia errato nella sua valutazione economica dei provvedimenti
         nazionali in esame. In sostanza il giudice della causa principale rimprovera alla Commissione di non aver preso seriamente
         in considerazione gli effetti che possono avere sul mercato bancario le gestione ed eventualmente la cessione, da parte delle
         fondazioni bancarie, delle proprie partecipazioni di controllo nelle banche conferitarie, in particolare alla luce del loro
         compito connesso allo «sviluppo economico del sistema». Il giudice nazionale contesta inoltre alla Commissione di non avere
         correttamente esaminato la relazione tra le fondazioni bancarie e le loro «imprese strumentali».
      
      120. I punti 36-39, 43-45 e 48-50 della decisione della Commissione sono dedicati all’esame di tali questioni.
      121. Sulla base di tale esame la Commissione ha concluso che l’obbligo di cedere ogni partecipazione di controllo entro un preciso
         termine, unitamente agli obblighi e ai limiti imposti dal nuovo quadro normativo ai membri degli organi interni e agli amministratori
         delle fondazioni bancarie circa i loro rapporti con le banche conferitarie – in particolare il divieto di svolgere funzioni
         di amministrazione, direzione o controllo nelle banche conferitarie o in ogni altra impresa finanziaria o bancaria – e alle
         limitazioni relative alla gestione dei loro patrimoni, ha rafforzato la separazione tra fondazioni bancarie e istituti finanziari,
         pertanto contribuendo a «dissipare i dubbi espressi al riguardo nella decisione di avvio del procedimento» (41). La Commissione ha quindi ritenuto che la gestione dei patrimoni non costituisca un’attività economica, e perciò non renda
         le fondazioni bancarie imprese ai sensi dell’art. 87, n. 1, CE (42).
      
      122. La Commissione ha inoltre rilevato che le fondazioni bancarie non potevano detenere alcuna partecipazione di controllo in
         imprese diverse dalle imprese strumentali. In tal caso, la Commissione ha affermato che qualora le attività delle imprese
         strumentali consistano nel fornire servizi in un mercato in cui esiste concorrenza, la possibilità delle fondazioni bancarie
         «di controllare delle imprese è potenzialmente in grado di falsare la concorrenza e la loro attività non può essere interamente
         sottratta al controllo del rispetto delle regole di concorrenza» (43). La Commissione ha concluso che la «possibilità di acquisire il controllo di imprese strumentali (…) non conferirebbe alle
         fondazioni [bancarie] la qualità di imprese nella misura in cui non implica una diretta partecipazione delle fondazioni stesse
         all’attività dell’impresa controllata» (44).
      
      123. Sulla base di tali premesse, la Commissione ha deciso che le fondazioni bancarie non sono imprese ai sensi dell’art. 87, n. 1,
         CE, a meno che non svolgano un’attività economica come definita dalla giurisprudenza, vale a dire non offrano beni o servizi
         in un mercato in cui esiste concorrenza, persino in uno dei «settori rilevanti».
      
      124. Nonostante i dubbi del giudice della causa principale, e come si può comprendere dalle mie argomentazioni (45), sono sostanzialmente d’accordo con la valutazione della Commissione e con le sue conclusioni circa la natura delle fondazioni
         bancarie nel nuovo quadro normativo. L’ordinanza di rinvio non offre, a mio parere, elementi aggiuntivi, di natura giuridica
         o economica, né un’analisi alternativa in grado di mettere in dubbio la valutazione della Commissione.
      
      125. Per quanto riguarda il timore del giudice nazionale che l’analisi della Commissione abbia dato insufficiente peso al compito
         delle fondazioni bancarie di promuovere lo «sviluppo economico del sistema», è giurisprudenza consolidata che un provvedimento
         statale costituisce un aiuto di Stato non a causa dei suoi scopi, ma a causa dei suoi effetti. Il fatto che tra i compiti
         delle fondazioni bancarie vi sia lo «sviluppo economico del sistema» non le trasforma, di per sé, in imprese ai fini dell’applicazione
         delle norme del Trattato CE in materia di concorrenza.
      
      126. Ne concludo quindi che la decisione della Commissione non è viziata da alcun errore di valutazione.
      127. Alla luce delle precedenti considerazioni, la risposta alla quarta questione è che non vi sono ragioni per dichiarare invalida
         la decisione della Commissione 2003/146.
      
       La quinta questione
      128. La formulazione della quinta questione non è del tutto chiara. Tuttavia, considerandola nel contesto dell’ordinanza di rinvio
         sembra che il giudice nazionale chieda, in sostanza, di chiarire se le agevolazioni fiscali oggetto della causa principale
         possano costituire una discriminazione vietata dall’art. 12 CE, o una violazione del diritto di stabilimento ai sensi degli
         artt. 43 CE e segg. e della libera circolazione dei capitali ai sensi degli art. 56 CE e segg., che sono entrambi principi
         che rappresentano specifiche espressioni del divieto di discriminazione.
      
      129. Stando alla giurisprudenza, se è vero che, allo stato attuale del diritto comunitario, la materia delle imposte dirette non
         rientra, in quanto tale, nella competenza della Comunità, ciò non toglie tuttavia che gli Stati membri siano tenuti ad esercitare
         nel rispetto del diritto comunitario – quindi anche del diritto di stabilimento e della libera circolazione dei capitali –
         le competenze da essi conservate (46).
      
      130. Anche se in ultima analisi spetta al giudice nazionale pronunciarsi sulla portata delle disposizioni nazionali, sembra dal
         fascicolo che le agevolazioni fiscali in parola non siano specificamente destinate alle fondazioni bancarie. L’art. 10 bis
         della L. n. 1745/62 non riguarda soltanto i dividendi provenienti dalle attività bancarie, ma si applica in generale a tutti
         i dividendi percepiti in Italia da soggetti non commerciali che perseguono scopi di utilità sociale o di interesse pubblico.
         La norma si applica a tutti i dividendi percepiti in Italia da qualunque soggetto che possieda le caratteristiche specificate,
         senza distinzione circa il luogo in cui esso abbia sede.
      
      131. Lo stesso vale per la riduzione del 50% dell’imposta sulle società a favore degli enti non commerciali che perseguono scopi
         di utilità sociale o di interesse pubblico, riduzione che l’art. 12 del D.Lgs. n. 153/99 estende alle fondazioni bancarie
         che abbiano adeguato i propri statuti alle sue disposizioni generali e che operino nei «settori rilevanti». Le fondazioni
         bancarie ne possono beneficiare in quanto finalizzate unicamente al perseguimento di scopi di interesse pubblico e di utilità
         sociale. Tali agevolazioni fiscali sembrano concesse ad ogni soggetto passivo dell’imposta sulle società in Italia che possieda
         i requisiti previsti, indipendentemente dalla sua cittadinanza o dalla sua sede.
      
      132. In conclusione, nulla, nell’ordinanza di rinvio, indica che le disposizioni nazionali in esame siano, di per sé, direttamente
         o indirettamente discriminatorie in violazione dell’art. 12 CE, o costituiscano un ostacolo al diritto di stabilimento o alla
         libera circolazione dei capitali ai sensi, rispettivamente, degli artt. 43 CE e segg. e 56 CE e segg.
      
      133. Alla luce delle considerazioni svolte, alla quinta questione si deve rispondere dichiarando che un regime fiscale che preveda
         agevolazioni fiscali relativamente al reddito percepito in Italia a favore di fondazioni bancarie in ragione dei loro obiettivi
         di pubblico interesse e di utilità sociale, senza fare distinzioni basate sulla cittadinanza o sulla sede, non viola gli artt. 12 CE,
         43 CE e segg. e 56 CE e segg.
      
       Conclusioni 
      134. Sulla base delle considerazioni svolte, propongo di rispondere come segue alle questioni proposte dalla Corte suprema di cassazione:
      (1)      (Questioni 1 e 2) Le fondazioni bancarie, come disciplinate dalla L. 30 luglio 1990, n. 218, e dal relativo D.Lgs. 20 novembre
         1990, n. 356, e successive modifiche, nonché dalla L. 23 dicembre 1998, n. 461 e dal D.Lgs. 17 maggio 1999, n. 153, e successive
         modifiche, sono imprese ai sensi delle norme del Trattato CE sulla concorrenza e, in particolare, dell’art. 87, n. 1, CE in
         materia di aiuti di Stato, se svolgono un’attività economica come definita dalla giurisprudenza della Corte di giustizia.
         Tale è il caso se:
      
      –       rispetto alla gestione delle loro partecipazioni di controllo nelle banche conferitarie o in qualunque altra impresa, vi è
         un mercato rilevante in cui imprese private possono svolgere la medesima attività a scopo di lucro;
      
      o
      –       nel perseguimento dei propri obiettivi statutari di interesse pubblico e di utilità sociale esse offrono beni o servizi in
         un mercato in cui esiste concorrenza;
      
      o
      –       grazie ai diritti derivanti dalle loro partecipazioni di controllo o altrimenti, esse sono coinvolte, direttamente o indirettamente,
         nella direzione di imprese che svolgono esse stesse un’attività economica nella definizione datane dalla giurisprudenza.
      
      (2)      (Questione 3) Purché siano presenti gli altri elementi della nozione di aiuto di Stato – ovvero una distorsione della concorrenza
         e un effetto sul commercio tra Stati membri – e le agevolazioni fiscali non siano giustificate dalla natura o dalla struttura
         generale del sistema (valutazione che spetta al giudice nazionale compiere), il regime tributario in esame nella causa principale
         presenta le caratteristiche per essere qualificato come aiuto di Stato ai sensi dell’art. 87, n. 1, CE, se concesso ad «imprese»
         ai sensi delle norme del Trattato in materia di concorrenza, secondo quanto esposto nell’ambito della prima e della seconda
         questione.
      
      (3)      (Questione 4) Non vi sono ragioni per dichiarare invalida la decisione della Commissione 2003/146/CE.
      (4)      (Questione 5) Un regime fiscale che preveda agevolazioni fiscali relativamente al reddito percepito in Italia a favore, tra
         gli altri, di fondazioni bancarie in ragione dei loro obiettivi di pubblico interesse e di utilità sociale, applicato senza
         fare distinzioni basate sulla cittadinanza o sulla sede, non viola gli artt. 12 CE, 43 CE e segg. e 56 CE e segg.
      
      1 –	Lingua originale: l'inglese.
      
      2 –	Istituzione di una ritenuta d'acconto o di imposta sugli utili distribuiti dalle società e modificazioni della disciplina
         della nominatività obbligatoria dei titoli azionari (GURI 7 gennaio 1963, n. 5, pag. 61), come integrata dall'art. 6 del decreto
         legge 21 febbraio 1967, n. 22, nuove disposizioni in materia di ritenuta d'acconto o di imposta sugli utili distribuiti dalle
         società (GURI 22 febbraio 1967, n. 47, pag. 1012), convertito, con modificazioni, in legge 21 aprile 1967, n. 209 (GURI 22
         aprile 1967, n. 101, pag. 2099).
      
      3 –	GURI 16 ottobre 1973, n. 268, pag. 3.
      
      4 –	Nell'ordinanza di rinvio il giudice nazionale descrive l'art. 10 bis come un'esenzione da una ritenuta alla fonte piuttosto
         che da una ritenuta d'acconto. V. i successivi paragrafi 51 e 101.
      
      5 –	Di delega al Governo per il riordino della disciplina civilistica e fiscale degli enti conferenti, di cui all'articolo
         11, comma 1, del D.Lgs. 20 novembre 1990, n. 356, e della disciplina fiscale delle operazioni di ristrutturazione bancaria
         (GURI 7 gennaio 1999, n. 4, pag. 4).
      
      6 –	L'art. 11 della legge 28 dicembre 2001, n. 448 (legge finanziaria 2002), ha aggiunto i seguenti settori rilevanti: famiglia
         e valori connessi; crescita e formazione giovanile; educazione, istruzione e formazione, incluso l'acquisto di prodotti editoriali
         per la scuola; volontariato, filantropia e beneficenza; religione e sviluppo spirituale; assistenza agli anziani; diritti
         civili; prevenzione della criminalità e sicurezza pubblica; sicurezza alimentare e agricoltura di qualità; sviluppo locale
         ed edilizia popolare locale; protezione dei consumatori; protezione civile; sanità pubblica, medicina preventiva e riabilitativa;
         attività sportive; prevenzione e recupero delle tossicodipendenze; patologia e disturbi psichici e mentali; ricerca scientifica
         e tecnologica; protezione e qualità ambientale; arte, attività e beni culturali.
      
      7 –	Legge 24 dicembre 2003, n. 350 (legge finanziaria 2004).
      
      8 –	Art. 11 della legge 28 dicembre 2001, n. 448, e art. 4 del decreto legge 24 giugno 2003, n. 143, convertito, con modificazioni,
         nella legge 1° agosto 2003, n. 212.
      
      9 –	V. il precedente paragrafo 13.
      
      10 –	La descrizione del procedimento principale contenuta nell'ordinanza di rinvio del giudice nazionale differisce sotto taluni
         aspetti da quella fornita dalle parti che hanno presentato osservazioni. Così, nell'ordinanza di rinvio il giudice nazionale
         non menziona il fatto che la controversia a livello nazionale riguarda una domanda di esenzione fiscale per il 1998, quindi
         precedente al D.Lgs. n. 153/99. Solo le parti che hanno presentato osservazioni hanno formulato questa riserva. Le indicazioni
         circa il ruolo svolto dalle varie parti nel procedimento principale non sempre coincidono. L'ordinanza di rinvio, ad esempio,
         cita la Cassa di Risparmio di San Miniato SpA anziché la sua controllante Fondazione come ricorrente originaria. Dalle osservazioni
         presentate dalle altre parti risulta che all'origine dell'iniziale richiesta di esenzione vi fosse la Fondazione. Tali differenze
         non modificano tuttavia in modo significativo la sostanza della questione. V. anche i successivi paragrafi 51 e 101.
      
      11 –	Sembra che ci sia  un legame tra le due disposizioni nel diritto nazionale. V. il successivo paragrafo 67.
      
      12 –	GU 2003, L 55, pag. 56.
      
      13 –	V., tra le altre, sentenza 7 dicembre 1995, causa C‑45/94, Ayuntamiento de Ceuta (Racc. pag. I‑4385, punto 26).
      
      14 –	V., tra le altre, sentenza 12 aprile 2005, causa C‑145/03, Keller (Racc. pag. I‑2529, punto 33).
      
      15 –	V., tra le altre, sentenza 5 febbraio 2004, causa C‑380/01, Schneider (Racc. pag. I‑1389, punto 22, e giurisprudenza ivi
         citata).
      
      16 –	Sentenza 9 marzo 1994, causa C‑188/92 (Racc. pag. I‑833).
      
      17 –	V. i precedenti paragrafi 57 e 58 e la giurisprudenza ivi citata.
      
      18–	V. sentenza 22 maggio 2003, causa C‑18/01, Korhonen e a. (Racc. pag. I‑5321, punto 20 e giurisprudenza ivi citata).
      
      19 –	Sentenza 23 aprile 1991, causa C‑41/90, Höfner (Racc. pag. I‑1979, punto 21). Più recentemente, v. sentenza 28 giugno 2005,
         cause riunite C‑189/02 P, C‑202/02 P, C‑205/02 P, C‑208/02 P e C‑213/02 P, Dansk Rørindustri/Commissione (Racc. pag. I‑5425,
         punto 112 e giurisprudenza ivi citata). V., anche, le conclusioni da me presentate il 22 maggio 2003 nelle cause riunite C‑264/01,
         C‑306/01, C‑354/01 e C‑355/01, AOK-Bundesverband e a. (Racc. 2004, pag. I‑2493, paragrafo 25).
      
      20 –	V., tra le altre, sentenze 16 novembre 1995, causa C‑244/94, FFSA e a. (Racc. pag. I‑4013, punto 21), e 12 settembre 2000,
         cause riunite da C‑180/98 a C‑184/98, Pavlov e a. (Racc. pag. I‑6451, punto 117 e giurisprudenza ivi citata).
      
      21 –	V. le conclusioni da me presentate nella causa AOK, cit. alla nota 19, paragrafo 27 e giurisprudenza ivi citata. 
      
      22 –	V. sentenze 11 aprile 1989, causa 66/86, Ahmed Saeed e a. (Racc. pag. 803, punto 48 e giurisprudenza ivi citata), e 9 giugno
         1994, causa C‑153/93, Delta (Racc. pag. I‑2517, punto 14 e giurisprudenza ivi citata).
      
      23 –	Punto 9, terzo trattino.
      
      24 –	Sentenza 12 luglio 1984, causa170/83, Hydrotherm (Racc. pag. 2999, punto 11). V. anche sentenza Dansk Rørindustri/Commissione,
         cit. alla nota 19, punto 112 e giurisprudenza ivi citata. Analogamente, il Tribunale di primo grado ha affermato che «l'art.
         85, n. 1, del Trattato CEE (…), si rivolge ad entità economiche, ognuna delle quali costituita da un'organizzazione unitaria
         di elementi personali, materiali e immateriali, che persegue stabilmente un determinato fine di natura economica, organizzazione
         che può concorrere alla realizzazione di un'infrazione della stessa disposizione» (sentenza 10 marzo 1992, causa T‑11/89,
         Shell/Commissione, Racc. pag. II‑757, punto 311).
      
      25 –	Sentenza del Tribunale 12 gennaio 1995, causa T‑102/92, Viho/Commissione (Racc. pag. II‑17, punto 51). V., anche, sentenze
         della Corte 24 ottobre 1996, causa C‑73/95 P, Viho/Commissione (Racc. pag. I‑5457, punto 16 e giurisprudenza ivi citata),
         nonché 31 ottobre 1974, causa 15/74, Centrafarm (Racc. pag. 1147, punto 41). Vale anche la pena rilevare che, ai sensi dell'art. 3
         del regolamento (CEE) del Consiglio 21 dicembre 1989, n. 4064, relativo al controllo delle operazioni di concentrazione tra
         imprese (GU 1990, L 257, pag. 13) (cd. «regolamento sulle concentrazioni»), una controllata non è considerata indipendente se la società controllante può «esercitare
         un'influenza determinante sull'attività di un'impresa». V. anche i criteri per il consolidamento dei conti tra impresa controllante
         e controllata contenuti nella direttiva del Consiglio 13 giugno 1983, 83/349/CEE, basata sull'articolo 54, paragrafo 3, lettera g),
         del Trattato e relativa ai conti consolidati (GU L 193, pag. 1) (cd. «Settima direttiva in materia di società») e le conclusioni
         dell'avvocato generale Warner presentate nella causa Commercial Solvents, in cui egli suggerito, come regola pratica, che
         ogni volta che la società controllante ha una partecipazione di maggioranza, la controllata, in linea di principio, non è
         indipendente (cause riunite 6/73 e 7/73, Racc. 1974, pag. 260, in particolare pagg. 263-266).
      
      26 –	Sentenza 14 novembre 2000, causa C‑142/99, Floridienne e Berginvest (Racc. pag. I‑9567, punti 17-19 e giurisprudenza ivi
         citata). Sono d'accordo sul fatto che, in linea di principio, per ragioni di coerenza e uniformità, al medesimo concetto in
         diverse aree del diritto comunitario debbano essere assegnati, in generale, identici significati, a meno che una diversa interpretazione
         ad hoc non sia giustificata dalla natura o da specifiche caratteristiche dell'area in cui il concetto è utilizzato. In questo
         caso specifico mi sembra ragionevole accettare l'idea della Commissione che si possa applicare alle norme sulla concorrenza,
         per analogia, la giurisprudenza sulla Sesta direttiva IVA.
      
      27 –	Sentenza Floridienne e Berginvest, cit., ibidem. 
      
      28 –	V. le precedenti note 24, 25 e 26.
      
      29 –	V. i precedenti paragrafi 73-93.
      
      30 –	V., tra le altre, sentenza 19 maggio 1999, causa C‑6/97, Italia/Commissione (Racc. pag. I‑2981, punto 15 e giurisprudenza
         ivi citata).
      
      31 –	Sentenza 15 marzo 1994, causa C‑387/92, Banco Exterior de España (Racc. pag. I‑877, punto 14). V., anche, sentenza 19 settembre
         2000, causa C‑156/98, Germania/Commissione (Racc. pag. I‑6857, punti 25 e 26 e giurisprudenza ivi citata).
      
      32 –	V., tra le altre, sentenza 29 aprile 2004, causa C‑308/01, GIL Insurance Ltd e a. (Racc. pag. I‑4777, punto 72 e giurisprudenza
         ivi citata).
      
      33 –	V. la precedente nota 20.
      
      34 –	V., tra le altre, sentenze 29 febbraio 1996, causa C‑56/93, Belgio/Commissione (Racc. pag. I‑723, punto 11 e giurisprudenza
         ivi citata), 14 gennaio 1997, causa C‑169/95, Spagna/Commissione (Racc. pag. I‑135, punto 34), 12 dicembre 1996, causa T‑380/94,
         AIUFFASS (Racc. pag. II‑2169, punto 56), 28 febbraio 2002, causa T‑395/94, Atlantic Container Line e a. (Racc. pag. II‑875,
         punto 257), e 25 giugno 1998, cause riunite T‑371/94 e T‑394/94, British Airways e a./Commissione (Racc. pag. II‑2405, punto 79).
      
      35 –	Per quanto riguarda il Tribunale di primo grado, v. sentenze 12 dicembre 2000, causa T‑296/97, Alitalia/Commissione (Racc. pag. II‑3871,
         punto 105), 15 settembre 1998, cause riunite T‑126/96 e T‑127/96, BFM/Commissione (Racc. pag. II‑3437, punto 81), 21 ottobre
         2004, causa T‑36/99, Lenzing/Commissione (Racc. pag. II‑3597, punto 150), 12 dicembre 1996, causa T‑358/94, Air France/Commissione
         (Racc. pag. II‑2109, punti 71 e 72). La Corte ha seguito il medesimo ragionamento nella sentenza 8 maggio 2003, cause riunite
         C‑328/99 e C‑399/00, Italia e SIM 2 Multimedia/Commissione (Racc. pag. I‑4035, punto 39). Tutti questi casi riguardavano l'applicazione,
         da parte della Commissione, del «criterio dell'investitore privato», che richiede una complessa valutazione economica, al
         fine di determinare se i provvedimenti statali in esame costituissero aiuti di Stato ai sensi dell'art. 87, n. 1, CE. V. anche
         sentenza Belgio/Commissione, cit. nella precedente nota 34.
      
      36 –	Sentenza 16 maggio 2000, causa C‑83/98 P, Francia/Ladbroke Racing e Commissione (Racc. pag. I‑3271, punto 25; il corsivo
         è mio). V. anche sentenza 17 ottobre 2002, causa T‑98/00, Linde/Commissione (Racc. pag. II‑3961, punto 40). Il Tribunale di
         primo grado ha sintetizzato la sua interpretazione della giurisprudenza nella sua sentenza Valmont, in cui ha affermato che
         al principio del controllo completo da parte del giudice comunitario per verificare se un provvedimento ricada nell'art. 87,
         n. 1, CE si fa eccezione quando sono necessarie valutazioni economiche complesse, nel qual caso il sindacato giurisdizionale
         è limitato (sentenza 16 settembre 2004, causa T‑274/01, Racc. pag. II‑3145, punto 37).
      
      37 –	Sentenza 11 luglio 1996, causa C‑39/94, SFEI e a. (Racc. pag. I‑3547, punto 62).
      
      38 –	Punto 9.
      
      39 –	V., fra le altre, sentenza 7 marzo 2002, causa C‑310/99, Italia/Commissione (Racc. pag. I‑2289, punto 48 e giurisprudenza
         ivi citata).
      
      40 –	Punti 44 e 49.
      
      41 –	Punto 43.
      
      42 –	Punto 59.
      
      43 –	Punto 49.
      
      44 –	Punto 52.
      
      45 –	V. i precedenti paragrafi 81 e 82 e 91-93.
      
      46 –	Sentenza 11 marzo 2004, causa C‑9/02, de Lasteyrie du Saillant (Racc. pag. I‑2409, punto 44 e giurisprudenza ivi citata).